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	<title>Malitalia &#187; Criminalità</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Le mani della criminalità</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 09:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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Roma, 10 gennaio 2012.
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).
Il video è stato realizzato da Francesco Perrella
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/VfDLhloTLsM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Roma, 10 gennaio 2012.</strong><br />
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.<br />
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).</p>
<p>Il video è stato realizzato da Francesco Perrella</p>
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		<title>L&#8217;immigrazione è un affare</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 12:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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21 settembre 2011,lungo le coste della Calabria, a Bianco, su una bellissima spiaggia, sono arrivati  139  immigrati (di diverse nazionalità  irachena, siriana, turca e afghana) tra cui 19 donne e 40  bambini che hanno raccontato di arrivare dalla Turchia.Un approdo un po’ fuori dalle rotte classiche dell’immigrazione clandestina che vede l’isola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/limmigrazione-e-un-affare/sbarcobianco/" rel="attachment wp-att-7914"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/sbarcobianco.jpg" alt="" width="261" height="193" class="alignleft size-full wp-image-7914" /></a></p>
<p><strong>21 settembre 2011,lungo le coste della Calabria, a Bianco, su una bellissima spiaggia, sono arrivati  139  immigrati (di diverse nazionalità  irachena, siriana, turca e afghana) tra cui 19 donne e 40  bambini che hanno raccontato di arrivare dalla Turchia.</strong>Un approdo un po’ fuori dalle rotte classiche dell’immigrazione clandestina che vede l’isola di Lampedusa come centro degli arrivi.<br />
Ma già dallo scorso anno gli investigatori hanno notato che qualcosa sta cambiando nei flussi migratori. Da una parte quella classica che arriva dall’Africa e poi un’altra, gestita managerialmente, quella che arriva da oriente, dalla Turchia ma anche dall’Afghanistan, dal Pakistan.<br />
Un’organizzazione complessa (quasi un multilevel) porta decina di migliaia di uomini da paesi lontani fino nel cuore del’Europa. L’Italia  è spesso solo una tappa di una traversata che magari arriva in Germania, Francia o Scandinavia.<br />
<strong></strong><strong>Il costo di questo tour varia tra i 2000 ai 10000 euro </strong>(dipende dal luogo di partenza), gli skipper che traghettano questi uomini sono spesso ukraini e le basi di sono in Turchia , nella zona sud quella forse meno conosciuta, tra piccole calette e insenature nascoste.<br />
Si viaggia  su barche a vela, ma anche sui traghetti con camion attrezzati  anche di bagni chimici come scoperto nell’estate del 2010 nel porto di Ravenna!<br />
<strong></strong><strong>Le nuov</strong>e rotte portano verso l’alto Lazio, verso la Romagna, sulla costa jonica della Calabria o verso il Salento. Infatti questa primavera la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce ha stroncato una grande rete organizzativa ( che arrivava sino al Pakistan) che aveva le sue ramificazioni tra Lecce, Bologna e altre parti d’Italia.<br />
L’immigrazione  è diventato un business con regole ben precise che vanno dal costo del viaggio,  al suo pagamento quasi sempre con money transfer. I parenti di chi deve partire trasferiscono la somma. Il ricevente dà l’ok e quindi inizia il viaggio..Difficile seguire i soldi perché i punti di ricevimento sono sempre diversi. E con le persone viaggia anche la droga che arriva dalle lontane vallate del Panshir.<br />
Un business di milioni di euro l’anno che vede coinvolti più Paesi,organizzazioni criminali che sono i punti di riferimento locali e  imprenditori che “acquistano” la manodopera .<br />
Perché la manodopera, soprattutto in Italia, viene comperata in barba alla legge Bossi Fini. Come dimostrano le attività investigative, svolte soprattutto in Calabria, ci sono imprenditori che richiedono, ai caporali di zona, immigrati da poter utilizzare, in nero, nelle proprie attività o anche  imprenditori che si prestano a fare richieste ufficiali di lavoratori extra comunitari a fronte di un pagamento, per ogni nominativo, di un minimo di 4000 euro ad un massimo di 7000 per ogni domanda, introitando così somme in nero e soprattutto entrando a far parte del circuito illegale dell’immigrazione e del sommerso. La crisi logicamente acuisce la situazione e il guadagno facile fa valicare il confine della legalità.<br />
<strong>La criminalità organizzata</strong>,che gestisce in modo totale e radicato il territori, è invece il terminale che aiuta a scegliere i punti di sbarco, conoscendo bene anche la sorveglianza che viene effettuata dalle forze dell’ordine.<br />
In questo modo la criminalità mantiene il dominio della propria area ma riesce anche a rifornirsi di mano d’opera adeguata alle proprie esigenze (che sia traffico di droga,braccia per l’agricoltura o piccola criminalità).<br />
In un’inchiesta della DDA di Reggio Calabria è risultato che alcuni extracomunitari sono stati “utilizzati” per acquistare delle schede telefoniche servite,poi, per le conversazioni con un paese sud americano dove c’era il referente per il traffico di droga. Utenze non rintracciabili e quindi impossibili da intercettare.<br />
<strong>Ma il commercio di esseri umani non coinvolge solo l’Italia, logicamente, ed è un fenomeno così ampio che attraversa trasversalmente tutto il mondo e che sta assumendo un valore economicamente impressionante considerando che ci sono aree del mondo che vivono una grande povertà . Un giro d’affari, che secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, supera i 9 miliardi e mezzo di dollari l’anno.</strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Se la cronista scopre che l’uomo assassinato è il papà</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 14:53:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Alessandro Chetta)
Tardo pomeriggio. La cronista viene contattata dal caposervizio del Mattino: a San Giorgio a Cremano ci sono due morti a terra. Due “attinti” come in genere comunicano le forze dell’ordine. Si precipita: la vasta area dei comuni intorno al Vesuvio è zona sua. Il caposervizio nel frattempo apprende il nome di una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/liguori.gif" alt="" title="liguori" width="300" height="200" class="alignleft size-full wp-image-5545" />(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>Tardo pomeriggio. La cronista viene contattata dal caposervizio del Mattino: a San Giorgio a Cremano ci sono due morti a terra</strong>. Due “attinti” come in genere comunicano le forze dell’ordine. Si precipita: la vasta area dei comuni intorno al Vesuvio è zona sua. Il caposervizio nel frattempo apprende il nome di una delle vittime. “Liguori Vincenzo, 57 anni”. Liguori è cognome abbastanza diffuso nel Napoletano. <strong>Liguori si chiama anche Mary</strong>, la cronista che traffico permettendo sarà tra un quarto d’ora a San Giorgio a Cremano, la città natale di Massimo Troisi, centro tutto sommato tranquillo, i morti ammazzati li fanno nella vicina Ponticelli, al massimo a Barra, a Portici, a Ercolano, non qui. Vincenzo, meccanico, era nella sua autofficina in via San Giorgio Vecchia quando è stato raggiunto al torace da uno dei colpi che i sicari hanno scaricato su Luigi Formicola. Quest’ultimo è la vittima designata dell’agguato, sospettato di legami col clan Abate che controlla smercio di droga ed estorsioni. </p>
<p><strong>Un proiettile, ne basta uno soltanto. Fatale, quando a volte bestie criminali sopravvivono alle scariche di mitra. Ma Vincenzo, uomo perbene, muore</strong>. Indossava ancora la tuta da lavoro, forse si era affacciato per vedere cosa stava accadendo (gli assassini, contrariamente a quanto si immagina sul “professionismo” da killer, sanno essere molto rumorosi: hanno finito l’intero caricatore addosso a Formicola: tutti i colpi di due pistole calibro 9 per 19). </p>
<p><strong>Mary, la cronista, la figlia, è giunta sul posto. Il capitano Buonomo della compagnia dei carabinieri di Torre del Greco non ha dubbi sulla parentela. Conosce bene la Liguori, prova ad allontanarla, persino a rassicurarla. “E’ solo ferito”. </strong>A questo punto lasciamo sfumare in nero l’immagine. Si riesce da soli anche senza racconto forse solo lontanamente a comprendere lo strazio provocato da un inaudito scherzo del destino, da tragedia sofoclea. La giornalista che apprende di un agguato e quando arriva sul posto per raccontare i fatti scopre che una delle vittime della barbarie camorristica è il padre. Vittima innocente, colpevole solo di essersi trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. <strong>A Napoli la realtà aveva spiazzato, ancora, la fantasia.</strong><br />
“Questa è una città invivibile. Una persona onesta non può morire così” è riuscita a dire Mary Liguori sconvolta dal dolore ai microfoni delle tv. Tentando poi un appello &#8211; “Se qualcuno ha visto parli” &#8211; che lei stessa sa essere disperato perché, da cronista, la prima domanda, dopo le generalità, che porge alle forze dell’ordine è sempre: “Testimoni?”.<br />
Il più atroce dei film continuerà a girare in loop a lungo nella testa di tanti giornalisti italiani e della gente comune. Un documento dei cronisti napoletani è stato letto al congresso nazionale della Fnsi. «Vorremmo chiedere a questo congresso qualche istante di riflessione su quanto accaduto a una nostra collega free lance Mary Liguori. Ieri sera Mary ha scoperto che suo padre era stato ucciso durante un agguato di camorra colpito al cuore da delinquenti che avevano appena ammazzato un altro uomo, un pregiudicato, il loro vero bersaglio. Vincenzo Liguori stava lavorando nella sua officina meccanica a San Giorgio a Cremano quando è stato colpito e sua figlia Mary collaboratrice del Mattino ha appreso la terribile notizie mentre era al suo posto per fare come sempre il suo lavoro di cronista». <strong>Vittime Vincenzo, Mary, tutti.</strong></p>
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		<title>Video choc alla Sanità: la rabbia dei boss contro i killer</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 14:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Alessandro Chetta)
Gli alleati furiosi coi mandanti dopo la diffusione del filmato. Alla faccia della presunta vanità: ai boss della camorra non piace affatto la mondovisione. Come si può essere più incauti? Mandare un killer in missione di morte, in pieno giorno, senza accorgersi del Grande fratello? Ovvero di una telecamera puntata esattamente fuori al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5200" title="omcidio_bacioterracino" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/omcidio_bacioterracino.jpg" alt="" width="209" height="180" />(di Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Gli alleati furiosi coi mandanti dopo la diffusione del filmato. </strong>Alla faccia della presunta vanità: ai boss della camorra non piace affatto la mondovisione. Come si può essere più incauti? Mandare un killer in missione di morte, in pieno giorno, senza accorgersi del Grande fratello? Ovvero di una telecamera puntata esattamente fuori al bar del delitto? Punti interrogativi che potete tranquillamente trasformarle in parolacce: quelle che, secondo due pentiti, sono state pronunciate a gran voce dai capoclan alleati contro i mandanti del delitto di Mario Bacioterracino alla Sanità, quartiere di Napoli, subito dopo il suo assassinio: quei colpi di pistola a freddo immortalati nel “video shock” che poi ha fatto il giro del mondo, complice la decisione della Procura partenopea di diffonderlo per raccogliere potenziali testimonianze e/o sensibilizzare la gente comune (non è ancora chiarissimo).</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/zxX5FAujPCM?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/zxX5FAujPCM?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Il processo in Assise è iniziato: sul banco degli imputati Costanzo Apice, che però ha sempre negato con decisione di essere l’uomo col cappellino che appare pistola in pugno nel filmato. Sono i collaboratori di giustizia Biagio Esposito e Carmine Cerrato a descrivere la furia degli alleati contro i Lo Russo &#8211; presunti mandanti dell’omicidio che avrebbero scelto i sicari e deciso il momento dell’agguato &#8211; dopo la diffusione pubblica delle immagini. <strong>Le accuse dei pentiti, depositate in aula, sono il primo colpo battuto dal pool guidato dal procuratore aggiunto Sandro Pennisilico, dopo il lavoro dei pm Sergio Amato e Enrica Parascandolo</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>E la P3 va in barca</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 08:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[P3]]></category>

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		<description><![CDATA[Sette ordinanze di custodia cautelare, quattro delle quali nei confronti di uomini della Guardia di finanza accusati di aver chiuso un occhio durante una verifica fiscale in cambio di mazzette. Ci sono novità nell&#8217;inchiesta che vede coinvolta la Rimini Yacht di Giulio Lolli, scomparso dall&#8217;inizio delle indagini, portate avanti dalla Procura di Bologna e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5196" title="yacht" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/yacht.jpg" alt="" width="270" height="187" /><strong>Sette ordinanze di custodia cautelare, quattro delle quali nei confronti di uomini della Guardia di finanza accusati di aver chiuso un occhio durante una verifica fiscale in cambio di mazzette.</strong> Ci sono novità nell&#8217;inchiesta che vede coinvolta la Rimini Yacht di Giulio Lolli, scomparso dall&#8217;inizio delle indagini, portate avanti dalla Procura di Bologna e di Rimini. <strong>Un intrigo da milioni di euro, che vede coinvolte barche fantasma, investigatori corrotti, il faccendiere Flavio Carboni, il maggior imputato Lolli sparito nel nulla e il suicidio di un ex generale della Finanza Angelo Cardile (membro del consiglio di amministrazione di Rimini Yacht).</strong></p>
<p>Intrecci complessi e soldi a fiumi verso paradisi fiscali, come quel conto aperto in Svizzera con una riserva di 700 mila euro. Il gip di Bologna, Pasquale Gianniti, ha accolto la richiesta della Procura del capoluogo emiliano romagnolo e ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare. Una in carcere per il 45enne Giulio Lolli, titolare della Rimini Yacht, irreperibile da tempo e accusato di aver sottratto cinque milioni di euro dalle casse della sua spa, in parte intascati e in parte versati in conti a San Marino. Le altre sei persone sono tutte membri delle forze dell&#8217;ordine: per loro sono stati chiesti gli arresti domiciliari. Quattro finanzieri, di cui due tenenti colonnelli di Bologna, Enzo Di Giovanni, 45 anni, e Massimiliano Parpiglia, 40 anni, e due marescialli, dei quali non sono stati resi noti i nomi. Ci sono poi altri due indagati, ex consulenti di Lolli: Giorgio Baruffa, commercialista di 60 anni e Alberto Carati, ragioniere 42enne. L&#8217;ipotesi è quella di corruzione e rivelazione di segreto d&#8217;ufficio in concorso per una verifica fiscale che la Procura ritiene essere stata ammorbidita in cambio di mazzette. I problemi economici della Rimini Yacht erano, infatti, notevoli. E la società è coinvolta anche in un&#8217;altra inchiesta, portata avanti dalla Procura di Rimini, per una maxi truffa di yacht venduti a più clienti e spesso inesistenti.</p>
<p><strong>Un evento misterioso ha accompagnato le indagini degli inquirenti. Nel luglio scorso, infatti, un generale della Finanza in pensione ed ex membro del cda di Rimini Yacht, Angelo Cardile, allora indagato, si è sparato un colpo di pistola in testa durante una perquisizione domiciliare</strong>.  Cardile sarebbe stato in accordo con i consulenti di Lolli e i due ufficiali indagati per &#8220;addomesticare&#8221; un controllo fiscale. L&#8217;obiettivo era di non far emergere le difficoltà finanziarie della società, informando per tempo sulla data della verifica. Un controllo anomalo, nel corso del quale i finanzieri avrebbero chiuso più volte gli occhi: non ispezionarono, infatti, la base di Rimini e non segnalarono matrici di assegni verso società di San Marino contenute nella sede legale di Bologna, istituita appositamente per la verifica fiscale concordata, quindi, dietro la promessa di denaro. Una cifra fra i 200 e i 300 mila euro. Un&#8217;immagine falsata dei conti sarebbe servita per evitare il fallimento e riuscire a ottenere credito dalla Banca Popolare di Spoleto con la mediazione, secondo i pm, del faccendiere Flavio Carboni. Ma lo scorso agosto la società romagnola, specializzata nella compravendita di imbarcazioni di lusso, è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Bologna. L&#8217;ipotesi di corruzione si basa sulle dichiarazioni di una “gola profonda” interna al Rimini Yacht. È questa persona a raccontare inoltre le serate di Lolli, Cardile, Massimiliano Parpiglia e Giorgio Baruffa: cene con la presenza di escort di lusso nei migliori ristoranti emiliano romagnoli.</p>
<p><strong>C&#8217;è un intreccio curioso in questa storia. Sono tanti, infatti, i contatti tra Lolli e Carboni, l&#8217;unico a essere rimasto in carcere nell&#8217;inchiesta P3 dopo gli arresti domiciliari concessi a Pasquale Lombardi. Lolli era considerato il maggiore commerciante italiano di barche di lusso a motore: presidente della Rimini Yacht, un&#8217;impresa che nel 2007 era riuscita a fatturare 32 milioni di euro. In un&#8217;altra inchiesta, portata avanti dalla Procura di Rimini, è indagato per truffa e falso.</strong> Il meccanismo che utilizzava era di far aprire con documenti contraffatti leasing milionari a nome degli acquirenti e poi incassare le somme. Agli armatori non restava che un foglio di carta senza alcun valore. Sarà lo stesso Lolli a chiedere l&#8217;intervento di Carboni, per cercare di smuovere le banche. <strong>Secondo la “gola profonda”, era diventato socio di Intermedia, facente capo a Giovanni Consorte, lo stesso della nota intercettazione con Piero Fassino («Abbiamo una banca»), con una partecipazione di due milioni di euro.</strong> Ma, dopo un litigio, Lolli avrebbe ripreso i suoi soldi da Intermedia. Sarebbe stato proprio Consorte ad indicare a Flavio Carboni la Rimini Yacht per acquistare una barca. I contatti fra Lolli e il faccendiere sardo sono finiti nell&#8217;indagine romana sulla P3. In un&#8217;intercettazione, un certo Paolo chiama per sollecitare l&#8217;intervento in suo favore da parte di Carboni. Il quale rassicura dicendo che tutto sarà fatto: «Non chiedo nulla&#8230;cioè non voglio nulla». Ma il presentino arriva, e in fretta. Una barca Betram da due milioni di euro che Carboni elogia parlando con Denis Verdini e una Aston Martin. Il tutto per sbloccare un finanziamento della Banca Popolare di Spoleto dove, guarda caso, sedeva come presidente del consiglio di amministrazione un amico di carboni, Giovanni Antonini.</p>
<p>Intanto il Tribunale del Riesame, un mese e mezzo fa, ha rigettato il ricorso presentato dall&#8217;avvocato di Lolli, contro il sequestro di un&#8217;Aston Martin data a Flavio Carboni, del Bertram e di altri beni. Il legale bolognese aveva chiesto di togliere i sigilli al patrimonio del suo cliente. Una richiesta che i giudici non avrebbero potuto accettare vista l&#8217;assenza, tuttora, del principale protagonista, Giulio Lolli. Il quale sembra essere stato avvistato in mezzo mondo. Un&#8217;indagine, dunque, complicata e di dimensioni colossali. Il tutto ruota intorno a lui, che viene descritto come un manager senza scrupoli, disposto a tutto pur di allargare il suo patrimonio. Un uomo capace di tessere legami anche con il faccendiere Carboni, con il quale si scambiava numerose telefonate, millantando conoscenze politiche e contatti, che forse non esistevano. <strong>Finora, nessuno sa se Lolli sia scappato con la “cassa” o se abbia deciso di fuggire per paura di qualcuno. E di chi? Gli inquirenti sospetterebbero da tempo la funzione di Rimini Yacht come &#8220;macchina lava soldi&#8221; provenienti da organizzazioni malavitose. Un&#8217;ipotesi che renderebbe ancora più oscura questa vicenda.</strong></p>
<p><em>(pubblicato su <a title="Lettera43 Link" href="http://www.lettera43.it/articolo/4288/e-la-p3-va-in-barca.htm" target="_blank">www.lettera43.it</a>)</em></p>
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		<title>Bologna, piovono poltrone</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 07:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Ventidue contratti firmati e prorogati in barba al decreto Brunetta. Gli incarichi sarebbero stati sottoscritti al comune di Bologna dal commissario Anna Maria Cancellieri l&#8217;8 aprile 2010. A dare la notizia è il sito di Antonio Amorosi, ex assessore alle politiche abitative della città emiliana dal 2004 al 2006, che pubblica online alcuni documenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5178" title="0cancellieri" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/0cancellieri-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /> <strong>Ventidue contratti firmati e prorogati in barba al decreto Brunetta. Gli incarichi sarebbero stati sottoscritti al comune di Bologna dal commissario Anna Maria Cancellieri l&#8217;8 aprile 2010.</strong> A dare la notizia è il sito di Antonio Amorosi, ex assessore alle politiche abitative della città emiliana dal 2004 al 2006, che pubblica online alcuni documenti pubblici che attesterebbero la proroga di assunzioni per 13 dirigenti con contratto di lavoro a tempo determinato e nove alte specializzazioni. I dirigenti erano già in carica durante il mandato dell&#8217;ex sindaco Flavio Delbono, dimessosi per aver pagato con i soldi del Comune una serie di viaggi con la sua compagna e segretaria Cinzia Cracchi. Ma sarebbero dovuti decadere con lui, proprio al momento delle dimissioni. Secondo il Testo unico degli enti locali (Tuel), infatti, gli incarichi dirigenziali e di alta specializzazione, ovviamente a tempo determinato, «non possono avere durata superiore al mandato elettivo del sindaco». Nell&#8217;atto del commissario dell&#8217;8 aprile 2010, in occasione della riorganizzazione temporanea dell&#8217;ente, si legge, invece, «la conferma, fino al 31/10/2011, dei rapporti dirigenziali e di alta specializzazione a tempo determinato in essere». E in allegato si leggono i nomi delle persone che hanno vantato la proroga del loro contratto.</p>
<p><strong>Una misura che va addirittura ben oltre il commissariamento della città. In aggiunta a questo, il decreto Brunetta prevede che il numero dei dirigenti a tempo determinato debbano essere al massimo l&#8217;8% della dotazione organica</strong>. Il comune di Bologna poteva dunque assumere, in forza dei 94 dirigenti a tempo indeterminato, un massimo di otto persone. Ma in tutto ne sono state prese 22. In un parere della Corte dei Conti, il n.44 del 2010, sezione della Puglia, viene spiegato come il decreto legislativo 165/2001 stabilisca percentuali massime di incarichi dirigenziali a personale assunto a tempo determinato entro il limite del 10% della dotazione dei dirigenti appartenenti alla prima fascia e dell&#8217;8 per cento di quelli appartenenti alla seconda. In questo caso, la percentuale da prendere in considerazione è quella dell&#8217;8 per cento, perché, come spiega la Corte dei Conti, «la percentuale più elevata è prevista per la dirigenza statale di prima fascia che non trova previsione equipollente nell&#8217;amministrazione locale». Ma sono solo dettagli nel caso del comune di Bologna, perché il numero di dirigenti con contratto a tempo determinato è abbondantemente superiore al massimo consentito. I documenti sono già stati portati in Procura e presso la Corte dei conti per una denuncia. Una situazione decisamente imbarazzante, soprattutto per una città che ha già visto lo scandalo Delbono e subito le dimissioni e il successivo commissariamento.</p>
<p>Da parte sua, il comune di Bologna fa sapere che alcuni dei dirigenti che hanno avuto la proroga del contratto c&#8217;erano già con Sergio Cofferati, quindi ben prima di Delbono, e sono stati nuovamente confermati perchè «la macchina amministrativa deve andare avanti». Anche se i dirigenti con rapporto fiduciario, cioè capo di gabinetto, direttore generale, capo ufficio stampa e portavoce hanno concluso il loro lavoro con la caduta del sindaco. <strong>Per capire la gravità della situazione, basta guardare indietro di poche settimane. A Parma, infatti, sono stati iscritti nel registro degli indagati per il medesimo fatto l&#8217;ex sindaco Pietro Ubaldi, l&#8217;attuale sindaco Pietro Vignali e molti dirigenti di quel comune</strong>. L&#8217;ipotesi di reato è abuso d&#8217;ufficio. L&#8217;ente pubblico avrebbe infatti sottoscritto contratti a tempo indeterminato e determinato senza che le persone avessero i titoli richiesti e violando inoltre il decreto Brunetta. Sommando tutti i loro compensi il danno erariale ammonterebbe a tre milioni e 200 mila euro. Una situazione analoga, dunque, a quella che è stata denunciata a Bologna.</p>
<p><em>(pubblicato su <a title="Lettera43 Link" href="http://www.lettera43.it/articolo/4232/bologna-piovono-poltrone.htm" target="_blank">www.lettera43.it</a>)</em></p>
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		<title>Tentazione Napoli</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 01:44:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Campania]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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		<description><![CDATA[“Avevo una mia armonia di vita fatta di cose semplici. Il mio studio di avvocato, la famiglia, Bologna con le sue colline e le sue dolcezze. Quando all’improvviso…”. Quando all’improvviso da Napoli  è partita la proposta, subito appoggiata da Nichi Vendola,di sua candidatura a sindaco. “Una cosa da stramazzare al suolo”.Libero Mancuso è già [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/liberomancuso.jpg" alt="" width="182" height="278" class="alignleft size-full wp-image-5087" /><strong>“Avevo una mia armonia di vita fatta di cose semplici. Il mio studio di avvocato, la famiglia, Bologna con le sue colline e le sue dolcezze. Quando all’improvviso…”. Quando all’improvviso da Napoli  è partita la proposta, subito appoggiata da Nichi Vendola,di sua candidatura a sindaco. “Una cosa da stramazzare al suolo”.</strong>Libero Mancuso è già a Napoli “per capire se davvero questa città ha la voglia di combattere per riprendersi il proprio destino”. Una vita in magistratura, prima sotto il Vesuvio nei terribili anni ottanta quando Napoli era nel vortice del dopo terremoto e del tentativo delle Brigate rosse di fondere il loro progetto rivoluzionario  con “l’illegalità di massa”. </p>
<p><strong>Per le strade si contavano gli omicidi politici e gli ammazzamenti di camorra, il sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo il punto più alto di questa strategia. E i rapporti politica-camorra, i comitati d’affari e le lobby. Inchieste,attacchi, polemiche. Poi Bologna, e anche qui grandi processi: la strage della Stazione, l’Italicus, la Uno Bianca. Una vita sempre in prima linea che fa ripensare “all’armonia di vita” di cui sopra e porta con sé, spontanea, una domanda “Dottor Mancuso ma chi glielo fa fare?”</strong>“Lei pensa davvero che io non mi stia arrovellando sulla stessa domanda? La verità è che puoi essere tranquillo quanto vuoi, pensare che sia giusto venire a Napoli solo per trovare la famiglia e visitare qualche bel posto, poi però una parte della città-mondo del lavoro intellettuali gente semplice- ti chiede di impegnarti e tu che fai? Ti tiri indietro, pensi alla tua tranquillità, calcoli? No hai il dovere di riflettere e valutare”. </p>
<p>Il telefonino non riesce a nascondere i rumori della città, la perenne colonna sonora di Napoli: clacson da traffico impazzito, le strade intasate ancora da 1800 tonnellate di rifiuti. “Lo scenario è terribile -riflette Libero Mancuso- i problemi enormi, il lavoro che non c’è, intere aree da risanare, la sfiducia della gente, Napoli che si allontana sempre più dalle altre grandi città europee e che sembra vinta dal degrado. Non lo nascondo, tutto ciò mi provoca angoscia, Napoli come è oggi dovrebbe provocare lo stesso sentimento in tutti quelli che fanno politica. E invece vedo la faciloneria, programmi rabberciati, sistemi di affari e di potere che si muovono interessati solo alla conquista di palazzo san giacomo.<strong> Ecco, voglio capire se avrò le forze per affrontare una sfida così terribile, se intorno a me si aggregheranno energie, se la mia sarà vissuta non come una candidatura di parte ma come una scelta della intera città, prima di dire ci sto, mi candido, corro come sindaco”.</strong> </p>
<p>Dichiarazioni schiette, un’analisi della situazione senza veli, libera dagli inutili balbettii della politica. “Napoli ha vissuto la grande illusione del rinascimento e sie è sentita tradita. Non è vero che i napoletani sono apatici: diciassette anni fa riuscirono a liberarsi di un sistema di potere che aveva sfasciato la città, poi si sono visti ripiombare nei soliti vizi. Il Comune dominato dai partiti e dai gruppi di potere trasversali, il vero nodo al collo di questa città: ci vuole discontinuità, bisogna aprire alle tante energie che in questi lunghi anni sono state escluse dalla politica e dai processi  decisionali”. Quella borghesia napoletana fatta di intellettuali, ma anche di ingegneri, notai, avvocati,architetti, spesso lusingati da potere e dentro i suoi meccanismi di spartizione?<br />
“Penso alle tante sapienze oggi emarginate, energie che possono dare tanto al progetto di una nuova Napoli, ma penso anche al mondo esteso delle buone volontà che in quartieri difficili, nelle zone più dure della città tendono una mano ai più deboli, offrono un pasto a chi non ce l’ha, un etto, un libro, parole di conforto e solidarietà. <strong>Napoli non è solo rifiuti ammassati per  le strade, degrado e inciviltà. Si può costruire un nuovo modello di vita fondato sul rispetto delle leggi e delle regole. E’ difficile, una battaglia durissima che crea angoscia e che non si può affrontare da soli o con una parte, per questo ci sto pensando, prima di dire sì, vale la pena rompere quell’armonia di vita conquistata a fatica e mettersi in gioco”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 7 dicembre 2010)</p>
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		<title>Immigrato=criminale?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 09:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Otto anni fa. Roma, un bar nelle vicinanze della RAI. Una ragazza siede, per terra, all’angolo di un portone. Un fagottino stretto tra le braccia e un bicchiere di carta affianco a lei. Una delle tante persone che chiedono l’elemosina. Roma ne era già piena allora. E’ giovanissima, due occhi vividi, il vestire pulito ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/immigrati.jpg" alt="" width="249" height="203" class="alignleft size-full wp-image-5079" />Otto anni fa. Roma, un bar nelle vicinanze della RAI. <strong>Una ragazza siede, per terra, all’angolo di un portone. Un fagottino stretto tra le braccia e un bicchiere di carta affianco a lei. Una delle tante persone che chiedono l’elemosina.</strong> Roma ne era già piena allora. E’ giovanissima, due occhi vividi, il vestire pulito ed ordinato anche se estremamente povero. Forse è quello che mi induce a fermarmi e lasciarle qualche spicciolo. La ritrovo lì nei giorni seguenti. Diventa amica di tutte le persone che frequentano il bar e la strada. <strong>C’è chi gli porta i pannolini per la bambina, chi qualche abito dismesso, chi gli omogeneizzati o un po’ di pasta. Lei ti ringrazia con il suo sorriso da bambina. In questi otto anni ci siamo incontrare su autobus, per strada, sotto la pioggia o sotto il sole</strong>. </p>
<p>Se non la vedevo veniva a salutarmi ma non per avere spiccioli ma per il desiderio di raccontarmi cosa stava facendo. E così è successo qualche giorno fa. Salgo in autobus e lei è lì. Mi saluta e mi racconta le ultime sui suoi figli. Sono tre adesso. Francesca, la più grande, è il fagottino che ho intravisto otto anni fa. Sono tutti in Romania e così mi racconta il cruccio di una mamma lontana dai suoi piccoli. L’ultimo ha fatto il vaccino e ha avuto una reazione allergica e lei soffre a star lontana. Ha ancora gli occhi di una bambina ed è contenta perché il marito ha finalmente avuto la carta di identità italiana e adesso può lavorare in regola. <strong>Mi dice “ se non ci foste stati voi non avrei potuto crescere i miei figli. Francesca è andata a scuola ha imparato a scrivere e leggere. Adesso sono in Romania ma spero di farli tornare presto qui”</strong>. E poi mi racconta del marito che adesso può lavorare e essere messo in regola e mi dice “Pensa avere 30-40 euro al giorno. Quante cose si possono fare  con tutti quei soldi, quante cose posso comprare per i bambini”. Scendiamo mi saluta, mi augura buona giornata e si va a sedere vicino ad una chiesa al centro di Roma. <strong>Felice di essere in Italia e di vivere grazie alla nostra elemosina. </strong></p>
<p>Da un’altra parte d’Italia, nelle vicinanze di Caserta, c’è un’azienda di bufale. <strong>Il proprietario ha una storia complicata. E’ finito in mano agli usurai. Per pagare loro ha lasciato perdere ogni altra cosa , tanto che alcune banche ne hanno chiesto il fallimento, e poi un giorno ha deciso che non ne poteva più e ha denunciato gli estorsori e li ha fatti arrestare. </strong>Tra di loro anche il cugino del famoso Sandokan il boss di Casal di Principe. <strong>Per arrivare a questo è stato aiutato da sei indiani sik che gli sono rimasti al fianco senza troppo domandarsi a cosa andavano incontro.</strong> Loro lo aiutano nella gestione dell’azienda. Tengono pulite le bestie, che per loro sono sacre, gli danno da mangiare, le curano. </p>
<p>Ma hanno anche curato ed accudito il loro padrone, se così lo si può chiamare, e lo hanno aiutato ad incastrare l’estorsore convincendolo ad entrare nell’ufficio dove i carabinieri avevano piazzato le microspie. Sono loro che ti accolgono all’ingresso. Sono loro che ti scrutano, come ti passassero ai raggi infrarossi, prima di chiamare Roberto, il padrone. Sono una specie di guardie del corpo che non lo lasciano mai e anche adesso che le cose stanno riprendendo il corso normale, che le banche verranno pagate con il mutuo della Commissione anti-racket, loro non mollano di un passo. <strong>Roberto dice sempre “nessuno del mio paese mi avrebbe seguito come hanno fatto loro”.</strong>Queste sono le storie di ordinaria immigrazione del nostro Paese.Quelle che non balzano agli onori della cronaca perché, in questi casi, l’immigrato non commette nessun reato.</p>
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		<title>Teano. Dopo 150 anni una conventicola di stregoni ci tende la mano</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 18:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Teano]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Antonio Perrucci)
Non trovo di meglio che dare inizio a queste righe con un brano di Angelo Manna:” Ed ha le meningi imbottite di puttanate, l’Italia. Ad imbottirgliele sono e sono stati i nord-dipendenti politicanti del Sud, gli eredi dei pragmatici e immorali traditori del fatal sessanta. E sono stati e sono gli untori servitori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/teano.jpg" alt="" title="teano" width="270" height="187" class="alignleft size-full wp-image-4525" />(di Antonio Perrucci)</p>
<p>Non trovo di meglio che dare inizio a queste righe con un brano di Angelo Manna:”<strong> Ed ha le meningi imbottite di puttanate, l’Italia. Ad imbottirgliele sono e sono stati i nord-dipendenti politicanti del Sud, gli eredi dei pragmatici e immorali traditori del fatal sessanta. E sono stati e sono gli untori servitori del Mendacio: gli storiografi e i giornalisti, ciucci e venduti”. </strong>Teano ha visto in questo mese di ottobre la più alta concentrazione di cervelli ed eccelsi cattedratici,un centinaio di potenziali premi Nobel. Antropologi (per non dimenticare Lombroso), storici e sociologi, economisti e sindacalisti, politici indigeni ruspanti e razzolanti oltre a  qualche decina di sindaci ed assessori in ordine sparso provenienti quasi tutti dalle regioni del nord. Presenza di tanti giustificata dalla importanza se non unicità del problema da risolvere. Ricostruire l’unità d’Italia. </p>
<p>Era necessario attendere la conclusione dell’ottobrata di Teano, leggere e approfondire le conclusioni cui sarebbe giunto uno stuolo di eminenti cattedratici, politici di grido, associazioni varie e penne di punta del giornalismo. Parto travagliato, ma infine ha visto la luce la panacea di ogni problema del Sud: una stretta di mano e un decalogo, quasi nuovi Dieci Comandamenti dettati in quel di Teano e che hanno avuto l’onore di essere “santificati” da una delle tante Anite Garibaldi e da un Savoia. <strong>Perché aspettare 150 anni per risolvere miracolosamente la famosa “questione meridionale”? Dal 26 ottobre,grazie al decalogo teanese niente più disoccupati, lavoro per tutti, scuole come al nord, strade, ferrovie, aeroporti tutto il meglio, malasanità un ricordo, la monnezza mai più, addirittura i polentoni emigreranno al Sud. Un’orgia di convegni, interventi dottissimi, proposte illuminanti, un lessico infarcito di termini astrusi e desueti, ottimi per meravigliare, con il risultato di produrre un vuoto a perdere.</strong> </p>
<p>Basterebbe venire a Teano, produrre un documento e Al Qaeda per incanto sparirebbe, le due Coree non sarebbero più divise dal 50° parallelo, Palestina e Israele vivrebbero in pace . Ma quale Camp David,Onu, UE, rottamiamo tutto, a Teano si sforna la pace nel mondo, scompare la fame del terzo e quarto modo. A Teano si fa l’Italia e udite udite anche “gli italiani”. E’ sufficiente uno sculettamento principesco, la presenza dell’Anita di turno, uno sproloquio sgarbiano e tutto va al suo posto. A Teano ci si aspettava il parto del solito topolino ma hanno saputo fare di meglio, Teano ha partorito una colossale “puttanata”. Una puttanata che dovrebbe far contento quel popolo bue, così considerato da 150 anni. Ci tenderanno la mano nella stretta di Giuda e di Caino, ma è troppo tardi, noi quella mano dovremo amputargliela, quella mano gronda del sangue dei nostri progenitori, si è ingrassata con il sudore di 26 milioni di emigranti, ha stretto per troppo tempo quella dei suoi padroni capitalisti e voraci predoni del Nord. Quella è la mano dei soliti ascari collaborazionisti traditori della propria terra. </p>
<p>Non possiamo dimenticare il messaggio che Angelo Manna indirizzò ai giovani del Sud, quasi un rimprovero, un incitamento. Quel messaggio è stato raccolto ha prodotto i suoi frutti, e non sarà facile limitarne gli effetti e le conseguenze per coloro che persistono pervicacemente nell’ignorare e infangare la memoria di un passato orgoglioso e che ritornerà.<br />
<em>“Ma noi abbiamo un dovere da compiere. Una Mamma offesa, tradita, maltrattata, calunniata e in catene sta chiamando dal 1860 i suoi figli attorno alle sue piaghe fisiche e morali che ormai l’hanno ridotta allo stremo. E’ possibile che nessuno di essi ne oda il rantolo, che giorno dopo giorno si fa sempre più forte e accorra al suo capezzale?”.</em><br />
Come tanti rigagnoli che vanno a confluire a formare un grande fiume, l’appello di Angelo Manna è stato raccolto e fatto proprio da innumerevoli giovani, ha risvegliato in loro quella coscienza sopita da una storia menzognera. La Nazione Napoletana, quella dei Popoli del Sud si allontana sempre più da uno Stato artificioso, distante e che mai ha rappresentato l’ex Regno.</p>
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		<title>Voleva difendere la costa di Acciaroli dal cemento</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 16:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[“Forse qualcuno, come si dice da noi, ha bussato e il sindaco ha detto di no. Come faceva sempre, sbattendo la porta in faccia a chi gli faceva proposte di un certo tipo. Ma questa volta quel no, forse, non doveva dirlo”. È una spiegazione per la morte, a colpi di calibro nove e ventuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3831" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/vassallo.jpg" alt="" width="127" height="84" /><strong>“Forse qualcuno, come si dice da noi, ha bussato e il sindaco ha detto di no. Come faceva sempre, sbattendo la porta in faccia a chi gli faceva proposte di un certo tipo. Ma questa volta quel no, forse, non doveva dirlo”.</strong> È una spiegazione per la morte, a colpi di calibro nove e ventuno sparati senza pietà, di un sindaco. Angelo Vassallo, tessera del Pd in tasca, presidente dei sindaci del Parco nazionale del Cilento e primo cittadino di Pollica, paese di 2500 anime appena, tuffato dentro un paradiso. Montagne e mare, acque cristalline, colline dolci. Un territorio che non sembra neppure la Campania con il centro del paese, Pollica, in alto e le due frazioni che affacciano a mare: Pioppi e Acciaroli. La “Positano del Cilento”, la chiamano e il titolo è più che meritato.</p>
<p><strong>La mano (armata) è di Gomorra?<br />
</strong><br />
UN PARADISO diventato inferno per Vassallo, sindaco dal 1994 per passione e ambizione politica, sindaco sceriffo che vigilava come un mastino sulla sua terra. Così, a poche ore da quell’assassinio che sa troppo di camorra, ti raccontano in paese. “Il Cilento non deve essere sporcato dai napoletani”, diceva, e per “napoletani” non intendeva i turisti e le famigliole che su queste spiagge godono il sole e il mare con serenità, ma gli altri. I “malacarne”, gli arricchiti di camorra che arrivano qui, ci raccontano, con le tasche gonfie di banconote da 500 euro e comprano negozi, bar, locali notturni e ristoranti.<br />
Soprattutto quelli che hanno la vista sul porto, il gioiellino di Acciaroli che quest’anno ha visto attraccare anche barche di 40 metri. E che è al centro di una dura battaglia. “Lo abbiamo costruito con i soldi della nostra collettività, ma a gestirlo sono altri”. Centocinquanta posti barca, tariffe per l’attracco da 190 a 250 euro a notte, ma c’è un privato che controlla le due banchine più  grosse.“La verità–dice l’assessore Carla Ripoli – è che negli ultimi tempi Angelo si era come incupito. Non era più lo stesso, qualcosa lo tormentava. Mi diceva che voleva tornare alla sua attività di pescatore che voleva lasciare la politica per sempre”. Cosa agitava i sonni del sindaco orgoglioso delle battaglie in difesa della sua terra? In paese ancora ricordano la più importante: la chiusura di uno stabilimento balneare abusivo. Il più grande di Acciaroli, il più ricco, ma tirato su al di fuori e al di sopra di ogni regola. “Angelo si dannò la vita, bussò a tutte le porte importanti ma lo fece abbattere”, ricorda Stefano Pisani, commercialista e vicesindaco del paese. Ma non si ammazza un uomo con nove colpi di calibro nove parabellum per quattro cabine abbattute. C’è altro. Gli appetititi che il Cilento e le sue coste scatenano. Lo scrivono con chiarezza i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Salerno nella loro ultima relazione inviata alla Dna. “La camorra ha messo in atto una politica di reimpiego di proventi finanziari significativi (derivanti dal traffico di droga e dagli altri mercati criminali controllati) soprattutto nelle aree a grande attrazione turistica”. La Costiera amalfitana, il Cilento. E questo basta e avanza per uccidere in una notte di settembre un sindaco che fa la voce grossa.</p>
<p><strong>“Mi dicono che mio fratello era minacciato”,</strong> dice tra le lacrime Claudio Vassallo,suo fratello. Minacciato, per questo incupito, pressato perché? Qualcuno aveva saputo delle sue frequenti confidenze, dei suoi ripetuti allarmi, delle sue insistite segnalazioni, alla procura di Vallo della Lucania, ma anche a qualche magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Salerno. Alfredo Greco, pm alla Procura di Vallo, usa parole dure: “Il Cilento fa gola, è una terra tranquilla, ancora inesplorata per la grande speculazione . E anche per la criminalità. Qui sono stati segnalati pericolosi latitanti e negli anni passati clan importanti della camorra come i Nuvoletta, gli Agizza-Romano, i Galasso, hanno fatto investimenti sul territorio.</p>
<p><strong>L’impegno ambientalista e qualche critica<br />
</strong>VASSALLO era un sindaco impegnato a tutela della legalità fin dagli inizi della sua esperienza. Combatteva le speculazioni, gli ingressi in paese di capitali strani, forse per questo ha pagato. Ma è difficile anche per noi. Qui la camorra penetra , non c’è dubbio, ma ha una grande capacità di mimetizzarsi, di darsi un volto pulito”. Ci sono nomi che fanno tremare nella geografia dei territori che da Salerno portano fin qui nel Cilento. Parlano di imprese che fanno capo alla famiglia del boss Mario Fabbrocino presenti tra Battipaglia e Eboli, e di investimenti ancora attivi fatti dalla famiglia Galasso nell’area attorno a Palinuro. E ci sono le nuove generazioni della camorra salernitana, quelle, scrivono i magistrati della Dda, nate dopo la fine della Nuova camorra cutoliana e dei suoi avversari riuniti nella Nuova famiglia. “Nuove aggregazioni”, più spietate, arricchite dal traffico di droga e dalla gestione quasi monopolistica del gioco d’azzardo. Ma c’è chi non è d’accordo nel tratteggiare la figura del sindaco ucciso come un baluardo della legalità e della contrapposizione agli interessi camorristici. Non è certo per quella vecchia denuncia, poi archiviata, per concussione, corruzione e reati contro l’amministrazione della giustizia. Vassallo ne era uscito pulito.</p>
<p>“<strong>La verità in queste terre è più complessa. Qui esistono amministratori che non vogliono vedere, né ammettere che la camorra da noi si è infiltrata e come</strong>. Il principale impegno di molti sindaci sembra quello di perpetuare una mitografia e una immagine fuorviante del Cilento, dietro la quale si nascondono affari e camorra. Abbagliati dalle bandiere blu e dalla città slow tutti hanno chiuso gli occhi. E non hanno visto che la nostra da tempo è terra di insediamento pacifico di camorra con investimenti e presenze significative”. L’analisi di Giuseppe Tarallo, ex sindaco di Montecorice è spietata. In paese la spiegano come la rabbia di un avversario storico di Vassallo, o è la verità? Una verità che qui nessuno vuole ammettere. Perché Napoli con le sue brutture, i suoi quartieri-Stato dove la camorra domina e terrorizza con le sue guerre ricorrenti e i morti ammazzati, è lontana assai. Perché qui al porto sono arrivate le barche dei vip, attori, gente che conta e che può spendere, volti che portano notorietà. Ad Acciaroli Come a Pioppi, l’altra frazione-gioiello, dove una volta, all’Hotel “La Vela”, scendeva Rossano Brazzi e tutte le villeggianti attempate facevano la fila per vederlo e farsi firmare un autografo. Perché Pollica, Acciaroli e gli altri paesi di collina del Cilento sono stati il set di un film importante arrivato alla Mostra di Venezia, “Noi credevamo”, di Mario Martone, una storia sul Risorgimento. Titolo che suona beffardo dopo la barbara uccisione del sindaco Vassallo.</p>
<p><strong>In casa dormiva con le porte aperte<br />
</strong><strong>“SE QUI cala l’ombra nera della camorra siamo fottuti</strong>”, dice sconfortato il vicesindaco Stefano Pisani. “In paese si dorme con le porte aperte, e io voglio continuare a farlo”. Anche Angelo Vassallo dormiva con le porte aperte, sognava il mare ed era contento per le alici che quest’anno erano arrivate copiose nelle acque del Cilento, e pensava che mai e poi mai sarebbe morto crivellato da nove colpi di pistola per un no.</p>
<p>(di Enrico Fierro e Vincenzo Iurillo pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> 8 settembre 2010)</p>
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		<title>No Usura Day</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 16:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità organizzata]]></category>
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		<description><![CDATA[No Usura Day è il titolo dell&#8217;iniziativa promossa da Confesercenti e SoS Impresa.
La manifestazione nazionale prenderà il via il 21 settembre da Palazzo Valentini a Roma. Nel pomeriggio la manifestazione proseguirà con la consegna di un premio a tre Prefetture che si sono distinte particolarmente e che sono state designate da un giuria composta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3905" title="no usura day" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/41572_147774971920060_7371_n.jpg" alt="no usura day" width="200" height="283" />No Usura Day è il titolo dell&#8217;iniziativa promossa da <strong>Confesercenti</strong> e <strong>SoS Impresa</strong>.</p>
<p>La manifestazione nazionale prenderà il via il 21 settembre da Palazzo Valentini a Roma. Nel pomeriggio la manifestazione proseguirà con la consegna di un premio a tre Prefetture che si sono distinte particolarmente e che sono state designate da un giuria composta da 50 vittime dell&#8217;usura, 50 dirigenti di SoS Impresa e 50 esperti. Alle 19.30, infine, in Piazza Santissimi Apostoli, si darà voce alle vittime dell&#8217;usura. La giornata si concluderà con una fiaccolata.</p>
<p><em>Curiosità nel Web:</em><br />
La <a href="http://www.confesercentiservizi.com/notizie/confesercenti-e-sos-imprese-il-22-settembre-sara_2377.html" target="_blank">Confesercenti la comunica</a> in data <strong>martedì 22 settembre</strong> (ma il 22 è  mercoledì).<br />
L&#8217;<a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Politiche/Martedi-21-giornata-contro-lusura_976332945.html" target="_blank">Adn Kronos titola</a> <strong>martedì 21 settembre</strong> (ma con il  copia/incolla, lascia nel testo martedì 22 settembre).</p>
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		<title>La cosa Berlusconi</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 15:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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(di Josè Saramago - Pubblicato in quaderno di Saramago da massimolafronza il 8 giugno 2009)
Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/berlusca-289x300.jpg" alt="" title="berlusca" width="289" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2893" /></p>
<p>(<strong>di Josè Saramago </strong>- Pubblicato in quaderno di Saramago da massimolafronza il 8 giugno 2009)</p>
<p>Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.</p>
<p>La Cosa Berlusconi<br />
<strong>Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia</strong>. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. <strong>I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere.</strong> </p>
<p>L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. <strong>Delinquenza, nel mio portoghese,  significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione</strong>. </p>
<p>È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. <strong>Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del  secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?</strong></p>
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		<title>Giustizia: un &#8220;grande fratello&#8221; per i computer di pm e giudici</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 18:57:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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Giovedì scorso una sgradita sorpresa per magistrati e giudici del Palazzo di Giustizia di Trapani. I loro computer erano in tilt come lo erano, e lo avrebbero presto scoperto, anche quelli dei quasi tutti i Palazzi di Giustizia della Sicilia. E questo perché il ministero di via Arenula ha deciso di «ammodernare» i suoi apparati. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/04/giustizia-un-grande-fratello-per-i-computer-di-pm-e-giudici/ilgrande-fratello/" rel="attachment wp-att-1940"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/ilgrande-fratello.jpg" alt="" title="ilgrande fratello" width="113" height="115" class="alignleft size-full wp-image-1940" /></a></p>
<p>Giovedì scorso una sgradita sorpresa per magistrati e giudici del Palazzo di Giustizia di Trapani. I loro computer erano in tilt come lo erano, e lo avrebbero presto scoperto, anche quelli dei quasi tutti i Palazzi di Giustizia della Sicilia. E questo perché il ministero di via Arenula ha deciso di «ammodernare» i suoi apparati. In che modo? Portando sotto la gestione di un solo server e di una sola società, gruppo Telecom, il controllo dei computer dell’amministrazione giudiziaria. L’operazione di «traslazione», così viene chiamata, del controllo remoto, dal server locale a quello centrale, ha però bloccato i pc dei diversi uffici.</p>
<p>L’accaduto ha portato a scoprire che la decisione del ministero non piace tanto all’interno del mondo giudiziario. Intanto c’è di mezzo l’efficienza del servizio, come si è capito già dal suo avvio, con i pc inutilizzabili per molte ore, fino a ieri alcuni magistrati hanno confermato che si è molto rallentato il lavoro dei pc collegati alla rete del ministero della Giustizia, alcuni magistrati, e non sono pochi, hanno deciso di acquistare personal computer per potere lavorare con maggiore autonomia. Ma non solo per questa ragione. </p>
<p>La circostanza che a livello «remoto» qualcuno possa immettersi, senza essere visto, nei pc di procure e tribunali, non suscita un granché di entusiasmo. Anche prima esisteva il controllo «remoto», ossia qualcuno che per manutenzione poteva immettersi nella rete, ma a poterlo fare erano soggetti di ditte incaricate,operanti  presso ogni Tribunale, che dunque lavoravano in loco e potevano godere di rapporti di fiducia perché pm e giudici ne avevano conoscenza personale. Personale poi risultato indispensabile in questi giorni, è toccato a loro mettere riparo ai danni che avevano fermato i computer. Personale che paradossalmente per via delle nuove procedure rischia il posto di lavoro. I nuovi tecnici saranno virtuali.<br />
In nome dell’ammodernamento è spuntato una specie di «grande fratello», occhi che possono guardare dentro i computer di pm e giudici. «Finiremo – dice un pm – che sul computer dell’ufficio terremo l’indispensabile e ci porteremo per lavorare un nostro personale pc, in assenza di garanzie certe sulla inviolabilità dei computer».<br />
Ultima curiosità. La «traslazione» dai server locali a quello centrale (che non si sa nemmeno dove si trovi) è cominciata interessando gli uffici giudiziari siciliani e toscani, guarda caso quelli oggi più esposti nella lotta alla criminalità e agli «intrecci» pericolosi con la politica.</p>
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		<title>I rapporti mafia-politica nella Calabria del 1955</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/04/i-rapporti-mafia-politica-nella-calabria-del-1955/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 11:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da CalabriaOra &#8211; di Domenico Logozzo)
Il reportage dell’Espresso, Alvaro e i nostri giorni.
«Intervengano energicamente le Autorità contro i pericoli che incombono alla gioventù, avvicinata e sfruttata a soli fini di interesse personale, politico, o peggio ancora invitata a fare parte di tenebrose società segrete, sempre condannate dalla Chiesa e da ogni coscienza onesta».
Il grido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">CalabriaOra</a> &#8211; di Domenico Logozzo)</p>
<div id="attachment_1808" class="wp-caption alignleft" style="width: 279px"><img class="size-medium wp-image-1808" title="Corrado-Alvaro" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Corrado-Alvaro-269x300.jpg" alt="Corrado Alvaro" width="269" height="300" /><p class="wp-caption-text">Corrado Alvaro</p></div>
<p><em>Il reportage dell’<a href="http://espresso.repubblica.it/blog?ref=hpblog" target="_blank">Espresso</a>, Alvaro e i nostri giorni.</em><br />
«Intervengano energicamente le Autorità contro i pericoli che incombono alla gioventù, avvicinata e sfruttata a soli fini di interesse personale, politico, o peggio ancora invitata a fare parte di tenebrose società segrete, sempre condannate dalla Chiesa e da ogni coscienza onesta».<br />
Il grido d&#8217;allarme dell&#8217;arcivescovo di Reggio Calabria, <strong>monsignor Giovanni Ferro</strong>, risale al 15 agosto del 1955.<br />
A sottolinearlo con il giusto risalto era stato il primo numero de “<strong>L’Espresso” del 2 ottobre 1955</strong>, il mitico settimanale diretto da Arrigo Benedetti. L’intera terza pagina era stata dedicata all’“Operazione Aspromonte, psicologia della macchia”, con un commento di Corrado Alvaro ed un coraggioso reportage di Luigi Locatelli, dal titolo piuttosto significativo: «Dietro la caccia ai banditi, lotta fra le correnti democristiane».</p>
<p>E ne spiegava con dovizia di particolari i motivi, confermando quello che adesso è sotto gli occhi di tutti: l’onorata società è legata alla politica da interessi che vengono da molto lontano. E che per questo bisogna cercare una volta per tutte di tentare di sradicare. Con i fatti. Non a parole. Rileggiamo Luigi Locatelli, per capire meglio le radici di una illegalità dilagante che oggi paralizza larghissimi settori della Calabria: «<em>Negli ultimi otto anni, Vincenzo Romeo ha creato un tipo di bandito del tutto nuovo in Calabria che imita lo stile di Giuliano. Benché condannato per rapine e omicidi, è sempre vissuto nella sua casa di Bova Superiore, commerciando in bestiame e controllando la concessione degli appalti per la costruzione di case coloniche e di cimiteri, in società con il fratellastro Domenico Larizza, che il 10 settembre è stato condannato a cinque anni di confino. L’impresa edilizia gli procurava notevoli guadagni mentre le tombe assicuravano un comodo e sicuro rifugio per sé e per i suoi compagni di banda. Diventato ricco e potente, mise la sua influenza a servizio dei candidati alle lezioni amministrative e politiche, ricevendo compensi che variavano da uno a quattro milioni</em>».</p>
<div id="attachment_1809" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1809" title="espresso-1955" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/espresso-1955-300x118.png" alt="espresso 1955" width="300" height="118" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Espresso del 1955</p></div>
<p>Questo accadeva 55 anni fa. Mafia-politica: binomio subito solido. Tanto che “<strong>L’Espresso</strong>” era riuscito a fare anche un po’ di conti e di stabilire che tutto sommato, la «propaganda di Romeo era meno costosa dei comizi e dei manifesti e molto più efficace: oggi a Reggio Calabria si fanno i nomi di deputati e di sottosegretari che sarebbero stati eletti per suo merito, ma l’omertà e la paura delle vendette rende le confidenze estremamente caute». Capito da dove provengono le storture di adesso? I pesanti condizionamenti, le “elezioni deviate”, le “urne sporche” hanno luoghi di nascita ben definiti, intrecci e patti fin troppo profondi. Qualche tempo fa è scoppiata la polemica sui “voti indesiderati della ’ndrangheta”. Non è un una situazione da sottovalutare, ma una questione da affrontare con la massima serietà, a partire dalla magistratura e delle forze dell’ordine che hanno il dovere di vigilare sul democratico svolgimento della consultazione in Calabria. Il giudice Gratteri è stato molto chiaro: boss e politici tuttora sono in contatto per concretizzare patti scellerati che devastano il tessuto sociale e civile. Scende la fiducia nello Stato.</p>
<p>Per l’ennesima volta – ci raccontano le cronache – <strong>la Calabria è avvelenata dai sospetti e dalle accuse di pesanti collusioni</strong>. Si cercano le prove. Un lavoro investigativo molto delicato. I sofisticati mezzi usati dall’“Onorata società” spesso sono tecnologicamente più evoluti di quelli in dotazione alle forze dell&#8217;ordine. Schede di cellulari usate per pochi secondi e subito buttate via, per non essere individuati. Apparecchi modernissimi che intercettano i movimenti di polizia e carabinieri. Bunker inaccessibili, dotati di tutti i confort. Come sono diventati criminalmente evoluti i figli dei contadini e dei pastori che una volta popolavano l’Aspromonte! Adesso usano i computer per essere sempre collegati con le “cosche” operanti negli Stati Uniti, in Canada, in Columbia e tutte le altre aree del mondo dove la ’ndrangheta fa affari. Comunicazioni moderne.</p>
<p>Tra pizzini e cronache del passato emerge che nel 1955 <strong>Vincenzo Romeo</strong> aveva fatto sapere dal suo nascondiglio sull’Aspromonte di avere scritto un memoriale dove svelava «<em>i rapporti avuti con alcuni uomini politici, di cui conservava anche le lettere</em>». Viene utilizzato il ricatto come arma per “proteggersi” dall’azione di repressione che un settore della politica –molto probabilmente per fini elettorali – intendeva mettere in atto. Il giornalista dell’Espresso svelava i «movimenti politici» di allora affermando che «l’operazione Marzano è stata voluta dall’attuale direzione democristiana per motivi politici. A ogni nuova elezione diminuivano i voti dei partiti di centro, a vantaggio dei monarchici e dei comunisti,e la democrazia cristiana stava per essere affogata dai due gruppi di avversari. La destra Dc era in maggioranza, sostenuta anche dai liberali, dai monarchici e dai potenti capi dell&#8217;onorata società, con i quali aveva interessi comuni da difendere e si opponeva alla linea politica del partito. I giovani della corrente fanfaniana, organizzati dal commissario straordinario, il dottor Marino Maestri, scalpitavano impotenti, malgrado fossero appoggiati dall’arcivescovo monsignor Ferro».</p>
<div id="attachment_1810" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1810" title="Giovanni-Ferro-Giulio Pastore-Vittorio-Barone-Adesi" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Giovanni-Ferro-Giulio-Pastore-Vittorio-Barone-Adesi-300x209.jpg" alt="Giovanni Ferro, Giulio Pastore, Vittorio Barone Adesi" width="300" height="209" /><p class="wp-caption-text">Reggio Calabria 1958. Da sinistra: l&#39;Arcivescovo Monsignor Giovanni Ferro, il Ministro della Cassa per il Mezzogiorno Giulio Pastore e il Sindaco di Reggio Calabria Vittorio Barone Adesi.</p></div>
<p>Ecco, il ruolo della chiesa aveva un dimensione importante. Attiva. E si faceva sentire. Oggi è opportuno che sulle orme di monsignor Ferro riprenda il giusto e buon cammino di un impegno sociale e morale teso all’effettivo rispetto delle regole, per non umiliare ulteriormente l’uomo e la democrazia. C’è troppa prepotenza in giro, troppa arroganza, poco, pochissimo rispetto della persona umana. Legge calpestata. «<strong>Lo Stato è un infiltrato in Calabria</strong>», ha detto con amara ironia il procuratore della Repubblica di Pescara, <strong>Nicola Trifuoggi</strong>, intervendo alla presentazione del libro di Nicola Gratteri <em>La Malapianta</em>. Quanta verità c’è in questa affermazione, frutto della conoscenza di una società dove la &#8216;ndrangheta si sente più forte ed autorevole dello Stato! Obiettivamente la situazione è drammatica. Le elezioni del 28 e 29 marzo debbono segnare davvero una volta. Per il bene della Calabria. Gran parte del territorio e nelle mani delle cosche. «<em>Eppure</em> – scriveva Luigi Locatelli nel 1955 – <em>per restaurare il rispetto delle leggi, forse, sarebbe stato sufficiente mettere a disposizione del questore Pietro Sciabica, allora in carica, altri reparti di polizia e rifornire gli automezzi d benzina necessaria; così la situazione permetteva di raggiungere obiettivi più lontani: colpire cioè i capi mafia che organizzavano la campagna elettorale degli avversari</em>».</p>
<p>Capito: anche allora scarseggiavano i mezzi e la benzina! Sembra storia d’oggi. Con i capimafia che gestiscono pacchetti consistenti di voti. Perché il “repulisti” non c’è stato? Perché la mafia è cresciuta ed è diventata sempre più potente? Corrado Alvaro, aveva individuato fin da subito i “punti deboli” dell’“Operazione Aspromonte”, iniziando così la sua nota sulle condizioni in cui si erano venuti a trovare i contadini ed i pastori dell’Aspromonte in seguito alle nuove operazioni di polizia contro il banditismo e la malavita: «Con uno spiegamento di inviati speciali, la stampa italiana si è buttata sull’“Operazione Aspromonte”, secondo il termine cinematografico adottato per l’occasione. In verità, vi si gira un filmetto mediocre che non vale tanta pubblicità. I Romeo e i Macrì sono esistiti da cinquant’anni, lo sanno i prefetti che si sono succeduti nella provincia, devono saperlo le forze dell’ordine nei vari comuni. Una normale operazione di polizia, e meglio una consistente azione della polizia, poiché i nomi degli affiliati al banditismo li conoscono perfino i ragazzi della provincia di Reggio Calabria, sarebbero bastate a ripulire l’ambiente, a evitare le reviviscenze, e a scongiurare le dicerie dei reggini, secondo cui l’azione, con l’apparato di uno stato di assedio, sarebbe stata intrapresa soltanto perché un sottosegretario di Stato calabrese è stato per errore fatto segno ad un assalto dei banditi».</p>
<p>E Luigi Locatelli, a questo proposito è stato più esplicito: «Sette incauti ricattatori, scambiando l’automobile dell’on. Capua, sottosegretario all’Agricoltura, per quella dell’industriale Rullo, al quale avevano imposto una forte taglia, hanno fatto scattare l’“Operazione Aspromonte”. Ricorda poi “L’Espresso”: «Seguirono contrasti molto confusi, poi è incominciata, violenta, la reazione dei personaggi minacciati,direttamente o indirettamente, dall&#8217;azione della polizia». Molto duro Alvaro: «Si cercano le connivenze con i “galantuomini”. Ma è da tempo che si sono chiusi gli occhi sulla loro forzata acquiescenza». E infine: «Il problema della società calabrese è un problema di lealtà». Ancora oggi. Purtroppo.</p>
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		<title>Giovanni Strangio a processo per la strage di Duisburg</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/04/giovanni-strangio-a-processo-per-la-strage-di-duisburg/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 12:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da espr3ssioni &#8211; di Andrea G. Cammarata)
Giovanni Strangio, membro della ‘Ndrangheta, è giovanissimo, un capricorno del ‘79, ha occhi grandi e blu, ed è stato uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, prima che venisse arrestato ad Amsterdam nel 2009 e rinchiuso nel carcere di Roma, con l’accusa di essere stato uno dei due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://espr3ssioni.wordpress.com/2010/04/14/giovanni-strangio-a-processo-per-la-strage-di-duisburg/" target="_blank">espr3ssioni</a> &#8211; di Andrea G. Cammarata)</p>
<p><strong>Giovanni Strangio</strong>, membro della ‘Ndrangheta, è giovanissimo, un capricorno del ‘79, ha occhi grandi e blu, ed è stato uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, prima che venisse arrestato ad Amsterdam nel 2009 e rinchiuso nel carcere di Roma, con l’accusa di essere stato uno dei due sicari della strage di Duisburg, avvenuta il 15 Agosto del 2007.</p>
<p><em>Guarda il video dell&#8217;intervista ai genitori.</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/cLloHFkfdhE&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/cLloHFkfdhE&amp;hl=it&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Oggi gli occhi di Giovanni Strangio vedono l’inizio del suo processo, ma lo vedono in video-conferenza da dietro le sbarre. L’udienza si è rinnovata, dopo il rinvio a giudizio del 9 Marzo, dinanzi i giudici della corte di Assise di Locri, e come parte civile si sono costituiti anche i familiari delle vittime della Strage di Duisburg.</p>
<p>La sera di Ferragosto del 2007, Giovanni Strangio, un cuoco calabrese, originario di San Luca, omonimo dell’imputato, esce per l’ultima volta dal suo ristorante di Duisburg “Da Bruno”, di proprietà del clan Pelle-Vottari. Il cuoco si accompagna con cinque ragazzi, due camerieri e tre amici, tutti entrano nelle rispettive macchine, ma qualcosa succede. Il sangue comincia a riversarsi oscurando e soffocando con il suo peso grumoso il calore del sole di agosto, che ancora evapora dal cemento delle strade antistanti il ristorante di Duisburg. È la morte che prende la vita, per mano della ‘Ndrangheta. Il cuoco, G. Strangio, Francesco Giorgi (minorenne), Tommaso Venturi (era il giorno del suo diciottesimo compleanno), Francesco e Marco Pergola, fratelli dell’età di 20 anni, e Marco Marmo, vengono uccisi con l’impietosa lucidità dei due sicari; 54 colpi sparati da due pistole calibro nove, tanti colpi da dover presumere che gli assassini, prima di siglare mafiosamente gli omicidi con un colpo alla testa di ciascuna vittima, abbiano avuto anche la calma di cambiare i caricatori delle loro pistole.</p>
<p>Sono morti tutti per Marco Marmo, perché amici del nemico. Lui, Marmo, lo si credeva coinvolto nell’uccisione di Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta, il quale avrebbe dovuto essere la vera vittima dell’attentato del giorno di Natale del 2006.</p>
<p>Secondo quanto sostenuto dall’accusa del tribunale di Locri, Giovanni Strangio, cugino di Maria e membro del clan Nirta- Strangio (rivale dei Pelle-Vottari), avrebbe vendicato con tanta ferocia la morte della cugina, uccidendo senza pietà Marmo, membro dei Pelle-Vottari, e i suoi amici innocenti.</p>
<p>La faida calabrese di San Luca, una delle roccaforte della ‘Ndrangheta in Calabria, ha voluto così, e la vendetta sanguinaria, dopo 16 anni di scontri fra le due ‘ndrine dei Nirta-Strangio e dei  Pelle-Vottari, quella volta  arrivò nella Germania occidentale di Duisburg, arrivò a inquietare il suo mezzo milione di abitanti e a svegliare l’Europa dalle sue vanità, con l’uccisione di giovanissimi ragazzi innocenti e il coinvolgimento criminale di un baby-boss come Giovanni Strangio, che, se si verificassero le accuse di Locri, al momento della strage avrebbe avuto appena 28 anni, ed era ancora ricercato solo per traffico di droga.</p>
<p>Resta ancora un cimelio, della macabra esecuzione di Duisburg, un santino ritrovato nel portafoglio del giovane diciottenne Tommaso Venturi, l’immagine è semi-bruciata dalle fiamme dell’attentato e sporca del sangue del giovane; è l’icona di San Michele Arcangelo, il santo protettore della ‘Ndrangheta.</p>
<p>Lo stesso tipo di santini si bruciano nelle cerimonie d’iniziazione simil-massoniche della mafia calabrese: il contrasto onorato, presentato dal suo garante al capo società, giura che se necessario rinnegherà i suoi familiari e il suo sangue. Il giuramento  avviene mentre un santino di san Michele brucia fra le sue mani.</p>
<p>Voglio richiamare, pur se poco nota, l’icona religiosa dipinta da Simon Hushakov, dove l’arcangelo S. Michele brandisce una spada in una mano e sorregge una sfera nell’altra, come a far pensare che, il mondo, è nelle sue mani e lo può ferire quando vuole. È quanto può la ‘Ndrangheta ancora oggi.</p>
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		<title>Ecoradio intervista Laura Aprati</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<category><![CDATA[Laura Aprati]]></category>
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		<description><![CDATA[Ecoradio intervista telefonicamente Laura Aprati per parlare di mafia,  camorra, ndrangheta. La criminalità organizzata non è più quella delle coppole e delle lupare, si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Dal Sud, seguendo la linea della palma di cui parlava Sciascia ne Il Giorno della civetta, ha risalito la penisola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/eco-radio-logo.gif" alt="" title="eco-radio-logo" width="145" height="118" class="alignleft size-full wp-image-1660" />Ecoradio intervista telefonicamente Laura Aprati per parlare di mafia,  camorra, ndrangheta. La criminalità organizzata non è più quella delle coppole e delle lupare, si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Dal Sud, seguendo la linea della palma di cui parlava Sciascia ne <em>Il Giorno della civetta</em>, ha risalito la penisola e si è radicata al Nord. Malitalia racconta tutto questo. Storie e uomini, spesso dimenticati, di una guerra quotidiana. Carnefici e vittime. Dall’ultimo capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, alla prima vittima dei casalesi Salvatore Nuvoletta.</p>
<p><embed src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/ecoradio-intervista-laura-aprati-malitalia.mp3" width="144" height="60" volume="50" type="audio/mp3" autostart="false" controls="console"></embed></p>
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		<title>La Chiesa è di tutti</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 09:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Paolo Pollichieni)
“La Chiesa è di tutti”, la frase che ripetevano un po’ tutti ieri a Sant’Onofrio. Dal discusso priore Michele Virdò (che rifiuta di consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti alla sua confraternita) a Nicola Bonavota, figlio del boss uscito con un’assoluzione piena dai processi contro l’omonimo clan. Non dovrebbe essere così perché una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Paolo Pollichieni)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1629" title="chiesa-persone" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/chiesa-persone-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" />“La Chiesa è di tutti”, la frase che ripetevano un po’ tutti ieri a Sant’Onofrio. Dal discusso priore Michele Virdò (che rifiuta di consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti alla sua confraternita) a Nicola Bonavota, figlio del boss uscito con un’assoluzione piena dai processi contro l’omonimo clan. Non dovrebbe essere così perché una Chiesa che ritiene di dover alzare steccati contro i divorziati, i gay e gli abortisti non può spalancare le sue porte a chi uccide, estorce, traffica droga, azzera la legalità ed impone la supremazia mafiosa.</p>
<p>Oggi molti parlano di una pagina positiva scritta a Sant’Onofrio. Non siamo tra questi. Cosa c’è di positivo in una rappresentazione sacra seguita a spari e intimidazioni e praticata in un ambiente blindato, dove i cittadini erano solo comparse strette tra forze di polizia, politici in passerella e “bravi ragazzi” costretti a far pace solo “per non dare sazio agli sbirri”? E cosa c’è di positivo in un’omelia che non riesce a pronunciare la parola ‘ndrangheta ed il massimo che concede è di definire i bulli che si contendono a colpi di pistola il “prestigio” di portatori delle statue sacre “persone che hanno preso strade deviate”? Quasi a voler restare coerenti con la sottovalutazione suggerita dal nuovo governatore della Calabria, che ieri proprio a Sant’Onofrio asseriva che “la presenza criminale rappresenta solo una rumorosa minoranza che non fa paura alla nuova stagione che si è aperta in Calabria”.</p>
<p>E’ semmai, quella di Sant’Onofrio, un’occasione mancata per cominciare a voltare pagina in un’ancestrale e brutta storia di commistione tra sacro e profano, dove nei riti della chiesa più legati alla tradizione popolare si annidano costumi mafiosi e ostentazioni.</p>
<p>Scrive lo storico Isaia Sales nel suo pregevole volume “I preti e i mafiosi”, che “Sono duecento anni che esistono le mafie in Italia. Se non sono state ancora sconfitte vuol dire che i motivi del loro «successo» non sono stati completamente individuati”. E nel suo libro affronta il tema delle responsabilità della Chiesa cattolica e dei suoi esponenti nell’affermazione delle organizzazioni mafiose, esaminando l’apporto culturale che direttamente o indirettamente la dottrina della Chiesa ha fornito al loro apparato ideologico.</p>
<p>“Come spiegare il fatto – si chiede Sales &#8211; che in quattro «cattolicissime» regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti? Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato? Fino a pochi anni fa la Chiesa ha taciuto sulle mafie, non le ha mai considerate nemici ideologici. Oggi il silenzio è stato in parte interrotto, ma moltissimi preti continuano a tacere o a essere indifferenti al tema”.</p>
<p>Ecco, da Sant’ Onofrio oggi arriva intera la conferma a questo “doppio binario”: da una parte la chiesa che “accoglie tutti”, dall’altra quella che considera un dovere cristiano lottare la ‘ndrangheta. Da un lato i presuli che nelle loro omelie ribadiscono che “la chiesa accoglie non condanna”, dall’altra i parroci che non volendo “accogliere” vengono affrontati e minacciati pubblicamente.</p>
<p>Tutto questo diciamo non  certo con intenti scandalistici e neanche perché preda di un pregiudizio anticlericale. Anzi, è l’esatto contrario perché, come Isaia Sales, coltiviamo la convinzione che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel Sud del nostro Paese. Il successo di queste organizzazioni criminali rappresenta dunque un insuccesso della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga e forse anche impossibile.</p>
<p>Sant’Onofrio e la sua “Affruntata”, dunque, come paradigma che riattualizza un inquietante domanda: la ‘ndrangheta avrebbe potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia della Calabria e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avesse beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale di una teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società?</p>
<p>La risposta è no.</p>
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		<title>Io credo che il vero Made in Italy è l’arte</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 06:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Andrea Lucisano)
Trascorsi una giornata al  mare con il giudice Antonino Scopelliti nel 1991.
Avevo 15 anni. Poi ci salutammo e lo uccisero dopo pochi minuti. io fui  l&#8217;ultimo a vederlo vivo.
Io credo che il vero made in Italy sarebbe l&#8217;arte e la bellezza. L&#8217;italia dovrebbe tornare a investire in arte, così il nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Andrea Lucisano)</p>
<p>Trascorsi una giornata al  mare con il giudice Antonino Scopelliti nel 1991.</p>
<p>Avevo 15 anni. Poi ci salutammo e lo uccisero dopo pochi minuti. io fui  l&#8217;ultimo a vederlo vivo.</p>
<p>Io credo che il vero made in Italy sarebbe l&#8217;arte e la bellezza. <strong>L&#8217;italia dovrebbe tornare a investire in arte, così il nostro pil centuplicherebbe e così  anche la felicità del paese. </strong></p>
<p>Diciotto anni dopo ho scritto e cantato questo pezzo.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9NIhdOYp8Yw&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/9NIhdOYp8Yw&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Giancarlo Siani, il &#8220;Fortapàsc&#8221; della solitudine</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 15:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Siani]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Elia Fiorillo)
In ricordo di un “giornalista giornalista”.
Lo stato d&#8217;animo è di amarezza, di profondo dolore. Provo queste sensazioni dopo aver visto il film di Marco Risi, ”Fortapàsc”.
La pellicola ha risvegliato vecchi ricordi. Mi rivedo con Giancarlo Siani, all’inizio della sua esperienza giornalistica torrese, mentre gli presento Salvatore Capasso, allora sindaco della città, eppoi altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1592" title="jjf-Perugia-Hotel Brufani-Arianna-Ciccone" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/jjf-Perugia-Hotel-Brufani-Arianna-Ciccone-300x199.jpg" alt="ijf Premio" width="300" height="199" />In ricordo di un “giornalista giornalista”.</strong></p>
<p>Lo stato d&#8217;animo è di amarezza, di profondo dolore. Provo queste sensazioni dopo aver visto il film di Marco Risi, ”Fortapàsc”.</p>
<p>La pellicola ha risvegliato vecchi ricordi. Mi rivedo con Giancarlo Siani, all’inizio della sua esperienza giornalistica torrese, mentre gli presento Salvatore Capasso, allora sindaco della città, eppoi altri ”contatti” che gli potevano tornare utili per il suo lavoro di cronista.</p>
<p>Sapendo che io ero di Torre Annunziata, Giancarlo, con il suo fare signorile e quasi timido, mi aveva chiesto se gli potevo presentare gente che lo avesse potuto aiutare nelle sue corrispondenze da Torre Annunziata. Ricordo ancora la contentezza che esprimeva il suo volto quando mi annunciò che avrebbe lavorato alla redazione del Mattino di Castellammare di Stabia.</p>
<p>C’eravamo conosciuti in Cisl alla fine degli anni settanta. Lui scriveva per alcuni giornali minori di cui anch’io ero collaboratore. Era uno spirito libero, non conformista, sempre alla ricerca del nuovo. Ricordo che partecipò a qualche corso di formazione sindacale organizzato dalla Cisl Campania a Vico Equense, all’Hotel Aequa. Tra l’altro, a quei tempi, per la Cisl mi occupavo di formazione sindacale. Giancarlo era attento, partecipe, sempre con la voglia di capire, di approfondire. Credo che proprio all’Hotel Aequa abbia conosciuto la sua biondissima Daniela, figlia della proprietaria dell’albergo.</p>
<p>Quando Camillo Izzo, allora segretario del sindacato edili di Napoli, mi chiese un nominativo di un giornalista a cui affidare l’ufficio stampa della categoria mi venne subito in mente il nome di Siani, eppure di colleghi da proporre ne avevo diversi. Apprezzavo in lui la sua profonda educazione che lo portava, per esempio, ad attendere fuori dalla mia stanza mentre parlavo al telefono, anche quando con un cenno l’invitavo ad entrare. Ma soprattutto il suo modo di scrivere, di raccontare e la sua serietà professionale. Era un signore nell’accezione più piena del termine.</p>
<p>Vederlo sullo schermo così ben rappresentato da Libero De Rienzo, eroe suo malgrado, mi scatena stati d’animo diversi. La cosa però che più mi colpisce è la solitudine con cui ha portato avanti il suo lavoro. Non perché fosse un solitario, anzi. Perché la struttura sociale in certe realtà del Mezzogiorno è talmente sfilacciata, talmente disgregata che è difficile, direi quasi impossibile, anche su temi nobili come la lotta alla camorra, fare squadra. Ci si perde in individualismi, in velleitarismi ed a volte in protagonismi fuorvianti.</p>
<p>Eppure Giancarlo era inserito in un giornale importante come il Mattino di Napoli, nel sindacato, collaborava con la Fondazione Colasanto e con l’Osservatorio sulla Camorra, il cui direttore allora era il sociologo Amato Lamberti. Tutto questo non è bastato a non farlo condannare a morte. Perché hai voglia a denunciare certi fenomeni malavitosi, se lo Stato non t’aiuta a combatterli, se la democrazia è inceppata, se chi è al vertice delle istituzioni nicchia per non scontentare una parte dei grandi elettori, se la gente che si dice per bene non ha il coraggio di dire da che parte sta, non riesci a vincere, rimani solo nel mirino delle mafie che vuoi combattere.</p>
<p>Non so se Siani conoscesse l’aforisma di Benedetto Croce sui giornalisti: ”<em>Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno”</em>. Certo lo praticava, a differenza di tanti colleghi pronti ad auto censurarsi per ”<em>non dare un dispiacere a qualcuno”</em>.</p>
<p>Se dovessi sostenere che Giancarlo era un giornalista d’assalto direi una grande stupidaggine come, per altro, il film di Risi ha ben evidenziato. Siani era un giornalista abusivo, per capirci uno sfruttato, che con pacatezza faceva il suo mestiere: stava sulla notizia, la verificava con puntigliosità come un reporter dovrebbe sempre fare, non s’accontentava dei comunicati stampa o delle dichiarazioni ufficiali. Soprattutto amava il suo mestiere. Non era, per capirci, un ”giornalista impiegato”.</p>
<p>Il torto più grosso che si poteva fare ad una persona così era di associare la sua morte a fatti miserevoli di donne o di omosessualità, come se non potesse un ”abusivo”, un giovane ed inesperto giornalista, dare fastidio ai calibri da novanta della camorra.</p>
<p>Troppi anni, dodici, e due pentiti ci sono voluti per avere una verità giudiziaria che fa acqua. Perché tanti mesi dalla ”condanna a morte” all’esecuzione? Perché gli scritti di Giancarlo sull’inchiesta che stava svolgendo sui fondi del terremoto dell’80 non si sono trovati? Perché si è voluto insistere a senso unico su Giorgio Rubolino, presunto killer di Siani, tenendolo in carcere mesi, quando anche il più sprovveduto, conoscendolo, lo avrebbe certo considerato un millantatore, un fanfarone dalla viva e fertile intelligenza, ma non uno spietato e sanguinario giustiziere?</p>
<p>Marco Risi ha provato a dare una spiegazione all’omicidio Siani. Speriamo che qualche cronista, magari abusivo, della tempra e serenità di Gianfranco possa fare meglio: riuscire a dare una risposta ai tanti interrogativi che restano ancora.</p>
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		<title>Nella rete del criminal network. I clan piegano il web ai loro interessi su Facebook</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 15:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Corriere del Mezzogiorno &#8211; di Stefano Piedimonte)
NAPOLI &#8211; Tutto ruota intorno ai gruppi A’ scission ro rion (la scissione del rione), Masseria Cardone, A’ scission’ play e Vele di Scampia. Il primo, che fa il tifo per il clan Amato-Pagano, detto anche degli «Scissionisti», conta da solo 4.500 utenti iscritti. Siamo su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2010/6-aprile-2010/nella-rete-criminal-network-clan-piegano-web-loro-interessi-1602782392172.shtml" target="_blank">Il Corriere del Mezzogiorno</a> &#8211; di Stefano Piedimonte)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1575" title="facebook" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/facebook-300x141.png" alt="facebook" width="300" height="141" />NAPOLI &#8211; Tutto ruota intorno ai gruppi <strong>A’ scission ro rion</strong> (la scissione del rione), <strong>Masseria Cardone</strong>, <strong>A’ scission’ play</strong> e <strong>Vele di Scampia</strong>. Il primo, che fa il tifo per il clan Amato-Pagano, detto anche degli «Scissionisti», conta da solo 4.500 utenti iscritti. Siamo su Facebook: qui, come nella vita «reale», si stringono alleanze, si litiga, si fanno progetti. Gli esaltati un po’ sfigati, quelli che dicono «Viva Cutolo» e giocano a «Mafia Wars», non c’entrano niente. Qui non si gioca. Gli iscritti si chiamano Licciardi, Stolder, Tolomelli, Schlemmer, Chierchia, Gallo, Longobardi, Iacomino. E i «post» pubblicati dai partecipanti alle discussioni non parlano di oroscopo del giorno, bioritmo e test sulle affinità di coppia. Piuttosto, scorre la foto di una moto scarenata con su scritto «e mo jamm’ a fa’ stu muort’», l’immagine delle Vele di Scampia che parla di una fratellanza fra «Kiarolanz e Stolder, scissione para siempre», quella di una Beretta 92Fs per «quelli che almeno una volta hanno avuto il piacere di sparare con questo concentrato di tecnica tutto italiano!», o ancora una triste veduta della «Masseria Cardone», rione di Secondigliano che attualmente, secondo chi la pubblica, sarebbe senza un capo.</p>
<p>IL RIONE SENZA BOSS &#8211; Ma non passa molto tempo dalla pubblicazione del post, che tale Licciardi commenta: «ma nun o pnzat a stà capocchia&#8230;.o scè liev stù cos oi stu povur dij» (tradotto: non date retta a questo deficiente. Scemo, togli questa frase, muoviti, povero Cristo). Il gruppo A’ scission ro rion riscuote un successo incredibile. C’è chi approfitta della bacheca per spiegare che «la famiglia Mazzarella è la numero 1», chi non nasconde le proprie simpatie per il «sistema di Ponticelli» e chi ribadisce: «la scissione regna su tutti un saluto a carmine savastano per un presto ritorno a casa». Il saluto ai carcerati è forse la pratica più diffusa per chi frequenta questi anfratti del web, vere e proprie mappe digitali utili a ricostruire legami e frequentazioni. Chi, neanche due settimane fa, ha creato il gruppo — sembrerebbe un ragazzino 12enne — forse non aveva idea di cosa questo spazio sarebbe arrivato a rappresentare, che quegli slogan, «Meglio morto che pentito», «Meglio detenuto che servo dello Stato», «I pentiti so’ guappi ’e cartone e si mettono paura della galera», avrebbero raccolto tanti consensi da registrare un incremento inarrestabile nel numero di iscritti.</p>
<p>I CONCORRENTI &#8211; Niente a che vedere con i gruppi «concorrenti», relegati a svolgere un ruolo di satelliti anche se nati molto tempo prima. Come quello dedicato alle Vele di Scampia, dove l’apice della mediocrità si raggiunge quando l’amministratore invita (trascrizione letterale): «Tossici dipendenti in cerca di soldi, à Secondigliano stà bella robb». Con il gruppo dedicato agli «Scissionisti», quello sulle Vele condivide molti link. Uno mostra il carcere di Poggioreale, e recita (tradotto da un napoletano incomprensibile) «Quando passiamo qui fuori, ognugno di noi ha un amico o un fratello carcerato, e vorremmo aprire queste sbarre per farli venire con noi in questa notte di libertà». Ampio spazio è dedicato ai neomelodici, specialmente a quelli che cantano della detenzione, delle logiche di camorra, dei tradimenti e della fedeltà agli «uomini d’onore».</p>
<p>GLI ASSETTI CRIMINALI &#8211; Consultando le pagine di molti iscritti, è possibile ricostruire gli assetti criminali di molte aree popolari. Come il Rione Provolera di Torre Annunziata, roccaforte dei clan controllato dalle famiglie Chierchia-Fransuà, i cui abitanti si danno ad appassionate conversazioni lodando i carcerati, il Kalashnikov, le pistole semiautomatiche e i boss di Cosa nostra, ai quali è dedicato un post dal titolo «Tutti sono maschi ma pochi sono uomini». Fra gli users, non mancano i nomi di detenuti illustri. Sono quelli che su internet si chiamano «fake»: nascondono altre identità, e il più delle volte fanno capo a pagine non consultabili dagli estranei. Lo spazio intitolato a Cosimo Di Lauro, per esempio, è privato, e non accetta amicizie al di fuori dei 77 contatti, italiani e stranieri, già associati al profilo.</p>
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		<title>Lotta alla mafia: sequestrata l’impresa di calcestruzzo al boss Mariano Agate</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1567" title="mazara-del-vallo-cemento-fallato" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/mazara-del-vallo-cemento-fallato-300x235.jpg" alt="Mazara del Vallo, cemento fallato" width="300" height="235" />Il boss in carcere per decenni ha continuato a gestire la sua attività. Il suo cemento è entrato nei cantieri pubblici, nessuno degli imprenditori liberi ha mai pensato a fargli concorrenza, lui ha invece continuato a violare il mercato, col monopolio in chiave mafiosa. Mariano Agate adesso ha perduto il controllo della sua impresa. <strong>Adesso la Calcestruzzi Mazara, l’impresa di calcestruzzo di proprietà della «famiglia» Agate, noti esponenti mafiosi, è in mano all’amministratore giudiziario</strong>.</p>
<p>Dopo i sequestri scattati in sede penale, dapprima con l’ordinanza emessa dalla Dda di Palermo, che ipotizzando l’uso dell’industria ai fini criminali disponeva il sequestro, all’inizio dell’anno e successivamente al sequestro nell’ambito dell’indagine antimafia «Eolo», perchè la sede dell’azienda era stata usata per un paio di «summit» serviti a mettersi d’accordo sulla costruzione del parco eolico di contrada Aquilotta, adesso è stato il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani a strappare dalle mani dei «pericolosi» fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista, le quote dell’impresa (5 mila per ciascuno, complessivamente <strong>206 mila euro</strong> il valore delle 10 mila quote) affidandole ad un amministratore giudiziario. A questo punto la totalità dell’impresa di produzione di calcestruzzo è gestita dallo Stato, che già gestiva le quote (mille per circa 51 mila euro) appartenute all’altro socio, Nino Cuttone, e la Calcestruzzi Mazara si avvia verso la confisca. In provincia di Trapani è l’ennesima impresa che produce cemento che è passata sotto controllo giudiziario. Un lungo elenco di imprese controllate una volta dalla mafia.</p>
<p>La «Calcestruzzi Mazara» è stata sequestrata, è la prova materiale di come mafia e impresa possono costituire un binomio indissolubile. Il provvedimento del Tribunale di Trapani è dello scorso 2 marzo, ad eseguirlo sono stati gli agenti della sezione trapanese della Dia, la direzione investigativa antimafia. La proposta di sequestro risaliva al febbraio scorso, l’aveva firmata il procuratore della Dda di Palermo Francesco Messineo, dentro al faldone erano finite le indagini fatte sul conto dell’impresa e dei suoi titolari, Agate e Cuttone, da parte di Polizia e Guardia di Finanza, che avevano portato la magistratura al primo dei sequestri, a queste si erano aggiunte quelle dei Carabinieri anche per la parte relativa all’indagine sulla costruzione del parco eolico nel mazarese, ed ancora le risultanze investigative della Dia.</p>
<p>Un vero e proprio accerchiamento da parte di investigatori e inquirenti, forze dell’ordine e magistratura, di quello che è stato da sempre il «fortino» del «padrino» Mariano Agate. Un capo mafia indiscusso, «se fosse libero lui non vi sarebbe un Matteo Messina Denaro a capo della mafia trapanese». Dentro l’impianto la «cassa» della «famiglia» mafiosa secondo gli investigatori, e poi quegli uffici sono stati usati per riunioni segrete della cosca, all’interno della Calcestruzzi Mazara sono stati commessi due delitti ed ancora la Calcestruzzi Mazara unica impresa di produzione di cemento della zona puntualmente riusciva ad entrare in tutti i cantieri quando i «don» non riuscivano a fare intestare a imprese loro vicine i relativi lavori pubblici.</p>
<p>Da qui l’idea che fosse una sorta di «fortino» mafioso, adesso è stato espugnato. Gli stessi giudici delle misure di prevenzione ricordano che già altre richieste di sequestro erano finite nel nulla proprio perchè la gestione dell’impresa era tale da riuscire a coprire le malefatte che all’interno si nascondevano. Tutto questo però fino a quando con le «intercettazioni» non si sono raccolti elementi mai comparsi prima: come per esempio per telefono ad un imprenditore agrigentino, tale Rizzo, gli si dà l’ordine di rivolgersi alla Calcestruzzi Mazara per un appalto pubblico appena aggiudicatosi a Mazara.</p>
<p>Oppure quando gli investigatori hanno potuto ascoltare un colloquio tra Nino Cuttone e l’imprenditore, da poco riarrestato, Matteo Tamburello (quello che minacciò gli imprenditori del parco eolico di contrada Aquilotta che senza il suo assenso non poteva essere “piantato” alcun palo). Tamburello ufficialmente non aveva interessi nella Calcestruzzi Mazara, ma essendo «parte» della «famiglia» mafiosa con Cuttone parla di soldi da spartire provenienti da quella impresa: «<em>Vistu chi voi u cuntu di soldi, al 50 per cento li vogghiu, almeno se dumani succeri na nsalata almeno mi pigghiai a metà e va fa nculu</em>». In sostanza la richiesta di avere i conti dell’azienda e di averne liquidati almeno il 50 per cento, così se succede qualcosa resta quello che si è riuscito a prendere, e infine il “va fan culo” in chiare lettere siciliane che di solito si dedica a chi si occupa di criminali soprattutto quando si riesce a far beffa di loro.</p>
<p>I destinatari del provvedimento di sequestro odierno sono i fratelli Mariano e Giovan Battista Agate, 71 e 68 anni, tutti e due, annotano i giudici delle misure di prevenzione, «sono pienamente inseriti nella cosca mafiosa mazarese, ricoprendo un ruolo di vertice».<br />
Prima dell’odierna richiesta di sequestro ce ne erano state altre, una risalente al 1984 (proposta dalla Procura di Marsala), ma allora i giudici del Tribunale quasi sostennero che su Mariano Agate non c’erano prove certe sulla sua pericolosità, ma nel frattempo il suo nome saltava fuori dalle indagini sulla «Stella d’oriente» (società di export e import che serviva a nascondere canali di riciclaggio), dalle inchiesta sulla massoneria deviata di Trapani, anni dopo ancora si scopriva che negli anni ’80 Agate era colui il quale dava ospitalità a Mazara al capo dei capi, Totò Riina.</p>
<p>Nel 1995 fu avanzata nuova richiesta di sequestro della Calcestruzzi Mazara, ma allora non andò avanti, osservano gli odierni giudici, per una anomala conduzione della relativa perizia. L’ultimo provvedimento è stato accolto invece sulla base di prove ritenuti schiaccianti sull’uso di capitali e sulla relativa provenienza di questi soldi («capitali illeciti») nonchè per avere accertato che la società, come bilancio e come sede logistica, è stata usata «per il perseguimento di fini delittuosi». Il Tribunale ha annotato in sentenza come i «bilanci» possono apparire «corretti», ma la loro correttezza è all’interno di un «sistema criminale». È la nuova mafia, che riesce a fare apparire come lecito ciò che è profondamente illecito, la mafia che rende legale ciò che non lo è grazie alle infiltrazioni.</p>
<p><strong>La famiglia Agate.</strong> Percorrendo la circonvallazione è possibile scorgere all’ingresso di Mazara del Vallo due grossi silos, sono quelli dell’azienda di produzione di calcestruzzi appartenente alla famiglia Agate. Cognome «pesante» in città, il principale protagonista è Mariano, capo mafia in assoluto, il suo nome è comparso in tante indagini sulla mafia siciliana,  precise inchieste hanno dimostrato che per lui fare uscire messaggi dalla cella non è stato quasi mai un problema, anzi un giornò mandò i ringraziamenti a chi si interessava a far cambiare la legge sul 41 bis, sul carcere duro. Affianco a lui suo fratello, Giovan Battista, tornato in cella, condannato a 8 anni e 4 mesi nel processo sull’impianto eolico di contrada Aquilotta costruito a suon di «mazzette» e con un «patto» tra imprese e mafia.</p>
<p>Indagato e assolto in diverse indagini è stato invece Epifanio Agate, figlio di Mariano, risulta, con la sorella Vita, dipendente della Calcestruzzi Mazara, per loro stipendio da super manager, 5 mila euro al mese. Forte l’alleanza tra gli Agate e i Messina Denaro. Il delitto Rostagno fu deciso, come racconta il pentito Sinacori, a Castelvetrano, Mariano Agate era infastidito per i servizi del sociologo e dall’aula del Tribunale disse ad un operatore della tv di Mauro di andare a dire «a chiddu ca varva e vestito di bianco che a finissi di riri minchiate».</p>
<p><strong>Il caso del presidente dei revisori dei conti.</strong> Un paio di mesi addietro divenne un «caso» il fatto che la dott. Cinzia Puma fosse presidente del collegio dei revisori della Calcestruzzi Mazara e della Provincia regionale. Un filo che si spezzò con la Puma che rinunziò all’incarico «in casa dei mafiosi» poco prima che arrivasse il primo sequestro. La politica ha deciso di archiviare il caso, “turandosi” il naso.<br />
Il presidente del Collegio dei Revisori dei conti non si è posta mai alcun problema mentre accadeva che tutti e tre i soci proprietari dell’azienda si trovavano per varie vicende, sempre mafiose, in carcere: Mariano sconta ergastoli anche per le stragi, suo fratello e Cuttone travolti dall’affare dell&#8217;eolico: l&#8217;impresa di calcestruzzi è risultata «strumentale» all&#8217;azione mafiosa, qui si sono svolti «summit», presenti il capo dei capi Totò Riina, qui si sono decise le strategie imprenditoriali, i cartelli di imprese si sono spesso ritrovati a concordare le regole per attaccare il libero mercato, fino appunto a discutere delle forniture di cemento per la costruzione di un parco eolico appena fuori Mazara, ma in questa azienda sono state nel tempo decise strategie di morte, qui secondo condanne definitive sono state ammazzate persone. Sono queste circostanze, prima che l&#8217;aspetto finanziario, ad avere portato al sequestro.<br />
<strong>I delitti dentro l’impresa.</strong> Il pentito di Castelvetrano, Francesco Geraci, ha ricordato quando all&#8217;interno dell&#8217;impianto Matteo Messina Denaro gli presentò i boss mazaresi a cominciare da Mariano Agate che tornò ad incontrare quando la mafia pianificò l&#8217;attentato a Roma a Maurizio Costanzo. Fu dalla «Calcestruzzi Mazara» che si mosse il carico di armi con la raccomandazione di Mariano Agate a lui e «agli altri picciotti», «a tenere gli occhi aperti». Una intercettazione svelò anche altro, fu dal racconto sentito pronunciare ad un ex capo dell&#8217;ufficio tecnico del Comune di Mazara, l&#8217;arch. Pino Sucameli, che gli investigatori appresero di un summit con Riina e presente tutto il “gotha” mafioso siciliano e delle varie famiglie trapanesi: «Qui &#8211; disse Sucameli parlando con un altro uomo d&#8217;onore -  alla Calcestruzzi… c&#8217;era tutta mezza Sicilia&#8230; c&#8217;era Totò Riina».</p>
<p>Tifavano per Amnesty internazionale. Nello spazio sul web che pubblicizza le formidabili capacità della «Calcestruzzi Mazara» c&#8217;è anche un link che fa pubblicità ad «Amnesty International» e alla difesa dei diritti dell&#8217;uomo. Forse troppo per una impresa che è stata usata per attirare in tranelli persone poi uccise o per tenere riunioni di mafia per ordinare stragi.</p>
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		<title>Il boss Sarno rivela: decidevamo in barca chi doveva morire</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 08:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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NAPOLI— Un summit di camorra in mezzo al mare, al largo di Posillipo, per concordare l’omicidio (poi fallito) del capoclan di Pozzuoli Gaetano Beneduce: ne ha parlato il boss Giuseppe Sarno, ora collaboratore di giustizia. Il processo nel quale è stato sentito come teste (e non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2010/2-aprile-2010/boss-sarno-rivela-decidevamo-barca-chi-doveva-morire--1602766288505.shtml" target="_blank">Il Corriere del Mezzogiorno</a> &#8211; di Titti Beneduce)</p>
<div id="attachment_1564" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1564" title="posillipo_e_dintorni" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/posillipo_e_dintorni-300x200.jpg" alt="Posillipo e dintorni" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Posillipo e dintorni</p></div>
<p><strong>NAPOLI</strong>— Un summit di camorra in mezzo al mare, al largo di Posillipo, per concordare l’omicidio (poi fallito) del capoclan di Pozzuoli Gaetano Beneduce: ne ha parlato il boss <strong>Giuseppe Sarno</strong>, ora collaboratore di giustizia. Il processo nel quale è stato sentito come teste (e non ha voluto essere protetto dal paravento, come accade quasi sempre ai pentiti) è quello in corso nell’aula bunker Ticino 2, davanti ai giudici del Tribunale di Nola, a carico di Giuseppe Petrone e Fabio Andolfi, ritenuti affiliati al clan Cuccaro, per un’estorsione a un negoziante di Cercola. La barca sulla quale avvenne l’incontro, una Profilmarine Cherokee 35 da 60.000 euro, era ormeggiata a Mergellina fino a quando, su disposizione del gip Antonella Terzi, l’hanno sequestrata i carabinieri di Castello di Cisterna; ora si trova in una rimessa di Agnano. Era intestata a Giorgio Cicatiello, genero di Giuseppe Sarno, ma è stata proprio sua moglie Maria, la figlia del boss, a confermare che si trattava di un’intestazione fittizia.</p>
<p><strong>IL RACCONTO DEL BOSS</strong> &#8211; Ecco come Sarno ha raccontato l’incontro a bordo della barca: «Con Pozzuoli avevamo già dei rapporti quando mio fratello Luciano era libero. Io ho avuto rapporti con ‘o viecchio, di cui ricordo solo il nome di battesimo: Procolo (era un uomo di fiducia del boss Gennaro Longobardi, ndr). Un giorno ci siamo incontrati io con la barca mia e lui con un gommone. Ci incontrammo in mezzo al mare, era l’unico posto per vederci e per stare tranquilli mentre discutevamo. Ci incontrammo per fare il punto della situazione su Pozzuoli, dove Gaetano Beneduce stava dando fastidio. Il vecchio mi fu portato da Antonio Bevilacqua e da Umberto Palumbo che, come ho letto dai giornali, è stato ammazzato (il delitto è avvenuto il 10 marzo a Scisciano, ndr). Ci siamo visti sotto ‘o vintuno, la zona si chiama così perché dal mare si vede la struttura di Canale 21. Beneduce aveva bloccato tutti i soldi delle estorsioni a Pozzuoli e aveva detto che chi avrebbe vinto la guerra si sarebbe preso tutti i soldi. I Longobardi sapevano che si nascondeva a Quarto e chiesero a me il permesso di ammazzarlo. Io dissi di sì, solo che poi non si riuscì ad ucciderlo».</p>
<p><strong>STRATEGIA DEL TERRORE </strong>- Nel corso dell’interrogatorio, Sarno ha parlato anche della «strategia del terrore» contro i pentiti: uno di loro, Giuseppe Schisa, fu consegnato ai Sarno dal proprio fratello Roberto. Il pm Vincenzo D’Onofrio ha chiesto: «Roberto Schisa sapeva cosa facevate voi a chi si pentiva?» Il boss ha risposto: «Lui è venuto a dire questo proprio per fare uccidere il fratello. Lo sapevano tutti che fine facevamo fare a chi si pentiva». L’ex capoclan ha fatto anche più volte riferimento al nipote Luigi Amitrano, morto nell’esplosione dell’autobomba avvenuta nel 1998 a Ponticelli. Non è riuscito a trattenere le lacrime: «Quando si parla di mio nipote&#8230; Non mi dite niente, si parla di un ragazzo».</p>
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		<title>Pizzolungo, Trapani. Margherita Asta ricorda la strage del 2 aprile 1985</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[2 aprile 1985, a Trapani un’autobomba della mafia uccide una madre e i suoi due figli gemelli di sei anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo. L’ex giudice oggi riceverà la cittadinanza onoraria.

Ci sono persone semplici alle quali la storia tragica di questo Paese, quella fatta di mafie e stragi impunite, ha inferto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1537" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><em><em><img class="size-medium wp-image-1537" title="partimmo-con-i-padri-Ida-Gallo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/partimmo-con-i-padri-Ida-Gallo-300x300.jpg" alt="Partimmo con i padri (Ida Gallo)" width="300" height="300" /></em></em><p class="wp-caption-text">Partimmo con i padri (Ida Gallo)</p></div>
<p><em>2 aprile 1985, a Trapani un’autobomba della mafia uccide una madre e i suoi due figli gemelli di sei anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo. L’ex giudice oggi riceverà la cittadinanza onoraria.<br />
</em></p>
<p>Ci sono persone semplici alle quali la storia tragica di questo Paese, quella fatta di mafie e stragi impunite, ha inferto ferite terribili. Margherita Asta è una di queste. Oggi è una giovane donna dal volto solare. Vive a Trapani. Parla e non spreca mai le parole, ma riesce a metterti in imbarazzo quando alla fine della conversazione ti dice che «dopo l’uragano esce sempre il sole. Bisogna sperare perché la battaglia è ancora lunga».</p>
<p>Il 2 aprile del 1985, Margherita ha poco più di dieci anni. Alle otto del mattino la sua casa è invasa dall’allegra confusione di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Margherita rischia di far tardi a scuola e l’accompagna una vicina. I gemelli usciranno invece con l’utilitaria della mamma Barbara.</p>
<p>Sono le 8 e mezza quando due macchine vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo è avellinese ma viene da Trento. Lì ha indagato su un traffico di morfina base proveniente dalla Turchia e destinata alle cosche della mafia siciliana specializzate nella produzione dell’eroina, «la bianculidda».</p>
<p>La droga lavorata dalla Sicilia viene spedita aMilano, da qui agli Stati Uniti. Un grande business.Ufiume di danaro che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Palermo mette le mani su tutto questo, tocca santuari importanti, viene processato dal Csm. Un importante leader politico, Bettino Craxi, si augura che venga condannato.</p>
<p>Da Trento, il giudice decide di farsi trasferire a Trapani. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sono da poco passate le otto e mezza quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Carlo Palermo è nella città siciliana da cinquanta giorni e ha già collezionato una serie di minacce. Gli agenti dela scorta sono nervosi &#8211; due anni prima a Trapani era stato ucciso un altro magistrato, Giacomo Ciaccio Montalto, anche lui indagava su mafia e sistemi di potere &#8211; non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano.</p>
<p>La sorpassano.</p>
<p>Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno.</p>
<p>La macchina della famiglia Asta viene investita in pieno, fa da scudo all’auto che porta il magistrato. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti. Una macchia rossa al quarto piano di un palazzo, pezzi di corpi sparsi. Anche Margherita si salva: è passata in quello stesso punto un quarto d’ora prima.</p>
<p>«Da allora sono stata catapultata nel mondo degli adulti. Avevo dieci anni e mezzo, mi impedivano di vedere la tv con le immagini della strage, ma leggevo i giornali di nascosto. Parlavano di mafia, di droga, di miliardi di lire calcolati a migliaia, di magistrati e poliziotti da ammazzare.</p>
<p>Vedevo le foto del giudice Palermo nel suo lettino di ospedale, il suo volto scavato e mi chiedevo perché. Perché mia madre, i miei fratellini, cosa c’entravano loro con questa guerra? Ricordo miopadre e le parole che non ci siamo mai dette. E ho tanti rimpianti. Voleva proteggermi dal dolore e solo una volta mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Noi abbiamo una piaga dentro che ci porteremo per tutta la vita”.</p>
<p>Nel 2003 chiesi a un pmdi farmi vedere le foto dei resti della macchina di mia madre e dei gemellini. Sono stata male per giorni. Bestie, cosa avevano fatto! Oggi la mafia non uccide più,ma è cambiato poco, le mafie ti negano i diritti più elementari. Dove comandano loro anche il diritto a una vita normale è compromesso. Ricordo che nel 2006 rilasciai una intervista a “La Stampa” e quando mi chiesero se avessi voluto incontrare il giudice Carlo Palermo io risposi di sì. Don Luigi Ciotti organizzò tutto, ci vedemmo, ci stringemmo a lungo la mano e parlammo tanto. Le nostre vite erano state devastate dalla mafia, lui mi parlò dei suoi sensi di colpa e di quella lacerazione che si porterà dentro per tutta la vita. Ci consolammo a vicenda.</p>
<p>Quando accadono le stragi i familiari delle vittime ricevono tanta solidarietà, poi vengono lasciati soli. È un fatto privato, pensa la gente. L’anno scorso il senatore D’Alì disse che la mafia serve a quell’antimafia che genera posti di lavoro. C’erano le elezioni e a Trapani non sta bene parlare di mafia e affari in campagna elettorale. Cosa è cambiato? Poco, non uccidono più perché non è più necessario. La mafia tiene in ostaggio l’Italia. Ma esce il sole, dopo l’uragano esce sempre il sole».</p>
<p>Il 2 aprile la strage di Pizzolungo verrà ricordata con una fiaccolata e un dibattito.</p>
<p><strong>Il Comune di Erice conferirà la cittadinanza onoraria al giudice Carlo Palermo. Margherita Asta ci sarà col suo carico di dolore e di speranza.</strong></p>
<p>(Tratto da l’Unità del 2 aprile 2009)</p>
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		<title>2 Aprile 1985. La strage di Pizzolungo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1533" title="pizzolungo-strage" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/pizzolungo-strage-300x168.jpg" alt="Pizzolungo strage" width="300" height="168" />Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine. È la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti.</p>
<p>Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a <strong>Totò Riina</strong>, al capo mafia di Trapani <strong>Vincenzo Virga</strong>, ai loro gregari <strong>Balduccio Di Maggio</strong> e <strong>Nino Madonia</strong>, una condanna per ricettazione per il castellamarese <strong>Gino Calabrò</strong>, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993. Ma dentro i fascicoli giudiziari ci sono nomi che tornano in altre inchieste, quelle sul crimine internazionale, sulle alleanze tra mafia e borghesia.</p>
<p>Le indagini di <strong>Carlo Palermo</strong> insomma per le quali venne rimosso da  pm di Trento e nel 1985 arrivò a Trapani. «<em>Nell&#8217;85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un&#8217;attività avviata 5 anni prima a Trento. L&#8217;attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo</em>». Palermo ha poi ricordato: «<em>Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un&#8217;attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina</em>».</p>
<p>Per l&#8217;ex magistrato, «<em>l&#8217;assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato</em>».Venticinque anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «<em>l&#8217;isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, Margherita Asta ne ha molti meriti</em>».</p>
<p>Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».</p>
<p>«<em>Pensare</em> – dice Palermo – <em>che la mafia si sconfigga con l&#8217;arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor&#8217;oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l&#8217;esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l&#8217;esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L&#8217;ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c&#8217;è sempre l&#8217;agenda che scompare, come in via D&#8217;Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani. Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra e dall’ala cosiddetta corleonese di Totò Riina</em>».</p>
<p>Ma non solo. Lo scenario ricostruito dalla sentenze di condanna, per i mandanti, Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, è quello che vede coinvolti gli uomini della mafia, come il castellammarese Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell&#8217;auto rubata usata per la strage, o l&#8217;alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’estate del &#8216;92, che più di altri hanno avuto stretti contatti con la massoneria e quei soggetti facenti parte dell&#8217;area «oscura» dello Stato, servizi deviati e quant’altro la storia d&#8217;Italia ci ha nel tempo rassegnato.</p>
<p>Riina e Calabrò sono oggi nelle patrie galere, riconosciuti uomini e assassini della cupola, mai hanno fatto un passo indietro, sono rimasti pure dietro le sbarre rispettati «mammasantissima». Milazzo fu ucciso nel luglio del 1992, qualche settimana prima della strage Borsellino: fu ucciso assieme alla sua convivente, Antonella Bonomo, forse perchè testimoni scomodi della strategia stragista di Cosa Nostra, i pentiti parlarono dei contatti «sotto banco» che la donna, in particolare, avrebbe avuto con agenti dei servizi segreti.</p>
<p>«<em>Pizzolungo</em> – continuano a dire i giudici che si sono occupati di Pizzolungo mandando all’ergastolo per la strage del 2 aprile Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia – <em>fa parte di un elenco di fatti e attentati eclatanti che furono deliberati dalla &#8220;cupola&#8221; guidata da Totò Riina</em>». È però una strage della quale non si ha contezza del movente. Ed è attorno a Gino Calabrò, lattoniere e capo mafia di Castellammare, l&#8217;uomo che affiancò Messina Denaro nelle stragi del &#8216;93, e per questo sconta l’ergastolo, che si ha la forte sensazione che si celi il «movente» sull’attentato di Pizzolungo. Il  lattoniere di Castellammare è uno che risulta avere stretto mani importanti, massoni come quelli della Iside 2 di Trapani, non tutti andati «ancora in sonno», alcuni ancora «in sella»; e di massoni e servizi deviati nell’attentato di Pizzolungo si ha percezione della presenza.</p>
<p>Cosa Nostra certamente c’entra e lo raccontano i pentiti. Il primo aprile del 1985 il capo del mandamento <strong>Vincenzo Virga</strong> incontrò <strong>Francesco Milazzo</strong> (che lo ha riferito dopo il pentimento) e <strong>Vito Parisi</strong>, uomini d’onore di Paceco: li avvertì che per l’indomani era meglio che a Trapani non si facessero vedere, «ci sarà un attentato» disse loro; quel giorno stesso Virga fu fermato ad un posto di blocco, la relazione di servizio è saltata fuori anni dopo, era assieme ad un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all&#8217;epoca degli insospettati e degli insospettabili, nella relazione venne annotato che tra le mani avevano uno stradario della frazione di Pizzolungo.</p>
<p>Per Francesco Di Carlo, altro pentito, palermitano, «<em>la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione</em>». Giovan Battista Ferrante, altro ex «picciotto» di Palermo, ha ricordato quando qualche giorno dopo la strage fu testimone di un incontro tra il capo mandamento di San Lorenzo, Pippo Gambino, con il mazarese Calcedonio Bruno, l’architetto affiliato alla potente cosca di Mazara: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli &#8220;che cosa avete fatto&#8221;, Calcedonio aprì le braccia per dire &#8220;è successo&#8221;, per quella donna e quei bimbi morti. Nino Cascio, pentito alcamese, ha detto di avere appreso dal capo cosca Vincenzo Milazzo della strage, «<em>mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto</em>».</p>
<p>A premere il timer per Cascio fu Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, condannato per altri reati.</p>
<p>Esecutori non più processabili, Milazzo è morto, gli altri sono stati assolti in forma definitiva dalla Cassazione quando ancora non c’erano state le confessioni dei pentiti e a conclusione di un primo troncone di processo «offuscato», quando divenne immodificabile, da una rivelazione di Giovanni Brusca che disse (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo.</p>
<p>Sono un centinaio le pagine della sentenza che ricostruiscono quello che è stato possibile ricostruire su quanto accadde quel giorno a Pizzolungo, si fa cenno ai «segnali» premonitori dei giorni antecedenti, le telefonate minacciose, quelle giunte anche alla base di Birgi, quando il pm Palermo vi alloggiava, con la quale gli si preannunziava la consegna di un «regalo».</p>
<p>Quel giorno, il 2 aprile, col giudice Palermo c’era la scorta composta da <strong>Raffaele Di Mercurio, Salvatore &#8220;Totò&#8221; La Porta</strong> e <strong>Antonino Ruggirello</strong>; Ruggirello e Di Mercurio seguivano su di una normalissima Ritmo l’auto, una Fiat 132 blindata sulla quale si trovava il magistrato, l’autista Rosario Maggio, l’altro agente, La Porta: per un caso fortuito Palermo sedeva nel sedile posteriore alle spalle dell’autista, dunque sul lato sinistro, la deflagrazione devastò il lato destro della vettura e spinse Palermo fuori dall’auto. Tra i detriti e i resti delle vittime.</p>
<p>Quegli attimi della mattina del 2 aprile 1985 furono raccontati in Tribunale dal magistrato, Carlo Palermo, e dalla sua scorta, Raffaele Di Mercurio (morto da qualche anno per una malattia cardiaca), Totò La Porta, Antonino Ruggirello. Carlo Palermo: «Giunti in località Pizzolungo nell’affiancare altra autovettura in fase di sorpasso, è avvenuta la deflagrazione. Ebbi l’impressione che provenisse dal motore. Fui sbalzato al di fuori dell’auto dal lato sinistro in quanto lo sportello si aprì perché non avevo inserito la sicura. Immediatamente mi sono reso conto che vi erano tracce di un’altra autovettura che doveva essersi disintegrata. Quindi insieme all’autista abbiamo estratto il corpo dell’agente di tutela che si presentava quasi esanime».</p>
<p>Rosario Maggio: «<em>Avvenuta l’esplosione la Fiat 132 si bloccò quasi impuntandosi, infatti il motore è finito a terra ed i copertoni si sono dilaniati. Io ho sentito una botta violenta ma non ho visto la fiamma che invece hanno visto gli uomini che erano di scorta</em>». Raffaele Di Mercurio: «<em>Ad un tratto proveniente dalla destra vidi un bagliore con una fiammata di colore arancione e sentii un violento boato, mi sentii come una morsa tutta intorno. Vidi alzarsi anche una massa oscura, era l’asfalto. La Ritmo si bloccò quasi su se stessa. Trovai Ruggirello a terra davanti la Ritmo. Aveva il braccio sinistro all’altezza delle spalle, spezzato, aveva un buco alla guancia destra e sinistra, al collo destro e gli occhi ricoperti di sangue. Aveva addosso molto ferro frantumato</em>».</p>
<p>«<em>Ci guardavamo attorno</em> – ricorda Palermo – <em>e cercavo quell’altra auto che avevo visto mentre la sorpassavamo. Era sparita, in alto su di una casa una macchia rossa, appena sotto per terra la scarpa di un bambino</em>».</p>
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		<title>Molise. Terra di conquista e di omertà</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 13:37:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Paolo De Chiara)
Il Molise non è più un’isola felice. La criminalità organizzata da diversi anni fa affari in questa Regione. L’ultima operazione della GdF di Caserta dimostra i collegamenti tra il clan dei casalesi e la provincia di Isernia. Per Armando D’Alterio, Procuratore Capo di Campobasso: “questo pericolo c’è, ma può essere ancora scongiurato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di <a href="http://paolodechiaraisernia.splinder.com/" target="_blank">Paolo De Chiara</a>)</p>
<p>Il Molise non è più un’isola felice. La criminalità organizzata da diversi anni fa affari in questa Regione. L’ultima operazione della GdF di Caserta dimostra i collegamenti tra il clan dei casalesi e la provincia di Isernia. Per Armando D’Alterio, Procuratore Capo di Campobasso: “questo pericolo c’è, ma può essere ancora scongiurato facendo appello alle migliori forze della cittadinanza e della buona politica”. Per il pm Fabio Papa: “C’è bisogno del morto, spesso, perché nasca un’indagine, perché nasca un filone. Noi non abbiamo neanche il morto, fortunatamente. Ma paradossalmente è ancora più difficile. Perché qui non denuncia nessuno, non parla nessuno”.</p>
<p>Il Molise “è comunque una realtà che subisce l’influenza come terra di conquista”. In questo modo si è espresso ad Isernia il Procuratore Capo della Procura di Campobasso, Armando D’Alterio. Stiamo parlando dell’ex pm anticamorra che si è occupato nella sua carriera anche dell’omicidio di Giancarlo Siani. Il giornalista-giornalista de Il Mattino, ucciso dalla camorra perché il suo lavoro infastidiva le cosche. Oggi il magistrato D’Alterio, che veste i panni di Procuratore Capo, è in Molise. Nella Regione, come ha dichiarato, l’ex presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente della commissione antimafia) dove: “si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”.</p>
<p>Le mafie sono arrivate da diversi anni. E molte operazioni in Molise sono state compiute dalle forze dell’ordine. L’ultima, in ordine di tempo, ha visto coinvolto direttamente un esponente del clan dei casalesi, Giuseppe Diana. L’operazione del Comando della Guardia di Finanza di Caserta ha portato al sequestro di beni pari a 40milioni di euro. Legami sono stati registrati nella provincia di Isernia. E proprio nel capoluogo pentro il 22 gennaio scorso, l’Associazione I Care, insieme a il Ponte, ha organizzato una manifestazione dal titolo “L’Oro della Camorra… in Molise!”. Dove hanno partecipato ad un dibattito pubblico la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione, il pm di Campobasso Fabio Papa, il procuratore Armando D’Alterio e lo studioso Umberto Berardo. È stato chiaro il nuovo procuratore: “sono convinto che per il Molise si possa fare moltissimo. Non dico che siamo arrivati in tempo prima della catastrofe perché non abbiamo questa impostazione mentale da ultima spiaggia. La magistratura e neanche le forze dell’ordine devono avere mai l’ardire di presentarsi come risolutori dei problemi.</p>
<p>Abbiamo bisogno sempre costantemente e dell’appoggio dell’opinione pubblica e, soprattutto, dell’appoggio di chi può stimolarla come la stampa. Una libera stampa, ovviamente, ispirata all’articolo 21 della Costituzione. Di questo abbiamo particolarmente bisogno. Anche nel Molise. La realtà non è paragonabile a quella siciliana e calabrese. È comunque una realtà che subisce l’influenza come terra di conquista. Ma proprio perché è ancora terra di conquista e non è diventata ancora una roccaforte definitiva, stabile e strutturata. È ancora una terra nella quale la criminalità è nettamente distinta. O meglio non ha i collegamenti con la società civile che ha in queste Regioni in cui mafia e camorra diventano mafia nel momento in cui si crea un legame strutturato rispetto ai pubblici poteri, una capacità stabile e pericolosissima di determinare la politica e l’economia”.</p>
<p>Probabilmente il dibattito sulla presenza delle mafie non interessa. Poco si scrive e poco si fa per mettersi di traverso. Le dichiarazioni dei due magistrati, fanno ben capire la situazione che si sta creando in questa piccola Regione, dove secondo il pm Papa “nessuno denuncia, nessuno parla”. In fatto di omertà il Molise “non è secondo a nessuno”. Il quadro è allarmante. Se si continua a osservare dalla finestra, questi manager del crimine avranno terreno libero per continuare i loro sporchi affari e per potenziare la loro azione sul territorio. Ma come ha spiegato il dott. D’Alterio: “questo pericolo c’è in Molise, ma è un pericolo che può essere ancora scongiurato facendo appello alle migliori forze della cittadinanza e della buona politica. Per il Molise è opportuno il collegamento a Falcone e Borsellino. Grazie non solo ai loro risultati di indagine ma anche alla loro intensa opera di sensibilizzazione che portò alla creazione istituzionale di pool antimafia, cioè della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia.</p>
<p>Proprio laddove la criminalità organizzata non è ancora stabilmente strutturata sul territorio come in altre Regioni, il coordinamento investigativo con le Regioni da cui partono queste continue minacce, queste continue infiltrazioni, questi continui attentati all’economia e alla buona politica ha bisogno di questo coordinamento. Proprio attraverso il coordinamento e lo scambio di informazioni il Molise, che non è Regione geneticamente produttiva di una criminalità paragonabile a quella campana, palermitana e pugliese può ottenere quei contributi di collaborazione e quello scambio di informazioni che sono necessari per individuare le penetrazioni geografiche”. La testimonianza diretta del pubblico ministero Fabio Papa è interessante per capire la mentalità che esiste in Molise: “Sono in questa Regione dal 1993. E devo dire che c’è qualcosa che prende drammaticamente nel segno laddove noi pensiamo che il Molise nella sua piccolezza, nella sua, per certi versi, estrema chiusura che c’è stata anche storicamente con gli anni, ha sviluppato una mentalità di un certo tipo che in parte riflette purtroppo quello che sono degli aspetti deteriori degli italiani in genere, cioè quello di caratterizzarsi per il vizio privato e per la pubblica virtù.</p>
<p>A parole siamo tutti rispettosi, crediamo tutti nei capisaldi assolutamente della legalità come presidio di una società, come dice Gherardo Colombo, orizzontale e non di una società verticale. In realtà nella vita privata ognuno, nella propria attività familiare e sociale, alla fine persegue degli interessi particolari e questo sempre di più con il decadere anche culturale della società, favorito dall’impoverimento di quelle che sono le motivazioni collettive. Quando ci si rinchiude nel proprio particolare, per difesa spesso, non necessariamente perché si è cattivi, si va a finire che alla fine siamo tante persone isolate, la legalità va a farsi benedire e seguiamo il corso.</p>
<p>In Molise questa caratteristica mi pare abbastanza ricorrente. Politica qui in Molise, non faccio riferimenti a persone, è diventata sempre più con il tempo distribuzione di favori, assegnazione di posti, di privilegi. “A te che stai con me si, a te se non stai con me no”. Non c’è più l’ideologia, non c’è più una scelta di vita che esprime valori individuali di un certo tipo anziché di un altro. Non faccio riferimenti. Parlo da cittadino, non da magistrato. Mi pare di poter cogliere che la dimensione legalitaria sta veramente un pochino tramontando. Occorre recuperarla davvero e non solo a parole”. Bisognerebbe ripartire da qui. Dalla perduta “dimensione legalitaria”. Senza mettere in mezzo la dignità o l’onestà dei molisani. La denuncia serve a far accendere i riflettori su un problema. Senza incolpare un popolo intero. Le colpe sono anche di una politica che dà il “cattivo esempio”.</p>
<p>Fu l’assessore regionale Vitagliano, il 13 luglio del 2009, ad alzare un muro, scrivendo: “il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Interessante, quindi, è l’intervento del pm Papa proprio su questo problema, per superarlo definitivamente: “Non mi sogno di sparare a zero sui molisani.</p>
<p>È vero che i molisani amano la tranquillità, sono imbevuti di rispetto autentico per le Istituzioni. Non è solo una questione di riconoscimento. Però tutto questo è superato. Adesso c’è qualche altro aspetto. L’interesse privato è diventata la filosofia di base”. Secondo il magistrato Fabio Papa “l’interesse privato ha sostituito anche quella struttura sociale tradizionalmente appartenente anche in quanto valore cattolico tradizionale. Nell’intimo, ripeto, probabilmente per difesa, probabilmente per necessità, probabilmente per stanchezza, probabilmente perché alla fine i tempi sono quelli che sono e si seguono per varie motivazioni, non necessariamente tutte cattive. Si segue l’onda. E l’onda, purtroppo, è quella di un ritiro nel privato, del guardare al particolare, del guardare al soddisfacimento immediato”.</p>
<p>Ecco il punto fondamentale: “In una Regione di trecentomila persone è ovvio che alla fine si crea una compattezza sociale in senso negativo. Perché si aspetta il proprio turno e “prima o poi deve capitare quello che poi mi fa il favore a me, che mi sistema a quello e a quell’altro”. È evidente che un terreno di coltura del genere è un terreno pericoloso. Il giustificazionismo della brava gente che tende a dire “hai ragione, però lo fanno gli altri e poi ricevo un danno. E lo faccio anche io. Anche io non mi pongo tanti problemi. Anche io mi faccio i fatti miei”. Tutto questo decadimento porta all’omertà. Quella che distrugge qualsiasi sogno di legalità. Ed è proprio il pubblico ministero Papa a denunciare questo stato di cose: “C’è bisogno del morto, spesso, perché nasca un’indagine, perché nasca un filone. Noi non abbiamo neanche il morto, fortunatamente. Ma paradossalmente è ancora più difficile. Perché qui non denuncia nessuno, non parla nessuno. Ecco perché in fatto di omertà non siamo secondi a nessuno”. E questo è il secondo dato che è emerso nel corso del convegno. Il primo riferito al Molise come “terra di conquista” per la criminalità. A cui si aggiunge “l’omertà”.</p>
<p>Ma esiste un via di uscita per ridare dignità a questa “isola felice”. Termine utilizzato, soprattutto, dalla classe politica per mettere sotto al tappeto i tanti problemi. Senza affrontarli per risolverli. È il procuratore D’Alterio a tracciare la strada: “Il metodo investigativo per una regione come il Molise è proprio quello segnato da Falcone e Borsellino, da qualcuno tragicamente e malauguratamente, definiti “professionisti dell’antimafia”. Ma in realtà di professionalità in questo tipo di attività, sia dal punto di vista del giornalismo e sia dal punto di vista della magistratura e delle forze dell’ordine, c’è ne grandissimo bisogno. Fare antimafia significa sudare e lavorare costantemente ed essere dei servitori prima dei cittadini e anche dello Stato”.</p>
<p>Non è mancato un accenno del Procuratore sul processo breve. “Fortunatamente, ancora non ce l’abbiamo e si spera di poter continuare ad operare con gli strumenti che abbiamo. C’è un certo movimento di riforma che però si inserisce in un patrimonio normativo e anche giurisprudenziale che in questo momento è abbastanza importante. A livello europeo l’Italia si trova, non dico all’avanguardia, ma sicuramente non è tra gli ultimi Paesi con riferimento al contrasto della criminalità. In particolare i reati ricollegabili alla criminalità camorristica o mafiosa godono dal punto di vista investigativo di strumenti di grande validità, quali le intercettazioni, le indagini patrimoniali. Il carattere camorristico-mafioso di un’organizzazione è una chiave di lettura importante per scoprire delle realtà nascoste, rompendo l’omertà. Se andiamo a guardare ai risultati sostanziali dell’applicazione sanzionatoria di una norma come il 416bis in fondo questi sono abbastanza poveri dal punto di vista della pena che possiamo infliggere con il reato associativo. Mentre dal punto di vista delle ricadute in tema di indagine e di scoperta di reati satellite sono importantissime e il contrasto può essere efficace.</p>
<p>L’importante è capire cos’è il processo breve. Forse fra i tanti tecnicismi ancora non è molto chiaro”. È illuminante “il riferimento all’operazione di un chirurgo” fatto da D’Alterio per capire cos’è il processo breve, già approvato da un ramo del Parlamento. “Immaginiamo che passi una norma che dice che l’operazione deve essere breve, perché un’operazione lunga fa soffrire il malato quindi è una lesione di diritti individuali che può comportare la lievitazione della parcella del chirurgo o, nei casi più gravi, può comportare la morte del malato. E allora si stabilisce che quando si superano un certo numero di ore attraverso le quali si protrae questa tortura che finisce per essere l’operazione per il malato, chiunque direbbe l’operazione breve si sostituisce il chirurgo oppure l’operazione breve si fornisce il chirurgo di un bisturi laser anziché di un bisturi tagliente. Con l’operazione breve il chirurgo prende il bisturi e lo ficca nel collo del malato e lo ammazza. Questo è il processo breve”. (<strong>il Ponte</strong>)</p>
<p><strong>Dichiarazioni sul Molise</strong></p>
<p><em>“È un argomento che dovete affrontare. È un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”. […].</em> <strong>Giuseppe Lumia, ex presidente Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009</strong></p>
<p><em>“Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. È un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. È una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa. Il circuito negativo (cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica, ndr.) stronca la democrazia”.</em> <strong>Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, presentazione libro ‘Il Tribuno’</strong></p>
<p><strong>Intervento Petraroia</strong></p>
<p><em>Resto convinto che il Molise, non fosse altro che per semplice contiguità territoriale, non è più estraneo a fenomeni di infiltrazione malavitosa. Ritengo un errore la generale sottovalutazione sul tema che porta le Istituzioni, la stampa e le forze sociali ad accantonare la questione come se non esistesse. La recente costituzione dell’Associazione “Libera contro le Mafie” del Molise alla presenza di Don Luigi Ciotti ci incoraggia a proseguire, pur tra mille difficoltà, nell’affermazione della cultura della legalità, della trasparenza e dei diritti. Non si tratta solo di controllare meglio il territorio, accentuare la prevenzione e dotare le Forze dell’Ordine e la Magistratura di mezzi e personale per contrastare l’ingresso in Molise di Camorra e ‘Ndrangheta. Si pone un problema culturale di libertà e di democrazia nella nostra regione che spezzi l’intreccio negativo tra politica, affari e informazione come ha coraggiosamente denunciato Alberico Giostra. Probabilmente la fragilità del nostro tessuto sociale non riuscirà a fermare un processo ineluttabile dove le pratiche illegali avranno sempre di più bisogno di cattiva politica e di cattiva stampa, ma proprio per questo, pur se in condizioni proibitive, abbiamo il dovere di impegnarci con tutte le nostre forze a difesa di una società basata sul rispetto della legge.</em> <strong>Michele Petraroia, consigliere regionale, Campobasso, 22 gennaio 2010</strong></p>
<p><strong>Intervento Berardo</strong></p>
<p><em>[…]. Negare la presenza di fenomeni malavitosi, illegali o funzionali all’ingiustizia nel Molise, come qualcuno prova ancora a fare, sarebbe insieme da miopi ed irresponsabili. L’esistenza dell’usura, del riciclaggio, del mercato della droga, dell’evasione fiscale, delle intimidazioni a magistrati, a forze dell’ordine ed organi di stampa, per fare solo taluni esempi legati alla cronaca anche recente, è la testimonianza di un’assenza preoccupante di etica pubblica, ma ci deve interrogare anche su un’idea assai distorta della democrazia che spinge molti perfino a confondere l’interesse privato con quello pubblico. Sì, amici miei, perché esiste una malavita legata a strutture mafiose e spesso operante in modo violento e selvaggio, ma ce n’è anche un’altra apparentemente innocua e meno cruenta e tuttavia assai sottile che si serve del potere economico, politico e culturale per costruire feudi elettorali, sostenere clienti, distribuire briciole economiche e di potere ed in ogni caso generare disuguaglianza ed ingiustizia. Quando ad esempio una gran quantità di posti di rilievo e responsabilità non è attribuita per concorso, come a mio avviso si dovrebbe, ma viene affidata per nomina alle segreterie dei partiti o peggio ancora a questo o quel politico, non possiamo certo dire che si agisca secondo norme di merito, di competenza o di equità, ma seguendo criteri di occupazione delle istituzioni da parte delle forze politiche che si trascinano da tempo e che sono davvero la negazione dell’etica, perché, oltre ad essere ingiusti, tali sistemi spesso assegnano anche incarichi direttivi o di responsabilità a persone incompetenti che minano il funzionamento degli stessi enti ed istituzioni. […].</em> <strong>Umberto Berardo, alcuni brani tratti dalla relazione tenuta ad Isernia il 22 gennaio 2010 nel corso del convegno “L’oro della Camorra” …in Molise!</strong></p>
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		<title>Germania, Monaco di Baviera. 11 arrestati presunti affiliati della ‘Ndrangheta</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 13:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Espr3ssioni &#8211; di Andrea G. Cammarata)
A circa un mese e mezzo dall’arresto dei presunti assassini della strage di Duisburg, dove persero la vita sei giovani italiani, in Germania si torna a parlare di ‘Ndrangheta. Sono undici gli arresti confermati dalla polizia tedesca, che ieri mattina ha dato corso a una operazione contro un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://espr3ssioni.wordpress.com/2010/03/30/germania-monaco-di-baviera-11-arrestati-presunti-affiliati-della-ndrangheta/" target="_blank">Espr3ssioni</a> &#8211; di Andrea G. Cammarata)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1517" title="duisburg" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/duisburg-300x205.jpg" alt="Duisburg strage ndrangheta" width="300" height="205" />A circa un mese e mezzo dall’arresto dei presunti assassini della strage di Duisburg, dove persero la vita sei giovani italiani, in Germania si torna a parlare di ‘Ndrangheta. Sono <strong>undici gli arresti confermati dalla polizia tedesca</strong>, che ieri mattina ha dato corso a una operazione contro un traffico internazionale di cocaina fra l’Italia e la Baviera, eseguendo, a Monaco, un sequestro di parecchi chili di polvere bianca.</p>
<p>Gli arrestati, presunti affiliati alla mafia calabrese, stando a quanto riferiscono gli agenti di Inglostadt, sono quindi 11,<strong> fra i 22 e i 54 anni</strong>, ma il numero degli indagati ammonterebbe a 18.</p>
<p>Le forze dell’ordine durante il blitz hanno effettuato 75 perquisizioni domiciliari presso uffici, appartamenti e presso varie attività imprenditoriali come pizzerie, bar e pub.</p>
<p>Il traffico di cocaina, secondo gli inquirenti, era costante e mirava a rifornire l’intera area di Monaco di Baviera. Stando alle informazioni delle forze dell’ordine di Brescia, dove è già aperta un’inchiesta parallela a quella tedesca, il traffico internazionale sarebbe partito proprio dalla città del nord-Italia, dove i corrieri calabresi avrebbero avuto una base.</p>
<p>Con questa notizia di nuovi arresti di ‘Ndrangheta, in Germania, grazie alla cronaca giornalistica si ridesta lo stato d’allerta e, al contempo, tutte le volte, giunge forte un sospiro di sollievo, ma questo non sembra sufficiente, la storia insegna che le vittime di mafia non si scongiurano solo con gli arresti o con la cronaca, e nemmeno così si sconfiggono quegli strani fenomeni che, sempre più, prendono piede un po’ ovunque, parlando di omertà, divenuta ormai anche settentrionale, e di lassismo delle leggi antimafia.</p>
<p><strong>C’è altro che bisogna conquistare: la consapevolezza, la dignità dei rapporti, e il sano sospetto.</strong></p>
<p>L’affermazione di etica si calza come un cappello sull’incoscienza del popolo tedesco, che, a fronte dell’aumentare dell’infiltrazione mafiosa nel suo paese, nega. Insomma si beve un’ottima birra. Recentemente il governo tedesco, per esempio, ha negato l’esistenza della ‘Ndrangheta in Germania. Anche la strage di Duisburg è stata solo un brutto ricordo cancellato via. Ma <strong>Petra Reski</strong>, giornalista tedesca di mafia, in una sua recente intervista, spiega chiaramente quanto il timore di un’infiltrazione mafiosa nella moderna e pulitissima Germania, sia diventato un’autentica realtà sempre più palpabile.</p>
<p>Negarlo, come fanno anche alcuni capi di polizia in Italia (a riguardo della presenza mafiosa nel nord Italia), non basta. La ‘Ndrangheta è la mafia più potente al mondo, lo confermano un recente rapporto dell’amministrazione Obama e la svariata letteratura di stimati autori in criminologia, essa ha basi operative in tutto il mondo.</p>
<p><strong>A dispetto della mafia siciliana, oramai pesantemente indebolita, gode di un vastissimo potere finanziario</strong>, che ne cela, per un’astuta scelta criminale, quello sanguinario. È proprio come racconta la Reski, la mafia calabrese ama muoversi nel silenzio, a passi felpati, appare pulita come lo è la Germania, e s’inserisce nei mercati internazionali più insospettabili, magari sfruttando il cambio delle valute per ripulire il denaro nei paesi dell’Est, e andando negli Stati dove non vige alcuna legislazione antimafia,come in Germania, dove le intercettazioni non esistono e nemmeno esiste il reato di associazione di stampo mafioso.</p>
<p>Fino a quando, tramite legami di parentela strettissimi o riti di affiliazione simil-massonici, essa s’inserisce nel territorio anche militarmente, come lo vuole il caso di Duisburg, o controllando il mercato degli stupefacenti come a Monaco, e comincia a investire e riciclare denaro di provenienza illecita. Lo fa, con parvenza integralmente legale, in alberghi, ristoranti, pub, e senza destare nessuna allerta, perché glielo permette sempre la legislazione tedesca, la quale non è tenuta a sospettare sui metodi di pagamento atipici -in denaro contante- tramite cui avvengono gli acquisti milionari di immobili, operati dalla criminalità organizzata. E, talvolta, capita che dietro questa abilità finanziaria qualcosa vada storto, e che ‘Ndrangheta esploda in tutta la sua rabbia omicida.</p>
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		<title>Cosa Nostra e Matteo Messina Denaro: ai mafiosi l&#8217;euro non piace neppure</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 12:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1470" title="euro" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/euro-300x225.jpg" alt="Euro" width="300" height="225" />Sono numerosi i faldoni con le intercettazioni trascritte dei diversi colloqui che gli investigatori hanno ascoltato in alcuni anni di indagine, dentro questi verbali, appartenenti all’operazione «Golem 2», anche gli sfoghi che possono appartenere anche a semplici cittadini, e così un giorno mentre parlavano di raccogliere soldi, con le estorsioni, per fare fronte a tutta una serie di esigenze, anche pagare gli avvocati di alcuni mafiosi detenuti, si è ascoltato che anche per i mafiosi la nuova moneta, l’euro, è stata fonte di guai: «<em>Da quando c’è l’euro non si ragiona più&#8230;</em>».</p>
<p>Uno dei soggetti maggiormente attrezzati a riscuotere il «pizzo» sarebbe stato il campobellese <strong>Filippo Sammartano</strong>, a sentirlo lui aveva le idee chiare su dove il denaro dovesse finire: «&#8230;di chiesa ce ne è una e di santo ce ne è uno». E mantenendo espressioni all’apparenza solo di carattere religiose aggiungeva che lui «un angioletto a disposizione lo aveva», «ce l’ho un angioletto da quelle parti», ovvio che le metafore religiose nascondevano altro, considerato che Sammartano pare non abbia mai varcato il portone di una chiesa e l’argomento delle discussioni erano sempre quelle di fare incetta di denaro, magari «coprendola» con maxi vendite di colombe pasquali.</p>
<p>La mafia che fa i patti con lo Stato? Può essere vero perché a raccontare come funzionano determinati meccanismi sono gli stessi mafiosi che parlano a ruota libera convinti che non possano essere intercettati. Oppure le loro mogli che tra una chiacchiera e l’altra si dimostrano bene informate dei fatti. L’immagine che emerge è quella che comunque Cosa Nostra anche quando perde vuole dare di se una immagine di invincibilità e così se un boss viene catturato è perchè, si sente dire, qualcuno l’ha deciso. Il «messaggio» che si vuol far passare è quello di uno Stato mediocre e di una mafia forte.<br />
«Quando i politici al potere si sono stufati danno lo sta bene di fare l&#8217;arresto, danno le investigazioni agli sbirri, compresi i magistratini, magistratoni, perché poi vanno in giro, tornaconto, promozioni, soldi&#8230; e li vanno a &#8220;pescare&#8221; perché sono, hanno…sanno di tutto e di più! Tanto è vero che quando hanno voluto hanno preso a Riina, quando hanno voluto hanno preso Provenzano».</p>
<p>A parlare sono due donne, una, Maria Merli, è moglie di un indagato, Baldassare Bruno, «segretario particolare» dell’imprenditore Giuseppe Grigoli, a capo di un impero commerciale per conto, secondo la Procura, del boss latitante Matteo Messina Denaro. Le due donne mettono in relazione gli arresti dei capi mafia con la scarcerazione del figlio di Totò Riina, Giovanni: «Lo capisci perché sta avvenendo questa cosa…adesso ci sarà la successione, le ammazzatine, ne sentirai di numeri!».</p>
<p>Le intercettazioni poi svelano una particolare attività e con essa il legame che non era sconosciuto tra Grigoli e la mafia. Il figlio di Baldassare Bruno, Pietro, pochi giorni dopo l’arresto di Grigoli, si è occupato di «tirare fuori» da internet tutto quello che riguardava Matteo Messina Denaro e le notizie sull’arresto di Grigoli, per vedere cosa era stato scritto, comunicando i risultati al padre:«Ieri ho fatto uscire, dal computer, ho fatto uscire 14 mila dossier dal computer ho fatto uscire! Minchia la fotografia sua pure c&#8217;è! Minchia internet pieno! Digitavo nel web “Giuseppe Grigoli” minchia e mi è uscito…ci saranno più di trecento fascicoli!&#8230; Mah! C&#8217;è Matteo che dice che a Grigoli lo chiamava “paesano”!».</p>
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		<title>Italia-Germania. La partita dei clan</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 10:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1402" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1402" title="Duisburg-mafia_Frank Augstein_AP" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/Duisburg-mafia_Frank-Augstein_AP-300x180.jpg" alt="Duisburg strage ndrangheta" width="300" height="180" /><p class="wp-caption-text">La strage di Duisburg (Frank Augstein-AP)</p></div>
<p>Como. Veduta Lago. Una delle più belle ville del territorio, Villa Venegoni, sede di un incontro che ha quasi il sapore di una famosa partita di calcio: quell’Italia-Germania che tenne incollate due nazioni, per ore, nel lontano 1970. La partita che si gioca a Como però di sportivo ha solo lo stile e la classe con la quale investigatori, magistrati e giornalisti italo-tedeschi si sono incontrati ed hanno diviso esperienze, metodi, linguaggi. Si gioca tutti contro la <strong>’ndrangheta</strong>, una delle più potenti mafie al mondo, forse la più potente <strong>equiparata ad Al Qaeda ed inserita dagli Stati uniti nella black list delle associazioni criminali più pericolose</strong>.</p>
<p>Ma da <strong>Duisburg</strong> in poi i due Paesi, Italia e Germania, si sono dovuti spesso confrontare su metodi, mezzi e strumenti. Che spesso non sono gli stessi, che hanno regole diverse. Due mentalità a confronto. Gli italiani forse più vocati ad un’analisi, anche filosofica del fenomeno, e che spesso parlano dello stesso come una mamma può parlare del proprio figlio. Ne conosce tutto il corpo, finanche le parti più interne, le viscere. Lo possiede. I tedeschi più schematici, pragmatici, cartesiani nelle loro vedute. E con in più l’occhio di chi le cose le vede dal di fuori senza implicazioni, diciamo “passionali”, di chi vive sulla propria pelle, ogni giorno, la devastazione di questo cancro su una regione come la Calabria ma non solo, come dimostra l’affare <strong>Di Girolamo</strong>.</p>
<p>Investe la Nazione, l’Europa in generale. Tanti sono stati gli incontri della due giorni sicuramente il più interessante è stato proprio quello su “la penetrazione della ’ndrangheta in Germania” dove investigatori e magistrati si sono confrontati su passato, presente e futuro. <strong>Francesco Forgione</strong>, riportando i dati della Commissione antimafia da lui presieduta sino al 2008, ha paragonato il «modo di espansione e di organizzazione delle famiglie ’ndranghetiste proprio alle cellule di Al Qaeda.</p>
<p>Sottolineando che le famiglie prima seguivano i flussi migratori ma che oggi seguono i flussi finanziari. La ’ndrangheta controlla pezzi dell’economia italiana ed europea con un alto livello di pervasività».</p>
<p>A questa affermazione i giornalisti, soprattutto tedeschi, hanno esclamato: «Noi per fortuna possediamo il mezzo delle intercettazioni telefoniche». Questa battuta probabilmente non sarà stata molto gradita dal nostro ministro dell’Interno che insieme a quello della Giustizia sta cercando, in tutti modi, di bloccarle e forse ci riusciranno (impedendo così di coprire truffe nella sanità, pedofili e magari qualche “pasticcio” come il G8). Ma una delle dichiarazioni più interessanti viene da <strong>Thomas Jungbluth</strong>, direttore dell’Autorità federale per la criminalità della Nord Reno-Vestfalia: «Duisburg ha portato per la prima volta ad una coscienza diffusa della criminalità organizzata. Ma le nostre autorità e gli organi di sicurezza nella nostra Regione lavorano già dagli anni 80. Abbiamo fatto veramente tante indagini».</p>
<p>Jungbluth insiste sul fatto delle «difficoltà di svolgere indagini senza casi e fatti concreti: a volte ci sono delle informazioni da parte delle autorità italiane, ma mancano dettagli e fatti concreti. Un ostacolo è il segreto istruttorio in Italia e ci vorrà un metodo per aggirarlo per una migliore cooperazione. Noi non possiamo accusare nessuno in maniera generica perché appartiene ad una famiglia calabrese». Ma la sua grande perplessità è una sola: «Non basta colpire il corpo del male, bisogna tagliargli la testa, altrimenti è tutto inutile!» La testa della ’ndrangheta è oramai però un coacervo di interessi finanziari-economici-politici con tante collusioni e contiguità che si è disposti a battersi per la parte armata ma nulla si fa “per la testa del pesce” e per l’acqua in cui nuota. Troppo pericoloso.</p>
<p>È questo forse il rimprovero che viene dalle parole di Jungbluth. Ma d’altra parte abbiamo magistrati italiani, come <strong>Nicola Gratteri</strong> (che non era presente a Como) che dicono che l’Europa è completamente impreparata a rapportarsi al fenomeno ’ndrangheta. Il procuratore generale di Francoforte, <strong>David Ryan Kirkpatrick</strong>, che si occupa di vari filoni di reati di mafia in Germania e quindi anche di mafie russe, polacche, rumene e albanesi, sottolinea, in modo chiaro che &#8211; nel contesto di reato di associazione mafiosa e sequestro di beni &#8211; è importante «trovare i nessi tra organizzazione criminale e affari, per esempio i caroselli di evasione fiscale per il riciclaggio di denaro sporco» e dice «In Germania, chi fa parte di una organizzazione criminale, è poi responsabile con tutto il suo patrimonio e la legislazione tedesca, anche senza un esplicito reato di associazione mafiosa, è sufficiente per perseguire i reati di stampo mafioso».</p>
<p>Insomma un duello fatto di norme e anche di un diverso approccio al fenomeno. Come dice la collega <strong>Constanze Reuscher</strong>, che è stata la moderatrice della partita, e che vive oramai in Italia da circa 20 anni, è stato proprio l’incontro di due mondi e anche due linguaggi investigativi. Ognuno con la sua importanza.</p>
<p>Certamente con qualche frizione, con qualche rimostranza o rimbrotto ma con chiarezza del nemico e dell’obiettivo da raggiungere. In conclusione però c’è una buona notizia. Il ministro Maroni ha confermato che in media, ogni giorno, in Italia, vengono arrestati 8 latitanti. A conti fatti entro 2 anni tutti gli appartenenti alle cosche saranno in carcere. Possiamo dormire sonni tranquilli e anche la ’ndrangheta, quella finanziaria, delle banche, della politica. Loro possono stare sereni, non sono latitanti, sono cittadini “normali”.</p>
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		<title>Il reato si fa Stato</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 05:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Fatto Quotidiano &#8211; di Antonio Padellaro)
Dopo aver letto il Fatto molti dicono: sapevamo tutto ma non c’erano le prove. Adesso le prove ci sono. L’inchiesta della Procura di Trani ricostruita da Antonio Massari è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia.
Il reato che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2455306&amp;title=2455306" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> &#8211; di Antonio Padellaro)</p>
<div id="attachment_1390" class="wp-caption alignleft" style="width: 302px"><img class="size-medium wp-image-1390" title="tv_jasper_oostland" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/tv_jasper_oostland-292x300.jpg" alt="Television" width="292" height="300" /><p class="wp-caption-text">Television (Jasper Oostland)</p></div>
<p>Dopo aver letto il Fatto molti dicono: sapevamo tutto ma non c’erano le prove. Adesso le prove ci sono. <strong>L’inchiesta della Procura di Trani ricostruita da Antonio Massari è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia.</strong></p>
<p>Il reato che si fa Stato. Davvero esemplare quanto dichiarato dall’onorevole avvocato <strong>Longo</strong>, luminare dei codici e delle pandette al servizio di Berlusconi che, interpellato sulle pressioni esercitate dal premier per bloccare Annozero, ha così sorriso: <em>se lo avesse fatto davvero sarebbe stato encomiabile visto che è una trasmissione noiosa</em>. È il tono canzonatorio di chi sa che tutto è concesso al suo onnipotente cliente e alla vasta e addomesticata corte di ben retribuiti corifei, legulei e burocrati un tanto al chilo.</p>
<p><strong>Sembrava dirci, Longo: nessuno può fermarci e tantomeno un piccolo pm pugliese.</strong> Del resto, costoro ti ridono in faccia se provi a denunciare lo scandalo di un’Autorità creata indipendente e a garanzia dei cittadini ma non più tale dopo che un suo membro, per giunta recidivo, viene colto mentre trama con i suoi simili Rai per stroncare trasmissioni e conduttori su mandato del suo vero padrone.</p>
<p>E che dire del direttore del Tg1 che rivendica il suo diritto a dire e a fare ciò che più gli aggrada con il piglio del gerarchetto: “Io tirerò diritto”. Lo strapotere arrogante che vanta devianza e impunità non nasce per caso. Ad alcuni leader che a Roma si rivolgono a una piazza come sempre generosa di speranze bisognerebbe chiedere dove diavolo erano quando il piccolo autocrate si sistemava al meglio affari e conflitti d’interesse senza che alcuno nel centrosinistra facesse qualcosa per fermarlo.</p>
<p><strong>Oggi leggeremo sui giornali padronali le solite veline sulla giustizia a orologeria.</strong> Si tenterà in tutti i modi di ridicolizzare l’inchiesta e chi l’ha condotta, magari denunciando il colore dei suoi calzini. Lo sanno bene che l’unico vero pericolo può venirgli addosso dai tanti piccoli giudici che fortunatamente non si fanno intimidire. Quelli che scavano nella corruzione delle grandi opere. Quelli che portano alla luce i rapporti tra membri del Parlamento e crimine organizzato. Quelli che non si fanno complici di pasticci sulle liste elettorali. Quelli, infine, che svelano ciò che tanti sapevano ma facevano finta di non vedere.</p>
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		<title>Masi, l’Agcom e la lettera per fermare Santoro</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 20:29:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Fatto Quotidiano &#8211; di Antonio Massari)
Berlusconi chiede – esplicitamente – ai suo fedelissimi dell’Agcom di elaborare una “strategia” per fermare Santoro. E l’Agcom si attiva. Non soltanto l’Authority: si muovono i vertici della Rai, si attiva l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e viene coinvolto persino un membro del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1387" class="wp-caption alignleft" style="width: 251px"><img class="size-medium wp-image-1387" title="tv_Jon_glanville" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/tv_Jon-_glanville-241x300.jpg" alt="Television" width="241" height="300" /><p class="wp-caption-text">Television (Jon Glanville)</p></div>
<p>(Tratto da <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2455166&amp;title=2455166" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> &#8211; di Antonio Massari)</p>
<p><strong>Berlusconi</strong> chiede – esplicitamente – ai suo fedelissimi dell’<strong>Agcom</strong> di elaborare una “strategia” per fermare <strong>Santoro</strong>. E l’Agcom si attiva. Non soltanto l’Authority: si muovono i vertici della Rai, si attiva l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e viene coinvolto persino un membro del Csm. È di “strategia” che parla anche il direttore generale della Rai, Mauro Masi, quando si confronta con il commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, sul tema Santoro: una “strategia” che il Fatto Quotidiano oggi è in grado di rivelare e che vede il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, costantemente informato, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di ogni mossa predisposta o da predisporre.</p>
<p>Il fattore scatenante si manifesta nel novembre 2009: s’è sparsa la voce che Santoro intende trasmettere una puntata sul “caso Mills”. Berlusconi è stato informato dal direttore di Libero, Maurizio Belpietro, che a sua volta l’ha saputo da Santoro, che l’ha invitato in trasmissione. E il premier non ci sta: si lamenta pesantemente con Innocenzi. Questa puntata gli risulta insopportabile. <strong>Chiede a Innocenzi d’intervenire pubblicamente</strong>. Gli suggerisce di esprimersi in maniera dura. Molto dura. Lo sollecita a spingersi fino a criticare l’Authority per cui lavora – l’Agcom – accusandola di immobilismo. Innocenzi annuisce.</p>
<p><strong>È talmente consenziente da chiedere a Berlusconi, il permesso di poter spingere l’acceleratore fino in fondo.</strong> Berlusconi non ha titoli per concedere – a un membro dell’Agcom – simili permessi. Ma il permesso viene richiesto. E il permesso viene accordato.</p>
<p>Anzi – conclude il premier – fammi sapere la “strategia” che avrai elaborato. Ed ecco il sistema: la “strategia” può ruotare intorno a una “lettera”. Dovrebbe firmarla il capo dell’Agcom, <strong>Corrado Calabrò</strong>, per poi spedirla al direttore generale della Rai, <strong>Mauro Masi</strong>. A sua volta, Masi, ricevuta la lettera, potrebbe promuovere dei provvedimenti su Santoro. Serve una “lettera” efficace, però, e a consigliarne il contenuto è proprio Masi.</p>
<p>È Masi che indica a Innocenzi la strada maestra per intralciare Santoro e Annozero. Siamo al paradosso: <strong>il direttore generale della Rai</strong>, che dovrebbe tutelare l’azienda, <strong>indica all’Agcom la via per incastrare un giornalista della stessa Rai</strong> e uno dei programmi di punta dell’azienda. Tra l’altro, parlando con Innocenzi, è lo stesso Masi che rivendica: la Rai è stata “aggiustata”. Non tutta. Ma quasi. Mettiamo il caso di RaiTre: il direttore Ruffini non c’è più.</p>
<p>Anche Tg1 e Tg2 stanno dando un messaggio diverso rispetto al passato. Persino il Tg3 sarebbe in qualche modo cambiato. Per Santoro , però – dice Masi – la questione è diversa. Nella prima fase della strategia Innocenzi sceglie una strada: non si possono fare “processi” in tv soprattutto se, questi processi, sono in corso nelle aule dei tribunali. Anche le docufiction – che poi saranno bloccate – rappresentano un problema. Ci sarebbe un preciso precedente giuridico sui processi in tv. Insomma: la via intravista da Innocenzi lascia presumere che, in base a questo indirizzo – e all’opportuna “lettera” scritta da Masi e firmata da Calabrò – si possa placcare Santoro e Annozero “prima” che vada in onda.</p>
<p>Berlusconi si fa risentire: Innocenzi garantisce che sta lavorando alla “strategia” e che incontrerà, per metterla a punto, persino un membro del Csm. Ma la strada indicata da Innocenzi – quella sui processi in tv – non è adeguata. È il segretario generale dell’Agcom <strong>Viola</strong> ad accorgersene: parliamo del braccio destro del presidente Calabrò.</p>
<p>La situazione si chiarisce quando Innocenzi richiama Masi: ha una busta. Dentro c’è qualcosa di scritto. Gliela lascia in un posto dove Masi può leggerla. Anche in questo caso, Berlusconi, viene tempestivamente informato. Prima, però, il Cavaliere inonda Innocenzi dei soliti improperi: il presidente Calabrò dovrebbe lasciare il suo posto, insieme con tutta l’Agcom, che dovrebbe dimettersi in blocco, visto che è una sorta di “barzelletta”.</p>
<p>Innocenzi prende la sua dose quotidiana di rimproveri e poi rasserena il presidente del Consiglio: Masi ha una copia della bozza della lettera. E redarguisce Innocenzi: questa “lettera”, per come è stata elaborata, può servire dopo le trasmissioni. Non prima. Insomma: se Santoro non sbaglia – e la trasmissione su Mills non è ancor andata in onda – non lo si può sanzionare. <strong>Non avverrebbe neanche nello Zimbabwe.</strong> E quindi: bisogna ricominciare da zero. Masi offre ancora i suoi consigli: la vicenda va inquadrata pensando al passato. Per esempio, la trasmissione sul caso di Patrizia D’Addario, aveva offerto molti spunti. E in effetti – nei suoi primi “consigli” a Innocenzi – Masi aveva chiesto di portargli tutto il materiale che l’Agcom aveva raccolto su Santoro e Annozero nei mesi precedenti. La “strategia” si evolve fino a questo punto: una lettera, debitamente compilata e poi firmata da Calabrò, potrebbe mettere Masi nelle condizioni di dire a Santoro che, se dovesse infrangere le direttive, la Rai potrebbe pagare una multa pari al 3 per cento del suo fatturato.</p>
<p>Calabrò – che non cederà alle pressioni – sembra intenzionato a non scrivere testi di questo tenore. Innocenzi – per intervenire su Calabrò – chiama persino Gianni Letta, che si dice disponibile a rintracciarlo. Niente da fare. <strong>Calabrò non firma. Masi invierà comunque la lettera e il tormentone ricomincerà la settimana successiva. </strong>Sempre a ridosso dell’ennesima puntata di Annozero. Berlusconi s’inalbera e Innocenzi sopporta. Esibendo ancora una volta la sua obbedienza al Cavaliere: lo rassicura spiegando che, per lui, “esiste” soltanto una persona. L’ha confidato anche a un suo collega. E quella persona – s’intende – è Silvio Berlusconi.</p>
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