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	<title>Malitalia &#187; Matteo Messina Denaro</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Mafia:  indagine su D’Alì, salta fuori un nuovo troncone di inchiesta su Cosa nostra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 20:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9282" href="http://www.malitalia.it/2012/02/mafia-indagine-su-d%e2%80%99ali-salta-fuori-un-nuovo-troncone-di-inchiesta-su-cosa-nostra/dsc_7990-rt-bn-3/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9282" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_7990-rt-bn1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì,</strong> oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data fissata è quella del 28 febbraio.</p>
<p><strong> Si tratta di un secondo rinvio</strong> dovuto a produzione documentale. La stessa cosa era accaduta a dicembre in occasione della prima udienza, ed era stato il pubblico ministero Andrea Tarondo a presentare nuove carte che rappresenterebbero prove di colpevolezza per il parlamentare che siede in Senato sin dal 1994. Nell’udienza odierna la pubblica accusa è tornata a fare una ulteriore produzione di documenti, e cioè un rapporto che si inserisce nell’alveo della cosidetta inchiesta mafia e appalti che in passato ha portato alla condanna di alcuni imprenditori che sono stati riconosciuti fare parte della “cupola mafiosa” di Trapani e alla condanna del “reggente” del mandamento di Trapani, l’imprenditore pacecoto Francesco Pace, che ha avuto inflitta una pena di quasi 20 anni di carcere. <strong>Il secondo filone dell’inchiesta mafia e appalti</strong> ha riguardato la gestione irregolare di beni confiscati alla mafia e per questa ragione è stato condannato un funzionario del Demanio, Francesco Nasca, una corruzione per la costruzione di palazzine in cooperativa a Trapani, condannati ancora Pace e un professionista, nonché è scattata la prescrizione per lo stesso fatto per l’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino, assolto invece dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa. Il terzo filone di mafia e appalti è condensato nel rapporto che oggi è entrato all’interno dell’udienza preliminare per il senatore D’Alì. Praticamente l’accusa è quella che a capo del vertice che avrebbe sovrainteso all’aggiudicazione pilotata di appalti ci sarebbe stato proprio il parlamentare.<strong> Dentro questa inchiesta “pesa” l’avviso di garanzia notificato ad uno dei più grossi imprenditori edili di Trapani, Francesco Morici:</strong> così come le sue imprese, Morici Costruzioni una, Coling l’altra, risultano assegnatarie dei più grossi appalti degli ultimi anni aggiudicati a Trapani, dalla costruzione della Funivia Trapani-Erice, ai lavori per il risanamento di una parte del centro storico e delle mura di tramontana della città, nonché per le nuove banchine portuali che dovevano essere funzionali alle gare di Coppa America del 2005 ma ancora oggi rappresentano una grossa incompiuta, si trattava di un appalto da 40 milioni di euro; allo stesso tempo il nome di Morici è stato ricorrente nei processi per mafia e appalti, un dipendente della Provincia regionale ha raccontato, per esempio, di come Morici pagava mazzette per aggiudicarsi lavori banditi dall’amministrazione provinciale.</p>
<p><strong> La difesa ha anche prodotto documenti giudiziari</strong>: gli atti delle operazioni cosidette Golem, quelle che hanno riguardato i favoreggiatori del super latitante Matteo Messina Denaro e questo per dimostrare che il nome di D’Alì non compare in nessuna delle tantissime pagine dei relativi rapporti. Così come a dire della difesa non può adombrarsi alcun coinvolgimento del senatore D’Alì all’interno del recentissimo sequestro di beni operato ad un condannato per favoreggiamento alla mafia, l’imprenditore Michele Mazzara: in questo caso hanno prodotto il relativo comunicato stampa diffuso dalla questura (che non contiene riferimenti al senatore D’Alì) e la relativa informativa che ha portato il Tribunale al sequestro dei beni, dove il nome di D’Alì compare solo per un presunto interessamento di Mazzara a realizzare un documentario televisivo, ma il documentario non si è mai fatto e comunque non c’è un elemento che porta a dire che i due si siano incontrati, D’Alì anzi sostiene di non conoscere Michele Mazzara che però è certo che tentò di avvicinare il senatore attraverso il suo segretario particolare, il consigliere comunale Totò La Pica.</p>
<p>Oggi come nella precedente udienza il senatore D’Alì era presente in aula ma non ha reso dichiarazioni. I suoi difensori sono gli avvocati Stefano Pellegrino e Gino Bosco.</p>
<p><strong>Il 28 febbraio l’udienza riprenderà</strong>, la difesa del senatore D’Alì ha fatto informalmente riferimento ad una possibile richiesta di rito abbreviato, ma questo passaggio non è stato formalizzato e non è scontato, anche perché il gup per decidere avrebbe anche bisogno del parere del pubblico ministero. Parere che può essere reso solo con l’ufficializzazione della richiesta di rito alternativo.</p>
<p><strong>Nel procedimento si sono costituiti parte civile le associazioni antiracket di Alcamo, Marsala e Mazara e il centro studi di Palermo Pio La Torre, a rappresentarli è l&#8217;avvocato Giuseppe Gandolfo.</strong></p>
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		<title>Storia di una città che non deve vedere</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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La storia da un punto di vista giornalistico non merita che le classiche trenta righe in cronaca. Non è la prima volta che accade. E non sarà l’ultima. C’è una anziana che con la testa non ci sta più tanto bene, è accudita da una badante, c’è un patrimonio non indifferente e un marito che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9270" href="http://www.malitalia.it/2012/02/storia-di-una-citta-che-non-deve-vedere/dsc_7990-rt-bn-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9270" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_7990-rt-bn-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>La storia da un punto di vista giornalistico non merita che le classiche trenta righe in cronaca. Non è la prima volta che accade. E non sarà l’ultima</strong>. C’è una anziana che con la testa non ci sta più tanto bene, è accudita da una badante, c’è un patrimonio non indifferente e un marito che avanti con gli anni pensa al riscatto e finisce con l’invaghirsi, o viene indotto a invaghirsi, di quella badante. Disponibilità però da ricambiare, la donna fa in modo che le proprietà dell’anziana non restino sue e che possano passare dalla sua parte così da farla finita con la vita di stenti condotta. Per fare tutto questo però c’è bisogno delle carte, dei documenti legali, degli atti redatti davanti ad un notaio  che certifichi come l’anziana proprietaria di una serie di beni li ceda a terzi avendone piena consapevolezza. L’anziana è incapace, ma alla fine succede che il notaio non la ritiene tale e così vengono registrati i relativi rogiti. Poi succede che qualcuno denuncia tutto, la  Polizia, in questo caso interviene, e la magistratura ferma tutti e tutto, qualcuno finisce arrestato, qualcun altro viene sospeso, come rispettivamente è successo alla badante e al notaio.</p>
<p><strong>Storie di tutti i giorni</strong>…si può dire come diceva una canzone di tanti anni addietro del cantautore Riccardo Fogli (credo fosse lui)…ma per Trapani che è il luogo dove è successo questo spesso accade che il pubblico ufficiale, l’amministratore, il politico, il cittadino decida in nome di un “quieto vivere” di chiudere gli occhi e far finta di nulla, talvolta questo accade anche in cambio di una “mazzetta” ma spesso perché il sistema applicato prevede il cosidetto “vivi e lascia vivere” senza nemmeno chiedere in cambio un favore.</p>
<p>La storia di questi giorni è questa, ve la si racconta così come l’ha accertata la squadra mobile di Trapani diretta dal vice questore Giovanni Leuci.  Tutto è partito dalla denuncia di alcune persone che avevano visto in un sol colpo dilapidato il patrimonio di una loro anziana congiunta notoriamente oramai incapace di qualsiasi volontà.<strong> I poliziotti rassegnarono le risultanze delle relativi indagini alla Procura, pm Trinchillo e Macchiusi, e per Maria Bevilacqua, 36 anni, pregiudicata trapanese, di professione “badante” scattò l’arresto per circonvenzione di incapace.</strong> La donna arrestata tra aprile e settembre del 2011 era riuscita ad ottenere dall’anziana la cessione di alcuni beni: praticamente all’anziana venivano fatte sottoscrivere procure a vendere in favore del marito (un avvocato in pensione) e attraverso altre persone i titoli di proprietà arrivavano nelle mani della Bevilacqua che rivendeva guadagnandoci. Annotano i poliziotti della Mobile nel loro rapporto: “….i beni venivano alienati a terzi  a prezzi nettamente inferiori al valore di mercato e, in una circostanza, acquistati dalla stessa Bevilacqua, che dopo poco tempo alienava quanto acquistato ad un prezzo  maggiorato, lucrando la differenza”. Le cose ad un certo punto si erano fatte così “pacifiche” nella loro conduzione che sebbene l’anziana non avesse nulla da spendere, puntualmente il suo conto corrente della vittima veniva  “svuotato” e la Bevilacqua provvedeva a comprarsi beni per la propria casa, automobili, cominciando così a cambiare stili e modi di vita (6 immobili, 1 appartamento, 4 locali adibiti ad attività commerciali ed artigianali e 1 garage; 2 conti correnti Bancari e postali; una Porshe; una Citroen Xsara; oggetti aurei del valore di circa 10.000 Euro).</p>
<p>Ovviamente era impossibile che tutto questo venisse fatto in assenza di autorevoli complicità e queste alla fine sono saltate fuori. Il notaio per avere fatto scrivere a quell’anziana procure che mai avrebbe potuto sottoscrivere per la propria incapacità che il pubblico ufficiale si è guardato bene dal considerare, è stato adesso sospeso per due mesi. Non è un personaggio qualsiasi della città, è uno dei più famosi, Gino Attilio Di Vita, 60 anni, indagato per falso ideologico. <strong>Cosa avrebbe fatto il notaio</strong>?. “A  luglio – si legge nell’ordinanza della magistratura &#8211; il notaio si era recato presso l’abitazione di una persona anziana, assolutamente incapace di intendere e di volere per un grave decadimento cognitivo per processo degenerativo del sistema nervoso centrale, attestando falsamente che la stessa dichiarava di nominare suo procuratore speciale il proprio marito su due procure speciali per atto pubblico e relative ad atti di alienazioni immobiliari  successivamente stipulati”. Il notaio Di Vita ha fatto così sottoscrivere “due procure speciali per atto pubblico a vendere” da lui stesso  redatte. La violazione commessa? “Avrebbe avuto l’obbligo di indagare la volontà delle parti e di verificare se le stesse fossero nel pieno delle loro facoltà mentali”. Gli accertamenti medici disposti dalla magistratura hanno dato come risultato la circostanza che “all’epoca dei fatti l’anziana signora non era in grado di capire alcunché, né, tantomeno, di poter esprimere dei pareri o prendere decisioni riguardo la gestione del proprio patrimonio immobiliare”.</p>
<p>Insomma il notaio ha chiuso gli occhi invece di aprirli, riteneva di fare un favore al marito della donna, ma favori in questo mestiere non se ne possono fare.</p>
<p><strong>Chiudere gli occhi fa parte della tradizione trapanese</strong>, magari si vede la pagliuzza negli occhi degli altri e non si vede la trave che c’è nei propri; può capitare che si passi davanti a palazzine in costruzione e ci si complimenta con l’amico di sempre per le proprietà realizzate e che però sulla carta appartengono ad un altro imprenditore, e non si perde tempo a chiedersi come mai l’amico, <strong>tale Michele Mazzara</strong>, di professione agricoltore, 15 mila euro di guadagno l’anno, ma proprietario di beni per 25 milioni di euro, abbia bisogno di un prestanome, ma forse la risposta il tizio (nel caso specifico l’ex onorevole Giuseppe Maurici) la si conosce e così si evita di porre la domanda; <strong>a Trapani accade</strong> che un famoso parlamentare regionale, tale Bartolo Pellegrino (assolto da concorso esterno in associazione mafiosa, prescritto per il reato di corruzione) prende un giorno posizione contro le case in cooperativa costruite in terreni privi di destinazione d’uso edificabile e però facendo su e giù da Palermo e percorrendo sempre la stessa strada non si accorge che nel frattempo proprio a ridosso della strada percorsa, dove una volta c’erano bagli e campagne, proprio laddove secondo lui mai si doveva costruire, si stanno costruendo quattro bei palazzoni, che, guarda caso, è la potente mafia trapanese a fare costruire ;<strong> a Trapani accade che un ex deputato regionale, tale Giuseppe Giammarinaro, “puparo” di Salemi</strong>, la città del sindaco Vittorio Sgarbi, oramai così definita e sottratta per sempre alla sua storia di prima capitale d’Italia, poteva tranquillamente permettersi di spostare un primario da un ospedale all’altro, un medico da un reparto all’altro, solo perché per un paio di anni, tanto tempo addietro, fece il presidente di una Usl, nessun titolo e nessuna competenza eppure stazionava puntualmente davanti l’entrata principale della Asl trapanese dove riceveva tutti, e nessuno, politici, burocrati, si scandalizzava di questo, tranne poi cascare dalle nuvole quando all’on. Giammarinaro sono stati sequestrati beni per milioni e milioni di euro. <strong>Trapani è questa: Trapani è la città che caduto un capo mafia aspetta che se ne faccia uno nuovo, dove il “reggente” nominato da Matteo Messina Denaro</strong> si presenta alla città cenando a base di aragoste e champagne nel locale più in e nella serata più affollata così perché chi deve intendere sappia intendere, in questo caso gli occhi degli altri servono a guardare e capire, e a Trapani si guarda e si capiscono certe cose. Scriveva Primo Levi, se “capire è impossibile, conoscere è meglio”, a Trapani dal più semplice dei casi, il notaio che fa firmare le procure all’incapace, al più complicato, gli affari e le imprese della mafia, spesso è facile capire e per questo si preferisce alla fine non conoscere e che cerca di fare conoscere come stanno le cose passa per untore o peggio ancora per “portavoce”.</p>
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		<title>Appuntamento con il boss/21</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Matteo Messina Denaro, l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss21-2/oittp-mafia-denaro-identikit-3/" rel="attachment wp-att-9226"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-messina-denaro-265x300.jpg" alt="" title="OITTP-MAFIA-DENARO-IDENTIKIT" width="265" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-9226" /></a></p>
<p><strong>Matteo Messina Denaro, </strong>l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).<br />
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che lo cercano. Un gruppo lo ha inseguito per anni proprio da Trapani, adesso il gruppo fa capo a Palermo.Scelte di azione da accettare, anche quando non si condividono. E chissà che Matteo non si sia sentito più forte per questa scelta, che abbia riacquistato un margine sugli uomini che gli stanno alle costole. Ma nessuno ha mai smesso di cercarlo tantomeno quel <strong>“cacciatore” </strong>che ha dedicato il suo lavoro a questa ricerca.<br />
C’è chi la definisce una caccia al tesoro e chi una partita a scacchi.<strong> E’ una partita per la legalit</strong>à, per ridefinire quali sono i confini con l’illegalità. Come quell’imprenditore che per descrivere il perché aveva creato un consorzio, per sfuggire ai soprusi dei mediatori collusi con la mafia, racconta che “il proprio campo deve essere sempre pulito, senza erbacce proprio per segnare la differenza con quello del vicino mafioso”.<br />
Ecco questa è la partita che si gioca: <strong>definire quel confin</strong>e e se scrivere qualche racconto su Matteo, senza avere la pretesa di descriverne completamente la figura né tantomeno avere la presunzione di poterlo prendere senza essere sbirri, può aiutare a segnare quel confine ne siamo contenti.<br />
Grazie di averci seguito e magari torneremo presto a scrivere di Matteo.<br />
La redazione di Malitalia</p>
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		<title>Appuntamento con il boss/19</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 21:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Troppe vite spezzate, troppo dolore ha lasciato dietro di sé Matteo. Perché questo è il suo nome. Né Alessio, né Diabolik,né ‘u siccu.
Matteo.Matteo Messina Denaro figlio di Francesco, campiere e boss. Uno che ha sempre comandato e che è morto da latitante. L’anno trovato, vestito di tutto punto, in campagna disteso e “apparecchiato” come se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss19/scrittemessinadenaro/" rel="attachment wp-att-9205"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/scrittemessinadenaro.jpg" alt="" title="scrittemessinadenaro" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-9205" /></a></p>
<p><strong>Troppe vite spezzate, troppo dolore ha lasciato dietro di sé Matteo. Perché questo è il suo nome. Né Alessio, né Diabolik,né ‘u siccu.</strong><br />
Matteo.Matteo Messina Denaro figlio di Francesco, <strong>campiere e boss</strong>. Uno che ha sempre comandato e che è morto da latitante. L’anno trovato, vestito di tutto punto, in campagna disteso e “apparecchiato” come se fosse già dentro la bara.<br />
Una famiglia, quella dei Messina Denaro, che ha fatto la storia della Sicilia Occidentale. Quella Sicilia misconosciuta ai più. Dove qualcuno, molti anni fa, diceva che “la mafia non esiste” (emulato anni dopo sempre da un servitore dello Stato, questa volta a Milano).<br />
<strong>Quella Sicilia Occidentale dove la massoneria, insieme alla mafia, la fa da padrona</strong> e decide della vita e della morte di chi è gli è più scomodo. Quella Sicilia Occidentale che ha visto morire Mauro Rostagno per volontà di Cosa Nostra perché bisognava eliminarla “la camurria”.<br />
Questo è il terreno di coltura di Matteo, giovane figlio di boss avvezzo alle armi sin da piccolo. Lo stesso Matteo che il Questore <strong>Rino Germanà </strong>incontra, a Castelvetrano, la mattina del 14 settembre 1992 quando la mafia proverà ad ucciderlo. Matteo che si occupa delle stragi del 1993 a Roma e Firenze. Matteo che tiene i contatti con Zio Binnu, Bernardo Provenzano, fino alla sua cattura e che è feroce di rabbia per i pizzini ritrovati nel covo. Lui che fa attenzione  a tutto, che non lascia tracce. Matteo, il pupillo di Totò Riina il capo dei capi. Matteo che adesso è rimasto l’ultimo boss da scovare e arrestare. L’ultimo padrino. La sua faccia con i Ray Ban campeggia su libri, fotografie. La sua sembra la storia di un romanzo ed è invece la storia di un mafioso, di un uomo che ha vissuto sul dolore, sul lutto, l’intimidazione,la violenza e il sangue. <strong>Un uomo che ha scelto questa vita e quindi non può avere nessuna attenuante.</strong></p>
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		<title>Appuntamento con il boss/18</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 21:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessio]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Rino Germanà]]></category>
		<category><![CDATA[Stragi 1993]]></category>

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Il filo di Arianna,lungo e sottile, forse condurrà verso un’uscita. Ma quale? e Alessio ha pensato al momento in cui qualcuno potrebbe stringergli le manette ai polsi?
E questo qualcuno è quell’uomo che lo segue dal momento della sua fuga? Domande, dubbi, dilemmi che girano nella sua testa come in molti di noi. Questa storia avrà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss18/matteoappuntamento/" rel="attachment wp-att-9179"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteoappuntamento.jpg" alt="" title="matteoappuntamento" width="223" height="226" class="alignleft size-full wp-image-9179" /></a></p>
<p><strong>Il filo di Arianna,lungo e sottile, forse condurrà verso un’uscita</strong>. Ma quale? e Alessio ha pensato al momento in cui qualcuno potrebbe stringergli le manette ai polsi?<br />
E questo qualcuno è quell’uomo che lo segue dal momento della sua fuga? Domande, dubbi, dilemmi che girano nella sua testa come in molti di noi. Questa storia avrà mai fine? E quale sarà questa fine?<br />
Intanto c’è chi ha superato le stragi,le  bombe e gli attentati e ancora può raccontare molto. C’è chi non ha mai perso le sue tracce. E continua ad accumulare notizie. <strong>Forse Alessio non ha mai incontrato gli occhi del suo “cacciatore” o forse si. E forse ne conosce lo sguardo e il modo di sentire. Sa che anche lui è solo</strong>. Combatte la sua guerra  e qualche volta pensa di essere stato abbandonato da tutti. Alessio questo non lo pensa mai invece.<br />
La loro è certamente una partita a scacchi. E’ certamente la battaglia del bene contro il male ( e ognuno di loro pensa di essere dalla parte giusta). Dura dal 1993 questa guerra. E ogni colpo inferto al suo patrimonio è un colpo inferto a lui, alla sua latitanza,alle sue ricchezze, al suo onore e al suo potere. Si sente accerchiato ma non ha nessuna intenzione di mollare ma sa che anche l’altra parte non mollerà la presa. Troppo alta la posta, troppo importante arrivare all’obiettivo. Troppi uomini morti ci sono tra Alessio e la Legge. <strong>Troppe vite spezzate, troppo dolore. Per scelta o perché stretto nell’angolo, alla fine dovrà cedere.</strong></p>
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		<title>Diritto di replica</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:42:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[confische]]></category>
		<category><![CDATA[D'Alì]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[COMUNICATO STAMPA
Ricevo incarico da parte dell&#8217;Onorevole Giuseppe Maurici, presidente del
Consorzio Asi di Trapani, di dare diffusione al suo pensiero all&#8217;esito delle
operazioni che hanno condotto al sequestro di numerosi beni nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione
denominata &#8220;panoramic&#8221; eseguita in data odierna ad opera della Polizia di Stato e
della Guardia di Finanza di Trapani a carico dell&#8217;imprenditore Michele Mazzara.
Nonostante nella nota [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COMUNICATO STAMPA</p>
<p>Ricevo incarico da parte dell&#8217;Onorevole Giuseppe Maurici, presidente del<br />
Consorzio Asi di Trapani, di dare diffusione al suo pensiero all&#8217;esito delle<br />
operazioni che hanno condotto al sequestro di numerosi beni nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione<br />
denominata &#8220;panoramic&#8221; eseguita in data odierna ad opera della Polizia di Stato e<br />
della Guardia di Finanza di Trapani a carico dell&#8217;imprenditore Michele Mazzara.<br />
Nonostante nella nota diffusa a margine della conferenza stampa, tenutasi<br />
presso la Questura di Trapani, non si offra agio di riscontrare quanto divulgato da<br />
alcuni organi di informazione (in particolare Corriere.it e Rai) circa pretesi<br />
rapporti di frequentazione del Presidente Maurici con alcune delle persone<br />
interessate dal provvedimento giurisdizionale, lo stesso intende precisare di non avere<br />
mai avuto alcun legame con detti soggetti, nè amicale nè economico nè,<br />
tantomeno, di cointeressenza in vicende illecite. L&#8217;Onorevole Giuseppe Maurici, al quale<br />
mai è stato formalizzato alcun invito a comparire, peraltro, già da tempo ha<br />
palesato alle Autorità di Polizia la propria disponibilità ad essere sentito in<br />
merito a questi stessi fatti, se ciò possa addurre qualche elemento di utilità per<br />
indagini in corso.</p>
<p>Confidando nella Vostra disponibilità alla pubblicazione della presente nota,<br />
spero che alla stessa possa essere attribuita il medesimo rilievo rispetto alle<br />
notizie divulgate in data odierna.</p>
<p>L&#8217;occasione è gradita per inviare cordialità.</p>
<p>Salvatore Longo, avvocato in Trapani.</p>
<p>COMUNICATO STAMPA SEN.D’ALI’<br />
Gentile direttore,</p>
<p>con riferimento ad eventuali note di stampa che dovessero comparire sulla operazione di sequestro di beni effettuata questa mattina a Trapani, ove,  evidentemente al solo fine di enfatizzarne la risonanza mediatica, dovesse essere utilizzato il mio nome, data la mia palese estraneità  di fatto a qualsiasi vicenda alla stessa operazione collegata La invito ad evitare che ciò possa accadere, riservandomi nell&#8217;eventualità ogni utile azione a difesa della mia immagine.<br />
E ciò anche riguardo ad eventuali erronei riferimenti della appartenenza o vicinanza politica al PDL ed a me di persone invece per le quali sono riportati nelle indagini riscontri di contatti con il titolare dei beni oggetto di sequestri e che notoriamente appartengono ad altra formazione politica.<br />
La mia richiesta di cortese attenzione e&#8217; estesa a tutte le forme di diffusione giornalistica, comprese quelle on-line, sulle quali chiedo di porre immediata attenzione, anche ai fini di tempestivi interventi correttivi su quanto già dovesse essere già pubblicato</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rendere anoressiche le risorse di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 19:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[confisca]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[
“A Trapani l’associazione mafiosa non compie attività estorsive che restano specialità di altri mandamenti mafiosi, ma preferisce inserirsi in modo fittizio, con prestanome, o direttamente con soggetti incensurati, nel sistema imprenditoriale ed economico del territorio”. A parlare in questa maniera è Giuseppe Linares, primo dirigente della Polizia di Stato, dirigente della divisione anticrimine della Questura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9096" href="http://www.malitalia.it/2012/01/rendere-anoressiche-le-risorse-di-matteo-messina-denaro/linares/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9096" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/Linares-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>“A Trapani l’associazione mafiosa non compie attività estorsive che restano specialità di altri mandamenti mafiosi, ma preferisce inserirsi in modo fittizio, con prestanome, o direttamente con soggetti incensurati, nel sistema imprenditoriale ed economico del territorio”</strong>. A parlare in questa maniera è Giuseppe Linares, primo dirigente della Polizia di Stato, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani. Questura e Guardia di Finanza questa mattina a Trapani, su ordine del Tribunale per le misure di prevenzione, hanno messo a segno un sequestro da 25 milioni di euro, beni riconducibili ad un imprenditore, Michele Mazzara, 52 anni, originario di Paceco, ufficialmente con un reddito da 15 mila euro. <strong>Dieci anni addietro era un “trebbiatore”, nel 1997 fu arrestato per favoreggiamento a latitanti di Cosa nostra, da allora in poi una incredibile scalata imprenditoriale, tale da permettergli di diventare interlocutore di politici e colletti bianchi. </strong>La sua casa è una villetta nella frazione di Dattilo, una elegante struttura, a pochi metri da questa palazzina in un altro edificio sarebbe stato nascosto il super latitante Matteo Messina Denaro. “Non lo conosco, non so chi sia, non è mio amico” dice Mazzara trovandosi dinanzi poliziotti e finanzieri, mentre esce da un capannone appena di fronte la sua casa, in quel capannone secondo sentenze definitive si sono tenuti summit di mafia e lì fu “punciutu” un medico di Partanna (Belìce), Vincenzo Pandolfo, morto da un paio di anni e che si diede alla macchia per seguire nella latitanza il patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro, morto nel 1998, e l’attuale super ricercato, Matteo Messina Denaro. <strong>Michele Mazzara sarebbe uno dei soggetti che  fa parte di questa rete imprenditoriale che ha scelto di stare dalla parte di Cosa nostra. </strong>“Nonostante la condanna patteggiata, Mazara ha rafforzato la propria posizione in seno all’organigramma mafioso”, dice il questore di Trapani, Carmine Esposito, “l’aggressione ai patrimoni resta una nostra priorità , obiettivo nostro è quello di individuare l’illecito per salvaguardare le attività socio economiche legali, difendendo ogni principio di democrazia. Sono fortemente affianco dei miei uomini che si occupano di togliere i patrimoni illeciti dal mercato”. “Abbiamo dinanzi un soggetto – aggiunge il dott. Linares – che è espressione per noi di quella propaggine imprenditoriale che controlla casseforti occulte”.</p>
<p><strong>Perché non si cattura ancora Matteo Messina Denaro?</strong> “Io spero intanto – risponde il primo dirigente dell’Anticrimine – che presto lo si arresti e si metta fine a questa latitanza, sappiamo di avere davanti un soggetto che non è uguale ad altri latitanti, non partecipa a riunioni, non incontra familiari, non va di persona a compiere estorsioni, non va a prendere il caffè al bar vicino al Tribunale come faceva il latitante Nicchi a Palermo, ha a disposizione un circolo di soggetti che si muovono attorno a lui, come possono essere personaggi che sono usciti dal carcere dopo avere scontato condanne per mafia e che apparentemente sono stati messi da parte, o ancora soggetti insospettabili o che si ritengono tali. Non è un segreto che nei pizzini della corrispondenza tra lui e Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro scriveva che aspettava la scarcerazione di alcuni soggetti”.</p>
<p>Cosa nostra è sommersa, questa rete di complici altrettanto? <strong>“Non direi che le cose stanno così – risponde il dott. Giuseppe Linares – Michele Mazzara nel nostro caso è risultato frequentarsi con politici, altri imprenditori, soggetti che ben sapevano che lui era in realtà il riferimento di alcune attività imprenditoriali, sennò non avrebbero parlato con lui di villette da vendere e comprare, e di affari di diverso genere. Soggetti che ovviamente hanno prestato gioco a questo stato di cose. Mazara era ufficialmente  il dominus di attività che a lui non erano intestate eppure era il referente di chi di volta in volta si approcciava a queste imprese”</strong>. Soggetti importanti che risultano essere stati interlocutori di Mazzara sapendo che c’era lui dietro gli insediamenti edilizia ed alberghieri intestati a prestanome. Tra questi, l’ex deputato regionale di Forza Italia, Giuseppe Maurici, e l’attuale amministratore dell’Ato che si occupa di gestione dei rifiuti nell’hinterland trapanese, ingegnere Salvatore Alestra, che risulta avere curato progettazioni ufficialmente della ditta di Francesco Nicosia (presunto prestanome di Mazzara) ma in effetti concordava ogni cosa con Michele Mazzara. “Il nostro obiettivo – prosegue Linares – <strong>è rendere anoressiche le risorse che servono al latitante Matteo Messina Denaro</strong>, oggi guardiamo all’imprenditoria che opera in modo legale ma a quella che èensa che si possono ottenere vantaggi mettendo Cosa nostra dentro l’impresa, c’è chi pensa ancora oggi che è possibile espandersi sul mercato in questo modo, noi dimostriamo che le cose non vanno proprio in questa maniera”.</p>
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		<title>Mafia: quando Cosa nostra trapanese voleva fare un documentario</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Melodia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinacori]]></category>
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A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota. La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9092" href="http://www.malitalia.it/2012/01/mafia-quando-cosa-nostra-trapanese-voleva-fare-un-documentario/foto/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9092" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p><strong>A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota.</strong> La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, e iol 2 aprile del 1985  a Barbara Rizzo Asta ed ai suoi due gemellini, di sei anni, Giuseppe e Salvatore, straziati da una bomba destinata al magistrato Carlo Palermo, rimasto illeso. Le indagini raccontano altro e continuano a dirci altro. <strong>Intanto c’è il primo dato di fatto, ed è quello che qui si nasconde e comanda il boss dei boss delle famiglie siciliane e cioè il castelvetranese Matteo Messina Denaro, 50 anni, ricercato dal 1993</strong>. Poi le sentenze anche recenti, ci dicono che qui si è insediata la mafia moderna, quella sommersa, quella che non ha chiesto il pizzo ma la quota associativa alle imprese, garantendo commesse facili facili, rapporti privilegiati con politica, burocrazia e banche, quella che non uccide ma che esercita pressioni con altre armi, di tanto in tanto un attentato incendiario, così da fare ricordare quali sono i pericoli per l’eventuale sventurato che vuole fare senza i mammasantissima, qui c’è la mafia dei grossi investimenti, del commercio, che si occupa di turismo.<strong> Qui c’è una organizzazione mafiosa che l’aveva pensata proprio bene: fare accompagnare le affermazioni della mafia battuta con un documentario sulla provincia di Trapani</strong> da pubblicizzare a livello nazionale, così che di Trapani si sarebbe parlato come Cosa nostra desiderava.</p>
<p><strong>E’ questo uno dei risvolti dell’operazione Panoramic, dal nome di un grosso albergo di San Vito Lo Capo, finito oggi sequestrato.</strong> Polizia e Finanza hanno eseguito un maxi provvedimento di sequestro da 30 milioni di euro, immobili e residenze alberghiere, una residenza per anziani, estensioni terriere per 150 ettari, un centinaio di immobili e quasi altrettanto di conti correnti bancari e rapporti intrattenuti dai soggetti intestatari a Trapani e fuori da Trapani.<strong> L&#8217;operazione colpisce Michele Mazzara,</strong> 52 anni, nel 1997 arrestato per favoreggiamento ai latitanti, allora sembrava personaggio di poco conto, ha patteggiato una condanna a 14 mesi per il reato contestato, 11 mesi fu la pena patteggiata dalla moglie, Giuseppa Barone. Di lui a proposito di questa circostanza così disse il pentito di Alcamo, Vincenzo Ferro: “<em>Sono stato inoltre presente, nel febbraio del 96, all’iniziazione di MELODIA Ignazio il dottore avvenuta a DATTILO nella casa nella disponibilità di una persona da me conosciuta come Enzo e che ho poi appreso chiamarsi Michele MAZZARA. Nell’occasione erano presenti: SINACORI e MESSINA DENARO Matteo; vi era inoltre in una stanza attigua anche il dottore PANDOLFO che entrò successivamente e venne anche lui affiliato.</em></p>
<p><em>Ricordo che al momento dell’affiliazione del MELODIA Ignazio, il SINACORI disse che io sarei diventato da quel momento il capo della famiglia di ALCAMO, decapitata a seguito dell’arresto di Antonino MELODIA avvenuto qualche settimana prima; io però feci presente che era opportuno che tale carica venisse affidata al MELODIA Ignazio sia perchè era persona ben conosciuta nel paese in quanto medico, in quanto fratello di Antonino e in quanto titolare di un ufficio pubblico che rilasciava i certificati di abitabilità, sia perchè io non me la sentivo, non essendo mai stato addentro nelle cose dell’associazione”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ne è passata da allora acqua sotto i ponti e Michele Mazzara secondo gli investigatori anziché fare un passo indietro, avrebbe fatto passi in avanti nella organizzazione mafiosa, finendo con l’essere indicato dal collaborante Nino Birrittella, anche lui imprenditore, arrestato nel 2005 e qualche mese dopo diventato collaboratore di giustizia, come uno dei vertici della rete di interessi illeciti della Cosa nostra trapanese. <strong>Tutto quello che di “buono” – si fa per dire – accaduto a Michele Mazzara le indagini lo hanno ricondotto alla politica. E’ stato intercettato a discutere con l’ex deputato regionale di Forza Italia, Giuseppe Maurici, proprio per cercare di trovare finanziamenti per realizzare quel documentario su Trapani, avrebbe tentato di mettersi in contatto con il senatore Antonio D’Alì,</strong> attraverso uno stretto collaboratore di questi, il consigliere comunale Totò La Pica, i poliziotti lo seguirono mentre di volata si fiondava su Palermo, per cercare di bloccare in aeroporto il senatore D’Alì che stava partendo o arrivando da Roma. In rapporti con Mazzara anche un noto professionista anche lui come Mazzara originario di Paceco, l’ing. Salvatore Alestra, presidente dell’Ato Rifiuti di Trapani. I due sono legati, risultano avere lavorato assieme, nelle ultime elezioni amministrative a Paceco sono stati molto attivi, almeno così appare da rapporti investigativi che fanno parte del fascicolo del sequestro disposto dalle misure di prevenzione.</p>
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		<title>Favori a Matteo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Squadra Mobile di Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Virga]]></category>

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25 milioni di euro, 99 beni immobili (con un’estensione di terreni pari a circa 150 ettari),  8 autovetture( tra cui due Suv) ,  17 automezzi agricoli (trattori ed autocarri),  86 tra conti correnti e rapporti bancari di altra natura e 3 società (interi capitali sociali e pertinenti complessi aziendali e alberghieri  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/favori-a-matteo/matteo-estero/" rel="attachment wp-att-9085"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-estero.jpg" alt="" width="254" height="198" class="alignleft size-full wp-image-9085" /></a></p>
<p><strong>25 milioni di euro, 99 beni immobili (con un’estensione di terreni pari a circa 150 ettari),  8 autovetture( tra cui due Suv) ,  17 automezzi agricoli (trattori ed autocarri),  86 tra conti correnti e rapporti bancari di altra natura e 3 società (interi capitali sociali e pertinenti complessi aziendali e alberghieri </strong> (la A.S.A. Srl Azienda Siciliana Alberghiera, esercente l’attività di “alberghi e motel con ristorante” ‘, la NICOSIA Francesco &amp; Vincenzo s.n.c., esercente l’attività di “costruzione di edifici residenziali e non residenziali e la VILLA ESMERALDA di Di Salvo Piacentino  Giuseppa &amp; C. s.n.c. esercente l’attività di assistenza residenziali per anziani.)</p>
<p><strong>Un vero e proprio bottino</strong> quello che porta a casa il Questore della Provincia di  Trapani, dott.Carmine Esposito, grazie alle indagini, svolte congiuntamente dalla Divisione Anticrimine della stessa Questura e dal Nucleo di PT della Guardia di Finanza di Trapani.</p>
<p>La misura di prevenzione personale e patrimoniale nei confronti Michele Mazzara  nasce da indagini (criminologiche e patrimoniali) basate su i risultati acquisiti, dagli organi della polizia giudiziaria, dal 1996 e nell’ambito di vari  procedimenti penali già pendenti presso la D.D.A. di Palermo. </p>
<p>Per capire l’importanza di questi sequestri basti ricordare che <strong>Michele Mazzara è stato indicato da molti collaboratori di giustizia </strong>( come Francesco Milazzo,killer della cosca di Paceco, Vincenzo Sinacori,capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo) vicino al capo mandamento di Trapani, all’epoca latitante, Vincenzo Virga e al capo mafia di Paceco Filippo Coppola. I collaboratori hanno parlato del suo ruolo chiave nella gestione della latitanza dello stesso capo mafia mazarese (Virga), e <strong>soprattutto nell’appoggio logistico della latitanza di Matteo Messina Denaro, rappresentante provinciale di “cosa nostra” trapanese </strong>. Per l’ultimo boss Mazzara aveva organizzato covi sicuri per il suo soggiorno e anche riunioni nell’area di Dattilo, nel comune di Paceco, ed esattamente in alcuni degli immobili sequestrati.</p>
<p>Quindi un uomo che piano piano ha scalato la società economica, tanto di diventare un importante imprenditore nel settore agricolo e della commercializzazione dei prodotti ( ma in maniera spesso occulta) e d’altro canto ha sempre più consolidato il rapporto con “ ‘ u siccu”, l’ultimo padrino,<strong>Matteo Messina Denaro che in qualche modo deve risentire di tutta l’attività investigativa che colpisce la rete dei suoi “sostenitori” che siano sindaci, commercianti o ricchi imprenditori.</strong><br />
Poco a poco, con costanza e puntualità, si assestano i colpi all’ultimo latitante di Cosa Nostra e la strategia è quella di recidere i legami con la sua cerchia di adepti ma anche quella di bloccare le attività economiche quelle che, a regime, sostengono l’organizzazione e permettono al boss di sottrarsi alla cattura.</p>
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		<title>L’invisibile</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 08:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<category><![CDATA[Marsala]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[
(di Jana Cardinale)
Approda a Londra l’inchiesta giornalistica sulla figura di Matteo Messina Denaro, l&#8217;invisibile boss di Cosa nostra, curata da Giacomo Di Girolamo e pubblicata da Editori Riuniti. Giovedì 19 gennaio alle 18, infatti, il libro sarà presentato alla School of Oriental and African Studies (Soas, Russel Square, room 116), così come voluto dal webmagazine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/l%e2%80%99invisibile/matteo-1998-3/" rel="attachment wp-att-8969"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-1998-204x300.jpg" alt="" title="matteo 1998" width="204" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-8969" /></a></p>
<p>(di Jana Cardinale)</p>
<p><strong>Approda a Londra l’inchiesta giornalistica sulla figura di Matteo Messina Denaro</strong>, l&#8217;invisibile boss di Cosa nostra, curata da Giacomo Di Girolamo e pubblicata da Editori Riuniti. Giovedì 19 gennaio alle 18, infatti, il libro sarà presentato alla School of Oriental and African Studies (Soas, Russel Square, room 116), così come voluto dal webmagazine www.labouratorio.it e dall’Italian Society di Soas. Il libro, che tratta le vicende del superlatitante mafioso Matteo Messina Denaro, attualmente considerato il capo della cupola di Cosa Nostra, sarà presentato durante l’evento intitolato “Most Wanted. Il capo della nuova Mafia”, ossia l’occasione per discutere dell’evoluzione del fenomeno mafioso avvenuta negli anni più recenti, e dei temi più scottanti del recente passato, dalle stragi di mafia alla mai provata trattativa con lo Stato, fino alla cattura di Bernardo Provenzano che ha lanciato Matteo Messina Denaro al vertice dell’organizzazione. All’iniziativa parteciperanno l’autore &#8211; direttore del quotidiano online Marsala.it &#8211; Giacomo Di Girolamo, il professore di Italian Studies di UCL John Dickie, già autore del best seller “Cosa Nostra” e del recentissimo “Blood Brotherhoods”, sulla storia di tutte le mafie italiane, il coautore del libro, Francesco Timo e il direttore di Labouratorio.it, Andrea Pisauro. L’evento si terrà in lingua italiana, e ha già registrato tanta attesa per quest’incontro che fornirà “uno  spaccato lucido ed attualissimo della mafia oggi”, così come sintetizzato dagli organizzatori, convinti che bisogna puntare ad andare oltre la letteratura sulla mafia, anche quella più recente, e quindi oltre <strong>“una fotografia già vecchia di qualche anno, </strong>dell’organizzazione criminale e i suoi sistemi”. Il libro, già presentato in numerose librerie, in circoli e scuole italiane, nonché a Castelvetrano, città natale del boss &#8211; si rivolge con una scrittura a tratti sarcastica proprio allo spietato killer, dandogli del tu. <sei mio conterraneo, Matteo – scrive Di Girolamo - dividiamo la stessa porzione di Sicilia, calpestiamo la stessa storia>. E’ “un grido sofferto di chi merita questo cielo di Sicilia”. Di Girolamo nel libro racconta l’infanzia del capomafia, in una Castelvetrano di pietra, gli insegnamenti ricevuti dal padre Francesco, capomafia quasi leggendario e potentissimo alleato di Riina e Provenzano, l’evoluzione di un killer spietato che esprime tutta la sua violenza dapprima nelle guerre di mafia, fino a diventare uno dei registi della stagione delle bombe a Milano, Roma e Firenze del 1993. E’ proprio in quella fase delicata, fatta di trattative a tutt’oggi poco chiare, che Matteo Messina Denaro diventa ufficialmente latitante e ottiene una sorte di investitura per guidare Cosa nostra da Riina in persona, che lo considerava il suo “gioiello”. Gestisce il traffico internazionale di droga, fa soldi con le opere d’arte come con i rifiuti e di sé dice: “Con le persone che ho ucciso potrei farci un cimitero”. Ma questa biografia del nuovo capo di Cosa Nostra, in realtà, è qualcosa di più: è un dettagliato reportage da un territorio, la Sicilia Occidentale, <una terra – sostiene l’autore - che ha bisogno di un giornalismo “residente”, ovvero, di un giornalismo “ad altezza d’uomo”, in grado di raccontare, con semplicità, senza isterie, quello che succede nel territorio>. Di Girolamo, dunque, si dà il compito è attraversare le vie della sua città, le città della sua regione, di conoscere le persone, incrociare sguardi, e restituire a chi lo legge, a chi lo ascolta, la profondità degli sguardi che ha raccolto, il loro abisso, la violenza o la speranza che racchiudono. <matteo Messina Denaro – dice - è il mio vicino di casa, condividiamo moltissime cose,  tante esperienze. Il prendere coscienza della sua vicinanza mi aiuta a non averne paura>. Ne “L’invisibile” Di Girolamo non dà la caccia al boss, ma racconta la sua vita, gli da del tu e parla di lui e con lui, affrontando i temi propri dell’organizzazione (il funzionamento dei pizzini, l’organizzazione delle famiglie nel territorio, le carriere criminali dei principali esponenti di Cosa Nostra) e approfondendo anche i nuovi business, come l’infiltrazione della mafia nella grande distribuzione e nell’energia alternativa.<br />
</matteo></una></sei></p>
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		<title>Appuntamento con il boss/3</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 21:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Chiddu ‘u siccu è sulu” eppure è ancora lui Diabolik, come ama farsi chiamare, a decidere con chi e quando parlare.  “Noi non conosciamo a nessuno, per come siamo stati… siamo in rapporti con tutti… chi ha di bisogno siamo a disposizione… per altre cose non riconosciamo a nessuno”. Così parla un vero capo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8919" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss3/dsc_7990-rt-bn/" rel="attachment wp-att-8919"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_7990-rt-bn-300x199.jpg" alt="" title="DSC_7990 rt bn" width="300" height="199" class="size-medium wp-image-8919" /></a><p class="wp-caption-text">Trapani-Foto di Maurizio Mirrione</p></div>
<p><strong>“Chiddu ‘u siccu è sulu” eppure è ancora lui Diabolik, come ama farsi chiamare, a decidere con chi e quando parlare.</strong>  “Noi non conosciamo a nessuno, per come siamo stati… siamo in rapporti con tutti… chi ha di bisogno siamo a disposizione… per altre cose non riconosciamo a nessuno”. Così parla un vero capo .<br />
Uno che impone le linee strategiche, che comunica con i “pizzini” ma è più scaltro e più prudente dello  “Zio” e che  dice “Non si può cugghiuniari”. E quindi consegne in date precise, solo tre volte l’anno : a fine gennaio inizi febbraio, a fine maggio e inizi giugno, a fine settembre e inizio ottobre. Letti , i pizzini vanno bruciati, questo l’imperativo del capo….Nessuna traccia, nulla deve rimanere.<br />
<strong>Gli era bastata l’arrabbiatura per quelle carte che avevano trovato “a casa” dello Zio </strong>e dopo si sfoga con “u prufessuri”: “La informo che nelle mie lettere che hanno trovato a lui  si parla anche di lei… Capirà da sé che ci sono persone, a me vicine e care, che ora sono nei guai, compreso lei, e mi creda sono imbestialito anche se mantengo la calma, perché l’ira non porta a niente, e sono anche troppo addolorato e dispiaciuto, ma questo è un fatto che concerne solo il mio intimo”.<br />
Ma lui è un capo e sa come frenare i suoi impulsi. E’ un misto di sangue e ghiaccio. Di passione e ragione. Coltivata tra Cicerone e Toni Negri e l’immancabile Pennac e la famiglia Malaussene.<br />
<strong>“La mia storia su questa terra non è ancora finita,questi Torquemada da strapazzo non mi fermeranno”</strong> e si prepara a festeggiare un compleanno importante, mezzo secolo di vita.Tra donne e champagne o con la sua unica figlia?Il boss non ha ancora deciso. </p>
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		<title>Appuntamento con il boss</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 21:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando morì il padre avrà pensato “ora tutto questo è mio”. Aveva già il piglio del capo, dell’uomo che comanda. Amava già tanto i Ray Ban di cui tutti parlano e con cui viene raffigurato in ogni foto segnaletica. Lui si sentiva, e forse ancora si sente,  come Benjamin  Malaussène, il capro espiatorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8898" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss/mak_1387-rt-bn/" rel="attachment wp-att-8898"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/MAK_1387-rt-bn-300x200.jpg" alt="" title="MAK_1387 rt bn" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-8898" /></a><p class="wp-caption-text">Castelvetrano-Foto di Maurizio Mirrione</p></div>
<p><strong>Quando morì il padre avrà pensato “ora tutto questo è mio”</strong>. Aveva già il piglio del capo, dell’uomo che comanda. Amava già tanto i Ray Ban di cui tutti parlano e con cui viene raffigurato in ogni foto segnaletica. Lui si sentiva, e forse ancora si sente,  come <strong>Benjamin  Malaussène,</strong> il capro espiatorio di “professione”, nato dalla penna dello scrittore francese Daniel Pennac, uno dei suoi preferiti. Ha sempre sostenuto  di essere nel giusto confortato dai suoi “adepti”, perché lui è adorato come un dio e in paese molto più di qualcuno vorrebbe aiutare la sua latitanza.<br />
Quel giorno, il 30 novembre 1998,era già fuori dalle regole dello Stato. Lo era da molto tempo e aveva già sulle spalle omicidi e stragi. Negli occhi, quelli che tanto affascinano le sue donne, anche l’immagine di quel poliziotto che doveva morire il 14 settembre 1992 ma che, invece, è ancora qui a raccontare una storia,per ora, non conclusa.<br />
Forse anche per lui, come per il padre, varrà la frase “Unnarrinisceru a pigghiariti” (non sono riusciti a prenderti,vivo) o potrebbe,invece, avere le ore contate.<br />
“Io mi rivolgo a lei come garante di tutti noi e di tutto quindi i suoi contatti sono gli unici che a me stanno bene, cioè di altri non riconosco a nessuno, chi è amico suo è e sarà amico mio, chi non è amico suo non solo non è amico mio ma sarà un nemico mio, su questo non c’è alcun dubbio…”<br />
Alessio non aveva dubbi, bisogna essere fedeli allo Zio. <strong>Nella sua mente, mentre si addormentava solo questo pensiero. Era tranquillo, rilassato nessuno poteva sapere e immaginare dove fosse. E domani…..</strong></p>
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		<title>Mafia:  a Campobello di Mazara lo slogan era “io voto a Ciro”</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 19:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il sindaco del Pd Ciro Caravà inaugurava l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e dietro le quinte si scusava con i boss del suo paese, Campobello di Mazara. Mandava messaggi inequivocabili ai capi mafia, del tenore che insomma non poteva sottrarsi: “io questo ho dovuto farlo, lo dovevo fare le funzioni ..”.
E i magistrati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8767" href="http://www.malitalia.it/2011/12/mafia-a-campobello-di-mazara-lo-slogan-era-%e2%80%9cio-voto-a-ciro%e2%80%9d/mmd1/"><img class="alignnone size-full wp-image-8767" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/mmd1.jpg" alt="" width="293" height="172" /></a></p>
<p>Il sindaco del Pd Ciro Caravà inaugurava l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e dietro le quinte si scusava con i boss del suo paese, Campobello di Mazara. Mandava messaggi inequivocabili ai capi mafia, del tenore che insomma non poteva sottrarsi: <strong><em><span style="text-decoration: underline">“io questo ho dovuto farlo, </span><span style="text-decoration: underline">lo dovevo fare le funzioni </span><span style="text-decoration: underline">..”.</span></em></strong></p>
<p>E i magistrati antimafia di Palermo, quelli che hanno coordinato l’inchiesta dei Carabinieri di Trapani denominata “Campus Belli”, non hanno dubbi, Caravà era un sindaco dalla dalla “doppia faccia” e i mafiosi e i presunti tali intercettati ne avrebbero provato la disponibilità, per esempio quando c’era da punire una vigile urbano, che aveva fatto una multa che secondo i “mammasantissima” del Paese non avrebbe dovuto fare. A muoversi nei confronti del sindaco Caravà perché nei confronti di quella vigile facesse sentire il proprio risentimento esercitando la sua autorità, sarebbe stato uno degli 11 arrestati del blitz, Cataldo La Rosa, l’alter ego secondo l’inchiesta del capo mafia di Campobello di Mazara, Nanai Bonafede:<strong><em><span style="text-decoration: underline"> L’ho detto al Sindaco, a Ciro, la deve trasferire</span>.Gli ho detto si deve trasferire quella. Se non la trasferiscono faccio un casino, a questa le faccio rimpiangere il giorno che è nata”.</em></strong></p>
<p> E secondo le risultanze dell’indagine, Ciro Caravà non doveva solo essere il sindaco di Cosa nostra campobellese, e per i pm della Dda di Palermo lo sarebbe stato nel primo quanto in questo secondo mandato dopo la rielezione dello scorso anno, ma avrebbe dovuto rappresentare la potente consoreteria campobellese, quella più di altre legata al super latitante Matteo Messina Denaro, anche all’Ars dove nel 2008 si candidò sempre in quota Pd, quando aveva oramai creato di se la figura di autorevole sindaco antimafia, sostenendo l’allora candidata governatrice Anna Finocchiaro. Lo slogan coniato pare dai mafiosi e che girava per Campobello era quello “io voto a Ciro”.</p>
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		<title>Campobello di Mazara: il sindaco che “recitava” l’antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Tanto tuonò che piovve si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8747" href="http://www.malitalia.it/2011/12/campobello-di-mazara-il-sindaco-che-%e2%80%9crecitava%e2%80%9d-l%e2%80%99antimafia/carava/"><img class="alignnone size-full wp-image-8747" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/caravà.jpg" alt="" width="236" height="121" /></a></p>
<p><strong>Tanto tuonò che piovve</strong> si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di quella sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Quando i militari sono andati ad arrestarlo, <strong>il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra),</strong> accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi addietro aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.</p>
<p><strong> Caravà  era facile vederlo parlare di legalità, presente ad ogni consegna di beni confiscati</strong>, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto Caravà sembrava davvero un antimafioso.</p>
<p> <strong>Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto Nunzio Spezia</strong> che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco, evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate. Sindaco in nome e per conto della mafia secondo le indagini e nella sua anticamere stazionava un boss ora arrestato Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.</p>
<p><strong> Poi c’è il capitolo degli appalti,</strong> secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori opubblici il sindaco Caravà riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che <strong>Caravà nel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui</strong>. Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.</p>
<p> Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006. coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.</p>
<p>“Terra bruciata” ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.</p>
<p> L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo , cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni  fittizia di beni.</p>
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		<title>Preso “Re” Zagaria, è la fine dei Casalesi</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 14:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
La primula rossa era a casa sua. Sì, magari una casa non proprio a livello strada. Ma in ogni caso Michele Zagaria, stanato dal bunker sotterraneo, era nella “sua” Casapesenna, in provincia di Caserta, nel triangolo che Roberto Saviano ha chiamato “di Gomorra”. In piena mattinata &#8211; alle 11.30 &#8211; il blitz  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/preso-%e2%80%9cre%e2%80%9d-zagaria-e-la-fine-dei-casalesi/zagaria/" rel="attachment wp-att-8592"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/zagaria.jpg" alt="" title="zagaria" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8592" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>La primula rossa era a casa sua</strong>. Sì, magari una casa non proprio a livello strada. Ma in ogni caso Michele Zagaria, stanato dal bunker sotterraneo, era nella “sua” Casapesenna, in provincia di Caserta, nel triangolo che Roberto Saviano ha chiamato “di Gomorra”. In piena mattinata &#8211; alle 11.30 &#8211; il blitz  della squadra mobile di Napoli, insieme a quella di Caserta e lo Sco di Roma, coordinati dalla Dda di Napoli, ha portato alla cattura del re del clan dei Casalesi, latitante numero due d’Italia <strong>(il primo, ancora imprendibile, è Matteo Messina Denaro). </strong>Circa 150 uomini delle forze dell’ordine hanno partecipato all’operazione. Dopo una serie di “al lupo al lupo” susseguitisi nei mesi scorsi finalmente il covo vero è stato individuato. <strong>Era in un fondo agricolo di via Mascagni, traversa di via Crocelle. Zagaria controllava ciò che resta dell’impero da Casapesenna, non a Rio de Janeiro o Buenos Aires, mete preferite da altro tipo di latitanti (criminali di guerra e affini). </strong>Spaesato ma ancora con un filo d’ironia, il camorrista, subito dopo la cattura: “Avete vinto voi, ha vinto lo Stato” ha detto rivolto vai magistrati  Cafiero de Raho, Catello Maresca, Raffaele Falcone, Marco Del Gaudio.<br />
<a href="http://www.malitalia.it/2011/12/preso-%e2%80%9cre%e2%80%9d-zagaria-e-la-fine-dei-casalesi/arresto-zagaria-202/" rel="attachment wp-att-8603"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria-202-300x199.jpg" alt="" title="Arresto zagaria 202" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-8603" /></a></p>
<p> Grida di giubilo dei poliziotti quando Zagaria è uscito al bunker: <strong>“Viva la legalità!”. </strong>Entusiasmo alle stelle. Un anno fa  &#8211; novembre 2010 – fu preso il numero due dei Casalesi, Antonio Iovine detto ‘O ninno, a Casa di Principe. Oggi tocca a Zagaria detto “capastorta”, capoclan storico, in fuga dal ’95. E prima di loro due fu Giuseppe Setola, vertice dell’ala stragista del clan, a finire in galera dopo una serie di innumerevoli fatti di sangue. Schiavone “Sandokan” invece venne assicurato alla giustizia nel ’98. “E’ la fine del clan dei Casalesi” ha affermato<strong> Raffaele Cantone, uno dei magistrati, da tempo sotto scorta, che maggiormente ha indagato sul fenomeno criminale in Terra di Lavoro.<br />
“È un grandissimo successo dello Stato”  </strong>ha esclamato il ministro dell&#8217;Interno, Anna Maria Cancellieri. Stamattina invece è stato il pm della Dda Antonello Ardituro a dare l&#8217;annuncio della cattura al ministro della Giustizia, Paola Severino, ad un incontro dell&#8217;associazione magistrati con il Guardasigilli. In seguito, il Mario Monti ha chiamato la stessa Severino. Le ha chiesto di ringraziare a suo nome, in modo “vivissimo”, l&#8217;impegno di magistrati e forze dell&#8217;ordine.<br />
Anche Roberto Saviano, che tanto ha scritto proprio sul superboss, ne ha festeggiato la cattura con un messaggio affidato a Twitter: “Preso Zagaria come un topo sotto terra. Ottimo lavoro ragazzi!”»</p>
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		<title>Processo Rostagno: quella mafia che non aveva bisogno di chiedere “mai”</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 18:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”
Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, [...]]]></description>
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<p>Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”</p>
<p>Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, sempre a Trapani (per la verità qui è territorio di Erice). La struttura si presta maggiormente alla sicurezza che va garantita a questi testi nonché alle stesse parti in uno dei momenti maggiormente delicati del dibattimento dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo del mandamento di Trapani, Vincenzo Virga, e il valdericino Vito Mazzara condannato all’ergastolo per essere stato autore di diversi delitti ordinati dalla cupola mafiosa. Il primo pentito ad essere stato sentito è stato il pacecoto Francesco Milazzo.</p>
<p> <strong>Il soldato che parlava ai capi mafia</strong>. Milazzo non è un uomo d’onore qualsiasi e quindi non è un pentito di scarso peso. Impersona l’essere stato mafioso e oggi il non volerlo più essere. Quando descrive la realtà al tempo in cui lui semplice “soldato” di Cosa nostra poteva avvicinare i più importanti capi mafia, ne parla come se ne facesse ancora parte, e così ha raccontato come a fare le “cose brutte” non poteva essere altro chi parlava male dei mafiosi – e non quindi i mafiosi  che le “cose brutte” le facevano per davvero, e dunque uno come Rostagno che ogni giorno “insultava i mafiosi e istigava la gente a stare lontano dalla mafia” era uno che diceva “cose brutte” e perciò dava fastidio.</p>
<p> <strong>Ucciso perché bruciò la macchina al comandante dei carabinieri</strong>. Milazzo era uno di quelli che era cresciuto credendo nell’ordine che Cosa nostra avrebbe potuto dare alla società. Una mafia che addirittura decideva di eliminare un ladruncolo perché questo con le sue ruberie suscitava fastidi e perché aveva bruciato la macchina al comandante della stazione dei carabinieri (tutto questo accadeva a Paceco). Dove lo Stato non poteva arrivare ecco giungere la mafia, che decideva di eliminare quello che in aula, davanti ai giudici, Milazzo ha chiamato ancora “frariciumi”, non ci vuole molto cosa significa, dispregio assoluto, marcandone ancora la qualità come se il fatto fosse appena avvenuto.</p>
<p> <strong>Storie dei figli della mafia</strong>. Milazzo è cresciuto – affiliato, ritualmente punciutu, appena ventenne – dentro questi canoni, con la convinzione che la mafia potesse davvero essere giusta ed equa. A questo ha creduto fino a quando un giorno non ha visto un capo mafia, Vincenzo Virga, pensare solo per se stesso e per chi gli stava più vicino. A quel punto l’immagine che Milazzo ha avuto della mafia trapanese è stata quella del disordine. E’ stato arrestato sul finire degli anni 90 dalla Squadra Mobile di  Trapani, nascosto in mezzo alle campagne di Paceco. Quando finì in manette chiese una corda per uccidersi, poi decise di collaborare con la giustizia e ancora oggi in aula ha spiegato il perché: “Non volevo che i miei familiari finissero nel fango dove ero stato io”. Quello che gli è successo dopo questa decisione non è bello a dirsi e a raccontare, ma dà la dimensione di cos’è la mafia: dapprima la moglie e i figli lo hanno ripudiato, contestando la sua decisione, poi sono rimasti solo i figli a non volere sapere più nulla di lui e della madre che nel frattempo aveva deciso di seguirlo nella località protetta dove era stato portato. Ma la scelta di prendere le distanze non scaturiva da paure di vendette, ma perché riconoscevano (e forse riconoscono, loro come altri giovani ancora purtroppo) una forte autorità mafiosa che nemmeno loro padre poteva metterla in discussione. Per fortuna in questa terra ci sono anche altri segnali, come quelli lanciati, e scritti, l’anno scorso dai figli di un riconosciuto mafioso mazarese, un “colletto bianco”, ex dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, l’arch. Pino Sucameli, che scrissero il loro distinguo dal padre e di preferire a lui, in carcere oramai con decenni di detenzione da scontare, altri uomini, come Falcone e Borsellino. Poi in questa terra ci sono figli(e) che hanno scelto il silenzio, non si sa se per ubbidienza o altro, come Lorenza Messina Denaro, figlia del latitante Matteo, non ha mai conosciuto il padre, se non in foto, è cresciuta con la madre, Francesca Alagna, nella casa della nonna  vedova del “patriarca” della mafia belicina, Francesco, il campiere che faceva il capo della cupola provinciale e sedeva in quella regionale. Lorenza oggi fa il primo superiore, impossibile avvicinarla, in giro a Castelvetrano raccontano che la vedono più con le zie, le sorelle del boss latitante, che con la madre. Poi ci sono altri figli, come quelli dei padrini Vincenzo Virga e Francesco Pace, hanno seguito le orme dei loro genitori, restando a loro fedeli anche quando sono finiti in carcere, i Virga addirittura ancora prima del loro genitore che nel frattempo restava latitante e lo restò per sette anni fino al 2001.</p>
<p> <strong>Il “massaro” nella stanza di Corrado Carnevale. Trapani e i “cani attaccati”.</strong> A Trapani, emerge dal racconto del pentito Francesco Milazzo, la rete di interessi che esisteva era quella che la mafia voleva. Cosa nostra dettava le regole e l’illegalità diventava legalità. Punire con la morte chi rubava senza autorizzazione era la regola, che faceva contenti tutti. Milazzo ha raccontato di essere stato uno di quelli che aveva il compito di mantenere l’ordine, credendo profondamente nel giuramento che aveva fatto. E così eseguiva i delitti senza chiedere, ricevuto l’ordine entrava in azione. La mafia trapanese incuteva timore perché era una mafia che poteva permettersi uomini d’onore riservati che sedevano sui banchi della politica, come l’ex consigliere comunale del Psi Franco Orlando, uscito assolto da processi in cui era imputato di delitti, ma condannato per associazione mafiosa, secondo Milazzo il “politico” era uno di quelli che camminava armato “e sparava se c’era bisogno di sparare”. Ma quello che “sparava sempre” era Vito Mazzara a sentire Milazzo, portava con se un fucile calibro 12 e una pistola calibro 38, “sempre”: “Mazzara era in gamba a sparare, un professionista, faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento. Virga fu nominato per volere di Francesco Messina Denaro e di Francesco Messina, mazarese, detto u muraturi”. Ciccio Messina era uno che andava spesso in giro malvestito, con gli abiti sporchi di calce e che però sarebbe stato in grado addirittura di entrare nella stanza del presidente della Cassazione Corrado Carnevale, così si legge in alcuni atti giudiziari, un giudice lo ha riconosciuto, si è ricordato bene di lui perché era vestito da “massaro” e non era certo a tono con l’austerità del luogo, e però parlava a quattr’occhi con Carnevale. “Virga era l&#8217;unico che poteva prendere questo incarico – ha detto Milazzo – le cose sembravano andare bene con lui”. Virga riuscì dove oggi la politica trapanese ancora non riesce. Trapani ed Erice sono due Comuni che vivono nello stesso territorio, a parte la medievale vetta ericina,l’antico borgo che sta sulla sommità della montagna di San Giuliano, Erice per l’appunto, il resto delle case sono tutte a valle, in un’area che si estende dai pendici della montagna sino alla falce trapanese, un solo territorio, due Comuni. Da anni si insegue la possibilità di fare un solo Comune, ma l’obiettivo puntualmente fallisce, Virga invece con un tratto di matita un giorno decise che le famiglie “mafiose” di Trapani ed Erice dovevano diventare una sola cosa. E così accadde. Paradossalmente è stato rispondendo alle domande della difesa che Milazzo è stato più efficace nel descrivere cos’era la mafia a Trapani. “La mafia faceva tutto e non si faceva niente se la mafia non lo voleva&#8221;. E quindi un delitto come quello di Mauro Rostagno non poteva avvenire così senza che Cosa nostra fosse informata e coinvolta. Dalla parte della mafia c’era poi una grande opportunità che Milazzo non ha nascosto: “Non c’era bisogno di spiare, non avevamo bisogno di chiedere niente, le stesse istituzioni ci informavano su cosa accadeva&#8221;. Sembra sentire lo slogan di un vecchio spot pubblicitario. In questo si diceva che un determinato profumo lo poteva usare “un uomo che non doveva chiedere mai”, nel caso di Cosa nostra il profumo era quello della mrote e del sangue dei morti ammazzati che si portava appresso una mafia “che non doveva prendersi il disturbo di chiedere qualcosa ma le si faceva sapere tutto quello che doveva conoscere e pure subito”. E sembra di risentire il pentito di Caccamo, Giuffrè ,che parlando della mafia trapanese diceva che “a Trapani Cosa nostra era tranquilla perché aveva i cani attaccati”, cioè inquirenti e investigatori non davano fastidio. Almeno questo tra gli anni 70 e 80.</p>
<p> <strong>Nel circolo Pri conobbe Virga</strong>. Il borgo di Trapani, a cavallo tra Erice e Trapani, dove passa quella invisibile linea di confine che divide i due territori, per decenni è stato il feudo del partito repubblicano. Qui è cresciuta la migliore tradizione del partito dell’Edera, i protagonisti bene interpretavano il credo mazziniano, “Dio e Popolo”, a Borgo cresceva un partito popolare, che riuscì anche a mandare propri esponenti in Parlamento. Dove c’è il potere però si nasconde sempre la mafia, e Vincenzo Virga si era fatto una nicchia dentro quel partito. Frequentava il circolo dedicato a Mazzini, dove i giovani repubblicani più volte tenevano conferenze contro la mafia in tempi in cui c’erano sindaci che negavano l’esistenza della mafia a Trapani. Francesco Milazzo ha detto di avere avuto presentato Vincenzo Virga dentro quel circolo repubblicano e di avere conosciuto anche lì il vice di Virga, un altro imprenditore, Francesco Genna.</p>
<p><strong>Gli escamotage di Vito Mazzara</strong>. Ancora rispondendo alle difese, ma stavolta anche prima ai pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, il pentito Milazzo ha rammentato le abitudini del conclamato killer Vito Mazzara che senza fare una smorfia ha seguito l’udienza da una delle celle dell’aula bunker. Era lui ha detto Milazzo a prepararsi le cartucce, sapeva sovraccaricarle, gli confidò un giorno che sostituendo una parte del fucile riusciva a non fare risultare che a sparare era sempre la stessa arma. “Sapeva sparare e sapeva come modificare l’arma”. Poi ha fatto l’elenco dei delitti commessi insieme, ripetendo sempre che c’erano gli stessi rituali da fare, i sopralluoghi sui luoghi dove si doveva sparare, l’uso di una Fiat Uno, le armi da impiegare. Ha raccontato che con Vito Mazzara in qualche occasione il gruppo di fuoco era armato di tutto punto, con fucili, mitraglie, pistole. Ha fatto i nomi di chi apparteneva a questi gruppi di fuoco, ce ne erano a Trapani, Paceco, a Valderice, in provincia, sempre pronti ad entrare in azione. Ad affiancare Vito Mazzara secondo Milazzo spesso erano Franco Orlando o ancora i valdericini Nino Todaro e Salvatore Barone. Poi ce ne erano altri ancora. Lì la difesa con l’avv. Vito Galluffo, difensore di Mazzara, ha cercato di raccogliere un punto a suo favore, dopo avere fatto fare al pentito nuovamente i nomi dei “presunti” killer, ha ricordato che molti di loro, se non tutti sono stati assolti. Dai delitti, ma non dall’associazione mafiosa. Milazzo ha risposto senza fare una piega, lui che poco prima aveva fatto percepire con le sue risposte che Virga aveva quasi creato una sua “Cosa Nostra” con uomini d’onore riservati, e che quando si sparava erano in pochi a sapere chi era stato. Come accadde per il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, assassinato l’antivigilia di Natale del 1995, a pochi chilometri da Trapani. I complimenti per quel delitto addirittura se li prese il mazarese Vincenzo Sinacori, quando invece a sparare era stato Vito Mazzara come poi ha ricordato lo stesso Milazzo. Oggi i soggetti elencati in aula da Milazzo sono tutti liberi, hanno scontato le pene detentive e sono tornati in libertà. Se davvero sono specialisti dei gruppi di fuoco non c’è forse da stare tranquilli.</p>
<p><strong>Dovevamo uccidere Linares. </strong> Francesco Milazzo aveva conoscenza di una lista di persone che dovevano essere uccise. Uno di questi era l’allora capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares, oggi dirigente dell’Anticrimine della Questura di Trapani. “Doveva essere ucciso, ma Vincenzo Virga ci disse che non era il momento di farlo”. Linares poi nel 2008 fu quello che con le indagini riaprì un fascicolo che stava andando in archivio, quello sul delitto Rostagno.</p>
<p><strong>Rostagno parlava in tv e Mariano Agate diventava nervoso</strong>. Rispondendo ai pubblici ministeri, Francesco Milazzo ha ricordato il fastidio che gli interventi televisivi di Rostagno suscitavano dentro Cosa nostra. “Diceva cose brutte (!) contro di noi, ci insultava, istigava la gente a prendere le distanze dalla mafia”. I più nervosi erano i mazaresi. Milazzo si avvicinò tantissimo alla cosca di Mazara, quando le cose a Trapani, sotto il comando di Virga, cominciarono a prendere una brutta piega, nel senso che Virga si occupava dei suoi interessi personali,  e non sopportava chi poteva remare contro, come proprio faceva Francesco Milazzo. Frequentando i mazaresi ha detto di avere appreso l’astio che cresceva contro Rostagno. “Non avevo bisogno di scambiarmi delle parole, bastava guardare in volto Mariano Agate e capire”. Le riunioni avvenivano dentro la sede della Calcestruzzi Mazara, l’impresa dei fratelli Agate. “Quando c’erano le riunioni c’erano tutti, nessuno assente, da Paceco gli unici che ci spostavamo eravamo io e Vito Parisi, Vincenzo Virga nemmeno sapeva di queste riunioni. Intuiva che noi andavamo a Mazara e per questo lui nei miei confronti aveva come una spina, e se la voleva togliere”. E come faceva a capire che Mariano Agate era nervoso, ad un certo punto gli è stato chiesto. “Quando diventava nervoso si cambiava in volto e poi non faceva altro che mangiare, mangiava sempre”. Più Rostagno parlava., contro di lui, più Agate si metteva a mangiare. Ma Rostagno, altra domanda, era l’unico giornalista che “insultava” la mafia? “Ogni tanto c’era Bologna (Peppe, avvocato, editore della tv privata Tele Scirocco ndr), il figlio dell’avvocato Salvatore, ma a farlo calmare ci pensava suo padre, e noi eravamo tranquilli”.</p>
<p><strong>Un ordine arrivato da fuori</strong>. Di una cosa il pentito Francesco Milazzo si è detto sicuro.e cioè che l’ordine di uccidere Mauro Rostagno venne dato “a Vincenzo Virga” da Francesco Messina Denaro. “Ciccio Messina (u muraturi ndr) mi chiese di fare un sopralluogo nella sede della tv di Nubia, Rtc, dove lavorava Rostagno. Quando gli dissi che tutto era apposto mi rispose che non dovevo essere più io ad occuparmene. Mi sono fatto una idea precisa e cioè quella che l’ordine di uccidere Rostagno arrivò da fuori dalla provincia di Trapani”. Fatti estranei a Cosa nostra? Niente affatto: “Rostagno – ha detto Milazzo – deve avere toccato un nome che non doveva toccare”. Il nome viene sussurrato nell’aula bunker, ed è quello del capo mafia di Mazara Mariano Agate, il boss che stava con un piede dentro cosa nostra e un altro dentro la massoneria più segreta, quella alla quale forse Rostagno si stava interessando da quando si era scoperta l’esistenza a Trapani di logge riservate, quelle della Iside 2. Tra i particolari che Rostagno avrebbe appreso quello che a casa di Mariano Agate, quando questi era libero, addirittura si era recato,ospite alla tavola del boss, il capo della P2 Licio Gelli.</p>
<p><strong> L’autista del boss.</strong> Vincenzo Virga aveva un fedelissimo, un tecnico dell’Enel Vincenzo Mastrantonio. “Virga si fidava di lui non faceva niente se non si portava lui appresso e però Mastrantonio era un tragediatore”. La ricostruzione del delitto Rostagno vuole che quella sera qualcuno si adoperò a tagliare i fili della pubblica illuminazione, o almeno non a tagliarli materialmente, ma a provocare un corto circuito. Mastrantonio poteva essere stato capace a farlo. Milazzo questo non lo sa. Ha detto soltanto di sapere che del delitto Rostagno apprese dalla tv o dalla radio, ma che incontrando Mastrantonio questi lo affontò subito chiedendogli se sapeva “cosa era succeso ai picciotti”. Nelle fasi del delitto era scoppiato infatti il fucile. Milazzo ha detto che fu Mastrantonio a dirglielo, ma di avere troncato subito ogni discorso con Mastrantonio come faceva sempre, “perché non era prudente mettersi a parlare con lui, ogni cosa che sapeva la diceva”, e dentro la mafia sapere cose anche in modo indiretto, che non debbono sapersi, significa mettersi a rischio, e a sentire Milazzo era un rischio parlare per questo con Mastrantonio, che fu ucciso qualche mese dopo che fu ammazzato Rostagno: “Ma il delitto Mastrantonio non c’entra nulla col delitto Rostagno” ha assicurato il pentito Milazzo. E tornando al fucile scoppiato. A Milazzo è stato chiesto se era la prima volta che accadesse una cosa di questo genere. “No – ha risposto -. Non era la prima volta, sapevo che era già successo ma non mi ricordo a chi accadde e in quale delitto, ma so che un fucile esplose perché era stato sovraccaricato”. E Vito Mazzara era uno di quelli che sovraccaricava le cartucce che faceva anche da se, ha detto ancora Milazzo che ha deposto protetto da un paravento e circondato dai poliziotti di scorta, e che è entrato e uscito dall’aula coperto da un giubbotto per non farsi vedere.</p>
<p><strong>L’editore di Rtc, “uno avvicinabile”</strong>. Domande sono state rivolte a Milazzo a proposito dell’imprenditore Puccio Bulgarella che era anche l’editore di Rtc, la tv dove Rostagno lavorava quando fu ucciso. Milazzo ha detto di sconoscere che Bulgarella fosse l’editore della tv, ma ha detto di sapere che Bulgarella erauno che la mafia poteva avvicinare, nel senso avere a disposizione, “poi ad un certo punto fu messo da parte, ma non ho mai saputo il perché. Uno che era avvicinabilissimo era invece suo padre, il padre di Bulgarella”. Se mancavano i riscontri, le parole di Milazzo rendono chiaro come Rostagno non lavorava lontano dalla mafia, non aveva la mafia cento passi come era stato per Peppino Impastato a Cinisi, ma aveva la mafia a pochissimi passi, nel breve spazio che lo divideva dalla stanza dove di solito a Rtc stava l’editore.</p>
<p><strong>“Ci dobbiamo ascippare la testa”. </strong>C’è poco da chiedere o da capire. Quando uno si sente dire che ad un tizio bisogna “ascipparici la testa” significa che quello deve essere ucciso. E così Milazzo ha detto di avere sentito dire di Rostagno. “Quando Ciccio Messina mi disse di fare il sopralluogo ho capito che Rostagno era arrivato, era arrivato significa che doveva essere ucciso, era arrivato alla morte”.</p>
<p>Il processo almeno per questa udienza si è fermato qui, agli ordini di morte impartiti nel tempo da Cosa nostra trapanese che nel frattempo ha avuto la capacità di trasformarsi, di diventare impresa e di diventare sommersa. La prossima udienza il 7 dicembre per sentire un altro pentito, il mazarese Vincenzo Sinacori.</p>
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		<title>La raccolta di olive nel terreno che fu dei Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 10:47:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Castelvetrano]]></category>
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La “contaminazione” positiva della sabbia dell’antimafia portata dal vento di scirocco
 Da queste parti sono gesti normali. Vedere un gruppo di lavoratori che raccolgono le olive è la normalità in un dei territori dove la coltivazione prevalente è quella delle olive. Qui si produce la famosa “nocellara del Belice” una oliva parecchio rinomata. Oliva da mensa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8413" href="http://www.malitalia.it/2011/11/la-raccolta-di-olive-nel-terreno-che-fu-dei-messina-denaro/oliomuseo/"><img class="alignnone size-full wp-image-8413" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/oliomuseo.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p><strong>La “contaminazione” positiva della sabbia dell’antimafia portata dal vento di scirocco</strong></p>
<p> Da queste parti sono gesti normali. Vedere un gruppo di lavoratori che raccolgono le olive è la normalità in un dei territori dove la coltivazione prevalente è quella delle olive. <strong>Qui si produce la famosa “nocellara del Belice</strong>” una oliva parecchio rinomata. Oliva da mensa ma anche in grado di produrre un olio raffinato per ogni genere di mensa. Un olio che è arrivato finanche sulla tavola della Casa Bianca a Washington. Ma venerdì scorso vedere questa scena, la raccolta di olive in un terreno nelle campagne di Castelvetrano, in contrada Seggio, ha assunto un carattere di grande straordinarietà. Quegli operai che indossavano il giubbotto con scritto il nome della cooperativa Placido Rizzotto di Corleone con la loro presenza segnavano intanto la prima straordinarietà, l’altra era poi quella di trovarsi a lavorare in un terreno appartenuto ad uno degli imprenditori, Sanzone di Palermo, che facevano da corollario alla famiglia dei capi mafia Messina Denaro, Francesco, morto nel 1998, e Matteo, oggi cinquantenne, latitante dal 1993. <strong>L’uliveto è confiscato, per adesso lo gestisce l’associazione Libera,</strong> la mafia aveva fatto passare voce che quel terreno una volta confiscato sarebbe rimasto non produttivo non avrebbe garantito più occupazione ed invece le cose non stanno andando  come Cosa nostra voleva: qui si raccolgono, per il secondo anno consecutivo le olive, qui presto altri lavoratori verranno a lavorare.</p>
<p> <strong>Con gli operai c’è un gruppo di studenti</strong>. Sono venuti a parlare con loro, dialogano con Davide Pati che per conto di Libera nazionale si occupa di beni confiscati, c’è anche il vescovo di Mazara Domenico Mogavero, al collo porta una croce che è in perfetta sintonia con l’evento, è una croce dove ad intrecciarsi sono rami di ulivo, sono riprodotti anche i frutti di quell’albero, una realizzazione perfetta. Poco dopo gli stessi studenti assieme a tanti altri presso l’aula magna della scuola “Ruggero Settimo”, a Castelvetrano, incontreranno e discuteranno ancora con il vescovo Mogavero, col prefetto Marilisa Magna, col magistrato Dino Petralia, in un confronto moderato dall’inviato de “L’Avenire” Toni Mira.</p>
<p> E’ stata una giornata  davvero particolare. <strong>Perché a fare terra bruciata attorno al boss latitante Matteo Messina Denaro non è più solo la magistratura. C’è una coscienza civile che va crescendo</strong>. Non sono grandi passi in avanti, ma ci sono questi passi. Li stanno facendo gli studenti di Castelvetrano, magari non sono adeguatamente aiutati dagli adulti, dalla politica, dalle istituzioni locali, dove c’è chi ha consapevolezza dell’impegno, ma ancora dove tanti pensano che l’antimafia sia una passerella, e poi le cose finiscono con l’andare alla solita maniera, ma il vento di scirocco che da queste parti quando soffia soffia in modo intenso, e porta quella “sabbia” del deserto che contamina, lascia il suo segno, adesso quando soffia da queste parti il vento del sud porta altre particelle di “sabbia”, quelle dell’antimafia, l’antimafia dell’impegno, non si può più far finta di non vedere. Venerdì in quella sala della scuola Ruggero Settimo ad un tiro di schioppo dalla palazzina rimessa a nuova dove abitano due delle sorelle del boss latitante Messina Denaro, si è stato tutti contaminati dalla voglia di fare, dal desiderio di sapere di quegli studenti. Il magistrato Dino Petralia, pm alla procura di Marsala, che proprio 24 ore prima ha firmato un provvedimento che prima non c’era e cioè l’ordine di carcerazione per il boss latitante Matteo Messina Denaro, provvedimento che ha raccolto in un solo foglio le condanne definitive a 5 ergastoli, centinaia di anni di carcere, ha scoperto che la magistratura non è più proprio sola, quantomeno dalla sua parte ha i giovani. Grande la capacità dell’associazione Libera che li ha saputi coinvolgere, con un lavoro che a Castelvetrano è stato condotto senza tanti riflettori attorno, senza palcoscenici, ma iniziative precise, mirate, all’inizio erano pochi i ragazzi a partecipare, poi il numero è cresciuto. Non sono tutti di quelli che siedono nelle istituzioni a partecipare, ma il tempo è segnato, giocoforza non potrà durare molto la finta di essere partecipi e presenti, bisognerà presto anche per loro andare oltre le apparenze e dire da che parte vogliono stare, e però i giovani sempre di più cominciano a dire che per stare nelle istituzioni non bisogna mai prestare il fianco alla mafia, direttamente o indirettamente.</p>
<p> <strong>Castelvetrano non è la città di Matteo Messina Denaro, è la città dei tantissimi cittadini castelvetranesi onesti che vogliono vivere in libertà,</strong> protagonisti di una vera democrazia, senza condizionamenti e inquinamenti. Castelvetrano è la città dove verrà catturato semmai Matteo Messina Denaro che ci si immagina non uscirà in manette da grotte o dalle fogne, ma da qualche palazzo elegante, perché la sua cerchia di protezione, non è più un segreto, è fatta di soggetti che sono professionisti, colletti bianchi. Ma i ragazzi oramai sanno che il boss non può essere più “la testa dell’acqua”, il punto da dove ogni cosa ha inizio, né può essere “adorato”, Matteo Messina Denaro sanno i ragazzi che non è una persona importante, ma è solo un feroce criminale ed assassino.</p>
<p> Ecco Castelvetrano va cambiando in questo modo col vento di scirocco che soffia una sabbia nuova, diversa da quella di una volta, che contamina sempre, ma adesso all’inverso, non sporca, ma porta un nuovo impegno.</p>
<p> Sono disgustati i giovani quando apprendono che una volta davanti ai morti ammazzati si negava l’esistenza della mafia, sono disgustati i ragazzi quando oggi apprendono che per comodo c’è chi tra i politici va dicendo che la mafia è sconfitta. <strong>Dimostrano gli studenti di Castelvetrano di sapere bene che la mafia oggi è altra cosa, gestisce l’economia, e in tempi di crisi, la mafia che ha più capitali cerca di diventare una rinnovata “sirena”.</strong> Ecco come le domande poste al prefetto, al vescovo Mogavero, al pm Petralia, non sono solo domande che vogliono risposte, ma sono domande che celano precise certezze conoscitive e servono a capire fino a che punto le istituzioni civili e religiose sono oggi preparate ad affrontare la “nuova mafia”.</p>
<p> “Non può esistere – risponde il pm Petralia – un concetto di legalità che venga applicato solo quando si parla di mafia. La legalità deve essere semmai concetto diffuso, concetto omnibus, poi ci sono posti in cui la legalità va insegnata con più forza e questo certamente è successo a Castelvetrano dove i doveri di legalità appartengono ai genitori quanto agli insegnanti, insegnamento che deve diventare simbolo concreto di impegno. Questa non è la città di Matteo Messina Denaro, questa è una città che ha dato natali illustri a fior di magistrati, accademici, qui si sono formate e si formano menti eccelse, qui è patria di menti superiori volte al bene e volte al male. Oggi – conclude l’ex componente del Csm – la legalità deve essere verificata avendo dinanzi un nuovo obiettivo, vanno riscossi i frutti di questo insegnamento, come oggi nel terreno confiscato sono stati raccolti i frutti di un nuovo lavoro”.</p>
<p> <strong>Giornata importante quella di venerdì</strong> perché è stata in quell’aula della scuola “Ruggero Settimo” la giornata che ha recato con se l’annuncio che presto nasceranno le cooperative trapanesi di Libera Terra così come sono cresciute in altre terre di Sicilia e d’Italia, nei fondi confiscati. “Qui nasceranno le cooperative sulle terre che furono calpestate da Rita Atria – ricorda Davide Pati – la giovane che volle consegnare a Paolo Borsellino le sue conoscenze apprese nella casa del genitore che era mafioso del paese, le terre confiscate verranno chiamate le terre di Rita Atria”. Il prefetto Marilisa Magno sta accompagnando questo momento di nascita delle cooperative, assieme al prefetto Giuseppe Caruso che guida l’agenzia nazionale dei beni confiscati. “L’attacco ai patrimoni –spiega il prefetto ai ragazzi – resta e non potrebbe essere altrimenti obiettivo fondamentale dello Stato, colpire i patrimoni significa colpire interessi della criminalità organizzata, la mafia continua ad insinuarsi in tutti i settori della società, apparentemente c’è una pace sociale ma c’è ancora la mafia che è capace di impedire la crescita del bene pubblico,e quindi è grande l’impegno dello Stato che si attrezza affidando alle cooperative la gestione dei beni confiscati per favorire lo sviluppo occupazionale”. “I beni confiscati diventano Cosa Nostra – ha aggiunto il prefetto – beni che sono Cosa Nostra perché sono di noi tutti, e questo è l’unico caso in cui Cosa Nostra va scritta a caratteri maiuscoli”.</p>
<p> “La legalità ci appartiene la legalità fa vivere” afferma il vescovo Domenico Mogavero che a Castelvetrano è venuto a ricordare l’impegno per una società migliore e esenza la mafia fatto da don Pino Puglisi che pagò il presso di questo suo lavoro con la vita, “un lavoro fatto con un valore aggiunto che era quello di portare in mano il Vangelo”.</p>
<p> «Le voci isolate rimarranno tali nella lotta alla mafia, quello che serve, invece, è un impegno corale di tutti, al di la delle parole, con la concretezza delle azioni e dei fatti» ha proseguito Mogavero. «I messaggi concreti arrivano proprio da azioni come queste in questa terra che oggi torna alla società civile si raccolgono i frutti profumati di legalità, con un impegno sia del mondo civile che di quello ecclesiastico. E questa è la migliore risposta nei confronti di chi, nei giorni addietro, ha gettato discredito nei confronti di associazioni ecclesiastiche che avrebbero avuto affidamenti di comodo, che accumulano senza alcuni esito produttivo». Il riferimento è al sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi che ha capovolto a suo favore la decisione dell’agenzia nazionale dei beni confiscati che gli ha sottratto l’assegnazione di un fondo di 70 ettari confiscato al boss mafioso narcotrafficante Salvatore Miceli dopo che per anni il Comune di Salemi non è riuscito, o non è voluto riuscire, nell’affidamento in gestione del terreno. Anzi c’è una intercettazione in cui Sgarbi rispondendo al volere del burattinaio di Salemi, l’ex deputato Pino Giammarinaro, afferma che il terreno “a quelli di Don Ciotti non deve andare”, quando c’era Libera assieme a Slow Food che erano disponibili ad assumerlo in gestione. Oggi che l’agenzia nazionale ha revocato l’assegnazione, Sgarbi si è permesso di dire che quel terreno può essere assegnato a tutti ma non agli enti ecclesiastici che a suo dire hanno saputo sfruttare e basta.</p>
<p> <strong>«Non ci sono persone inattaccabili, tutti siamo esposti – risponde Mogavero ad un altro studente -. È la forza morale di ognuno di noi, poi, che ci consente di scegliere tra il bene e il male. La legalità, certamente, fa vivere». E a proposito di Matteo Messina Denaro: «Lui è un nostro diocesano, si costituisca, saprà come fare».</strong></p>
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		<title>Processo Rostagno:  la lezione di mafia del poliziotto Giuseppe Linares.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 18:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del [...]]]></description>
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<p><strong>Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta</strong>, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del 2005 aveva ricostruito il puzzle degli affari mafiosi esistenti nel trapanese, “infilzando” uno dietro l’altro tutti i latitanti di mafia, che vivevano protetti da una congrega di colletti bianchi, seguendo le tracce lasciate da decine e decine di appalti pilotati. Una cosa che fecero quegli investigatori, che riesumarono i rapporti di un famoso capo della Mobile di Trapani, Rino Germanà, fu quella di riuscire a retrodatare alleanze e traffici vari agli anni ’80, tutto oggi con il sigillo di diverse sentenze passate in giudicato e un elenco di nomi, mafiosi, imprenditori, che costituivano, con la copertura della massoneria dilagante, la galassia della mafia trapanese. Alcuni di questi soggetti oggi scontata la galera sono tornati in auge, il boss latitante Matteo Messina Denaro che in quel 1988 cominciava a crescere a colpi di morti ammazzati, ne è oggi il boss e loro capo  indiscusso, guida la cosidetta mafia sommersa, quella che è diventata impresa, holding, cassaforte di immensi tesori . <strong>Linares nel 2008 fece quello che qualsiasi bravo investigatore deve fare, accertarsi se sono state fatte, ripetute, nel tempo, le comparazioni balistiche, per il delitto Rostagno per la verità questi riscontri non erano stati mai fatti,</strong> il processo in corso in Corte di Assise sta facendo scoprire che non solo alcune basilari indagini non furono compiute, dai carabinieri che hanno indagato sul delitto per 20 anni,  ma che addirittura sono scomparsi o finiti in fascicoli “sbagliati” verbali e testimonianze che sarebbero stati utili ad arrivare presto, certamente prima del termine dei 23 anni dall’omicidio, alla matrice mafiosa. Le indagini di Linares fecero rileggere i verbali che molti pentiti sul delitto Rostagno avevano reso addirittura nel 1997, pentiti che avevano svelato il malumore di boss come i Messina Denaro contro Rostagno, e poi gli esami balistici hanno fornito il risultato che ha portato l’ex campione di tiro a volo della nazionale italiana, Vito Mazzara, sotto processo. L’ennesimo per lui con accusa di omicidio. Sta scontando, con Virga, ergastoli per delitti efferati, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso nel 1995 l’antivigilia di Natale in un sobborgo agricolo di Trapani, la sua morte era il regalo dei mafiosi liberi a quelli in cella e che stavano al 41 bis. <strong>Il delitto Rostagno per modalità di esecuzione, per armi usate, combacia perfettamente con altri delitti commessi da Mazzara, omicidi seriali, dove la firma di Mazzara è diventata anche la sua ripetuta abitudine a marcare le cartucce prima del loro utilizzo</strong>, facendole attraversare la canna del fucile e facendole colpire dalla culatta, senza però farle esplodere. Era un modo per rendere impossibile ogni perizia balistica di compatibilità, l’espediente ripetuto è diventato elemento di conferma, così come l’abitudine a sovraccaricare le cartucce, circostanza questa che il 26 settembre del 1988 portò ad esplodere il fucile imbracciato da uno dei killer che con Mazzara entrarono in azione per uccidere Rostagno. Alla Corte di Assise di Trapani Giuseppe Linares ha spiegato questi passaggi investigativi e descritto 20 anni di indagine. Non è stata una lunga testimonianza perché le regole processuali prevedono che gli investigatori non possano essere dettagliati nei loro racconti, certo è che i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, come le parti civili, sono usciti soddisfatti dall’udienza, le difese degli imputati invece  hanno vinto laddove codice alla mano hanno impedito al teste di ripetere ciò che i pentiti hanno detto sul delitto, perché i pentiti verranno sentiti, c’è chi però ha (mal) pensato che le difese possono avere vinto l’udienza, se l’udienza si vince chiedendo al teste quanto costa un fucile calibro 12, non ottenendo risposta, certo che si in questo caso l’udienza è stata vinta dalla difesa.</p>
<p><strong>Nel 1988 quando venne ammazzato, Mauro Rostagno faceva il giornalista in una tv locale di Trapani, Rtc,  l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella, un giorno si e l’altro pure si incontrava con Angelo Siino, il ministro dei lavori Pubblici di Cosa nostra e di Totò Riina</strong>. Nello stesso anno, sempre il 1988, mafia, impresa e politica costituirono un tavolino dove veniva diviso tutto quello che era possibile spartire e trasformare in denaro, consenso, potere. Linares rispondendo ai pm e alle altre aprti del processo e poi anche allo stesso presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, ha descritto ill vissuto investigativo del suo ufficio, a proposito della perenne presenza della mafia nel trapanese nel territorio, oggi dentro l’economia, le istituzioni, la società, e indicando le connessioni con le quali oggi la mafia di Matteo Messina Denaro riesce ad alimentarsi. Sui personaggi imputati nel processo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, Linares ha speso molte parole: Virga, che segue il dibattimento in video conferenza, dal carcere di Parma, fu catturato dagli uomini di LInares nel 2001 dopo sette anni di latitanza, “era l’uomo di Provenzano, gestiva imprese e appalti, aveva attribuito ai figli Franco e Pietro ogni compito di esercitare la pressione mafiosa sul territorio, anche usando la violenza; Mazzara, che segue il processo stando in aula, ieri vestiva una elegante sahariana, è un ex campione di tiro a volo che ha disputato gare con la divisa della nazionale azzurra, circostanza che la difesa ha tenuto a fare emergere, e però tra una gara e l’altra di campionato, andava in giro con Matteo Messina Denaro a compiere delitti; Mazzara è l’uomo che la mafia trapanese vuole proteggere a tutti i costi, in carcere non gli fanno mancare niente e <strong>Linares ha ricordato di una intercettazione nella quale alcuni mafiosi parlano di lui dicendo che non lo si deve abbandonare anche se in carcere, perché lui è un pezzo di storia della mafia e un suo pentimento sarebbe disastroso per Cosa nostra</strong>. A vederlo come sta Vito Mazzara sta in carcere senza che niente gli manca.</p>
<p><strong>Nel 1988 ha ricordato Linares era libero il gotha non solo trapanese ma anche siciliano di Cosa nostra, ed i gruppi di fuoco erano operativi</strong>. Mentre crescevano gli affari e le alleanze. La mafia diventava un tutt’uno con l’imprenditoria e la politica, il territorio veniva assalito dalle speculazioni che nessuno ostacolava. A Trapani si parlava poco di mafia, anzi si parlava poco e c’era silenzio sulle cose che non andavano. Rostagno ruppe l’andazzo, “era un giornalista fuori dal coro” ha detto l’ex capo della Mobile. “Questo suo modo di fare giornalismo, di fare le denuncie non era raccolto da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Lipari, praticamente lui da Rtc era a fvare la cronaca di quel processo che restava non considerato adeguatamente dagli altri organi di informazione. Rostagno di questo processo parlava abbondantemente e per quello che abbiamo tratto noi investigatori,  questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra. La mafia non lo  poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. Questa è la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso”. Linares ha ricordato come già “nel rapporto della Mobile del 1988 venivano citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania, interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani, ne parlava senza uno straccio di riscontro giudiziario, per questi fatti i riscontri giudiziari arriveranno anni dopo il suo assassinio”.</p>
<p><strong>Il difensore di Vincenzo Virga, l’avv. Giuseppe Ingrassia, ha però cercato di inserire un colpo ad effetto con una domanda che però non ha imbarazzato Linares</strong>. “Come mai nei tanti editoriali, Rostagno non parla mai di Virga e della sua impresa all’epoca principale, la Calcestruzzi Ericina”. “Non ne poteva parlare e non lo avrebbe potuto mai fare – ha risposo Linares &#8211; perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90, considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si ebbe contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista. Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e Bernardo Provenzano, nomina che venne tenuta riservata”. Magistratura e forze dell’ordine non sapevano, la criminalità invece si. “Anche questa fu una scoperta che abbiamo fatto qualche anno dopo, grazie ad una intercettazione, dove un soggetto esperto estortore raccontò del fratello che ubriaco era entrato a far danno dentro una gioielleria alla periferia di Trapani e di averla scampata bene perché quella era la gioielleria di Viorga “chiddu chi cumanna a Trapani”.</p>
<p>Le sorprese vere dell’udienza arrivano quasi alla fine, quando l’avvocato di parte civile dell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti, l’avv. Greco, chiede cosa fosse la promozionale servizi. “Era una società in mano a Virga che si occupava di ciclo dei rifiuti, di smaltimento di rifiuti ospedalieri e speciali”. Una risposta che tira un’altra domanda sull’interesse di Virga per i rifiuti. Virga aveva le mani nel ciclo dei rifiuti, gestiva con prestanome l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere, alle porte di Trapani, amava dire, trasi munnizza (entra spazzatura) ed esce oro . E Rostagno in tv parlava spesso della città sporca, della spazzatura lasciata per le strade, e di come mai la gestione dei rifiuti costava miliardi alla collettività e la città restava sempre sporca. La gente lo ascoltava e gli dava ragione, per Cosa nostra era troppo. <strong>E Rostagno finì presto con il non parlare più di munnizza e delle altre cose che interessavano la mafia, Cosa nostra lo fece uccidere mettendo poi in giro che era tutta una questione di corna. Anche questa circostanza una serialità nel dopo delitti di mafia.</strong></p>
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		<title>Il delitto Rostagno:la mafia trapanese e un processo sottovalutato</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7949" href="http://www.malitalia.it/2011/09/il-delitto-rostagnola-mafia-trapanese-e-un-processo-sottovalutato/mauro-rostagno2-470x402/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7949" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p><strong>Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li</strong> <strong>combatte.</strong> E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.</p>
<p><strong>I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro,</strong> esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.</p>
<p><strong>Conosciamo i volti dell’antimafia</strong> che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!</p>
<p><strong>Vorremmo conoscere pure i volti di chi</strong>, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.</p>
<p><strong>E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose.</strong> Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.</p>
<p><strong>Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa</strong>, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.</p>
<p><strong>Guardate è una cosa straordinaria</strong>, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.</p>
<p>Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.</p>
<p><strong>Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi</strong>. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.</p>
<p><strong>Ma il sistema Trapani si fa avanti</strong>. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.</p>
<p>Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.</p>
<p><strong>Trapani non è cambiata</strong>, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.</p>
<p><strong>Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare</strong>. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.</p>
<p>Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.</p>
<p><strong>Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno</strong>, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.</p>
<p><strong>Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia</strong>? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: <em><strong>«Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.</strong></em></p>
<p><em>Ma per r</em>accontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.</p>
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		<title>Il senatore D&#8217;Alì e Trapani</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli Graviano]]></category>
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Gli avvocati del senatore Tonino d’Alì, Stefano Pellegrino e Gino Bosco, hanno chiesto tempo alla Dda di Palermo per rispondere all’avviso di conclusione delle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa. La magistratura palermitana ha racchiuso in un dossier di oltre 3 mila pagine l’atto di accusa contro l’ex sottosegretario all’Interno, dai rapporti con la [...]]]></description>
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<p><strong>Gli avvocati del senatore Tonino d’Alì, Stefano Pellegrino e Gino Bosco, hanno chiesto tempo alla Dda di Palermo per rispondere all’avviso di conclusione delle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa.</strong> La magistratura palermitana ha racchiuso in un dossier di oltre 3 mila pagine l’atto di accusa contro l’ex sottosegretario all’Interno, dai rapporti con la famiglia mafiosa dei Messina Denaro di Castelvetrano alle vicende più recenti, gli appalti pilotati e le forniture per i cantieri della Coppa America (Trapani, settembre 2005) finiti in mano a imprese della mafia, la “cacciata” da Trapani, nel 2003, dell’allora prefetto Fulvio Sodano, i rapporti con i mafiosi Virga e Pace. I suoi difensori hanno chiesto ai pm Paolo Guido ed Andrea Tarondo ulteriori accertamenti su due circostanze, ma hanno anticipato che faranno anche loro delle produzioni, per dimostrare, dicono, che le commissioni per le gare di quegli appalti indicati come truccati (anche quello per la Funivia Trapani Erice) sono stati sicuramente al di fuori almeno della sfera di influenza del senatore finito indagato.<strong> Fino ad oggi il parlamentare berlusconiano ha sempre scelto il silenzio sulla sua vicenda giudiziaria. Oggi lo rompe, ma parzialmente, accetta di parlarne, ma senza che sia, chiede, una vera e propria intervista. </strong>Preferisce affidarsi ancora agli atti depositati in procura antimafia (come la memoria difensiva), più che domande preferisce un colloquio, ma non nasconde di essere un fiume in piena. Il silenzio d’altra parte è ora che si rompa. Lo impongono gli adempimenti giudiziari. Girni addietro c’è stata anche la testimonianza in un processo di mafia, quello dove è imputato l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola, uno di quelli che si dice si sarebbe molto bene raccordato con lui, “ma si dimentica che i rapporti politici lo portano a sinistra, ma di questo non si parla” si lamenta l’ex sottosegretario agli Interni.</p>
<p><strong>La Dda di Palermo lo indaga per concorso esterno in associazione mafiosa</strong>, ha avuto notificato l’avviso di conclusione delle indagini, la situazione rispetto a sei mesi addietro si è ribaltata, da una richiesta di archiviazione, che in sostanza era lo stesso un atto di accusa che restava in piedi in attesa degli elementi di prova più consistenti, al preludio di una oramai quasi certa richiesta di rinvio a giudizio, ora che dentro la fascicolo sono entrate dentro confessioni anche nuove come quello dell’ex presidente del Consiglio Comunale di Villabate, Francesco Campanella, o ancora l’intervista al Fatto, poi ritrattata, dell’ex moglie Antonietta Aula che parlò di un telegramma di rimprovero che il marito avrebbe ricevuto da Francesco Virga, figlio del capo mafia di Trapani. Punto di partenza una vicenda archiviata e che però è tornata d’attualità, la fittizia compravendita di un terreno di proprietà dei D’Alì nella tenuta Zangara di Castelvetrano: lo comprarono i mafiosi che d’accordo con i D’Alì, secondo le accuse, avrebbero fatto solo finta di pagarlo.</p>
<p><strong>Parla e si svela il senatore Antonio D’Alì</strong>, 60 anni a dicembre, parlamentare dal 1994, prima con Forza Italia poi ha seguito Berlusconi nel Pdl, e non poteva essere altrimenti, lui che dal premier fu personalmente scelto per essere il punto di riferimento in provincia di Trapani, sottosegretario all’interno per cinque anni, dal 2001 al 2006, adesso è presidente della commissione Ambiente del Senato. Seduto su un divano, in un piccolo salotto di casa sua dove si respira l’aria dei baroni trapanesi che hanno fatto nel bene e nel male la storia della città, padroni delle saline, e poi di una delle più famose banche siciliane, la Sicula, quella finita al centro di una indagine del vice questore Rino Germanà, il funzionario di polizia che nel 1992 sfuggì miracolosamente all’agguato di un commando mafioso composto da eccellenti, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano.</p>
<p>Solo in una occasione il senatore D’Alì ha parlato della mafia e dei contatti pericolosi della sua famiglia con i Messina Denaro di Castelvetrano. <strong>Raccontò ai microfoni di Blu Notte che la sua famiglia non è stata vittima meno di altri di Cosa nostra. </strong>Poi di nuovo il silenzio nonostante il suo nome per anni è continuato ad uscire dalle indagini che man mano a Trapani si facevano sulla mafia che ha avuto capacità a diventare impresa. In un processo il pentito Sinacori raccontò che nel 1994 mentre la mafia pensava a fare nascere un partito tutto suo, “Sicilia Libera”, da Trapani, guarda caso, partì l’ordine che bisognava votare Forza Italia. “Siamo dinanzi ad un accanimento nei miei confronti – si sfoga il senatore – non capisco perché si guarda a me e non a quei politici che invece sono sicuramente protagonisti di momenti di connessione pericolosa. Penso per esempio alla Provincia regionale, a quel funzionario arrestato mentre truccava gli appalti, alle vicende emersi dai processi su come gli appalti della Provincia erano in mano mafiosa, <strong>non ero io allora il presidente della Provincia, ma la signora Giulia Adamo</strong>, non capisco perché ci debba entrare io”. E poi aggiunge. “Quando fui io presidente della Provincia introdussi nei bandi di gara una norma precisa per la legalità nelle aggiudicazioni, perché venisse dichiarata decaduta dall’aggiudicazione l’impresa che risultava destinataria di estorsione e non avesse denunciato la pressione, ed ancora perché i materiali da usare dovevano essere presi in una certa percentuale presso le aziende confiscate, quel bando fu impugnato dinanzi al Tar dall’associazione degli industriali edili”.</p>
<p>Ma ci sono le intercettazioni che vedono imprenditori mafiosi parlare del senatore D’Alì, di esprimersi come se quello che accade dipende da interventi del parlamentare. “Non mi sono mai interessato di problemi di singoli, ma di problemi generali, delle categorie, delle associazioni”. D’Alì descrive uno scenario che secondo lui ha una sola unica conclusione, quella che gli imprenditori o gli stessi mafiosi che sono stati intercettati a parlare di lui lo hanno fatto a vanvera. “Io mi sono interessato a fare arrivare finanziamenti per la crescita di questo territorio, non per arricchire ora uno ora l’altro imprenditore, le dico di più, rifarei tutto quello che ho fatto”. E i rapporti con i Messina Denaro? “Li ho ereditati da mio nonno, lui li aveva come campieri, noi abbiamo subito anche la violenza mafiosa con il sequestro di un mio zio…spero che questo “mascalzone” di Matteo venga presto preso”.</p>
<p> “<strong>Non mi sono mai occupato di appalti e segnatamente anche di questi, c’erano commissioni di gara insediate a Roma, a Trapani, vigilavano la protezione civile (di Bertolaso sic! ndr), io apprendevo dai giornale delle imprese che si aggiudicavano i lavori, mai occupato di forniture, quello che si dice sul mio conto non è vero”.</strong> Anzi: “Non ci sono elementi che portano alla mia persona, ma ho come l’impressione che si attenda qualcuno che un giorno o l’altro finisca col parlare della mia persona”. Non alza la voce e non si irrita, ma si capisce che la tensione è tanta. E però restano le ombre. Alcuni degli imprenditori nel tempo arrestati, e condannati per mafia, non erano proprio del tutto distanti dal parlamentare. “Si tratta di personaggi – scrivono i suoi legali nella memoria difensiva – che fino al momento del loro arresto erano conosciuti come imprenditori e non certo come mafiosi”. E gli imprenditori intercettati a parlare del senatore secondo la difesa del parlamentare ne parlano come se ne può parlare al bar, “chiacchere da bar” sostengono nella memoria difensiva.</p>
<p>Contro D’Alì c’è poi l’ipotesi di avere “spinto” nel 2003 perché andasse via l’allora prefetto Fulvio Sodano, al suo posto giunse l’ex questore di Roma, Giovanni Finazzo. I rapporti con i due prefetti sono stati chiaramente diversi, con Finazzo il legame più forte, “anche se oggi ci diamo sempre del lei” dice D’Alì . Il contrasto con Sodano ci sarebbe stato all’epoca dell’intervento della prefettura a favore dell’azienda confiscata alla mafia, Calcestruzzi Ericina. Anche in questo caso il senatore nega di sue pressioni “al contrario” rispetto all’azione del prefetto. Delle pressioni ne parla Sodano, anche Birrittella che sostiene che la confidenza col senatore c’era, che non era solo riferita al calcio, ma anche alle campagne elettorali e che in occasione di una conviviale addirittura gli portò i saluti del capo mafia Francesco Pace. “Non è vero”, nella memoria difensiva l’affermazione è ripetuta più volte, “non ci sono prove e riscontri”. Anche sul trasferimento del prefetto Sodano. “Mai esercitato pressioni per il trasferimento, ci sono testimonianze a mio favore come quella dell’allora ministro dell’Interno Pisanu. Quello di Sodano fu un trasferimento nell’ambito di normali avvicendamenti”.</p>
<p><strong>Il “potente” politico non si mostra indebolito</strong> ed è pronto a giocare la sua partita in sede giudiziaria e politica. Dentro casa sua, intesa politicamente, quella del Pdl, si è trovato di colpo un avversario inaspettato, l’ex fidato sindaco di Trapani, Girolamo Fazio. Un distinguo che pesa, fatto nel nome del rispetto delle regole e del rigore morale di chi fa politica. In questa maniera Fazio si è schierato affianco al neo coordinatore nazionale del Pdl, Angelino Alfano. “Quello di Fazio – dice D’Alì’ – è uno smarcarsi politico non personale, credo che sia naturale cercare di ottenere un riconoscimento personale, una via per avere riconosciuto un ruolo fuori dall’influenza che possa esercitare io, non è una azione che politicamente mi sorprende, vedremo i frutti che darà, io resto il riferimento del partito in questo territorio”.</p>
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		<title>Ecco il volto di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 08:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Ad un paio di anni dal primo identikit eccone un secondo per il super boss latitante Matteo Messina Denaro. Il capo mafia di Trapani, boss di Castelvetrano per eredità, figlio del defunto patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, è latitante dal giugno del 1993. Compirà 50 anni l’aprile dell’anno prossimo, contro di lui una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7408" href="http://www.malitalia.it/2011/07/ecco-il-volto-di-matteo-messina-denaro/immagine_1/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7408" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/IMMAGINE_1-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a></p>
<p><strong>Ad un paio di anni dal primo identikit eccone un secondo per il super boss latitante Matteo Messina Denaro</strong>. Il capo mafia di Trapani, boss di Castelvetrano per eredità, figlio del defunto patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, è latitante dal giugno del 1993. Compirà 50 anni l’aprile dell’anno prossimo, contro di lui una sfilza di ergastoli già diventati definitivi, come quelli per le stragi di Roma, Milano e Firenze del ’93, ma anche per le guerre di mafia nel trapanese, e una serie di delitti per offese che lui ha ritenuto potersi lavare solo col sangue, come quando a Palermo fece uccidere il direttore di un albergo di Selinunte, Nicola Consales, che aveva osato disturbare una ragazza austriaca che era l’amica del boss e aveva pubblicamente definito lui, Matteo Messina Denaro, e gli amici che lo accompagnavano di solito nelle calde serate d’estate, quattro mafiosetti che presto avrebbe buttato fuori dal suo albergo . <strong>Oggi Matteo Messina Denaro è a capo di un holding di imprese, tutte sotto il controllo di Cosa nostra, è il propugnatore della mafia sommersa, quella che non commette più efferati fatti di sangue, una mafia che non spara</strong>, perché in questo momento si trova garantita dentro le istituzioni, una mafia che parla con la politica, condiziona l’economia, riesce a controllare flussi di denaro pubblico. Una mafia che nel trapanese alle estorsioni ha preferito assumere via via il controllo di attività imprenditoriali in tutti i settori, da quello edilizio, a quello agricolo, sino a quello turistico. Il primo identikit di Matteo Messina Denaro fu elaborato grazie alle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, gli ultimi ad averlo incontrato. Adesso questa nuova immagine realizzata interamente in modo informatico, presenta non più il volto di un giovane, ma di un Matteo Messina Denaro invecchiato, quasi che dimostra più dei suoi 50 anni, si è tenuto conto delle voci su una sua possibile malattia agli occhi, e di qualche altro malanno, spesso si è sentito dire che potrebbe avere problemi ai reni. Certamente il volto di una persona che trascorre da qualche tempo una latitanza forse non più dorata come un tempo. Contro di lui nel corso di un anno la Polizia ha messo a segno due operazioni, denominati Golem, che hanno fatto terra bruciata attorno al latitante, colpendo la cerchia di favoreggiatori più vicini a lui, quelli che garantivano lo smistamento dei pizzini, e i contatti tra i più diretti tra il latitante ed il territorio. Tra quelli a finire in manette anche suo fratello, Salvatore Messina Denaro, ex preposto di banca, la Banca Sicula, e con lui soggetti più o meno in vista di Castelvetrano,  si sentivano insospettabili, ma proprio così non era.<strong> </strong></p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-7409" href="http://www.malitalia.it/2011/07/ecco-il-volto-di-matteo-messina-denaro/immagine_5/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7409" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/IMMAGINE_5-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" /></a></strong></p>
<p><strong>Da queste indagini emerge l’accortezza del latitante che non preferisce i contatti diretti, solo in rare occasioni si è mosso per incontrare i suoi complici, è oggi Matteo Messina Denaro il nuovo fantasma della mafia, un fantasma che però gode ancora di appoggi e aiuti secondo investigatori e inquirenti di grande spessore in un territorio, quello della provincia di Trapani, dove il boss ha vissuto e vive di una sorta di venerazione</strong>. Il numero uno oggi è lui è stato sentito dire nel corso delle indagini Golem dai soggetti intercettati a parlare di Matteo Messina Denaro, è lui la testa dell’acqua, è lui il nuovo capo della mafia siciliana, un capo che oggi custodisce l’archivio segreto di Totò Riina, forse anche l’originale di quel papello che fa parte del mistero della trattativa tra mafia e Stato. Una trattativa che non si sarebbe interrotta.</p>
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		<title>Operazione Apice: i soldi del pizzo per il matrimonio della figlia</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 13:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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Appalti, l’ortofrutta, le mediazioni, la riorganizzazione mafiosa. C’era tutto questo nell’«agenda» di Gaetano Riina, 79 anni, arrestato venerdì dai carabinieri di Monreale in una indagine che pur concentrata sulla provincia di Palermo, sulla Corleone che in parte continua a riconoscere il potere sanguinario dei Riina, tocca anche la provincia di Trapani e non solo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7400" href="http://www.malitalia.it/2011/07/operazione-apice-i-soldi-del-pizzo-per-il-matrimonio-della-figlia/gaetano-riina/"><img class="alignnone size-full wp-image-7400" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/gaetano-riina.jpg" alt="" width="220" height="220" /></a></p>
<p><strong>Appalti, l’ortofrutta, le mediazioni, la riorganizzazione mafiosa</strong>. C’era tutto questo nell’«agenda» di Gaetano Riina, 79 anni, arrestato venerdì dai carabinieri di Monreale in una indagine che pur concentrata sulla provincia di Palermo, sulla Corleone che in parte continua a riconoscere il potere sanguinario dei Riina, tocca anche la provincia di Trapani e non solo per la circostanza che Gaetano Riina da tempo abita a Mazara del Vallo. Ci sono, nell’elenco delle malefatte scoperte, le estorsioni che Gaetano Riina avrebbe compiuto per appalti banditi dalla Provincia regionale di Trapani. Ci sono gli interessi che non avrebbe nascosto nell’ambito dei mercati ortofrutticoli mazarese e marsalese, i suoi rapporti con gli imprenditori agricoli Sfraga di Marsala, gli stessi coinvolti nell’indagine sul mercato di Fondi e nei rapporti con i casalesi. Gli stessi rapporti che sarebbero stati mediati dal capo mafia latitante Matteo Messina Denaro.</p>
<p><strong>È possibile che Gaetano Riina avrebbe imposto il «pizzo» a Trapani senza concordare nulla con Messina Denaro?</strong> La risposta degli investigatori è negativa, anzi l’indagine sul fratello di “Totò u curtu” tradirebbe quelle che sono le nuove alleanze che si muovono nel contesto mafioso. Riina e Messina Denaro sono tornati a stare assieme semmai si siano mai «divisi»: è una cosa il rispetto tenuto da Matteo Messina Denaro nei confronti di Bernardo Provenzano (rispetto garantito sino a quando però il boss non fu arrestato, la scoperta che il “vecchio” teneva intatto l’archivio dei “pizzini” fece andare su tutte le furie il giovane boss secondo il racconto scritto in altri “pizzini”), un’altra cosa l’obbedienza verso Totò Riina. D’altra parte in alcuni «pizzini» diretti a “Binnu” Provenzano e trovati nella masseria di Montagna dei Cavalli dove il “fantasma di Corleone” è stato catturato, “Alessio”, alias di Matteo Messina Denaro, fa riferimento a notizie che gli sarebbero giunte da «Ttr», Totò Riina hanno letto gli investigatori. Sebbene in carcere al 41 bis, Totò Riina sarebbe riuscito a fare veicolare messaggi verso il giovane padrino di Castelvetrano. Ma c’è un altro elemento che conferma il legame tra Matteo Messina Denaro e Gaetano Riina: le indagini dei carabinieri di Monreale hanno registrato un incontro che ci fu tra lui, Gaetano Riina, e lo «zio Franco», al secolo Francesco Luppino di Campobello di Mazara, «longa manus» del boss latitante.</p>
<p><strong>L’estorsione.</strong> La richiesta estorsiva avrebbe riguardato i lavori di manutenzione straordinaria della strada provinciale 29 (Trapani-Salemi, appalto per 1 milione di euro del febbraio 2010), secondo l’ordinanza eseguita all’esito delle indagini condotte dai carabinieri a riscuotere il pizzo sarebbero stati un certo Giuseppe Genna di Paceco, e un tale Riccardo Di Girolamo, una parte di quei soldi furono spesi per il matrimonio della figlia di Riina, la divisione avrebbe riguardato anche i mandamenti di Mazara e Trapani, e anche Ninetta Bagaella, la moglie di Totò Riina.</p>
<p><strong>Dalla sua villetta, molto dimessa, di Mazara, dove era andato ad abitare, Gaetano Riina</strong> si sarebbe occupato anche dei commerci di frutta, di quello che succedeva nei più importanti mercati della provincia di Trapani. Insomma il suo sguardo non era tutto rivolto su Corleone.</p>
<p> <strong>Il legame con Mazara da parte dei Riina è antico e forte. </strong>Mazara del Vallo è da decenni la città di Gaetano Riina e lì venerdì i carabinieri del comando di Monreale sono andati ad arrestarlo, in una casa in via degli sportivi nella frazione di Tonnarella. Anche suo fratello Totò non disdegnava di frequentare la cittadina trapanese, e durante la sua lunghissima latitanza, qui ha trascorso tante giornate d’estate, ma anche alcune di quelle invernali, «ospite» di uno dei suoi storici alleati, il capo di Cosa nostra mazarese, Mariano Agate. Partecipando a summit presso la Calcestruzzi Mazara, di proprietà della famiglia Agate, sedendo a capotavola e distribuendo complimenti agli amici fidati, oppure decidendo di togliere le spine, così diceva, quando c’era da fare ammazzare qualcuno. Frequentazione, quella con Agate, comune anche per Gaetano Riina.</p>
<p><strong>Il nome del fratello di «Totò u curtu»</strong> compare in diverse indagini giudiziarie, a cominciare da quella condotta negli anni ’70 attorno alla «Stella d’Oriente» una società costituita dal cugino di Mariano Agate, Giuseppe Di Stefano e da Giuseppe Mandalari, il commercialista palermitano, professionista di fiducia di Riina, e il cui nome compare anche a proposito della “iniziazione” della loggia massonica coperta di Trapani, «Iside 2». La società costituita a Palermo fu trasferita come sede a Mazara, sancì la «collaborazione» tra mafia e camorra, soci divennero una serie di conclamati mafiosi, Mariano Agate, suo fratello Giovan Battista, Salvatore Tamburello, parenti dei fratelli Nuvoletta di Napoli, capo-clan dell’omonima famiglia camorristica. Gaetano Riina aveva lì suo cognato, Vito Maggio. Amministratore unico fu nominato Vito Manciaracina, genitore di Andrea, il giovane che negli anni 80 ebbe modo di appartarsi a quattr’occhi con il senatore Andreotti durante una visita di questi a Mazara. La società serviva al riciclaggio di denaro, con trasferimenti di ingente contante (2 miliardi di vecchie lire) in Svizzera. Soldi si pensa provenienti dai traffici di droga.</p>
<p><strong>Ma la vicenda più clamorosa nella quale compare il nome di Gaetano Riina è quella relativa alla confisca di una sua villa, e di un terreno, posseduti ancora e sempre a Mazara</strong>. Una confisca che determinò la inappellabile sentenza di morte pronunciata dal tribunale mafioso contro un giudice, Alberto Giacomelli, ucciso il 14 settembre del 1988 appena fuori Trapani, era già in pensione ma per quella firma apposta in calce all’ordinanza di confisca era rimasto nell’elenco delle vittime designate. La confisca risale al 1985, a firmare il dispositivo in primo grado fu il giudice Giacomelli. Gaetano Riina continuò ad abitare la villa nonostante l’avesse avuta confiscata e quando arrivò l’ordine di sfratto nel 1988, scattò la vendetta. Giacomelli fu ucciso e poi la mafia completò l’opera infangando il nome come solo Cosa nostra è capace di fare. Un finto pentito poi consegnò alla magistratura una banda di balordi che Giacomelli in passato aveva condannato, ma loro col delitto non c’entravano nulla. Ad entrare in azione era stata una banda di sicari mandati da Totò Riina che così ha voluto difendere il “buon” nome del fratello. Totò Riina per questo delitto ha avuto inflitto un ergastolo, la villa che fu di Gaetano Riina oggi è sede del comando della Guardia di Finanza a Mazara. Fu confiscato anche un terreno, ma quello ancora oggi rimane inutilizzato. A Trapani non è una novità che i beni confiscati restino confiscati sulla carta. In attesa di assegnazione restano, per esempio, i 70 ettari sottratti al narcotrafficante mafioso di Salemi Totò Miceli, il Comune li ebbe assegnati ma non li ha mai dati in gestione, tante parole e tante buone intenzioni, fino a quando non è stata intercettata una conversazione dell’attuale sindaco, Vittorio Sgarbi, che quando c’era da assegnare il terreno a Libera e a Slow Food disse chiaramente che “a quelli di don Ciotti” non avrebbe dato niente. Sgarbi è il sindaco che sostiene che la mafia non esiste più, e che ci sono i mafiosi incapaci di organizzarsi, a pochi chilometri da Salemi, a Mazara c’era il fratello di Totò Riina, Gaetano, che non solo ha dimostrato a 79 anni capacità di riorganizzazioni, ma faceva le estorsioni sotto al naso dei politici che negano l’esistenza di Cosa nostra.</p>
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		<title>Trapani, terra malata di mafia</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 21:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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<p>Sono stati fatti passi in avanti. Immaginate venti anni addietro o anche dieci anni fa  se quel pezzo di m&#8230;afioso di Vincenzo Virga poteva solo pensare che dentro casa sua un giorno ci sarebbe stata la foto di Mauro Rostagno appesa ad una parete, il giornalista che, diciamolo chiaramente, con tutto il rispetto per il processo, che lui ha fatto uccidere, o che in questa casa si fosse parlato di Matteo Messina Denaro il super latitante di Castelvetrano che voleva vedere morto proprio Virga, soprannominato il &#8220;coccodrillo&#8221; perchè non lasciava nulla a nessuno e non divideva noiente con nessuno.E allora è chiaro che sono stati fatti passi in avanti. Questo significa che la mafia ha fatto passi indietro ma è anche cambiata, ha aggirato gli ostacoli, non commette gli omicidi perché non è riuscita a cancellare gli ergastoli, non traffica  massicciamente in droga perché sennò i suoi uomini rischiano decenni di galera, non chiede più il pizzo a tappeto semmai poi a Trapani lo abbia mai fatto, perché gli serve mantenere il consenso sociale, la mafia adesso trucca gli appalti, fa le false fatture, specula sui finanziamenti pubblici,che sono quei reati per i quali può accadere che un imprenditore non scoperto ad essere anche un mafioso, o anche un imprenditore riconosciuto essere tale, se la può cavare o pagando una ammenda o con poco meno di due anni di carcere, pena sospesa o con i provvidenziali indulti.</p>
<p>Il collega Fabrizio Feo nel suo libro &#8220;Matteo Messina Denaro il camaleonte&#8221; l’ha descritta bene questa nuova mafia, quella di Messina Denaro dove dentro ci sta crudeltà ed equilibrio, obbedienza e senso critico, regole antiche e moderna lucidità, dolce vita e monastico isolamento. Tutto e il suo contrario. Matteo Messina Denaro è “L’Assoluto”, così lo chiamano i fedelissimi, o ancora “la testa dell’acqua” oppure “u siccu”. Più di un capo carismatico: un oggetto di venerazione. Blasone mafioso riverito, la ferocia dei corleonesi e un fiuto politico spiccato, il padrino di Castelvetrano è il vero erede di una tradizione. Quella per cui Cosa nostra è antistato, ma anche potere reale, profeta della mafia del terzo millennio: valori arcaici dissimulati e affari spregiudicati fatti nel silenzio. E rapporti stretti con ’ndrangheta e camorra.</p>
<p> Dove è oggi la forza di Messina Denaro? Sta in quella parte di società che non è quella che partecipa alle iniziative antimafia e che, a scanso di equivoci, non sono più solo i &#8220;parenti della zita&#8221; ma ad ogni incontro c&#8217;è una persona nuova che si avvicina, ma è quella dei salotti che restano maggiormente frequentati dove si continua  a negare l’esistenza di interessi criminali e politici che vivono insieme dentro trame inconfessabili, tra logge massoniche più o meno deviate e disegni eversivi. La storia ci consegna una città, una provincia, un territorio quello di Trapani dove Cosa nostra è nata e dove è diventata cultura l’acqua dove sono cresciuti la borghesia e gruppi di potere. Trapani una terra così malata di mafia che pochi se ne rendono conto, colpa anche di una informazione che ancora oggi finisce con il porsi senza offrire certezza, imbrigliata dentro i condizionali, anche quando le condanne sono definitive o se non sono definitive sono comunque di chiarezza lampante, dove le prescrizioni diventano assoluzioni, dove le tragedie e le zizzanie varie diventano notizie, dove se un giornalista è amico di un poliziotto fa scandalo, ma dove scende il silenzio se un imprenditore che paga le mazzette è amico di prefetti, sindaci e senatori, dove un personaggio come Pino Giammarinaro ha potuto in modo indisturbato gestire potere e politica senza che nessuno sollevasse scandalo, dove per decenni la morte di Mauro Rostagno doveva passare come un delitto di corna come aveva deciso che fosse il boss di Mazara Mariano Agate. Trapani è la città dove si sparla meglio dei professionisti dell’antimafia e non dei mafiosi, dove tutto viene reso, sempre per colpa dell’informazione, incerto, non credibile, e la mafia ringrazia. Fabrizio Feo si è inserito in questa realtà trapanese e l’ha messa bene in rilievo dentro questo libro che non parla solo di Matteo Messina Denaro ma parla del sistema che è diventato sistema legale, sistema di vita, perché i trapanesi hanno permesso che così fosse. E chi cerca di porsi fuori dal sistema ieri veniva ucciso oggi magari viene delegittimato, e allora questo ci si fa rendere conto che è alto il prezzo che si è pagato per arrivare a potere dare nuoiva vita alla casa del pezzo di m&#8230;afioso di Virga, ma ci si è riuscitii, adesso dobbiamo entrare dentro altre case, altri beni che debbono essere confiscati, è lì che la mafia va colpita. E noi caro Fabrizio sappiamo che verrà colpita ma non perché qualcuno ci ha passato la soffiata ma perché conosciamo bene storie di uomini e donne e di cose di questa terra. E allora come ci ha lasciato detto un grande giornalista, il maestro indimenticabile Roberto Morrione, oggi più che mai mi sento di dire &#8220;calma e gesso&#8221; la partita continua, &#8220;si fa ciò che si deve accada ciò che può&#8221;.</p>
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		<title>Matteo, &#8216;u siccu, e la pasta.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 09:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Costanzo]]></category>
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Sarà un intenditore di arte, conosce i segreti dell’archeologia, tanto da esserne, a modo suo, particolare cultore, per alimentare i suoi traffici illegali o dovendo scegliere obiettivi da colpire col tritolo mafioso come è accaduto nella terribile primavera ed estate del 1993, con le bombe piazzate a Firenze, Milano e Roma, ma di cucina e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6988" href="http://www.malitalia.it/2011/05/matteo-u-siccu-e-la-pasta/pasta/"><img class="alignnone size-full wp-image-6988" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/pasta.jpg" alt="" width="269" height="188" /></a></p>
<p><strong>Sarà un intenditore di arte, conosce i segreti dell’archeologia</strong>, tanto da esserne, a modo suo, particolare cultore, per alimentare i suoi traffici illegali o dovendo scegliere obiettivi da colpire col tritolo mafioso come è accaduto nella terribile primavera ed estate del 1993, con le bombe piazzate a Firenze, Milano e Roma, ma di cucina e piatti tipici,<strong> Matteo Messina Denaro</strong>, il super boss latitante dal 1993, originario di Castelvetrano, terra del Belice, non ne capisce molto. A parte la sua altra passione per lo champagne, che sa anche come degustare per apprezzarne il perlage, ha un po’ di confusione per quanto riguarda la differenza tra i primi piatti e tra quelli propri della tradizione italiana. <strong>E così confondendo l’amatriciana con la carbonara</strong> nel 1992 mandò all’aria il tentativo di appostamento per uccidere a Roma il giudice Giovanni Falcone. Si potrebbe dire “benedetta confusione”, purtroppo la mafia presto si riorganizzò, e uccise Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta, con la bomba piazzata sotto l’autostrada di Capaci.</p>
<p>Prima di quel botto a Roma si era trasferito un commando organizzato per uccidere il giornalista Maurizio Costanzo e il giudice Giovanni Falcone. Ne facevano parte Giuseppe Graviano, Renzini Tinnirello, Matteo Messina Denaro, ed i soggetti che dopo l’arresto passarono dalla parte della collaborazione con la giustizia, Cristoforo Cannella, Francesco Geraci, Vincenzo Sinacori. A Falcone andavano a cercarlo nei ristoranti.<strong> Dapprima Giuseppe Madonia e Leoluca Bagarella tenevano sotto controllo il famoso ristorante di “Sora Lella”, Messina Denaro invece teneva sott’occhio il ristorante “L’amatriciana” nel quartiere Prati</strong>. Fecero numerosi appostamenti all’inizio del 1992, sera dopo sera loro erano lì, ma non c’era Falcone. Tempo dopo Matteo Messina Denaro scoprì di avere sbagliato locale, non doveva cercare “L’amatriciana” ma semmai “La Carbonara”, da tutt’altra parte rispetto al quartiere Prati, il locale “giusto” si trovava a Campo dei Fiori, ed era spesso lì che nella serate romane, a fine giornata di lavoro che Falcone si recava. Messina Denaro ha fatto confusione di pasta, ma poi Totò Riina mise ogni cosa purtroppo a posto. Diede ordine ai commandos  di rientrare in Sicilia,<strong> “abbiamo trovato cosa fare”.</strong> Il tritolo a Capaci.</p>
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		<title>Scusa Roberto se non vengo a salutarTi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 07:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberainformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Morrione]]></category>

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Giuro che è la prima e l&#8217;ultima volta che il tuo esempio non seguo. Tu non sei mancato mai ad un appuntamento, io invece sono costretto a saltare quello con Te. Mi spiace tanto non essere domani a Roma a salutarti Roberto, essere vicino a Mara e agli amici di Libera Informazione. Volevo esserci per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6942" href="http://www.malitalia.it/2011/05/scusa-roberto-se-non-vengo-a-salutarti/robmorrione/"><img class="alignnone size-full wp-image-6942" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/robmorrione.jpg" alt="" width="195" height="258" /></a></p>
<p><strong>Giuro che è la prima e l&#8217;ultima volta che il tuo esempio non seguo</strong>. Tu non sei mancato mai ad un appuntamento, io invece sono costretto a saltare quello con Te. Mi spiace tanto non essere domani a Roma a salutarti Roberto, essere vicino a Mara e agli amici di Libera Informazione. Volevo esserci per raccontarti le ultime novità da Trapani, la città che ha avuto in te un attento osservatore. <strong>Volevo dirti che avevamo visto giusto quando abbiamo scritto su Libera Informazione in tempi non sospetti di una sanità malata e in mano a gente senza scrupoli</strong>, che avevamo ragione quando abbiamo detto che Salemi, la città prima capitale d&#8217;Italia ma anche la roccaforte della mafia dei colletti bianchi, quella dei Salvo, quando anora non era chiamata così, perchè quella era semmai la mafia vera, potente, quella degli intrighi politici, e con i fili che arrivavano dentro le banche, era diventata, Salemi, la città di un grande reality show, con il prof. Vittorio Sgarbi protagonista di facciata. Lui eletto sindaco per volontà di un &#8220;mammasantissima&#8221;, tale Pino Giammarinaro, se ne era fatto un baffo di quello che gli dicevano e cioè che avrebbe dovuto diffidare di quel personaggio e della sua corte dei miracoli. Abbiamo avuto ragione quando scrivevamo che ci doveva essere una ragione particolare per la quale restava non assegnato un terreno confiscato di settanta ettari, tolto ad un narcotrafficante mafioso, c&#8217;era stato l&#8217;ordine che quel terreno &#8220;a quelli di Don Ciotti&#8221; non doveva essere dato. <strong>A proposito di confische, sai l&#8217;ultima volta dove sono andati a cercare Matteo Messina Denaro? Proprio dentro un&#8217;azienda confiscata, un oleificio tra Castelvetrano e Partanna</strong>. Lui non c&#8217;era, forse addirittura da lì non è mai passato nessuno, l&#8217;informazione è arrivata a Polizia e Carabinieri dai servizi segreti, che ancora non si è capito che ruolo giocano in questa partita. Se si pensa che questi servizi, quando si chiamavano in altro modo, Sisde avevano intavolato una collaborazione con un personaggio al centro di mille misteri, tale Tonino Vaccarino, che scambiandosi una corrispondenza con Messina Denaro doveva aiutarlo a farlo catturare, ma alla fine i suoi pizzini sono serviti a fare conoscere il pensiero più recente dei boss, che ha dato del Torquemada a chi gli dà la caccia. Guarda caso analoga reazione arriva oggi da illustri soggetti a proposito delle indagini sulla sanità trapanese, sul Comune di Salemi e sull&#8217;on. Giammarinaro. Scene già viste vero Roberto? Abbiamo fatto (giusto non parlare più in prima persona perchè quando si parla di lavoro serve il plurale) anche in questa occasione il nostro dovere Roberto, come tu ci hai insegnato, non stiamo qui a dire &#8220;noi l&#8217;avevamo detto&#8221;, ci fa piacere che la giustizia alla fine si è mossa. E per chi vuole credere in noi abiamo guadagnato un gradino in più di credibilità. Senza metterci in cattedra. <strong>Adesso il cammino continua Roberto e non sarà facile senza la tua guida, ma noi abbiamo l&#8217;obbligo di continuare</strong>. Io continuo a sentire la tua mano posarsi sulla mia spalla, e quell&#8217;abbraccio che ci siamo scambiati a marzo a Calatafimi quando ci siamo salutati, lo ricordo forte, quasi che inconsciamente tutti e due sapevamo che quella era l&#8217;ultima volta. Ecco è quella mano posata sulla spalla e quell&#8217;abbraccio che mi porto dietro, scusami se di tanto in tanto ti cercherò lo stesso per un consiglio, so che in qualche modo una risposta me la farai arrivare. Non sappiamo se c&#8217;è qualcosa che ci attende dall&#8217;altra parte della vita, ma mi piace pensare che qualcosa ci sia, quantomeno un gruppo di giovani e una redazione che aspettavano Te per fare un nuovo giornale. <strong>Arrivederci mio maestro, ciao Roberto.</strong></p>
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		<title>Sgarbi, Salemi e il puparo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 11:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Giammarinaro]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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“Noi i terreni a quelli di Don Ciotti mai”.

 Salemi, terra di Sicilia. Terra di esattori mafiosi e regno incontrastato di Giuseppe Giammarinaro, Pino terremoto, politico legato a quello che resta dell’Udc di Totò Cuffaro  e a Saverio Romano, ora “responsabile” e per questo Ministro dell’Agricoltura voluto da Berlusconi. Comanda a Salemi, Pino terremoto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/05/sgarbi-salemi-e-il-puparo/sgarbi/" rel="attachment wp-att-6859"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/sgarbi.bmp" alt="" class="alignleft size-full wp-image-6859" /></a></p>
<p><strong></p>
<p>“Noi i terreni a quelli di Don Ciotti mai”.</p>
</p>
<p></strong> Salemi, terra di Sicilia. Terra di esattori mafiosi e regno incontrastato di Giuseppe Giammarinaro, Pino terremoto, politico legato a quello che resta dell’Udc di Totò Cuffaro  e a Saverio Romano, ora “responsabile” e per questo Ministro dell’Agricoltura voluto da Berlusconi. Comanda a Salemi, Pino terremoto, detta legge e decide lui a chi assegnare 60 ettari di terra buona sequestrati al mafioso e narcotrafficante Totò Miceli. Sindaco è Vittorio Sgarbi, il critico d’arte che promette di rivoluzionare il paese, cambiarlo da cima a fondo portando in giunta gente del calibro di Oliviero Toscani, affidando un assessorato al Nulla e Graziano Ceccherini, l’artista delle palline colorate nella Barcaccia di Piazza di Spagna a Roma.<br />
<strong></p>
<p>Parole,immagine, promesse: la verità è che il comune è nelle mani di Giammarinaro e dei suoi accoliti</p>
</p>
<p></strong>. E allora accade che quel terreno, richiesto da Libera e Slow Food , deve essere dato a altri, non agli antimafiosi di Don Luigi Ciotti. E’ il 16 ottobre del 2009 quando Sgarbi alza il telefono e chiama Giammarinaro , si chiariscono e alla fine il sindaco china la testa e chiede “il nominativo della persona a cui assegnare i 60 ettari”. E’ solo uno degli episodi raccontati nel voluminoso dossier approntato dalla Questura di Trapani (l’indagine è stata portata avanti dal capo dell’anticrimine Giuseppe Linares e dal Questore Carmine Esposito) che ieri ha portato al sequestro di beni ( cliniche, centri sanitari,conti correnti) per 35 milioni di euro a Giuseppe Giammarinaro.<br />
<strong></p>
<p>L’uomo è stato uno dei potenti  dell’Udc nel Trapanese</p>
</p>
<p></strong>. Legatissimo a Totò Cuffaro, è considerato “espressione di quella borghesia mafiosa” che avvelena economia e società siciliana. Latitante negli anni novanta (Slovenia e Tunisia), è considerato un personaggio “collocato nel panorama mafioso locale”. E’ lui che controlla gli affari della sanità nel Trapanese. “Considerava la ASL di Trapani – notano gli investigatori- come una inesauribile fonte economica cui poter attingere”, gestiva in modo occulto centri sanitari son Salvatore Cuffaro, l’ex padrone dell’Udc siciliana e presidente della Regione, “centri fisioterapici e radiologici”. Le nomine di medici e dirigenti alla ASL  erano cosa sua. <strong>“Tu sei bravo,ma non basta, devi pure essere amico di Giammarinaro, altrimenti sei scecco (asino ndr)”. </strong>Nomine, potere, controllo di deputati regionali. L’onore Giuseppe Lo Giudice, detto Pio, si sfoga con gli investigatori. E’ stato eletto alla Regione  grazie ai voti di Giammarinaro, era nell’Udc ora è con Rutelli. “Ma io –confessa- mi sentivo come un burattino nelle sue mani”. Un puparo, pericolosissimo Giammarinaro. Che secondo il pentito di mafia Antonino Giuffrè  “ si occupava di far pervenire i finanziamenti per quei lavori che interessavano gli imprenditori vicini a Cosa Nostra”. <strong>Quella particolare mafia silente che domina nel Trapanese, governata con pugno di ferro dal superlatitante Matteo Messina Denaro, ‘u siccu, il vero erede dei Riina e Provenzano.</strong>Un altro pentito di mafia, Concetto Mariano, nel 2002 fa un elenco dei politici “aiutati” da Cosa Nostra :c’è anche Giammarinaro.”Tutto ciò che viene deciso- fa mettere a verbale un anno dopo Vincenzo Laudicina, consigliere comunale dell’Udc a Marsala- passa da lui. Tutte le nomine politiche, governative e di sottogoverno sono frutto della sua volontà. E lui spesso ha un comportamento ambiguo, ricattatorio, minaccioso”.</p>
<p>Un uomo così aveva in mano il comune di Salemi. “Piccola realtà di provincia – notano gli investigatori- ma snodo fondamentale delle dinamiche criminali della consorteria mafiosa dell’intera provincia di trapani, al cui vertice c’è l’indiscusso Matteo Messina Denaro”. Oliviero Toscani, il fotografo che Sgarbi vuole a tutti i costi come assessore, rivela come il critico d’arte conquistò la poltrona di primo cittadino di Salemi : “Fu Giammarinaro a chiedergli di fare il Sindaco . Salì a Milano e gli fece la proposta”: Toscani resiste poco nel piccolo comune siciliano. “Mi sono reso conto che il contesto territoriale che mi permetto di definire mafioso non mi consentiva di operare in maniera libera e autonoma. Fin dal mio ingresso in giunta ho potutro constatare la presenza di Giammarinaro alle riunioni, partecipava e assumeva decisioni alla presenza di Sgarbi e la cosa mi sembrava alquanto anomala”. Aveva uomini suoi, assessori e consiglieri, disponeva di funzionari e impiegati., Pino terremoto. Al punto che gli stessi carabinieri in una nota ritengono fondata l’ipotesi “che esista un vero e proprio condizionamento mafioso di tutta l’attività amministrativa del Comune di Salemi”. Giammarinaro aveva strettissimi rapporti con l’attuale ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Ex Udc, ora tra i “Responsabili” che consentono l’esistenza del governo Berlusconi. Nelle carte dell’inchiesta sono documentati vari incontri con il ministro anche durante il periodo in cui Pino terremoto era sorvegliato speciale di pubblica sicurezza. I due si vedono spesso a Palermo, si scambiano informazioni e “pizzini”, bigliettini.</p>
<p>Vanno così le cose a Trapani e provincia, terra di mafia e di “borghesia mafiosa”. Uomini che contano nella sanità pubblica, controllano i Comuni. A Salemi Vittorio Sgarbi  (del cui programma in Rai ieri la capogruppo del Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini , ha chiesto la sospensione) aveva promesso di voler fare sul serio:”Voglio assessori indipendenti, non servi, liberi, non camerieri”. La realtà raccontata dalla polizia di trapani è diversa. Con Pino Giammarinaro, ex sorvegliato speciale in forte odore di mafia,che comanda tutto. <strong>Quando era necessario scriveva lui le delibere importanti, le portava personalmente al Sindaco. E Sgarbi firmava. Senza battere ciglio.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 maggio 2011)</p>
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		<title>Matteo Messina Denaro e la storia di un cane di bronzo con la testa mozzata</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 19:51:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[satiro danzante]]></category>
		<category><![CDATA[Stragi 1993]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6842" href="http://www.malitalia.it/2011/05/matteo-messina-denaro-e-la-storia-di-un-cane-di-bronzo-con-la-testa-mozzata/satiro/"><img class="alignnone size-full wp-image-6842" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/satiro.jpg" alt="" width="217" height="233" /></a><strong>I siti artistici da colpire nelle stragi programmate dalla mafia nel 1993? «Sono stati scelti da Matteo Messina Denaro consultando i depliant turistici</strong>». Lo ha detto il collaboratore di giustizia ed ex uomo d’onore di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, ai giudici di Firenze che hanno aperto un nuovo dibattimento sulla stagione stragista che avrebbe affiancato il tentativo di Cosa nostra di «condurre» una «trattativa» con lo Stato. Brusca fu arrestato 15 anni addietro e tre giorni dopo la cattura cominciò la collaborazione. Parlando anche delle bombe mafiose di tre anni prima. Strategia stragista che era già decisa prima degli arresti di Riina, dei fratelli Graviano e di Leoluca Bagarella. Brusca ha svelato che in proposito un suo «tentennamento» fu male interpretato da Matteo Messina Denaro che voleva per questo ucciderlo. «Io – ha detto Brusca sentito in Corte di Assise a Firenze – avevo criticato l’operato degli attentati, tant’è vero che Messina Denaro successivamente ho saputo che per queste critiche mi voleva eliminare. Poi ho chiarito anche con lui l’equivoco, nel senso che io mica volevo criticare l’operato, ma in quel momento dicevo per quale motivo, se non hai una base concreta con cui avere a che fare, tu vai avanti in questo modo, un po’ alla cieca? E allora gli spiegai “ma a che punto siamo”, pensando che c’era qualche aggancio. E lui mi dice “niente”. Gli chiedo pure “ma come hai scelto questi&#8230; questi obiettivi da colpire”? E lui mi risponde “con un depliant”». Proseguendo Brusca ha spiegato le «competenze» del super latitante di Castelvetrano, ricercato dal giugno del 1993: <strong>«Matteo Messina Denaro non è laureato in Storia dell’Arte, però è una persona competente della materia, conosce quello che significano le opere d’arte, quelli che sono questi patrimoni artistici, quindi conosce benissimo la materia, </strong>stiamo parlando di una persona competente e sa dove mettere le mani. E quando lui mi dice “li ho scelti da un depliant” non ho bisogno di andargli a chiedere “ma chi te li ha consigliati”? Perché sapevo che lui era competente della materia, quindi è una persona che sapeva dove metteva le mani». E le bombe! L’arte – quella «rubata» – secondo Brusca c’entra anche nella «segreta» trattativa tra esponenti dello Stato e la mafia. Brusca a Firenze ha fatto il nome di un soggetto venuto in Sicilia e in provincia di Trapani, arrivato qui da Milano in quell’inizio di anni ’90, che avrebbe contattato esponenti della mafia per ottenere la restituzione di opere d’arte «che ho sentito dire – ha detto Brusca – erano state rubate da una pinacoteca di Modena». Il nome di questo soggetto fatto da Brusca è quello di un certo Paolo Bellini, “fantomatico” appartenente ai servizi segreti. «Ci presentò un elenco di opere d’arte tra cui quella di un cane di bronzo con la testa mozzata». Ci sarebbero state anche delle foto di quei reperti e di quel «cane» di bronzo che ancora oggi si troverebbe nelle mani del latitante Matteo Messina Denaro. Sulla organizzazione degli attentati del 1993, Brusca ha detto ai giudici di Firenze che la «manovalanza» fu messa a disposizione dalla cosca palermitana di Brancaccio e «da “picciotti” di Trapani scelti personalmente da Matteo Messina Denaro». Uno di questi il «lattoniere» di Castellammare del Golfo Gino Calabrò–  lo stesso coinvolto nella strage di Pizzolungo del 1985 – che doveva occuparsi di fare esplodere un’autobomba all’Olimpico di Roma per fare strage di poliziotti e carabinieri. Per fortuna quel timer non si innescò. E l’attentato una volta rinviato non venne più fatto. Perchè nel frattempo la «trattativa» avrebbe trovato una sua conclusione.</p>
<p><strong>Tra le «passioni» di Matteo Messina Denaro c’è stata sempre l’arte e l’archeologia.</strong>  Passioni comunque nutrite alla «sua» maniera, solo e soltanto per specularci. In alcuni «pizzini» dove racconta la sua vita, Messina Denaro scrive non a caso che con i traffici di arte di cui è specialista «potrebbe mantenersi». A fine anni ’90, Matteo Messina Denaro aveva organizzato a Mazara del Vallo il furto del «Satiro Danzante» appena recuperato (marzo 1998) dal peschereccio «Capitan Ciccio» nel Canale di Sicilia, e mentre veniva tenuto in «ammollo» in acqua salmastra, in un edificio comunale, in attesa della partenza per Roma per il restauro.Tutto era pronto, un commando, un camion e il prezioso bronzo, che doveva finire intanto dentro una buca già scavata in un terreno, avrebbe preso la direzione verso la Svizzera, se non fosse stato che quella sera a Mazara i vigili urbani di guardia non decidevano di trascorrere la serata mangiando una pizza. Uno restò vicino al Satiro e l’altro si allontanò. Si era deciso, raccontò l’ex vigile urbano di Marsala, Mariano Concetto, uomo d’onore ora pentito, che si sarebbe atteso l’arrivo dell’altro vigile e al momento che il portone dell’edificio che ospitava il Satiro veniva aperto, avrebbero dato l’assalto a quegli sventurati per portarsi via il Satiro. Accadde invece che il vigile urbano non tornò solo: portava con se pizza e altra gente, e la «sorpresa» saltò, per quegli amici che così profittavano di quel vigile per ammirare la statua «messa a mollo», così non fu possibile fare il colpo, e qualche ora dopo &#8211; la mattina successiva &#8211; la statua venne imballata con destinazione il Centro Nazionale del Restauro, a Roma. Messina Denaro perse l’affare, e l’acquirente già pronto per la statua di Prassitele.</p>
<p> <strong>A quasi 20 anni di distanza da quella terribile stagione di stragi del 1992 prima e del 1993 dopo, nelle aule di giustizia si continuano a celebrare i processi per quel tritolo della mafia posizionato contro giudici e persone inermi</strong>. Si continua a cercare la verità che quando sembra essere a portata di mano ecco che sfugge via. Il pentito Giovanni Brusca a Firenze, nel processo contro il presunto boss palermitano Ciccio Tagliavia, coinvolto nella strategia stragista, è tornato a puntare l’indice contro il latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. E ne ha inserito il ruolo all’interno di un obiettivo preciso che arrestati Riina, Bagarella e i fratelli Graviano, Matteo Messina Denaro per un periodo aveva cercato di perseguire con il «placet» di Bernardo Provenzano. «A noi interessava –ha detto Brusca – abolire l’ergastolo e ridurre il carcere duro». A portare avanti questa richiesta era «personalmente» Matteo Messina Denaro. Sullo sfondo resta il «giallo» della scelta dei siti «colpiti» con le bombe mafiose. <strong>Per quello di Firenze di via dei Georgofili si pensa che il «messaggio» era diretto alla massoneria che in quella strada aveva la sede di una sua importante loggia. Gli attentati di Roma, a San Giorgio al Velabro, e a piazza San Giovanni, hanno una incredibile coincidenza, con i nomi degli allora presidenti di Camera e Senato, Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini, «tritolo» dunque rivolto alla Chiesa ma anche al Parlamento</strong>.</p>
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		<title>La mafia trapanese e la borghesia mafiosa in camice bianco</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 06:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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Un formidabile documentario firmato dal giornalista Stefano Maria Bianchi (uno della «truppa» di Michele Santoro) ha fotografato alcuni anni addietro la «mafia bianca», ossia gli interessi di Cosa nostra nel filone sanitario siciliano. Fu quel documentario che segnò l’avvio di una stagione di guai giudiziari per l’allora Governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Successivamente nel 2005 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6802" href="http://www.malitalia.it/2011/05/la-mafia-trapanese-e-la-borghesia-mafiosa-in-camice-bianco/camici-bianchi/"><img class="alignnone size-full wp-image-6802" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/camici-bianchi.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p>Un formidabile documentario firmato dal giornalista Stefano Maria Bianchi (uno della «truppa» di Michele Santoro) ha fotografato alcuni anni addietro <strong>la «mafia bianca»,</strong> ossia gli interessi di Cosa nostra nel filone sanitario siciliano. Fu quel documentario che segnò l’avvio di una stagione di guai giudiziari per l’allora Governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Successivamente nel 2005 la commissione nazionale antimafia in missione a Trapani si interessò alle ingerenze mafiose nella sanità trapanese. Ma le infiltrazioni dei «mammasantissima» dentro il mondo sanitario non sono di oggi ma di decenni e decenni addietro.  II tema è al centro del libro «I medici della camorra» (Castelvecchi) dello psichiatra Corrado De Rosa. Il libro affronta diverse storie. <strong>Una di queste riguarda Castelvetrano, la patria dell’«ultimo dei padrini», Matteo Messina Denaro, 49 anni, ricercato dal 1993. Bisogna risalire al 1926 ad un certo dottore Melchiorre Allegra, «punciutu» e primo vero pentito di mafia.</strong> La sua affiliazione fu per caso, lavorava al pronto soccorso dell’ospedale belicino e scoprì il nipote di un mafioso, tale Giulio D’Agate, che si era procurato un ascesso al ginocchio per evitare di andare militare. Allegra non lo denunciò e si mise così a disposizione della «famiglia».Uno dei “favori” maggiormente garantiti dalla mafia a quell’epoca era proprio di evitare il servizio militari ai giovani così da poterli arruolare tra le sue fila come propri “picciotti”. Della serie, “uomini d’onore crescono”. Non è da ora che la mafia va a braccetto con la sanità. Ma da sempre si può dire. Non è da ora che la mafia tenta di essere «sommersa», quel medico, Melchiorre Allegra, come altri, andava bene per «camuffarsi». Certo il rapporto tra mafia e camici bianchi si è evoluto ma è di antica data. Borghesia mafiosa, bianca come il colore degli indumenti indossati dai sanitari. Famoso per essere stato un capo mafia è il medico Michele Navarra di Corleone, oggi si sentono fare i nomi di altri medici, palermitani, ma legati a Matteo Messina Denaro, come Antonino Cinà e Giuseppe Guattadauro. Mafioso e pentito come Melchiorre Allegra è l’alcamese Vincenzo Ferro, figlio di Giuseppe che con la sanità ha avuto un altro genere di legame, riuscì per anni a fingersi pazzo, poi scoperto decise di seguire il figlio nella strada della collaborazione. <strong>Altro medico-mafioso ad Alcamo è Ignazio Melodia, altro camice bianco famoso è stato il partannese Vincenzo Pandolfo, seguì il «patriarca» della mafia belicina, don Ciccio Messina Denaro nella latitanza per garantirgli assistenza medica, si consegnò in carcere nel 2006, l’anno scorso, ancora giovane è morto in cella.</strong> Insomma la mafia i «colletti bianchi» li ha sempre avuti, e non solo come affiliati ma addirittura tra i propri capi, a Trapani non a caso si parla di «borghesia mafiosa» perchè a comandare non sono stati mai i «viddani» alla corleonese, ma persone istruite, di un certo «lignaggio». Ma la storia che colpisce è quella di Melchiorre Allegra che nel 1937 dopo essere stato arrestato spiegò esattamente l’organigramma mafioso, uno straordinario verbale che nel 1962 fu pubblicato sul giornale «L’Ora» da Mauro De Mauro, il giornalista poi fatto ammazzare dai corleonesi di Riina. Della mafia trapanese Allegra ne parlò come di una organizzazione dove l’onore aveva un senso «cavalleresco». Nobili e borghesi all’ombra delle cosche. Una situazione che ricalca quella odierna dove a comandare le cosche restano i “borghesi” forti della loro in sospettabilità, quelli che pretendono rispetto e lo ottengono ancora meglio di un vero mafioso, quelli che proteggono la latitanza di Matteo Messina Denaro per intenderci che con la sanità ha anche un altro rapporto: non solo il controllo di certi affari ma si racconta che per muoversi di nascosto e restare latitante spesso usa delle ambulanze che qualcuno ovviamente gli mette a disposizione.</p>
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		<title>Trapani, la mafia dei “coccodrilli”</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 16:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Birrittella]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>
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		<description><![CDATA[
Condanna confermata in Cassazione per Francesco Virga (tentata estorsione), il figlio del capo mafia Vincenzo, condannato all’0ergastolo e oggi sotto processo per il delitto e sociologo Mauro Rostagno.  Atti rinviati ad un nuovo giudizio di appello per l’imprenditore marsalese Michele Martines (mafia ed estorsioni).
È il primo troncone dell’indagine mafia e appalti seconda fase che arriva [...]]]></description>
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<p><strong>Condanna confermata in Cassazione per Francesco Virga (tentata estorsione), il figlio del capo mafia Vincenzo, condannato all’0ergastolo e oggi sotto processo per il delitto e sociologo Mauro Rostagno</strong>.  Atti rinviati ad un nuovo giudizio di appello per l’imprenditore marsalese Michele Martines (mafia ed estorsioni).</p>
<p>È il primo troncone dell’indagine mafia e appalti seconda fase che arriva al giudizio finale della massima corte. Il cerchio si è completamente chiuso attorno a Franco Virga, erede di Vincenzo, contro di lui i giudici hanno confermato la condanna a 3 anni in continuazione con la precedente di 9 anni, già scontata. La prima volta Franco Virga fu arrestato nell’operazione antimafia «Rino 2», da quel processo era uscito con una condanna a 9 anni per associazione mafiosa. La vicenda risale a molto tempo addietro ma solo le nuove indagini di Polizia l’hanno disvelata del tutto. Riguarda i lavori di costruzione del depuratore di Nubia. In particolare il danneggiamento di una pala di proprietà dell’Imprecoge e del titolare dell’impresa Micone. Per il marsalese Michele Martines il giudizio torna all’esame dei giudici di Appello, aveva avuta inflitta una pena di 9 anni e 4 mesi. Fino al momento del giudizio di appello Martines dai giudici non è stato ritenuto una «vittima», ma semmai imprenditore e mafioso a disposizione di Cosa Nostra trapanese per la raccolta delle estorsioni, partecipando anche al tavolino per la spartizione degli appalti. Contro Martines c’è stata la deposizione d un imprenditore, peraltro a lui imparentato,</p>
<p><strong>Vincenzo Scuderi, uno dei pochi che a Trapani ha denunciato la protervia mafiosa ma che è tra quelli finiti quasi non considerati da un contesto sociale</strong> che resta disattento rispetto alle collaborazioni contro il fenomeno mafioso. Resta emblematica una affermazione fatta durante una requisitoria dal pm Andrea Tarondo che a proposito delle collaborazioni degli imprenditori ha rimarcato come il concetto passato in città  era (e forse ancora è) quello che questi soggetti erano (e forse sono ancora per alcuni) degli “untori”. La mafia che ha sporcato tutto, che mascaria, che ha inquinato, che ha fatto diventare legale un sistema illegale, tanto che alcuni imprenditori sono venuti a raccontare le vicende delle quali erano stati protagonisti senza nemmeno rendersi conto di confessare reati da loro commessi nella gestione degli appalti, la mafia che ha causato tutto questa resta sullo sfondo, a sorridere.</p>
<p>In Appello le condanne dei due, Virga e Martines, erano state confermate, ma la Cassazione per Martines ha ritenuto necessario disporre la ripetizione del processo, le motivazioni di questa decisione saranno rese note nelle prossime settimane. Per Franco Virga invece il pronunciamento a questo punto diventa definitivo, anche da questo processo emerge come avere un ruolo preciso dentro l’organizzazione mafiosa trapanese e già dai tempi in cui il padre, Vincenzo, prendeva il potere, succedendo di fatto a Totò Minore, ucciso nel novembre del 1982 a Partanna Mondello.</p>
<p><strong>Quando i Virga arrivarono al potere furono indicati come i «coccodrilli</strong>» nel senso che non lasciavano niente a nessuno, racket e imprese i loro affari, senza forse nemmeno rispettare la gerarchia mafiosa. Vincenzo Virga, che restò latitante dal 1994 al 2001, addirittura scampò alla vendetta mafiosa: il mazarese Sinacori quando fu arrestato dalla Polizia e decise di scegliere la via della collaborazione, nel 1996 ha detto che era pronto il piano per fare trovare la sua «testa» a Torre Ligny, estrema punta di Trapani protesa sul mare. L’ordine era arrivato da Matteo Messina Denaro che poi scelse l’erede di Virga, nel nuovo padrino don Ciccio Pace, il mafioso che creò a Trapani una cupola di imprenditori svelata da un altro imprenditore, <strong>Nino Birrittella</strong>, anche lui ha deciso di diventare testimone e raccontare le vicende vissute, però continuando a restare a Trapani, cercando di riprendere a lavorare in maniera onesta, <strong>ma lui resta un untore e l’ordine che passa per la società civile, che viene frastornata,  è quello di indebolire la credibilità, al contrario.di quello che di lui scrivono i giudici nelle sentenze, che però restano non lette.</strong></p>
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		<title>Dossier :la mafia a Trapani</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 09:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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Matteo Messina Denaro? “Dovrebbero farlo sindaco”. La puntata di Exit mandata in onda da La 7 non più tardi di alcuni giorni addietro lo ha dimostrato. Matteo Messina Denaro a Castelvetrano, la sua città, lo vorrebbero sindaco «perché di malefatte ne ha combinate molto meno di chi oggi governa» ha detto un intervistato che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6249" href="http://www.malitalia.it/2011/03/dossier-la-mafia-a-trapani/matteo-1998-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-6249" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/matteo-1998-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p><strong>Matteo Messina Denaro? “Dovrebbero farlo sindaco”</strong>. La puntata di Exit mandata in onda da La 7 non più tardi di alcuni giorni addietro lo ha dimostrato. Matteo Messina Denaro a Castelvetrano, la sua città, lo vorrebbero sindaco «perché di malefatte ne ha combinate molto meno di chi oggi governa» ha detto un intervistato che si è detto amico e conoscente del latitante. Un altro ha detto che Matteo Messina Denaro «è un giovane per bene», c’è chi ha svelato «che frequentava il gruppo parrocchiale« e però non erano uno di quelli disposti a rispettare la carità e l’umiltà predicata nelle chiese se poi «andava in giro scorazzando su auto di lusso e gli piaceva fare la bella vita». Per un altro ancora le condanne e i delitti «sono cose che a lui non risultano e che di Messina Denaro non c’è ragione che se ne parli».</p>
<p>È lo spaccato più recente della reazione che la società civile in una città come Castelvetrano oppone al fenomeno mafioso e al potere del super boss Messina Denaro erede del «patriarca» don Ciccio, e latitante dal 1993. Nasce tutto questo per caso? Sono questi sentimenti del momento o forse sono pensieri che trovano preciso radicamento?</p>
<p> <strong>Trapani, dove la mafia non alza bandiera bianca</strong>. Secondo l’ultima relazione della procura nazionale antimafia, che ha riservato molte sue pagine alla mafia trapanese, il giudizio da darsi rispetto alla mafia della provincia di Trapani è preciso e netto: «Qui la mafia non ha certo alzato bandiera bianca, ha subito colpi durissimi, ma per la particolare articolazione, per le infiltrazioni dalle quali trae linfa, non si può dire che è sconfitta» e tutto questo a prescindere dalla presenza del latitante Matteo Messina Denaro. Quindi, boss a parte, la mafia trapanese «ha capacità precise per ristrutturarsi e riorganizzarsi, nella provincia di Trapani, si dedica ancora al controllo occulto delle attività imprenditoriali, degli appalti, delle forniture ed all’imposizione del racket estorsivo. La struttura trapanese di «Cosa Nostra», che viene evidenziata è una organizzazione unitaria anche se organizzata a livelli, ha seguito parallelamente l’evoluzione della vicina organizzazione palermitana della quale può essere definita la più valida alleata; di essa non ha però assimilato i caratteri di notorietà, di aperta aggressione ai svariati settori della società civile, anche con il ricorso sistematico alla violenza, preferendo rimanere ad operare nell’ombra privilegiando il consenso della gente e l’appoggio dei ceti più abbienti con i quali sono state strette nel tempo profonde alleanze». Ecco come possono essere presto spiegate le reazioni raccolte dalla giornalista di Exit, che per alcuni giorni è stata in giro per la provincia di Trapani. Ha incontrato anche soggetti condannati per avere favorito la latitanza di alcuni capi mafia, si è sentita dire da alcuni di questi, nonostante i «guai» passati, arresti, condanne, che in fin dei conti (i boss) «erano persone che non davano fastidio».</p>
<p> <strong>Latitanti in una chiesa</strong>. Matteo Messina Denaro oggi, e suo padre prima, il “patriarca” della mafia belicina don Ciccio Messina Denaro, le loro latitanze le hanno trascorse comode, iniziandole, pare, dalla sagrestia di una delle antiche chiese di Calatafimi, per poi continuarle in altri luoghi. Da latitanti hanno presieduto summit, Ciccio Messina Denaro nel 1988 diede l’ordine di uccidere il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nel 1992 Matteo Messina Denaro partecipò a pianificare la stagione delle stragi recandosi alle riunioni presso la calcestruzzi dei fratelli Agate a Mazara del Vallo. Ma con Matteo Messina Denaro al potere la mafia trapanese ha cominciato a cambiare volto.</p>
<p>«Mantenendo intatte la sua vitalità e la sua estrema pericolosità &#8211; si legge nella relazione della Procura nazionale antimafia &#8211; non ci si può illudere sul fatto che lo Stato, approfittando della sua momentanea debolezza, possa più agevolmente e definitivamente sconfiggerla». La Procura nazionale antimafia ha evidenziato come il «mandamento» mafioso di Castelvetrano vive grazie all’aiuto di «commercianti e politici». Lo scenario non è nuovo, da tempo dalle inchieste antimafia emerge questo genere di complicità. Ci sono «soggetti disponibili a mettere a disposizione le proprie imprese della mafia o a diventare prestanomi dei mafiosi».</p>
<p> <strong>Il giudizio del procuratore Grasso</strong>. Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il problema più urgente è quello di dotare le strutture di investigazione di risorse umane e di attrezzature: «Deve giungere agli organi deputati al contrasto di Cosa nostra &#8211; scrive il procuratore nazionale antimafia &#8211; un flusso costante di nuovi, più affinati e sempre più efficaci, strumenti normativi e di risorse anche economiche per tenere testa all’organizzazione criminale; la quale, com’è noto, ha una spiccata abilità nel mettere in campo sofisticate tecniche di resistenza per fronteggiare l’azione repressiva dell’autorità giudiziaria».</p>
<p><strong>Ma che genere di mafia abbiamo dinanzi a Trapani?</strong></p>
<p>«Cosa nostra &#8211; si legge nella relazione &#8211; non è solo palermitana, attualmente il più pericoloso latitante (Matteo Messina Denaro ndr) ne costituisce la parte in libertà del vertice conosciuto, la provincia di Trapani è diffusamente interessata dalla presenza della criminalità organizzata. In termini generali può fondatamente affermarsi che l’associazione mafiosa trapanese, come rileva la ricostruzione resa possibile dalle numerose acquisizioni investigative e giudiziarie, mantiene inalterati i caratteri propri della specifica matrice criminale. In provincia di Trapani non risultano operare organizzazioni criminali diverse da cosa nostra che appare storicamente radicata, e modellata su quella palermitana di ispirazione corleonese, con cui sono documentati rapporti di solida alleanza».</p>
<p><strong>Ma perché così tanto consenso della gente?</strong></p>
<p>«La caratteristica principale resta quella di una mafia imprenditrice. L’attività di &#8220;Cosa Nostra&#8221;, nella provincia di Trapani, è svolta principalmente al controllo occulto delle attività imprenditoriali, degli appalti, delle forniture ed all’imposizione del racket estorsivo».</p>
<p>Le indagini hanno accertato come il tessuto connettivo di «Cosa Nostra» trapanese laddove è stato depauperato, come ad Alcamo, è riuscito a rigenerarsi, attingendo da un nutrito substrato di soggetti non detenuti. Famiglie ricostituite grazie al fatto che non tutti i patrimoni illeciti disponibili sono stati sequestrati e confiscati, e adesso è a questo che le nuove strategie investigative in provincia di Trapani stanno puntando, togliere le casseforti dal controllo dei boss e dei loro complici.</p>
<p> <strong>Numeri e organizzazione della mafia trapanese</strong>. In totale in provincia di Trapani le indagini hanno individuato la presenza di 16 «famiglie» mafiose e circa 769 affiliati. La provincia di Trapani risulta suddivisa nei seguenti quattro mandamenti:</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Mazara del Vallo</strong></p>
<p>È storicamente il mandamento che per primo strinse un patto di alleanza con i corleonesi di Salvatore Riina. Retto da Mariano Agate, è un importante riferimento nella storia di «Cosa Nostra» trapanese. Il mandamento comprende le famiglie di Mazara, Santa Ninfa, Vita, Salemi, Marsala. Il ruolo di don Mariano Agate si estende ben oltre i confini dei mandamento stesso, tanto da farne una delle figure di maggior spicco dei vertice di «Cosa Nostra». Il legame con i “corleonesi” é provato sin dagli anni settanta, allorquando venne trasferita a Mazara la sede della società «Stella d’oriente» che è stata uno dei modi attraverso cui la «famiglia» mazarese ebbe ad inserirsi, in alleanza anche con la camorra napoletana, i noti fratelli Nuvoletta, in un più ampio giro di interessi criminali aventi ad oggetto l’infiltrazione mafiosa nel mondo politico, in quello massonico nonché la gestione ed il riciclaggio dei capitali illecitamente acquisiti. Oltre alle indicate attività criminose. Passano da Mazara ancora oggi le rotte del «narcotraffico», a Mazara poi è provata esistere una «cabina di regia» per il condizionamento delle gare per la realizzazione di opere pubbliche nel territorio regionale.</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Castelvetrano</strong></p>
<p>Il mandamento di Castelvetrano, a ragione della sua posizione geografica e dello spessore della «famiglia» mafiosa Messina Denaro, svolge oggi un ruolo centrale negli equilibri di «Cosa Nostra», un ruolo di decisiva preminenza, unitamente alla «cosca» mazarese, dentro «Cosa Nostra» trapanese e siciliana, ben testimoniata dalla partecipazione alla strategia stragista continentale del ’93. Il mandamento di Castelvetrano comprende le famiglie di Campobello, Salaparuta, Partanna, Castelvetrano e Gibellina.</p>
<p><strong>Il &#8220;mandamento&#8221; di Trapani</strong>.</p>
<p>Pur avendo perso la centralità e rilevanza che aveva assunto in passato con la reggenza della «famiglia» Minore, il mandamento di Trapani conserva tuttora una sua valenza nella composizione del nuovo assetto mafioso provinciale e regionale. Vincenzo Virga e Ciccio Pace, quest’ultimo più vicino al latitante Matteo Messina Denaro, sono stati gli ultimi«padrini» individuati e condannati, tutti e due oggi sono in carcere. Il mandamento di Trapani comprende le famiglie di Trapani, Paceco e Valderice e Custonaci. Negli atti giudiziari il nome di Virga viene messo a stretto contatto con i corleonesi, tra i più rappresentativi a livello provinciale e regionale particolarmente vicino a Bernardo Provenzano, oggi tutti e due sono rinchiusi nello stesso carcere di Parma. Con la reggenza di Ciccio Pace la cosca trapanese ha reso più stretti i rapporti con l’imprenditoria e il mondo politico, costituendo veri e propri comitati d’affari.</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Alcamo</strong>.</p>
<p>Essenzialmente per la sua posizione geografica, è quello che più ha risentito dell’influenza palermitana e, in particolare, del condizionamento della «famiglia» corleonese e del confinante mandamento di San Giuseppe Jato. Così, se fino ai primi anni ottanta la scena è stata dominata dalla famiglia Rimi, legatissima a Tano Badalamenti, «Tano seduto» appellato da Peppino Impastato, l’avvento dei corleonesi ha portato al comando delle famiglie Milazzo e Melodia, attività preferite quelle del traffico di droga (nel 1985 qui venne scoperta la più grande raffineria d’eroina d’Europa, a contrada Virgini). Anche nel territorio alcamese progressivamente si è fatto forte il legame con imprenditoria e politica.  I prevalenti settori criminali di intervento sono quelli delle estorsioni, principalmente in danno di imprenditori, dell’infiltrazione nel settore dei pubblici appalti e del traffico di stupefacenti. L’illecita ingerenza nel settore dei lavori pubblici viene ormai attuata quasi esclusivamente in fase esecutiva, attraverso l’imposizione alle ditte aggiudicatarie del pagamento della «messa a posto» ovvero della fornitura di materie prime e manodopera. Il mandamento di Alcamo comprende le famiglie di Alcamo e Castellammare del Golfo.</p>
<p> <strong>Tutti gli affari della mafia trapanese</strong>.</p>
<p>Le attività investigative condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo hanno fatto emergere l’esistenza di particolari interessi di Cosa nostra  trapanese nei seguenti settori.</p>
<p><strong>Controllo illecito degli appalti pubblici e dei subappalti</strong>.</p>
<p>Rappresenta uno dei principali interessi di cosa nostra trapanese. Si sono raccolti elementi precisi sul controllo delle imprese e del progressivo passaggio dalla mafia che controllava le imprese, ai mafiosi che sono diventatio via via imprenditori, titolari di aziende.</p>
<p><strong>Usura</strong>.</p>
<p>Il fenomeno dell’usura è presente in ambito provinciale. Il numero di episodi denunciati nel periodo in esame è pari a zero, ma è evidente la presenza di un «numero oscuro» di casi non denunciati. Recenti indagini hanno fatto emergere una maggiore tolleranza da parte dei vertici delle famiglie mafiose.</p>
<p><strong>Reati in materia di stupefacenti</strong>.</p>
<p>La provincia di Trapani è stata da sempre interessata in maniera consistente dal fenomeno della produzione e del traffico, anche internazionale, di sostanze stupefacenti, ciò anche grazie alla peculiare posizione geografica ed alla presenza di numerosi porti che agevolano i traffici con i paesi del Nord Africa.</p>
<p><strong>Infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione</strong>.</p>
<p>Le particolare capacità d’interlocuzione di Cosa nostra trapanese ha fatto sì che, nel corso degli anni, siano stati più volte documentati rapporti tra gli ambienti della criminalità di tipo mafioso e personaggi della pubblica amministrazione. Raccolta, stoccaggio ed eliminazione dei rifiuti solidi urbani. In passato sono stati raccolti elementi relativi al possibile intervento di membri di Cosa nostra mazarese nelle attività di smaltimento rifiuti relative all’Ato Tp2. Le inchieste hanno evidenziato condotte tese ad imporre alla società di gestione l’impiego di mezzi e personale di ditte vicine all’organizzazione mafiosa.</p>
<p><strong>I complici del boss</strong>.</p>
<p>Esiste una filiera del malaffare funzionale al boss latitante Messina Denaro, ne fanno parte i sostenitori del latitante castelvetranese. Tutto è racchiuso nelle operazioni cosidette «Golem» condotte dalla Polizia, un reticolo fatto da uomini pronti a garantire  supporto logistico al Matteo Messina Denaro. C’è poi la rilevante l’infiltrazione nel tessuto commerciale. È recente la condanna di Giuseppe Grigoli, «re» del commercio, secondo i giudici di Marsala che lo hanno condannato non come prestanome del latitante ma socio del boss latitante, ma mafioso quanto Matteo Messina Denaro. «Sono la stessa cosa» hanno detto i pentiti.</p>
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