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	<title>Malitalia &#187; Rino Giacalone</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Mafia, muore in cella il medico di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il «medico buono» lo chiamavano negli ambienti mafiosi. Ora Vincenzo Pandolfo, 50 anni, partannese, è morto. In carcere, a Carinola, provincia di Caserta, dove era recluso dal 2006, dopo 15 anni di latitanza.
Uomo di fiducia dei Messina Denaro. Tanto fidato dei boss di Castelvetrano da darsi alla latitanza nel 1991 quando ancora contro di lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/prison-300x300.jpg" alt="prison" title="prison" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1767" />Il «medico buono» lo chiamavano negli ambienti mafiosi. Ora Vincenzo Pandolfo, 50 anni, partannese, è morto. In carcere, a Carinola, provincia di Caserta, dove era recluso dal 2006, dopo 15 anni di latitanza.<br />
Uomo di fiducia dei Messina Denaro. Tanto fidato dei boss di Castelvetrano da darsi alla latitanza nel 1991 quando ancora contro di lui non c’erano quegli ordini di cattura che sarebbero arrivati dopo. Latitante lo divenne intanto per le necessità del «patriarca» della mafia belicina, il «padrino» don Ciccio Messina Denaro. L’anziano boss che nel 1991 dovette fuggire via per non essere arrestato non stava bene in salute, e aveva bisogno di un medico. </p>
<p>Vincenzo Pandolfo, giovane medico si offrì di seguirlo, lui e don Ciccio furono poi raggiunti nella latitanza nel 1993 anche dal «rampollo» di casa Messina Denaro, Matteo, oggi il capo di Cosa Nostra siciliana. Vincenzo Pandolfo probabilmente fu quello che nel novembre del 1998 raccolse gli ultimi istanti di vita di Ciccio Messina Denaro, morto di crepacuore alla notizia dell’arresto dell’altro suo figlio, Salvatore Messina Denaro, finito in manette in un blitz antimafia. L’anziano boss fu vestito e fatto trovare poggiato in un cancello di una tenuta agricola nelle campagna castelvetranesi di contrada Airone. Pandolfo se ne sarebbe occupato, avvertendo anche i familiari dove dovevano recarsi per prendere le spoglie del proprio congiunto. Poi il «medico buono» continuò la sua latitanza con Matteo Messina Denaro e infine anche da solo. </p>
<p>Prima di decidere un giorno del marzo 2006 di costituirsi in carcere. La Cassazione lo aveva appena assolto da un omicidio, evitato l’ergastolo si trovava a scontare una condanna per mafia di nove anni, chiese a Matteo Messina Denaro se poteva consegnarsi, ricevette l’autorizzazione e lo fece, presentandosi al carcere palermitano di Pagliarelli. Un uomo diverso dalle foto segnaletiche, la latitanza lo aveva stravolto nei lineamenti. Ad occuparsi di lui sarebbero stati due indagati nella recente operazione antimafia «Golem 2» e in particolare uno degli arrestati Tonino Catania, lui è stato sentito dagli investigatori che lo intercettavano, «preoccuparsi di quel picciotto», perchè nella acsa dove stava «poteva avere quello che gli serviva, televisione compresa».</p>
<p>Nel pomeriggio di sabato 17 aprile Vincenzo Pandolfo è stato trovato senza vita nella cella del carcere casertano dove si trovava, nella casa di reclusione di Carinola. La sua morte è un giallo. La magistratura ha disposto l’autopsia, non si esclude un infarto, ma c’è anche il sospetto per un suicidio.<br />
La «maledizione» che insegue gli «amici» più fidati di Matteo Messina Denaro. Viene così da pensare anche per un altra morte in carcere, quella di Pino Clemente, trovato senza vita in cella, morto suicida il giorno del compleanno del capo mafia il 26 aprile di due anni addietro.</p>
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		<title>La Sicilia, la Chiesa e la mafia</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia&#8221;.
Lo ha detto monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del Progetto educativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1151" title="Progetto Educativo Antimafia 2009 2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/prog_ed_antimafia_2009_2010-300x151.jpg" alt="Progetto Educativo Antimafia 2009 2010" width="300" height="151" />&#8220;Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia&#8221;.<br />
Lo ha detto monsignor <strong>Domenico Mogavero</strong>, vescovo di Mazara del Vallo durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del <strong>Progetto educativo antimafia 2009/2010</strong>, promosso dal <strong>Centro Pio La Torre</strong>.</p>
<p>È il primo intervento pubblico di un vescovo a poche ore dal documento della Cei che ha posto in evidenza la necessità di vincere quelle contraddizioni sociali che mettono insieme come una ricetta irrinunciabile i rapporti tra mafia, politica e impresa. Questo genere di sviluppo si dice da anni è uno sviluppo irreale che strozza la società. L&#8217;analisi della Chiesa è arrivata con ritardo ma è importante che sia arrivata. Anticipata da azioni fortemente contro la mafia e contro ogni forma di disgregazione che aiuta la mafia condotte proprio dal vescovo Mogavero.</p>
<p>Il tema dell&#8217;incontro durante il quale è intervenuto monsignor Domenico Mogavero era dedicato a &#8220;<em>Gerarchie ecclesiali e il fenomeno mafioso: dal silenzio alla parola antimafia</em>&#8220;. Riferendosi al documento della Cei sul Mezzogiorno che denuncia inoltre come il legame tra mafia e politica ostacoli lo sviluppo nel Sud, Mogavero ha poi sottolineato che, &#8220;con questo documento l&#8217;Episcopato italiano nella sua interezza ha preso consapevolezza del ruolo della chiesa nel Mezzogiorno&#8221;. &#8220;Solidali nella denuncia dei mali del Suditalia, i vescovi proiettano una luce di speranza, &#8220;perchè attraverso un&#8217;azione concreta si possa dare un nuovo slancio alla nostra gente &#8211; continua il presule di Mazara del Vallo -. Vincendo certe pesantezze ataviche che gravano sul nostro sviluppo. Il ruolo che la chiesa si ritaglia è eminentemente educativo. Educando le giovani generazioni alla legalità, alla giustizia, alla solidarietà, senza ricorrere a scorciatoie di raccomandazioni di potenti e collusioni con i poteri occulti. Ma ritagliandosi il proprio spazio con il proprio lavoro e la propria intelligenza&#8221;.</p>
<p>Il presidente del Centro Pio La Torre, <strong>Vito Lo Monaco</strong>, ha poi spiegato che, &#8220;rispetto al passato la chiesa sta lentamente ma decisamente mutando atteggiamento contro la criminalità. Se prima il silenzio poteva apparire indifferenza o complicità, il documento di oggi conferma l&#8217;irreversibile condanna della criminalità organizzata&#8221;. A discutere dell&#8217;evoluzione del rapporto tra Chiesa e mafia sono stati chiamati anche <strong>Gianni Notari</strong>, direttore dell&#8217;Istituto di formazione politica Pedro Arrupe; <strong>Giuseppe Carlo Marino</strong>, docente di Storia contemporanea dell&#8217;Università di Palermo e monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo. Ha moderato <strong>Antonio La Spina</strong>,docente presso l&#8217;Università di Palermo.</p>
<p><strong>All&#8217;incontro hanno partecipato oltre mille studenti palermitani</strong> e una sessantina di scuole medie superiori di tutta Italia in videoconferenza.</p>
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		<title>Mafia: quando Grigoli cercava avvocati per il cognato di Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 19:31:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Girgoli racconta che lui con la mafia e con Messina Denaro non c&#8217;entra nulla, ma nel corso del processo in corso a Marsala dove il &#8220;re&#8221; dei supermercati Despar della Sicilia occidentale è accusato di associazione mafiosa, assieme al capo mafia latitante, è emersa la circostanza che lui si dava da fare per trovare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_758" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-758" title="tribunale_marsala_piazza_paolo_borsellino" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/tribunale_marsala_piazza_paolo_borsellino-300x225.jpg" alt="tribunale_marsala" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Il tribunale di Marsala a Piazza Paolo Borsellino</p></div>
<p><strong>Giuseppe Girgoli</strong> racconta che lui con la mafia e con Messina Denaro non c&#8217;entra nulla, ma nel corso del processo in corso a Marsala dove il &#8220;re&#8221; dei supermercati Despar della Sicilia occidentale è accusato di associazione mafiosa, assieme al capo mafia latitante, è emersa la circostanza che lui si dava da fare per trovare &#8220;avvocati di grido&#8221; nazionale per <strong>Filippo Guttadauro</strong>, cognato di Messina Denaro e di <strong>Pino Clemente</strong>, un uomo d&#8217;onore morto suicida due anni addietro in carcere, si uccise il giorno del compleanno del boss latitante.</p>
<p><span id="more-306"></span>La circostanza dell&#8217;interessamento di Grigoli è emersa da alcune intercettazioni sulle quali ha deposto un ufficiale della Guardia di Finanza, il maggiore Rocco Lo Pane, ex comandante della compagnia di Marsala, che per incarico della Dda di Palermo nel 2007 indagava sulle frodi commesse dal gruppo imprenditoriale di Giuseppe Grigoli.</p>
<p>L&#8217;interessamento di Grigoli per Clemente e Guattadauro (quest&#8217;ultimo condannato in secondo grado per estorsioni commesse nell&#8217;area industriale  commerciale di Castelvetrano, in carcere da un paio di anni, dopo essere stato identificato come il soggetto indicato numero 121 nei pizzini di Bernardo Provenzano, il personaggio che avrebbe dovuto occuparsi di contatti con la politica per conto di Cosa nostra) mostrerebbe i legami tra lui e l&#8217;associazione mafiosa.</p>
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		<title>Rosario Cascio</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 11:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;imprenditore del cemento in assoluto nella Valle del Belice era cresciuto tanto da riuscire a diversificare i suoi interessi. Dal calcestruzzo e dagli inerti il belicino Rosario Cascio, settantenne, era passato anche ad interessarsi di agricoltura, ortofrutta, olivicoltura, produzione di vino, ma anche di commercio e vendita di petroli e di auto. Tutto secondo gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_769" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-769" title="dia_trapani_rosario_cascio" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/01/dia_trapani_rosario_cascio-225x300.jpg" alt="Operazione Dia Trapani Rosario Cascio" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">Operazione Dia a Trapani, Rosario Cascio</p></div>
<p>L&#8217;imprenditore del cemento in assoluto nella Valle del Belice era cresciuto tanto da riuscire a diversificare i suoi interessi. Dal calcestruzzo e dagli inerti il belicino Rosario Cascio, settantenne, era passato anche ad interessarsi di agricoltura, ortofrutta, olivicoltura, produzione di vino, ma anche di commercio e vendita di petroli e di auto. Tutto secondo gli investigatori all&#8217;ombra della potente mafia del latitante Matteo Messina Denaro dopo che era passato anche attraverso una certa vicinanza  con il boss dei boss di Corleone, Totò Riina.</p>
<p>Il maxi sequestro dei beni degli imprenditori belicini Rosario e Vitino Cascio, 76 e 68 anni anni è scattato a seguito del pronunciamento del tribunale delle misure di prevenzione di Agrigento. I due soggetti sono ritenuti socialmente pericolosi per i contatti con le famiglie mafiose della Sicilia Occidentale. Una proposta di sequestro che era stata avanzata dalla Dia e dalla Procura antimafia di Palermo.</p>
<p>Oggi siamo dinanzi ad un sequestro ingente che priva le casse di Cosa Nostra di un patrimonio che supera i 550 milioni di euro. Hanno lavorato a lungo gli investigatori della Dia di Trapani in modo particolare, a guardare decine e decine di faldoni, spulciando tra carte societarie di ogni genere e conti bancari, sono stati gli &#8220;specialisti&#8221; di quel gruppo che all&#8217;interno della Dia trapanese ha messo a segno altri colpi, come quando fu individuato il &#8220;tesoro&#8221; nascosto dell&#8217;imprenditore di Castelvetrano Giuseppe Grigoli, il presunto prestanome del super boss latitante Matteo Messina Denaro.</p>
<p>Anche Rosario Cascio ha molte cose che lo fanno ritenere vicino alla cosca dei Messina Denaro. spregiudicatezza e arricchimento deriverebbero proprio dall&#8217;appartenenza alla &#8220;famiglia&#8221; del &#8220;massanstissima&#8221; della mafia del Belice. Gli investigatori della Dia di Trapani che hanno letto migliaia di carte ne sono convinti. I risultati di questa operazione sono stati illustrati a Palermo durante una conferenza stampa cui hanno partecipato investiogatori della Dia e della Guardia di Finanza, anche le fiamme gialle hanno dato un loro apporto. Ma nella lotta alla mafia ancora una volta è il &#8220;gruppo&#8221; la sinergia tra gli investigatori che vince: le indagini sul patrimonio di Rosario e Vitino Cascio sono state condotte per lungo tempo dal pool apposta creato dentro la Dia di Trapani per dare la caccia ai patrimoni illeciti, a guidarlo il colonnello delle Fiamme Gialle Rosolino Nasca. Una maxi rapporto finito poi sui tavoli del giudici delle misure di prevenzione di Agrigento che infine hanno disposto la confisca.</p>
<p>Gli affari di Cascio. Cemento e inerti, un monopolio che gli ha permesso di entrate dentro mille e passa cantieri pubblicie privati della Sicilia Occidentale, &#8220;conquistando&#8221; commesse pubbliche per svariati miliardi di vecchie lire. Le seu imprese secondo i giudici del tribunale delle misure di prevenzione ma prima ancora secondo i rapporti investigativi antimafia che lo hanno riguardato sono state &#8220;armi&#8221; a disposizione della mafia, quella &#8220;sommersa&#8221; che per imporsi non ha più bisogno di sparare, manovra attraverso società imprenditoriali, gestendo casseforti di gran valore per il lroo contenuto in termini di denaro.</p>
<p>Il sistema funziona ancora così nel 2010 mentre ci si racconta di arresti e sequestri che avrebbero indebolito Cosa Nostra. La mafia non è battuta e non è finita, grazie a norme che per esempio depenalizzano certi reati o abbassano la soglia di punibilità, la mafia ha potuto rimettere in piedi nuove aziende e nuove società, per coprire i posti vuoti lasciati da quelle confiscate. Il sistema nel sistema che poi esiste consente di portare alla liquidazione e al fallimento le imprese confiscate. Circostanza emersa nel caso dell&#8217;impero dell&#8217;imprenditore Rosario Cascio.</p>
<p>Tra il 1993 ed il 2000 l&#8217;imprenditore infatti aveva subito un altro sequestro e una conseguente confisca, durante il periodo dell&#8217;amministrazione giudizaria queste società subirono un brusco rallentamento della loro crescita, una netta diminuzione del volume degli affari, questo perchè si era interrotto il filo di collegamento tra le imprese e la mafia: quando nel 2001 Cascio tornò in possesso di queste aziende le cose tornarono subito come erano un tempo, imprese che riacquistarono subito terreno e potere.</p>
<p>I precedenti. Non sono poche le indagini che si sono interessate all&#8217;imprenditore Rosario Cascio: il delitto del colonnello Giuseppe Russo (fu prosciolto), quella sui collegamenti con Riina e il cosidetto ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, l&#8217;odierno pentito Angelo Siino,, fu coinvolto nell&#8217;operazione antimafia Petrov (ma fu assolto), solo nel 2005 fu condannato in via definitva a sei anni di carcere per avere fatto parte di Cosa Nostra dal 1988 al 2004.</p>
<p>Appalti, cemento e inerti le attività prevalenti condotte da Cascio all&#8217;ombra della mafia. Ci sarebbe stato un castello fatto di imprese compiacenti che avrebbero lavorato fianco a fianco al gruppo imprenditoriale dei fratelli Cascio, così che se non erano loro ad arraffare appalti e commesse potevano farlo altri ma sempre soggetti e imprese a loro disposizione. Pochi secondo le indagini gli imprenditori e gli oepratori economici della Valle del Belice che sono stati in grado a sottrarsi al controllo fatto dai Cascio che poco alla volta è finito con il diventare in grado di pilotare il sistema, creando addirittura un consorzio di imprese, cercando di dare parvenza legale a ogni cosa, con la costituzione del consorzio &#8220;Unicav&#8221;, dove dentro ovviamente c&#8217;erano le imprese a disposizione dell&#8217;organizzazione.</p>
<p>Il sequestro. Si tratta di imprese intere o di quote sociali. Calcestruzzi Belice con sede a Montevago (400 mila euro), Calcestruzzi Clemente, Montevago (103 mila euro), ditta Cascio Rosario di Partanna (edilizia), ditta Accardo Maria di Partanna (ortorfutta e olivicola), Calcestruzzi srl di Montevago (46 mila euro), Atlas Cementi di Mazara, Inerti srl di Menfi, ditta di trasporto Trasped, Vibni Cascio srl di Castelvetrano, Efebo car di Castelvetrano (concessionaria d&#8217;auto), Castelpetroli di Castelvetrano (impianti distribuzione carburante), Saturnia (agricoltura) di Partanna, Olivo snc di Partanna, terreni e fondi rustici a Manicalunga di Castelvetrano, a Partanna, Menfi, fabbricati a Partanna, Menfi. Nel sequestro sono comoprese anche imbarcazioni e autovetture e conti correnti presso diverse banche.</p>
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