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	<title>Malitalia &#187; Onestà</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Onesto? No grazie!</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 13:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Francesca Barzini)
La notizia è piccola da cercare e da apprezzare per tirarsi su di morale. In tempi cupi una chicca. Meritava la prima pagina, ma è comparsa sulle pagine romane di un quotidiano nazionale. Il suo nome è Emanuele Totori. La sua qualifica professionale è assistente presso una ex municipalizzata che a Roma distribuisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/lavori.jpg" alt="" title="lavori" width="273" height="185" class="alignleft size-full wp-image-5407" />(di Francesca Barzini)<br />
<strong>La notizia è piccola da cercare e da apprezzare per tirarsi su di morale. </strong>In tempi cupi una chicca. Meritava la prima pagina, ma è comparsa sulle pagine romane di un quotidiano nazionale. Il suo nome è <strong>Emanuele Totori.</strong> La sua qualifica professionale è assistente presso una ex municipalizzata che a Roma distribuisce acqua ed energia elettrica. Il Totori vien mandato a verificare per conto dell’azienda alcuni lavori del sistema fognario in periferia. Il ragazzo (è a contratto quindi si presume giovane, ma non sappiamo) va e controlla. Prende appunti e misure.</p>
<p><strong>La ditta appaltatrice è solita fare lavori per l’azienda</strong>. Dopo qualche mese arriva il conto e l’assistente vede che ci sono delle incongruenze… Segnala che il conto è troppo salato rispetto a quanto effettuato. Il conto cala. <strong>Il Totori viene lodato? Viene premiato per aver fatto risparmiare il datore di lavoro? Niente affatto. Viene trasferito e si vuole aprire un provvedimento disciplinare. Coraggio! Le mosche bianche un giorno avranno la meglio…</strong><br />
<em>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 5 gennaio 2011)</em></p>
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		<title>Ma io dico: attenti ai moralizzatori</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 09:44:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Bruno Tinti)
C’è una questione morale in Idv; così dicono De Magistris, Alfano e Cavalli. Scilipoti e Razzi “si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico”; e poi “Lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra” e “il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/tinti.bmp" alt="" title="tinti" class="alignleft size-full wp-image-5338" />(di Bruno Tinti)<br />
<strong>C’è una questione morale in Idv; così dicono De Magistris, Alfano e Cavalli. Scilipoti e Razzi “si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico”; e poi “Lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra” e “il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd”. E Di Pietro deve fare qualcosa; e se non lo fa lui ci pensano loro, i moralizzatori: “Si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare”.</strong>Che vuol dire “ci lasci lavorare”? Qualche iniziativa dei moralizzatori è stata respinta da Di Pietro? Solo Di Pietro ha il diritto di affrontare la questione morale? O chiunque può “lavorare” (collaborare) per risolverla? Perché la “questione morale” si risolve con la collaborazione dei “morali”: tutti insieme identificano i “non morali” e li sbattono fuori. E questo è proprio ciò che è stato fatto in Idv. Ma forse “ci lasci lavorare” ha un altro significato: Di Pietro non è stato capace di risolvere “la questione morale” di Idv; si faccia da parte e “lasci lavorare” noi che invece siamo capaci assai. Se è così, va detto che la fiducia in se stessi è una bella cosa; la presunzione un po’ meno.</p>
<p><strong>Naturalmente anche in Idv ci saranno un sacco di “immorali”; il problema è trovarli. Certe volte è facile, altre più difficile</strong>. Trovare Porfidia, per esempio, “inquisito per fatti di camorra” è stato facile. Idv apprende che costui è indagato per violenza privata con aggravante mafiosa il 7/1/2009; in quella stessa data lo caccia dal partito e dal gruppo parlamentare; e Porfidia va a ingrossare le file del Gruppo Misto. A che pro citarlo come esempio di lassismo nei confronti della “questione morale”? In realtà, ma i moralizzatori non lo dicono, Idv ha una regola formale: i rinviati a giudizio sono buttati fuori e non più candidati (ma c’è un’eccezione); per gli iscritti nel registro degli indagati si decide caso per caso. E Porfidia fu buttato fuori quando si seppe dell’iscrizione come indagato. Si poteva fare di più?</p>
<p><strong>Poi ci sono Arlacchi, Razzi e Scilipoti</strong>. E qui delle due l’una. Se i moralizzatori hanno la sfera di cristallo si accomodino, la “Commissione per la soluzione della questione morale di Idv” gli appartiene di diritto. Altrimenti tacciano. Cosa li autorizza a credersi in grado di valutare i candidati meglio di Di Pietro? Ovviamente nulla: esperienza politica minore; preparazione professionale (alludo ai trascorsi in magistratura) al massimo analoga (il solo De Magistris).</p>
<p><strong>Scendiamo nel concreto</strong>. Arlacchi. Hanno provato a consultare Wikipedia? Un curriculum impressionante. Esperienze professionali a livello internazionale di altissimo livello (sottosegretario generale delle Nazioni Unite, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine), un candidato da leccarsi i baffi. Dal Pds veniva e al Pd è tornato; non proprio un transfugo venduto e corrotto. Cosa avrebbe dovuto fare Di Pietro? Chiedergli un impegno a non cambiare idea? Ma andiamo.</p>
<p><strong>Scilipoti e Razzi. Ma i moralizzatori lo sanno perché si sono “venduti”? </strong>Lo sapevano che erano entrambi indagati, Scilipoti per calunnia e falsità in scrittura privata (Procura di Barcellona Pozzo di Gotto) e Razzi per appropriazione indebita di contributi destinati alla Regione Abruzzo (Procura di Lucerna)? <strong>Perché nessuno in Idv lo sapeva</strong>. Altrimenti, proprio come è capitato a Porfidia, sarebbero stati buttati fuori. Eccola la loro alta motivazione: la garanzia della poltrona. Idv gliela avrebbe sfilata da sotto il sedere e loro si sono premuniti per tempo: dopo un favore così B. gliela garantirà a vita. Adesso i “moralizzatori” questa cosa la sanno; perché non pensano che Scilipoti e Razzi sono la prova che in Idv non c’è una “questione morale”, che proprio per questo i due se ne sono andati, perché per gli “immorali” (e figuriamoci per i delinquenti) in Idv non c’è posto.</p>
<p>Certo, una prima garanzia potrebbe essere costituita dall’alt ai candidati scelti in base ai voti che si portano dietro; se si bada alle persone e non ai voti, vecchi arnesi corrotti o corrompibili è più difficile che si imbarchino. <strong>E poi bisogna scoprirli per tempo. Chiunque può aiutare</strong>. Un bell’elenco di indagati e di rinviati a giudizio aiuterebbe. Anche motivata sfiducia su questo o quell’altro candidato, apparentemente irreprensibile, gioverebbe molto. Soprattutto ai “moralizzatori”. Perché, quando e se i vertici di Idv rispondessero a queste sollecitazioni: “Non se ne parla nemmeno, questo e quello hanno la nostra piena fiducia”; e quando e se i segnalati si rivelassero concretamente “immorali”; ecco, allora i “moralizzatori” avrebbero diritto di chiedere la testa di qualcuno. <strong>Ma, per il momento, potrebbero riflettere sul fatto che un’eccezione al principio che chi è rinviato a giudizio non deve essere candidato in Idv (e, se ne fa parte, deve essere buttato fuori) è stata fatta. Una sola: riguarda De Magistris.</strong><br />
<em>(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2010)</em></p>
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		<title>L&#8217;antimafia che produce a casa del latitante Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 20:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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		<description><![CDATA[La pioggia degli ultimi giorni rischiava di diventare un&#8217;alleata della mafia, per fortuna è spuntato il sole, ed ha illuminato un uliveto nelle campagne di Castelvetrano, in contrada Seggio Torre, confiscato ai mafiosi del clan palermitano dei Sansone. Si è potuta fare la prevista raccolta di olive e si è potuto mandare un messaggio preciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4619" title="olivo catelvetrano" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/olivo-catelvetrano.jpg" alt="" width="194" height="259" />La pioggia degli ultimi giorni rischiava di diventare un&#8217;alleata della mafia, per fortuna è spuntato il sole, ed ha illuminato un uliveto nelle campagne di Castelvetrano, in contrada Seggio Torre, confiscato ai mafiosi del clan palermitano dei Sansone. Si è potuta fare la prevista raccolta di olive e si è potuto mandare un messaggio preciso ai mafiosi e ai loro complici, ma anche alla società civile in generale. Cioè quello che combattere la mafia è possibile, batterla altrettanto se viene privata delle sue &#8220;casseforti&#8221; che possono essere non solo il denaro contante e sonante, i palazzi e le imprese ma anche i terreni una volta gestiti dai boss e dai loro campieri altrettanto mafiosi.</p>
<p><strong>Non bisogna poi dimenticare che tutto questo, la raccolta delle olive, che verranno spremute e l&#8217;olio finirà nelle bottiglie di Libera Terra, la festa fata con i ragazzi tra gli alberi una volta di proprietà mafiosa, accade in un territorio che è rinomato per le malefatte del capo mafia latitante Matteo Messina Denaro,</strong> per la presenza di complici in ogni punto della città dove è risultato utile che ci fosse un complice, per il silenzio assordante che per anni c&#8217;è stato attorno a Cosa Nostra, dove spesso si è sentito parlare di legalità, così in generale, senza pronunciare la parla mafia o fare il nome di Messina Denaro. Chi lo ha fatto ne ha pagato le conseguenze: un proprietario di albergo morto ammazzato per essersi messo contro il boss, oppure un consigliere comunale che ha avuto la casa bruciata per avere auspicato pubblicamente la cattura del boss. Ce ne è voluto di tempo perchè le cose poco alla volta siano cambiate e per fare dire al sindaco Pompeo che il giorno della cattura del capo mafia in città si farà gran festa. Bene!</p>
<p>Meno bene quello che però oggi si racconta in provincia di Trapani. Dove agli imprenditori si chiede legalità e trasparenza, si chiede di prendere le distanze da Cosa Nostra mentre si scopre che certi politici nelle campagne  elettorali ultime hanno fatto festa con le escort e la cocaina messe a disposizione anche dalla mafia, o comunque festini hard in uno scenario dove sarebbero comparsi soggetti mezzi compari o compari del tutto del ricercato Matteo Messina Denaro. La politica resta la grande assente dalla rivoluzione antimafia che si vorrebbe fare muovere in provincia di Trapani, anche con gesti come quelli fatti nei terreni di contrada Seggio, è una politica che regala grandi parole e promesse, e però poi ci sono le amministrazioni, come accade alla Provincia regionale, che sfuggono alle costituzioni di parte civile nei processi di mafia.<br />
Ci sono processi in corso a Trapani dove gli imprenditori costituitisi parte civile si sono ritrovati da soli, Confindustria è unica presente nel più importante dei processi in corso, quello in corso a Marsala contro il &#8220;re&#8221; dei supermercati Giuseppe Grigoli e il latitante Matteo Messina Denaro.</p>
<p><strong>Grigoli ha gestito il marchio Despar espandendosi da Castelvetrano a mezza Sicilia, poche settimane prima dell&#8217;arresto è riuscito a inaugurare un maxi centro commerciale alle porte di Castelvetrano, costruito in un battibaleno,</strong> nel processo contro di lui, nonostante il capo di imputazione faccia riferimento ai danni causati al territorio, non c&#8217;è nessun ente locale costituito, a cominciare dal Comune di Castelvetrano. Stiamo parlando della stessa politica rimasta silenziosa dinanzi all&#8217;improvviso riaprirsi dell&#8217;indagine sul delitto Rostagno, da dove emerge che soggetti ancora in vista, all&#8217;epoca dell&#8217;omicidio del giornalista e sociologo erano anche i suoi bersagli dagli schermi di Rtc, perchè anche amici di mafiosi e di massoni. Stiamo parlando di una politica che continua a tollerare che soggetti che facevano parte della famosa loggia coperta Iside 2, scoperta negli anni &#8216;80, dove erano iscritti boss, collusi, corrotti, funzionari di Stato, bancari e banchieri, hanno potuto tranquillamente fare carriera e sedere ancora oggi su poltrone di grande peso.</p>
<p>Stiamo parlando di una politica che ha messo alla Provincia regionale a capo della commissione lavori pubblici un soggetto sotto processo con l&#8217;accusa di avere favorito l&#8217;associazione mafiosa, l&#8217;alcamese Pietro Pellerito, e capo del collegio sindacale una giovane commercialista, Cinzia Puma, che nel frattempo per un periodo, ha fatto il capo del collegio sindacale dell&#8217;impresa del boss mazarese Mariano Agate, che quando è stata sequestrata si è scoperto che i suoi libri contabili erano pieni di irregolarità, come i 5 mila euro di stipendio al mese che venivano elargiti ai figli del capo mafia, assunti come dipendenti nell&#8217;azienda del padre in carcere dalla metà degli anni &#8216;90, nonostante la cella ha continuato a fare l&#8217;imprenditore e non solo questo, ha continuato a dare ordini a Cosa Nostra. C&#8217;è una politica che resta in silenzio dinanzi alla condanna a sette anni di un funzionario pubblico, Francesco Nasca, ex agenzia del Demanio, che per conto dello Stato doveva occuparsi dei beni confiscati, ma era di più in confidenza con l&#8217;antistato.</p>
<p>Questa è una sintesi veloce di quello che accade in provincia di Trapani. Ma di positivo c&#8217;è anche altro, molto altro. Ci sono le confische che non restano più inutilizzate da quando un prefetto, Fulvio Sodano, oltre che mettere alla porta quel funzionario del Demanio, mise in moto la macchina apposta inceppata, e il Governo Berlusconi nel 2003 lo ringraziò trasferendolo subito da Trapani. C&#8217;è l&#8217;associazione Libera che fa sentire ogni giorno la sua presenza. Ci sono i politici anche e gli imprenditori che cercano di sottrarsi al giogo mafioso, e chi lo vuole ci riesce e lo dimostra. Ci sono inquirenti e investigatori, magistrati, giudici, poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti della Dia ogni giorno in prima linea, magari tra loro ci può essere la mela marcia, ma non ci sono più quei &#8220;cani attaccati&#8221; dei quali ha parlto il pentito Giuffrè. I simboli mafiosi oggi hanno vita non facile.</p>
<p>&#8220;<strong>Tutti purtroppo &#8211; sottolinea il questore Gualtieri &#8211; citano Castelvetrano come simbolo della presenza di Matteo Messina Denaro, della mafia insomma. Io oggi ribalterei il concetto. Castelvetrano è il simbolo della lotta alla mafia, perchè qui, l&#8217;azione di contrasto dello Stato è forte per i motivi che sappiamo. </strong>E&#8217; sinegica, perchè è un&#8217;azione che vede in campo più forze specializzate della polizia dello Stato (al momento su questo territorio sono concentrate diverse forze di polizia impegnate nella cattura di Matteo Messina Denaro, ma anche per scardinare la rete di fiancheggiatori del boss, ndr) e la Questura di Trapani &#8211; continua il Questore Gualtieri &#8211; la fa naturalmente da padrone. Per cui in questi giorni è motivo di soddisfazione per noi sapere che la lotta alla mafia non viene fatta solo da forze di polizia, ma da tutte le forze sane della società. Naturalmente il segnale simbolo come dice sempre il mio amico don Luigi Ciotti presidente nazionale di Libera, e che rappresenta questa giornata è un simbolo che deve fare da sprone a tutti gli operatori economici. Perchè è vero che Libera è riuscita a creare questo circolo virtuoso e soprattutto a creare nei giovani questa voglia e questa capacità di realizzare sulle terre e sui terreni confiscati, ma anche gli altri operatori a cui tagliano l&#8217;albero a cui vengono a far mancare la manodopera debbono capire che è il momento di dire no. <strong>E&#8217; il momento di non piegarsi ad un albero tagliato, perchè ci saranno cento altri alberi in cui le olive crescono bene. Ma se cedono al ricatto del caporale mafioso di turno, tutto quello che noi facciamo qua andrà perso. Quindi questa giornata è anche l&#8217;occasione per dire seguiamo l&#8217;esempio di Libera, seguiamo l&#8217;esempio di questi giovani e rompiamo con certe logiche di schiavitù mafiosa</strong>&#8220;.</p>
<p>Si faccia festa dunque, vera festa nonostante tutto, cominciando dai terreni di contrada Seggio che la scorsa estate sono stati attraversati da uno strano incendio, si è sviluppato esattamente dentro i confini dell&#8217;area confiscata nonostante questa fosse libera da sterpaglie e le sterpaglie c&#8217;erano invece nei terreni vicini che però il fuoco ha risparmiato. Terreni dove lavoreranno i giovani di una coop. &#8220;I terreni di contrada Seggio Torre &#8211; dice Maria Teresa Buccino Nardozzi, referente di Libera Castelvetrano &#8211; gestiti temporaneamente da Libera per tutelarli, presto saranno riassegnati in via definitiva ad una nuova cooperativa di Libera Terra che nascerà attraverso bando pubblico e che gestirà altri terreni in provincia di Trapani. <strong>Da questi terreni &#8211; dice ancora Maria Teresa Buccino Nardozzi &#8211; rinascerà l&#8217;olio della Liberazione</strong>, e sappiamo quanto questo possa essere importante per la nostra Provincia. Ma sopratutto è importante il riutilizzo di un bene confiscato. Questo è di sicuro il danno maggiore che si può infliggere alla mafia, ed è anche il miglior sostegno che si può fornire all&#8217;economia di un territorio e ai giovani disoccupati che lo abitano&#8221;.</p>
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		<title>Tiziano Terzani: giornalismo e potere</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 07:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. I vestiti candidi, che fanno un tutt&#8217;uno con l&#8217;uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull&#8217;Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3513" title="terzani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/terzani.jpg" alt="" width="276" height="182" /></p>
<p><strong>È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. </strong>I vestiti candidi, che fanno un tutt&#8217;uno con l&#8217;uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull&#8217;Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia di Pistoia; il suo Himalaya.<br />
Una terra ricca di colori, odori e spiritualità.<br />
Sono sei anni che Tiziano Terzani ha lasciato il suo corpo, come amava dire. Ed è in periodi di crisi come quelli che stiamo vivendo che si sente di più la sua mancanza.</p>
<p><strong>Un giornalista “sui generis”, viaggiatore instancabile. Reporter, fotografo e, alla scoperta del cancro, un uomo diverso, nuovo, capace di far riflettere con poche e semplici parole.<br />
Era questo e tanto altro Tiziano. Impossibile da definire, impossibile da inquadrare. Sempre sorprendete, coinvolgente, emozionante </strong><br />
Ma, nonostante oggi non ci sia più, a noi giovani, che non abbiamo ancora superato la soglia degli “anta”, aspiranti giornalisti e non, ha lasciato un bagaglio di insegnamenti sconfinato.</p>
<p><strong>Il giornalismo per Terzani era una missione.</strong> “Una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all&#8217;idea di essere vicini al Potere, di dare del &#8220;tu&#8221; al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”. Un concetto che, oggi più che mai, deve essere fatto proprio dai giornalisti o da aspiranti tali.</p>
<p>Ma Tiziano non solo di informazione si è occupato. La scoperta del cancro lo ha portato a compiere un percorso inconsueto, inaspettato. Forse considerato un po&#8217; “folle” per noi occidentali, legati ai nostri guadagni, alla nostra casa, a tutto quello che ci circonda: alla materialità. Trascorse mesi sull&#8217;Himalaya. Senza alcuno al suo fianco. Alla ricerca di se stesso.<br />
E da questa esperienza è nato un Terzani differente, nuovo, “spirituale”. E tanti sono gli insegnamenti che noi giovani possiamo trarre dalle sue parole.<br />
<strong>Dalla forza e dalle difficoltà della vita: “quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c&#8217;è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all&#8217;erta”. Alla serenità e alla pace interiore: “Guarda un filo d&#8217;erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.</strong><br />
Un pacifista lontano dall&#8217;utopia, ma comunque sognatore e fiducioso: “mi piaceva pensare che i problemi dell&#8217;umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente”.<br />
È l&#8217;insegnamento più grande che ci ha lasciato. “Pensare diversamente”, non conformarsi al consumismo sfrenato di un&#8217;economia che tenta di appiattire tutto e tutti. </p>
<p><strong>Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo grande giornalista è tanto apprezzato dai giovani. Perché in lui vedono, vediamo, un qualcosa di diverso, lo spronarci a cambiare, noi stessi e gli altri, a cercare un mondo, una vita, migliore.<br />
Hare Tiziano.</strong></p>
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		<title>La politica, la gente e le organizzazioni di mezzo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 16:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ (di Elia Fiorillo)
Che il momento sia difficile è sotto gli occhi di tutti. Che la frattura tra la politica e la gente sia in crescita tutti lo pensano, ma pochi pare che vogliano prenderne atto attivandosi per cambiare. E quando parlo di tutti mi riferisco al mondo della politica. Il presunto antidoto alla disaffezione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/Politica++Finanza-300x293.jpg" alt="" title="Politica+&amp;+Finanza" width="300" height="293" class="alignleft size-medium wp-image-3385" /> (di Elia Fiorillo)<br />
<strong>Che il momento sia difficile è sotto gli occhi di tutti</strong>. Che la frattura tra la politica e la gente sia in crescita tutti lo pensano, ma pochi pare che vogliano prenderne atto attivandosi per cambiare. E quando parlo di tutti mi riferisco al mondo della politica. Il presunto antidoto alla disaffezione parte dal protagonismo individuale e dei piccoli gruppi di potere. Un modo di essere che tiene conto non di valori ed ideali aggreganti, ma d&#8217;interessi privati. L&#8217;importante è esserci nel grande gioco della politica. Esserci non come parte di un disegno generale di crescita della società, fondato su valori quali solidarietà, lealtà, bene comune, ri- spetto delle regole, ma come portatori d&#8217;interessi &#8220;familistici&#8221;. Da qui nasce quel qualunquismo dilagante dei non valori, del menefreghismo, dell&#8217; interesse sopra tutto, che premia i faccendieri e mette da parte i costruttori di futuro, basato su un progetto di società solidale. </p>
<p>E&#8217; tutta colpa dell&#8217;attuale legge elettorale definita dal suo estensore come &#8220;porcellum&#8221;? Non credo. Certo la legge Calderoli non ha aiutato il contatto tra elettori ed eletti. <strong>Più che &#8220;votati dal popolo sovrano&#8221; ci troviamo di fronte a cooptati dalle segreterie, anzi da segretari o presidenti dei partiti. Con tutto quello che ne consegue per quanto concerne &#8220;la catena di comando&#8221;. Dove si sono invertiti i ruoli. Non è più la base che ”predomina”, ma è il gruppo di potere centrale che stabilisce le sue determinazioni che vengono solo ratificate dalla gente. Chi si ribella ad esercitare solo un ruolo da notaio alle decisioni altrui può solo astenersi, non votare. Ecco come si spiega il preoccupante numero di schede bianche o di non votanti.</strong> Se la politica funziona così sarà impossibile il ricambio dei gruppi dirigenti. Insomma, un cane che si morde la coda mentre il Paese non naviga in buone acque e proprio per questo ha bisogno di rinnovamento. </p>
<p>La vicenda dell&#8217;associazione segreta, all&#8217;esame della procura della Repubblica di Roma, che tra i vari affari si è battuta per premere sui componenti la Corte Costituzionale per far passare il &#8220;lodo Alfano&#8221;, è significativa. Altro che ideali, il disegno sotteso a tutte le azioni del gruppo è di puro potere per i componenti dell&#8217;associazione medesima. E la prova ci viene dall&#8217;episodio di Stefano Caldoro, attuale governatore della Campania, che pure essendo candidato alla Regione per la lista sostenuta dai componenti l&#8217;associazione segreta, veniva dagli stessi diffamato con dossier nei quali si sosteneva la sua appartenenza alla camorra, nonché venivano evidenziati i sui particolari gusti sessuali. Se anche in linea puramente teorica quelle azioni non dovessero essere ritenute dalla magistratura reati, resta la gravità deontologica degli atti messi in essere che giustificano la rimozione immediata dei soggetti incriminati da tutti i posti di responsabilità politica che occupano attualmente. </p>
<p>La gente ha una grande capacità, quella di andare subito al sodo dei problemi, di non perdersi in ghirigori interpretativi tanto cari alla politica. E, così, il ddl sulle intercettazioni, che pur andava fatto per contemperare il diritto alla privacy con il diritto dovere all&#8217;informazione dei cittadini, nonché con la necessità delle indagini a fini giudiziari, si trasforma, nell&#8217;immaginario collettivo, in una norma salva politici. E la sensazione viene da irrigidimenti che trovano la loro ragione d&#8217;essere, purtroppo, nelle dinamiche interne alla lotta politica più che alla qualità del prodotto legislativo. E gli esempi di questo genere potrebbero continuare. </p>
<p>Sembrerebbe impossibile ribaltare una così compromessa situazione. La possibilità però c&#8217;è partendo dalle organizzazioni di &#8220;mezzo&#8221;, dai sindacati, dalle forze sociali, dalle associazioni di volontariato, a condizione che riescano a rinnovarsi da alcuni difetti importati dalla politica. Il primo tra questi è il leaderismo ad oltranza nel cui nome tutto si sacrifica. L&#8217;organizzazione s&#8217;identifica nel leader del momento a tal punto da cancellare il suo passato ed ipotizzare il suo futuro più sulle aspirazioni del capo che sulle esigenze collettive dei soci. Il secondo vizio nascosto è quello della partigianeria, non per quello che il governo del momento fa, ma per quello che è. Non cioè per la condivisione di percorsi o scelte ipotizzate dall&#8217;organizzazione, ma per il suo colore. <strong>La mancanza di autonomia porta a volte i gruppi intermedi ad essere propaggini della politica; logore &#8220;cinghie di trasmissione&#8221;. In questo modo perdono credibilità verso i propri iscritti ed autorevolezza presso i gruppi dirigenti dei partiti. Sono difetti che possono essere eliminati a condizione che veramente si voglia essere promotori, con le forze sane che comunque ci sono nei partiti, del necessario e soprattutto auspicabile cambiamento della politica del nostro Paese.</strong></p>
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		<title>Molise precario: una regione in crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 06:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>

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(di Massimo Campanella)
Sono più di cinquanta le aziende tra grandi, medie e piccole costrette a ricorrere alla cassa integrazione straordinaria per fronteggiare la crisi. Ittierre, Geomeccanica, Manuli, Proma, Sata Sud, Fili Nobili, Solagrital, tanto per citare le più note. Indefinibile il numero di quelle che non riescono a corrispondere con puntualità gli stipendi. Le ristrettezze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2833" title="1139bc3de51" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/1139bc3de51-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></p>
<p>(di Massimo Campanella)</p>
<p>Sono più di cinquanta le aziende tra grandi, medie e piccole costrette a ricorrere alla cassa integrazione straordinaria per fronteggiare la crisi. Ittierre, Geomeccanica, Manuli, Proma, Sata Sud, Fili Nobili, Solagrital, tanto per citare le più note. Indefinibile il numero di quelle che non riescono a corrispondere con puntualità gli stipendi. Le ristrettezze economiche, la mancanza di prospettive agitano e rendono precarie le esistenze di molti lavoratori  e delle loro famiglie. Le difficoltà, la paura di perdere il lavoro, le frustrazioni di chi è costretto a convivere con la crisi che sta martoriando la regione. La storia di uno è la storia di tutti. Ve la raccontiamo</p>
<p><strong>Giovanni ha gli occhi stanchi, lo sguardo sfuggente. Si sente defraudato della dignità, ferito nell’orgoglio. Alla soglia dei sessanta, dopo quasi trenta di duro lavoro in fabbrica, non avrebbe mai immaginato di dover ripartire dai conti sulle dita di una mano, per tirare avanti fino al termine del mese con gli ottocento euro della cassa integrazione, senza dover subire l’umiliazione di chiedere aiuto a parenti, amici o, addirittura, agli anziani genitori.</strong> Racconta la sua storia, agita mani massicce, scopre polsi e avambracci ingrossati a dismisura, segno inequivocabile del pesante lavoro fisico svolto per anni in reparto. Una moglie casalinga, due figli ormai trentenni e ancora da sistemare &#8211; precari come tanti altri giovani da queste parti &#8211; una casetta di proprietà, tirata su mattone per mattone a costo di enormi sacrifici. A Giovanni (il nome è di fantasia per difendere, dice,  il briciolo di dignità che ancora gli resta) la casa non l’ha mai pagata nessuno, “mica sono ministro” ironizza con un sorriso a metà tra il sarcastico e l’amaro.<br />
Una vita da operaio all’Arena di Bojano, paese di ottomila abitanti della provincia di Campobasso. Assunto nell’industria agroalimentare più di venticinque anni fa, quando era ancora giovane e con braccia che, ricorda, avrebbero potuto sollevare montagne.<br />
Giovanni ha iniziato alla “sosta vivo”, il reparto in assoluto più duro, più sporco, più puzzolente. Il lavoro consisteva nel tirare fuori dalle gabbie le centinaia di polli vivi che arrivavano in azienda dagli allevamenti e appenderli per le zampe, a testa in giù, ai supporti della catena che li trasportava all’interno per le operazioni di macellazione. All’epoca l’industria si chiamava  Sam, era una spa e per i lavoratori della zona rappresentava un po’ il “sogno americano”. Buone paghe, turni di lavoro regolari, tredicesime, premi di produzione. Insomma, tutto quanto previsto dal contratto nazionale del comparto. Sogno americano per i lavoratori, miniera inesauribile del favore di scambio per politici e faccendieri  che fin dall’inizio hanno imbrigliato nelle pastoie della politica una delle più importanti attività produttive del Molise, trasformandola  da potenziale volano dello sviluppo in palude limacciosa o, se preferite, pozzo senza fondo per le casse pubbliche.</p>
<p><strong>La vicenda di Giovanni &#8211; troppo giovane per la pensione, troppo anziano per ricominciare altrove &#8211; assomiglia a quella di tanti altri lavoratori molisani che oggi subiscono in silenzio, con rabbia, gli effetti collaterali della crisi che investe numerosissime realtà produttive, in una regione martoriata dalla disoccupazione e dall’emorragia dei posti di lavoro nelle imprese, morse dalla congiuntura economica negativa a livello globale,  e soffocate dal sistema gelatinoso nato dall’interazione tra un certo modo di fare politica e una classe di “capitani d’industria” capace di rischiare e fare impresa solo con i capitali pubblici</strong>. Tra grandi, medie e piccole sono più di cinquanta in Molise le aziende che nel corso degli ultimi mesi hanno dovuto cercare riparo sotto l’ombrello della cassa integrazione straordinaria in deroga: Ittierre, Geomeccanica, Manuli, Proma, Sata Sud, Fili Nobili, Solagrital, tanto per citare le più note.</p>
<p>Arena, Agripol, Sam, Solagrital. Una storia infinita.<br />
Una vicenda lunga e controversa quella della presenza pubblica nella storica industria bojanese della filiera avicola, segnata da molti insuccessi, crisi profonde e resurrezioni miracolose. Impiantata nella piana  matesina agli inizi degli anni ’70, l’Agripol (così era denominata negli atti parlamentari, in una discussione alla Camera dei deputati nel marzo del 1971) inizia il suo cammino con il ben preciso compito di diventare volano dello sviluppo nel Molise centrale, grazie al know how portato in dote dal gruppo veronese Arena e ad un complesso quadro di interventi strutturali per il Mezzogiorno, a sostegno delle aree depresse del Sud. Fin dall’inizio, la gestione “politica” del personale e quella quanto meno discutibile delle ingenti risorse economiche messe a disposizione dello stabilimento di Bojano, delimita ben presto gli argini entro i quali  l’impresa è destinata a confluire.</p>
<p>Presto il suo nome muterà in Sam, società per azioni controllata quasi interamente dalla Regione Molise, e produrrà, come da accordi,  esclusivamente per Arena, garantendo occupazione a oltre 1500 persone tra operai, amministrativi e indotto. Agli inizi degli anni ’90, l’evidente sovradimensionamento del personale impiegato e le difficoltà di un mercato sempre più competitivo e saturo, trascinano la Società agricola molisana spa, e l’economia di un’intera area, nel baratro di una crisi profonda. Ne consegue un lungo e travagliato periodo di amministrazione straordinaria, seguito da un riassetto ‘lacrime e sangue’ operato a colpi di  tagli al personale, prepensionmamenti e scivoli all’uscita. A metà degli  anni Novanta lo stabilimento di Bojano e la sua filiera produttiva sembrano risorgere dalle ceneri. Sulla scena esordisce il connubio politico-imprenditoriale Arena/Solagrital salutato da molti come l’inizio di una nuova era. Il marchio veronese finisce nelle mani dell’imprenditore molisano Dante Di Dario che si occuperà, attraverso le sue holding, dell’aspetto commerciale. Sull’altro fronte la Solagrital, società cooperativa a responsabilità limitata, saldamente controllata dalla Regione Molise, gestirà la parte relativa al personale e agli impianti tramite un consiglio di amministrazione di sua piena fiducia. Nel connubio Arena-Solagrital, a soffrire non è mai lo storico marchio veronese, ma sempre il partner pubblico. Così, mentre Arena macina successi e utili, fino a volare in Piazza Affari, la Solagrital continuerà ad arrancare, con la Regione sempre pronta a offrire stampelle finanziarie alla cooperativa e ai suoi lavoratori, tornati nel frattempo alla quota “politica” di 1500 unità, tra effettivi, avventizi e indotto.</p>
<p>La storia più recente, quella dell’ultima crisi, dei 200 e più cassintegrati e delle inaspettate dimissioni di Di Dario da presidente del Cda Arena, racconta soprattutto del nuovo tentativo di rilancio esperito dalla Regione Molise. Un percorso iniziato nel 2009 con la riunificazione delle varie parti dell’azienda, frazionata tra molti protagonisti, e conclusosi con la delibera 210 del 25 marzo scorso. In buona sostanza, riassumendo e semplificando complicati passaggi finanziari, al termine di un’operazione da 37 milioni di euro, lo stabilimento di Bojano finisce nelle disponibilità della Gam srl, società inattiva a totale controllo della Regione che ha come “mission” il coordinamento dell’intera filiera avicola molisana. Contemporaneamente, cessa l’esclusiva a favore di Arena, attraverso la Codisal, della commercializzazione dei prodotti lavorati dalla Solagrital. Un’operazione complessa, di alta finanza, non priva di rischi,  duramente contestata dalle opposizioni di centrosinistra che disapprovano il metodo usato: passaggi poco comprensibili, un atto portato in Consiglio in tutta fretta e senza il necessario passaggio per le Commissioni, tanto che ad esprimere riserve sono anche due consiglieri di maggioranza, Pietracupa e Tamburro di Alleanza di Centro, i quali al momento del voto prudentemente si assentano.</p>
<p>Un altro giro di giostra<br />
Il nuovo assetto societario della Gam/Solagrital/Arena e le operazioni politico-finanziarie che lo sottendono sono argomenti che non appassionano più di tanto Giovanni. Nemmeno gli importa sapere se Dante Di Dario va via o resta, oppure se i polli che lavorerà in futuro saranno per Aia o Tre Valli. In attesa che si materializzi il nuovo miracolo economico molisano, le sue preoccupazioni sono altre, tutte concentrate sul domani, non tanto – o non solo &#8211; il suo. In fondo in fondo, medita, bene o male un giro di giostra lo ha percorso. A procurargli angoscia ora è il pensiero di come arrivare a fine mese con ottocento euro, è il futuro opaco, precario, senza prospettive, senza vie d’uscita  che attende i figli trentenni e tanti altri giovani nelle loro stesse condizioni.<br />
<strong>Il Molise, la sua terra, gli appare improvvisamente ostile. Delusione, frustrazione e rabbia lo accompagnano costantemente nelle giornate da cassintegrato, alla soglia dei sessanta.</strong><br />
Interrompe qui la sua storia. Non ha più molto da dire e, forse, nemmeno più tanta voglia di raccontare. Si è fatto tardi. Ci salutiamo con una vigorosa stretta di mano, senza dire niente, senza aggiungere altre parole. Domani è un altro giorno, un altro duro giorno senza lavoro, senza prospettive.</p>
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		<title>Nola. La sfida collettiva e la libreria sgarrupata</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 11:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Fatto Quotidiano &#8211; di Nando dalla Chiesa)
Questa non è la storia di una persona. E nemmeno quella di un’associazione. È la storia di una sfida collettiva. Generosa, faticosissima. Che ha per teatro una città di trentatremila abitanti, terra natia del presidente della Repubblica ma anche di capi camorra che hanno marchiato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1919" title="Books-Miguel-Herranz" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Books-Miguel-Herranz-300x226.jpg" alt="Books (Miguel Herranz)" width="300" height="226" />(Tratto da <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> &#8211; di Nando dalla Chiesa)</p>
<p>Questa non è la storia di una persona. E nemmeno quella di un’associazione. È la storia di una sfida collettiva. Generosa, faticosissima. Che ha per teatro una città di trentatremila abitanti, terra natia del presidente della Repubblica ma anche di capi camorra che hanno marchiato a sangue la vita della Campania.<br />
<strong>Nola, un pezzo di storia in provincia di Napoli.</strong> Qui venne a morire Ottaviano Augusto (il Duce ne donò una statua alla cittadinanza), qui presero il via i moti risorgimentali del ’20-’21. Qui fondò il suo impero Carmine Alfieri, alla guida della “Nuova famiglia” per contestare vittoriosamente la supremazia criminale a Raffaele Cutolo. Nola, che oggi schiera le sue buone fanterie per riconquistare spazi alla legalità negli anni più difficili, quelli della crisi economica e dei fulmini contro la giustizia.</p>
<p><strong>Rosaria Barone</strong> è una signora che non ha nulla dell’imprenditrice. Modesta e sempre sotto traccia, ha in centro una libreria della catena Guida. Alla cassa uno dei tre figli. Si visita tutto in due minuti. Chi arriva dalla grande città la direbbe una libreria sgarrupata. Niente pile di volumi di successo, niente classifiche dei titoli più venduti, nessuna frenesia estetica. Per una ragione semplice. <strong>Qui di libri non se ne vendono.</strong> Drammaticamente. Basta leggere le statistiche, basta leggersi Tullio De Mauro. La Campania e il sud della provincia. Ci sarebbe da dire punto e basta.</p>
<p>Rosaria, che due anni fa ha preso questa libreria in passivo, <strong>il punto e basta invece non lo dice.</strong> E ha stretto una santa alleanza con un gruppo di insegnanti donne per promuovere la lettura, la cultura, e reggere lo scontro con la celebre tivù deficiente, i cui studi appaiono ogni giorno inondati da ragazzi del sud (anche se qui, un po’ campanilisticamente, dicono che sono soprattutto ragazzi siciliani).</p>
<p>Come? <strong>La ricetta è quella di invitare sul posto persone conosciute, di chieder loro di presentare i propri libri a Nola e farle incontrare con gli studenti delle superiori.</strong> I quali si presentano “già imparati”, ovvero con lettura dei libri (e film e discussioni) alle spalle, aiutati dalle prof e da generosi sconti della libreria. Facile, si dirà. No, invece. È un’impresa titanica. Perché a Nola sono pochissime le persone famose che ci vogliono andare.<br />
<em>“Mi creda, a volte viene lo sconforto. Telefonate su telefonate, segreterie, case editrici, richiami, ci mandi un fax, abbiamo perso la mail, settimane, mesi per poi sentirsi dire di no. O personaggi televisivi a cui paghiamo faticosamente il viaggio e l’ospitalità che all’ultimo momento ti dicono che l’incontro coi ragazzi no, magari mi fermo mezz’ora in libreria. Non te lo dice nessuno ma si capisce: mica sono gli studenti del famoso liceo di Roma o Milano… Eppure è qui il luogo del bisogno. Qui serve che i personaggi famosi ci aiutino a farli leggere, in definitiva promuoviamo i loro libri, ma loro ci rispondono che tanto i libri li vendono lo stesso”</em>. Una mancanza di generosità che porta però a perdersi spettacoli entusiasmanti, le domande geniali che nascono in crogiuoli sociali inesplorabili.</p>
<p><em>“Sarebbero mai possibili risultati come questi se non avessimo insegnanti disposti a dare più di quanto ricevano con il loro stipendio? Se non esistesse questa scuola pubblica che continua a prendere schiaffi in faccia dall’alto? Il senso delle istituzioni lo costruiamo sin da qui”.</em></p>
<p>A parlare così è <strong>Pina Buonaiuto</strong>, la preside dell’Iptc “Umberto Nobile”, che con le colleghe dei licei “Medi” di Cicciano e “Albertini” di Nola fa da traino a queste operazioni di sensibilizzazione civile. Sospira Rosaria Barone: <em>“Fortunatamente da pochi mesi la nuova amministrazione comunale ci sostiene, ci daranno dei contributi, prima non l’aveva mai fatto nessuno”.</em> E l’ascoltatore subito si immagina che finalmente sia andato al governo della città il centrosinistra, con uno dei suoi classici, appassionati assessori alla cultura targati Pd. Invece è andato al governo il centrodestra, giusto per capire che non è per definizione una iattura. “Queste sono le cose da sostenere”, spiega il sindaco <strong>Geremia Biancardi,</strong> avvocato Pdl. <em>“È bello vedere i ragazzi mobilitarsi. Guai a non aiutarli in questa età. Pensi che io alla mattina ricevo decine di persone che chiedono un lavoro. E cambiano ogni giorno. Qui la camorra è un fatto imprenditoriale. Un disoccupato può rifiutarsi di spacciare; ma secondo lei ci pensa più di due mesi se deve lavorare in un’impresa o un centro commerciale messi su con i soldi della camorra?”</em>. Annuisce l’assessore ai Beni culturali <strong>Maria Grazia De Lucia</strong>, una prof anche lei. La sensazione è che si stia formando in città una linea di resistenza nuova.</p>
<p>Sensazione che diventa più forte parlando con i rappresentanti dell’Arma, un maresciallo qui in servizio da tempo ma che si attiene ancora alla norma di non farsi fotografare in allegria a feste e ristoranti e un giovane capitano romano che della camorra imprenditrice ha capito tutto in pochi mesi. E poi la giustizia. È da poco arrivato a Nola come procuratore capo <strong>Paolo Mancuso</strong>, che a Napoli ha condotto una lunga lotta ai clan. Insomma, è come se si fosse realizzata una di quelle combinazioni umane (purtroppo sempre provvisorie) che hanno fatto la fortuna civile di città grandi e piccole. Una Nola diversa da quella dove imperversava Carmine Alfieri. Dove anche l’ultimo clan, quello dei Russo, ha appena subito colpi decisivi. Novità grandi, importanti.</p>
<p>E al centro della rinascita, invece di un leader politico o un palazzo di giustizia, una indomita libreria sgarrupata.</p>
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		<title>Giuseppe Scopelliti e la sua promessa: il mio nemico è la ‘Ndrangheta</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 15:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da espr3ssioni &#8211; di Andrea G. Cammarata)
Giuseppe Scopelliti, classe ‘66, editorialista, laureato in economia e commercio, in forza al Pdl, si è insediato stamattina a Palazzo Alemanni, di fatto è il nuovo governatore della Regione Calabria, grazie a un risultato elettorale lusinghiero che gli ha conferito più del 60% dei voti.
Un’investitura ricca di responsabilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://espr3ssioni.wordpress.com/2010/04/14/forza-scopelliti-nuovo-governatore-della-calabria/" target="_blank">espr3ssioni</a> &#8211; di Andrea G. Cammarata)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1700" title="Giuseppe-Scopelliti" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Giuseppe-Scopelliti-300x199.png" alt="Giuseppe Scopelliti" width="300" height="199" /><strong>Giuseppe Scopelliti</strong>, classe ‘66, editorialista, laureato in economia e commercio, in forza al Pdl, si è insediato stamattina a Palazzo Alemanni, di fatto è il nuovo governatore della Regione Calabria, grazie a un risultato elettorale lusinghiero che gli ha conferito più del 60% dei voti.<br />
Un’investitura ricca di responsabilità per Scopelliti, ex-sindaco di Reggio Calabria, che dovrà disporre di una Calabria dove l’allarme ‘Ndrangheta è sempre più forte.</p>
<p>‘<strong>Ndrangheta</strong>, che si è già fatta sentire e gli ha presentato le proprie credenziali con l’uso che le è tipico; messaggi e segnali, ha riferito in conferenza stampa il neo-governatore, “Che non mi scuoteranno. Ogni forma di indebita pressione che può arrivare o alcuni messaggi che non capisco o che forse non riesco a comprendere, non scuotono la mia coscienza né mi creano allarmismo”, parole serene e coraggiose ma noncuranti della potenza delle ‘ndrine, che ultimamente, risvegliate in un sonno velenoso dai sequestri effettuati dalle forze dell’ordine, hanno mandato anche altri messaggi, un po’ più concreti delle minacce:  <strong>una bomba</strong> esplosa al tribunale di Reggio Calabria, <strong>un proiettile</strong> inviato per posta a un magistrato incaricato di inchieste sensibili, e per essere ancor più chiari hanno fatto trovare alla polizia anche <strong>una macchina carica di armi e di esplosivi</strong>,  il giorno della visita del presidente della Repubblica, <strong>Napolitano</strong>.</p>
<p>Tuttavia Scopelliti, a Palazzo Alemanni, circondato dai giornalisti, se ne è uscito con parole quasi bibliche, alimentando il suo coraggio contro la criminalità organizzata calabrese grazie all’impulso del <em>popolo</em>: “Non ho paura -ha detto il governatore- di fronteggiare quelli che in maniera subdola o in maniera molto chiara o trasparente si metteranno sopra questo cammino indicato dal popolo calabrese che ha fatto una scelta di vita insegnando una cosa grande alla politica calabrese”.</p>
<p>Un guerriero impavido, il neo-governatore, che pare ignaro di ciò che non ha fatto e che non farà il suo Pdl contro la ‘Ndrangheta, o contro la criminalità organizzata in generale, vedi lo scudo fiscale che ha permesso il rientro di milioni di euro di capitali mafiosi, la legge sulle intercettazioni; un Senatore Di Girolamo indagato per associazione a delinquere, un onorevole Cosentino per cui è stata respinta alla Camera la domanda di arresto  per concorso esterno in associazione camorristica. Così, bazzecole, ma  l’auto-elogio Scopelliti l’ha voluto fare lo stesso, dimenticando la vergogna che possono incarnare queste cosucce del Pdl: “Non avrò -ha detto Scopelliti- nessuna tolleranza per i delinquenti; chi ha sottratto risorse alla mia regione è il mio nemico. Il Pd e Loiero sono avversari, mentre i nemici sono la borghesia mafiosa e quelli che vogliono arricchirsi; <strong>il mio nemico è la ‘Ndrangheta.</strong>”</p>
<p>Parole sante del nuovo governatore dell’Aspromonte che durante il discorso ha anche promesso di presentare la Giunta entro sabato, e nuovamente si è detto per nulla intimorito dai messaggi minatori della ‘Ndrangheta, i quali anzi ritiene: “una spinta in più ad accelerare il cammino. -Ha aggiunto- Non ci sono altre questioni che mi possano preoccupare, perché questa classe dirigente che oggi ha vinto è consapevole che bisogna andare avanti su questa strada”.</p>
<p>Viene in mente una simpatica parodia del nuovo Robin Hood dell’Aspromonte, che con una mano del suo Partito restituisce ai ricchi mafiosi i soldi e con l’altra regala a un illuso popolo: parole, parole, parole. Ma auguriamo un <strong>in bocca al lupo</strong>, con un atteso e corroborante “crepi” da parte del governatore, che certamente saprà spogliarsi delle malefatte del suo partito e governare come si deve la splendida Calabria.</p>
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		<title>La lezione di Giannetto</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 07:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Se volete vedere una sinistra che vince andate a Lamezia Terme, Calabria. Oppure recatevi a Pietrasanta, provincia di Lucca. Entrambi i viaggi non saranno sprecati, perché sia a Lamezia che a Pietrasanta, la vittoria è fatta di pochi, semplici ingredienti. Persone perbene candidate, uomini al di fuori e al di sopra dei giochi dei partiti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1681" href="http://www.malitalia.it/2010/04/la-lezione-di-giannetto/gianni-speranza-3/"><img class="alignleft size-full wp-image-1681" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/gianni-speranza2.jpg" alt="" width="124" height="99" /></a>Se volete vedere una sinistra che vince andate a Lamezia Terme, Calabria. Oppure recatevi a Pietrasanta, provincia di Lucca. Entrambi i viaggi non saranno sprecati, perché sia a Lamezia che a Pietrasanta, la vittoria è fatta di pochi, semplici ingredienti. Persone perbene candidate, uomini al di fuori e al di sopra dei giochi dei partiti, popolari, nel senso che sono riconosciuti dalla propria comunità, apprezzati per il loro presente e per il loro passato specchiato. Uomini politici, nell’accezione più nobile del termine, che hanno scelto linee chiare, nette, discriminanti. Insomma, chi ha votato per Gianni Speranza sapeva quale era il progetto, sapeva dove stavano gli amici e anche i nemici, sapeva con chiarezza che ogni passo dell’amministrazione, ogni scelta, sarebbe stata ispirata da una sola filosofia: cacciare la ‘ndrangheta, tenere fuori dal comune della terza città calabrese i politici che in questi anni hanno strizzato l’occhio ai boss e ingrassato i loro portafogli, migliorare la qualità della vita.</p>
<p>Per questo Gianni, Giannetto perché nel sud i diminutivi ti si appiccicano addosso, è stato combattuto: minacciato dalla ‘ndrangheta, osteggiato dai poteri forti della città, inviso ai notabili del PD che, con la sola eccezione del parlamentare ed ex Prefetto di Reggio, Luigi De Sena, e di Rita Borsellino, non l’hanno sostenuto. Quando Agostino Saccà e Agazio Loiero, in compagnia di Nicola Adamo e della parlamentare lametina Doris Lo Moro andarono a mettere la prima pietra ( finta ovviamente) di quella che doveva essere la “Cinecittà” della Calabria, Giannetto era sindaco. Decisero di non invitarlo neppure. Lui non se ne ebbe a male e continuò per la sua strada. Quella della concretezza e della pulizia. Anche per questo, in una Calabria dove due settimane fa il centrodestra ha stravinto, lui ha vinto con il 65,3% dei voti. A Pietrasanta da anni imperava il centro destra degli affari e del cemento. L’ex sindaco ha riprodotto in gigantografie le foto del suo arresto. Hanno perso, sconfitti da un centrosinistra che ha riscoperto i valori della trasparenza, con le primarie, della democrazia e del rapporto con la società civile.</p>
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		<title>Banche, quando il denaro non è tutto</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 16:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Banche]]></category>
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		<description><![CDATA[Una domenica mattina. Agosto a Roma. Niente ferie si lavora e allora l’unico refrigerio si trova in piscina. Una bella, di un albergo a “la page”. Uno sfizio per compensare la stanchezza, lo stress, il caldo, i postumi di un brutto incidente&#8230;
La piscina è in alto, domina la città, è silenziosa, pochi gli ospiti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1603" title="woman-work-bank" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/woman-work-bank-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Una domenica mattina. Agosto a Roma. Niente ferie si lavora e allora l’unico refrigerio si trova in piscina. Una bella, di un albergo a “la page”. Uno sfizio per compensare la stanchezza, lo stress, il caldo, i postumi di un brutto incidente&#8230;<br />
La piscina è in alto, domina la città, è silenziosa, pochi gli ospiti e poi arriva una specie di Pippi Calzelunghe, con lentiggini capelli rossi e un incedere un po’ incerto, l’aria spavalda di chi ha in pugno il mondo.<br />
Poggia le sue cose sul lettino e poi chiede al bagnino di spalmarle la crema sulle spalle. Lancio un’occhiata all’amica che mi accompagna. Pensiamo, ma non lo diciamo, “la solita viziata”.</p>
<p>Mai pensiero fu più sbagliato. Più tardi al bordo della piscina capiamo il perché del suo camminare un po’ sbilenca. Ha avuto un ictus. Antonietta è una giovane donna di 37 anni che a 33 è stata colpita all’improvviso  da qualcosa che le ha stravolto la vita. Istruttrice di nuoto, vitale, bella, brava economista. La vita davanti e poi il buio, il gelo di una parte di te che non funziona, non risponde ai comandi.</p>
<p>Quanti si arrenderebbero, quanti cadrebbero in depressione. Ma lei no vuole vivere e lotta con i denti per tornare ad essere quella che era e trova un alleato inaspettato: la banca in cui lavora. Che non la lascia sola, che non le chiede di lasciare l’azienda, che la continua a pagare mentre lei si cura tra la Svizzera e la gelida Chicago pre Obama (dove va da sola). Poi finalmente torna a lavorare e la banca le trova una collocazione adeguata vicino ad un centro riabilitativo.</p>
<p>Lei vive sola, forse qualche volta volendo strafare per dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che lei può farcela. Lavora e pensa al suo futuro, ai suoi obiettivi professionali e lavora come tutti i suoi colleghi.<br />
In una società dove la discriminazione è forte, dove essere portatori di un handicap ti esclude, dove lavora chi è giovane e forte e dove le banche, tutte, sono “truffatrici e usuraie”. Le banche, oggi, spesso non guardano ai bisogni dei propri clienti, quando è possibile ne sfruttano i depositi, sono contigue ai sistemi criminali. Capita di sovente che, nell’ambito della criminalità organizzata, chi denuncia e passa nella legalità si veda chiudere i conti dalla banca.</p>
<p>Insomma le banche oggi sono il diavolo. Eppure questo “diavolo” è stato capace di dare una speranza a chi pensava di aver perso tutto e forse anche se stessa.</p>
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		<title>Giancarlo Siani, il &#8220;Fortapàsc&#8221; della solitudine</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 15:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Siani]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Elia Fiorillo)
In ricordo di un “giornalista giornalista”.
Lo stato d&#8217;animo è di amarezza, di profondo dolore. Provo queste sensazioni dopo aver visto il film di Marco Risi, ”Fortapàsc”.
La pellicola ha risvegliato vecchi ricordi. Mi rivedo con Giancarlo Siani, all’inizio della sua esperienza giornalistica torrese, mentre gli presento Salvatore Capasso, allora sindaco della città, eppoi altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1592" title="jjf-Perugia-Hotel Brufani-Arianna-Ciccone" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/jjf-Perugia-Hotel-Brufani-Arianna-Ciccone-300x199.jpg" alt="ijf Premio" width="300" height="199" />In ricordo di un “giornalista giornalista”.</strong></p>
<p>Lo stato d&#8217;animo è di amarezza, di profondo dolore. Provo queste sensazioni dopo aver visto il film di Marco Risi, ”Fortapàsc”.</p>
<p>La pellicola ha risvegliato vecchi ricordi. Mi rivedo con Giancarlo Siani, all’inizio della sua esperienza giornalistica torrese, mentre gli presento Salvatore Capasso, allora sindaco della città, eppoi altri ”contatti” che gli potevano tornare utili per il suo lavoro di cronista.</p>
<p>Sapendo che io ero di Torre Annunziata, Giancarlo, con il suo fare signorile e quasi timido, mi aveva chiesto se gli potevo presentare gente che lo avesse potuto aiutare nelle sue corrispondenze da Torre Annunziata. Ricordo ancora la contentezza che esprimeva il suo volto quando mi annunciò che avrebbe lavorato alla redazione del Mattino di Castellammare di Stabia.</p>
<p>C’eravamo conosciuti in Cisl alla fine degli anni settanta. Lui scriveva per alcuni giornali minori di cui anch’io ero collaboratore. Era uno spirito libero, non conformista, sempre alla ricerca del nuovo. Ricordo che partecipò a qualche corso di formazione sindacale organizzato dalla Cisl Campania a Vico Equense, all’Hotel Aequa. Tra l’altro, a quei tempi, per la Cisl mi occupavo di formazione sindacale. Giancarlo era attento, partecipe, sempre con la voglia di capire, di approfondire. Credo che proprio all’Hotel Aequa abbia conosciuto la sua biondissima Daniela, figlia della proprietaria dell’albergo.</p>
<p>Quando Camillo Izzo, allora segretario del sindacato edili di Napoli, mi chiese un nominativo di un giornalista a cui affidare l’ufficio stampa della categoria mi venne subito in mente il nome di Siani, eppure di colleghi da proporre ne avevo diversi. Apprezzavo in lui la sua profonda educazione che lo portava, per esempio, ad attendere fuori dalla mia stanza mentre parlavo al telefono, anche quando con un cenno l’invitavo ad entrare. Ma soprattutto il suo modo di scrivere, di raccontare e la sua serietà professionale. Era un signore nell’accezione più piena del termine.</p>
<p>Vederlo sullo schermo così ben rappresentato da Libero De Rienzo, eroe suo malgrado, mi scatena stati d’animo diversi. La cosa però che più mi colpisce è la solitudine con cui ha portato avanti il suo lavoro. Non perché fosse un solitario, anzi. Perché la struttura sociale in certe realtà del Mezzogiorno è talmente sfilacciata, talmente disgregata che è difficile, direi quasi impossibile, anche su temi nobili come la lotta alla camorra, fare squadra. Ci si perde in individualismi, in velleitarismi ed a volte in protagonismi fuorvianti.</p>
<p>Eppure Giancarlo era inserito in un giornale importante come il Mattino di Napoli, nel sindacato, collaborava con la Fondazione Colasanto e con l’Osservatorio sulla Camorra, il cui direttore allora era il sociologo Amato Lamberti. Tutto questo non è bastato a non farlo condannare a morte. Perché hai voglia a denunciare certi fenomeni malavitosi, se lo Stato non t’aiuta a combatterli, se la democrazia è inceppata, se chi è al vertice delle istituzioni nicchia per non scontentare una parte dei grandi elettori, se la gente che si dice per bene non ha il coraggio di dire da che parte sta, non riesci a vincere, rimani solo nel mirino delle mafie che vuoi combattere.</p>
<p>Non so se Siani conoscesse l’aforisma di Benedetto Croce sui giornalisti: ”<em>Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno”</em>. Certo lo praticava, a differenza di tanti colleghi pronti ad auto censurarsi per ”<em>non dare un dispiacere a qualcuno”</em>.</p>
<p>Se dovessi sostenere che Giancarlo era un giornalista d’assalto direi una grande stupidaggine come, per altro, il film di Risi ha ben evidenziato. Siani era un giornalista abusivo, per capirci uno sfruttato, che con pacatezza faceva il suo mestiere: stava sulla notizia, la verificava con puntigliosità come un reporter dovrebbe sempre fare, non s’accontentava dei comunicati stampa o delle dichiarazioni ufficiali. Soprattutto amava il suo mestiere. Non era, per capirci, un ”giornalista impiegato”.</p>
<p>Il torto più grosso che si poteva fare ad una persona così era di associare la sua morte a fatti miserevoli di donne o di omosessualità, come se non potesse un ”abusivo”, un giovane ed inesperto giornalista, dare fastidio ai calibri da novanta della camorra.</p>
<p>Troppi anni, dodici, e due pentiti ci sono voluti per avere una verità giudiziaria che fa acqua. Perché tanti mesi dalla ”condanna a morte” all’esecuzione? Perché gli scritti di Giancarlo sull’inchiesta che stava svolgendo sui fondi del terremoto dell’80 non si sono trovati? Perché si è voluto insistere a senso unico su Giorgio Rubolino, presunto killer di Siani, tenendolo in carcere mesi, quando anche il più sprovveduto, conoscendolo, lo avrebbe certo considerato un millantatore, un fanfarone dalla viva e fertile intelligenza, ma non uno spietato e sanguinario giustiziere?</p>
<p>Marco Risi ha provato a dare una spiegazione all’omicidio Siani. Speriamo che qualche cronista, magari abusivo, della tempra e serenità di Gianfranco possa fare meglio: riuscire a dare una risposta ai tanti interrogativi che restano ancora.</p>
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		<title>La lotta di solidarietà</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Calabria Ora &#8211; di Domenico Logozzo)
«La mia è una lotta di solidarietà, che combatto per gli ideali di mio padre: la verità e la giustizia». Queste parole pronunciate da Rosanna Scopelliti in un’intervista a “La bellezza contro le mafie” su Radio1 Rai, rappresentano un serio e concreto richiamo al rispetto delle vittime della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">Calabria Ora</a> &#8211; di Domenico Logozzo)</p>
<div id="attachment_1570" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1570" title="fondazione-antonio-scopelliti" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/fondazione-antonio-scopelliti-300x154.png" alt="Fondazione Antonio Scopelliti" width="300" height="154" /><p class="wp-caption-text">Fondazione Antonio Scopelliti (www.fondazionescopelliti.it)</p></div>
<p>«<em>La mia è una lotta di solidarietà, che combatto per gli ideali di mio padre: la verità e la giustizia</em>». Queste parole pronunciate da <strong>Rosanna Scopelliti</strong> in un’intervista a “<strong>La bellezza contro le mafie</strong>” su Radio1 Rai, rappresentano un serio e concreto richiamo al rispetto delle vittime della mafia, contro tutte le strumentalizzazioni.</p>
<p>La figlia del magistrato barbaramente ucciso il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro da killer spietati che finora sono rimasti impuniti assieme ai mandanti, dà una lezione di legalità e di pulizia morale a chi purtroppo ignora e infanga il sacrificio di gente buona e onesta. Un appello che deve svegliare le coscienze dei calabresi: li deve far riflettere per far sprofondare nei bassifondi della meschinità tutti gli idioti che pensano di ottenere vantaggi spargendo veleni.</p>
<p>«<em>Riuscire a qualcosa, qualunque cosa, è ambizione, sordida ambizione. È logico quindi ricorrere ai più sordidi mezzi</em>», scriveva Cesare Pavese, affermando anche che «come non si pensa al dolore degli altri, si può non pensare al proprio». Rosanna Scopelliti, nella coraggiosa intervista radiofonica, ancora una volta ha saputo tirare fuori l’orgoglio delle radici, la volontà legittima e sacrosanta di vedere sconfitto il male: «<em>Non chiedo giustizia solo per mio padre, ma per tutte le vittime di mafia, per tutte quelle persone che sono state uccise per il loro lavoro, perché hanno avuto il coraggio di denunciare. Sapere chi lo ha ucciso per me è importante, ma credo che lo sia ancora di più per lo Stato: perché per avere la fiducia dei cittadini deve essere capace di garantire per i propri martiri giustizia e verità</em>».</p>
<p>Ricordare è un atto di giustizia. «Ad Antonino Scopelliti, per non dimenticare»: il giudice Nicola Gratteri e il giornalista Antonio Nicaso hanno voluto dedicare il libro “<strong>La malapianta</strong>” a «un servitore dello Stato, che &#8211; afferma la figlia &#8211; nella sua vita ha avuto la sola colpa di profondere nel proprio lavoro quella dignità umana che ogni cittadino è chiamato a far valere orgogliosamente nelle piccole e grandi scelte quotidiane ».</p>
<p>Rosanna Scopelliti sta portando avanti una battaglia coraggiosa. È uscita dal buio della solitudine e del dolore che per anni ha condiviso con la madre, chiede che si faccia luce sull’efferato crimine, che l’ha privata del grande affetto del padre, uomo probo e giusto, che voleva un mondo migliore. La legalità prima di tutto. Senza cedere mai. Rosanna, nel giorno della visita del presidente Napolitano a Reggio Calabria, il 21 gennaio scorso, aveva detto: «<em>Penso a papà come ad un albero d’ulivo: aggrappato solidamente alle sue radici, con la corteccia ruvida e nodosa, ma al tempo stesso semplice, generoso e capace di crescere anche nei terreni più aridi e rocciosi. Un vero ulivo calabrese, pronto a dare frutti anche nelle condizioni più impervie. E questa è la nostra terra</em>». Avevano persino tentato di corromperlo.</p>
<p>Scriveva Pantaleone Sergi su la Repubblica del 10 marzo 1994: «<em>Afferma uno dei pentiti riferendo dell’accordo mafia</em>- ’ndrangheta rivelatogli da un boss: “<em>mi disse che era stato contattato il giudice (Scopelliti, ndr), inizialmente facendogli offerte di danaro anche ingenti, mi parlò di circa 4 o 5 miliardi e successivamente minacciandolo anche telefonicamente. Ma poiché questi non aveva voluto accettare nessuna sollecitazione&#8230; avevano programmato la sua uccisione appena sarebbe sceso in Calabria</em>”.</p>
<p>E così fu. Scopelliti sapeva i rischi che correva. “Per questo processo si può anche morire”, confessò a una giovane amica qualche giorno prima di essere trucidato», scriveva sempre Pantaleone Sergi su la Repubblica del 10 luglio 1994, precisando che «i suoi timori, solo 40 ore prima di essere ammazzato, il magistrato li aveva confidati all’ex moglie. “Mi disse che era molto preoccupato”, ha raccontato la signora Anna Maria Sgrò ai giudici di Reggio, “accennò a cose grosse, grossissime”. Ma con le alte toghe della Cassazione, che ieri hanno testimoniato al processo si era mostrato sempre sereno. Quando l’avvocato generale della Suprema corte, Bartolomeo Lombardi gli disse “Te la senti di fare il maxiprocesso di Palermo?”, lui rispose di sì, tranquillo e cosciente dell’impegno necessario.</p>
<p>E al procuratore generale Vittorio Sgroi non accennò mai a problemi di alcun tipo. L’appello in Cassazione era una partita decisiva per Cosa Nostra. Il primo presidente della Suprema corte, Antonio Brancaccio, non ha escluso che parlando con il ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, siano state espresse preoccupazioni ». Il grande coraggio contro la ferocia della criminalità organizzata. Il sacrificio di Antonino Scopelliti non può cadere nel dimenticatoio. Bene fa la figlia a mantenere vivo il ricordo del magistrato simbolo della legalità. Ideali che rimangono e vanno irrobustiti con l’esempio di rettitudine e moralità. Sempre. Senza compromessi. Il giudice Gratteri, parlando del delitto Scopelliti nel libro “La malapianta”, fa affermazioni molto importanti. Dice: «Fu un omicidio su commissione.</p>
<p>E non venne deciso dalla ’ndrangheta. La ’ndrangheta era in debito con Cosa Nostra che, attraverso i suoi vertici, aveva contribuito a mettere pace tra i clan in guerra, in uno scontro che nella provincia di Reggio Calabria, in meno di quattro anni, aveva causato più di settecento morti. <strong>Scopelliti aveva i tratti del gentiluomo; era una persona perbene, onesta e colta</strong>. Avrebbe dovuto rappresentare l’accusa in Cassazione per il maxiprocesso a Cosa Nostra, l’ultima spiaggia per evitare decine di ergastoli. Ricordo che in una requisitoria aveva sostenuto la necessità di garantire “privilegi particolari e maggiore protezione” ai collaboratori di giustizia. Non era entrata ancora in vigore la legislazione premiale, sul modello del programma americano di protezione dei pentiti». Gratteri è uno dei più convinti sostenitori della necessità di non far cadere il silenzio sull’azione antimafia dell’alto magistrato.</p>
<p>Un timore che, il 17 agosto 1991, il giudice <strong>Giovanni Falcone</strong> aveva espresso chiaramente in un editoriale scritto per La Stampa di Torino: «<em>L’ultimo delitto eccellente – l’uccisione di Antonino Scopelliti – è stato realizzato, come da copione, nella torbida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è l’eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato – e probabilmente lo è – essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere. Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato colpito direttamente il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione</em>».</p>
<p>Falcone concludeva con un auspicio, che è attualissimo: «<em>Si spera che l’ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l’opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l’effettivo impegno antimafia del governo</em>». Per dare un segno tangibile della volontà di “non dimenticare” Scopelliti, il giudice Gratteri sembra intenzionato a rendersi promotore di una lodevolissima iniziativa: intitolare un tribunale calabrese al servitore dello Stato. Potrebbe essere quello di Locri.</p>
<p>Certamente sarebbe un generoso atto di riconoscenza e sarebbe la più bella risposta alla richiesta rivolta dalla figlia Rosanna al presidente Napolitano: «<strong>Solo per oggi vorrei essere come una Sua nipote e chiedere come regalo di compleanno per il mio papà una piccola promessa: non essere più lasciata sola a combattere una battaglia difficile non solo di verità e giustizia, ma di memoria collettiva per un Paese che, purtroppo, fa poca fatica a dimenticare. È una preghiera che sento di rivolgerLe anche a nome di tutta quella Calabria onesta, solidale e virtuosa che difficilmente riesce a far parlare di sé. Quella Calabria che, proprio per questo, ha bisogno di essere riconosciuta, incoraggiata e sostenuta dallo Stato, giorno dopo giorno</strong>».</p>
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		<title>Lotta alla mafia: sequestrata l’impresa di calcestruzzo al boss Mariano Agate</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
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		<description><![CDATA[Il boss in carcere per decenni ha continuato a gestire la sua attività. Il suo cemento è entrato nei cantieri pubblici, nessuno degli imprenditori liberi ha mai pensato a fargli concorrenza, lui ha invece continuato a violare il mercato, col monopolio in chiave mafiosa. Mariano Agate adesso ha perduto il controllo della sua impresa. Adesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1567" title="mazara-del-vallo-cemento-fallato" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/mazara-del-vallo-cemento-fallato-300x235.jpg" alt="Mazara del Vallo, cemento fallato" width="300" height="235" />Il boss in carcere per decenni ha continuato a gestire la sua attività. Il suo cemento è entrato nei cantieri pubblici, nessuno degli imprenditori liberi ha mai pensato a fargli concorrenza, lui ha invece continuato a violare il mercato, col monopolio in chiave mafiosa. Mariano Agate adesso ha perduto il controllo della sua impresa. <strong>Adesso la Calcestruzzi Mazara, l’impresa di calcestruzzo di proprietà della «famiglia» Agate, noti esponenti mafiosi, è in mano all’amministratore giudiziario</strong>.</p>
<p>Dopo i sequestri scattati in sede penale, dapprima con l’ordinanza emessa dalla Dda di Palermo, che ipotizzando l’uso dell’industria ai fini criminali disponeva il sequestro, all’inizio dell’anno e successivamente al sequestro nell’ambito dell’indagine antimafia «Eolo», perchè la sede dell’azienda era stata usata per un paio di «summit» serviti a mettersi d’accordo sulla costruzione del parco eolico di contrada Aquilotta, adesso è stato il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani a strappare dalle mani dei «pericolosi» fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista, le quote dell’impresa (5 mila per ciascuno, complessivamente <strong>206 mila euro</strong> il valore delle 10 mila quote) affidandole ad un amministratore giudiziario. A questo punto la totalità dell’impresa di produzione di calcestruzzo è gestita dallo Stato, che già gestiva le quote (mille per circa 51 mila euro) appartenute all’altro socio, Nino Cuttone, e la Calcestruzzi Mazara si avvia verso la confisca. In provincia di Trapani è l’ennesima impresa che produce cemento che è passata sotto controllo giudiziario. Un lungo elenco di imprese controllate una volta dalla mafia.</p>
<p>La «Calcestruzzi Mazara» è stata sequestrata, è la prova materiale di come mafia e impresa possono costituire un binomio indissolubile. Il provvedimento del Tribunale di Trapani è dello scorso 2 marzo, ad eseguirlo sono stati gli agenti della sezione trapanese della Dia, la direzione investigativa antimafia. La proposta di sequestro risaliva al febbraio scorso, l’aveva firmata il procuratore della Dda di Palermo Francesco Messineo, dentro al faldone erano finite le indagini fatte sul conto dell’impresa e dei suoi titolari, Agate e Cuttone, da parte di Polizia e Guardia di Finanza, che avevano portato la magistratura al primo dei sequestri, a queste si erano aggiunte quelle dei Carabinieri anche per la parte relativa all’indagine sulla costruzione del parco eolico nel mazarese, ed ancora le risultanze investigative della Dia.</p>
<p>Un vero e proprio accerchiamento da parte di investigatori e inquirenti, forze dell’ordine e magistratura, di quello che è stato da sempre il «fortino» del «padrino» Mariano Agate. Un capo mafia indiscusso, «se fosse libero lui non vi sarebbe un Matteo Messina Denaro a capo della mafia trapanese». Dentro l’impianto la «cassa» della «famiglia» mafiosa secondo gli investigatori, e poi quegli uffici sono stati usati per riunioni segrete della cosca, all’interno della Calcestruzzi Mazara sono stati commessi due delitti ed ancora la Calcestruzzi Mazara unica impresa di produzione di cemento della zona puntualmente riusciva ad entrare in tutti i cantieri quando i «don» non riuscivano a fare intestare a imprese loro vicine i relativi lavori pubblici.</p>
<p>Da qui l’idea che fosse una sorta di «fortino» mafioso, adesso è stato espugnato. Gli stessi giudici delle misure di prevenzione ricordano che già altre richieste di sequestro erano finite nel nulla proprio perchè la gestione dell’impresa era tale da riuscire a coprire le malefatte che all’interno si nascondevano. Tutto questo però fino a quando con le «intercettazioni» non si sono raccolti elementi mai comparsi prima: come per esempio per telefono ad un imprenditore agrigentino, tale Rizzo, gli si dà l’ordine di rivolgersi alla Calcestruzzi Mazara per un appalto pubblico appena aggiudicatosi a Mazara.</p>
<p>Oppure quando gli investigatori hanno potuto ascoltare un colloquio tra Nino Cuttone e l’imprenditore, da poco riarrestato, Matteo Tamburello (quello che minacciò gli imprenditori del parco eolico di contrada Aquilotta che senza il suo assenso non poteva essere “piantato” alcun palo). Tamburello ufficialmente non aveva interessi nella Calcestruzzi Mazara, ma essendo «parte» della «famiglia» mafiosa con Cuttone parla di soldi da spartire provenienti da quella impresa: «<em>Vistu chi voi u cuntu di soldi, al 50 per cento li vogghiu, almeno se dumani succeri na nsalata almeno mi pigghiai a metà e va fa nculu</em>». In sostanza la richiesta di avere i conti dell’azienda e di averne liquidati almeno il 50 per cento, così se succede qualcosa resta quello che si è riuscito a prendere, e infine il “va fan culo” in chiare lettere siciliane che di solito si dedica a chi si occupa di criminali soprattutto quando si riesce a far beffa di loro.</p>
<p>I destinatari del provvedimento di sequestro odierno sono i fratelli Mariano e Giovan Battista Agate, 71 e 68 anni, tutti e due, annotano i giudici delle misure di prevenzione, «sono pienamente inseriti nella cosca mafiosa mazarese, ricoprendo un ruolo di vertice».<br />
Prima dell’odierna richiesta di sequestro ce ne erano state altre, una risalente al 1984 (proposta dalla Procura di Marsala), ma allora i giudici del Tribunale quasi sostennero che su Mariano Agate non c’erano prove certe sulla sua pericolosità, ma nel frattempo il suo nome saltava fuori dalle indagini sulla «Stella d’oriente» (società di export e import che serviva a nascondere canali di riciclaggio), dalle inchiesta sulla massoneria deviata di Trapani, anni dopo ancora si scopriva che negli anni ’80 Agate era colui il quale dava ospitalità a Mazara al capo dei capi, Totò Riina.</p>
<p>Nel 1995 fu avanzata nuova richiesta di sequestro della Calcestruzzi Mazara, ma allora non andò avanti, osservano gli odierni giudici, per una anomala conduzione della relativa perizia. L’ultimo provvedimento è stato accolto invece sulla base di prove ritenuti schiaccianti sull’uso di capitali e sulla relativa provenienza di questi soldi («capitali illeciti») nonchè per avere accertato che la società, come bilancio e come sede logistica, è stata usata «per il perseguimento di fini delittuosi». Il Tribunale ha annotato in sentenza come i «bilanci» possono apparire «corretti», ma la loro correttezza è all’interno di un «sistema criminale». È la nuova mafia, che riesce a fare apparire come lecito ciò che è profondamente illecito, la mafia che rende legale ciò che non lo è grazie alle infiltrazioni.</p>
<p><strong>La famiglia Agate.</strong> Percorrendo la circonvallazione è possibile scorgere all’ingresso di Mazara del Vallo due grossi silos, sono quelli dell’azienda di produzione di calcestruzzi appartenente alla famiglia Agate. Cognome «pesante» in città, il principale protagonista è Mariano, capo mafia in assoluto, il suo nome è comparso in tante indagini sulla mafia siciliana,  precise inchieste hanno dimostrato che per lui fare uscire messaggi dalla cella non è stato quasi mai un problema, anzi un giornò mandò i ringraziamenti a chi si interessava a far cambiare la legge sul 41 bis, sul carcere duro. Affianco a lui suo fratello, Giovan Battista, tornato in cella, condannato a 8 anni e 4 mesi nel processo sull’impianto eolico di contrada Aquilotta costruito a suon di «mazzette» e con un «patto» tra imprese e mafia.</p>
<p>Indagato e assolto in diverse indagini è stato invece Epifanio Agate, figlio di Mariano, risulta, con la sorella Vita, dipendente della Calcestruzzi Mazara, per loro stipendio da super manager, 5 mila euro al mese. Forte l’alleanza tra gli Agate e i Messina Denaro. Il delitto Rostagno fu deciso, come racconta il pentito Sinacori, a Castelvetrano, Mariano Agate era infastidito per i servizi del sociologo e dall’aula del Tribunale disse ad un operatore della tv di Mauro di andare a dire «a chiddu ca varva e vestito di bianco che a finissi di riri minchiate».</p>
<p><strong>Il caso del presidente dei revisori dei conti.</strong> Un paio di mesi addietro divenne un «caso» il fatto che la dott. Cinzia Puma fosse presidente del collegio dei revisori della Calcestruzzi Mazara e della Provincia regionale. Un filo che si spezzò con la Puma che rinunziò all’incarico «in casa dei mafiosi» poco prima che arrivasse il primo sequestro. La politica ha deciso di archiviare il caso, “turandosi” il naso.<br />
Il presidente del Collegio dei Revisori dei conti non si è posta mai alcun problema mentre accadeva che tutti e tre i soci proprietari dell’azienda si trovavano per varie vicende, sempre mafiose, in carcere: Mariano sconta ergastoli anche per le stragi, suo fratello e Cuttone travolti dall’affare dell&#8217;eolico: l&#8217;impresa di calcestruzzi è risultata «strumentale» all&#8217;azione mafiosa, qui si sono svolti «summit», presenti il capo dei capi Totò Riina, qui si sono decise le strategie imprenditoriali, i cartelli di imprese si sono spesso ritrovati a concordare le regole per attaccare il libero mercato, fino appunto a discutere delle forniture di cemento per la costruzione di un parco eolico appena fuori Mazara, ma in questa azienda sono state nel tempo decise strategie di morte, qui secondo condanne definitive sono state ammazzate persone. Sono queste circostanze, prima che l&#8217;aspetto finanziario, ad avere portato al sequestro.<br />
<strong>I delitti dentro l’impresa.</strong> Il pentito di Castelvetrano, Francesco Geraci, ha ricordato quando all&#8217;interno dell&#8217;impianto Matteo Messina Denaro gli presentò i boss mazaresi a cominciare da Mariano Agate che tornò ad incontrare quando la mafia pianificò l&#8217;attentato a Roma a Maurizio Costanzo. Fu dalla «Calcestruzzi Mazara» che si mosse il carico di armi con la raccomandazione di Mariano Agate a lui e «agli altri picciotti», «a tenere gli occhi aperti». Una intercettazione svelò anche altro, fu dal racconto sentito pronunciare ad un ex capo dell&#8217;ufficio tecnico del Comune di Mazara, l&#8217;arch. Pino Sucameli, che gli investigatori appresero di un summit con Riina e presente tutto il “gotha” mafioso siciliano e delle varie famiglie trapanesi: «Qui &#8211; disse Sucameli parlando con un altro uomo d&#8217;onore -  alla Calcestruzzi… c&#8217;era tutta mezza Sicilia&#8230; c&#8217;era Totò Riina».</p>
<p>Tifavano per Amnesty internazionale. Nello spazio sul web che pubblicizza le formidabili capacità della «Calcestruzzi Mazara» c&#8217;è anche un link che fa pubblicità ad «Amnesty International» e alla difesa dei diritti dell&#8217;uomo. Forse troppo per una impresa che è stata usata per attirare in tranelli persone poi uccise o per tenere riunioni di mafia per ordinare stragi.</p>
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		<title>Pizzolungo, Trapani. Margherita Asta ricorda la strage del 2 aprile 1985</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[2 aprile 1985, a Trapani un’autobomba della mafia uccide una madre e i suoi due figli gemelli di sei anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo. L’ex giudice oggi riceverà la cittadinanza onoraria.

Ci sono persone semplici alle quali la storia tragica di questo Paese, quella fatta di mafie e stragi impunite, ha inferto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1537" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><em><em><img class="size-medium wp-image-1537" title="partimmo-con-i-padri-Ida-Gallo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/partimmo-con-i-padri-Ida-Gallo-300x300.jpg" alt="Partimmo con i padri (Ida Gallo)" width="300" height="300" /></em></em><p class="wp-caption-text">Partimmo con i padri (Ida Gallo)</p></div>
<p><em>2 aprile 1985, a Trapani un’autobomba della mafia uccide una madre e i suoi due figli gemelli di sei anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo. L’ex giudice oggi riceverà la cittadinanza onoraria.<br />
</em></p>
<p>Ci sono persone semplici alle quali la storia tragica di questo Paese, quella fatta di mafie e stragi impunite, ha inferto ferite terribili. Margherita Asta è una di queste. Oggi è una giovane donna dal volto solare. Vive a Trapani. Parla e non spreca mai le parole, ma riesce a metterti in imbarazzo quando alla fine della conversazione ti dice che «dopo l’uragano esce sempre il sole. Bisogna sperare perché la battaglia è ancora lunga».</p>
<p>Il 2 aprile del 1985, Margherita ha poco più di dieci anni. Alle otto del mattino la sua casa è invasa dall’allegra confusione di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Margherita rischia di far tardi a scuola e l’accompagna una vicina. I gemelli usciranno invece con l’utilitaria della mamma Barbara.</p>
<p>Sono le 8 e mezza quando due macchine vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo è avellinese ma viene da Trento. Lì ha indagato su un traffico di morfina base proveniente dalla Turchia e destinata alle cosche della mafia siciliana specializzate nella produzione dell’eroina, «la bianculidda».</p>
<p>La droga lavorata dalla Sicilia viene spedita aMilano, da qui agli Stati Uniti. Un grande business.Ufiume di danaro che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Palermo mette le mani su tutto questo, tocca santuari importanti, viene processato dal Csm. Un importante leader politico, Bettino Craxi, si augura che venga condannato.</p>
<p>Da Trento, il giudice decide di farsi trasferire a Trapani. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sono da poco passate le otto e mezza quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Carlo Palermo è nella città siciliana da cinquanta giorni e ha già collezionato una serie di minacce. Gli agenti dela scorta sono nervosi &#8211; due anni prima a Trapani era stato ucciso un altro magistrato, Giacomo Ciaccio Montalto, anche lui indagava su mafia e sistemi di potere &#8211; non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano.</p>
<p>La sorpassano.</p>
<p>Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno.</p>
<p>La macchina della famiglia Asta viene investita in pieno, fa da scudo all’auto che porta il magistrato. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti. Una macchia rossa al quarto piano di un palazzo, pezzi di corpi sparsi. Anche Margherita si salva: è passata in quello stesso punto un quarto d’ora prima.</p>
<p>«Da allora sono stata catapultata nel mondo degli adulti. Avevo dieci anni e mezzo, mi impedivano di vedere la tv con le immagini della strage, ma leggevo i giornali di nascosto. Parlavano di mafia, di droga, di miliardi di lire calcolati a migliaia, di magistrati e poliziotti da ammazzare.</p>
<p>Vedevo le foto del giudice Palermo nel suo lettino di ospedale, il suo volto scavato e mi chiedevo perché. Perché mia madre, i miei fratellini, cosa c’entravano loro con questa guerra? Ricordo miopadre e le parole che non ci siamo mai dette. E ho tanti rimpianti. Voleva proteggermi dal dolore e solo una volta mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Noi abbiamo una piaga dentro che ci porteremo per tutta la vita”.</p>
<p>Nel 2003 chiesi a un pmdi farmi vedere le foto dei resti della macchina di mia madre e dei gemellini. Sono stata male per giorni. Bestie, cosa avevano fatto! Oggi la mafia non uccide più,ma è cambiato poco, le mafie ti negano i diritti più elementari. Dove comandano loro anche il diritto a una vita normale è compromesso. Ricordo che nel 2006 rilasciai una intervista a “La Stampa” e quando mi chiesero se avessi voluto incontrare il giudice Carlo Palermo io risposi di sì. Don Luigi Ciotti organizzò tutto, ci vedemmo, ci stringemmo a lungo la mano e parlammo tanto. Le nostre vite erano state devastate dalla mafia, lui mi parlò dei suoi sensi di colpa e di quella lacerazione che si porterà dentro per tutta la vita. Ci consolammo a vicenda.</p>
<p>Quando accadono le stragi i familiari delle vittime ricevono tanta solidarietà, poi vengono lasciati soli. È un fatto privato, pensa la gente. L’anno scorso il senatore D’Alì disse che la mafia serve a quell’antimafia che genera posti di lavoro. C’erano le elezioni e a Trapani non sta bene parlare di mafia e affari in campagna elettorale. Cosa è cambiato? Poco, non uccidono più perché non è più necessario. La mafia tiene in ostaggio l’Italia. Ma esce il sole, dopo l’uragano esce sempre il sole».</p>
<p>Il 2 aprile la strage di Pizzolungo verrà ricordata con una fiaccolata e un dibattito.</p>
<p><strong>Il Comune di Erice conferirà la cittadinanza onoraria al giudice Carlo Palermo. Margherita Asta ci sarà col suo carico di dolore e di speranza.</strong></p>
<p>(Tratto da l’Unità del 2 aprile 2009)</p>
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		<title>Germania, Monaco di Baviera. 11 arrestati presunti affiliati della ‘Ndrangheta</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 13:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Espr3ssioni &#8211; di Andrea G. Cammarata)
A circa un mese e mezzo dall’arresto dei presunti assassini della strage di Duisburg, dove persero la vita sei giovani italiani, in Germania si torna a parlare di ‘Ndrangheta. Sono undici gli arresti confermati dalla polizia tedesca, che ieri mattina ha dato corso a una operazione contro un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://espr3ssioni.wordpress.com/2010/03/30/germania-monaco-di-baviera-11-arrestati-presunti-affiliati-della-ndrangheta/" target="_blank">Espr3ssioni</a> &#8211; di Andrea G. Cammarata)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1517" title="duisburg" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/duisburg-300x205.jpg" alt="Duisburg strage ndrangheta" width="300" height="205" />A circa un mese e mezzo dall’arresto dei presunti assassini della strage di Duisburg, dove persero la vita sei giovani italiani, in Germania si torna a parlare di ‘Ndrangheta. Sono <strong>undici gli arresti confermati dalla polizia tedesca</strong>, che ieri mattina ha dato corso a una operazione contro un traffico internazionale di cocaina fra l’Italia e la Baviera, eseguendo, a Monaco, un sequestro di parecchi chili di polvere bianca.</p>
<p>Gli arrestati, presunti affiliati alla mafia calabrese, stando a quanto riferiscono gli agenti di Inglostadt, sono quindi 11,<strong> fra i 22 e i 54 anni</strong>, ma il numero degli indagati ammonterebbe a 18.</p>
<p>Le forze dell’ordine durante il blitz hanno effettuato 75 perquisizioni domiciliari presso uffici, appartamenti e presso varie attività imprenditoriali come pizzerie, bar e pub.</p>
<p>Il traffico di cocaina, secondo gli inquirenti, era costante e mirava a rifornire l’intera area di Monaco di Baviera. Stando alle informazioni delle forze dell’ordine di Brescia, dove è già aperta un’inchiesta parallela a quella tedesca, il traffico internazionale sarebbe partito proprio dalla città del nord-Italia, dove i corrieri calabresi avrebbero avuto una base.</p>
<p>Con questa notizia di nuovi arresti di ‘Ndrangheta, in Germania, grazie alla cronaca giornalistica si ridesta lo stato d’allerta e, al contempo, tutte le volte, giunge forte un sospiro di sollievo, ma questo non sembra sufficiente, la storia insegna che le vittime di mafia non si scongiurano solo con gli arresti o con la cronaca, e nemmeno così si sconfiggono quegli strani fenomeni che, sempre più, prendono piede un po’ ovunque, parlando di omertà, divenuta ormai anche settentrionale, e di lassismo delle leggi antimafia.</p>
<p><strong>C’è altro che bisogna conquistare: la consapevolezza, la dignità dei rapporti, e il sano sospetto.</strong></p>
<p>L’affermazione di etica si calza come un cappello sull’incoscienza del popolo tedesco, che, a fronte dell’aumentare dell’infiltrazione mafiosa nel suo paese, nega. Insomma si beve un’ottima birra. Recentemente il governo tedesco, per esempio, ha negato l’esistenza della ‘Ndrangheta in Germania. Anche la strage di Duisburg è stata solo un brutto ricordo cancellato via. Ma <strong>Petra Reski</strong>, giornalista tedesca di mafia, in una sua recente intervista, spiega chiaramente quanto il timore di un’infiltrazione mafiosa nella moderna e pulitissima Germania, sia diventato un’autentica realtà sempre più palpabile.</p>
<p>Negarlo, come fanno anche alcuni capi di polizia in Italia (a riguardo della presenza mafiosa nel nord Italia), non basta. La ‘Ndrangheta è la mafia più potente al mondo, lo confermano un recente rapporto dell’amministrazione Obama e la svariata letteratura di stimati autori in criminologia, essa ha basi operative in tutto il mondo.</p>
<p><strong>A dispetto della mafia siciliana, oramai pesantemente indebolita, gode di un vastissimo potere finanziario</strong>, che ne cela, per un’astuta scelta criminale, quello sanguinario. È proprio come racconta la Reski, la mafia calabrese ama muoversi nel silenzio, a passi felpati, appare pulita come lo è la Germania, e s’inserisce nei mercati internazionali più insospettabili, magari sfruttando il cambio delle valute per ripulire il denaro nei paesi dell’Est, e andando negli Stati dove non vige alcuna legislazione antimafia,come in Germania, dove le intercettazioni non esistono e nemmeno esiste il reato di associazione di stampo mafioso.</p>
<p>Fino a quando, tramite legami di parentela strettissimi o riti di affiliazione simil-massonici, essa s’inserisce nel territorio anche militarmente, come lo vuole il caso di Duisburg, o controllando il mercato degli stupefacenti come a Monaco, e comincia a investire e riciclare denaro di provenienza illecita. Lo fa, con parvenza integralmente legale, in alberghi, ristoranti, pub, e senza destare nessuna allerta, perché glielo permette sempre la legislazione tedesca, la quale non è tenuta a sospettare sui metodi di pagamento atipici -in denaro contante- tramite cui avvengono gli acquisti milionari di immobili, operati dalla criminalità organizzata. E, talvolta, capita che dietro questa abilità finanziaria qualcosa vada storto, e che ‘Ndrangheta esploda in tutta la sua rabbia omicida.</p>
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		<title>Mafia. Il botto di Pizzolungo 25 anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 14:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “Non ti scordar di me” indette dal Comune di Erice per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.
Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1480" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1480" title="barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice-300x198.jpg" alt="Strage di Erice" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Strage di Erice. L&#39;automobile di Barbara, Salvatore e Giuseppe Rizzo</p></div>
<p>Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “<strong>Non ti scordar di me</strong>” indette dal <strong>Comune di Erice</strong> per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.</p>
<p>Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata su una curva della frazione ericina di Pizzolungo, in un punto poco distante dal mare, faceva strazio di tre povere vittime, una mamma, trentenne, Barbara Rizzo, ed i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di sei anni. L’autobomba esplose mentre quell’auto veniva sorpassata da due automobili, una di queste, una Fiat 132, era quella usata dal sostituto procuratore Carlo Palermo, da poco più di 40 giorni a Trapani, trasferito dopo essere stato allontanato dalla procura trentina dove indagando su traffici di armi e droga aveva scoperto intrallazzi con la politica che portavano all’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi.</p>
<p><strong>Faccenda questa inghiottita dall’oblio</strong> nessuno se ne ricorda più, Ma il filo c’è e nessuno dopo Carlo Palermo è andato più a toccarlo. L’altra auto che percorreva quella strada era una Fiat Ritmo normalissima, non era blindata come l’altra, e a bordo c’erano i poliziotti della scorta che si difendevano usando particolare caschi e corpetti. L’onda d’urto dell’esplosione colpì le due auto del magistrato e della scorta senza provocare morti, ma il grosso di quel “botto” spazzò via l’auto di Barbara Rizzo e con lei gli altri due giovanissimi occupanti. Brandelli dei loro corpi e rottami dell’auto sparsi nell’arco di alcuni metri, una macchia rossa fu trovata in cima ad una vicina villetta, ad una certa altezza da terra, sotto quella macchia una scarpetta, il corpicino di uno dei gemellini era finito fin lassù.</p>
<p>La mafia non uccise <strong>Carlo Palermo</strong> ma ottenne lo stesso il risultato che voleva. Il magistrato nel giro di pochi anni lasciò la magistratura, gli agenti della scorta da quel momento cominciarono a fare i conti con la paura, l’angoscia, alcuni con malanni che li portarono alla morte ugualmente. Il contesto sociale poi con la morte di Barbara e dei suoi figli era avvertito su quello che poteva accadere, mostrò di recepire bene il messaggio il sindaco dell’epoca, il Dc (moroteo) Erasmo Garuccio che sostenne anche davanti ai morti dilaniati dal tritolo mafioso che la mafia non esisteva.</p>
<p>A completare l’opera la memoria che via via si è fatta affievolita, quei morti per 23 anni sono rimasti solo dei loro parenti e dei conoscenti, di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime, nel frattempo colpita da un altro lutto la morte del padre, Nunzio. <strong>Sono occorsi 23 anni e un nuovo sindaco di Erice perché la comunità ha ricominciato a ricordare. E lo farà ancora quest’anno a 25 anni dalla strage. </strong></p>
<p>Quando si racconta questa strage spesso si sente dire che Barbara ed i suoi figli furono uccisi per sbaglio. Vero, gli obiettivi erano altri, un magistrato, e con lui la sua scorta, ma se fossero stati uccisi loro oggi dovremmo dire che loro erano i morti giusti? Non ci sono morti giusti e morti per sbaglio. Ci sono solo morti uccisi dalla crudeltà mafiosa, dalla barbarie di Cosa Nostra, ci sono stragi e attentati partoriti dalle menti contorte, pericolose, criminali e assassine di soggetti che hanno scelto un altro credo, quello mafioso, illiberale, antidemocratico predicato da Cosa Nostra. Che è lo stesso credo sia se porta ad uccidere sia se sovraintende a pilotare gli appalti, a controllare le imprese, se inquina l’economia e la politica, come fa tanto di questi tempi, condizionando lo Stato senza bisogno di sparare nemmeno un colpo.</p>
<p>Uno Stato che però a donne  e uomini, tante donne e tanti uomini, pronti a fare il loro dovere. Ad uno di questi è dedicato il “Non ti scordar di me” del 2010: era un agente di polizia penitenziaria, si chiamava Giuseppe Montalto. Fu ucciso l’antivigilia di Natale del 1995 davanti la casa dei suoi congiunti, una frazione a qualche chilometro da Trapani. I mafiosi lo uccisero perché lui in servizio, lavorava all’Ucciardone, carcere di Palermo, aveva “intercettato” lo scambio di un pizzino tra detenuti. Ma l’ordine di morte nei suoi confronti fu anche pronunciato dall’inappellabile giudizio di Cosa Nostra perché quel delitto doveva essere anche il regalo di Natale da parte dei boss liberi ai detenuti ristretti al 41 bis, al carcere duro.</p>
<p>Il boss libero che lo fece uccidere è lo stesso di quello che oggi comanda la mafia sommersa, quella che fa impresa, produce soldi e non spara, Matteo Messina Denaro, il capo mafia del Belice, capo della mafia trapanese e pronto se si ricostituisce la cupola siciliana a prendere il posto che fu di Badalamenti, Riina, Provenzano. Montalto fu ucciso mentre sedeva in auto, al suo fianco la moglie Liliana, che era incinta e ancora non lo sapeva, sul sedile posteriore c’era Federica, nata da qualche mese. I killer furono precisi a sparare, colpirono solo Montalto. Furono in due a sparare, le indagini hanno portato ad identificarne solo uno, Vito Mazzara, un campione di tiro a volo diventato killer spietato della mafia, oggi all’ergastolo per questo omicidio e indagato perché sospettato di essere stato lui il 26 settembre del 1988 ad uccidere Mauro Rostagno.</p>
<p><strong>A Giuseppe Montalto è dedicata la manifestazione del prossimo 29 marzo</strong>, gli studenti delle scuole ericine invaderanno pacificamente l’aula bunker del carcere di  San Giuliano a Trapani, dove fu celebrato il processo per il delitto di Giuseppe Montalto, presenteranno i loro lavori, video, scritti, poesie, diranno agli adulti come sarà possibile non scordarsi di chi ha dato la vita per la Democrazia e di chi facendo il suo dovere si è trovato suo malgrado ad essere un eroe.</p>
<p>Le manifestazioni continueranno, e <strong>il 2 aprile sarà ufficializzato il bando di concorso con il quale il Comune di Erice sceglierà il miglior progetto</strong> per arredare e attrezzare come parco della memoria l’area di Pizzolungo rimasta disadorna e dove sul punto in cui era posteggiata l’autobomba 24 anni addietro Nunzio Asta con i suoi soldi fece collocare una stele e un bronzo a ricordo dei suoi familiari. Ancora 25  anni non sono stati sufficienti a raggiungere questo traguardo, per le disattenzioni decennali di altre amministrazioni comunali, disattente quasi al punto tale da fare approvare un paio di anni addietro un progetto per realizzare su quel’area una terrazza sul mare, la stele si sarebbe trovata tra ombrelloni e sdraio, tra gazebo e banchi per la vendita di gelati. Il cantiere fu fermato in tempo dall’amministrazione dell’allora neo eletto sindaco Tranchida, i suoi predecessori si erano occupati di altro, una volta l’anno il pensiero era quello di mettere una ghirlanda poggiata sulla stele.</p>
<p><strong>Il 14 aprile il centro sociale di San Giuliano</strong>, rione fatto di case popolari in territorio di Erice, <strong>verrà dedicato a Giuseppe Impastato</strong>, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. Giornalista e esponente politico, oggi si direbbe giornalista fazioso per quel suo schierarsi contro mafia e mafiosi. Forse lo chiamerebbero anche professionista dell’antimafia. Sarà l’occasione per parlare un poco di informazione. A Trapani ma non solo a Trapani se ne parla da tempo ma non cambia nulla. Qui suscita scandalo la frequentazione tra giornalisti e forze dell’ordine, indispone il giornalista che frequenta palazzo di giustizia, non suscita indignazione il giornalista che copre la notizia, che parla e concorda le cose da scrivere con l’imprenditore o il politico colluso, a Trapani ci sono pseudo editori che fanno gli untori.</p>
<p>Qui diventa una controversia personale il fatto che un giornalista possa essere additato come mafioso o si trova a dovere rispondere in tribunale di una maxi richiesta di risarcimento, tutto questo per avere esercitato diritto di cronaca. Non sono controversie personali, è rivendicare il diritto a fare il proprio dovere non solo per se ma per tutti gli altri che hanno scelto questo lavoro. Non ci si può ricordare di Impastato e di Rostagno e degli altri giornalisti uccisi dalla mafia solo per riempire palcoscenici o fare cerimonie. Quel centro sociale dedicato a Impastato sarà un segno importante, in controtendenza a chi a qualche chilometro di distanza ha deciso di intestare una via del porto di Trapani ai “grandi eventi” gli stessi che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco, e speriamo che i magistrati ci riescano davvero, un sistema fatto di collusioni, complicità, criminali e criminose, che ha tolto risorse pubbliche per darle a pochi.</p>
<p>Ultimo passaggio della manifestazioni dedicata al “<strong>Non ti scordar di me</strong>” 2010 ci sarà <strong>il 3 maggio</strong>. Quando Erice incontrerà uno dei più grandi uomini che l’Italia può vantare di avere, <strong>don Luigi Ciotti</strong>. Incontrarlo sarà preziosa occasione. Ascoltarlo sarà importante. L’uomo che contro la mafia agita ogni giorno il “noi”, la coralità, l’impegno. In quella giornata il sindaco di Erice Giacomo Tranchida ha deciso di conferire al capo della Polizia Antonio Manganelli la cittadinanza onoraria di Erice, dopo averla conferita al prefetto Fulvio Sodano, al capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares, all’ex magistrato Carlo Palermo.</p>
<p><strong>Venticinque anni dopo la loro morte non è rimasto più vano il sacrificio di Barbara, Rizzo e Giuseppe</strong>. Ha scrollato le coscienze Margherita Asta e i tanti che lavorano con Libera, non è una passerella fine a se stessa quella di Erice, la finalità è solo a favore della Democrazia, è il popolo che ha gli strumenti per governare lo Stato, Erice dice questo alla gente di ogni dove, e lo dice a chi oggi ci Governa e a chi ci governerà domani.</p>
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		<title>Le bandiere del Popolo Viola</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 10:22:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Francesco Creazzo)
Le bandiere del “Popolo Viola” si scoloriscono e assumono i più disparati colori sotto la pioggia battente che accompagna il “No Mafia Day” nazionale di ieri a Reggio Calabria.
Il maltempo ha pesantemente ridimensionato la partecipazione alla manifestazione, annunciata come oceanica, salvo poi essere snobbata dalle varie organizzazioni di tutto il sud che, evidentemente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Francesco Creazzo)</p>
<div id="attachment_1397" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1397" title="nomafiaday_2_2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/nomafiaday_2_2010-300x200.jpg" alt="No Mafia Day 2010" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">No Mafia Day 2010</p></div>
<p>Le bandiere del “Popolo Viola” si scoloriscono e assumono i più disparati colori sotto la pioggia battente che accompagna il “<strong>No Mafia Day</strong>” nazionale di ieri a Reggio Calabria.</p>
<p>Il maltempo ha pesantemente ridimensionato la partecipazione alla manifestazione, annunciata come oceanica, salvo poi essere snobbata dalle varie organizzazioni di tutto il sud che, evidentemente, hanno preferito rispondere al richiamo della manifestazione romana contro il governo convocata dall’opposizione.</p>
<p>Solo 450 le presenze accertate dalla questura reggina per un corteo che ha preso le mosse attorno alle 16 e 30 dalla stazione per seguire un percorso che, passando dal lungomare, ha portato i partecipanti a riunirsi davanti al palco allestito in piazza Duomo.</p>
<p>Pochi cittadini nelle fila dei manifestanti: la manifestazione, annunciata come apartitica, ha registrato invece la presenza di varie bandiere ma soprattutto di vari esponenti del mondo politico tra cui il vicesindaco della città Giuseppe Raffa che munito di gonfalone, ha sfilato coi manifestanti in virtù dell’adesione del comune di Reggio, accanto a lui lo stendardo della regione rappresentata dall’assessore Michelangelo Tripodi e la provincia con Omar Minniti.</p>
<p>Il corteo è partito con le migliori intenzioni ma di mafia ha parlato poco: tra i cori contro il presidente del consiglio Berlusconi, le esortazioni a tener «fuori la mafia dallo Stato» e le immancabili note di “Bella ciao” ciò che resta è un corteo fortemente politicizzato che non si occupa di fare, salvo una volta, i nomi degli ndranghetisti, nemmeno quando sfila davanti al bar sequestrato negli scorsi mesi alla cosca Lo Giudice.</p>
<p>La contestazione politica si è poi infuocata quando i manifestanti sono transitati accanto al teatro Cilea dove la stessa amministrazione comunale che ha aderito al “No Mafia Day” commemorava la figura di Bettino Craxi in presenza della figlia Stefania e di Vittorio Sgarbi.</p>
<p>Il corteo si è però svolto in maniera pacifica. Molte, come detto, le sigle presenti dietro gli striscioni: le bandiere erano state vietate dagli organizzatori ma la federazione della sinistra e Italia dei Valori sono state sorde all’appello, essendo scese in piazza con simboli, striscioni e stendardi seguiti da militanti ed esponenti politici.</p>
<p>Numerosi i movimenti e le associazioni rappresentate, dai partiti alla rete No Ponte, all’Unione degli Studenti, passando per il Wwf, Legambiente e Libera per arrivare agli “ospiti” giunti da fuori: “Energia Messinese”, il “Popolo Viola” di Bari, i comitati dei precari della scuola e il caratteristico maggiolone dell’Onlus intitolata al commerciante locrese ucciso dalla ndrangheta Gianluca Congiusta.</p>
<p>Attorno alle 18 e 30 il corteo è approdato in piazza Duomo dove, sotto una pioggia incessante, ha aspettato l’inizio dei discorsi dal palco che è avvenuto solo mezz’ora più tardi.</p>
<p>Gli organizzatori, proprio dal palco di piazza Duomo, hanno sollevato una piccola polemica sull’improprio termine utilizzato dalla regione Calabria per designare la propria partecipazione alla manifestazione: “patrocinio”. Lo stesso speaker del “Popolo Viola” ha chiarito che si trattava, di una semplice adesione.</p>
<p>Si è placata così la questione che aveva portato l’associazione nazionale dei familiari delle vittime di mafia a ritirare la propria adesione al “No Mafia Day” per incompatibilità con le vicende giudiziarie del governatore Agazio Loiero.</p>
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		<title>Il 13 marzo tutti a Reggio Calabria per il No Mafia Day</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 13  marzo 2010 vi aspettiamo tutti a Reggio Calabria per il No Mafia Day.

L&#8217;appuntamento è alle ore 15 in Piazza Garibaldi, nei pressi della  Stazione Centrale.
Da lì partirà un corteo che attraverserà il Lungomare  e, risalendo dalle parti del Museo Nazionale della Magna Grecia, il  Corso Garibaldi fino a Piazza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1377" title="no_mafia_day_logo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/no_mafia_day_logo-132x300.jpg" alt="No Mafia Day 2010" width="132" height="300" />Sabato 13  marzo 2010 vi aspettiamo tutti a Reggio Calabria per il No Mafia Day.<br />
</strong></p>
<p>L&#8217;appuntamento è alle ore 15 in Piazza Garibaldi, nei pressi della  Stazione Centrale.</p>
<p>Da lì partirà un corteo che attraverserà il Lungomare  e, risalendo dalle parti del Museo Nazionale della Magna Grecia, il  Corso Garibaldi fino a Piazza Duomo.</p>
<p>In quella sede sarà allestito un  villaggio con stand e gazebo e sul palco si avvicenderanno interventi di  personalità antimafia ed esibizioni di artisti.</p>
<p>È gradito un ulteriore sforzo comunicativo: condividete e commentate il link di  questo evento e il logo del No Mafia Day sulla vostra bacheca, invitate  alla partecipazione tutti i vostri contatti, scrivete del NMD sul vostro  stato di Facebook, mandate sms ed email.</p>
<p><strong>Non lasciamo nulla d&#8217;intentato per dire NO a tutte le mafie!</strong></p>
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		<title>Il sogno americano di Salvatore Totino</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 13:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Domenico Logozzo)
Emigrazione, non sempre vuol dire emarginazione. Quando il merito è premiato. L’America, patria indiscussa della meritocrazia, scopre e valorizza i talenti calabresi, in diversi campi. E domenica notte la scelta è caduta su chi realizza il cinema di qualità. Con intelligenza e genialità. Nel momento del trionfo si afferma la fierezza delle origini, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Domenico Logozzo)</p>
<div id="attachment_1337" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1337" title="salvatore_totino_scott_shepard" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/salvatore_totino_scott_shepard-300x247.jpg" alt="Salvatore Totino" width="300" height="247" /><p class="wp-caption-text">Salvatore Totino (Scott Shepard)</p></div>
<p>Emigrazione, non sempre vuol dire emarginazione. Quando il merito è premiato. L’America, patria indiscussa della meritocrazia, scopre e valorizza i talenti calabresi, in diversi campi. E domenica notte la scelta è caduta su chi realizza il cinema di qualità. Con intelligenza e genialità. Nel momento del trionfo si afferma la fierezza delle origini, come ha fatto Mauro Fiore, nella notte degli Oscar, ritirando il premio al grido: «Viva l’Italia».</p>
<p>Ritornano così alla mente le parole di Corrado Alvaro: «<em>Ricordati di essere artista, soltanto artista, cioè uomo. Così potrai servire il tuo paese e te stesso</em>». Tutto questo riassume esemplarmente un personaggio di straordinario valore artistico e umano come il direttore della fotografia di “Avatar”. Partito dal piccolo comune di Marzi, è arrivato al vertice del cinema mondiale. E questo, diciamolo con fierezza, non è un caso isolato, in una regione che purtroppo continua ad esportare saperi e ottimi cervelli. <strong>È infatti originario di un paese calabrese un altro grande direttore della fotografia, Salvatore Totino</strong>. Oggi i più importanti registi americani se lo contendono.</p>
<p>Tra i lavori più noti: “<strong>Cinderella Man</strong>”, il “<strong>Codice da Vinci</strong>”, “<strong>Frost-Nixon, il duello</strong>” e “<strong>Angeli &amp; Demoni</strong>”. Nato nel 1964 a New York City, nel popoloso Borough di Brooklyn, è figlio di due emigranti di <strong>Gioiosa Jonica</strong>: Gina Candido e Orlando Totino. Mentre a Marzi e in Calabria tutti attendono con ansia e gioia il rientro del “premio Oscar”, Salvatore Totino nella terra di origine è ritornato dopo 34 anni, nel giugno del 2007.</p>
<p>In paese ricordano ancora oggi con commozione la promessa fatta dopo avere rivisto la casa dei genitori, nel centro storico, di fronte al meraviglioso Castello Aragonese: «Giuro che verrò ancora, non aspetterò più che passi tanto tempo. Mi sento di essere tornato a casa. È stata una grande rivelazione per me». Ed è stata soprattutto una grande festa collettiva.</p>
<p>A Gioiosa Jonica e a Gerace, dove ha ottenuto la cittadinanza onoraria dai sindaci dei 42 comuni della Locride. Un figlio della Magna Grecia,che esalta la “culla della cultura italiana”. Grande anche nell’esternare i sentimenti di affetto per la terra da dove sono partiti i genitori: «Onorato delle mie radici», ha detto commosso ai gioiosani. Contro ogni pregiudizio, certo che in questa regione non c’è solo delinquenza, illegalità, barbarie, incultura. C’era è c’è gente buona e giusta. Che lotta con coraggio, ma non deve essere abbandonata alla mercè delle forze antisociali che minano la serena convivenza e attentano alla democrazia.</p>
<p><strong>Un figlio di calabresi</strong> che ha sempre messo davanti a tutto la sua “calabresità”, con un forte senso di affetto e pure di riconoscenza. Senza timori di prevenzioni stupide quanto odiose, che all’inizio del secolo scorso provocarono tante umiliazioni ai nostri poveri emigranti. Vive nella grande Los Angeles, dove oramai è uno dei più apprezzati direttori della fotografia, ma non dimentica mai la sua Gioiosa. È in alto, ma guarda in basso, alle sane radici. Come emerge chiaramente dalle interviste rilasciate in America dopo gli ultimi successi cinematografici.</p>
<p>Leggiamo su un sito internet: «Totino è fiero delle sue origini e dell’educazione ai valori di base calabrese inculcatagli dai genitori ». E poi viene riportata questa significativa riflessione, che è anche una illuminante lezione per chi non riesce a comprendere che alla base di ogni meritato successo c’è sempre un grosso sacrificio: «È importante amare quello che si fa. Io l’ho sempre fatto. E lo faccio tuttora con l’impegno e l’umiltà di sempre. I miei genitori sono arrivati in America ed hanno lavorato veramente sodo per crearsi una vita onesta, dignitosa e migliore. Questo esempio ha forgiato parecchio il mio carattere. Son partito dal nulla, hanno creduto in me. Ed ora voglio rendere il favore mettendomi a disposizione di chi desidera avviarsi nell’attività cinematografica».</p>
<p>Un artista generoso. E questo l’ha confermato anche a Gioiosa Jonica, parlando con i giovani: «Siate sempre seri, studiate, impegnatevi a fondo, scegliete l’obiettivo che desiderate e perseguitelo con ottimismo, senza mai scoraggiarvi, con umiltà, ma senza mai perdere la vostra personalità. Soprattutto vi invito ad osservare tutti i minimi particolari ed apprendere con umiltà da chi vi sta davanti. Partite anche dai lavori più umili, anche se vi offrono lavoro non retribuito per un solo giorno, come è successo a me. Esprimete senza timori le vostre capacità. E se qualcuno ha bisogno di me sono completamente disponibile. Gli altri hanno aiutato me. Io voglio aiutare voi».</p>
<p>E la ricercatrice dell’Università della Calabria, Marcella Giulia Lorenzi, spiega che alla domanda su cosa avrebbe potuto fare per la Calabria, Totino aveva risposto: «Sono molto ottimista che si possa fare qualcosa con gli operatori e le strutture locali e regionali, ma soprattutto penso che si possa fare molto con l’Università della Calabria, ed in particolare con il corso di laurea in Dams, a cui ci tengo molto». A disposizione della sua terra. Per la crescita culturale. Contro il sottosviluppo.</p>
<p>È ripartito con la Calabria nel cuore. Toccanti le sue parole nel momento di riprendere l’aereo per gli Stati Uniti con la moglie, i figli ed i genitori, dopo avere passato cinque intensi giorni in provincia di Reggio, incontrando giovani, studenti, docenti universitari, appassionati di cinema, ai quali ha rivelato tanti segreti, mostrando e commentando passi fondamentali dei suoi maggiori film. Un artista a portata di mano, ansioso di trasferire le sue conoscenze agli altri, senza gelosie o egoismi. Un bel rapporto instaurato con la popolazione. Che si riassume in queste parole molto toccanti e profonde: «Partendo lascio qui una parte di me. Però una parte la porto anche con me. Ed è una cosa che sono felice di portare con me e di possedere. E continuerò ad usarla come ispirazione».</p>
<p>Ecco i sani valori che la Calabria sa trasmettere ai suoi figli. Intelligenze che si impongono all’estero. Emigranti della grande arte che diventano ambasciatori della Calabria dei talenti, contro la malapianta dei malviventi! Artisti che la Calabria non può non onorare così come hanno fatto il comune di Gioiosa Jonica e il Comitato dei sindaci della Locride e come si stanno preparando a fare a Marzi. Salvatore Totino e Maurizio Fiore, fanno parte di quella ampia sfera di italiani protagonisti dello sviluppo e innovativi, in tutti i settori emergenti del “miracolo americano”.</p>
<p>Non emigrano più braccia. Ma cervelli d’Italia sì. E i figli e i nipoti degli emigranti danno oggi impulsi determinanti allo sviluppo degli States. Creativi, forti delle radici culturali, sono moralmente un motivo d’orgoglio per noi ed una risorsa reale per la più grande potenza mondiale! E allora perchè non creare le condizioni per fermare la fuga di cervelli, favorire il ritorno di quelli che si sono formati nelle università italiane ed hanno trovato il giusto appezzamento del loro valore all’estero, dove la meritocrazia è un diritto rispettato e non costantemente mortificato come avviene in Italia? L’interrogativo viene ripetutamente posto. Ma le risposte serie finora sono mancate. Il pessimismo sembra d’obbligo.</p>
<p>E forse aveva proprio ragione Alvaro: «<em>Non si impara mai niente dai nostri errori e dalle nostre tragedie. Ripetiamo sempre i medesimi atti, come la natura e gli animali ripetono sempre le medesime operazioni. Perciò la nostra storia è monotona, come quella delle api, o degli alberi. La nostra non è storia; è biologia</em>».</p>
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		<title>Telebavaglio: contro la censura, la tivù la fa il Fatto Quotidiano</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 12:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Video nella redazione de il Fatto Quotidiano.
Si parla di ricorsi, regole, elezioni regionali, del decreto-salva Pdl e della bocciatura del Tar: insomma, della confusione creata dagli errori procedurali  del partito di Silvio Berlusconi e dal provvedimento d&#8217;urgenza del governo firmato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Ospiti in studio Antonio Di Pietro presidente dell&#8217;Italia dei Valori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Video nella redazione de <strong>il Fatto Quotidiano</strong>.</p>
<p>Si parla di <strong>ricorsi, regole, elezioni regionali, del decreto-salva Pdl e della bocciatura del Tar</strong>: insomma, della confusione creata dagli errori procedurali  del partito di Silvio Berlusconi e dal provvedimento d&#8217;urgenza del governo firmato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.</p>
<p>Ospiti in studio <strong>Antonio Di Pietro</strong> presidente dell&#8217;Italia dei Valori, <strong>Vittorio Macioce</strong> giornalista de il Giornale, <strong>Prof. Mario Segni</strong>, ex europarlamentare e deputato. Conducono <strong>Carlo Tecce</strong> e <strong>Silvia Truzzi</strong>.</p>
<p>Guarda tutte le puntate su <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578" target="_blank">Corto Circuito</a></p>
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		<title>Bari, minacce alla magistrato antimafia. Dovrà avere la scorta</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 11:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno, Puglia &#8211; di Luca Natile)
Bari. Prima l’hanno seguita fino a casa, poi le hanno danneggiato l’automobile che aveva parcheggiato, una manciata di minuti prima, sotto la propria abitazione, in un’area chiusa e virtualmente protetta. Non molto tempo dopo aver commesso lo «sfregio» le hanno telefonato rivolgendole delle minacce e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=315672" target="_blank">La Gazzetta del Mezzogiorno</a>, Puglia &#8211; di Luca Natile)</p>
<div id="attachment_1247" class="wp-caption alignleft" style="width: 251px"><img class="size-medium wp-image-1247" title="lady_justice_tristan_henry_wilson" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/lady_justice_tristan_henry_wilson-241x300.jpg" alt="Lady Justice" width="241" height="300" /><p class="wp-caption-text">Lady Justice (Tristan Henry Wilson)</p></div>
<p><strong>Bari</strong>. Prima l’hanno seguita fino a casa, poi le hanno danneggiato l’automobile che aveva parcheggiato, una manciata di minuti prima, sotto la propria abitazione, in un’area chiusa e virtualmente protetta. Non molto tempo dopo aver commesso lo «sfregio» le hanno telefonato rivolgendole delle minacce e annunciando che le avrebbero fatto trovare un ricordino sulla macchina, una Mercedes, tanto per mettere in chiaro che stavano facendo sul serio.</p>
<p>Vittima della telefonata minatoria e della manomissione un alto magistrato di lunga esperienza e riconosciuta autorevolezza, il <strong>sostituto procuratore generale Angela Tomasicchio</strong>.</p>
<p>Già magistrato antimafia nella Dda di Bari, la Tomasicchio ha firmato alcune delle inchieste più importanti sulla malavita organizzata, portando alla sbarra le famiglie malavitose dei <strong>Diomede</strong>, <strong>Mercante</strong>, <strong>Capriati</strong>, <strong>Strisciuglio</strong>. Nel febbraio del 2009 fu proprio il sostituto procuratore generale Tomasicchio a sostenere la requisitoria di accusa nel processo di appello al clan Capriati, condannato in primo grado a complessivi 4 secoli di reclusione.</p>
<p>In quella circostanza il boss <strong>Antonio Capriati</strong> ironizzò in videoconferenza dal carcere, asserendo: «<em>Dopo che la magistratura mi ha fatto a spezzatino, ora chiedo che mi venga inflitta la pena di morte</em>». Non c’è nulla però che colleghi il boss alle minacce ricevute dalla Tomasicchio, che potrebbero giungere da molte altre fonti. Ci sono indagini in corso. Da quello che si è saputo sarebbe oramai prossima l’assegnazione di una scorta.</p>
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		<title>Fa arrestare i camorristi ora lo trattano da lebbroso</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 11:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Repubblica, Napoli &#8211; di Antonio Corbo)
Frattamaggiore, Corso Durante, il cuore della città benedettina. Nel grigio gentile della boutique risaltano le grandi firme. &#8220;Ciaravolo Moda&#8221; è l’immagine del lusso. In un’ora vuota, la serranda giù, le commesse in pausa, un uomo racconta due vite. Le sue.
«Per 5 anni schiavo. La camorra mi aveva puntato: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/23/fa-arrestare-camorristi-ora-lo-trattano-da.html" target="_blank">Repubblica, Napoli</a> &#8211; di Antonio Corbo)</p>
<div id="attachment_1219" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><img class="size-medium wp-image-1219" title="frattamaggiore_napoli_aislinnwood" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/frattamaggiore_napoli_aislinnwood-300x200.jpg" alt="Frattamaggiore, Napoli" width="300" height="200" /></strong><p class="wp-caption-text">Frattamaggiore, Napoli (Aislinn Wood)</p></div>
<p><strong>Frattamaggiore, Corso Durante</strong>, il cuore della città benedettina. Nel grigio gentile della boutique risaltano le grandi firme. &#8220;Ciaravolo Moda&#8221; è l’immagine del lusso. In un’ora vuota, la serranda giù, le commesse in pausa, un uomo racconta due vite. Le sue.</p>
<p>«<strong>Per 5 anni schiavo</strong>. La camorra mi aveva puntato: ci sapevo fare, come catturare un animale di razza. Ero prigioniero. Dal 2002 mi hanno terrorizzato, picchiato, succhiato soldi e sangue».<br />
E l&#8217;altra? <strong>Andrea Ciaravolo</strong>, 43 anni, tre figli che vede poco, piantato dalla moglie, si svincola nel 2007, primo novembre, giorno di festa per tutti, si liberano anche Frattamaggiore, Crispano, Cardito. <strong>I carabinieri arrestano la banda del terrore, 14 persone, Antonio Cennamo il capo, un nome che dice tutto: &#8220;O Malommo&#8221;.</strong></p>
<p>Seconda vita di Andrea Ciaravolo, ma come va? «L’ho scelta io. Rifiutai protezione, località segreta, altro lavoro. Dissi: resto a Frattamaggiore. Temevo vendette sui miei bambini. Muoio io e non loro, decisi così. Sono un ex schiavo, mi sono ripreso la libertà, lavoro solo per me». Il tono crolla. «Libero. Ma a volte rischio di impazzire. Mi trattano da lebbroso. <strong>La gente mi evita, le banche mi rifiutano</strong>. L&#8217;ultima? L&#8217;assicurazione mi ha restituito i soldi, niente più polizza Rca. Perché sono un soggetto a rischio».</p>
<p>Nel 2002 Ciaravolo ha tre negozi, alta moda. «Arrivano dei personaggi. Prendono abiti di lusso, e dicono: &#8220;Poi ci vediamo&#8221;. Io capisco, gli affari vanno forte, sto zitto». Nel 2003, uno strano furto. A Giugliano. «Un camion in retromarcia sfonda la vetrata. Furto totale della merce, 80 mila euro di danni». È solo l’inizio, salta il primo negozio. Riprende Ciaravolo. «Ho due conti in banca, sono affidato per 100 mila e 150 mila euro. Mi chiamano dopo il furto: &#8220;lei deve rientrare&#8221;.</p>
<p>Le banche capiscono che è cominciato l’inferno e non si fidano più. Mi illudono: &#8220;lei azzeri i conti, avrà un finanziamento più alto&#8221;. Non ho più niente. Trovo soldi in famiglia, fino a litigare con mia moglie e a perderla. Ho azzerato i debiti in banca.</p>
<p>La camorra lo sa e la trappola scatta: viene da me Francesco Luogo con la moglie Anna Maiale. È &#8220;<strong>Francuccio lo sbirro</strong>&#8221; perché faceva il carabiniere, al nord fu arrestato per una rapina con delitto, è uscito dopo dieci anni. Mi offre soldi dicendo che lui 24 ore su 24, giorno e notte, è a disposizione degli amici. Io sono quasi commosso. Gli restituisco i soldi in poco tempo e lo ringrazio. Gli dico che non avrò più bisogno di lui.</p>
<p>Macché, <strong>mi bruciano uno dei due negozi di Frattamaggiore</strong>, al Corso, con tutta la roba: 140 mila euro di danni. Torno. &#8220;Don Franco, mi prestate 100 mila euro?&#8221; Me li dà subito. Quando gli porto i primi 20 mila euro, e dico che ne mancano 80 mila, lui e la moglie ridono. &#8220;Ma che hai capito? Come tu vendi le pezze, io vendo i soldi. Questi sono solo gli interessi&#8221;. È l’inizio della fine».</p>
<p>Ciaravolo accetta le nuove condizioni. Tassi da usura, 4 per cento al mese. Deve guadagnare di più. «Convinco una signora a cedere un ristorante. Il Luxor: 30 mila euro in contanti, altri 70 mila con cambiali da 2.850 euro. &#8220;Francuccio lo sbirro&#8221; passa di notte a prendere parte dell’incasso. Ma una notte arriva un altro, da Sant’Antimo, dice che lavora per il Negus, un boss. Con altri due. Abbassa la serranda e mi chiede le chiavi del locale, dice che deve diventare suo. Mi punta la pistola con il colpo in canna».</p>
<p>Il racconto dal 2006 è un film da incubo. «Mi hanno messo in mezzo. &#8220;Francuccio lo sbirro&#8221; mi chiama nel panificio del nipote con una scusa. Poi minaccia di infilarmi con la testa nel forno e di bruciami vivo. Si va per un accordo dal boss <strong>Antonio Cennamo</strong>. Fa la mediazione. Devo cedere il ristorante. Mi dice: &#8220;Dopo torni come una signorina&#8221;. Cioè, nessuno più mi toccherà». <strong>Nello studio del notaio Farinaro di Aversa è trasferito il Luxor alla &#8220;Pink Hous Cafè srl&#8221;</strong>. Ciaravolo deve fingere di ricevere 80mila euro. Prende, firma e rigira al mittente gli assegni. Poi si accolla altri 20 mila euro per fitti arretrati. Nel 2006, ha già perso due negozi e un ristorante.</p>
<p>Ma nel 2007, ecco un altro: Rocco Fatale disconosce gli accordi presi dal fratello Antonio nel summit in casa Cennamo. «Rocco Fatale mi porta nel cimitero di Crispano. &#8220;Se il Malommo è così grande, ci rimetta lui i soldi. Comando io. Qui ti atterriamo se non paghi&#8221;. Finge di sparare, altri due fingono di calmarlo. Rocco Fatale mi blocca un’altra volta. <strong>Due mi tengono fermo per le braccia e lui mi picchia con il casco</strong>. Sono a terra tramortito e prendo calci in testa».</p>
<p>Il luogotenente <strong>Vincenzo Capoluogo, comandante di Crispano</strong>, riceve una soffiata. Sa che Ciaravolo è ostaggio dei boss. Lo convince a collaborare. <strong>I pm Nunzio Fragliassoe Alfonso D’Avino</strong> sono informati, giorno per giorno. Uno dei camorristi entra nell’ultimo negozio, in Corso Durante, e avverte la commessa in lacrime: «La boutique è nostra, voi lavorerete per me». E dà una scadenza: «Il 31 ottobre farai la fine del tabaccaio di Sant’Antimo morto per 7.500 euro. Pensa che tu devi dare 85mila».</p>
<p>Primo novembre, il blitz: 14 fermi del pm per anticipare i tempi, in carcere tutta la banda. E Ciaravolo? «<strong>Dico grazie a carabinierie pm</strong>. Ma le banche mi rifiutano, chiedo aiuto al ministero dell&#8217;Interno. Ho fatto eliminare un clan, sono cittadino modello, dicono tutti. Ma un imprenditore in crisi. Libero e isolato. Come un lebbroso».</p>
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		<title>Castelvetrano, picchiato in nome del &#8220;padrino&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 18:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>

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		<description><![CDATA[La sua colpa? Raccogliere firme a sostegno agli agricoltori in crisi, ed impegnarsi, non da solo, ma coinvolgendo altri giovani, per la libertà e la democrazia contro la mafia.  Duplice colpa e duplici mazzate.
Siamo a Castelvetrano. In una città che cerca il riscatto dalla mafia per l’opprimente figura dei Messina Denaro e dei loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_1208" class="wp-caption alignleft" style="width: 253px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/matteo_denaro_1113-243x300.jpg" alt="Matteo Messina Denaro" title="matteo_denaro_1113" width="243" height="300" class="size-medium wp-image-1208" /><p class="wp-caption-text">Matteo Messina Denaro</p></div>La sua colpa? Raccogliere firme a sostegno agli agricoltori in crisi, ed impegnarsi, non da solo, ma coinvolgendo altri giovani, per la libertà e la democrazia contro la mafia.  Duplice colpa e duplici mazzate.</p>
<p>Siamo a <strong>Castelvetrano</strong>. In una città che cerca il riscatto dalla mafia per l’opprimente figura dei <strong>Messina Denaro</strong> e dei loro complici non è un bel segnale il fatto che vi sia qualcuno che si prenda la briga di aggredire, come è accaduto sabato scorso, chi cerca un impegno libero, onesto, trasparente, nel nome del «padrino», perché è questo quello che è successo. </p>
<p>È finita bene a Castelvetrano a <strong>Gabriele De Biase</strong> attivista dei giovani comunisti. Quando sabato scorso stava per chiudere il suo banchetto che aveva usato nel pomeriggio, piazzandolo in una strada cittadina, per raccogliere firme, si è visto accerchiato da tre giovani che lo hanno aggredito, malmenandolo e tutti e tre per dire come stavano le cose indossavano delle magliette scure con la scritta «il padrino». </p>
<p>A Castelvetrano «patria» del super boss latitante della mafia Matteo Messina Denaro presentarsi con quelle magliette rischia di non essere una coincidenza. Ma un dannoso esempio di emulazione. E nemmeno tanto casuale.</p>
<p>Il racconto di quanto è successo è detto in un comunicato dei giovani comunisti: «Nel pomeriggio del 27 Febbraio 2010 nella piazza Matteotti di Castelvetrano, mentre i giovani comunisti lavoravano attivamente alla raccolta firme a sostegno degli agricoltori, alcuni ragazzi si avvicinavano al gazebo palesando e mettendo in atto intenzioni aggressive e intolleranti nei confronti del portavoce Gabriele De Biase. </p>
<p>L’episodio dimostra nella sua tipologia non solo la scarsa cultura democratica di alcuni giovani castelvetranesi, che considerata l&#8217;immagine esibita sulla maglietta, ritengono il “padrino” un mito da emulare, ma la carica di violenza nei confronti di una parte sana della città. I gesti provocatori non ci fanno paura, né tanto meno ci fanno arretrare di un passo, continueremo nel nostro lavoro di contrasto alle mafie. Il 13 marzo banchetto, nello stesso luogo, in solidarietà dei Giovani Comunisti di Castelvetrano!».</p>
<p>Il fatto grave è anche un altro e cioè che l’episodio è quasi passato in sordina, come se fosse una diatriba tra giovani, in città, a Castelvetrano, chi accenna a quanto successo lo riconduce ad una disputa tra giovani di estrazione politica diversa, ma tra quei giovani c’è chi è passato alle vie di fatto e chi ha dovuto cercare riparo per non buscarle, tra quei giovani c’è chi indossava magliette dedicate al padrino e chi invece teneva stretti dei fogli con delle firme appena raccolte. Modi di fare opposti. </p>
<p><strong>Non è stata una gazzarra tra ragazzi, è stata pura violenza, gratuita</strong>, di quella forse che serve anche a mandare segnali, come quello di mesi addietro quando nottetempo qualcuno dipinse il volto di Matteo Messina Denaro in uno dei <em>murales</em> disegnati da dei giovani di Libera, l’associazione contro le mafie.</p>
<p>Ai giovani di Castelvetrano, e non solo a quelli aggrediti, ai tanti giovani che hanno scelto nella loro città l’impegno contro la mafia, va detto di non mollare ma di continuare e di lavorare facendo prendere coscienza che oggi c’è una mafia che costretta come è a raschiare il fondo del barile dalla sua parte ha degli idioti come quelli che sabato pomeriggio hanno picchiato Gabriele De Biase.</p>
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		<title>Premio giornalistico Rostagno</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/02/premio-giornalistico-rostagno/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Calatafimi è  oramai diventata la città dei ragazzi che difendono la legalità e sono contro la mafia. Non lo mandano a dire ma lo affermano direttamente guardando in faccia chi sta loro difronte. Sono ragazzi che non hanno mai praticato la cultura del «fingere di non sapere». Il presidio Peppino Impastato di Libera, guidato da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="premio_rostagno" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/premio_rostagno-300x270.jpg" alt="Premio Rostagno" width="300" height="270" />Calatafimi</strong> è  oramai diventata la città dei ragazzi che difendono la legalità e sono contro la mafia. Non lo mandano a dire ma lo affermano direttamente guardando in faccia chi sta loro difronte. Sono ragazzi che non hanno mai praticato la cultura del «fingere di non sapere». Il presidio <strong>Peppino Impastato di Libera, guidato da Vito D’Angelo</strong>, ha fatto buona parte del lavoro di coinvolgimento e di sensibilizzazione e così in giro per il paese si incontrano sempre più numerosi i ragazzi di Libera che indossano le magliette dell’Associazione.</p>
<p>Adesso Calatafimi è qualcosa di più da quando una sera del novembre scorso, quando i poliziotti vennero a snidare in una casa covo del centro storico il boss latitante palermitano Mimmo Raccuglia: <strong>quella sera tantissimi ragazzi si raccolsero sotto quella casa e sbeffeggiarono il latitante applaudendo la Polizia</strong> che lo aveva appena preso. Lo riconosce lo stesso sindaco Nicolò Ferrara che ha intenzione di introdurre in città la giornata della legalità un momento per far festa antimafia, ribadire i valori della democrazia e della libertà, la giornata dovrebbe coincidere esattamente con quella della cattura del latitante Racciglia, il 15 novembre.</p>
<p>Calatafimi quest’anno a maggior ragione ha dunque ospitato per la seconda volta consecutiva il premio giornalistico «<strong>Mauro Rostagno</strong>».</p>
<p>Il concorso vive qui la sua fase conclusiva perchè a farsene carico all’interno del coordinamento provinciale di Libera presieduto da Margherita Asta  è il presidio di Calatafimi, ma visto quello che è successo di positivo è anche giusto che 600 studenti provenienti da tantissime scuole superiori della provincia di Trapani si ritrovino, come si sono ritrovati qui ieri mattina, giovani che hanno stretto le mani di tanti giovani, che si sono «impegnati» in un esercizio di giornalismo, loro interlocutore il capo della squadra Mobile di Trapani <strong>Giuseppe Linares</strong> (l’anno scorso era toccato al procuratore nazionale antimafia <strong>Pietro Grasso</strong>).</p>
<p><strong>Ha vinto l’istituto tecnico Commerciale «Ferrara»</strong> di Mazara, ha colto l’attualità, la tematica dei beni confiscati e il rischio che una loro vendita all’asta li riporti in mani mafiose (questo il giudizio della commissione presieduta dal giornalista Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione ed ex inviato di punta del Tg1 e in ultimo è stato direttore di Rai News 24), ma tutte le scuole non solo quelle finaliste hanno presentato una serie di domande interessanti, «precise e appropriate» ha commentato Morrione.</p>
<p>Il vice questore Linares ha risposto a tutte le domande, e parlando ai giornalisti in erba ha fatto riferimento a chi svolge  questo mestiere, «mi auguro – ha detto – che l’informazione sui giornali risulti adeguata alle vostre conoscenze, riscontrate e reali». Il dato su cui ci si continua a doversi confrontare è infatti, spesso, quello che il lavoro antimafia non venga correttamente raccontato.</p>
<p>«Questo perchè esiste un sistema dove il mafioso non è più quello che è stato “punciutu” – ha spiegato Linares – secondo antichi rituali, ma mafioso lo si diventa assumendo precisi comportamenti. Oggi – ha concluso Linares – abbiamo una reazione della società ferma e sentita davanti ai delitti e alle stragi di mafia, Uguale reazione bisogna mostrare dinanzi a quei fatti di corruzione, appalti pilotati, inquinamento della politica e delle imprese che altrettanto vengono compiute spesso dalle stesse mafiose che hanno ucciso, solo che adesso magari sono diventate mani borghesi».</p>
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		<title>Invictus. Come un paese può cambiare, nel bene, grazie ad un uomo</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 13:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>

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Vi chiederete perché la presentazione di un film su un sito che parla di criminalità organizzata. Sembra lontano e distante ma racconta la storia di un paese che ha vissuto la discriminazione razziale, dove i i diversi erano emarginati ai confini (vi ricordate “ i neri” di Rosarno e la loro cartiera puzzolente?) della vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1060" title="Invictus_Film" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-2-300x180.png" alt="Invictus Film" width="300" height="180" /><br />
<strong>Vi chiederete perché la presentazione di un film su un sito che parla di criminalità organizzata.</strong> Sembra lontano e distante ma racconta la storia di un paese che ha vissuto la discriminazione razziale, dove i i diversi erano emarginati ai confini (vi ricordate “ i neri” di Rosarno e la loro cartiera puzzolente?) della vita e non solo della società. Dove il predominio di pochi aveva annullato la democrazia e la civiltà. </p>
<p>Ecco <strong>questo film dimostra che esiste un momento in cui le persone “riacquistano” il proprio cuore e la propria anima.</strong> È un film che racconta il Sudafrica ma potrebbe anche raccontare noi stessi. Guardatelo con il cuore&#8230;</p>
<p>Trailer del film <strong>Invictus</strong>, tratto dal romanzo <em>The Human Factor: Nelson Mandela and the Game that Changed the World</em> di John Carlin (edito in Italia da Sperling &amp; Kupfer).<br />
La pellicola racconta la lotta del neo presidente Nelson Mandela (Morgan Freeman) contro le paure razziali del suo paese e il suo sogno di integrare bianchi e neri con la partecipazione alla Coppa del Mondo di rugby nel 1995.</p>
<p>Francois Pienaar (Matt Damon), capitano della squadra sudafricana degli Springbock &#8211; bandita dagli anni ‘80 dal campionato a causa delle differenze razziali &#8211; la porterà alla vittoria.</p>
<p>Come un paese può cambiar, nel bene, grazie ad un uomo straordinario.<br />
Voluto e prodotto da Morgan Freeman, regia di Clint Eastwood.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Ko3_XhkHRNk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/Ko3_XhkHRNk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Flaiano, la Calabria, le frane e il voto</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/02/flaiano-la-calabria-le-frane-e-il-voto/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 10:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da CalabriaOra &#8211; di Domenico Logozzo)
Frane e smottamenti: in Calabria è sempre emergenza. Ieri, come oggi. È l&#8217;amara realtà di un territorio interessato quasi totalmente da fenomeni di dissesto idrogeologico. Calamità naturali. Fino a che punto? Si piange ancora sulle disastrose alluvioni del 1952, del 1972-73, del 1996 a Crotone, del 2000 a Soverato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">CalabriaOra</a> &#8211; di Domenico Logozzo)</p>
<div id="attachment_1054" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1054" title="calabria_anno_uno" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/calabria_anno_uno-300x194.jpg" alt="Calabria Anno Uno" width="300" height="194" /><p class="wp-caption-text">La risposta del Movimento Ammazzatecitutti alla campagna di Oliviero Toscani</p></div>
<p>Frane e smottamenti: in Calabria è sempre emergenza. Ieri, come oggi. È l&#8217;amara realtà di un territorio interessato quasi totalmente da fenomeni di dissesto idrogeologico. Calamità naturali. Fino a che punto? Si piange ancora sulle disastrose alluvioni del 1952, del 1972-73, del 1996 a Crotone, del 2000 a Soverato, del 2006 a Vibo Valentia.</p>
<p>E questo per citare solo alcune date-simbolo di tragedie che chiamano in causa non solo la violenza distruttrice delle “forze della natura”, ma anche le responsabilità dell&#8217;uomo, che con interventi scellerati ha inflitto al territorio ferite mortali. Anche sul finire dello scorso mese di gennaio, giornali, telegiornali e agenzie di stampa sono stati costretti ad occuparsi di interi paesi messi in ginocchio da una “maledizione” che si abbatte periodicamente sulla Calabria, definita dallo scrittore Giustino Fortunato “<em>uno sfasciume pendulo sul mare</em>”.<br />
Ma cosa si è fatto per migliorare questa condizione di perenne precarietà. Ogni volta che avviene un disastro, c&#8217;è chi continua ad appellarsi alla fatalità. Alibi che non regge.<br />
Corrado Alvaro, scriveva: ”<em>I calabresi hanno un senso della fatalità; concepiscono la vita sull&#8217;immagine delle loro fiumare che presto o tardi travolgono ogni cosa. &#8216;Piegati, albero, ché passa la piena&#8217;, è un loro motto</em>”.<br />
No, non può e non deve essere così. Dopo ogni disastro puntualmente vengono alla luce assurde storie di dissennata gestione del territorio. L&#8217;azione scellerata dell&#8217;uomo che ha provocato e continua a provocare danni irrimediabili all&#8217;ambiente: incedi dolosi, taglio indiscriminato dei boschi, cementificazione dei corsi d&#8217;acqua, aggressione alle coste.</p>
<p>Questioni antiche, ben conosciute e mai affrontate con la necessaria decisione. Pensate, quasi 40 anni fa, il grande scrittore, sceneggiatore, giornalista ed umorista <strong>Ennio Flaiano</strong> (il 5 marzo sarà ricordato il centenario della sua nascita con una serie di manifestazioni a Pescara ed a Roma), si occupò del problema delle frane in Calabria.<br />
Nel libro “Le ombre bianche” (<em>editore Rizzoli, Milano, 1972, pp. 273</em>) con il quale vinse il Premio Estense, dedicò un capitolo al “Dissesto idrogeologico e al rimboschimento”, riferendosi ad un paese della Calabria.<br />
“Poiché la realtà comincia a superare la satira – scriveva l’autore nella Prefazione – penso che sia tempo di raccogliere queste ‘ombre bianche’: storie brevi, divertimenti e dialoghi; infine occasioni, satire&#8230; Credo che insieme narrino la storia di un ‘io’ che detesta l’inesattezza ed è stato sopraffatto dalla menzogna”.<br />
Flaiano, lo ricordiamo, introdusse nella lingua italiana la nota espressione &#8220;saltare sul carro del vincitore&#8221; e inventò il termine “paparazzo” per definire un fotografo tra gli attori del film “La dolce vita”, girato 50 anni fa a Roma da Federico Fellini, con Anita Ekberg indimenticabile protagonista della famosissima pellicola. E qui ritorna il “rapporto” con la Calabria.<br />
C&#8217;è infatti chi sostiene che “Flaiano leggendo il romanzo di George Gissing “Sulle rive dello Jonio”, s’innamorò di una curiosa figura: <strong>Coriolano Paparazzo</strong>, un cerimonioso albergatore catanzarese. Affascinato “dal suono surreale del prestigioso nome”, lo scrittore, d’accordo con Fellini, lo regalò al suo personaggio”. Altri affermano invece che Flaiano, descrivendo i fotografi, paragonò l&#8217;obiettivo della macchina fotografica all&#8217;apertura e chiusura delle valve delle vongole, &#8220;<strong>paparazze</strong>&#8221; in dialetto abruzzese.</p>
<p>Ma rileggiamola assieme la vicenda calabrese raccontata nel 1972 dall&#8217; incisiva penna di un uomo di cultura che ha lasciato tracce profonde nel mondo della letteratura, del giornalismo e del cinema italiano del Novecento.<br />
L&#8217;ambientazione è in “un paese dell&#8217;Appennino (in Calabria), dove tutti sono in allarme perché da qualche tempo il paese sta franando a valle. Questione di qualche centimetro al mese, di qualche casa che si spacca, di qualche strada che cede. Le piogge, ma soprattutto il taglio indiscriminato dei boschi, che prima facevano corona al paese, sta ora producendo i suoi effetti”.</p>
<p>Flaiano descrive lo stato d&#8217;animo dei cittadini, che cercano di correre ai ripari: ”Un rimedio forse ci sarebbe: rimboschire presto, attivamente. Soltanto dopo si potrà pensare a rimettere in sesto le case pericolanti. Ma chi si accolla la spesa enorme di un rimboschimento così esteso? Il Comune non ha soldi, la Provincia nemmeno, il Governo ha promesso aiuti, ma non manda niente.<br />
Tutta la lotta politica, da qualche anno, si sta svolgendo attorno all&#8217;unico tema del rimboschimento”. Si ripete la vecchia storia, tanto attuale nella Calabria d&#8217;oggi: ”Promesse, promese, promese. I partiti promettono moltissimo. L&#8217;onorevole monarchico accusa i repubblicani, anzi la Repubblica; i comunisti accusano i signori; i signori accusano i contadini che hanno tagliato i boschi per coltivare il grano. Tutti parlano”.</p>
<p>Dunque, chiacchiere, tante chiacchiere. Fatti? Nessuno. A questo punto l&#8217;incisiva satira di Flaiano diventa una proposta. Che nasce da una constatazione di buoni intenti per il bene comune. Viene fuori una singolare ma concreta iniziativa. E questo perché “in paese c&#8217;è qualcuno che pensa seriamente al rimboschimento. Un bel giorno si vede infatti una donna che va a piantar un albero nelle forre della strada di circonvallazione. Il giorno dopo, le piantatrici, sono due, tre, cinque. Nei giorni seguenti vediamo anche qualche uomo. Cosa è successo? Gli alberi piantati sono quasi un centinaio, e il loro numero aumenta ogni giorno, come mai questo nuovo senso negli abitanti?”</p>
<p>Al lettore che legittimamente si pone questi interrogativi lo scrittore abruzzese, che dimostra tanto interesse per la difesa del territorio calabrese, spiega: “La risposta è semplice. Il vecchio parroco, un uomo poverissimo, quando confessa i suoi fedeli invece di dar loro per penitenza qualche preghiera, ha pensato che è più utile impegnarli a piantare alberi. I peccati così serviranno a qualcosa, da ora in poi. Assieme ai bambini che portano i loro teneri arboscelli, vedremo così qualche vecchio signore del luogo portare al trapianto qualche enorme pino o abete. ”Tra qualche anno -dice il parroco- se i miei fedeli seguiteranno a peccare come sempre hanno fatto, il rimboschimento sarà completo”. E il sindaco? Non protesta per quell&#8217;occupazione di suolo pubblico? No, anzi il sindaco va anche lui a piantare il suo alberello senza dare alla cerimonia un carattere ufficiale”.</p>
<p>Geniale Flaiano! L&#8217;esempio positivo del fare, contro la negatività del non fare, del disinteresse per il proprio territorio. È davvero straordinaria la lezione che ci viene dal grande abruzzese: mettere in primo piano il valore dell&#8217;ambiente, evitare ulteriori lutti, bloccare gli scempi che hanno riempito di cemento gran parte delle splendide coste dello Jonio e del Tirreno che tutto il mondo ci invidia.</p>
<p>Ridare al territorio la bellezza originaria non sarà facile. Ma bisogna impegnarsi a farlo, tutti insieme. Un progetto che deve vedere seduti intorno allo stesso tavolo della programmazione e della realizzazione, gli uomini di cultura, i sindacalisti, gli amministratori illuminati, gli ambientalisti, le autorità scolastiche (dalle elementari alle università), gli imprenditori onesti, i giovani che credono nella “nuova Calabria” e soprattutto la Chiesa, che Flaiano ha indicato come “esempio del fare” in una realtà dove ci si attardava (e ancora oggi ci si attarda, purtroppo) in sterili e controproducenti contrapposizioni. Cambierà? L&#8217;ottimismo non può essere negato a chi crede in una svolta seria e reale, sacrificandosi per togliere la Calabria dall&#8217;umiliante condizione in cui si trova oggi. Uno stato di disinteresse e di abbandono che viene dal lontano passato. Bollata come “terra di barbari”, si ricorda ancora l&#8217;episodio crudele di Taurianova, quando la testa della vittima venne fatta rotolare lungo la via più importante del paese.</p>
<p>Responsabilità politiche ce ne sono state, e ci sono, se la Calabria ora si trova così indietro. E a proposito di “incarichi politici”, nel libro di Flaiano del 1972 c&#8217;è un altro passaggio molto pesante: ”<em>Le invasioni dei barbari essendo oggi improbabili, la natura supplisce con le invasioni interne e legali: i Vandali sono all&#8217;edilizia, Attila dirige la riforma agraria, i Goti aspettano di andare al potere. Tutti mirano a distruggere qualcosa perché il barbaro, sempre stupido e impaziente, deve muoversi e fare, altrimenti si annoia</em>”.</p>
<p>Impietoso e anche per molti aspetti assai attuale il ragionamento dello scrittore abruzzese. Un giudizio severo che deve far riflettere i cittadini che nel prossimo mese di marzo saranno chiamati a scegliere i futuri amministratori calabresi. Tanti slogan circolano già. Ma l&#8217;obiettivo reale, di tutti, deve essere chiaro e inequivocabile. Basta con le commistioni pericolose. La Calabria deve essere libera, la legalità deve essere una regola in tutto il territorio. L&#8217;uccisione del vicepresidente della regione, <strong>Francesco Fortugno</strong>, resta una delle pagine più sconvolgenti della vita politica calabrese. Un delitto da non dimenticare. Soprattutto in questi giorni di presentazione delle liste, che non possono e non debbono essere sfiorate dal sospetto di “relazioni pericolose”.</p>
<p>Un voto che dovrà effettivamente segnare il riscatto di una regione che non può essere eternamente penalizzata dalla nefasta influenza dell&#8217;anti-Stato.</p>
<p>La Calabria deve essere guidata e governata con onestà, lungimiranza e rispetto delle regole dello Stato, per creare una serena convivenza civile, contro il malaffare che da troppo tempo terrorizza le persone buone e giuste. Il “vecchio e poverissimo parroco” di Flaiano ha dimostrato con intelligenza e serietà che gli obiettivi positivi si possono ottenere, trasformando il male in bene!<br />
Basta volerlo.</p>
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		<title>Sicilia: la lotta al racket e all’usura e una legge senza fondi</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 10:31:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Rino Giacalone)
Una legge regionale frutto del lavoro della commissione regionale antimafia presentata l’anno scorso con tanto di annunci ed esaltazione, il primo intervento concreto, si disse, per aiutare le vittime del racket e dell’usura, le aziende confiscate per agevolarle nel percorso di rientro nel libero mercato ma anche pur restando confiscate affrontare lo stesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Rino Giacalone)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-856" title="confische_beni_calcestruzzo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/confische_beni_calcestruzzo-300x199.jpg" alt="Confische beni mafia" width="300" height="199" />Una legge regionale frutto del lavoro della commissione regionale antimafia presentata l’anno scorso con tanto di annunci ed esaltazione, il primo intervento concreto, si disse, per aiutare le vittime del racket e dell’usura, le aziende confiscate per agevolarle nel percorso di rientro nel libero mercato ma anche pur restando confiscate affrontare lo stesso mercato. Un anno dopo la scoperta che questa legge è priva di fondi, non può erogare nulla.</p>
<p><span id="more-854"></span><strong>Luigi Miserendino</strong>, amministratore giudiziario di beni confiscati, che è stato a capo della <strong>Calcestruzzi Ericina</strong>, diventando uno dei soggetti che ha permesso la difesa dell’impresa anche dall’attacco dei mafiosi, e che adesso si sta occupando di guidare il passaggio dalla confisca al rientro nel mercato, racconta che proprio andando a cercare notizie su come potere attingere fondi alla Regione grazie a quella norma, ha scoperto che soldi stanziati non ce ne sono.</p>
<p>«L’anno scorso – dice Miserendino – si parlò tanto e vennero illustrate le prospettive di contributi a fondo perduto per fare nuovi investimenti e di mutui a tasso agevolato per le cooperative, norme che ricalcavano proprio la situazione della nostra impresa, ma la previsione è inapplicata».</p>
<p><strong>Come mai? Cosa ha scoperto?</strong><br />
«La sensazione provata con dati alla mano è quella che si tratta di una legge senza soldi, cioè i contributi non possono essere presi da alcuna parte perché non c’è nessun capitolo corrispondente, ma le debbo dire di più ho avuto difficoltà addirittura a trovare l’ufficio della Regione al quale rivolgersi. Una legge che solo sulla carta è rimasta abbastanza buona, ma nessuno ha pensato a mettere dentro anche un solo euro per farla funzionare».</p>
<p><strong>E invece a voi i contributi servirebbero e anche presto?</strong><br />
“Il capitale sociale della cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera non è sufficiente ad affrontare le spese per assumere in affitto l’impianto e farlo ripartire come è nostro desiderio potere fare, quelle norme di legge vengono in nostro aiuto, visto che banche, Ircac, e quant&#8217;altro non possono dare finanziamenti senza garanzie, e la cooperativa dovrebbe cominciare la sua attività imminente. Spero solo che si tratta di carenza di informazioni e che il problema possa essere presto e bene risolto non solo per la Calcestruzzi Ericina Libera ma per tutte le aziende in analoghe situazioni”.</p>
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		<title>Storie di mafiosi, eroi e cacciatori. Il Clandestino intervista Laura Aprati e Enrico Fierro</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 10:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cacciatori Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Casal di Principe]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Fierro]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Aprati]]></category>
		<category><![CDATA[Malitalia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Clandestino &#8211; Intervista di Giovanni Zambito)
La mafia non è più quella delle coppole e delle lupare. Si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Spara sempre meno e fa sempre più affari. Dal Sud ha risalito la penisola e si è radicata al Nord e oltre. Malitalia. Storie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.clandestinoweb.com/number-news/203507-libri-malitalia.storie-di-mafiosi-eroi-e-cacciatori-intervista-a-laura-aprati-ed-enrico-f.html" target="_blank">Il Clandestino</a> &#8211; Intervista di Giovanni Zambito)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-937" title="talking_parlare" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/talking_parlare-300x214.jpg" alt="Talking, parlare" width="300" height="214" />La mafia non è più quella delle coppole e delle lupare. Si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Spara sempre meno e fa sempre più affari. Dal Sud ha risalito la penisola e si è radicata al Nord e oltre. Malitalia. Storie di mafiosi, eroi e &#8220;cacciatori&#8221; (<em>libro+dvd, Rubbettino Editore, pagg. 179, euro 15,00</em>) racconta tutto questo.</p>
<p><strong>Il Clandestino</strong> ne ha intervistato i curatori <strong>Laura Aprati</strong> ed <strong>Enrico Fierro</strong>.</p>
<p>&#8220;Non è un lavoro dedicato ai mafiosi o alle sentenze che li riguardano &#8211; affermano &#8211; ma alle persone che ogni giorno combattono questo male che colpisce soprattutto le regioni della Campania, Calabria e Sicilia ma anche il Nord e i paesi stranieri dove si è infiltrato e mimetizzato&#8221;.</p>
<p><strong>In che cosa Malitalia si distingue da altri volumi sulla mafia?</strong><br />
Di libri tecnici ce ne sono tanti, ma non era nostra intenzione di fare un romanzo per non rendere uno più o meno eroe di altri, fornendo così stereotipi falsi, bensì raccontare la verità, la vita così com&#8217;è. Sono storie di persone spesso dimenticate anche da noi giornalisti: è più facile infatti raccontare un episodio crudo piuttosto che narrare la vita di coloro che non stanno sotto la luce dei riflettori. Le forze dell&#8217;ordine sono al centro delle attenzione solo nel momento dell&#8217;arresto ma nessuno sa come vivono durante le indagini.</p>
<p><strong>Ci potere fare qualche esempio a tal riguardo?</strong><br />
Il capo della &#8216;Catturandi&#8217; di Trapani, che sta cercando Matteo Messina Denaro, l&#8217;ultimo capo di Cosa Nostra, ha rinunciato ad avere figli e poteva fare il commercialista. Il Capo della Mobile, che al liceo aveva fondato un giornalino che parlava contro la mafia, da sei anni vive nell&#8217;alloggio della Questura. I carabinieri dei &#8216;Cacciatori di Calabria&#8217; vivono nel vecchio aeroporto di Vibo Valentia. Uno di loro tornando nella sua terra è stato disconosciuto da molti amici e il figlioletto a scuola viene messo da parte perché il padre è uno sbirro. Insomma scegliere la legge ti rende diverso: è proprio vero che in queste regioni c&#8217;è un regno con due re, dove l&#8217;infiltrato è lo Stato. Queste persone sono come afferma Dacia Maraini dei modelli perché vivono la loro vita dove la normalità è così rara da renderli &#8220;eroi&#8221;.</p>
<p><strong>La mafia ha sempre avuto il dono di sapersi camuffare ed essere flessibile. Il salto di qualità degli ultimi 10-15 anni in che cosa consiste esattamente?</strong><br />
Esiste la terza generazione formata da professionisti come medici e avvocati entrata nella società civile con un volto pulito e tanta disponibilità di denaro da potersi comprare locali, ristoranti e pizzerie nei posti migliori di diverse città. Non sparano più e sono talmente simili a noi che non ci accorgiamo di loro. Il figlio di un capocosca calabrese della famiglia Bellocco (inquisita nelle questioni di Rosarno e degli immigrati) è stato arrestato mentre mangiava tranquillamente in un ristorante al centro di Roma, così come Antonio Pelle è stato preso in un ospedale pubblico mentre si preparava a subire un intervento.</p>
<p><strong>E lo Stato non si accorge di come sia cambiato il sistema mafioso?</strong><br />
Non sempre. Il Codice di Procedura Civile non può comminare una semplice sanzione finanziaria a chi gestisce i subappalti: occorre adeguare gli strumenti per punire i mafiosi. Va bene la confisca dei loro beni ma non bisogna metterli all&#8217;asta. A Casal di Principe nessun cittadino onesto può mai pensare di comprare la villa di Sandokan costruita su imitazione di quella di Scarface. Il sistema giudiziario deve adeguarsi alla nuova forma che la mafia ha assunto.</p>
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		<title>Presentazione Malitalia a Pescara</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 12:54:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pescara, 4 febbraio 2010.
TV6 documenta la presentazione alla libreria Edison di Pescara dell&#8217;inchiesta (libro e dvd) Malitalia, viaggio nella mafia di oggi.
Interviene il Magistrato Nicola Trifuoggi.

Gallery Presentazione Pescara

Video Presentazione Pescara


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pescara, 4 febbraio 2010.</p>
<p><strong>TV6</strong> documenta la presentazione alla libreria Edison di Pescara dell&#8217;inchiesta (libro e dvd) Malitalia, viaggio nella mafia di oggi.<br />
Interviene il Magistrato <strong>Nicola Trifuoggi</strong>.</p>
<p>
<em>Gallery Presentazione Pescara</em><br />

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</p>
<p>
<em>Video Presentazione Pescara</em><br />
</p>
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		<title>L&#8217;inchiesta Malitalia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 14:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.
Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.</p>
<p>Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.</p>
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