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	<title>Malitalia &#187; Cosa Nostra</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Mafia:  indagine su D’Alì, salta fuori un nuovo troncone di inchiesta su Cosa nostra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 20:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9282" href="http://www.malitalia.it/2012/02/mafia-indagine-su-d%e2%80%99ali-salta-fuori-un-nuovo-troncone-di-inchiesta-su-cosa-nostra/dsc_7990-rt-bn-3/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9282" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_7990-rt-bn1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì,</strong> oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data fissata è quella del 28 febbraio.</p>
<p><strong> Si tratta di un secondo rinvio</strong> dovuto a produzione documentale. La stessa cosa era accaduta a dicembre in occasione della prima udienza, ed era stato il pubblico ministero Andrea Tarondo a presentare nuove carte che rappresenterebbero prove di colpevolezza per il parlamentare che siede in Senato sin dal 1994. Nell’udienza odierna la pubblica accusa è tornata a fare una ulteriore produzione di documenti, e cioè un rapporto che si inserisce nell’alveo della cosidetta inchiesta mafia e appalti che in passato ha portato alla condanna di alcuni imprenditori che sono stati riconosciuti fare parte della “cupola mafiosa” di Trapani e alla condanna del “reggente” del mandamento di Trapani, l’imprenditore pacecoto Francesco Pace, che ha avuto inflitta una pena di quasi 20 anni di carcere. <strong>Il secondo filone dell’inchiesta mafia e appalti</strong> ha riguardato la gestione irregolare di beni confiscati alla mafia e per questa ragione è stato condannato un funzionario del Demanio, Francesco Nasca, una corruzione per la costruzione di palazzine in cooperativa a Trapani, condannati ancora Pace e un professionista, nonché è scattata la prescrizione per lo stesso fatto per l’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino, assolto invece dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa. Il terzo filone di mafia e appalti è condensato nel rapporto che oggi è entrato all’interno dell’udienza preliminare per il senatore D’Alì. Praticamente l’accusa è quella che a capo del vertice che avrebbe sovrainteso all’aggiudicazione pilotata di appalti ci sarebbe stato proprio il parlamentare.<strong> Dentro questa inchiesta “pesa” l’avviso di garanzia notificato ad uno dei più grossi imprenditori edili di Trapani, Francesco Morici:</strong> così come le sue imprese, Morici Costruzioni una, Coling l’altra, risultano assegnatarie dei più grossi appalti degli ultimi anni aggiudicati a Trapani, dalla costruzione della Funivia Trapani-Erice, ai lavori per il risanamento di una parte del centro storico e delle mura di tramontana della città, nonché per le nuove banchine portuali che dovevano essere funzionali alle gare di Coppa America del 2005 ma ancora oggi rappresentano una grossa incompiuta, si trattava di un appalto da 40 milioni di euro; allo stesso tempo il nome di Morici è stato ricorrente nei processi per mafia e appalti, un dipendente della Provincia regionale ha raccontato, per esempio, di come Morici pagava mazzette per aggiudicarsi lavori banditi dall’amministrazione provinciale.</p>
<p><strong> La difesa ha anche prodotto documenti giudiziari</strong>: gli atti delle operazioni cosidette Golem, quelle che hanno riguardato i favoreggiatori del super latitante Matteo Messina Denaro e questo per dimostrare che il nome di D’Alì non compare in nessuna delle tantissime pagine dei relativi rapporti. Così come a dire della difesa non può adombrarsi alcun coinvolgimento del senatore D’Alì all’interno del recentissimo sequestro di beni operato ad un condannato per favoreggiamento alla mafia, l’imprenditore Michele Mazzara: in questo caso hanno prodotto il relativo comunicato stampa diffuso dalla questura (che non contiene riferimenti al senatore D’Alì) e la relativa informativa che ha portato il Tribunale al sequestro dei beni, dove il nome di D’Alì compare solo per un presunto interessamento di Mazzara a realizzare un documentario televisivo, ma il documentario non si è mai fatto e comunque non c’è un elemento che porta a dire che i due si siano incontrati, D’Alì anzi sostiene di non conoscere Michele Mazzara che però è certo che tentò di avvicinare il senatore attraverso il suo segretario particolare, il consigliere comunale Totò La Pica.</p>
<p>Oggi come nella precedente udienza il senatore D’Alì era presente in aula ma non ha reso dichiarazioni. I suoi difensori sono gli avvocati Stefano Pellegrino e Gino Bosco.</p>
<p><strong>Il 28 febbraio l’udienza riprenderà</strong>, la difesa del senatore D’Alì ha fatto informalmente riferimento ad una possibile richiesta di rito abbreviato, ma questo passaggio non è stato formalizzato e non è scontato, anche perché il gup per decidere avrebbe anche bisogno del parere del pubblico ministero. Parere che può essere reso solo con l’ufficializzazione della richiesta di rito alternativo.</p>
<p><strong>Nel procedimento si sono costituiti parte civile le associazioni antiracket di Alcamo, Marsala e Mazara e il centro studi di Palermo Pio La Torre, a rappresentarli è l&#8217;avvocato Giuseppe Gandolfo.</strong></p>
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		<title>Appuntamento con il boss/21</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Matteo Messina Denaro, l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss21-2/oittp-mafia-denaro-identikit-3/" rel="attachment wp-att-9226"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-messina-denaro-265x300.jpg" alt="" title="OITTP-MAFIA-DENARO-IDENTIKIT" width="265" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-9226" /></a></p>
<p><strong>Matteo Messina Denaro, </strong>l’adorato capo di Cosa Nostra trapanese, quello per cui si prega la Madonna di Lourdes. L’uomo invisibile ( come il titolo di un libro) o un camaleonte ( come un altro saggio su di lui).<br />
Poche tracce, tanti segnali, qualche avvistamento e anche qualche mormorio su una possibile trattativa per arrestarlo. Uomini che lo cercano. Un gruppo lo ha inseguito per anni proprio da Trapani, adesso il gruppo fa capo a Palermo.Scelte di azione da accettare, anche quando non si condividono. E chissà che Matteo non si sia sentito più forte per questa scelta, che abbia riacquistato un margine sugli uomini che gli stanno alle costole. Ma nessuno ha mai smesso di cercarlo tantomeno quel <strong>“cacciatore” </strong>che ha dedicato il suo lavoro a questa ricerca.<br />
C’è chi la definisce una caccia al tesoro e chi una partita a scacchi.<strong> E’ una partita per la legalit</strong>à, per ridefinire quali sono i confini con l’illegalità. Come quell’imprenditore che per descrivere il perché aveva creato un consorzio, per sfuggire ai soprusi dei mediatori collusi con la mafia, racconta che “il proprio campo deve essere sempre pulito, senza erbacce proprio per segnare la differenza con quello del vicino mafioso”.<br />
Ecco questa è la partita che si gioca: <strong>definire quel confin</strong>e e se scrivere qualche racconto su Matteo, senza avere la pretesa di descriverne completamente la figura né tantomeno avere la presunzione di poterlo prendere senza essere sbirri, può aiutare a segnare quel confine ne siamo contenti.<br />
Grazie di averci seguito e magari torneremo presto a scrivere di Matteo.<br />
La redazione di Malitalia</p>
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		<title>Appuntamento con il boss/12</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Le cose non sono cambiate a Trapani. La realtà è sempre la stessa. I modus operandi sono sempre identici. Le stragi sono un brutto ricordo ma non sono servite a cancellare il fenomeno mafioso che, probabilmente, può essere attenuato e non debellato. Cosa nostra non è né la ‘ndrangheta né la camorra e il fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss12/dna/" rel="attachment wp-att-9081"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/dna.jpg" alt="" title="dna" width="235" height="215" class="alignleft size-full wp-image-9081" /></a></p>
<p><strong>Le cose non sono cambiate a Trapani.</strong> La realtà è sempre la stessa. I modus operandi sono sempre identici. Le stragi sono un brutto ricordo ma non sono servite a cancellare il fenomeno mafioso che, probabilmente, può essere attenuato e non debellato. Cosa nostra non è né la ‘ndrangheta né la camorra e il fatto che si sia resa così invisibile la rende ancora più forte e impenetrabile. La filosofia della nuova Cosa nostra sta in Alessio, nelle sue ragioni che quasi legittimano l’organizzazione.<br />
<strong>Alessio si occupa di tutto e ciò diventa normale nelle piccole realtà. </strong>Non a Palermo ma a Trapani, dove le vie di comunicazione sono sempre precarie, dove gli interventi strutturali arrivano tardi, dove la comunicazione è solo locale e non interessa i media nazionali. Quaggiù è normale che gli imprenditori vadano a cercare i mafiosi e non viceversa. Chi ha bisogno di lavorare ha bisogno di persone come Alessio, che gli garantiscono questa possibilità. Oggi Cosa nostra non è rappresentata solo dalla parte armata, ma assistiamo all’attualizzazione di un pensiero antichissimo.<br />
Nel Dna di Alessio ci sono i metodi di una filosofia mafiosa che in parte si è dato da solo. Intelligente quanto ipocrita nella lettura della realtà. Una realtà che non esiste, che è sbagliata, che quel cacciatore tenta di riportare alla normalità. E lui sa tutte queste cose. <strong>Guarda dal buco della serratura il mondo e si sente il sovrano della sua provincia. Quello che lo circonda è suo, frutto di omicidi e sangue</strong>. Quante lacrime sopra questa ricchezza che non serve a nessuno. Le regole sono ormai sconvolte. Ma avrà lasciato qualche traccia e quel cacciatore che non dorme la notte per mettere a posto i pezzi del puzzle, sa di poter seguire anche la strada dei suoi averi, <strong>dove lo porterà?<br />
</strong></p>
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		<title>Mafia: quando Cosa nostra trapanese voleva fare un documentario</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota. La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9092" href="http://www.malitalia.it/2012/01/mafia-quando-cosa-nostra-trapanese-voleva-fare-un-documentario/foto/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9092" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p><strong>A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota.</strong> La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, e iol 2 aprile del 1985  a Barbara Rizzo Asta ed ai suoi due gemellini, di sei anni, Giuseppe e Salvatore, straziati da una bomba destinata al magistrato Carlo Palermo, rimasto illeso. Le indagini raccontano altro e continuano a dirci altro. <strong>Intanto c’è il primo dato di fatto, ed è quello che qui si nasconde e comanda il boss dei boss delle famiglie siciliane e cioè il castelvetranese Matteo Messina Denaro, 50 anni, ricercato dal 1993</strong>. Poi le sentenze anche recenti, ci dicono che qui si è insediata la mafia moderna, quella sommersa, quella che non ha chiesto il pizzo ma la quota associativa alle imprese, garantendo commesse facili facili, rapporti privilegiati con politica, burocrazia e banche, quella che non uccide ma che esercita pressioni con altre armi, di tanto in tanto un attentato incendiario, così da fare ricordare quali sono i pericoli per l’eventuale sventurato che vuole fare senza i mammasantissima, qui c’è la mafia dei grossi investimenti, del commercio, che si occupa di turismo.<strong> Qui c’è una organizzazione mafiosa che l’aveva pensata proprio bene: fare accompagnare le affermazioni della mafia battuta con un documentario sulla provincia di Trapani</strong> da pubblicizzare a livello nazionale, così che di Trapani si sarebbe parlato come Cosa nostra desiderava.</p>
<p><strong>E’ questo uno dei risvolti dell’operazione Panoramic, dal nome di un grosso albergo di San Vito Lo Capo, finito oggi sequestrato.</strong> Polizia e Finanza hanno eseguito un maxi provvedimento di sequestro da 30 milioni di euro, immobili e residenze alberghiere, una residenza per anziani, estensioni terriere per 150 ettari, un centinaio di immobili e quasi altrettanto di conti correnti bancari e rapporti intrattenuti dai soggetti intestatari a Trapani e fuori da Trapani.<strong> L&#8217;operazione colpisce Michele Mazzara,</strong> 52 anni, nel 1997 arrestato per favoreggiamento ai latitanti, allora sembrava personaggio di poco conto, ha patteggiato una condanna a 14 mesi per il reato contestato, 11 mesi fu la pena patteggiata dalla moglie, Giuseppa Barone. Di lui a proposito di questa circostanza così disse il pentito di Alcamo, Vincenzo Ferro: “<em>Sono stato inoltre presente, nel febbraio del 96, all’iniziazione di MELODIA Ignazio il dottore avvenuta a DATTILO nella casa nella disponibilità di una persona da me conosciuta come Enzo e che ho poi appreso chiamarsi Michele MAZZARA. Nell’occasione erano presenti: SINACORI e MESSINA DENARO Matteo; vi era inoltre in una stanza attigua anche il dottore PANDOLFO che entrò successivamente e venne anche lui affiliato.</em></p>
<p><em>Ricordo che al momento dell’affiliazione del MELODIA Ignazio, il SINACORI disse che io sarei diventato da quel momento il capo della famiglia di ALCAMO, decapitata a seguito dell’arresto di Antonino MELODIA avvenuto qualche settimana prima; io però feci presente che era opportuno che tale carica venisse affidata al MELODIA Ignazio sia perchè era persona ben conosciuta nel paese in quanto medico, in quanto fratello di Antonino e in quanto titolare di un ufficio pubblico che rilasciava i certificati di abitabilità, sia perchè io non me la sentivo, non essendo mai stato addentro nelle cose dell’associazione”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ne è passata da allora acqua sotto i ponti e Michele Mazzara secondo gli investigatori anziché fare un passo indietro, avrebbe fatto passi in avanti nella organizzazione mafiosa, finendo con l’essere indicato dal collaborante Nino Birrittella, anche lui imprenditore, arrestato nel 2005 e qualche mese dopo diventato collaboratore di giustizia, come uno dei vertici della rete di interessi illeciti della Cosa nostra trapanese. <strong>Tutto quello che di “buono” – si fa per dire – accaduto a Michele Mazzara le indagini lo hanno ricondotto alla politica. E’ stato intercettato a discutere con l’ex deputato regionale di Forza Italia, Giuseppe Maurici, proprio per cercare di trovare finanziamenti per realizzare quel documentario su Trapani, avrebbe tentato di mettersi in contatto con il senatore Antonio D’Alì,</strong> attraverso uno stretto collaboratore di questi, il consigliere comunale Totò La Pica, i poliziotti lo seguirono mentre di volata si fiondava su Palermo, per cercare di bloccare in aeroporto il senatore D’Alì che stava partendo o arrivando da Roma. In rapporti con Mazzara anche un noto professionista anche lui come Mazzara originario di Paceco, l’ing. Salvatore Alestra, presidente dell’Ato Rifiuti di Trapani. I due sono legati, risultano avere lavorato assieme, nelle ultime elezioni amministrative a Paceco sono stati molto attivi, almeno così appare da rapporti investigativi che fanno parte del fascicolo del sequestro disposto dalle misure di prevenzione.</p>
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		<title>Favori a Matteo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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25 milioni di euro, 99 beni immobili (con un’estensione di terreni pari a circa 150 ettari),  8 autovetture( tra cui due Suv) ,  17 automezzi agricoli (trattori ed autocarri),  86 tra conti correnti e rapporti bancari di altra natura e 3 società (interi capitali sociali e pertinenti complessi aziendali e alberghieri  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/favori-a-matteo/matteo-estero/" rel="attachment wp-att-9085"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/matteo-estero.jpg" alt="" width="254" height="198" class="alignleft size-full wp-image-9085" /></a></p>
<p><strong>25 milioni di euro, 99 beni immobili (con un’estensione di terreni pari a circa 150 ettari),  8 autovetture( tra cui due Suv) ,  17 automezzi agricoli (trattori ed autocarri),  86 tra conti correnti e rapporti bancari di altra natura e 3 società (interi capitali sociali e pertinenti complessi aziendali e alberghieri </strong> (la A.S.A. Srl Azienda Siciliana Alberghiera, esercente l’attività di “alberghi e motel con ristorante” ‘, la NICOSIA Francesco &amp; Vincenzo s.n.c., esercente l’attività di “costruzione di edifici residenziali e non residenziali e la VILLA ESMERALDA di Di Salvo Piacentino  Giuseppa &amp; C. s.n.c. esercente l’attività di assistenza residenziali per anziani.)</p>
<p><strong>Un vero e proprio bottino</strong> quello che porta a casa il Questore della Provincia di  Trapani, dott.Carmine Esposito, grazie alle indagini, svolte congiuntamente dalla Divisione Anticrimine della stessa Questura e dal Nucleo di PT della Guardia di Finanza di Trapani.</p>
<p>La misura di prevenzione personale e patrimoniale nei confronti Michele Mazzara  nasce da indagini (criminologiche e patrimoniali) basate su i risultati acquisiti, dagli organi della polizia giudiziaria, dal 1996 e nell’ambito di vari  procedimenti penali già pendenti presso la D.D.A. di Palermo. </p>
<p>Per capire l’importanza di questi sequestri basti ricordare che <strong>Michele Mazzara è stato indicato da molti collaboratori di giustizia </strong>( come Francesco Milazzo,killer della cosca di Paceco, Vincenzo Sinacori,capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo) vicino al capo mandamento di Trapani, all’epoca latitante, Vincenzo Virga e al capo mafia di Paceco Filippo Coppola. I collaboratori hanno parlato del suo ruolo chiave nella gestione della latitanza dello stesso capo mafia mazarese (Virga), e <strong>soprattutto nell’appoggio logistico della latitanza di Matteo Messina Denaro, rappresentante provinciale di “cosa nostra” trapanese </strong>. Per l’ultimo boss Mazzara aveva organizzato covi sicuri per il suo soggiorno e anche riunioni nell’area di Dattilo, nel comune di Paceco, ed esattamente in alcuni degli immobili sequestrati.</p>
<p>Quindi un uomo che piano piano ha scalato la società economica, tanto di diventare un importante imprenditore nel settore agricolo e della commercializzazione dei prodotti ( ma in maniera spesso occulta) e d’altro canto ha sempre più consolidato il rapporto con “ ‘ u siccu”, l’ultimo padrino,<strong>Matteo Messina Denaro che in qualche modo deve risentire di tutta l’attività investigativa che colpisce la rete dei suoi “sostenitori” che siano sindaci, commercianti o ricchi imprenditori.</strong><br />
Poco a poco, con costanza e puntualità, si assestano i colpi all’ultimo latitante di Cosa Nostra e la strategia è quella di recidere i legami con la sua cerchia di adepti ma anche quella di bloccare le attività economiche quelle che, a regime, sostengono l’organizzazione e permettono al boss di sottrarsi alla cattura.</p>
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		<title>Appuntamento con il boss</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 21:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando morì il padre avrà pensato “ora tutto questo è mio”. Aveva già il piglio del capo, dell’uomo che comanda. Amava già tanto i Ray Ban di cui tutti parlano e con cui viene raffigurato in ogni foto segnaletica. Lui si sentiva, e forse ancora si sente,  come Benjamin  Malaussène, il capro espiatorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8898" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/appuntamento-con-il-boss/mak_1387-rt-bn/" rel="attachment wp-att-8898"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/MAK_1387-rt-bn-300x200.jpg" alt="" title="MAK_1387 rt bn" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-8898" /></a><p class="wp-caption-text">Castelvetrano-Foto di Maurizio Mirrione</p></div>
<p><strong>Quando morì il padre avrà pensato “ora tutto questo è mio”</strong>. Aveva già il piglio del capo, dell’uomo che comanda. Amava già tanto i Ray Ban di cui tutti parlano e con cui viene raffigurato in ogni foto segnaletica. Lui si sentiva, e forse ancora si sente,  come <strong>Benjamin  Malaussène,</strong> il capro espiatorio di “professione”, nato dalla penna dello scrittore francese Daniel Pennac, uno dei suoi preferiti. Ha sempre sostenuto  di essere nel giusto confortato dai suoi “adepti”, perché lui è adorato come un dio e in paese molto più di qualcuno vorrebbe aiutare la sua latitanza.<br />
Quel giorno, il 30 novembre 1998,era già fuori dalle regole dello Stato. Lo era da molto tempo e aveva già sulle spalle omicidi e stragi. Negli occhi, quelli che tanto affascinano le sue donne, anche l’immagine di quel poliziotto che doveva morire il 14 settembre 1992 ma che, invece, è ancora qui a raccontare una storia,per ora, non conclusa.<br />
Forse anche per lui, come per il padre, varrà la frase “Unnarrinisceru a pigghiariti” (non sono riusciti a prenderti,vivo) o potrebbe,invece, avere le ore contate.<br />
“Io mi rivolgo a lei come garante di tutti noi e di tutto quindi i suoi contatti sono gli unici che a me stanno bene, cioè di altri non riconosco a nessuno, chi è amico suo è e sarà amico mio, chi non è amico suo non solo non è amico mio ma sarà un nemico mio, su questo non c’è alcun dubbio…”<br />
Alessio non aveva dubbi, bisogna essere fedeli allo Zio. <strong>Nella sua mente, mentre si addormentava solo questo pensiero. Era tranquillo, rilassato nessuno poteva sapere e immaginare dove fosse. E domani…..</strong></p>
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		<title>Processo Rostagno: quando Riina disse che Mauro era una “camurria”</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 18:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[Brusca]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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E’ una udienza quella del processo per il delitto Rostagno che va raccontata cominciando però dalla fine. Il dibattimento cominciato il 2 febbraio scorso è arrivato il 21 dicembre al termine per quanto riguarda il 2011, la ripresa ci sarà l’11 gennaio quando deporranno due pentiti parecchio controversi, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola, uomini d’onore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8800" href="http://www.malitalia.it/2011/12/processo-rostagno-quando-riina-disse-che-mauro-era-una-%e2%80%9ccamurria%e2%80%9d/mauro-rostagno2-470x402-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8800" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p>E’ una udienza quella del processo per il delitto Rostagno che va raccontata cominciando però dalla fine. Il dibattimento cominciato il 2 febbraio scorso è arrivato il 21 dicembre al termine per quanto riguarda il 2011, la ripresa ci sarà l’11 gennaio quando deporranno due pentiti parecchio controversi, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola, uomini d’onore del Belice, le cui dichiarazioni però hanno per la gran parte superato il vaglio dell’autorità giudiziaria. Nell’ultima udienza, quella del 21 dicembre scorso, ha deposto l’ex capo del mandamento di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia lo divenne qualche giorno dopo il suo arresto che risale all’estate del 1996. Nel 1999, dopo un primo accenno fatto in verbali sottoscritti nel 1996 e nel 1997, ha parlato ai pm del delitto di Mauro Rostagno con qualche dettaglio in più rispetto a prima, ha detto che dal capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, sentì dire, a proposito dell’omicidio dell’ex fondatore di Lotta Continua, che “finalmente i trapanesi si erano tolti di mezzo quella camurria”.</p>
<p> <strong>Non spariamo alle donne</strong>. Ma la notizia importante non è tanto questa che era peraltro già abbastanza conosciuta, ma la notizia del processo è contenuta nella risposta che Brusca ha dato a fine udienza all’ultima delle domande posta dall’avvocato Carmelo Miceli, difensore di parte civile di Chicca Roveri, presente in aula, e Maddalena Rostagno. Una premessa. Nel corso del suo interrogatorio Brusca ha fatto riferimento al suo passato di “uomo d’onore”, “soldato” del mandamento di San Giuseppe Jato e poi capo dello stesso mandamento dove a comandare era stato anche suo padre, l’anziano Bernardo, e raccontando della sua “feroce” militanza, segnati da delitti efferati, ha detto che lui credeva nella “sacralità” di Cosa Nostra. E allora da uomo che ha vissuto gran parte della sua vita rispettando le regole mafiose, ha dato una risposta precisa alla domanda dell’avv. Miceli sul comportamento che deve tenere un killer di Cosa Nostra. Brusca aveva fatto riferimento ad un duplice delitto avvenuto nell’agrigentino, un uomo e una donna, e commentandolo non ha nascosto che già all’epoca c’era stato il “dispiacere” per l’uccisione della donna, “c’era anche una bambina per fortuna è rimasta illesa”. Ha fatto un certo effetto sentire questo racconto siffatto da uno come Giovanni Brusca che da uomo d’onore non esitò un attimo a dare l’ordine di uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo o ancora a schiacciare il timer per la strage di Capaci e strangolare Antonella Bonomo la donna compagna di vita del capo mafia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, lui ucciso perché aveva tradito Totò Riina e lei assassinata per i segreti che si portava dentro, e però quando le donne non c’entrano nulla “non vanno toccate”. “Il killer sa che le donne non vanno uccise” ha risposto Brusca alla domanda dell’avv. Miceli. E le scene che sono venute in mente sono state quelle del delitto Rostagno e dell’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto: Mauro Rostagno il 26 settembre del 1988 era in compagnia di una donna, Monica Serra, quando fu ucciso a pochi metri dal cancello di ingresso della comunità Saman di Lenzi, territorio di Valderice, appena sotto le falde della montagna di Erice; Giuseppe Montalto il 23 dicembre del 1995 fu ammazzato mentre, come Rostagno, era in auto, davanti la casa dei suoceri, in contrada Palma di Trapani, affianco a lui c’era seduta la moglie, Liliana Riccobene, dietro la figlioletta di pochi mesi. Il sicario sparò in modo preciso in tutte e due le tragiche occasioni, colpendo i bersagli, Rostagno e Montalto, lasciando illese le “donne” che erano con le due vittime predestinate. Per l’omicidio di Giuseppe Montalto condannato all’ergastolo è stato il valdericino Vito Mazzara, fu lui a sparare, questa è una cosa certa, nel processo per il delitto Rostagno lo stesso Mazzara, riconosciuto sicario di Cosa nostra, uno che sparava assieme a Matteo Messina Denaro, il super latitante della mafia siciliana, è imputato di avere guidato il commando che entrò in azione a Lenzi. Basta questo per dire di avere raggiunto la prova? Certo che no, ma nel processo non c’è solo questo, altro è emerso e altri testi dell’accusa ancora debbono essere sentiti. Certo è che Mazzara non era un killer qualsiasi e lo ha detto ancora Giovanni Brusca. “Era uno che sapeva sparare” ha detto l’ex capo mandamento di San Giuseppe Jato, Vito Mazzara per questa sua specialità viveva con due riconoscimenti, quello agonistico, perché faceva parte della squadra nazionale di tiro a volo, e quello mafioso, perché come hanno detto anche altri pentiti sentiti nello stesso processo, “sparava bene e non mancava mai il bersaglio”. Impassibile, dentro la cella degli imputati dell’aula bunker dove si svolge il dibattimento per il delitto Rostagno, Vito Mazzara ha sentito le accuse dei pentiti, mai una smorfia, mai una reazione, lui, come sono stati sentiti dire alcuni mafiosi “intercettati”, “è un pezzo di storia e va protetto e mantenuto”, il mantenimento in qualche modo viene garantito e Mazzara sta in silenzio e osserva. Quindi quel “non spariamo alle donne” potrebbe diventare l’ulteriore prova della firma di Cosa nostra sul delitto Rostagno.</p>
<p> <strong>Litigi sui verbali</strong>. La difesa di Vito Mazzara, avvocati Vito e Salvatore Galluffo, hanno tentato di rendere poco credibile la testimonianza di Brusca mettendo mano alle carte processuali, evidenziando che esisterebbero discrasie tra i contenuti dei verbali di interrogatorio resi da Brusca sul delitto Rostagno nel 96 e 97 con quello ultimo del 1999. Legittima mossa della difesa, peccato che in qualche cronaca è mancata analoga evidenza all’intervento dei pm e delle parte civili, quegli interrogatori del 96 e 97 secondo i pm erano per così dire sommari, mancavano gli approfondimenti sui singoli fatti (omicidi ari) esposti da Brusca, poi nel 1999 è arrivato l’approfondimento. Bisognerebbe bene interrogarsi semmai sul perché siano trascorsi due anni dall’ultimo verbale prima di sentire Brusca in modo approfondito sul delitto Rostagno. La difesa di Mazzara, esercitando indubbiamente in modo legittimo le armi (del codice) a disposizione, ha chiesto alla Corte l’acquisizione dei verbali dopo che le parte civili avevano fatto notare che la loro lettura in aula non era completa, l’avv. Vito Galluffo allora con veemente oratoria ne ha chiesto l’integrale acquisizione, cosa che però non è avvenuta, anche dopo che il presidente della Corte, il giudice Pellino, ha lui letto il verbale in questione, in modo pedissequo.</p>
<p> <strong>Quella sacralità di Cosa nostra</strong>. A parte queste “scintille” tra le parti, che fanno parte comunque degli scenari dibattimentali, il resto dell’udienza è stato caratterizzato dal “silenzio” con il quale si è ascoltata in aula la testimonianza di Brusca. “Sono stato un mafioso dal 1975, soldato semplice nel mandamento di San Giuseppe Jato, dal 1989 sono stato reggente del mandamento, fino al mio arresto nel 1996&#8243;. Brusca ha esordito così rispondendo alle domande del pm Del Bene, ricostruendo poi le fasi della sua iniziazione, “avvenuta alla presenza di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Mio padre (Bernardo Brusca ndr) non ha voluto partecipare, sebbene era al momento il reggente del mandamento&#8221;. Brusca proseguendo ha descritto il proprio ruolo di &#8220;portavoce&#8221; di Totò Riina, anche a Trapani: &#8220;Ho dato la vita per Cosa Nostra, tantissimi omicidi, strage di Capaci, strage Chinnici, faide di Cosa Nostra, Riina mi dava gli ordini, più lui che mio padre, anche per i delitti avevo un rapporto privilegiato con Riina, condividevo la strategia stragista e questo fino a quando non ho scoperto dalle parole di Salvatore Cancemi che lui voleva attentare alla mia vita&#8221;.</p>
<p> <strong>Appalti e politica</strong>. &#8220;Gli appalti – ha continuato &#8211; era il secondo mio interesse, dopo l&#8217;integrità e la sacralità di Cosa Nostra. Una mia attività era regolare la cosidetta messa a posto delle imprese, ero amico di Angelo Siino (oggi anche lui pentito e che per tutti fu il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina ndr) delegato per mio conto a gestire una parte dei lavori della Sicilia e comunque si occupava di quelli che gli capitavano, quando Siino non poteva intervenire intervenivo io&#8221;. &#8220;La messa a posto riguardava solo chi si aggiudicava un lavoro, doveva pagare il pizzo dal 2 al 3 per cento rispetto all&#8217;importo, per non subire danni. Poi c&#8217;era l&#8217;aggiudicazione pilotata se c&#8217;era il desiderio del campo mandamento, del capo mafia della zona o dell&#8217;impresa a noi vicina, l&#8217;aggiudicazione pilotata era sempre frutto di accordi con la politica&#8221;.Chi era Angelo Siino, hanno chiesto i pm Del Bene e Paci: &#8220;Ufficialmente non era uomo d&#8217;onore, ma di Cosa nostra ne sapeva più di me&#8221;.</p>
<p> <strong>Mazzara dove va uccidere Borsellino</strong>. Nel corso della sua deposizione Brusca ha anche parlato delle recenti rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza sulle stragi del 1992 e ha svelato: Quello che oggi sta dicendo Spatuzza io l&#8217;ho detto molto tempo prima&#8221;. Parlando ancora delle stragi del 1992 si è ricordato di un ruolo che molti anni prima mastro Ciccio u muraturi, così era soprannominato uno dei capi della mafia mazarese, Francesco Messina, trovato poi morto suicida, voleva dare all’odierno imputato del processo Rostagno, Vito Mazzara: “Proprio perché era uno capace a usare il fucile, mastro Ciccio voleva dare a lui l’incarico di uccidere Paolo Borsellino mentre questi era procuratore a Marsala, Borsellino già doveva essere ucciso molti anni prima del 1992”. Ciccio Messina non è un personaggio qualsiasi nel processo: secondo il pentito Sinacori fu lui, in sua presenza, a ricevere l’ordine da Francesco Messina Denaro di uccidere Mauro Rostagno, e fu ancora Ciccio Messina a ricevere conferma dallo stesso “padrino” belicino che l’incarico di eliminare Rostagno era arrivato al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e che questi se ne sarebbe occupato. Sul delitto Rostagno, Brusca ha riferito ciò che gli disse Totò Riina. “Quando ebbi modo di parlare con lui di questo delitto mi rispose dicendo che finalmente i trapanesi si erano tolti di mezzo questa camurria”.</p>
<p> <strong>Le armi che si inceppano non sono una anomalia</strong>. In relazione ancora ai temi processuali sono state poste a Brusca domande su una sua conoscenza sull’incepparsi di armi durante l’esecuzione di agguati. Nel delitto Rostagno sulla scena del crimine furono trovati pezzi di un fucile esploso. Cosa che sarebbe stata provocata da un sovra caricamento delle cartucce, cosa questa nella quale, secondo il pentito Francesco Milazzo, era specializzato Vito Mazzara, invece secondo i carabinieri che fecero la prima parte delle indagini (quelle che chiaramente subirono un depistaggio) era “roba da cacciatori” e quel delitto non sarebbe stato perciò un delitto di mafia ma un “omicidio raffazzonato”. Tornando a Brusca, a proposito di armi inceppate ha detto: &#8220;In diverse occasioni durante l&#8217;esecuzione di omicidi ho avuto a che fare con un&#8217;arma che i è inceppata. Una volta mi è successo a Piana degli Albanesi, quando abbiamo ucciso un certo Filippo, eravamo con Di Maggio e Di Matteo, e allora la pistola si inceppò, un&#8217;altra volta a Camporeale si inceppò un fucile a pompa, ma le occasioni sono state anche altre nonostante io avevo provato le armi con precisione, anche killer professionsiti di Cosa nostra potevano accadere di queste cose&#8221;.</p>
<p> <strong>I boss di Trapani</strong>. I rapporti con la mafia trapanese. &#8220;Potrei dire che ne conosco tanti, ho commesso anche omicidi a Trapani e in provincia per ordine di Riina, ho intrattenuto rapporti con Mariano Agate sino all&#8217;ultimo uomo d&#8217;onore, con Vincenzo Sinacori, Andrea Gancitano, rapporti sin dagli anni 70 con i mafiosi trapanesi, andavamo a Mazara, a Campobello, incontravamo i Messina Denaro, padre e figlio, più frequenza avevamo con Mazara del Vallo, rapporti proseguiti sino al momento del mio arresto, tanti contatti con Matteo Messina Denaro rappresentante di tutta la provincia, Mariano Agate è stato sempre capo del mandamento di Mazara, con Sinacori quando Agate era in carcere. Mazara del Vallo era nostro punto di riferimento, qui Riina trascorreva la villeggiatura”. Ha fatto anche alcuni nomi di capi mafia. Del più importante ha sbagliato il nome di battesimo ma non il cognome né le circostanze in cui fu eliminato. Si trattava di Totò Minore, che Brusca ha indicato col nome di Salvatore. Ma ha confermato la sua eliminazione tra l’82 e l’83, “fu ucciso con un altro trapanese, durante un summit convocato nel palermitano da Raffaele Ganci e da Giuseppe Gambino…lo dovevamo uccidere già prima a Salemi per via del fatto era dalla parte della mafia perdente”. Brusca ha anche confermato che Vincenzo Virga divenne capo mafia di Trapani subito dopo la morte di Minore: “Virga era capo mandamento di Trapani e dei dintorni, e lo era sicuramente da dopo l&#8217;omicidio di Minore&#8221;. E sull’altro imputato del processo ha aggiunto: &#8220;Vito Mazzara l&#8217;ho conosciuto nel tempo, uomo d&#8217;onore, molto amico dei mazaresi, in particolare di mastro Ciccio Messina, che lo aveva proposto per utilizzarlo per l&#8217;omicidio Borsellino, in quanto Mazzara era un professionista, una sorta di tiratore scelto, un attentato che si doveva fare quando Borsellino era procuratore a Marsala. Questa cosa &#8211; continua Brusca &#8211; l&#8217;ho appresa da mastro Ciccio. La morte di Borsellino non è nata nel 92 ma risaliva nel tempo, mastro Ciccio mi disse che voleva usare un fucile di precisione. Vito Mazzara sui ordine di Matteo Messina Denaro partecipò al sequestro del piccolo Di Matteo&#8221;.</p>
<p> <strong>Riina non era bugiardo</strong>. Rispondendo alle domande dei pm e poi delle stesse difese, Giovanni Brusca è tornato a parlare del colloquio con Riina a proposito del delitto Rostagno: &#8220;Con Riina abbiamo parlato del delitto Rostagno, e io gli chiesi se lui ne sapeva parlare, lui mi ha detto si, si sono tolti questa rogna, questa rottura di scatole, Rostagno era un problema per il territorio di Trapani&#8221;. Ma perché così sicuro che Riina non dicesse bugie sul fatto?  &#8221;Quando io parlavo con lui &#8211; dice Brusca &#8211; non c&#8217;era bisogno di ricostruire i fatti, li conoscevamo, il plurale usato (si sono tolti….ndr) era perchè il delitto interessava a più persone, e interessava a Trapani &#8230;.qualunque cosa facevano i trapanesi, Riina ne era a conoscenza, non dico che era il mandante ma lui per i rapporti che aveva con i trapanesi veniva informato di tutto e per tutto”.</p>
<p> <strong>L’editore Puccio amico di Siino</strong>. Dettagli però Brusca ha detto di non conoscerne: &#8220;Non conosco i dettagli, ricordo che Rostagno lavorava in una tv di un certo Puccio (Bulgarella ndr), un imprenditore che ho conosciuto tramite Siino&#8230;.Questo Puccio l&#8217;ho conosciuto personalmente, con lui siano stati assieme una settimane nell&#8217;89 per chiudere degli appalti, una volta gli chiesi di sponsorizzare un politico, credo Salvatore Cintola &#8220;. Movente gli si è tornati a chiedere? &#8220;Dava disturbo al territorio come giornalista, il camurria di Riina credo che si riferisca a questo, io non conosco i dettagli, ma il delitto lo conosco per sintesi, per via di quella risposta di Riina&#8221;. Poi le risposte sono tornate a concentrarsi su Puccio Bulgarella che fu indagato per false dichiarazioni al pm e successivamente ebbe la posizione archiviata e nel frattempo è deceduto: &#8220;Bulgarella era stato messo in cattiva luce dentro Cosa nostra per via del fatto che Rostagno era nella sua tv, ma fu un malumore che fu poi sopito. Bulgarella aveva interessi negli appalti pubblici, aveva altri familiari che facevano gli imprenditori, con Siino lui usufruiva di privilegi da parte di Cosa nostra, vinse così le ostlità, anzi venne anche favorito in qualche occasione, a Trapani c&#8217;era con Bulgarella un certo Sciacca (Gioacchino ex presidente di Confindustria ndr) che interessavano a noi mafiosi, certamente l&#8217;atteggiamento nei confronti di Bulgarella da parte di Cosa nostra è cambiato sennò non avrebbe ricevuto appoggi, e questo deve risalire all&#8217;88, 89&#8230;.Bulgarella era inviso inizialmente perchè era amico di Giovanni Falcone poi perchè dava ospitalità nella sua tv a Rostagno, una volta ero con Siino e Bulgarella al ristorante Trittico di Palermo, e Bulgarella scaricò colpa sulla moglie per la presenza di Rostagno in tv, questo avvenne nel 1989, parlammo di quell&#8217;argomento e lui così tentò così di discolparsi&#8230;..Bulgarella sapeva con chi aveva a che fare, chi era Siino e chi ero io&#8230;.Con Bulgarella abbiamo passato una settimana assieme a Roma, altre volte siamo stati a casa di Siino a Palermo, ci siamo visti a Trapani città, un&#8217;altra volta mentre andavo con Siino a Mazara, Bulgarella ci sorpassò in autostrada e allora venne pure fermato&#8221;. &#8220;Io ero con Siino, eravamo con un Mercedes coupè, non andavamo veloce, ci sorpassò Bulgarella a grande velocità, aveva un Mercedes nero, appena ci ha visto ci ha salutato, e da lì a poco fu fermato dalla Polizia stradale, noi superammo il posto di blocco e ci siamo fermati più avanti in sua attesa per salutarci&#8230;Bulgarella era in compagnia di un&#8217;altra persona, se non ricordo male una donna&#8230;.Ho conosciuto questa donna, con Puccio aveva un rapporto confidenziale, l&#8217;ho conosciuta anche a Roma, credo fosse la sua segretaria, credo le sue origini fossero francesi&#8230;.Non escludo che fosse presente anche quando mangiammo al Trittico di Palermo&#8230;&#8221;. Era l&#8217;amante? &#8220;Ho avuto questa impressione ma non ne sono sicuro, Siino mi disse che non aveva buoni rapporti con la moglie, mentre rapporti di complicità c&#8217;erano tra la signora Bulgarella e Rostagno, questo mi raccontava Siino, e questa discussione l&#8217;abbiamo fatta a Roma mentre aspettavamo che arrivavano Bulgarella e sua moglie…io credo che ho salvato la vita a Puccio Bulgarella perchè i malumori nei suoi confronti erano forti da parte dei mafiosi trapanesi, lui non era ben visto&#8221;.</p>
<p> <strong>Le armi che girano per i mandamenti</strong>. Alcune delle domande delle difese sono state poste a proposito dell’uso di armi e sulla circostanza che armi in possesso di un mandamento mafioso potevano essere usate in altro. Circostanza non negata, ma Brusca ha aggiunto che uomini di un mandamento potevano essere chiamati a partecipare a delitti in altri mandamenti, come è successo a lui quando partecipò alla guerra di mafia di Alcamo negli anni ’90 e quando una sera, dopo essere andato a riprendersi un fucile che aveva dato alla cosca alcamese vicina a Riina, incappò in un posto di blocco e uso quel fucile per sparare contro una pattuglia di Polizia, fu quando rischiò di essere ucciso un poliziotto trapanese, Giovanni Benedetto, rimasto cieco da un occhio.</p>
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		<title>Campobello di Mazara: il sindaco che “recitava” l’antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Campobello di Mazarà]]></category>
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Tanto tuonò che piovve si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di [...]]]></description>
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<p><strong>Tanto tuonò che piovve</strong> si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di quella sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Quando i militari sono andati ad arrestarlo, <strong>il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra),</strong> accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi addietro aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.</p>
<p><strong> Caravà  era facile vederlo parlare di legalità, presente ad ogni consegna di beni confiscati</strong>, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto Caravà sembrava davvero un antimafioso.</p>
<p> <strong>Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto Nunzio Spezia</strong> che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco, evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate. Sindaco in nome e per conto della mafia secondo le indagini e nella sua anticamere stazionava un boss ora arrestato Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.</p>
<p><strong> Poi c’è il capitolo degli appalti,</strong> secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori opubblici il sindaco Caravà riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che <strong>Caravà nel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui</strong>. Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.</p>
<p> Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006. coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.</p>
<p>“Terra bruciata” ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.</p>
<p> L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo , cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni  fittizia di beni.</p>
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		<title>La mafia dell’economia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti. L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8675" href="http://www.malitalia.it/2011/12/la-mafia-dell%e2%80%99economia/salvatore-giuliano-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-8675" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/salvatore-giuliano.jpg" alt="" width="273" height="185" /></a></p>
<p><strong>C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti.</strong> L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il corpo senza vita del bandito che era il terrore delle popolazioni siciliane dell’epoca, Salvatore Giuliano. Una foto che ancora oggi fa il giro del mondo. Il delitto di Salvatore Giuliano e la stessa vita del bandito di Montelepre è il primo mistero siciliano del dopoguerra e ancora oggi se ne sentono gli strascichi. Certamente quell’immagine di quel cadavere senza vita riverso a terra nel cortile De Maria fu frutto di una sceneggiata, una messinscena organizzata dalla mafia e tollerata dalle istituzioni. La prima di tante altre “fiction”, ma non da teleschermi. Trapani subito dimostrò le sue capacità a offrire gli spazi giusti per questi inciuci criminali. Castelvetrano era già la città di Francesco Messina Denaro, il “patriarca” della mafia belicina, che subito guadagnò “galloni” nel campo di Cosa nostra, quando don Ciccio ufficialmente non era nessuno, e Bernardo Provenzano era già un latitante, era quest’ultimo, e non l’altro, a recarsi a trovarlo: guidando la sua 500, Binnu, il “padrino” di Corleone giungeva a Castelvetrano, lui al cospetto di Messina Denaro, e non viceversa.</p>
<p><strong> Oggi Matteo Messina Denaro latitante dal 1993, figlio quasi cinquantenne di Francesco, nel frattempo morto, in latitanza, nel 1998, è l’erede del padre ma anche di don Binnu.</strong> Inciuci e intrecci sono la sua specialità. Ha le mani sporche di sangue e con queste gestisce la nuova mafia, quella sommersa, che fa impresa e le stesse mani che hanno piazzato le bombe per piegare lo Stato verso la trattativa. La mafia trapanese è cresciuta dal dopoguerra in poi all’ombra di istituzioni gestite da uomini che avevano un compito prioritario, spendere la migliore energia a negare l’esistenza della mafia e a chiamare “sbirro” chi indagava, quasi indicandolo al pubblico ludibrio, come per esempio è stato intercettato a fare l’ex vice presidente della Regione Sicilia, l’on. Bartolo Pellegrino. Inciuci di morte.  Il 2 aprile del 1985 in una curva di Pizzolungo i mafiosi, ma non solo i mafiosi, come spesso si sente dire per i delitti più eccellenti commessi a Trapani, piazzarono una autobomba che fece strazio di una donna e dei suoi due figlioletti. Erano su una automobile, guidava Barbara Rizzo Asta, portava Salvatore e Giuseppe, gemelli di sei anni a scuola, fecero da “scudo” al momento della esplosione ad una Fiat Argenta sulla quale si trovava il magistrato Carlo Palermo che scortato stava raggiungendo il Palazzo di Giustizia dove da meno di 40 giorni svolgeva le funzioni di sostituto procuratore. Il pm si salvò, la scorta anche. “Salvezza apparente”, il magistrato fu preso e portato lontano da Trapani e poi fuori dalla magistratura, era andato a toccare fili ad alta tensione: mafia, politica, affari, traffici di droga e di armi, soldi neri nelle casse dei manager socialisti, aveva osato sfidare il potere che l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi si era costruito attorno.<strong> Davanti ai corpi dilaniati dal tritolo, quelli di Barbara e dei suoi due gemellini, l’allora sindaco di Trapani, Erasmo Garuccio, intervistato da Enzo Biagi in diretta tv, ebbe a dire che a Trapani la mafia non esisteva.</strong> A più di 20 anni da quelle dichiarazioni, quando sono decine le sentenze che certificano in via definitiva l’esistenza della mafia, la cupola regionale e quelle provinciali, la presenza di Cosa nostra nelle istituzioni, l’oramai divenuto ex sindaco di Trapani Erasmo Garuccio sentito in un processo di mafia in Tribunale a Trapani sollecitato dal pm Andrea Tarondo è tornato a dire che per lui quell’affermazione non era infondata. Nessun passo indietro, né mea culpa, “non ho cambiato idea” ha detto rispondendo ad un pm rimasto quasi senza parole. Nel frattempo nel 2001 candidato alle nazionali per Forza Italia nel collegio di Trapani arrivò il figlio di Bettino, Bobo Craxi.</p>
<p><strong> Qui a Trapani  c’è la mafia borghese</strong>, non ci sono più da decenni coppole e lupare, qui c’è la mafia che frequenta i salotti buoni, qui non c’è l’estorsione, c’è l’impresa che è cresciuta abituata a pagare la quota associativa a Cosa nostra. Qui quando si arresta un padrino non si coglie l’occasione per colpire a morte l’organizzazione, ma si sta fermi e si aspetta che venga nominato il suo erede. La mafia trapanese è quella che per anni riuscì a tenere incagliati, chiusi negli armadi del Palazzo di Giustizia, una serie di processi: dovevano essere celebrati nel 1980, per vedere i relativi boss imputati alla sbarra di anni ne sono occorsi quasi 20. A Trapani è stato tributato onore ai mafiosi,quando uno di questi morì, Calogero “Caliddo” Minore, niente impedì per lui un funerale affollato nella Basilica della Madonna, la città si mise il lutto e il maggiore quotidiano, il Giornale di Sicilia, ne celebrò le gesta di grand’uomo. A Trapani sono stati nascosti i capi di Cosa nostra del calibro di Totò Riina nonostante ci fossero in giro gli agenti dei servizi segreti, a cominciare da quella di Gladio, e grazie a intrecci “pesanti” sulle rotte attraversate dai carichi di armi e di droga, viaggiavano anche i rifiuti tossici.</p>
<p> La nuova mafia quella che a Trapani ha avuto come capo l’imprenditore di Paceco Francesco Pace (nome che a Rostagno nei suoi editoriali del 1988 non era sfuggito) nell’ultimo decennio si è gettata a capofitto nei grandi appalti, non trovò nessuno a fermarlo. Ci provò un prefetto, Fulvio Sodano, ma di colpo nell’estate del 2003 Sodano si trovò trasferito ad Agrigento. Era in carica il Governo Berlusconi e sottosegretario all’Interno era il senatore trapanese Tonino D’Alì. Non si sa ancora oggi se sia stato davvero lui a farlo trasferire via da Trapani, i mafiosi però intercettati parlando di Sodano non facevano altro che augurarsi che presto venisse allontanato dalla città. E furono accontentati.</p>
<p> Trapani in tantissimi anni ha avuto occasioni di riscatto. Qui hanno lavorato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dicevano, se a Palermo c’è la mafia militare, a Trapani c’è quella economica. <strong>Trapani ha avuto un dirigente di Squadra Mobile, Giuseppe Linares, che dopo avere preso tutti i latitanti che c’erano, quando si è messo sulle tracce dell’ultimo, Matteo Messina Denaro, ha ottenuto la meritata promozione ma anche la rimozione dal gruppo che, si dice, dà la caccia al boss. La sensazione è quella che Matteo Messina Denaro verrà preso quando sarà tempo di essere preso,</strong> come è accaduto ai grandi super latitanti, e lui è un super latitante già solo per i segreti che si porta dentro. E allora, se deve essere una cattura a tempo, nessuno deve cercarlo. Una decisione certamente non scritta, perché in effetti il boss viene cercato. Ci stanno pensando i “soliti noti”: i poliziotti della Squadra Mobile di Trapani oggi diretti dal vice questore Giovanni Leuci. Tosti questi “trapanesi”, fanno parte del “gruppo”, lavorano adesso nel “cuore” della questura di Palermo da dove sono state dirette altre catture, ma il “sistema” seguito non è il loro. A Palermo i latitanti sono stati catturati seguendo spesso i fili del racket, del pizzo, non è questo però un filo che riguarda Cosa nostra trapanese, dove non si paga il pizzo, dove non esistono libri mastri del racket, ma semmai qui si continua a pagare la quota associativa alla Cosa nostra di Matteo Messina Denaro. Quindi i poliziotti trapanesi continuano a dire che il sistema deve essere quello loro, seguire, dopo averlo scoperto, e tirato fuori dal sottoterra, il filo che lega imprese, appalti e politica. Non hanno però vita facile questi poliziotti…..spesso si trovano senza soldi per missioni e straordinari….ma per loro non è una novità…e mai si sono fermati…</p>
<p> Un discorso a parte meritano i carabinieri che si sono specializzati in questi anni a prendere i latitanti che si sono rifugiati all’estero.</p>
<p> <strong>La società trapanese si è limitata sempre a guardare tutto questo</strong>, tutto quello che le accadeva intorno come se niente fosse affar suo, a Trapani non c’è grande voglia di leggere o di  sentire raccontati determinati fatti, ma per la verità non c’è un grande coro dell’informazione.</p>
<p>  A Trapani è lo scirocco il vento più impetuoso che porta la sabbia del deserto, granelli di sabbia che una volta raccoglievano le cose peggiori e contaminavano tutto quello su cui si posavano, oggi questi granelli raccolgono di tanto in tanto anche cose nuove, per esempio l’impegno, il desiderio di legalità, la voglia di azzerare la mafia di tanti giovani, e la contaminazione è cambiata. Grazie per esempio ai giovani di Libera o di alcuni circoli che si sono intestati battaglie di  libertà, vera e non apparente. Hanno da cancellare una cruda realtà. Ci sono voluti quasi 25 anni per pensare a celebrare nel modo giusto le vittime di Pizzolungo, ci sono voluti  21 anni per dedicare una via di Trapani a Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista che ogni giorno dagli schermi di Rtc metteva alla berlina la mafia ed i suoi complici, e per questo fu ucciso il 26 settembre del 1988, ci sono voltui 23 anni per vedere cominciare un processo per questo delitto, ma sono bastati pochi giorni per collocare su una via del porto di Trapani una targa che ha dato nuovo nome a quella strada, la “via dei grandi eventi”, in onore delle gare di selezione della Coppa America del 2005 che ebbero come scenario il mare delle Egadi e il porto di Trapani. “Grandi eventi” che da Trapani in poi hanno significato solo una cosa, mettere assieme una “cricca” tra politici, imprenditori e mafiosi per fare affari.</p>
<p> <strong>A Trapani la mafia oggi fa le truffe e paga le mazzette per restare a galla. La corruzione è il suo nuovo campo d’azione. E si scopre che corrotti ci sono anche dentro le forze dell’ordine. Ma non tutti lo vogliono sentire dire.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p> (pubblicato su I Siciliani giovani dicembre 2011)</p>
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		<title>Alcamo: in manette Vincenzo D’Angelo, il “re” dei rifiuti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 22:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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<p><strong>L’ultima volta che ha messo piede in un tribunale è stato per fare il testimone</strong>. Adesso dovrà entrarci da imputato. Per la verità imputato c’era stato anche qualche tempo addietro, ma ora le cose per lui si fanno molto ma molto serie. Si chiama Vincenzo D’Angelo, è alcamese, cinquantenne, fa l’imprenditore, settore quello della gestione, lavorazione e smaltimento dei rifiuti. <strong>Un business da queste parti, tanto che una volta un boss mafioso, per vicende nelle quali D’Angelo non c’entra nulla, ma il comune denominatore è la “spazzatura”, diceva, a proposito di un impianto di smaltimento gestito da Cosa nostra, “trasi munnizza e nesce oro”, entrano rifiuti ed esce oro</strong>. D’Angelo con i rifiuti è diventata una sorta di autorità, tanto, lo disse lui in quell’occasione in cui depose in tribunale (per un prestito da 2500 euro che lui ebbe a dare ad un carabiniere, ma quei soldi sarebbe stata una tangente e il militare è finito condannato), quando a Trapani nel 2005 in occasione dei lavori portuali per la Coppa America scoppiò l’emergenza smaltimento rifiuti speciali, l’allora prefetto Giovanni Finazzo lo convocò quasi come consigliere, e infine gli firmò un decreto con il quale lui in una notte fece sparire una montagna di rifiuti speciali che stavano da mesi all’ingresso di uno dei cantieri edili del nuovo porto. D’Angelo ripetè la circostanza più volte come per fare capire che lui non era un imprenditore qualsiasi, e forte di questa sua convinzione non nascose in quella occasione, come in altre, che non gradiva molto né l’interesse che la magistratura in più occasioni aveva dedicato al suo impianto e alla sua attività, né le cose che alcuni giornali e giornalisti andavano dicendo di lui, preferiva quei giornali e quei giornalisti che di lui parlavano con b en altro tenore, e con i quali telefonicamente si intratteneva con grande affabilità. Nel frattempo però finiva intercettato a parlare con soggetti indagati per mafia con i quali lui si sarebbe rapportato ben sapendo la caratura e preoccupandosi anche di commentare gli equilibri dentro le cosche del suo paese.</p>
<p><strong>La legalità non sarebbe stato il suo forte</strong>, eppure era uno che quasi pretendeva di dare lezioni di legalità, prendendosela con quei politici e tecnici, magistrati e investigatori, che invece sentivano troppa “puzza” sulla sua attività, quasi più dell’olezzo che per qualche tempo avrebbero dovuto sopportare agricoltori suoi confinanti o vicini, che ad un certo punto non capivano com’è che dai pozzi artesiani veniva su un’acqua di colore nero e puzzolente. La Procura di Trapani addirittura dovette fare intervenire gli speleologi del Cai per farli infilare dentro stretti cunicoli che partivano dai suoi impianti per perdersi nelle campagne circostanti. Nonostante tutto questo D’Angelo non avrebbe cambiato registro e il suo nome salta fuori oggi da una indagine pugliese così come qualche mese addietro uscì a proposito di smaltimenti in Sicilia delle famose “eco balle” campane.</p>
<p><strong>Non ha fatto un gran chiasso ma è una inchiesta che è destinata a fare tanto rumore quella coordinata dalla procura antimafia di Lecce denominata &#8220;Gold Plastic</strong>&#8221; e che ha visto la Guardia di Finanza eseguire in 13 regioni italiane 54 ordinanze di custodia cautelare in carcere «nei confronti di soggetti, anche di etnia cinese, appartenenti ad un pericoloso sodalizio criminale &#8220;transnazionale&#8221;, dedito all&#8217;illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da materie plastiche, gomma e pneumatici fuori uso». Sono state eseguite anche numerose perquisizioni e  sequestri preventivi di beni in 21 aziende, per un valore di oltre 6 milioni di euro. Nei confronti degli arrestati (rappresentanti di società operanti nel settore del recupero e riciclaggio di rifiuti speciali, spedizionieri doganali e agenti di compagnie di navigazione), sono stati ipotizzati i reati di &#8220;associazione per delinquere transnazionale finalizzata all&#8217;illecito traffico di rifiuti&#8221; e &#8220;falsità ideologica in atto pubblico&#8221;. Tra gli arrestati l’alcamese Vincenzo D’Angelo. L’indagine delle Fiamme Gialle «costituisce l&#8217;epilogo di una complessa ed articolata attività investigativa, avviata nel mese di gennaio 2009 dalla Guardia di Finanza di Taranto congiuntamente alla locale Dogana, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto e, successivamente, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Nel corso di oltre due anni di attività investigative, condotte anche a mezzo di numerose intercettazioni telefoniche e telematiche, le Fiamme Gialle di Taranto hanno ricostruito un traffico illecito di rifiuti speciali esportati dall&#8217;Italia verso diversi paesi del Sud-est asiatico a mezzo di 1.507 container, per un quantitativo complessivo di circa 34.000.000 kg., pari ad un illecito giro di affari dell&#8217;importo suindicato di oltre 6 milioni di euro, preso a base per i citati sequestri preventivi di beni. L&#8217;ammontare dell&#8217;illecito traffico è stato determinato contabilizzando sia gli ingenti costi artatamente evitati per lo smaltimento dei rifiuti presso siti italiani autorizzati e sia per i cospicui compensi percepiti &#8220;in nero&#8221;, anche su conti bancari esteri, per l&#8217;attività commerciale e di intermediazione dei rifiuti acquistati da soggetti italiani ad un valore irrisorio per container e rivenduti a clienti asiatici, per il recupero energetico, per un valore di 250 volte superiore. In tale periodo, presso il porto di Taranto ed altri scali marittimi nazionali, sono stati sottoposti a sequestro oltre 2.600.000 kg. di rifiuti speciali, pronti per essere illecitamente spediti a mezzo di 114 containers. <strong>La spedizione dei rifiuti speciali avveniva mediante la predisposizione di falsa documentazione commerciale e doganale riportante dati non veritieri in ordine alla tipologia del materiale, al paese di destinazione nonchè all&#8217;impianto di recupero finale, compromettendo pertanto la loro tracciabilità a tutela dell&#8217;ambiente.</strong> Nella maggior parte dei casi i rifiuti speciali non erano stati oggetto di alcun trattamento preliminare e potrebbero essere stati utilizzati come materia prima per la produzione di giocattoli, casalinghi, biberon e prodotti sanitari destinati alla commercializzazione sull&#8217;intero territorio nazionale ed europeo».</p>
<p>Qualche mese addietro il nome di D’Angelo era uscito fuori a proposito di Tir che dalla Campania arrivavano in Sicilia carichi di rifiuti dei nquali però nessuno avrebbe conosciuto lo smaltimento presso una discarica messinese di Mazzarrà Sant’Andrea, in totale 500 tonnellate e tante altre tonnellate dovevano arrivare.</p>
<p>Si è saputo che il contratto per questo smaltimento era stato firmato dalla Sapna, la società della Provincia di Napoli<br />
che ha il compito di gestire il ciclo dei rifiuti, con la Vincenzo D’Angelo srl di Alcamo (Trapani) e la Profineco spa con sede a Palermo e stabilimento a Termini Imerese. Nell’accordo si parlava di circa 200 euro a tonnellata. <strong>Un affare da più di 6 milioni di euro. Il trasferimento dell’immondizia era affidato a due aziende del Salernitano, la Adiletta logistica scarl di Nocera Inferiore e la Trasporti San Marino società cooperativa con 593 camion.</p>
<p></strong></p>
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		<title>Mafia: ucciso il nuovo boss americano arrivato da Castellammare del Golfo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-8564" href="http://www.malitalia.it/2011/12/mafia-ucciso-il-nuovo-boss-americano-arrivato-da-castellammare-del-golfo/salvatore__3065274/"><img class="alignnone size-full wp-image-8564" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Salvatore__3065274.jpg" alt="" width="124" height="166" /></a></strong></p>
<p><strong>Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari</strong>. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno che comanda e lui giovanissimo, 35 ani, il “boss bambino” non a caso era anche soprannominato, era pronto a fare la scalata. Lo scorso 25 novembre però la sua ambizione è finita male, ucciso, e il suo corpo gettato in un fiume ghiacciato a Montreal, in Canada, che era la sua seconda città. Salvatore “Sal” Montagna, quarantenne, è finito così, la sua non è stata una uscita di scena da boss, quasi  il suo è stato l’omicidio di uno qualsiasi della malavita americana. Solo al funerale la “famiglia” ha cercato di rimettere le cose in ordine, tributandogli l’ultimo saluto come si deve, come quello che si riserva ad un capo mafia.</p>
<p><strong>Forse in tutto questo c’è una coerenza per come Sal Montagna ha trascorso la sua vita, tra alti e bassi, in attesa di fare il salto di qualità, per questo era venuto in Sicilia per tornare negli Usa con il “timbro” di autenticità mafiosa marchiato sulla “pelle”. </strong>A New York aveva cominciato a far “carriera” diventando l’erede dei Bonanno, ma gli è stato fatale il ritorno a Montreal,  in Canada, dove, dopo avere patito un arresto, e una espulsione per immigrazione clandestina, da New York, voleva cominciare a comandare anche lì, profittando che un paio di faide avevano tolto di mezzo i vecchi boss e nel frattempo altri erano finiti arrestati, ma qualcuno non ha perso tempo a ricordargli le “regole”, quelle che una volta violate si pagano con la “vita”, sentenze di morte che vengono subito eseguite, senza attendere appelli.</p>
<p><strong>“Ironworker” era pure soprannominato in America</strong>, faceva l’operaio (e veniva chiamato dagli italo americani Sal l’operaio) in una azienda che lavora metalli a Brooklyn, e dove presto da dipendente era diventato titolare. A Montreal era stato costretto a tornare da New York dopo essere finito nei guai per una “immigrazione clandestina”, la sua, dunque era stato cacciato via ma dal Canada cercava di tenere lo stesso le fila della “famiglia” di New York e intanto a Montreal si era messo a fare estorsioni, e pensava anche a rapimenti (a scopo di estorsione). La sua morte sarebbe maturata all’interno di una guerra per il predominio della mafia di Montreal, che lo aveva visto contrapporsi a due boss locali, Raynald Desjardins e Joseph Di Maulo. Il corpo di Sal Montagna è stato ripescato nel fiume Assomption, a Charlemagne, nella zona nordorientale di Montreal, ucciso a colpi di pistola.</p>
<p><strong>I Bonanno sono stati tra i primi noti mafiosi in America</strong>, come Al Capone a Lucky Luciano. A Castellammare del Golfo, città originario del clan Bonanno, di Salvatore Montagna, quasi nessuno si ricorda, anche oggi che è morto. Ma non certo perchè “Sal” partì da Castellammare per gli Usa quando aveva 15 anni, di più perché una volta negli States ha fatto una «certa» carriera, diventando, secondo l’Fbi il nuovo capo della mafia americana, e dunque è questo il serio motivo perchè nessuno a Castellammare del Golfo abbia voglia di parlarne. Il suo rione castellammarese è quello di San Giuseppe, nella parte alta del paese. Qui sarebbero tornati da qualche tempo ad abitare i genitori di Sal, ma quale sia la casa non si può sapere.</p>
<p><strong> Una mafia quella americana che non molla le sue origini</strong>. Di Castellammare sono stati i più potenti capi mafia Usa, a cominciare da quel Joseph Bonanno che ispirò a Mario Puzo il libro sul «padrino». A Castellammare del Golfo ha raccontato il pentito Nino Giuffrè i picciotti americani venivano ad «imparare il mestiere» o c’erano quelli di Castellammare che andavano negli Usa a “formare” i picciotti. Certamente in America c’è una regola che dentro Cosa Nostra continua ad essere rispettata, ed è quella che per diventare “padrini” bisogna essere nativi della Sicilia, o figli di genitori siciliani, meglio ancora poi se si è di Castellammare del Golfo.</p>
<p><strong>«Cosa Nostra &#8211; dichiarò a suo tempo il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares, a margine di una conferenza stampa dopo un blitz antimafia (operazione Tempesta) proprio nel castellammarese – è come l’Araba fenice: risorge sempre dalle ceneri</strong>». «Ci sono precisi rapporti dell’intelligence – riferisce un italiano diventato esperto di sicurezza in America, Antonio Nicaso – che confermano come a seguito di faide e guerre di mafia e soprattutto dopo gli scompaginamenti determinati da arresti e condanne, la mafia ha deciso di affidarsi a Montagna, un nuovo uomo». Nicaso è perfetto conoscitore della realtà mafiosa americana, lavora in Canada, dove le cosche newyorkesi già ai tempi di Bonanno avevano impiantato una cosca a Montreal. Dove Sal Montagna è cresciuto.</p>
<p><strong>La mafia e le sue origini castellammaresi</strong>. Ne parlò in un verbale il boss di Caccamo Nino Giuffrè dopo avere deciso di collaborare con la giustizia: «Si è deciso di ritornare alle origini a quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano. Castellammare è fra l’altro un punto di incontro tra i Paesi arabi e l’America. Posso tranquillamente dire che Castellammare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che é un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria, dei servizi segreti deviati».</p>
<p>Quanto sia potente la cosca castellammarese lo si deduce da una storia degli anni ’90, quando a Castellammare si rifugiò un narcotrafficante di recente catturato, Saro Naimo, «un uomo potente», Totò Riina diceva che era «più potente del presidente degli Stati Uniti». <strong>L’attuale capo della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro aveva pensato di rivolgersi a lui in quel periodo per cercare di riprendere un antico sogno della mafia siciliana, cioè quello di far passare la Sicilia sotto la bandiera americana.</strong> Il pentito e suo ex braccio destro Vincenzo Sinacori ne ha parlato in un verbale, Matteo venne prese per folle, ma il tentativo fu fatto lo stesso, solo che Naimo fece sapere a Messina Denaro che non poteva essere più tempo di queste cose. </p>
<p><strong>Sal Montagna era ritenuto dall’Fbi il boss attivo della famiglia Bonanno</strong>, una delle più grandi famiglie mafiose di New York. Sposato, con tre figli, nel 2009 era tornato in Canada dagli Usa dopo essere stato arrestato per immigrazione clandestina e condanna per rifiuto di testimonianza sul gioco d’azzardo illegale. In quell’occasione si dichiarò colpevole di reati minori, ma questo non gli permise di rimanere negli States. Il suo arrivo in Canada precedette di pochi mesi una serie di delitti di membri della famiglia Rizzuto, oggi decimata. E “Sal” è finito in questo elenco. La mafia americana adesso come quella siciliana cerca il suo capo.</p>
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		<title>Mafia:le mele marce</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 03:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8491" href="http://www.malitalia.it/2011/11/mafiale-mele-marce/melemarce/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8491" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/melemarce-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata</strong>. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia</p>
<p><strong>Don Luigi Ciotti, presidente di Libera-nomi e numeri contro le mafie, dice “le mafie ce la danno a bere &#8211; e a mangiare &#8211; grazie a infiltrazioni profonde e consolidate in vari comparti del settore agroalimentare</strong>. E che a tutto questo come consumatori paghiamo un prezzo doppio: in termini di soldi &#8211; perché il prezzo delle merci sale per assicurare un margine di interesse a più persone &#8211; e soprattutto in termini di salute.”</p>
<p>Proprio qualche giorno fa la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, seguendo una pista investigativa della Squadra Mobile di Caserta e la Dia di Roma, ha svelato una vera e propria alleanza tra camorra e mafia siciliana per il controllo del trasporto dell&#8217;ortofrutta e del traffico delle armi. E’ stato anche arrestato Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò “il capo dei capi” .Il procuratore aggiunto, della DDA del capoluogo campano, Federico Cafiero De Raho ha anche evidenziato come al centro dei traffici ci fosse il Mercato Ortofrutticolo di Fondi in provincia di Latina (dove nelle casse venivano occultati anche dei fucili mitragliatori).</p>
<p>Insomma le mafie hanno in mano la gestione di tutta la filiera dell’orto frutta. I siciliani pensano alle produzioni e i casalesi al marketing e il trasporto.</p>
<p>“<strong>Non è solo il controllo del territorio ma così le mafie gestiscono l’intero comparto agroalimentare. Una vera e propria economia” Lo dice Lorenzo Diana</strong>, ex senatore e da poco Presidente del CAAN (mercato ortofrutticolo di Napoli) e Presidente della rete della Legalità.</p>
<p>“Le infiltrazioni in questo settore nascondono anche traffico d’armi e di droga. Bisogna stare attenti agli usi impropri del mercati. Controllare gli appalti e subappalti e anche i facchinaggi. D’altra parte la gestione del settore agroalimentare  intrinseca al sistema mafioso che nasce proprio come criminalità rurale”</p>
<p>Cosa si può fare?</p>
<p>“Ci vuole maggiore trasparenza, maggior controllo sulle aziende che lavorano in questi grandi centri ortofrutticoli. Bisogna richiedere l’antimafia per chiunque voglia lavorare con noi.E poi dobbiamo anche far entrare chi è  rimasto fuori e cioè agevolare gli appalti proprio a quelle imprese estorte dal sistema criminale e mafioso. Bisogna interrompere il sistema clientelare che si è instaurato. Poi bisogna controllare gli accessi abusivi, A Napoli gli accessi ufficiali sono solo 2000. Se tutto fosse stato in regola non avremmo una struttura che, aperta appena 6 anni fa, ha oggi 51 milioni di debiti contro i 40 di patrimonio.”</p>
<p>L’agroalimentare ha un grande fascino per le mafie vedasi le operazioni al mercato di Vittoria in Sicilia o anche l’informativa del prefetto Frattasi su Fondi. Ma va anche ricordato che <strong>Giuseppe Grigoli, il “cassiere” di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss di Cosa Nostra, gestiva una catena di supermercati. Da mafia agricola a mafia imprenditoriale passando per le nostre tavole.</strong><br />
(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Era mio padre</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 19:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8422" href="http://www.malitalia.it/2011/11/era-mio-padre/riina/"><img class="alignleft size-full wp-image-8422" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/riina.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>“Papà, da grande voglio fare il carabiniere. E allora pregai il capitano di regalarmi il suo cappello e lo diedi al bambino</strong>”. Quando Pasquale Galasso, numero due della Nuova Famiglia- il network di clan della Camorra degli anni ottanta-novanta del secolo scorso si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo- raccontò questo episodio, i parlamentari della Commissione antimafia raggelarono. Galasso era stato un boss importante della camorra, aveva ucciso e ordinato omicidi, aveva estorto soldi agli imprenditori,la sua organizzazione aveva trafficato in droga , poi si era pentito per salvare la famiglia, quella di sangue.</p>
<p><strong>Ora vive in una località segreta, ha cambiato generalità, ha un lavoro ed  riuscito nell’impresa di strappare i figli alla morte o al carcere. Così non è  stato per il suo capo, Carmine Alfieri,al quale ammazzarono il figlio Antonio nel 2002.</strong> Così non  stato per il suo nemico giurato, Raffaele Cutolo. Il boss della Nuova camorra organizzata aveva un solo figlio, Roberto (“il figlio della sfortuna” ,lo chiamava) che cercò d seguire le orme paterne. Voleva fare il boss pure lui, avere un suo clan e riproporre le stesse logiche di dominio della camorra anche nel Nord Italia.</p>
<p>Lo uccisero la sera del 19 dicembre 1990 davanti ad un bar di Abbiate Guazzone, nei pressi di Tradate. Don Rafele, ‘o professòre, il primo violino della camorra, come ancora oggi che deve scontare svariati ergastoli e sempre in regime di carcere duro  chiamano Cutolo, non si rassegnò al fatto che il suo sangue finisse per sempre con la morte dell’unico erede. <strong>Nel 2007 ottenne l’autorizzazione dal ministero della Giustizia a ricorrere alla fecondazione artificiale per avere un altro figlio. Immacolata Iacone, la donna che aveva sposato in carcere nel lontanissimo 1982, mise al mondo Denise. “Quando sarà grande- disse la mamma ai giornalisti- forse sentirà pronunciare la parola Camorra, qualcuno le racconterà delle cose. Saprà chi  suo padre, conoscerà il suo passato, ma Raffaele  mio marito, l’uomo che amo”.</strong></p>
<p>Era mio padre,la storia raccontata nel film di Sam Mendes, con un impareggiabile Tom Hanks, la ritrovi nelle storie di fratelli, mogli, soprattutto figli di boss. Francesco Paolo Provenzano è il figlio più piccolo di Binnu,il capo di Cosa Nostra. Cinque anni fa, fece scalpore la notizia di una borsa di studio concessa al giovane Francesco, per la promozione della cultura italiana in Germania,dal ministero dell’Istruzione. Francesco aveva un curriculum di tutto rispetto e si piazzo al 36 ° posto su 308 candidati, nel 2008 insieme al fratello maggiore Angelo, studente universitario, rilasciò una lunga intervista a Francesco La Licata de La Stampa.</p>
<p><strong>“Ma come si fa soltanto a pensare una cosa del genere (il padre mafioso , ndr)? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino di serie B?”.</strong> Anche Roberta, la figlia di Giovanni Bontade (il fratello del boss Stefano,uno dei grandi capi di Cosa nostra ucciso dai corleonesi nel 1981), ha imboccato altre strade. Anni fa destò  scandalo la notizia della sua partecipazione ad un’associazione di volontariato che aveva ottenuto l’assegnazione di un bene confiscato alla mafia. “Giudicatemi per quello che sono, non per il cognome che porto”. Sua madre e suo padre vennero ammazzati  nella guerra di mafia, il padre fu accusato di aver accumulato miliardi di lire con il traffico di droga. “Quei soldi non li volevo e li abbiamo dati in beneficenza,L’ho anche raccontato al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso”, giurò Roberta Bontade.</p>
<p><strong>Figli che vogliono salvarsi. Figli che raccolgono lo scettro di comando del pad</strong>re. Giovanni Riina era un predestinato. La leggenda di mafia narra che aveva solo cinque anni quando il padre Totò gli fece imbracciare un fucile. A vent’anni fu condannato all’ergastolo accusato di aver partecipato a ben quattro omicidi. Suo fratello Giuseppe Salvatore, invece, fu condannato a 11 anni e otto mesi per una storia di appalti e estorsioni. Ma ci sono anche figli che rinnegano il cognome del padre. Emanuele Brusca è il primo figlio del boss Bernardo e fratello di Giovanni Brusca, ‘ u verru, il maiale, l’uomo che azionò il telecomando di capaci. Ha scontato una condanna per associazione mafiosa, ma dodici anni fa chiese di cambiare cognome.</p>
<p><strong>“E’ ingombrante per e per i miei figli</strong>”. Un  gesto clamoroso, una rottura significativa che è anche il segno della  crisi di un’organizzazione come Cosa Nostra, che non vedremo mai nella mafia più potente: la ‘ndrangheta. Qui nelle famiglie che dominano l’Aspromonte e la Piana di Gioia Tauro, la Tirrenica e la Jonica, le città e i paesi più sperduti, i legami familiari sono fortissimi, il fondamento dell’organizzazione e della possibilità che il potere delle ‘ndrine si tramandi di padre in figlio per generazioni. “Sono sempre gli stessi cognomi da un secolo”, scrisse un magistrato dell’antimafia calabrese anni fa. Ma basta sfogliare le relazioni che hanno portato allo scioglimento della Asl di Locri per capire che i figli dei boss si sono evoluti e sono entrati nell’economia legale. Molti nomi del gotha mafioso ricorrono nelle intestazioni delle cliniche private e dei laboratori di analisi che da quella Asl prendevano accreditamenti e finanziamenti.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 19 novembre 2011)</p>
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		<title>La mala capitale</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 07:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Lunedì 17 ottobre  il Tribunale della Capitale ha messo i sigilli al Teatro Ghione ( in declino negli anni Settanta, riscattata nel 1980 da Ileana Ghione, una delle più grandi atrici del teatro italiano) di via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. L’operazione è scattata su richiesta della DIA di Reggio Calabria. Tutto nasce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8152" href="http://www.malitalia.it/2011/10/la-mala-capitale/lamalapitale/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8152" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/lamalapitale-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>Lunedì 17 ottobre  il Tribunale della Capitale ha messo i sigilli al Teatro Ghione</strong> ( in declino negli anni Settanta, riscattata nel 1980 da Ileana Ghione, una delle più grandi atrici del teatro italiano) di via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. L’operazione è scattata su richiesta della DIA di Reggio Calabria. Tutto nasce dall’operazione, di circa sei mesi fa, denominata “Overloading”, sul traffico di droga che ha visto 70 persone arrestate fra cui un colonnello dei Carabinieri in servizio a Bolzano.</p>
<p><strong>L’operazione di lunedì ha portato al sequestro di trenta società di capitali, dieci dite individuali, nove fabbricati, 16 terreni, 28 automezzi e quote societarie, polizze vita ed altro</strong>. I riflettori degli investigatori sono stati puntati sull&#8217;imprenditore Federico Marcaccini, 34 anni, detto &#8220;il Pupone&#8221;, ritenuto proprietario dell&#8217;immobile e affiliato al clan degli Strangio di San Luca. Il patrimonio riconducibile a Marcaccini conterebbe anche due alberghi in Sicilia e nel Lazio, nonché numerose aziende in gran parte a Roma.</p>
<p><strong>Ma cosa sta succedendo nella Capitale</strong>? 26 omicidi dall’inizio dell’anno. Alcuni in pieno giorno e in zone centrali. Quasi sembra di essere tornati ai tempi della Banda della Magliana.</p>
<p>Il Prefetto di Roma, dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia traccia un quadro della situazione attuale definendo ruoli, spazi e interessi di Cosa Nostra, ‘Ndranghtea, Camirra e delle mafie straniere.</p>
<p>Il bar De Paris, il George’s, il Bar Chigi tutti inclusi nelle inchieste legate alla ‘ndrangheta. Famiglie come gli Alvaro, i Gallico, i Palamara,attive sul centro città ma anche nell’hinterland e nell’area dell’aeroporto di Fiumicino (espressamente per il traffico di stupefacenti).</p>
<p><strong>Cosa Nostra è attiva con la famiglia Stassi</strong>, legata agli Accardo della famiglia di Trapani, con interessenze nella ristorazione. Mentre sul litorale romano troviamo il gruppo Triassi legato alla famiglia Cuntrera-Caruana. A Civitavecchia ( come da procedimento della DDA di Roma) sono interessati le famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emanuello.</p>
<p><strong>La Camorra a maggio ha subito un duro colpo</strong> con l’operazione condotta contro la famiglia Mallardo di Giugliano. IL GICO di Roma ha arrestato 6 soggetti facenti parte della cellula camorristica che curava il riciclaggio e “lavaggio” dei proventi liquidi del clan.</p>
<p>A Roma  a luglio è  stato poi arrestato Emilio Esposito, un esponente di spicco del clan dei casalasei.</p>
<p>E questi solo alcuni dei dati riportati dal Prefetto di Roma alla Commissione: <strong>“sembra emergere una imprenditorialità mafiosa costituita da gruppi di imprenditori, professionisti ed altre figure</strong> che, in cambio di favori o altre utilità,cura gli interessi delle cosche.Questi ultimi soggetti, spesso di basso profilo criminale per gli organi investigativi, risultano comunque essere personaggi di non trascurabile spessore per le rispettive organizzazioni, attese le loro specifiche competenze e capacità individuali nella gestione delle attività economico-finanziarie”.</p>
<p>Insomma una città presa d’assedio dove la crisi economica ha aperto varchi di penetrazione a strutture criminali con grande capacità di gestire ingenti liquidità e che oramai non si dedicano più solo alla ristorazione ma che sono entrare anche nel settore cultura, che tra i tanti  quello che in questo momento sta segnando il passo più di altri. <strong>D’altra parte secondo il Ministro Tremonti la cultura non dà da mangiare. Smentito clamorosamente dalle organizzazioni criminali, che di affari se ne intendono!</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</strong></p>
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		<title>Processo Rostagno:  la lezione di mafia del poliziotto Giuseppe Linares.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 18:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8066" href="http://www.malitalia.it/2011/10/processo-rostagno-la-lezione-di-mafia-del-poliziotto-giuseppe-linares/mauro1/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8066" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/mauro1-300x136.jpg" alt="" width="300" height="136" /></a></p>
<p><strong>Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta</strong>, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del 2005 aveva ricostruito il puzzle degli affari mafiosi esistenti nel trapanese, “infilzando” uno dietro l’altro tutti i latitanti di mafia, che vivevano protetti da una congrega di colletti bianchi, seguendo le tracce lasciate da decine e decine di appalti pilotati. Una cosa che fecero quegli investigatori, che riesumarono i rapporti di un famoso capo della Mobile di Trapani, Rino Germanà, fu quella di riuscire a retrodatare alleanze e traffici vari agli anni ’80, tutto oggi con il sigillo di diverse sentenze passate in giudicato e un elenco di nomi, mafiosi, imprenditori, che costituivano, con la copertura della massoneria dilagante, la galassia della mafia trapanese. Alcuni di questi soggetti oggi scontata la galera sono tornati in auge, il boss latitante Matteo Messina Denaro che in quel 1988 cominciava a crescere a colpi di morti ammazzati, ne è oggi il boss e loro capo  indiscusso, guida la cosidetta mafia sommersa, quella che è diventata impresa, holding, cassaforte di immensi tesori . <strong>Linares nel 2008 fece quello che qualsiasi bravo investigatore deve fare, accertarsi se sono state fatte, ripetute, nel tempo, le comparazioni balistiche, per il delitto Rostagno per la verità questi riscontri non erano stati mai fatti,</strong> il processo in corso in Corte di Assise sta facendo scoprire che non solo alcune basilari indagini non furono compiute, dai carabinieri che hanno indagato sul delitto per 20 anni,  ma che addirittura sono scomparsi o finiti in fascicoli “sbagliati” verbali e testimonianze che sarebbero stati utili ad arrivare presto, certamente prima del termine dei 23 anni dall’omicidio, alla matrice mafiosa. Le indagini di Linares fecero rileggere i verbali che molti pentiti sul delitto Rostagno avevano reso addirittura nel 1997, pentiti che avevano svelato il malumore di boss come i Messina Denaro contro Rostagno, e poi gli esami balistici hanno fornito il risultato che ha portato l’ex campione di tiro a volo della nazionale italiana, Vito Mazzara, sotto processo. L’ennesimo per lui con accusa di omicidio. Sta scontando, con Virga, ergastoli per delitti efferati, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso nel 1995 l’antivigilia di Natale in un sobborgo agricolo di Trapani, la sua morte era il regalo dei mafiosi liberi a quelli in cella e che stavano al 41 bis. <strong>Il delitto Rostagno per modalità di esecuzione, per armi usate, combacia perfettamente con altri delitti commessi da Mazzara, omicidi seriali, dove la firma di Mazzara è diventata anche la sua ripetuta abitudine a marcare le cartucce prima del loro utilizzo</strong>, facendole attraversare la canna del fucile e facendole colpire dalla culatta, senza però farle esplodere. Era un modo per rendere impossibile ogni perizia balistica di compatibilità, l’espediente ripetuto è diventato elemento di conferma, così come l’abitudine a sovraccaricare le cartucce, circostanza questa che il 26 settembre del 1988 portò ad esplodere il fucile imbracciato da uno dei killer che con Mazzara entrarono in azione per uccidere Rostagno. Alla Corte di Assise di Trapani Giuseppe Linares ha spiegato questi passaggi investigativi e descritto 20 anni di indagine. Non è stata una lunga testimonianza perché le regole processuali prevedono che gli investigatori non possano essere dettagliati nei loro racconti, certo è che i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, come le parti civili, sono usciti soddisfatti dall’udienza, le difese degli imputati invece  hanno vinto laddove codice alla mano hanno impedito al teste di ripetere ciò che i pentiti hanno detto sul delitto, perché i pentiti verranno sentiti, c’è chi però ha (mal) pensato che le difese possono avere vinto l’udienza, se l’udienza si vince chiedendo al teste quanto costa un fucile calibro 12, non ottenendo risposta, certo che si in questo caso l’udienza è stata vinta dalla difesa.</p>
<p><strong>Nel 1988 quando venne ammazzato, Mauro Rostagno faceva il giornalista in una tv locale di Trapani, Rtc,  l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella, un giorno si e l’altro pure si incontrava con Angelo Siino, il ministro dei lavori Pubblici di Cosa nostra e di Totò Riina</strong>. Nello stesso anno, sempre il 1988, mafia, impresa e politica costituirono un tavolino dove veniva diviso tutto quello che era possibile spartire e trasformare in denaro, consenso, potere. Linares rispondendo ai pm e alle altre aprti del processo e poi anche allo stesso presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, ha descritto ill vissuto investigativo del suo ufficio, a proposito della perenne presenza della mafia nel trapanese nel territorio, oggi dentro l’economia, le istituzioni, la società, e indicando le connessioni con le quali oggi la mafia di Matteo Messina Denaro riesce ad alimentarsi. Sui personaggi imputati nel processo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, Linares ha speso molte parole: Virga, che segue il dibattimento in video conferenza, dal carcere di Parma, fu catturato dagli uomini di LInares nel 2001 dopo sette anni di latitanza, “era l’uomo di Provenzano, gestiva imprese e appalti, aveva attribuito ai figli Franco e Pietro ogni compito di esercitare la pressione mafiosa sul territorio, anche usando la violenza; Mazzara, che segue il processo stando in aula, ieri vestiva una elegante sahariana, è un ex campione di tiro a volo che ha disputato gare con la divisa della nazionale azzurra, circostanza che la difesa ha tenuto a fare emergere, e però tra una gara e l’altra di campionato, andava in giro con Matteo Messina Denaro a compiere delitti; Mazzara è l’uomo che la mafia trapanese vuole proteggere a tutti i costi, in carcere non gli fanno mancare niente e <strong>Linares ha ricordato di una intercettazione nella quale alcuni mafiosi parlano di lui dicendo che non lo si deve abbandonare anche se in carcere, perché lui è un pezzo di storia della mafia e un suo pentimento sarebbe disastroso per Cosa nostra</strong>. A vederlo come sta Vito Mazzara sta in carcere senza che niente gli manca.</p>
<p><strong>Nel 1988 ha ricordato Linares era libero il gotha non solo trapanese ma anche siciliano di Cosa nostra, ed i gruppi di fuoco erano operativi</strong>. Mentre crescevano gli affari e le alleanze. La mafia diventava un tutt’uno con l’imprenditoria e la politica, il territorio veniva assalito dalle speculazioni che nessuno ostacolava. A Trapani si parlava poco di mafia, anzi si parlava poco e c’era silenzio sulle cose che non andavano. Rostagno ruppe l’andazzo, “era un giornalista fuori dal coro” ha detto l’ex capo della Mobile. “Questo suo modo di fare giornalismo, di fare le denuncie non era raccolto da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Lipari, praticamente lui da Rtc era a fvare la cronaca di quel processo che restava non considerato adeguatamente dagli altri organi di informazione. Rostagno di questo processo parlava abbondantemente e per quello che abbiamo tratto noi investigatori,  questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra. La mafia non lo  poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. Questa è la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso”. Linares ha ricordato come già “nel rapporto della Mobile del 1988 venivano citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania, interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani, ne parlava senza uno straccio di riscontro giudiziario, per questi fatti i riscontri giudiziari arriveranno anni dopo il suo assassinio”.</p>
<p><strong>Il difensore di Vincenzo Virga, l’avv. Giuseppe Ingrassia, ha però cercato di inserire un colpo ad effetto con una domanda che però non ha imbarazzato Linares</strong>. “Come mai nei tanti editoriali, Rostagno non parla mai di Virga e della sua impresa all’epoca principale, la Calcestruzzi Ericina”. “Non ne poteva parlare e non lo avrebbe potuto mai fare – ha risposo Linares &#8211; perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90, considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si ebbe contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista. Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e Bernardo Provenzano, nomina che venne tenuta riservata”. Magistratura e forze dell’ordine non sapevano, la criminalità invece si. “Anche questa fu una scoperta che abbiamo fatto qualche anno dopo, grazie ad una intercettazione, dove un soggetto esperto estortore raccontò del fratello che ubriaco era entrato a far danno dentro una gioielleria alla periferia di Trapani e di averla scampata bene perché quella era la gioielleria di Viorga “chiddu chi cumanna a Trapani”.</p>
<p>Le sorprese vere dell’udienza arrivano quasi alla fine, quando l’avvocato di parte civile dell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti, l’avv. Greco, chiede cosa fosse la promozionale servizi. “Era una società in mano a Virga che si occupava di ciclo dei rifiuti, di smaltimento di rifiuti ospedalieri e speciali”. Una risposta che tira un’altra domanda sull’interesse di Virga per i rifiuti. Virga aveva le mani nel ciclo dei rifiuti, gestiva con prestanome l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere, alle porte di Trapani, amava dire, trasi munnizza (entra spazzatura) ed esce oro . E Rostagno in tv parlava spesso della città sporca, della spazzatura lasciata per le strade, e di come mai la gestione dei rifiuti costava miliardi alla collettività e la città restava sempre sporca. La gente lo ascoltava e gli dava ragione, per Cosa nostra era troppo. <strong>E Rostagno finì presto con il non parlare più di munnizza e delle altre cose che interessavano la mafia, Cosa nostra lo fece uccidere mettendo poi in giro che era tutta una questione di corna. Anche questa circostanza una serialità nel dopo delitti di mafia.</strong></p>
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		<title>L&#8217;energia pulita di Cosa Nostra</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 15:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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E’ di questi giorni la notizia  di arresti relativi agli appalti di Trenitalia. 42 indagati. Il cuore dell’operazione e’ Bologna. “Un sistema radicato e strutturato nel tempo “, cosi’ lo definisce il procuratore Giuseppe Quattrocchi. Anzi a dirla tutta si parla della gestione degli appalti con il metodo Siino ( il Ministro dei Lavori Pubblici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8039" href="http://www.malitalia.it/2011/10/lenergia-pulita-di-cosa-nostra/6dcce97d5cde526f8608003421f7119d/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8039" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/6dcce97d5cde526f8608003421f7119d-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>E’ di questi giorni la notizia  di arresti relativi agli appalti di Trenitalia. 42 indagati</strong>. Il cuore dell’operazione e’ Bologna. “Un sistema radicato e strutturato nel tempo “, cosi’ lo definisce il procuratore Giuseppe Quattrocchi. Anzi a dirla tutta si parla della gestione degli appalti con il metodo Siino ( il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra). Un metodo consolidato in cui le aziende si sedevano intorno ad un tavolo e si partivano i lavori.</p>
<p>Un metodo non solo siciliano per la verita’ e con il quale tutti gli appalti, soprattutto le opere pubbliche, sono stati gestiti dal dopoguerra ad oggi.</p>
<p>Ma vogliamo anche parlare dei settori che oggi sono aggrediti dal sistema degli appalti e del crimine. <strong>E lo facciamo con  una storia che viene dalla Sicilia, che ha gia’ visto un processo concluso nel 2010, e che inizia nel lontano 2003</strong> quando alcune imprese, fra le quali la ENERPRO e la SUD WIND S.r.l. presentarano al Comune di Mazara del Vallo l’autorizzazione a realizzare parchi eolici sul territorio comunale. Dalle indagini, condotte dalla Polizia e dai Carabinieri di Trapani, si evidenzia  come Melchiorre Saladino, imprenditore locale vicino al boss,latitante, Matteo Messina Denaro “u siccu”,sia divenuto il regista dell’operazione  su incarico ricevuto dal “reggente” del mandamento  mafioso di Mazara del Vallo, Matteo Tumbarello.</p>
<p><strong>Il Saladino riesce a venire in possesso del progetto di una delle imprese</strong>, la “ENERPRO”, che veniva prelevato dagli uffici comunali in cui era custodito. Questa operazione favoriva la SUD WIND che poteva quindi fare il restayling al proprio potendo avere come pietra di paragone l’offertya del suo competiro. Intano i soci della SUD WINd, Franzelli e Aquara, concordavano con lo stesso Saladino ed un consigliere comunale di Mazara del Vallo, Vito Martino, un patto con cui gli stessi avrebbero ricevuto 150 euro in due tranches. La prima doveva anche servire a pagare “l’appoggio” di altri pubblici ufficiali coinvolti in questo scambio: appalti-soldi-potere. E soprattutto la gestione dei fondi destinati all’energie rinnovabili, nuova frontiera del business delle mafie.</p>
<p>  <br />
<strong>Ignazio De Francisci procuratore aggiunto Dda di Palermo: «Cosa nostra cerca sempre appoggi nella pubblica amministrazione</strong>. La prima frontiera della lotta alla mafia, per questo motivo, è proprio l&#8217;azione sulle amministrazioni comunali.Nel progetto di realizzazione del parco eolico era necessario un diretto contatto col territorio e, in questo senso, Cosa nostra nel trapanese si muove benissimo». </p>
<p><strong>Giuseppe Linares,ai tempi dell’operazione ( 17 febbraio 2009) Capo della Squadra Mobile di Trapani e oggi a capo della sezione Anticrimine della Questura di Trapani, disse : «C&#8217;è un patto occulto tra Cosa nostra trapanese e alcuni imprenditori nel settore dell&#8217;energia eolica. </strong>C&#8217;era un vero e proprio accordo di corruttela tra imprenditori e funzionari comunali di Mazara del Vallo ma anche con un consigliere comunale dello stesso Comune. Cosa nostra preferisce l&#8217;approccio con le imprese al racket delle estorsioni. Cosa nostra è sempre attenta a valutare le nuove evoluzioni del settore imprenditoriale e a cogliere la moda del momento, che nel caso specifico è quella dell&#8217;energia eolica.”</p>
<p><strong> Dalle indagini  emerso anche che tutti sapevano</strong>, e soprattutto le imprese, sapevano che per lavorare bisognava rivolgersi al “Capo” del territorio e così fece anche  la società “Fri-El Green S.p.a.” di Bolzano che voleva entrare e lavorare nel campo dell’eolico. E per Mazara del Vallo la società trentina scelse come riferimento Vito Marino e lo sostenne per 30 mila euro nella sua campagna elettorale dle maggio 2006 . E così che per lavorare si innescano i meccanismi di corruttela e collusione.</p>
<p><strong>Per questo sono stati condannati, anche in appello</strong>, l’ex assessore e consigliere comunale di Forza Italia, Vito Martino,  due anni per corruzioni, per i giudici, però, Martino non era al corrente dei progetti della famiglia mafiosa di Mazara sullo stesso impianto. Franzinelli è stato condannato ad 1 anno e 2 mesi, il suo socio Antonio Aquaro, ad 1 anno, 5 mesi, 24 giorni. I giudici di secondo grado hanno confermato la condanna a 8 anni e 4 mesi per Giovan Battista Agate, fratello del “padrino” di Mazara, “don” Mariano Agate. Sono stati condannati anche l’ex capo dell’ ufficio tecnico del Comune di Mazara del Vallo, ‘architetto Pino Sucameli, 7 anni e 1 mese, e Nino Cuttone, 6 anni e 7 mesi. L’imprenditore salemitano Melchiorre Saladino ha patteggiato in sede di udienza preliminare.</p>
<p>In questo caso la giustizia è  stata rapida e senza capovolgimenti di sentenze. <strong>Un esempio soprattutto per una regione, come la Sicilia, dove la “zona grigia” tra professionisti, imprenditori, politica e Cosa Nostra  è spesso labile</strong>. Ma anche la fotografia di un sistema economico, di lavoro, di impresa e politico che non lascia spazio se non all’onestà e alla trasparenza. E questo metodo in un momento in cui le banche non danno credito ( ultima stima il 70% del crdito bancario va al 10% di clienti medio –grandi ma che sono anche i più insolventi) per molti, troppi rimane l’unico modo di lavorare. E fanno sempre più gola gli appalti nelle aree dove arrivano i grandi finanziamenti europei che siano per le nuove tecnologie e per le energie pultie. Sempre a Trapani in un’altra operazione, Cosa  Nostra Resort,  stato confiscato un villaggio turistico di circa 12 milioni di euro arrivati con finanziamenti europei. <strong>La frode all’Unione è diventata uno dei meccanismi fondanti del nuosistema economico del crimine organizzato in tutta Europa tanto che Al jazeera ha dedicato un’inchiesta alla nuova frontiera del business non solo delle mafie.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</strong></p>
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		<title>Che sia l&#8217;inizio della fine</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 08:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Giovanna Maggiani Chelli)
L’ergastolo inflitto a Tagliavia , a regime detentivo di 41 bis è  l’ennesima riprova della bontà degli atti processuali per le stragi del 1993. Ancora una volta il nostro pensiero va alla Magistratura Fiorentina, alla Procura Nazionale antimafia che coordina le indagini, alle forze dell’0rdine che hanno contributo alle indagini, per l’immane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8035" href="http://www.malitalia.it/2011/10/che-sia-linizio-della-fine/georgofili-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-8035" title="georgofili" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/georgofili.jpg" alt="" width="270" height="187" /></a></p>
<p>(di Giovanna Maggiani Chelli)</p>
<p><strong>L’ergastolo inflitto a Tagliavia</strong> , a regime detentivo di 41 bis è  l’ennesima riprova della bontà degli atti processuali per le stragi del 1993. Ancora una volta il nostro pensiero va alla Magistratura Fiorentina, alla Procura Nazionale antimafia che coordina le indagini, alle forze dell’0rdine che hanno contributo alle indagini, per l’immane lavoro che tutti insieme hanno svolto in questi 18 anni affinché quanti in “cosa nostra” erano colpevoli del massacro di Firenze del 27 Maggio 1993 in via dei Georgofili, fossero consegnati alla giustizia.<br />
Tuttavia ci riserviamo di leggere le motivazioni della sentenza che oggi ancora una volta ci ha visti esultare contro la mafia, perché oggi è stata scritta una pagina giudiziaria molto importante ovvero:<br />
Gaspare Spatuzza ha detto il vero, è attendibile prove oggettive alla mano.<br />
<strong> Si apre così la nostra grande speranza di arrivare un giorno di vedere a processo i “mandanti esterni alla mafia” per la strage del 27 Maggio 1993</strong> , giorno in cui le nostre famiglie sono cadute in un baratro senza fine, perchè i nostri parenti sono stati uccisi e molti sono stati resi invalidi e questo non solo per mano e per volere di “cosa nostra”.<br />
Così come auspichiamo quella apertura che ogni organismo dello Stato dovrebbe sentire verso di noi nell’ammettere che in quel 1993 qualcosa in questo Paese è successo, ovvero lo Stato non ha saputo tutelarci , se di trattativa non si è trattato , sicuramente furono madornali errori, perché noi oggi, piaccia o no i nostri figli li dobbiamo piangere morti o invalidi, e l’inferno lastricato di buone intenzioni non ci piace e non ci soddisfa.<br />
<strong>Avremmo voluto tanto avere con noi il Sindaco di Firenze ,ma ancora una volta gli impegni per uomini così importanti sono molteplici e inderogabili.<br />
</strong>Comprendiamo, ne prendiamo atto, e come sempre confidiamo in noi stessi.<br />
Ringraziamo comunque l’Ass.Di Giorgi per la sua presenza in aula in rappresentanza del Comune di Firenze che si costituito parte civile per il risarcimento dei danni all’immagine.</p>
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		<title>Il giudice Scopelliti morì per la libertà</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 17:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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&#8220;Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.malitalia.it/2011/08/il-giudice-scopelliti-mori-per-la-liberta/1antonio-scopelliti_/" rel="attachment wp-att-7718"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/1antonio-scopelliti_-218x300.jpg" alt="" title="1antonio-scopelliti_" width="218" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-7718" /></a></p>
<p><strong>&#8220;Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso».</strong> Le parole del giudice Antonio Scopelliti sono rimaste impresse nelle nostre menti, il ricordo nel giorno dell’anniversario della sua morte, si fa ancora più vivo e ci sembra che il tempo si sia fermato lì, a quel tragico 9 agosto 1991. Una carriera brillante, di successo, Scopelliti fu ammazzato quando aveva ancora 56 anni, nella sua terra, la Calabria, che amava tanto da sceglierla come meta per le vacanze. Senza scorta rientrava a casa dal mare. L’omicidio, terribile, si consumò nella zona di Campo Calabro, il suo paese. Gli assassini, almeno due persone, a bordo di una moto, sparano numerosi colpi di fucile calibro 12. La morte del magistrato, che fu raggiunto da due colpi di pistola alla testa, non tardò ad arrivare. Quando fu ucciso stava preparando il rigetto dei ricorsi per Cassazione, avanzati dalle difese dei più pericolosi mafiosi condannati durante il maxiprocesso, che vedeva alla sbarra i boss di Cosa nostra. Si ritenne poi che per l’esecuzione dell’omicidio Cosa nostra e ‘ndrangheta abbiano operato insieme, anche in seguito ai diversi tentativi di corruzione a cui il magistrato non aveva mai ceduto. Scopelliti era diventato il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. <strong>Il ruolo che ricopriva, il senso della giustizia, l’amore per una terra piegata dalla criminalità organizzata, lo portarono a concentrarsi sui vari processi di mafia e terrorismo. </strong>Fra le altre cose ha rappresentato la pubblica accusa nel processo Moro e nella Strage di piazza Fontana. Per la sua uccisione furono celebrati due processi a Reggio Calabria: uno contro Salvatore Riina ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri boss. Tutti condannati nel ’96 e nel ’98 e poi assolti in Corte d’appello nel ’98 e nel 2000 perché le accuse dei collaboratori di giustizia vennero giudicate discordanti. Quell’omicidio sconvolse tutti e ancora oggi il nome di Scopelliti è un nome simbolo per il mondo dell’antimafia. Quell’antimafia che ogni giorno combatte contro la corruzione e il malaffare, s’impegna con azioni concrete, fa vedere il proprio volto, senza paura. Pur sapendo di essere soli, come lo sapeva il giudice Scopelliti. Pur sapendo che si rischia la vita ogni giorno. <strong>Ma il valore che uomini come Scopelliti hanno dato alla propria vita, deve servire da esempio per tutti noi. Nonostante tutto Scopelliti è stato fino alla fine un uomo libero: è morto per quella libertà che i mafiosi non sono riusciti a comprare.</strong></p>
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		<title>Antonella, tra mafia e amore</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/07/antonella-tra-mafia-e-amore/</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 08:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Laura Aprati)
Il 1992 è stato per la Sicilia, e per l’Italia intera, un anno difficile e indelebile per la nostra storia. Muoiono i giudice Giovanni Falcone , sua moglie Francesca Morvillo e Paolo Borsellino e 8 uomini delle loro scorte. Un massacro a colpi di tritolo. Ma  altri due fatti  segnano quel [...]]]></description>
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<p>(di Laura Aprati)<br />
<strong>Il 1992 è stato per la Sicilia, e per l’Italia intera, un anno difficile e indelebile per la nostra storia.</strong> Muoiono i giudice Giovanni Falcone , sua moglie Francesca Morvillo e Paolo Borsellino e 8 uomini delle loro scorte. Un massacro a colpi di tritolo. Ma  altri due fatti  segnano quel periodo: il 14 settembre a Mazara del Vallo  la mafia cercherà di uccidere il commissario Rino Germanà.  Ma in quell’estate scompare anche  una  donna, Antonella Bonomo che, come dice la famiglia, “voleva bene all’uomo sbagliato”<br />
La sorella Maria ne parla con affetto e con un po’ di malinconia “ ho ricordi bellissimi di Antonella, per me  non era solo una sorella ma anche una  amica, ci si confidava tutto, sapeva ascoltarmi e capirmi, dopo la morte prematura di nostro padre era diventata un supporto in famiglia, sia per mia madre che per me, era una ragazza molto buona e si spendeva molto per i poveri del nostro quartiere”<br />
<strong>Ma Antonella era legata al boss di Alcamo, Vincenzo Milazzo</strong>. Uomo cresciuto nella cosca trapanese. Condannato per la strage di Pizzolungo, coinvolto nella raffineria di cocaina di contrada Vergini. Uno che si faceva strada dentro Cosa Nostra tanto da diventare capo della famiglia di Alcamo.  Lei lo seguiva ovunque anche quando era latitante, incurante dei pericoli che correva e sorretta dall’amore che la legava a Vincenzo. Per lui avrebbe fatto tutto. Ancora Maria , la sorella, racconta “Lei lo amava molto, e lui altrettanto, non potevano vivere il loro amore alla luce del sole, vista la situazione, e parlava quindi spesso di una possibile fuga con lui, motivo per cui non pensavamo alla sua morte quando scomparve. Tra l&#8217;altro Antonella era incinta di pochi mesi, e volevano dare un futuro diverso al loro bambino, magari fuori dall&#8217;italia, ma i suoi carnefici hanno messo fine al loro sogno.”<br />
<strong>Un amore che lei non nascondeva  neanche alla sua famiglia</strong>. Un amore che l’ha portata alla morte il 16 luglio 1992. Uccisa incinta e gettata in una cava insieme al suo uomo. Muore per volontà di Totò Riina e della cupola riunita per punire Vincenzo Milazzo incapace di frenare l’ascesa del clan rivale, i Greco. Muore perché la ritengono depositaria di molti segreti. Muore per amore.<br />
Per  Maria ci sono però molte ombre, come quelle legate alla latitanza di Vincenzo Milazzo : “Mi devi credere, sarebbe stato facilissimo prenderlo una volta latitante, bastava seguire lei, ma forse non c&#8217;era la volontà di farlo. Abbiamo appreso solo dopo la sua morte che anche lei veniva considerata una latitante, ma non si nascondeva affatto, e la polizia veniva a cercarla solo quando non era in casa.” E ancora “Secondo me non si parla di lei perchè comunque è passato molto tempo, poi non apparteneva ad una famiglia importante, tanto meno mafiosa, e comunque non è stata un eroina che ha combattuto contro la mafia, ma solo una ragazza che si era innamorata dell&#8217;uomo sbagliato. Antonella forse  voleva combatterla la mafia, forse proprio assieme a lui”<br />
Per la morte di Antonella si parla anche di servizi segreti ma Maria dice che alla famiglia non risultano. Una storia che intreccia amore, mafia, morte. Che intreccia la storia di Antonella con la sua famiglia e con quel nipote che lei, quel 16 luglio del 1992, riporta a casa prima del suo ultimo viaggio.</p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/antonella-tra-mafia-e-amore/19luglio92/" rel="attachment wp-att-7572"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/19luglio92.jpg" alt="" title="19luglio92" width="277" height="182" class="alignleft size-full wp-image-7572" /></a></p>
<p>Antonella Bonomo e i servizi segreti </p>
<p>(di Rino Giacalone)<br />
<strong> Il consulente informatico delle più importanti indagini antimafia della Sicilia, il super poliziotto Gioacchino Genchi, </strong>sentito in una delle tante udienze dedicate alle stragi mafiose siciliane,soffermandosi su quella che servì a Cosa Nostra a uccidere il giudice Paolo Borsellino,era il 19 luglio del 1992, teatro dell’attentato a via D’Amelio di Palermo,ebbe a dire che all’esito di una serie di accertamenti si avvertiva la puzza dei servizi segreti dietro quella strage. Ed è una«puzza» che potrebbe arrivare da Alcamo,dove qualche giorno prima del «botto» di via D’Amelio i boss mafiosi riuniti a conclave decisero di uccidere il capomafia Vincenzo Milazzo e strangolare la sua compagna Antonella Bonomo. Non mancava nessuno dei capi mafia trapanesi a quella duplice esecuzione compiuta nell’arco di 48 ore, prima Milazzo, poi la Bonomo, una esecuzione mai completamente spiegata nelle motivazioni,che però di colpo mise insieme, nell’intento omicida, amici ed nemici del capomafia alcamese. Neanche molto tempo dopo si cominciò a sentire dire che la Bonomo aveva parenti nei servizi segreti e perciò ucciso il suo uomo avrebbe potuto svelare i segreti della cosca. Oggi tra le pagine di recenti indagini antimafia castellammaresi alcune cose vengono svelate, non del tutto ancora,ma ciò che emerge non fa più restare una leggenda la circostanza che mafiosi o presunti tali erano all’epoca in contatto con uomini dell’«intelligence» italiana.E un nome che è emerso è quello dell’imprenditore castellammarese Mariano Saracino,oggi di nuovo sotto processo per mafia dopo un paio di condanne risalenti ad alcuni anni addietro, solo che adesso le accuse per lui sono quelle di essere stato il tesoriere della cosca di Castellammare,il regista degli appalti pilotati. Odore di servizi dunque, come quando durante le indagini sulla strage di via D’Amelio si scoprì che Gino Calabrò, l’ex lattoniere di Castellammare, specialista nelle stragi, condannato per Pizzolungo e per le stragi del 93, compreso il mancato attentato all’Olimpico di Roma che doveva essere compiuto quello stesso anno, possedeva un cellulare, clonato,dal quale all’epoca veniva contattato ripetutamente l’albergo Villa Igea di Palermo,ma anche utenze degli StatiUniti, Germania,Malta e Slovenia.Lo stesso numero di cellulare venne rinvenuto nella disponibilità di alcuni mafiosi, sempre trapanesi, catturati dai carabinieri nelle campagne di Calatafimi il 15gennaio del 1993,lo stesso giorno in cui a Palermo, altri carabinieri, arrestavano Totò Riina:erano Antonino Alcamo, Vincenzo Melodia, Vito Orazio Diliberto e Pietro Interdonato. Da quel numero di cellulare sarebbero partite telefonate verso società importanti,alberghi di lusso e le case di boss mafiosi,anche durante quei giorni di metà luglio del 1992 mentre i boss uccidevano Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo.</p>
<p><strong>Tra le pagine dell’indagine andata sotto il nome «sistemi criminali» coordinata in pratica da tre procure, le distrettuali di Palermo e Firenze e la Direzione nazionale antimafia di Roma, vi sono alcuni elementi che riconducono alla soppressione di Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo.Una esecuzione fatta in fretta che non si è fer</strong>mata nemmeno per la pietà che doveva almeno essere rivolta ad Antonella Bonomo uccisa mentre era incinta. Il calatafimese Cola Scandariato, raccontarono i pentiti,cercò di adoperarsi in suo favore,ma fallì. Mancavano pochi giorni alla strage di via D’Amelio. Si disse che vennero uccisi perchè  Milazzo non condivideva le stragi e Gioacchino La Barbera, che fece ritrovare nel dicembre 1993 i cadaveri sepolti dentro un cava di Balata di Baida,raccontò anche che la donna fu uccisa perché «si aveva paura che potesse raccontare quanto gli aveva confidato Milazzo, ad un parente nei servizi segreti».È stato poi il pentito alcamese Nino Cascio, a rilevare che Milazzo fu ucciso il giorno prima di quando lo stesso boss aveva deciso di uccidere l’imprenditore Mariano Saracino: «Milazzo – raccontò Cascio (il verbale è contenuto agli atti del processo Tempesta ndr) nutriva una forte avversione nei confronti di Saracino e ciò fondamentalmente in quanto costui, ai tempi del processo per la strage di Pizzolungo aveva reso delle dichiarazioni non in linea con l’alibi fornito da Calabrò ed avrebbe inoltre confidato ad un alto ufficiale dei servizi segreti -parente di Antonella Bonomo, padre di un ragazzo/a al tempo fidanzato/a con un parente di Saracino &#8211; che il solo Melodia Filippo (altro boss alcamese ndr)era certamente estraneo alla strage mentre non poteva garantire per l’innocenza degli altri imputati».Saracino ha letto le pagine di questa ordinanza che lo ha portato in carcere,ma ha deciso di restare in silenzio. Potrebbe essere stato proprio lui a passare ai boss la notizia che la Bonomo  era imparentata con un uomo dei servizi. E quindi andava eliminata. <strong>Antonella Bonomo sparì d’improvviso il 16 luglio del1992, lo stesso giorno o l’indomani venne uccisa.</strong></p>
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		<title>Trapani: un nuovo sequestro di beni</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 17:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[confisca dei beni]]></category>
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Non è stato mai raggiunto da un provvedimento cautelare, ma il suo nome risulta scritto in alcune pagine delle più recenti indagini antimafia della provincia di Trapani, area di Castellammare del Golfo. Il territorio dove è cresciuta Cosa nostra frutto di quella saldatura tra le famiglie castellammaresi, quelle palermitane e quelle americane. Legami dicono gli [...]]]></description>
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<p><strong>Non è stato mai raggiunto da un provvedimento cautelare, ma il suo nome risulta scritto in alcune pagine delle più recenti indagini antimafia della provincia di Trapani, area di Castellammare del Golfo</strong>. Il territorio dove è cresciuta Cosa nostra frutto di quella saldatura tra le famiglie castellammaresi, quelle palermitane e quelle americane. Legami dicono gli investigatori mai interrotti e transitati dentro la nuova mafia, quella che fa impresa. Giuseppe Pisciotta, 68 anni, coinvolto (avviso di garanzia) nell’operazione “Tempesta” (posizione poi archiviata dalla Dda nel 2005), secondo la Dia di Trapani che ha presentato il rapporto e alla luce dell’ordinanza di sequestro di beni emessa dal Tribunale di Trapani, sarebbe uno di quei soggetti che mafioso non lo è mai stato ma avrebbe applicato la metodologia mafiosa e sfruttato il legame con mafiosi per arricchirsi. Gli sono stati sequestrati 30 milioni di beni, frutto non di una lecita attività imprenditoriale, ma di una attività che ha usato scorciatoie non lecite, quelle indicate da Cosa nostra. Il nome di Pisciotta si affianca nelle pagine giudiziarie a quello di un riconosciuto pezzo da 90, il tesoriere della cosca castellammarese, quel Mariano Saracino, potente imprenditore del cemento, che adesso sconta in carcere una pesante condanna a 10 per mafia ed estorsioni. Pisciotta come Saracino è un  imprenditore nel settore edile e della produzione e commercio di conglomerati cementiti, i due sarebbero più che soci, costituiscono secondo gli investigatori della Dia di Trapani una unica entità..</p>
<p><strong>Pisciotta sin dagli anni ‘70 non avrebbe fatto altro che seguire e imitare Saracino, sfruttando in ogni modo le potenzialità del cosidetto “<em>metodo mafioso</em>”,</strong> attraverso l’illecita ingerenza nel settore degli appalti pubblici. Le imprese del duo Saracino-Pisciotta,  grazie ai favori di c<em>osa nostra,  </em>hanno potuto, nel tempo, espandere in modo esponenziale la propria attività imprenditoriale, economica e patrimoniale. E quando Saracino cadde in disgrazia per le indagini che lo riguardavano, Pisciotta non si è certo allontanato da lui, ma nella veste di amministratore unico delle società riconducibili a lui quanto a Saracino,  si sarebbe  adoperato in prima persona per continuare ad agevolare e favorire le attività illecite già poste in essere, preoccupandosi poi della intestazione fittizia di beni così da salvaguardare se stesso e il socio da eventuali sequestri. Gli affari di Pisciotta: quello più importante è l’acquisto attraverso i capitali dell’azienda – poi sequestrata e confiscata – Calcestruzzi del Golfo srl,</p>
<p>Su espressa decisione della locale consorteria mafiosa, un opificio per il deposito di prodotti cerealicoli destinato ad essere rivenduto ad un prezzo superiore  a quello di acquisto, grazie all’intervento diretto di “<em>cosa nostra</em>” cui sarebbero dovute essere destinate le somme derivanti dalle plusvalenze dell’operazione immobiliare. Le mani di Pisciotta, con quelle di Saracino, si sarebbero allungate su società che avrebbero anche usufruito di finanziamenti dell’Unione europea. Il nome di Saracino è legato a vicende emblematiche della mafia castellammarese. Al mantenimento per esempio dei detenuti in carcere e delle loro famiglie, ai contatti con le imprese, sebbene già con condanne patteggiate riuscì a far si che la sua azienda di calcestruzzo fornisse il cemento ai lavori autostradali per la costruzione dello svincolo di Alcamo. Fornitua che, raccontano i pentiti, fu permessa, quasi voluta, da Cosa nostra alcamese. Legato a Filippo Melodia, Saracino ebbe in Antonino Melodia il suo punto di riferimento. Il sequestro ha interessato ditte individuali e società di capitali, appezzamenti di terreno, fabbricati, veicoli industriali, autovetture e disponibilità finanziarie.<strong></strong></p>
<p>In particolare,<em> </em><em>il 50% del capitale sociale, nonché il complesso dei beni aziendali della Calcestruzzi Castellammare s.r.l.,  con sede in Castellammare del Golfo; il capitale sociale, nonché il complesso dei beni aziendali delle società Scopello Costruzioni s.r.l., CO.SI. s.r.l. e Del Ponte s.r.l., tutte operanti nel settore delle costruzioni edili, con sedi in Castellammare del Golfo; la quota sociale nella LA Ferula s.r.l., con sede a Castellammare del Golfo, avente ad oggetto la promozione, la propaganda e sviluppo nello sport; 35 appezzamenti di terreni siti in aree edificabili di note località; 12 fabbricati di recente realizzazione;  9 autoveicoli/motoveicoli; 6 società di capitali ( capitale sociale e capitale aziendale); 11 deposti bancari; 10 polizze assicurative;5.246 quote di fondi d’investimento.  </em></p>
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		<title>Delitto Rostagno: l’editore che prima negò la mafia</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 13:43:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category>
		<category><![CDATA[processo]]></category>
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L’analisi politica e sociale della Trapani degli anni ’80 offerta ai giudici da un ex dirigente di partito, l’avv. Nino Marino, all’epoca segretario del Pci, il racconto talvolta non propriamente lucido, ma colorito, alla sua solita maniera, del giornalista Aldo Ricci. L’ultima udienza prima della pausa estiva del processo per il delitto di Mauro Rostagno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7498" href="http://www.malitalia.it/2011/07/delitto-rostagno-l%e2%80%99editore-che-prima-nego-la-mafia/rostagno-4/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7498" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/rostagno-300x136.jpg" alt="" width="300" height="136" /></a></p>
<p>L’analisi politica e sociale della Trapani degli anni ’80 offerta ai giudici da un ex dirigente di partito, l’avv. Nino Marino, all’epoca segretario del Pci, il racconto talvolta non propriamente lucido, ma colorito, alla sua solita maniera, del giornalista Aldo Ricci. L’ultima udienza prima della pausa estiva del processo per il delitto di Mauro Rostagno ha avuto questi due testi come protagonisti. Non è stata una udienza, svoltasi davanti la Corte di Assise di Trapani, che ha aperto chissà quali squarci, ma per dirla come ha detto prima dell’apertura del dibattimento di ieri il pm Antonio Ingroia, sono piccoli tasselli che poco a poco vanno riempiendo il puzzle del delitto «frutto di commistioni incredibili», di «matrice e manovalanza mafiosa».</p>
<p>L’Avv. Nino Marino ha ripercorso quegli anni trapanesi di Rostagno, il suo lavoro da giornalista, «puntuale, accreditato e ascoltato». Materia per lavorare non ne mancava: «All’epoca scoppiò anche una sorta di tangentopoli che vide l’arresto di assessori e consiglieri comunali trapanesi, ma fu anche l’anno della scoperta della Iside 2, mentre per chi come noi (attivisti e dirigenti del Pci ndr) aveva una certa contezza di come andavano le cose percepivamo che Trapani più che mai era terra dove i servizi segreti avevano messo le radici, in quell’anno scoprimmo dopo era arrivata la cellula di Gladio, chiamata Scorpio, in provincia di Trapani furono aperti 5 centro di Gladio anche nel piccolo Comune di Santa Ninfa, dove maresciallo comandante della stazione dei carabinieri era Giuliano Guazzelli». Perché il riferimento a Guazzelli? “Perché Santa Ninfa era ed è un paese di poche anime, impossibile che un soggetto estraneo al territorio sarebbe passato inosservato, doveva essere qualcuno che già ne faceva parte, e allora escluso il sindaco, il parroco, restava il comandante della stazione dei carabinieri. Poteva essere lui l’uomo di Gladio nella Valle del Belice”. L’avv. Marimo ha aggiunto anche un’altra circostanza, “il ricordo che di Guazzelli fece il presidente Cossiga”, Cossiga era lo statista che aveva in mano le chiavi di Gladio.</p>
<p>Riassumendo il lavoro di Rostagno, l’avv. Marino, nel confermare l’esistenza di una serie di contatti, anche quotidiani, ha evidenziato l’interesse del giornalista, ucciso dalla mafia il 26 settembre del 1988, ai legami tra mafia e massoneria, prese di mira nelle sue cronache il processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, “percependo non senza ragioni che dentro quel delitto si saldavano forti legami tra le famiglie siciliane”.: È un periodo di trasformazione anche della mafia, Cosa nostra, lo seppimo nel 1994, aveva un nuovo capo mafia Vincenzo Virga, attuale imputato nel processo – ha ricordato Marino – Rostagno poteva avere intuito questa tarsformazione e anche il passaggio del testimone alla guida della cupola». Ma c’è di più: «Rostagno non svelò mai la fonte ma aveva certezza che Licio Gelli il capo della P2 per due volte era stato in provincia di Trapani, prima a mazara e poi a Campobello, a casa dimafiosi, come Mariano Agate e Natale L’Ala, tutti e due iscritti alle logge coperte di Trapani». Cambiava anche la politica: «La mafia colloca suoi uomini nei Consigli comunali e provinciale, in quest’ultimo viene eletto Vito Panicola consuocero di Messina Denaro, a Castelvetrano viene eletto un genero dello stesso boss».</p>
<p>Nino Marino ha avuto tra le mani un faldone di documenti raccolti da Rostagno: «Sono sicuro che stesse per tirare fuori grosse inchieste giornalistiche». L’avvocato Marino ha parlato anche del famoso editoriale che all’apparenza doveva ridimensionare lo scandalo della Iside 2: «Mi confidò che era un depistaggio, per riuscire ad entrare dentro quella realtà e carpirne i segreti, gli suonò strano che i carabinieri lo convocarono quasi per chiedergli soddisfazione di quell’editoriale, ma forse loro cercavano di capire a cosa puntava Rostagno». E a proposito di carabinieri parlando con lui Rostagno protestò ancora per l’indagine che lo vide coinvolto per il delitto Calabresi: «Lui pensava che quella indagine servisse a ricostruire una storia diversa dell’Italia degli anni ’70». Collegato al mondo dei servizi segreti per Marino poteva essere l’ex guru della Saman, Francesco Cardella. «Bartolo Pellegrino &#8211; ha detto Marino – che la sera del 26 settembre 88, giorno del delitto, viaggiò in aereo con Cardella da Milano a Palermo parlò di delitto che “era cosa dei servizi segreti”».</p>
<p>Infine la domanda sull’editore di Rtc, Puccio Bulgarella, di recente scomparso: «Non aveva ruoli censori con Rostagno, penso che l’errore che commise fu quello che non aveva idea della mafia e della mafiosità».</p>
<p>Aldo Ricci che per un mese fu direttore a Rtc dopo il delitto Rostagno, ha invece detto che proprio Bulgarella dapprima gli disse che la mafia col delitto non c’entrava nulla e che di giorno in giorno gli rimandava l’impegno di dirgli chi aveva ucciso Rostagno, poi ha detto che dopo un incontro con Claudio Martelli, all’epoca enfant prodige del Psi, che portò a Rtc un pacchetto pubblicitario sostanzioso, la versione cambio, «mi disse è stata la mafia, ma quella con la m minuscola».Bulgarella è scomparso di recente, nel procedimento era stato indagato per false dichiarazioni al pm, dopo che il pentito Siino aveva detto che con lui aveva parlato di far abbassre i toni a Rostagno. Bulgarella ha sempre negato la circostanza, ma Siino addirittura per evidenziare la confidenza tra i due ha anche raccontato di un viaggio a Roma, con le moglie, e che allora c’era anche il latitante Giovanni Brusca. In quella occasione, a qualche settimana dal delitto, Siino ha detto di avergli ricordato l’avviso su Rostagno, ma il discorso si interruppe perché Bulgarella non voleva, così dichiarò,Siino,che si parlasse dell’omicidio Rostagno alla presenza della moglie, Caterina Ingrasciotta. Durante il processo uno dei giornalisti di Rtc, Ninni Ravazza, ha riferito che Bulgarella aveva invitato la redazione di Rtc ad abbassare i toni, rivelazioni mai fatta prima e che Ravazza ha detto per la prima volta al processo. Un altro teste ha anche riferito diun pranzo a Palermo cio Bulgarellla e un imprenditore milanese, durante il quale Puccio Bulgarella disse che una prima volta era riuscito a salvare Rostagno, ma di non esserci riuscito una seconda volta perché non si trovava a Trapani. E per quel delitto da un mese non salutava un politico, pure presente al ristorante ma seduto ad alltro tavolo, l’on. Francesco Canino. Future indagini dimostreranno l’esistenza di collegamenti tra Canino e il boss Virga, imputato nel delitto come mandante.</p>
<p>Ricci poi ha ripetuto una cosa che dice da anni e cioè la rottura risalente agli anni 70 tra Rostagno e gli ex compagni di Lotta Continua. Attrito forte secondo Ricci, tanto da fare dire a Rostagno, nel 1978, in risposta alle critiche che sempre secondo il racconto di Ricci, Rostagno avrebbe ricevuto  dagli ex compagni, che «se continuano a rompermi  i c….dirò chi ha ucciso Calabresi», una affermazione detta in un epoca in cui non c&#8217;era nemmeno un elemento che faceva pensare ad una indagine sul delitto del commissario. E quando invece nel 1988 l’indagine venne fuori per il pentimento di uno degli uomini di azione di Lotta Continua, Marino, e Mauro Rostagno ricevette un avviso di garanzia, la sua testimonianza pubbklica fu sempre diversa dal tenore delle cose dette da Ricci davanti ai giudic. La testimonianza di Ricci è stata più che altro un «colorito» atto di accusa contro «i bacchettoni» di Lotta Continua.</p>
<p>Il processo riprende il 28 settembre. Intanto ieri l’avvocato Elio Esposito, parte civile per Saman, ha voluto fare sentire la sua voce critici: «Non comprendo la strategia che l’accusa ha delineato nell’udienza odierna, con l’escussione di testi che passano dalla teorizzazione politica alla divagazione anedottica senza incidere, come sarebbe opportuno, sulla materia processuale». Dichiarazione non proprio campata in aria, ma l’accusa promette che dalla ripresa il processo comincerà con l’essere più vivo, ma «tempo finora non se ne è perduto».</p>
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		<title>Ecco il volto di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 08:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Ad un paio di anni dal primo identikit eccone un secondo per il super boss latitante Matteo Messina Denaro. Il capo mafia di Trapani, boss di Castelvetrano per eredità, figlio del defunto patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, è latitante dal giugno del 1993. Compirà 50 anni l’aprile dell’anno prossimo, contro di lui una [...]]]></description>
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<p><strong>Ad un paio di anni dal primo identikit eccone un secondo per il super boss latitante Matteo Messina Denaro</strong>. Il capo mafia di Trapani, boss di Castelvetrano per eredità, figlio del defunto patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, è latitante dal giugno del 1993. Compirà 50 anni l’aprile dell’anno prossimo, contro di lui una sfilza di ergastoli già diventati definitivi, come quelli per le stragi di Roma, Milano e Firenze del ’93, ma anche per le guerre di mafia nel trapanese, e una serie di delitti per offese che lui ha ritenuto potersi lavare solo col sangue, come quando a Palermo fece uccidere il direttore di un albergo di Selinunte, Nicola Consales, che aveva osato disturbare una ragazza austriaca che era l’amica del boss e aveva pubblicamente definito lui, Matteo Messina Denaro, e gli amici che lo accompagnavano di solito nelle calde serate d’estate, quattro mafiosetti che presto avrebbe buttato fuori dal suo albergo . <strong>Oggi Matteo Messina Denaro è a capo di un holding di imprese, tutte sotto il controllo di Cosa nostra, è il propugnatore della mafia sommersa, quella che non commette più efferati fatti di sangue, una mafia che non spara</strong>, perché in questo momento si trova garantita dentro le istituzioni, una mafia che parla con la politica, condiziona l’economia, riesce a controllare flussi di denaro pubblico. Una mafia che nel trapanese alle estorsioni ha preferito assumere via via il controllo di attività imprenditoriali in tutti i settori, da quello edilizio, a quello agricolo, sino a quello turistico. Il primo identikit di Matteo Messina Denaro fu elaborato grazie alle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, gli ultimi ad averlo incontrato. Adesso questa nuova immagine realizzata interamente in modo informatico, presenta non più il volto di un giovane, ma di un Matteo Messina Denaro invecchiato, quasi che dimostra più dei suoi 50 anni, si è tenuto conto delle voci su una sua possibile malattia agli occhi, e di qualche altro malanno, spesso si è sentito dire che potrebbe avere problemi ai reni. Certamente il volto di una persona che trascorre da qualche tempo una latitanza forse non più dorata come un tempo. Contro di lui nel corso di un anno la Polizia ha messo a segno due operazioni, denominati Golem, che hanno fatto terra bruciata attorno al latitante, colpendo la cerchia di favoreggiatori più vicini a lui, quelli che garantivano lo smistamento dei pizzini, e i contatti tra i più diretti tra il latitante ed il territorio. Tra quelli a finire in manette anche suo fratello, Salvatore Messina Denaro, ex preposto di banca, la Banca Sicula, e con lui soggetti più o meno in vista di Castelvetrano,  si sentivano insospettabili, ma proprio così non era.<strong> </strong></p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-7409" href="http://www.malitalia.it/2011/07/ecco-il-volto-di-matteo-messina-denaro/immagine_5/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7409" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/IMMAGINE_5-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" /></a></strong></p>
<p><strong>Da queste indagini emerge l’accortezza del latitante che non preferisce i contatti diretti, solo in rare occasioni si è mosso per incontrare i suoi complici, è oggi Matteo Messina Denaro il nuovo fantasma della mafia, un fantasma che però gode ancora di appoggi e aiuti secondo investigatori e inquirenti di grande spessore in un territorio, quello della provincia di Trapani, dove il boss ha vissuto e vive di una sorta di venerazione</strong>. Il numero uno oggi è lui è stato sentito dire nel corso delle indagini Golem dai soggetti intercettati a parlare di Matteo Messina Denaro, è lui la testa dell’acqua, è lui il nuovo capo della mafia siciliana, un capo che oggi custodisce l’archivio segreto di Totò Riina, forse anche l’originale di quel papello che fa parte del mistero della trattativa tra mafia e Stato. Una trattativa che non si sarebbe interrotta.</p>
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		<title>Sgarbi, Salemi e il puparo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 11:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Noi i terreni a quelli di Don Ciotti mai”.

 Salemi, terra di Sicilia. Terra di esattori mafiosi e regno incontrastato di Giuseppe Giammarinaro, Pino terremoto, politico legato a quello che resta dell’Udc di Totò Cuffaro  e a Saverio Romano, ora “responsabile” e per questo Ministro dell’Agricoltura voluto da Berlusconi. Comanda a Salemi, Pino terremoto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/05/sgarbi-salemi-e-il-puparo/sgarbi/" rel="attachment wp-att-6859"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/sgarbi.bmp" alt="" class="alignleft size-full wp-image-6859" /></a></p>
<p><strong></p>
<p>“Noi i terreni a quelli di Don Ciotti mai”.</p>
</p>
<p></strong> Salemi, terra di Sicilia. Terra di esattori mafiosi e regno incontrastato di Giuseppe Giammarinaro, Pino terremoto, politico legato a quello che resta dell’Udc di Totò Cuffaro  e a Saverio Romano, ora “responsabile” e per questo Ministro dell’Agricoltura voluto da Berlusconi. Comanda a Salemi, Pino terremoto, detta legge e decide lui a chi assegnare 60 ettari di terra buona sequestrati al mafioso e narcotrafficante Totò Miceli. Sindaco è Vittorio Sgarbi, il critico d’arte che promette di rivoluzionare il paese, cambiarlo da cima a fondo portando in giunta gente del calibro di Oliviero Toscani, affidando un assessorato al Nulla e Graziano Ceccherini, l’artista delle palline colorate nella Barcaccia di Piazza di Spagna a Roma.<br />
<strong></p>
<p>Parole,immagine, promesse: la verità è che il comune è nelle mani di Giammarinaro e dei suoi accoliti</p>
</p>
<p></strong>. E allora accade che quel terreno, richiesto da Libera e Slow Food , deve essere dato a altri, non agli antimafiosi di Don Luigi Ciotti. E’ il 16 ottobre del 2009 quando Sgarbi alza il telefono e chiama Giammarinaro , si chiariscono e alla fine il sindaco china la testa e chiede “il nominativo della persona a cui assegnare i 60 ettari”. E’ solo uno degli episodi raccontati nel voluminoso dossier approntato dalla Questura di Trapani (l’indagine è stata portata avanti dal capo dell’anticrimine Giuseppe Linares e dal Questore Carmine Esposito) che ieri ha portato al sequestro di beni ( cliniche, centri sanitari,conti correnti) per 35 milioni di euro a Giuseppe Giammarinaro.<br />
<strong></p>
<p>L’uomo è stato uno dei potenti  dell’Udc nel Trapanese</p>
</p>
<p></strong>. Legatissimo a Totò Cuffaro, è considerato “espressione di quella borghesia mafiosa” che avvelena economia e società siciliana. Latitante negli anni novanta (Slovenia e Tunisia), è considerato un personaggio “collocato nel panorama mafioso locale”. E’ lui che controlla gli affari della sanità nel Trapanese. “Considerava la ASL di Trapani – notano gli investigatori- come una inesauribile fonte economica cui poter attingere”, gestiva in modo occulto centri sanitari son Salvatore Cuffaro, l’ex padrone dell’Udc siciliana e presidente della Regione, “centri fisioterapici e radiologici”. Le nomine di medici e dirigenti alla ASL  erano cosa sua. <strong>“Tu sei bravo,ma non basta, devi pure essere amico di Giammarinaro, altrimenti sei scecco (asino ndr)”. </strong>Nomine, potere, controllo di deputati regionali. L’onore Giuseppe Lo Giudice, detto Pio, si sfoga con gli investigatori. E’ stato eletto alla Regione  grazie ai voti di Giammarinaro, era nell’Udc ora è con Rutelli. “Ma io –confessa- mi sentivo come un burattino nelle sue mani”. Un puparo, pericolosissimo Giammarinaro. Che secondo il pentito di mafia Antonino Giuffrè  “ si occupava di far pervenire i finanziamenti per quei lavori che interessavano gli imprenditori vicini a Cosa Nostra”. <strong>Quella particolare mafia silente che domina nel Trapanese, governata con pugno di ferro dal superlatitante Matteo Messina Denaro, ‘u siccu, il vero erede dei Riina e Provenzano.</strong>Un altro pentito di mafia, Concetto Mariano, nel 2002 fa un elenco dei politici “aiutati” da Cosa Nostra :c’è anche Giammarinaro.”Tutto ciò che viene deciso- fa mettere a verbale un anno dopo Vincenzo Laudicina, consigliere comunale dell’Udc a Marsala- passa da lui. Tutte le nomine politiche, governative e di sottogoverno sono frutto della sua volontà. E lui spesso ha un comportamento ambiguo, ricattatorio, minaccioso”.</p>
<p>Un uomo così aveva in mano il comune di Salemi. “Piccola realtà di provincia – notano gli investigatori- ma snodo fondamentale delle dinamiche criminali della consorteria mafiosa dell’intera provincia di trapani, al cui vertice c’è l’indiscusso Matteo Messina Denaro”. Oliviero Toscani, il fotografo che Sgarbi vuole a tutti i costi come assessore, rivela come il critico d’arte conquistò la poltrona di primo cittadino di Salemi : “Fu Giammarinaro a chiedergli di fare il Sindaco . Salì a Milano e gli fece la proposta”: Toscani resiste poco nel piccolo comune siciliano. “Mi sono reso conto che il contesto territoriale che mi permetto di definire mafioso non mi consentiva di operare in maniera libera e autonoma. Fin dal mio ingresso in giunta ho potutro constatare la presenza di Giammarinaro alle riunioni, partecipava e assumeva decisioni alla presenza di Sgarbi e la cosa mi sembrava alquanto anomala”. Aveva uomini suoi, assessori e consiglieri, disponeva di funzionari e impiegati., Pino terremoto. Al punto che gli stessi carabinieri in una nota ritengono fondata l’ipotesi “che esista un vero e proprio condizionamento mafioso di tutta l’attività amministrativa del Comune di Salemi”. Giammarinaro aveva strettissimi rapporti con l’attuale ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Ex Udc, ora tra i “Responsabili” che consentono l’esistenza del governo Berlusconi. Nelle carte dell’inchiesta sono documentati vari incontri con il ministro anche durante il periodo in cui Pino terremoto era sorvegliato speciale di pubblica sicurezza. I due si vedono spesso a Palermo, si scambiano informazioni e “pizzini”, bigliettini.</p>
<p>Vanno così le cose a Trapani e provincia, terra di mafia e di “borghesia mafiosa”. Uomini che contano nella sanità pubblica, controllano i Comuni. A Salemi Vittorio Sgarbi  (del cui programma in Rai ieri la capogruppo del Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini , ha chiesto la sospensione) aveva promesso di voler fare sul serio:”Voglio assessori indipendenti, non servi, liberi, non camerieri”. La realtà raccontata dalla polizia di trapani è diversa. Con Pino Giammarinaro, ex sorvegliato speciale in forte odore di mafia,che comanda tutto. <strong>Quando era necessario scriveva lui le delibere importanti, le portava personalmente al Sindaco. E Sgarbi firmava. Senza battere ciglio.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 maggio 2011)</p>
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		<title>Dossier :la mafia a Trapani</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 09:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Matteo Messina Denaro? “Dovrebbero farlo sindaco”. La puntata di Exit mandata in onda da La 7 non più tardi di alcuni giorni addietro lo ha dimostrato. Matteo Messina Denaro a Castelvetrano, la sua città, lo vorrebbero sindaco «perché di malefatte ne ha combinate molto meno di chi oggi governa» ha detto un intervistato che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6249" href="http://www.malitalia.it/2011/03/dossier-la-mafia-a-trapani/matteo-1998-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-6249" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/matteo-1998-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p><strong>Matteo Messina Denaro? “Dovrebbero farlo sindaco”</strong>. La puntata di Exit mandata in onda da La 7 non più tardi di alcuni giorni addietro lo ha dimostrato. Matteo Messina Denaro a Castelvetrano, la sua città, lo vorrebbero sindaco «perché di malefatte ne ha combinate molto meno di chi oggi governa» ha detto un intervistato che si è detto amico e conoscente del latitante. Un altro ha detto che Matteo Messina Denaro «è un giovane per bene», c’è chi ha svelato «che frequentava il gruppo parrocchiale« e però non erano uno di quelli disposti a rispettare la carità e l’umiltà predicata nelle chiese se poi «andava in giro scorazzando su auto di lusso e gli piaceva fare la bella vita». Per un altro ancora le condanne e i delitti «sono cose che a lui non risultano e che di Messina Denaro non c’è ragione che se ne parli».</p>
<p>È lo spaccato più recente della reazione che la società civile in una città come Castelvetrano oppone al fenomeno mafioso e al potere del super boss Messina Denaro erede del «patriarca» don Ciccio, e latitante dal 1993. Nasce tutto questo per caso? Sono questi sentimenti del momento o forse sono pensieri che trovano preciso radicamento?</p>
<p> <strong>Trapani, dove la mafia non alza bandiera bianca</strong>. Secondo l’ultima relazione della procura nazionale antimafia, che ha riservato molte sue pagine alla mafia trapanese, il giudizio da darsi rispetto alla mafia della provincia di Trapani è preciso e netto: «Qui la mafia non ha certo alzato bandiera bianca, ha subito colpi durissimi, ma per la particolare articolazione, per le infiltrazioni dalle quali trae linfa, non si può dire che è sconfitta» e tutto questo a prescindere dalla presenza del latitante Matteo Messina Denaro. Quindi, boss a parte, la mafia trapanese «ha capacità precise per ristrutturarsi e riorganizzarsi, nella provincia di Trapani, si dedica ancora al controllo occulto delle attività imprenditoriali, degli appalti, delle forniture ed all’imposizione del racket estorsivo. La struttura trapanese di «Cosa Nostra», che viene evidenziata è una organizzazione unitaria anche se organizzata a livelli, ha seguito parallelamente l’evoluzione della vicina organizzazione palermitana della quale può essere definita la più valida alleata; di essa non ha però assimilato i caratteri di notorietà, di aperta aggressione ai svariati settori della società civile, anche con il ricorso sistematico alla violenza, preferendo rimanere ad operare nell’ombra privilegiando il consenso della gente e l’appoggio dei ceti più abbienti con i quali sono state strette nel tempo profonde alleanze». Ecco come possono essere presto spiegate le reazioni raccolte dalla giornalista di Exit, che per alcuni giorni è stata in giro per la provincia di Trapani. Ha incontrato anche soggetti condannati per avere favorito la latitanza di alcuni capi mafia, si è sentita dire da alcuni di questi, nonostante i «guai» passati, arresti, condanne, che in fin dei conti (i boss) «erano persone che non davano fastidio».</p>
<p> <strong>Latitanti in una chiesa</strong>. Matteo Messina Denaro oggi, e suo padre prima, il “patriarca” della mafia belicina don Ciccio Messina Denaro, le loro latitanze le hanno trascorse comode, iniziandole, pare, dalla sagrestia di una delle antiche chiese di Calatafimi, per poi continuarle in altri luoghi. Da latitanti hanno presieduto summit, Ciccio Messina Denaro nel 1988 diede l’ordine di uccidere il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nel 1992 Matteo Messina Denaro partecipò a pianificare la stagione delle stragi recandosi alle riunioni presso la calcestruzzi dei fratelli Agate a Mazara del Vallo. Ma con Matteo Messina Denaro al potere la mafia trapanese ha cominciato a cambiare volto.</p>
<p>«Mantenendo intatte la sua vitalità e la sua estrema pericolosità &#8211; si legge nella relazione della Procura nazionale antimafia &#8211; non ci si può illudere sul fatto che lo Stato, approfittando della sua momentanea debolezza, possa più agevolmente e definitivamente sconfiggerla». La Procura nazionale antimafia ha evidenziato come il «mandamento» mafioso di Castelvetrano vive grazie all’aiuto di «commercianti e politici». Lo scenario non è nuovo, da tempo dalle inchieste antimafia emerge questo genere di complicità. Ci sono «soggetti disponibili a mettere a disposizione le proprie imprese della mafia o a diventare prestanomi dei mafiosi».</p>
<p> <strong>Il giudizio del procuratore Grasso</strong>. Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il problema più urgente è quello di dotare le strutture di investigazione di risorse umane e di attrezzature: «Deve giungere agli organi deputati al contrasto di Cosa nostra &#8211; scrive il procuratore nazionale antimafia &#8211; un flusso costante di nuovi, più affinati e sempre più efficaci, strumenti normativi e di risorse anche economiche per tenere testa all’organizzazione criminale; la quale, com’è noto, ha una spiccata abilità nel mettere in campo sofisticate tecniche di resistenza per fronteggiare l’azione repressiva dell’autorità giudiziaria».</p>
<p><strong>Ma che genere di mafia abbiamo dinanzi a Trapani?</strong></p>
<p>«Cosa nostra &#8211; si legge nella relazione &#8211; non è solo palermitana, attualmente il più pericoloso latitante (Matteo Messina Denaro ndr) ne costituisce la parte in libertà del vertice conosciuto, la provincia di Trapani è diffusamente interessata dalla presenza della criminalità organizzata. In termini generali può fondatamente affermarsi che l’associazione mafiosa trapanese, come rileva la ricostruzione resa possibile dalle numerose acquisizioni investigative e giudiziarie, mantiene inalterati i caratteri propri della specifica matrice criminale. In provincia di Trapani non risultano operare organizzazioni criminali diverse da cosa nostra che appare storicamente radicata, e modellata su quella palermitana di ispirazione corleonese, con cui sono documentati rapporti di solida alleanza».</p>
<p><strong>Ma perché così tanto consenso della gente?</strong></p>
<p>«La caratteristica principale resta quella di una mafia imprenditrice. L’attività di &#8220;Cosa Nostra&#8221;, nella provincia di Trapani, è svolta principalmente al controllo occulto delle attività imprenditoriali, degli appalti, delle forniture ed all’imposizione del racket estorsivo».</p>
<p>Le indagini hanno accertato come il tessuto connettivo di «Cosa Nostra» trapanese laddove è stato depauperato, come ad Alcamo, è riuscito a rigenerarsi, attingendo da un nutrito substrato di soggetti non detenuti. Famiglie ricostituite grazie al fatto che non tutti i patrimoni illeciti disponibili sono stati sequestrati e confiscati, e adesso è a questo che le nuove strategie investigative in provincia di Trapani stanno puntando, togliere le casseforti dal controllo dei boss e dei loro complici.</p>
<p> <strong>Numeri e organizzazione della mafia trapanese</strong>. In totale in provincia di Trapani le indagini hanno individuato la presenza di 16 «famiglie» mafiose e circa 769 affiliati. La provincia di Trapani risulta suddivisa nei seguenti quattro mandamenti:</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Mazara del Vallo</strong></p>
<p>È storicamente il mandamento che per primo strinse un patto di alleanza con i corleonesi di Salvatore Riina. Retto da Mariano Agate, è un importante riferimento nella storia di «Cosa Nostra» trapanese. Il mandamento comprende le famiglie di Mazara, Santa Ninfa, Vita, Salemi, Marsala. Il ruolo di don Mariano Agate si estende ben oltre i confini dei mandamento stesso, tanto da farne una delle figure di maggior spicco dei vertice di «Cosa Nostra». Il legame con i “corleonesi” é provato sin dagli anni settanta, allorquando venne trasferita a Mazara la sede della società «Stella d’oriente» che è stata uno dei modi attraverso cui la «famiglia» mazarese ebbe ad inserirsi, in alleanza anche con la camorra napoletana, i noti fratelli Nuvoletta, in un più ampio giro di interessi criminali aventi ad oggetto l’infiltrazione mafiosa nel mondo politico, in quello massonico nonché la gestione ed il riciclaggio dei capitali illecitamente acquisiti. Oltre alle indicate attività criminose. Passano da Mazara ancora oggi le rotte del «narcotraffico», a Mazara poi è provata esistere una «cabina di regia» per il condizionamento delle gare per la realizzazione di opere pubbliche nel territorio regionale.</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Castelvetrano</strong></p>
<p>Il mandamento di Castelvetrano, a ragione della sua posizione geografica e dello spessore della «famiglia» mafiosa Messina Denaro, svolge oggi un ruolo centrale negli equilibri di «Cosa Nostra», un ruolo di decisiva preminenza, unitamente alla «cosca» mazarese, dentro «Cosa Nostra» trapanese e siciliana, ben testimoniata dalla partecipazione alla strategia stragista continentale del ’93. Il mandamento di Castelvetrano comprende le famiglie di Campobello, Salaparuta, Partanna, Castelvetrano e Gibellina.</p>
<p><strong>Il &#8220;mandamento&#8221; di Trapani</strong>.</p>
<p>Pur avendo perso la centralità e rilevanza che aveva assunto in passato con la reggenza della «famiglia» Minore, il mandamento di Trapani conserva tuttora una sua valenza nella composizione del nuovo assetto mafioso provinciale e regionale. Vincenzo Virga e Ciccio Pace, quest’ultimo più vicino al latitante Matteo Messina Denaro, sono stati gli ultimi«padrini» individuati e condannati, tutti e due oggi sono in carcere. Il mandamento di Trapani comprende le famiglie di Trapani, Paceco e Valderice e Custonaci. Negli atti giudiziari il nome di Virga viene messo a stretto contatto con i corleonesi, tra i più rappresentativi a livello provinciale e regionale particolarmente vicino a Bernardo Provenzano, oggi tutti e due sono rinchiusi nello stesso carcere di Parma. Con la reggenza di Ciccio Pace la cosca trapanese ha reso più stretti i rapporti con l’imprenditoria e il mondo politico, costituendo veri e propri comitati d’affari.</p>
<p><strong>Il «mandamento» di Alcamo</strong>.</p>
<p>Essenzialmente per la sua posizione geografica, è quello che più ha risentito dell’influenza palermitana e, in particolare, del condizionamento della «famiglia» corleonese e del confinante mandamento di San Giuseppe Jato. Così, se fino ai primi anni ottanta la scena è stata dominata dalla famiglia Rimi, legatissima a Tano Badalamenti, «Tano seduto» appellato da Peppino Impastato, l’avvento dei corleonesi ha portato al comando delle famiglie Milazzo e Melodia, attività preferite quelle del traffico di droga (nel 1985 qui venne scoperta la più grande raffineria d’eroina d’Europa, a contrada Virgini). Anche nel territorio alcamese progressivamente si è fatto forte il legame con imprenditoria e politica.  I prevalenti settori criminali di intervento sono quelli delle estorsioni, principalmente in danno di imprenditori, dell’infiltrazione nel settore dei pubblici appalti e del traffico di stupefacenti. L’illecita ingerenza nel settore dei lavori pubblici viene ormai attuata quasi esclusivamente in fase esecutiva, attraverso l’imposizione alle ditte aggiudicatarie del pagamento della «messa a posto» ovvero della fornitura di materie prime e manodopera. Il mandamento di Alcamo comprende le famiglie di Alcamo e Castellammare del Golfo.</p>
<p> <strong>Tutti gli affari della mafia trapanese</strong>.</p>
<p>Le attività investigative condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo hanno fatto emergere l’esistenza di particolari interessi di Cosa nostra  trapanese nei seguenti settori.</p>
<p><strong>Controllo illecito degli appalti pubblici e dei subappalti</strong>.</p>
<p>Rappresenta uno dei principali interessi di cosa nostra trapanese. Si sono raccolti elementi precisi sul controllo delle imprese e del progressivo passaggio dalla mafia che controllava le imprese, ai mafiosi che sono diventatio via via imprenditori, titolari di aziende.</p>
<p><strong>Usura</strong>.</p>
<p>Il fenomeno dell’usura è presente in ambito provinciale. Il numero di episodi denunciati nel periodo in esame è pari a zero, ma è evidente la presenza di un «numero oscuro» di casi non denunciati. Recenti indagini hanno fatto emergere una maggiore tolleranza da parte dei vertici delle famiglie mafiose.</p>
<p><strong>Reati in materia di stupefacenti</strong>.</p>
<p>La provincia di Trapani è stata da sempre interessata in maniera consistente dal fenomeno della produzione e del traffico, anche internazionale, di sostanze stupefacenti, ciò anche grazie alla peculiare posizione geografica ed alla presenza di numerosi porti che agevolano i traffici con i paesi del Nord Africa.</p>
<p><strong>Infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione</strong>.</p>
<p>Le particolare capacità d’interlocuzione di Cosa nostra trapanese ha fatto sì che, nel corso degli anni, siano stati più volte documentati rapporti tra gli ambienti della criminalità di tipo mafioso e personaggi della pubblica amministrazione. Raccolta, stoccaggio ed eliminazione dei rifiuti solidi urbani. In passato sono stati raccolti elementi relativi al possibile intervento di membri di Cosa nostra mazarese nelle attività di smaltimento rifiuti relative all’Ato Tp2. Le inchieste hanno evidenziato condotte tese ad imporre alla società di gestione l’impiego di mezzi e personale di ditte vicine all’organizzazione mafiosa.</p>
<p><strong>I complici del boss</strong>.</p>
<p>Esiste una filiera del malaffare funzionale al boss latitante Messina Denaro, ne fanno parte i sostenitori del latitante castelvetranese. Tutto è racchiuso nelle operazioni cosidette «Golem» condotte dalla Polizia, un reticolo fatto da uomini pronti a garantire  supporto logistico al Matteo Messina Denaro. C’è poi la rilevante l’infiltrazione nel tessuto commerciale. È recente la condanna di Giuseppe Grigoli, «re» del commercio, secondo i giudici di Marsala che lo hanno condannato non come prestanome del latitante ma socio del boss latitante, ma mafioso quanto Matteo Messina Denaro. «Sono la stessa cosa» hanno detto i pentiti.</p>
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		<title>Mafia: quella di Trapani sa come e quando votare</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/02/mafiaquella-di-trapani-sa-come-e-quando-votare/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 08:48:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non manca molto perché finisca di scontare la sua pena dopo che in appello gli è stata ridotta a poco più di 5 anni dai sei anni e otto mesi del primo grado, ma per l’imprenditore di Valderice, provincia di Trapani, Vincenzo Mannina, in carcere dal 2007, arrestato nell’ambito dell’indagine della Squadra Mobile di Trapani, &#8220;mafia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-6041" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/trapanipolitica1.jpg" alt="" width="275" height="183" /><strong>Non manca molto perché finisca di scontare</strong> la sua pena dopo che in appello gli è stata ridotta a poco più di 5 anni dai sei anni e otto mesi del primo grado, ma per l’imprenditore di Valderice, provincia di Trapani, Vincenzo Mannina, in carcere dal 2007, arrestato nell’ambito dell’indagine della Squadra Mobile di Trapani, &#8220;mafia e appalti seconda fase&#8221;, si profila la possibilità che, una volta libero si troverà a dovere dare conto, per altri 4 anni, all’autorità giudiziaria e alle forze dell’ordine, dei propri comportamenti e spostamenti. Ma non solo, alla confisca dei beni decisa in sede di processo penale, potrebbe aggiungersi quella eventualmente pronunciata dalle misure di prevenzione. Il pm Andrea Tarondo, lo stesso magistrato che ha coordinato le indagini sulle connessioni tra mafia, politica e imprenditoria a Trapani, ha chiesto infatti al Tribunale l’applicazione della sorveglianza speciale per 4 anni a carico di Mannina e la confisca di tutti i suoi beni. I difensori di Mannina, Pino Oddo e Vito Galluffo si sono opposti alla richiesta, concluderanno nell’udienza del 22 marzo.</p>
<p><strong>La vicenda di Mannina è quella che si intr</strong>eccia con gli ultimi affari scoperti di Cosa nostra trapanese: i rapporti con la politica e la partecipazione alle campagne elettorali in favore del centrodestra, il tentativo di realizzare una banca locale, il controllo degli appalti, l’imposizione delle forniture invece che del pizzo alle imprese che conducevano lavori pubblici, le mani su una gran parte dei lavori di trasformazione del porto di Trapani e di parte della città centro storico e litoranea, il tentativo di riprendersi la Calcestruzzi Ericina, confiscata già ai mafiosi e che i mafiosi rivolevano, il controllo del ciclo del cemento. Basta e avanza tutto questo, provato con sentenze definitive, per potere dire che a Trapani la mafia non è rimasta a guardare mai e in quest’ultimo decennio non è rimasta inattiva sicuramente e che Vincenzo Mannina ha avuto il suo ruolo come fidato collaboratore del capo della «cupola, il pacecoto don Ciccio Pace.<strong> Vincenzo Mannina per la giustizia è «un imprenditore potente grazie al fatto di aderire al sodalizio mafioso, che ne ha comportato un rafforzamento per la potenzialità operativa e intimidatrice dell’associazione</strong>». Vincenzo Mannina «ha assicurato all’organizzazione criminale “Cosa Nostra” continuità e soprattutto varietà di apporti essenziali per il raggiungimento dei suoi fini, ricevendone in cambio appoggio per l’affidamento alle sue imprese delle forniture relative ai lavori per opere da realizzare nel territorio controllato dalla famiglia mafiosa». Uomo del capo mafia Francesco Pace, lui è il «prescelto» da Pace per il &#8220;riacquisto&#8221; della Calcestruzzi Ericina, l&#8217;azienda confiscata ai mafiosi che i mafiosi rivolevano, «un’operazione delicatissima e strategicamente vitale per l’associazione mafiosa, Mannina in questo non riveste il ruolo di mero prestanome, ma diretto partecipe dell’elaborazione delle scelte strategiche». Un tentativo stoppato dall’energico «no» dell’allora prefetto Fulvio Sodano che dal Governo dell&#8217;epoca (Berlusconi imperava e sottosegretario all&#8217;Interno era il senatore Tonino D&#8217;Alì oggi sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa) ricevette un grazie con un trasferimento improvviso lontano da Trapani e dalle vicende trapanesi. La misura di prevenzione contro Mannina ascoltato a parlare in auto con il padrino Ciccio Pace di trasferimenti di funzionari dello Stato, prefetto, questore, capo della Mobile, e della disponibilità di altri funzionari, come l&#8217;ex dirigente del Demanio Francesco Nasca, e scatta per l’essersi subordinato, più come complice e non come «vittima» al boss Francesco Pace, la confisca delle sue aziende nasce da una precisa considerazione fatta dai giudici: «Si sono ingiustamente avvantaggiate in virtù del fatto che l’imputato partecipava ad un collaudato meccanismo di turbativa del mercato e della libera concorrenza oltre che di spartizione degli affari».</p>
<p><strong>Mannina operava nel periodo in cui il cemento</strong> ed il suo commercio risultò all&#8217;esito di successive indagini quasi per intero controllato dalla mafia. Mafia che nel frattempo si interessava di altro: la costruzione di case in cooperativa, l&#8217;appoggio ed il sostegno ai latitanti, i contatti con le altre cosche della Sicilia, il condizionamento della vita politica, sociale, economica, della vita di ogni trapanese insomma, personaggi sempre serviti e riveriti. Una mafia che auspicava che a vincere le elezioni (le ultime nazionali) non fosse il centrosinistra.</p>
<p><em>“I tempi dei Comunisti sono finiti TONINO ! Si ma parlando con te …speriamo… le leggi non sono più come una volta… minchia una volta comandavano loro… ora sono cambiate le cose…</em><strong><em>Berlusconi  se salgono di nuovo i Comunisti… consumati siamo!  </em></strong><em>no… non salgono… non vedi quello che hanno fatto ?…ce ne possiamo andare da Castelvetrano …votiamo giusti ! …ce ne possiamo andare dall’Italia se salgono… … PRODI… questo babbu ! ci consuma a tutti…votiamo giusto quando sarà NANAI !” </em></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Trapani: i bilanci del questore Gualtieri</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 00:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Gualtieri]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Messina Denaro lo prenderemo, c&#8217;è una società civile che sta dalla nostra parte&#8221; 
Tra qualche giorno non siederà più sulla poltrona di Questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri, l&#8217;uomo che nel 2006 da capo della Squadra Mobile di Palermo guidò i &#8220;cacciatori&#8221; della Catturandi nel covo dove si nascondeva il capo mafia Bernardo Provenzano, è destinato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/images1.jpg" alt="" title="images" width="275" height="183" class="alignleft size-full wp-image-5105" /><strong>&#8220;Messina Denaro lo prenderemo, c&#8217;è una società civile che sta dalla nostra parte&#8221; </strong><br />
Tra qualche giorno non siederà più sulla poltrona di Questore di Trapani, <strong>Giuseppe Gualtieri</strong>, l&#8217;uomo che nel 2006 da capo della Squadra Mobile di Palermo guidò i &#8220;cacciatori&#8221; della Catturandi nel covo dove si nascondeva il capo mafia Bernardo Provenzano, è destinato ad assumere la guida della direzione interforze che si occupa di lotta al traffico di droga nazionale ed internazionale, uno degli uffici più importanti a Roma, del dipartimento per la sicurezza.<br />
È momento di bilanci dunque. <strong>«Lascio – dice – un rapporto nuovo con la gente che non è qualcosa tanto per dire, ma è vero e concreto e non nasce dal nostro interno ma scaturisce dagli stessi cittadini che riconoscono oggi il nostro lavoro molto di più di come accadeva ieri».</strong></p>
<p><strong>E questo aiuta anche la lotta alla mafia?</strong><br />
«Se i cittadini sono più vicini a noi, certamente non possono essere una garanzia per la mafia che perde consenso ogni giorno».</p>
<p><strong>Questa però resta la terra del latitante Matteo Messina Denaro.</strong><br />
«Resta la terra di Messina Denaro a parte lo stesso latitante, perchè qui la mafia vive di una caratteristica principale, ha fatto una pianificazione a lungo termine, nonostante i successi investigativi contro Cosa Nostra sono stati tanti. Inoltre si paga l’inerzia di alcune istituzioni, certamente non ne hanno avute magistratura e forze di polizia, inerzia che ha lasciato ampi margini alla consorteria mafiosa, permettendo a Cosa Nostra di utilizzare risorse pubbliche, creando quindi una sorta di consenso obbligato da parte di alcune categorie imprenditoriali».</p>
<p><strong>Il latitante però continua a sfuggire?</strong><br />
«Arriverà anche questa cattura, abbiamo colpito l’organizzazione mafiosa con le ultime due operazioni Golem, ma sappiamo che se la mafia ha perduto consenso quello che le rimane è per così dire un consenso qualificato, frutto di una pianificazione condotta nel tempo che l’ha portata a trovare sostegno tra i cosidetti colletti bianchi. Oggi tanti si sono affrancati, altri rimangono a disposizione, ma la prima nemica di questi soggetti è la società civile che è cresciuta e maturata. Adesso bisogna eliminare quelle inerzie che ancora alcune istituzioni locali pericolosamente mantengono».</p>
<p><strong>Spesso si dice che in provincia di Trapani le imprese non pagano il «pizzo», ma la quota associativa a Cosa Nostra. E&#8217; ancora così?</strong><br />
«Il forte “bombardamento” culturale ha fatto alzare il livello dell’azione antimafia nel mondo imprenditoriale ma non solo, oggi sono più emarginati coloro i quali credono che per potere lavorare bisogna passare attraverso il bene placito del mafioso di turno».</p>
<p><strong>Insomma promuove la società civile trapanese.</strong><br />
«Mi sento come una persona che ha visto crescere un bambino non suo, potendolo dunque vedere con gli occhi diversi di un familiare, così ho visto crescere questa società, l’ho vista<br />
incerta, critica, infine convinta a partecipare all’azione antimafia. Si è compreso che dire dell’esistenza della mafia non significa rovinare questa terra, solo la mafia rovina questo territorio, non chi la combatte».</p>
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		<title>Cancimino si, Ciancimino no</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 02:13:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Ciancimino]]></category>
		<category><![CDATA[trattativa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Le ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino hanno creato una spaccatura fra la Procura di Caltanissetta e quella di Palermo. La prima infatti avrebbe dichiarato di non voler più sentire il figlio di Don Vito. “Lo sentiremo ancora e le sue dichiarazioni vanno valutate caso per caso”, dicono invece da Palermo.
Tutti questi valzer di foto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/mciancimino.jpg" alt="" title="mciancimino" width="258" height="196" class="alignleft size-full wp-image-5075" /> <strong>Le ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino hanno creato una spaccatura fra la Procura di Caltanissetta e quella di Palermo.</strong> La prima infatti avrebbe dichiarato di non voler più sentire il figlio di Don Vito. “Lo sentiremo ancora e le sue dichiarazioni vanno valutate caso per caso”, dicono invece da Palermo.<br />
Tutti questi valzer di foto, identificazioni, nomi gettati in pasto all&#8217;opinione pubblica, rischiano di incrinare la credibilità di Ciancimino, e soprattutto le indagini sulla trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato.<br />
Il tutto ruota intorno ad un uomo, descritto così dallo stesso Ciancimino: <strong>“Brizzolato, con occhiali, alto circa 1,75 – 1,80, sempre ben vestito, si permetteva di arrivare senza appuntamento e veniva a trovare mio padre anche mentre questi si trovava agli arresti domiciliari”. È l&#8217;identikit del misterioso signor Franco. Lo 007 che avrebbe seguito le fasi della trattativa aperta tra Cosa Nostra e lo Stato. </strong>Dichiarazioni che vengono fatte circa un anno fa davanti ai magistrati. Da allora il signor Franco ha assunto un&#8217;aria sempre più misteriosa.</p>
<p>Una serie di nomi, fotografie, riscontri e riconoscimenti che non hanno fatto chiarezza sulla figura di questo personaggio. Fino ad arrivare all&#8217;ultima dichiarazione, in ordine di tempo, che vede coinvolto Gianni De Gennaro, oggi direttore del Dis, l&#8217;organismo di raccordo dei servizi segreti, il quale secondo Massimo Ciancimino era nell&#8217;entourage del signor Franco.<strong> “Non mi lascio intimidire” afferma De Genn</strong>aro. Ma davanti ai pm, in un secondo momento, Ciancimino avrebbe fatto retromarcia, attribuendo questa indicazione al padre Don Vito. Una dichiarazione, dunque, de relato, che indica il già collaboratore di Giovanni Falcone nel &#8216;92 -&#8217;93, e direttore della direzione investigativa antimafia, vicino a questa figura oscura introdotta in questa storia di stragi e morti proprio da Ciancimino. Parole che hanno, inoltre, creato una rottura fra le Procure di Palermo e Caltanissetta, in un momento per altro delicato per il figlio dell&#8217;ex sindaco di Palermo, a causa di alcune intercettazioni fra quest&#8217;ultimo e un uomo legato ad una cosca di &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.<br />
<strong>Nel mese di marzo, nel corso del contro esame della difesa del Generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri accusato di aver coperto la latitanza del boss Bernardo Provenzano, Ciancimino afferma che “a tutt&#8217;oggi non l&#8217;ho ancora identificato, ma ho riconosciuto altri soggetti legati a lui”</strong>. Sta parlando del Signor Franco, o Carlo, l&#8217;uomo che faceva da collegamento tra Don Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel novembre del 2002, le istituzioni e capi mafia come lo stesso Provenzano. Le indagini continuano e i pm sequestrano un apparecchio portatile di Ciancimino jr nel quale era stata copiata la rubrica. Compaiono un numero di cellulare sotto la dicitura: Franco Papà, ora disattivato e due utenze fisse, per contattare la stessa persona. Uno non è più attivo, l&#8217;altro fa capo a una sede dell&#8217;ambasciata degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>A maggio Ciancimino dichiara di avere una foto del Signor Franco, stampata su un rotocalco, nel quale viene ritratto in una pubblica manifestazione</strong>. Con lui compaiono anche altre persone, tra cui un noto esponente politico. Dopo pochi giorni verrà pubblicata una foto sul sito de La Repubblica, che titola: “Ecco la foto del signor Franco”. Sarebbe lui il misterioso funzionario dei servizi segreti. Ma c&#8217;è un errore. La foto, estratta dal giornale romano di quartiere Parioli Pocket, ritrae un uomo in secondo piano &#8211; mentre in primo piano ci sono Bruno Vespa e Gianni Letta – che non ha nulla a che fare con il Signor Franco. Si tratta, infatti, di un dirigente della Bmw Italia, ritratto in occasione di un evento ufficiale. L&#8217;uomo si era dichiarato esasperato e indignato, non si aspettava di certo di finire sui giornali per simili motivi. “Le immagini in questione furono scattate – si afferma in un comunicato &#8211; in occasione di un evento ufficiale organizzato da Bmw Italia spa nel 2003, presso villa Almone, residenza dell&#8217;ambasciatore della Repubblica Federale di Germania a Roma”. Un grave scambio di persona.</p>
<p><strong>Ma sbuca un altro nome: Gross</strong>. In un verbale di fine giugno, infatti, davanti al procuratore aggiunto di Palermo Ingroia e ai pm Di Matteo e Guido, sembra che Ciancimino abbia rotto gli argini della paura, confessando indizi molto importanti per arrivare ad identificare il misterioso 007.<br />
<strong>Il suo nome compare in una lista di dodici nomi, politici e investigatori, contenuti in una lettera che Ciancimino sostiene sia stata scritta e spedita dal padre a se stesso nei primi anni Novanta</strong>. Tra questi quello dell&#8217;ex questore Arnaldo La Barbera, del funzionario del Sisde Bruno Contrada, del funzionario dell&#8217;Aisi Narracci e uno israeliano: Gross. Accanto a questo una freccia che indica il nome di De Gennaro, già numero uno della Polizia e capo del Dis. </p>
<p>E la caccia della Procura continua. Vengono disposti accertamenti al Ministero degli Interni, dove avrebbe lavorato per anni Moshe Gross, ebreo di origine rumeno, vissuto a Milano per venti anni commerciando diamanti con la moglie. Oggi ha 84 anni e vive nella capitale israeliana. Ma non c&#8217;è ancora alcuna certezza sulla figura del signor Franco.</p>
<p><strong>Intanto le indagini sui tre numeri di telefono inciampano in un dettaglio di non poco conto: il cellulare, già sequestrato dai carabinieri in una precedente indagine per riciclaggio, non avrebbe restituito i tre numeri, che non compaiono nella dettagliata relazione redatta dai carabinieri al termine dell&#8217;analisi del telefono. Quando sono stati annotati nella memoria? È il tema su cui si stanno avviando accertamenti informatici. </strong><br />
Affianco al Signor Franco e al suo collaboratore, chiamato “il capitano”, ci sarebbe anche il nome di Lorenzo Narracci. Lo 007 del servizio segreto civile che i pm di Caltanissetta hanno messo sotto accusa per concorso in strage dopo le dichiarazioni di Spatuzza. Ciancimino dice di averlo visto con il misterioso agente dei servizi segreti. E poi c&#8217;è “il capitano”, l&#8217;agente dell&#8217;Aisi, Rosario Piraino, indagato per violenza privata con l&#8217;aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Ciancimino dice di aver avuto una sua visita nel 2005, quando era ai domiciliari. “Non è il caso che tu prenda argomento di carabinieri o di rapporti con Berlusconi” gli disse. E sarebbe tornato nel 2009, nella casa di Bologna, per altre minacce. Ma Piraino respinge ogni accusa.</p>
<p>Da ultimo Gianni De Gennaro, il quale indicato da Ciancimino come uomo dell&#8217;entourage del signor Franco, secondo le parole del padre Vito, annuncia querela.<br />
<strong>Un turbinio di nomi, dunque, che ruotano intorno alla figura del signor Franco, o Carlo. Un mistero che sembra di giorno in giorno doversi infittire.</strong>È notizia di ieri, poi, riportata dal Corriere della Sera e e da La Stampa, un&#8217;intercettazione fra Girolamo Strangi e lo stesso Ciancimino. Strangi sarebbe il commercialista che, secondo la Dda reggiana, seguì gli affari a Verona e Milano della famiglia di &#8216;ndrangheta dei Piromalli, della Piana di Gioia Tauro. Indagini che potrebbero mettere a rischio la già precaria credibilità di Ciancimino.<br />
Questi, infatti, avrebbe chiesto di cambiare 100 mila euro in contanti in 70 mila euro in assegno. I due avrebbero poi parlato di un giro di fatturazioni e di un viaggio in Francia dove Massimo si sarebbe recato per recuperare il denaro. Secondo la Procura di Reggio Calabria probabilmente si tratta di riciclaggio. Intanto Ciancimino si difende affermando di non conoscere il legame del commercialista con la mafia. Sarà compito della magistratura fare chiarezza anche su questa storia.</p>
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		<title>Vangelo, latino e mafia. I necrologi di Francesco Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Operazione Golem]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 1999 il messaggio dei cari appare puntualmente ogni 30 novembre sulle pagine del Giornale di Sicilia. E&#8217; il ricordo al patriarca di Cosa nostra belicinese, padre del boss e numero uno nella lista dei latitanti, Matteo Messina Denaro
Non è solo l’omaggio e il ricordo dedicato al “caro” estinto. E’ chiaro che serve a “dire” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-5035" href="http://www.malitalia.it/2010/12/vangelo-latino-e-mafia-i-necrologi-di-francesco-messina-denaro/matteo1/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5035" title="matteo1" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/matteo1-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a>Dal 1999 il messaggio dei cari appare puntualmente ogni 30 novembre sulle pagine del Giornale di Sicilia. E&#8217; il ricordo al patriarca di Cosa nostra belicinese, padre del boss e numero uno nella lista dei latitanti, Matteo Messina Denaro</p>
<p><strong>Non è solo l’omaggio e il ricordo dedicato al “caro” estinto. E’ chiaro che serve a “dire” altro il necrologio che puntualmente ogni 30 novembre, dal 1999, compare sulle pagine del Giornale di Sicilia, dedicato a Francesco Messina Denaro, il “patriarca” della mafia belicina, il cui erede, il boss Matteo Messina Denaro, 48 anni, ricercato dal 1993 è da più parti indicato come il numero uno della mafia siciliana, dunque, degno di lignaggio malavitoso. </strong>L’ultimo necrologio, apparso il 30 novembre 2010, è semplice. Le date a indicare l’anniversario della morte, 12°, il nome Francesco Messina Denaro posto al centro in grassetto, identico ai caratteri degli altri necrologi, in basso a destra scritto piccolo uno stringato “I tuoi cari”.</p>
<p>Non sono più i tempi del ricordo fatto usando il latino e le frasi del vangelo. Adesso, anche a casa del capo mafia belicino, è consigliata la “sobrietà”. In passato, proprio i necrologi dedicati a Messina Denaro hanno fin troppo dato nell’occhio. Attirando l’attenzione degli inquirenti. Ma all’appuntamento con la memoria la famiglia Messina Denaro non vuole assolutamente mancare, per dire che c’è ed è presente. Che le indagini e gli arresti non hanno fatto cambiare nulla, il rispetto garantito al vecchio capo mafia e capo famiglia deceduto, e il rispetto che resta preteso da tutti gli altri, c’è poi la “cortina” che circonda l’inavvicinabile famiglia Messina Denaro, provate a passare per la via Alberto Mario di Castelvetrano, vedrete sempre un’auto con un paio di tizi a bordo ferma a poca distanza dalla casa dove vive la vedova Lorenza Santangelo, quasi a garantirne “protezione”.</p>
<p><strong>Per la seconda volta dal 1999 quest’anno niente più versi del Vangelo o citazioni in latino, ma un sintetico omaggio</strong>. Era il 30 novembre del 1998 quando il corpo senza vita del capo mafia Francesco Messina Denaro, settantenne latitante, venne fatto trovare nelle campagne di Castelvetrano. Deceduto di morte naturale lo stesso giorno in cui la Polizia arresta il figlio Salvatore, considerato un insospettabile  dipendente di una succursale della Banca di Sicilia. Da allora quella morte e quel morto sono serviti per alzare il livello di sfida nei confronti dello Stato. Matteo Messina Denaro nei suoi pizzini scrive di essere come il Benjamin Malaussène, capro espiatorio di “professione”, personaggio dello scrittore francese Pennac, ma così la pensa l’intera famiglia Messina Denaro. <strong>La vedova, Lorenza Santangelo quando arrivò nel luogo dove fu fatto trovare il corpo del marito, lo coprì con un cappotto di astrakan. Pronunciando parole precise: “Unnarrinisceru a pigghiariti”, non sono riusciti (i poliziotti) a prenderti vivo, l’aria di sfida che ha continuato a mantenere nei confronti di chi oggi dà la “caccia” al figlio Matteo, il super latitante, l’ultimo dei “corleonesi”.</strong><br />
I precedenti necrologi sono stati più articolati, “Ti vogliamo bene, sei sempre nei nostri cuori”, oppure il ricorso al latitno e al Vangelo, “Spatium est ad nascendum et spatiumest ad morendum sed solum volat qui idvolt et perpetuo sublimis tuus volatusfuit”, “È tempo di nascere ed è tempo di morire ma vola soltanto colui che vuole e il tuo volo è stato per sempre sublime”. Un approfondimento di questo testo ha portato a capire che il “volare” si riferisce al “morire”, insomma “muore solo colui che lo vuole”, e per i suoi congiunti Francesco Messina Denaro è come se ci fosse ancora. Prima c’erano stati altri necrologi, in uno compariva anche la firma di Matteo, in un altro ancora si citava un passaggio preso dal “Vangelo di Matteo”, scelta non casuale, nei suoi ultimi pizzini il super boss Matteo parla quasi di un suo “vangelo”, sostenendo di essere nel giusto e gli altri lo perseguitano, i suoi “complici” gli danno ragione e lo adorano, non lo hanno mai “tradito”, vivendo con lui in una sorta di estasi.</p>
<p><strong>Chiesa e mafia. I primi giorni di latitanza Francesco Messina Denaro in compagnia del figlio Matteo, raccontano i pentiti, li trascorse in una sacrestia di Calatafimi, guardando dalla finestra la sfilata della festa di maggio dedicata al Santissimo Crocifisso.</strong> E un altro prete oggi farebbe da “confessore” al giovane Matteo, lo scrive lo stesso boss in uno dei pizzini finito tra le mani di quel Svetonio, nome dato da Messina Denaro a Tonino Vaccarino l’ex sindaco che con lui tenne corrispondenza per volere del Sisde. Matteo parla di un prete che in una occasione lo avrebbe riconosciuto, e gli si è offerto di aiutarlo.</p>
<p>Un altro sacerdote, quello che celebrò i funerali del patriarca mafioso, all’interno del cimitero di Castelvetrano,lo  ha pubblicamente assolto: per il sacerdote, “la vicenda umana la conosce solo Dio, gli uomini non possono giudicarla”. E ancora oggi c’è chi nei confronti dei Messina Denaro la pensa a questa maniera, come è emerso dalle più recenti operazioni antimafia Golem, quelle che hanno scompaginato la schiera dei favoreggiatori. Nelle carte giudiziarie c’è scritto ben altro sulle colpe dei Messina Denaro, ci sono scritte anche le parole del giovane capo della mafia siciliana che con i suoi complici si vantava che lui da solo aveva fatto tanti omicidi da riempire un cimitero. <strong>Il Dio dei mafiosi e dei loro complici non può essere lo stesso di quello delle vittime. Oggi non sappiamo se il cerchio si è davvero stretto</strong>, conosciamo una realtà che quell’area grigia che nel trapanese ha garantito, e garantisce protezione al latitante, spesso sfruttando la defaillance di uno Stato che ogni tanto si perde nei meandri di strategie inutili e dilatorie, non si sa mai quanto apposta.</p>
<p><em>(pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">ilfattoquotidiano.it</a>)</em></p>
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		<title>Mara Carfagna: dimissioni strategiche?</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 08:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Carfagna]]></category>
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		<category><![CDATA[Dell'Utri]]></category>

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		<description><![CDATA[ Mara Carfagna, la fedelissima. Mara Carfagna l’icona del berlusconismo. Mara Carfagna  soubrette trasformata in Ministro delle Pari Opportunità.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/carfagna.jpg" alt="" width="203" height="248" class="alignleft size-full wp-image-4877" /> <strong>Mara Carfagna, la fedelissima. Mara Carfagna l’icona del berlusconismo. Mara Carfagna  soubrette trasformata in Ministro delle Pari Opportunità</strong>.<br />
Ed ora cosa fa abbandona il suo Pigmalione? Lo critica? Dice apertamente che in Campania si sta consumando  “ un accordo criminale”? Ricorda quello che Gianfranco Miccichè ha detto alla fine di settembre quando ha lasciato il PDL, ma non il posto al governo, e ha fondato un nuovo partito parlando di trasparenza, di taglio con la  vecchia politica. Ma Miccichè è anche quello che difende strenuamente Marcello Dell’Utri ( condannato in appello a 7 anni) che nelle motivazioni di condanna viene descritto come l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e l’imprenditore Berlusconi.<br />
<strong>C’è qualcosa che non quadra</strong>. E’ possibile che Miccichè, che è stato tra i fondatori di Forza Italia in Sicilia, amico fraterno di Dell’Utri sia ora contro di loro? E’ vero che questo è un paese dove tutto è possibile ancora e di più di quanto non succedesse nella Prima Repubblica. Quello che vediamo oggi in Parlamento equivale ai giochi di correnti e piccoli partiti di 20 anni fa. Fini ritira i suoi dal Governo ( e già questo basterebbe ad una crisi) ma nello stesso tempo continua a chiedere a Berlusconi di governare. Casini dice che siamo alla frutta ma poi è disponibile a sedersi al tavolo con Berlusconi. E la Lega aspetta solo di staccare la spina per le proprie necessità parziali e porzionali ad un’area precisa del Nord (infiltrata completamente dalla ‘ndrangheta per buona pace di Maroni che non si può inalberare solo quando si parla del suo territorio).<br />
<strong>E allora viene in mente un’idea balzana. </strong>E se la mossa della Carfagna fosse concordata con il premier? Un’operazione di restyling che vede in prima linea due come Miccichè e la Carfagna, due fedelissimi di Berlusconi che gli voltano le spalle e che vogliono lavorare in un partito più pulito e trasparente! Un po’ difficile da crederci se pensiamo che sono loro due gli artefici delle vittorie in Sicilia e Campania. E’ ipotizzabile che Berlusconi li lasci andare così? E se invece è vero quello che è trapelato già a fine settembre e cioè che Berlusconi abbia dato mandato a Miccichè di aprire un nuovo fronte, un nuovo partito, dal volto se non pulito almeno distaccato dal PDL di oggi intrappolato tra escort, ragazzine, Verdini, la cricca, Bertolaso e la “monnezza”. Un partito che riesca a cooptare quelli già pronti a fuggire in Futuro e Libertà, quelli che si sentono schiacciati nel PDL. Un’operazione che permetterebbe di : creare un bilanciamento in Sicilia dove Lombardo sta erodendo spazio, bilanciare una forza territoriale come la lega e in ultimo ritrovarsi con un partito tutto suo senza i vari La Russa e Gasparri.<br />
<strong>Un’operazione che ci starebbe tutta e che gli permetterebbe di andare alle elezioni anche con più tranquillità , quella di sapere che sarà sempre lui a comandare.</strong></p>
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		<title>Golem: le condanne inflitte ai favoreggiatori di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 02:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il gup oggetto di una intimidazione. Ci hanno provato i mafiosi, a intimidire, ma hanno fallito. L’ennesimo segnale che però ci dice che non è vero che c’è una mafia battuta e remissiva, ma una Cosa Nostra pronta a farsi sentire, al momento opportuno, quando serve. In questo caso il «segnale» è stato diretto al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4598" title="mdm1" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/mdm1.jpg" alt="" width="223" height="226" /><strong>Il gup oggetto di una intimidazione. Ci hanno provato i mafiosi, a intimidire, ma hanno fallito</strong>. L’ennesimo segnale che però ci dice che non è vero che c’è una mafia battuta e remissiva, ma una Cosa Nostra pronta a farsi sentire, al momento opportuno, quando serve. In questo caso il «segnale» è stato diretto al giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Palermo Marina Pitruzzella, il gup che si è occupata di giudicare i soggetti coinvolti nell’operazione antimafia «Golem» dell’estate 2009, indagati per essere stati favoreggiatori e prestanomi del super latitante Matteo Messina Denaro:<strong> per 5 di questi indagati il gup ha pronunziato sentenza di condanna. Al giudice la mafia aveva fatto sentire il suo «fiato» sul collo</strong>. Lo scorso 5 agosto la Villa di Palermo, dove abita, è stata «visitata» da strani ladri, hanno rovistato all’interno senza portare via nulla, una indagine è in corso presso la Procura di Caltanissetta, un episodio mai svelato quello subito dal giudice Pitruzzella.</p>
<p>Il gup Pitruzzella è andata avanti senza tentennamenti ha sostanzialmente accolto le richieste di condanna avanzate dai pm della Dda Paolo Guido e Sara Micucci. Per traffico di droga sono stati condannati il romano Domenico Nardo, 8 anni e 60 mila euro di multa, Giuseppe Arcà, 6 anni e 30 mila euro di multa. Per mafia e intestazione fittizia di beni sono stati condannati i fratelli Indelicato, Franco e Giuseppe, di Campobello di Mazara, il primo ex consulente del sindaco Caravà. Per Franco Indelicato la pena più pesante 10 anni e 80 mila euro di multa, tre anni per Giuseppe Indelicato, tre anni per Lea Cataldo,per favoreggiamento.</p>
<p>Il giudice ha deciso la confisca dell’oleificio di Campobello di Mazara «Fontane d’Oro» che è stata la base di ritrovo dei favoreggiatori del boss Messina Denaro e le cui quote erano state fittiziamente intestate a dei prestanomi. Risarcimenti per le uniche parti civili costituite: provvisionali ciascuno da 20 mila euro per Confindustria (avv. Giuseppe Novara) che si è costituita solo nei confronti degli Indelicato e della Cataldo, e per il Comune di Campobello di Mazara (avv. Biagio De Maria) che si è costituito nei confronti di tutti gli imputati. Condanne severe che non lasciano spazi a dubbi, i soggetti erano a disposizione della potente mafia belicina, quella dei Messina Denaro, e nel frattempo colloquiavano con imprenditoria e politica. Difficile che la mafia non abbia profittato di questa loro dote.<br />
<strong>C’è poi il capitolo Domenico Nardo, romano. Ufficialmente titolare di una società che gestisce eventi, produttore di spettacoli, a Campobello avrebbe portato qualche spettacolo, offrendo «vecchie glorie» della canzone italiana, ma secondo la magistratura a Campobello avrebbe portato anche droga e documenti falsi. Passaporti. Uno di questi finito tra le mani di Matteo Messina Denaro che l’avrebbe usato per uno dei suoi viaggi all’estero.</strong></p>
<p>La Squadra Mobile di Trapani che, assieme al pool costituito per dare la «caccia» a Messina Denaro (composto dagli agenti della Squadra Mobile di Palermo e dello Sco di Roma) per diverso tempo, prima di fare scattare il blitz, nel giugno del 2009, ha tenuto sotto controllo l’azienda &#8220;Fontane d&#8217;oro&#8221; con video camere, ha «catturato» con le «cimici» i discorsi dei complici del boss, scoprendo che quello più che un oleificio era una centrale di smistamento dei «pizzini» del boss, e i locali servivano per i diversi summit di mafia. Qui si ritrovavano i componenti di una parte della «catena di comunicazione» a disposizione del latitante Messina Denaro, soggetti che a loro volta si collegavano con altri soggetti finiti in manette pochi mesi addietro nella seconda fase dell’operazione «Golem», quella che tra l’altro ha visto l’arresto di Salvatore Messina Denaro, il fratello del capo mafia latitante.</p>
<p>A capo della «prima» parte della catena c’erano Franco Luppino, lo «zio» Franco, soggetto che nonostante una condanna per omicidio è riuscito a uscire dal carcere usufruendo dell’indulto, quando fu condannato infatti non esisteva ancora il 416 bis, l’associazione mafiosa, che non gli è stata contestata e grazie a questa circostanza ha avuto aperte le porte del carcere, tornando a mettersi subito a disposizione della cosca campobellese cui ha sempre appartenuto. Quella capeggiata dall’anziano Leonardo Bonafede, uno dei più fedeli servitori della famiglia Messina Denaro, a casa sua negli anni sessanta fu tenuta nascosta la statuetta bronzea dell’«Efebo», che il patriarca della mafia belicina <strong>Francesco Messina Denaro, «cacciatore» di reperti d’arte, aveva cercato di vendere prima in America e poi in Svizzera, non riuscendoci. Una passione ereditata dal figlio Matteo, che tentò di rubare il Satiro, la statua bronzea «pescata» in mare dal peschereccio mazarese Capitan Ciccio, furto che non riuscì per un caso.</strong>Prima dell’odierno pronunciamento, tre indagati dell’operazione «Golem» sono stati giudicati col patteggiamento, Leonardo Ferrante, partannese di 65 anni, ed i castelvetranesi Giovanni Salvatore Madonia, 44 anni e Mario Messina Denaro, 57 anni: la pena definita per ognuno di loro è stata di 5 anni.</p>
<p>Un retroscena del blitz «Golem» sono i contatti tra i campobellesi e gli allora latitanti palermitano Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il giorno in cui questi vennero arrestati, scovati dalla Polizia nel loro covo di Giardinello, Franco Luppino pare si stesse recando ad incontrarli, sembra che voleva andare a discutere con loro il «tradimento» scoperto della moglie con Franco Indelicato. Richiamando le regole dell&#8217;onorata società.</p>
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