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	<title>Malitalia &#187; Immigrati</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Il Ministro nell&#8217;inferno di Rosarno</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria. La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9039" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC01497-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria.</strong> La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca del lavoro. Oggi sono 4mila uomini, africani e braccianti dell’Est che affollano la Piana di Gioia Tauro. Ma l’oro giallo di queste terre vale meno di zero sui mercati. <strong>“Per un chilo di clementine i grossisti mi danno quindici centesimi, 5 per le arance da succo. Una miseria”. </strong>Piccoli coltivatori e grandi proprietari terrieri si lamentano allo stesso modo, ma continuano a produrre. E scaricano la loro crisi sui migranti ai quali offrono paghe da fame. Venticinque euro a testa, oppure un euro per ogni cassetta raccolta. Soldi ai quali va sottratta la mazzetta da dare al caporale, l’organizzatore delle braccia, spesso un africano o un bracciante dell’est che ha fatto carriera. Soldi pochi, condizioni di vita disperate in baraccopoli da dove anche i topi scappano, eppure la gente continua ad arrivare. <strong>“In un solo giorno – ci racconta don Pino De Masi, animatore di Libera nella Piana – nel paese di San Ferdinando sono arrivati dieci pullman con 500 tra bulgari e romeni”</strong>. Altre braccia che la mattina presto si offrono nella piazze dei paesi in attesa di un ingaggio che però non arriva per tutti. Chi non è fortunato vaga per tutto il giorno aspettando un’occasione. E’ questo l’inferno che ieri ha voluto vedere da vicino il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi. “Perché governo tecnico – dice al cronista – vuol dire anche avere orecchie ed occhi attenti alla realtà”.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EeL_b9citw8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il ministro entra nel campo di accoglienza organizzato dal Comune. Ci sono <em>containers</em> con brandine e riscaldamento, docce e bagni chimici, un barlume di vita civile per 120 migranti. Una goccia nel mare. Per gli altri ci sono i ghetti. Quello della fabbrica Pomona, dove una volta si trasformavano gli agrumi, fa paura. Fango dappertutto, per dormire improvvisate tende fatte di plastica e legno. Non ci sono bagni, i bisogni si fanno dove capita. “E’ un ghetto indegno di un paese civile – dice il ministro -, si tratta di situazioni che abbiamo l’obbligo morale di rimuovere al più presto”. Ma basta spostarsi in quello ce chiamano il “centro storico” della città per capire che l’inferno non finisce in una fabbrica abbandonata. Vico Esperia, via Posta Vecchia, case pericolanti, tufi sbriciolati dalla pioggia, sottoscala e cantine di pochi metri quadrati dove vivono in dieci, venti persone. Per letto materassi impregnati di sudicio e umidità per terra. Il professor Riccardi entra nei tuguri e parla con i migranti. Nessuno protesta più di tanto per le paghe basse o per le condizioni di vita, ma tutti chiedono una cosa solo: la carta, il permesso di soggiorno, il diritto di sentirsi cittadini. E’ il frutto di leggi assurde contro gli immigrati. Il ministro rifiuta la polemica: “L’integrazione va costruita, qui non si tratta di rivolgersi al passato per stracciarsi le vesti, ma di aprire una stagione diversa”.</p>
<p><strong> Il sindaco di Rosarno si chiama Elisabetta Tripodi, è stata eletta in una coalizione di centrosinistra, ha organizzato il campo da 120 posti e chiesto altri container che la Protezione civile le ha però rifiutato.</strong> Quanti soldi ha avuto dalla regione? “Zero. Sto ancora aspettando i 25mila euro per l’emergenza di un anno fa, dei 3 milioni di euro promessi per la costruzione di alloggi popolari da destinare ai migranti neppure l’ombra”. Promesse, piani mai realizzati nella Calabria degli sprechi, il  ministro annota tutto, nella sala riunioni del Comune ascolta. Parla Mamma Africa, Norina Ventre, una anziana signora che da vent’anni assiste chi ha la pelle di un altro colore. “Domenica avevo 200 persone da sfamare, c’è bisogno di un centro di accoglienza”. Cristiana, donna e mamma del Ghana che chiama “papà” il ministro: “Ho due figli da mantenere, vanno a scuola, sono da undici anni qui in Italia ma non ho ancora la cittadinanza”. E poi Adam, bracciante di colore, rappresentante di “Africalabra”. E il senegalese Mamadù che parla della necessità del contratto, “perché la Bossi Fini dice che se perdi il lavoro perdi anche il permesso”. “La situazione – è il commento del ministro &#8211; è di vera emergenza, come soluzione provvisoria, sarà realizzata una tendopoli nel territorio del comune di San Ferdinando, accanto a Rosarno, dove saranno trasferiti molti immigrati che in questo momento stanno trovando rifugio in situazioni inaccettabili. </p>
<p><strong>Ma c’è bisogno di “una fase due. Siamo in presenza di lavoratori fedelmente stagionali per cui è necessario lavorare alla loro integrazione, costruire un ponte tra loro ed i cittadini di Rosarno, a partire dalla lingua. In un momento di crisi, di poco lavoro anche per gli italiani, occorre spiegare bene a questi nostri amici che non rimarranno soli”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2012)</p>
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		<title>Migranti, fra emergenza e solidarietà</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 02:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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“Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi”. A Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, i migranti si sfogano così, chiedendo aiuto alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/migranti-fra-emergenza-e-solidarieta/migranti-rosarno/" rel="attachment wp-att-8804"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/migranti-rosarno-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8804" /></a></p>
<p><strong>“Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi”. </strong>A Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, i migranti si sfogano così, chiedendo aiuto alle istituzioni e tolleranza ai cittadini italiani. In una lettera aperta mettono nero su bianco i loro stati d’animo, le loro paure ma, nello stesso tempo, rassicurano, non sono dei nemici, non sono diversi dagli italiani: “siamo come voi” ripetono.<br />
Da Nord a Sud quello dell’integrazione resta un problema. Solo qualche giorno fa Firenze diventava teatro di una terribile strage in cui sono morti due senegalesi, mentre altri sono rimasti feriti. L’odio nei confronti dei ’neri’ si manifestava in tutta la sua brutalità. Anche a Firenze, come a Rosarno, però, i migranti hanno dato una lezione agli italiani. Hanno manifestato pacificamente rivendicando i loro diritti, ci hanno ricordato che l’Italia era il Paese dell’accoglienza. Era e non è più. Negli ultimi tempi, il Paese, complice anche la una crisi economica senza precedenti, si è spesso mostrato inadeguato a fare fronte a quella che è diventata l’emergenza migranti.<br />
Negli ultimi anni, anche il governo ha preso provvedimenti più severi, con l’inserimento del reato di immigrazione clandestina (legge 95 del 15 luglio 2009) a fronte di una burocrazia piuttosto lenta per quanto riguarda il rilascio dei permessi di soggiorno. E, ancor prima, con la legge Bossi-Fini la divisione fra italiani e migranti è ancora più netta.<br />
<strong>Eppure i problemi rimbalzano di anno in anno, da istituzione a istituzione</strong>. Non ci sono soldi né progetti per gli africani e si fa qualcosa solo quando la situazione sta per esplodere o è già esplosa. A Rosarno, per esempio, a due anni dalla rivolta dei migranti, che si ribellarono con la violenza al sistema di sfruttamento cui erano costretti, oggi ancora si va avanti a fatica. Quest’inverno i lavoratori stagionali che raccolgono le arance nella Piana di Gioia Tauro aspettano ancora una casa dove poter fare un bagno caldo la sera, dove potersi riparare dal freddo pungente dopo una giornata di lavoro nei campi e per giunta sottopagati. Una condizione, quella dello sfruttamento, da cui è difficile riemergere.<br />
Il campo di accoglienza messo a disposizione dall’amministrazione comunale di Rosarno ha riaperto i battenti. Ma non c’è posto per tutti, al momento è occupato da un centinaio di migranti, ce ne sono molti di più. E a tal proposito bisogna sfatare un luogo comune.<strong> I migranti vivono accampati in tutta la Piana di Gioia Tauro, non solo a Rosarno dove comunque sono in numero maggiore</strong>. Circa 450-500 si trovano a Rizziconi e contrada La Spina, altri nei comuni di Candidoni, Melicucco, Taurianova, nelle campagne. Nella Piana ci sono circa 1400 migranti, 1000 nella zona di Rosarno, segno che la questione dovrebbe interessare tutti. La Provincia di Reggio Calabria, durante un vertice in prefettura per la sicurezza pubblica, si è impegnata col primo cittadino di Rosarno, Elisabetta Tripodi, a dare un contributo di venti mila euro in questa fase di emergenza. <strong>Mentre è stato annunciato l’arrivo di altri sette container della protezione civile. Il che significa nuovi alloggi. Abdulaye, uno dei migranti di Rosarno &#8211; durante il vertice in prefettura a cui ha partecipato &#8211; ha consegnato la lettera dei suoi connazionali al prefetto Luigi Varratta, che ha letto il testo ai presenti, stupiti e commossi</strong>.<br />
Quest’anno, purtroppo, bisogna fare i conti con una crisi economica generale, che non consente alle istituzioni di sostenere appieno l’emergenza, tantomeno quella agrumicola, per cui i migranti non riescono a lavorare tutti i giorni, se va bene due o tre volte a settimana con un compenso bassissimo. La Regione Calabria, dopo gli annunci e il sostegno formale non ha poi pianificato alcun intervento per l’emergenza migranti. E finchè il governo e la Regione non si faranno carico dell’emergenza le associazioni, i volontari, la provincia e il comune di Rosarno da solo, possono solo provare a tamponare la situazione ma non a risolverla.<br />
Nonostante le difficoltà in questo momento quello che colpisce è la solidarietà di tanti volontari che hanno a cuore la sorte dei ’fratelli africani’. <strong>Anche quest’anno, infatti, una donna che è stata battezzata come ’Mamma Africa’, ha riaperto la sua mensa. A 84 anni Norina Ventre prepara un pasto caldo ogni domenica per tutti gli immigrati. Le mensa va avanti con i soldi suoi e quelli dei volontari che l’aiutano</strong>. Norina conosce i loro nomi, le loro storie, le difficoltà di chi ha lasciato al proprio paese moglie e figli, di chi è dovuto scappare nonostante la giovane età, di chi è andato via col sogno di costruirsi una vita migliore. <strong>Mamma Africa è l’emblema dell’amore e della solidarietà incondizionata</strong>.<br />
Come lei Giuseppe Pugliese, dell’associazione Africalabria e la rete dei volontari che lavorano con lui. Quando l’abbiamo chiamato era in Questura a Catanzaro perché erano arrivati i permessi di soggiorno per alcuni migranti. Giuseppe ha un contatto giornaliero con i migranti: lo chiamano, di lui si fidano. Quando gli chiediamo perché fa tanti sacrifici per loro, cosa lo spinge a stare vicino a queste persone, risponde senza lasciare spazio a interpretazioni: <strong>“Ognuno sceglie i proprio amici. E io voglio essere amico degli africani. È una questione di giustizia – afferma con estrema convinzione – e sono un compagno. Il mondo occidentale è responsabile del fatto che gli africani lasciano il loro paese d’origine. Noi li abbiamo colonizzati, noi gli succhiamo il sangue. L’Italia era quella che mandava i rifiuti tossici in Somalia</strong>”. Giustizia prima di ogni cosa per Pugliese: anche lui, che conosce bene la situazione, è convinto che ci sia bisogno di un serio intervento da parte della Protezione civile nazionale.<br />
Un contributo importante è anche quello dei volontari di Emergency, che stazionano col loro furgoncino due giorni a settimana a Rosarno e fanno anche assistenza sanitaria gratuita ai migranti. “Mettere insieme tutte le forze è l’unico modo per uscire dall’emergenza” aggiunge Pugliese.<br />
Due anni fa Wim Wenders ha girato in Calabria ’Il Volo’, un cortometraggio ispirato alle esperienze di accoglienza ed integrazione di alcuni paesi della Locride. Oggi, questi migranti sono impiegati nelle produzioni artigianali locali e contribuiscono a fare crescere l’economia di quei luoghi. Segno che le politiche di solidarietà e integrazione portano solo vantaggi al Paese. <strong>“Gli immigrati sono una risorsa</strong>” spiega oggi Pugliese. Se i migranti riuscissero a integrarsi con il resto della popolazione, se vi fossero leggi volte all’inclusione e non all’esclusione, allora l’immigrazione potrebbe davvero diventare una risorsa sia culturale che economica per il Paese.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>La Curia e il bimbo mai nato</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 14:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Adesso tutti ci sorridono, sono gentili con noi. Ma non mi comprano così: voglio giustizia”. Giustizia nel paese dell’indifferenza che ha umiliato lui e sua moglie, e forse ha colpevolmente contribuito alla morte di quel bambino che cresceva nel grembo della madre. Due corpi alla deriva, egiziani e naufraghi come gli altri figli del Mediterraneo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a rel="attachment wp-att-7205" href="http://www.malitalia.it/2011/06/la-curia-e-il-bimbo-mai-nato/grosseto/"><img class="alignleft size-full wp-image-7205" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/grosseto.jpg" alt="" width="240" height="179" /></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Adesso tutti ci sorridono, sono gentili con noi. Ma non mi comprano così: voglio giustizia”</em>. Giustizia nel paese dell’indifferenza che ha umiliato lui e sua moglie, e forse ha colpevolmente contribuito alla <strong>morte di quel bambino</strong> che cresceva nel grembo della madre. Due corpi alla deriva, <strong>egiziani </strong>e naufraghi come gli altri figli del Mediterraneo che cercano una impossibile sponda di solidarietà in Italia. Hanno vissuto in macchina, lui giovane uomo di 31 anni, lei mamma bambina. Per sedici giorni e sedici notti.</p>
<p>Perché anche nell’accogliente Grosseto non c’è posto per chi non ha. E chi se ne frega di un egiziano che non riesce ad assicurare un tetto e un pasto alla sua giovanissima moglie. Lo abbiamo ospitato in un albergo della Curia che accoglie persone in difficoltà, ma poi<strong> il Comune non ha pagato</strong> le rette. Cavilli su cavilli, burocrazie sorde e mute. E allora la Curia, che poi è la <strong>Chiesa</strong>, la grande madre che dovrebbe fottersene di carte e bolli e allargare le sue braccia a tutti, <strong>sfratta</strong>. Come un qualsiasi arido padrone del mattone.</p>
<p><em>“In queste due settimane </em>– <em>racconta l’uomo – ho bussato a tutte le porte. Ho chiesto al sindaco di trovarci un posto dove io e mia moglie potessimo stare fino alla nascita del bambino. Avevo trovato anche un lavoro come pizzaiolo, l’affitto potevo pagarmelo, bastava solo aspettare e avrei avuto i soldi. Invece nessuno mi ha aiutato”</em>. E il bambino è morto. Dolori alla schiena della madre, distacco della placenta. Una vita che non nasce, una <strong>giustizia </strong>che non arriverà mai.</p>
<p><em>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2011 )</em></p>
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		<title>Elemosina fuorilegge</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 17:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Paolo De Chiara )
A Isernia il sindaco Melogli, che dice “no agli immigrati”, annuncia: “Non siamo in India”
“La faccio per un fatto d’immagine”. Ecco la parola chiave. L’immagine. Il sindaco di Isernia, Gabriele Melogli (che si ama definire indipendente, ma molto vicino al PdL), ha annunciato un’ordinanza che vieterà l’elemosina: “la faremo dopo le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a rel="attachment wp-att-6911" href="http://www.malitalia.it/2011/05/elemosina-fuorilegge/cimg9408/"><img class="alignleft size-medium wp-image-6911" title="CIMG9408" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/CIMG9408-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></em></strong></p>
<p><strong>(di Paolo De Chiara )</strong></p>
<p><strong>A Isernia il sindaco Melogli, che dice “no agli immigrati”, annuncia: “Non siamo in India”<em></em></strong></p>
<p>“La faccio per un fatto d’immagine”. Ecco la parola chiave. L’immagine. Il sindaco di Isernia, Gabriele Melogli (che si ama definire indipendente, ma molto vicino al PdL), ha annunciato un’ordinanza che vieterà l’elemosina: “la faremo dopo le tante richieste dei cittadini”. E della stampa locale. Che il 24 aprile scorso scrive: “servirà anche per evitare comportamenti molesti nei confronti dei cittadini oppure per scongiurare che la richiesta di elemosina sia propedeutica ad altro tipo di reato”. Dello stesso avviso il comandante dei Vigili Urbani, Giulio Castiello (nominato da Melogli): “abbiamo suggerito al sindaco di firmare l’ordinanza che ci dia gli strumenti per intervenire”. Abbiamo avvicinato il sindaco. Per capire il “pericolo” che corre il piccolo capoluogo pentro. E per registrare il suo ragionamento. Lo abbiamo intervistato lo scorso 28 aprile. Ad oggi l’ordinanza non è stata ancora firmata. Resta il solo annuncio: “sto preparando un’ordinanza, perché mi hanno detto che è necessaria”.</p>
<p><strong>Chi l’ha detto che è necessaria?</strong></p>
<p>“Normalmente si dice che sia necessaria. E’ opportuno fare un’ordinanza del genere. Abbiamo notato una cosa, anche io personalmente, che soprattutto in questi giorni di Pasqua davanti a tutti i centri commerciali stazionavano delle persone che chiedevano l’elemosina. Sono sensibile di fronte alle persone che hanno difficoltà economica, però non tollero che vengano con il pullman la mattina per accompagnare qualcuno che li scarica in questi posti strategici, con la finalità di raccogliere quello che si può raccogliere e poi vanno a cambiare questi soldi. Mi hanno detto che c’è stato qualcuno di questi che ha cambiato 500 euro. Sto preparando un’ordinanza per evitare l’accattonaggio nella città”</p>
<p><strong>A chi danno fastidio queste persone? Ai cittadini di Isernia?</strong></p>
<p>“Certo che danno fastidio ai cittadini. Non danno fastidio?”</p>
<p><strong>Secondo me no. </strong></p>
<p>“Un conto è che ci sono delle persone di Isernia che hanno bisogno di aiuto, ma se diventa un fatto speculativo di gente che viene da fuori e scarica in posti strategici. Mi hanno detto che al centro commerciale ci stava un bambino lasciato e messo per terra. Queste cose le ho viste in India, dove lo facevano a livello scientifico dove stavano i turisti. Sinceramente questa è una cosa che non giova all’immagine della città”.</p>
<p><strong>In un articolo della stampa locale si legge: “Nelle intenzioni dell’amministrazione comunale, servirà anche per evitare comportamenti molesti nei confronti dei cittadini oppure per scongiurare che la richiesta di elemosina sia propedeutica ad altro tipo di reati”. Lei concorda con queste parole?</strong></p>
<p>“Assolutamente, non ho letto una cosa del genere. Lo faccio per un fatto di immagine”</p>
<p><strong>Anche altri Sindaci hanno tentato questa strada e sono stati aspramente criticati e bocciati.</strong></p>
<p>“L’accattonaggio è un reato”</p>
<p><strong>Allora a cosa serve l’ordinanza?</strong></p>
<p>“E’ un rafforzativo del fatto che non gradiamo che vengano fatte delle operazioni speculative. Non mi riferisco a chi sta in difficoltà economica, che ha bisogno di aiuto. Ora sono scomparsi tutti quanti”.</p>
<p><strong>Ci sono.</strong></p>
<p>“E’ finito il pienone e allora si regolano diversamente. Ritengo che sia un fatto di organizzazione”</p>
<p><strong>Così colpite anche le persone in difficoltà, non solo quelli organizzati. Sempre se è vera la sua tesi.</strong></p>
<p>“Lo scopo non è colpire chi sta in difficoltà, ma chi organizza e che approfitta del buon cuore delle persone per farci attività speculativa”.</p>
<p><strong>Le persone in difficoltà non andrebbero aiutate in modo diverso?</strong></p>
<p>“Abbiamo fatto, soprattutto, l’anno scorso una politica sociale che ci riconoscono tutti, tranne chi non vuol vedere. Abbiamo fatto lavorare gente che non avrebbe mai lavorato”.</p>
<p><strong>Cosa ci sarà nell’ordinanza?</strong></p>
<p>“Ancora non l’ho fatta l’ordinanza. Certo non sarà come l’ordinanza che fece il sindaco Dominici a Firenze. Quella era una cosa ridicola. Non si possono stabilire delle sanzioni penali, questo spetta al legislatore”.</p>
<p><strong>A cosa servirà l’ordinanza?</strong></p>
<p>“Le persone che vengono da fuori devono sapere che questi atteggiamenti non sono tollerati dai cittadini”.</p>
<p><strong>Dai cittadini?</strong></p>
<p>“Dalla Polizia Municipale”</p>
<p><strong>E in che modo potrà intervenire la Polizia Municipale?</strong></p>
<p>“Farà quello che deve fare”</p>
<p><strong>In che modo?</strong></p>
<p>“Allontanandoli”.</p>
<p><strong>Non si possono posizionare in altri luoghi, in altre zone della città?</strong></p>
<p>“Non mi posso mettere a fare discussioni di questo genere. Questa è un’ordinanza e ha una finalità. Evitare, entro i limiti in cui è possibile, che si facciano operazioni speculative”.</p>
<p><strong>Non rischia di…</strong></p>
<p>“Diventare impopolare? Più impopolare di così”</p>
<p><strong>Di diventare un sindaco sceriffo.</strong></p>
<p>“Ma quale sceriffo. Quando mi hanno chiamato per gli immigrati ho detto di no”.</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>“Non perché sono un uomo di destra, ma perché dobbiamo finire con questa forma di demagogia e populismo. Ho spiegato questo alle persone che mi chiedevano se la città di Isernia fosse disponibile ad accogliere gli immigrati che stavano sbarcando a Lampedusa. Ho detto che non avevamo questa possibilità. Perché ogni settimana mi vengono a  chiedere o il lavoro o le case. Non riesco a soddisfare neanche le esigenze dei cittadini che stanno qua da anni e che chiedono, giustamente o lavoro o case, figuriamoci se posso venire incontro alle esigenze, pur legittime, di chi ha bisogno di tutto”.</p>
<p><strong>Immigrati no, ma nucleare si. </strong></p>
<p>“La politica del nucleare è stato un travisamento fatto dai giornali. Quando ho detto che ci avrei pensato bene prima di dire no al nucleare mi riferivo soprattutto ai politici, che mentre dicono una cosa in realtà ne fanno un’altra. Isernia non potrebbe mai essere sede di un impianto nucleare”.</p>
<p><strong>Lei a quale categoria appartiene?</strong></p>
<p>“Io appartengo alla categoria di politici che dicono quello che pensano e non faccio come tanti altri. Che dicono una cosa e ne pensano e ne fanno un’altra. Perché fanno ragionamenti utilitaristici e hanno a che fare con le votazioni, con il consenso, cosiddetto, popolare. Parlai del nucleare come esempio. Ho detto: secondo me dalle parti di Termoli, mentre dicono che sono contrari al nucleare, stanno sottobanco trattando per far approdare il nucleare in quella zona”.</p>
<p><strong>Chi sta “trattando sottobanco”? La classe politica?</strong></p>
<p>“Ho detto che secondo me c’è chi dice di essere contrario al nucleare, ma sottobanco sta trattando di avere il nucleare Perché sinceramente…”.</p>
<p><strong>A chi si riferisce? Chi tratta “sottobanco”? </strong></p>
<p>“Non sto facendo nessuna accusa a nessuno. Quando parlo di questo, parlo soprattutto della classe imprenditoriale. Una centrale nucleare è un grande business per il territorio. Prima di dire no a una cosa del genere avrei chiesto di poter avere tanti di quei benefici per il nostro territorio che, probabilmente, avremmo potuto vivere tutti quanti senza fare più niente”.</p>
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		<title>Mio marito Gheorghe è morto come un cane</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 22:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[caporalato]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Molise]]></category>

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(di Paolo De Chiara)
Nel 2008 il bracciante rumeno aveva 35 anni. Dopo tre anni sua moglie chiede giustizia.“Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Con queste parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-6718" href="http://www.malitalia.it/2011/05/mio-marito-gheorghe-e-morto-come-un-cane/gheorghe-radu-campomarino-1-maggio-2011-9/"><img class="alignleft size-medium wp-image-6718" title="Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011 (9)" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/Gheorghe-RADU-Campomarino-1-maggio-2011-9-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(di Paolo De Chiara)</strong></p>
<p><strong>Nel 20</strong><strong>08 il bracciante rumeno aveva 35 anni. Dopo tre anni sua moglie chiede giustizia.</strong>“Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Con queste parole Maria, la moglie del giovane rumeno morto di lavoro in Molise, è intervenuta alla manifestazione organizzata per commemorare il bracciante agricolo. Che il 29 luglio del 2008, a soli 35 anni, trovò la morte nei campi di lavoro di Nuova Cliternia. Una piccola frazione di Campomarino. <strong>In Molise. Dove il lavoro nero è pratica quotidiana. Soprattutto in quei territori, dove esiste un’alta percentuale di caporalato.</strong> Nel rapporto Istat del 2010 (Noi Italiani. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo) si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria seguita a distanza da Molise e Basilicata”. Ma in Molise il dibattito sul lavoro nero non è mai stato aperto. Nessuno ne parla. Nessuno s’indigna. I lavoratori sfruttati hanno paura di perdere il “lavoro”. E dormono anche nei campi. Si attrezzano e restano attaccati all’unica speranza lavorativa. In condizioni disumane. <strong>L’esempio di Gheorghe sembra non essere servito a niente</strong>. Proprio nel giorno della sua commemorazione, nel posto in cui è stata posizionata la croce in ricordo di quel vergognoso episodio, erano presenti dei braccianti che raccoglievano i finocchi. Nel giorno della festa dei lavoratori. “Viviamo in un mondo cattivo – ha aggiunto Maria Radu nella chiesa di Nuova Cliternia – non esiste solidarietà tra le persone. Ho subito un incidente stradale, sono finita in una cunetta. Ho avuto difficoltà a ricevere dei soccorsi. Le persone fanno finta di niente. Ma questa è la cosa più sbagliata”. Dopo le celebrazioni sul campo di lavoro, dove Gheorghe Radu è stato abbandonato e lasciato morire “come un cane”, la manifestazione si è spostata nella piazza di Nuova Cliternia. Dove il parroco ha messo a disposizione la sua chiesa per i vari interventi. <strong>Per non dimenticare un lavoratore. Che si pagava i contributi da solo. Che sperava in un futuro migliore per la sua famiglia. Per sua figlia Valentina.</strong> Che ha commosso tutti con la sua lettera indirizzata al caro papà. “Mi manchi tanto, ogni giorno che passa sento la tua mancanza, sempre di più. Vorrei che tu fossi qui con me e con la mamma. Sto crescendo in fretta, peccato che non sei qui vicino a me. Ti voglio abbracciare forte e non lasciarti mai più andar via. Tutti mi chiedono perché sono triste. Ma loro non sanno che io sto soffrendo, perché mi manchi tu”. Quanto tempo ancora, Maria e Valentina, devono attendere per conoscere la verità? Troppe sono le domande senza risposte. Quel giorno Gheorghe si sentì male. Non venne soccorso. Chi era presente? Chi non ha offerto i soccorsi? Probabilmente, Gheorghe, poteva essere salvato. Perché è calato un assordante silenzio su questa vicenda? Perché le Istituzioni regionali non si sono comportate da Istituzioni? L’Assessore regionale Angela Fusco Perrella ha così risposto, dopo diversi mesi dal fatto, a un’interrogazione regionale: “Non ci sono elementi di conoscenza per rispondere a questa interrogazione, ricordo che la delega alla sicurezza è dell’Assessorato alla Sanità. Per quanto mi riguarda ho solo competenza per il problema dell’emersione del lavoro nero e il controllo di alcune fasi lavorative in determinate aziende. Comunque sono a conoscenza dell’argomento, ma in maniera indiretta”. Ecco come argomenta la classe dirigente molisana. Che continua a non fare il proprio dovere. Per il secondo anno consecutivo a Campomarino si è voluto ricordare Gheorghe. Grazie anche all’impegno di una dignitosissima donna, come Maria Radu. <strong>Per il secondo anno consecutivo si è registrata la totale assenza delle Istituzioni regionali, della classe politica. E anche di un’opposizione spenta, dormiente, distruttiva e incapace di contrastare un centro-destra fallimentare.</strong> Impegnata con le campagne elettorali e con le continue sconfitte. In una Regione in cui le mafie fanno i loro sporchi affari. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in Molise operano tre mafie: la camorra, la sacra corona unita e la ‘ndrangheta. Per il ciclo del cemento, per il riciclaggio, per il traffico di sostanze stupefacenti, per i rifiuti tossici, per l’affare dell’eolico. E per il lavoro nero. L’isola felice, termine molto caro alla classe dirigente (impegnata a mettere sotto il tappeto i problemi invece di risolverli), è contraddistinta soltanto dalla capacità di sostituire magistralmente il diritto con il favore. Del signorotto di turno che, con le pacche sulle spalle, attua il clientelismo più becero. Per fini elettorali. L’unico obiettivo della politica molisana. Sono trascorsi tre anni da quel maledetto giorno. L’indagine della Procura della Repubblica di Larino ancora non è stata chiusa. Risultano indagati tre soggetti: Teodoro Zullo, Edilio Cardinale e Domenico Scarano (con il quale Gheorghe aveva già lavorato in altre due occasioni). “Chiediamo con forza – ha dichiarato il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia &#8211; che la Procura della Repubblica di Larino dia delle risposte. Gheorghe Radu è la fotografia del nostro tempo di chi cerca una vita migliore e si ritrova clandestino e preda del caporalato. <strong>Di chi viene messo su un furgone quando è ancora notte e rientra a casa quando è nuovamente notte. Di chi nelle campagne è spremuto, sfruttato e privato di qualsiasi diritto nell’indifferenza e nell’ignavia di una società distratta, assente, collusa e silente</strong>”. Per Tiziano di Clemente del PCL Molise è necessario che il Comune di Campomarino individui un luogo da intitolare al giovane lavoratore rumeno. “Chiediamo che questa storia, proprio perché emblematica, sia rappresentata con una tabella esplicativa, nel luogo  che sarà individuato, perché tutti ricordino e tutti sappiano in quale società viviamo e quali sono le spietate leggi del modo di produzione dominante. Perché si rompa il silenzio e l’oblio su una vicenda che invece deve rimanere viva nell’opinione pubblica e nei lavoratori molisani”. <strong>Dallo sdegno e dall’indignazione deve nascere il riscatto.</strong></p>
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		<title>Ultimo naufragio: Pantelleria</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 08:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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L’immagine più straziante è quella di un giovane padre con in braccio il figlio. La barca è tutta incrinata su un lato, attorno le onde sono alte,di fronte gli scogli di Pantelleria. L’uomo è terrorizzato, si sente perso, ma una cosa ha ben chiara nella mente: salvare il suo bambino. Sulla barca, stipati in poche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6564" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/pantelleria.jpg" alt="" width="264" height="191" /></p>
<p><strong>L’immagine più straziante è quella di un giovane padre con in braccio il figlio</strong>. La barca è tutta incrinata su un lato, attorno le onde sono alte,di fronte gli scogli di Pantelleria. L’uomo è terrorizzato, si sente perso, ma una cosa ha ben chiara nella mente: salvare il suo bambino. Sulla barca, stipati in poche decine di metri insieme ad altri 192 disperati,di bambini ce ne sono sei. Tutti terrorizzati da quel mare che non hanno mai visto. <strong>Vengono dal deserto, fuggono dalla guerra in Libia</strong>. Hanno pagato gli scafisti e lottato col mare per cinque giorni e cinque notti. Sono i brutti sporchi e cattivi che l’Italia non sa accogliere, l’Europa respinge, e la Lega semplicemente odia. Sono i disperati che “bisogna respingere”, dice un ex ministro, nientemeno che alla Giustizia, come Roberto Castelli. Che nei giorni  scorsi si è rammaricato, perché “non possiamo sparargli per ora”.un altro suo compare in camicia verde, Francesco Speroni, che siede nei banchi dell’europarlamento, è pronto ad imbracciare il mitra. Si, usiamo la mitraglia contro quel bambino in bilico tra mare e scogli. Quello di Pantelleria è l’ultimo naufragio nel Canale di Sicilia.Un mare pieno di morti, 16mila dal 1998. Donne, giovani,bambini, uomini inghiottiti dalle onde e uccisi dall’indifferenza.</p>
<p><strong>Il barcone era partito da Tripoli cinque giorni fa.</strong> A bordo quasi duecento persone, 11 donne, sei bambini. Tutti fuggiti dalle atrocità della guerra civile in Libia. Il barcone viene individuata dalla Guardia Costiera, affiancato da una motovedetta e guidato verso l’approdo a Pantelleria. Le condizioni del mare sono pessime, c’è vento, ad un certo punto l’imbarcazione va “fuori rota” e finisce sulla scogliera in contrada Arenella. A bordo è il panico, dalla riva vengono lanciati salvagente e cime per aiutare chi cade in mare. Dalle onde spuntano le mani di uomini aggrappati alle funi e tirati a riva, altri terrorizzati sulla barca incrinata su un fianco. Marinai, poliziotti e carabinieri si lanciano in acqua per aiutare chi non ce la fa. Ore di lavoro. Muoiono due donne, giovani, scagliate contro gli scogli e poi trascinate a fondo dalle onde. I loro corpi vengono recuperati  e portati a riva. Ci sono anche due dispersi. Ma forse le vittime sono quattro, avvertono dalla procura di Marsala. C’è anche uno “scafista”, lo arrestano. Sono i superstiti ad indicarlo ai carabinieri. E’ l’ultimo anello della catena  dei trafficanti di uomini che sulle sponde libiche e tunisine stanno facendo affari d’oro in questi mesi.</p>
<p><strong>Tragedie, mentre l’Europa ancora si divide e non riesce a trovare una linea comune</strong>. Vani gli appelli del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che auspica “soluzioni concordate a livello europeo”. Perché dopo la Francia e la Germania anche il Belgio annuncia il controllo dei turisti alle frontiere . paletti e resistenze  che spingono il ministro Roberto Maroni a parlare di “fine dell’Europa”. “Ci sono regole sulla libera circolazione, o sospendono Schengen o non possono non farli entrare. Mi auguro che non si arrivi alla sospensione perché sarebbe la fine dell’Europa”. Ma è il rapporto con la Lega a provocare crepe nel governo. Berlusconi si barcamena, si dice fiducioso sull’impegno dell’Europa, sulla libera circolazione assicura “c’è una collaborazione assolutamente piena e la Commissione ha certificato che il permesso di soggiorno temporaneo funziona”. Poi per placare la Lega e i governatori del Nord, dice che i permessi, 10mila tra una settimana, e l’accoglienza non sono l’unica strategia del governo italiano per superare l’emergenza. Da alcuni giorni, spiega Berlusconi, “con due voli al giorno abbiamo cominciato i rimpatri” così come a Tunisi “abbiamo detto, ed è stato detto anche da Barroso con grande chiarezza, che l’Europa è pronta ad aiutare l’economia del paese soltanto se la Tunisia si impegnerà nel contenere quello che fino ad oggi è stato vero e proprio tsunami”.</p>
<p><strong>Europa e Italia alla deriva</strong>, incapaci di offrire soluzioni e di parlare all’altra sponda del Mediterraneo. La politica italiana che urla parole di odio e razzismo per meri poteri elettorali. <strong>Ma c’è una immagine di quest’ultima tragedia che si incarica di salvare la faccia del nostro Paese. Si vede un carabiniere fradicio di acqua di mare con in braccio un bambino di colore appena strappato alle onde. Ci sono i fotografi e l’uomo abbassa gli occhi. Per pudore, forse per nascondere la sua commozione.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il fatto Quotidiano il 14 aprile 2011)</p>
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		<title>Immigrati: sosta a Bologna</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 11:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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Tre o quattro giorni ancora e riusciranno ad ottenere il permesso di soggiorno di sei mesi. Il tempo utile alla questura per preparare i documenti e saranno definitivamente liberi di muoversi. È passata la prima notte e i diciannove tunisini, arrivati sabato scorso al Centro Beltrame di via Sabatucci a Bologna, non vedono l&#8217;ora di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6507" href="http://www.malitalia.it/2011/04/immigrati-sosta-a-bologna/tunisini/"><img class="alignnone size-full wp-image-6507" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/tunisini.jpg" alt="" width="246" height="185" /></a></p>
<p><strong>Tre o quattro giorni ancora e riusciranno ad ottenere il permesso di soggiorno di sei mesi</strong>. Il tempo utile alla questura per preparare i documenti e saranno definitivamente liberi di muoversi. È passata la prima notte e i diciannove tunisini, arrivati sabato scorso al Centro Beltrame di via Sabatucci a Bologna, non vedono l&#8217;ora di ripartire verso altre mete, come Francia, Germania e Belgio. </p>
<p><strong>Chokri si trova bene nel dormitorio</strong>: “è bello qui. Sono fuggito dalla Tunisia perchè non c&#8217;era da mangiare, né da lavorare”. I ragazzi sono da poco più di due mesi in Italia. Dopo lo sbarco a Lampedusa sono stati portati quasi immediatamente a Bologna, al Centro per l&#8217;identificazione e l&#8217;espulsione di via Mattei. Poi la sorpresa dei giorni scorsi: il rilascio. Nel suo paese Chokri, dopo aver finito gli studi, non era riuscito a trovare un lavoro e da qui la scelta di partire. Secondo il giovane “eravamo trentacinque tunisini nel Cie, ma non so perchè abbiano scelto proprio me. Ma fra quattro giorni me ne andrò”.</p>
<p> <strong>Abdeslam sorride e ha voglia di parlare</strong>: “la mia meta è la Francia, dove ho amici. Mi sono comunque trovato bene nel Cie, e anche qui. Ho però fame, non mangio da ieri sera”. Un operatore spiega, infatti, che “l dormitorio non distribuisce i pasti, non abbiamo alcuna mensa; il cibo lo portano la sera i volontari”.</p>
<p> I diciannove tunisini trascorrono la giornata scherzando fra loro, alcuni sono più loquaci di altri, come Ahmed, che però non vuole farsi fotografare: “ho 23 anni e una fidanzata in Francia che voglio raggiungere. In Tunisia passavo la giornata girando per la città, non c&#8217;è lavoro, nè soldi per mangiare”. Al suo fianco c&#8217;è Bilal, insieme sono sbarcati a Lampedusa e da lì sono stati portati ad Agrigento, per poi arrivare a Bologna. “<strong>Voglio dire grazie all&#8217;Italia – afferma -. Sono stato bene: c&#8217;è da mangiare e posto per dormire, sigarette, caffè, medicine. Ora voglio andare a Ventimiglia, per poi arrivare finalmente in Francia, dove c&#8217;è la mia famiglia”.</strong></p>
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		<title>Siamo pescatori, salviamo vite umane.</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 22:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[naufragio]]></category>

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I 51 superstiti del naufragio nel Canale di Sicilia hanno lasciato ieri Lampedusa con un aereo in direzione di Brindisi. Dall’isola, intanto, partivano elicotteri e motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanza alla ricerca dei corpi degli altri profughi provenienti dalla Libia che avevano tentato la traversata a bordo di un barcone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6483" href="http://www.malitalia.it/2011/04/siamo-pescatori-salviamo-vite-umane/ghiblisalvataggio/"><img class="alignleft size-medium wp-image-6483" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/ghiblisalvataggio-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>I 51 superstiti del naufragio nel Canale di Sicilia hanno lasciato ieri Lampedusa con un aereo in direzione di Brindisi.</strong> Dall’isola, intanto, partivano elicotteri e motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanza alla ricerca dei corpi degli altri profughi provenienti dalla Libia che avevano tentato la traversata a bordo di un barcone di 13 metri. Si tratta di 250 persone, secondo i sopravvissuti e le due motovedette della Guardia Costiera che nella notte di mercoledì sono intervenute sul luogo del disastro. Uomini, donne e bambini che i soccorsi non sono riusciti a strappare alla furia di un mare forza sei. Cosa è successo, quali sono state le cause che hanno provocato l’ennesimo affondamento nel Canale di Sicilia, lo stabilirà l’inchiesta già aperta dalla Procura di Agrigento. Un atto dovuto, secondo alcuni, un’indagine che cercherà di ricostruire minuto per minuto le fasi della tragedia, secondo altri. SONO passati dieci minuti dall’una di mercoledì, quando le autorità maltesi lanciano l’allarme, c’è un barcone in difficoltà (ma, come abbiamo scritto ieri, le condizioni non vengono descritte come tragiche) con a bordo centinaia di profughi. Il “bersaglio”, come si dice in gergo tecnico, è a 39 miglia da Lampedusa, da qui partono due motovedette della Guardia Costiera che arrivano sul posto alle 4,05.<br />
<strong>Il barcone è in difficoltà</strong>, il motore in avaria, le pompe non più in grado di espellere l’acqua imbarcata a causa di una falla. Una delle motovedette si avvicina e fa da riparo al legno dei profughi con l’obiettivo di impedire che le onde alte fino a tre metri ne provochino il ribaltamento. Sul barcone uomini e donne si agitano alla vista dei soccorsi, si spostano tutti su un lato proprio mentre la barca rivolge nuovamente il fianco alle onde. A questo punto la tragedia. Il barcone dei boat-people si ribalta, i profughi finiscono in mare. Dalle due motovedette vengono lanciati cime<br />
e salvagenti. In 50 vengono issati a bordo delle due motovedette,<strong> tre sono salvati da un peschereccio<br />
della marineria di Mazara del Vallo, “Il Cartagine”, chiamato dalla Capitaneria a prestare soccorso</strong>.<br />
E questa non è una novità per i pescatori che si spingono fino alle acque territoriali maltesi, tunisine e libiche ogni notte. Paolo Giacalone è l’armatore del “Cartagine”, gli chiediamo di raccontarci la tragedia.<strong> “Guardi che non è la prima volta che i nostri pescherecci salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Conosciamo e rispettiamo la legge del mare che pone al di sopra di ogni altra cosa la vita umana”.</strong> Giacalone ci parla dell’allarme di mercoledì. “Io ero a terra, e come ogni notte ero in costante contatto con i miei uomini che pescano al largo. Quando Francesco Rifiorito, il comandante del Cartagine, mi avvisa dell’sos ricevuto, nessuno dei due ha dubbi sul da farsi. Si molla tutto e si va”. Mollare tutto, tirare a bordo le reti, rinunciare al pescato e dirigersi verso un’operazione rischiosa. “Ne abbiamo salvati tre,ma l’angoscia è per le centinaia di persone morte in mare.<strong> Questa è gente che cerca un futuro, lo cerca qui, in Italia e noi abbiamo il dovere di regalargli un sogno”</strong>. L’armatore Giacalone si appassiona quando parla del suo lavoro. “Non capisco certe cose della politica, è lontana dalla realtà quando si parla di immigrazione. Vengano a Mazara se vogliono vedere un vero modello di integrazione. Ma lei lo sa che sui nostri pescherecci gli equipaggi sono divisi a metà, quattro africani e quattro italiani. E vanno d’accordo, soffrono gli stessi disagi, vivono le identiche gioie. Eppure noi abbiamo sofferto tanto per la guerra del pesce, quando i nostri pescherecci venivano sequestrati dalle autorità tunisine. Erano giorni di inferno, multe da centinaia di milioni di lire. Poi abbiamo affrontato la questione con pazienza, abbiamo parlato con i tunisini, formato società miste, lavoriamo insieme. Perché il Mediterraneo è grande e può dare lavoro a tutti. È un mare di pace che non può diventare un mare di mor te”.<br />
Gli armatori, riuniti nella Confederazione imprese della pesca di Mazara del Vallo, hanno scritto anche una lettera a Frontex,“perché qualcuno capisca la nostra disponibilità e ci rimborsi almeno i danni che subiamo quando prestiamo soccorso”. <strong>E se Frontex e le autorità italiane non dovessero rispondere? Giacalone sorride: “Faremmo quello che abbiamo sempre fatto. Salvare vite. Siamo pescatori, gente che lavora più col cuore che con la testa”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano  8.aprile.2011 )</p>
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		<title>Patacca tunisina</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 17:34:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla fine, dopo una giornata ancora con i nervi a mille, il grande esodo da Lampedusa si risolve di nuovo in un flop. Partono solo in 500, i più fortunati. I tunisini ancora stipati sul molo commerciale, la bidonville che tutto il mondo ha visto in queste settimane, se ne accorgono e reagiscono con violenza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6429" href="http://www.malitalia.it/2011/04/patacca-tunisina/immigratimolo/"><img class="alignleft size-full wp-image-6429" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/immigratimolo.jpg" alt="" width="240" height="192" /></a><strong>Alla fine, dopo una giornata ancora con i nervi a mille, il grande esodo da Lampedusa si risolve di nuovo in un flop</strong>. Partono solo in 500, i più fortunati. I tunisini ancora stipati sul molo commerciale, la bidonville che tutto il mondo ha visto in queste settimane, se ne accorgono e reagiscono con violenza. E’ sera quando un gruppo di loro comincia a lanciare sassi e oggetti contro i pullman che trasferiscono alcuni migranti verso il molo commerciale  per essere imbarcati, e contro polizia e giornalisti. Vogliono andar via, anche loro hanno creduto alle parole del governo italiano. “Entro 48-60 ore Lampedusa sarà svuotato.”, aveva promesso Berlusconi. Di ore ne sono passate 72 e tutto è ancora bloccato. Perché il vento ci ha fermato, dice il cavaliere, ed è la litania che ripetono i vertici della catena di comando che dirige le operazioni.</p>
<p>La verità è che alle otto di sera, ad uso e consumo delle telecamere dei tg, si vedono scene che sembrano tratte da “Il giorno più lungo”, il film sullo sbarco in Normandia. In rada c’è la nave militare S.Marco con i suoi mezzi da sbarco. E’ da giorni nelle acque di Lampedusa ma nessuno ha voluto utilizzarla prima, e questo è uno dei tanti misteri di questa emergenza voluta. Gli attracchi delle altre navi passeggeri non sono riusciti, sul molo commerciale i 4 mila tunisini che sono lì vedono “La Suprema”, un gigante del trasporto passeggeri marittimo in grado di accogliere tremila persone. Non si avvicina, il vento è ancora forte. Da Palermo e da Roma non arrivano ordini,nessuno vuole prendersi la responsabilità di azzardare.E allora si decide di utilizzare i mezzi da sbarco per trasportare 500 tunisini sulla “San Marco” e portarli a Napoli, direzione Santa Maria Capua Vetere. Ma qui la gente continua ad arrivare: in serata è stato avvistato a 15 miglia di distanza, un altro barcone con una sessantina di disperati a bordo. Tutti avevano promesso ai disperati del molo che la giornata di ieri sarebbe stata quella decisiva, tutti sarebbero stati imbarcati e avrebbero lasciato Lampedusa. Ma qualcosa ha continuato a non funzionare. E ciò ha reso ancora più snervante l’attesa sul molo commerciale. Già in mattinata ci sono stati momenti di tensione, soprattutto quando un ragazzo di nazionalità marocchina, ha dato fuoco  ad una roulotte abbandonata. Mentre altre centinaia di tunisini premevano per partire subito. Le mediazioni dei giorni scorsi sono saltate.</p>
<p><strong>Migranti e poliziotti si sono fronteggiati a pochi metri gli uni dagli alt</strong>ri. “Basta, non siamo venuti per mangiare questa merda”, ha detto uno degli improvvisati capi della rivolta incitando  gli altri allo sciopero della fame. A rendere ancora più incandescente la situazione, poi,la decisione di imbarcare sulla San Marco alla rinfusa. I numeretti assegnati nei giorni scorsi per stabilire l’ordine di partenza, sono diventati improvvisamente inutili. Ed è stata questa la scintilla che ha scatenato la sassaiola della serata. Sul molo molti tunisini urlavano, qualcuno minaccia il suicidio. La notte prima un ragazzo si è messo in piedi su un muretto dell’imbarcadero e si è lanciato a mare. Lo hanno salvato a stento. Mohammed, un tunisino di Susse che abbiamo conosciuto nei giorni scorsi, è seduto sul suo borsone di plastica lontano dagli altri. Si sfoga. “E’ un attesa infinita, a volte penso che vogliono lasciarci sua questa isola. Basta sono stanco di fare file per tutto, di aspettare una nave che non arriva mai. Il sogno di raggiungere la Sicilia e poi l’Italia e di andare finalmente in Francia, mi sembra un incubo”. Non sappiamo cosa dirgli, non abbiamo il coraggio di confessargli  che passerà un’altra notte all’aperto. Quando cala la tensione, mediatori culturali in lingua araba e i funzionari di polizia che in questi giorni hanno lavorato sul molo, parlano ai tunisini “Fate partire i pullman, non tirate sassi, stanotte partiranno 500 di voi, domani arriveranno altre navi”. E’ in arrivo il vento di bonaccia, assicurano dalla capitaneria di Porto e domani (domenica per chi legge-ndr) potranno attraccare tre grandi navi, la “Excelsior”, la “Suprema” e un altro traghetto. Se le cose andranno bene l’isola finalmente si svuoterà. Dipende dal tempo, dalla forza dei venti e del mare che nessuno ha previsto prima di organizzare un’operazione fallimentare. E’ solo l’ultimo capitolo di una emergenza annunciata e voluta che il governo ha gestito in modo confuso e disorganizzato ad iniziare dai rapporti con la Tunisia. Il 25 marzo scorso i ministri Frattini e Maroni avevano annunciato di aver raggiunto un accordo con il nuovo governo sul contrasto all’immigrazione clandestina. Ieri la smentita. Non c’è nessun accordo, tutto è ancora da definire. Anzi, le autorità di Tunisi rimproverano al governo italiano l’atteggiamento avuto in queste settimane e la gestione dell’emergenza  profughi.”La Tunisia rivolge un appello al governo e al popolo italiano affinchè diano prova di solidarietà con il popolo tunisino in questa tappa transitoria importante che vive il paese dopo la gloriosa rivoluzione”. Fonti del Ministero degli Esteri tunisino ricordano ancora come il paese si trovi ad affrontare  “le sfide poste dalla situazione attuale sul confine tunisino-libico, con l’arrivo di più di 150mila sfollati, che sono stati accolti con uno slancio di solidarietà senza precedenti”. <strong>Dalla Farnesina in serata una mezza smentita. Non c’era un trattato con la Tunisia, ma intese politiche chiare.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 3 aprile 2011)</strong></p>
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		<title>Come un dopoguerra</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 18:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Altro che isola svuotata in 48-60 ore. Lampedusa è ancora piena, 4 mila tunisini aspettano di essere imbarcati su navi che arrivano e ripartono vuote, ponti aerei annunciati e cancellati. Senza spiegazioni credibili, con un coordinamento delle operazioni da operetta.E i tunisini prigionieri sull’isola vivono esattamente come nei giorni passati. Dormono a terra, sul molo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6424" href="http://www.malitalia.it/2011/04/come-un-dopoguerra/lampedusaporto/"><img class="alignleft size-full wp-image-6424" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/lampedusaporto.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>Altro che isola svuotata in 48-60 ore</strong>. Lampedusa è ancora piena, 4 mila tunisini aspettano di essere imbarcati su navi che arrivano e ripartono vuote, ponti aerei annunciati e cancellati. Senza spiegazioni credibili, con un coordinamento delle operazioni da operetta.E i tunisini prigionieri sull’isola vivono esattamente come nei giorni passati. Dormono a terra, sul molo spazzato dal vento di maestrale,i più fortunati avvolti dalle coperte, quelli più sventurati con addosso i cartoni che raccattano nei bidoni della spazzatura. Chi non ha più un dinaro da cambiare, la maggior parte, mangia poco e male. Il “pane del governo” è scarso e fa pure schifo.Le condizioni di vita, denunciano Croce Rossa e Medici senza Frontiere, sono inaccettabili.E’ solo l’inizio del miracolo berlusconiano.<strong> E allora quest’altra storia della grande vergogna italiana va raccontata nei particolari. Iniziando dalle navi “fantasma”.</strong></p>
<p>La “Clodia” e la “Watling Street” della T-link non sono riuscite ad attraccare al molo di Cala Pisana a causa del forte vento di maestrale. Sono ripartite vuote, la “Clodia” con a bordo 230 poliziotti, carabinieri e finanzieri, da ore sballottati dalle onde. Il vento, quindi,è la spiegazione ufficiale. Voci raccolte negli ambienti della marineria, però ci raccontano una cosa diversa. Il contratto firmato dalle due compagnie scadeva ieri, vista l’impossibilità di caricare a bordo i tunisini, i traghetti non hanno aspettato oltre e sono andate via. Intanto in rada ci sono altre due navi, “la Suprema” in grado di trasportare 2800 persone e la nave militare “San Marco”.. Con i suoi mezzi da sbarco potrebbe caricare 850 tunisini e può affrontare il mare in qualunque condizione. Ma è ferma lì, al largo. Inutilizzata</p>
<p>Andiamo a Cala Pisana e alcuni pescatori presenti  ridono quando gli parliamo del vento forte di maestrale.”<strong>Ma che minchia dicono, un bravo comandante riesce ad attraccare, la banchina è sottovento, al riparo, quindi si può fare.”</strong>.Andiamo a farci raccontare la storia del molo  di Cala Pisana (una piattaforma di cemento tra le rocce con gli attracchi, una strada di collegamento e nessun altro servizio), progettata nel 1977, vent’anni dopo è stata completata la prima banchina che però non è mai stata utilizzata perché i fondali erano troppo bassi per le navi grandi. La seconda è stata inaugurata sei mesi fa ed ha visto attraccare un solo traghetto. Costo complessivo dell’opera  3 milioni e 970 mila euro. Andiamo al molo, è ora di pranzo, ancora una volta, chiediamo ad un migrante tunisino di farci vedere il pasto distribuito da “Lampedusa accoglienza”: c’è un piatto di plastica con due-tre cucchiai di riso, due panini vuoti ed un litro e mezzo di acqua. Tutto molto al di sotto degli standard umanitari, denuncia  Medici senza frontiere. Ci spostiamo verso il centro abitato dell’isola al panificio “Spiga d’oro” .Centinaia di persone sono in fila per il pane. Come in un dopoguerra disgraziato.<strong> Ci sono due ingressi vigilati dai figli del proprietario. Da una parte entrano i lampedusani, dall’altra i tunisini. Per due euro comprano un filone di pane e una vaschetta di “ciaki”  (la chiamano così), una zuppa calda di verdure e “arisha” (una bomba piccantissima una sorta di ‘nduja tunisina). A suggerirla ai proprietari della rivendita, un profugo tunisino, un cuoco</strong>. Riempe la pancia e dà calore. Si mangia poco e male e ci si arrangia, mentre sul molo sono fermi i tir della Protezione civile di Siracusa che due giorni fa ha portato una cucina da campo capace di preparare mille pasti al giorno. “per montarla – ci dice un volontario- ci serve mezza giornata e da quel momento siamo operativi, ma nessuno ci dice cosa fare”. Ieri mattina abbiamo anche assistito alla distribuzione del kit per l’igiene: una bustina piccola di shampoo marca “glamour” (tipo quelle che si trovano negli alberghi) e una saponetta minuscola. Per lavarsi e fare i propri bisogni, i quasi 4 mila tunisini che vagano per il molo hnno 16 cessi e 2 cisterne d’acqua. Gli standard internazionali, denuncia Msf, che parla di “situazione inaccettabile”, fissano parametri precisi: un bagno ogni 20 persone e 20 litri d’acqua a testa. C’è pessimismo sull’isola, la serata è fredda, il vento di maestrale taglia la faccia.. In migliaia dormiranno ancora all’aperto. Anche i cento minori non censiti e non presenti nelle due strutture di accoglienza.  Save the Children li chiama “gli invisibili”, piccole anime in balia della notte. Ma sull’isola del miracolo berlusconiano che non c’è, fortunatamente, vive un’ottimista, è il sindaco Dino De Rubeis. “Domani (oggi per chi legge -ndr) se Dio vuole e si calma il vento l’isola si svuota. Berlusconi è un uomo del fare. C’è solo un problema, la casa che aveva visto non gli piace, troppo vicina alla pista dell’aeroporto. Sa, il rumore. Ma noi abbiamo trovato una soluzione.” Il signor sindaco è persona gentile assai, vede che siamo in ansia e ci dà subito la notizia. “Sull’isola c’è un’altra casa, è appartenuta ad un console, la villa è grande, in zona isolata e tranquilla. E’ nella zona di Mare Morto. Stasera chiamo il Presidente  e gli do la buona novella. <strong>E’ sera, Berlusconi può stare sereno, a Lampedusa dormirà tranquillo e senza fastidiosi rumori. Intanto al molo migliaia di tunisini preparano i loro giacigli di cartone</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano.it)</p>
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		<title>Nell’inferno di Lampedusa</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 16:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. Proseguono gli sbarchi sull&#8217;isola siciliana. 
L’ultimo sbarco nell’inferno di Lampedusa al quale il cronista assiste è all’una e mezza del mattino. Arrivano in settanta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/sbarchi-pp-300x115.jpg" alt="" width="300" height="115" class="alignleft size-medium wp-image-6348" /><strong>Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca</strong>, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. Proseguono gli sbarchi sull&#8217;isola siciliana. </p>
<p>L’ultimo sbarco nell’inferno di Lampedusa al quale il cronista assiste è all’una e mezza del mattino. Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. <strong>E’ buio e la tendopoli di stracci e cartoni</strong> dove dormono ormai da giorni migliaia di disperati, neppure fa caso ai nuovi arrivi. Solo gli ultimi di una giornata che ha visto arrivare a raffica almeno 700 profughi. La punta più alta alle 17,39 di ieri. In poco meno di un’ora spuntano sette barconi, uno dietro l’altro. Poliziotti e marinai della Capitaneria non fanno neppure in tempo a far attraccare la prima barca, che subito all’orizzonte se ne profilano altre tre.</p>
<p><object height="136" width="100%"><param name="movie" value="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F675009&#038;show_comments=true&#038;show_artwork=true&#038;color=c4161c&#038;show_playcount=true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed allowscriptaccess="always" height="136" src="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F675009&#038;show_comments=true&#038;show_artwork=true&#038;color=c4161c&#038;show_playcount=true" type="application/x-shockwave-flash" width="100%"></embed></object><span><a href="http://soundcloud.com/ilfattoquotidiano/sets/lampedusa-il-caos-la-protesta">Lampedusa. Il caos, la protesta e la risposta politica</a> by <a href="http://soundcloud.com/ilfattoquotidiano">ilfattoquotidiano.it</a></span></p>
<p><strong>E’ un susseguirsi ininterrotto che per miracolo non sfiora in tragedia</strong>. Accade intorno alle sei di sera, quando una barca che sta attraccando si incrina su un fianco, quattro uomini finiscono in acqua con i loro zaini di plastica pesantissimi. Sono attimi di terrore, poliziotti e marinai li recuperano a fatica. L’acqua è sporca e fredda, nella concitazione un marinaio della Capitaneria si ferisce. Dopo un quarto d’ora gli uomini caduti in mare sono salvi. In fila come gli altri sul molo tremano dal freddo e vengono subito avvolti nelle coperte termiche. Triste conta della serata: 687 arrivi, dieci sono donne, 36 minori. <strong>Eppure la mattinata aveva visto l’arrivo di un traghetto della Grimaldi che ha gettato gli ormeggi a Cala Pisani,</strong> in grado di caricare 850 tunisini e portarli sulla terraferma. Insomma, si sperava in un “alleggerimento” di Lampedusa. Così non è stato: il bilancio finale è che al termine di questa giornata da incubo sull’isola sono presenti non meno di 5500 profughi. Un numero elevatissimo, più della popolazione residente. Lampedusa ancora resiste, riesce ad essere ancora solidale (nella nottata abbiamo visto i pescatori del peschereccio Dario, della marina di Pozzallo, regalare cassette di pesce ai tunisini sul molo), ma è esasperata. In serata si è diffusa la voce di epidemie, la gente è scesa in piazza e ha preso parte ad un comizio. “Non ne possiamo più”, dice Totò Martello, ex sindaco dell’isola, che annuncia una serie di manifestazioni di protesta. Nei prossimi giorni sarà convocato un consiglio comunale straordinario, mercoledì, in concomitanza col Consiglio dei ministri, corteo di protesta, giovedì serrata. “Ma non ci limiteremo a questo”, promettono sull’isola annunciando altre e ben più clamorose azioni di protesta.</p>
<p><strong>Sono stanchi anche i tunisini</strong>, stufi di vivere in condizioni disumane. Anche stanotte il molo si presentava nelle condizioni di una favela con la gente costretta a dormire per terra avvolta finanche nei sacchi neri della spazzatura, riparata sotto i camion parcheggiati, accucciata come cani sotto tende improvvisate sulla collina ormai ribattezzata Darfur. Un gruppo di tunisini ha iniziato lo sciopero della fame. Sono tutti giovani e in mano hanno pezzi di cartone scritti in uno stentato italiano. “Siamo persone. Europa, Italia ????”, con tanti punti interrogativi come a significare Europa, Italia, dove siete? E poi “Rispetto prima di pane”, il rispetto prima del pane. Anche quello scarso. Perché anche ieri, all’ora del pranzo e della cena la razione prevedeva un piatto di pasta o riso (freddo), due panini vuoti e acqua minerale. “Choper di fame”, sciopero della fame. E poi le condizioni igieniche. I moduli che comprendono cessi e docce sono ancora chiusi nei Tir del ministero dell’Interno parcheggiati proprio sul molo e sorvegliati da militari armati di tutto punto. E’ l’emblema della vergogna d’Italia. Quelle attrezzature, tende comprese, potrebbero alleviare le condizioni di centinaia di uomini, rendere meno bestiale l’attesa del loro trasferimento consentirgli di lavarsi, fare i propri bisogni in modo civile, dormire al coperto. E invece sono chiusi, inaccessibili. I lampedusani non hanno voluto che le tende venissero scaricate, il governo ha ceduto, non è riuscito né ad imporsi, né a spiegare le proprie ragioni. La gente non ha più fiducia nelle parole delle istituzioni. Teme che sulla loro pelle si stia giocando una sporca partita politica. Risultato finale: Lampedusa è una enorme tendopoli improvvisata, uno spettacolo allucinante con la gente accampata finanche sulla spiaggia costretta a lavarsi nelle acque putride del molo. Cosa accadrà oggi è difficile dirlo. <strong>La tensione è alle stelle e il mare è calmo. L’incubo di nuovi sbarchi si fa concreto. Dal mare arriverà altra disperazione e Lampedusa sa di essere sola.</strong></p>
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		<title>Storie di disperazione a Lampedusa</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 11:21:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Un tuffo all&#8217;improvviso, poi il migrante esce dall&#8217;acqua con un grosso polipo. Tra gli applausi: &#8220;E&#8217; la nostra cena&#8221;E’ sera quando nell’inferno di Lampedusa spunta una buona notizia. Dal barcone partito dalla Libia con 350 migranti a bordo è stata salvata una donna eritrea. Ha partorito da poco e sta male, un elicottero della nave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/03/storie-di-disperazione-a-lampedusa-nella-notte-700-arrivi-ed-e-emergenza-sanitaria/lampedusa-migranti-pp1/" rel="attachment wp-att-6339"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/lampedusa-migranti-pp1-300x115.jpg" alt="" width="300" height="115" class="alignleft size-medium wp-image-6339" /></a></p>
<p><strong>Un tuffo all&#8217;improvviso, poi il migrante esce dall&#8217;acqua con un grosso polipo. Tra gli applausi: &#8220;E&#8217; la nostra cena&#8221;</strong>E’ sera quando nell’inferno di Lampedusa spunta una buona notizia. Dal barcone partito dalla Libia con 350 migranti a bordo è stata salvata una donna eritrea. Ha partorito da poco e sta male, un elicottero della nave della Marina militare “Etna” la salva. Lei e il suo bambino vengono portati all’ambulatorio di Lampedusa (sull’isola non c’è un ospedale). Arriva che sono da un pezzo passate le otto di sera. Perde sangue e i medici le fermano l’emorragia, il piccolo, invece, ha ancora il cordone ombelicale attaccato. Poche decine di minuti e mamma e figlio possono offrirsi alla vista dei giornalisti. Lei è giovane, 26 anni, le sofferenze patite non sono riuscite a cancellare i segni di una bellezza antica, il bambino è un fiore. Lo chiamano Yeab Sera, dono di Dio, in arabo. Nel cortile dell’astanteria alcune donne di Lampedusa hanno portato tutine, pannolini, medicine utili per il neonato. Sono raggianti come se fosse nato un loro figlio. “Siamo felici – spiega un signora – perché è il primo bambino che nasce sull’isola dopo anni”. Sì, perché a Lampedusa non si partorisce, i figli qui nascono tutti a Palermo. E’ andata meno bene ad un’altra donna del barcone dei disperati. Anche lei era incinta, ed anche lei è stata soccorsa con l’elicottero e portata a Lampedusa. Non ce l’ha fatta a diventare mamma, il freddo, la paura, la mancanza d’acqua patita in ore e ore di navigazione su un legno fradicio hanno ucciso il suo bambino.</p>
<p><strong>Storie di disperazione da Lampedusa, dove dalle otto di ieri sera sono arrivati altri 700 disperati</strong>. Cento in meno dei trasferimenti che un traghetto privato assicurerà questa mattina. E così sull’isola della vergogna ci sono almeno 4mila tunisini. Gente esasperata costretta a vivere in condizioni disumane. Abbiamo fatto un giro sull’isola, una via Crucis che è iniziata nella Stazione marittima.</p>
<p><strong>Qui d’estate arrivano corpi profumati e belli, volti allegri di gente in vacanza. Ora è un dormitorio dove sono ammassate centinaia di persone</strong>. I cessi sono intasati, l’odore di merda e piscio è insopportabile. I giacigli di cartone e coperte sono marci di sudore. Fuori tre cessi chimici collassati da tempo. “Stamattina – ci dice un volontario della Croce Rossa ormai all’esasperazione – hanno svuotato quintali di merda”. Sopra la Stazione marittima c’è il Darfur. Una tendopoli di stracci e fogli di plastica, cassette per il pesce e cartoni. Da lassù si vede il molo, o meglio, le migliaia di corpi tunisini che lo occupano. Molti hanno dormito all’aperto, tutti aspettano il pranzo e il numero della salvezza. Verranno portati con i bus al Cie dove gli verrà dato un nuovo numero. Chi è sbarcato prima parte prima per l’Italia. E’ ora di pranzo quando arriva un altro barcone con 130 disgraziati, tutti maschi, tre sono minori, uno sta male e lo portano via in ambulanza. Anche loro si mettono in fila per prendere una busta gialla di plastica. La apriamo: il pranzo di oggi prevede un piatto di plastica, ricoperto di plastica, con dentro un paio di cucchiaiate di riso al pomodoro, due panini e una bottiglia di acqua. Fine. “Questo ci dà l’Italia, un grande Paese che costringe migliaia di uomini a vivere come animali. Noi siamo un popolo povero, ma alla frontiera di Ras El Jadir, abbiamo costruito una tendopoli civile, assicuriamo un pasto decente a 90mila profughi dalla Libia”. Il signor Lotfi è partito da Sfax, in Tunisia ha lasciato due figli e una moglie, vuole andare in Francia, si guarda attorno e allarga le braccia. <strong>“Non mi aspettavo tutto questo”. Meglio non dirgli che a pochi passi da noi, quegli enormi Tir parcheggiati con la scritta “Ministero dell’Interno” contengono tende e docce, cessi chimici e attrezzature.</strong>Non le hanno scaricate perché i lampedusani giorni fa hanno protestato. “La nostra isola non può diventare un campo profughi”. La politica si è fermata e i Tr sono lì, chiusi e sorvegliati dai bersaglieri. E oggi Lampedusa è un Lazzaretto a cielo aperto. “Siamo pochi, qui se scoppia un casino ci buttano a mare. Sarà guerra civile”, si sfoga un giovane finanziere da ore sotto il sole. Lampedusa è pronta ad esplodere, la politica dovrebbe tacere o pronunciare parole sobrie. E invece, Raffaele Lombardo, governatore di una Regione senza bussola, parla e le parole le sbaglia tutte. Qualcuno, forse un immigrato, ha occupato un suo casotto in campagna e lui è arrabbiato assai. “Lo avevo detto che bisognava uscire col mitra”. In mattinata arriva a Lampedusa. Speriamo bene! Abdel, invece, a mare si butta davvero. E’ un lampo. Da una ventina di minuti è sul ciglio del molo e fissa l’acqua, vede qualcosa, tira via maglietta e pantaloni e si lancia. Un’immersone rapida e riemerge: in mano ha un polipo dei cinque chili almeno. I suoi compagni applaudono. <strong>“Questo è il nostro pranzo”. Si ride, ma solo per un attimo.</strong><br />
Area marina protetta, qui, in locali angusti, anche la scorsa notte hanno dormito buona parte dei 200 minori arrivati dal mare. “Non è vietato, ma non entrate che è meglio”, mi dice un volontario. Entro con un dottore di “Medici senza frontiere”. Il liquido giallo e puzzolente che ha allagato le stanze ci arriva alle caviglie, il puzzo è insopportabile. In fondo a questa laguna putrida un ragazzo tunisino tormenta i tasti di un pianoforte. Neder Suai ha 15 anni, parla solo arabo e ci fa capire che ha male al piede. Toglie scarpa e calzini e ci mostra un arto livido, tumefatto, le dita piegate, avrebbe bisogno di un paio di scarpe più comode. Il medico che ci accompagna scuote la testa: “Va portato subito in ospedale”. I minori ora li hanno portati in una casa della fraternità della Parrocchia e nella ex base militare Loran. Andiamo. C’è la recinzione, un cancello e dietro le camerate. Operai stanno rinforzando le difese con filo spinato nuovo di zecca. I ragazzini ci parlano con le dita aggrappate al reticolato. <strong>“Io voglio tornare a casa, ho sbagliato, voglio la mia famiglia”</strong>. Salah Eddin ha 15 anni e viene da Zarzis, un asciugamani bianco sulla testa a proteggersi dal sole. Gli occhi annegati nelle lacrime. Nel suo sogno italiano il filo spinato non c’era.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 27 marzo 2011)</p>
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		<title>I morti anonimi di Lampedusa</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 18:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Il cimitero sull’isola che raccoglie i corpi dei clandestini annegati
Rafik è uno dei duemila tunisini ancora costretti nell’enorme campo profughi che è diventata l’isola di Lampedusa. Come la maggior parte dei suoi connazionali è giovane e vaga senza sosta da un bar all’altro, dice ciao e sorride a tutti, si ferma davanti alle vetrine di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/02/i-morti-anonimi-di-lampedusa/immigrati-3/" rel="attachment wp-att-5960"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/immigrati.bmp" alt="" class="alignleft size-full wp-image-5960" /></a></p>
<p><strong>Il cimitero sull’isola che raccoglie i corpi dei clandestini annegati<br />
Rafik è uno dei duemila tunisini ancora costretti nell’enorme campo profughi che è diventata l’isola di Lampedusa</strong>. Come la maggior parte dei suoi connazionali è giovane e vaga senza sosta da un bar all’altro, dice ciao e sorride a tutti, si ferma davanti alle vetrine di souvenir e a quelle che pretenziosamente si chiamano boutique.<br />
Ormai, come gli altri, le ha viste tutte, una, due, tre volte, e con i pochi dinari portati dal suo paese ha comprato quello che poteva: felpe firmate (rigorosamente made in China) e jeans. <strong>È nei pressi dell’aeroporto quando si imbatte nel cronista. Parla un po’ di italiano e timidamente chiede di indicargli la strada per il cimitero</strong>. È più su, poco meno di un chilometro, nel punto più alto dell’isola. Di fronte solo il mare. “Voglio vedere la terra dove dormono i miei fratelli”, racconta. Qualcuno gli ha detto dei tanti immigrati morti nel Canale di Sicilia, il grande cimitero d’acqua che divide le sponde della Tunisia e della Libia dalla porta d’Europa. “Mi hanno raccontato che i pescatori spesso trovavano dei corpi impigliati nelle reti, li portavano a terra e gli italiani li seppellivano qui, nel vostro cimitero”.</p>
<p><strong>Andiamo, percorriamo pochi metri fra vecchie tombe con le foto ingrigite dei morti e nuove che i defunti li rappresentano in strane gigantografie a colori</strong>. Facce sempre sorridenti e sullo sfondo l’azzurro mare che circonda Lampedusa. Un muratore che sta sistemando dei loculi ci capisce al volo. “Le tombe dei clandestini? La sono, in fondo, dove c’è il muro”. Pochi passi e arriviamo di fronte a un fazzoletto di terra coperto da erbacce e immondizia, fiori di plastica anneriti dal tempo, bottigliette piegate dal sole e lattine. L’erba è alta e quasi copre le dodici croci che contiamo. Croci per morti di un’altra religione che impone il rispetto di un altro dio e offre altri simboli per la preghiera e il riposo eterno. Croci di morti restituiti dal mare. Non c’è un nome, non c’è una data. Solo numeri. Cinque, otto, sette&#8230; Rafik guarda e ammutolisce, osserva quella desolazione in silenzio. Il rumore dello scalpello del muratore e lo stridio dei gabbiani sono l’unica colonna sonora di questo luogo di tristezza e di abbandono.</p>
<p><strong>Rafik chiude gli occhi, forse si concentra sulle parole di una sua preghiera, pochi </strong>minuti, la visita ai suoi fratelli uccisi dall’indifferenza e dal mare è finita. Ci racconta la sua storia. “Loro sono fuggiti per la fame, alla ricerca di un minimo di benessere, l’Europa li ha respinti e hanno trovato la morte. Io sono scappato dalla mia terra perché cerco la libertà”. Ha trent’anni e ci dice di essere laureato in Ingegneria. “In Tunisia c’è il caos, le bande di Ben Alì sono ancora all’opera, sono forti e controllano buona parte del Paese, mentre il nuovo regime non ha il pieno controllo della situazione. Non si può vivere così. Ho scelto di partire perché rivoglio la mia vita. Spero solo di andar via presto da quest’isola”. Poche parole, poi il giovane tunisino riprende il suo cammino, come gli altri fanno da giorni continuerà a girare in circolo sui 20 chilometri quadrati di questo pezzo di roccia in mezzo al Mediterraneo. Il mare dove tanti “fratelli” di Rafik, uomini e donne, vecchi e bambini, hanno trovato la morte. La memoria del cronista va a uno degli episodi più tragici di questa lunga odissea. Marzo 2002, al largo di Lampedusa, a poche miglia dalle acque territoriali tunisine, il peschereccio “Eli-de” della marineria di Mazara del Vallo incrocia un barcone sovraccarico di disperati. Un legno di sette metri sul quale erano stipate almeno settanta persone. Uomini e donne, tanti bambini. <strong>Un pescatore coraggioso e generoso, Vito Diodato, comandante del peschereccio, lancia a mare cime, salvagente, finanche cassette di legno per aiutarli. Il mare è mosso, le onde alte spaccano in due il barcone</strong>. Si salvarono solo in nove. Gli altri, quelli che la videocamera di un uomo dell’equipaggio aveva filmato mentre salutavano e battevano le mani sicuri di essere finalmente salvi, finirono in mare. Annegati. Anche di gesti così è fatto il dramma di questa immigrazione senza sosta che trova nelle rocce di Lampedusa il primo approdo. <strong>Della generosità dei suoi pescatori che da un decennio, ormai, soccorrono barconi di migranti</strong>. Sono gesti silenziosi spesso sovrastati dal frastuono delle parole sbagliate della politica, mortificati dall’incuria nella quale sono costretti a vivere i lampedusani, umiliati da quelle dodici croci senza nome che spuntano appena dall’erba alta di un cimitero di fronte al mare.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano dl 18 febbraio 2011).</p>
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		<title>Cous cous e pallone</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 22:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Ma Lampedusa sta per esplodere
L’incubo di Lampedusa si chiama “bonaccia”, il vento che addolcisce il mare. Dopo le turbolenze di questi giorni sta per arrivare, assicurano i vecchi pescatori sul molo. Annusano l’aria, osservano le onde e sanno leggere dentro le loro increspature, litigano un po’ tra di loro e poi sentenziano che sì, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/02/cous-cous-e-pallone/coucous/" rel="attachment wp-att-5929"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/coucous.bmp" alt="" class="alignleft size-full wp-image-5929" /></a></p>
<p><strong>Ma Lampedusa sta per esplodere<br />
L’incubo di Lampedusa si chiama “bonaccia</strong>”, il vento che addolcisce il mare. Dopo le turbolenze di questi giorni sta per arrivare, assicurano i vecchi pescatori sul molo. Annusano l’aria, osservano le onde e sanno leggere dentro le loro increspature, litigano un po’ tra di loro e poi sentenziano che sì, la bonaccia arriverà e presto. E allora saranno guai grossi per Lampedusa e per l’Italia. Perché tutti lo sanno, pochi lo dicono, pochissimi fanno qualcosa: appena il mare si placherà dai porti di Zarzis, Sfax e Monastir partiranno migliaia di tunisini in fuga dal caos e dalla fame. Invaderanno questa piattaforma di pietra in mezzo al Mediterraneo, e sarà il collasso totale. Perché qui tutto, l’acqua, il cibo, la benzina, insomma, ogni cosa che serve a vivere, arriva dal mare. Che è ricchezza, ma anche disperazione.<br />
<strong>Il mare attira turisti e porta profughi</strong>. La gente lo sa e sta resistendo anche a questa ultima emergenza, in giro c’è tanta preoccupazione ma non ancora paura.Il centro dell’isola sembra un angolo di Marrakech, con quei giovani uomini dalle facce scure che affollano i bar e bevono caffè e thè. Molti erano chiusi e aprivano solo d’estate, ora hanno riaperto e messo i tavolini all’aperto. Qualche gestore ha anche preparato un pentolone di cous cous per venire incontro ai gusti dei tunisini. E’ gratis è scritto su un cartello. <strong>I supermarket hanno gli scaffali vuoti</strong>. I nuovi ospiti hanno un po’ di soldi in tasca e li stanno spendendo. La scena più bella nel pomeriggio:un incontro di calcio. Una squadra di tunisinio contro una di ragazzi italiani.Tutti a calciare la palla a piedi nudi. Sono arrivati altri poliziotti, carabinieri e finanzieri, nove vedette della Guardia Costiera,tutti vigilano con discrezione il centro di accoglienza e il centro del paese.. Tutto sembra andare bene, anche Laura Boldrini,la portavoce dell’UNHCR, ha apprezzato “i lampedusani e il loro spirito di accoglienza”. Ma è un equilibrio fragile, che si può rompere da un momento all’altro . Ieir al centro di accoglienza è bastata la parola rimpatrio, improvvisamente pronunciata da un giornalista, per far salire all’improvviso la tensione. Urla in arabo, pianti, un tentativo di assemblea, facce brutte e pugni chiusi mostrati a cameramen e giornalisti. Solo l’intervento degli operatori dell’ONU, dei mediatori culturali e dei due imam, ormai punto di riferimento di questo pezzo di Tunisia sbarcato a Lampedusa, ha placato gli animi e rimesso le cose a posto.<br />
<strong>La realtà è che sull’isola ci sono ancora troppi migranti</strong>. I numeri di ieri. 209 tunisini (anche 9 donne e alcuni bambini) sono partiti nella mattinata trasportati sulla terraferma da una nave e da un volo aereo, altri cento sono partiti con un volo serale. Nel Cie, frettolosamente chiuso due anni fa e frettolosamente riaperto domenica scorsa, ci sono ancora 1800 persone. La struttura ne può ospitare al massimo la metà. Le condizioni igieniche sono allarmanti, non c’è un letto al coperto per tutti. Le camerate sono intasate, come dimostrano le immagini girate dalle telecamere del nostro sito, molti sono costretti ancora a dormire all’aperto. Lo stesso sindaco Bernardino De Rubeis ammette che i trasferimenti sono insufficienti. “Bisognerebbe portar via almeno 7-800 persone al giorno, perché se qui si calma il mare e sbarca altra gente scoppia il finimondo”.<br />
<strong>L’impressione è che, ancora una volta, sulla pelle dei migranti e dei lampedusani si stia giocando una sporca partita politica</strong>. La stessa visita di Berlusconi e Maroni ieri a Catania è stata un fallimento. “Maroni – dice il sindaco di Caltagirone, Francesco Pignataro – vuole contenere entro i confini della Sicilia il fenomeno migratorio”.Con Berlusconi, il ministro dell’Interno ha individuato il residence degli Aranci a Mineo, nei pressi dell’ex base di sigonella, come soluzione per ospitare i tunisini di Lampedusa. Si tratta di 404 villette a schiera costruite per i militari USA in grado di dare un tetto ad almeno 2 mila persone. “Questa è follia pura, vogliano costruire una riserva indiana, trasformando questa area in una bomba ad orologeria”, ha tuonato il sindaco Pignataro.<br />
<strong>Anche gli altri centri del Sud sono in crisi</strong>. Quello di Crotone, ad Isola Capo Rizzuto, sta esplodendo ha solo 900 posti, dopo gli sbarchi dei giorni scorsi, è arrivato a contenere 1400 emigranti. “Il collasso è prossimo”, giurano i responsabili. Tutto è sulle spalle di Lampedusa e dei suoi eterni problemi. I pescatori sono sul piede di guerra “fermi, bloccati da due settimane. I tunisini non c’entrano, stiamo protestando contro il caro gasolio e la mafia del pesce. Domani qui scoppia la rivoluzione se il governo non ci darà risposte concrete, dice Paolo Risa. E’ un uomo di mare , anche lui guarda le onde e annusa l’aria. <strong>Perché se soffia vento di bonaccia a Lampedusa è il finimondo.</strong><br />
(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 16 febbraio 2011)</p>
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		<title>Lampedusa, porto della disperazione</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 04:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Alle sei della sera la vergogna dell’Italia è una fila di giovani uomini inginocchiati nella polvere con un foglio di carta in mano. Non sono più esseri umani in fuga da una guerra civile e alla ricerca di pane e pace. Sono numeri. Chi è arrivato prima vince la lotteria della vita. Chi ha il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/02/lampedusa-del-nostro-disonore/immigrati-2/" rel="attachment wp-att-5902"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/immigrati.jpg" alt="" width="260" height="194" class="alignleft size-full wp-image-5902" /></a></p>
<p><strong>Alle sei della sera la vergogna dell’Italia è una fila di giovani uomini inginocchiati nella polvere con un foglio di carta in mano</strong>. Non sono più esseri umani in fuga da una guerra civile e alla ricerca di pane e pace. Sono numeri. Chi è arrivato prima vince la lotteria della vita. Chi ha il numero più basso ringrazia il suo dio: finalmente può scappare dall’isola, raggiungere un luogo della terra ferma, forse conquistare un altro pezzo di carta, guadagnare lo status di rifugiato e fuggire in Europa, la terra che non lo vuole. Samir è disperato, le lacrime bagnano la sua faccia di bambino. Lui il foglietto l’ha perso. Urla in un misto di francese e arabo che è regolare, che il numero ce l’aveva. I carabinieri non lo capiscono. E allora si mette davanti al pullman già pieno di altri sventurati. Si sdraia a terra. Lo sollevano, lo tirano a forza oltre il cancello. La strada è libera, ora il torpedone della libertà può partire. Destinazione aeroporto.<strong> Cento disgraziati che il Mediterraneo ha spinto qui, nel punto più estremo d’Italia, partono per una destinazione che non conoscono. Forse un altro punto della Sicilia, forse un centro di accoglienza in un altro luogo d’Italia.</strong> Gli altri 2200 disperati resteranno a Lampedusa, l’isola che è ormai una zattera alla deriva nel Mediterraneo. Rinchiusi in un centro che la propaganda del governo e del suo ministro leghista aveva chiuso due anni fa, a dimostrazione che l’emergenza immigrati era finita e che i lampedusani potevano continuare a prosperare con la pesca e il turismo. Balle, politica bugiarda, buona per tg e giornali di regime. La realtà sono i materassi di spugna che vediamo buttati a terra nel cortile del centro, all’aperto, con uomini che passeranno la notte rannicchiati come feti in coperte troppo corte per vincere l’umido e il freddo. E camerate zeppe dove non si può entrare, non si può filmare. Anche l’informazione è clandestina nel Paese che non deve vedere scene come quelle che il cronista vede e fotografa. Materassi di spugna anche nei corridoi, tra bottiglie di acqua e resti di cibo. Un odore di sudore e piscio che prende allo stomaco. “Non mi lavo da quattro giorni. Non ci sono docce per tutti, non ci danno asciugamani e manca anche il sapone”, ci dice uno dei ragazzi della camerata. Il centro è stato costruito per ospitare tra 800 e 900 persone. Ce ne sono tra i 2200 e i 2500, ammassati come bestie, vittime di una emergenza fin troppo annunciata che nessuna autorità italiana ha voluto vedere.<br />
<strong>Quattromilacinquecento persone sono sbarcate dal 10 al 13 febbraio su questo pezzo di roccia dove vivono poco più di 5mila italiani</strong>. Tutti giovani, almeno 200 minori, tutti fuggiti da quello tsunami di paura, violenza, fame, disperazione che dalle coste nordafricane sta travolgendo l’Italia. Ragazzi che incontriamo lungo le strade di Lampedusa. Molti hanno soldi e chiedono dove possono cambiare i loro dinari, carta straccia che nessuno vuole, neppure le banche del posto.  “Solo dollari, only dollars”, urlano gli impiegati. Un tizio col codino e l’accento siculo, invece, si è organizzato il suo sportello privato. Lui la carta straccia la prende, ma a modo suo. “Dieci dinari, tre euro. Li vuoi, se no cazzi tuoi”. Avviciniamo Chawaki che ci racconta di essere partito dal porto di Zarzis. <strong>Parla un misto di francese e dialetto siculo. “Voglio andare in Francia, lì ci sono i miei parenti. Sono scappato da Tunisi perché si spara, ci sono i cecchini. Perché ora al potere ci sono gli amici di Iddu, ‘o presidente, e comandano sempre loro. Perché Iddu non vuole nesciri”. </strong>“Italia libertà”. Wahid, 26 anni, ci saluta con le dita a V di vittoria. “Vengo da Sfax, ho visto ammazzare la gente per strada dalle guardie del presidente. Ho pagato 4milioni di dinari (circa 2mila euro, ndr) per il viaggio nel peschereccio. Non voglio stare qui, voglio andare in Germania”. Vagano per l’isola i ragazzi venuti da Monastir, da Sfax, da quella nuova Tortuga che è il porto di Zarzis. “Questi non sono clandestini, sono profughi, aiutiamoli”, ci dice il venditore di bibite che distribuisce acqua gratis a tutti. Antonio Caprarotta, che vende frutta e verdura, non accetta dinari, non vuole i soldi dei disperati. I tunisini entrano, chiedono frutta, lui allunga mele, pere mandarini e si accontenta di un grazie. “Questi sono maltrattati pure da dio”, è la sua filosofia. Grande cuore a Lampedusa, l’isola che la sciatteria del governo ha trasformato in un enorme campo profughi. “La tensione è alle stelle – racconta Giusi Nicolini, di Legambiente – non so fino a quando potremo sopportare questa situazione. Il governo ha sbagliato tutto e andrebbe denunciato per omissione di soccorso. Hanno aperto il centro tardi e male, nei primi giorni qui c’erano più di 4mila persone infreddolite, malate, affamate, e solo due medici”. Emergenza umanitaria, l’hanno definita. “Io parlerei di un numero elevato di persone sbarcate e di una situazione difficile da gestire”, dice invece Laura Boldrini dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. <strong>“Voglio ricordare che nel 1999 sulle coste pugliesi arrivarono 30mile persone. Ora, però, bisogna decongestionare l’isola, perché c’è il rischio concreto di nuovi sbarchi”. </strong>Altre decine di migliaia di persone che premono nei porti tunisini e libici. Un’onda enorme di umanità che ha già perso quel poco che aveva pronta a sbarcare qui, a Lampedusa, povero scoglio alla deriva nel Mediterraneo. Troppo vicina all’Africa. Troppo lontana da Roma.</p>
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		<title>Dossier Rosarno: un anno dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 20:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA
(di Enrico Fierro)
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5433" title="casa di valarioti (la signora è la mamma)" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casa-di-valarioti-la-signora-è-la-mamma-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA</strong><br />
<em>(di Enrico Fierro)</em><br />
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro diritti in tanti (almeno 500) e con civiltà hanno chiesto di vivere e lavorare in modo dignitoso e nel rispetto di leggi e contratti. Anche in terre dove tutto, anche l’aria che si respira, è controllato dalla mafia e condizionato dalla malapolitica. Sono scesi in piazza un anno dopo “i fatti di Rosarno”.<br />
<strong>La rivolta dei braccianti neri</strong>, la caccia all’uomo e la scoperta che in un punto sperduto d’Italia uomini venuti da lontano alla ricerca di un pezzo di pane, vivevano (vivono) come bestie. Ammassati nei capannoni di una fabbrica fallita (uno dei tanti esempi dell’inganno industriale della Calabria), tra cartoni ed escrementi, topi e sporcizia, sfruttati da caporali senza scrupoli e imprenditori agricoli con foreste di pelo sulla coscienza, rifiutati da una popolazione di bianchi che in quelle facce nere e scavate forse rivedeva i volti raccontati da Franco Costabile, calabrese e poeta maledetto morto suicida a 41 anni. “Il bracciante la sera si guarda nella bettola il manifesto del piroscafo e degli uccelli bianchi. Lui e il suo cuore non vanno d&#8217;accordo”. Non c’erano piroscafi un anno fa per i braccianti neri cacciati da Rosarno, ma pullman, torpedoni della vergogna che dovevano portar via, lontano dalla Calabria, quegli uomini sfruttati e sottrarli così ai linciaggi.<br />
<strong>“Non dovete ringraziarmi, noi siamo tutti uguali</strong>”. Nell’indifferenza della gente di Rosarno (al corteo organizzato dalla Cgil e dall’associazione Radici di bianchi se ne sono visti pochi), una donna quasi novantenne, la veste nera di un lutto che la avvolge da trent’anni, l’unica a pronunciare parole giuste e straordinariamente moderne. Si chiama Caterina ed è la mamma di Peppe Valarioti, eroe civile della Calabria, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno 1980. Si era occupato di arance e braccianti, di cooperative e speculazioni sui contributi comunitari e aveva capito che la ‘ndrangheta dei Pesce, dei Bellocco e degli altri mammasantissima che da sempre dominano nella Piana di Gioia Tauro, aveva messo le mani sul business degli agrumi. Lo uccisero e la sua morte, come tante altre morti civili nelle terre di ‘ndrangheta, è rimasta impunita. I braccianti neri hanno voluto fermarsi sotto la casa di Peppe, hanno stretto la mano dell’anziana madre, hanno scambiato con lei qualche parola. E’ toccato ancora una volta a loro, ritessere il filo di una memoria che a Rosarno e in Calabria in troppi hanno velocemente cancellato. Quella di uomini, sindacalisti e dirigenti politici, che non molti anni fa si sono battuti per la giustizia e il lavoro, contro i boss della ‘ndrangheta e i politici corrotti. Uomini morti giovani con in testa il sogno di una politica dalle mani pulite sempre. Ieri i neri di Rosarno, gli ultimi della terra in una terra che la sua classe dirigente precipita sempre più giù nelle classifiche nazionali, hanno reso omaggio a questa storia. <strong>Nella Calabria dei consiglieri che si inginocchiano di fronte ai boss, baciano le loro mani, trattano pacchetti di voti per la Regione e per il Parlamento è una buona notizia. Una grande lezione di civiltà. Una piccola speranza per la Calabria.</strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5434" title="manifestazione" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/manifestazione-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>MIGRANTI, A ROSANO NULLA È CAMBIATO</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em><br />
<strong>Non sempre il tempo serve per migliorare le cose</strong>, a volte le rende peggiori. A un anno esatto dai “fatti” di Rosarno nulla è cambiato. I migranti continuano a vivere in sofferenza e condizioni disumane: niente acqua, niente luce, niente gas, niente scarpe comode per affrontare il lavoro al gelo nei campi, niente case confortevoli ma soliti tuguri nascosti nelle campagne deserte, niente integrazione. Se qualcuno parla di “situazione migliore” si riferisce al fatto che, a differenza dello scorso anno, non sono più 2500 gli africani che vivono in città ma 700; che il governo ha pensato di programmare un progetto di accoglienza che però tarda ad attuarsi e comunque non si riferisce a più di 120 persone e che, infine, a seguito della deportazione di massa dello scorso gennaio sono stati eliminati anche alcuni luoghi simbolo del degrado, i ghetti neri come l’ex cartiera (che era già stata chiusa prima degli scontri), l’ex rognetta e l’ex Opera Sila.<br />
Non è azzardato dire che parte di quelli tornati a Rosarno stavano meglio in quei posti. Ora sono molto più impauriti e isolati. Gli africani sono, nella gran parte, gli stessi di quelli dello scorso anno. Costretti a tornare per la fame e la miseria. Al loro paese moltissimi lasciano moglie e figli. Per non dare troppo nell’occhio ora sono sparsi nelle campagne cittadine, rendendosi così solo invisibili. Qualcuno ha trovato una casa nel centro storico dove vive insieme ad altri connazionali. Altri, più fortunati, nella vicina frazione di Drosi, a Rizziconi, dove le cose vanno un po’ meglio. Altra novità sconcertante è che gli immigrati – che guadagnano sempre dalle 20 alle 25 euro al giorno, quando riescono a lavorare – devono pure farsi carico dell’affitto che arriva fino a 150 euro al mese per un posto letto, se così si possono definire una brandina e un materasso di seconda mano. Il tetto spesso nemmeno c’è nelle vecchie costruzioni di campagna. E loro, che neppure trovano la forza per ribellarsi ancora, pagano in silenzio e fanno fatica anche a dirlo, hanno paura di essere cacciati o deportati nuovamente.<br />
<strong>Si sono abituati nel frattempo alla curiosità dei cronisti. Non si nascondono più</strong>. Chiedono addirittura aiuto, qualcuno ti fa vedere i piedi nudi e ti dice che per lavorare ha bisogno di un paio di scarpe. Gli infradito in inverno, con il freddo pungente, servono a ben poco.  Sono persone a cui è stato negato ogni diritto. Ai margini della società. Per recarsi al lavoro pagano inoltre il trasporto in macchina che è di circa 2.50 euro andata e ritorno. E poi ci sono i caporali. I migranti, quelli più deboli, sono spesso la vittima privilegiata di queste persone che vivono fra gli “invisibili” in campagna ma che hanno imparato a parlare meglio l’italiano rispetto agli altri connazionali, quindi sono bravi a trattare con il padrone.<br />
La sera, dopo una giornata di lavoro faticoso – si fa rientro in quei tuguri bui e gelidi, circondanti da tanto fango e maleodoranti. Qui i migranti mangiano un boccone, riscaldano l’acqua in grandi pentole per lavarsi e dormono in 15 o 30 persone nella stessa “casa”. Sperando che all’alba, una volta fuori sulla statale 18, si riesca a trovare un lavoro per racimolare qualche spicciolo. In un momento in cui ci si mette di mezzo la crisi agrumicola che rende difficoltosa pure l’attività dello sfruttamento per gli speculatori. Che probabilmente ora sono attirati anche dalla presenza di gruppi di popolazioni dell’Est.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5435" title="casaimmigrati" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casaimmigrati-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>La rivolta dello scorso inverno </strong>– in parte reazione agli italiani che hanno iniziato ad aprire il fuoco – ha generato un inferno vero e proprio in paese. Lo spettro di quell’inferno ancora si agita in quelle strade che portano alle campagne dove vivono in isolamento i migranti, che però negano di avere vissuto la guerriglia urbana. I rosarnesi che non hanno preso parte agli scontri si sono barricati in casa, altri non hanno mai smesso di dire che Rosarno non è razzista. E’ stato da più parti escluso l’interessamento della mafia alla rivolta, il lavoro bracciantile non sembra essere in preda alle cosche, ma le modalità con cui sono stati affrontati gli scontri sono certamente mafiose.<br />
<strong>Il lavoro nero, il guadagno illecito dei caporali di turno</strong>, lo sfruttamento brutale non sono certo esempi di legalità. Di questo l’operazione Migrantes dello scorso anno aveva già chiarito ogni dubbio. Quel gennaio 2010, però, non ha insegnato nulla. L’integrazione con il resto della popolazione non c’era e non c’è. E tutti si sentono impotenti di fronte a tanta povertà e miseria. Gli immigrati non hanno dove andare, lo confessano loro stessi. Vorrebbero trovare i soldi per far visita ai propri cari almeno una volta all’anno.<br />
Ma in certi casi la miseria li trattiene pure in estate in questi luoghi, sempre isolati dal resto del mondo. Eppure loro il sorriso non lo perdono. Quando ci parli ironizzano sulla loro condizione di vita. Pare che ci abbiano fatto il callo e che sappiano tanto perfettamente quanto terribilmente che il loro destino è questo. La preoccupazione più grande è quando qualcuno di loro è chiamato dai propri cari. Spesso quello che guadagnano basta appena a mandare qualche soldo a casa. L’impotenza a quel punto è totale. E fa più male dell’indifferenza.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5436" title="case" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/case-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’Osservatorio per i migranti AfricaCalabria &#8211; Rosarno</strong> – di cui Peppe Pugliese è l’esponente numero uno non ha mai smesso di dare assistenza agli africani e di fare fronte alle problematiche quotidiane. Lo faceva già prima che scoppiasse l’emergenza e la rivolta. Materassi, vestiti, cibo e cure sono cose che sbrigano i volontari e la rete di persone che hanno intorno. Allora se manca la luce, i beni di prima necessità, se si fa male qualcuno è Pugliese che interviene a tempo pieno. Proprio lui, senza voler fare polemica, ha evidenziato che la situazione dei migranti “non si scopre solo una volta all’anno – tanto per fare passerelle – ma è un impegno che ognuno come può deve assumere tutti i giorni”.<br />
Tanto da sapere quando un migrante – come nel caso di Kante Marcus Fakemo deceduto lo scorso 14 novembre – si ammala e muore per le conseguenze di una polmonite bilaterale. <strong>Pugliese non è stato coinvolto nell’iniziativa della Cgil </strong>e della neo associazione Rete Radici. Il suo impegno giornaliero è evidentemente apprezzato solo dai migranti. Che allo stesso modo sono riconoscenti a Norina Ventre, mamma Africa, che non ha mai smesso di prendersi cura di loro trattandoli come figli.<br />
D&#8217;altra parte nessuno gli dà maggiori speranze. Il neo sindaco Elisabetta Tripodi, ha fatto un giro nelle campagne nei giorni scorsi per constatare la situazione. Ma in quei luoghi ha probabilmente verificato la difficoltà di operare di fronte a tanto malessere. Rosarno è una delle città nella Piana di Gioia Tauro che esce da due anni di commissariamento per infiltrazione mafiosa. Dare un nuovo volto a un paese che negli anni è stato piegato dalla ‘ndrangheta, non è sicuro una cosa facile. Così come non è facile ridare la dignità che è stata negata ai migranti. Ad un anno dai fatti di Rosarno la Cgil, insieme all’associazione Rete Radici hanno deciso di scendere in  piazza per la difesa dei diritti degli immigrati.<br />
In una manifestazione sit-in che a Rosarno partirà da piazza Valarioti e a Reggio Calabria si svolgerà davanti alla Prefettura nella mattinata di oggi.<br />
La Tripodi aveva dichiarato nei giorni scorsi che la situazione rispetto allo scorso anno non era cambiata di molto. Ma ieri è uscita una nota stampa in cui si annuncia l’apertura – nella prossima settimana – di un campo nella zona industriale, in un’area concessa al Comune in comodato d’uso per cinque mesi dall’Asi, con 20 container con 6 posti ciascuno messi a disposizione dalla protezione civile regionale. In grado di accogliere un centinaio di migranti. Il primo cittadino ha affermato – sempre nella nota – di avere già fatto un sopralluogo. Anche in questo caso solo 120 migranti beneficerebbero dei posti nel container. E bisogna capire per quanto tempo.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5437" title="calogero cgil" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/calogero-cgil-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /> <strong>Uno degli slogan del corteo di oggi</strong> è “tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. La Cgil è scesa in piazza per chiedere il permesso di soggiorno ai migranti che lavorano nei campi del Sud; un piano agricolo della Piana che rilanci l’economia e crei lavoro; pratiche di ospitalità costruite dal basso: modello Drosi; un tavolo regionale su politiche dei migranti e lavoro in agricoltura; il superamento della legge Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza, delle politiche del governo Berlusconi.<br />
E poi diritti per tutti: per una alleanza tra piccoli produttori, i lavoratori migranti, i consumatori senza il diritto a una alimentazione sana, i cittadini onesti. La maggior parte dei migranti ha difficoltà a lavorare perché sono richiedenti asilo, una posizione che li vede quasi come irregolari.<br />
Tanti, circa 300, i migranti scesi in piazza a Rosarno e che poi sono saliti in pullman per andare a manifestare davanti alla Prefettura a Reggio Calabria.<br />
Pochi, nessuno, dei cittadini al corteo. Qualcuno affacciato timidamente alla finestra di casa propria. Scarsa la partecipazione della politica locale e regionale. Nessun rappresentante della Piana a parte il sindaco di Rosarno.<br />
Anche se al corteo il gonfalone del Comune non s’è visto.<br />
La storia si ripete, ma senza violenza fisica: neri da una parte, bianchi dall’altra. La percezione, purtroppo, è questa. L’integrazione passa anche dalla partecipazione. A sfilare solo qualche giovane studente del liceo Scientifico di Rosarno. <strong>E loro, gli invisibili, i migranti</strong>. Che non sembravano però gli stessi che vivono nelle campagne. Almeno dal modo in cui erano vestiti. Qualcuno di loro faceva le foto con il cellulare, altri erano fieri dei propri occhiali da sole. Al corteo insieme a Rete Radici, Cgil, fra gli altri, c’erano don Pino De Masi, il referente di Libera per la Calabria e Peppino Lavorato, storico ex sindaco antimafia di Rosarno.<br />
«Gli africani neri sono gli amici del popolo rosarnese – ha affermato Lavorato –. Io sfilavo 50 anni fa con i braccianti e le raccoglitrici di olive per la difesa dei diritti e per il salario. Oggi – ha proseguito – sono lieto di sfilare per i diritti dei lavoratori qualunque sia il colore della pelle. Devono essere difesi e rispettati da tutte le persone perbene». Lavorato ha voluto chiarire che gli amministratori locali poco possono fare per i bisogni quotidiani degli immigrati. Dato che mancano le risorse.<br />
Per questo ha richiamato la Regione Calabria e il governo nazionale che potrebbero far fronte ai bisogni dei migranti. «Le amministrazioni locali – ha aggiunto l’ex sindaco – hanno però la possibilità di svolgere un compito importante per l’accoglienza e l’integrazione. Questa nuova amministrazione ha iniziato con il piede giusto, con la presenza e la sollecitazione alle istituzioni». Mentre per don De Masi il problema dei migranti è strettamente legato a quello delle politiche agricole. «I migranti – ha detto il referente di Libera – devono essere visti come una risorsa, una ricchezza. Rispetto allo scorso anno la conflittualità è migliorata. Dal punto di vista abitativo si è aggravata la situazione. Il caporalato esiste ancora ed è diffuso anche fra di loro» ha spiegato, evidenziando che i conflitti si potrebbero scatenare ancora vista la crisi nel settore e la mancanza di lavoro diffusa fra la stessa popolazione rosarnese. Il segretario generale della Cgil della Piana, Nino Calogero, ha fatto infine presente che per i progetti ai migranti si utilizzano ancora i fondi del Pon sicurezza.<br />
«E’ sbagliato – ha spiegato Calogero – perché non si tratta di una questione di ordine pubblico o di criminalità, ma serve un intervento sociale». Al di là delle singole posizioni nessuno ha negato che non è cambiato nulla. Anche le richieste sono quelle di un anno addietro. <strong>Non cambia il dolore e la sofferenza di chi vive imprigionato nella povertà, lontano dal calore umano. Non cambiano il volto e gli occhi di chi, disperato, chiede solo integrazione e dignità. Non cambia lo sguardo di chi ha ancora davanti le immagini della rivolta e della violenza. </strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-5447" title="scontri2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/scontri2010.jpg" alt="" width="271" height="186" /><strong>I FATTI DI ROSARNO. LA CRONOLOGIA</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em></p>
<p>GIOVEDI 7 GENNAIO 2010<br />
Ore 14.00 – ferito migrante all’ex Opera Sila di Gioia Tauro.<br />
Ore 15.30 – Ferito migrante alla Rognetta di Rosarno.<br />
Ore 17.00 – Protestano 300 migranti sulla statale tra Gioia Tauro e Rosarno: auto bruciate, barricate per strada e feriti cittadini rosarnesi. Disordini nel centro di Rosarno.<br />
Ore 18.00 – Migranti incontrano la commissione straordinaria di Rosarno nel municipio.</p>
<p>VENERDI’ 8 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Arrestati 7 migranti, la polizia piantona i dormitori.<br />
Ore 8.00 – Rosarnesi iniziano barricate.<br />
Ore 9.30 – Maroni dichiara: “con i migranti fin troppa tolleranza”.<br />
Ore 10.00 – Migranti al Comune dopo il corteo vigilato dalle forze dell’ordine.<br />
Ore 12.00 – Rosarnesi presidiano il municipio per fare espellere gli irregolari.<br />
Ore 14.30 – Arrestato Antonio Bellocco, nel corso di nuovi scontri.<br />
Ore 15.00 – Riunito a Rosarno il comitato provinciale ordine e sicurezza.<br />
Ore 16.00 – Il pefetto Varratta: “Maroni invierà una task force interministeriale”. Arrestati Giovanni Bono e Giuseppe Ceravolo.<br />
Ore 18.30 – Gambizzati due migranti tra Laureana e Rosarno. Napolitano: “fermare senza indugio ogni violenza”.<br />
Ore 19.00 – Striscione inneggiante alla liberazione del detenuto Andrea Fortugno davanti al Comune.<br />
Ore 22.00 – 200 migranti accettano di lasciare Rosarno in pullman verso Crotone e Bari, sotto il lancio di pietre e impotente servizio d’ordine alla Rognetta.<br />
Ore 23.00 – Arrivo della task force.</p>
<p><em>Guarda il video degli scontri</em><br />
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<p>SABATO 9 GENNAIO 2010<br />
Ore 8.00 – Continua il trasferimento dei migranti verso i centri di prima accoglienza.<br />
Ore 10.00 – Task force riunita: “Fatti gravi”.<br />
Ore 11.00 – Ferito migrante a Gioia Tauro.<br />
Ore 12.00 – Incendiato casolare di campagna occupato da 10 migranti a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – 15 migranti minacciati da un uomo armato di pistola in un casolare di Rosarno.<br />
Ore 19.00 – Rimosse le barricate innalzate nei pressi dei dormitori sgomberati.<br />
Ore 21.00- Bilancio della polizia: 21 migranti feriti, di cui 8 ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro, Polistena e Reggio. Feriti 14 rosarnesi, 10 agenti di polizia e 8 carabinieri.</p>
<p>DOMENICA 10 GENNAIO 2010<br />
Ore 6.00 – I carabinieri “cacciatori di Calabria” battono le campagne per mettere in salvo i migranti.<br />
Ore 8.00 – Comitato spontaneo di rosarnesi decide di organizzare una manifestazione.<br />
Ore 9.00 – I vigili del fuoco demoliscono la rognetta.<br />
Ore 10.00 Sentita omelia del parroco don Varrà.<br />
Ore 12.00 – Duro appello del Papa all’angelus “Rispettateli”.</p>
<p>LUNEDì 11 GENNAIO 2010<br />
Ore 10.00 – Vertice alla Procura di Palmi.<br />
Ore 16.00 – Corteo del Comitato aperto dallo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai media. 20 anni di convivenza non sono razzismo”.<br />
Ore 17.00 – Polemiche per la censura dello striscione “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”.<br />
Ore 19.00 – Annuncio prossima visita di Napolitano a Reggio Calabria: “Solidarietà e legalità oscurate”.</p>
<p>MARTEDI’ 12 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Incendiata auto di un ghanese, in via Fiume, nel centro storico di Rosarno.<br />
Ore 5.00 – Operazione antimafia “vento del nord”. 17 arresti contro il clan Bellocco, per fatti non collegati ai disordini.<br />
Ore 12.00 – Il Comitato annuncia il proprio scioglimento.<br />
Ore 17.00 – Crisi internazionale. L’Egitto accusa l’Italia: “violenze contro minoranze arabe e musulmane”.</p>
<p>MERCOLEDì 13 GENNAIO 2010<br />
Ore 12.00 – Maroni alla Camera sui fatti di Rosarno: Ripetute violenze ai danni dei migranti da parte di provocatori rosarnesi. Il trasferimento volontario ha interessato 748 migranti, i clandestini erano 19”.<br />
Ore 16.00 – Annunciati fondi (1,8 milioni di euro) per un vecchio progetto “centro per i migranti regolari” all’interno di un bene confiscato al clan Bellocco.</p>
<p>GIOVEDI’ 14 GENNAIO 2010<br />
Ore 15.00 – Il segretario del Pd Bersani incontra a Palmi il vescovo e partecipa a un incontro pubblico a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – Comitato di vigilanza parlamentare in materia di immigrazione arriva a Rosarno.<br />
Ore 21.00 – “La spremuta”, la rivolta di Rosarno nella trasmissione tv Annozero.<br />
Sull’episodio della censura dello striscione, il comitato: “è stato un equivoco”.</p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5442" title="africani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/africani-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /><strong>IMMIGRATI, LAVORO NERO E IL BUSINESS DELLE BRACCIA</strong><br />
<em>(di Laura Aprati)</em><br />
Ad un anno dagli scontri di Rosarno, di fronte alla desolazione in cui vivono migliaia di braccianti occorre fare una riflessione anche sulla nostra società.<br />
Due inchieste, “Leone” e “Migrantes”, hanno messo in luce come proprio in Calabria tra imprenditori e caporalato ( spesso oramai anche questo costituito da cittadini extracomunitari) esiste un patto di ferro e di soldi per trafficare in esseri umani.<br />
Intercettazioni hanno evidenziato come si facevano accordi per poter avere lavoratori a basso costo e soprattutto ricattabili. In uno dei colloqui si sente un imprenditore calabrese che chiede al suo referente di procurare 5/6 operai per un suo “compare” che ha una segheria e il colloquio segue con la spiegazione su come fare la domanda, su come presentare la denuncia dei redditi (“aggiustata” ad arte dal commercialista di fiducia).<br />
<strong>Quanto  possono rendere gli immigrati? Per ogni richiesta che l’imprenditore fa può avere dai 4 ai 7mila euro e ognuno di loro può fare almeno 5 richieste. A questo poi va aggiunto lo sfruttamento sul lavoro: 25 euro per 10 ore di lavoro!</strong></p>
<p><em>Ascolta l&#8217;audio in formato mp3</em><br />
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Confindustria, le associazioni delle piccole e medie imprese sono parte in causa in questo fenomeno e se hanno iniziato, parzialmente, a cercare di ripulirsi dalla “mafia” debbono fare altrettanto con gli imprenditori che guadagnano su esseri umani che cercano solo una vita migliore. <strong>Come va considerato un imprenditore che guadagna, al nero, sulle richieste per braccianti/operai extracomunitari e poi li lascia in mano ai caporali? Meglio o peggio di un assassino o di un mafioso?</strong></p>
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		<title>A Rosarno: un voto in odor di mafia?</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 22:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Angela Corica)
Nel periodo in cui vanno di moda gli elenchi è opportuno tenere gli occhi aperti a quello dei nomi dei candidati nelle liste per le Comunali di Rosarno. Nella città a tutti nota per gli scontri che hanno coinvolto i migranti lo scorso gennaio si vota domenica e lunedì, dopo 24 mesi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/rosarno.bmp" alt="" title="rosarno" class="alignleft size-full wp-image-4903" />(di Angela Corica)<br />
<strong>Nel periodo in cui vanno di moda gli elenchi è opportuno tenere gli occhi aperti a quello dei nomi dei candidati nelle liste per le Comunali di Rosarno</strong>. Nella città a tutti nota per gli scontri che hanno coinvolto i migranti lo scorso gennaio si vota domenica e lunedì, dopo 24 mesi di guida dei commissari a seguito dello scioglimento del Consiglio comunale guidato dal sindaco Carlo Martelli per infiltrazione mafiosa. Almeno 13 i nomi degni di nota. Tre gli schieramenti, guidati da altrettanti indipendenti. Quello dell’avvocato Giacomo Saccomanno (con quattro liste civiche di orientamento centrodestra); quello di Elisabetta Tripodi (con altre quattro liste, fra cui quella della Pd e della sinistra che si riconosce nell’ex sindaco antimafia Giuseppe Lavorato); e quello di Raimondo Paparatti che presenta una sola lista del Pdl. </p>
<p><strong>Nel pieno di una campagna elettorale quantomai sofferta nel regno delle cosche Bellocco e Pesce (quest’ultima decapitata nell’ultima operazione All Inside 2 di qualche giorno addietro), i temi della campagna elettorale sono piuttosto deboli. «La mafia, si è capito ormai, non è un problema solo del Sud» si sente ripetere dai microfoni dei comizi. «Le cosche operano tanto da noi quanto in Lombardia». </strong>E così per i candidati bisognerebbe pensare al rilancio della cultura, delle tradizioni e della storia della città Medmea, oltre che all’agricoltura. Punto di forza, questa, dell’economia cittadina, nonostante negli anni siano emersi casi e casi di sfruttamento degli extracomunitari, sottopagati e costretti a vivere in condizioni disumane, sfociati poi nella rivolta dei migranti lo scorso inverno. «Dobbiamo essere orgogliosi di dire che siamo rosarnesi» aggiungono i candidati. Fra gli altri problemi di vitale importanza, la viabilità e le buche nelle strade&#8230; «Colpa delle precedenti gestioni del Comune negli ultimi 10 anni». Insomma per chi ha scelto la candidatura le elezioni tanto a Rosarno quanto in qualsiasi altro comune sono la stessa cosa. A tal punto che sbirciando fra le liste, compaiono i nomi di persone che provengono da una esperienza amministrativa discutibile, quella dell’ex sindaco Martelli, e del consiglio sciolto in cui ex assessori e consiglieri risultano avere o precedenti penali o essere vicini alle cosche. <strong>Si potrebbe dire che l’elenco di nomi poco “puri” che compaiono ricorda forse troppo l’esperienza passata. I rapporti di parentela o di amicizia con gli ambienti malavitosi ci sono e sono evidenti. Così come esistono candidati che provengono dal precedente consiglio sciolto per mafia.</strong> </p>
<p>E laddove il coinvolgimento era troppo palese si sono candidati amici, parenti, figlie o mogli degli ex “politici”.  Il quadro è allarmante e anche se i partiti (non è invece arrivato il divieto del governo attento al fenomeno mafioso in questo senso) hanno scelto di fare “liste pulite” intendendo con ciò l’esclusione di candidati che siano stati condannati, non si può negare che questa pulizia sia solo parziale. A sinistra non ci sono particolari problemi. Nelle liste della Tripodi, addirittura, ci sono persone che fanno parte dell’Osservatorio per i migranti e diversi esponenti dell’Arci. Con la Tripodi anche parte dell’Udc che ha formato la lista “Il centro per Rosarno”. I finiani, invece, nonostante abbiano da poco aperto una sezione cittadina di Fli, hanno scelto di non appoggiare nessuno schieramento. <strong>Nella lista del Pdl troviamo Agostino Barone (consigliere di maggioranza nel consesso sciolto). Di lui, si legge nella relazione che è alla base dello scioglimento di due anni fa, si conoscono le frequentazioni con Antonino Cacciola, segnalato all’autorità giudiziaria per associazione per delinquere e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e truffa ai danni dell’Inps.</strong> Nella stessa lista anche Federica Ventre, figlia di Mimmo Ventre, assessore nel Consiglio sciolto per mafia. Mimmo Ventre, annotano i carabinieri nel documento inedito, ha precedenti per truffa a danno alla Comunità europea ed è stato condannato nel 1987, pena sospesa, a 100 mila lire di multa per emissione di assegni a vuoto. <strong>Quel consiglio comunale della prima di tre giunte Martelli – nate da rimpasti, dimissioni e rotazioni fra gli assessori &#8211; contava della presenza, fra gli altri, di Francesco Rao, nipote del consigliere provinciale Gaetano Rao che, a sua volta – emerge nella relazione firmata dall’allora prefetto Francesco Musolino &#8211; è nipote acquisito del defunto boss Giuseppe Pesce. </strong></p>
<p>I Rao, avendo scelto di evitare i sospetti e le polemiche, hanno candidato Antonella Cordì, che è cognata di Francesco. Lo schieramento di Saccomanno è, sotto ogni punto di vista, il più variegato. A partire dal farmacista Aldo Borgese, consuocero del boss latitante Marcello Pesce, uno dei capi indiscussi della cosca. Un legame particolare dato che Borgese figura anche come presidente dall’associazione cittadina Antiracket, uno dei tanti gruppi calabresi che esistono solo sulla carta. Sempre nella lista “Patto di solidarietà per Rosarno”, è schierato Girolamo Falleti, 19enne figlio di Cecè Falleti, che era candidato con Noi Sud alle Regionali del 2010 ed ha avuto una condanna per truffa. <strong>I sostenitori di Saccomanno credono fortemente nel ruolo della donna nel tessuto politico e sociale. Tanto da pensare ad una lista fatta di sole quote rosa. In testa Rosanna Careri, moglie di Mimmo Garruzzo, anche lui assessore nella giunta Martelli. Garruzzo, risulta dalla relazione che portò allo scioglimento, è stato più volte sorpreso in compagnia di Giuseppe Bellocco, esponente di spicco dell’omonima cosca oltre che in compagnia di Antonio Francesco Rao, tratto in arresto nel febbraio dell’’89 nell’ambito di una operazione che ha coinvolto altre 43 persone nella Piana di Gioia Tauro, ritenute responsabili del reato di associazione di tipo mafioso.</strong> Nella terza lista di Saccomanno “Nuovi orizzonti” troviamo Salvatore Barbieri (già assessore con delega al bilancio nella giunta Martelli) e Antonino Rao ex vicesindaco nel Consiglio sciolto. Rao, già consigliere provinciale Udc e primo cittadino rosarnese, ha precedenti per associazione mafiosa, associazione per delinquere, falsi in genere e violazioni nel settore inquinamento delle acque. E’ stato condannato a otto mesi di reclusione, pena sospesa, per i reati di abuso d’ufficio, falsità materiale in atti pubblici in concorso. Sempre in questa terza lista Tiberio Sorrenti, ex consigliere di Forza Italia finito in carcere nel 2007 per una inchiesta su una truffa ai danni dell’UE nel settore dell’agrumicoltura, insieme ad altre 44 persone in una operazione dei carabinieri e della guardia di finanza. Il cerchio si chiude con la lista “Indipendenti azzurri”. </p>
<p>Qui troviamo Antonio Domenico Barbalace (consigliere di maggioranza con Martelli). Nel curriculum di Barbalace un pregiudizio di polizia per omessa custodia di armi. Lo stesso è stato controllato a bordo di una autovettura in compagnia di Michele Bellocco. Nell’ultima lista anche Rosario Malvaso, consigliere di minoranza del consiglio sciolto per mafia. Malvaso nel 1964 è stato deferito, in stato di irreperibilità, dai carabinieri di Rosarno per tentato omicidio, è stato deferito poi in stato di libertà dai carabinieri di Gioia Tauro per associazione a delinquere di tipo mafioso e, in seguito, anche per violazione delle norme in materia ambientale. Questo il quadro generale di una città pronta al voto. In cui si cerca di coinvolgere sempre più parte della cosiddetta società civile, lasciando da parte i temi della politica in senso stretto. Ma in un centro che, senza ombra di dubbio, soffre della presenza massiccia della criminalità organizzata, per dire che nelle liste ci sono delle persone che oltre a fare parte della società civile, hanno avuto qualche problema con la giustizia o hanno legami di parentela con pregiudicati, bisogna aspettare un nuovo scioglimento? <strong>Fatto sta che mentre è stata approvata, proprio nei giorni scorsi, la legge Lazzati per stroncare l’infiltrazione dei clan nella politica, gli escamotage per mascherare l’inquinamento del voto si trovano. Eccome. E quello di Rosarno, in questo senso, sembra essere un esempio lampante.  Per il governo, parallelamente, è tempo di bilanci oltre che di soddisfazione per le notevoli operazioni di polizia, soprattutto contro la ‘ndrangheta. Governo che si fregia di avere  rafforzato le misure antimafia per limitare condizionamenti all’interno delle pubbliche amministrazioni. Sarebbe forse il caso di prevenire?</strong></p>
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		<title>Come può un poliziotto&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 08:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Francesco Perrella)
Spesso per capire un presente che ci appare assurdo basta scavare un po&#8217; nel passato. Rileggere le storie a cui magari sul momento non si è prestata attenzione, che apparivano insignificanti e sterili. Storie che valgono la pena di essere raccontate, come quella dell&#8217;ex agente Matteo Federici, classe 1981, un ragazzo come tanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4890" title="brescia" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/brescia.jpg" alt="" width="223" height="167" />(di Francesco Perrella)<br />
<strong>Spesso per capire un presente che ci appare assurdo basta scavare un po&#8217; nel passato</strong>. Rileggere le storie a cui magari sul momento non si è prestata attenzione, che apparivano insignificanti e sterili. Storie che valgono la pena di essere raccontate, come quella dell&#8217;ex agente Matteo Federici, classe 1981, un ragazzo come tanti cresciuto nella provincia romana ed entrato in polizia dopo il diploma, spinto un fascino per la divisa che portava nel cuore già da bambino.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/tSD_-pV10_U?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/tSD_-pV10_U?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Di stanza a Torino, in una domenica di febbraio del 2003 sta rientrando dalla sua prima missione, un servizio di sicurezza allo stadio di San Siro durante la partita Inter-Reggina. Sul pullman pieno di suoi colleghi la chiacchiera si sposta rapidamente sul calcio; i più ridono su come, a Roma, i tifosi romanisti, per lo più di sinistra siano stati spinti fuori dalla curva da quelli di destra. <strong>Matteo interviene nella discussione, assicura che, essendo anch&#8217;egli un tifoso della Roma ed assiduo frequentatore dell&#8217;Olimpico, non è mai stato coinvolto in simili episodio di politicizzazione del calcio</strong>. I colleghi più anziani provocano, accusandolo di essere una “zecca”, uno di quelli che, a Genova, nel 2001 aveva sputato sulla polizia. Anche qui Matteo invita a non generalizzare, sostiene che non tutti i manifestanti di Genova fossero li con intenti violenti e che, se sputavano, lo facevano non sugli uomini, ma sulle istituzioni. Si scatena il putiferio, e solo un richiamo di un ispettore riporta l&#8217;ordine sul pullman, ma la vicenda non è destinata ad esaurirsi qui. Alcuni agenti che avevano partecipato al servizio a Milano stilano una relazione sul caso che arriva sul tavolo della Commissione Consultiva della Scuola allievi di Piacenza; benché lo stesso ispettore responsabile della squadra di cui faceva parte Matto sostenga, seppure con qualche riserva, la versione dell&#8217;agente, ponendo la questione sul tono della “ragazzata”, il direttore della scuola, Mattia La Rana, è deciso nel comminare al giovane la pena della “deplorazione”, decisione che viene rapidamente confermata dal Ministero dell&#8217;Interno, ma che appare spropositata a fronte del fatto contestato. Prima coincidenza: fanno la loro comparsa due richiami disciplinari rivolti all&#8217;agente Federici, uno per aver “smarrito il tesserino” e l&#8217;altro per “aver parlottato durante un&#8217;esercitazione”, per andare a sostenere la proposta di radiazione avanzata da La Rana. <strong>Come da prassi, viene chiamato a far parte della Commissione Consultiva anche un delegato della Silp Cigl, tale Emanuele Ricifari, allora di stanza a Piacenza presso la stessa scuola di cui Matteo era stato allievo</strong>. Insieme a La Rana, è l&#8217;unico componente della Commissione a sostenere fermamente la pena della deplorazione per l&#8217;agente Federici.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Kge1AqrSbek?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/Kge1AqrSbek?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Una presenza singolare, la sua, in quanto lo stesso dirigente provinciale Silp Cigl, dott. Pizzamiglio, era all&#8217;oscuro del suo coinvolgimento in una vicenda tanto delicata come la radiazione di un agente dall&#8217;Arma, di cui avrebbe dovuto essere immediatamente informato. Seconda coincidenza:<strong> Emanuele Ricifari è sposato con Maria Pia Romita, vice-direttore della scuola allievi di Piacenza e, quindi, collaboratrice diretta di La Rana</strong>. Il finale della nostra storia, a questo punto, appare facilmente immaginabile. L&#8217;agente Matteo Federici, ad appena ventidue anni, viene deplorato senza possibilità di appello dal corpo di polizia; ciò gli precluderà, anche la possibilità di partecipare a tutti quei concorsi pubblici (quasi tutti) per i quali è richiesto il non essere stati «espulsi da Forze Armate o da altri Corpi militarmente organizzati». Una decisione presa nonostante le testimonianze favorevoli dei superiori di Matteo, nonostante il dirigente locale del sindacato di Polizia non fosse stato informato, nonostante una pagella che attribuiva all&#8217;agente Federici buone capacita di reagire di fronte agli insuccessi, esecuzione dei compiti senza necessità di ulteriori stimoli, adeguata condotta di fronte a difficoltà impreviste, esecuzione scrupolosa del proprio compito, nessuna difficoltà a rispettare le norme, attenzione e continuità nel rispettare i gradi gerarchici. Una decisione che puzza di pregiudizio anche a distanza di sette anni, presa sulla base di motivazioni che lasciano tutt&#8217;ora il tempo che trovano. Matteo Federici avrebbe solo voluto essere un bravo poliziotto, un servitore dello stato. Per qualcun altro, invece, è andata diversamente. L&#8217;agente Emanuele Ricifari, infatti, viene promosso a vice questore di Brescia, dove opera tutt&#8217;ora. Si dice che il passato di una persona ci dica tanto su quello che sia nel presente. <strong>A guardare il suo passato di poliziotto, l&#8217;agente Ricifari appare insofferente ad ogni forma di protesta e di anticonformismo. E a guardare queste immagini, liberamente reperibili nella rete, di cui l&#8217;ispettore Ricifari è suo malgrado protagonista, si capisce come nulla avvenga puramente per caso.</strong></p>
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		<title>Da Gioiosa Jonica a Torino, per morire di lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 12:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<description><![CDATA[ (di Domenico Logozzo)
È un dovere umano, sociale e culturale ricordare persone eccezionali e fatti straordinari che il silenzio colpevole tende a cancellare impietosamente dalla storia dei calabresi emigrati negli anni bui del dopoguerra. Povertà e disperazione. Voglia di riscatto e sfruttamento bestiale. Vite spezzate. Morti tragiche, gravi mutilazioni. I cantieri insicuri, trappole pericolose. Si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4700" title="imagesCA0XVTYJ" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/imagesCA0XVTYJ.jpg" alt="" width="271" height="186" /> (di Domenico Logozzo)</p>
<p><strong>È un dovere umano, sociale e culturale ricordare persone eccezionali e fatti straordinari che il silenzio colpevole tende a cancellare impietosamente dalla storia dei calabresi emigrati negli anni bui del dopoguerra.</strong> Povertà e disperazione. Voglia di riscatto e sfruttamento bestiale. Vite spezzate. Morti tragiche, gravi mutilazioni. I cantieri insicuri, trappole pericolose. Si andava via dalla propria terra spinti dalla fame, alla ricerca di un lavoro per sopravvivere e purtroppo si finiva spesso sotto terra.  Quante giovani esistenze stroncate! Quante illusioni finite male! Il “libro nero del lavoro che uccide” è pieno di drammi calabresi. Non solo ‘ndrangheta, non tutto è &#8216;ndrangheta ciò che l’estrema punta dello stivale ha dato al Settentrione. È una mostruosa falsità voler generalizzare. Ci sono tanti odiosi luoghi comuni e pregiudizi da sfatare ancora oggi. Altro che illegalità diffusa. Si deve avere invece l’onestà intellettuale di riconoscere che tante braccia ed intelligenze meridionali hanno costruito la fortuna delle aree economicamente più forti della Penisola. Umili e onesti lavoratori, uomini di cultura illuminati hanno sofferto e lottato per un futuro migliore, per l’Italia unita, contro l’Italia spaccata dai soprusi e dalle ingiustizie che penalizzano il Mezzogiorno.</p>
<p><strong>Il Sud e gli oscuri piccoli-grandi eroi che vanno ricordati con gratitudine e ammirazione da tutti gli italiani.</strong> E soprattutto dalle giovani generazioni calabresi, che debbono sapere e capire quello che hanno subito i nostri emigranti, “quando gli albanesi eravamo noi”. Abbiamo perciò fatto un tuffo nel passato, entrando nell’archivio storico della “Stampa” di Torino. Rileggiamo assieme alcune storie, partendo da quella pubblicata il 28 luglio 1949. Protagonisti due ragazzi giunti a piedi dalla Calabria e trovati svenuti per strada dalla polizia di Torino. Cronaca della disperazione, della speranza e della delusione: “Il carrozzone della Squadra Mobile che ogni notte, carico d&#8217;agenti, compie giri di controllo per le vie cittadine è stato sul punto la scorsa notte d&#8217;investire due ragazzi, che giacevano a terra, in uno dei punti più oscuri di via Petrarca. L&#8217;automezzo proveniva da via Nizza e i giovani si trovavano distesi sull&#8217;asfalto, uno vicino all&#8217;altro. Il fischio della sirena non li svegliò; rimasero nella posizione di prima senza neppure aprire gli occhi. Allora un agente discese e si avvicinò a loro. Il fatto aveva sorpreso tutti: che i ragazzi fossero già stati investiti? Avevano gli abiti ricoperti di polvere, sul loro viso pallido ed estenuato si notavano le tracce del sudore della polvere della strada. Sembravano assorti in un sonno profondo. La mano ruvida dell&#8217;agente si posò sulla spalla di uno dei due, quello che sembrava più alto. Lo scosse un poco e lo chiamò: «Sveglia, giovanotto, sveglia». Il ragazzo aprì gli occhi, il suo sguardo, pieno di malinconia e di timore, si fissò a lungo sulla divisa, poi, con un filo di voce, mormorò: «Ho fame, non ne posso più». </p>
<p>Ormai tutti gli agenti erano discesi dal carrozzone e si erano stretti ai due giovani che si erano destati dal torpore del sonno ma non potevano rialzarsi nè muoversi. Compreso che si trattava di due poveretti digiuni e sfiniti da un lungo cammino (le loro scarpe informi e tutte bucate erano una prova eloquente) furono caricati sull&#8217;automezzo e trasportati in questura. Qui venne chiamato subito un medico, e, ricevuta da lui l&#8217;autorizzazione diedero ai ragazzi qualcosa da mangiare. Quindi li lasciarono dormire. Solo stamattina, quando si svegliarono, un poco ristorati, furono ricevuti da un funzionario, che li interrogò per conoscere i loro nomi e per sapere quali vicende li avessero portati ad accasciarsi svenuti in via Petrarca. Si chiamano Armando e Raffaele De Martino e hanno rispettivamente 14 e 15 anni. Partirono circa due mesi fa da Gioiosa Jonica, in Calabria, per andare a Roma e di là venire a Torino, dove sapevano di avere uno zio. Nel loro paese — essi hanno dichiarato — ove non potevano più abitare perché — orfani di genitori — avevano soltanto più lontani parenti. </p>
<p>Essi intendevano invece vivere con lo zio, che aveva promesso di farli impiegare nella nostra città. Lasciarono quindi Gioiosa Jonica e, a piedi, risalirono tutta la penisola, peregrinando di città in città, di paese in paese, chiedendo la elemosina, mangiando solo quando potevano trovare qualcosa, rubacchiando magari qua e là nel campi e nei frutteti. Ed infine ieri mattina raggiunsero Torino da Moncalieri. Si fermarono quasi tutto il giorno nel pressi delle Molinette, domandando, ingenuamente, a molte persone se per caso conoscevano un certo Alicante De Martino, operaio, loro zio. Cosi continuarono fino a tarda sera quando ormai stremati si accasciarono in via Petrarca. Risultate vane le ricerche dello zio Alicante la polizia farà trasferire questa sera stessa i due ragazzi al loro paese. Si concluderà cosi, tornando al punto di partenza, la loro dolorosa avventura durata due mesi”.</p>
<p><strong>Quanta tristezza scorrendo queste righe e quanta rabbia nel leggere un’altra amara storia di emigrazione pubblicata il 9 settembre 1955.</strong> Tragedia del lavoro. Un titolo che fa rabbrividire: “Un muratore piomba dal settimo piano e si sfracella a due passi dal fratello”. Il cronista dell’epoca racconta così la terribile fine di un lavoratore calabrese a Torino: “Un muratore precipitando dal settimo piano si è sfracellato nel cortile della casa in costruzione in via Tripoli 148, davanti agli occhi del fratello. Il muratore morto si chiama Nicola Borzomì, il fratello Rocco: di 39 anni il primo, di 41 il secondo. Da tempo vivevano a Torino lavorando alle dipendenze della Impresa Luigi Graglia e non avevano dimora fissa. Per risparmiare i soldi della pensione dormivano nelle baracche del cantiere. Le famiglie le avevano al paese, a Gioiosa Jonica, in Calabria. Nicola Borzomì, il morto, aveva moglie e quattro figli: 14 anni il maggiore, 3 il minore. E mercoledì sera aveva spedito i denari dell&#8217;ultima busta paga. La sciagura e avvenuta alle 16.30. I due fratelli erano addetti al montacarichi. La casa ha sei piani fuori terra. Il montacarichi ha una propria incastellatura di legno che si innalza parallela alla parete dello stabile dalla parte del cortile e la piattaforma dove si snoda il braccio mobile dell&#8217;argano, è un piano superiore, all&#8217;altezza del tetto. Il motore è al basso e ieri lo manovrava Rocco Borzomì. </p>
<p><strong>Alle 16,30 Rocco Borzomì disse all&#8217;assistente che il montacarichi non funzionava bene.</strong> «Mi pare che il braccio lassù sia debole e ceda». L&#8217;assistente stette a guardare e poi chiamò Nicola che, per la sua esperienza, aveva l&#8217;incarico delle riparazioni. “Prendi una sbarra o una trave, vedi tu, e va a rafforzare quel braccio prima che succeda un incidente».Nicola Borzomì salì sino al culmine della incastellatura di legno, esaminò il braccio, constatò che era necessario legargli un sostegno ed allora gridò al fratello, rimasto nel cortile, di non mettere in azione il motore. «Aspetta che te lo dica lo» gli disse. Rocco si sedette su una pila di mattoni, si tolse di tasca il pacchetto del tabacco, la bustina delle cartine e si arrotolò la sigaretta. Nessuno sa perchè Nicola Borzomì perdette l&#8217;equilibrio. Si pensa che si sia sporto troppo in fuori per misurare la lunghezza del braccio mobile del montacarichi. Un urlo fece alzare gli occhi a Rocco, all&#8217;assistente, a due altri muratori. Nicola, dopo un salto di alcuni metri fu pronto ad afferrarsi al cavo con le due mani, ma il suo peso non gli permise di fermarsi: le mani scivolavano lungo le trecce d&#8217;acciaio coperte di grasso. Lo si vide che tentò di aiutarsi con il corpo stringendosi con l&#8217;incavo della spalla destra e con le ginocchia. Ma invano. Scivolava sempre, e sempre con maggiore velocità. Lungo la corda metallica lasciò la carne delle mani, il sangue che sgorgava dalle ferite, lembi di camicia e di calzoni. Il bruciore atroce fu più forte della sua resistenza. Mollò la presa, vinto, e cadde. Si schiantò a due passi dal gruppo che aveva assistito terrorizzato. Tutta la tremenda scena si svolse nel giro di quindici-venti secondi. Il fratello Rocco si precipitò sul corpo insanguinato gridando: «Ti ho ucciso io» e non si dava pace di essere stato lui a farlo andare lassù a riparare il guasto. Non si staccava dal corpo inerte di Nicola. Lo allontanarono a forza mentre smaniava fuori di sè. In via Tripoli passava un&#8217;auto: la fermarono e vi misero su il muratore morente. Giunse al Mauriziano alle 17, dieci minuti dopo spirava”.</p>
<p><strong>Vittime del lavoro. Un lungo elenco. Una scia di sangue che ha provocato tanti lutti nelle famiglie calabresi.</strong> Fatti agghiaccianti. Questo è accaduto il 9 aprile 1957:  “Nel cantiere edile di corso Mediterraneo, all&#8217;altezza di via Giovanni da Verrazzano, ieri pomeriggio un giovane muratore, Giovanni Maggio, di 19 anni, abitante in via San Massimo 40, é stato orrendamente sfracellato in un infortunio sul lavoro. Erano circa le 14,30 ed il Maggio si trovava al secondo piano, era inginocchiato e sporgeva il capo fuori della impalcatura. Si trovava vicino alla incastellatura metallica dentro alla quale correva il montacarichi. Evidentemente non si era accorto che il carrello stava scendendo e nessuno neppure lo vide in tempo per avvertirlo: la piattaforma lo colpì al capo e gli schiacciò la faccia contro una trave di ferro messa di traverso. Il suo volto fu aperto appena sotto gli occhi, il naso frantumato, il mento ridotto in pezzi. Subito accorsero i compagni di lavoro che lo liberarono dalla stretta orribile e lo trasportarono al Mauriziano. Le sue condizioni erano disperate ed il prof. Solero, con l&#8217;assistenza dei dottori Bocca e Ferrero, lo ha sottoposto ad un intervento di tre ore. Il sanitario non si è pronunciato sulla prognosi. [Oggi negli archivi del comune di Gioiosa Jonica risulta deceduto per “incidente sul lavoro”]. </p>
<p>Il Maggio è immigrato da Gioiosa Jonica. Nello stesso cantiere lavorano tre suoi fratelli: Giuseppe di 22 anni, Franco di 27 anni, Piero di 33. Un quarto fratello, Rocco di 30 anni, è occupato in un altro cantiere, sempre a Torino. Domenica sera, dal paese, era arrivato il più giovane della famiglia, Salvatore, appena quattordicenne. Giovanni Maggio, quello che ieri si è infortunato, è stato protagonista di un caso clamoroso di morte apparente. Sette anni fa, a Gioiosa Jonica, tutti i fratelli erano ancora insieme con i genitori, Giovanni fu colpito da polmonite e dopo alcuni giorni il medico affermò che era morto. Aveva 12 anni. I parenti erano costernati. Recitarono alla sera il Rosario, fu fissata l&#8217;ora dei funerali, arrivò in casa un vicino che provvide a vestire la salma con gli abiti belli. Poi i necrofori portarono la cassa. Il medico aveva dato il nullaosta per la sepoltura ed i necrofori avrebbero voluto adagiare il corpo nella cassa, ma il vicino che lo aveva vestito li pregò di ritardare perché era ancora un po&#8217; caldo. C&#8217;era tempo per i funerali ed i necrofori accondiscesero. La madre, disperata, accarezzava il volto del suo ragazzo e gli stringeva le mani, a cui era intrecciata la corona del Rosario, e su di esse si chinava a piangere sconsolata. Poi i necrofori dolcemente la scostarono per prendere il corpo e metterlo nella cassa, ma li trattenne una grande sorpresa; le mani del ragazzo si apersero lentamente e cadde la corona del Rosari. Tutti guardarono sbalorditi: le braccia caddero lungo i fianchi ed il «morto» sbarrò gli occhi, mosse le labbra e mormorò: “Mamma, dove sono?”</p>
<p><strong>Queste storie ci ricordano dunque il difficile e tortuoso cammino dell’emigrazione calabrese nel Settentrione.</strong> Integrazione, solidarietà, rispetto della persona umana, sicurezza sui luoghi di lavoro. Sono tutti problemi da affrontare con serietà e intelligenza, per realizzare il “mondo migliore” nei sogni dei nostri emigranti, tanto auspicato oggi dalle persone buone e giuste che operano per una serena convivenza con gli immigrati che lavorano onestamente nelle nostre città e nei nostri paesi. No al razzismo e no all’intollerabile pregiudizio che purtroppo hanno dovuto subire e in alcuni casi continuano a subire i meridionali.</p>
<p><em>(pubblicato su La Riviera del 14 novembre 2010)</em><em></em></p>
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		<title>Rinascere da Rosarno</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 14:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<description><![CDATA[Da un continente all&#8217;altro. Da Stato a Stato. E poi, ancora, come in un flipper, di paese in paese. La destinazione è un comune di circa 14 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria: Rosarno. Mai si sarebbero aspettati una situazione simile; la conclusione tragica di un viaggio lungo anni alla ricerca di un lavoro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/rognetta_fuoco_maliani-300x225.jpg" alt="rosarno-libera" title="rognetta_fuoco_maliani" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-4629" /><strong>Da un continente all&#8217;altro. Da Stato a Stato. E poi, ancora, come in un flipper, di paese in paese. La destinazione è un comune di circa 14 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria: Rosarno.</strong> Mai si sarebbero aspettati una situazione simile; la conclusione tragica di un viaggio lungo anni alla ricerca di un lavoro, di una situazione stabile. Una conclusione da cui però gli immigrati di Rosarno vogliono far nascere una nuova vita, ripartire.<br />
James e Iacouba sono seduti l&#8217;uno vicino all&#8217;altro. I loro occhi raccontano, ben prima delle parole, la loro tragica esperienza. Camicia nera e jeans, scarpe sportive e sorriso sempre pronto. James ha voglia di parlare, di raccontare la sua storia, le sue esperienze. È un giovane ghanese, sposato e con due figli. È uno delle vittime degli scontri di Rosarno del gennaio scorso.</p>
<p>Prima di arrivare in Italia ha trascorso diversi anni in Malaysia. Arrivato in Asia sudorientale iniziò a cercare lavoro. Accettò la prima opportunità presentatasi: muratore in un cantiere edile. Stipendio basso, tanto da non riuscire a viverci. È costretto agli straordinari e i ritmi di lavoro lo fanno ammalare. Spesso veniva truffato dal datore di lavoro, che scompariva senza pagare lo stipendio settimanale o quello mensile. Non riuscii a rinnovare passaporto. Tredici anni da clandestino senza comunicare con la famiglia in Ghana, che credeva fosse morto. Ma era lui stesso a non voler sentire la moglie, i figli. La vergogna per non essere in grado di mandare soldi alla madre era tanta; quello che guadagnava bastava a stento per James.<br />
Grazie all&#8217;amnistia a tutti gli stranieri che erano in Malaysia illegalmente e ad alcuni incontri fortunati, riuscì a tornare a casa. <strong>Da lì, decise di partire per l&#8217;Italia. Felice, pensava che i sogni si sarebbero potuti realizzare. Bologna, Venezia e poi Pordenone. Ma il lavoro è poco. Decide di scendere al Sud. Napoli, e la raccolta di pomodori a Foggia. Poi Rosarno</strong>. “Sono rimasto lì perchè riuscivo a lavorare. Poi è iniziato l&#8217;incubo. Prima prese fuoco la fabbrica in cui alloggiavamo. Ho perso tutti i documenti, siamo riusciti a salvarci solo noi. Poi il 7 gennaio 2010, senza motivo, mentre tornavamo al nuovo posto dove alloggiavamo, hanno sparato a cinque africani. E l&#8217;8 gennaio è iniziata la protesta. Ci siamo imbattuti in circa 50 italiani. Avevano bastoni, e altri oggetti per colpirci. Abbiamo cercato di evitarli, siamo tornati indietro ma ci hanno seguito e bastonato e picchiato senza sosta. Grazie a dio passò una macchina della polizia e tutti scapparono. Saremmo tutti morti in un modo penoso, penoso, se non fossero arrivati in tempo”. Oggi James sta ancora cercando di riprendersi dalle ferite che gli hanno procurato. I rigonfiamenti sul viso ora sono andati via, ma c&#8217;è un danno permanente al braccio rotto ed “io non potrei più portare cose pesanti o fare lavori pesanti. Non ho potuto, poi, mandare soldi alla famiglia e questo mi ha fatto soffrire anche emotivamente. Ora ho bisogno di iniziare tutto di nuovo per me e per la mia famiglia”. E questo nuovo inizio sta prendendo forma.</p>
<p><strong>I ragazzi di Don Pino de Masi, Vicario generale della Diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro, hanno, infatti, seguito cinque feriti degli scontri di Rosarno, i quali erano ricoverati nell&#8217;ospedale di Polistena. Si sono fatti carico di essere vicini a queste persone durante la degenza in ospedale. Dopo la fine del ricovero non potevano abbandonarli. È così nata la “Tenda di Abramo”, un&#8217;iniziativa di inclusione sociale nella comunità</strong>.<br />
Valter, responsabile dell&#8217;iniziativa, racconta che la parrocchia ha “dato la disponibilità di un immobile per ospitarli. Ma presto dovranno diventare indipendenti. Non parlano italiano, eppure sono qui da anni. Questo è un segno di esclusione ed isolamento. Abbiamo creato un corso di italiano a Polistena, in una scuola superiore. Una full immersion”.</p>
<p>Oltre a James, un altro ospite della “Tenda di Abramo” è Iacouba, un giovane extracomunitario, anche lui ferito negli scontri di Rosarno. Il ventiseienne oggi lavora, insieme ad altri due ragazzi, per la cooperativa Valle del Marro, che utilizza terreni confiscati alle mafie. Al contrario di James, Iacouba ha poca voglia di parlare, soprattutto del suo passato. I suoi occhi fissano il pavimento. I ricordi di Rosarno sembra li voglia cancellare così, guardando oltre, verso il futuro. Ma il suo trattenersi durerà per pochi minuti, giusto il tempo per sciogliersi piano piano. Inizia, infatti, a raccontare la sua storia: “Arrivai a Lampedusa e ottenni un permesso di tre mesi grazie ad un avvocato. Poi andai a Torino, Napoli e Foggia. Trovavo piccoli lavori saltuari. Infine Rosarno. Alcuni immigrati sono fuggiti in Francia a causa del razzismo e della mafia. Qui ci sono minorenni che ci sputano, c&#8217;è poca dignità, trattamenti disumani. Io mi trovavo bene, non ho lasciato. Riuscivo a lavorare”. Ma il suo racconto si ferma qui. Il dopo lo narrano il suo volto e i suoi occhi, ancora sofferenti.</p>
<p><strong>Ma quella violenza fu il frutto del razzismo? Della mafia?</strong><br />
Don Pino risponde, raccontando di quei giorni indelebili. “Rosarno è una città ad alta densità mafiosa. La mafia vuole il consenso dalla gente ed è importante in base a questo. È chiaro che se cittadini stranieri si ribellano e contestano violentemente &#8211; si era sparsa, infatti, la voce che avevano ucciso quattro africani &#8211; la &#8216;ndrangheta non può accettare che cittadini stranierei abbiano il potere, quindi i rampolli di mafia hanno fomentato la violenza dei rosarnesi”.“Una reazione violentissima di cittadini che &#8211; continua Don Pino &#8211; da venti anni hanno fatto loro assistenzialismo. Non poteva non dettare legge la mafia”.</p>
<p>Ma l&#8217;Italia è un paese razzista? James alza lo sguardo e sorride. “Se non ci fosse stato il fatto di Rosarno non si potrebbe dire che siete diversi dagli altri Stati. L&#8217;Italia è come gli altri Paesi”.<br />
L&#8217;intreccio fra &#8216;ndrangheta e intolleranza è però evidente. Ma da queste storie quello che risalta è la voglia di creare qualcosa di nuovo. L&#8217;obiettivo della “Tenda di Abramo” è questo.<strong> E James e Iacouba sono l&#8217;esempio lampante delle giovani generazioni di immigrati pronti ad impegnarsi e lavorare per il nostro Paese. In cambio di cosa? Dignità.</strong></p>
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		<title>Tempo di pomodori</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 03:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3714" href="http://www.malitalia.it/2010/08/tempo-di-pomodori/pomodori-ammassati/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3714" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare</strong>. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle aree interne sperando di sfuggire agli ergastoli.<strong> E’ una regione cuscinetto, una testa di ponte tra la “Capitanata” foggiana e la provincia di Caserta.</strong> Uno snodo per il traffico di rifiuti provenienti dalla Campania che arriva a Pozzilli, Termoli, Venafro e che vedrebbe coinvolta la ditta Caturano (di cui si trovano tracce anche nell’operazione “RE MIDA” della Procura di Napoli). Una Regione dove in un piccolo centro come Guglionesi (circa tremila abitanti) si è dovuto bonificare un sito (un ex azienda per l’allevamento di lombrichi) riempito di rifiuti tossici. L’operazione è costata alla comunità circa 2 milioni di euro!<br />
<strong>Uno snodo per il traffico e la gestione degli immigrati, soprattutto in agricoltura. Uno snodo “fantasma” per braccia da vendere nei campi di pomodori. </strong>In quei campi dove due anni fa (il 29 luglio del 2008)  morì, in un canale stradale, Georghe Radu, clandestino ucciso da un malore e dalla paura dei suoi “colleghi” che  lo trascinarono fuori dal campo e lo lasciarono, solo, in una cunetta a finire la sua vita, come un cane, come un reietto.<br />
Un recente rapporto dice che in Molise  gli immigrati sono circa 7.500 unità (di cui  5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia). Provengono in gran parte da  Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina e il 75% è donna. E questo è il periodo della raccolta del pomodoro e così il Basso Molise e la Capitanata  (dove si raccolgono oltre 2 milioni di pomodori) accolgono oltre quindicimila braccianti che in maggioranza lavorano in nero (con una paga media di circa 2,5 euro l’ora e di cui un terzo va al “caporale”).</p>
<p>E con la stagione della raccolta dell’oro rosso (come lo chiamano tutti) si presentano problemi vecchi e nuovi.<strong> Storie di uomini e donne che arrivano in Italia per trovare una nuova vita. Storie di piccoli agricoltori “strozzati” dalle grandi aziende e dai business della criminalità. </strong>-	L’accoglienza agli immigrati è in Molise completamente assente perché non esiste alcuna politica verso di loro mentre in Puglia sono stati costruiti 4 alberghi diffusi e installati 20 cisterne per l’acqua oltre ai bagni chimici. Il punto è che il costo per notte, negli alberghi, è di 8 euro (circa la metà del guadagno di un giorno!)</p>
<p>La vendita del prodotto che per la maggior parte va ad aziende campane, E in questa stagione 2010 la crisi si fa sentire forte e chiara. «La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». Secondo la Cia «dietro c’è un cartello di imprese di trasformazione, industriali e grossisti che impone le stesse condizioni capestro a tutto il Mezzogiorno. La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». «I contratti non vengono onorati – aggiunge il vice sindaco di Guglionsesi, Lucarelli – le nostre aziende si appoggiano a industrie campane che stipulano degli accordi ma poi non li rispettano. Come? Ad esempio mandano meno TIR di quelli che ne dovrebbero giungere per trasportare il prodotto. Oppure arrivano con giorni di ritardo, e si sa che il pomodoro dopo la raccolta si deteriora in fretta. In questo modo valutano il prodotto meno di quanto vale. Per farla breve, se nel contratto c’è scritto che ti devono 5, ti danno due. E per gli agricoltori c’è anche il problema delle quote di pomodoro da raggiungere, minimo 750 quintali per ettaro, senza i quali non hanno diritto ai contributi europei».</p>
<p><strong>E poi c’è il fenomeno dei falsi braccianti</strong>. Con 15 euro si può diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Un meccanismo sperimentato per esempio già a Rosarno (e che in qualche modo è parte della famosa rivolta del gennaio scorso). Un imprenditore fa lavorare in nero degli extracomunitari e i contributi vengono “venduti” ai falsi braccianti, che potranno poi ricevere l’indennità. Una truffa bella e buona che permette anche di drogare il mercato del lavoro regolare, dove il lavoratore “vero” è costretto a pagarsi da solo i contributi per l’indennità di disoccupazione agricola. Cosa rispondere, infatti, ad un datore di lavoro che dice: ”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”?</p>
<p>A tutto ciò si aggiunge che questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1000 euro a ettaro al produttore. E così il lavoro nero, la sopraffazione di chi ha bisogno di lavorare (regolare o irregolare che sia) sarà sempre più forte <strong>e “il piede dei giganti schiaccerà il cuore” degli ultimi, di chi è senza difesa, stretti tra la morsa della camorra e di imprenditori senza scrupoli</strong></p>
<p>(pubblicato anche su strozzatecitutti.info il 28 agosto 2010)</p>
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		<title>I minatori dell’oro rosso</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ (di Alessandro Corroppoli)
29 luglio 2008 viene ritrovato, in un campo di pomodori nei pressi di Nuova Cliternia, una piccola frazione nel Basso Molise a pochi chilometri con la Puglia, il corpo del romeno Gheorghe Radu. Gheorghe non è un lavoratore stagionale come tanti altri: quando la Romania non era ancora membro dell’Ue , lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3532" title="pomodori" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/pomodori.jpg" alt="" width="286" height="176" /> (di <a title="Blog di Alessandro Corropoli" href="http://www.giurochenonloscrivo.it/" target="_blank">Alessandro Corroppoli</a>)</p>
<p><strong>29 luglio 2008 viene ritrovato, in un campo di pomodori nei pressi di Nuova Cliternia, una piccola frazione nel Basso Molise a pochi chilometri con la Puglia, il corpo del romeno Gheorghe Radu.</strong> Gheorghe non è un lavoratore stagionale come tanti altri: quando la Romania non era ancora membro dell’Ue , lui aveva già ottenuto il permesso di soggiorno. Gheorghe, viveva da anni a Torremaggiore nella Puglia settentrionale, la mattina del 29 luglio incomincia a raccogliere i pomodori prima dell’alba ma, quella, sarà la sua ultima alba stroncato dal caldo e dalla fatica prima di mezzogiorno.<br />
Un po’ tutti dopo quel 29 luglio 2008 si sono detti “non sarà ma più come prima”. Ma è stato davvero così? Andiamo con ordine.</p>
<p><strong>Un rapporto della Caritas ci dice che in Molise  gli immigrati sono circa 7.500 unità di cui  5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia. Di questi il 57% è donna. La maggior parte di loro proviene da Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina.</strong> In prevalenza sono inseriti nei settori delle costruzioni e dell’edilizia seguono l’agricoltura e nel settore alberghiero. Quasi la totalità degli immigrati nel settore agricolo si trova nel Basso Molise dove l’agricoltura è il settore trainante e di conseguenza offre più opportunità di lavoro e, ovviamente in questo periodo sono impiegati nella raccolta del pomodoro. Il loro impiego, ovviamente, si estende anche oltre i confini molisani andando ad infoltire l’esercito dei minatori dell’oro rosso della Capitanata. <strong>2 milioni i chili di pomodoro  (1/3 della produzione nazionale) su oltre 25 mila ettari. Mediamente sono 15mila i braccianti stranieri che vengono utilizzati di cui il 50% lavora in nero e la paga media all’ora è di 2.5 euro di cui 1/3 va al “caporale”.</strong>Questi i numeri oggi ma, nel concreto, sul territorio cosa è cambiato? Sono migliorate le condizioni di vivibilità degli immigrati?</p>
<p>Per quanto concerne la Regione Molise, anche se bisogna tener presente che gli agri coltivati a pomodoro sono molto meno di quelli pugliesi circa 1/4 -ecco perché molti braccianti stranieri sconfinano e anche perché molti imprenditori hanno terreni proprio al confine- praticamente nulla è cambiato: nessuna vera politica di accoglienza ma neanche nessuna politica di prevenzione al lavoro nero. Nessun controllo straordinario sul campo, tanto da invogliare il lavoro nero, ma solo – è partita da poche settimane – <strong>un censimento delle aziende agricole. Di contro la Regione Puglia  per far fronte all’esercito dei “cercatori d’oro rosso” ha fatto costruire solo nella zona della Capitanata 20 cisterne per l’acqua potabile dalla capienza di 2000 litri cadauna e sono stati installati oltre 60 bagni chimici e inoltre sono stati attivati (4) gli alberghi diffusi, così vengono chiamati i nuovi centri d’accoglienza: possono ospitare fino a 300 lavoratori stagionali ciascuno e sono situati nella campagne di Cerignola (Fg) e nel suo interland.</strong>L’Asl ha aperto strutture ambulatoriali riservate ai migranti precisando che possono accedervi anche chi non fosse in possesso di un regolare permesso di soggiorno.<br />
La Flai – Cgil ha costituito il “Camper dei Diritti” una specie di sportello itinerante che attraversa i paesi e le campagne dove maggiore è la concentrazione di lavoratori stranieri per informarli sui loro diritti e distribuire loro volantini.</p>
<p>Ma come sempre, nonostante queste migliorie, non è tutto oro quello che luccica. Infatti c’è subito da dire che l’Ispettorato al lavoro lamenta che il governo Berlusconi ha tagliato buona parte dei fondi e che, quindi, è difficile pagare la benzina a tutte le macchine che battono la zona.<br />
Da un paio di settimane, in Basso Molise e nella Capitanata, la raccolta del pomodoro è partita per davvero: 12 ore di lavoro al giorno per 3 euro di salario all’ora quando va bene, un terzo dei quali da dividere con il caporale. Gli “alberghi diffusi” si sono svuotati e i braccianti hanno portato i loro materassi in baracche di cartone, site direttamente nei campi, tirate su in fretta e i vecchi edifici – le vecchie case dei cantonieri abbandonate – sono diventate ristoranti di fortuna e bazar improvvisati sempre senza corrente e acqua potabile.</p>
<p>Nel foggiano 4 imprese su 10 sfruttano il lavoro nero: in questo 40% si nascondono quasi tutti i problemi del lavoro irregolare, estenuante e sottopagato e senza accoglienza (è pur vero che sono attivi gli alberghi diffusi per i lavoratori ma son sempre più vuoti perché i gestori chiedono 8 euro al giorno troppi per chi guadagna 15 al netto della tangente lasciata al caporale). La legge considera più lesivo e punibile con l’espulsione il comportamento dell’immigrato irregolare piuttosto che quello del datore di lavoro che gli sfrutta. Così di fatto si consente ai caporali (quasi sempre stranieri anche loro per favorire la comunicazione con i lavoratori) di assumere comportamenti criminali nei confronti dei loro sottoposti: le vittime sono soprattutto marocchini ma anche – specie negli ultimi due anni – romeni e bulgari, ai quali chiedono il versamento di 6mila euro in cambio della chiamata nominale che garantisce assunzione e permesso (per i non comunitari). Quando si presentano “sul campo” l’imprenditore, il più delle volte, non si fa vedere e quando va bene i nuovi schiavi hanno 12 ore di lavoro e paghe dimezzate rispetto ai loro colleghi del Nord.</p>
<p><strong>A tutto ciò bisogna aggiungere il fenomeno dei falsi braccianti. A inizio mese ne sono stati beccati una decina nei pressi di San Severo (Fg). In cosa consiste il fenomeno dei falsi braccianti? In sostanza per 10, 15 euro è possibile diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione  agricola. Il meccanismo è semplice. </strong>I proprietari delle aziende agricole fanno lavorare, in nero, i migranti dell’Est Europa senza versare i contributi che, invece, vengono sistematicamente venduti ai falsi braccianti agricoli che a loro volta avranno diritto all’indennità previdenziale. Un sistema in cui ci guadagnano tutti tranne il lavoratore. Infatti l’azienda passa per quella che paga i contributi, il falso bracciante percepisce l’indennità di disoccupazione agricola (il più delle volte sono parenti stretti dei proprietari stessi). Il lavoratore, invece continua a lavorare in nero e senza tutela. Il fenomeno è recente e consente ai falsi braccianti di svolgere altre attività. A questo fenomeno va aggiunto quello dei lavoratori veri (regolari) costretti a pagarsi i contributi per percepire l’indennità di disoccupazione agricola:”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”.</p>
<p>Ma nonostante tutti i rischi legali che corrono i datori di lavoro e la caduta dei prezzi agricoli la domanda di manodopera in nero resta alta per due motivi.</p>
<p>Primo: questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1.000 euro a ettaro al produttore.</p>
<p>Secondo: da fine luglio i contributi raddoppieranno per la fine degli sgravi fiscali al Mezzogiorno. Quindi salirà la domanda di lavoro irregolare.<br />
Dove finisce l’ora rosso prodotto nel foggiano e in minima parte anche nel Basso Molise?<br />
Da 2 anni il 30% viene lavorato in loco (In Molise solo lo scorso anno ha riaperto dopo circa 4 anni l’unico stabilimento per la trasformazione del pomodoro. Gli agricoltori vendevano e vendono il loro prodotto a compratori privati oppure  che a loro volta lo rivendono in Puglia e in Abruzzo) da un’azienda salernitana, il resto va in Campania. Così vuole la camorra.</p>
<p><strong>Ma, come dicevamo prima, la paura dei controlli c’è: quest’anno molti imprenditori agricoli spinti dalla paura preferiscono “assumere” lavoratori comunitari ma non per regolarizzarli. Insomma i datori di lavoro pensano di potersela cavare sfruttando rumeni e bulgari anziché gli africani ma, questi ultimi si offrono a gruppi ai caporali e, al mercato della disperazione, spuntano salari più alti.<br />
Nell’attesa che qualche miracolo cali dal cielo loro, i minatori dell’oro rosso, vivono e lavorano così  sotto l’unico sole dell’uguaglianza: il sole nero.</strong></p>
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		<title>Sahid Belamel. Morto nell&#8217;indifferenza generale</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 18:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da il necrologio de La Nuova Ferrara)
Riportiamo un articolo della Nuova Ferrara, perché la Malitalia è anche questo, far morire un &#8220;diverso&#8221; (in questo caso un extracomunitario).E voltare la faccia di fronte ad un uomo che muore è  come voltare la testa di fronte a se stessi e a quello che siamo. Ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da il necrologio de <a href="http://lanuovaferrara.gelocal.it/dettaglio/sahid-era-straniero-nessun-aiuto/1865499" target="_blank">La Nuova Ferrara</a>)</p>
<div id="attachment_1097" class="wp-caption alignleft" style="width: 224px"><img class="size-medium wp-image-1097" title="sahid_belam" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/sahid_belam-214x300.jpg" alt="Sahid Belam" width="214" height="300" /><p class="wp-caption-text">Sahid Belam</p></div>
<p><em>Riportiamo un articolo della Nuova Ferrara, perché la Malitalia è anche questo, far morire un &#8220;diverso&#8221; (in questo caso un extracomunitario).E voltare la faccia di fronte ad un uomo che muore è  come voltare la testa di fronte a se stessi e a quello che siamo. Ed è quello  che fanno tutti i collusi, i contigui, i  compiacenti di tutte le mafie.</em></p>
<p>FERRARA. Ha scosso la coscienza della città il grande necrologio pubblicato sulla prima pagina della &#8220;Nuova Ferrara&#8221; dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto per il freddo la mattina di San Valentino dopo essere stato per molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo soccorresse. Il necrologio che ricorda lo sconcertante episodio ha fatto sobbalzare molti ferraresi che hanno inviato al giornale riflessioni e interventi sul caso del giovane magrebino morto perchè nessuno ha chiamato i soccorsi. «Sono amareggiato dall&#8217;indifferenza dei miei concittadini» scrive un ragazzo ferrarese che vive in una grande città europea. «Se l&#8217;intolleranza nei confronti degli immigrati &#8211; scrive un&#8217;altra lettrice &#8211; è salita a livelli inconcepibili, è perché sono state alimentate ad arte le paure inconsce della popolazione che si sente autorizzata ad esternare i pensieri più biechi e sempre più spesso dalle parole ai fatti».</p>
<p>Il necrologio provocatorio è stato apprezzato anche da Roberto Natale, presidente della Fnsi che ha inviato alla redazione una lettera in cui «ringrazia il direttore Boldrini e tutta la redazione de &#8220;La Nuova Ferrara&#8221; per la scelta di ricordare, in maniera giornalisticamente così incisiva, il giovane nordafricano. La nostra informazione &#8211; prosegue Natale &#8211; sui temi dell&#8217;immigrazione è troppo spesso un moltiplicatore dei germi di razzismo e xenofobia: quasi sempre senza rendercene conto, diffondiamo paure, stereotipi, pregiudizi. Proprio per contrastare questa deriva la Fnsi ha deciso &#8211; insieme all&#8217;Ordine &#8211; di varare la &#8220;Carta di Roma&#8221;, cioè un protocollo deontologico che richiama ogni giornalista ad usare con precisione i termini, a non ridurre il fenomeno dell&#8217;immigrazione ad una questione di sicurezza, a non parlare soltanto di singole vicende di cronaca ma a dare la consistenza reale della questione, nelle sue ombre e nelle sue luci».</p>
<p>Il giornale pubblica anche l&#8217;intervento del sindaco Tiziano Tagliani, dell&#8217;arcivescovo monsignor Paolo Rabitti e di don Domenico Bedin, sacerdote di &#8220;frontiera&#8221; che si occupa dei problemi di immigrazione e gestisce un&#8217;associazione per la prima coglienza di chi si trova in difficoltà. «Stiamo perdendo di vista il vero senso della vita &#8211; scrive il sindaco Tagliani &#8211; con un forte individualismo a scapito dei valori comuni e universali che ci sono stati consegnati dai nostri antenati e che abbiamo il dovere di mantenere vivi per noi e per i nostri figli. La morte di Sahid Belamel ci costringe a meditare». L&#8217;arcivescovo Paolo Rabitti nel suo fondo scrive «Così muore la pietà» e paragona l&#8217;episodio ferrarese alla parabola evangelica del Buon Samaritano&#8230; «fui visto da molti e lasciato nello stato di abbandono, senza vestiti e malfermo e, perciò, abbandonato al suo destino. Così anche Ferrara, dopo altre città, entra nel novero delle comunità umane ad alto tasso di disumanità. Così i giovani, che sembrano tutt&#8217;uno quando varcono le discoteche, nel momento in cui uno di loro sballa e &#8220;sbiella&#8221;, lo lasciano al loro destino».</p>
<p>Don Domenico Bedin lancia un confronto con un&#8217;altra giovane morte che ha scosso i ferraresi, quella di Federico Aldrovandi. «Il far finta di non vedere &#8211; scrive il sacerdote &#8211; per non compromettersi, è stata la costante anche della vicenda di Federico, rotta solo da una camerunense che in qualche modo ci ha redenti. Ma non abbiamo imparato la lezione».<br />
«Non avevo fatto questa associazione, ma è vero &#8211; commenta Patrizia Moretti, la mamma di Federico &#8211; ripensando ad Anne Marie e al suo senso civico, mi viene da dire che molto più di noi gli immigrati hanno mantenuto intatto quel senso di solidarietà e fratellanza che da noi è andato perduto. Siamo diventati più chiusi e individualisti, abbiamo perso la capacità di empatia nei confronti del prossimo. Qualità che invece le popolazioni più povere hanno conservato, come i bambini. Mi fa pensare ai racconti di mio nonno, quando mi parlava della guerra e dei pericoli e delle privazioni che la gente allora doveva affrontare. Ma che proprio per quei pericoli e quelle privazioni era più portata a tendere la mano verso gli altri, a sostenersi l&#8217;un l&#8217;altro. Ecco, questo credo sia il grande insegnamento che gli immigrati possono riuscire a darci».</p>
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		<title>Speriamo di poter dire un giorno &#8220;C&#8217;era una volta la mafia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 21:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Calabria Ora &#8211; 11 gennaio 2010 pag.5)
Vuol dire che anche questa volta è colpa dei giornali? E di alcune tv, si presume come La7 che nel tg di ieri sera ha mostrato lo stiscione conteso, per usare un eufemismo.
Checchè ne dicano gli organizzatori, si è trattato d una censura bella e buona: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da Calabria Ora &#8211; 11 gennaio 2010 pag.5)</p>
<p>Vuol dire che anche questa volta è colpa dei giornali? E di alcune tv, si presume come La7 che nel tg di ieri sera ha mostrato lo stiscione conteso, per usare un eufemismo.</p>
<p>Checchè ne dicano gli organizzatori, si è trattato d una censura bella e buona: la frase, forte come poche &#8220;Speriamo di poter dire &#8211; c’era una volta la mafia”, nessuno ieri a Rosarno l’ha potuta leggere.</p>
<p><a href="http://www.rainews24.it/it/video.php?id=17952" target="_blank">Guarda il video di RaiNews24</a></p>
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		<title>La coperta corta</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 21:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
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		<description><![CDATA[Rosarno brucia, anzi no bruciava. Il problema è risolto: gli extracomunitari sono stati allontanati. La cittadinanza è tornata tranquilla anzi adesso qualcuno si fa intervistare e dice: “noi non siamo contro gli immigrati, ci preoccupano solo gli irregolari!”. Rosarno si sta ricostruendo l’immagine e poi è colpa loro, dei “neri”, se sono arrivati poliziotti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rosarno brucia, anzi no bruciava. Il problema è risolto: gli extracomunitari sono stati allontanati. La cittadinanza è tornata tranquilla anzi adesso qualcuno si fa intervistare e dice: “noi non siamo contro gli immigrati, ci preoccupano solo gli irregolari!”. Rosarno si sta ricostruendo l’immagine e poi è colpa loro, dei “neri”, se sono arrivati poliziotti e carabinieri. Si sono ribellati ad una vita da bestie dove facevano anche da tiro a segno. Che ingrati!</p>
<p><span id="more-255"></span>Ma proviamo solo a guardare come sono andate le cose. Proviamo a mettere in fila i gesti e gli attori di questa rivolta. Due giovani una sera decidono di ammazzare il loro tempo sparacchiando “ai neri” che non sono persone ma “giocattoli” con cui divertirsi in una serata di gennaio che non passa mai. Magari i due sono i figli di gente perbene o magari sono i figli ,annoiati, di qualche capo ‘ndrina e sanno che a loro è permessa ogni cosa. Come a re o a grandi feudatari del Medioevo.</p>
<p>Nelle 24 ore successive lo scontro, con uguali feriti da ambo le parti, avviene tra extracomunitari e cittadini di Rosarno.  Ad un certo punto cambia tutto. Interviene un terzo giocatore che non è lo Stato ma la ‘ndrangheta che deve dimostrare due cose: ai Rosarnesi (perché qualcuno di loro si è lamentato con i boss) chi comanda sul territorio (mica possono permettere allo Stato di riportare l’ordine) e  agli extracomunitari che le loro braccia adesso non servono più. E gambizzano (operazione non da comune cittadino ma di chi le armi le sa maneggiare per bene). E arriva il terrore, quello vero che fa decidere a molti “neri” di andare via o di nascondersi in montagna o chissà dove.</p>
<p>Lo Stato interviene  e qui succede qualcosa su cui riflettere: le forze dell’ordine sono chiamate ad aiutare “la fuga” degli extracomunitari da Rosarno o ancora più semplicemente portano via le vittime e non inseguono i colpevoli, o almeno questo è ciò che appare (si attendono smentite). A dire il vero l’operazione di polizia di questi giorni somiglia di più ad un piano evacuazione della Protezione Civile un po’ come se a Rosarno ci fosse stata un’alluvione o una frana. E come per ogni emergenza in Italia fra un po’ tornerà tutto come prima. Torneranno gli extracomunitari, perché bisogna raccogliere arance e mandarini e non lo possono mica fare i disoccupati di Rosarno e della Piana  o quelli a cui “fittiziamente” vengono dichiarati 51 giorni di lavoro l’anno per percepire la disoccupazione speciale, pagata dallo Stato!</p>
<p>E così la ‘ndrangheta ha raggiunto due obiettivi: ha dimostrato chi ha il potere, vero, sul territorio ed ha effettuato un turnover della sua manodopera (così i nuovi “neri” che arriveranno saranno più docili e si piegheranno più facilmente a richieste e vessazioni).<br />
Una domanda ai rosarnesi che ho visto, negli anni, portare da mangiare agli extracomunitari, vestirli, soccorrerli e che so essere onesti. Dove siete adesso? La ‘ndrangheta può più della vostra dignità di uomini e donne?<br />
Una riflessione invece riguarda noi, l’opinione pubblica abbagliata dall’arrivo,a Rosarno, di 200 tra poliziotti e carabinieri. Ma da quali questure provengono? quali aree sono rimaste scoperte? Per quanto potrà durare la loro missione visto che a molti ancora non sono stati pagati gli straordinari del 2009?  E cosa succede se domani c’è una sommossa in un’altra zona?La sensazione è che il Ministro Maroni lavori anche lui in emergenza con una coperta corta che copre una zona e ne scopre un’altra, visto che in polizia non ci sono assunzioni dal 1999.  Certo è difficile avere un quadro completo e obiettivo della situazione ma  sembra proprio il gioco delle tre carte con l’aggravante di una comunicazione che trasmette il concetto che “tolti gli extracomunitari sia risolto il problema”. Il solito modo di affrontare le cose: un medico  direbbe che si affronta il sintomo ma non la malattia.</p>
<p>E in questo modo le parole del Ministro sulla troppa tolleranza potrebbero suonare molto simili a quella di qualche capo cosca quando ha deciso i dare una lezione “ai neri”. Cura sintomatica anche quella del Ministro Alfano contro la ‘ndrangheta: infatti questa parola farà presto il suo ingresso nei testi di legge. Mentre Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita etc. no.</p>
<p>Cosa vuol dire? La ‘ndrangheta ha un riconoscimento speciale o questa trovata è uno specchietto per le allodole perché si creda che si voglia veramente vincere la guerra contro la criminalità organizzata? Un’altra coperta corta.</p>
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		<title>Alvaro e gli immigrati</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 18:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
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		<description><![CDATA[(Da da Calabria Ora &#8211; di Domenico Logozzo)
«Un dramma dei poveri in Calabria. La ricerca della fortuna con le terre nuove e l’emigrazione. Poi del semplice pane, con le guerre. Il potere, la fantasia dei semplici sul potere. Senso della necessità stretta che nessuno è mai riuscito a descrivere». Così nel 1941 Corrado Alvaro in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_789" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-789" title="immigrati_rosarno_ansa" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/01/immigrati_rosarno_ansa-300x204.jpg" alt="Volti di immigrati a Rosarno (Ansa)" width="300" height="204" /><p class="wp-caption-text">Volti di immigrati a Rosarno (Ansa)</p></div>
<p>(Da da Calabria Ora &#8211; di Domenico Logozzo)</p>
<p>«Un dramma dei poveri in Calabria. La ricerca della fortuna con le terre nuove e l’emigrazione. Poi del semplice pane, con le guerre. Il potere, la fantasia dei semplici sul potere. Senso della necessità stretta che nessuno è mai riuscito a descrivere». Così nel 1941 Corrado Alvaro in “Quasi una vita”, fotografava con la sua straordinaria scrittura, la “vita dura” dei calabresi, quando «per mutar condizione non v’era altro mezzo che l’emigrazione,cioè l&#8217;adattamento dell’uomo ad altro lavoro e ad altra vita». Dopo i recenti fatti di Rosarno ci debbono far riflettere queste illuminate ed oneste pennellate di verità e ci fanno capire quanta saggezza, sofferenza ed umanità ci hanno lasciato in eredità, con il loro corretto e modesto esempio, i nostri nonni.</p>
<p>E’ un ricordo delle radici che idealmente diventa un appello alla Calabria d’oggi e a chi oggi ha trovato qui ospitalità umana e civile accoglienza. Un vero e proprio “appello ai valori” che ci viene dal lontano passato da uomini buoni e giusti,<br />
che hanno lavorato per affermare la cultura della convivenza solidale. Oltre l’odio e le barriere di razza e di colore.</p>
<p><span id="more-259"></span>Ma non scordiamoci quanto hanno sofferto i nostri emigranti all’estero e anche nel Nord dell’Italia, per superare i pregiudizi e affermare con intelligenza le loro straordinarie capacità contro l’emarginazione e il marchio infamante di «meridionali violenti e mafiosi». In questi giorni, purtroppo, sono state brutalmente violate le più elementari regole di coesistenza civile, con episodi terribili, che hanno riportato nuovamente sulle prime pagine di tutti i giornali e nei titoli di testa dei telegiornali, non solo nazionali, la Calabria e la martoriata Piana di Gioia Tauro. Rispuntano inquietanti interrogativi sull’influenza della mafia, ne viene fuori ancora una volta il torbido intreccio di soprusi e illegalità che da decenni infesta la regione italiana più periferica, non solo geograficamente.</p>
<p>La regione dell’accoglienza (che bell’esempio Riace: ha riempito d’orgoglio tutti i calabresi questo prezioso lembo di solidarietà che l’altra sera i telegiornali hanno mostrato a tutto il mondo), non può essere trasformata nella terra dello sfruttamento bestiale, accusata di essere “xenofoba” e a Rosarno la gente «non accetta di essere macchiata con accuse di razzismo» e afferma che «singoli episodi imbevuti di ignoranza e immaturità non possono etichettare un territorio». Difesa legittima. Ma è soprattutto lo Stato che deve tutelare questo territorio, con una presenza reale e costante. Bene i rinforzi.<br />
Giusta la sensibilità e la fermezza dimostrata in questi giorni. Ma prima? Non è ammissibile che centinaia di disperati siano stati costretti a vivere e lavorare in condizioni di una disumanità intollerabile, senza che nessun intervento concreto sia stato messo in atto per impedire che si arrivasse alla devastante “rivolta”. Violenze, spari e feriti. L’ombra della mafia sempre più minacciosa. L’agricoltura continua ad essere un “affare”, anzi “malaffare”, come ben 30 anni fa aveva denunciato con coraggio Peppino Valarioti, il sindacalista e segretario del Pci di Rosarno, ucciso la notte dell’11 giugno 1980, mentre stava festeggiando la vittoria elettorale. Si era preoccupato di fare luce su affari sporchi e malapolitica in una delle prime esperienze associazionistiche nel settore della produzione e della trasformazione agrumicola sorte proprio a Rosarno. Il piombo assassino fermò la sua azione. Ricordo con lucidità e commozione la notte in cui ricevetti la notizia al “Giornale di Calabria”, dal nostro corrispondente.<br />
Rimasi sconvolto e preoccupato per la gravità di una eliminazione politica così eccellente. Ero il capo redattore, mi trovavo in tipografia e avevo appena “chiuso” la prima pagina, con tutti i risultati delle elezioni in Calabria. Il titolo a nove colonne era puntato sull’esito del voto. E come ogni notte, stavo aspettando l’uscita dalla rotativa della prima copia della prima edizione del giornale che era quella della provincia di Reggio Calabria. Bloccai immediatamente la rotativa. Smontai la prima pagina ed il titolo principale, a nove colonne, divenne quello sul delitto Valarioti. Fummo gli unici a dare quella mattina la notizia.</p>
<p>Il giornale subito esaurito. Tempestati di telefonate dai distributori e dai rivenditori, fui costretto a richiamare in servizio i tipografi per mettere nuovamente in moto la rotativa. Questo mi confermò da subito che si trattava di una vicenda sconvolgente per la vita politica del Reggino e dell’intera Calabria. Un caso che a trenta anni di distanza resta ancora irrisolto, immerso nelle assurde nebbie dei tanti misteri calabresi. E a trenta anni dalla morte sarebbe più che opportuno riaprire un serio confronto sul ruolo dei politici, dei sindacalisti, degli amministratori e dello Stato nel “controllo” del lavoro nero e sugli utili che i “padroni” riescono a ottenere sulla pelle degli sfruttati, malpagati, diseredati. Sarebbe il modo migliore, al di là delle “consuete” celebrazioni, per dare forza alle battaglie di onestà e civiltà della Calabria dei buoni e dei giusti.<br />
Peppino Valarioti mi è tornato alla mente proprio mentre leggevo le prime cronache e vedevo in televisione le drammatiche immagini della “rivolta” di Rosarno.<br />
La sua eliminazione, ho pensato, ha portato anche a questo inferno, il far west dello sfruttamento nei campi della povera gente da parte di persone senza cuore. Le violenze, le aggressioni, le spedizioni punitive, la delusione, la rabbia, la denuncia: «Abbiamo vissuto vessazioni indicibili e rapporti difficili con la popolazione». Sfruttati e sfruttatori che hanno gettato nel caos una intera comunità. Poveri cristi, persone perbene che si sono trovati gli uni contro gli altri .Una assurda guerra che riporta in primo piano il tema della povertà.</p>
<p>E anche in questo caso ritorniamo a Corrado Alvaro e riflettiamo su un suo pensiero di 73 anni fa: «Bisogna modificare il concetto di povertà nel mondo moderno .C’è una povertà interiore irrimediabile».</p>
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		<title>A &#8216;Ndrangheta per il racket parla indiano. Ecco come le cosche fanno entrare (regolarmente) gli immigrati</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 12:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Byte Liberi &#8211; 2 febbraio 2010)
Quando a Singh chiedono come vive in Italia, lui risponde beffardo. “Bene, da gran signore. Il mio lavoro principale è quello dei documenti, ormai mi sono abituato a guadagnare di più, con gli altri lavori si può solo mangiare”. E guadagnava cifre da capogiro Singh Sher con “i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.byteliberi.com/2010/02/quel-business-per-le-mafie-chiamato-immigrazione.html" target="_blank">Byte Liberi</a> &#8211; 2 febbraio 2010)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-925" title="immigrati_indiani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/immigrati_indiani-300x199.jpg" alt="Immigrati indiani" width="300" height="199" />Quando a Singh chiedono come vive in Italia, lui risponde beffardo. “Bene, da gran signore. Il mio lavoro principale è quello dei documenti, ormai mi sono abituato a guadagnare di più, con gli altri lavori si può solo mangiare”. E guadagnava cifre da capogiro Singh Sher con “i documenti”. I visti falsi che lui e i suoi uomini procuravano ai loro connazionali per sbarcare finalmente in Italia.<br />
<span id="more-893"></span>In Calabria Sher aveva capito come funziona: non ti muovi se non ti allei con la ‘Ndrangheta, con i Iamonte di Melito Porto Salvo, e i Cordì, le due cosche entrate nel business dell’immigrazione. Con loro Sher aveva costruito una organizzazione perfetta. Non erano scafisti, gli immigrati non arrivavano sulle coste joniche a bordo di barconi. Quella è roba buona per gli africani o per gli albanesi di una volta. No, gli indiani partivano direttamente da Nuova Delhi, in aereo, con regolari passaporti e regolarissimi permessi di soggiorno.</p>
<p>C’erano i datori di lavoro che stipulavano contratti fittizi, sindacalisti e mediatori culturali compiacenti, funzionari di Asl e dell’Ispettorato del lavoro ai quali veniva chiesto di chiudere un occhio e loro, volentieri, li chiudevano tutti e due, funzionari di consolati e complici negli aeroporti indiani. Bastava pagare, c’era un tariffario preciso per gli indiani che sognavano l’Europa. Un visto per sei mesi costava 9 lak, 15 mila euro, per 11 mesi da 18 a 25 mila.</p>
<p>Il business è durato anni e ha fruttato all’organizzazione calabro-indiana 6 milioni di euro. Con i Iamonte e i referenti dei Cordì, Singh Sher trattava alla pari. “Movimenta notevolissime somme di danaro, lui è il capo di tutta l’organizzazione, nel senso che lui è un soggetto trainante di queste cose”, dichiara ai magistrati della Direzione antimafia di Reggio Calabria, Saverio Foti. Foti è un imprenditore agricolo di Melito Porto Salvo, i Iamonte vogliono accaparrarsi la sua azienda, lo riducono sul lastrico, fino a quando riescono a coinvolgerlo nel business dei contratti di lavoro falsi.</p>
<p>Singh Sher ha un fortissimo ascendente sugli indiani, nelle telefonate lo appellano “Virk”, un vero e proprio blasone, in questo modo in India ci si rivolge a coloro che appartengono al jet-clan, la classe superiore. Il suo è un clan potentissimo, in India controlla, sia politicamente sia economicamente, intere città, ma è presente anche in Pakistan, negli Stati Uniti. In Italia il “trafficante di indiani” ha stabilito ottimi rapporti anche con pezzi delle istituzioni. “Tu puoi fare tutto, puoi anche comprare la Prefettura”, gli dice ammirato un suo complice.</p>
<p>All’organizzazione collaboravano “pubblici funzionari italiani – scrivono i magistrati dell’antimafia reggina – collocati strategicamente negli uffici amministrativi (Prefettura e Direzione del lavoro) o in organizzazioni sindacali”. Un meccanismo raffinato, ma anche spietato. Per pagare l’organizzazione, i migranti “si indebitano in maniera notevole o vendono tutti i loro beni per far fronte alle ingenti richieste di denaro” degli “scafisti”, i quali molto spesso acquistano direttamente le loro proprietà o i terreni da loro posseduti”.</p>
<p>Il cartello calabro-indiano non si limitava a vendere contratti di lavoro e permessi di soggiorno farlocchi, ma riciclava anche passaporti. Che i migranti indiani ricevevano da un complice direttamente all’aeroporto di Nuova Delhi, senza passare dall’Ufficio visti. “O Sher consegna falsa documentazione a chi sta per imbarcarsi – scrivono i pm – oppure anche i suoi sodali hanno conoscenze all’interno degli uffici consolari”. Un vorticoso giro di soldi che passava attraverso una banca particolare. Singh Sher è infatti un referente del metodo “hawala”, i circuiti bancari clandestini presenti in Africa, America latina e paesi arabi.</p>
<p>Banche parallele dove il danaro circola senza lasciare tracce e senza incorrere nei controlli dell’antiriciclaggio. Ma a guadagnare erano anche gli imprenditori calabresi compiacenti che per danaro si impegnavano a fare richieste di manodopera false. C’è un dato impressionante nell’inchiesta: dal 2007 al 2009 gli indiani assunti in provincia di Reggio Calabria sono 877, 282 di questi hanno lavorato massimo per 3 mesi, il 32% non è arrivato a 10 mesi di lavoro. Per gli indiani la Calabria è terra di passaggio, molti di loro aspirano ad andare in Inghilterra. Anche a questo provvedeva il cartello.</p>
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