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	<title>Malitalia &#187; Chiesa</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Chiesa ora et futura</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 07:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[AIDS]]></category>
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“Arrivo in curia e mi sembra un aereo che gira sull’aeroporto, in procedura di attesa in quota”. Sono le parole di un prelato nordamericano riportate da Marco Politi nel suo ultimo libro “Joseph Ratzinger. Crisi d un papato” (ed.Laterza).
Si legge ancora “ il governo centrale della Chiesa è come avviluppato in un’atmosfera di routine,incertezza,mancanza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/chiesa-ora-et-futura/paparaztinger/" rel="attachment wp-att-8814"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/paparaztinger-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-8814" /></a></p>
<p><em>“Arrivo in curia e mi sembra un aereo che gira sull’aeroporto, in procedura di attesa in quota”.</em> Sono le parole di un prelato nordamericano riportate da Marco Politi nel suo ultimo libro “Joseph Ratzinger. Crisi d un papato” (ed.Laterza).<br />
Si legge ancora “ il governo centrale della Chiesa è come avviluppato in un’atmosfera di routine,incertezza,mancanza di un affaccio al futuro”.<br />
Ma cosa sta succedendo a Santa madre Chiesa? Cosa succede al Papa e che anno sarà il 2012?<br />
Lo abbiamo chiesto a Marco Politi,internazionalmente riconosciuto come uno dei massimi esperti di questioni vaticane.</p>
<p><strong>-Politi,cosa è successo alla Chiesa e al papa in questo 2011?</strong><br />
Il 2011 è stato contraddistinto dalle primavere arabe che hanno aperto nuovi scenari, portano dei cambiamenti, delle speranze e anche dei rischi. Eppure Papa Ratzinger non  ha mai fatto interventi importanti sulla questione. Ciò dimostra, in maniera plastica,che a questo pontificato manca una visione geopolitica definita. Benedetto XVI è un grande intellettuale, un grande predicatore ma non ha il temperamento del “governante”.  Si nota l’assenza della Santa Sede soprattutto a livello internazionale dove è quasi sparita dai media. In 6 anni questo papato ha attraversato tante crisi come non era accaduto a nessun altro pontefice negli ultimi 100 anni. Con una citazione sprezzante su Maometto ha provocato uno scontro violento con l’Islam; elogiando Pio XII e togliendo la scomunica al vescovo negatore della Shoah ha causato una serie di cause con l’ebraismo; le sue frasi sull’Aids hanno suscito reazioni di protesta in tutto il pianeta.</p>
<p><strong>-Lei parla anche di un papato di contraddizione</strong><br />
Certo abbiamo molte situazioni in cui si dimostra una sorta di doppio livello. Prendiamo ad esempio la questione pedofilia. Da una parte abbiamo una lettera dura del papa che condanna i vescovi che non hanno “sorvegliato”. Chiede norme più severe e che i preti colpevoli si sottomettano alla giustizia civile, esigendo che sia data assoluta priorità alle vittime. D’altra parte il Papa non ha dato l’indicazione di aprire inchieste sugli abusi del passato in ogni parte del mondo. Ha esposto bene la teoria ma non ha fornito immediate indicazioni pratiche. Gli archivi vaticani sono chiusi e in Italia non esiste nemmeno un numero verde a cui rivolgersi. In Belgio, Olanda, Germania gli episcopati hanno aperto indagini. In Italia no. La conduzione del governo papale è frammentaria. Non ci si occupa dei gravi problemi interni, uno dei quali è, per esempio, la carenza di preti. E’ vero che tra il 2004 e il 2009 sono aumentati di circa 5000 unità ma, nello stesso periodo, i cattolici sono aumentati di 15 milioni. Quindi nel nord dell’emisfero si ha un prete, che deve seguire 4/5 parrocchie e si consuma nello stress. Sta crollando il sistema capillare di presenza del sacerdote nei quartieri, nelle piccole e grandi città, un sistema di influenza della Chiesa costruito in millenni. Inoltre Benedetto XVI non affronta il problema delle donne. Sull’Osservatore Romano anche la storica  Lucetta Scaraffia sottolinea l’insufficiente partecipazione delle donne alle decisioni nella Chiesa. E’ un nodo che questo papato non affronta né risolve. Eppure le religiose nel mondo sono la fanteria della  Chiesa, attivissime nelle scuole, negli ospedali, nei centri di assistenza, nel servizio nelle diocesi.  Tra il 2004 e il 2009 c’è stato un calo di 40.000 presenze negli ordini religiosi femminili. La forte diminuzione significa che molte donne non trovano più, nell’istituzione cattolica, un lavoro gratificante e soprattutto la realizzazione della loro vita. Durante il suo viaggio in Germania Benedetto XVI ha tenutyo uno splendido discorso al parlamento federale sul apporto tra Diritto e Potere. Ad Erfurt ha affrontato il problema degli agnostici, dicendo che cercano di più dio di quanto non lo facciano i credenti. Ma non ha risposto a nessuno degli interrogativi posti dalla base ma anche dal presidente tedesco Wulff come, per esempio, la questione della comunione per i divorziati risposati o un progresso dei rapporti ecumenici. E quando il papa è ripartito i giornali tedeschi hanno titolato “Meno di meno”. I sondaggi hanno rivelato che per 4 tedeschi su 5 il suo viaggio non era importante.</p>
<p><em>“Joseph Ratzinger non doveva diventare papa. Non poteva. Secondo le regole non scritte dei conclavi una personalità così “polarizzante” non sarebbe mai riuscita ad ottenere i due terzi dei voti per essere eletto. Invece il 19 aprile del 2005, dopo una elezione tra le più rapide dell’ultimo secolo, il tedesco Ratzinger si affacciò sorridente alla Loggia delle Benedizioni”</em></p>
<p><strong>-Politi ma chi è Papa Ratzinger?</strong><br />
Non è come lo disegna lo stereotipo. E’ una persona sensibile, colta, attenta ad ascoltare, anche piena di ironia ed umorismo. Nei suoi scritti sottolinea che “Il cristianesimo non è un pacchetto di divieti”  e nella sua ultima enciclica parla di economia improntata all’etica. E al suo biografico ufficiale, il giornalista Peter Seewald, ha confidato se un prete è veramente innamorato di una donna  e vuole formare una famiglia, è giusto che questa strada…. Inoltre è l’unico Papa che ha messo nero su bianco la sua volontà di dimettersi qualora le sue condizioni “fisiche, psichiche e mentali” non gli consentissero di continuare la sua opera. Una scelta lucida, razionale. Ma poi manca della presenza quotidiana nella strategia religioso-politica della Santa Sede . E’ uno studioso che si è contornato di personaggi eminentemente teorici come lui, come il Segretario di Stato. Il risultato è un papato bloccato.</p>
<p><strong>-Cosa succederà nel 2012?</strong><br />
Sicuramente il Papa riprenderà i suoi viaggi internazionali. Si era sparsa la voce nel 2009 che si sarebbe mosso solo in Europa vista anche la fragilità della sua salute. Ma dopo il viaggio nel Benin e quelli programmati in primavera a Cuba e nel Messico c’è la volontà di essere più presente nel vasto impero cattolico, considerando che il consenso intorno a lui è molto calato.  Persino in Italia dove si attesta al 49%. Sicuramente è un Papa che ha spaccato e diviso il mondo cattolico. E’ poi esploso un altro problema: larghi strati di credenti vivono secondo punti di riferimento diversi da quelli dettati dal Vaticano ( divorzio,aborto, rapporti prematrimoniali, fecondazione). I fedeli procedono oramai in coscienza e autonomia. Wojtyla, con la sua personalità e la sua capacità mediatica riusciva a comunicare un orizzonte di valori. Con Benedetto XVI si assiste ad uno scisma silenzioso che porta una grande massa di cattolici lontana dai vertici ella Chiesa. C’è poca partecipazione in questo papato. Il collegio cardinalizio si è riunito solo 3 volte in 6 anni, manca il dibattito e sistematicamente le scelte del Papa sono solitarie. Se questo doveva essere un papato di transizione, cioè movimento verso una fase nuova di assestamento, non se ne vede l’approdo.</p>
<p>Forse la sua elezione nasce dalla volontà, come racconta un cardinale, “di garanzie dottrinali”: frutto di un riflesso di paura davanti al mondo moderno, che ci riporta indietro a prima del Concilio Vaticano II, quando si chiedeva la condanna dei mali moderni. Ma Papa Giovanni XXIII guardava alla realtà con occhio diverso, aperto, e così aprì la Chiesa ad un nuovo cammino.<br />
<strong>Oggi lo scisma sommerso</strong>, la mancanza di leadership, la lontananza dalla vita quotidiana di cui parla Marco Politi pone la domanda se il modello di Chiesa verticistica, nato dal  Concilio di Trento di oltre 500 anni fa, sia ancora in grado di reggere al trasformarsi del mondo e dei cattolici stessi. </p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Vangelo, latino e mafia. I necrologi di Francesco Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal 1999 il messaggio dei cari appare puntualmente ogni 30 novembre sulle pagine del Giornale di Sicilia. E&#8217; il ricordo al patriarca di Cosa nostra belicinese, padre del boss e numero uno nella lista dei latitanti, Matteo Messina Denaro
Non è solo l’omaggio e il ricordo dedicato al “caro” estinto. E’ chiaro che serve a “dire” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-5035" href="http://www.malitalia.it/2010/12/vangelo-latino-e-mafia-i-necrologi-di-francesco-messina-denaro/matteo1/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5035" title="matteo1" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/matteo1-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a>Dal 1999 il messaggio dei cari appare puntualmente ogni 30 novembre sulle pagine del Giornale di Sicilia. E&#8217; il ricordo al patriarca di Cosa nostra belicinese, padre del boss e numero uno nella lista dei latitanti, Matteo Messina Denaro</p>
<p><strong>Non è solo l’omaggio e il ricordo dedicato al “caro” estinto. E’ chiaro che serve a “dire” altro il necrologio che puntualmente ogni 30 novembre, dal 1999, compare sulle pagine del Giornale di Sicilia, dedicato a Francesco Messina Denaro, il “patriarca” della mafia belicina, il cui erede, il boss Matteo Messina Denaro, 48 anni, ricercato dal 1993 è da più parti indicato come il numero uno della mafia siciliana, dunque, degno di lignaggio malavitoso. </strong>L’ultimo necrologio, apparso il 30 novembre 2010, è semplice. Le date a indicare l’anniversario della morte, 12°, il nome Francesco Messina Denaro posto al centro in grassetto, identico ai caratteri degli altri necrologi, in basso a destra scritto piccolo uno stringato “I tuoi cari”.</p>
<p>Non sono più i tempi del ricordo fatto usando il latino e le frasi del vangelo. Adesso, anche a casa del capo mafia belicino, è consigliata la “sobrietà”. In passato, proprio i necrologi dedicati a Messina Denaro hanno fin troppo dato nell’occhio. Attirando l’attenzione degli inquirenti. Ma all’appuntamento con la memoria la famiglia Messina Denaro non vuole assolutamente mancare, per dire che c’è ed è presente. Che le indagini e gli arresti non hanno fatto cambiare nulla, il rispetto garantito al vecchio capo mafia e capo famiglia deceduto, e il rispetto che resta preteso da tutti gli altri, c’è poi la “cortina” che circonda l’inavvicinabile famiglia Messina Denaro, provate a passare per la via Alberto Mario di Castelvetrano, vedrete sempre un’auto con un paio di tizi a bordo ferma a poca distanza dalla casa dove vive la vedova Lorenza Santangelo, quasi a garantirne “protezione”.</p>
<p><strong>Per la seconda volta dal 1999 quest’anno niente più versi del Vangelo o citazioni in latino, ma un sintetico omaggio</strong>. Era il 30 novembre del 1998 quando il corpo senza vita del capo mafia Francesco Messina Denaro, settantenne latitante, venne fatto trovare nelle campagne di Castelvetrano. Deceduto di morte naturale lo stesso giorno in cui la Polizia arresta il figlio Salvatore, considerato un insospettabile  dipendente di una succursale della Banca di Sicilia. Da allora quella morte e quel morto sono serviti per alzare il livello di sfida nei confronti dello Stato. Matteo Messina Denaro nei suoi pizzini scrive di essere come il Benjamin Malaussène, capro espiatorio di “professione”, personaggio dello scrittore francese Pennac, ma così la pensa l’intera famiglia Messina Denaro. <strong>La vedova, Lorenza Santangelo quando arrivò nel luogo dove fu fatto trovare il corpo del marito, lo coprì con un cappotto di astrakan. Pronunciando parole precise: “Unnarrinisceru a pigghiariti”, non sono riusciti (i poliziotti) a prenderti vivo, l’aria di sfida che ha continuato a mantenere nei confronti di chi oggi dà la “caccia” al figlio Matteo, il super latitante, l’ultimo dei “corleonesi”.</strong><br />
I precedenti necrologi sono stati più articolati, “Ti vogliamo bene, sei sempre nei nostri cuori”, oppure il ricorso al latitno e al Vangelo, “Spatium est ad nascendum et spatiumest ad morendum sed solum volat qui idvolt et perpetuo sublimis tuus volatusfuit”, “È tempo di nascere ed è tempo di morire ma vola soltanto colui che vuole e il tuo volo è stato per sempre sublime”. Un approfondimento di questo testo ha portato a capire che il “volare” si riferisce al “morire”, insomma “muore solo colui che lo vuole”, e per i suoi congiunti Francesco Messina Denaro è come se ci fosse ancora. Prima c’erano stati altri necrologi, in uno compariva anche la firma di Matteo, in un altro ancora si citava un passaggio preso dal “Vangelo di Matteo”, scelta non casuale, nei suoi ultimi pizzini il super boss Matteo parla quasi di un suo “vangelo”, sostenendo di essere nel giusto e gli altri lo perseguitano, i suoi “complici” gli danno ragione e lo adorano, non lo hanno mai “tradito”, vivendo con lui in una sorta di estasi.</p>
<p><strong>Chiesa e mafia. I primi giorni di latitanza Francesco Messina Denaro in compagnia del figlio Matteo, raccontano i pentiti, li trascorse in una sacrestia di Calatafimi, guardando dalla finestra la sfilata della festa di maggio dedicata al Santissimo Crocifisso.</strong> E un altro prete oggi farebbe da “confessore” al giovane Matteo, lo scrive lo stesso boss in uno dei pizzini finito tra le mani di quel Svetonio, nome dato da Messina Denaro a Tonino Vaccarino l’ex sindaco che con lui tenne corrispondenza per volere del Sisde. Matteo parla di un prete che in una occasione lo avrebbe riconosciuto, e gli si è offerto di aiutarlo.</p>
<p>Un altro sacerdote, quello che celebrò i funerali del patriarca mafioso, all’interno del cimitero di Castelvetrano,lo  ha pubblicamente assolto: per il sacerdote, “la vicenda umana la conosce solo Dio, gli uomini non possono giudicarla”. E ancora oggi c’è chi nei confronti dei Messina Denaro la pensa a questa maniera, come è emerso dalle più recenti operazioni antimafia Golem, quelle che hanno scompaginato la schiera dei favoreggiatori. Nelle carte giudiziarie c’è scritto ben altro sulle colpe dei Messina Denaro, ci sono scritte anche le parole del giovane capo della mafia siciliana che con i suoi complici si vantava che lui da solo aveva fatto tanti omicidi da riempire un cimitero. <strong>Il Dio dei mafiosi e dei loro complici non può essere lo stesso di quello delle vittime. Oggi non sappiamo se il cerchio si è davvero stretto</strong>, conosciamo una realtà che quell’area grigia che nel trapanese ha garantito, e garantisce protezione al latitante, spesso sfruttando la defaillance di uno Stato che ogni tanto si perde nei meandri di strategie inutili e dilatorie, non si sa mai quanto apposta.</p>
<p><em>(pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">ilfattoquotidiano.it</a>)</em></p>
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		<title>Chiesa e mafia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 08:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<description><![CDATA[ (di Francesca Viscone)
«Fratelli di fede che hanno tradito la fede vera». Così il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Morosini, ha definito i partecipanti alla riunione annuale dei boss nel santuario di Polsi. Come ogni anno  il 2 settembre,  festa della Madonna della Montagna, l’Aspromonte è stato invaso dai pellegrini. Ma questa volta l’attesa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3917" title="morosini" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/morosini.jpg" alt="" width="190" height="265" /> (di Francesca Viscone)</p>
<p><strong>«Fratelli di fede che hanno tradito la fede vera». </strong>Così il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Morosini, ha definito i partecipanti alla riunione annuale dei boss nel santuario di Polsi. Come ogni anno  il 2 settembre,  festa della Madonna della Montagna, l’Aspromonte è stato invaso dai pellegrini. Ma questa volta l’attesa era maggiore, dopo che gli inquirenti avevano diffuso le immagini degli uomini delle ’ndrine che avrebbero consacrato il potere del patriarca Mimmo Oppedisano, proprio lì, in un luogo di culto. Il prelato ha ricordato nella sua omelia che il santuario è lontano, quasi smarrito nel ventre dell’Aspromonte, non contiene opere d’arte pregevoli, non ci sono strutture ricettive, né divertimenti. È faticoso arrivarci in macchina, un sacrificio andare a piedi. Nonostante ciò la piccola chiesa in concomitanza della festa è affollatissima ed è sempre riuscita a dare serenità al suo popolo di fedeli. <strong></strong></p>
<p><strong>Morosini evoca la suggestiva «immagine biblica del Pastore che si prende cura delle pecore, che va in cerca di quella perduta</strong>», ma non si ferma all’iconografia biblica. E non manca di ricordare che Polsi è anche simbolo di tutti i mali che affliggono la Calabria, una terra che non riesce a risolvere i suoi problemi, che non decolla economicamente, «che soffre ancora della piaga dell’emigrazione dei suoi figli migliori, che non riesce a togliersi di dosso l’immagine di terra del male, dell’illegalità, della violenza, della sopraffazione». Dice ancora: sono i calabresi stessi a infangare la loro terra con il crimine, ed essa è stata «violata e profanata su ciò che di più sacro aveva e custodiva come preziosa eredità del passato: la fede e la devozione tramandate dai padri». Una tradizione religiosa, afferma Morosini, che è stata infangata, insultata, profanata da «fratelli di fede che hanno tradito la fede vera» pretendendo la benedizione della Vergine sui loro progetti di morte e potere.<br />
<strong>Ho trovato l’omelia bella, sofferta e intensa. E credo di averla condivisa. Fino a un certo punto. Leggendola, mi è sembrato di trovarmi di fronte ad una Chiesa che si chiude in se stessa, che si rinchiude nella torre d’avorio della fede-contemplazione dell’ultraterreno, </strong>della fede come dialogo privilegiato e privato tra il singolo peccatore e Dio, tra peccatore e comunità dei cattolici; una fede che fa passare in secondo piano il rapporto tra cittadino e stato, tra cittadini, tra uomini comuni, non necessariamente credenti. Morosini non ha mai parlato di giustizia, di come riparare al male fatto, risarcire le vittime, pagare il proprio debito con la società. Esprimo dubbi, perplessità, non giudizi. Mi sforzo di capire, ma non capisco. Come può credere Morosini di segnare una rottura netta tra la Chiesa e la mafia solo dicendo: «Cari fratelli, se anche oggi ci saranno incontri e patti illegali, del tipo di quelli che hanno intercettato l’anno scorso le forze dell’ordine, a noi poco importa. Sono cose che non ci riguardano. A noi interessa contemplare il volto materno di Maria…». Come può la Chiesa avere una visione del suo ruolo così astrattamente attorcigliato su una fede astratta, che non si fa carico delle sue responsabilità nei confronti dei «fratelli di fede che hanno tradito la fede vera».</p>
<p><strong>Quali responsabilità? Per prima, quella di definirli fratelli.</strong> È un’espressione carica di conseguenze; implica accoglienza, ascolto, perdono incondizionato. No, non sono fratelli, avremmo voluto sentir dire. Non hanno solo tradito la fede vera, in verità essi non hanno fede se non in se stessi, nel loro potere, che sostituiscono persino a quello di Dio, al quale si sentono, semmai, assai simili. Se la Chiesa accoglie i mafiosi, sperando di convertirli ad una fede astratta, con la promessa magari che non saranno commesse colpe in futuro, ma senza porre come condizione assoluta per la validità del pentimento anche la collaborazione con le istituzioni e gli inquirenti, lo scontare pene terrene, che cosa fa la Chiesa, quale credibilità ha la Chiesa, quale alternativa offre e quale speranza, ai calabresi onesti, alle vittime, a cui nessuno, nessun braccio armato dai mafiosi e nessun colletto bianco offre mai vie di scampo? Potresti essere in malafede, mi dico, aver capito male. Ma come si fa a invitare la stampa a concentrarsi solo sulle manifestazioni di fede, a Polsi?<br />
Anche io ho scritto su Polsi, descritto la festa, la fede, ho detto tante volte che non credo che i “Polsiani” siano tutti mafiosi, ho respinto l’idea di un possibile coinvolgimento del santuario in rapporti ambigui, ho difeso tutto di Polsi, tutto quello che poteva essere difendibile, tutta la sua tradizione, persino l’uccisione delle capre lungo la fiumara, a volte anche sospettando che le riunioni annuali fossero folklore, leggenda. Ho condiviso gli appelli dei nostri intellettuali: se San Luca, se Polsi, si perde, si perde la Calabria, scrisse Vito Teti. E sono conservatrice, e antimodernista, in fatto di tradizioni popolari, al punto che vorrei la Chiesa più discreta, meno invasiva, più rispettosa dei suoni e dei balli, della fonosfera di Polsi, ormai perduta. Ha ragione Morosini, oltre alla fede disperata dei pellegrini, a Polsi non c’è più niente. Ci sono processioni e feste popolari che hanno subìto meno attacchi, meno cambiamenti. Perché l’errore terribile che spesso facciamo, succubi di una cultura scolastica e piccolo borghese secondo cui in Calabria non ci sono opere d’arte e “i migliori” se ne vanno, è di credere che lo sporco venga dall’antico e non dal moderno, che la cultura popolare sia insozzata di arcaicità e barbarie, che sia essa per prima il simbolo dell’arretratezza, del mancato sviluppo economico, e che chi rimane, in fondo, è un poveraccio che non ha avuto né la forza né il coraggio di inventarsi una vita altrove. Chiedo venia: non sto facendo le pulci all’omelia di Morosini, che stimo e in cui ripongo molte speranze. Come le ho riposte, a torto o a ragione, nel suo predecessore, Bregantini.<br />
Ma la stima si basa sul dialogo, sull’espressione sincera dei dubbi, delle opinioni diverse, del dissenso. E io non me la sento più di credere – o di sperare &#8211;  con Morosini che la storia di Polsi la facciano i fedeli. Purtroppo le immagini che avremmo preferito non vedere, fanno anch’esse la storia di Polsi e non possiamo certamente chiudere gli occhi davanti a questa realtà, né incolpare i media se diffondono notizie di realtà orrende.<br />
Chiedo, vi chiedo: fino a che punto era giusto e opportuno dire: «Se altri vengono qui con l’intenzione di poter dare un significato religioso alle loro attività illegali, che nulla hanno da condividere con la nostra fede cristiana, o a trasmettere poteri che sono espressione non dell’amore di Dio, è un problema loro e non nostro: questo sia chiaro una volta per tutte».<br />
Come laici, o come credenti, crediamo che queste dichiarazioni siano durissime. Durissime non verso i mafiosi e gli ’ndranghetisti, che Morosini non definisce mai tali, ma durissime per noi. Possiamo mai dire a qualcuno, non mi importa niente di quello che fai a casa mia? Sono fatti tuoi se confondi il diavolo con Dio, se profani sì la mia fede, ma anche e soprattutto il mio diritto alla vita, ad una vita dignitosa e umana? Perché Morosini, uomo saggio e di grande cultura, ha scelto questa formula per parlare ai mafiosi? Perché non ha mai pronunciato le parole mafia o ’ndrangheta? Perché non ha mai detto “siete dei criminali” e li ha considerati “fratelli che sbagliano”? Più che un messaggio di condanna questo sembra l’invito ad una conciliazione. Sia chiaro, Morosini non vuole dire che non gliene importi niente, di quello che accade dentro il santuario, al contrario. Vuole segnare una cesura, un punto di rottura chiaro e inequivocabile tra la “sua” fede, quella della Chiesa, e la fede dei mafiosi. Ma è sufficiente? Lo fa considerando il “peccato” di appartenere alla criminalità organizzata come un tradimento, una profanazione della fede, non un crimine contro il genere umano. Pentirsi significa per lui riconoscere il valore della fede autentica, e che fare allora della giustizia terrena, del diritto dello Stato e dei cittadini, dei diritti umani violati in terra di mafia? È un’omelia, il suo tema è solo la fede. Comprensibilmente, forse, in un’ottica formale. Ma è un messaggio sociale, ripreso e diffuso dai giornali. Destinato a uscire dalla pura ritualità. Ci può essere un pentimento privo di conseguenze “terrene”? Mi chiedo: questa Chiesa sa parlare al mondo? Rappresenta un’alternativa, dà speranza? È una Chiesa che costruisce giustizia, che costruisce futuro? Lo chiedo ai cattolici, a chi comprende un linguaggio in cui io non trovo le risposte che cerco. Non sono in grado di riconoscere il valore innovatore e rivoluzionario del discorso di Morosini e del resto lui lo dice chiaramente che non si fa tentare «da inviti a compiere gesti plateali».</p>
<p>Ma eclatanti furono le parole di Giovanni Paolo II in Sicilia. Destarono scandalo le parole di Gesù nel tempio. Di rotture abbiamo bisogno, non di abbracci; di schiaffi, non di carezze. Se vogliamo cambiare il corso della storia, non possiamo solo conciliare, mediare. Dobbiamo sì dialogare, capire, ma è necessario porre condizioni, con fermezza. Ribadire che chi non collabora con le istituzioni democratiche non avrà salvezza. Altrimenti diamo ragione ai mafiosi quando dicono che saranno giudicati da Dio, non dagli uomini. E nessuno, a questo, dentro la Chiesa, ha qualcosa di nuovo da aggiungere? A chi si rivolgeva Morosini, solo a quei fratelli che hanno commesso il sommo tradimento di usare Polsi per sancire il loro potere? E tutto il resto? Tutti gli altri atti blasfemi contro la dignità dell’uomo, dove restano? Fuori dal santuario di Polsi?</p>
<p><strong>Aggiunge Morosini: «Non c’è alcuna cosa che ci lega, cari fratelli che avete scelto la strada dell’illegalità per costruirvi la vita, le vostre ricchezze, il vostro potere, il vostro onore. Lo ripeto, non c’è nulla che possiamo condividere. I nostri cammini non si congiungono a Polsi, se mai si dividono ancora di più, si distanziano maggiormente, anche se in noi credenti rimane la nostalgia di avere anche voi come fratelli di fede, che dinanzi all’immagine della Vergine possano sentire l’invito di Gesù alla conversione. La Chiesa, come madre amorosa, vi allarga le braccia e vi invita alla conversione, dichiarandovi che anche per voi c’è la misericordia benevola di Gesù Cristo, che è morto per tutti sulla croce</strong>. La Chiesa è forse l’unica istituzione che crede nella vostra conversione. Nella società generalmente c’è solo la speranza di vedervi in carcere; la Chiesa va oltre, vuole il cambiamento della vostra vita. A noi in questo momento rimane il rammarico e la nostalgia di non poter stare uniti a voi dinanzi all’immagine della Madonna e poter pregare assieme. Noi speriamo sempre che ciò potrà accadere, se voi lo vorrete e deciderete di cambiare indirizzo della vostra vita. Festeggeremo assieme la Madonna della Montagna come la Madonna della Conversione». Morosini continua rivendicando il valore religioso di Polsi, dove l’unico potere che si trasmette è «la forza della fede».<br />
Ho sentito il dolore dell’uomo di Chiesa, in questo discorso. Ma non basta, non può bastare. Chi uccide e perseguita altri consapevolmente, ripetutamente, per scelta, per ideologia, non può essere nostro fratello: ha tradito l’uomo e il Dio che è in ogni uomo. Può diventare mio fratello solo se si pente, se confessa, se accetta di pagare il suo debito, se vive cercando di ridurre il danno e il dolore che ha provocato ad altri, loro sì, miei fratelli. Morosini questo non lo dice. Forse lo sottintende? Forse lo ha già detto in altri discorsi? Non lo so, ma io credo che abbia in fondo sprecato un’occasione: quella di far sentire la sua e la nostra voce, lo sdegno, la condanna, il desiderio di giustizia che pervade i nostri giovani, la nostra terra. Ha perso l’occasione di far sì che il mondo intero, non solo i cattolici, potesse riconoscersi nel suo dolore, che resta circoscritto alla violazione di una fede che purtroppo non è quella di tutti gli uomini, e non potrà mai esserlo, essendo essi diversi e amando Dio la loro diversità. All’umanità  appartiene invece lo sdegno per la violazione dei diritti umani di un popolo intero o di un uomo.<br />
Morosini non abbandonerà Polsi, non vieterà nessuna processione. Anche perché la Chiesa può condizionarle e controllarle solo finché ci sono, finché sono aperte e pubbliche e questo lo fa già anche a Polsi, dove nel corso degli anni ha modificato lo svolgimento stesso della festa; o a Gioiosa, dove cerca di impedire che i neonati nudi vengano offerti a San Rocco al ritmo frenetico dei tamburi pagani. O in altri posti ancora. Giusto così: la Chiesa supera i millenni perché la tradizione la influenza, non perché la abolisce. Morosini dice: «Non siamo noi che dobbiamo lasciare Polsi (…) sono altri che devono cambiare le ragioni per cui vengono qui». Non dice ai mafiosi “non venite, andate via, abbandonate Polsi”. Sostiene che devono cambiare le ragioni per cui a Polsi ci vanno. Ma quando questo accadrà, e magari sarà accaduto tante volte, le mafie saranno state sconfitte? O ci acconteremo di aver salvato qualche anima? Il problema vero non è, come sostiene Morosini, che si viva dentro o fuori dal Vangelo. E i mafiosi non sono semplicementente «persone che vivono nell’illegalità». Morosini sa cos’è la ’ndrangheta, cosa sono gli ’ndranghetisti. Perché non li ha mai chiamati con il loro nome?</p>
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		<title>I rapporti mafia-politica nella Calabria del 1955</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 11:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da CalabriaOra &#8211; di Domenico Logozzo)
Il reportage dell’Espresso, Alvaro e i nostri giorni.
«Intervengano energicamente le Autorità contro i pericoli che incombono alla gioventù, avvicinata e sfruttata a soli fini di interesse personale, politico, o peggio ancora invitata a fare parte di tenebrose società segrete, sempre condannate dalla Chiesa e da ogni coscienza onesta».
Il grido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">CalabriaOra</a> &#8211; di Domenico Logozzo)</p>
<div id="attachment_1808" class="wp-caption alignleft" style="width: 279px"><img class="size-medium wp-image-1808" title="Corrado-Alvaro" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Corrado-Alvaro-269x300.jpg" alt="Corrado Alvaro" width="269" height="300" /><p class="wp-caption-text">Corrado Alvaro</p></div>
<p><em>Il reportage dell’<a href="http://espresso.repubblica.it/blog?ref=hpblog" target="_blank">Espresso</a>, Alvaro e i nostri giorni.</em><br />
«Intervengano energicamente le Autorità contro i pericoli che incombono alla gioventù, avvicinata e sfruttata a soli fini di interesse personale, politico, o peggio ancora invitata a fare parte di tenebrose società segrete, sempre condannate dalla Chiesa e da ogni coscienza onesta».<br />
Il grido d&#8217;allarme dell&#8217;arcivescovo di Reggio Calabria, <strong>monsignor Giovanni Ferro</strong>, risale al 15 agosto del 1955.<br />
A sottolinearlo con il giusto risalto era stato il primo numero de “<strong>L’Espresso” del 2 ottobre 1955</strong>, il mitico settimanale diretto da Arrigo Benedetti. L’intera terza pagina era stata dedicata all’“Operazione Aspromonte, psicologia della macchia”, con un commento di Corrado Alvaro ed un coraggioso reportage di Luigi Locatelli, dal titolo piuttosto significativo: «Dietro la caccia ai banditi, lotta fra le correnti democristiane».</p>
<p>E ne spiegava con dovizia di particolari i motivi, confermando quello che adesso è sotto gli occhi di tutti: l’onorata società è legata alla politica da interessi che vengono da molto lontano. E che per questo bisogna cercare una volta per tutte di tentare di sradicare. Con i fatti. Non a parole. Rileggiamo Luigi Locatelli, per capire meglio le radici di una illegalità dilagante che oggi paralizza larghissimi settori della Calabria: «<em>Negli ultimi otto anni, Vincenzo Romeo ha creato un tipo di bandito del tutto nuovo in Calabria che imita lo stile di Giuliano. Benché condannato per rapine e omicidi, è sempre vissuto nella sua casa di Bova Superiore, commerciando in bestiame e controllando la concessione degli appalti per la costruzione di case coloniche e di cimiteri, in società con il fratellastro Domenico Larizza, che il 10 settembre è stato condannato a cinque anni di confino. L’impresa edilizia gli procurava notevoli guadagni mentre le tombe assicuravano un comodo e sicuro rifugio per sé e per i suoi compagni di banda. Diventato ricco e potente, mise la sua influenza a servizio dei candidati alle lezioni amministrative e politiche, ricevendo compensi che variavano da uno a quattro milioni</em>».</p>
<div id="attachment_1809" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1809" title="espresso-1955" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/espresso-1955-300x118.png" alt="espresso 1955" width="300" height="118" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Espresso del 1955</p></div>
<p>Questo accadeva 55 anni fa. Mafia-politica: binomio subito solido. Tanto che “<strong>L’Espresso</strong>” era riuscito a fare anche un po’ di conti e di stabilire che tutto sommato, la «propaganda di Romeo era meno costosa dei comizi e dei manifesti e molto più efficace: oggi a Reggio Calabria si fanno i nomi di deputati e di sottosegretari che sarebbero stati eletti per suo merito, ma l’omertà e la paura delle vendette rende le confidenze estremamente caute». Capito da dove provengono le storture di adesso? I pesanti condizionamenti, le “elezioni deviate”, le “urne sporche” hanno luoghi di nascita ben definiti, intrecci e patti fin troppo profondi. Qualche tempo fa è scoppiata la polemica sui “voti indesiderati della ’ndrangheta”. Non è un una situazione da sottovalutare, ma una questione da affrontare con la massima serietà, a partire dalla magistratura e delle forze dell’ordine che hanno il dovere di vigilare sul democratico svolgimento della consultazione in Calabria. Il giudice Gratteri è stato molto chiaro: boss e politici tuttora sono in contatto per concretizzare patti scellerati che devastano il tessuto sociale e civile. Scende la fiducia nello Stato.</p>
<p>Per l’ennesima volta – ci raccontano le cronache – <strong>la Calabria è avvelenata dai sospetti e dalle accuse di pesanti collusioni</strong>. Si cercano le prove. Un lavoro investigativo molto delicato. I sofisticati mezzi usati dall’“Onorata società” spesso sono tecnologicamente più evoluti di quelli in dotazione alle forze dell&#8217;ordine. Schede di cellulari usate per pochi secondi e subito buttate via, per non essere individuati. Apparecchi modernissimi che intercettano i movimenti di polizia e carabinieri. Bunker inaccessibili, dotati di tutti i confort. Come sono diventati criminalmente evoluti i figli dei contadini e dei pastori che una volta popolavano l’Aspromonte! Adesso usano i computer per essere sempre collegati con le “cosche” operanti negli Stati Uniti, in Canada, in Columbia e tutte le altre aree del mondo dove la ’ndrangheta fa affari. Comunicazioni moderne.</p>
<p>Tra pizzini e cronache del passato emerge che nel 1955 <strong>Vincenzo Romeo</strong> aveva fatto sapere dal suo nascondiglio sull’Aspromonte di avere scritto un memoriale dove svelava «<em>i rapporti avuti con alcuni uomini politici, di cui conservava anche le lettere</em>». Viene utilizzato il ricatto come arma per “proteggersi” dall’azione di repressione che un settore della politica –molto probabilmente per fini elettorali – intendeva mettere in atto. Il giornalista dell’Espresso svelava i «movimenti politici» di allora affermando che «l’operazione Marzano è stata voluta dall’attuale direzione democristiana per motivi politici. A ogni nuova elezione diminuivano i voti dei partiti di centro, a vantaggio dei monarchici e dei comunisti,e la democrazia cristiana stava per essere affogata dai due gruppi di avversari. La destra Dc era in maggioranza, sostenuta anche dai liberali, dai monarchici e dai potenti capi dell&#8217;onorata società, con i quali aveva interessi comuni da difendere e si opponeva alla linea politica del partito. I giovani della corrente fanfaniana, organizzati dal commissario straordinario, il dottor Marino Maestri, scalpitavano impotenti, malgrado fossero appoggiati dall’arcivescovo monsignor Ferro».</p>
<div id="attachment_1810" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1810" title="Giovanni-Ferro-Giulio Pastore-Vittorio-Barone-Adesi" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Giovanni-Ferro-Giulio-Pastore-Vittorio-Barone-Adesi-300x209.jpg" alt="Giovanni Ferro, Giulio Pastore, Vittorio Barone Adesi" width="300" height="209" /><p class="wp-caption-text">Reggio Calabria 1958. Da sinistra: l&#39;Arcivescovo Monsignor Giovanni Ferro, il Ministro della Cassa per il Mezzogiorno Giulio Pastore e il Sindaco di Reggio Calabria Vittorio Barone Adesi.</p></div>
<p>Ecco, il ruolo della chiesa aveva un dimensione importante. Attiva. E si faceva sentire. Oggi è opportuno che sulle orme di monsignor Ferro riprenda il giusto e buon cammino di un impegno sociale e morale teso all’effettivo rispetto delle regole, per non umiliare ulteriormente l’uomo e la democrazia. C’è troppa prepotenza in giro, troppa arroganza, poco, pochissimo rispetto della persona umana. Legge calpestata. «<strong>Lo Stato è un infiltrato in Calabria</strong>», ha detto con amara ironia il procuratore della Repubblica di Pescara, <strong>Nicola Trifuoggi</strong>, intervendo alla presentazione del libro di Nicola Gratteri <em>La Malapianta</em>. Quanta verità c’è in questa affermazione, frutto della conoscenza di una società dove la &#8216;ndrangheta si sente più forte ed autorevole dello Stato! Obiettivamente la situazione è drammatica. Le elezioni del 28 e 29 marzo debbono segnare davvero una volta. Per il bene della Calabria. Gran parte del territorio e nelle mani delle cosche. «<em>Eppure</em> – scriveva Luigi Locatelli nel 1955 – <em>per restaurare il rispetto delle leggi, forse, sarebbe stato sufficiente mettere a disposizione del questore Pietro Sciabica, allora in carica, altri reparti di polizia e rifornire gli automezzi d benzina necessaria; così la situazione permetteva di raggiungere obiettivi più lontani: colpire cioè i capi mafia che organizzavano la campagna elettorale degli avversari</em>».</p>
<p>Capito: anche allora scarseggiavano i mezzi e la benzina! Sembra storia d’oggi. Con i capimafia che gestiscono pacchetti consistenti di voti. Perché il “repulisti” non c’è stato? Perché la mafia è cresciuta ed è diventata sempre più potente? Corrado Alvaro, aveva individuato fin da subito i “punti deboli” dell’“Operazione Aspromonte”, iniziando così la sua nota sulle condizioni in cui si erano venuti a trovare i contadini ed i pastori dell’Aspromonte in seguito alle nuove operazioni di polizia contro il banditismo e la malavita: «Con uno spiegamento di inviati speciali, la stampa italiana si è buttata sull’“Operazione Aspromonte”, secondo il termine cinematografico adottato per l’occasione. In verità, vi si gira un filmetto mediocre che non vale tanta pubblicità. I Romeo e i Macrì sono esistiti da cinquant’anni, lo sanno i prefetti che si sono succeduti nella provincia, devono saperlo le forze dell’ordine nei vari comuni. Una normale operazione di polizia, e meglio una consistente azione della polizia, poiché i nomi degli affiliati al banditismo li conoscono perfino i ragazzi della provincia di Reggio Calabria, sarebbero bastate a ripulire l’ambiente, a evitare le reviviscenze, e a scongiurare le dicerie dei reggini, secondo cui l’azione, con l’apparato di uno stato di assedio, sarebbe stata intrapresa soltanto perché un sottosegretario di Stato calabrese è stato per errore fatto segno ad un assalto dei banditi».</p>
<p>E Luigi Locatelli, a questo proposito è stato più esplicito: «Sette incauti ricattatori, scambiando l’automobile dell’on. Capua, sottosegretario all’Agricoltura, per quella dell’industriale Rullo, al quale avevano imposto una forte taglia, hanno fatto scattare l’“Operazione Aspromonte”. Ricorda poi “L’Espresso”: «Seguirono contrasti molto confusi, poi è incominciata, violenta, la reazione dei personaggi minacciati,direttamente o indirettamente, dall&#8217;azione della polizia». Molto duro Alvaro: «Si cercano le connivenze con i “galantuomini”. Ma è da tempo che si sono chiusi gli occhi sulla loro forzata acquiescenza». E infine: «Il problema della società calabrese è un problema di lealtà». Ancora oggi. Purtroppo.</p>
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		<title>La Chiesa è di tutti</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 09:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Paolo Pollichieni)
“La Chiesa è di tutti”, la frase che ripetevano un po’ tutti ieri a Sant’Onofrio. Dal discusso priore Michele Virdò (che rifiuta di consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti alla sua confraternita) a Nicola Bonavota, figlio del boss uscito con un’assoluzione piena dai processi contro l’omonimo clan. Non dovrebbe essere così perché una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Paolo Pollichieni)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1629" title="chiesa-persone" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/chiesa-persone-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" />“La Chiesa è di tutti”, la frase che ripetevano un po’ tutti ieri a Sant’Onofrio. Dal discusso priore Michele Virdò (che rifiuta di consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti alla sua confraternita) a Nicola Bonavota, figlio del boss uscito con un’assoluzione piena dai processi contro l’omonimo clan. Non dovrebbe essere così perché una Chiesa che ritiene di dover alzare steccati contro i divorziati, i gay e gli abortisti non può spalancare le sue porte a chi uccide, estorce, traffica droga, azzera la legalità ed impone la supremazia mafiosa.</p>
<p>Oggi molti parlano di una pagina positiva scritta a Sant’Onofrio. Non siamo tra questi. Cosa c’è di positivo in una rappresentazione sacra seguita a spari e intimidazioni e praticata in un ambiente blindato, dove i cittadini erano solo comparse strette tra forze di polizia, politici in passerella e “bravi ragazzi” costretti a far pace solo “per non dare sazio agli sbirri”? E cosa c’è di positivo in un’omelia che non riesce a pronunciare la parola ‘ndrangheta ed il massimo che concede è di definire i bulli che si contendono a colpi di pistola il “prestigio” di portatori delle statue sacre “persone che hanno preso strade deviate”? Quasi a voler restare coerenti con la sottovalutazione suggerita dal nuovo governatore della Calabria, che ieri proprio a Sant’Onofrio asseriva che “la presenza criminale rappresenta solo una rumorosa minoranza che non fa paura alla nuova stagione che si è aperta in Calabria”.</p>
<p>E’ semmai, quella di Sant’Onofrio, un’occasione mancata per cominciare a voltare pagina in un’ancestrale e brutta storia di commistione tra sacro e profano, dove nei riti della chiesa più legati alla tradizione popolare si annidano costumi mafiosi e ostentazioni.</p>
<p>Scrive lo storico Isaia Sales nel suo pregevole volume “I preti e i mafiosi”, che “Sono duecento anni che esistono le mafie in Italia. Se non sono state ancora sconfitte vuol dire che i motivi del loro «successo» non sono stati completamente individuati”. E nel suo libro affronta il tema delle responsabilità della Chiesa cattolica e dei suoi esponenti nell’affermazione delle organizzazioni mafiose, esaminando l’apporto culturale che direttamente o indirettamente la dottrina della Chiesa ha fornito al loro apparato ideologico.</p>
<p>“Come spiegare il fatto – si chiede Sales &#8211; che in quattro «cattolicissime» regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti? Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato? Fino a pochi anni fa la Chiesa ha taciuto sulle mafie, non le ha mai considerate nemici ideologici. Oggi il silenzio è stato in parte interrotto, ma moltissimi preti continuano a tacere o a essere indifferenti al tema”.</p>
<p>Ecco, da Sant’ Onofrio oggi arriva intera la conferma a questo “doppio binario”: da una parte la chiesa che “accoglie tutti”, dall’altra quella che considera un dovere cristiano lottare la ‘ndrangheta. Da un lato i presuli che nelle loro omelie ribadiscono che “la chiesa accoglie non condanna”, dall’altra i parroci che non volendo “accogliere” vengono affrontati e minacciati pubblicamente.</p>
<p>Tutto questo diciamo non  certo con intenti scandalistici e neanche perché preda di un pregiudizio anticlericale. Anzi, è l’esatto contrario perché, come Isaia Sales, coltiviamo la convinzione che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel Sud del nostro Paese. Il successo di queste organizzazioni criminali rappresenta dunque un insuccesso della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga e forse anche impossibile.</p>
<p>Sant’Onofrio e la sua “Affruntata”, dunque, come paradigma che riattualizza un inquietante domanda: la ‘ndrangheta avrebbe potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia della Calabria e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avesse beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale di una teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società?</p>
<p>La risposta è no.</p>
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		<title>Nel nome della ’ndrangheta</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 16:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Calabria Ora &#8211; di Pier Paolo Cambareri)
Esclusi da una processione religiosa, gli affiliati alle cosche della ’ndrangheta hanno sparato a scopo intimidatorio contro il cancello dell’abitazione del priore della confraternita che organizza il rito. È accaduto a Sant’Onofrio, comune vibonese sciolto nell’aprile del 2009 per presunti condizionamenti mafiosi. A Pasqua è così saltata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">Calabria Ora</a> &#8211; di Pier Paolo Cambareri)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1580" title="Affrontata-Acquaro" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Affrontata-Acquaro-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" />Esclusi da una processione religiosa, gli affiliati alle cosche della ’ndrangheta hanno sparato a scopo intimidatorio contro il cancello dell’abitazione del priore della confraternita che organizza il rito. È accaduto a Sant’Onofrio, comune vibonese sciolto nell’aprile del 2009 per presunti condizionamenti mafiosi. <strong>A Pasqua è così saltata la tradizionale “Affruntata”</strong>, manifestazione pasquale durante la quale tre statue raffiguranti l’Addolorata, Gesù e San Giovanni vengono trasportate a spalla per simboleggiare l’incontro dopo la resurrezione di Cristo.</p>
<p>Avrebbero voluto portare a spalla, ancora una volta, una delle tre statue lignee attorno alle quali &#8211; da sempre &#8211; ruota il rito dell’Affruntata. Ed avrebbero voluto, così, dare nuovamente una dimostrazione di forza, presenza, persistenza nel predominio generalizzato su uomini e cose. Ma la malavita locale e i suoi simpatizzanti, questo “onore ambito”, non l’hanno avuto.</p>
<p>Domenica di Pasqua, a Sant’Onofrio, per la prima volta dopo decenni di rigida e immutata tradizione, la manifestazione popolar-religiosa più attesa dai fedeli non è andata in scena per le viuzze del centro storico. Accadimenti “a carattere preventivo” di gravità inaudita hanno impedito che il rito potesse svolgersi secondo quanto stabilito dai nuovi protocolli diocesani; accadimenti che avrebbero avuto quali protagonisti assoluti non meglio identificati (o non ancora identificati) soggetti gravitanti nell’ambito della criminalità organizzata locale.</p>
<p>È complesso il caso che costringe i media nazionali e internazionali e puntare nuovamente i propri riflettori su un centro del Vibonese. Complesso e imbarazzante, ma comunque destinato a ritorcersi contro coloro i quali, ancora, immaginano di non doversi allineare ai dettami della Chiesa né alle leggi dello Stato.</p>
<p><strong>I mafiosi</strong>, o loro accoliti, l’avrebbero infatti combinata grossa, <strong>impedendo con il proprio atteggiamento intimidatorio</strong> (corredato da atti intimidatori) <strong>che il rito dell’Affruntata potesse compiersi</strong> così come tradizione impone. Forti di una direttiva emanata il 5 febbraio del 2009 dal nuovo vescovo della diocesi, monsignor Luigi Renzo, il priore della Confraternita del Rosario Michele Virdò e il parroco di Sant’Onofrio don Franco Fragalà, avrebbero infatti impedito che, per la designazione di coloro i quali aspiravano a portare in spalla una delle tre statue lignee poste al centro della manifestazione &#8211; il Cristo Risorto, San Giovanni e la Madonna &#8211; avvenisse a seguito del cosiddetto “incanto”.</p>
<p>Una procedura, questa, che contemplava il riconoscimento del diritto a “portare i Santi” sulla scorta della maggiore offerta economica formulata nel corso di un’apposita asta destinata alla raccolta fondi per l’organizzazione dell’evento. Virdò e Fragalà, consci della direttiva del vescovo, annullando l’incanto non avrebbero consentito a soggetti poco trasparenti di conquistare il diritto a portare in spalla una delle tre statue, procedendo ad assegnazioni più “oculate” così come suggerito da monsignor Renzo.</p>
<p>Una sorta di “onta”, secondo le ipotesi avanzate dagli inquirenti, che i rappresentanti della malavita locale avrebbero deciso di lavare tentando dapprima di indurre a più miti consigli il priore (vittima, pare, di un tentativo di aggressione) e poi ricorrendo all’utilizzo delle armi.</p>
<p><strong>Nella notte di sabato</strong>, infatti, <strong>ignoti hanno esploso contro il cancello dell’abitazione di Michele Virdò diversi colpi di arma da fuoco, seminando così il panico tra quanti erano chiamati la mattina successiva a dare vita alla manifestazione</strong>. La reazione dei criminali &#8211; così brutale, spropositata, offensiva &#8211; ha indotto gli organizzatori dell’evento a interrompere la manifestazione, rinviandola a data da destinarsi per motivi di sicurezza.</p>
<p>Ad assumere il coordinamento delle indagini, il sostituto procuratore Fabrizio Garofalo, che sul caso sta lavorando a stretto contatto con il luogotenente Sebastiano Cannizzaro. I militari dell’Arma stanno cercando di risalire agli autori dell’intimidazione ai danni di Virdò, nella speranza di poter fare luce su questo gravissimo fatto delittuoso allo scopo di consentire, domenica prossima, che l’Affruntata possa tenersi regolarmente, affinché i malavitosi non l’abbiano vinta.</p>
<p>Di seguito pubblichiamo la lettera integrale che il vescovo della diocesi di Vibo inviò il 5 febbraio del 2009 a tutte le parrocchie del Vibonese in riferimento alle direttive sui riti.</p>
<p><em>La celebrazione della Pasqua è in molte parti della diocesi arricchita da pubbliche manifestazioni religiose, che si svolgono tra la domenica di Pasqua e i giorni successivi, note come ’Affruntata, ’Ncrinata ecc, con cui viene scenograficamente rappresentato l’incontro del Risorto con la Madonna e S. Giovanni. Si tratta di tradizioni significative di forte suggestione coinvolgente e di grande fascino.<br />
È necessario, però, vigilare perché la valenza di profondità religiosa non sia disturbata da interferenze estranee al valore intrinseco della manifestazione.<br />
È opportuno però avvalersi di questi momenti per annunciare la gioia del Risorto senza esagerare nella teatralità e soprattutto eliminare drasticamente &#8211; ove ancora dovesse persistere &#8211; che le statue siano aggiudicate mediante incanti, con grave scandalo ed offesa per la stessa viva e sincera pietà dei fedeli.<br />
Tutti devono avere la possibilità di portare gratuitamente le statue, senza che queste siano appannaggio dei migliori offerenti.<br />
È inconcepibile tollerare che &#8211; malgrado le indicazioni contrarie del Magistero della Chiesa &#8211; ancora continui a permanere questa forma di asta e di commercio del sacro. Perché chi non dispone di denaro non deve poter portare le statue? Gesù non ha prediletto i poveri? Raccomando in modo particolare ai parroci di essere in questo vigilanti e scrupolosi.<br />
Alla luce di queste indicazioni, al fine di ridare alle manifestazioni religiose pasquali la loro giusta dimensione, anche in forza dell’art. 12 del Direttorio diocesano sulle feste religiose, si fa assoluto divieto a chicchessia &#8211; confraternite o comitati improvvisati &#8211; di praticare gli incanti delle statue, o forme simulate similari, e sia a tutti consentito liberamente, nelle forme più appropriate, di portare devotamente le statue come gratuito atto di fede. Se le richieste dovessero essere numerose, si può procedere in anticipo a prenotazioni fatte col parroco e ad un successivo sorteggio o turnazione dei portatori lungo il percorso.<br />
Non si esclude l’eventualità che la turnazione possa essere spalmata per gli anni successivi. Analogamente al Direttorio diocesano, le presenti norme, canonicamente obbliganti, entreranno in vigore dal primo marzo 2009, prima domenica di Quaresima. </em><br />
Luigi Renzo</p>
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		<title>Mafia, la protesta dei vescovi del Sud: basta feste religiose nei comuni collusi</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 12:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da La Repubblica &#8211; di Alessandra Ziniti)
Palermo. Basta con la timidezza della Chiesa, basta con il sostegno ai politici che scendono a patti con la criminalità, basta con la falsa religiosità dei mafiosi. Dopo il documento della Cei sul Mezzogiorno, scendono in campo i presuli di trincea con due proposte forti: uno &#8220;sciopero elettorale&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/03/10/news/mafia_feste_religiose-2574730/" target="_blank">La Repubblica</a> &#8211; di Alessandra Ziniti)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1328" title="vescovi" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/vescovi-300x199.jpg" alt="Vescovo" width="300" height="199" />Palermo. Basta con la timidezza della Chiesa, basta con il sostegno ai politici che scendono a patti con la criminalità, basta con la falsa religiosità dei mafiosi. Dopo il documento della Cei sul Mezzogiorno, scendono in campo i presuli di trincea con due proposte forti: uno &#8220;sciopero elettorale&#8221; che sottolinei l&#8217;inadeguatezza della classe politica e l&#8217;abolizione delle feste religiose nei paesi in cui regna la criminalità mafiosa.</p>
<p>Da Locri ad Acerra, da Mazara del Vallo ad Agrigento: i vescovi di frontiera parlano dalle colonne di Famiglia cristiana e fanno autocritica per le timidezze del clero. Così Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Conferenza episcopale italiana, teme una Chiesa &#8220;icona dell&#8217;antimafia&#8221;, che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità e lancia il guanto di sfida per non lasciare lettera morta il recente documento della Cei sul Mezzogiorno. &#8220;Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà, avremo fallito. Anche nelle nostre comunità &#8211; dice &#8211; occorre riflettere sul senso della parola terribile citata nel documento: collusione&#8221;. Monsignor Mogavero, che nei giorni scorsi era intervenuto con durezza sul decreto per la riammissione delle liste del Pdl per le Regionali e sulle leggi &#8220;ad personam&#8221;, ora invita i fedeli ad azioni dimostrative: &#8220;Ogni comunità &#8211; propone &#8211; scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari&#8221;.</p>
<p>Invita invece ad uno sciopero elettorale don Riboldi. &#8220;Adesso tocca a noi &#8211; dice il vescovo di Acerra &#8211; Ai politici bisogna dire: o ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più. I cristiani al Sud devono svegliarsi. Oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l&#8217;Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia. E la gente ha subito e si è rassegnata&#8221;.</p>
<p>Don Riboldi non risparmia dure critiche ai rappresentanti delle istituzioni: &#8220;La cultura dell&#8217;illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. Eppure tagliamo i fondi alla scuola. Bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota&#8221;.</p>
<p>Un concetto che sta molto a cuore al vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la scritta: &#8220;respinti alla frontiera&#8221; come immigrati clandestini. Oggi dice: &#8220;Aboliamo ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto se poi nessuno denuncia e la cultura mafiosa è l&#8217;unica ammessa&#8221;.  E Giuseppe Morosini, vescovo di Locri, ammette le responsabilità: &#8220;Bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida&#8221;.</p>
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		<title>Escrivà de Balaguer vs don Peppino Diana</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 15:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Casal di Principe]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Raffaele Sardo)
Caserta. &#8220;Hanno fatto santo Escrivà de Balaguer e tanti altri che hanno approfittato della Chiesa, perché non fare santi quelli come don Peppino Diana che per la chiesa hanno dato la vita?&#8221;
Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, ritorna su don Diana, a pochi giorni dal sedicesimo anniversario della sua uccisione a Casal di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1274" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1274" title="anniversario_donpeppediana" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/anniversario_donpeppediana-300x225.jpg" alt="Anniversario della morte di Don Peppino Diana" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Anniversario della morte Don peppino Diana</p></div>
<p>(di Raffaele Sardo)</p>
<p><strong>Caserta.</strong> &#8220;Hanno fatto santo <strong>Escrivà de Balaguer</strong> e tanti altri che hanno approfittato della Chiesa, perché non fare santi quelli come <strong>don Peppino Diana</strong> che per la chiesa hanno dato la vita?&#8221;<br />
<strong>Raffaele Nogaro</strong> vescovo emerito di Caserta, ritorna su don Diana, a pochi giorni dal sedicesimo anniversario della sua uccisione a Casal di Principe per mano della camorra.</p>
<p><strong>Don Diana fu ammazzato nella sagrestia della sua parrocchia, il 19 marzo del 1994. </strong>Nogaro, suo amico, da tempo si batte perché la Chiesa assuma la figura di don Diana come modello di giustizia, di santità.</p>
<p>“Per resistere in modo vivo – dice Nogaro &#8211; e in modo popolare, anche contro tutto il processo della malavita che abbiamo nelle nostre zone. Se la Chiesa potesse dichiarare un santo della giustizia perché ha pagato per mano della camorra, ne acquisterebbe in dignità. E non c’è bisogno di ricorrere alla scomunica nei confronti dei camorristi, perché in questo modo gli stessi camorristi capirebbero che non val la pena che professino tanta fede religiosa.</p>
<p>La scomunica, peraltro &#8211; sostiene ancora Nogaro &#8211; è stata sempre usata a sproposito nella Chiesa. Per me, ad esempio, <strong>Pio XII</strong> non dovrebbe essere fatto santo. Non tanto perché non ha parlato al momento delle leggi razziali, ma perché ha dato la scomunica ai comunisti. I primi comunisti, quelli che io confessavo quando ero giovane prete – ricorda il vescovo emerito di Caserta &#8211; era povera gente che, avendo sentito il messaggio della speranza, tentava di fare scelte per liberarsi da quella condizione di umiliazione e di sudditanza che avevano nei confronti del Conte. Da noi, in Friuli, all’epoca la terra era ancora del Conte. Poveretti, era l’unica forma per potersi riscattare e alzare la testa un po’ dalla loro condizione di schiavitù. Solo che per loro c’era la scomunica. Un modo per annientare un uomo spiritualmente.</p>
<p>Invece <strong>Carlo Marx</strong> per me è un santo e devono farlo prima o poi. Lui ha reso protagonista il povero. Si badi, non ha fatto la scelta prioritaria del povero, ma ha parlato del protagonismo del povero. Lo stesso protagonista di cui parla il Vangelo, in Marx è trasfigurato nella forma più alta, nel proletariato. Il suo è l’annuncio del Vangelo in modo genuino. E dunque, se dico che può essere fatto santo Marx, a maggior ragione figuriamoci don Diana. Però non farei tanto il discorso della santità. Chissà chi è santo. Io direi di farlo beato. Uno quando realizza se stesso e lo realizza in funzione del bene degli altri, è “<strong>Makairos</strong>”, come dice il Vangelo, cioè <strong>Beato, Fortunato</strong>. E questo è genuino. Invece la santità è soltanto di Dio. Nel Makairos, il fortunato, il riuscito, è quello che veramente paga per gli altri. Quello che ha interpretato fino in fondo il vangelo.</p>
<p>Don Peppino Diana è “Makairos”, come <strong>Papa Giovanni XXXIII</strong> che ha scavalcato i poteri e la ricchezza della chiesa, come per dire: “Sono un povero fratello come voi. Se volete, anche padre, ma prima di tutto fratello”. E’ bellissimo che Don Diana possa diventare veramente un “Makairos”, un fortunato della Chiesa e della società prima di tutto&#8221;.</p>
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		<title>Pones música, te tragas el Viagra y ¡adelante!</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:20:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da EL PAÍS Internacional &#8211; di Miguel Mora)
Un miembro del coro del Vaticano contrataba servicios sexuales de hombres jóvenes para el principal imputado en el caso de la Protección Civil italiana.
Angelo Balducci, de 63 años, ex presidente del Consejo de Obras Públicas, encarcelado y principal imputado en la investigación de la millonaria corrupción de [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/Pones/musica/tragas/Viagra/adelante/elpepuint/20100303elpepuint_18/Tes" target="_blank">EL PAÍS Internacional</a> &#8211; di Miguel Mora)</p>
<div id="attachment_1253" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1253" title="angelo_balducci_corsera_magazine" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/angelo_balducci_corsera_magazine-300x225.jpg" alt="Angelo Balducci" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Angelo Balducci (Corsera Magazine)</p></div>
<p>Un miembro del coro del Vaticano contrataba servicios sexuales de hombres jóvenes para el principal imputado en el caso de la <strong>Protección Civil italiana</strong>.</p>
<p><strong>Angelo Balducci,</strong> de 63 años, ex presidente del Consejo de Obras Públicas, encarcelado y principal imputado en la investigación de la millonaria corrupción de la Protección Civil italiana, puede ser acusado en breve por los jueces de un nuevo delito: explotación de la prostitución masculina.</p>
<p>Una nueva tanda de escuchas policiales, conocida este miércoles, revela que Balducci, <strong>Caballero de Su Santidad</strong> -<em>el exclusivo club laico de la Curia Romana</em>-, recurría con frecuencia a un intermediario nigeriano, Chinedu Thomas Ehiem, de 40 años, apodado Mike y cantor de la coral de la capilla Giulia de San Pedro, para contratar los servicios sexuales de hombres jóvenes, muchas veces seminaristas e inmigrantes sin papeles.</p>
<p>Ehiem y su ayudante <strong>Lorenzo Renzi</strong>, de 33 años, arreglaban los encuentros de Balducci a un ritmo pautado, cada dos o tres días. Ambos manejaban una red de jóvenes aspirantes a curas, y a veces reclutaban a extranjeros en busca de permiso de residencia. A uno de ellos, el influyente Balducci le prometió una gestión ante el Ministerio del Interior.</p>
<p>El poderoso ingegniere, casado y con dos hijos, atendía las llamadas de los proxenetas en las situaciones más incómodas, incluso si estaba en el palacio Chigi (<em>sede de la Presidencia del Gobierno</em>) o en una audiencia privada con un cardenal. En las 72 páginas que ocupan las interceptaciones, se lee que Ehiem le dice a Balducci sobre un candidato: &#8220;Angelo&#8230; no te digo más. Dos metros, 97 kilos, 33 años y completamente activo&#8221;.</p>
<p>En llamadas sucesivas, el chulo daba menos detalles: &#8220;Tengo una situación de Nápoles&#8221;. &#8220;Tengo una situación cubana&#8221;. &#8220;Tengo a un alemán que acaba de llegar de Alemania&#8221;. &#8220;Tengo dos negros&#8221;. &#8220;Tengo al futbolista&#8221;. &#8220;Tengo uno de El Abruzo&#8221;. &#8220;Tengo al bailarín de la RAI&#8221;.</p>
<p>Algunos de los muchachos asisten a seminarios y colegios eclesiásticos de Roma. Un día, Balducci preguntó: &#8220;¿Él, a que hora tiene que volver al seminario?&#8221;. El 6 de diciembre pasado, Renzi le explica a uno de ellos su labor: &#8220;Pillarás hasta 2.000 euros&#8230; No me toques las pelotas. Te hace falta el dinero. Pones un poco de música, sacas la [inaudible], te tragas el Viagra, y ¡adelante!&#8221;.</p>
<p>El cantor nigeriano ha sido despedido este miércoles del coro de la capilla Giulia por el cardenal <strong>Angelo Comastri</strong>. Fuentes vaticanas negaron que sea religioso o seminarista. La Giulia actúa en San Pedro en las ceremonias que no oficia el Papa, que se acompaña del coro de la capilla Sixtina.</p>
<p>El fervor religioso de Balducci y la pervivencia en la sombra del poder de <strong>Giulio Andreotti</strong> se han revelado parte crucial del &#8220;sistema gelatinoso&#8221; denunciado por el juez de Florencia en el caso de la Protección Civil, que analiza los millonarios contratos adjudicados por sus dirigentes para el G-8 y otras emergencias y grandes eventos, civiles y religiosos. La amistad de Balducci con el viceministro <strong>Guido Bertolaso</strong>, jefe de la institución, fraguó durante el Jubileo de 2000 que ambos coordinaron. Ese éxito supuso el inicio de su escalada a la gloria bajo la protección de <strong>Gianni Letta</strong>, enlace de Berlusconi con el Vaticano, fiel de Andreotti y también Caballero de Su Santidad.</p>
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		<title>La Sicilia, la Chiesa e la mafia</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia&#8221;.
Lo ha detto monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del Progetto educativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1151" title="Progetto Educativo Antimafia 2009 2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/prog_ed_antimafia_2009_2010-300x151.jpg" alt="Progetto Educativo Antimafia 2009 2010" width="300" height="151" />&#8220;Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia&#8221;.<br />
Lo ha detto monsignor <strong>Domenico Mogavero</strong>, vescovo di Mazara del Vallo durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del <strong>Progetto educativo antimafia 2009/2010</strong>, promosso dal <strong>Centro Pio La Torre</strong>.</p>
<p>È il primo intervento pubblico di un vescovo a poche ore dal documento della Cei che ha posto in evidenza la necessità di vincere quelle contraddizioni sociali che mettono insieme come una ricetta irrinunciabile i rapporti tra mafia, politica e impresa. Questo genere di sviluppo si dice da anni è uno sviluppo irreale che strozza la società. L&#8217;analisi della Chiesa è arrivata con ritardo ma è importante che sia arrivata. Anticipata da azioni fortemente contro la mafia e contro ogni forma di disgregazione che aiuta la mafia condotte proprio dal vescovo Mogavero.</p>
<p>Il tema dell&#8217;incontro durante il quale è intervenuto monsignor Domenico Mogavero era dedicato a &#8220;<em>Gerarchie ecclesiali e il fenomeno mafioso: dal silenzio alla parola antimafia</em>&#8220;. Riferendosi al documento della Cei sul Mezzogiorno che denuncia inoltre come il legame tra mafia e politica ostacoli lo sviluppo nel Sud, Mogavero ha poi sottolineato che, &#8220;con questo documento l&#8217;Episcopato italiano nella sua interezza ha preso consapevolezza del ruolo della chiesa nel Mezzogiorno&#8221;. &#8220;Solidali nella denuncia dei mali del Suditalia, i vescovi proiettano una luce di speranza, &#8220;perchè attraverso un&#8217;azione concreta si possa dare un nuovo slancio alla nostra gente &#8211; continua il presule di Mazara del Vallo -. Vincendo certe pesantezze ataviche che gravano sul nostro sviluppo. Il ruolo che la chiesa si ritaglia è eminentemente educativo. Educando le giovani generazioni alla legalità, alla giustizia, alla solidarietà, senza ricorrere a scorciatoie di raccomandazioni di potenti e collusioni con i poteri occulti. Ma ritagliandosi il proprio spazio con il proprio lavoro e la propria intelligenza&#8221;.</p>
<p>Il presidente del Centro Pio La Torre, <strong>Vito Lo Monaco</strong>, ha poi spiegato che, &#8220;rispetto al passato la chiesa sta lentamente ma decisamente mutando atteggiamento contro la criminalità. Se prima il silenzio poteva apparire indifferenza o complicità, il documento di oggi conferma l&#8217;irreversibile condanna della criminalità organizzata&#8221;. A discutere dell&#8217;evoluzione del rapporto tra Chiesa e mafia sono stati chiamati anche <strong>Gianni Notari</strong>, direttore dell&#8217;Istituto di formazione politica Pedro Arrupe; <strong>Giuseppe Carlo Marino</strong>, docente di Storia contemporanea dell&#8217;Università di Palermo e monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo. Ha moderato <strong>Antonio La Spina</strong>,docente presso l&#8217;Università di Palermo.</p>
<p><strong>All&#8217;incontro hanno partecipato oltre mille studenti palermitani</strong> e una sessantina di scuole medie superiori di tutta Italia in videoconferenza.</p>
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