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	<title>Malitalia &#187; Giuseppe Linares</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>I soldi del libretto restano allo Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 21:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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 Il suo era un nome potente della nomenclatura politica della Sicilia. Certamente della provincia di Trapani e certamente della Dc. La sua collocazione quasi lo poneva fuori da ogni dubbio di sorta, corrente morotea, vicinissimo ai Mattarella, Piersanti prima e Sergio dopo. E però di Francesco Spina, per anni sindaco e amministratore di Usl, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9072" href="http://www.malitalia.it/2012/01/i-soldi-del-libretto-restano-allo-stato/libretto-postale/"><img class="alignnone size-full wp-image-9072" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/libretto-postale.jpg" alt="" width="240" height="176" /></a></p>
<p><strong> Il suo era un nome potente della nomenclatura politica della Sicilia.</strong> Certamente della provincia di Trapani e certamente della Dc. La sua collocazione quasi lo poneva fuori da ogni dubbio di sorta, corrente morotea, vicinissimo ai Mattarella, Piersanti prima e Sergio dopo. E però di Francesco Spina, per anni sindaco e amministratore di Usl, per decenni segretario provinciale della Dc trapanese, fino a diventare parlamentare nazionale, i pentiti ne hanno parlato in modo così chiaro che nel 1998 scattò il suo arresto per la presunta partecipazione all’associazione mafiosa trapanese. <strong>Non si è mai arrivato al processo</strong>: o meglio il dibattimento iniziò e poi venne per lui sospeso, una grave malattia ne ha impedito la presenza in aula, adesso il Tribunale ha pronunziato una sentenza di non luogo a procedere per morte del reo.</p>
<p>Impedimento però che gli avrebbe permesso di intascare, nel 2004, una somma che poteva mettere in tasca ma solo se avesse denunciato l’incasso alla Guardia di Finanza. Essendo un soggetto sorvegliato speciale a norma di legge avrebbe dovuto comunicare ogni mutamento del proprio patrimonio, in questo caso la vendita di alcuni beni e il guadagno di 100 mila euro. <strong>Soldi depositati su un libretto e che quando i familiari dell’ex deputato si sono apprestati a riprendersi si sono visti notificare il sequestro da parte della magistratura. I soldi restano allo Stato.</strong> Si tratta di una prima applicazione in Sicilia, e forse anche sul territorio nazionale, della nuova norma che stabilisce come ad essere colpiti dal sequestro di beni di presunta provenienza illecita, anche gli eredi dei soggetti finiti sotto inchiesta. Se le proprietà sono “sporche” di malaffare lo restano sempre, anche quando il titolare è deceduto. In questo caso si tratta di una violazione di una norma che obbliga i soggetti destinatari di misura di prevenzione di comunicare nell’arco di tempo di vigenza della misura e per i dieci anni successivi ogni modifica del proprio patrimonio. Fu una norma che proprio a Trapani fu riscoperta anni addietro dalle Fiamme Gialle quando al comando provinciale vi era l’attuale generale Carofiglio. Oggi questa norma può essere applicata anche agli eredi dei personaggi finiti sotto la lente di ingradimento delle Fiamme Gialle. Nel caso dell’ex deputato Spina la proposta di sequestro è partita dal questore Carmine Esposito e dall’ufficio anticrimine diretto dal primo dirigente Giuseppe Linares, nel fascicolo è finita l’informativa della Finanza del 2005, e il Tribunale delle Misura di prevenzione ha accolto la richiesta del sequestro preventivo. <strong>Si tratta esattamente di 101 mila euro, che lo Stato non restituisce agli eredi dell’ex parlamentare.</strong></p>
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		<title>La mafia dell’economia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti. L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8675" href="http://www.malitalia.it/2011/12/la-mafia-dell%e2%80%99economia/salvatore-giuliano-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-8675" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/salvatore-giuliano.jpg" alt="" width="273" height="185" /></a></p>
<p><strong>C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti.</strong> L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il corpo senza vita del bandito che era il terrore delle popolazioni siciliane dell’epoca, Salvatore Giuliano. Una foto che ancora oggi fa il giro del mondo. Il delitto di Salvatore Giuliano e la stessa vita del bandito di Montelepre è il primo mistero siciliano del dopoguerra e ancora oggi se ne sentono gli strascichi. Certamente quell’immagine di quel cadavere senza vita riverso a terra nel cortile De Maria fu frutto di una sceneggiata, una messinscena organizzata dalla mafia e tollerata dalle istituzioni. La prima di tante altre “fiction”, ma non da teleschermi. Trapani subito dimostrò le sue capacità a offrire gli spazi giusti per questi inciuci criminali. Castelvetrano era già la città di Francesco Messina Denaro, il “patriarca” della mafia belicina, che subito guadagnò “galloni” nel campo di Cosa nostra, quando don Ciccio ufficialmente non era nessuno, e Bernardo Provenzano era già un latitante, era quest’ultimo, e non l’altro, a recarsi a trovarlo: guidando la sua 500, Binnu, il “padrino” di Corleone giungeva a Castelvetrano, lui al cospetto di Messina Denaro, e non viceversa.</p>
<p><strong> Oggi Matteo Messina Denaro latitante dal 1993, figlio quasi cinquantenne di Francesco, nel frattempo morto, in latitanza, nel 1998, è l’erede del padre ma anche di don Binnu.</strong> Inciuci e intrecci sono la sua specialità. Ha le mani sporche di sangue e con queste gestisce la nuova mafia, quella sommersa, che fa impresa e le stesse mani che hanno piazzato le bombe per piegare lo Stato verso la trattativa. La mafia trapanese è cresciuta dal dopoguerra in poi all’ombra di istituzioni gestite da uomini che avevano un compito prioritario, spendere la migliore energia a negare l’esistenza della mafia e a chiamare “sbirro” chi indagava, quasi indicandolo al pubblico ludibrio, come per esempio è stato intercettato a fare l’ex vice presidente della Regione Sicilia, l’on. Bartolo Pellegrino. Inciuci di morte.  Il 2 aprile del 1985 in una curva di Pizzolungo i mafiosi, ma non solo i mafiosi, come spesso si sente dire per i delitti più eccellenti commessi a Trapani, piazzarono una autobomba che fece strazio di una donna e dei suoi due figlioletti. Erano su una automobile, guidava Barbara Rizzo Asta, portava Salvatore e Giuseppe, gemelli di sei anni a scuola, fecero da “scudo” al momento della esplosione ad una Fiat Argenta sulla quale si trovava il magistrato Carlo Palermo che scortato stava raggiungendo il Palazzo di Giustizia dove da meno di 40 giorni svolgeva le funzioni di sostituto procuratore. Il pm si salvò, la scorta anche. “Salvezza apparente”, il magistrato fu preso e portato lontano da Trapani e poi fuori dalla magistratura, era andato a toccare fili ad alta tensione: mafia, politica, affari, traffici di droga e di armi, soldi neri nelle casse dei manager socialisti, aveva osato sfidare il potere che l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi si era costruito attorno.<strong> Davanti ai corpi dilaniati dal tritolo, quelli di Barbara e dei suoi due gemellini, l’allora sindaco di Trapani, Erasmo Garuccio, intervistato da Enzo Biagi in diretta tv, ebbe a dire che a Trapani la mafia non esisteva.</strong> A più di 20 anni da quelle dichiarazioni, quando sono decine le sentenze che certificano in via definitiva l’esistenza della mafia, la cupola regionale e quelle provinciali, la presenza di Cosa nostra nelle istituzioni, l’oramai divenuto ex sindaco di Trapani Erasmo Garuccio sentito in un processo di mafia in Tribunale a Trapani sollecitato dal pm Andrea Tarondo è tornato a dire che per lui quell’affermazione non era infondata. Nessun passo indietro, né mea culpa, “non ho cambiato idea” ha detto rispondendo ad un pm rimasto quasi senza parole. Nel frattempo nel 2001 candidato alle nazionali per Forza Italia nel collegio di Trapani arrivò il figlio di Bettino, Bobo Craxi.</p>
<p><strong> Qui a Trapani  c’è la mafia borghese</strong>, non ci sono più da decenni coppole e lupare, qui c’è la mafia che frequenta i salotti buoni, qui non c’è l’estorsione, c’è l’impresa che è cresciuta abituata a pagare la quota associativa a Cosa nostra. Qui quando si arresta un padrino non si coglie l’occasione per colpire a morte l’organizzazione, ma si sta fermi e si aspetta che venga nominato il suo erede. La mafia trapanese è quella che per anni riuscì a tenere incagliati, chiusi negli armadi del Palazzo di Giustizia, una serie di processi: dovevano essere celebrati nel 1980, per vedere i relativi boss imputati alla sbarra di anni ne sono occorsi quasi 20. A Trapani è stato tributato onore ai mafiosi,quando uno di questi morì, Calogero “Caliddo” Minore, niente impedì per lui un funerale affollato nella Basilica della Madonna, la città si mise il lutto e il maggiore quotidiano, il Giornale di Sicilia, ne celebrò le gesta di grand’uomo. A Trapani sono stati nascosti i capi di Cosa nostra del calibro di Totò Riina nonostante ci fossero in giro gli agenti dei servizi segreti, a cominciare da quella di Gladio, e grazie a intrecci “pesanti” sulle rotte attraversate dai carichi di armi e di droga, viaggiavano anche i rifiuti tossici.</p>
<p> La nuova mafia quella che a Trapani ha avuto come capo l’imprenditore di Paceco Francesco Pace (nome che a Rostagno nei suoi editoriali del 1988 non era sfuggito) nell’ultimo decennio si è gettata a capofitto nei grandi appalti, non trovò nessuno a fermarlo. Ci provò un prefetto, Fulvio Sodano, ma di colpo nell’estate del 2003 Sodano si trovò trasferito ad Agrigento. Era in carica il Governo Berlusconi e sottosegretario all’Interno era il senatore trapanese Tonino D’Alì. Non si sa ancora oggi se sia stato davvero lui a farlo trasferire via da Trapani, i mafiosi però intercettati parlando di Sodano non facevano altro che augurarsi che presto venisse allontanato dalla città. E furono accontentati.</p>
<p> Trapani in tantissimi anni ha avuto occasioni di riscatto. Qui hanno lavorato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dicevano, se a Palermo c’è la mafia militare, a Trapani c’è quella economica. <strong>Trapani ha avuto un dirigente di Squadra Mobile, Giuseppe Linares, che dopo avere preso tutti i latitanti che c’erano, quando si è messo sulle tracce dell’ultimo, Matteo Messina Denaro, ha ottenuto la meritata promozione ma anche la rimozione dal gruppo che, si dice, dà la caccia al boss. La sensazione è quella che Matteo Messina Denaro verrà preso quando sarà tempo di essere preso,</strong> come è accaduto ai grandi super latitanti, e lui è un super latitante già solo per i segreti che si porta dentro. E allora, se deve essere una cattura a tempo, nessuno deve cercarlo. Una decisione certamente non scritta, perché in effetti il boss viene cercato. Ci stanno pensando i “soliti noti”: i poliziotti della Squadra Mobile di Trapani oggi diretti dal vice questore Giovanni Leuci. Tosti questi “trapanesi”, fanno parte del “gruppo”, lavorano adesso nel “cuore” della questura di Palermo da dove sono state dirette altre catture, ma il “sistema” seguito non è il loro. A Palermo i latitanti sono stati catturati seguendo spesso i fili del racket, del pizzo, non è questo però un filo che riguarda Cosa nostra trapanese, dove non si paga il pizzo, dove non esistono libri mastri del racket, ma semmai qui si continua a pagare la quota associativa alla Cosa nostra di Matteo Messina Denaro. Quindi i poliziotti trapanesi continuano a dire che il sistema deve essere quello loro, seguire, dopo averlo scoperto, e tirato fuori dal sottoterra, il filo che lega imprese, appalti e politica. Non hanno però vita facile questi poliziotti…..spesso si trovano senza soldi per missioni e straordinari….ma per loro non è una novità…e mai si sono fermati…</p>
<p> Un discorso a parte meritano i carabinieri che si sono specializzati in questi anni a prendere i latitanti che si sono rifugiati all’estero.</p>
<p> <strong>La società trapanese si è limitata sempre a guardare tutto questo</strong>, tutto quello che le accadeva intorno come se niente fosse affar suo, a Trapani non c’è grande voglia di leggere o di  sentire raccontati determinati fatti, ma per la verità non c’è un grande coro dell’informazione.</p>
<p>  A Trapani è lo scirocco il vento più impetuoso che porta la sabbia del deserto, granelli di sabbia che una volta raccoglievano le cose peggiori e contaminavano tutto quello su cui si posavano, oggi questi granelli raccolgono di tanto in tanto anche cose nuove, per esempio l’impegno, il desiderio di legalità, la voglia di azzerare la mafia di tanti giovani, e la contaminazione è cambiata. Grazie per esempio ai giovani di Libera o di alcuni circoli che si sono intestati battaglie di  libertà, vera e non apparente. Hanno da cancellare una cruda realtà. Ci sono voluti quasi 25 anni per pensare a celebrare nel modo giusto le vittime di Pizzolungo, ci sono voluti  21 anni per dedicare una via di Trapani a Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista che ogni giorno dagli schermi di Rtc metteva alla berlina la mafia ed i suoi complici, e per questo fu ucciso il 26 settembre del 1988, ci sono voltui 23 anni per vedere cominciare un processo per questo delitto, ma sono bastati pochi giorni per collocare su una via del porto di Trapani una targa che ha dato nuovo nome a quella strada, la “via dei grandi eventi”, in onore delle gare di selezione della Coppa America del 2005 che ebbero come scenario il mare delle Egadi e il porto di Trapani. “Grandi eventi” che da Trapani in poi hanno significato solo una cosa, mettere assieme una “cricca” tra politici, imprenditori e mafiosi per fare affari.</p>
<p> <strong>A Trapani la mafia oggi fa le truffe e paga le mazzette per restare a galla. La corruzione è il suo nuovo campo d’azione. E si scopre che corrotti ci sono anche dentro le forze dell’ordine. Ma non tutti lo vogliono sentire dire.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p> (pubblicato su I Siciliani giovani dicembre 2011)</p>
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		<title>Mafia: ucciso il nuovo boss americano arrivato da Castellammare del Golfo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-8564" href="http://www.malitalia.it/2011/12/mafia-ucciso-il-nuovo-boss-americano-arrivato-da-castellammare-del-golfo/salvatore__3065274/"><img class="alignnone size-full wp-image-8564" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Salvatore__3065274.jpg" alt="" width="124" height="166" /></a></strong></p>
<p><strong>Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari</strong>. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno che comanda e lui giovanissimo, 35 ani, il “boss bambino” non a caso era anche soprannominato, era pronto a fare la scalata. Lo scorso 25 novembre però la sua ambizione è finita male, ucciso, e il suo corpo gettato in un fiume ghiacciato a Montreal, in Canada, che era la sua seconda città. Salvatore “Sal” Montagna, quarantenne, è finito così, la sua non è stata una uscita di scena da boss, quasi  il suo è stato l’omicidio di uno qualsiasi della malavita americana. Solo al funerale la “famiglia” ha cercato di rimettere le cose in ordine, tributandogli l’ultimo saluto come si deve, come quello che si riserva ad un capo mafia.</p>
<p><strong>Forse in tutto questo c’è una coerenza per come Sal Montagna ha trascorso la sua vita, tra alti e bassi, in attesa di fare il salto di qualità, per questo era venuto in Sicilia per tornare negli Usa con il “timbro” di autenticità mafiosa marchiato sulla “pelle”. </strong>A New York aveva cominciato a far “carriera” diventando l’erede dei Bonanno, ma gli è stato fatale il ritorno a Montreal,  in Canada, dove, dopo avere patito un arresto, e una espulsione per immigrazione clandestina, da New York, voleva cominciare a comandare anche lì, profittando che un paio di faide avevano tolto di mezzo i vecchi boss e nel frattempo altri erano finiti arrestati, ma qualcuno non ha perso tempo a ricordargli le “regole”, quelle che una volta violate si pagano con la “vita”, sentenze di morte che vengono subito eseguite, senza attendere appelli.</p>
<p><strong>“Ironworker” era pure soprannominato in America</strong>, faceva l’operaio (e veniva chiamato dagli italo americani Sal l’operaio) in una azienda che lavora metalli a Brooklyn, e dove presto da dipendente era diventato titolare. A Montreal era stato costretto a tornare da New York dopo essere finito nei guai per una “immigrazione clandestina”, la sua, dunque era stato cacciato via ma dal Canada cercava di tenere lo stesso le fila della “famiglia” di New York e intanto a Montreal si era messo a fare estorsioni, e pensava anche a rapimenti (a scopo di estorsione). La sua morte sarebbe maturata all’interno di una guerra per il predominio della mafia di Montreal, che lo aveva visto contrapporsi a due boss locali, Raynald Desjardins e Joseph Di Maulo. Il corpo di Sal Montagna è stato ripescato nel fiume Assomption, a Charlemagne, nella zona nordorientale di Montreal, ucciso a colpi di pistola.</p>
<p><strong>I Bonanno sono stati tra i primi noti mafiosi in America</strong>, come Al Capone a Lucky Luciano. A Castellammare del Golfo, città originario del clan Bonanno, di Salvatore Montagna, quasi nessuno si ricorda, anche oggi che è morto. Ma non certo perchè “Sal” partì da Castellammare per gli Usa quando aveva 15 anni, di più perché una volta negli States ha fatto una «certa» carriera, diventando, secondo l’Fbi il nuovo capo della mafia americana, e dunque è questo il serio motivo perchè nessuno a Castellammare del Golfo abbia voglia di parlarne. Il suo rione castellammarese è quello di San Giuseppe, nella parte alta del paese. Qui sarebbero tornati da qualche tempo ad abitare i genitori di Sal, ma quale sia la casa non si può sapere.</p>
<p><strong> Una mafia quella americana che non molla le sue origini</strong>. Di Castellammare sono stati i più potenti capi mafia Usa, a cominciare da quel Joseph Bonanno che ispirò a Mario Puzo il libro sul «padrino». A Castellammare del Golfo ha raccontato il pentito Nino Giuffrè i picciotti americani venivano ad «imparare il mestiere» o c’erano quelli di Castellammare che andavano negli Usa a “formare” i picciotti. Certamente in America c’è una regola che dentro Cosa Nostra continua ad essere rispettata, ed è quella che per diventare “padrini” bisogna essere nativi della Sicilia, o figli di genitori siciliani, meglio ancora poi se si è di Castellammare del Golfo.</p>
<p><strong>«Cosa Nostra &#8211; dichiarò a suo tempo il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares, a margine di una conferenza stampa dopo un blitz antimafia (operazione Tempesta) proprio nel castellammarese – è come l’Araba fenice: risorge sempre dalle ceneri</strong>». «Ci sono precisi rapporti dell’intelligence – riferisce un italiano diventato esperto di sicurezza in America, Antonio Nicaso – che confermano come a seguito di faide e guerre di mafia e soprattutto dopo gli scompaginamenti determinati da arresti e condanne, la mafia ha deciso di affidarsi a Montagna, un nuovo uomo». Nicaso è perfetto conoscitore della realtà mafiosa americana, lavora in Canada, dove le cosche newyorkesi già ai tempi di Bonanno avevano impiantato una cosca a Montreal. Dove Sal Montagna è cresciuto.</p>
<p><strong>La mafia e le sue origini castellammaresi</strong>. Ne parlò in un verbale il boss di Caccamo Nino Giuffrè dopo avere deciso di collaborare con la giustizia: «Si è deciso di ritornare alle origini a quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano. Castellammare è fra l’altro un punto di incontro tra i Paesi arabi e l’America. Posso tranquillamente dire che Castellammare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che é un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria, dei servizi segreti deviati».</p>
<p>Quanto sia potente la cosca castellammarese lo si deduce da una storia degli anni ’90, quando a Castellammare si rifugiò un narcotrafficante di recente catturato, Saro Naimo, «un uomo potente», Totò Riina diceva che era «più potente del presidente degli Stati Uniti». <strong>L’attuale capo della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro aveva pensato di rivolgersi a lui in quel periodo per cercare di riprendere un antico sogno della mafia siciliana, cioè quello di far passare la Sicilia sotto la bandiera americana.</strong> Il pentito e suo ex braccio destro Vincenzo Sinacori ne ha parlato in un verbale, Matteo venne prese per folle, ma il tentativo fu fatto lo stesso, solo che Naimo fece sapere a Messina Denaro che non poteva essere più tempo di queste cose. </p>
<p><strong>Sal Montagna era ritenuto dall’Fbi il boss attivo della famiglia Bonanno</strong>, una delle più grandi famiglie mafiose di New York. Sposato, con tre figli, nel 2009 era tornato in Canada dagli Usa dopo essere stato arrestato per immigrazione clandestina e condanna per rifiuto di testimonianza sul gioco d’azzardo illegale. In quell’occasione si dichiarò colpevole di reati minori, ma questo non gli permise di rimanere negli States. Il suo arrivo in Canada precedette di pochi mesi una serie di delitti di membri della famiglia Rizzuto, oggi decimata. E “Sal” è finito in questo elenco. La mafia americana adesso come quella siciliana cerca il suo capo.</p>
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		<title>Processo Rostagno: deposizione di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 11:24:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<title>Processo Rostagno:  la lezione di mafia del poliziotto Giuseppe Linares.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 18:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8066" href="http://www.malitalia.it/2011/10/processo-rostagno-la-lezione-di-mafia-del-poliziotto-giuseppe-linares/mauro1/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8066" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/mauro1-300x136.jpg" alt="" width="300" height="136" /></a></p>
<p><strong>Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta</strong>, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del 2005 aveva ricostruito il puzzle degli affari mafiosi esistenti nel trapanese, “infilzando” uno dietro l’altro tutti i latitanti di mafia, che vivevano protetti da una congrega di colletti bianchi, seguendo le tracce lasciate da decine e decine di appalti pilotati. Una cosa che fecero quegli investigatori, che riesumarono i rapporti di un famoso capo della Mobile di Trapani, Rino Germanà, fu quella di riuscire a retrodatare alleanze e traffici vari agli anni ’80, tutto oggi con il sigillo di diverse sentenze passate in giudicato e un elenco di nomi, mafiosi, imprenditori, che costituivano, con la copertura della massoneria dilagante, la galassia della mafia trapanese. Alcuni di questi soggetti oggi scontata la galera sono tornati in auge, il boss latitante Matteo Messina Denaro che in quel 1988 cominciava a crescere a colpi di morti ammazzati, ne è oggi il boss e loro capo  indiscusso, guida la cosidetta mafia sommersa, quella che è diventata impresa, holding, cassaforte di immensi tesori . <strong>Linares nel 2008 fece quello che qualsiasi bravo investigatore deve fare, accertarsi se sono state fatte, ripetute, nel tempo, le comparazioni balistiche, per il delitto Rostagno per la verità questi riscontri non erano stati mai fatti,</strong> il processo in corso in Corte di Assise sta facendo scoprire che non solo alcune basilari indagini non furono compiute, dai carabinieri che hanno indagato sul delitto per 20 anni,  ma che addirittura sono scomparsi o finiti in fascicoli “sbagliati” verbali e testimonianze che sarebbero stati utili ad arrivare presto, certamente prima del termine dei 23 anni dall’omicidio, alla matrice mafiosa. Le indagini di Linares fecero rileggere i verbali che molti pentiti sul delitto Rostagno avevano reso addirittura nel 1997, pentiti che avevano svelato il malumore di boss come i Messina Denaro contro Rostagno, e poi gli esami balistici hanno fornito il risultato che ha portato l’ex campione di tiro a volo della nazionale italiana, Vito Mazzara, sotto processo. L’ennesimo per lui con accusa di omicidio. Sta scontando, con Virga, ergastoli per delitti efferati, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso nel 1995 l’antivigilia di Natale in un sobborgo agricolo di Trapani, la sua morte era il regalo dei mafiosi liberi a quelli in cella e che stavano al 41 bis. <strong>Il delitto Rostagno per modalità di esecuzione, per armi usate, combacia perfettamente con altri delitti commessi da Mazzara, omicidi seriali, dove la firma di Mazzara è diventata anche la sua ripetuta abitudine a marcare le cartucce prima del loro utilizzo</strong>, facendole attraversare la canna del fucile e facendole colpire dalla culatta, senza però farle esplodere. Era un modo per rendere impossibile ogni perizia balistica di compatibilità, l’espediente ripetuto è diventato elemento di conferma, così come l’abitudine a sovraccaricare le cartucce, circostanza questa che il 26 settembre del 1988 portò ad esplodere il fucile imbracciato da uno dei killer che con Mazzara entrarono in azione per uccidere Rostagno. Alla Corte di Assise di Trapani Giuseppe Linares ha spiegato questi passaggi investigativi e descritto 20 anni di indagine. Non è stata una lunga testimonianza perché le regole processuali prevedono che gli investigatori non possano essere dettagliati nei loro racconti, certo è che i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, come le parti civili, sono usciti soddisfatti dall’udienza, le difese degli imputati invece  hanno vinto laddove codice alla mano hanno impedito al teste di ripetere ciò che i pentiti hanno detto sul delitto, perché i pentiti verranno sentiti, c’è chi però ha (mal) pensato che le difese possono avere vinto l’udienza, se l’udienza si vince chiedendo al teste quanto costa un fucile calibro 12, non ottenendo risposta, certo che si in questo caso l’udienza è stata vinta dalla difesa.</p>
<p><strong>Nel 1988 quando venne ammazzato, Mauro Rostagno faceva il giornalista in una tv locale di Trapani, Rtc,  l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella, un giorno si e l’altro pure si incontrava con Angelo Siino, il ministro dei lavori Pubblici di Cosa nostra e di Totò Riina</strong>. Nello stesso anno, sempre il 1988, mafia, impresa e politica costituirono un tavolino dove veniva diviso tutto quello che era possibile spartire e trasformare in denaro, consenso, potere. Linares rispondendo ai pm e alle altre aprti del processo e poi anche allo stesso presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, ha descritto ill vissuto investigativo del suo ufficio, a proposito della perenne presenza della mafia nel trapanese nel territorio, oggi dentro l’economia, le istituzioni, la società, e indicando le connessioni con le quali oggi la mafia di Matteo Messina Denaro riesce ad alimentarsi. Sui personaggi imputati nel processo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, Linares ha speso molte parole: Virga, che segue il dibattimento in video conferenza, dal carcere di Parma, fu catturato dagli uomini di LInares nel 2001 dopo sette anni di latitanza, “era l’uomo di Provenzano, gestiva imprese e appalti, aveva attribuito ai figli Franco e Pietro ogni compito di esercitare la pressione mafiosa sul territorio, anche usando la violenza; Mazzara, che segue il processo stando in aula, ieri vestiva una elegante sahariana, è un ex campione di tiro a volo che ha disputato gare con la divisa della nazionale azzurra, circostanza che la difesa ha tenuto a fare emergere, e però tra una gara e l’altra di campionato, andava in giro con Matteo Messina Denaro a compiere delitti; Mazzara è l’uomo che la mafia trapanese vuole proteggere a tutti i costi, in carcere non gli fanno mancare niente e <strong>Linares ha ricordato di una intercettazione nella quale alcuni mafiosi parlano di lui dicendo che non lo si deve abbandonare anche se in carcere, perché lui è un pezzo di storia della mafia e un suo pentimento sarebbe disastroso per Cosa nostra</strong>. A vederlo come sta Vito Mazzara sta in carcere senza che niente gli manca.</p>
<p><strong>Nel 1988 ha ricordato Linares era libero il gotha non solo trapanese ma anche siciliano di Cosa nostra, ed i gruppi di fuoco erano operativi</strong>. Mentre crescevano gli affari e le alleanze. La mafia diventava un tutt’uno con l’imprenditoria e la politica, il territorio veniva assalito dalle speculazioni che nessuno ostacolava. A Trapani si parlava poco di mafia, anzi si parlava poco e c’era silenzio sulle cose che non andavano. Rostagno ruppe l’andazzo, “era un giornalista fuori dal coro” ha detto l’ex capo della Mobile. “Questo suo modo di fare giornalismo, di fare le denuncie non era raccolto da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Lipari, praticamente lui da Rtc era a fvare la cronaca di quel processo che restava non considerato adeguatamente dagli altri organi di informazione. Rostagno di questo processo parlava abbondantemente e per quello che abbiamo tratto noi investigatori,  questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra. La mafia non lo  poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. Questa è la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso”. Linares ha ricordato come già “nel rapporto della Mobile del 1988 venivano citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania, interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani, ne parlava senza uno straccio di riscontro giudiziario, per questi fatti i riscontri giudiziari arriveranno anni dopo il suo assassinio”.</p>
<p><strong>Il difensore di Vincenzo Virga, l’avv. Giuseppe Ingrassia, ha però cercato di inserire un colpo ad effetto con una domanda che però non ha imbarazzato Linares</strong>. “Come mai nei tanti editoriali, Rostagno non parla mai di Virga e della sua impresa all’epoca principale, la Calcestruzzi Ericina”. “Non ne poteva parlare e non lo avrebbe potuto mai fare – ha risposo Linares &#8211; perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90, considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si ebbe contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista. Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e Bernardo Provenzano, nomina che venne tenuta riservata”. Magistratura e forze dell’ordine non sapevano, la criminalità invece si. “Anche questa fu una scoperta che abbiamo fatto qualche anno dopo, grazie ad una intercettazione, dove un soggetto esperto estortore raccontò del fratello che ubriaco era entrato a far danno dentro una gioielleria alla periferia di Trapani e di averla scampata bene perché quella era la gioielleria di Viorga “chiddu chi cumanna a Trapani”.</p>
<p>Le sorprese vere dell’udienza arrivano quasi alla fine, quando l’avvocato di parte civile dell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti, l’avv. Greco, chiede cosa fosse la promozionale servizi. “Era una società in mano a Virga che si occupava di ciclo dei rifiuti, di smaltimento di rifiuti ospedalieri e speciali”. Una risposta che tira un’altra domanda sull’interesse di Virga per i rifiuti. Virga aveva le mani nel ciclo dei rifiuti, gestiva con prestanome l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere, alle porte di Trapani, amava dire, trasi munnizza (entra spazzatura) ed esce oro . E Rostagno in tv parlava spesso della città sporca, della spazzatura lasciata per le strade, e di come mai la gestione dei rifiuti costava miliardi alla collettività e la città restava sempre sporca. La gente lo ascoltava e gli dava ragione, per Cosa nostra era troppo. <strong>E Rostagno finì presto con il non parlare più di munnizza e delle altre cose che interessavano la mafia, Cosa nostra lo fece uccidere mettendo poi in giro che era tutta una questione di corna. Anche questa circostanza una serialità nel dopo delitti di mafia.</strong></p>
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		<title>Trapani: Esposito sceglie, è Linares il braccio destro del questore.</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 04:10:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Questore Trapani]]></category>

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(di Rino Giacalone)
“Noi Messina Denaro lo cerchiamo togliendogli il controllo delle casseforti”Il tempo passa veloce e il questore di Trapani Carmine Esposito già si trova una anzianità nel servizio di due mesi, con una agenda che sin dal primo giorno di lavoro da questore è piena di impegni. Ha messo mano all’organizzazione degli uffici, aiutato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/02/trapani-esposito-sceglie-e-linares-il-braccio-destro-del-questore/esposito/" rel="attachment wp-att-5919"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/esposito.jpg" alt="" title="esposito" width="208" height="124" class="alignleft size-full wp-image-5919" /></a></p>
<p>(di Rino Giacalone)</p>
<p><strong>“Noi Messina Denaro lo cerchiamo togliendogli il controllo delle casseforti”</strong>Il tempo passa veloce e il questore di Trapani Carmine Esposito già si trova una anzianità nel servizio di due mesi, con una agenda che sin dal primo giorno di lavoro da questore è piena di impegni. Ha messo mano all’organizzazione degli uffici, aiutato da alcune circostanze, come la promozione a primo dirigente dell’ex capo della Mobile Giuseppe Linares, l’arrivo di un nuovo funzionario,  il suo obiettivo è far fare un salto in avanti al lavoro ordinario, con un coordinamento sempre più eccellente con l’autorità giudiziaria (la questura di Trapani di fatto opera raccordandosi con quattro procure, quella di Trapani e Marsala e quelle distrettuali di Palermo e Caltanissetta) e la collaborazione con le altre forze dell’ordine raccolte all’interno del comitato ordine e sicurezza presieduto dal prefetto Magno.<br />
«Darò – prosegue il questore Esposito – ai diversi uffici “temi” da sviluppare, il controllo del territorio non dovrà essere qualcosa tanto per dire, ma dovranno essere forniti dati precisi di conoscenza, su ogni aspetto della vita sociale».<br />
<strong>Il problema maggiore con il quale il questore Esposito deve fare i conti è quello del personale</strong>. Non se lo nasconde. Lo ha cominciato ad affrontare rappresentando la situazione al Viminale a proposito di organici e attrezzature: se il territorio di Trapani  è lo «zoccolo duro» della mafia, questa deve essere una presa di coscienza che porti Roma ad avere una attenzione concreta, come da tempo chiedono i sindacati, e non una attenzione di natura prettamente propagandistica e politica quando ci sono casi che balzano all’onore della cronaca, l’arresto di un criminale, il sequestro di beni. In massima parte si tratta di operazioni frutto dell’incessante lavoro degli investigatori di ogni arma, agenti che lavorano senza guardare ad orari da rispettare a straordinari che sanno non percepiranno mai. Il questore Esposito però ha chiesto a tutti di non demordere, in attesa che qualche risposta possa arrivare da Roma, intanto parla di «ottimizzazione». «Sto cercando di automatizzare alcuni servizi, guadagnando così personale per il territorio».<br />
<strong>La presenza del dott. Linares a capo dell’Anticrimine gli ha permesso di ridare nuovo volto a questo ufficio: «Linares sarà il mio braccio destro, il “metronomo” della Questura</strong>, dovrà condurre – spiega Esposito – l’analisi del territorio, raccordare il lavoro degli uffici investigativi, squadra mobile, commissariati, non semplice raccolta di atti ma stimolare l’intelligence, nel frattempo elaborare quei dati perchè l’azione di aggressione al crimine sia anche e di più di carattere patrimoniale».<br />
«Il dr. Linares con il dr. Leuci, neo capo della Mobile – prosegue – hanno condiviso in questi anni un percorso professionale che li ha portati ad acquisire solide conoscenze del complesso mondo criminale delle agguerrite organizzazioni che operano in questa provincia e che consentirà di mettere a frutto la pluriennale esperienza conseguita. Le loro nomine rafforzano, pertanto, le linee strategiche anticrimine e lo scambio informativo, sia per il contrasto operativo della criminalità di stampo mafioso e delle varie forme di delittuosità locali, sia per l’attivazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali».<br />
Questo si traduce in attacco ai patrimoni illeciti?<br />
<strong>«Ho posto immediata attenzione al settore delle indagini patrimoniali, per l’aggressione ai patrimoni mafiosi».<br />
Nel mentre si cerca Matteo Messina Denaro, il superlatitante?<br />
«Lo cerchiamo colpendo i suoi complici come è stato fatto e si continuerà a fare, ma anche togliendogli il controllo delle casseforti».</strong>Ci diamo un appuntamento di verifica?<br />
«Sicuramente a breve».</p>
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		<title>Il documentario, l’arma più forte in un Paese dove c’è “troppa libertà di stampa”</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 11:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Aprati]]></category>
		<category><![CDATA[Malitalia]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Luisa Pronzato)
4 maggio 2010. Parola del premier Silvio Berlusconi davanti ad Angel Gurria, segretario generale dell’OCSE, nella sala dei galeoni a Palazzo Chigi. L’occasione è la presentazione del rapporto OCSE sulla capacità di risposta alle catastrofi naturali da cui l’Italia esce con un giudizio positivo. Il giorno prima, nel rapporto 2010,sulla libertà di stampa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/malitalia-foto-263x300.jpg" alt="" title="malitalia foto" width="263" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-4844" />(di Luisa Pronzato)</p>
<p>4 maggio 2010. Parola del premier Silvio Berlusconi davanti ad Angel Gurria, segretario generale dell’OCSE, nella sala dei galeoni a Palazzo Chigi. L’occasione è la presentazione del rapporto OCSE sulla capacità di risposta alle catastrofi naturali da cui l’Italia esce con un giudizio positivo. Il giorno prima, nel rapporto 2010,sulla libertà di stampa nel mondo redatto da Freedom House,<strong> l’Italia è retrocessa da paese “free” a “partly free”, in compagnia di Israele e Taiwan. Paese “parzialmente libero”: 72° nel mondo, a pari merito con India e Benin, dietro a Cile e Corea del Sud, e ultimo nell’Eurozona.</strong> Abbiamo qui arbitrariamente fatto partire la rassegna dei documentari (selezionati in modo altrettanto arbitrario) dal 2001. Anno del G8 a Genova  e di bella ciao, un altro mondo è possibile, il documentario di Marco Giusti e Roberto Torelli&#8230;<strong> Documentari che “prendono parte” o che sono parte</strong>. Tutti giù per aria, nata dall’idea di un cassaintegrato Alitalia. Sono fatti di immagini che si integrano con archivi personali. </p>
<p>E’ il caso di Una montagna di balle<strong> dalla narrazione diretta, senza voci esterne, nato dalla voglia di far parlare persone e luoghi incontrati nel nostro lavoro e far conoscere l’ordinarietà della vita con le mafie” racconta Laura Aprati, giornalista che per realizzare il documentario si è fatta produttrice di sé stessa.” Molto il materiale arrivato da collaboratori volontari. Integrato con pezzi-interviste esclusivi e inediti: come </strong><strong>Giuseppe Linares</strong>, capo della squadra mobile di Trapani, sotto scorta dal 2004, <strong>Antonio Birrittella,</strong> ex mafioso della famiglia Denaro, diventato dichiarante di giustizia, <strong>Roberto Battaglia</strong>, imprenditore casertano che ha fatto arrestare il cugino di Sandokan”. Il documentario della Aprati racconta anche <strong>un’altra storia di “distribuzione”. Passano ai festival, in piccoli spezzoni su diverse reti tv, presente su You Tube, su corriere.it e soprattutto “continua” attraverso un sito e da una pagina di Facebook di oltre 2300 fan, “giovani e non solo del Sud, attenti al fenomeno mafia e alle ripercussioni in Italia”</strong></p>
<p><em>(tratto da “Almanacco Guanda 2010 Malaitalia, dalla mafia alla cricca e oltre)</em></p>
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		<title>Mauro Rostagno. Una morte voluta dai boss di Cosa Nostra</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 17:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category>

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		<description><![CDATA[ Era un giornalista-giornalista. Per questo era diventato un ingombro per la mafia, quella alta: Cosa Nostra. Mauro Rostagno è stato ucciso perché ogni giorno metteva la sua faccia davanti alle telecamere di una piccola tv (Rtc) e parlava degli affari dei boss a Trapani.
La città dove, negli anni Ottanta come oggi, Cosa Nostra è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4030" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/rostagno.jpg" alt="" width="208" height="242" /> <strong>Era un giornalista-giornalista</strong>. Per questo era diventato un ingombro per la mafia, quella alta: Cosa Nostra. Mauro Rostagno è stato ucciso perché ogni giorno metteva la sua faccia davanti alle telecamere di una piccola tv (Rtc) e parlava degli affari dei boss a Trapani.</p>
<p><strong>La città dove, negli anni Ottanta come oggi, Cosa Nostra è danaro, rapporti con la politica, legami con la massoneria, inciuci con settori deviati dei servizi segreti</strong>. C’è tutto questo nell’inchiesta della procura palermitana, con la collaborazione della Squadra Mobile di Trapani diretta da Giuseppe Linares, e della Polizia scientifica di Palermo, che ha portato alla richiesta di arresto per il boss Vincenzo Virga e per Vito Mazzara.</p>
<p>Il primo è l’uomo al quale Cosa Nostra ordinò l’eliminazione di Rostagno, l’altro è il tiratore scelto che alle 20,10 del 26 settembre 1988 spara contro la «Fiat Duna» del giornalista. Quattro colpi precisi che colpiscono l’obiettivo senza scalfire neppure la donna che era al fianco di Rostagno, Monica Serra.</p>
<p><strong>La sorte di Mauro Rostagno era stata decisa da tempo. «Per quello che risulta a me – fa mettere a verbale il pentito Vincenzo Sinacori, uomo d’onore della famiglia di Mazara – Rostagno è morto per le sue trasmissioni televisive contro Cosa Nostra».</strong></p>
<p>L’«argomento» era oggetto di discussioni quotidiane tra i pezzi da novanta del Trapanese. Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo, e all’epoca rappresentante provinciale di Cosa Nostra, e Messina Francesco, detto “Mastro Ciccio”, sottocapo della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, si tormentavano per trovare una soluzione. Un mese prima dell’omicidio il gotha di Cosa Nostra decide: ad organizzare l’assassinio del giornalista sarà Vincenzo Virga, capo della famiglia mafiosa di Trapani e del mandamento. «<strong>Messina Denaro Francesco disse a “mastro Ciccio” in mia presenza che aveva dato il mandato a Vincenzo Virga per fare a Rostagno. Dottore, fare significa uccidere. E se avesse avuto dei problemi ce lo faceva sapere che ci andavamo noi», racconta il pentito Sinacori. Un boss, capo di un “mandamento” non può “avere problemi”. L’omicidio era deciso, bisognava solo trovare il killer. Vito Mazzara, di Custonaci, possessore di un regolare porto d’armi e campione di tiro al piccione, uno che con il fucile non sbagliava mai.</strong></p>
<p>Rostagno era stato minacciato, la tv dalla quale trasmetteva le sue inchieste contro la mafia della droga, degli appalti e dei rapporti con potenti della politica, aveva subito attentati. Testimonianza di Rocco Messina, telecronista sportivo che all’epoca lavorava nella stessa tv di Rostagno: «Ricordo la cura particolare che Mauro dedicava al rapporto tra mafia e politica citando i nomi dei politici coinvolti… Il tenore dei servizi così martellanti in un contesto sociale e giornalistico in cui i fatti di mafia venivano relegati a notizie marginali, costituiva un fatto rivoluzionario». «Dì a quello con la barba che non dice minchiate», è il messaggio esplicito che un vecchio boss, Mariano Agate, manda attraverso un cameraman a Rostagno durante un processo.</p>
<p><strong>Trapani, immobile, dove la mafia era (ed è) parte della società, e Rostagno, elemento spurio, che rompeva tutti gli equilibri</strong>. Cosa Nostra poteva sopportare l’attività di «Saman», la comunità di recupero animata da Rostagno e dai suoi amici, ma non quella giornalistica.</p>
<p>Per questo venne ucciso. Dopo l’omicidio i giornali italiani parlarono di tutto tranne che di mafia. Si scavò nel complesso passato di Rostagno, che pochi giorni prima aveva ricevuto una comunicazione giudiziaria per concorso nell’omicidio Calabresi, e nella sua militanza in Lotta Continua. «Anche l’Unità – ricorda Saverio Lodato in “Trent’anni di mafia” – commise un pasticcio definendo “misterioso” l’omicidio e collegandolo in qualche modo ai tanti passati di Rostagno». In tanti ebbero dubbi. I boss, invece, avevano solo certezze. <strong>Giovanni Brusca da pentito racconta che dopo l’omicidio vide Totò Riina soddisfatto. «Si levarono sta camurria», disse il capo dei capi. Quattro colpi di fucile, due di pistola. </strong>Le perizie balistiche hanno accertato che il fucile calibro 12 usato per colpire il sociologo-giornalista era lo stesso impiegato in altri cinque omicidi. A sparare sempre Vito Mazzara.</p>
<p>Che il 29 aprile 2008 viene intercettato in carcere mentre parla con la moglie e la figlia. I giornali hanno pubblicato la notizia che l’inchiesta sulla morte di Rostagno verrà riaperta. «Il magistrato voleva chiudere, ma dietro c’è l’opinione pubblica che spinge, qua non comanda la magistratura, ma l’opinione pubblica e gliel’hanno fatta riaprire nuovamente…e tempo fa rimasticavano alcune situazioni, supposizioni. Lo hai capito? E per esperienza so che quando devono “vestire u pupu” (trovare una soluzione, ndr) sono capaci di fare qualsiasi cosa».</p>
<p>Vito Mazzara parla con la figlia, le da ordini, le dice di cancellare alcune eventuali prove. Nel garage di casa c’è un ripostiglio nascosto da mattoni rimovibili. «Se ci sono cose prendi e butta tutto. Può essere che non c’è niente, io non me lo ricordo, ma qualsiasi cosa ci dovrebbe essere butta tutto».</p>
<p>Alle 20,10 di quel caldo 26 settembre, nella contrada Lenzi di Valderice, i killer non si limitarono a sparare. Il loro compito non era solo quello di uccidere Rostagno. Cercavano qualcosa, forse appunti o scritti contenuti nella borsa. Un altro gruppo di mafiosi aveva il compito di portar via una cassetta, una delle ultime registrate da Rostagno. Per questo fecero irruzione nella sede di «Rtc» per portar via nastri che non erano mai andati in onda.</p>
<p><strong>Se oggi un raggio di luce è stato irradiato sull’omicidio è anche grazie alla caparbietà di un funzionario di polizia, delle sue indagini e dei pm palermitani che gli hanno dato fiducia. «Avviando queste nuove indagini, due anni fa, ci piaceva pensare idealmente alla figura del commissario Luigi Calabresi e al fatto di poter rendere giustizia a un ex appartenente a Lotta Continua barbaramente ucciso dalla mafia, nell’ottica di un nuovo ideale ricongiungimento», ha detto Giuseppe Linares, capo della Mobile di Trapani.</strong></p>
<p><em>(pubblicato su L’Unità 24 maggio 2009)</em></p>
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		<title>Matteo Messina Denaro: richieste di condanna per i complici</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 08:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Castelvetrano]]></category>
		<category><![CDATA[Confindustria Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[DDA Palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Ministro Maroni]]></category>
		<category><![CDATA[Prefetto Trotta]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/mdm1.jpg" alt="" title="mdm1" width="105" height="124" class="alignleft size-full wp-image-2509" /></p>
<p><strong>Qualcuno ha pensato che troppo tempo si era dedicato al ricordo della strage di Capaci e a due magistrati simbolo della lotta alla mafia, barbaramente ammazzati da Cosa Nostra nel 1992, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.</strong> E così ha pensato bene di rimuovere questi manifesti che erano ancora affissi nei pressi della scuola superiore del centro di Castelvetrano dove il convegno apposta organizzato si è svolto la scorsa settimana. Ora magari si dirà, perché forse è così, che è stato un buontempone e che non c&#8217;entra nulla la mafia, lo vogliamo pensare anche noi, ma questo non significa che l&#8217;episodio non debba meritare pubblica condanna da parte di istituzioni e politica. Reazioni, serie e sincere, dunque si attendono. </p>
<p><strong>Tutto questo accade mentre a Palermo si sta svolgendo il processo nei confronti di alcuni dei complici di Messina Denaro. Un processo con poche parti civili costituite, c&#8217;è Confindustria Trapani e per il rotto della cuffia c&#8217;è il Comune di Campobello che solo dal giornale ha detto di avere appreso l&#8217;avvio del dibattimento e in tutta fretta è corso ai ripari senza però non prendersela con i giornalisti che avevano stigmatizzato che dalle parti di Trapani la lotta alla mafia spesso resta parolaia se poi non conseguono azioni concrete come il costituirsi nei processi contro i presunti mafiosi.</strong></p>
<p>Si tratta di indagati per intestazione fittizia di beni, favoreggiamento e traffico di droga. Cinque indagati coinvolti nella prima fase dell’operazione «Golem» da ieri compaiono dinanzi al gup di Palermo per il processo col rito abbreviato. Avrebbero fatto parte di una delle «cerchie» di complici a disposizione del latitante Matteo Messina Denaro.<br />
Ieri i pm della Dda di Palermo, Paolo Guido e Sara Micucci, hanno chiesto la loro condanna, richieste di pena ridotte di un terzo, considerato che gli imputati hanno scelto un rito alternativo a quello ordinario. Ma pur sempre richieste di condanna pesanti per complessivi 32 anni e 6 mesi. </p>
<p>Di traffico di droga rispondono Domenico Nardo e Giuseppe Arcà, i magistrati hanno chiesto rispettivamente condanne a 7 anni e a 8 anni. Di intestazione fittizia di beni e favoreggiamento rispondono gli altri indagati: Franco Indelicato, richiesti 10 anni, Giuseppe Indelicato, 4 anni e Lea Cataldo, 3 anni e sei mesi. Le difese adesso parleranno il prossimo 6 luglio. L’indagine approdata al gup originariamente comprendeva anche Leonardo Bonafede e Franco Luppino, tutti e due di Campobello di Mazara, lrinviati a giudizio davanti al Tribunale di Marsala per associazione mafiosa.In questo processo è raccontata l’evoluzione più recente della mafia trapanese, diventata impresa, «supercosa» nelle mani di Messina Denaro che sarebbe riuscito a tenere riservate una serie di affiliazioni, mantenendo attive quelle antiche, storiche, come quelle impersonate da Bonafede e Luppino.</p>
<p><strong>E tra le figure emerse quella del romano, Mimmo Nardo, pregiudicato, uomo abituato a frequentare &#8220;vip&#8221; dello spettacolo, ritenuto dagli investigatori anche un «fine» falsario, sarebbe stato il «tipografo» a disposizione di Matteo Messina Denaro, al boss potrebbe avere fornito un passaporto per permettergli suoi spostamenti all’estero.</strong> Nardo si sarebbe occupato di un traffico di droga tra Roma e la provincia di Trapani. Questi come il resto degli indagati dell&#8217;operazione Golem hanno lasciato «tracce» nelle intercettazioni, sono stati ascoltati parlare di «pizzini» e di contatti con diversi soggetti. </p>
<p>Tre indagati nel frattempo hanno scelto il patteggiamento per definire le loro pendenze, e cioè Leonardo Ferrante, partannese di 65 anni, ed i castelvetranesi Giovanni Salvatore Madonia, 44 anni e Mario Messina Denaro, 57 anni: la pena definita per ognuno di loro è stata di 5 anni. Alcuni di questi soggetti avrebbero avuto nel tempo contatti con esponenti politici di Campobello di Mazara e parte dell’indagine «Golem» è anche finita al centro di una ispezione avviata dalla Prefettura per valutare l’inquinamento mafioso. Una ispezione che si conclusa proprio con la proposta di scioglimento avanzata dal prefetto Trotta al ministro Maroni, proposta però che non ha avuto seguito.</p>
<p>Uno dei nomi coinvolti nella prima fase dell’operazione antimafia «Golem» fu quello di un funzionario della Regione Sicilia, Mimmo Coppola, imparentato con soggetti nel tempo finiti sotto indagini antimafia. Le accuse per Coppola erano «pesanti», avrebbe gestito il passaggio di «pizzini», sarebbe stato un soggetto «contattabile». </p>
<p>Lui però denunciato dalla Squadra Mobile diretta da Giuseppe Linares, «graziato» dal gip che non concesse l’arresto, ma solo l’avviso di garanzia, alla fine è uscito dall’indagine con una richiesta di archiviazione presentata dai pm della Dda di Palermo. Prove sufficienti per il dibattimento la Dda di Palermo ha ritenuto non averne, e ha preferito chiudere il fascicolo. Ma questo capitolo di indagine, che affronta il nodo delle complicità raccolte nella cosidetta «zona grigia», quella dei professionisti e dei burocrati non per forza «punciuti», resta ugualmente valido a dimostrare la possibilità del boss latitante Matteo Messina Denaro di potere contare  su una rete di complici insospettabili.<br />
Qualcuno, come il procuratore aggiunto Antonio Ingroia colloca questi «complici», in generale, come rappresentanti dei cosidetti «poteri forti».</p>
<p><strong>C’è un altro aspetto delle indagini «Golem» che chiama in causa «poteri forti» nella latitanza del capo mafia belicino. Questo è raccolto all’interno di quella parte dell’inchiesta che ha visto esistere contatti tra l’ex sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino» e soggetti del servizio segreto civile. Una indagine non del tutto conclusa, la Dda di Palermo ha chiesto infatti alla presidenza del Consiglio di potere usare le intercettazioni dove agenti dei servizi sono stati sentiti parlare con Vaccarino che nel frattempo era in «corrispondenza» col boss latitante. Ruolo dei servizi, come quello di Vaccarino, mai del tutto chiarito, ma anche in questo caso è intervenuta l’archiviazione dell’indagine a carico di Vaccarino, «salvato» dal Sisde che lo ha qualificato come proprio «informatore».</strong></p>
<p>Il procuratore aggiunto della Dda Antonio Ingroia ha confermato nei giorni scorsi che nelle indagini in corso per la cattura di Messina Denaro si colgono elementi che confermano ciò che avevano già colto gli investigatori della Squadra Mobile trapanese – che lavorano nel pool apposta organizzato assieme a Squadra Mobile di Palermo e Sco, servizio centrale operativo – e ciò di «collaborazioni ad alto livello» delle quali potrebbe godere Messina Denaro. «Il boss – dice Ingroia – si muove in un territorio, la provincia di Trapani, difficilmente permeabile a fenomeni di collaborazione da parte di affiliati a Cosa Nostra». Arresti che hanno fatto terra bruciata, ma non c’è ancora il «colpo» definitivo: «Cosa Nostra trapanese – ha detto il procuratore aggiunto Teresa Principato che coordina le indagini antimafia nel trapanese – è connotata da aspetti tradizionali, è una Cosa Nostra ortodossa, si caratterizza per l’appartenenza degli affiliati fino alla morte e questo consente all’esercito mafioso di mantenere inalterata la propria pericolosità».</p>
<p>E&#8217; cronaca di queste ore il raid al Liceo Classico Giovanni Pantaleo di Castelvetrano, i manifesti che pubblicizzavano la tavola rotonda tenuta lo scorso 22 maggio per ricordare la strage di Capaci e alla quale, tra gli altri, avevano preso parte il senatore Giuseppe Lumia e l&#8217;europarlamentare Rosario Crocetta.  Lo ha reso noto il dirigente scolastico Francesco Fiordaliso per il quale &#8220;l&#8217;aver fatto sparire quel manifesto con le immagini dei giudici Falcone e Borsellino è certamente da condannare anche se a compierlo sono stati dei balordi, utile humus della mafia che, prima del territorio, riesce a dominare le coscienze di taluni&#8221;. &#8220;Siamo certi &#8211; ha aggiunto &#8211; che si sta velocemente avvicinando il giorno in cui Castelvetrano e la provincia di Trapani non saranno più associate al nome di Matteo Messina Denaro&#8221;. </p>
<p>Condanna per il gesto è stata espressa anche dal sindaco Gianni Pompeo il quale tuttavia si dice &#8220;convinto che tali comportamenti saranno sempre messi al bando dalla comunità castelvetranese che vuole essere fiera dei propri natali e che vede sempre più vicino il definitivo allontanamento di quel marchio infamante che spesso le viene associato&#8221;.<br />
&#8220;Costoro -ha aggiunto Il dirigente scolastico Francesco Fiordaliso- a prescindere dal fatto che l&#8217;azione sia stata compiuta con dolo o per insulsa idiozia, hanno dimostrato di non rispettare quanti rappresentano la legalità e l&#8217;antimafiosità proprie della Sicilia sana che nulla ha da spartire con i fenomeni di criminalità che tanto hanno martoriato e purtroppo continuano a martoriare la nostra isola e il nostro territorio.&#8221;</p>
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		<title>Trapani: due promozioni pesanti per le indagini antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 10:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Provenzano]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gualtieri]]></category>
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		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella lotta alla criminalità organizzata e mafiosa gli investigatori della provincia di Trapani debbono aver fatto un ottimo lavoro se in un sol colpo, rompendo con i precedenti, il ministero dell’Interno ha promosso alla qualifica di primo dirigente addirittura due vice questori che prestano servizio a Trapani: il capo della squadra Mobile, Giuseppe Linares, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2431" class="wp-caption alignleft" style="width: 140px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/mdm.jpg" alt="" title="mdm" width="130" height="83" class="size-full wp-image-2431" /><p class="wp-caption-text">(Matteo Messina Denaro)</p></div>
<p>Nella lotta alla criminalità organizzata e mafiosa gli investigatori della provincia di Trapani debbono aver fatto un ottimo lavoro se in un sol colpo, rompendo con i precedenti, il ministero dell’Interno ha promosso alla qualifica di primo dirigente addirittura due vice questori che prestano servizio a Trapani:<strong> il capo della squadra Mobile, Giuseppe Linares, e il dirigente del commissariato di Marsala, Matteo Bonanno. Non sono, se ne ha la certezza, promozioni conseguenza dell’anzianità di carriera dei due funzionari, ma sono il risultato di un lavoro complessivamente svolto che è risultato apprezzato al Viminale.</strong> C’è un comune denominatore che poi riguarda i due neo dirigenti della Polizia, la conoscenza investigativa del super boss latitante Matteo Messina Denaro, in tempi e circostanze hanno guidato quelle indagini che hanno reso difficile la vita alle cosche mafiose del trapanese. </p>
<p><strong>Linares poi oggi è con la Mobile di Trapani parte della «squadra» allestita dal Viminale, e della quale fa parte la Mobile di Palermo e lo Sco di Roma, che sta dando la «caccia» a Messina Denaro; la sua promozione esalta meritatamente l’intero gruppo di investigatori trapanesi, gli stessi che in un decennio hanno tagliato tanti collegamenti tra la mafia e i colletti bianchi, scoperchiato la pentola della mafia militare e quella della mafia che è diventata impresa. Non c’è dubbio poi che il questore Giuseppe Gualtieri, l&#8217;uomo che mise fine alla latitanza del boss corleonese Bernardo Provenzano, «incassa» con la doppia promozione un buon risultato per la sua Questura.</strong>Matteo Bonanno, 57 anni, oggi commissario a Marsala, è stato funzionario della Mobile e dirigente dei commissariati di Mazara, Alcamo e Castelvetrano, prima di arrivare a Marsala ha diretto per  un lungo periodo la sezione della Dia di Trapani. Giuseppe Linares, 41 anni, è alla squadra Mobile dal 1992, anno di inizio della sua carriera, dirige la Mobile dal dicembre 1995. La promozione di Linares rompe anche una brutta tradizione, nessun dirigente della Mobile di Trapani ha mai lasciato questo ufficio con una promozione. I mafiosi trapanesi addirittura furono «intercettati» a dire, già tanti anni addietro, che Linares doveva andare via da Trapani, cacciato e allontanato, qualcuno aveva messo in giro anche la data di quel trasferimento, doveva accadere in un fantomatico mese di aprile. </p>
<p>Adesso il passo in avanti, la promozione a primo dirigente che lo porterà a dovere lasciare la guida della Squadra Mobile di Trapani ma certamente, e non potrà o dovrà essere altrimenti, verrà sfruttato per rilanciare la lotta alla mafia in un momento definito strategico per la cattura del Capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Lui ha le chiavi della lotta giusta tra le mani, perchè la lotta alla mafia che Linares ci ha fatto conoscere è quella che non guarda in faccia a nessuno, men che meno lobby ed equilibri politici, e che sa tutelare i cittadini onesti.</p>
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		<title>Delitto Rostagno, nuova super perizia balistica</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 20:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ingroia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Virga]]></category>

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Solo il tempo di qualche settimana, e l’indagine sul delitto di Mauro Rostagno potrebbe approdare al giudice delle udienze preliminari di Palermo con una richiesta di rinvio a giudizio. Il fatto clamoroso è quello che non cambia il quadro degli indagati, anzi nella scena investigativa ne potrebbero comparire già altri oltre a Vincenzo Virga, capo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/rostagno21.jpg" alt="" title="rostagno2" width="130" height="98" class="alignleft size-full wp-image-2315" /><br />
Solo il tempo di qualche settimana, e l’indagine sul delitto di <strong>Mauro Rostagno </strong>potrebbe approdare al giudice delle udienze preliminari di Palermo con una richiesta di rinvio a giudizio. Il fatto clamoroso è quello che non cambia il quadro degli indagati, anzi nella scena investigativa ne potrebbero comparire già altri oltre a <strong>Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani</strong>, presunto mandante, e <strong>Vito Mazzara, ex campione di tiro a volo</strong>, anche lui conclamato uomo d’onore e killer fidato della cosca trapanese.Il sicario che uccise l&#8217;agente di custodia Giuseppe Montalto, l&#8217;antivigilia di Natale del 1995. Tutti e due, Virga e Mazzara, condannati per altri reati in via definitiva, tutti e due detenuti da tempo. </p>
<p>Il clamore della notizia scaturisce dalla circostanza che dopo la notifica l’anno scorso, era il 23 maggio, dell’ordine di arresto per l’omicidio di Mauro Rostagno, il Tribunale della Libertà aveva revocato la misura nei confronti di Mazzara, considerando «debole» la ricostruzione fatta dalla Squadra Mobile e dal gabinetto di polizia scientifica. A Mazzara gli investigatori erano risaliti attraverso il genere di cartucce trovate sul luogo dell’omicidio, riscontrando particolari presenti in altri delitti e proprio in quelli per i quali Vito Mazzara risultava essere condannato in via definitiva. </p>
<p>L’annullamento però della misura cautelare non ha fatto fermare le indagini, che hanno avuto un importante passo in avanti. <strong>Il racconto di un «pentito» agli investigatori della Squadra Mobile diretta dal vice questore Giuseppe Linares.</strong> <strong>Si tratta di uno degli ex «uomini d’onore» della famiglia di Trapani che ha fornito particolari sulle abitudini di Mazzara a proposito della preparazione delle cartucce per le armi usate negli omicidi ordinati dalla «cupola».</strong> Da qui la decisione dei pm Ingroia e Paci di disporre una nuova super perizia balistica, la consegna del risultato è imminente, ha confermato lo stesso procuratore aggiunto della Dda, Antonio Ingroia. «Una volta che verranno depositati i risultati di queste ultime analisi &#8211; afferma il pm Ingroia &#8211; potremo finalmente chiudere l’istruttoria».</p>
<p>Quella sull’omicidio Rostagno è stata una delle indagini più importanti condotte nell’ultimo anno dagli investigatori della Polizia, una indagine riaperta mentre stava per andare in archivio. Invece sono saltati fuori gli indagati eccellenti e non è detto che non ve ne possano essere altri grazie alle novità investigative raccolte. Ma si è delineato anche altro: ci sarebbero soggetti che hanno sempre «negato» ma che essendo «vicini» a Rostagno sapevano dei tentativi di condizionare la sua attività giornalistica. Perchè la «chiave» di lettura del delitto resta questa, <strong>«faceva il giornalista in mezzo ai lupi e i lupi alla fine l’hanno azzannato».</strong></p>
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		<title>Napolitano a Trapani, a 150 anni dallo sbarco dei Mille.</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 05:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giporgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gualtieri]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Ignazio e Nino Salvi]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Sgarbi]]></category>

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		<description><![CDATA[Visita a Marsala, Calatafimi e Salemi, nella provincia dove c&#8217;è chi dice che la mafia non esiste
Nella sua «agenda» per la visita in tre Comuni della Provincia di Trapani, Marsala, Salemi e Calatafimi, in occasione dei 150 anni dallo sbarco a Marsala dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano troverà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2164" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2164" title="salemi_13" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/salemi_13-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /><p class="wp-caption-text">(la città di Salemi)</p></div>
<p><strong>Visita a Marsala, Calatafimi e Salemi, nella provincia dove c&#8217;è chi dice che la mafia non esiste</strong><br />
Nella sua «agenda» per la visita in tre Comuni della Provincia di Trapani, Marsala, Salemi e Calatafimi, in occasione dei 150 anni dallo sbarco a Marsala dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi, il presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano </strong>troverà anche l’argomento mafia e lotta a Cosa Nostra. E questo perchè questa sollecitazione gli giungerà da due parti, in maniera opposta e diversa però. Da un lato il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi che prima che sindaco resta il più famoso pirotecnico (per le sue esternazioni colorate e vivaci) polemista d’Italia ma anche uomo che vive e promuove le arti fuori dai classici sistemi, rendendole vive quanto provocatorie, e in questo caso <strong>Salemi</strong> è diventato per lui più che una città da amministrare (incombenze che lascia ai locali) un palcoscenico e scenario di un possibile reality. Sgarbi confermando un intento che risale già ai primi mesi della sua elezione a sindaco, profitterà della presenza di martedì prossimo di Napolitano a Salemi (la cittadina del Belice fu proclamata da Garibaldi prima capitale d’Italia nell’occasione in cui il generale dichiarò la dittatura dopo avere vinto le prime battaglie contro i Borboni dopo lo sbarco a Marsala) per inaugurare il «museo della mafia». Una idea che lui esternò, col consenso del fotografo e allora suo assessore <strong>Oliviero Toscani</strong>, tempo addietro, quando andava dicendo che in fin dei conti la mafia non esisteva più, facendo, a prova di ciò, l’elenco dei mafiosi arrestati, i risultati delle forze dell’ordine contro il pizzo mafioso, l’assenza di tentativi di condizionare le amministrazioni, chiedendo in giro se c’era qualcuno che conosceva qualche mafioso, ricevendo risposte tutte negative. E dunque secondo questo ragionamento la mafia era roba da museo. Ora quello che è successo nel frattempo in provincia di Trapani in particolare, dove procede inarrestabile la «caccia» al super latitante Matteo Messina Denaro, strada lastricata da decine e decine di arresti, insospettabili complici trovati a dare copertura al capo mafia, probabilmente ha fatto raddrizzare il tiro a Vittorio Sgarbi che presentando alla stampa il «museo della mafia» ha affermato che vuole rappresentare un preciso pensiero, «vogliamo immaginare che la mafia sia morta» ha detto. Bello auspicio, ma guai a non fare i conti con la realtà.</p>
<p>E questi conti li invitano a fare i <strong>sindacati di Polizia </strong>che con un loro documento diretto al presidente della Repubblica (e questo è il secondo spunto che porta a vedere scritto nell’agenda del Capo dello Stato l’argomento lotta a Cosa Nostra) dicono che le cose non vanno mica tanto bene nella provincia che non solo è regno e nascondiglio del boss belicino Messina Denaro, ma che, a parte Matteo Messina Denaro, è indicata da tempo come lo «zoccolo duro» di Cosa Nostra, per la storica presenza di una mafia radicata nella borghesia, una provincia dove l’illegalità è riuscita a diventare sistema, conquistando quasi parvenza di legalità. Dicono i sindacati di Polizia, tutti, nessuno escluso: come è possibile combattere mafia e mafiosi se poi il ministero dell’Interno taglia le risorse, non rinnova le attrezzature, lascia pericolosi vuoti di organico nei cinque commissariati della provincia, a cominciare da quello di Castelvetrano dove la barriera dovrebbe essere più alta perchè è quei che Messina Denaro se non si nasconde trova terreno fertile per la sua latitanza e appoggi incredibili.</p>
<p>Una storia è recentissima, riguarda i fondi messi a disposizione per pagare straordinari e missioni ai poliziotti della Questura. Non solo a quelli impegnati nella ricerca del latitante e nella lotta alla mafia, ma a tutti i poliziotti, per tutti i servizi. Il fondo è lo stesso del 2009, 50 mila euro, a febbraio questi fondi risultavano già spesi per gli agenti impegnati nelle indagini antimafia. La stessa cosa precisa precisa era successa già l’anno scorso. Materialmente quest’anno questi fondi sono stati liquidati a chi attendeva da due anni il pagamento di missioni e straordinari.<br />
La lotta alla mafia però continua e il presidente Napolitano dovrebbe ringraziare uno per uno tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine impegnati su questo fronte che nonostante tutto, nonostante si sentano dire che la mafia non esiste, continuano ogni giorno questa «guerra» che continua. È una «guerra» oramai che la mafia combatte senza armi, non spara più, ma che Cosa Nostra prosegue cercando di aumentare ogni giorno che passa il grado di infiltrazione nel tessuto politico, economico, imprenditoriale. Una mafia che vuole essere sommersa ma che il lavoro di magistrati e investigatori riescono a non far restare tale. Una mafia che però continua a trovare sponde assurde di complicità, perchè c’è un tessuto sociale che è corrotto che continua a pensare che la mafia sia solo quella che mostra coppole e lupare, quella che finirà esposta nel museo creato da Sgarbi a Salemi. «Era forse meglio fare un museo dell’antimafia» ha detto pochi giorni addietro <strong>don Luigi </strong><strong>Ciotti presidente di Libera </strong>durante un incontro ad Erice con gli studenti.</p>
<p><strong>Il questore di Trapani Giuseppe Gualtieri</strong>, il poliziotto che da capo della Mobile di Palermo nell’aprile 2006 catturò il super boss Bernardo Provenzano, fa spesso una analisi precisa della presenza mafiosa nel trapanese: «Manca la condivisione di tutti quanti. È vero che larghe fasce di cittadini hanno preso coscienza del fenomeno e sono dalla nostra parte, gran parte dei politici hanno capito che la mafia è una palla al piede, ci sono gli amministratori pubblici che vogliono realizzare le opere, ma bisogna avere la consapevolezza che si può avere sviluppo solo con la legalità, ma bisogna volerlo e volerlo tutti, perchè se qualcuno prende una scorciatoia è favorito sul mercato rispetto a chi non la prende. Le indagini hanno dimostrato che senza il burocrate complice, il politico ammiccante, l’imprenditore colluso, l’imbroglio non si può fare, se ogni categoria, anche dentro le Istituzioni, fa la sua parte con il massimo della sobrietà possibile questa battaglia si vince tranquillamente, la mafia sarà la patologia del sistema e non la fisiologica normalità, noi vogliamo che la mafia, che continuerà ad esserci non siamo degli illusi, resti un fenomeno da curare e non impregni il mondo di lavoro dove deve starci la gente di buona volontà e che vuole crescere. Dobbiamo riuscire a continuare ad affermare un principio sicurezza è un concetto globale, la lotta alla mafia è la primaria battaglia che dobbiamo vincere perchè dietro la mafia si nascondono tutta una serie di piccole illegalità e disagi sociali, che sfociano anche nella piccola criminalità, nel vandalismo, nel teppismo. <strong>Per cui bisogna iniziare dalla “causa” (mafia) e non dall’“effetto” (criminalità quotidiana)».</strong></p>
<p>Per non parlare di mafia, spesso alcuni finiscono col discutere (ovviamente non bene) di antimafia e chi parla di antimafia viene tacciato di essere «professionista» riprendendo in modo distorto quell’articolo dello scrittore Leonardo Sciascia comparso sul Corriere della Sera il giorno della nomina di Paolo Borsellino a capo della Procura di Marsala. Quasi fosse l’antimafia «il problema»: «Diciamo intanto – osservò in una intervista il questore Gualtieri – che chi diceva (davanti ai morti ammazzati e alle vittime straziate dal tritolo mafioso ndr)  che la mafia non esisteva probabilmente  aveva magari un suo tornaconto politico e poi di conseguenza economico; oggi la categoria di chi dice che la mafia è sconfitta è molto più eterogenea, c’è chi lo dice con orgoglio e con grande buonafede, e c’è chi invece chi lo dice perchè magari gli conviene spostare l’attenzione sul problema mafia e magari dirottarla verso alcuni altri reati e problematiche sociali, con ovviamente il conseguente abbassamento della guardia nei confronti della lotta alla mafia, ottenendo anche maggior libertà. Io direi, e sono ottimista, i molti sono in buona fede, i pochi magari perchè attrezzati e molto più “professionisti” nel sostenere questa tesi, sono in malafede».</p>
<p>Ma c’è uno Stato che forse questa lotta alla mafia non la vuole fare fino in fondo se boss del calibro del mazarese Giovanni Bastone proprio di recente è uscito dal 41 bis e dal carcere nonostante l’ergastolo, perchè ritenuto ammalato, nonostante le vittime che si porta sulla coscienza, anche quelle delle stragi del 1993, oppure c’è una legislazione che non colpisce i nuovi (si fa per dire) affari della mafia, le truffe, le false fatture, il controllo dei fondi pubblici, gli appalti pilotati: <strong>«Le operazioni sono la cura del male, poi serve la profilassi &#8211; ha affermato il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linar</strong>es &#8211;  la nuova mentalità con la quale si guarda alle operazioni antimafia, la presa di coscienza che viene da semplici cittadini ed imprese, deve tradursi in strumenti, serve un adeguamento del sistema normativo per aiutare questo processo virtuoso». Oggi un mafioso colto a turbare un appalto rischia di non fare un giorno di carcere e di cavarsela con una ammenda se non viene provata la partecipazione a Cosa Nostra.</p>
<p>Domani sera il presidente Napolitano dormirà, ospite del prefetto Stefano Trotta in quella prefettura che nel 2003 ebbe un prefetto, <strong>Fulvio Sodano </strong>che, perchè difendeva i beni confiscati, per sottrarli al tentativo della mafia di riprenderseli, fu tacciato da un senatore della Repubblica, allora sottosegretario all’Interno, di essere una «favoreggiatore» di quella impresa confiscata. Peccato che a Salemi non è stato fatto il museo dell’antimafia, perchè Sodano, al quale si augura di combattere e vincere la malattia che lo affligge, avrebbe meritato la presenza. Oggi c’è il museo della mafia dove ci si è messo pure Sgarbi per risposta provocatoria ai familiari degli esattori Salvo che hanno contestato la presenza dei loro congiunti, i cugini Nino e Ignazio, il primo morto a causa di un male incurabile, l’altro ucciso da un altrettanto male incurabile, quello però fatto del piombo mafioso, fu ammazzato nel settembre del 1992. Sgarbi è voluto entrarci ricordando una indagine che lo riguardò (a Reggio Calabria) e dalla quale fu prosciolto. A questo punto avrebbe dovuto metterci anche le pagine che riguardano quello che lui nonostante tutto continua a considerare il suo mentore (politico), ossia l’ex deputato regionale <strong>Pino Giammarinaro, boss (politico) di Salemi, assolto da un processo di mafia (grazie alla legge sul giusto processo che impedì l’uso dei verbali dei pentiti) e finito sorvegliato speciale. </strong>Ma Giammarinaro in questa provincia, dove forse non a caso si dice che la mafia è battuta e la si vuole immaginare morta, continua ad essere un intoccabile e continua a fare politica. Dovrebbe colpire l’anomalia perchè lo fa senza mai comparire.</p>
<p>Ricordiamo lo sbarco dei Mille e di Garibaldi dell’11 maggio 1860. L’Italia Unita purtroppo è tale più per le mafie che dalle Alpi alla Sicilia ne condizionano la vita che non per altro, resta su tutto il resto l’Italia a due velocità. Una ragione in più per lavorare per ricostruire quell&#8217;Unità e non per disfarla.</p>
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		<title>Marsala: beni confiscati ad un colletto bianco della mafia</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 08:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
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		<description><![CDATA[Il colpo assestato è duro. Ha un costo per chi lo ha subito, un milione di euro, altrettanto il guadagno per la società civile che si riappropria del maltolto. Si tratta del patrimonio dell&#8217;ex ingegnere capo del Comune di Marsala, l&#8217;architetto Rosario Esposto, adesso gli è stato confiscato. La pronuncia è del Tribunale delle Misure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2017" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/confisca_beni_mafia_N-379x236-300x186.jpg" alt="" title="confisca_beni_mafia_N-379x236" width="300" height="186" class="size-medium wp-image-2017" /><p class="wp-caption-text">(beni confiscati a Trapani)</p></div>
<p>Il colpo assestato è duro. Ha un costo per chi lo ha subito, un milione di euro, altrettanto il guadagno per la società civile che si riappropria del maltolto. Si tratta del patrimonio dell&#8217;ex ingegnere capo del Comune di Marsala, l&#8217;architetto Rosario Esposto, adesso gli è stato confiscato. La pronuncia è del Tribunale delle Misure di prevenzione di Trapani, ed è stata depositata in cancelleria lo scorso 12 aprile. La ricostruzione fatta davanti al collegio da parte della Procura antimafia di Palermo è stata ritenuta fondata dai giudici, le possidenze dell&#8217;ex «colletto bianco» del Comune di Marsala, appena condannato in secondo grado a otto anni per la sua partecipazione all&#8217;associazione mafiosa, derivano dai guadagni illeciti, da quelli ottenuti sottobanco, grazie all&#8217;appartenenza a Cosa Nostra.</p>
<p>I sigilli della confisca per ordine del Tribunale vanno posti a beni che hanno un valore superiore al milione di euro, e che non erano intestati direttamente all&#8217;ex capo dell&#8217;Utc comunale, ma ai figli e altri soggetti. Si tratta del 48 per cento della «Bep costruzioni srl», intestate a Giacomo Esposto, il 50 per cento della «Gard costruzioni srl», intestate a Rosario e Giacomo Esposto, un immobile di via Florio del valore di 60 mila euro, intestato per 2/4 indivisi a Tiziana e Giacomo Esposto, una casa in contrada Colombaio Lasagna, 674 mila euro, anche questa intestata a Giacomo e Tiziana Esposto, un immobile in piazza Carmine intestato a Giacomo Esposto, il 51 per cento delle quote della «Marsala residence srl», intestate a Salvatore Santangelo.</p>
<p>Il procedimento della misura di prevenzione prende spunto da una indagine antimafia condotta a suo tempo dalla Squadra Mobile di Trapani e coordinata dagli allora pm della Dda di Palermo Massimo Russo e Roberto Piscitello (il primo odierno assessore regionale alla Sanità, l&#8217;altro vice capo di gabinetto al ministero di Grazia e Giustizia). Davanti al collegio delle misure di prevenzione a sostenere le ragioni della Procura antimafia è stato invece il pm Andrea Tarondo, a lui il compito di mettere insieme davanti al Tribunale il puzzle investigativo. Nel fascicolo processuale gli accertamenti investigativi della Squadra Mobile e dal punto di vista finanziario il lavoro svolto dalla Guardia di Finanza che ha ricostruito i canali di afflusso del denaro e le compravendite immobiliari e societarie riferibili ad Esposto. L&#8217;indagine che ha «toccato» l&#8217;architetto marsalese è quella che ha messo in luce una rete di collegamenti tra politica, mafia e imprenditoria nel Marsalese, sono le investigazioni che hanno costituito la complessa operazione denominata «Peronospera» e condotta attraverso diversi tronconi. L&#8217;ultimo di questi ha riguardato tra l&#8217;altro anche Rosario Esposto: questi per i giudici che lo hanno condannato ha usato anche le proprie autorevoli posizioni burocratiche, per agevolare Cosa Nostra: nel procedimento gli sono stati contestati, appalti «pilotati», estorsioni, infiltrazioni, tentativi di condizionamento della pubblica amministrazione, reinvestimento di capitali in società e aziende, e poi una serie di rapporti con esponenti di Cosa Nostra o in odor di mafia. Esposto nel frattempo è stato ritenuto in sede penale referente dei mafiosi per gli appalti comunali, e di essere lui stesso un affiliato «riservato» di Cosa Nostra marsalese. Lui stesso è finito intercettato mentre discuteva di appalti e affari possibili per le cosche.</p>
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		<title>Malitalia. Una Lezione di metodo per chi non bacia le mani</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 09:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Corica]]></category>
		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
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		<category><![CDATA[Non bacio le mani]]></category>
		<category><![CDATA[Rubbettino]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_2012" class="wp-caption alignleft" style="width: 213px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Peppino-Impastato-203x300.jpg" alt="Peppino Impastato" title="Peppino-Impastato" width="203" height="300" class="size-medium wp-image-2012" /><p class="wp-caption-text">Peppino Impastato</p></div><br />
(Tratto da <a href="http://storiedikatia.blogspot.com/2010/05/malitalia-una-lezione-di-metodo-per-chi.html"_blank">Storiedikatia</a> &#8211; di Katia Ippaso)</p>
<p><strong>Sinfonico, generoso, duro</strong> quando deve essere duro e innamorato mentre scolpisce le vite di quelle creature a cui nessuno fa mai domande, la massa di invisibili che lavorano, rischiano e sognano al posto nostro. <strong>Malitalia</strong> va a perlustrare il suolo del Sud senza preconcetti, analizzando zolla dopo zolla. </p>
<p>Sì, c’è del marcio in Italia. Ma c’è anche del bello, anzi del sublime. A leggere le storie raccolte da Laura Aprati ed Enrico Fierro, si prova un sentimento contrastante, di rabbia e di fiducia. Rabbia per il radicarsi di un sistema mafioso che vede declinare il pensiero e le azioni delle ultime generazioni su un versante sempre più sofisticato, legato ai traffici immateriali di danaro e all’affermarsi di un modello di vita materialista. Fiducia nei confronti delle donne e degli uomini che in questa Italia bucata si alzano ogni mattina per denunciare, riflettere, operare, parlare con i bambini, sanare le zone infette e fabbricare con l’inchiostro e le mani un’utopia diversa. Storie di mafiosi da una parte. Storie di eroi e cacciatori dall’altra. Malitalia (Rubbettino, 15 euro) è un piccolo libro, facile da leggere. Porta in grembo un documentario misurato, di alto valore pedagogico.</p>
<p><strong>Con parole e immagini, i due giornalisti disegnano una mappa precisa dell’Italia</strong>, partendo da Trapani, passando per la Calabria, e fermandosi in Campania, in un viaggio antropologico che si incolla ai racconti di individui veri e al profilo diseguale del paesaggio. Come lettore non si ha mai la sensazione che questo libro sia l’ennesima commissione su temi caldi da bruciare in un processo di veloce consumo culturale. Al contrario, sembra quasi di sentire il respiro del pensiero, il tarlo del dubbio, la profondità di certi dialoghi che spingono la dialettica fino in fondo, là dove bene e male si guardano in faccia con severità.</p>
<p>La scelta di un autore plurale (Enrico Fierro ed Laura Aprati hanno chiesto la collaborazione di colleghi anche giovani che conoscono bene il territorio, da <strong>Angela Corica</strong> a <strong>Titti Beneduce</strong>, da <strong>Salvo Palazzolo</strong> ad <strong>Alessandra Barone</strong>, ma anche di personalità come <strong>Don Luigi Ciotti</strong>) è non solo affascinante ma vincente, e dà uno schiaffo al modo baronale con cui molti giornalisti conducono in Italia l’informazione. Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori è una lezione di metodo, oltre che una fonte preziosa di notizie mai lasciate a bruciare in una terra assolata ma sempre affabulate, accompagnate, curate.</p>
<p>Da Trapani, arrivano <strong>i disegni (di paesaggi) e i ritratti (di esseri umani)</strong> fatti con passione e delicatezza da Laura Aprati, accanto ai ragionamenti filosofici di <strong>Giuseppe Linares</strong>, capo della squadra mobile di Trapani, e all’identikit (firmato da Rino Giacalone) dell’ultimo boss latitante, l’ex “Ministro degli Esteri di Cosa Nostra” <strong>Matteo Messina Denaro</strong>, l’uomo destinato a prendere il posto di Provenzano al vetrice della nuova piramide mafiosa. Attraversando il paesaggio brullo di Calabria, si incontra un moderno Medioevo, con i boss rintanati in bunker ricavati da un ovile, spesso stanati dai “cacciatori”, uomini che fanno una vita durissima. <strong>Una Calabria dove le donne sono vittime di un regime tribale</strong>, e una giovane giornalista di poco più di vent’anni vive sotto minaccia perché ama la verità e la scrive. Un paese povero poverissimo che nutre con latte guasto e pensieri storti una delle organizzazioni criminali più organizzate e ramificate nel mondo, la ‘ndrangheta.</p>
<p>Partendo dalla Sicilia e attraversando quello che gli insulani chiamano ancora “il continente”, si arriva infine in Campania, e lì ci fermiamo, a raccogliere segni di una natura diversa, comportamenti più inclini alla messa in spettacolo del dolore e della violenza. Un mondo in cui le donne uccidono le donne nel nome del padre.</p>
<p>In questa mappa della Malitalia, finiscono anche le parole di colleghe straniere, che raccontano la traiettorie del crimine nei Balcani, in Germania, in Olanda. Teoricamente, potrebbe risultare una babele. Invece il tono è lineare e frastagliato, sincero, attento ai racconti di tutti, non solo di quelli che contano. Facciamo un esempio.</p>
<p>Un giorno una donna incontra una sua coetanea sulle rive dell’Hudson. <strong>Cominciano a parlare. Semplicemente, umanamente.</strong> Caterina racconta a Laura che ha dovuto lasciare la sua terra, la Calabria, assieme al marito, perché come proprietari di un’azienda olivicola avevano dovuto subire pesanti ritorsioni. Loro che a Gioia Tauro erano rispettati e trattati come capi, adesso sono costretti a fare le pulizie e tagliare il prato a casa di padroni americani. È il prezzo della libertà.<br />
La donna che ascolta è “anche” una giornalista. Ricorderà questa scena al momento opportuno. Per il momento non è lì ad estorcere confessioni per conto di altri padroni/editori.<br />
Questo racconto, che potrebbe segnare l’inizio di un romanzo, è la chiave di un libro-inchiesta diverso dagli altri <strong>perché gli autori sono fatti così: si mettono a perdere tempo davanti alle sponde di un fiume ascoltando storie, testimoniando con attenzione il tempo presente.</strong></p>
<p>Malitalia è uno dei cinque libri che l’editore Rubbettino ha scelto per promuovere l’iniziativa <strong>Non bacio le mani</strong>: il sapere e la conoscenza contro la cultura mafiosa di tutti i tipi. Gli altri testi sono <em>’Ndrangheta e Storia criminale</em> di Enzo Ciconte, <em>Il Gotha di Cosa nostra, la mafia dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine</em> di Piergiorgio Morosini e <em>Peppino Impastato, una vita contro la mafia</em> di Salvo Vitale. </p>
<p>“Tutti i regimi dispotici hanno provato a mettere le mani sulle tv e sui mezzi di informazione. Ma con i libri non è facile” riflette l’editore <strong>Florindo Rubbettino</strong>. “La crescita di libri ed iniziative editoriali che analizzano il fenomeno mafioso fornendo strumenti per combatterlo, è un fatto importante per questo Paese&#8230; Io non temo un ritorno d’immagine negativa rispetto al parlare di mafia o allo scrivere di mafia. Se c’è una rappresentazione negativa è perché stiamo parlando di una descrizione della realtà così com’è&#8230; non ci muoviamo nel campo dell’onirico” dichiara <strong>Fabio Granata</strong>, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nel corso della presentazione alla stampa dell’iniziativa. Una risposta non equivoca alle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio che recentemente ha accusato libri come Gomorra di promuovere la mafia nel mondo.<br />
&#8220;<em>Berlusconi si può permettere di editare Gomorra, guadagnarci molto sopra e poi prendersela con gli scrittori e gli sceneggiatori</em> – commenta Enrico Fierro &#8211; <em>ma questo è un periodo in cui il silenzio fa comodo alla mafia, soprattutto per due grandi opere, l’Expo di Milano, già avviata e il Ponte sullo Stretto, ancora virtuale</em>”.</p>
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		<title>Rosaria Capacchione: ci sarà una prova di forza dei casalesi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 04:31:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto dal Blog di Paolo De Chiara)
La giornalista de il Mattino, minacciata di morte dalla camorra, dopo la conferma degli ergastoli ai casalesi, ipotizza una nuova stagione di morte e di vendette sanguinarie. “Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1650" title="rosaria-capacchione" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/rosaria-capacchione.png" alt="" width="162" height="189" />(Tratto dal <a href="http://paolodechiaraisernia.splinder.com/" target="_blank">Blog</a> di Paolo De Chiara)</p>
<p><em>La giornalista de il Mattino, minacciata di morte dalla camorra, dopo la conferma degli ergastoli ai casalesi, ipotizza una nuova stagione di morte e di vendette sanguinarie. “Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto Sandokan. Cioè fare ammazzare a suo tempo i primi pentiti, oppure le persone minacciate”.</em></p>
<p>“Penso che ci sarà una prova di forza dei casalesi, non subito ma quando dovranno rifare gli organigrammi”. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, che ha ribadito gli ergastoli agli uomini del clan dei casalesi (tra cui Antonio Iovine e Michele Zagaria, oggi ancora latitanti), la giornalista de Il Mattino <strong>Rosaria Capacchione</strong>, che vive sotto scorta per le minacce di morte della camorra, ipotizza una nuova guerra. Per il predominio. Per ribadire la forza brutale e animalesca di questi gangster-manager del crimine. La giornalista ha ribadito la sua posizione ad Isernia, durante la presentazione del suo libro “L’Oro della Camorra”. Ritrovato sul comodino del killer Setola, durante il blitz per il suo arresto. “Nei luoghi dei latitanti vengono sempre trovati libri sui boss, grandi o piccoli, elogiativi o di collana. La loro parte vanesia esce fuori. Setola ci sarà rimasto male. L’ho trattato da killer, gli ho dato una parola in una nota. E’ un sanguinario, utilizzato dai capi per mettere gli investigatori a seguire la preda sbagliata. Ha fatto un sacco di morti. Ha seminato il terrore. Nel frattempo Zagaria e Iovine continuano ad essere latitanti da quasi 15anni”.</p>
<p><em>Dopo gli ergastoli per i casalesi diventati definitivi, con la sentenza della Cassazione, e dopo i nuovi episodi di minacce ai magistrati, ai giornalisti e al Capo dello Stato si comincia a respirare un’aria molto pesante. Le mafie stanno uscendo allo scoperto con azioni militari. Cosa potrebbe accadere, soprattutto dopo i 16 ergastoli, nei territori controllati dalla camorra?</em><br />
“Il giovane Schiavone non è molto amato dagli altri capi. Lui si è arrogato il titolo di capo reggente per diritto di sangue. Sta ordinando estorsioni a tappeto, caratteristica che non appartiene ai casalesi. All’interno del paese hanno lasciato la franchigia. Non si pagava, fino a poco tempo fa, il pizzo. Avrebbe chiesto soldi anche agli amici del padre. Una strategia per raggranellare molti soldi velocemente, ma che poi crea malcontento. Significa che una sua teorica latitanza, se mai qualcuno dovesse arrestarlo, avrebbe vita più breve perché non ha creato consenso intorno a sé. Il problema a Casal di Principe è proprio il consenso. Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto Sandokan. Cioè fare ammazzare a suo tempo i primi pentiti, oppure le persone minacciate. Penso che questo potrebbe accadere. Sia ragionevole che questo accada. Spero di sbagliarmi, anzi spero che vengano arrestati quei due (Michele Zagaria e Antonio Iovine, i capi latitanti del clan dei casalesi, n.d.r.) così abbiamo risolto parzialmente il problema. Altrimenti questi ergastoli non hanno nessun effetto sulla situazione dell’ordine pubblico. Stiamo parlando di persone o che sono già detenute, alcune delle quali già con ergastoli definitivi in altri processi, o latitanti. Sappiamo che Sandokan non uscirà mai più. Dovrà per forza lasciare le consegne al figlio o al nipote. Sta al 41bis, non può parlare con nessuno, la moglie sta ai domiciliari. Sarà obbligato. Non so se questo sarà un passaggio indolore”.</p>
<p><em>Roberto Saviano su Repubblica ha scritto: “contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi. Sembrano avere un coraggio che gli italiani hanno perso poiché per loro contrastare le organizzazioni criminali è questione di vita o di morte”. Condividi il pensiero dell’autore di “Gomorra”?</em><br />
“Loro sono certamente più disperati di noi. Devono scegliere se vivere o morire. La sera che ci fu la strage, 18 settembre 2008, a Castelvolturno ero lì. Ho visto la scena che non era quella solita. Loro non hanno perdonato il fatto che si andassero ad ammazzare persone che lavoravano”.</p>
<p><em>La camorra è un problema che interessa tutti. Non solo i territori della Campania o del Sud Italia. E’ molto significativo il sottotitolo del tuo libro “L’Oro della Camorra”. Si legge: “Come i boss casalesi sono diventati ricchi e potenti manager. Che influenzano l’economia di tutta la Penisola, da Casal di Principe al centro di Milano”. Dove è diventata realtà questa industria del crimine?</em><br />
“E’ già diventata realtà in Toscana, Emilia Romagna, in una parte della Lombardia, in una parte del Veneto dove ci sono insediamenti forti e consistenti dei casalesi, ma anche di imprenditori compiacenti che trovano molto più agevole non rivolgersi alle banche per fare investimenti, di fare una società a capitale misto. Questo significa avere manodopera garantita, non ci sono scioperi, con straordinari a nero. Con manovalanza esperta. Loro si sono insediati lì. Sono delle città completamente nelle mani dei casalesi: Modena, Parma, Reggio Emilia. Ancora il prefetto lì continua a dire che la camorra non c’è, anche se sono passati alla criminalità violenta, cioè omicidi, gambizzazioni e non solo attività di riciclaggio. Il figlio di Sandokan è quello che gestisce quella zona. I suoi referenti erano Raffaele Diana e Giuseppe Caterino. Questi due sono stati arrestati. Il figlio di Sandokan non ancora. Speriamo presto. Lì hanno delle basi forti. E gli imprenditori sono alla seconda generazione di riciclaggio. Soldi che alla fine entreranno nel circuito legale, perché tra dieci anni non li prendi più”.</p>
<p><em>Nel tuo libro, a pagina 84, si legge: “All’epoca io avevo la disponibilità di circa 500mila euro che erano rientrati dall’estero grazie allo “scudo fiscale” e che erano transitati sulla Banca Commerciale di Parma, filiale di via Montanaro”. E’ Bazzini (il socio di Pasquale Zagaria), nel 2006, a raccontarlo al pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone. Come si può fare la lotta alla criminalità se poi viene utilizzato di frequente l’istituto del condono?</em><br />
“L’ultimo condono sembra particolarmente scandaloso. Allo Stato, per altro, rientra solo il 5%. In cambio ha messo la pietra tombale su tutti gli accertamenti passati, presenti e futuri. Hanno aiutato chi è che ha i soldi all’estero nascosti. Nella migliore delle ipotesi stiamo parlando di evasori fiscali. Più delle volte parliamo di camorristi, mafiosi, ‘ndranghetisti. Quando ho scritto “L’Oro della Camorra” avevo di fronte a me un passaggio di un inchiesta su Bazzini, un imprenditore di Parma socio di Pasquale Zagaria (il fratello del super-latitante) una richiesta di rinvio a giudizio per riciclaggio per un promotore finanziario di Fideuram. Si era scoperto che Pasquale Zagaria aveva il sogno di tutte le donne del mondo: una carta di credito illimitata. Girava con una carta di credito che non faceva riferimento a nessun conto. Trovata durante una perquisizione, si è scoperto che questo conto portava a un incartamento che aveva questo promoter e da questo promoter si arrivava al nulla. Una concessione fatta dalla Banca Fideuram, che ha la sua sede principale in Lussemburgo, dove i controlli sono impossibili. Non rispondono alle rogatorie. Ignorano le richieste dei magistrati. Il promotore finanziario, nonostante il processo in corso per riciclaggio, è ancora dipendente di Fideuram e non è stato mai sospeso da Consob. C’è un apparato del nostro sistema bancario che è colluso sapendo di essere colluso. E con l’intenzione di farlo. Questo signore continua a lavorare per la stessa banca, quindi continua a fare operazioni del genere. E nel caso specifico lo ha fatto nonostante sia stato fermato in una discoteca che gestiva, ma la proprietà era di un altro signore camorrista, sempre del clan dei casalesi. In questo contesto cadono le braccia. Lo scudo fiscale serve a questi. I soldi di Pasquale Zagaria sono in Lussemburgo, ma non si possono prendere. Mi sembra questo un problema serio. Lui certo non farà lo scudo fiscale. Li conserva lì in attesa di tempi migliori. Che arriveranno tra qualche anno. Lui è detenuto, non ha una condanna infinita da scontare. Anzi se continuano a rinviare il processo di appello esce anche per decorrenza termini. E si va a riprendere i suoi soldi e, quindi, rifonda molto rapidamente il suo impero. Ma se non lo fa a febbraio per decorrenza termini lo farà fra tre anni perché sarà libero per aver scontato la pena. Abbiamo le mani legate nei confronti dei grossi conti, dei depositi importanti che sono all’estero e dobbiamo subire il rientro vero o finto che sia di altri capitali che fanno riferimento a persone fisiche che sono prestanome a delinquenti che rientrano in Italia e che inquinano l’economia”.</p>
<p><em> Perché nella lotta alle mafie si resta da soli, correndo il rischio di essere ammazzati?</em><br />
“Il problema di chi è stato ucciso è che era solo. Lavorava in solitudine. Non necessariamente per cattiva volontà. Passava per lo scemo del villaggio che si sacrificava intorno ad un’idea. La base del nostro mestiere è rispondere a cinque semplici domande: chi, come, dove, quando, e perché. Questo non significa fare l’eroe, significa fare il giornalista. Non servono i passacarte. Le aziende tendono ad assumere i passacarte e a far fare all’esterno il lavoro, perché il collaboratore esterno può essere mandato via in qualsiasi momento. L’approfondimento puoi farlo solo chiedendoti “perché”. Ma questo ai ragazzi non si insegna più”.</p>
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		<title>Mafia. Il botto di Pizzolungo 25 anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 14:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “Non ti scordar di me” indette dal Comune di Erice per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.
Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1480" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1480" title="barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice-300x198.jpg" alt="Strage di Erice" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Strage di Erice. L&#39;automobile di Barbara, Salvatore e Giuseppe Rizzo</p></div>
<p>Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “<strong>Non ti scordar di me</strong>” indette dal <strong>Comune di Erice</strong> per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.</p>
<p>Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata su una curva della frazione ericina di Pizzolungo, in un punto poco distante dal mare, faceva strazio di tre povere vittime, una mamma, trentenne, Barbara Rizzo, ed i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di sei anni. L’autobomba esplose mentre quell’auto veniva sorpassata da due automobili, una di queste, una Fiat 132, era quella usata dal sostituto procuratore Carlo Palermo, da poco più di 40 giorni a Trapani, trasferito dopo essere stato allontanato dalla procura trentina dove indagando su traffici di armi e droga aveva scoperto intrallazzi con la politica che portavano all’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi.</p>
<p><strong>Faccenda questa inghiottita dall’oblio</strong> nessuno se ne ricorda più, Ma il filo c’è e nessuno dopo Carlo Palermo è andato più a toccarlo. L’altra auto che percorreva quella strada era una Fiat Ritmo normalissima, non era blindata come l’altra, e a bordo c’erano i poliziotti della scorta che si difendevano usando particolare caschi e corpetti. L’onda d’urto dell’esplosione colpì le due auto del magistrato e della scorta senza provocare morti, ma il grosso di quel “botto” spazzò via l’auto di Barbara Rizzo e con lei gli altri due giovanissimi occupanti. Brandelli dei loro corpi e rottami dell’auto sparsi nell’arco di alcuni metri, una macchia rossa fu trovata in cima ad una vicina villetta, ad una certa altezza da terra, sotto quella macchia una scarpetta, il corpicino di uno dei gemellini era finito fin lassù.</p>
<p>La mafia non uccise <strong>Carlo Palermo</strong> ma ottenne lo stesso il risultato che voleva. Il magistrato nel giro di pochi anni lasciò la magistratura, gli agenti della scorta da quel momento cominciarono a fare i conti con la paura, l’angoscia, alcuni con malanni che li portarono alla morte ugualmente. Il contesto sociale poi con la morte di Barbara e dei suoi figli era avvertito su quello che poteva accadere, mostrò di recepire bene il messaggio il sindaco dell’epoca, il Dc (moroteo) Erasmo Garuccio che sostenne anche davanti ai morti dilaniati dal tritolo mafioso che la mafia non esisteva.</p>
<p>A completare l’opera la memoria che via via si è fatta affievolita, quei morti per 23 anni sono rimasti solo dei loro parenti e dei conoscenti, di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime, nel frattempo colpita da un altro lutto la morte del padre, Nunzio. <strong>Sono occorsi 23 anni e un nuovo sindaco di Erice perché la comunità ha ricominciato a ricordare. E lo farà ancora quest’anno a 25 anni dalla strage. </strong></p>
<p>Quando si racconta questa strage spesso si sente dire che Barbara ed i suoi figli furono uccisi per sbaglio. Vero, gli obiettivi erano altri, un magistrato, e con lui la sua scorta, ma se fossero stati uccisi loro oggi dovremmo dire che loro erano i morti giusti? Non ci sono morti giusti e morti per sbaglio. Ci sono solo morti uccisi dalla crudeltà mafiosa, dalla barbarie di Cosa Nostra, ci sono stragi e attentati partoriti dalle menti contorte, pericolose, criminali e assassine di soggetti che hanno scelto un altro credo, quello mafioso, illiberale, antidemocratico predicato da Cosa Nostra. Che è lo stesso credo sia se porta ad uccidere sia se sovraintende a pilotare gli appalti, a controllare le imprese, se inquina l’economia e la politica, come fa tanto di questi tempi, condizionando lo Stato senza bisogno di sparare nemmeno un colpo.</p>
<p>Uno Stato che però a donne  e uomini, tante donne e tanti uomini, pronti a fare il loro dovere. Ad uno di questi è dedicato il “Non ti scordar di me” del 2010: era un agente di polizia penitenziaria, si chiamava Giuseppe Montalto. Fu ucciso l’antivigilia di Natale del 1995 davanti la casa dei suoi congiunti, una frazione a qualche chilometro da Trapani. I mafiosi lo uccisero perché lui in servizio, lavorava all’Ucciardone, carcere di Palermo, aveva “intercettato” lo scambio di un pizzino tra detenuti. Ma l’ordine di morte nei suoi confronti fu anche pronunciato dall’inappellabile giudizio di Cosa Nostra perché quel delitto doveva essere anche il regalo di Natale da parte dei boss liberi ai detenuti ristretti al 41 bis, al carcere duro.</p>
<p>Il boss libero che lo fece uccidere è lo stesso di quello che oggi comanda la mafia sommersa, quella che fa impresa, produce soldi e non spara, Matteo Messina Denaro, il capo mafia del Belice, capo della mafia trapanese e pronto se si ricostituisce la cupola siciliana a prendere il posto che fu di Badalamenti, Riina, Provenzano. Montalto fu ucciso mentre sedeva in auto, al suo fianco la moglie Liliana, che era incinta e ancora non lo sapeva, sul sedile posteriore c’era Federica, nata da qualche mese. I killer furono precisi a sparare, colpirono solo Montalto. Furono in due a sparare, le indagini hanno portato ad identificarne solo uno, Vito Mazzara, un campione di tiro a volo diventato killer spietato della mafia, oggi all’ergastolo per questo omicidio e indagato perché sospettato di essere stato lui il 26 settembre del 1988 ad uccidere Mauro Rostagno.</p>
<p><strong>A Giuseppe Montalto è dedicata la manifestazione del prossimo 29 marzo</strong>, gli studenti delle scuole ericine invaderanno pacificamente l’aula bunker del carcere di  San Giuliano a Trapani, dove fu celebrato il processo per il delitto di Giuseppe Montalto, presenteranno i loro lavori, video, scritti, poesie, diranno agli adulti come sarà possibile non scordarsi di chi ha dato la vita per la Democrazia e di chi facendo il suo dovere si è trovato suo malgrado ad essere un eroe.</p>
<p>Le manifestazioni continueranno, e <strong>il 2 aprile sarà ufficializzato il bando di concorso con il quale il Comune di Erice sceglierà il miglior progetto</strong> per arredare e attrezzare come parco della memoria l’area di Pizzolungo rimasta disadorna e dove sul punto in cui era posteggiata l’autobomba 24 anni addietro Nunzio Asta con i suoi soldi fece collocare una stele e un bronzo a ricordo dei suoi familiari. Ancora 25  anni non sono stati sufficienti a raggiungere questo traguardo, per le disattenzioni decennali di altre amministrazioni comunali, disattente quasi al punto tale da fare approvare un paio di anni addietro un progetto per realizzare su quel’area una terrazza sul mare, la stele si sarebbe trovata tra ombrelloni e sdraio, tra gazebo e banchi per la vendita di gelati. Il cantiere fu fermato in tempo dall’amministrazione dell’allora neo eletto sindaco Tranchida, i suoi predecessori si erano occupati di altro, una volta l’anno il pensiero era quello di mettere una ghirlanda poggiata sulla stele.</p>
<p><strong>Il 14 aprile il centro sociale di San Giuliano</strong>, rione fatto di case popolari in territorio di Erice, <strong>verrà dedicato a Giuseppe Impastato</strong>, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. Giornalista e esponente politico, oggi si direbbe giornalista fazioso per quel suo schierarsi contro mafia e mafiosi. Forse lo chiamerebbero anche professionista dell’antimafia. Sarà l’occasione per parlare un poco di informazione. A Trapani ma non solo a Trapani se ne parla da tempo ma non cambia nulla. Qui suscita scandalo la frequentazione tra giornalisti e forze dell’ordine, indispone il giornalista che frequenta palazzo di giustizia, non suscita indignazione il giornalista che copre la notizia, che parla e concorda le cose da scrivere con l’imprenditore o il politico colluso, a Trapani ci sono pseudo editori che fanno gli untori.</p>
<p>Qui diventa una controversia personale il fatto che un giornalista possa essere additato come mafioso o si trova a dovere rispondere in tribunale di una maxi richiesta di risarcimento, tutto questo per avere esercitato diritto di cronaca. Non sono controversie personali, è rivendicare il diritto a fare il proprio dovere non solo per se ma per tutti gli altri che hanno scelto questo lavoro. Non ci si può ricordare di Impastato e di Rostagno e degli altri giornalisti uccisi dalla mafia solo per riempire palcoscenici o fare cerimonie. Quel centro sociale dedicato a Impastato sarà un segno importante, in controtendenza a chi a qualche chilometro di distanza ha deciso di intestare una via del porto di Trapani ai “grandi eventi” gli stessi che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco, e speriamo che i magistrati ci riescano davvero, un sistema fatto di collusioni, complicità, criminali e criminose, che ha tolto risorse pubbliche per darle a pochi.</p>
<p>Ultimo passaggio della manifestazioni dedicata al “<strong>Non ti scordar di me</strong>” 2010 ci sarà <strong>il 3 maggio</strong>. Quando Erice incontrerà uno dei più grandi uomini che l’Italia può vantare di avere, <strong>don Luigi Ciotti</strong>. Incontrarlo sarà preziosa occasione. Ascoltarlo sarà importante. L’uomo che contro la mafia agita ogni giorno il “noi”, la coralità, l’impegno. In quella giornata il sindaco di Erice Giacomo Tranchida ha deciso di conferire al capo della Polizia Antonio Manganelli la cittadinanza onoraria di Erice, dopo averla conferita al prefetto Fulvio Sodano, al capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares, all’ex magistrato Carlo Palermo.</p>
<p><strong>Venticinque anni dopo la loro morte non è rimasto più vano il sacrificio di Barbara, Rizzo e Giuseppe</strong>. Ha scrollato le coscienze Margherita Asta e i tanti che lavorano con Libera, non è una passerella fine a se stessa quella di Erice, la finalità è solo a favore della Democrazia, è il popolo che ha gli strumenti per governare lo Stato, Erice dice questo alla gente di ogni dove, e lo dice a chi oggi ci Governa e a chi ci governerà domani.</p>
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		<title>Premio giornalistico Rostagno</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="premio_rostagno" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/premio_rostagno-300x270.jpg" alt="Premio Rostagno" width="300" height="270" />Calatafimi</strong> è  oramai diventata la città dei ragazzi che difendono la legalità e sono contro la mafia. Non lo mandano a dire ma lo affermano direttamente guardando in faccia chi sta loro difronte. Sono ragazzi che non hanno mai praticato la cultura del «fingere di non sapere». Il presidio <strong>Peppino Impastato di Libera, guidato da Vito D’Angelo</strong>, ha fatto buona parte del lavoro di coinvolgimento e di sensibilizzazione e così in giro per il paese si incontrano sempre più numerosi i ragazzi di Libera che indossano le magliette dell’Associazione.</p>
<p>Adesso Calatafimi è qualcosa di più da quando una sera del novembre scorso, quando i poliziotti vennero a snidare in una casa covo del centro storico il boss latitante palermitano Mimmo Raccuglia: <strong>quella sera tantissimi ragazzi si raccolsero sotto quella casa e sbeffeggiarono il latitante applaudendo la Polizia</strong> che lo aveva appena preso. Lo riconosce lo stesso sindaco Nicolò Ferrara che ha intenzione di introdurre in città la giornata della legalità un momento per far festa antimafia, ribadire i valori della democrazia e della libertà, la giornata dovrebbe coincidere esattamente con quella della cattura del latitante Racciglia, il 15 novembre.</p>
<p>Calatafimi quest’anno a maggior ragione ha dunque ospitato per la seconda volta consecutiva il premio giornalistico «<strong>Mauro Rostagno</strong>».</p>
<p>Il concorso vive qui la sua fase conclusiva perchè a farsene carico all’interno del coordinamento provinciale di Libera presieduto da Margherita Asta  è il presidio di Calatafimi, ma visto quello che è successo di positivo è anche giusto che 600 studenti provenienti da tantissime scuole superiori della provincia di Trapani si ritrovino, come si sono ritrovati qui ieri mattina, giovani che hanno stretto le mani di tanti giovani, che si sono «impegnati» in un esercizio di giornalismo, loro interlocutore il capo della squadra Mobile di Trapani <strong>Giuseppe Linares</strong> (l’anno scorso era toccato al procuratore nazionale antimafia <strong>Pietro Grasso</strong>).</p>
<p><strong>Ha vinto l’istituto tecnico Commerciale «Ferrara»</strong> di Mazara, ha colto l’attualità, la tematica dei beni confiscati e il rischio che una loro vendita all’asta li riporti in mani mafiose (questo il giudizio della commissione presieduta dal giornalista Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione ed ex inviato di punta del Tg1 e in ultimo è stato direttore di Rai News 24), ma tutte le scuole non solo quelle finaliste hanno presentato una serie di domande interessanti, «precise e appropriate» ha commentato Morrione.</p>
<p>Il vice questore Linares ha risposto a tutte le domande, e parlando ai giornalisti in erba ha fatto riferimento a chi svolge  questo mestiere, «mi auguro – ha detto – che l’informazione sui giornali risulti adeguata alle vostre conoscenze, riscontrate e reali». Il dato su cui ci si continua a doversi confrontare è infatti, spesso, quello che il lavoro antimafia non venga correttamente raccontato.</p>
<p>«Questo perchè esiste un sistema dove il mafioso non è più quello che è stato “punciutu” – ha spiegato Linares – secondo antichi rituali, ma mafioso lo si diventa assumendo precisi comportamenti. Oggi – ha concluso Linares – abbiamo una reazione della società ferma e sentita davanti ai delitti e alle stragi di mafia, Uguale reazione bisogna mostrare dinanzi a quei fatti di corruzione, appalti pilotati, inquinamento della politica e delle imprese che altrettanto vengono compiute spesso dalle stesse mafiose che hanno ucciso, solo che adesso magari sono diventate mani borghesi».</p>
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		<title>Malitalia, viaggio tra l’Italia criminale assieme a chi ogni giorno la combatte</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 20:43:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Fierro]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Rino Giacalone)
“Tutti i reati che oggi permettono alla mafia di sopravvivere, tessere la sua tela, inquinare il territorio e le sue attività, sono fuori dai “pacchetti sicurezza” di cui sentiamo ogni giorno parlare. La mafia trapanese vive di imprese e appalti, ancora oggi chi trucca un appalto, chi affida o gestisce un sub appalto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Rino Giacalone)</p>
<p>“Tutti i reati che oggi permettono alla mafia di sopravvivere, tessere la sua tela, inquinare il territorio e le sue attività, sono fuori dai “pacchetti sicurezza” di cui sentiamo ogni giorno parlare. La mafia trapanese vive di imprese e appalti, ancora oggi chi trucca un appalto, chi affida o gestisce un sub appalto continua a non rischiare nulla, se non una ammenda come condanna”.</p>
<p><strong>Giuseppe Linares</strong>, vice questore, dirigente della Mobile di Trapani parlando in occasione della presentazione a Trapani del libro “Malitalia” di Laura Aprati ed Enrico Fierro (editore Rubbettino) non ha perso tempo ad andare al cuore del problema parlando di lotta a Cosa nostra.</p>
<p>“La mafia oggi non è più quella di un tempo fatta di coppole e lupare, oggi vive grazie ai colletti bianchi, ai professionisti, agli imprenditori, che non usano le armi che sparano, ma altre, quelle della corruzione per esempio, delle turbative, le false fatture per ottenere finanziamenti pubblici, ecco contro tutto questo le misure di prevenzione e repressione opposte rappresentano spesso delle armi che sparano a salve”.</p>
<p><span id="more-142"></span>L’intervento di Linares è stato in linea con quello che contiene il libro “Malitalia”, volume e documentario allegato su dvd, per andare oltre le apparenze, che lasciano fuori retorica e stereotipi. Parla della mafia che spara sempre meno e fa sempre più affari. &#8220;Malitalia&#8221; è la storia di un paese in guerra, anche se è una guerra di cui pochi hanno il coraggio di parlare. Il libro racconta ciò che accade in Sicilia, Calabria e Campania, una battaglia senza prospettive di tregua, nè probabilità di risolversi in pace se i cittadini non scopriranno il coraggio di indignarsi.</p>
<p>“La criminalita&#8217; organizzata moderna – ha detto l’autrice Laura Aprati &#8211; regna sovrana nel mondo dell&#8217;economia, intrattiene relazioni intriganti e pericolose con banche e società finanzarie, controlla, condiziona e spesso conduce l&#8217;attività politica. Seguendo il percorso di cui già parlava Leonardo Sciascia nel &#8220;Giorno della Civetta&#8221;, il raggio d&#8217;azione della mafia è risalito fino al nord, dove ha insediato il proprio potere, mentre nelle terre del Sud il conflitto prosegue, inarrestabile e feroce, tra i mafiosi e coloro che, con la forza delle proprie idee, si oppongono ad essi”.</p>
<p>Enrico Fierro e Laura Aprati col loro libro hanno fatto un viaggio in quelle Regioni in cui vivere è una lotta, incontrandone i protagonisti: in Sicilia a Trapani hanno incontrato un imprenditore arrestato per mafia e oggi dichiarante, Nino Birrittella, ha ammesso di essere stato mafioso, rompendo ogni schema ha detto di non volere più essere un mafioso.</p>
<p>“E paradossalmente – ha detto Linares – lui è diventato l’untore, una persona della quale diffidare, e invece ci ha consegnato a noi che indaghiamo e ad una società che dovrebbe cercare la strada della libertà dalle mafie quello spaccato dove resiste quella minoranza di trapanesi che vogliono stare dalla parte della mafia”, “quella minoranza che spesso riesce a governare” gli ha fatto eco anche Margherita Asta coordinatrice di Libera che ha anche aggiunto come non garantire servizi efficienti alla città “come accade”, significa ostacolare la legalità. Sono tanti – ha continuato Margherita Asta – i politici che spesso parlano come parlano i mafiosi, diffondono gli stessi concetti”. “La realtà di ogni giorno – ha ripreso Linares – ci consegna come l’imprenditore mafioso in carcere o libero dopo avere scontato la pena continua a vivere del rispetto altrui, nessuna banca si sogna mai di revocargli i fidi, cosa che invece è accaduta a quegli imprenditori che hanno collaborato e reso dichiarazioni, loro hanno conosciuto isolamento, al contrario di quanto succedeva prima”.</p>
<p>Trapani è una città che continua ad interrogarsi in modo inquietante e bugiardo su chi sta sul fronte dell’antimafia, descrivendo scenari inesistenti. Esempi? La relazione del difensore civico, ex giudice Pino Alcamo, anno 2007. <em>”Da qualche tempo, ormai, di <strong>MAFIA </strong>si parla ovunque, in ogni occasione e in qualsiasi contesto. Ogni ente pubblico, ogni istituto scolastico, ogni associazione culturale o di categoria, organizza <strong>MANIFESTAZIONI </strong>e <strong>CONVEGNI </strong>o <strong>DIBATTITI </strong>sul fenomeno mafioso. Costituisce una nuova <strong>MODA</strong>. Il fatto va considerato, indubbiamente, positivo e bisogna sperare che tale tendenza, come tutte le mode, non muti facilmente. Come in ogni settore o spaccato della vita, esistono gli <strong>SPECULATORI</strong>, ossia coloro che fanno professione di <strong>ANTIMAFIA </strong>per fini personalistici, magari per cancellare un passato familiare infamante, ovvero per coprire un presente insignificante e, a volte, abominevole. Potrebbe capitare, anche, il <strong>SEDICENTE-GIORNALISTA</strong>, privo di vocabolario, di grammatica e di sintassi, di strumenti culturali, che, aderendo ad associazioni che operano meritevolmente contro il <strong>FENOMENO MAFIOSO</strong> ovvero contro quello del <strong>RACKET </strong>(c.d. <strong>PIZZO</strong>), spera di acquisire meriti professionali, senza comprendere che il <strong>VUOTO CULTURALE</strong> e la mancanza di <strong>BASE DIDATTICA</strong> ed <strong>EDUCATIVA </strong>resteranno incolmabili. Acquisisce, invece, la presunzione e l’erronea convinzione, avvalendosi della pretesa forza e presunta copertura del vincolo associativo, di poter impunemente <strong>DIFFAMARE </strong>o <strong>SCHIZZARE </strong>di fango chi rifiuta il <strong>PRESENZIALISMO </strong>ad ogni costo, il <strong>PROTAGONISMO </strong>e la ricerca di <strong>VISIBILITA</strong>’, proseguendo nel proprio lavoro in silenzio e con dignità. Leonardo <strong>SCIASCIA</strong>, profondo conoscitore di usi, costumi e subcultura della terra di Sicilia, che ha insegnato con le sue pubblicazioni la realtà del fenomeno mafioso a tutti, intellettuali, politici, operatori culturali, polizia, magistratura, ha previsto, con intelligente lungimiranza, la DEVIANZA dei “<strong>professionisti dell’antimafia</strong>”(vedi: articolo sul Corriere della Sera del Gennaio 1986, poi riportato sul volume “<strong>A futura memoria</strong>”). Sciascia, come è noto, ha usato l’espressione con riferimento a circostanze particolari. Prima di morire, lo scrittore confidò ad un amico: “<strong>Vorrei essere ricordato non per i libri che ho scritto, ma per le POLEMICHE suscitate dal mio articolo sui professionisti dell’antimafia</strong>”.- (vedi “<strong>Giornale di Sicilia</strong>” del mese di Novembre 2007).”.</em></p>
<p>E’ palese dimostrazione come non resti dalle nostre parti cosa comoda parlare male dei mafiosi (basta pensare che il processo al capo mandamento “don” Ciccio Pace, condannato poi a 20 anni, si svolse in un’aula di Tribunale senza una sola parte civile costituita, e la cosa non è accaduta tanti anni addietro ma appena l’altro ieri), si preferisce generalizzare guardando da altra parte, eppure si potrebbero citare casi specifici e precisi di come la mafia, a Trapani, assieme a massoneria, poteri occulti e deviati, alla politica e alla burocrazia, ha condizionato il vivere civile di questa città. Qui dove non esistono professionisti dell’antimafia ma tanti bravi professionisti del malaffare o dell’arte del “mascariare”.</p>
<p>“Un libro – ha detto il questore di Trapani  Giuseppe Gualtieri (il poliziotto che guidando la pattuglia di agenti che nel 2006 arrestò il super latitante Bernardo Provenzano dimostrando che i ricercati possono essere presi senza fare trattative e papelli) tornando al testo di Malitalia – che mette a confronto le mafie del sud, Cosa nostra, la ‘ndrangheta calabrese e la Camorra dei casalesi. Io – ha proseguito Gualtieri – ho fatto lo stesso viaggio da investigatore, poliziotto, a Trapani debbo dire che ho conosciuto il volto pulito di giovani poliziotti come “Giuseppe e Fabrizio” e anche una società dove la mafia è diventata sistema, ho conosciuto agenti che ogni giorno cercano di combattere l&#8217;ingiustizia con la cultura”. E intellettuali magari che usano la cultura in senso opposto, combattendo la giustizia.</p>
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		<title>Messina Denaro raccontato dal suo ex ambasciatore</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 13:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Parla l&#8217;uomo scelto dalle cosche trapanesi per trattare col mondo economico.
Palermo. &#8220;Matteo Messina Denaro è diverso dai Lo Piccolo, non va in giro con le santine, ha una cultura superiore ai suoi complici. E di certo, ha una veduta più ampia, un modo di gestire gli affari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://palermo.repubblica.it/dettaglio/messina-denaro-raccontato-dal-suo-ex-ambasciatore/1777147" target="_blank">La Repubblica</a> &#8211; di Salvo Palazzolo) <a href="http://palermo.repubblica.it/dettaglio/messina-denaro-raccontato-dal-suo-ex-ambasciatore/1777147" target="_blank"><br />
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<p><strong>Parla l&#8217;uomo scelto dalle cosche trapanesi per trattare col mondo economico</strong>.</p>
<p><strong>Palermo</strong>. &#8220;Matteo Messina Denaro è diverso dai Lo Piccolo, non va in giro con le santine, ha una cultura superiore ai suoi complici. E di certo, ha una veduta più ampia, un modo di gestire gli affari molto dinamico, che si estende su più fronti&#8221;. Si racconta per la prima volta in un&#8217;intervista Nino Birrittella, l&#8217;imprenditore un tempo fidato del vertice mafioso di Trapani, oggi diventato &#8220;dichiarante&#8221; in alcuni dei processi di mafia più delicati. &#8220;Qui le imprese prima si associano a Cosa Nostra e poi a Confindustria&#8221;.</p>
<p>E&#8217; una drammatica testimonianza quella che emerge nel film documentario di Laura Aprati ed Enrico Fierro &#8220;Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori&#8221;, libro-Dvd appena pubblicato da Rubbettino. &#8220;Io avevo un ruolo apicale nella gestione della famiglia di Trapani fino al mio arresto, nel novembre del 2005&#8243;, racconta Birrittella. Era stato il boss Vincenzo Virga, il referente di Bernardo Provenzano, ad assegnare all&#8217;insospettabile imprenditore, già presidente del Trapani calcio, ruoli sempre più importanti. &#8220;La mafia si sedeva al tavolo con il politico di turno per la spartizione dei lavori&#8221;, racconta oggi lui.</p>
<p><span id="more-138"></span>Il libro-dvd sarà presentato il 13 novembre a Trapani, al palazzo della Provincia. Parteciperanno il questore Giuseppe Gualtieri, il capo della squadra mobile Giuseppe Linares, il giornalista Rino Giacalone e Margherita Asta. Il giorno dopo, alla libreria Mondadori di Marsala (piazza della Repubblica) altra presentazione con il sindaco Lorenzo Carini, Salvatore Inguì (di Libera), il sostituto procuratore Andrea Tarondo, il questore Gualtieri e il capo della Mobile Linares.</p>
<p>Si parlerà del sistema creato dal latitante Matteo Messina Denaro: &#8220;E&#8217; ormai diventato un monolite &#8211; spiega Linares nel film inchiesta &#8211; un sistema purtroppo tacitamente accettato, dove solo sporadicamente i capimafia hanno dovuto ricorrere a spargimenti di sangue&#8221;.</p>
<p>Spiega ancora il capo della Mobile, che da anni dà la caccia a Messina Denaro: &#8220;Rappresenta l&#8217;anello di sintesi di un modo antico di essere mafioso. Ma è riconosciuto come l&#8217;uomo nuovo, quasi come una divinità. Nelle intercettazioni abbiamo sentito: noi dobbiamo adorare u siccu. Non solo perché è un superiore gerarchico, ma perché rappresenta qualcosa di più&#8221;.</p>
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