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	<title>Malitalia &#187; Marcello Dell&#8217;Utri</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Mafia, estorsione e sponsorizzazioni: il senatore e il capo mafia perdono la prescrizione</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 14:48:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[Caso «Dell’Utri-Virga-Garraffa», mafia e sponsorizzazioni, si torna in Corte di Appello. La Cassazione ha «annullato» la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano aveva di fatto cancellato ogni reato a carico del senatore Pdl Marcello Dell’Utri e del capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, a proposito della tentata estorsione subita dal senatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1889" title="marcello-dellutri" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/marcello-dellutri-300x225.jpg" alt="marcello-dellutri" width="300" height="225" />Caso «Dell’Utri-Virga-Garraffa», mafia e sponsorizzazioni, si torna in Corte di Appello. La Cassazione ha «annullato» la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano aveva di fatto cancellato ogni reato a carico del senatore Pdl Marcello Dell’Utri e del capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, a proposito della tentata estorsione subita dal senatore del Pri, il medico trapanese Vincenzo Garraffa. Vicenda più volte entrata nelle inchieste antimafia: Garraffa da presidente della Pallacanestro Trapani negli anni ’90 aveva acquisito per la squadra un contratto di sponsarizzazione attraverso Publitalia, la società di Dell’Utri, questi avrebbe preteso la restituzione in nero di parte delle somme pattuite per contratto, al rifiuto Garraffa si era visto presentare in casa Vincenzo Virga, che lui conosceva, ma non come mafioso, che gli disse che veniva per «aggarbare» per conto di amici la faccenda con Publitalia; la visita di Virga era stata preceduta da un «minaccioso» Dell’Utri, come era emerso nel processo, che avvertiva Garraffa che lui aveva gli uomini per convincerlo. Un «contatto» tra Dell’Utri e Virga che addirittura sarebbe passato per il boss Matteo Messina Denaro e per lo «stalliere» di casa Berlusconi, Vittorio Mangano.</p>
<p>Fatto vero e accertato, la lettura dei giudici però nel tempo è stata diversa, l’ultima pronuncia è stata però sbagliata secondo la Cassazione. Il Tribunale di Milano aveva condannato Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione, giudizio confermato in appello, e però la Cassazione ravvisò l’esistenza di un vizio di forma, annullò questa sentenza e fece ripetere il processo di secondo grado che nell’aprile 2009 emise un giudizio così detto: per la Corte di Appello di Milano il fatto era accaduto, ma sebbene il procuratore generale di Milano aveva chiesto di riconoscere la tentata estorsione, per i giudici era «minaccia grave», e per il genere di reato, rispetto ai tempi trascorsi, i fatti risalgono al 1990, fu applicata la prescrizione. Adesso la Cassazione ha annullato questa sentenza. Processo, in Appello, da rifare, per la terza volta.</p>
<p>Quando ci fu il pronunciamento della derubricazione e della prescrizione il senatore Marcello Dell’Utri aveva parlato di «sentenza pilatesca» e aggiunto che «non esisteva nemmeno la minaccia grave», il senatore Garraffa, difeso dagli avvocati Giuseppe Culicchia e Fabio Amato, aveva sottolineato pur contestando la decisione che «il pronunciamento confermava l’esistenza del fatto». Cosa questa rimasta, non va bene il reato contestato, la «minaccia grave», per la Cassazione però non è quello giusto. Dell’Utri e Virga tornano sotto processo imputati di tentata estorsione.</p>
<p>La sostanza di ogni cosa era costituita da 800 milioni di vecchie lire, una parte della sponsorizzazione alla Pallacanestro Trapani che Marcello Dell’Utri, manager di Publitalia, rivoleva indietro tanto da affrontarlo e all’ennesimo rifiuto opposto da Garraffa gli avrebbe detto di «ripensarci», perchè «lui aveva gli uomini per convincerlo».</p>
<p>Alcuni di questi «uomini» hanno parlato durante l’inchiesta. Uno di questi il pentito di Mazara, Vincenzo Sinacori: «Ricordo che Matteo Messina Denaro mi riferì che dal carcere era arrivata la voce di chiedere dei soldi (circa 800 milioni) al Garraffa. Il Messina Denaro disse di contattare Vincenzo Virga che sicuramente era a conoscenza del nominativo della persona interessata. Chiesi a Virga, lo stesso mi disse che l’interessato poteva essere Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore ndr)».</p>
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		<title>Gli strani misteri di Dell’Utri. L’inchiesta di Reggio Calabria</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 14:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da L&#8217;Unità -  25 luglio 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale in Prima pagina)
La cosca Piromalli &#8211; stiamo parlando di mafia storica &#8211; aveva due problemi che assillavano il suo Gotha: tirar fuori dal carcere duro, il «41» come lo chiamano i boss, Pino «facciazza», il capo, e assicurare una qualche forma di impunità a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text13/fork/ref/082072zb.HTM?key=Enrico+Fierro+Dell%27Utri&amp;first=1&amp;orderby=1" target="_blank">L&#8217;Unità</a> -  25 luglio 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale in Prima pagina)</p>
<p>La cosca Piromalli &#8211; stiamo parlando di mafia storica &#8211; aveva due problemi che assillavano il suo Gotha: tirar fuori dal carcere duro, il «41» come lo chiamano i boss, Pino «facciazza», il capo, e assicurare una qualche forma di impunità a suo figlio Totò, reggente della «famiglia». Per questo avevano scelto un «consigliori» d’eccezione, <strong>Aldo Micciché</strong>. Il signor Micciché, calabrese di Marapoti, è il prodotto tipico della malapolitica della Prima Repubblica. Segretario della Dc a Reggio negli anni Settanta è stato consigliere provinciale a Roma, quando ha potuto ha rubato su tutto, anche &#8211; negli anni Ottanta era un obbligo &#8211; sui prefabbricati destinati ai terremotati dell’Irpinia.<br />
Abile truffatore, riuscì a fregare anche quelle pellacce della Banda Della Magliana presentandosi come senatore e promettendo, così racconta Maurizio Abbatino, di «aggiustare» un processo.</p>
<p>Inseguito da condanne per un totale di anni 25, da tempo si è rifugiato in Venezuela, senza mai perdere, però, i contatti con la ‘ndrangheta, con la massoneria e con gli ambienti politici italiani. Tante le conoscenze che vantava con i suoi amici mafiosi: da <strong>Emilio Colombo</strong> a <strong>Clemente Mastella</strong>, dall’Udc <strong>Tassone</strong> («è a nostra disposizione») fino a <strong>Marcello Dell’Utri</strong>. Col senatore aveva una qual certa familiarità, documentata dai voluminosi atti dell’inchiesta della procura di Reggio Calabria sulla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro.<br />
<span id="more-665"></span>Per la verità il senatore bibliofilo ha sempre negato di avere rapporti stretti con Micciché. Quando a metà aprile filtrarono le prime indiscrezioni, Dell’Utri disse di conoscerlo appena. «È una persona con la quale ero in contatto qualche mese fa per ragioni di energia. Lui si occupa di forniture di petroli. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite». Tutto qui: una conoscenza occasionale. Anche ieri, sul «Corriere della Sera», il senatore ha minimizzato. Eppure lo scenario che viene fuori dall’inchiesta di Reggio parla d’altro: di un rapporto più stretto, addirittura confidenziale.</p>
<p>Dell’Utri chiama Micciché in Venezuela (è il 12 dicembre 2007) e gli parla di un viaggio che suo figlio Marco dovrà fare a Caracas. Il faccendiere è entusiasta della visita: «Non vedo l’ora, ma si deve mettere a lavorare presto, che stiamo facendo cose serie e non dobbiamo perdere di vista il mercato dell’America Latina». Poi i due parlano di «azioni» e di politica. Micciché promette qualcosa come 40mila voti nella Provincia di Reggio, c’è solo un piccolo screzio, una candidatura. Evidentemente poco gradita ai suoi referenti a Gioia Tauro. «Quelli che gli possono dare la copertura completa (al candidato, ndr), le cose nostre sono segrete, ricordatelo, sono le persone che tu hai ricevuto (Lorenzo e Gioacchino Arcidiaco, due aderenti alla cosca Piromalli, ndr), mi hai capito o no che erano contro di lui?». Il senatore evidentemente non ha capito: «Ma si sono appaciati o no?». E qui Micciché perde la pazienza e prende a male parole Dell’Utri: «No, quale si sono abbracciati, appaciati, si sono appaciati il cazzo».</p>
<p>Altro che petrolio, Micciché e gli uomini che colloquiavano col senatore Dell’Utri parlavano di voti e di «circoli della Libertà», da organizzare in Calabria e a Milano, quartier generale al Nord delle maggiori ‘ndrine. «Noi abbiamo una torma di calabresi pronti a votare».</p>
<p>Nell’inchiesta reggina il senatore dell’Utri non è indagato, è persona informata sui fatti. Ma dei fatti &#8211; la conoscenza e i rapporti con Micciché, gli incontri con pezzi della cosca Piromalli, Arcidiaco e Totò Piromalli, il figlio del capo &#8211; il senatore non ha mai parlato con i pm. Troppi impegni parlamentari, non c’è stato il tempo di chiarire i suoi rapporti con un personaggio «simbolo del perfetto strumento della cosca mafiosa», scrivono i magistrati. «Persona che qualunque altra timorata delle leggi dovrebbe tenere alla larga. Ed invece, nella realtà è il contrario».</p>
<p>Il senatore sarà nuovamente convocato alla chiusura estiva delle Camere, forse troverà il tempo per spiegarsi e farci capire i suoi rapporti con Micciché. «Un cittadino &#8211; lo ha definito l’11 aprile &#8211; che vive da molti anni in Venezuela, con famiglia. Non vedo cosa ci sia di strano». I magistrati della procura di Reggio, come si è visto, di stranezze ne hanno colte tante.</p>
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		<title>Il faccendiere del boss e Dell’Utri: «Prepariamoci per le elezioni»</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 14:55:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da L&#8217;Unità &#8211; 24 luglio 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)
Quando a metà aprile scoppiò lo scandalo, Marcello Dell’Utri negò tutto e parlò di «polverone preelettortale». Lui in contatto con Aldo Micciché, un affarista in fortissimo odore di mafia inseguito da condanne per 25 anni e riparato in Venezuela? «Non lo conosco personalmente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text12/fork/ref/082062sb.HTM?key=Enrico+Fierro+Dell%27Utri&amp;first=1&amp;orderby=1" target="_blank">L&#8217;Unità</a> &#8211; 24 luglio 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)</p>
<div id="attachment_929" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-929" title="dellutri_adnkronos" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2009/12/dellutri_adnkronos-300x225.jpg" alt="Marcello dell'Utri" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Marcello Dell&#39;Utri (adnkronos)</p></div>
<p>Quando a metà aprile scoppiò lo scandalo, <strong>Marcello Dell’Utri</strong> negò tutto e parlò di «polverone preelettortale». Lui in contatto con <strong>Aldo Micciché</strong>, un affarista in fortissimo odore di mafia inseguito da condanne per 25 anni e riparato in Venezuela? «Non lo conosco personalmente, ma l’ho sentito per telefono e l’ho messo in contatto con Barbara Contini».<br />
Bugie, grosse quanto i faldoni dell’inchiesta della direzione antimafia di Reggio Calabria (firmata dal procuratore <strong>Pignatone</strong> e dai pm Boemi, Pennisi, Prestipino, Di Palma e Maria Luisa Miranda) che ieri ha portato all’emissione di 21 ordinanze di arresto. Una fotografia drammatica degli affari delle cosche della Piana di Gioia Tauro, i Piromalli e i Molé, alleati da «cent’anni» ma ora in lotta tra di loro. Hanno in mano tutto i Piromalli, la politica, gli affari del Porto e i business internazionali.</p>
<p>Il loro «consigliori» è proprio Aldo Micciché, 72 anni, ex segretario della Dc di Reggio negli anni Ottanta, poi consigliere provinciale a Roma, bancarottiere e truffatore. Per i pm, «è il simbolo del perfetto strumento a disposizione della cosca mafiosa. In teoria dovrebbe essere persona che qualunque altra timorata delle leggi dovrebbe tenere alla larga.</p>
<p><span id="more-661"></span>Ed, invece, alla luce del tessuto relazionale del Micciché , nella realtà è proprio il contrario. Egli è il punto di riferimento di tutta una serie di personaggi che, consapevoli o meno, divengono funzionali allo scopo principale che l’indagato si prefigge: quello di incrementare la forza e la efficacia del sodalizio di cui fa parte integrante». Il senatore Dell’Utri fa parte a pieno titolo di questa «serie di personaggi». Conosce eccome Micciché, al punto di intrecciare affari petroliferi con lui e di affidargli addirittura le sorti di suo figlio Marco in procinto di trasferirsi in Venezuela.</p>
<p>Il 12 dicembre 2007, 28 minuti dopo le nove di sera, Dell’Utri chiama Micciché in Venezuela. Il vecchio Aldo gli dice che presto ci saranno le elezioni, «ci dobbiamo preparare». Poi gli chiede una e-mail di Berlusconi, «gli devo mandare delle cose della gente di là, importanti per lui». «Tra poco arriva da te mio figlio Marco», dice Dell’Utri. Micciché: «Mandami le solite riviste. Ho ancora tre giorni di tempo e metterò delle azioni a nome di tuo figlio. Per quanto riguarda la faccenda del petrolio ti ho mandato tutto via mail». Poi i due parlano di politica, della collocazione dell’onorevole Armando Veneto (avvocato storico del «casato» dei Piromalli, e deputato con più partiti), forse c’è una trattativa con lui per le prossime elezioni. Micciché ne è sicuro e dice che lui può garantire 40mila voti in tutta la provincia di Reggio. «Questo è importante», commenta Dell’Utri soddisfatto. Micciché replica che «quelli che gli possono dare la copertura completa, le cose nostre sono segrete, ricordatelo, sono le persone che tu hai ricevuto ( Lorenzo e Gioacchino Arcidiaco ndr), mi hai capito o no?&#8230;che erano contro lui». Ma «si sono appaciati», dice Dell’Utri. «No!&#8230; quali si sono abbracciati, si sono abbracciati il cazzo&#8230;».</p>
<p>Finisce, per il momento, il discorso politico, e continua quello familiare. Micciché è raggiante per l’arrivo del figlio del senatore bibliofilo: «Si deve mettere a lavorare presto che stiamo facendo cose serie e non dobbiamo perdere di vista il mercato dell’America latina». Ma cosa volevano i Piromalli da Dell’Utri? Esattamente quello che Micciché aveva chiesto ai suoi contatti di prima: l’allora Guardasigilli Mastella e altri esponenti politici (Tassone, Udc): la cancellazione del 41 bis, il carcere duro, per Giuseppe Piromalli, detenuto a Tolmezzo, e una sorta di salvacondotto per il figlio Antonio, attraverso la concessione di un consolato onorario («russo vietnamita, cinese, che cazzo sia», dice uno degli intercettati).</p>
<p>Per questo da Dell’Utri volerà da Gioacchino Arcidiaco, uno dei componenti della cosca, già arrestato a gennaio per spaccio di droga e per detenzione abusiva di armi. Telefonerà e incontrerà più volte il senatore, «preparato» dal fido consigliori Micciché. «Gli devi dire che noi possiamo garantire Calabria e Sicilia (i Piromalli hanno buoni rapporti con i Santapaola di Catania e i mafosi di Brancaccio, ndr): fagli capire che&#8230; il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi. Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede la sopra è successo tramite noi, hai capito?». Gioacchino ha capito ed è contento quando il faccendiere gli spiega che «Dell’Utri è l’anticamera di Berlusconi». E poi, «i comunisti» e quel Veltroni che nei comizi va dicendo che non vuole i voti dei mafiosi. «Hai capito? Questi hanno respinto ogni cosa». La mafia, notano i pm, «percepisce come una sventura il rifiuto dei propri voti da parte di una formazione politica», mentre altri partiti «entrati in contatto con loro, non solo non hanno rifiutato, ma in qualche caso hanno accettato tale tipo di appoggio, e li hanno sollecitati ad attivarsi».</p>
<p>E allora vai con i «Circoli della libertà». «Bisogna incrementarli al massimo in modo tale da riuscire a fare, grazie alla riconoscenza del Senatore, ciò che loro intendono ottenere», è la linea di Micciché. Dell’Utri vuole voti e li avrà pure a Milano. «Fagli capire a Marcello che lì c’è una torma di calabresi pronti a votarlo e tu vai lì a nome di questi». I Piromalli controllano l’ortomercato a Milano. Cercavano appoggi i Piromalli, allarmati dalla guerra di mafia aperta con la storica cosca alleata dei Molé, con Pino al carcere duro le sorti della famiglia sono nelle mani del giovane Antonio, «un mafioso moderno», ma forse non in grado di reggere uno scontro durissimo. La cosca ha forti appoggi istituzionali, Micciché dal Venezuela, avvisato da due magistrati calabresi in pensione, sa di microspie messe nelle macchine dei suoi compari, parla di un membro del Csm amico suo, ma la guerra è dura. Quando il primo febbraio uccidono Rocco, l’ultimo del Molé a piede libero, Totò Piromalli pensa di trasferirsi in Venezuela. Micciché chiama anche Clemente Mastella, trova occupato, il Guardasigilli lo richiama. «Clemente mio, meno male&#8230; sto cercando di fare il possibile per aiutarti, vediamo se recuperiamo sul Lazio e su Roma&#8230;».</p>
<p>Ma la lettura della trascrizione dell’intercettazione, scrivono i pm, «lascia intendere un certo imbarazzo del Mastella nell’apprendere chi sia il suo interlocutore. Certamente egli riconosce il suo interlocutore e, per la verità, proprio per questo è da ritenere con sicurezza che tende a chiudere al più presto la conversazione. La ragione di tale condotta è facilmente intuibile: egli, ormai al centro di una nota vicenda giudiziaria che lo vede iscritto nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Catanzaro, teme le conversazioni telefoniche che possano essere compromettenti».</p>
<p>Il senatore Dell’Utri non è indagato, è persona informata sui fatti che però non ha ancora trovato il tempo (impegni parlamentari) di spiegare ai pm i suoi rapporti con Micciché e chiarire i motivi dell’incontro, dato per certo dai pm, con Antonio Piromalli. Ora le carte dell’inchiesta che lo riguardano sono state trasferite a Palermo e il senatore sarà nuovamente sentito appena le Camere chiuderanno per le ferie. Questa volta avrà il tempo.</p>
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		<title>Brogli nell’inchiesta. Entra il nome di Dell’Utri. Sarebbe lui il senatore siciliano evocato nelle intercettazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 14:45:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da L&#8217;Unità -  12 aprile 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)
Un nome che si rincorre nei palazzi della politica in modo ossessivo, è quello di Marcello Dell’Utri. È lui il personaggio politico che parla con il faccendiere italo-venezuelano Aldo Micciché, l’uomo che trattava con la ‘ndrangheta soldi e favori in cambio di decine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text5/fork/ref/08103phi.HTM?key=Enrico+Fierro+Dell%27Utri&amp;first=1&amp;orderby=1" target="_blank">L&#8217;Unità</a> -  12 aprile 2008 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)</p>
<p>Un nome che si rincorre nei palazzi della politica in modo ossessivo, è quello di <strong>Marcello Dell’Utri</strong>. È lui il personaggio politico che parla con il faccendiere italo-venezuelano <strong>Aldo Micciché</strong>, l’uomo che trattava con la ‘ndrangheta soldi e favori in cambio di decine di migliaia di voti per il Pdl di Berlusconi, Fini e Bossi. In serata la sorpresa: è proprio Dell’Utri a rivelare che è lui l’importante politico siciliano di cui si parla nell’inchiesta. «Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia», dice il senatore bibliofilo. Dell’inchiesta «ho letto sui giornali e non conosco personalmente Aldo Micciché, ma l’ho sentito per telefono e l’ho messo in contatto con Barbara Contini perché lui si è offerto di occuparsi degli italiani all’estero».<br />
<span id="more-656"></span>Il nome di Dell’Utri compare più volte nelle carte dell’inchiesta della Direzione antimafia di Reggio Calabria, anche se il senatore non risulta iscritto nel registro degli indagati. Ed è vero che Micciché, una vita passata tra la Calabria e Roma, prima di stabilirsi definitivamente in Venezuela, il 26 marzo partecipò alla presentazione dei candati del Pdl a Caracas presso il Civ, Centro italo-venezuelano. C’era Barbara Contini, l’ex governatrice di Nassiriya, e i candidati berlusconiani della circoscrizione sudamericana. «I candidati &#8211; disse la Contini alla fine del suo intervento &#8211; sono persone perbene, rispecchiano la comunità italiana in America Latina, e non vanno a comprare voti come fanno tanti altri». Intanto Micciché, anche in quella occasione pubblica, era «monitorato» dagli agenti dell’antidroga e il suo nome ricorreva spesso nelle intercettazioni dell’antimafia di Reggio che indagava sulla cosca Piromalli e sul riciclaggio. Ma torniamo a Dell’Utri. Infuriato. «Ma stiamo scherzando? Qui si danno i numeri! Se vogliono sollevare un polverone elettorale io certo non lo posso impedire», dice all’Ansa.</p>
<p>Dopo lo sfogo, l’ammissione: «Conoscevo Micciché, ero da qualche mese in contatto con lui per ragioni di energia. Lui in Venezuela si occupa di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite». Infine, Dell’Utri chiarisce come Micciché si sia occupato del voto all’estero per il Pdl: «Lo misi in contatto con la Contini. Poi il discorso si è chiuso. Non vedo dove sia la materia del contendere». La vediamo noi la «materia del contendere», ed è tutta nel curriculum del calabrese di Maropati Aldo Micciché. Negli anni Ottanta, rivela Maurizio Abatino, alias «Crispino», un pentito della Banda della Magliana, si presentava come onorevole in grado di «aggiustare» processi. «Ma si rivelò un truffatore che si è preso pure 25 milioni». Nel 1990 viene arrestato a Torino per reati fallimentari. È stato segretario della Dc a Reggio Calabria, poi consigliere provinciale a Roma, direttore ed editore di quotidiani («Eco del Sud» e «Italia Sera»), accusato per tangenti riscosse sui prefabbricati da destinare ai terremotati dell’Irpinia.</p>
<p>Insomma: questo era l’uomo col quale il senatore dell’Utri intratteneva cordiali rapporti telefonici, trattava forniture energetiche con fantomatici russi e gli affidava finanche il voto degli italiani all’estero. Ma veniamo all’inchiesta di Reggio curata dal dottor Roberto Di Palma. Che inizia indagando su una sorta di finanziaria ombra che in Venezuela è addetta al riciclaggio dei soldi sporchi, prima dei Caruana, una cosca siciliana impegnata nel traffico internazionale di droga, poi della ‘ndrangheta. Micciché ha sempre avuto buoni rapporti con il clan Piromalli di Gioia Tauro e non fa fatica a riconvertirsi. Quando il governo Prodi entra in crisi e si sciolgono le Camere, gli investigatori captano una telefonata nella quale si parla di politica. «Ora &#8211; dice un picciotto &#8211; vedrai che i nostri amici si faranno sentire».</p>
<p>E gli amici non tardano. Qualcuno chiede a Micciché di scendere in campo. Si tratta di convincere i Piromalli a spostare voti, soprattutto in Calabria. Ne occorrono 50mila alla Camera e al Senato, quelli sufficienti a determinare la vittoria a favore del Pdl. Ma i calabresi non si fidano e i Piromalli sono scettici, ricordano le promesse non mantenute fatte ai mafiosi siciliani. Ci sono finanche riunioni, intercettate in varie carceri italiane, fra uomini di ‘ndrangheta detenuti al 41 bis. I boss vogliono garanzie sui processi e sul carcere duro. Insomma che si scriva un nuovo «papello», come ai tempi di Totò Riina. Gli emissari politici, è questa la condizione posta dai boss, non devono imbrogliare, perché «i calabresi 50mila voti li raccolgono in un paio d’ore, che la gente passa dai Piromalli a prendere ordini prima di andare al seggio a votare». A Micciché, secondo le indiscrezioni trapelate, il compito di occuparsi del voto all’estero. I calabresi pretendono garanzie e segnali.</p>
<p>Li avranno? Non si sa, quello che è certo è che prima Dell’Utri e poi Berlusconi, a freddo, tra l’8 e il 10 aprile definiscono Vittorio Mangano, lo stalliere mafioso di Arcore, «un eroe». Poi l’uomo che aspira a diventare presidente del Consiglio si lancia nel famoso attacco ai pubblici ministeri da sottoporre a perizie psichiatriche. Certamente sono semplici coincidenze. Intanto l’inchiesta di Reggio Calabria va avanti.</p>
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