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	<title>Malitalia &#187; Don Luigi Ciotti</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>La ‘ndrangheta colpisce don Panizza</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 05:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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La ‘ndrangheta comunica anche con le intimidazioni. Quella ai danni della comunità “Progetto Sud” a Lamezia Terme, è un chiaro messaggio di stampo mafioso. Don Giacomo Panizza, sacerdote antimafia, questo lo sa bene ma ha scelto di andare comunque avanti per la sua strada, convinto che non bisogna piegarsi allo strapotere dei boss. La notte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/la-%e2%80%98ndrangheta-colpisce-don-panizza/attentatodongiacomo/" rel="attachment wp-att-8841"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/attentatodongiacomo.jpg" alt="" width="194" height="260" class="alignnone size-full wp-image-8841" /></a></p>
<p><strong>La ‘ndrangheta comunica anche con le intimidazion</strong>i. Quella ai danni della comunità “Progetto Sud” a Lamezia Terme, è un chiaro messaggio di stampo mafioso. Don Giacomo Panizza, sacerdote antimafia, questo lo sa bene ma ha scelto di andare comunque avanti per la sua strada, convinto che non bisogna piegarsi allo strapotere dei boss. La notte di Natale è stato fatto esplodere un ordigno al centro Luna Rossa, luogo dove opera la comunità coordinata da don Panizza. L’immobile, tutto sommato, ha subito lievi danni. Segno che non si voleva colpire nessuno, almeno non fisicamente. Probabilmente si voleva lanciare un messaggio di sfida contro una comunità che lavora in un palazzo confiscato alla ‘ndrangheta, alla cosca Torcasio.<br />
<strong>Perché ai boss non va giù che si parli di legalità.</strong> I mafiosi, o chi si comporta da mafioso, non sopporta che qualcuno abbia consensi più di loro. E il lavoro che don Panizza sta facendo va in questa direzione. Nella direzione dell’aggregazione, dell’aiuto, del sostegno, della solidarietà ma, soprattutto, della legalità. Non è la prima volta che il Progetto Sud e don Panizza subiscono intimidazioni. Col centro Luna Rossa si lavora a fianco dei minori stranieri che rimangono senza famiglia. La struttura colpita ospita inoltre la sede regionale della Fish (federazione italiana superamento handicap) presieduta da Nunzia Coppadè.<br />
<strong>Tutto è avvenuto la notte di Natale</strong>. Oltre che turbare i giovani di don Panizza, l’intimidazione ha sconvolto pure il mondo Cristiano che si apprestava a festeggiare la ricorrenza religiosa. Non ha badato a questo chi ha colpito. Magari scegliendo un giorno simbolico per la Chiesa, proprio per mostrare ancora di più che non si obbedisce ad altra legge che a quella della mafia.<br />
Per il testimone di giustizia <strong>Pino Masciar</strong>i, l’attentato “è una offesa alla Calabria onesta e all’Italia intera. Salutare con la violenza la nascita di Cristo – per l’imprenditore vessato dalle cosche – è un atto di barbarie che non può essere ignorato né tollerato. C’è bisogno di sostenere don Giacomo”. Il sindaco della città, <strong>Gianni Speranza</strong>, esaminando alcuni avvenimenti di stampo mafioso che hanno interessato Lamezia negli ultimi tempi, ha chiesto da una parte “attenzione massima delle forze dell’ordine” e dall’altra parte £chiediamo ai cittadini di reagire e collaborare altrimenti, in futuro, potrebbero rischiare di essere direttamente coinvolti”. Anche il numero uno di Libera, <strong>don Luigi Ciotti è intervenuto a nome di tutti gli aderenti all’associazione “contro le mafie” chiarendo che “toccare quella realtà significa toccare tutti noi”.</strong> “A nome delle 1600 associazioni della rete di Libera – ha detto don Ciotti – esprimiamo la nostra vicinanza e richiamiamo alla corresponsabilità di tutti davanti all’intimidazione compiuta a Lamezia Terme”.<br />
Don Panizza è l’uomo di chiesa che lavora con i disabili e con i giovani stranieri scappati dalle guerre nei loro paesi d’origine, dalla fame e in cerca di un futuro migliore. Un palazzo a tre piani pieno di legalità in una zona dove le famiglie di mafia negli ultimi tempi si stanno facendo la guerra, a colpi di attentati, omicidi, sparatorie in pieno giorno. Ed ecco che di fronte a ciò il progetto di legalità che il sacerdote porta avanti da 30 anni a Lamezia rappresenta un ostacolo.<br />
Oggi è necessario, soprattutto alla luce di ciò che è avvenuto, che don Panizza non venga lasciato da solo. <strong>C’è bisogno che le istituzioni, le associazioni, i cittadini siano vicini a quest’uomo per contribuire al cambiamento.</strong> Perché solo così si può costruire uno scudo contro la ‘ndrangheta, diversamente tonerà a colpire ancora altre persone, altri cittadini colpevoli solo d’essere liberi. </p>
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		<title>La squadra antimafia</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 19:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.
“Il potere dei segni contro il segno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8369" href="http://www.malitalia.it/2011/11/la-squadra-antimafia/donluigi/"><img class="alignnone size-full wp-image-8369" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/donluigi.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata</strong>” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.</p>
<p><strong>“Il potere dei segni contro il segno del potere mafioso</strong>” ha tuonato dal campo don Ciotti, invitando la Lega nazionale di calcio a far parte di Libera, ad entrare nella rete della legalità che si oppone ogni giorno allo strapotere mafioso.“Il problema delle mafie non è solo in Calabria, non è solo la ‘ndrangheta – ha proseguito il numero uno di Libera - le mafie sono presenti in tutta Italia”. E da qui l’invito alla politica a fare leggi a sostegno dei lavoratori, andare oltre la mera repressione del fenomeno. <strong>“La lotta alla mafia la si fa a Roma, in parlamento, con le leggi giuste” ha sottolineato don Luigi.</strong> Il ringraziamento è andato alle forze dell’ordine, al loro impegno quotidiano nella battaglia contro la criminalità. Ma senza leggi giuste per don Ciotti “non ci libereremo mai dalle mafie”. È la terza volta che, infatti, si inaugura il campo di calcetto a Rizziconi, perché negli anni le cosche hanno premuto affinchè quel luogo non diventasse l’emblema della legalità.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/6frVkr028gE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Ma la giornata di ieri ha segnato una rottura con il passato</strong>. L’impegno del commissario che guida il comune di Rizziconi , Fabrizio Gallo, per far allenare gli Azzuri nella Piana di Gioia Tauro, non è stato vano. Perché questa data sarà segnata come una pagina storica, memorabile, per la Calabria, per quella Calabria che si ribella, che gioisce e festeggia, che sventola il tricolore per chiedere libertà dalle mafie, che crede al riscatto e al cambiamento. L’auspicio, infatti, così come l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha avuto modo di dire, è che questo sia “un punto di partenza e non di arrivo”. L’entusiasmo dei giovani tifosi che affollavano gli spalti e <strong>l’appassionato intervento di don Ciotti</strong> hanno contagiato anche i giocatori. A partire da Claudio Marchisio che ai giornalisti ha confessato: “ci siamo sentiti piccoli piccoli”, così come lo stesso capitano Luigi Buffon, il quale ha evidenziato che le “coscienze si smuovono con la cultura”. <strong>Il ct Cesare Prandelli, si è detto convinto di aver partecipato ad una “giornata storica” ed ha incitato i ragazzi a “non mollare mai”, mostrandosi una persona semplice, in mezzo ai tanti giovani che lo guardavano con ammirazione, mentre diceva che va via da Rizziconi “arricchito</strong>”.</p>
<p>Il presidente Abete non si è fatto sfuggire l’invito di don Ciotti per fare entrare la Nazionale di calcio nel circuito di Libera. E il calabrese doc Rino Gattuso, nonostante il problema all’occhio che l’ha costretto ad una pausa dai campi di calcio, ha voluto essere presente, accogliendo le ovazioni del pubblico e arbitrando la quadrangolare degli Azzurri in campo. </p>
<p><strong>Perché lo sport è aggregazione e bene ha fatto don Ciotti a ricordare che le cosche nella Piana hanno messo le mani anche sul calcio, gestendo direttamente alcune società sportive, come l’Interpiana e la squadra di calcio di Rosar</strong>no, così come emerso da recenti operazioni antimafia. Ma se anche lo sport diventa “trasparente, pulito”, può rappresentare e unire la parte sana della società.</p>
<p>Fuori dal coro dei festeggiamenti i cittadini di Rizziconi, che abbiamo ascoltato girando per le vie del paese, prima dell’arrivo della Nazionale. <strong>Non si sono sentiti partecipi perché, gran parte di loro, ha definito quella di ieri “una passerella, una manifestazione di facciata</strong>”. Altri si lamentavano per non avere ottenuto il pass per entrare nel campetto che, comunque, era stracolmo data la limitata disponibilità di posti che può avere un campo di calcio a cinque.</p>
<p><strong>Questa è l’altra faccia di una Calabria che aspetta qualcosa di concreto</strong>, che sente così forte la presenza mafiosa da aver perso la fiducia, essendo stanca della retorica sulla mafia di cui i politici si riempiono la bocca. D’altra parte, in questi giorni, i rizziconesi hanno letto tantissimi articoli sulla stampa “soprattutto nazionale” che a parere loro, non rispondono al vero. Anche a Rizziconi, come in tutti gli altri paesi della Piana, s’incontrano esponenti mafiosi per le vie della città, e tutto sembra normale. Chi vive in questi paesi sa che non è uno scandalo, che un criminale qualsiasi è libero e sta in mezzo alla gente ed è proprio lì che il condizionamento mafioso nei piccoli centri del Sud Italia si fa forte. Dal 2007, i 130 ragazzi della scuola calcio di Rizziconi, si allenano in quel campetto, senza pressioni da parte dei boss. Ciò significa che non è un fattore di disturbo per la mafia. Che i ragazzi “possono giocare”. </p>
<p>La giornata di ieri è importante proprio per questo: <strong>perché da oggi in poi i piccoli sportivi sanno di poter giocare su un terreno confiscato ai boss: ne sono consapevoli i loro genitori e gli stessi mafiosi, che ora sanno anche che su quel campo c’è don Ciotti e la firma di Libera</strong>.</p>
<p>Presenti i massimi esponenti delle forze dell’ordine e il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, il prefetto Luigi Varratta, il vice prefetto Maria Rosaria Laganà; oltre al vescovo della diocesi di Oppido-Palmi, Luciano Bux e l’uomo di Libera in Calabria, don Pino De Masi.</p>
<p>Segue il saluto rituale del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, il presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico e il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa. Non sorprende che le parole siano state solo quelle di rito, poche, pochissime dei politici, di fronte alla pienezza delle parole disarmanti di don Ciotti.</p>
<p>A godersi lo spettacolo di libertà e gli Azzurri in campo, fra gli altri, anche la deputata di Fli, Angela Napoli, il capogruppo del Pd in Commissione Antimafia, Laura Garavini, l’ex prefetto di Reggio Calabria che rappresenta il Pd calabrese al Senato, Luigi De Sena, il procuratore Giuseppe Creazzo, il parlamentare del Pd, Marco Minniti e buona parte dei sindaci della Piana di Gioia Tauro.</p>
<p><strong>Presenti infine i genitori del piccolo Domenico Gabriele (Dodò) assassinato durante una partita di calcetto a Crotone, Stefania, la figlia di Vincenzo Grasso, ucciso con una autobomba, i rappresentati della cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta, Valle del Marro. Mentre don Ciotti ha portato in mattinata un fiore sulla tomba di Francesco Maria Inzitari, giovane rizziconese vittima della mafia.</strong></p>
<p>​<br />
Per una volta è stato possibile davvero <strong>“dare un calcio al pizzo, dare un calcio alle mafia</strong>” così come c’era scritto sul pallone donato alla squadra da don Ciotti prima del fischio d’inizio della partita. </p>
<p> (pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Contro la ‘ndrangheta  si schiera la Nazionale di calcio</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 18:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Tutto pronto per domenica prossima, giorno in cui la Nazionale di calcio italiana si allenerà su un terreno confiscato dalla magistratura ai boss calabresi. La Figc ha infatti assunto l’impegno di portare gli Azzurri a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, accogliendo la proposta dell’associazione Libera, dopo l’incontro di don Luigi Ciotti con il presidente [...]]]></description>
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<p><strong>Tutto pronto per domenica prossima</strong>, giorno in cui la Nazionale di calcio italiana si allenerà su un terreno confiscato dalla magistratura ai boss calabresi. La Figc ha infatti assunto l’impegno di portare gli Azzurri a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, accogliendo la proposta dell’associazione Libera, dopo l’incontro di don Luigi Ciotti con il presidente Abete e il commissario tecnico Cesare Prandelli.</p>
<p><strong>Un impegno dal chiaro valore simbolico, in una terra dove la presenza mafiosa è forte.</strong></p>
<p>La storia del campetto di calcio a cinque dove gli Azzurri si alleneranno, inizia dal lontano 1994. <strong>Ci troviamo sui terreni di Teodoro Crea (latitante fino al 2006), esponente di spicco dell’omonima cosca di Rizziconi</strong>, quelli che comandano nel piccolo centro di ottomila anime. Di quel terreno i Crea ne volevano fare una discarica di rifiuti, ma i loro piani sono falliti con il sequestro avvenuto nel ’94.</p>
<p>In seguito, nel 2000, parallelamente al commissariamento del Comune per infiltrazione mafiosa, quei terreni vengono confiscati e successivamente affidati al Comune nel 2002, grazie all’impegno dei tre commissari Francesca Crea, Maria Laura Tortorella e Salvatore Fortuna.</p>
<p><strong>La terna commissariale non si ferma e decide di fare diventare quel terreno un simbolo dell’impegno contro la mafia.</strong> Decidono dunque di portare avanti un progetto per la costruzione del campetto di calcio investendo 200 milioni di vecchie lire. Il 16 maggio 2003 i lavori al campetto sono già finiti e all’inaugurazione è stato invitato don Luigi Ciotti, presente insieme a tutte le forze politiche locali e regionali, oltre che ai massimi vertici delle forze dell’ordine. All’inaugurazione partecipano i bambini delle scuole cittadine e viene organizzata una grande spaghettata con i prodotti di Libera.</p>
<p>I problemi iniziano nei mesi successivi all’inaugurazione. <strong>Nessuno voleva giocare. Il 27 agosto del 2004, arrivano anche i primi danneggiamenti e atti di vandalismo</strong>. Il messaggio che le mafie lanciano è  inequivocabile: su quel terreno non deve giocare nessuno, bisogna lasciarlo abbandonato, magari distruggerlo.</p>
<p>Nel 2006, il Comune di Rizziconi viene nuovamente commissariato a seguito delle dimissioni della maggior parte dei consiglieri comunali. Ecco che il prefetto di Reggio Calabria, Luigi De Sena, invita gli “ex commissari” Tortorella e Crea a guidare ancora una volta l’Ente. I due, con il sostegno del prefetto di Reggio Calabria, s’impegnano subito per il ripristino dell’impianto.</p>
<p><strong>Nel 2007, il 21 maggio, il campo viene inaugurato per la seconda volta, con una partita di calcio giocata da due squadre, capitanate da don Luigi Ciotti e Francesco Forgione, allora presidente della Commissione parlamentare antimafia</strong>.</p>
<p>Negli anni successivi, fino ad oggi in sostanza, quel campo è stato utilizzato solo per qualche piccola partita locale. Il resto è solo incuria, degrado e abbandono. I riflettori dei media si sono ancora una volta spenti.</p>
<p>Si riaccenderanno domenica però, alla presenza della Nazionale al completo. Intanto, grazie al rizziconese Renato Naso, nasce da poco una scuola di calcio che coinvolge 120 ragazzi del posto.</p>
<p><strong>“Io credo che questo gesto da parte della nazionale sia molto importante – spiega don Pino De Masi – dire che ci siamo anche noi in questa battaglia. Si tratta di un gesto di incoraggiamento per chi lavora contro la ‘ndrangheta. La dimostrazione che il calcio può lavorare per costruire”. Sullo stesso filo per don De Masi, che è il referente di Libera in Calabria, corrono la memoria e il riscatto. La memoria con la presenza, domenica, di numerose vittime delle mafie, come i genitori di Domenico Gabriele (Dodò), morto durante mafia a Crotone a soli 11 anni.</strong></p>
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		<title>Attacco alla legalità</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 14:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Ennesima intimidazione alla cooperativa Valle del Marro. I ragazzi che lavorano sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta sotto la guida di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti che in Calabria e nella Piana di Gioia Tauro è coordinata da don Pino De Masi, andranno comunque avanti con forza. Un incendio doloso ieri ha provocato la distruzione [...]]]></description>
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<p><strong>Ennesima intimidazione alla cooperativa Valle del Marro</strong>. I ragazzi che lavorano sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta sotto la guida di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti che in Calabria e nella Piana di Gioia Tauro è coordinata da don Pino De Masi, andranno comunque avanti con forza. Un incendio doloso ieri ha provocato la distruzione di circa sette ettari degli undici complessivi di un uliveto in località Castellace, a Oppido Mamertina. <strong>Una nuova difficoltà da superare</strong> per chi da anni risponde alla mafia aggregando i giovani ed educandoli alla legalità. Ogni estate diversi sono i ragazzi che vanno a visitare i campi di Valle del Marro – Libera Terra, provenienti da numerose città del Nord Italia . Un segnale positivo in una regione piegata dalla ‘ndrangheta. Che dimostra come sia possibile riappropriarsi della propria terra senza scendere a compromessi e senza fare patti con la mafia, aggredendola piuttosto nel suo punto più debole: l’economia e la gestione delle proprietà che furono dei mafiosi. Tramite il lavoro nei campi è infatti possibile incrementare il mercato della legalità e i prodotti vengono venduti in tutta Italia con il marchio di Libera. Una cosa che evidentemente dà fastidio ai mafiosi che già altre volte si sono fatti sentire con altrettante intimidazioni. <strong>Subito la reazione di don Luigi Ciotti cha ha commentato così: “Le fiamme- ha detto il presidente di Libera- che hanno colpito l&#8217;uliveto in Calabria insieme alle altre intimidazioni subite in questi giorni provocano disorientamento e fatica, ma non fermeranno la scelta, l&#8217;impegno, la determinazione di Libera e della sua rete nell&#8217;opera di restituzione alla collettività, in Calabria come in tante altre parti del Paese, di quanto le mafie hanno sottratto con la violenza e la minaccia”.</strong> E proprio perché si è in tempi difficili don Ciotti ha invitato a moltiplicare le ragioni della speranza. Così come la determinazione, l’impegno, la costanza e la denuncia per questi fatti. “Il nostro impegno per la legalità e la giustizia  &#8211; ha aggiunto &#8211; non subirà alcun cedimento e queste intimidazione sono la riprova del positivo che in quella terra come nel resto del paese stiamo cercando di costruire anche grazie alla preziosa opera di magistratura e forze dell&#8217;ordine, dell&#8217;associazionismo, del mondo cattolico e  di molte amministrazioni attente. Un positivo che allarma e infastidisce chi vuole continuare a imporre le logiche della violenza e del profitto illecito”. Il presidente della cooperativa Valle del Marro, Giacomo Zappia, ha messo in evidenza le difficoltà per la ripresa delle attività: “Questo gravissimo danneggiamento ci riempie di rabbia e di profonda amarezza. Così non è possibile andare avanti. Così si azzera tutto il lavoro fatto in questi anni a proprie spese: lavoro di bonifica e di ripristino per rendere coltivabili quelli che un tempo erano dei boschi e oggi sono dei giardini fioriti. Perdendo il raccolto, vengono meno le condizioni per continuare a dare risposte occupazionali attraverso l&#8217;uso sociale dei beni confiscati alla mafia.” Anche in questi casi, è importante non arrendersi e non perdere la speranza. Sicuramente la mafia che s’infastidisce per il successo di Libera, mostra, con le intimidazioni, segni di debolezza. <strong>Ma i ragazzi, che rappresentano la parte sana della regione, non si arrenderanno.  </strong></p>
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		<title>La giornata della memoria</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 08:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Andrea Lucio Meccia)
Potenza &#8211; Siamo in terra di lupi, lupi umani, ma siamo anche in terra di luce. Sono quasi le 9. È il giorno della festa del papà e l’anniversario dell’uccisione di Don Peppe Diana. Il corteo sta per mettersi in marcia. Gli scout, pantaloncini corti e fazzoletto al collo, dovranno scortarlo. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/03/la-giornata-della-memoria/potenza/" rel="attachment wp-att-6285"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/potenza.jpg" alt="" title="potenza" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-6285" /></a></p>
<p>(di Andrea Lucio Meccia)</p>
<p><strong>Potenza &#8211; Siamo in terra di lupi, lupi umani, ma siamo anche in terra di luce</strong>. Sono quasi le 9. È il giorno della festa del papà e l’anniversario dell’uccisione di Don Peppe Diana. Il corteo sta per mettersi in marcia. Gli scout, pantaloncini corti e fazzoletto al collo, dovranno scortarlo. Il cielo sopra Potenza è grigio e minaccia pioggia. L’aria è fredda e il vento la fa ancora più pungente. I familiari delle vittime innocenti delle mafie sono in testa al corteo e offrono dignitosamente il loro volto alle telecamere e agli obiettivi dei fotografi. È il loro momento di visibilità. <strong>Don Ciotti va a salutarli e i loro visi, tutti segnati dall’identico dolore, si rincuorano e si rilassano.</strong> Domina imponente la barbona bianca di Vincenzo Agostino, il papà dell’agente di polizia Nino, ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, incinta di 5 mesi, nell’agosto del 1989 a Villagrazia di Carini. Sono 22 anni che una lametta non accarezza il suo viso. Solo quando sarà fatta giustizia, Vincenzo si raderà. Si alza poi una mano coperta da un guanto bianco. “Il nostro dolore è fine pena mai” si legge sui polpastrelli di Mario Congiusta. È il papà di Gianluca, l’imprenditore 32enne di Locri ucciso dalla ‘ndrangheta nel maggio del 2006. I familiari di Dario Scherillo indossano delle casacche plastificate con la foto di questo ragazzo di 26 anni ucciso nel 2004 nella periferia di Napoli. Morì per errore. Gli errori in terra di mafia possono essere anche tragici scambi di persona. Un po’ più giù ondeggiano i gonfaloni dei Comuni che hanno aderito alla giornata. E poi un fiume di ragazzi. A fare da apripista c’è un camioncino. Sul suo cassone c’è Pino Maniaci, il giornalista di Telejato Notizie, armato di telecamera, baffi e sigaretta fra i denti. Sembra essere lui il regista di questa scena di massa post-novecentesca, in cui sventolano le bandiere colorate di Libera. <strong>Il serpentone inizia a muoversi fra i palazzoni della periferia potentina. A metà corteo una lunga bandiera della pace. Alle finestre ci sono un po’ di tricolori e parte qualche applauso</strong>. Il dolore, la sete di giustizia e il bisogno di memoria sono ormai in cammino, sulle gambe di tutti i manifestanti. Le campane suonano, il cielo si fa più minaccioso. Una ragazza inizia a leggere i nomi delle 900 vittime innocenti. Emanuele Notarbartolo, politico ucciso in Sicilia nel 1893, apre le danze del triste elenco. Comincia a piovere. Il corteo confluisce nel punto di raccolta finale, nel piazzale nei pressi del palazzo della Regione Basilicata. <strong>Le note e le parole di Bella Ciao accolgono il popolo dell’antimafia. I nuovi partigiani, i nuovi resistenti sono qui, sotto la pioggia sempre più fitta. </strong> </p>
<p>Si è svolta sabato a Potenza, in Basilicata, la XVI giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia organizzata dall’Associazione Libera. Circa 80 mila i partecipanti. Il corteo è stato aperto da Filomena Iemma e Gildo Claps, la madre e il fratello di Elisa, la studentessa potentina di 16 anni scomparsa il 12 settembre 1993, il cui cadavere è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto di una chiesa (www.libera.it)</p>
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		<title>Ammazzati</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 20:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3956" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/morti-mafia.jpg" alt="" width="225" height="225" /><strong>Muori perché non hai pagato il pizzo. Ti sparano sotto casa perché sei un sindaco e ti sei opposto agli affari dei clan, perché sei un sindacalista scomodo, un oppositore politico e in pubblico fai nomi e cognomi che non vanno neppure pronunciati.</strong> Si muore così in quella regione-mafia che è la Calabria, o in quella parte dei territori della Campania dove l’unica legge che domina è quella della camorra. Sono tante le storie delle vittime di mafia. Veri e propri romanzi di vita dalle trame diverse, che però nel finale si somigliano tutti. Ed è un finale tragico. Perché i morti di mafia non hanno diritto alla giustizia e alla verità. Figli che non sapranno mai chi e perché ha ucciso il padre, mogli senza risposte, compagni di lotta che pasolinianamente sanno, ma questo non basta. I processi durano decenni, la gente dimentica. Certo, ai funerali c’è sempre tanta gente, i gonfaloni dei Comuni e le bandiere dei partiti. Ci sono le manifestazioni e spesso arrivano i grande leader, ma il ricordo sbiadisce. I più fortunati avranno una piazza, una scuola intitolata, una targa che i passanti guarderanno sempre in modo distratto. Via Domenico Beneventano, medico, Scuola don Peppe Diana (sacerdote)…sono come via Rosolino Pilo, eroe del Risorgimento.</p>
<p><strong>Chi li ricorda? Chi conosce davvero il tormento delle loro esistenze, la fatica dell’impegno, i momenti di esaltazione quando sembra che le parole che hai speso forse hanno scavato dei solchi importanti, e quelli in cui tutto ti sembra perduto?</strong> Pochi. I familiari che insieme alle associazioni che coltivano il vizio della memoria si battono perché il ricordo di un sacrificio non muoia, i pochissimi studenti che hanno la fortuna di avere insegnanti che sanno e che nei luoghi delle tragedie raccontano e trasmettono questo pezzo importante della storia d’Italia. Il tempo passa, l’Italia e il Sud cambiano. In peggio. E il ricordo di quei morti diventa ingombrante.</p>
<p><strong>Carmela Ferro</strong> è una insegnante che vive a San Ferdinando, frazione di Rosarno, Calabria. Abita in una casa piena di libri e di ricordi. Il più struggente, le immagini che non si cancelleranno mai dalla mente, è quello del suo Peppino. <strong>Giuseppe Valarioti</strong>. Trent’anni fa erano giovani intellettuali del Sud, avevano mille idee in testa. Una sopra tutte: cambiare la Calabria, battersi contro quei boss che solo a pronunciarne i nomi avevi paura, i Pesce i Bellocco, padroni di tutto. Delle arance e del futuro di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro. Speranze e timori, la ricerca del lavoro dopo la laurea, il sogno di un matrimonio. Tutto spezzato il 10 giugno del 1980. Il Pci, il partito di Peppino, aveva vinto le elezioni alla Provincia, i compagni erano felici e avevano fatto anche un corteo per le vie del paese. Mani che si stringevano, occhi in lacrime, giovani studenti e figli di contadini diventati professori come Peppino. Troppo per i boss. Lo aspettarono all’uscita di un ristorante e gli spararono. Aveva trent’anni Peppino Valarioti. E per trent’anni Carmela, la sua donna, ne ha conservato il ricordo. Tutto: memoria, foto, appunti, progetti di vita. Sempre in silenzio e lontano dai riflettori.</p>
<p><strong> Fino a gennaio scorso, quando Danilo Chirico e Alessio Magro, due bravi giornalisti calabresi, non le hanno chiesto una testimonianza per un libro sul suo Peppe (Il caso Valarioti, Round Robin editore</strong>). Carmela Ferro a gennaio aveva visto il suo paese, Rosarno, infiammato dalla rivolta dei braccianti africani contro i bianchi e il furore dei bianchi contro i neri. E l’indifferenza della gente, l’insopportabile odore marcio della ‘ndrangheta, le parole vuote di una politica calabrese che anche a sinistra, quando non è collusa, balbetta contro la mafia e il suo sistema di potere. “Oggi non esiste un altro Peppe Valarioti disposto ad esporsi per difendere la dignità del più debole… oggi sento che davvero Peppe è morto”. Il processo per l’assassinio del giovane intellettuale calabrese si concluse il 26 febbraio 1987, i boss Peppe Piromalli e Giuseppe Pesce vennero prosciolti con formula piena.</p>
<p>Ci metteva la faccia Peppino Valarioti, in quella terra di nessuno che era la Calabria degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso dove la ‘ndrangheta aveva già ucciso dirigenti sindacali e politici. <strong>Ciccio Vinci</strong>, 18 anni, amava la politica e i “New Trolls”, un gruppo molto in voga in quegli anni. Nel Consiglio comunale della sua città parlò della mafia nelle sue terre. “E’ un cancro da estirpare” disse. Fu ucciso che il sole stava appena calando, il 10 giugno 1977. Anche per la sua morte non ci sono colpevoli. <strong>Rocco Gatto</strong> era già un uomo maturo, un mugnaio con la passione degli orologi antichi. Anche lui era comunista e viveva a Gioiosa Jonica, il regno della famiglia Ursini. Si oppose al pizzo e lo proclamò anche in tv, si batté contro la chiusura del mercato voluta dai boss in segno di lutto, strinse rapporti con altri due personaggi da romanzo civile, il capitano dei carabinieri Gennaro Niglio e un prete salesiano che dal nord sbarcò in Calabria. Natale Bianchi, si chiamava, e scagliava il Vangelo contro i boss e i loro protettori politici. Rocco lo uccisero il 12 febbriao 1977, anche il suo processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove.</p>
<p>Si moriva di onestà e di coerenza in quegli anni di piombo mafioso calabrese. Undici giorni dopo l’assassinio di Peppino Valarioti a Cetraro, sulle sponde di un altro mare, viene ucciso <strong>Giannino Losardo</strong>. E’ un uomo di 54 anni, un funzionario dello Stato che nel suo paese fa l’assessore con la tessera del Pci. E denuncia, la ‘ndrangheta, i rapporti con quelli che chiama i partiti “ombra” del clan più potente, quello di Francesco Muto, “il re del pesce”. Il 21 giugno 1980 lo uccidono senza pietà. Un delitto atroce, rimasto impunito (Muto verrà assolto insieme ai presunti killer). <strong>Maledettamente profetiche le parole che Enrico Berlinguer pronunciò ai funerali. “Sono stati colpiti Valarioti in quanto serio organizzatore di partito, e capace di agire contro la prepotenza della mafia nella zona di Gioia Tauro e Losardo perche’, come assessore e come segretario della procura, ha sempre denunciato con vigore il dilagare della mafia sulla costa del tirreno cosentino</strong>.<br />
Otto omicidi in due settimane, due comunisti caduti, bisogna fare attenzione perché si comincia dai comunisti, per colpire poi tutti gli uomini onesti di tutti i partiti. Nessuno si illuda che tutto ciò possa essere considerato un fenomeno locale, ci troviamo in una situazione intollerabile. Se le cose vanno avanti così, la Calabria diventerà una regione dove imperverseranno impuniti il delitto, il ricatto e la speculazione’’.</p>
<p>Ciccio, Rocco, Peppino, Giannino, chissà se Mimmo Beneventano, che in quegli anni viveva in un altro inferno del Sud, li conosceva. <strong>Mimmo, Domenico Beneventano, il dottore</strong>, faceva politica ad Ottaviano negli anni Ottanta. Anni di fuoco e di dominio incontrastato della camorra cutoliana. Don Rafele ‘o Vangelo, il primo violino della camorra, aveva in mente una cosa sola: dominare su tutto, sul suo paese e sulla Campania. Mimmo era consigliere comunale di opposizione e si batteva contro Salvatore La Marca, il sindaco socialdemocratico di Ottaviano. Un personaggio spregiudicato che voleva costruire ovunque, finanche resort e campi da golf sulle falde del Vesuvio. Mimmo, la barba nera e folta, le idee chiarissime era un pericolo. Era stimato in paese, i giovani lo adoravano e le sue idee camminavano<strong>. “Io lotto e mi ribello Mi sono votato ad un suicidio sociale. Non nella droga,come molti , troverò il rimedio per un mondo più giusto. Non parlo per me, son cosi poca cosa. Grido per coloro che non han più voce perché l’han persa urlando e piangendo. O per quelli che hanno dimenticato di averla…”.</strong> E’ una poesia, “L’Urlo”, che Mimmo Beneventano scrisse pochi mesi prima di essere ucciso il 7 novembre 1980. Urlava Mimmo, nel paese dove essere contro era costato caro all’avvocato Pasquale Cappuccio, anche lui consigliere comunale (tessera Partito socialista), anche lui contro il sindaco La Marca. Lo avevano ammazzato due anni prima in quel pezzo di America Latina, dove agli oppositori si sparava. Dopo l’omicidio Beneventano toccò a Salvatore La Pietra, suo compagno di partito. Lo aspettarono sotto casa e gli spararono in testa. Salvatore fu ferito gravemente ma si salvò. Lasciò il suo paese e andò ad insegnare al Nord. “Raffaele Cutolo – disse il senatore Francesco De Martino, che tornò ad indossare la toga nel processo per l’omicidio Cappuccio dopo 50 anni– ad Ottaviano ha creato un vero e proprio partito della violenza”. La generosità dell’anziano avvocato servì a poco. Raffaele Cutolo e il sindaco La Marca furono prosciolti da ogni accusa per gli omicidi Cappuccio e Beneventano e per il ferimento di La Pietra. Di Mimmo Beneventano restano tanti ricordi, scuole che portano il suo nome, ma il più bello è l’intitolazione di un pozzo in Kenya, nella regione del Kitui, finanziato dalla famiglia, dagli amici, e da “L’Ora Vesuviana”, un giornale on-line, attraverso l’Amref.</p>
<p><strong>Si muore perché si combatte, si è nemici della camorra, ma si muore anche perché si vuole difendere la propria vita, anni di lavoro. E si dice no a quella tassa maledetta che nelle zone di mafia si chiama pizzo. Raffaele Granata, 70 anni, di mestiere faceva il gestore del “Lido La Fiorente”, uno stabilimento balneare sul litorale di Giugliano. Nel 1992, insieme ad altri denunciò l’aggressione del racket. Sedici anni dopo, la mattina del 12 luglio 2008, due uomini in moto, casco integrale a coprirgli il viso, gli presentano il conto. Lo uccidono con dieci colpi di “9&#215;21”.</strong> Due giorni prima gli avevano chiesto di pagare e farsene una ragione. “Siamo casalesi…”. E casalesi, nel senso di appartenenti al clan più feroce della camorra campana, erano gli assassini del sindacalista degli ambulanti Federico Del Prete. Quando Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, è andata a Casal di Principe a celebrare la sua giornata della memoria in ricordo delle vittime di mafia, i suoi sette figli erano sul palco, a tenersi per mano insieme agli anziani genitori di don Peppino Diana, il prete che pagò con la vita il suo “in nome del mio popolo non tacerò”. Del Prete aveva denunciato il racket delle estorsioni che strozzava i commercianti, aveva fatto nomi e cognomi, aveva indicato un vigile di Mondragone che chiedeva le tangenti in nome e per conto del clan La Torre. Eppure non aveva protezioni, doveva testimoniare nel processo contro i malacarne che vivevano sulla pelle dei suoi colleghi e avrebbe parlato chiaro. Lo ammazzarono il giorno prima, il 18 febbraio 2002, mentre era seduto dietro la scrivania del suo ufficio. La sua storia, quella di un uomo perbene, di “uno dei migliori cittadini italiani”, come disse il giudice Tullio Morello, presto diventerà un film.</p>
<p><strong>Che forse aiuterà la gente a ricordare. Perché nelle zone di mafia si è vittime due volte, della violenza e dell’indifferenza.</strong> Quanti, nella sterminata periferia napoletana ricordano Mimmo Beneventano il medico poeta? E quanti, tra i giovani, soprattutto, non sanno a memoria le scene clou del film di Tornatore, “Il camorrista”, che YouTube diffonde in decine e decine di clip? E i partiti, cos’è rimasto nel dna degli uomini politici con tessera Pd nel portafogli, cosa rimane, in Campania come nella devastata Calabria, della lezione morale di Mimmo, Rocco, Salvatore, Peppe, Ciccio… i martiri della mafia? Poco, veramente poco. Uno come Angelo Vassallo aveva capito, non faceva proclami anticamorra, non si perdeva nelle parole, spesso stucchevoli, dell’antimafia da parata, ma agiva con rigore, serietà ed onestà. Ed ha pagato. Sono in tanti a fare altro. Dicono perché la società e la politica, anche nel Sud, sono cambiate. Ma ha ragione Carmela Ferro: è cambiata sì, ma in peggio. E ogni volta che un amministratore si intrufola in storie di malaffare, che un politico accetta i voti di camorra e ‘ndrangheta, che fa finta di lottare contro i boss, Rocco, Ciccio, Peppino e gli altri, muoiono di nuovo. Perché il loro sacrificio è stato inutile.</p>
<p><em>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 21 settembre 2010)</em></p>
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		<title>Libera e gli strani incendi dolosi in provincia di Trapani</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 21:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3570" href="http://www.malitalia.it/2010/08/libera-e-gli-strani-incendi-dolosi-in-provincia-di-trapani/parcocalatafimi3/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3570" title="parcocalatafimi3" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/parcocalatafimi3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>Il fuoco doloso insegue nel trapanese le iniziative di Libera. È successo alcuni giorni addietro a Castelvetrano, con un uliveto distrutto da un rogo, è successo sabato pomeriggio a Calatafimi dove a bruciare è stato un parco urbano di proprietà comunale e che presto avrebbe dovuto avere imposto il nome di “Peppino Impastato”, il coraggioso giornalista di Cinisi ammazzato per avere sfidato la mafia di don Badalamenti.</strong> Incendi dolosi che non hanno alcuna firma, manca quella dei piromani, non c’è nemmeno quella della eventuale vendetta mafiosa, ma è cosa nota che quando Cosa Nostra ed i suoi uomini vogliono fare le cose per bene, hanno grandi capacità a restare non visti, è capace a lasciare in giro gli elementi giusti per intendere, così che chi abbia da capire, capisca l’antifona, d’altra parte in questa maniera la mafia per decenni ha “governato” in Sicilia.</p>
<p>La cronaca intanto consegna che i due terzi di un ampio parco pubblico, a ridosso delle scuole medie del paese di Calatafimi, ricco di vegetazione e alberi mediterranei, sabato attorno alle 15 sono stati inghiottiti da un fuoco di chiara origine dolosa. Il resto del parco si è salvato grazie ad una piccola stradina che ha fatto da “tagliafuoco”. Le fiamme sono state più leste dell’iniziativa pubblica, il Comune già da oggi avrebbe dovuto mettere all’opera una squadra di operai per ripulire il parco dalle sterpaglie, i piromani sono arrivati prima.<br />
“La proposta di dedicare il parco urbano a Peppino Impastato – dice Vito D’Angelo responsabile del presidio calatafimese di Libera – risale allo scorso giugno in occasione di un incontro con don Luigi Ciotti. All’amministrazione comunale allora abbiamo fatto presente le condizioni dell’area, abbandonata, e la nostra idea, sistemarlo e far si di dedicarlo al giornalista di Cinisi, una sorta di adozione pubblica del parco, debbo dire incontrò il favore dell’amministrazione”. <strong></strong></p>
<p><strong>Don Ciotti a Calatafimi era venuto lo scorso giugno ad incontrare i ragazzi che lo scorso 15 novembre erano andati incontro al boss palermitano appena catturato dalla Polizia, Mimmo Raccuglia, per gridargli in faccia il loro sdegno del suo essere mafioso e salutarlo gridando scemo, rompendo il silenzio di un tempo. C’era già una data per dedicare il parco urbano a Peppino Impastato, ed era proprio quella del 15 novembre, “per ricordare la rivolta contro la mafia di quei ragazzi”. </strong>E invece? C’è il fuoco che mette tutto in discussione, per caso o per scelta precisa. “Togliere le sterpaglie – dice D’Angelo – era stato difficile farlo da parte del Comune che come tutti gli altri si dibatte nella crisi, ma infine assieme avevamo trovato la soluzione, l’amministrazione non si è tirata certo indietro, avremmo anche profittato della presenza di alcuni giovani che saranno da domani ospiti di Libera per creare delle squadre apposta per ripulire il parco assieme agli operatori comunali. Davvero si era contenti di fare qualcosa di bello e utile, davanti a quelle fiamme sabato pomeriggio abbiamo pianto”.<br />
Come era successo a Castelvetrano dove il fuoco che ha distrutto un appezzamento confiscato alla mafia ha attraversato con millesima precisione questo terreno senza travalicare i confini, i terreni affianco sono rimasti intatti, e in quell’uliveto avrebbe dovuto insediarsi una cooperativa per farlo tornare in produttività, ma le fiamme sono arrivate lì ancora prima che il bando potesse essere pubblicato. <strong></strong></p>
<p><strong>C’entra il caso, il caldo, l’autocombustione, la follia dei piromani? A Calatafimi e a Castelvetrano pochi ci credono tra gli attivisti di Libera, e per questo riconoscono che la battaglia per la legalità ha ancora una lunga strada da percorrere e lungo questa strada ci sarà ancora qualche fuoco da dovere spegnere.  Si spera pochi, non molti. Che a bruciare sia semmai la mafia ed i suoi capi, a cominciare dal latitante Matteo Messina Denaro che un tempo a Calatafimi venne a nascondersi nella sacrestia di una chiesa.</strong></p>
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		<title>Un sindaco (donna) che resiste  al far west Calabria</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 07:59:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>

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Intimidazioni alla prima cittadina di Isola Capo Rizzuto: tre auto andate in fumo in poche notti sono il risultato della battaglia contro lottizzazioni e speculazioni
In Calabria c’è una cosa che non devi mai fare: metterti contro troppi poteri forti. La ‘ndrangheta, le imprese fameliche che vogliono mangiarsi il territorio e la malapolitica. Carolina Girasole, professione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3419" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/sindaco-girasole-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></p>
<p>Intimidazioni alla prima cittadina di Isola Capo Rizzuto: tre auto andate in fumo in poche notti sono il risultato della battaglia contro lottizzazioni e speculazioni</p>
<p>In Calabria c’è una cosa che non devi mai fare: metterti contro troppi poteri forti. La ‘ndrangheta, le imprese fameliche che vogliono mangiarsi il territorio e la malapolitica. <strong>Carolina Girasole</strong>, professione biologa, madre di due bambine e sindaco di Isola di Capo Rizzuto per passione civile, ha fatto tutto ciò. Si è schierata contro, e nell’esclusivo interesse della sua comunità. Gli altri lo hanno capito e hanno risposto alla maniera di “certa” Calabria: minacciando. In quattro notti, dal 1 luglio in poi, sono andate in fumo la macchina del direttore dell’Ufficio urbanistico, quella del vicesindaco <strong>Anselmo Rizzo</strong>, e quella del sindaco. Un falò dell’infamia. Da allora la sindaca Carolina vive “sotto vigilanza”, nel senso che ogni volta che deve uscire (per la sua attività di sindaco, per fare la spesa, per accompagnare le bimbe al mare, insomma, per vivere) deve avvisare i carabinieri che la scortano e la proteggono. Vanno così le cose nel Far West Calabria. Parliamo con la sindaca per capire chi c’è dietro quella notte dei fuochi, chi minaccia la sua amministrazione. “Ci stiamo interrogando, ma non riusciamo a concentrarci su un solo aspetto. Perché da due anni una sola cosa è certa: abbiamo colpito molti interessi”.</p>
<p>Isola di Capo Rizzuto, 15 mila abitanti a ridosso di Crotone. L’isola del sole, la chiamano, per il mare e la bellezza delle coste. “Un patrimonio che qui fa gola a tanti – dice la sindaca –, soprattutto a chi vuole cementificare. Penso non solo al classico abusivo, ma a chi ha in mente la costruzione di villaggi turistici e si preoccupa poco del territorio”. Fermiamoci un attimo per ricordare che anni fa sulle coste di Crotone e dintorni qualcuno voleva tirar su “Europaradiso”, un megainsediamento per 14 mila turisti, un investimento da 7 miliardi di euro dietro il quale c’è il fondato sospetto di interessi mafiosi. “Quando due anni fa – ragiona la Girasole – vincemmo le elezioni sapevamo di andare incontro a una serie di conflitti. Abbiamo rimesso in discussione tutto: rifatto vecchi bandi di gara, rivisto appalti e concessioni e soprattutto abbiamo messo le mani su tutte le lottizzazioni, quelle sulla costa in modo particolare. Isola è bellissima, il mare ancora limpido, ma dobbiamo risanare le ferite che in questi anni sono state inferte al territorio, per questo abbiamo iniziato una serie di abbattimenti”. Insomma, una montagna da scalare nella Calabria delle devastazioni delle coste, degli abusivismi, del mare ridotto ad una fogna.</p>
<p>Ma c’è anche altro ad aver dato fastidio: la confisca dei terreni del <strong>clan Arena</strong>. La cosca che a Isola comanda tutto, una delle “famiglie” più potenti della ‘ndrangheta, con propaggini in Lombardia ed Emilia-Romagna. Poche settimane fa Carolina Girasole era sui terreni (cento ettari) strappati al clan, per mietere l’orzo. “Non si trovava una trebbiatrice – ricorda <strong>Antonio Tata</strong>, responsabile di Libera -, tutti avevano paura, ma siamo riusciti lo stesso a salvare il raccolto”. A maggio, sempre sui terreni degli Arena, sindaco e <strong>don Luigi Ciotti</strong> erano a raccogliere finocchi, quintali di prodotto subito entrato nel circuito di Libera e delle sue coop, ma anche regalato durante la manifestazione del Primo maggio a Rosarno. Segnali importanti che hanno dato fastidio alle cosche perché rappresentano il segno della loro impotenza. “Non siamo degli eroi – dice la sindaca -, ma se in Calabria vuoi amministrare in nome della comunità e non di interessi particolari non puoi fare diversamente: devi rompere schemi, colpire interessi, anche quelli grandi”.</p>
<p>Carolina Girasole e i suoi amministratori hanno iniziato un lungo braccio di ferro con le potentissime imprese dell’eolico. “Qui – ci racconta – esiste il più grande parco eolico d’Europa, hanno occupato fette enormi del territorio, ma versano al Comune solo 350 mila euro l’anno, a prescindere del fatturato che realizzano e che è altissimo come si può immaginare. Non è giusto, stiamo tentando di ridefinire gli accordi. Con la società che gestisce l’altro parco, che fattura un terzo del precedente, ci siamo in parte riusciti portando la parte dovuta al Comune a 750 mila euro l’anno. Sono soldi che servono alla comunità, che investiremo in scuole, servizi e opere pubbliche”. Bracci di ferro, tensione, battaglie, anche per i parchi fotovoltaici. “Stiamo rivedendo tutto, al momento abbiamo bloccato le concessioni, soprattutto quelle sulla zona costiera”. Un’ultima domanda, la famiglia. Cosa è successo quando a casa hanno saputo della macchina incendiata? “Problemi, soprattutto con le bambine, ma alla fine la mia famiglia ha capito e ha risposto con grande dignità. Un valore eversivo in terra di Calabria, ma questa è una guerra che dobbiamo vincere”.</p>
<p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 20 luglio 2010</p>
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		<title>Don Luigi Ciotti a Castelvetrano nella terra di Messina Denaro.</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 21:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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La scena è quella solita. La consegna di un bene confiscato alla mafia assassina e violenta che finisce con l’essere festeggiato da quelli che potremmo definire «i soliti noti». Sono quelli che ogni giorno «in silenzio» (suggerisce don Luigi Ciotti presidente di Libera) combattono nel sociale la mafia e poi magari passano per «professionisti dell’antimafia». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/luigi-ciotti-300x200.jpg" alt="" title="luigi ciotti" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-2985" /></p>
<p><strong>La scena è quella solita. La consegna di un bene confiscato alla mafia assassina e violenta che finisce con l’essere festeggiato da quelli che potremmo definire «i soliti noti». Sono quelli che ogni giorno «in silenzio» (suggerisce don Luigi Ciotti presidente di Libera) combattono nel sociale la mafia e poi magari passano per «professionisti dell’antimafia»</strong>. È ancora successo giorni or sono nella frazione di Triscina, una villetta che fu del capo mafia partannese Stefano Accardo detto Cannata che adesso avrà nuovo uso, per i bambini, i giovani e le loro famiglie, luogo di accoglienza per chi vive nella fascia più debole e più povera della nostra società. Tanta ragione per far festa ed essere molti, con le istituzioni presenti, e invece&#8230;si è fatto festa senza nemmeno una istituzione in fascia tricolore, c’è stato un assessore arrivato a cerimonia cominciata, puntuali invece le rappresentanze di Polizia, Carabinieri e Finanza, presidi importanti nella lotta al crimine, anche alcuni sacerdoti, come don Baldassare Meli, quelli che più sentono l’impegno antimafia come impegno di riscatto.<br />
Giorni or sono a Castelvetrano un gruppo di giovani ha voluto sfilare in nome della legalità, sul palcoscenico anche gli attori di una famosa fiction antimafia, cosa che probabilmente ha agevolato la folta partecipazione, erano tanti, ma è stato taciuto il nome del capo mafia più potente del momento, cittadino castelvetranese, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993. A Triscina alla consegna del bene confiscato ai mafiosi partannesi non c’era tanta gente e c’erano pochi giovani, ma il nome di Messina Denaro è stato detto e ripetuto, con l’augurio, pure, che «presto possa essere arrestato», cosa che detta, da queste parti, di solito provoca, a chi la dice, reazioni, case bruciate e proiettili intimidatori portati direttamente sul posto di lavoro, come successo al consigliere Pasquale Calamia e al preside Franco Fiordaliso.<br />
<strong>«Credo che bisognerebbe gridarle di più queste cose – dice don Luigi Ciotti – ma assieme ad altro, a quello che di positivo c’è qui attorno in questa bella terra. Vorrei che si parlasse di più delle cose positive per mettere a nudo chi predica la legalità e che poi sono i primi a calpestarla».</p>
<p>Quali sono le cose positive?</strong><br />
«Ci sono cose che riempiono la bocca di tanti ma poi sono quelli che restano immobili e invece è importante “fare”, e fare conoscere le cose belle e positive, per esempio il frutto di un lavoro che non fa chiasso talvolta ma che è fondamentale e importante. In questo territorio vanno fatte emergere le cose positive, penso al lavoro dei magistrati, delle forze dell’ordine, ma anche quello di associazioni, gruppi, movimenti segmenti della Chiesa, uomini e donne che si spendono tutti i giorni senza chiasso e senza rumore per dare dignità, libertà, vita alle persone».<br />
Don Ciotti mercoledì scorso è voluto essere presenta alla consegna di questa villetta confiscata. La gestirà una cooperativa. La struttura, benedetta da don Baldassare Meli, parroco della chiesa di Santa Lucia, è stata assegnata dal Comune di Castelvetrano alla società cooperativa sociale &#8220;Talenti onlus&#8221;, presieduta da Vincenzo Pugliese, che l’ha adeguata, con il sostegno anche dell’associazione sportiva Civitas e l’Avis, per utilizzarla come colonia estiva per minori e centro aggregativo aperto anche a piccoli gruppi esterni che potranno richiederne l’uso nei fine settimana.  &#8220;Il centro &#8211; spiega Vincenzo Pugliese &#8211; potrà accogliere gruppi sino a 15 persone e da settembre a maggio rimarrà aperto nelle ore pomeridiane. Nei mesi estivi saranno previste attività anche nelle ore antimeridiane». Per Angela Perucca, responsabile regionale di Lega cooperative, «utilizzare un bene confiscato alla mafia per i bambini rappresenta un valore aggiunto ma anche una grande responsabilità che si attua pure con l’educare le nuove generazioni alla legalità&#8221;. «Questa casa – dice don Ciotti – mi ricorda il Vangelo che ci dice che il Signore dove c&#8217;è accoglienza, relazione, ascolto, affettività, parla di casa, le altre volte parla di muri ed edifici; questa è casa perché qui si vuole fare in modo di seminare quella responsabilità dell&#8217;educare e l&#8217;educare alla responsabilità che aiuta a crescere e abituare fin da piccoli ad assumersi una quota di responsabilità. Questo è un Paese dove si parla tanto di legalità ma prima della legalità ci sta la responsabilità e ci sta anche la coerenza la prima fra tutti quella che tra ciò che si dice e quello che si fa, e alcuni provvedimenti partoriti dalla politica vanno in direzione opposta».</p>
<p><strong>Come dire che non è tempo di far festa come si sta facendo per questa confisca?</strong><br />
«No, deve esserci festa e gioia &#8211; risponde don Ciotti &#8211; ma c&#8217;è anche consapevolezza che bisogna fare molto di più, non a parole ma con i fatti. Fondamentale quello che oggi si fa qui e si fa ogni giorno altrove, è un dovere restituire all&#8217;uso sociale, alla collettività, alla gente quello che è stato tolto con sopruso, con la morte e l’arroganza, speriamo anche che come previsto dalla Finanziaria del 2006 le confische comincino a colpire anche i corrotti, perchè tutto quello che è frutto di ingiustizia e illegalità criminale deve essere restituito alla gente».</p>
<p><strong>Resta sempre il segnale di una confisca nella terra del latitante Matteo Messina Denaro che però non sembra considerato in modo adeguato.</strong><br />
«Qui si salda l&#8217;etica e l&#8217;estetica. Il bello della natura, l&#8217;ambiente del mare e di una terra meravigliosa che è la Sicilia e si salda il bene, confiscare questi beni e restituirli all&#8217;uso sociale rappresenta la dimensione etica, si fa del bene. Usare queste proprietà frutto di violenza è il più grande schiaffo alla mafia, ma bisogna confiscarli proprio tutti questi beni e restituirle proprio tutti». «Ma aggiungo, spero che presto si “restituisca” alla collettività Messina Denaro e la Giustizia possa fare il suo percorso. Graditudine a chi giorno e notte lavora in questo senso, ma il problema è corresponsabilità di tutti i quanti, il problema non è solo Messina Denaro ma anche di chi qui si è riempita di omertà, bisogna rompere il silenzio e trovare il coraggio della denuncia».<br />
Mercoledì scorso, 23 giugno, don Luigi Ciotti è stato dapprima a Castelvetrano, poi a Calatafimi, dove ha incontrato i ragazzi del presidio «Peppino Impastato» che andarono a gridare «scemo» in faccia al mafioso Mimmo Raccuglia che si era rifugiato in una casa di Calatafimi dove la Polizia andò a snidarlo arrestandolo. Don Ciotti ha poi rivolto un messaggio ai magistrati che quel giorno avevano indetto una assemblea a Palazzo di Giustizia, &#8220;La Notte della Giustizia&#8221;, contro le riforme che il Governo vuole apportare al comparto. «Voi oggi – ha detto don Ciotti rivolto a giudici e pm – siete protagonisti per gridare alla politica e ai cittadini e io sono al vostro fianco. Qui la democrazia sta traballando fortemente e non fa bene alla democrazia togliere l’indipendenza alla magistratura, togliere le intercettazioni e mettere il bavaglio all’informazione, non si fa bene alla democrazia, c&#8217;è tanto buio e quindi voglio partecipare anche io a questa “notte della Giustizia” che mi fa ricordare le tante notti di magistrati e forze di Polizia e quelle che altri trascorrono per fare in modo che nel nostro Paese si possa costruire libertà, dignità e giustizia. Quanti amici hanno trascorso tante notti per lavorare all’inseguimento e alla cattura di latitanti, operazioni difficili per fare in modo che ci sia vera democrazia nel nostro Paese, per creare condizioni di libertà. La più grande umiliazione della persona umana è la privazione della libertà, la vita ci affida l&#8217;impegno della libertà, dobbiamo impegnare la nostra libertà per liberare chi libero non è impegno di ciascuno di noi in questo senso sono con voi con “Libera” che proprio grida alla libertà. C’è bisogno di libertà, pace e giustizia».</p>
<p><strong>Il nostro Paese è attraversato da una forte crisi economica, ma Lei è convinto che non è solo crisi di &#8220;cassa&#8221;</strong><br />
«La crisi economica è quella “predicata” ma prima ancora è crisi politica e dell&#8217;etica, frutto di troppi individualismi ed egoismi. Questa crisi rinforza i poteri, i ricchi e chi ha più possibilità, ma c&#8217;è una fascia sempre più ai margini, si fa un gran parlare che tutto si risolve ma il cammino non è facile. Non ci interroghiamo sui suicidi di padri di famiglia, sul triplicarsi della vendita di antidepressivi, c’è troppa fatica e altrettanto fragilità, che restano non considerati».</p>
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		<title>Per non dimenticare le vittime della mafia</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 08:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Associazione culturale I CARE presenta l&#8217;iniziativa in ricordo di Don Peppe Diana, dei giudici Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia. Nel video è presente un estratto del noto Maurizio Costanzo Show, con la partecipazione di Giovanni Falcone e le interviste del giornalista Michele Santoro. In chiusura del reportage l&#8217;appello di Papa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione culturale I CARE presenta l&#8217;iniziativa in ricordo di Don Peppe Diana, dei giudici Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia. Nel video è presente un estratto del noto Maurizio Costanzo Show, con la partecipazione di Giovanni Falcone e le interviste del giornalista Michele Santoro. In chiusura del reportage l&#8217;appello di Papa Karol Wojtyla.<br />
Credit: I CARE, Libera, Canale 5 e Rai</p>
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		<title>Malitalia. Una Lezione di metodo per chi non bacia le mani</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 09:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_2012" class="wp-caption alignleft" style="width: 213px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Peppino-Impastato-203x300.jpg" alt="Peppino Impastato" title="Peppino-Impastato" width="203" height="300" class="size-medium wp-image-2012" /><p class="wp-caption-text">Peppino Impastato</p></div><br />
(Tratto da <a href="http://storiedikatia.blogspot.com/2010/05/malitalia-una-lezione-di-metodo-per-chi.html"_blank">Storiedikatia</a> &#8211; di Katia Ippaso)</p>
<p><strong>Sinfonico, generoso, duro</strong> quando deve essere duro e innamorato mentre scolpisce le vite di quelle creature a cui nessuno fa mai domande, la massa di invisibili che lavorano, rischiano e sognano al posto nostro. <strong>Malitalia</strong> va a perlustrare il suolo del Sud senza preconcetti, analizzando zolla dopo zolla. </p>
<p>Sì, c’è del marcio in Italia. Ma c’è anche del bello, anzi del sublime. A leggere le storie raccolte da Laura Aprati ed Enrico Fierro, si prova un sentimento contrastante, di rabbia e di fiducia. Rabbia per il radicarsi di un sistema mafioso che vede declinare il pensiero e le azioni delle ultime generazioni su un versante sempre più sofisticato, legato ai traffici immateriali di danaro e all’affermarsi di un modello di vita materialista. Fiducia nei confronti delle donne e degli uomini che in questa Italia bucata si alzano ogni mattina per denunciare, riflettere, operare, parlare con i bambini, sanare le zone infette e fabbricare con l’inchiostro e le mani un’utopia diversa. Storie di mafiosi da una parte. Storie di eroi e cacciatori dall’altra. Malitalia (Rubbettino, 15 euro) è un piccolo libro, facile da leggere. Porta in grembo un documentario misurato, di alto valore pedagogico.</p>
<p><strong>Con parole e immagini, i due giornalisti disegnano una mappa precisa dell’Italia</strong>, partendo da Trapani, passando per la Calabria, e fermandosi in Campania, in un viaggio antropologico che si incolla ai racconti di individui veri e al profilo diseguale del paesaggio. Come lettore non si ha mai la sensazione che questo libro sia l’ennesima commissione su temi caldi da bruciare in un processo di veloce consumo culturale. Al contrario, sembra quasi di sentire il respiro del pensiero, il tarlo del dubbio, la profondità di certi dialoghi che spingono la dialettica fino in fondo, là dove bene e male si guardano in faccia con severità.</p>
<p>La scelta di un autore plurale (Enrico Fierro ed Laura Aprati hanno chiesto la collaborazione di colleghi anche giovani che conoscono bene il territorio, da <strong>Angela Corica</strong> a <strong>Titti Beneduce</strong>, da <strong>Salvo Palazzolo</strong> ad <strong>Alessandra Barone</strong>, ma anche di personalità come <strong>Don Luigi Ciotti</strong>) è non solo affascinante ma vincente, e dà uno schiaffo al modo baronale con cui molti giornalisti conducono in Italia l’informazione. Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori è una lezione di metodo, oltre che una fonte preziosa di notizie mai lasciate a bruciare in una terra assolata ma sempre affabulate, accompagnate, curate.</p>
<p>Da Trapani, arrivano <strong>i disegni (di paesaggi) e i ritratti (di esseri umani)</strong> fatti con passione e delicatezza da Laura Aprati, accanto ai ragionamenti filosofici di <strong>Giuseppe Linares</strong>, capo della squadra mobile di Trapani, e all’identikit (firmato da Rino Giacalone) dell’ultimo boss latitante, l’ex “Ministro degli Esteri di Cosa Nostra” <strong>Matteo Messina Denaro</strong>, l’uomo destinato a prendere il posto di Provenzano al vetrice della nuova piramide mafiosa. Attraversando il paesaggio brullo di Calabria, si incontra un moderno Medioevo, con i boss rintanati in bunker ricavati da un ovile, spesso stanati dai “cacciatori”, uomini che fanno una vita durissima. <strong>Una Calabria dove le donne sono vittime di un regime tribale</strong>, e una giovane giornalista di poco più di vent’anni vive sotto minaccia perché ama la verità e la scrive. Un paese povero poverissimo che nutre con latte guasto e pensieri storti una delle organizzazioni criminali più organizzate e ramificate nel mondo, la ‘ndrangheta.</p>
<p>Partendo dalla Sicilia e attraversando quello che gli insulani chiamano ancora “il continente”, si arriva infine in Campania, e lì ci fermiamo, a raccogliere segni di una natura diversa, comportamenti più inclini alla messa in spettacolo del dolore e della violenza. Un mondo in cui le donne uccidono le donne nel nome del padre.</p>
<p>In questa mappa della Malitalia, finiscono anche le parole di colleghe straniere, che raccontano la traiettorie del crimine nei Balcani, in Germania, in Olanda. Teoricamente, potrebbe risultare una babele. Invece il tono è lineare e frastagliato, sincero, attento ai racconti di tutti, non solo di quelli che contano. Facciamo un esempio.</p>
<p>Un giorno una donna incontra una sua coetanea sulle rive dell’Hudson. <strong>Cominciano a parlare. Semplicemente, umanamente.</strong> Caterina racconta a Laura che ha dovuto lasciare la sua terra, la Calabria, assieme al marito, perché come proprietari di un’azienda olivicola avevano dovuto subire pesanti ritorsioni. Loro che a Gioia Tauro erano rispettati e trattati come capi, adesso sono costretti a fare le pulizie e tagliare il prato a casa di padroni americani. È il prezzo della libertà.<br />
La donna che ascolta è “anche” una giornalista. Ricorderà questa scena al momento opportuno. Per il momento non è lì ad estorcere confessioni per conto di altri padroni/editori.<br />
Questo racconto, che potrebbe segnare l’inizio di un romanzo, è la chiave di un libro-inchiesta diverso dagli altri <strong>perché gli autori sono fatti così: si mettono a perdere tempo davanti alle sponde di un fiume ascoltando storie, testimoniando con attenzione il tempo presente.</strong></p>
<p>Malitalia è uno dei cinque libri che l’editore Rubbettino ha scelto per promuovere l’iniziativa <strong>Non bacio le mani</strong>: il sapere e la conoscenza contro la cultura mafiosa di tutti i tipi. Gli altri testi sono <em>’Ndrangheta e Storia criminale</em> di Enzo Ciconte, <em>Il Gotha di Cosa nostra, la mafia dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine</em> di Piergiorgio Morosini e <em>Peppino Impastato, una vita contro la mafia</em> di Salvo Vitale. </p>
<p>“Tutti i regimi dispotici hanno provato a mettere le mani sulle tv e sui mezzi di informazione. Ma con i libri non è facile” riflette l’editore <strong>Florindo Rubbettino</strong>. “La crescita di libri ed iniziative editoriali che analizzano il fenomeno mafioso fornendo strumenti per combatterlo, è un fatto importante per questo Paese&#8230; Io non temo un ritorno d’immagine negativa rispetto al parlare di mafia o allo scrivere di mafia. Se c’è una rappresentazione negativa è perché stiamo parlando di una descrizione della realtà così com’è&#8230; non ci muoviamo nel campo dell’onirico” dichiara <strong>Fabio Granata</strong>, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nel corso della presentazione alla stampa dell’iniziativa. Una risposta non equivoca alle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio che recentemente ha accusato libri come Gomorra di promuovere la mafia nel mondo.<br />
&#8220;<em>Berlusconi si può permettere di editare Gomorra, guadagnarci molto sopra e poi prendersela con gli scrittori e gli sceneggiatori</em> – commenta Enrico Fierro &#8211; <em>ma questo è un periodo in cui il silenzio fa comodo alla mafia, soprattutto per due grandi opere, l’Expo di Milano, già avviata e il Ponte sullo Stretto, ancora virtuale</em>”.</p>
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		<title>Mafia. Il botto di Pizzolungo 25 anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 14:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “Non ti scordar di me” indette dal Comune di Erice per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.
Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1480" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1480" title="barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice-300x198.jpg" alt="Strage di Erice" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Strage di Erice. L&#39;automobile di Barbara, Salvatore e Giuseppe Rizzo</p></div>
<p>Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “<strong>Non ti scordar di me</strong>” indette dal <strong>Comune di Erice</strong> per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.</p>
<p>Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata su una curva della frazione ericina di Pizzolungo, in un punto poco distante dal mare, faceva strazio di tre povere vittime, una mamma, trentenne, Barbara Rizzo, ed i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di sei anni. L’autobomba esplose mentre quell’auto veniva sorpassata da due automobili, una di queste, una Fiat 132, era quella usata dal sostituto procuratore Carlo Palermo, da poco più di 40 giorni a Trapani, trasferito dopo essere stato allontanato dalla procura trentina dove indagando su traffici di armi e droga aveva scoperto intrallazzi con la politica che portavano all’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi.</p>
<p><strong>Faccenda questa inghiottita dall’oblio</strong> nessuno se ne ricorda più, Ma il filo c’è e nessuno dopo Carlo Palermo è andato più a toccarlo. L’altra auto che percorreva quella strada era una Fiat Ritmo normalissima, non era blindata come l’altra, e a bordo c’erano i poliziotti della scorta che si difendevano usando particolare caschi e corpetti. L’onda d’urto dell’esplosione colpì le due auto del magistrato e della scorta senza provocare morti, ma il grosso di quel “botto” spazzò via l’auto di Barbara Rizzo e con lei gli altri due giovanissimi occupanti. Brandelli dei loro corpi e rottami dell’auto sparsi nell’arco di alcuni metri, una macchia rossa fu trovata in cima ad una vicina villetta, ad una certa altezza da terra, sotto quella macchia una scarpetta, il corpicino di uno dei gemellini era finito fin lassù.</p>
<p>La mafia non uccise <strong>Carlo Palermo</strong> ma ottenne lo stesso il risultato che voleva. Il magistrato nel giro di pochi anni lasciò la magistratura, gli agenti della scorta da quel momento cominciarono a fare i conti con la paura, l’angoscia, alcuni con malanni che li portarono alla morte ugualmente. Il contesto sociale poi con la morte di Barbara e dei suoi figli era avvertito su quello che poteva accadere, mostrò di recepire bene il messaggio il sindaco dell’epoca, il Dc (moroteo) Erasmo Garuccio che sostenne anche davanti ai morti dilaniati dal tritolo mafioso che la mafia non esisteva.</p>
<p>A completare l’opera la memoria che via via si è fatta affievolita, quei morti per 23 anni sono rimasti solo dei loro parenti e dei conoscenti, di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime, nel frattempo colpita da un altro lutto la morte del padre, Nunzio. <strong>Sono occorsi 23 anni e un nuovo sindaco di Erice perché la comunità ha ricominciato a ricordare. E lo farà ancora quest’anno a 25 anni dalla strage. </strong></p>
<p>Quando si racconta questa strage spesso si sente dire che Barbara ed i suoi figli furono uccisi per sbaglio. Vero, gli obiettivi erano altri, un magistrato, e con lui la sua scorta, ma se fossero stati uccisi loro oggi dovremmo dire che loro erano i morti giusti? Non ci sono morti giusti e morti per sbaglio. Ci sono solo morti uccisi dalla crudeltà mafiosa, dalla barbarie di Cosa Nostra, ci sono stragi e attentati partoriti dalle menti contorte, pericolose, criminali e assassine di soggetti che hanno scelto un altro credo, quello mafioso, illiberale, antidemocratico predicato da Cosa Nostra. Che è lo stesso credo sia se porta ad uccidere sia se sovraintende a pilotare gli appalti, a controllare le imprese, se inquina l’economia e la politica, come fa tanto di questi tempi, condizionando lo Stato senza bisogno di sparare nemmeno un colpo.</p>
<p>Uno Stato che però a donne  e uomini, tante donne e tanti uomini, pronti a fare il loro dovere. Ad uno di questi è dedicato il “Non ti scordar di me” del 2010: era un agente di polizia penitenziaria, si chiamava Giuseppe Montalto. Fu ucciso l’antivigilia di Natale del 1995 davanti la casa dei suoi congiunti, una frazione a qualche chilometro da Trapani. I mafiosi lo uccisero perché lui in servizio, lavorava all’Ucciardone, carcere di Palermo, aveva “intercettato” lo scambio di un pizzino tra detenuti. Ma l’ordine di morte nei suoi confronti fu anche pronunciato dall’inappellabile giudizio di Cosa Nostra perché quel delitto doveva essere anche il regalo di Natale da parte dei boss liberi ai detenuti ristretti al 41 bis, al carcere duro.</p>
<p>Il boss libero che lo fece uccidere è lo stesso di quello che oggi comanda la mafia sommersa, quella che fa impresa, produce soldi e non spara, Matteo Messina Denaro, il capo mafia del Belice, capo della mafia trapanese e pronto se si ricostituisce la cupola siciliana a prendere il posto che fu di Badalamenti, Riina, Provenzano. Montalto fu ucciso mentre sedeva in auto, al suo fianco la moglie Liliana, che era incinta e ancora non lo sapeva, sul sedile posteriore c’era Federica, nata da qualche mese. I killer furono precisi a sparare, colpirono solo Montalto. Furono in due a sparare, le indagini hanno portato ad identificarne solo uno, Vito Mazzara, un campione di tiro a volo diventato killer spietato della mafia, oggi all’ergastolo per questo omicidio e indagato perché sospettato di essere stato lui il 26 settembre del 1988 ad uccidere Mauro Rostagno.</p>
<p><strong>A Giuseppe Montalto è dedicata la manifestazione del prossimo 29 marzo</strong>, gli studenti delle scuole ericine invaderanno pacificamente l’aula bunker del carcere di  San Giuliano a Trapani, dove fu celebrato il processo per il delitto di Giuseppe Montalto, presenteranno i loro lavori, video, scritti, poesie, diranno agli adulti come sarà possibile non scordarsi di chi ha dato la vita per la Democrazia e di chi facendo il suo dovere si è trovato suo malgrado ad essere un eroe.</p>
<p>Le manifestazioni continueranno, e <strong>il 2 aprile sarà ufficializzato il bando di concorso con il quale il Comune di Erice sceglierà il miglior progetto</strong> per arredare e attrezzare come parco della memoria l’area di Pizzolungo rimasta disadorna e dove sul punto in cui era posteggiata l’autobomba 24 anni addietro Nunzio Asta con i suoi soldi fece collocare una stele e un bronzo a ricordo dei suoi familiari. Ancora 25  anni non sono stati sufficienti a raggiungere questo traguardo, per le disattenzioni decennali di altre amministrazioni comunali, disattente quasi al punto tale da fare approvare un paio di anni addietro un progetto per realizzare su quel’area una terrazza sul mare, la stele si sarebbe trovata tra ombrelloni e sdraio, tra gazebo e banchi per la vendita di gelati. Il cantiere fu fermato in tempo dall’amministrazione dell’allora neo eletto sindaco Tranchida, i suoi predecessori si erano occupati di altro, una volta l’anno il pensiero era quello di mettere una ghirlanda poggiata sulla stele.</p>
<p><strong>Il 14 aprile il centro sociale di San Giuliano</strong>, rione fatto di case popolari in territorio di Erice, <strong>verrà dedicato a Giuseppe Impastato</strong>, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. Giornalista e esponente politico, oggi si direbbe giornalista fazioso per quel suo schierarsi contro mafia e mafiosi. Forse lo chiamerebbero anche professionista dell’antimafia. Sarà l’occasione per parlare un poco di informazione. A Trapani ma non solo a Trapani se ne parla da tempo ma non cambia nulla. Qui suscita scandalo la frequentazione tra giornalisti e forze dell’ordine, indispone il giornalista che frequenta palazzo di giustizia, non suscita indignazione il giornalista che copre la notizia, che parla e concorda le cose da scrivere con l’imprenditore o il politico colluso, a Trapani ci sono pseudo editori che fanno gli untori.</p>
<p>Qui diventa una controversia personale il fatto che un giornalista possa essere additato come mafioso o si trova a dovere rispondere in tribunale di una maxi richiesta di risarcimento, tutto questo per avere esercitato diritto di cronaca. Non sono controversie personali, è rivendicare il diritto a fare il proprio dovere non solo per se ma per tutti gli altri che hanno scelto questo lavoro. Non ci si può ricordare di Impastato e di Rostagno e degli altri giornalisti uccisi dalla mafia solo per riempire palcoscenici o fare cerimonie. Quel centro sociale dedicato a Impastato sarà un segno importante, in controtendenza a chi a qualche chilometro di distanza ha deciso di intestare una via del porto di Trapani ai “grandi eventi” gli stessi che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco, e speriamo che i magistrati ci riescano davvero, un sistema fatto di collusioni, complicità, criminali e criminose, che ha tolto risorse pubbliche per darle a pochi.</p>
<p>Ultimo passaggio della manifestazioni dedicata al “<strong>Non ti scordar di me</strong>” 2010 ci sarà <strong>il 3 maggio</strong>. Quando Erice incontrerà uno dei più grandi uomini che l’Italia può vantare di avere, <strong>don Luigi Ciotti</strong>. Incontrarlo sarà preziosa occasione. Ascoltarlo sarà importante. L’uomo che contro la mafia agita ogni giorno il “noi”, la coralità, l’impegno. In quella giornata il sindaco di Erice Giacomo Tranchida ha deciso di conferire al capo della Polizia Antonio Manganelli la cittadinanza onoraria di Erice, dopo averla conferita al prefetto Fulvio Sodano, al capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares, all’ex magistrato Carlo Palermo.</p>
<p><strong>Venticinque anni dopo la loro morte non è rimasto più vano il sacrificio di Barbara, Rizzo e Giuseppe</strong>. Ha scrollato le coscienze Margherita Asta e i tanti che lavorano con Libera, non è una passerella fine a se stessa quella di Erice, la finalità è solo a favore della Democrazia, è il popolo che ha gli strumenti per governare lo Stato, Erice dice questo alla gente di ogni dove, e lo dice a chi oggi ci Governa e a chi ci governerà domani.</p>
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		<title>Malitalia di Don Luigi Ciotti</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 16:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lettura del brano &#8220;Mettersi nei panni degli altri&#8221; di Don Luigi Ciotti, tratto dal libro Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori. A cura di Luca Violini (Quelli che con la voce).

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lettura del brano &#8220;Mettersi nei panni degli altri&#8221; di Don Luigi Ciotti, tratto dal libro Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori. A cura di Luca Violini (Quelli che con la voce).</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Q9gTLXIFvOM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Q9gTLXIFvOM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Don Luigi Ciotti interviene sulle dichiarazioni a favore della mafia fatte durante il &#8220;Grande Fratello&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 13:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da libera informazione &#8211; di Luigi Ciotti)
Cari Amici
Il video che mi segnalate (ndr allegato a questo intervento) testimonia la povertà culturale in cui ci troviamo. Una povertà che nasce dalle semplificazioni, dalle false mitologie, da modelli di vita che inneggiano al potere, al successo, ai soldi come alle cose che veramente contano nella vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_820" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-820" title="Luigi_Ciotti_ok" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/Luigi_Ciotti_ok-300x200.gif" alt="Don Luigi Ciotti" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Don Luigi Ciotti</p></div>
<p>(Tratto da <a href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=10136">libera informazione</a> &#8211; di Luigi Ciotti)</p>
<p>Cari Amici<br />
Il video che mi segnalate <em>(ndr allegato a questo intervento)</em> testimonia la povertà culturale in cui ci troviamo. Una povertà che nasce dalle semplificazioni, dalle false mitologie, da modelli di vita che inneggiano al potere, al successo, ai soldi come alle cose che veramente contano nella vita di una persona. Il legame tra mafia e illegalità diffusa, tra criminalità e individualismo sprezzante di ogni regola trova qui la sua origine. I &#8220;distinguo&#8221; tra le mafie sono una vecchia storia. Anche in Italia è accaduto che si ritenesse la vecchia Cosa nostra, quella del latifondo, un&#8217;organizzazione criminale dotata di un codice etico.</p>
<p>Ma erano falsità.</p>
<p>In ogni tempo e ad ogni latitudine la mafia è stata, al di là delle differenze organizzative e dei rituali, una macchina per arricchirsi con ogni mezzo: con la violenza, con la corruzione, con lo sfruttamento e l&#8217;abuso.<br />
E il nostro paese non fa certo eccezione: pensiamo alle stragi, alle migliaia di vittime innocenti, ai magistrati e agli uomini delle forze di polizia uccisi, a una violenza che ha toccato livelli inconcepibili di crudeltà, a quel bambino, Giuseppe di Matteo, rapito e sciolto nell&#8217;acido.</p>
<p>Filmati come quello mandato in onda dalla tv spagnola in un programma che purtroppo ha grandissimo seguito devono stimolarci a un impegno ancora maggiore.</p>
<p>Le mafie e la zona grigia di cui si alimentano &#8211; complicità, contiguità, silenzi, indifferenza &#8211; si combattono con i progetti educativi, con la diffusione della cultura, con le politiche sociali.</p>
<p>Si combattono facendo tutti insieme, e ciascuno nel proprio ogni ambito, il nostro dovere di cittadini che hanno a cuore la democrazia, che si spendono per una società dei diritti e non del privilegio, dell&#8217;uguaglianza e non dell&#8217;ingiustizia.</p>
<p><strong>Questo il video segnalato</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/q918Ruhf6BA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/q918Ruhf6BA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Presentazione Malitalia a Pescara</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 12:54:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pescara, 4 febbraio 2010.
TV6 documenta la presentazione alla libreria Edison di Pescara dell&#8217;inchiesta (libro e dvd) Malitalia, viaggio nella mafia di oggi.
Interviene il Magistrato Nicola Trifuoggi.

Gallery Presentazione Pescara

Video Presentazione Pescara


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pescara, 4 febbraio 2010.</p>
<p><strong>TV6</strong> documenta la presentazione alla libreria Edison di Pescara dell&#8217;inchiesta (libro e dvd) Malitalia, viaggio nella mafia di oggi.<br />
Interviene il Magistrato <strong>Nicola Trifuoggi</strong>.</p>
<p>
<em>Gallery Presentazione Pescara</em><br />

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</p>
<p>
<em>Video Presentazione Pescara</em><br />
</p>
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		<title>L&#8217;inchiesta Malitalia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 14:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.
Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.</p>
<p>Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="144" height="60" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/Inchiesta_Aprati.mp3" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="144" height="60" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/Inchiesta_Aprati.mp3"></embed></object></p>
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		<title>Don Ciotti: boss e malaffare in agguato sulla ricostruzione</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 12:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da L&#8217;Unità &#8211; 29 luglio 2009 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)
La ricostruzione può provocare danni più grandi del terremoto. Il monito che Ignazio Silone affidò alla sua gente dopo il sisma della Marsica, risuona ancora nelle orecchie degli abruzzesi.
«Quando uno mi parla di rischio di infiltrazioni mi viene da sorridere perché qui la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text36/fork/ref/09210c5p.HTM?key=Enrico+Fierro&amp;first=1&amp;orderby=1&amp;f=fir&amp;mf=07&amp;yf=2009&amp;df=29&amp;mt=07&amp;yt=2009&amp;dt=29" target="_blank">L&#8217;Unità</a> &#8211; 29 luglio 2009 &#8211; pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale, Sezione &#8220;Politica&#8221;)</p>
<p><strong>La ricostruzione può provocare danni più grandi del terremoto.</strong> Il monito che Ignazio Silone affidò alla sua gente dopo il sisma della Marsica, risuona ancora nelle orecchie degli abruzzesi.<br />
«Quando uno mi parla di rischio di infiltrazioni mi viene da sorridere perché qui la presenza, sia pure con colori e toni diversi, di forme di illegalità, di corruzione, di violenza criminale, non è la teoria di qualcuno, ma un dato di fatto».<br />
<span id="more-889"></span><strong>Don Luigi Ciotti</strong> è a Paganica, una delle frazioni dell’Aquila più duramete colpite dal terremoto. biblioteca Nel campo della antica squadra di rugby si inaugura una biblioteca. L’hanno realizzata grazie a una sottoscrizione nazionale, a tirarla su braccia possenti, quelle dei portuali genovesi e dei rugbisti, ospiterà anche la sede di Libera e dell’osservatorio sulla ricostruzione.</p>
<p>«Il terremoto, certe case e palazzi crollati ci parlano di speculazione, del cemento usato, degli appalti vinti forse con troppa facilità» &#8211; dice don Ciotti. «E allora dobbiamo vigilare sulla ricostruzione, fare in modo che sia pulita, senza infiltrazioni mafiose o camorriste, rispettosa dell’ambiente e della storia delle persone». Storie Le immagini dei palazzi de L’Aquila crollati dopo la scossa del 6 aprile, raccontano storie di cemento troppo debole, di calcestruzzo depotenziato.<br />
«Anche in questa regione – dice il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – la criminalità nel settore edilizio ha fatto affari, rendendo il sisma una vera catastrofe per tutto il territorio e la popolazione».</p>
<p>Secondo l’ultimo rapporto “Ecomafia”, nel 2008 in Abruzzo sono state denunciate <strong>367 persone</strong>, <strong>71 sono stati i sequestri immobiliari</strong> e <strong>319 le infrazioni accertate</strong>. Si tratta di numeri allarmanti che collocano l’Abruzzo al nono posto nella classifica nazionale dell’illegalità nel ciclo del cemento. E ora la ricostruzione. I rischi sono altissimi. La vicinanza con la Campania e la presenza di imprese e interessi economici nel settore immobiliare e turistico del figlio di Vito Ciancimino, provocano un allarme non ingiustificato.</p>
<p>Angelo Venti, giornalista e animatore di Libera, ci affida una denuncia inquietante. «Si pensava che il pericolo di infiltrazioni mafiose partisse con la ricostruzione, il nostro lavoro di inchiesta sta dimostrando che il rischio lo stiamo correndo da subito con il sisma e con l’organizzazione dell’emergenza. C’è una gestione centralizzata degli appalti. Chi fa i controlli alle ditte che vincono gli appalti diretti?”. Anche il presidente di Legambiente parla delle infiltrazioni. «Un rischio che si è fatto più consistente perché sono state allentate le regole sui lavori in subappalto. La quota è stata aumentata del 15-20%”.</p>
<p>Ma è la camorra, la criminalità più vicina all’Abruzzo del dopoterremoto, a farla da padrona nel campo del cemento e del calcestruzzo. A maggio scorso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha sequestrato un impianto di produzione di calcestruzzo riferibile alle proprietà del clan Polverino. Per magistrati e investigatori, nella struttura si produceva materiale che «violava gli standard di sicurezza antisismica». Calcestruzzo e cemento depotenziato, imposto alle ditte di costruzione.</p>
<p>I pm napoletani hanno anche scoperto che il calcestruzzo della camorra è stato usato per costruire un mega-store dell’Ikea e alcuni parcheggi nella zona del Vomero. Per Michele Bonomo, presidente di Legambiente della Campania, «gli sviluppi dell’inchiesta confermano ancora una volta la gravità della situazione e la pericolosità delle conseguenze che una gestione criminale del ciclo del cemento può portare in tutto il Sud. È l’ennesima conferma che la camorra negli ultimi anni ha assunto il controllo dell’intero ciclo, a partire proprio dalla materia prima: il cemento. È necessario in tempi brevi una verifica sulle opere realizzate con il calcestruzzo dei boss scadente e pericoloso&#8217;.</p>
<p>«In Campania &#8211; prosegue Buonomo &#8211; i reati legati al ciclo del cemento sono da 15 anni leader a livello nazionale, dimostrazione che sul calcestruzzo nella nostra regione si saldano troppi interessi soprattutto economici e criminali».</p>
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		<title>La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 13:54:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Ribellione]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da queste parole (Corrado Alvaro, scrittore e giornalista &#8211; Ultimo diario &#8211; Bompiani, 1961 &#8211; pag.8) prende spunto per la sua riflessione sul concetto di legalità Don Luigi Ciotti, che dice &#8211; Per fortuna c’è anche chi cerca di ribellarsi. È una voglia di ribellione che dobbiamo intercettare e volgere  in impegno positivo, prima che disperda la sua tensione o, peggio, degeneri in opposizione violenta.</p>
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