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	<title>Malitalia &#187; Mafia</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Appuntamento con il boss/21</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Matteo Messina Denaro, l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss21-2/oittp-mafia-denaro-identikit-3/" rel="attachment wp-att-9226"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-messina-denaro-265x300.jpg" alt="" title="OITTP-MAFIA-DENARO-IDENTIKIT" width="265" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-9226" /></a></p>
<p><strong>Matteo Messina Denaro, </strong>l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).<br />
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che lo cercano. Un gruppo lo ha inseguito per anni proprio da Trapani, adesso il gruppo fa capo a Palermo.Scelte di azione da accettare, anche quando non si condividono. E chissà che Matteo non si sia sentito più forte per questa scelta, che abbia riacquistato un margine sugli uomini che gli stanno alle costole. Ma nessuno ha mai smesso di cercarlo tantomeno quel <strong>“cacciatore” </strong>che ha dedicato il suo lavoro a questa ricerca.<br />
C’è chi la definisce una caccia al tesoro e chi una partita a scacchi.<strong> E’ una partita per la legalit</strong>à, per ridefinire quali sono i confini con l’illegalità. Come quell’imprenditore che per descrivere il perché aveva creato un consorzio, per sfuggire ai soprusi dei mediatori collusi con la mafia, racconta che “il proprio campo deve essere sempre pulito, senza erbacce proprio per segnare la differenza con quello del vicino mafioso”.<br />
Ecco questa è la partita che si gioca: <strong>definire quel confin</strong>e e se scrivere qualche racconto su Matteo, senza avere la pretesa di descriverne completamente la figura né tantomeno avere la presunzione di poterlo prendere senza essere sbirri, può aiutare a segnare quel confine ne siamo contenti.<br />
Grazie di averci seguito e magari torneremo presto a scrivere di Matteo.<br />
La redazione di Malitalia</p>
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		<title>Appuntamento con il boss/19</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 21:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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Troppe vite spezzate, troppo dolore ha lasciato dietro di sé Matteo. Perché questo è il suo nome. Né Alessio, né Diabolik,né ‘u siccu.
Matteo.Matteo Messina Denaro figlio di Francesco, campiere e boss. Uno che ha sempre comandato e che è morto da latitante. L’anno trovato, vestito di tutto punto, in campagna disteso e “apparecchiato” come se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss19/scrittemessinadenaro/" rel="attachment wp-att-9205"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/scrittemessinadenaro.jpg" alt="" title="scrittemessinadenaro" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-9205" /></a></p>
<p><strong>Troppe vite spezzate, troppo dolore ha lasciato dietro di sé Matteo. Perché questo è il suo nome. Né Alessio, né Diabolik,né ‘u siccu.</strong><br />
Matteo.Matteo Messina Denaro figlio di Francesco, <strong>campiere e boss</strong>. Uno che ha sempre comandato e che è morto da latitante. L’anno trovato, vestito di tutto punto, in campagna disteso e “apparecchiato” come se fosse già dentro la bara.<br />
Una famiglia, quella dei Messina Denaro, che ha fatto la storia della Sicilia Occidentale. Quella Sicilia misconosciuta ai più. Dove qualcuno, molti anni fa, diceva che “la mafia non esiste” (emulato anni dopo sempre da un servitore dello Stato, questa volta a Milano).<br />
<strong>Quella Sicilia Occidentale dove la massoneria, insieme alla mafia, la fa da padrona</strong> e decide della vita e della morte di chi è gli è più scomodo. Quella Sicilia Occidentale che ha visto morire Mauro Rostagno per volontà di Cosa Nostra perché bisognava eliminarla “la camurria”.<br />
Questo è il terreno di coltura di Matteo, giovane figlio di boss avvezzo alle armi sin da piccolo. Lo stesso Matteo che il Questore <strong>Rino Germanà </strong>incontra, a Castelvetrano, la mattina del 14 settembre 1992 quando la mafia proverà ad ucciderlo. Matteo che si occupa delle stragi del 1993 a Roma e Firenze. Matteo che tiene i contatti con Zio Binnu, Bernardo Provenzano, fino alla sua cattura e che è feroce di rabbia per i pizzini ritrovati nel covo. Lui che fa attenzione  a tutto, che non lascia tracce. Matteo, il pupillo di Totò Riina il capo dei capi. Matteo che adesso è rimasto l’ultimo boss da scovare e arrestare. L’ultimo padrino. La sua faccia con i Ray Ban campeggia su libri, fotografie. La sua sembra la storia di un romanzo ed è invece la storia di un mafioso, di un uomo che ha vissuto sul dolore, sul lutto, l’intimidazione,la violenza e il sangue. <strong>Un uomo che ha scelto questa vita e quindi non può avere nessuna attenuante.</strong></p>
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		<title>Chi manovra i trasporti?</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[infiltrazioni]]></category>
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Migliaia di TIR bloccano prima la Sicilia e poi le autostrade italiane e pongono il problema del trasporto su gomma
Anni fa, dopo la guerra, quando in Italia i treni erano quasi un lusso per pochi, si pensò che solo il trasporto su gomma avrebbe salvato il Paese. Tutte le merci potevano e dovevano solo spostarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/chi-manovra-i-trasporti/tir/" rel="attachment wp-att-9195"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/TIR.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-9195" /></a></p>
<p><strong>Migliaia di TIR bloccano prima la Sicilia e poi le autostrade italiane e pongono il problema del trasporto su gomma</strong><br />
Anni fa, dopo la guerra, quando in Italia i treni erano quasi un lusso per pochi, si pensò che solo il trasporto su gomma avrebbe salvato il Paese. Tutte le merci potevano e dovevano solo spostarsi con i camion e poi più tardi con gli autoarticolati in stile americano.<br />
Il Paese negli ultimi 50 anni è sempre più diventato dipendente dai mezzi di trasporto. La rete ferroviaria non è cresciuta ed ha migliorato, solo di poco, il servizio ai passeggeri. Tutte le nostre merci, soprattutto quelle legate all’agroalimentare, si muovono su strade ed autostrade. Tanto che il settore è legato al concetto di servizio pubblico ( vedasi anche l’intervento del ministro Cancellieri nei momenti più caldi dei blocchi).<br />
Ma non si scherza neanche in Europa poiché la strada è il mezzo di trasporto principale nell’Unione, tanto per i passeggeri quanto per le merci. Infatti si conta attualmente circa un veicolo ogni due abitanti e il trasporto di merci su strada rappresenta oltre i due terzi del tonnellaggio totale. La comunità Europea ha concentrato i suoi sforzi sul contenimento dei molteplici costi del trasporto su strada indicando, anche, come lo sviluppo dei trasporti deve rispettare i requisiti di sicurezza, ma anche di protezione ambientale. Inoltre, molti aspetti legati ai trasporti sono oggetto di una normativa europea, quali la concorrenza fra trasportatori, l’accesso alla professione, le condizioni di lavoro o ancora le norme tecniche dei veicoli.<br />
<strong>I dati Eurostat </strong>( anche se in riferimento al biennio 2009/2010) chiariscono come, nonostante tutti gli sforzi comunitari per promuovere il trasporto su rotaia, le merci nella Ue a 27 viaggino ancora prevalentemente su strada: in termini di tonnellate/chilometro (tkm), nel 2009 le strade europee hanno assorbito 1.690 miliardi di tkm rispetto ai 370 miliardi delle reti ferroviarie, ovvero oltre quattro volte tanto. Nel 2009, il trasporto merci su strada è stato inoltre il modo dominante in tutti gli Stati membri, ad eccezione di Estonia e Lettonia. Eppure, proprio nel 2009 tutti gli Stati membri hanno mostrato cali nel proprio trasporto stradale di merci rispetto al 2008, ad eccezione di Bulgaria (+16%) e Polonia (+10%). Le maggiori diminuzioni sono state registrate in Romania (-39%), Lettonia (-34%), Estonia, Irlanda e Cipro (tutti -27%). Sei Stati rappresentano il 70% del trasporto merci stradale dell&#8217;Unione europea: si tratta di Germania (308 miliardi di tonnellate / km, -10% rispetto al 2008), Spagna (212 miliardi di tonnellate / km, -13%), Polonia (181 miliardi di tonnellate / km, +10%), Francia (174 miliardi di euro tonnellate / km, -16%), Italia (168 miliardi di tonnellate / km, -7%) e Regno Unito (140 miliardi di tonnellate / km, -13%). </p>
<p><strong>La crisi ha avuto risvolti importanti sul settore,</strong> compreso anche il trasporto su rotaie, ma nel nostro Paese il trasporto su gomma rimane la modalità dominante, anche perché la rotaia ha subito un arretramento ben più consistente (-25,3%), scendendo a “sole” 17,8 miliardi di tonnellate per chilometro. Il trasporto ferroviario è comunque entrato in crisi in tutti i Paesi dell&#8217;Unione, ad eccezione dell&#8217;Estonia, dove è rimasto praticamente stabile.<br />
Questa fotografia del trasporto pubblico, che si lega anche ai taxi e agli autobus cittadini, serve a scoprire che la nostra classe politica non ha mai investito in un cambio di rotta anzi ha reso il Paese ancora più schiavo rispetto agli approvvigionamenti di materie prime. Lo abbiamo visto con i blocchi dei giorni scorsi quando il mancato arrivo di materiali ha bloccato i turni negli impianti FIAT. Come sempre quando si crea un monopolio, o meglio si utilizza un unico strumento si crea anche una struttura di potere e di ricatto. Una struttura che può essere anche “manovrata” a seconda delle necessità. Come d’altra parte si creano gli “schiavi” del trasporto e cioè autisti pronti a manipolare i fogli viaggio per poter fare più trasferimenti possibili nell’arco di una stessa settimana ( con un aumento di incidenti che ricadono poi sulla spesa pubblica e sul cittadino).<br />
<strong>Non ci sono rimedi immediati se non la ricerca di un giusto bilanciamento tra trasporto su gomma e rotaia</strong>. Questo equilibrio eviterebbe di essere sotto scacco di una sola categoria, permetterebbe lo sviluppo di alcune aree ( esempio il porto di Gioia Tauro che doveva essere il legame tra Mediterraneo e centro Europa non è mai decollato anche per la mancanza di una rete distributiva intelligente) e la conseguente crescita dell’occupazione.<br />
<strong>Ancora una volta parliamo di una visione politica lungimirante e non legata agli interessi del breve termin</strong>e ( come forse dimostrano i blocchi in Sicilia dove dietro l’apparenza di una rivolta contro il governo Monti potrebbero celarsi, invece, interessi strettamente politici e di breve respiro).</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Mario Francese</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Claudia Benassai)
Correva l’anno 1976. Le lancette dell’orologio segnavano le 21.15. Mario Francese cronista di cronaca giudiziaria del Giornale di Sicilia stava rientrando a casa. Gli ultimi minuti della sua vita si sono consumati davanti casa sua. I passi per tornare a casa sono stati bruscamente interrotti da quattro colpi di pistola che lo hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/mario-francese/mariofrancese/" rel="attachment wp-att-9187"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/mariofrancese.jpg" alt="" title="mariofrancese" width="225" height="225" class="alignleft size-full wp-image-9187" /></a></p>
<p>(di Claudia Benassai)<br />
<strong>Correva l’anno 1976. Le lancette dell’orologio segnavano le 21.15</strong>. Mario Francese cronista di cronaca giudiziaria del Giornale di Sicilia stava rientrando a casa. Gli ultimi minuti della sua vita si sono consumati davanti casa sua. I passi per tornare a casa sono stati bruscamente interrotti da quattro colpi di pistola che lo hanno raggiunto alle spalle e lo hanno freddato con una tremenda lucidità. <strong>Ma chi era Mario Francese? </strong>Le sue cronache sono state definite coraggiose. La sua personalità quella di un lucido profeta: “La mafia è come una congregazione di mutua assistenza che ha suoi uomini in ogni struttura dell’apparato dello Stato e della società dove li infiltra, nell’apparente rispetto della legalità, per ricavarne vantaggi puntando sulla corruzione, sull’omertà, sul rispetto. Attraverso il suo sviluppo, la mafia ha fornito negli anni possibilità di lavoro illegale o legalizzato, solidarietà, assistenza, collaborazione in ogni iniziativa le cui finalità non sono in contrasto con i principi dell’”organizzazione”. Queste parole sono state impresse su carta in un periodo nel quale per la mancanza di collaboratori di giustizia il ritratto della mafia non era solo oscuro, ma era anche accompagnato da una cappa plumbea.<strong> Ed è così che una voce solitaria e coraggiosa tesse le fila della storia stragista della mafia corleonese.</strong> La Cosa Nostra che alza la posta  in gioco, elimina i rivali, inaugura sequestri e punta al controllo degli appalti pubblici, nel clima desolante della ricostruzione del Belice, che mette in gioco una “ballata di miliardi” e tutta l’invettiva di Totò Riina che con orchestrazioni ricche di complicità e connivenze corre verso l’arricchimento lasciando non solo una scia di distruzione e morte ma anche la puzza del compromesso morale. Intanto mentre i pezzi battuti e picchiati sulla macchina da scrivere si sono fermati a trentasei anni fa e lo spessore professionale di un giornalista è rimasto intrappolato tra le maglie di una giustizia che è arrivata troppo tardi, resta però l’essenza del giornalismo che traspare dalla parola audace e battagliera di un uomo che si è identificato perfettamente con la missione del giornalismo: cercando, raccontando, ricostruendo storie che solo in un tempo troppo lontano per lui, si sarebbero rivelate dirompenti e travolgenti agli occhi della società civile. In particolare, ancor di più importanti, per chi si affaccia timidamente nel mondo dell’informazione, in cui ti raccontano che tutto è precario e succube di un’informazione aleatoria, sensazionalistica, fast food. dove il piglio critico è eluso da notizie frammentate, divise anni luce dalle ricostruzioni attente tipiche del filatelico Mario Francese che hanno gettato lustro al giornalismo, servendo solo il principio di una stampa libera, curiosa, attenta, scevra da condizionamenti e sudditanza. Le storie offerte al lettore da Mario Francese, oggi come allora, sono quasi assenti dalla stampa, riaffiorano grazie  all’impegno di professionisti dell’informazione, anonimi, precari, minacciati. Quindi restano gli ideali che sono perseguiti dai precari dell’informazione che anche se inglobati nella macchina veloce della stampa guardano alla tensione morale di giornalisti come lui. <strong>Giornalista con la schiena dritta</strong>. Giornalista che ha consumato la suola da scarpe tra i palazzi di giustizia e le realtà di una Sicilia che allora moriva tra taciti accomodamenti e terribili stragi, malvisto dai mafiosi che lo definivano “cornuto”e lo etichettavano come nemico dei mafiosi. <strong>L’auspicio oggi è che al silenzio della mafia, non corrisponda il silenzio sulle vittime di mafia. </strong></p>
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		<title>Ma il cielo è sempre più blu</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 18:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Domenico Logozzo)
“Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso, coi suoi altopiani interni che paiono d&#8217;una contrada boreale d&#8217;Europa, e la vecchia consunta sponda greca del Mar Jonio”.Così scriveva Corrado Alvaro nel maggio del 1938 della nostra bella ed amata Calabria.Sensazioni positive.Come quelle che suscita oggi la splendida costa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/ma-il-cielo-e-sempre-piu-blu/gioiosa-ionica/" rel="attachment wp-att-9160"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/gioiosa-ionica-300x188.jpg" alt="" title="gioiosa ionica" width="300" height="188" class="alignleft size-medium wp-image-9160" /></a></p>
<p>(di Domenico Logozzo)<br />
<strong>“Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso, coi suoi altopiani interni che paiono d&#8217;una contrada boreale d&#8217;Europa, e la vecchia consunta sponda greca del Mar Jonio”</strong>.Così scriveva Corrado Alvaro nel maggio del 1938 della nostra bella ed amata Calabria.Sensazioni positive.Come quelle che suscita oggi la splendida costa calabrese attraverso la foto pubblicata su facebook da un cultore del passato e del presente di Gioiosa Jonica,come Luciano Linares D’Aragona.Un benemerito della comunità gioiosana che con umiltà e passione mette in luce le bellezze di una terra troppo infangata ed umiliata.Ingiustamente abbandonata.<strong>Colpevolmente ghettizzata.</strong>La foto è stata scattata alle 11.45 di martedì 24 gennaio 2012 sulla spiaggia di Marina di Gioiosa Jonica.Fantastica.Con le pietre brillanti,il mare limpido,il cielo  blu ,quel “cielo sempre più blu” cantato  da Rino Gaetano,un figlio della costa jonica ,un crotonese che ha onorato la Calabria.<br />
Questa immagine conserviamola.Nella mente e nel cuore.E tiriamola fuori nei momenti in cui sentiamo il bisogno di ammirare i doni che madre natura ha dato alla Calabria.Per non dimenticare le nostre limpide e forti origini. Natura da amare.Da rispettare.Beni dell’umanità.Quanti ci sono nella parte estrema e più profonda e più ignorata d’Italia!Riportali alla luce.Il miracolo dei Bronzi si è compiuto nei primi anni Settanta a pochi  chilometri di distanza da qui,nel mare di Riace.Luoghi e tesori esplorati e da esplorare che la Calabria deve mantenere integri.<strong>Esaltare.Non deturpare.Non far deturpare.Da nessuno .E per nessun motivo!</strong> E quando,alla vigilia della stagione estiva,come da decenni accade,ci verranno  a dire – e lo faranno sapere a tutto il mondo -,che “il mare calabrese è inquinato”, che bisogna stare attenti :”è sporco, ci sono problemi per la salute dei turisti,grossi problemi per la balneabilità”, rispondiamo per le rime.Facciamoci sentire.Questa foto tiriamola fuori,mostriamo il vero volto della Calabria pulita,limpida,da ammirare e da amare.Le campagne pubblicitarie si fanno attraverso la promozione della realtà,non con i…fumetti che costano molto e producono poco.Una foto come questa vale milioni di euro! Ma attenzione:non prestiamo il fianco ai nemici dello sviluppo turistico calabrese.Facciamo funzionare i depuratori,costruiamone di nuovi,la raccolta dei rifiuti sia all’altezza della situazione,facciamo sì che la nostra terra sia davvero un modello di accoglienza e che la parola che con il sorriso viene più frequentemente usata con gli ospiti:”Favorite”,sia davvero la parola chiave per “favorire” l’avvio di un rapporto diverso e proficuo con l’industria del forestiero.Il turismo può e deve essere efficacemente una carta vincente per la nostra terra che i denigratori ad oltranza vorrebbero eternamente in ginocchio.Per sfruttarla ed impoverirla ulteriormente<br />
Ripartenza.Deve essere questo l’obiettivo primario.La  sfavillante foto del mare d’inverno di Marina di Gioiosa Jonica è un invito a riflettere e ad agire.Onda su onda,per far salire la Calabria verso posizioni economiche,sociali e culturali più consone alle sue effettive capacità di progettare e di fare bene.Mettendo in condizione di non nuocere le forze antisociali che vorrebbero questa nostra terra per sempre succube degli influssi  <strong>paralizzanti del clientelismo e dell’arroganza politico-mafiosa che tanti guai hanno provocato.</strong>Fin dal lontano passato,come viene ampiamente testimoniato,anche  nei primi Anni Cinquanta,dai resoconti parlamentari dei grandi giornali del Nord.Accese sedute alla camera sul problema della criminalità organizzata.Dalla “Stampa” di Torino del 6 ottobre 1955 riprendiamo questo intervento del parlamentare del Pci,Mario  Alicata,che è stato segretario regionale in Calabria e sindaco di Melissa: “Abbiamo ragione quando diciamo che la causa della delinquenza calabrese è da ricercarsi nella corruzione e nell&#8217;intrigo degli agrari reggini. Mentre la caccia ai latitanti (167, pare, e in gran, parte per cause d&#8217;onore) prosegue con mano dura che contrasta con le indulgenze di un recentissimo passato, non si è considerato che la maggior  parte del reati in Calabria negli ultimi tempi sono stati di estorsione. Ciò vuol dire, in chiare parole, questo: che la mafia è stata rafforzata dagli agrari reggini per arrestare la legittima emancipazione delle masse di braccianti e lavoratori troppo duramente trattati e ora questa mafia è forte e prepotente, e ricattatrice. E’ in atto una vera e propria rissa tra varie clientele politiche per salvare i rispettivi capi elettori dalla scure di Marzano. E&#8217; in queste clientele che bisogna colpire, è la corruzione che bisogna stroncare. Capi mafia legati ad uffici pubblici impongono una taglia del 10 &#8211; 15 per cento sui fondi destinati alla ricostruzione delle case distrutte dall&#8217;alluvione dello scorso anno. Ma ciò è solo un aspetto della corruzione. Non parliamo di quanto succede nei mercati degli agrumi e del bergamotto.<strong> L&#8217;Aspromonte non è soltanto un mito di banditi, significa anche un pugno di lavoratori che combattono contro la prepotenza agraria e le  sopraffazioni”</strong>.L’immagine pulita della foto gioiosana è un richiamo forte e deciso a determinare le condizioni per rendere così bella e splendente la Calabria dei buoni e dei giusti!</p>
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		<title>Consolo e il giudice Ciaccio Montalto</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 18:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il prossimo 25 gennaio saranno 29 anni dalla morte per mano violenta, mano di mafia, del sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, aveva 41 anni, era il 25 gennaio del 1983. Ammazzato a Valderice, davanti casa sua, al momento del rientro. Ancora per poco sarebbe stato in servizio al Palazzo di Giustizia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9138" href="http://www.malitalia.it/2012/01/consolo-e-il-giudice-ciaccio-montalto/vincenzo-consolo/"><img class="alignnone size-full wp-image-9138" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/vincenzo-consolo.jpg" alt="" width="183" height="276" /></a></p>
<p><strong>Il prossimo 25 gennaio saranno 29 anni dalla morte per mano violenta, mano di mafia, del sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, aveva 41 anni, era il 25 gennaio del 1983</strong>. Ammazzato a Valderice, davanti casa sua, al momento del rientro. Ancora per poco sarebbe stato in servizio al Palazzo di Giustizia di Trapani, presto sarebbe andato a Firenze, e quel trasferimento in Toscana faceva paura ai boss. La presenza di Cosa nostra in terra toscana sarebbe stata accertata anni dopo, una presenza di Cosa nostra che a Firenze e dintorni aveva intessuto stretti rapporti con la massoneria, alleanza che nel 1993 potrebbe essere servita a compiere le stragi che colpirono proprio Firenze, e poi Roma e Milano.</p>
<p><strong>Ciaccio Montalto fu un «uomo dal candido coraggio»</strong>, si imbatté nei primi anni 80 nella mafia che cominciava a cambiare pelle, quella che oggi chiamiamo «sommersa» e allora si cominciava ad interessare di appalti (1550 banditi e assegnati nel solo biennio 83/85 a Trapani, quasi tutti finiti intercettati da Cosa Nostra). Lo scrittore, e giornalista. <strong>Vincenzo Consolo appena scomparso lasciando ancora più orfana la Sicilia, disse un giorno di rimpiangere di non avere fatto il suo dovere, di giornalista, quando una sera raccolse lo sfogo di Ciaccio Montalto che si sentiva isolato: «Rimpiango di non avere disubbidito al suo volere e di non avere scritto subito quella intervista».</strong> Lo scrittore aveva vissuto Trapani per due mesi, nell’estate del 1975, quando seguiva per il giornale &#8220;L’Ora &#8221; il processo al mostro di Marsala, Michele Vinci. Pubblica accusa di quel processo era il giudice Ciaccio Montalto.<em> Consolo ricordò: «Un giorno Ciaccio mi chiamò e mi disse che mi voleva incontrare a Valderice, nella sua casa, da solo. Una sera andai e mi accolse con la moglie, una donna che negli occhi aveva tutte le preoccupazioni per il marito. Mi rivelò che aveva ricevuto delle minacce. Non scriva nulla, lo faccia solo se dovesse succedermi qualcosa, disse».</em> Otto anni dopo, quella confessione divenne profezia. Allora scrisse sulla Stampa e sul Messaggero (a cui seguì una interrogazione alla Camera dei Deputati di Leonardo Sciascia) e rivelò ciò che Ciaccio Montalto gli aveva detto quella sera.</p>
<p>I magistrati di oggi e tra quelli che lavorano tra Trapani e Marsala, come Andrea Tarondo, titolare di molte indagini sulla nuova mafia trapanese, e l’ex procuratore di Sciacca, Dino Petralia, ex Csm, e che negli anni 80 fu collega vicinissimo a Ciaccio Montalto a Trapani, in più occasioni hanno osservato che<strong> “qui” non sarà tutto mafia quando corrisponderanno le azioni concrete, gli atti trasparenti, quando si cancellerà l’area grigia, quando la si smetterà di confinare la legalità nel lavoro di magistrati, giudici, investigatori</strong>. Lo disse il presidente Sandro Pertini proprio ai funerali di Ciaccio Montalto: «Per combattere la mafia c’è solo da rispettare fino in fondo la Costituzione». Ciaccio Montalto non è riuscito a sconfiggere la mafia, perchè la mafia glielo ha impedito. <strong>«Ulisse era il mito di Ciaccio Montalto»</strong> ha svelato un altro suo amico, il pediatra Benedetto Mirto, ma a lui non è riuscito ciò che riuscì a Ulisse, battere i proci e riconquistare la sua Itaca. Il compito oggi è di altri dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Ma la strada è in salita e lo sarà fino a quando non si riconoscerà come eroe davvero chi lo merita o chi lo fu  e non come avviene di questi tempi, che eroi vengono indicati i mafiosi e i corrotti.</p>
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		<title>Appuntamento con il boss/8</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 21:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio]]></category>
		<category><![CDATA[Confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Svetonio]]></category>

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“Qui prima si associano alla mafia e poi vanno a Confindustria” così racconta Nino, quello che è passato con lo Stato. Ma certo che si! La mafia da migliori servizi, ti segue se hai un problema legale (quando vai in galera o se ci va qualcuno dei tuoi), fiscale ( se devi chiedere il pizzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss8/toghe-2/" rel="attachment wp-att-9019"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/toghe.jpg" alt="" title="toghe" width="275" height="183" class="alignleft size-full wp-image-9019" /></a></p>
<p><strong>“Qui prima si associano alla mafia e poi vanno a Confindustria”</strong> così racconta Nino, quello che è passato con lo Stato. Ma certo che si! La mafia da migliori servizi, ti segue se hai un problema legale (quando vai in galera o se ci va qualcuno dei tuoi), fiscale ( se devi chiedere il pizzo gli devi pure dire come farlo diventare “ufficialmente” un costo) e se vai in carcere puoi stare tranquillo, i tuoi paranti non avranno mai problemi. Ma anche se hai bisogno di un lavoro, quelli della Causa te lo trovano, ti sistemano, ti fanno stare tranquillo.<br />
Insomma oltre che agli affari la Causa si occupa anche delle persone  e dei loro affari. Come fu per il negozio di Ribera.<br />
<strong>E Alessio è sempre stato attento ai suoi come quando scrisse a Svetonio</strong> <em>“Carissimo mio, spero di trovarla bene così come le dico di me. So che questa mia lettera è inattesa da lei ma, purtroppo, la devo informare di alcune vicende accadute. Come lei sa a quello hanno trovato delle lettere, in particolare di quelle mie pare ne facesse collezione. Non so perché ha agito così e non trovo alcuna motivazione a ciò e, qualora motivazione ci fosse, non<br />
sarebbe giustificabile. Non sto a dirle cosa penso perché non c’è alcuno rimedio al danno che ha causato, ormai che posso fare?”</em></p>
<p>Alessio questo Stato lo detesta e forse non lo considera nemmeno un nemico. Ha un senso di superiorità nei suoi confronti ed un’idea precisa di quello che succede : “In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda”.<br />
Eh si i Torquemada di questo paese lui non li ama molto. Vorrebbe farli fuori tutti e si era iniziato pure a fare una certa pulizia ma poi tutto si era fermato. <strong>Ma chissà poi se era stato un bene fermarsi…..<br />
</strong></p>
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		<title>Le mani della criminalità</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 09:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>

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Roma, 10 gennaio 2012.
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).
Il video è stato realizzato da Francesco Perrella
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/VfDLhloTLsM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Roma, 10 gennaio 2012.</strong><br />
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.<br />
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).</p>
<p>Il video è stato realizzato da Francesco Perrella</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Che la commissione comunale antimafia a Milano non sia un gioco politico</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:32:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[commissione antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Nando dalla Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Ambrosoli]]></category>

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(di Luca Rinaldi)
Ne avevamo scritto su Linkiesta qualche mese fa, chiedendoci se fosse veramente così difficile fare una commissione comunale antimafia in quel di Milano.
Il sindaco Pisapia l&#8217;aveva promessa in pompa magna tra i primi provvedimenti dopo aver preso posto a Palazzo Marino, ma a sette mesi dall&#8217;elezione il progetto è arenato e la questione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/che-la-commissione-comunale-antimafia-a-milano-non-sia-un-gioco-politico/comunemilano/" rel="attachment wp-att-8849"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/comunemilano.jpg" alt="" title="comunemilano" width="284" height="178" class="alignleft size-full wp-image-8849" /></a></p>
<p>(di Luca Rinaldi)<br />
<strong></strong><strong>Ne avevamo scritto su Linkiesta qualche mese f</strong>a, chiedendoci se fosse veramente così difficile fare una commissione comunale antimafia in quel di Milano.<br />
Il sindaco Pisapia l&#8217;aveva promessa in pompa magna tra i primi provvedimenti dopo aver preso posto a Palazzo Marino, ma a sette mesi dall&#8217;elezione il progetto è arenato e la questione, lo si voglia riconoscere o meno è tutta politica.<br />
<strong>All&#8217;inizio di ottobre si sprecavano i < <è cosa fatta>></strong>, nonostante le divisioni all&#8217;interno della stessa maggioranza sulla tipologia della commissione da adottare. Alla fine si è deciso di affiancare un comitato di &#8220;studiosi ed esperti&#8221; del tema a una schiera di consiglieri che, basandosi su studi e consigli del comitato, dovrebbe rendere operativi atti e soprattutto fatti legislativi per contrastare il fenomeno della criminalità organizzata nel capoluogo lombardo.<br />
A oggi si è insediato il comitato di &#8220;esperti&#8221;, composto da Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola, Maurizio Grigo, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, presieduti dal sociologo e scrittore Nando Dalla Chiesa.<br />
Bene, bravi, bis, 10+. Bel quadretto col sindaco Pisapia che plaude e sorride. E la politica? E la politica ovviamente litiga. Perché fare l&#8217;antimafia porta voti, incarichi, magari qualche protezione e qualche garanzia. Oltre all&#8217;immancabile mafia dell&#8217;antimafia di quelli che hanno sempre la parola giusta al momento giusto per continuare a giocare sul piano politico.<br />
Così si propone David Gentili (PD) per la presidenza e già qualcuno si affretta a chiedere una vicepresidenza per la minoranza, possibilmente PDL. Giocattolo politico fase 1.<br />
<strong>Giocattolo politico fase 2</strong>. Succede che lo stesso Gentili il 2 dicembre scorso, durante una seduta del consiglio, chieda chiarimenti riguardo la posizione del consigliere del PDL Armando Vagliati, il cui nome emerge nell&#8217;inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano in contatto con il boss Giulio Lampada e la cosca mafiosa dei Valle.<br />
Monta allora lo sdegno dei &#8216;garantisti&#8217; a corrente alternata e spunta Carlo Masseroli che ritiene Gentili, in seguito al suo presunto &#8216;giustizialismo&#8217; < <non in grado di gestire in modo equilibrato questo ruolo>>. Intanto Vagliati replica che < <Non ho nulla da temere, con Lampada ho avuto frequentazione ma non sapevo chi fosse, poi ho interrotto qualsiasi rapporto>>. E i clichè del &#8216;non sapevo&#8217; si sprecano.<br />
Insomma, il vero problema dell&#8217;antimafia non è provare a capire se tra coloro che siedono in consiglio comunale c&#8217;è qualcuno in contatto con qualcuno di poco raccomandabile, ma evitare che chi chiede chiarimenti sia presidente di un organismo antimafia. Strani questi garantisti del 2000 che proteggono sempre i sodali e poi non spendono una parola, per esempio, sulle carceri o i tempi della giustizia&#8230;<br />
Pochi giorni fa, lo stesso Gentili rispondendo ai ragazzi dell&#8217;associazione &#8220;Di Stampo Antimafioso&#8221; (che stanno seguendo dall&#8217;inizio la vicenda passo-passo), si augura che a gennaio arrivi la commissione antimafia dei consiglieri.<br />
<strong>Divisioni politiche nell&#8217;antimafia </strong>di certo non fanno il gioco della prevenzione e dell&#8217;antimafia dei fatti, anche se a questo siamo abituati, vedendo come in alcuni frangenti il lavoro della commissione parlamentare antimafia a Roma risulti inutile e frammentario.<br />
L&#8217;augurio è che questa commissione non sia l&#8217;ennesima torta da spartire, perchè il problema mafia a Milano esiste (da decenni) ed è serio, e per quanto si voglia fare cultura e sociologia a combatterla seriamente e preventivamente saranno atti e fatti legislativi e poco altro.<br />
<strong>Sempre che poi non si voglia fare come quella commissione parlamentare antimafia che non fu in grado di tenere fuori dalla medesima commissione imputati per reati di mafia e nei confronti della Pubblica Amministrazione</strong>. Quando si votò lo scempio di non impedire a questi ultimi di sedere nell&#8217;antimafia parlamentare era il 2006, il temibile Berlusconi stava all&#8217;opposizione, ma solo 21 deputati votarono a favore dell&#8217;estromissione degli imputati per mafia dalla Commissione. Per favore, che non succeda anche a Milano, basta l&#8217;esperienza di Roma. E per una volta proviamo a non tingere di bassa politica la questione antimafia.</p>
<p>(pubblicato su lucarinaldi.blogspot.com)</p>
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		<title>Cinisi: il vino e l’arte anche per dire no alla mafia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 11:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[centopassi]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano Badalamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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La manifestazione l’hanno intitolata “Assaporare la legalità”, l’appuntamento è per sabato prossimo 17 dicembre a Cinisi a cominciare dalle ore 17. Il patrocinio è della commissione Attività Produttive dell’Ars e dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, l’organizzazione ha diversi “attori”, l’amministrazione comunale di Cinisi, l’associazione culturale Archetipo, l’associazione &#8220;Casa memoria Peppino e Felicia Impastato”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8699" href="http://www.malitalia.it/2011/12/cinisi-il-vino-e-l%e2%80%99arte-anche-per-dire-no-alla-mafia/centopassi/"><img class="alignnone size-full wp-image-8699" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/centopassi.jpg" alt="" width="268" height="188" /></a></p>
<p>La manifestazione l’hanno intitolata “Assaporare la legalità”, l’appuntamento è per sabato prossimo 17 dicembre a Cinisi a cominciare dalle ore 17. Il patrocinio è della commissione Attività Produttive dell’Ars e dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, l’organizzazione ha diversi “attori”, l’amministrazione comunale di Cinisi, l’associazione culturale Archetipo, l’associazione &#8220;Casa memoria Peppino e Felicia Impastato”, la Cantina “Centopassi” e la proloco di Cinisi. Le firme a questa iniziativa sono di Mariella Barbera e Irene Cavarretta.</p>
<p><strong> Palcoscenico sarà la casa che fu del capo mafia Gaetano Badal</strong>amenti confiscata agli eredi del boss e consegnata alla società civile: luogo simbolo della rinascita culturale della città, Archetipo vuole utilizzarla come spazio da “Occupare” attraverso un percorso fatto di storia passata e storia nuova. Una società che vuole ricordare e non dimenticare è il punto di partenza, così nascono cento passi disegnati con gessetti colorati che accompagnano il visitatore da casa della Memoria a casa Badalamenti, all’interno dello spazio espositivo si mescola arte, impegno sociale e storia.</p>
<p> <strong>“Un mare di Vino è un evento volto a promuovere i prodotti della terra di Sicilia che si fondano sulla speranza e sulla rinascita “perché la terra non smette mai di rigenerarsi</strong>”. L’amministrazione parte proprio dalla presentazione del prodotto frutto di quei territori, vigneti e terre, che confiscati ai mafiosi, sono stati affidati, grazie all’associazione Libera, alle coop di Libera Terra che coltivano le uve e commercializzano i vini. L’azienda vinicola Centopassi di Libera Terra, nome tratto dall’omonimo film di Marco Tullio Giordana, dedicato a Peppino Impastato, quest’anno con l’etichetta Rocce di Pietra Longa è stata insignita del riconoscimento di vino slow per la Guida Slow Wine.</p>
<p><strong> “Assaporare la legalità”</strong> serve a far comprendere bene come si può all’impegno sociale delle Cooperative di Libera Terra affiancare il lavoro di giovani artisti e associazioni che attraverso l’allestimento e l’arte, diventano parte attiva del rinnovamento. Saranno in mostra le Opere pittoriche di Carmelo Calderone, giovane artista catanese che con i suoi frammenti del mediterraneo, rappresenta le barche elemento simbolico realizzato dall’uomo che da elemento di contaminazione culturale prima, oggi diventa per alcune popolazioni unica speranza. Saranno esposte le tavole del fumetto “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia” – sceneggiatura di Marco Rizzo e disegni di Lelio Bonaccorso &#8211; edizioni Becco Giallo. Saranno presentate le foto dell’artista di Cinisi Pino Manzella che con il titolo “Scatti e Riscatti” raccontano i terreni confiscati alla mafia.</p>
<p> Sono previsti gli interventi dell’on. Salvino Caputo, della Commissione Parlamentare Attività Produttive, di Dario Cartabellotta, Direttore dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino, dell’avv. Salvatore Palazzolo, sindaco di Cinisi, di Giovanni Impastato, presidente dell’Associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Francesco Galante, presidente della Cooperativa Placido Rizzotto “Libera Terra”, modera Domenico Micale, assessore alle attività produttive del Comune di Cinisi.</p>
<p> Al termine è prevista la presentazione del concorso di disegno per le scuole elementari &#8211; Nenè ed “il mare colore del vino”, che prende spunto dall’omonimo racconto di Leonardo Sciascia.</p>
<p> <strong>L’arte ed il vino si trovano così complici di un  progetto che li vede protagonisti e che ha come culla la terra di Sicilia. Senza la mafia.</strong></p>
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		<title>Mafia:le mele marce</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 03:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[agroalimentare]]></category>
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12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8491" href="http://www.malitalia.it/2011/11/mafiale-mele-marce/melemarce/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8491" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/melemarce-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata</strong>. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia</p>
<p><strong>Don Luigi Ciotti, presidente di Libera-nomi e numeri contro le mafie, dice “le mafie ce la danno a bere &#8211; e a mangiare &#8211; grazie a infiltrazioni profonde e consolidate in vari comparti del settore agroalimentare</strong>. E che a tutto questo come consumatori paghiamo un prezzo doppio: in termini di soldi &#8211; perché il prezzo delle merci sale per assicurare un margine di interesse a più persone &#8211; e soprattutto in termini di salute.”</p>
<p>Proprio qualche giorno fa la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, seguendo una pista investigativa della Squadra Mobile di Caserta e la Dia di Roma, ha svelato una vera e propria alleanza tra camorra e mafia siciliana per il controllo del trasporto dell&#8217;ortofrutta e del traffico delle armi. E’ stato anche arrestato Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò “il capo dei capi” .Il procuratore aggiunto, della DDA del capoluogo campano, Federico Cafiero De Raho ha anche evidenziato come al centro dei traffici ci fosse il Mercato Ortofrutticolo di Fondi in provincia di Latina (dove nelle casse venivano occultati anche dei fucili mitragliatori).</p>
<p>Insomma le mafie hanno in mano la gestione di tutta la filiera dell’orto frutta. I siciliani pensano alle produzioni e i casalesi al marketing e il trasporto.</p>
<p>“<strong>Non è solo il controllo del territorio ma così le mafie gestiscono l’intero comparto agroalimentare. Una vera e propria economia” Lo dice Lorenzo Diana</strong>, ex senatore e da poco Presidente del CAAN (mercato ortofrutticolo di Napoli) e Presidente della rete della Legalità.</p>
<p>“Le infiltrazioni in questo settore nascondono anche traffico d’armi e di droga. Bisogna stare attenti agli usi impropri del mercati. Controllare gli appalti e subappalti e anche i facchinaggi. D’altra parte la gestione del settore agroalimentare  intrinseca al sistema mafioso che nasce proprio come criminalità rurale”</p>
<p>Cosa si può fare?</p>
<p>“Ci vuole maggiore trasparenza, maggior controllo sulle aziende che lavorano in questi grandi centri ortofrutticoli. Bisogna richiedere l’antimafia per chiunque voglia lavorare con noi.E poi dobbiamo anche far entrare chi è  rimasto fuori e cioè agevolare gli appalti proprio a quelle imprese estorte dal sistema criminale e mafioso. Bisogna interrompere il sistema clientelare che si è instaurato. Poi bisogna controllare gli accessi abusivi, A Napoli gli accessi ufficiali sono solo 2000. Se tutto fosse stato in regola non avremmo una struttura che, aperta appena 6 anni fa, ha oggi 51 milioni di debiti contro i 40 di patrimonio.”</p>
<p>L’agroalimentare ha un grande fascino per le mafie vedasi le operazioni al mercato di Vittoria in Sicilia o anche l’informativa del prefetto Frattasi su Fondi. Ma va anche ricordato che <strong>Giuseppe Grigoli, il “cassiere” di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss di Cosa Nostra, gestiva una catena di supermercati. Da mafia agricola a mafia imprenditoriale passando per le nostre tavole.</strong><br />
(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Processo Rostagno: quella mafia che non aveva bisogno di chiedere “mai”</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 18:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”
Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, [...]]]></description>
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<p>Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”</p>
<p>Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, sempre a Trapani (per la verità qui è territorio di Erice). La struttura si presta maggiormente alla sicurezza che va garantita a questi testi nonché alle stesse parti in uno dei momenti maggiormente delicati del dibattimento dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo del mandamento di Trapani, Vincenzo Virga, e il valdericino Vito Mazzara condannato all’ergastolo per essere stato autore di diversi delitti ordinati dalla cupola mafiosa. Il primo pentito ad essere stato sentito è stato il pacecoto Francesco Milazzo.</p>
<p> <strong>Il soldato che parlava ai capi mafia</strong>. Milazzo non è un uomo d’onore qualsiasi e quindi non è un pentito di scarso peso. Impersona l’essere stato mafioso e oggi il non volerlo più essere. Quando descrive la realtà al tempo in cui lui semplice “soldato” di Cosa nostra poteva avvicinare i più importanti capi mafia, ne parla come se ne facesse ancora parte, e così ha raccontato come a fare le “cose brutte” non poteva essere altro chi parlava male dei mafiosi – e non quindi i mafiosi  che le “cose brutte” le facevano per davvero, e dunque uno come Rostagno che ogni giorno “insultava i mafiosi e istigava la gente a stare lontano dalla mafia” era uno che diceva “cose brutte” e perciò dava fastidio.</p>
<p> <strong>Ucciso perché bruciò la macchina al comandante dei carabinieri</strong>. Milazzo era uno di quelli che era cresciuto credendo nell’ordine che Cosa nostra avrebbe potuto dare alla società. Una mafia che addirittura decideva di eliminare un ladruncolo perché questo con le sue ruberie suscitava fastidi e perché aveva bruciato la macchina al comandante della stazione dei carabinieri (tutto questo accadeva a Paceco). Dove lo Stato non poteva arrivare ecco giungere la mafia, che decideva di eliminare quello che in aula, davanti ai giudici, Milazzo ha chiamato ancora “frariciumi”, non ci vuole molto cosa significa, dispregio assoluto, marcandone ancora la qualità come se il fatto fosse appena avvenuto.</p>
<p> <strong>Storie dei figli della mafia</strong>. Milazzo è cresciuto – affiliato, ritualmente punciutu, appena ventenne – dentro questi canoni, con la convinzione che la mafia potesse davvero essere giusta ed equa. A questo ha creduto fino a quando un giorno non ha visto un capo mafia, Vincenzo Virga, pensare solo per se stesso e per chi gli stava più vicino. A quel punto l’immagine che Milazzo ha avuto della mafia trapanese è stata quella del disordine. E’ stato arrestato sul finire degli anni 90 dalla Squadra Mobile di  Trapani, nascosto in mezzo alle campagne di Paceco. Quando finì in manette chiese una corda per uccidersi, poi decise di collaborare con la giustizia e ancora oggi in aula ha spiegato il perché: “Non volevo che i miei familiari finissero nel fango dove ero stato io”. Quello che gli è successo dopo questa decisione non è bello a dirsi e a raccontare, ma dà la dimensione di cos’è la mafia: dapprima la moglie e i figli lo hanno ripudiato, contestando la sua decisione, poi sono rimasti solo i figli a non volere sapere più nulla di lui e della madre che nel frattempo aveva deciso di seguirlo nella località protetta dove era stato portato. Ma la scelta di prendere le distanze non scaturiva da paure di vendette, ma perché riconoscevano (e forse riconoscono, loro come altri giovani ancora purtroppo) una forte autorità mafiosa che nemmeno loro padre poteva metterla in discussione. Per fortuna in questa terra ci sono anche altri segnali, come quelli lanciati, e scritti, l’anno scorso dai figli di un riconosciuto mafioso mazarese, un “colletto bianco”, ex dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, l’arch. Pino Sucameli, che scrissero il loro distinguo dal padre e di preferire a lui, in carcere oramai con decenni di detenzione da scontare, altri uomini, come Falcone e Borsellino. Poi in questa terra ci sono figli(e) che hanno scelto il silenzio, non si sa se per ubbidienza o altro, come Lorenza Messina Denaro, figlia del latitante Matteo, non ha mai conosciuto il padre, se non in foto, è cresciuta con la madre, Francesca Alagna, nella casa della nonna  vedova del “patriarca” della mafia belicina, Francesco, il campiere che faceva il capo della cupola provinciale e sedeva in quella regionale. Lorenza oggi fa il primo superiore, impossibile avvicinarla, in giro a Castelvetrano raccontano che la vedono più con le zie, le sorelle del boss latitante, che con la madre. Poi ci sono altri figli, come quelli dei padrini Vincenzo Virga e Francesco Pace, hanno seguito le orme dei loro genitori, restando a loro fedeli anche quando sono finiti in carcere, i Virga addirittura ancora prima del loro genitore che nel frattempo restava latitante e lo restò per sette anni fino al 2001.</p>
<p> <strong>Il “massaro” nella stanza di Corrado Carnevale. Trapani e i “cani attaccati”.</strong> A Trapani, emerge dal racconto del pentito Francesco Milazzo, la rete di interessi che esisteva era quella che la mafia voleva. Cosa nostra dettava le regole e l’illegalità diventava legalità. Punire con la morte chi rubava senza autorizzazione era la regola, che faceva contenti tutti. Milazzo ha raccontato di essere stato uno di quelli che aveva il compito di mantenere l’ordine, credendo profondamente nel giuramento che aveva fatto. E così eseguiva i delitti senza chiedere, ricevuto l’ordine entrava in azione. La mafia trapanese incuteva timore perché era una mafia che poteva permettersi uomini d’onore riservati che sedevano sui banchi della politica, come l’ex consigliere comunale del Psi Franco Orlando, uscito assolto da processi in cui era imputato di delitti, ma condannato per associazione mafiosa, secondo Milazzo il “politico” era uno di quelli che camminava armato “e sparava se c’era bisogno di sparare”. Ma quello che “sparava sempre” era Vito Mazzara a sentire Milazzo, portava con se un fucile calibro 12 e una pistola calibro 38, “sempre”: “Mazzara era in gamba a sparare, un professionista, faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento. Virga fu nominato per volere di Francesco Messina Denaro e di Francesco Messina, mazarese, detto u muraturi”. Ciccio Messina era uno che andava spesso in giro malvestito, con gli abiti sporchi di calce e che però sarebbe stato in grado addirittura di entrare nella stanza del presidente della Cassazione Corrado Carnevale, così si legge in alcuni atti giudiziari, un giudice lo ha riconosciuto, si è ricordato bene di lui perché era vestito da “massaro” e non era certo a tono con l’austerità del luogo, e però parlava a quattr’occhi con Carnevale. “Virga era l&#8217;unico che poteva prendere questo incarico – ha detto Milazzo – le cose sembravano andare bene con lui”. Virga riuscì dove oggi la politica trapanese ancora non riesce. Trapani ed Erice sono due Comuni che vivono nello stesso territorio, a parte la medievale vetta ericina,l’antico borgo che sta sulla sommità della montagna di San Giuliano, Erice per l’appunto, il resto delle case sono tutte a valle, in un’area che si estende dai pendici della montagna sino alla falce trapanese, un solo territorio, due Comuni. Da anni si insegue la possibilità di fare un solo Comune, ma l’obiettivo puntualmente fallisce, Virga invece con un tratto di matita un giorno decise che le famiglie “mafiose” di Trapani ed Erice dovevano diventare una sola cosa. E così accadde. Paradossalmente è stato rispondendo alle domande della difesa che Milazzo è stato più efficace nel descrivere cos’era la mafia a Trapani. “La mafia faceva tutto e non si faceva niente se la mafia non lo voleva&#8221;. E quindi un delitto come quello di Mauro Rostagno non poteva avvenire così senza che Cosa nostra fosse informata e coinvolta. Dalla parte della mafia c’era poi una grande opportunità che Milazzo non ha nascosto: “Non c’era bisogno di spiare, non avevamo bisogno di chiedere niente, le stesse istituzioni ci informavano su cosa accadeva&#8221;. Sembra sentire lo slogan di un vecchio spot pubblicitario. In questo si diceva che un determinato profumo lo poteva usare “un uomo che non doveva chiedere mai”, nel caso di Cosa nostra il profumo era quello della mrote e del sangue dei morti ammazzati che si portava appresso una mafia “che non doveva prendersi il disturbo di chiedere qualcosa ma le si faceva sapere tutto quello che doveva conoscere e pure subito”. E sembra di risentire il pentito di Caccamo, Giuffrè ,che parlando della mafia trapanese diceva che “a Trapani Cosa nostra era tranquilla perché aveva i cani attaccati”, cioè inquirenti e investigatori non davano fastidio. Almeno questo tra gli anni 70 e 80.</p>
<p> <strong>Nel circolo Pri conobbe Virga</strong>. Il borgo di Trapani, a cavallo tra Erice e Trapani, dove passa quella invisibile linea di confine che divide i due territori, per decenni è stato il feudo del partito repubblicano. Qui è cresciuta la migliore tradizione del partito dell’Edera, i protagonisti bene interpretavano il credo mazziniano, “Dio e Popolo”, a Borgo cresceva un partito popolare, che riuscì anche a mandare propri esponenti in Parlamento. Dove c’è il potere però si nasconde sempre la mafia, e Vincenzo Virga si era fatto una nicchia dentro quel partito. Frequentava il circolo dedicato a Mazzini, dove i giovani repubblicani più volte tenevano conferenze contro la mafia in tempi in cui c’erano sindaci che negavano l’esistenza della mafia a Trapani. Francesco Milazzo ha detto di avere avuto presentato Vincenzo Virga dentro quel circolo repubblicano e di avere conosciuto anche lì il vice di Virga, un altro imprenditore, Francesco Genna.</p>
<p><strong>Gli escamotage di Vito Mazzara</strong>. Ancora rispondendo alle difese, ma stavolta anche prima ai pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, il pentito Milazzo ha rammentato le abitudini del conclamato killer Vito Mazzara che senza fare una smorfia ha seguito l’udienza da una delle celle dell’aula bunker. Era lui ha detto Milazzo a prepararsi le cartucce, sapeva sovraccaricarle, gli confidò un giorno che sostituendo una parte del fucile riusciva a non fare risultare che a sparare era sempre la stessa arma. “Sapeva sparare e sapeva come modificare l’arma”. Poi ha fatto l’elenco dei delitti commessi insieme, ripetendo sempre che c’erano gli stessi rituali da fare, i sopralluoghi sui luoghi dove si doveva sparare, l’uso di una Fiat Uno, le armi da impiegare. Ha raccontato che con Vito Mazzara in qualche occasione il gruppo di fuoco era armato di tutto punto, con fucili, mitraglie, pistole. Ha fatto i nomi di chi apparteneva a questi gruppi di fuoco, ce ne erano a Trapani, Paceco, a Valderice, in provincia, sempre pronti ad entrare in azione. Ad affiancare Vito Mazzara secondo Milazzo spesso erano Franco Orlando o ancora i valdericini Nino Todaro e Salvatore Barone. Poi ce ne erano altri ancora. Lì la difesa con l’avv. Vito Galluffo, difensore di Mazzara, ha cercato di raccogliere un punto a suo favore, dopo avere fatto fare al pentito nuovamente i nomi dei “presunti” killer, ha ricordato che molti di loro, se non tutti sono stati assolti. Dai delitti, ma non dall’associazione mafiosa. Milazzo ha risposto senza fare una piega, lui che poco prima aveva fatto percepire con le sue risposte che Virga aveva quasi creato una sua “Cosa Nostra” con uomini d’onore riservati, e che quando si sparava erano in pochi a sapere chi era stato. Come accadde per il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, assassinato l’antivigilia di Natale del 1995, a pochi chilometri da Trapani. I complimenti per quel delitto addirittura se li prese il mazarese Vincenzo Sinacori, quando invece a sparare era stato Vito Mazzara come poi ha ricordato lo stesso Milazzo. Oggi i soggetti elencati in aula da Milazzo sono tutti liberi, hanno scontato le pene detentive e sono tornati in libertà. Se davvero sono specialisti dei gruppi di fuoco non c’è forse da stare tranquilli.</p>
<p><strong>Dovevamo uccidere Linares. </strong> Francesco Milazzo aveva conoscenza di una lista di persone che dovevano essere uccise. Uno di questi era l’allora capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares, oggi dirigente dell’Anticrimine della Questura di Trapani. “Doveva essere ucciso, ma Vincenzo Virga ci disse che non era il momento di farlo”. Linares poi nel 2008 fu quello che con le indagini riaprì un fascicolo che stava andando in archivio, quello sul delitto Rostagno.</p>
<p><strong>Rostagno parlava in tv e Mariano Agate diventava nervoso</strong>. Rispondendo ai pubblici ministeri, Francesco Milazzo ha ricordato il fastidio che gli interventi televisivi di Rostagno suscitavano dentro Cosa nostra. “Diceva cose brutte (!) contro di noi, ci insultava, istigava la gente a prendere le distanze dalla mafia”. I più nervosi erano i mazaresi. Milazzo si avvicinò tantissimo alla cosca di Mazara, quando le cose a Trapani, sotto il comando di Virga, cominciarono a prendere una brutta piega, nel senso che Virga si occupava dei suoi interessi personali,  e non sopportava chi poteva remare contro, come proprio faceva Francesco Milazzo. Frequentando i mazaresi ha detto di avere appreso l’astio che cresceva contro Rostagno. “Non avevo bisogno di scambiarmi delle parole, bastava guardare in volto Mariano Agate e capire”. Le riunioni avvenivano dentro la sede della Calcestruzzi Mazara, l’impresa dei fratelli Agate. “Quando c’erano le riunioni c’erano tutti, nessuno assente, da Paceco gli unici che ci spostavamo eravamo io e Vito Parisi, Vincenzo Virga nemmeno sapeva di queste riunioni. Intuiva che noi andavamo a Mazara e per questo lui nei miei confronti aveva come una spina, e se la voleva togliere”. E come faceva a capire che Mariano Agate era nervoso, ad un certo punto gli è stato chiesto. “Quando diventava nervoso si cambiava in volto e poi non faceva altro che mangiare, mangiava sempre”. Più Rostagno parlava., contro di lui, più Agate si metteva a mangiare. Ma Rostagno, altra domanda, era l’unico giornalista che “insultava” la mafia? “Ogni tanto c’era Bologna (Peppe, avvocato, editore della tv privata Tele Scirocco ndr), il figlio dell’avvocato Salvatore, ma a farlo calmare ci pensava suo padre, e noi eravamo tranquilli”.</p>
<p><strong>Un ordine arrivato da fuori</strong>. Di una cosa il pentito Francesco Milazzo si è detto sicuro.e cioè che l’ordine di uccidere Mauro Rostagno venne dato “a Vincenzo Virga” da Francesco Messina Denaro. “Ciccio Messina (u muraturi ndr) mi chiese di fare un sopralluogo nella sede della tv di Nubia, Rtc, dove lavorava Rostagno. Quando gli dissi che tutto era apposto mi rispose che non dovevo essere più io ad occuparmene. Mi sono fatto una idea precisa e cioè quella che l’ordine di uccidere Rostagno arrivò da fuori dalla provincia di Trapani”. Fatti estranei a Cosa nostra? Niente affatto: “Rostagno – ha detto Milazzo – deve avere toccato un nome che non doveva toccare”. Il nome viene sussurrato nell’aula bunker, ed è quello del capo mafia di Mazara Mariano Agate, il boss che stava con un piede dentro cosa nostra e un altro dentro la massoneria più segreta, quella alla quale forse Rostagno si stava interessando da quando si era scoperta l’esistenza a Trapani di logge riservate, quelle della Iside 2. Tra i particolari che Rostagno avrebbe appreso quello che a casa di Mariano Agate, quando questi era libero, addirittura si era recato,ospite alla tavola del boss, il capo della P2 Licio Gelli.</p>
<p><strong> L’autista del boss.</strong> Vincenzo Virga aveva un fedelissimo, un tecnico dell’Enel Vincenzo Mastrantonio. “Virga si fidava di lui non faceva niente se non si portava lui appresso e però Mastrantonio era un tragediatore”. La ricostruzione del delitto Rostagno vuole che quella sera qualcuno si adoperò a tagliare i fili della pubblica illuminazione, o almeno non a tagliarli materialmente, ma a provocare un corto circuito. Mastrantonio poteva essere stato capace a farlo. Milazzo questo non lo sa. Ha detto soltanto di sapere che del delitto Rostagno apprese dalla tv o dalla radio, ma che incontrando Mastrantonio questi lo affontò subito chiedendogli se sapeva “cosa era succeso ai picciotti”. Nelle fasi del delitto era scoppiato infatti il fucile. Milazzo ha detto che fu Mastrantonio a dirglielo, ma di avere troncato subito ogni discorso con Mastrantonio come faceva sempre, “perché non era prudente mettersi a parlare con lui, ogni cosa che sapeva la diceva”, e dentro la mafia sapere cose anche in modo indiretto, che non debbono sapersi, significa mettersi a rischio, e a sentire Milazzo era un rischio parlare per questo con Mastrantonio, che fu ucciso qualche mese dopo che fu ammazzato Rostagno: “Ma il delitto Mastrantonio non c’entra nulla col delitto Rostagno” ha assicurato il pentito Milazzo. E tornando al fucile scoppiato. A Milazzo è stato chiesto se era la prima volta che accadesse una cosa di questo genere. “No – ha risposto -. Non era la prima volta, sapevo che era già successo ma non mi ricordo a chi accadde e in quale delitto, ma so che un fucile esplose perché era stato sovraccaricato”. E Vito Mazzara era uno di quelli che sovraccaricava le cartucce che faceva anche da se, ha detto ancora Milazzo che ha deposto protetto da un paravento e circondato dai poliziotti di scorta, e che è entrato e uscito dall’aula coperto da un giubbotto per non farsi vedere.</p>
<p><strong>L’editore di Rtc, “uno avvicinabile”</strong>. Domande sono state rivolte a Milazzo a proposito dell’imprenditore Puccio Bulgarella che era anche l’editore di Rtc, la tv dove Rostagno lavorava quando fu ucciso. Milazzo ha detto di sconoscere che Bulgarella fosse l’editore della tv, ma ha detto di sapere che Bulgarella erauno che la mafia poteva avvicinare, nel senso avere a disposizione, “poi ad un certo punto fu messo da parte, ma non ho mai saputo il perché. Uno che era avvicinabilissimo era invece suo padre, il padre di Bulgarella”. Se mancavano i riscontri, le parole di Milazzo rendono chiaro come Rostagno non lavorava lontano dalla mafia, non aveva la mafia cento passi come era stato per Peppino Impastato a Cinisi, ma aveva la mafia a pochissimi passi, nel breve spazio che lo divideva dalla stanza dove di solito a Rtc stava l’editore.</p>
<p><strong>“Ci dobbiamo ascippare la testa”. </strong>C’è poco da chiedere o da capire. Quando uno si sente dire che ad un tizio bisogna “ascipparici la testa” significa che quello deve essere ucciso. E così Milazzo ha detto di avere sentito dire di Rostagno. “Quando Ciccio Messina mi disse di fare il sopralluogo ho capito che Rostagno era arrivato, era arrivato significa che doveva essere ucciso, era arrivato alla morte”.</p>
<p>Il processo almeno per questa udienza si è fermato qui, agli ordini di morte impartiti nel tempo da Cosa nostra trapanese che nel frattempo ha avuto la capacità di trasformarsi, di diventare impresa e di diventare sommersa. La prossima udienza il 7 dicembre per sentire un altro pentito, il mazarese Vincenzo Sinacori.</p>
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		<title>Il dramma bancario</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Banche]]></category>
		<category><![CDATA[crimine]]></category>
		<category><![CDATA[finanziarie]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Usura]]></category>

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(di Laura Aprati e Carlo Martigli)
Banche croce e delizia di tutti noi diventano oggi spunto di una conversazione semiseria di Laura Aprati e Carlo A. Martigli. (d’ora in poi solo C. e L.) Una sceneggiatura a 4 mani che parte oggi e che ci porterà, ogni settimana, a ‘leggere’ il mondo bancario.
Carlo “Oggi parliamo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8327" href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-dramma-bancario/banche2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8327" title="banche2" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/banche2-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>(di Laura Aprati e Carlo Martigli)</p>
<p><strong>Banche croce e delizia di tutti noi </strong>diventano oggi spunto di una conversazione semiseria di Laura Aprati e Carlo A. Martigli. (d’ora in poi solo C. e L.) Una sceneggiatura a 4 mani che parte oggi e che ci porterà, ogni settimana, a ‘leggere’ il mondo bancario.</p>
<p><em><strong>Carlo “Oggi parliamo di banche ma credi che ci sia ancora qualcuno cui interessa l’argomento?”<br />
Laura “oddio&#8230;le banche!!!!ma sei sicuro di volerne parlare?”</strong></em></p>
<p>C. “sai delle banche non si può non parlare ci sono in mezzo tutti i giorni un po’ come le zanzare d’estate. Nel senso che se vuoi l’estate non puoi fare a meno delle zanzare.<br />
Fastidiose, vero?”<br />
L. “molto fastidiose&#8230;le banche direi…anzi insopportabili&#8230;ma non esiste qualcosa contro di loro? non so una citronella per le banche?”<br />
C.”Qualcuno ci ha provato anni fa, per esempio Kennedy con l’atto 1110001 o qualcosa del genere, ma è stato assassinato tre mesi dopo. Voleva levare il potere alla Federal Reserve, guarda caso”<br />
L.”….e che mi dici? ma allora rischiamo la pelle a parlare di loro, dei loro tassi usurai &#8230;..e dei fidi agli inaffidabili&#8230;”<br />
C. “Certo, ma vedi la legge ha stabilito il tasso dell’usura, per esempio per le carte di credito non puo’ superare il 26%&#8230;una bazzecola, se pensi che danno meno dell’1% sui conti. Prima per l’usura si guardava lo stato di bisogno cioè se avevi bisogno e la banca ti prestava a interesse allora era usuraia, oggi i soldi non te li dà proprio”<br />
L.”&#8230;..alla fine l’ usuraio e’ piu’ onesto delle banche&#8230;!!!! un mondo capovolto&#8230;.”<br />
C.”….in un certo senso sì, ma sai che fanno certi direttori? Dato che la loro banca non può prestarti i denari di cui hai bisogno&#8230;ti mandano dalle finanziarie&#8230;la più seria ha la faccia di V come Vintage&#8230;ma in questo modo anche i poveri direttori integrano lo stipendio&#8230;”<br />
L.”&#8230;.e se si viene a scoprire cosa succede al direttore? Vince una vacanza premio ?”<br />
C. “Dovrebbe vincere una vacanza premio se fossimo in un paese serio, intendo a Gaeta o a San Vittore, posti magari poco ameni a bon marché ….invece al massimo la banca, spaventata dalla cattiva pubblicità, lo fa dimettere.”<br />
L.”&#8230;.Gaeta e San Vittore, come sei demode’&#8230;non sono piu’ di moda…adesso ci sono le Cayman”<br />
C.”….la stessa cosa è successa a Moggi e alla Juventus, se hai visto i giornali di questi giorni….Dice la Juve che non sapeva nulla di quello che faceva Moggi, quando erano 13 anni che dirigeva la Juventus. C’è qualcosa che non mi torna. Certo Le Cayman o ancora meglio le Antigua&#8230;in buona compagnia, come sai”<br />
L. “&#8230;.e poi dimettere non direi magari lo mandano in un’altra filiale e fare altri danni&#8230;.”<br />
C. “ Come certi sacerdoti pedofili che spostavano da una parrocchia a un’altra. E più facile obbligare uno a dimettersi che licenziarlo, è per via della pubblicità negativa, pubblicità regresso.”<br />
L. “&#8230;.ma la migliore banca non ti chiude il conto se &#8220;esci&#8221; di 100 euro&#8230;..”<br />
C. “ ….alle banche conviene prima farti uscire di 100 euro così ne paghi 50 di interessi e poi ti chiudono il conto …Ma certo è che con quello che hanno fatto le banche e stanno facendo per l’economia, cioè zero, per farle tornare in simpatia ci vorrebbe altro che il Mulino Bianco&#8230;”<br />
L.” lo sai che ad imprenditore che denunciato gli usurai la banca ha chiuso i conti e gli ha chiesto il rientro del fido?e hanno chiesto il suo fallimento?”<br />
C. ”ma certo, è normale, in che mondo vivi, Laura? Le banche se ne fregano della società, salvo quando chiedono allo stato i soldi per non fallire”<br />
L. “conviene collaborare con i criminali che dici?”</p>
<p>C. “i criminali aperti sono più seri. L’errore è stato dare alle banche i finanziamenti occorreva invece entrare nel capitale in questo modo lo stato, cioè noi cittadini, saremmo entrati nel loro capitale, salvando correntisti e posti di lavoro ma buttando magari fuori i manager che le avevano portate alle rovina e quando la situazione sarebbe migliorata allora avremmo rivenduto le loro azioni e lo stato, noi cittadini sempre, ci avremmo anche guadagnato.”<br />
L.”….poveri manager!!! che sofferenza se li buttassero fuori&#8230;capisci senza benefit senza macchina aziendale &#8230;&#8230;drammatico!!!! Sul lastrico poveri uomini”<br />
C. “negli Stati Uniti continuano ad avere buonuscite per decine di milioni di dollari<br />
e sai perché? Per farli stare zitti, altrimenti la banca rischia che vengano svelati gli altarini, e sugli altarini delle banche si prega davanti al dio Denaro, li ho visti, incappucciati e tremanti davanti al loro padrone”<br />
L.. “&#8230;..e temono si scopra che ci sia tanta carta straccia nei loro cassetti&#8230;un po’ come con Parmalat?”</p>
<p>C. “magari è vero, questi banchieri (non bancari) però li ho visti solo nei miei incubi. Certo, Laura, ma guarda che la Parmalat è stato il trionfo dell’Italia! Per una volta primi, il più grande dafault del mondo più della Enron. E il buon Callisto Tanzi era ai domiciliari nella sua mega villa con galoppatoio, piscina, cinema, campi da tennis. Se qualcuno mi presta 10 miliardi, giuro che fallisco! e poi mi godo la vita…”<br />
L.”una vittoria vera!!! alla faccia dei risparmiatori c’era un signore di Marsala che aveva investito i suoi risparmi in titoli della Parmalat ed e’ finito sul lastrico e non aveva piu’ soldi per mangiare&#8230;&#8230; ma tanto a Tanzi cosa interessa??? “</p>
<p>C.”purtroppo non abbiamo imparato nulla da questo, abbiamo perfino depenalizzato il falso il bilancio, così rubi in modo elegante e non vai dentro. Non sai che questo è il paese dove i ristoranti sono sempre pieni e gli aerei così affollati da non riuscire a prenotare!! Non lo dico io, l’ha detto il presidente del consiglio. E se il signore di Marsala non ha pane che mangi brioches. L’ha già detto qualcuno questa frase?”<br />
L.” Ma questo e’ un aiuto a tutti i mafiosi che hanno riciclato nelle imprese&#8230;lo sai o no?”<br />
C. ”Meno c’è lavoro più ci sono soldi per i mafiosi…più le banche si tengono stretti i soldi più gli usurai e la mafia che c’è dietro di loro, prospera”<br />
L.“ Ma tu i soldi ce li hai in banca o sotto il materasso?”<br />
C. “ In banca perché mi hanno pignorato il materasso!”</p>
<p>Al prossimo appuntamento la premiata ditta Carlo &amp; Laura vi portera’ dentro i conti correnti e i mutui: sarà un bel divertimento, come scoprire Dracula dietro la porta della cucina&#8230;<br />
Per i nostri Lettori: chi vuole raccontarci le sue disavventure bancarie può inviare una mail a: <a href="mailto:inchiesta.banche@lindro.it">inchiesta.banche@lindro.it</a></p>
<p>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Avana&#8230;..la trasmissione che Rostagno non riuscì a fare</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 12:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>
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Puoi vestirti più che chic 
e rimbalzare come un clown, ma 
il cuore è barbaro, barbaro, barbaro. Ti capisce come sei, 
lui ti conosce come sei 
non basta un attimo, attimo, attimo, 
ma anni, anni, anni… 
E’ l’attacco di una tra le più belle canzoni del cantautore genovese Paolo Conte, è il testo di “Anni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a rel="attachment wp-att-8319" href="http://www.malitalia.it/2011/11/avana-la-trasmissione-che-rostagno-non-riusci-a-fare/mauro-6/"><img class="alignnone size-full wp-image-8319" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/mauro.jpg" alt="" width="225" height="224" /></a></em></p>
<p><em>Puoi vestirti più che chic </em></p>
<p><em>e rimbalzare come un clown, ma </em></p>
<p><em>il cuore è barbaro, barbaro, barbaro. Ti capisce come sei, </em></p>
<p><em>lui ti conosce come sei </em></p>
<p><em>non basta un attimo, attimo, attimo, </em></p>
<p><em>ma anni, anni, anni… </em></p>
<p><strong>E’ l’attacco di una tra le più belle canzoni del cantautore genovese Paolo Co</strong>nte, è il testo di “Anni, anni, anni”, che Mauro Rostagno aveva scelto per lanciare nel 1988 quella che doveva essere la sua nuova trasmissione ad Rtc, “Avana” il titolo, c’era il promo già realizzato, si vede in queste immagini che spesso continuiamo a potere vedere grazie ai familiari di Mauro, Chicca, Maddalena, la compagnia e la figlia, o ancora Carla, la sorella, o l’altra figlia, Monica, o per volontà di tanti suoi amici a cominciare con quelli di Ciao Mauro e della “nuova” Saman; lui è allegro, sorridente, vestito di bianco, con il panama e un sigaro, girare tra il giardino del baglio di Lenzi dove sono al lavoro un gruppo di scenografi, c’è una palma, in cartone, e una grande poltrona in vimini, l’immagine di una donna di colore, uno sfondo cubano. <strong>Appare come se volesse apparire “scanzonato”. “Avana” il titolo di questa trasmissione mai andata in onda perché qualche giorno dopo avere girato questo filmato, Rostagno fu ucciso dai sicari mafiosi, era il 26 settembre 1988. </strong>“Avana” perché? Perché questo titolo. Una idea ce la siamo fatta, seguendo il processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani e dove sono imputati del delitto il capo mafia Vincenzo Virga, presunto mandante, e il killer Vito Mazzara, presunto sicario, tutti e due in carcere a scontare ergastoli per altri delitti di mafia, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso davanti alla moglie e alla figlioletta (la vedova Liliana Riccobene non sapeva ancora che in grembo portava una seconda figlia) l’antivigilia di Natale del 1995, la morte dell’agente, non deve mai dimenticarsi, per indicare quanto violenta è stata la mafia, e che la mafia di oggi, quella cosidetta sommersa e imprenditoriale, è la stessa che quel 23 dicembre 1995 ammazzò quell’agente perché quella morte doveva essere il regalo di Natale che dai mafiosi liberi arrivava a quelli detenuti e al 41 bis, al carcere duro. Virga e Mazzara non sono due stinchi di santo, e nel processo non c’entrano certo perché servivano dei colpevoli ad ogni costo. Ma questa è un’altra storia. Torniamo alla trasmissione che Rostagno non riuscì a mandare in onda, “Avana”. C’è un dato: nessuno di chi lavorava con lui ad Rtc ne ha mai saputo parlare. Tutti quelli che si sono presentati come stretti collaboratori, fidati alleati, interpellati non hanno saputo dire niente di “Avana”. Addirittura la sigla del promo pronta la scopriranno dopo la morte di Mauro Rostagno. Era però una trasmissione cui Rostagno teneva. Perché aveva cominciato a raccogliere della documentazione. Agli atti del processo sono entrati due enormi faldoni di carte, fogli con appunti vergati da Mauro, fotocopie di giornali, articoli sottolineati e commentati anche in modo succinto, ma la calligrafia è quella sua, che Rostagno aveva raccolto e che dopo la sua uccisione finirono nelle mani dell’avv. Nino Marino, allora dirigente del Pci che a processo ricominciato se ne è ricordato riconsegnadole a chi le aveva date a lui, ossia Chicca Roveri, la compagna di Mauro. Sembra che quelle carte non erano altro che il menabò, la traccia della trasmissione.</p>
<p><strong>Cominciamo a ragionare sul titolo che la trasmissione doveva avere</strong>. “Avana”, la capitale di Cuba. Chissà nelle sue intenzioni la trasmissione doveva evocare l’isola cubana che a ridosso del mondo occidentale aveva mantenuto, e mantiene, una sorta di indipendenza dall’Occidente, l’isola dove si sono mischiati e soprattutto in quegli anni, politica internazionale con affari poco chiari, intrighi internazionali, traffici di droga e di armi, dove si sono stipulati patti irrivelabili, per tentare di fermare i quali nel 1962 si rischiò il terzo conflitto mondiale, con lo scontro tra le superpotenze Usa e Urss. Cosa c’entra “Avana” con la Sicilia e con Trapani? Qualcosa c’è di comune tra le due isole. Basta solo pensare che non sono frutto di fantasie ma dati di fatto le circostanze che per anni in Sicilia si sono incrociati, alleandosi o facendosi la guerra, i servizi segreti di mezzo mondo, qui c’erano i campi di addestramento del terrorismo, i militanti dell’eversione di centro destra che si muovevano coperti dai servizi segreti. Prima e dopo il delitto Rostagno la mafia con questi contatti ha preso nuova forma, è diventata stragista, lo stesso tritolo usato per attentati in settentrione, come al treno rapido 904, risultò usato per il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Facone, la strage di Pizzolungo del 1985, l’attentato alla villa del sindaco di Palermo, Elda Pucci, in Sicilia la mafia proteggeva Comiso e la base dei Cruise e per questo, ma anche per altro, fece fuori il pacifista per eccellenza dell’epoca, il segretario del Pci Pio La Torre. Fino ad arrivare alla stagione stragista del 1992 e del 1993. Proprio come nella capitale del dittatore Fidel Castro la Sicilia da decine di anni è percorsa da traffici di droga, armi, rifiuti tossici, gestiti da sacre alleanze, servizi segreti (che diventano deviati quando si scoprono loro agenti con le “mani nella marmellata”), pezzi di istituzioni, criminalità organizzata che in Sicilia la si deve chiamare in un solo modo, Cosa nostra. Affari illeciti, sporchi di sangue e la politica. Mafiosi che scelgono i deputati da eleggere. Mafiosi che vengono eletti nei consessi civici. Consenso elettorale pilotato, la gente abituata a votare in massa non solo tappandosi il naso ma anche ad occhi chiusi, i candidati dei mammasantissima, come accadeva nei regimi comunisti, e Cuba era un’isola dell’oramai oggi disciolto impero sovietico. E poi la storia dell’indipendenza. Non è una fandonia quella che Matteo Messina Denaro in persona, l’attuale super latitante, l’unico sfuggito alla cattura dei mafiosi della disciolta cupola, aveva dato incarico ad un potente narcotrafficante, Saro Naimo, ora arrestato e “pentito”, di contattare le famiglie mafiose americane per vedere se c’era ancora la possibilità di un colpo di stato che portasse sotto il Governo Usa la Sicilia.</p>
<p><strong>Dicevamo le “carte” con gli appunti di Rostagno entrate nel processo</strong>. Rostagno in tre pagine dattiloscritte aveva la “mappa” della mafia trapanese, Minore di Trapani, Rimi di Alcamo, Evola, Agate di Mazara, i Burzotta anche loro di Mazara, uno di loro, Peppe finì arrestato e assolto, mentre era consigliere comunale, il figlio oggi siede in Consiglio provinciale, c’era indicato l’imprenditore Paolo Lombardino, Vincenzo Sinacori che all’epoca non diceva nulla, ma che sarebbe diventato capo mafia di Mazara e poi pentito, uno dei complici più vicini a Matteo Messina Denaro, in questo elenco un altro allora sconosciuto, Vito Bigione, ufficialmente armatore, di fatto lo si troverà come ambasciatore dei narcotrafficanti in Namibia nei primi anni del 2000. Ci sono i riferimenti ai mafiosi di Catania, in un appunto vergato a mano spunta fuori il nome dell’allora ministro Vittorino Colombo e una annotazione affianco, “Castelvetrano”. Nello stesso foglio un commento che di quelli letti verrebbe definito ad alta voce, a proposito della mafia, “violenza senza volto e senza colore”. Poi un appunto sul processo per l’omicidio avvenuto nel 1980 dell’allora sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, “un processo senza parti civili”. Una storia che a Trapani si è ripetuta ancora fino a poco tempo addietro. Tra i faldoni le copie degli atti sull’indagine relativa alla loggia Iside 2, la massoneria super segreta trapanese, dove funzionava una camera che compensava gli intressi di massoni, massoni-mafiosi, politici, colletti bianchi. Ci sono anche copie dei reportage sulla P2 di Gelli. Documenti politici, fotocopie di giornali sulla strage di Pizzolungo del 1985. Ci sono gli articoli di giornale su una morte ancora oggi rimasta misteriosa quella di un giovanissimo pacecoto Rosario Cusumano, ucciso a fine febbraio del 1988. Ci sono alcuni articoli sul sequestro e la morte di Aldo Moro e ancora articoli su politici all’epoca potenti, come il repubblicano Aristide Gunnella, su questi un articolo sottolineato, “l’onore del ministro”. E ancora alcune copie di articoli sul nucleare. Molto materiale è sui grandi traffici di droga che attraversavano la Sicilia, spillagti poi una decina di fogli, intestati con nomi di grandi mafiosi, si apprestava forse a farne delle schede, il catanese Calderone, il killer Pino Greco, “scarpuzzedda”, il “senatore” Salvatore Greco, fratello del “papa” della mafia, Michele Greco, Totò Minore, Bernardo Provenzano, Totò Riina, e infine Salvo Lima. Ci sono gli articoli sul Belice non ricostruito e sugli sprechi del dopo terremoto, ma anche sulla monnezza di Napoli che costituisce un business per la camorra. Con particolare cura e diverse sottolineature sono poi gli articoli su un faccendiere diventato famoso da quegli anni in poi, Aldo Anghessa, uno trovato socio in traffici di armi con mafiosi trapanesi e su un imprenditore palermitano blasonato, il conte Cassina e poi sulle banche e sui “soldi della mafia”. Nomi, fatti, circostanze, sospetti.</p>
<p><strong>Stiamo ancora a dire che Rostagno si occupava di piccoli spacci di droga, di faccenducole cittadine, e che la sua morte va cercata lontano da Trapani e dalla Sicilia?</strong> O Rostagno già quando parlava della “monnezza” e della città di Trapani semrpe sporca, toccava già un affare che interessava i mafiosi, il ciclo dei rifiuti? O quando parlava dei mafiosi di Trapani e Catania alleati, non parlava anche dei grandi appalti che le imprese “raccomandate” dal boss etneo Nitto Santapaola venivano a prendersi tranquillamente all’ombra delle falde di Erice?</p>
<p><strong>E’ difficile sostenere, e solo chi vuol essere cieco lo fa, che la mafia è distante dal delitto, e soprattutto non è faciel dire che è tutta acqua passata sotto i ponti</strong>. Rileggendo editoriali e appunti di Rostagno sembra leggere la preparazione di un notiziario giornalistico di oggi, perché gli argomenti restano attuali, solo che molti dei giornalisti di oggi preferiscono girarsi dall’altra parte, come mafia comanda.E forse per vedere cambiate le cose bisogna aspettare anni, “anni, anni, anni”.</p>
<p><em>Per capirne un po’ di più </em></p>
<p><em>e per saperne un po’ di più </em></p>
<p><em>non basta un attimo, </em></p>
<p><em>attimo, attimo. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ci va il tempo che ci va, </em></p>
<p><em>sì, tutto il tempo che ci va, </em></p>
<p><em>non basta un attimo, </em></p>
<p><em>attimo, </em></p>
<p><em>attimo, </em></p>
<p><em>ma anni, anni, anni…</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Cinque pentiti: così noi aiutiamo i politici</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 22:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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“Dottore , se io so dove abito,e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”. E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo le parole sussurrate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8273" href="http://www.malitalia.it/2011/11/cinque-pentiti-cosi-noi-aiutiamo-i-politici/tribunaereggiocalabria/"><img class="alignleft size-full wp-image-8273" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/tribunaereggiocalabria.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p>“<strong>Dottore , se io so dove abito,e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”.</strong> E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo le parole sussurrate dall’avvocato Lorenzo Gatto,difensore di buona parte del Gotha mafioso della città. Ha chiesto di entrare nella stanza, ma ha lasciato la porta aperta. L’avvocato non perde tempo in premesse. Prende sottobraccio il pm, lo porta in corridoio e continua a parlare. “Dottore lei sta dando fastidio, stia attento e quando fa un’inchiesta si faccia affiancare da un suo collega”. Lombardo sta indagando sui rapporti tra boss e politica, <strong>la sua inchiesta “Meta” è ormai a processo e rischia di alzare il sipario sul livello alto delle collusioni. Mafia e politica, boss e zona grigia, anfratti finora scarsamente esplorati</strong> . Insomma  un magistrato “non gradito”, un pm ad altissimo rischio. Stesso discorso di Gatto pochi giorni dopo, il 14 settembre durante la pausa di una udienza. Il compito di dare una lezione a Lombardo sarebbe stato affidato alle “famiglie” che controllano l’area dove vive il magistrato. Sono ‘ndrine federate alle cosche che contano, De Stefano,Tegano. Alta mafia. Ma quello che più allarma è che si tratta di gruppi che hanno una forte di disponibilità di esplosivo da cave. Quando parliamo all’avvocato Gatto di questa storia si irrigidisce. “Scriva che io non ho attinto notizie da ambienti criminali,stimo il dottor Lombardo e gli ho voluto rappresentare solo  delle  mie semplici deduzioni, tutto qui”. Dei colloqui e delle “deduzioni” del legale,il pm Lombardo ha fatto relazioni scritte al procuratore Giuseppe Pignatone, Gatto  è stato interrogato a fine settembre. Ma il 4 ottobre, le affettuose “deduzioni” hanno assunto la forma inquietante di un pacco bomba. Indirizzato al pm Lombardo,ovviamente. Un ordigno sofisticato fatto trovare sotto gli uffici della procura. Era incellofanato, dentro, in evidenza, la foto del giovane magistrato accompagnata da un bigliettino “E’ tutto pronto per la festa”.</p>
<p><strong>In piena estate,la procura antimafia reggina ha interdetto l’avvocato Gatto dalla professione per due mesi  accusandolo di essere “il postino” del boss Luciano Lo Giudice</strong>. Portava “i pizzini” del capintesta della ‘ndrina a suo fratello Antonino, che ad ottobre del 2010 si pente e “se la canta” sui rapporti della cosca con magistrati, avvocati, gente che conta. Nino Lo Giudice racconta che si rivolgeva a Gatto, che i mafiosi chiamavano “Mastrolindo”, per avere informazioni su operazioni  di polizia, spesso imminenti , sempre supersegrete ma stranamente note in anticipo a certi ambienti. Quando a luglio gli perquisiscono lo studio, il legale avverte magistrati e poliziotti :”Attenti potreste trovare documenti coperti dal segreto di Stato”. Quei documenti, però, non sono stati ancora trovati. Si scava nei computer sequestrati e nei file cancellati. Misteri di Reggio , città avvolta dalle nebbie e dai veleni. Qui sta succedendo qualcosa di grosso. <strong>Lo dicono le 200 intercettazioni</strong> preventive che da mesi stanno mettendo sotto osservazione i telefoni dell’area grigia, si sussurra di imminenti operazioni sulla ‘ndrangheta al Nord che piomberebbero  anche sulla politica reggina. Ancora misteri, perché a Reggio,come ha detto un esperto di rango, il mafioso Roberto Moio, “la ‘ndrangheta  è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. E Moio, pentito dal 29 settembre 2010, di nomi di politici ne ha fatti. E’ uomo di ‘ndrangheta da quando aveva 17 anni, sa delle guerre di mafia ed è imparentato con la figlia Tegano. “Con la politica- dice interrogato in un processo d’Appello il 19 ottobre- abbiamo sempre avuto ottimi rapporti. Abbiamo raccolto sempre voti, ogni periodo i miei zii (i boss Tegano,ndr) candidavano qualcuno. Abbiamo sempre aiutato i politici, la maggior parte di destra, ma ultimamente De Gaetano (Nino, eletto in Rifondazione al Consiglio regionale, ora in predicato di passare al Pd, ndr)…”. “In tanti- continua- salivano spesso in via Corvo, ad Archi (il quartiere generale di Tegano,ndr). Gigi Meduri (ex parlamentare Margherita,ndr), Renato Meduri, dottori…abbiamo sempre votato per il Sindaco Scopelliti, attraverso Peppe Agliano (ex Assessore al bilancio del Comune,ndr)..”. Peppe Scopelliti, golden boy del Pdl e governatore supervotato della Regione, è l’uomo forte della politica calabrese . Con Moio sono ben cinque gli ex mafiosi pentiti che fanno mettere a verbale di aver gli dato sostegno elettorale. Nino Lo Giudice il 7 dicembre 2010: “Gli abbiamo dato i voti io e la mia famiglia”. Giovanbattista  Fragapane,  ex killer dei De Stefano,pentito dal 2004 :”Alle elezioni sentivo sempre il nome di Scopelliti”. Nino Fiume, imparentato con i De Stefano e collaboratore di giustizia: “Ero amico del sindaco, lo conosco da quando l’ho appoggiato politicamente”. Paolo Iannò, ex braccio destro del “Supremo” Pasquale Condello :”In relazione a Giuseppe Scopelliti  si diceva che era appoggiato dalla ‘ndrangheta già da quando ero latitante”. Parole di pentiti che vagano  di inchiesta in inchiesta, bollate come menzogne dal governatore che annuncia reazioni e querele. E invita sempre ad avere fiducia nella magistratura.”Ma una fiducia selettiva”.</p>
<p><strong>Brutto clima in riva allo stretto</strong>. Dottore, si sente tranquillo? La domanda è rivolta a Salvatore Di Landro. E’ il procuratore generale che ha avuto il torto di rimettere ordine in quello che tutti in città chiamano “l’ufficio sconti”. Gli hanno messo due bombe, una il 3 gennaio 2010 sotto il suo ufficio, un’altra, il 25 agosto, l’hanno piazzata sotto casa sua. “Non mi sento assolutamente tranquillo. Le indagini non sono venute a capo di niente e ancora oggi  non conosciamo movente e mandanti di quegli attentati. Se la ‘ndrangheta è una struttura verticistica e unitaria, i Lo Giudice da chi hanno avuto il via libera alla strategia della tensione?”.<strong>La domanda è ancora senza risposta</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 3 novembre 2011)</p>
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		<title>Delitto Rostagno: i carabinieri sapevano di un incontro del giornalista col boss mafioso, i magistrati no</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 18:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Si potrebbe dire, “non è una novità”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7973" href="http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/carla-rostagno/"><img class="alignnone size-full wp-image-7973" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/carla-rostagno.jpg" alt="" width="128" height="180" /></a></p>
<p><strong>Si potrebbe dire, “non è una novità</strong>”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva sono costretti a citare in aula un luogotenente dei Carabinieri, comandante oggi della stazione di Buseto Palizzolo, e a suo tempo indicato come la punta di diamante del nucleo operativo provinciale. E il motivo è sempre lo stesso. Il maresciallo, o meglio, luogotenente Beniamino Cannas, conosce fatti legati alle indagini sul delitto Rostagno che si sarebbe ben guardato dal riferire ai magistrati prima e alla Corte di Assise dopo che l’ha sentito come teste nel processo.</p>
<p><strong>Per riassumere. La scena giudiziaria è questa. Il luogotenente Cannas è tra i primi testi citati nel processo dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, e il killer Vito Mazzara, il primo presunto mandante, l’altro presunto esecutore del delitto Rostagno (26 settembre 1988). </strong>Scontano condanne all’ergastolo definitive, Mazzara non è nemmeno al 41 bis, ha ammazzato decine di persone, ultimo l’agente penitenziario Giuseppe Montalto, ha conosciuto i capi mafia di tutta la Sicilia, ma per lui il carcere duro non serve, nel frattempo però i mafiosi liberi, intercettati, di lui dicono che è un pezzo di storia e quindi bisogna proteggerlo, tutelarlo, non fargli mancare nulla a lui e alla famiglia, ad evitare un dannoso pentimento. Qualche anno addietro pensavano di farlo fuggire via usando un elicottero. <strong>Virga per intenderci è il mafioso che in un modo o in un altro intercedeva in Sicilia su alcune faccende pare per conto di Marcello Dell’Utri e prima di darsi latitante partecipava alle convention di Forza Italia.</strong> Cannas viene sentito nel processo , alla prima uscita dice quasi che non si è occupato di nulla, che è arrivato tardi sul luogo del delitto, di avere fatto qualche sopralluogo, e che i rapporti con la Procura erano quasi da passacarte. Cannas da Chicca Roveri, compagna di Rostagno, era stato indicato come colui il quale sarebbe stato un amico fidato di Mauro, la sua “fonte”, eppure da testimone a stento dice due cose appena sui rapporti con Rostagno. Finita l’udienza passa qualche giorno e scoppia il giallo di verbali firmati da Cannas e nei quali è indicato come teste Rostagno. Il pm chiede di risentirlo, la Corte concorda. Cannas è quasi risentito di questa convocazione, in quei verbali Rostagno è sentito in merito ad alcuni suoi interventi giornalistici sulla Iside 2, in quella occasione avrebbe spiegato proprio a Cannas che lui i massoni era andato a trovarli, aveva parlato con loro e si era fatto un’ idea del verminaio. Circostanze che forse avrebbe dovuto dire prima, ma si tratta di dimenticanza pare. Poi ci fu un duro confronto con Chicca Roveri, la donna che sosteneva l’esistenza di precisi rapporti con Cannas, di una convocazione in Procura presente il sottufficiale, dopo il delitto, Cannas ha negato con forza. Sulle indagini vere e proprie lui che era stato indicato come un riferimento del pool investigativo dell’Arma  praticamente non disse nulla. <strong>Il processo più è andato avanti e più ha fatto emergere l’esistenza di depistaggi, di notizie infondate, di notizie vere finite dentro altri fascicoli, di una indagine che insomma, quella sul delitto Rostagno, che non andava fatta o se andava fatta chissà perché non doveva guardare alla mafia</strong>. Oggi c’è stata la deposizione di Carla Rostagno, la sorella di Mauro. Lei nel 1990 rinunciò al posto di lavoro per venire a Trapani ad occuparsi del delitto, non poteva restare in attesa di nessuno, le indagini battevano il passo. E incontrò il maresciallo Cannas. Come incontrò tante altre persone. Chiedeva, voleva capire, cercare di scoprire chi e perché aveva ucciso suo fratello. Incontrò Cannas e lo riempì di domande, il maresciallo nel frattempo fece un verbale raccogliendo le informazioni della donna. Lei ha detto di essere stata incalzante tanto che ad un certo punto il presidente della Corte di Assise Pellino le ha detto che forse era successo che lei, Carla Rostagno, aveva interrogato Cannas, e non viceversa. Nel corso di questo colloquio, così quasi alla fine, quasi che fosse un inciso, Cannas avrebbe a lei riferito che Mauro Rostagno parlando con lui gli disse che aveva incontrato a Campobello di Mazara, cuore della Valle del Belice, il capo mafia Natale L’Ala, morto ammazzato poco tempo dopo (dopo essere sfuggito a tre agguati), e in quell’occasione con L’Ala Rostagno parlò della massoneria segreta trapanese, l’Iside 2. In effetti il nome di L’Ala figura negli elenchi massonici, la sua vicenda è legata allo scandalo del rilascio della patente che lui ottenne dalla prefettura nonostante fosse un sorvegliato speciale. Secondo quanto ha detto in aula Carla Rostagno, suo fratello Mauro uscì sconvolto da quel colloquio e questo suo sentimento lo svelò al maresciallo Cannas. Non è una circostanza di poco conto ma nel processo entra adesso, Cannas sentito già due volte non ne ha parlato, adesso i giudici torneranno a sentirlo. Oramai questo è il processo dei depistaggi, dei brogliacci delle intercettazioni spariti, degli intrighi e delle dimenticanze.</p>
<p><strong>Ma non c’è solo questo.</strong> Sempre in quella occasione il maresciallo Cannas avrebbe riferito a Carla Rostagno che Francesco Cardella, l’ex guru della Saman, scomparso di recente, il cui nome continua ad aleggiare su questo processo, e non con ruoli secondari, ma parrebbero di grande responsabilità, era in possesso di una tessera che gli permetteva di salire su un qualsiasi aereo senza bisogno di prenotazioni. La sera del delitto Rostagno i conti (orari) non tornerebbero del tutto sulla presenza in aeroporto, a Milano, di Cardella, pronto a volare d’urgenza su Palermo, forse prima ancora di sapere dell’omicidio, eppure per lui Rostagno era stato già ucciso, lo avrebbe confidato all’on. Bartolo Pellegrino, incontrato in aeroporto. Anche su questa tessera il maresciallo Cannas nulla ha mai detto a pm e giudici. E poi: sentito in aula ha riferito di non avere fatto alcuna perquisizione, a Carla Rostagno disse invece che aveva perquisito subito la stanza di Rostagno a Saman. E inoltre di avere fatto il guanto di paraffina ad un soggetto che era stato oggetto di attenzione giornalistica da parte di Rostagno, un certo Salvatore Barbera di Paceco arrestato, e poi rilasciato, per un omicidio. Ma di questo guanto di paraffina non ci sarebbe traccia, una bugia, ha detto in aula Carla Rostagno. Insomma su tante cose il luogotenente Cannas dovrà venire a rispondere in aula. Molto presto.</p>
<p><strong>Carla Rostagno ha risposto alle domande dei pm Ingroia e Del Bene</strong>. Ha parlato dei rapporti tra suo fratello e Cardella, per quello che ne era a conoscenza. Rapporti buoni ma che poi seppe guastatisi a ridosso del delitto. Rostagno aveva scoperto la sua nuova vita, ha detto, occuparsi di giornalismo, scuotere la società civile di Trapani, denunciando mafia, malaffare, malcostumi vari, affrontò il tema di uno scandalo a Marsala sulla gestione di un ente teatro, la città era all’epoca in mano ai socialisti, e Cardella, vicinissimo al psi, gli avrebbe mandato a dire di “rientrare nei ranghi”. Rostagno non lo avrebbe ascoltato, “i rapporti tra loro erano buoni, ma Mauro con lui non è mai stato ossequioso”.</p>
<p><strong>L’ultima telefonata avuta col fratello ha detto che fu ai primi di settembre del 1988, non era il solito, era giù di tono, ma non mi disse specificatamente per che cosa</strong>. Tornando ai contrasti con Cardella si è poi ricordata che non era stata ben vista l’intenzione di Mauro di ospitare in comunità l’ex Br Renato Curcio. Può essere riferito a qjuesto il fax che Cardella inviò a Rostagno, “cacciandolo” dal Gabbiano, la residenza dei dirigenti della Saman, mandandolo a dormire nelle stanze occupate dagli ospiti tossicodipendenti?. Intanto parlando di questo fax, Carla Rostagno ha smentito un altro giallo. Si era saputo che l’originale del fax dove Cardella dava dell’ingeneroso e del pericoloso a Mauro, era stato da lei trovato nel sottofondo di una sorta di scrigno, apposta ben nascosto, e invece lei ha spiegato che prendendo in mano questo contenitore un giorno tra il 1991 e il 1992 che era andata a Saman, sempre per occuparsi del delitto, dal fondo venne fuori questo foglio. Ne fece copia e lo rimise a posto. Chicca Roveri già prima le aveva detto della decisione di Cardella di mettere fuori dal Gabbiano Mauro Rostagno. Si ritiene che la decisione scaturiva da una intervista rilasciata al mensile King, al giornalista Claudio Fava, ma Carla Rostagno ieri in aula ha ripetuto che lei non pensa che la causa era quella intervista. <strong>Come poteva esere pericoloso mio fratello per le cose dette in quella intervista? Pericoloso per altro allora. E per che cosa? Intanto Mauro Rostagno pensava a lasciare la comunità, così Carla seppe sentendo diverse persone, voleva andare a vivere fuori, occuparsi della televisione</strong>, “all’epoca credo che c’era già una sorta di sganciamento psicologico ed economico da Cardella, poi si era messo in testa di fare una sorta di mappa ella mafia trapanese. E poi ha aggiunto: Cardella scrive di ritenere Mauro pericoloso e cosa fa?, lo mette fuori dalla comunità, come dire lo isola? Argomenti che però non ha avuto mai modo di parlare con Cardella. Uno dei pochi ai quali non è riuscita a fare domande quando veniva a Trapani per capire cosa accadeva ed era costretta a schierarsi alle ripetute richieste di archiviazione delle indagini. Tra le persone con le quali ha parlato ci fu Monica Serra, la ragazza che la sera del 26 settembre 1988 era in auto con Rostagno e restò miracolosamente indenne , uscì senza graffi dall’agguato. Mi parlò senza riuscire ad essere più chiara del fatto che la macchina dei killer era arrivata poco prima sul luogo dell’agguato, “quel poco prima non mi disse come mai riusciva a dirlo, quali certezze avesse per dirlo”, poi le parlò di una telefonata partita da Rtc dopo che Mauro era con lei andato via, sollecitata dalle sue domande ad un certo punto le avrebbe detto di non guardare la cornice ma il quadro. E su Mauro le aveva detto che oramai era come una variabile impazzita e che Saman era oramai un bel paravento dietro il quale giravano un mare di soldi</p>
<p>La difesa ha puntato con le sue domande alla cosiddetta pista interna, ha rispolverato la vecchia indagine (Codice Rosso), cercato di richiamare l’attenzione della teste anche su determinate cose da lei riferite durante alcuni interrogatori, su ruoli poco chiari di appartenenti alla comunità. Carla Rostagno ha spiegato quelle sue dichiarazioni, spesso troppo frettolosamente messe insieme da chi la interrogava.</p>
<p><strong>Nella parte finale Carla Rostagno ha fatto riferimento al lavoro giornalistico del fratell</strong>o per come aveva appreso dopo e per come aveva avuto modo di vedere dalle registrazioni da lei acquisite (la sua parte civile con l’avv. Fabio Lanfranca ha prodotto 17 dvd contenenti gli interventi giornalistici di Rostagno più importanti), non era retorico, non aveva riguardi, scuoteva le coscienze, mi colpì il modo con il quale li raccontava. UN modo che non colpì solo lei, ma tanti anni prima aveva colpito la mafia che aveva deciso di entrare in azione ed eliminare quello scomodo giornalista.</p>
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		<title>Attenti alla Mafia del Gargano</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 16:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(Alessandro Chetta)
Se ne parla meno, anzi pochissimo. E proprio per questo, a riflettori spenti, gli affari possono procedere a gonfie vele. E’ il caso della mafia del Gargano. Consesso criminale in crescita negli ultimi anni, e in sordina, come accadde con la n’drangheta che iniziò ad incrementare la sua egemonia mentre cittadini, magistratura e forze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/attenti-alla-mafia-del-gargano/mantovano/" rel="attachment wp-att-7961"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/mantovano-211x300.jpg" alt="" title="mantovano" width="211" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-7961" /></a></p>
<p>(Alessandro Chetta)<br />
<strong>Se ne parla meno, anzi pochissimo. E proprio per questo, a riflettori spenti, gli affari possono procedere a gonfie vele</strong>. E’ il caso della mafia del Gargano. Consesso criminale in crescita negli ultimi anni, e in sordina, come accadde con la n’drangheta che iniziò ad incrementare la sua egemonia mentre cittadini, magistratura e forze dell’ordine erano sballottate tra guerre cutoliane di camorra e stragi dei corleonesi.<br />
A fare il punto sulle associazioni a delinquere dell’area garganica, provincia foggiana, è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. “È strano che non ci sia piena consapevolezza di questo fenomeno, non solo in Italia, ma anche in Puglia”, ha rimarcato nel corso del Vertice nazionale sulla Legalità, svoltosi a Cerignola e organizzato dalla Consulta provinciale degli Studenti.<br />
<strong>Sulla mafia garganica, l’esponente di governo ha sottolineato che si tratta di un gruppo se non tra i più pericolosi “certamente il più efferato e sfrontato”</strong>. Il pensiero corre all’assassinio di Giovanni e Martino Piscopo, rapiti il 18 novembre del 2010 e ritrovati ammazzati, coi corpi carbonizzati nei boschi del Gargano, dieci giorni dopo.<br />
Efferatezza nel modo di agire che “fa essere molto preoccupati  &#8211; ribadisce Mantovano -, un’evenienza che ci deve far predisporre tutte le misure di cautela necessarie, perché le scarcerazioni degli ultimi mesi, su cui non esprimo valutazioni, hanno rimesso in circolazione personaggi pericolosissimi. Tutto ci fa presagire un futuro non molto roseo, anzi estremamente impegnativo per le forze di polizia e per la magistratura inquirente. <strong>La posta in gioco è molto importante”.</strong></p>
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		<title>Il delitto Rostagno:la mafia trapanese e un processo sottovalutato</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li combatte. E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7949" href="http://www.malitalia.it/2011/09/il-delitto-rostagnola-mafia-trapanese-e-un-processo-sottovalutato/mauro-rostagno2-470x402/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7949" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p><strong>Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li</strong> <strong>combatte.</strong> E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.</p>
<p><strong>I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro,</strong> esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.</p>
<p><strong>Conosciamo i volti dell’antimafia</strong> che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!</p>
<p><strong>Vorremmo conoscere pure i volti di chi</strong>, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.</p>
<p><strong>E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose.</strong> Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.</p>
<p><strong>Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa</strong>, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.</p>
<p><strong>Guardate è una cosa straordinaria</strong>, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.</p>
<p>Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.</p>
<p><strong>Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi</strong>. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.</p>
<p><strong>Ma il sistema Trapani si fa avanti</strong>. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.</p>
<p>Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.</p>
<p><strong>Trapani non è cambiata</strong>, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.</p>
<p><strong>Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare</strong>. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.</p>
<p>Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.</p>
<p><strong>Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno</strong>, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.</p>
<p><strong>Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia</strong>? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: <em><strong>«Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.</strong></em></p>
<p><em>Ma per r</em>accontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.</p>
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		<title>Pupe e malaffare</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 02:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Non solo escort e papponi. A frequentare Palazzo Grazioli e le varie residenze del “presidentissimo”, era un vero e proprio milieu fatto di fidanzate di narcotrafficanti, amiche del cuore di camorristi, amanti di rampolli della mafia barese. Personaggi borderline che sapevano tutto dei vizi di Berlusconi, venivano puntualmente informati prima e dopo gli incontri e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7908" href="http://www.malitalia.it/2011/09/pupe-e-malaffare/polanco-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-7908" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/polanco.jpg" alt="" width="159" height="240" /></a></p>
<p><strong>Non solo escort e papponi</strong>. A frequentare Palazzo Grazioli e le varie residenze del “presidentissimo”, era un vero e proprio milieu fatto di fidanzate di narcotrafficanti, amiche del cuore di camorristi, amanti di rampolli della mafia barese. Personaggi borderline che sapevano tutto dei vizi di Berlusconi, venivano puntualmente informati prima e dopo gli incontri e che di quelle informazioni delicatissime potevano fare l’uso che volevano. Le loro donne avevano libero accesso a Palazzo Grazioli. Al punto che Terry De Nicolò si scandalizza.</p>
<p><strong>Entra nella casa del capo del governo e nessuno le chiede i documenti. È con Gianpi Tarantini, il lenone che in quei lunghi mesi dal 2008 al 2009 si conquista il ruolo di fornitore ufficiale ed esclusivo di escort per il Cavaliere e i suoi amici, può andare dovunque</strong>.</p>
<p>“Siamo entrati a Palazzo Grazioli con due macchine, eravamo sei o sette ragazze, gli autisti e Gianpi, la cosa che mi ha stupito di più è stata l’assoluta mancanza di controlli. Ci sono rimasta male”. Barbara Montereale, invece, non si scandalizza affatto. Quando le chiedono la professione, lei dice che fa “la ragazza immagine, che sia una cena, una conferenza, una chiacchierata”.</p>
<p><strong>I carabinieri la conoscono bene</strong>. “Fornisce prestazioni sessuali a pagamento”, mettono a verbale. Assieme a Patrizia D’Addario, escort pure lei con cachet dai 200 in su, partecipa alla famosa cena del 4 novembre 2008. Berlusconi ha fatto tardi, sono passate le undici di sera da otto minuti quando compone il numero di Gianpi. Che è un tipo in vena di scherzi, vede sulla schermata il numero di B. e fa rispondere proprio a Barbara Montereale. Che B. non conosce, non ha mai visto prima. È un’amica di Patrizia D’Addario in arte Alessia, che pochi giorni prima ha accompagnato dei clienti in un locale per scambisti. “Ma non ho fatto niente, la gente è pazza, qui bisogna stare attenti per il lavoro nostro”, confida proprio alla sua amica Pat.</p>
<p><strong>Berlusconi chiama, e Barbara risponde</strong>. “Presidente, la stiamo aspettando, io sono Barbara”. Il Cavaliere tra il meravigliato e l’interessato: “E dove siete?”. “Siamo già a tavola”, risponde la girl. “Da me???”, si informa B. “Sì, e manca solo lei”, è la risposta. “Sto arrivando, eccomi”. Erano a tavola, a casa del capo del governo italiano, le escort e il loro pappone, erano entrate liberamente e Berlusconi neppure lo sapeva. Nessuno stupore, Gianpi per B. era diventato un’ossessione. Il 26 febbraio 2009 riceve la telefonata che annuncia la morte della sorella Maria Antonietta mentre è a cena proprio con quell’inseparabile pappone.</p>
<p><strong>Delle cene, degli incontri, delle nottate passate con B. e delle buste regalo lasciate scivolare nelle borse di Barbara Montereale, sa tutto Radames Parisi, il suo fidanzato</strong>. Si sono conosciuti in un casinò in Russia, confida lei a Dino Mastromarco, l’autista di Gianpi che subito si premura di dire di non fare nomi al telefono perchè “sono cose molto delicate”. I carabinieri lo giudicano un personaggio pericoloso, inquisito per reati di mafia: processato e assolto per omicidio, indagato per possesso di armi, è ritenuto un rampollo del clan di Savinuccio Parisi.</p>
<p><strong>Mafia ricca e pericolosa.</strong> Nei mesi scorsi al clan sono stati sequestrati 23 milioni di euro, i magistrati dell’antimafia di Bari ritengono stia tentando il salto di qualità. Dalle estorsioni al narcotraffico, fino all’infiltrazione nell’economia e nella politica. Il 4 novembre 2008, Barbara parte per Roma e telefona al suo Radames. “Vado a fare immagine per la cena di Berlusconi”. Lui non è d’accordo.</p>
<p> “Ma ci vuoi andare?”, le chiede. Barbara non ha dubbi: “Ho rimandato tutti gli impegni da qua escono cose buone”. “Tu lì non dovresti andare perché non ci sono io”, le intima il giovane. Lei lascia correre, ma la mattina dopo lo richiama. “Avrei da dirti tante cose, forse belle, forse brutte. Dobbiamo ritornare a Palazzo Grazioli, lui ci vuole rivedere”. Radames non ha parole. “Ma Ciccio lo hai sentito?”. Si tratta di Daniele Battatico, detto mago Ciccio, il 27 ottobre di tre anni fa lo hanno arrestato per usura. Mancava solo lui a Palazzo Grazioli.</p>
<p><strong>Marysthell Polanco, gran dama del gruppo delle olgettine, incappa nell’arresto del suo Emilio, Ramirez De La Rosa, un narcotrafficante.</strong> Lo ammanettano con 108 grammi di cocaina mentre guida l’auto intestata a Nicole Minetti. Viveva con la Polanco nell’appartamento all’Olgettina. Eleonora De Vivo, gemella di Imma, sorelline tutto pepe immancabili nelle visite del Cavaliere a Napoli, era fidanzata con Massimo Grasso, ex consigliere comunale di Forza Italia, e imprenditore coinvolto in una inchiesta per camorra dell’antimafia di Napoli. Tutti sapevano tutto dei vizi e delle seratine di Silvio Berlusconi.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 settembre 2011)</p>
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		<title>Libero Grassi e l’economia criminale vent’anni dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 07:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libero Grassi]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Luca Rinaldi)
Libero Grassi era un imprenditore siciliano. Nacque a Catania nel 1924 e morì a Palermo il 29 agosto del 1991. Fu la mafia a mettere fine alla vita di Libero Grassi. Uccidendolo: Libero si rifiuta di pagare il &#8220;pizzo&#8221; a Cosa Nostra.
La prima richiesta arriva a metà degli anni &#8216;80 tramite una telefonata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7704" title="Grassi" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/Grassi-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" />(di Luca Rinaldi)<br />
<strong>Libero Grassi era un imprenditore siciliano</strong>. Nacque a Catania nel 1924 e morì a Palermo il 29 agosto del 1991. Fu la mafia a mettere fine alla vita di Libero Grassi. Uccidendolo: Libero si rifiuta di pagare il &#8220;pizzo&#8221; a Cosa Nostra.</p>
<p><strong>La prima richiesta arriva a metà degli anni &#8216;80 </strong>tramite una telefonata in cui vi sono le prime minacce. Nel caso in cui Grassi non avesse saldato il conto al &#8220;regime&#8221; mafioso, che mandava i riscossori, le minacce si sarebbero trasformate in realtà. Grassi non paga e come primo atto intimidatorio viene rapito il cane, Dick, poi restituito alla famiglia in fin di vita. L&#8217;imprenditore è conscio che questo è solo l&#8217;inizio, la sua azienda fa gola alla criminalità organizzata. Con il suo fatturato da sette miliardi di lire all&#8217;anni è la terza azienda leader nel settore della pigiameria.</p>
<p>Ma Libero, come dice il suo nome, non ci sta, e vuole farlo sapere ai suoi estorsori, che nel frattempo hanno tentato di rapinare le paghe dei dipendenti in azienda. Dunque prende carta e penna e scrive al tale geometra Anzalone, per comunicargli la scelta di non dare una sola lira all&#8217;organizzazione criminale per il pizzo. Scrive una lettera al Giornale di Sicilia il 10 gennaio del 1991: <strong>&#8220;Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia [...] Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al &#8220;Geometra Anzalone&#8221; e diremo no a tutti quelli come lui&#8221;.</strong>L&#8217;indifferenza degli industriali siciliani verso le posizioni di Grassi è disarmante. L&#8217;imprenditore rifiuta l&#8217;assegnazione di una scorta, ma consegna le chiavi dei propri stabilimenti alla polizia per fornire protezione almeno alle sue attività e ai suoi dipendenti.</p>
<p>Nell&#8217;aprile del 1991 Libero Grassi racconta la sua storia a Samarcanda, trasmissione di Michele Santoro. L&#8217;intervista di Grassi è una dichiarazione di guerra nei confronti di Cosa Nostra, che non tarda a prendersi la sua vendetta. Quattro mesi dopo, il 29 agosto del 1991, alle 7.30 di mattina, l&#8217;imprenditore siciliano viene freddato a Palermo. Per l&#8217;omicidio di Grassi verranno condannati nel 2004 Salvo e Francesco Madonia come mandante e killer dell&#8217;imprenditore.</p>
<p><strong>Venti anni dopo, l&#8217;aggressione delle mafie alle imprese non solo non è terminata, ma è diventata uno dei business primari delle organizzazioni criminali</strong>. Decine di processi e di indagini ci restituiscono l&#8217;immagine di una economia criminale sempre più in espansione che difficilmente imprenditori e imprese riescono a contrastare. In periodi di crisi, come in questa congiuntura economica, finire nelle mani delle mafie con la propria azienda è ancora più semplice. Non è poi semplice denunciare e anzi, in molte occasioni avere teste di ponte della criminalità organizzata in azienda diventa per alcuni un utile arma per intimidire e turbare appalti e lavori altrui.</p>
<p>A titolo di esempio possiamo citare le indagini del processo &#8220;Infinito&#8221;, che ha portato all&#8217;arresto e all&#8217;individuazione dei nuovi equilibri della &#8216;ndrangheta in Lombardia. L&#8217;imprenditoria è chiamata in causa più volte. Anzi, l&#8217;indagine intera parte proprio da una costola riguardante una delle maggiori aziende lombarde specializzata nella produzione di asfalti, strade et similia.</p>
<p>A confermare la permeabilità del mondo imprenditoriale all&#8217;infiltrazione mafiosa è la stessa pm Ilda Boccassini, che quelle indagini ha coordinato per due anni da Milano in stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. &#8220;Vi è una parte della nostra imprenditoria &#8211; afferma Boccassini &#8211; che ha interesse a fare affari con le organizzazioni criminali. L&#8217;esperienza mi induce a pensare che vi è convenienza e consapevolezza&#8221;. Non solo però &#8220;non c&#8217;è una coda di imprenditori pronti a denunciare. Eppure &#8211; prosegue la pm di Milano applicata alla Direzione Distrettuale Antimafia &#8211; non si fermano i danneggiamenti alle auto, gli atti di intimidazione, gli atti incendiari e la violenza. Nonostante questo, interpellati, chi subisce queste cose dice di non sapere il perché. Ma non credo si tratti solo di paura&#8221;.</p>
<p>Venti anni dopo la nostra società, tutta e non solo quella imprenditoriale, ha ancora bisogno più che mai del messaggio di Libero Grassi, morto solo in una Sicilia, in cui, ancora oggi, come scrive <strong>la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nell&#8217;ultimo rapporto semestrale (2° semestre 2010) le &#8220;metastasi più pericolose sono quelle imprenditoriali, politiche e finanziarie&#8221;.</strong>I metodi si evolvono e la cultura passa da quella di coppole e lupare a quella &#8220;più sottile e meno appariscente manageriale&#8221;.  Un fenomeno che non è tutto siciliano e non riguarda solo Cosa Nostra, ma tutta la società e le attività imprenditoriali a contatto sempre di più con l&#8217;economia criminale pronta a &#8220;mettersi nelle mani&#8221; anche l&#8217;economia legale.</p>
<p>(lucarinaldi.blogspot.com)</p>
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		<title>Gli amici molisani di Totò Cuffaro</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 09:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Paolo De Chiara)
“Parliamo della vicenda di Totò Cuffaro. Lo conosco personalmente e posso assicurare che è una persona di grande spessore. Al di là del caos dei media, Cuffaro è stato condannato per un reato, a causa di una piccolezza: avendogli un poliziotto confidato che un suo amico personale era sotto intercettazione, pur non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Paolo De Chiara)<br />
“Parliamo della vicenda di Totò Cuffaro. Lo conosco personalmente e posso assicurare che è una persona di grande spessore. Al di là del caos dei media, Cuffaro è stato condannato per un reato, a causa di una piccolezza: avendogli un poliziotto confidato che un suo amico personale era sotto intercettazione, pur non sapendo se fosse mafioso o meno, Cuffaro gli ha semplicemente detto: guarda che tu sei sotto intercettazione. Certo è un reato, è oggettivo, ma nella sua sostanza è banale”.<br />
(<strong>Raffaele Mauro, consigliere regionale Molise, La Voce del Molise, 5 agosto 2011)</strong></p>
<p>“Non ho difficoltà a dirlo: mi vanto di essere suo amico. Anzi andrò presto a visitarlo. Sono molto amico di Cuffaro e lo stimo tantissimo. Io non credo nella sua colpevolezza. Ma credo nella magistratura, e in maniera molto triste devo accettare il verdetto. Lo ha fatto anche lui, ci ha dato un grande esempio quando all’indomani della sentenza, senza clamori ma con grandissima umiltà, rivelando anche i suoi sentimenti di cattolico, si è presentato alle porte del carcere”.<br />
<strong>(Luigi Velardi, Assessore Regione Molise, La Voce del Molise, 12 agosto 2011)</strong></p>
<p>“Confermata, a carico dell’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro,  la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio nell’ambito del processo «talpe alla Dda». Lo ha deciso la seconda sezione penale. Cuffaro è già entrato nel carcere di Rebibbia. […] Cuffaro è ritenuto responsabile di aver favorito Cosa Nostra, in particolare il manager della sanità siciliana Michele Aiello, considerato il prestanome del boss Bernardo Provenzano. L’episodio che ha incastrato Totò Cuffaro è quello che si riferisce al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Le informazioni di Cuffaro avrebbero permesso al capo mafia Guttadauro di scoprire una microspia nella sua abitazione e ciò ha favorito, secondo i giudici, l’intera organizzazione mafiosa. Oltre al favoreggiamento di Cosa Nostra la condanna di Salvatore Cuffaro si riferisce anche al reato di rivelazione di segreto istruttorio.”.<br />
(Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2011)<br />
“E’ “accertata” la “sussistenza di ripetuti contatti” fra l’ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, e “vari esponenti” di Cosa Nostra, il che “spiega” quale sia stato “l’atteggiamento psichico” dello stesso Cuffaro nel rivelare al boss di Brancaccio, Guttadauro, “con il quale aveva stipulato un accordo politico mafioso”, la notizia che c’erano indagini sul capomandamento. Lo sottolinea la Cassazione, che ha appena depositato le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 22 gennaio ha confermato la condanna a sette anni di reclusione, a carico di Cuffaro, per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale, con l’aggravante di aver favorito l’intera organizzazione mafiosa di Cosa Nostra”.<br />
                           (La Repubblica Palermo, 19 aprile 2011)<br />
“Totò Cuffaro va in carcere. La Cassazione ha infatti reso definitiva la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio emessa nell’ambito del processo ‘talpe alla dda’ nei confronti di Cuffaro, ex governatore della Sicilia ed oggi senatore del Pid (Popolari Italia Domani). In particolare, la seconda sezione penale presieduta da Antonio Esposito ha rigettato il ricorso di Cuffaro confermando così il verdetto emesso lo scorso 23 gennaio dalla Corte d’Appello di Palermo”.<br />
    (Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2011)<br />
(Carta Canta, agosto 2011)</p>
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		<title>Trieste, un Nord Est da discarica</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 11:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[discariche]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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(di Roberto Giurastante)
Nicola Gratteri, procuratore della DDA di Reggio Calabria,ospite del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona,  dice “Nel Nord Italia questa crisi ha facilitato la vita delle mafie….A queste imprese del Nord dico di non illudersi e che è meglio fallire che accettare i soldi della mafia”. Fa piacere almeno vedere che una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/08/trieste-un-nord-est-da-discarica/trieste/" rel="attachment wp-att-7633"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/trieste.jpg" alt="" title="trieste" width="291" height="173" class="alignleft size-full wp-image-7633" /></a></p>
<p>(di Roberto Giurastante)</p>
<p><strong>Nicola Gratteri</strong>, procuratore della DDA di Reggio Calabria,ospite del Laboratorio Internazionale della Comunicazione di Gemona,  <strong>dice “Nel Nord Italia questa crisi ha facilitato la vita delle mafie….A queste imprese del Nord dico di non illudersi e che è meglio fallire che accettare i soldi della mafia”. </strong>Fa piacere almeno vedere che una parte della magistratura, quella più impegnata nella lotta antimafia, riconosca le infiltrazioni mafiose nel Nord e anche nel Friuli Venezia Giulia. Il riciclaggio di denaro qui è stato ampiamente coperto dalle istituzioni ad ogni livello ed in ogni sede. Ma anche, ovviamente, dagli organi di informazione preoccupati di non disturbare equilibri di potere fondamentalmente masso-mafiosi. Per capire cosa significa riciclaggio di denaro basta venire in questo ricco Nord Est di centri commerciali realizzati in violazione di ogni norma urbanistica e a danno dell&#8217;ambiente. Centri commerciali che spesso sono cattedrali nel deserto ma che servono a fare girare i soldi. Tanti soldi, troppi soldi. Oppure i progetti di sviluppo turistico. <strong>Basti vedere come è stata ridotta la costiera triestina. Cementificazione selvaggia senza sosta. Capitali freschi sempre disponibili</strong>. Duecentocinquatamilioni di Euro per il solo progetto della Baia di Sistiana. Due miliardi di Euro in arrivo per convertire il Porto Franco Nord di Trieste, il cui regime è stabilito da trattati internazionali, in zona residenziale. Ecco, in brevissima sintesi, queste sono le mafie del cemento che riciclano i soldi al Nord. Senza ostacoli. Perché chi prova ad opporsi viene &#8220;legalmente eliminato&#8221;. Niente morti&#8230; siamo nell&#8217;ordinato Nord Est&#8230; qui basta l&#8217;intervento della magistratura per mettere a posto ogni cosa&#8230; La stessa magistratura che ha assicurato impunità alle ecomafie dei rifiuti nella maxi operazione di devastazione dell&#8217;intera provincia di Trieste. Niente è stato risparmiato. Dal mare al Carso, discariche ovunque. La più grande da sola equivarrebbe come superficie a tutte le discariche della Campania messe assieme. Secondo le dichiarazioni di Antonio Amato, presidente regionale della commissione Ecomafie e bonifiche, in Campania vi sarebbero: “Oltre due milioni e settecento mila metri quadri di territorio devastati, oltre 17 milioni e 400 mila metri cubi di rifiuti stimati, tra quelli noti, livelli di inquinamento che impongono un immediato intervento”. A Trieste queste cifre le si trovano nella sola valle delle Noghere. Per chi volesse entrare più in &#8220;profondità&#8221; nel degrado di questa particolare area del Nord Est, riconosciuta in base al Trattato di Pace del 1947 come T.L.T. (ovvero Territorio Libero, cioè Nazione indipendente) affidata all&#8217;amministrazione della Repubblica Italiana, consiglio la lettura del dossier”D come discariche: l&#8217;operazione Attila e la devastazione della Venezia Giulia”  dal sito www.greenaction-transnational.org</p>
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		<title>Giuseppe D&#8217;Avanzo</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 04:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[corruzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe D'Avanzo]]></category>
		<category><![CDATA[inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>

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Chi dice che un giornalista, soprattutto se è diventato una &#8220;firma&#8221;, deve essere cinico, indifferente alle emozioni, si sbaglia di grosso. Giuseppe D&#8217;Avanzo era una grande firma ma non era affatto cinico. In un momento di sincero dolore per la scomparsa ingiusta e improvvisa di un collega che per la sua attività, gli articoli e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7616" href="http://www.malitalia.it/2011/07/giuseppe-davanzo/davanzo/"><img class="alignleft size-full wp-image-7616" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/davanzo.jpg" alt="" width="208" height="213" /></a></p>
<p><strong>Chi dice che un giornalista, soprattutto se è diventato una &#8220;firma&#8221;, deve essere cinico, indifferente alle emozioni, si sbaglia di grosso</strong>. Giuseppe D&#8217;Avanzo era una grande firma ma non era affatto cinico. In un momento di sincero dolore per la scomparsa ingiusta e improvvisa di un collega che per la sua attività, gli articoli e i libri che ha scritto, la serietà che ha sempre ispirato il suo lavoro, a ragione può essere definito il migliore di tutti noi, mi piace ricordare un giorno di tanti anni fa, <strong>era il 1997 se non ricordo male. Albergo al centro di Tirana, la hall trasformata nell&#8217;incasinato quartier generale dei giornalisti di mezzo mondo arrivati per raccontare la crisi dell&#8217;Albania post-comunista e la guerra in Kosovo.</strong> Dalla strada si sente una voce bambina intonare &#8220;lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, io sono un italiano, un italiano vero&#8221;. Ci affacciamo per vedere. Sulla scala dell&#8217;hotel un gruppo di scugnizzi albanesi, una bambina è isolata dagli altri e canta quel motivo ogni volta che vede passare un italiano. Vive così, presa a calci dai guardiani dell&#8217;albergo ed emarginata dagli altri piccoli straccioni perché zingara, &#8220;cigan&#8221;. Si chiamava Florinda e presto diventò la mascotte di quel gruppo di giornalisti italiani stranamente tutti con sangue partenopeo nelle vene. Peppe, senza tante chiacchiere, decise che l&#8217;avremmo adottata e così fu. Per i giorni della nostra permanenza a quella bambina furono assicurati pasti, vestiti e quei giocattoli che non aveva mai avuto, grazie al &#8220;pizzo&#8221; che quotidianamente Peppe ci imponeva e riscuoteva. Si può essere grandi e restare umani. <strong>E Peppe grande lo fu, per il suo stile, per la voglia di raccontare, analizzare, denunciare, usando sempre solo l&#8217;arma della scrittura. Non partecipava mai ai salotti tv, non aveva un sito internet, non navigava su Facebook.</strong> Iniziò negli anni Settanta a &#8220;La Voce della Campania&#8221;, un settimanale napoletano vicino al Pci di dibattito politico e battaglie. Peppe, ovviamente, preferiva quest&#8217;ultima mission. &#8220;Chiacchiere per la Valle dell&#8217;Ufita&#8221;, si intitolava uno dei suoi primi reportage del giugno 1976 sulle contraddizioni dell&#8217;industrializzazione nelle zone più interne della Campania. Era la gavetta, ed erano gli anni Ottanta a Napoli, camorra, terrorismo, malapolitica, stragi. Una fucina terribile per chi iniziava il mestiere, un fuoco che poteva forgiarti o bruciarti per sempre. Quando nel 1984 saltò in aria il rapido 904 e dietro quell&#8217;ennesima strage italiana cominciò ad affiorare l&#8217;alleanza tra fascisti, camorra, mafia e gli immancabili servizi deviati, Giuseppe D&#8217;Avanzo era già a &#8220;La Repubblica&#8221;. Ruppe le scatole a magistrati, poliziotti, raccolse notizie, mise insieme indizi, scoprì particolari e scrisse. E per questo finì in galera insieme ad un altro giovane cronista, Franco Di Mare, &#8220;L&#8217;Unità&#8221;. Peppe passò il Natale del 2005 nel carcere di Carinola, in isolamento, accusato di falsa testimonianza e reticenza. Non aveva voluto rivelare la fonte, come si dice in gergo. Scarcerato due giorni dopo Natale, disse poche parole: &#8220;Il giudice spesso non ha la consapevolezza dello scenario in cui un cronista lavora a Napoli&#8221;. Da quella prima inchiesta ad altre, Telekom, Niger-gate, il racconto delle mafie italiane e degli affari di Berlusconi. Articoli, commenti, prese di posizione anche ruvide. A chi lo conosceva poco, Peppe D&#8217;Avanzo appariva presuntuoso, pieno di sé e dei suoi successi. Un giudizio sbagliato. <strong>Peppe sapeva capire quando sbagliava ed era capace di riconoscere i propri errori</strong>. Anche recentemente, lui che con Attilio Bolzoni anni prima aveva scritto un libro pieno di dubbi  sulla pista mafiosa per l&#8217;omicidio di Mauro Rostagno (&#8220;Rostagno, un delitto tra amici&#8221;), <strong>ad aprile scorso, nel pieno del processo, andò a Trapani e intervistò Chicca Roveri</strong>. Straordinario &#8220;l&#8217;attacco&#8221;: &#8220;Chicca Roveri, la compagna di Mauro Rostagno, non ha avuto modo di apprezzare il rigore del giornalismo italiano. È questo il suo esordio: &#8220;Non riuscirò mai a capire la leggerezza con cui fate il vostro lavoro. Non capirò il silenzio che circonda il processo per la morte di Mauro&#8221;. Poi una lenzuolata per ripercorrere la pista mafiosa di quel mistero italiano. <strong>Un grande pezzo. Uno degli ultimi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 31 luglio 2011)</strong></p>
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		<title>Il processo lungo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 06:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[maggiani chelli]]></category>
		<category><![CDATA[processo lungo]]></category>
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La stretta per il processo lungo, che assomiglia ad una morsa all’interno della quale si vogliono castigare le vittime di mafia  è inspiegabile.Non abbiamo mai voluto pensare  fino in fondo che potesse trattarsi degli interessi di pochi o di uno solo la causa per invocare una norma che porrebbe limiti spaventosi al processo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/il-processo-lungo/georgofili/" rel="attachment wp-att-7606"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/georgofili.bmp" alt="" title="georgofili" class="alignleft size-full wp-image-7606" /></a></p>
<p><strong>La stretta per il processo lungo, che assomiglia ad una morsa all’interno della quale si vogliono castigare le vittime di mafia  è inspiegabile.</strong>Non abbiamo mai voluto pensare  fino in fondo che potesse trattarsi degli interessi di pochi o di uno solo la causa per invocare una norma che porrebbe limiti spaventosi al processo penale , bensì prima di tutto  di un regalo alla mafia.<br />
 Oggi ne  siamo convinti, di pochi giorni fa il tentativo di abolire il 41 bis , ora il tentativo di far passare una norma che riempirà di gioia la mafia ci fa pensare male.<br />
La scoperta dei mandanti delle stragi del 1993  incombe , urge la necessità di far saltare processi in corso e futuri determinanti per l’accertamento della verità stessa.<br />
Quindi, per esempio,  <strong>cosa potrebbe mai essere meglio di dover chiamare a testimoniare tutte le persone che erano allo  stadio  dell’Olimpico il 23 Gennaio del 1994 per stabilire chi voleva uccidere 60 carabinieri ?<br />
Una lista di cinquantamila testimoni da ascoltare renderebbe nullo qualsiasi processo penale  tanto vale non processare più nessuno : il trionfo dell’ingiustizia.</strong></p>
<p>Cordiali saluti</p>
<p>Giovanna Maggiani Chelli<br />
Presidente<br />
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili</p>
<p>uCordiali saluti </p>
<p>Giovanna Maggiani Chelli<br />
Presidente Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili </p>
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		<title>In ricordo di Rita Atria</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 06:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Rita Atria]]></category>

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(di Matteo Scirè)
La giovane Rita Atria aveva bisogno di respirare quel “fresco profumo di libertà” di cui parlava Paolo Borsellino, per questo si ribellò alla sua famiglia e al contesto mafioso in cui era nata e cresciuta. Una scelta coraggiosa, dettata inizialmente dal desiderio di vendetta nei confronti degli assassini del padre e del fratello, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/in-ricordo-di-rita-atria/atria/" rel="attachment wp-att-7603"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/Atria.jpg" alt="" title="Atria" width="248" height="170" class="alignleft size-full wp-image-7603" /></a></p>
<p>(di Matteo Scirè)<br />
<strong>La giovane Rita Atria aveva bisogno di respirare quel “fresco profumo di libertà”</strong> di cui parlava Paolo Borsellino, per questo si ribellò alla sua famiglia e al contesto mafioso in cui era nata e cresciuta. Una scelta coraggiosa, dettata inizialmente dal desiderio di vendetta nei confronti degli assassini del padre e del fratello, che sfociò in un bisogno autentico di giustizia e di legalità.</p>
<p><strong>L’incontro con Paolo Borsellino, allora procuratore a Marsala</strong>, le diede la forza di intraprendere un percorso difficile, per una ragazza di soli 17 anni. Al giudice raccontò tutto della sua famiglia e della mafia di Partanna, il piccolo centro in provincia di Trapani in cui viveva. Rita aveva capito che su di lui poteva contare non solo come magistrato capace, ma anche come punto di riferimento per una nuova esistenza libera dalla cultura mafiosa e dai condizionamenti di Cosa nostra. <strong>Le sue rivelazioni, insieme a quelle di sua cognata Piera Aiello, consentirono alla magistratura e alle forze dell’ordine di arrestare decide di boss</strong>.</p>
<p>Dalla località protetta in cui si trovava, a Roma, Rita fu costretta a sopportare il peso della delegittimazione e della solitudine. Durante il processo gli imputati tentarono di farla passare per pazza e anche la madre la ripudiò, ma nonostante questo Rita trovò le motivazioni e le risorse interiori per andare avanti fino al 19 luglio del 1992, giorno della strage di via D’Amelio. La notizia della morte di Paolo Borsellino fu per lei una doccia fredda, un dolore insopportabile che lei stessa descriverànell’ultima pagina del suo diario prima di lasciarci, il 26 luglio del 1992:<br />
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.<br />
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.<br />
<strong>Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”.</strong></p>
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		<title>Il senatore D&#8217;Alì e Trapani</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fratelli Graviano]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Tonino D'Alì]]></category>
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Gli avvocati del senatore Tonino d’Alì, Stefano Pellegrino e Gino Bosco, hanno chiesto tempo alla Dda di Palermo per rispondere all’avviso di conclusione delle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa. La magistratura palermitana ha racchiuso in un dossier di oltre 3 mila pagine l’atto di accusa contro l’ex sottosegretario all’Interno, dai rapporti con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7591" href="http://www.malitalia.it/2011/07/il-senatore-dali-e-trapani/senatore-dali/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7591" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/senatore-dalì-300x163.jpg" alt="" width="300" height="163" /></a></p>
<p><strong>Gli avvocati del senatore Tonino d’Alì, Stefano Pellegrino e Gino Bosco, hanno chiesto tempo alla Dda di Palermo per rispondere all’avviso di conclusione delle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa.</strong> La magistratura palermitana ha racchiuso in un dossier di oltre 3 mila pagine l’atto di accusa contro l’ex sottosegretario all’Interno, dai rapporti con la famiglia mafiosa dei Messina Denaro di Castelvetrano alle vicende più recenti, gli appalti pilotati e le forniture per i cantieri della Coppa America (Trapani, settembre 2005) finiti in mano a imprese della mafia, la “cacciata” da Trapani, nel 2003, dell’allora prefetto Fulvio Sodano, i rapporti con i mafiosi Virga e Pace. I suoi difensori hanno chiesto ai pm Paolo Guido ed Andrea Tarondo ulteriori accertamenti su due circostanze, ma hanno anticipato che faranno anche loro delle produzioni, per dimostrare, dicono, che le commissioni per le gare di quegli appalti indicati come truccati (anche quello per la Funivia Trapani Erice) sono stati sicuramente al di fuori almeno della sfera di influenza del senatore finito indagato.<strong> Fino ad oggi il parlamentare berlusconiano ha sempre scelto il silenzio sulla sua vicenda giudiziaria. Oggi lo rompe, ma parzialmente, accetta di parlarne, ma senza che sia, chiede, una vera e propria intervista. </strong>Preferisce affidarsi ancora agli atti depositati in procura antimafia (come la memoria difensiva), più che domande preferisce un colloquio, ma non nasconde di essere un fiume in piena. Il silenzio d’altra parte è ora che si rompa. Lo impongono gli adempimenti giudiziari. Girni addietro c’è stata anche la testimonianza in un processo di mafia, quello dove è imputato l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola, uno di quelli che si dice si sarebbe molto bene raccordato con lui, “ma si dimentica che i rapporti politici lo portano a sinistra, ma di questo non si parla” si lamenta l’ex sottosegretario agli Interni.</p>
<p><strong>La Dda di Palermo lo indaga per concorso esterno in associazione mafiosa</strong>, ha avuto notificato l’avviso di conclusione delle indagini, la situazione rispetto a sei mesi addietro si è ribaltata, da una richiesta di archiviazione, che in sostanza era lo stesso un atto di accusa che restava in piedi in attesa degli elementi di prova più consistenti, al preludio di una oramai quasi certa richiesta di rinvio a giudizio, ora che dentro la fascicolo sono entrate dentro confessioni anche nuove come quello dell’ex presidente del Consiglio Comunale di Villabate, Francesco Campanella, o ancora l’intervista al Fatto, poi ritrattata, dell’ex moglie Antonietta Aula che parlò di un telegramma di rimprovero che il marito avrebbe ricevuto da Francesco Virga, figlio del capo mafia di Trapani. Punto di partenza una vicenda archiviata e che però è tornata d’attualità, la fittizia compravendita di un terreno di proprietà dei D’Alì nella tenuta Zangara di Castelvetrano: lo comprarono i mafiosi che d’accordo con i D’Alì, secondo le accuse, avrebbero fatto solo finta di pagarlo.</p>
<p><strong>Parla e si svela il senatore Antonio D’Alì</strong>, 60 anni a dicembre, parlamentare dal 1994, prima con Forza Italia poi ha seguito Berlusconi nel Pdl, e non poteva essere altrimenti, lui che dal premier fu personalmente scelto per essere il punto di riferimento in provincia di Trapani, sottosegretario all’interno per cinque anni, dal 2001 al 2006, adesso è presidente della commissione Ambiente del Senato. Seduto su un divano, in un piccolo salotto di casa sua dove si respira l’aria dei baroni trapanesi che hanno fatto nel bene e nel male la storia della città, padroni delle saline, e poi di una delle più famose banche siciliane, la Sicula, quella finita al centro di una indagine del vice questore Rino Germanà, il funzionario di polizia che nel 1992 sfuggì miracolosamente all’agguato di un commando mafioso composto da eccellenti, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano.</p>
<p>Solo in una occasione il senatore D’Alì ha parlato della mafia e dei contatti pericolosi della sua famiglia con i Messina Denaro di Castelvetrano. <strong>Raccontò ai microfoni di Blu Notte che la sua famiglia non è stata vittima meno di altri di Cosa nostra. </strong>Poi di nuovo il silenzio nonostante il suo nome per anni è continuato ad uscire dalle indagini che man mano a Trapani si facevano sulla mafia che ha avuto capacità a diventare impresa. In un processo il pentito Sinacori raccontò che nel 1994 mentre la mafia pensava a fare nascere un partito tutto suo, “Sicilia Libera”, da Trapani, guarda caso, partì l’ordine che bisognava votare Forza Italia. “Siamo dinanzi ad un accanimento nei miei confronti – si sfoga il senatore – non capisco perché si guarda a me e non a quei politici che invece sono sicuramente protagonisti di momenti di connessione pericolosa. Penso per esempio alla Provincia regionale, a quel funzionario arrestato mentre truccava gli appalti, alle vicende emersi dai processi su come gli appalti della Provincia erano in mano mafiosa, <strong>non ero io allora il presidente della Provincia, ma la signora Giulia Adamo</strong>, non capisco perché ci debba entrare io”. E poi aggiunge. “Quando fui io presidente della Provincia introdussi nei bandi di gara una norma precisa per la legalità nelle aggiudicazioni, perché venisse dichiarata decaduta dall’aggiudicazione l’impresa che risultava destinataria di estorsione e non avesse denunciato la pressione, ed ancora perché i materiali da usare dovevano essere presi in una certa percentuale presso le aziende confiscate, quel bando fu impugnato dinanzi al Tar dall’associazione degli industriali edili”.</p>
<p>Ma ci sono le intercettazioni che vedono imprenditori mafiosi parlare del senatore D’Alì, di esprimersi come se quello che accade dipende da interventi del parlamentare. “Non mi sono mai interessato di problemi di singoli, ma di problemi generali, delle categorie, delle associazioni”. D’Alì descrive uno scenario che secondo lui ha una sola unica conclusione, quella che gli imprenditori o gli stessi mafiosi che sono stati intercettati a parlare di lui lo hanno fatto a vanvera. “Io mi sono interessato a fare arrivare finanziamenti per la crescita di questo territorio, non per arricchire ora uno ora l’altro imprenditore, le dico di più, rifarei tutto quello che ho fatto”. E i rapporti con i Messina Denaro? “Li ho ereditati da mio nonno, lui li aveva come campieri, noi abbiamo subito anche la violenza mafiosa con il sequestro di un mio zio…spero che questo “mascalzone” di Matteo venga presto preso”.</p>
<p> “<strong>Non mi sono mai occupato di appalti e segnatamente anche di questi, c’erano commissioni di gara insediate a Roma, a Trapani, vigilavano la protezione civile (di Bertolaso sic! ndr), io apprendevo dai giornale delle imprese che si aggiudicavano i lavori, mai occupato di forniture, quello che si dice sul mio conto non è vero”.</strong> Anzi: “Non ci sono elementi che portano alla mia persona, ma ho come l’impressione che si attenda qualcuno che un giorno o l’altro finisca col parlare della mia persona”. Non alza la voce e non si irrita, ma si capisce che la tensione è tanta. E però restano le ombre. Alcuni degli imprenditori nel tempo arrestati, e condannati per mafia, non erano proprio del tutto distanti dal parlamentare. “Si tratta di personaggi – scrivono i suoi legali nella memoria difensiva – che fino al momento del loro arresto erano conosciuti come imprenditori e non certo come mafiosi”. E gli imprenditori intercettati a parlare del senatore secondo la difesa del parlamentare ne parlano come se ne può parlare al bar, “chiacchere da bar” sostengono nella memoria difensiva.</p>
<p>Contro D’Alì c’è poi l’ipotesi di avere “spinto” nel 2003 perché andasse via l’allora prefetto Fulvio Sodano, al suo posto giunse l’ex questore di Roma, Giovanni Finazzo. I rapporti con i due prefetti sono stati chiaramente diversi, con Finazzo il legame più forte, “anche se oggi ci diamo sempre del lei” dice D’Alì . Il contrasto con Sodano ci sarebbe stato all’epoca dell’intervento della prefettura a favore dell’azienda confiscata alla mafia, Calcestruzzi Ericina. Anche in questo caso il senatore nega di sue pressioni “al contrario” rispetto all’azione del prefetto. Delle pressioni ne parla Sodano, anche Birrittella che sostiene che la confidenza col senatore c’era, che non era solo riferita al calcio, ma anche alle campagne elettorali e che in occasione di una conviviale addirittura gli portò i saluti del capo mafia Francesco Pace. “Non è vero”, nella memoria difensiva l’affermazione è ripetuta più volte, “non ci sono prove e riscontri”. Anche sul trasferimento del prefetto Sodano. “Mai esercitato pressioni per il trasferimento, ci sono testimonianze a mio favore come quella dell’allora ministro dell’Interno Pisanu. Quello di Sodano fu un trasferimento nell’ambito di normali avvicendamenti”.</p>
<p><strong>Il “potente” politico non si mostra indebolito</strong> ed è pronto a giocare la sua partita in sede giudiziaria e politica. Dentro casa sua, intesa politicamente, quella del Pdl, si è trovato di colpo un avversario inaspettato, l’ex fidato sindaco di Trapani, Girolamo Fazio. Un distinguo che pesa, fatto nel nome del rispetto delle regole e del rigore morale di chi fa politica. In questa maniera Fazio si è schierato affianco al neo coordinatore nazionale del Pdl, Angelino Alfano. “Quello di Fazio – dice D’Alì’ – è uno smarcarsi politico non personale, credo che sia naturale cercare di ottenere un riconoscimento personale, una via per avere riconosciuto un ruolo fuori dall’influenza che possa esercitare io, non è una azione che politicamente mi sorprende, vedremo i frutti che darà, io resto il riferimento del partito in questo territorio”.</p>
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		<title>Sii la nostra fiducia nello Stato</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 05:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il ricordo di Paolo Borsellino è ricco di lettere, parole scritte o pronunciate in interviste per la carta stampata o televisive, testimonianze lasciate da chi lo ha conosciuto, ha lavorato con lui, fino a quella tremenda e terribile domenica del 19 luglio 1992. Documenti che sono usciti da scrivanie pubbliche e private, consegnate via via [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7542" href="http://www.malitalia.it/2011/07/sii-la-nostra-fiducia-nello-stato/paoloborsellino/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7542" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/paoloborsellino-300x152.jpg" alt="" width="300" height="152" /></a></p>
<p><strong>Il ricordo di Paolo Borsellino è ricco di lettere, parole scritte o pronunciate</strong> in interviste per la carta stampata o televisive, testimonianze lasciate da chi lo ha conosciuto, ha lavorato con lui, fino a quella tremenda e terribile domenica del 19 luglio 1992. Documenti che sono usciti da scrivanie pubbliche e private, consegnate via via alla opinione pubblica perchè se ne riuscisse a far tesoro nell&#8217;impegno che ognuno liberamente ha voluto dedicare alla giustizia, alla lotta alla mafia, alla democrazia e alla libertà in poche parole. Parole spesso finite strumentalizzate.</p>
<p>E quindi talvolta apprezzate solo per secondi fini, mai per le cose originali e vere. Difficile che questo possa mai accadere per la lettera che di seguito si propone. <strong>E&#8217; il saluto che i magistrati di Marsala (tra questi Alessandra Camassa, Massimo Russo, Costantini, Salvo per ricordarne alcuni) rivolsero al loro procuratore Paolo Borsellino quando lasciò la guida dell&#8217;ufficio marsalese per approdare da procuratore aggiunto alla Procura antimafia di Palermo</strong>. Pochi giorni dopo la strage di Capaci e a poche settimane da quella di via D&#8217;Amelio.</p>
<p><em>&#8220;Carissimo Paolo, al di là dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento è arrivato, un colloquio fra noi. Non tutti siamo qui a Marsala con Te fin dal Tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella Procura che Tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l’elenco sarebbe lungo e, allo stesso tempo, insufficiente.</em></p>
<p><em>Possiamo comunque dirTi di avere compreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a Te e le possibilità che ci sono state offerte: l’esperienza dei «pentiti», i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una Procura di provincia, e la Tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunità. Abbiamo goduto, in questi anni, di una autorevole protezione, i problemi che si presentavano non ci apparivano insormontabili perchè ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che Tu avresti detto, ironizzando, che ogni Tuo Sostituto, grazie al Tuo insegnamento «superiorem non recognoscet». Sai bene che non è vero, ma è vero invece che la Tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere come superiore solamente chi lo è veramente.</em></p>
<p><em>Ci sono state anche le incomprensioni, e non abbiamo dimenticato nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversità dei caratteri e della natura di ognuno; altre volte, però, è stata propria la Tua natura a vedere ogni cosa da una Tua personale angolazione, insuscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un «personaggio», Ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l’autorità che Ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. Anche nel rapporto col personale abbiamo apprezzato l’autorevolezza e la bontà, mai assurdamente capo, ma sempre «il nostro Capo». E poi Te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo.</em></p>
<p><em>Il dopo &#8211; Borsellino &#8211; non Te lo vogliamo raccontare: pure se uniti fra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c’eri più ed in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il Tuo, ma anche il nostro. Noi Ti assicuriamo, già lo facciamo, siamo all’erta, sappiamo cosa vuol dire «Giustizia» in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, se è vero che «chi ben comincia» &#8211; con ciò che ne segue &#8211; siamo stati tutti molto fortunati. Per Te un monito: è un periodo troppo triste ed è difficile intravederne l’uscita. La morte di Giovanni e Francesca è stata per tutti noi un po’ la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno.</em></p>
<p><em>Qui il Tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori. Sii la nostra fiducia nello Stato&#8221;.</em></p>
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		<title>Operazione Apice: i soldi del pizzo per il matrimonio della figlia</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 13:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Appalti, l’ortofrutta, le mediazioni, la riorganizzazione mafiosa. C’era tutto questo nell’«agenda» di Gaetano Riina, 79 anni, arrestato venerdì dai carabinieri di Monreale in una indagine che pur concentrata sulla provincia di Palermo, sulla Corleone che in parte continua a riconoscere il potere sanguinario dei Riina, tocca anche la provincia di Trapani e non solo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7400" href="http://www.malitalia.it/2011/07/operazione-apice-i-soldi-del-pizzo-per-il-matrimonio-della-figlia/gaetano-riina/"><img class="alignnone size-full wp-image-7400" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/gaetano-riina.jpg" alt="" width="220" height="220" /></a></p>
<p><strong>Appalti, l’ortofrutta, le mediazioni, la riorganizzazione mafiosa</strong>. C’era tutto questo nell’«agenda» di Gaetano Riina, 79 anni, arrestato venerdì dai carabinieri di Monreale in una indagine che pur concentrata sulla provincia di Palermo, sulla Corleone che in parte continua a riconoscere il potere sanguinario dei Riina, tocca anche la provincia di Trapani e non solo per la circostanza che Gaetano Riina da tempo abita a Mazara del Vallo. Ci sono, nell’elenco delle malefatte scoperte, le estorsioni che Gaetano Riina avrebbe compiuto per appalti banditi dalla Provincia regionale di Trapani. Ci sono gli interessi che non avrebbe nascosto nell’ambito dei mercati ortofrutticoli mazarese e marsalese, i suoi rapporti con gli imprenditori agricoli Sfraga di Marsala, gli stessi coinvolti nell’indagine sul mercato di Fondi e nei rapporti con i casalesi. Gli stessi rapporti che sarebbero stati mediati dal capo mafia latitante Matteo Messina Denaro.</p>
<p><strong>È possibile che Gaetano Riina avrebbe imposto il «pizzo» a Trapani senza concordare nulla con Messina Denaro?</strong> La risposta degli investigatori è negativa, anzi l’indagine sul fratello di “Totò u curtu” tradirebbe quelle che sono le nuove alleanze che si muovono nel contesto mafioso. Riina e Messina Denaro sono tornati a stare assieme semmai si siano mai «divisi»: è una cosa il rispetto tenuto da Matteo Messina Denaro nei confronti di Bernardo Provenzano (rispetto garantito sino a quando però il boss non fu arrestato, la scoperta che il “vecchio” teneva intatto l’archivio dei “pizzini” fece andare su tutte le furie il giovane boss secondo il racconto scritto in altri “pizzini”), un’altra cosa l’obbedienza verso Totò Riina. D’altra parte in alcuni «pizzini» diretti a “Binnu” Provenzano e trovati nella masseria di Montagna dei Cavalli dove il “fantasma di Corleone” è stato catturato, “Alessio”, alias di Matteo Messina Denaro, fa riferimento a notizie che gli sarebbero giunte da «Ttr», Totò Riina hanno letto gli investigatori. Sebbene in carcere al 41 bis, Totò Riina sarebbe riuscito a fare veicolare messaggi verso il giovane padrino di Castelvetrano. Ma c’è un altro elemento che conferma il legame tra Matteo Messina Denaro e Gaetano Riina: le indagini dei carabinieri di Monreale hanno registrato un incontro che ci fu tra lui, Gaetano Riina, e lo «zio Franco», al secolo Francesco Luppino di Campobello di Mazara, «longa manus» del boss latitante.</p>
<p><strong>L’estorsione.</strong> La richiesta estorsiva avrebbe riguardato i lavori di manutenzione straordinaria della strada provinciale 29 (Trapani-Salemi, appalto per 1 milione di euro del febbraio 2010), secondo l’ordinanza eseguita all’esito delle indagini condotte dai carabinieri a riscuotere il pizzo sarebbero stati un certo Giuseppe Genna di Paceco, e un tale Riccardo Di Girolamo, una parte di quei soldi furono spesi per il matrimonio della figlia di Riina, la divisione avrebbe riguardato anche i mandamenti di Mazara e Trapani, e anche Ninetta Bagaella, la moglie di Totò Riina.</p>
<p><strong>Dalla sua villetta, molto dimessa, di Mazara, dove era andato ad abitare, Gaetano Riina</strong> si sarebbe occupato anche dei commerci di frutta, di quello che succedeva nei più importanti mercati della provincia di Trapani. Insomma il suo sguardo non era tutto rivolto su Corleone.</p>
<p> <strong>Il legame con Mazara da parte dei Riina è antico e forte. </strong>Mazara del Vallo è da decenni la città di Gaetano Riina e lì venerdì i carabinieri del comando di Monreale sono andati ad arrestarlo, in una casa in via degli sportivi nella frazione di Tonnarella. Anche suo fratello Totò non disdegnava di frequentare la cittadina trapanese, e durante la sua lunghissima latitanza, qui ha trascorso tante giornate d’estate, ma anche alcune di quelle invernali, «ospite» di uno dei suoi storici alleati, il capo di Cosa nostra mazarese, Mariano Agate. Partecipando a summit presso la Calcestruzzi Mazara, di proprietà della famiglia Agate, sedendo a capotavola e distribuendo complimenti agli amici fidati, oppure decidendo di togliere le spine, così diceva, quando c’era da fare ammazzare qualcuno. Frequentazione, quella con Agate, comune anche per Gaetano Riina.</p>
<p><strong>Il nome del fratello di «Totò u curtu»</strong> compare in diverse indagini giudiziarie, a cominciare da quella condotta negli anni ’70 attorno alla «Stella d’Oriente» una società costituita dal cugino di Mariano Agate, Giuseppe Di Stefano e da Giuseppe Mandalari, il commercialista palermitano, professionista di fiducia di Riina, e il cui nome compare anche a proposito della “iniziazione” della loggia massonica coperta di Trapani, «Iside 2». La società costituita a Palermo fu trasferita come sede a Mazara, sancì la «collaborazione» tra mafia e camorra, soci divennero una serie di conclamati mafiosi, Mariano Agate, suo fratello Giovan Battista, Salvatore Tamburello, parenti dei fratelli Nuvoletta di Napoli, capo-clan dell’omonima famiglia camorristica. Gaetano Riina aveva lì suo cognato, Vito Maggio. Amministratore unico fu nominato Vito Manciaracina, genitore di Andrea, il giovane che negli anni 80 ebbe modo di appartarsi a quattr’occhi con il senatore Andreotti durante una visita di questi a Mazara. La società serviva al riciclaggio di denaro, con trasferimenti di ingente contante (2 miliardi di vecchie lire) in Svizzera. Soldi si pensa provenienti dai traffici di droga.</p>
<p><strong>Ma la vicenda più clamorosa nella quale compare il nome di Gaetano Riina è quella relativa alla confisca di una sua villa, e di un terreno, posseduti ancora e sempre a Mazara</strong>. Una confisca che determinò la inappellabile sentenza di morte pronunciata dal tribunale mafioso contro un giudice, Alberto Giacomelli, ucciso il 14 settembre del 1988 appena fuori Trapani, era già in pensione ma per quella firma apposta in calce all’ordinanza di confisca era rimasto nell’elenco delle vittime designate. La confisca risale al 1985, a firmare il dispositivo in primo grado fu il giudice Giacomelli. Gaetano Riina continuò ad abitare la villa nonostante l’avesse avuta confiscata e quando arrivò l’ordine di sfratto nel 1988, scattò la vendetta. Giacomelli fu ucciso e poi la mafia completò l’opera infangando il nome come solo Cosa nostra è capace di fare. Un finto pentito poi consegnò alla magistratura una banda di balordi che Giacomelli in passato aveva condannato, ma loro col delitto non c’entravano nulla. Ad entrare in azione era stata una banda di sicari mandati da Totò Riina che così ha voluto difendere il “buon” nome del fratello. Totò Riina per questo delitto ha avuto inflitto un ergastolo, la villa che fu di Gaetano Riina oggi è sede del comando della Guardia di Finanza a Mazara. Fu confiscato anche un terreno, ma quello ancora oggi rimane inutilizzato. A Trapani non è una novità che i beni confiscati restino confiscati sulla carta. In attesa di assegnazione restano, per esempio, i 70 ettari sottratti al narcotrafficante mafioso di Salemi Totò Miceli, il Comune li ebbe assegnati ma non li ha mai dati in gestione, tante parole e tante buone intenzioni, fino a quando non è stata intercettata una conversazione dell’attuale sindaco, Vittorio Sgarbi, che quando c’era da assegnare il terreno a Libera e a Slow Food disse chiaramente che “a quelli di don Ciotti” non avrebbe dato niente. Sgarbi è il sindaco che sostiene che la mafia non esiste più, e che ci sono i mafiosi incapaci di organizzarsi, a pochi chilometri da Salemi, a Mazara c’era il fratello di Totò Riina, Gaetano, che non solo ha dimostrato a 79 anni capacità di riorganizzazioni, ma faceva le estorsioni sotto al naso dei politici che negano l’esistenza di Cosa nostra.</p>
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		<title>Erice e i souvenir della mafia</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 15:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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I volti cinematografici del “padrino”, lupare e coppole, ma anche i volti dei veri boss, i modi di dire della mafia, tutto stampato su delle magliette rigorosamente scure, o ancora le statuette di panciuti “burgisi” (gli uomini d’onore di un tempo) in abiti di velluto, coppola e fucile in spalla, tutto questo fa parte dell’offerta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7350" href="http://www.malitalia.it/2011/06/erice-e-i-souvenir-della-mafia/erice-3/"><img class="alignnone size-full wp-image-7350" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/erice.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>I volti cinematografici del “padrino”, lupare e coppole, ma anche i volti dei veri boss, i modi di dire della mafia, tutto stampato su delle magliette rigorosamente scure, o ancora le statuette di panciuti “burgisi</strong>” (gli uomini d’onore di un tempo) in abiti di velluto, coppola e fucile in spalla, tutto questo fa parte dell’offerta di souvenir che si può vedere in tanti negozi della Sicilia. I commercianti dicono che sono “articoli” che si vendono, piacciono ai turisti, spiegano che non sono souvenir che stanno dalla parte della mafia ma la sbeffeggiano, rendono ridicoli i “picciotti” ed i “boss”. Ad Erice però con una ordinanza il sindaco, Giacomo Tranchida, ha deciso che questo genere di articoli non possono essere esposti sulla pubblica via, offendono, sostiene, la cittadina che, chissà si dimentica, è stata territorio di una pesante violenza mafiosa e oggi cerca il suo riscatto. <strong>E’ scattata però a fronte dell’ordinanza la protesta dei commercianti.</strong> Bisogna dire che faceva un certo “senso” passare per le strette viuzze dell’antico borgo medievale e sfiorare questo genere di esposizioni realizzate dai tanti piccoli negozi, magliette e gadget riguardanti la mafia ed i mafiosi messi davanti, dietro i poster del luogo, le tradizioni locali, Erice che è famosa nel mondo oltre che per essere “città della Pace” (quante volte se ne è parlato per farla diventare sede del summit dedicato al Medio Oriente), anche per le lavorazioni artigianali, ceramiche, tappeti, infine reclamizzata solo con quelle magliette di cattivo gusto. I souvenir del luogo possono essere ben altri, ispirati alla storia e la cultura che si respirano calpestando l’antico basolato. E poi c’è la stridente realtà tra le mura del centro storico, da una parte i negozianti che propongono questi gadget come ricordo di Erice e della Sicilia, dall’altra parte uno dei negozi che Libera Terra ha aperto in Italia, e solo in poche città, dove vengono venduti i prodotti provenienti dalle terre confiscate alla mafia. Per non parlare poi del ricordo che rischia di annebbiarsi: ad Erice, nella frazione costiera di Pizzolungo, il 2 aprile 1985 una autobomba venne fatta scoppiare al passaggio del corteo di auto dove si trovava l’allora pm della Procura di Trapani Carlo Palermo, il magistrato si salvò, furono dilaniati e fatti a pezzettini una mamma ed i suoi figlioletti che si trovavano su di un’altra auto che passava sullo stesso punto, una curva prospiciente il mare, al momento dell’esplosione. Morirono così Barbara Rizzo Asta, trentenne, ed i suoi due gemellini, Salvatore e Giuseppe di 6 anni. Al tempo l’allora sindaco di Trapani (Erice e Trapani sono di fatto uniti e costituiscono un unico territorio), Erasmo Garuccio, andò in tv a dire che la mafia a Trapani non c’era. Oggi i politici dicono che la mafia è sconfitta, si sostiene sempre, insomma, politicamente, che la mafia non c’è. Salvo che per uso commerciale. E così il sindaco di Erice Tranchida ha sfidato i commercianti del borgo medievale, niente esposizioni riguardanti la mafia poste sulla pubblica via, vendite libere, ma con questo genere di mercanzia possono essere riempite solo le vetrine e gli scaffali interni ai negozi, non quelle che danno all’esterno. I commercianti che hanno deciso di sfilare per le stradine della vetta ericina indossando le magliette che non possono più esporre, dicono che questi sono i souvenir più gettonati, quelli che i turisti vengono a cercare, e mettere alla berlina alla mafia non significa riconoscerne il potere. <strong>Tranchida però ha deciso di non fare retromarcia, secondo lui, e non ha torto, quel genere di mercanzia provoca una pericolosa sottovalutazione del fenomeno criminale. I commercianti però davanti a questa affermazione si sono detti offesi</strong>. “Offeso dovrebbe essere il sindaco e l’amministrazione cittadina tutta – risponde Tranchida &#8211; che non si è risparmiata in energie ed iniziative per promuovere il riscatto civile e morale di Erice, magari aspettandosi in coerenza l’esposizione, promozione e vendita di una bella maglietta con le foto dei siciliani, tantissimi, che sono morti per combattere la mafia – che è una cosa seria !!! -, di Addiopizzo e similari, col chiaro intento di mandare un diverso e percettibile messaggio a turisti e visitatori che sovente in visita nel nostro territorio, a domanda ti rispondono che la cosa che più “conoscono” della Sicilia è la mafia… al punto tale da optare come miglior ricordo della loro visita culturale ad Erice, in omaggio alla sua storia, alla sua cultura, al suo ruolo geopolitico, l’acquisto di tali “particolari” souvenir da “promuovere” nei loro paesi d’origine, involontariamente contribuendo a sminuire la gravità del fenomeno mafioso (anche sotto forma ironica) ..che a lungo andare (visto che, apparentemente, non fa più morti ammazzati) ..si badi bene: paradossalmente, può arrivare a creare un alone di simpatia”. La risposta dei commercianti non si è fatta ancora attendere, e ironicamente hanno detto che anche Radio Aut di Cinisi secondo Tranchida meritava di essere chiusa, perché da lì Peppino Impastato prendeva in giro la mafia. Un maldestro autogol: intanto perché Radio Aut i mafiosi riuscirono a farla chiudere, uccidendo Impastato, proprio perché la mafia veniva presa in giro, ma con i nomi e cognomi di chi ne faceva parte, le magliette e i gadget non sono, non possono mai essere, la stessa cosa di Radio Aut. “Ognuno può nella propria libertà indossare, se le ritiene consono con la propria personalità” sottolinea il sindaco di Erice Tranchida che prosegue: “Sono stato eletto dai cittadini ericini non certo per propagandare talune stupide ed “equivoche” magliette, ma per cercare di dare il meglio di me a servizio della città e degli interessi generali rappresentati, cosa che cerco di fare faticosamente ogni giorno, sempre più cercando di dare spallate ad una miriade di problemi vecchi e nuovi”. Caso chiuso, le magliette “mafiose” restino dentro i negozi.</p>
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		<title>Intimidazioni mafiose</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 11:16:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[intimidazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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(di Paolo De Chiara )
“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”. Sono arrivate nel silenzio generale. In questa Regione non si è mai aperto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-7354" href="http://www.malitalia.it/2011/06/intimidazioni-mafiose/testa-di-capretto/"><img class="alignleft size-full wp-image-7354" title="testa di capretto" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/testa-di-capretto.jpg" alt="" width="299" height="300" /></a></strong></p>
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<p>(di Paolo De Chiara )</p>
<p>“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”. Sono arrivate nel silenzio generale. In questa Regione non si è mai aperto un tavolo serio per affrontare la drammatica questione. Il pericolo delle infiltrazioni è stato sempre messo da parte. E le mafie continuano a fare i loro affari. Sporchi. Che puzzano. Continuano a esserci strane presenze. Proprio qualche giorno fa a Venafro è stato prelevato e arrestato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta Pasquale Pagano (classe 1970 da San Cipriano d’Aversa). Il “bambinone”. Un affiliato del gruppo Iovine. Clan dei casalesi. Accusato di associazione per delinquere di tipo camorristico e di concorso in detenzione illegale di armi da fuoco. Era domiciliato, con obbligo di firma, a Venafro. In provincia di Isernia. C’è stato per un mese e dodici giorni. Gli inquirenti in una perquisizione domiciliare sequestrarono un bunker ricavato nella sua abitazione. Probabilmente per nascondere il capo clan Antonio Iovine. Oggi al 41 bis. L’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia è chiaro: “Le mafie sono arrivate”. Ed è arrivata anche la camorra. Con i suoi uomini. Con i suoi mezzi. Con i suoi rifiuti che avvelenano la terra. La nostra bella terra. La famosa Isola Felice. Così dipinta dalla classe dirigente. Dalla politica. Scrive Roberto Saviano nel suo libro <em>Gomorra</em>, a pagina 323: “<strong>Quattro ettari</strong> <strong>a ridosso del</strong> <strong>litorale molisano</strong> <strong>furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute</strong> <strong>nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo</strong>. <strong>I trafficanti avevano scelto il</strong> <strong>litorale molisano</strong> <strong>– nel tratto</strong> <strong>da</strong><strong> Termoli</strong> <strong>a</strong> <strong>Campomarino</strong> <strong>– per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”</strong>. Proprio sui rifiuti e sui traffici del basso Molise qualcuno si è sentito toccato. Gli affari non possono andare a puttane. Ed ecco arrivare le minacce. Che non sono mai mancate. Ora sono state intensificate. Qualcuno ha voluto alzare il tiro. Per meglio far comprendere. <strong>Una testa di capretto sanguinante in un sacco nero.</strong> Con un biglietto allegato. Questo gravissimo episodio è capitato a un giornalista molisano. All’amico <strong>Michele Mignogna. Il cronista che ha descritto certi movimenti. Che ha toccato certi fili. Che ha fatto il proprio dovere.</strong> Non si può più far finta di non vedere. Di non sentire. I segnali sono chiari. Anche le presenze. Come quella di Francesco Moccia. Di lui scrive la Procura della Repubblica di Larino nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il Porticciolo di Termoli: “legato da stretti legami familiari e di affari con Angelo Marrazzo coinvolto in vicende giudiziarie del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, detto Sandokan, collegato a società fortemente indiziate di avere collegamenti con il clan Moccia di Afragola”. Per non parlare degli affari dietro l’eolico selvaggio regionale. Delle costruzioni, del ciclo del cemento. Del riciclaggio. Del traffico di droga. E’ giunto il momento di agire. Questi vigliacchi personaggi devono sapere che di fronte a loro hanno un esercito di persone Oneste. Di persone Perbene. Che non permettono più certi episodi. Schifosi e deplorevoli. Il Molise ha bisogno di una scossa di dignità. Da quanti anni si denunciano presenze pericolose? Quanti episodi sono stati raccontati? Quanti personaggi importanti hanno indicato la presenza delle mafie? Quante volte è stato lanciato l’allarme? Per il giornalista Alberigo Giostra: “Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. E’ un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione”. Secondo l’ex Procuratore della Repubblica di Larino, Nicola Magrone: “In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. In Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Le mafie ci sono e fanno affari. Esiste una “mentalità mafiosissima” che danneggia il territorio. L’unica preoccupazione è colpevolizzare chi denuncia. Chi fa il proprio dovere. Secondo Lumia: “E’ mancato un lavoro di prevenzione, è mancato un lavoro di denuncia, è mancato un lavoro di costruzione di percorsi integrati di educazione e di crescita della cultura della legalità. Tali limiti hanno indebolito il tessuto sociale, economico ed Istituzionale della vostra realtà territoriale. E le mafie annusano, sentono da lontano dove si creano quegli spazi, quelle “opportunità” per la loro presenza. Nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Il 14 giugno scorso è stata approvata all’unanimità in consiglio regionale una mozione di solidarietà al collega Mignogna. E’ un buon segnale. Ma non basta. Ora bisogna lavorare. Raddoppiare gli sforzi per tagliare i tentacoli della criminalità. Del malaffare. “Fortunatamente – secondo Paolo Albano, Procuratore della Repubblica di Isernia – omicidi in Molise non ce ne sono stati. Speriamo che non ce ne saranno in futuro. Ciò non significa assolutamente nulla. Non perché non ci sono gli omicidi non esiste la camorra, non esistono le infiltrazioni criminali. Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Perché la stretta vicinanza con la Campania, la Puglia e il basso Lazio porta necessariamente questo pericolo. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Il punto fondamentale è che la magistratura molisana è pronta a raccogliere questo allarme. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità”. La politica deve dare un segnale forte. Con la cultura della Legalità. Deve cominciare a dare il buon esempio. <strong>Per troppi anni in questa Regione si è dato il cattivo esempio. Per troppi anni in Molise la classe dirigente ha dato il cattivo esempio.</strong> I cittadini devono sentirsi sicuri nell’indicare anche il più piccolo episodio. Per cominciare a dare una mano alle forze dell’ordine e ai magistrati. Per riassaporare quel “fresco profumo di libertà” auspicato dal giudice Paolo Borsellino “che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”.</p>
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