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	<title>Malitalia &#187; Casalesi</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>La partita di Nick o&#8217; Mericano</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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Undici a dieci. Così è finito il primo tempo della partita tra la giustizia e Nick o’Mericano. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha dato il nulla osta all’arresto dell’ex sottosegretario all’economia del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, accusato di essere il referente politico del clan dei Casalesi. Immediate le reazioni di quanti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8941" href="http://www.malitalia.it/2012/01/la-partita-di-nick-o-mericano/nickomericano/"><img class="alignnone size-full wp-image-8941" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/nickomericano.jpg" alt="" width="240" height="192" /></a></p>
<p><strong>Undici a dieci. </strong>Così è finito il primo tempo della partita tra la giustizia e Nick o’Mericano. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha dato il nulla osta all’arresto dell’ex sottosegretario all’economia del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, accusato di essere il referente politico del clan dei Casalesi. Immediate le reazioni di quanti, da sinistra a destra, aspettavano con ansia questo momento, non solo relativamente alla posizione del leader campano del Pdl, ma per quanti ancora ritengono che la giustizia sia uguale per tutti. <strong>Capi d’accusa che in un paese normale, cioè un altro paese, avrebbero già fatto saltare la testa del leader del centro destra campano da tempo</strong>. Ma siamo in Italia e bisognerà per questo aspettare il si definitivo da parte di Montecitorio previsto per domani. Non dovrebbero esserci sorprese stavolta però: ad avere in mano le chiavi del carcere per Nicola Cosentino infatti è la Lega Nord che non dovendo più giostrarsi tra la doppia essenza di partito di lotta e di Governo, e quindi piegarsi alle richieste di impunità del Cavaliere, ha deciso di tornare alle sue origini, quelle di Lega Ladrona.<strong> Per il partito di Bossi la difesa d’ufficio del delfino casertano di Berlusconi è sempre stata un boccone duro da far ingoiare al suo elettorato in camicia verde: riciclaggio, falso, corruzione, violazione delle norme bancarie, e favoreggiamento degli amici di Sandokan e Zagaria, non sono certo reati da poco.</strong> Ieri a nulla è servito il rinvio di due ore voluto dal Pdl per provare a far rinsavire gli ex alleati del Carroccio, e fargli capire, come ha sottolineato Cicchitto che “si tratta di un gravissimo errore” che non esclude “possibili peggioramenti nei rapporti politici”. I voti, come annunciato, sono arrivati. Ora salvo ripensamenti dell’ultim’ora, a meno che Berlusconi non decida di legare il destino dell’intero Paese a quello di Nick, cioè facendo venir meno la fiducia al Governo Monti e tornare quindi alle urne, desiderio mai nascosto dalle casacche verdi, domani la magistratura dovrebbe avere il definitivo via libera a poter svolgere il proprio lavoro. <strong>Ora ‘o sistema Campania, è nelle mani dell’aula di Montecitorio che deciderà se far brindare qualcuno a Casal di Principe o i tanti cittadini che della lotta alla camorra hanno fatto la loro ragione di vita.</strong></p>
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		<title>Vent’anni dopo il messaggio di Don Peppe è ancora attuale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 09:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Raffaele Sardo)
La parrocchia di Casal di Principe ha deciso di distribuire il documento vergato da Don Diana nel Natale 1991 in cui tuonava contro la politica e le collusioni con la Camorra. Quel testo fu fra le cause della sua uccisione nel marzo 1994

A Natale di vent’anni fa, don Giuseppe Dianapubblicava il documento: “Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/vent%e2%80%99anni-dopo-il-messaggio-di-don-peppe-e-ancora-attuale/don-peppe/" rel="attachment wp-att-8820"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/don-peppe.jpg" alt="" title="don-peppe" width="295" height="152" class="alignleft size-full wp-image-8820" /></a></p>
<p>(di Raffaele Sardo)<br />
<strong>La parrocchia di Casal di Principe ha deciso di distribuire il documento vergato da Don Diana nel Natale 1991 in cui tuonava contro la politica e le collusioni con la Camorra. Quel testo fu fra le cause della sua uccisione nel marzo 1994<br />
</strong><br />
A Natale di vent’anni fa, don Giuseppe Dianapubblicava il documento: <strong>“Per amore del mio popolo”</strong>. La curia di Casal di Principe lo distribuirà il 25 dicembre prossimo al popolo dei fedeli proprio come quel Natale del 1991. Lo farà per riannodare il filo della memoria con un martire della Chiesa, ma anche per indicare una via d’uscita a quanti ancora oggi sono imbrigliati nella rete dell’illegalità e della violenza. Quel documento, che è di un’attualità straordinaria, fu una delle cause della uccisione di don Diana per mano della Camorra, avvenuta il 19 marzo del 1994. Il parroco della chiesa di San Nicola di Bari di Casal di Principe tuonava contro la politica e le sue collusioni con la camorra. Puntava il dito contro la sua chiesa che non parlava con voce chiara. Denunciava la presenza di un’imprenditoria collusa e corrotta. Ma lo faceva quasi in solitudine, in un clima di violenza diffusa che ha prodotto decine e decine di morti. Don Peppino credeva nella “forza della parola”. La usava per spiegare, convincere e disarmare i giovani che erano affascinati dalla violenza camorristica. Alzava la voce per difendere la parte più debole del suo popolo. L’amore per la sua gente e la sofferenza di tante famiglie lo aveva spinto ad uscire dalla sagrestia per cercare di impedire a tanti giovani di percorrere i sentieri che portavano direttamente alla morte. E per questo era diventato il simbolo del riscatto della propria terra. Non glielo hanno perdonato. Ha pagato con la vita il coraggio di ribellarsi.</p>
<p><strong>“La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana</strong>”. Scriveva don Diana in quel documento del 1991. Fotografava la vita nelle contrade del suo territorio con una chiarezza unica: “I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”. Conosceva fin troppo bene la sofferenza di tante mamme che temevano di vedere distrutte le vite dei propri figli. Perciò scriveva:<strong> “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”</strong>. Era consapevole che la Chiesa deve svolgere un ruolo di primo piano nel costruire la speranza. Perciò parlò con le parole dei Profeti. Utilizzò le parole di Ezechiele per richiamare la denuncia. Le parole di Isaia per guardare avanti. Le parole di Geremia per richiamare la Giustizia sociale” e la “Genesi” per vivere nella solidarietà.</p>
<p>La politica la metteva sul banco degli accusati: “E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”. Si appellò soprattutto ai suoi confratelli, ai Cristiani, al popolo di Dio, per aprire un varco nei clan della camorra che nel 1991 apparivano, nonostante le divisioni, come un unico monolite di violenza. Si appellò soprattutto al Popolo di Dio e ai sacerdoti:</p>
<p><strong>“Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.</strong> (…) Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.</p>
<p>E’ stato ucciso per quello che ha scritto. Ma il suo sangue è stato il seme che ha dato buoni frutti. Ora, il territorio che in tanti conoscevano come il regno della camorra, sta cambiando pelle grazie anche al suo martirio e sta cambiando anche nome:<strong> Casal di Principe non è il paese diSandokan, ma è il paese di don Peppino Diana.<br />
</strong><br />
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 24 dicembre del 24 dicembre 2011)</p>
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		<title>Nel Paese del boss</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 18:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/bunkerboss-300x209.jpg" alt="" title="bunkerboss" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-8689" /></p>
<p><strong>Dolci, barba, e tanta fede. Il superboss Michele Zagaria non ha rinunciato proprio a nulla in questi 16 anni di latitanza. Quei cinque metri di cemento armato che lo separavano dalla vita “terrena” non gli hanno impedito neanche di frequentare la piazza di Casapesenna</strong>. Non che in paese nessuno lo avesse riconosciuto, sia chiaro, ma è bene non generalizzare e ricordare il monito di don Luigi Ciotti “Casalesi è il nome di un popolo, non di un clan”. Lui, Capostorta, si sentiva protetto, ma non solo dalla rete di complici, collusi, amici. Zagaria faceva e fa, anche adesso che è rinchiuso dietro le sbarre del supercarcere di Novara, paura. E un “popolo” abbandonato alla mercè della camorra può lecitamente avere paura e di conseguenza tacere.  Se in molti hanno aggredito i giornalisti che stanno asserragliando il paese in queste ore, martellando tutti, giovani e vecchi, con domande di routine del tipo “lei lo ha mai visto?”, “sapevate chi era?”, “siete contenti dell’arresto?”, come se gioire davanti ad una telecamera per la fine del capo dei capi del clan più spietato d’Italia, fosse una cosa indolore, in tanti, nel privato sicuro delle loro case e dei loro affetti, hanno tirato finalmente un sospiro di sollievo. Ma parliamo della gente comune. Chi invece comincia, o continua, a tremare sono i suoi familiari, prestanome, affiliati, quelli che in queste ore vengono perquisiti in tutta Italia dagli uomini della Guardia di Finanza. <strong>Verifiche sui patrimoni a partire da quelli di Caserta, dove Maresca, il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, ha disposto  31 decreti di perquisizione. Non solo Caserta però: l’impero economico criminale di Michele Zagaria abbraccia tutto il centro nord: Bologna, Parma, Reggio Emilia, ma anche Sanremo. </strong>E poi c’è quell’I-Pad ritrovato nel “bunker” del boss, super attrezzato con tanto di televisori al plasma, l’immancabile copia del bestseller di Roberto Saviano, e finanche un poster di Che Guevara (forse più un omaggio alla devozione calcistica per Diego Armando Maradona che una condivisione ideologica della storia di Guevara). E’ lì che potrebbero essere contenute informazioni essenziali per far luce sul “sistema Zagaria”: elenchi di persone, complici e vittime, la mappa dei tesori del clan, gli appoggi politici e imprenditoriali.<br />
Un duro colpo per quanti vedevano nella presenza del superboss l’unica fonte di sostentamento: “portava lavoro, ci dava il pane” dicono in molti. Ed ecco perché quando il boss andava dal barbiere a farsi rasare, perché essendo uno sciupa femmine ci teneva ad avere un viso liscio e pulito, non doveva guardarsi le spalle. Gli piacevano i dolci e se li andava a comprare in pasticceria di persona. Ma soprattutto, come nella migliore delle più assurde tradizioni mafiose, era religiosissimo, devoto a Padre Pio, e quindi abituale frequentatore della messa. In Chiesa, di fronte al prete, in mezzo ai fedeli. Per don Luigi Menditto, Michele Zagaria “era un parrocchiano come tutti gli altri al quale portare la parola di Dio”. Come tutti gli altri. Chissà se don Luigi Menditto ogni anno partecipa alle celebrazioni in memoria di un suo collega, don Peppe Diana, che per pensarla in modo opposto, fu trucidato, il 19 marzo del 1994 a Casal di Principe, da un commando dei Casalesi di Francesco Sandokan Schiavone. Era un prete anche Peppe Diana, ma per “amore del suo popolo” aveva deciso di non tacere, di non fingere che i camorristi fossero come tutti gli altri, non ebbe paura e pagò con la morte, la sua convinzione che la camorra non era degna della parola di Dio.<br />
<strong>A don Giuseppe Diana, quegli stessi uomini battezzati e a cui quindi va portata la parola di Dio, non ebbero alcuna remora ad entrare nella casa del Signore ed eseguire l’ordine di uccidere quell’uomo che si era messo in testa di mobilitare tutta la Chiesa dell’agroaversano contro il loro clan, di salvare i ragazzi dalla piovra attraverso le attività della comunità scout, di entrare nelle scuole e spiegare che la vita era un’altra cosa, anche a Casale.</strong> Per lui nessuna pietà, doveva tacere e la sua morta doveva essere un segnale chiaro per tutti. Due colpi alla testa, e poi ancora uno in pieno volto, uno al collo e un altro ancora ad una mano. E’ evidente che qualcuno il messaggio lo ha recepito forte e chiaro e non è disposto a dimenticarlo neanche a distanza di tanti anni. Ma il messaggio di don Diana, vivo, fa ancora oggi più rumore di quei colpi di pistola. Scriveva don Diana: “Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere segno di contraddizione”. <strong>Come battezzati in Cristo, come Michele Zagaria. </strong>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Orfani del boss</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 21:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo hanno preso nella sua “tana”. Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8632" href="http://www.malitalia.it/2011/12/orfani-del-boss/arresto-zagaria6-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8632" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria61-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><strong>Lo hanno preso nella sua “tana”.</strong> Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è lasciata ammanettare dagli uomini delle Squadre Mobili di Napoli e Caserta e dai “cacciatori” dello Sco ed è sfilato a testa bassa di fronte ai poliziotti che da anni gli davano la caccia. Il blitz è scattato martedì, alle 3 di notte. <strong>A quell’ora anche a Casapesenna, il paese dove Zagaria è stato scovato, avevano visto le rassegne stampa con l’ultima operazione contro i colletti bianchi del clan e i loro protettori politici.</strong> Titoloni di prima sulla nuova richiesta di arresto per l’onorevole Nicola Cosentino, ritenuto dalle inchieste dell’Antimafia di Napoli, il referente politico nazionale del clan. Anche Michele Capastorta aveva visto i telegiornali agitandosi nervosamente nella sua tana. Un bunker scavato a 4 metri di profondità sotto terra. Dentro un arredamento scarno, video per controllare i movimenti all’esterno, un televisore per tenersi in contatto col mondo, un letto matrimoniale – insieme a Zagaria è stata arrestata anche la moglie -  qualche divano. Su un tavolino i libri del magistrato Raffaele Cantone e “L’Impero”, la storia dei casalesi raccontata dal giornalista Gigi di Fiore. “<strong>Eravamo sicuri di trovarlo lì, avevamo informazioni certe”,</strong> ci dice uno dei “cacciatori” della Mobile di Caserta. Un vicolo di Casapesenna, vico Pietro Mascagni, dove però non vi è traccia di sinfonie e melodie. La strada è stretta, due file di case, tutte con i cancelli di ferro alti e le telecamere a filmare la strada, dietro le inferriate i cani che ringhiano. Sono così le case-bunker del triangolo della camorra: Casapesenna, Casaldiprincipe e San Ciprinao D’Aversa. Quando finalmente i poliziotti hanno abbattuto l’ultimo muro, il volto dell’uomo che si sono trovati di fronte aveva poco del grande capo di camorra. Il boss è invecchiato, porta gli occhiali, i capelli grigi, la mano tremante. “Zagaria è finita, come diceva il mio maestro Franco Roberti, è finita davvero”, queste le prime parole che ha sentito Michele Capastorta. A pronunciarle il pm Catello Maresca. <strong>“Dottò, avete ragione, mo è finita davvero. Ha vinto lo Stato”.</strong></p>
<p>Decine di persone lo hanno visto sconfitto, accovacciato nella volante della polizia che a sirene spiegate lo ha portato via dal vicolo verso la questura di Caserta e poi a Napoli. Tanti hanno applaudito, i poliziotti si sono abbracciati, ma molti altri a Casapesenna hanno abbassato gli occhi. Qualcuno ha voluto dire davanti a tutti, giornalisti e “sbirri”, da che parte stava. “Vuie nun site nisciuno”, non siete nessuno ha urlato un uomo che abita a pochi passi dalla villetta-bunker dove è stato catturato il boss.<strong> “Miché la Madonna ti deve benedire per quello che hai fatto”. La voce della donna che si sbraccia e urla con tutta la forza che ha in gola al passaggio della macchina col boss, riesce anche a coprire le grida di gioia dei poliziotti. </strong>E’ l’altra faccia della camorra casalese, il consenso che è riuscita a costruire in questi anni. Non è necessario sfogliare dotti saggi di sociologia per capire, basta andare nel bar “Palma”, il più grande di Casapesenna. C’è chi alla vista dei giornalisti, qui accomunati alle “guardie”, poliziotti o carabinieri fa poca differenza, si allontana, chi sputa a terra in segno di disprezzo. Chi pronuncia parole dure. <strong>“Oggi è lutto per noi – dice un uomo parlando quasi da solo e non ammettendo domande -, Michele Zagaria portava lavoro, soldi e sicurezza. Tutto questo, sta gente venuta come in guerra non ce lo dà”</strong>. Parole amare che però non riescono a rovinare una giornata di festa. Il boss dei boss, l’ultimo capo dei casalesi è in galera. Finirà i suoi giorni in una cella. Le protezioni politiche sono finite. Hanno vinto uomini come Giandomenico Lepore, il capo della procura di Napoli che tra due giorni andrà in pensione, Federico Cafiero de Raho, coordinatore della Dda di Napoli che ha speso, insieme ai suoi pm, una carriera intera a contrastare la camorra casalese. <strong>Ha vinto la legge.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosentino (sì, lui):”Bravi i magistrati”</strong></p>
<p> Non  c’è un prima o un dopo. Non esiste una “politica dei due tempi” nella strategia di attacco alla camorra casalese costruita dalla Procura di Napoli. <strong>Giandomenico Lepore, il “grande capo”, come lo chiamano i suoi, tra due giorni andrà in pensione. Ieri era raggiante</strong>. “Ho chiuso in bellezza. I miei ragazzi e gli investigatori della Polizia mi hanno fatto il regalo più prezioso”, la cattura Michele Zagaria, l’ultimo grande capo dei casalesi. E’ lui ad aver stimolato l’analisi sulla vera natura del clan e ad aver disegnato, insieme a Federico Cafiero de Raho, il coordinatore della Dda napoletana, le strategie di attacco. L’organizzazione dei “casalesi” è un tutto unico, non c’è un’ala militare e una affaristico-politica. Non serve colpire prima un livello per poi arrivare a quello più alto e sofisticato. La violenza, gli omicidi, le stragi, il controllo ferreo del territorio, sono funzionali al rapporto con la politica.<strong> La capillarità dell’organizzazione nell’area aversana (il triangolo Casapesenna, San Ciprano D’Aversa, Casal Di Principe) serve ad eleggere consiglieri comunali, assessori, consiglieri provinciali e regionali, è indispensabile per portare deputati a Roma.</strong> E’ questa la strategia alla quale abbiamo assistito soprattutto negli ultimi anni, l’attacco deve essere unitario. Si arrestano picciotti e killer, ma anche i loro referenti politici sul territorio. Zagaria è il capo di un esercito, ma anche il grande imprenditore del cemento, degli appalti e della monnezza. La dimostrazione è nella straordinaria contemporaneità delle operazioni delle ultime quarantotto ore. Martedì mattina il blitz che ha colpito una serie di colletti bianchi (consiglieri comunali, funzionari di istituti di credito a Roma) e ha indotto i magistrati a richiedere nuovamente l’arresto dell’onorevole Nicola  Cosentino, nella notte l’inizio delle operazioni per la cattura di Michele Zagaria. Una strategia vincente.</p>
<p><strong>Terra bruciata intorno ai “casalesi”, non più invincibili, non più potere politico-criminale intoccabile. Iovine, Setola, oggi Zagaria, sono in galera e non usciranno più</strong>. Francesco Schiavone è chiuso in una cella per sempre. Sono finiti, le loro ricchezze vengono sequestrate a centinaia di milioni di euro. Ci sono voluti anni di lavoro, scelte coraggiose come quella di aprire una sezione distaccata della Squadra Mobile a Casal di Principe in una villa sequestrata a un boss. Ci sono voluti magistrati tenaci, cresciuti nella lotta ai casalesi, uomini che hanno resistito ai feroci attacchi dalla politica sferrati ogni volta che si osava mettere le mani nel vero potere di uomini come Capatosta, Sandokan, ‘o Cecato: il rapporto stretto con gli intoccabili che siedono nei consigli regionali e a Montecitorio. <strong>Per questo appaiono fuori luogo e pietose le parole di circostanza e i complimenti di Nicola Cosentino, Nick ‘o mericano, che oggi plaude allo sforzo delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma ci sono altri uomini nell’inferno dell’Aversano che hanno vinto</strong>. Quelli che hanno combattuto, spesso con armi spuntate e a loro rischio, il potere dei casalesi. “Nel summit che anni fa la cupola del clan organizzò per decidere la mia eliminazione c’era anche Capatosta, lo ricordo bene. Davo fastidio, c’era il processo Spartakus, dicevano che avevo acceso i riflettori, per questo Schiavone, Iovine e Zagaria si riunirono per risolvere il problema”. E’ una bella giornata per Lorenzo Diana, per anni senatore del Pci-Pds in  Commissione antimafia. Vive ancora sotto scorta, perché ancora vogliono fargliela pagare. “Siamo invecchiati, io Renato Natale, ma ce l’abbiamo fatta”. Lorenzo ora è in Idv e continua il suo impegno antimafia, Renato Natale è nel Pd. E’ stato l’unico sindaco comunista di Casale, la camorra lo odiava, gli faceva trovare quintali di sterco di bufala davanti alla porta del Comune, lo minacciava, progettò attentati contro di lui. Renato non ha mollato, è medico e fa il volontario nelle associazioni che aiutano gli immigrati di colore. A Casal di Principe e nei paesi vicini sono nate cooperative sulle terre di camorra, ci sono giovani che lavorano, prodotti col marchio di Libera che ricordano don Peppino Diana, il parroco ucciso nella sua chiesa perché “in nome del Signore” decise di non tacere. <strong>Antonio Cangiano, invece, non ce l’ha fatta. Alla fine degli anni Ottanta era vicesindaco comunista a Casapesenna, il paese di Zagaria. Voleva mettere ordine negli appalti, il 4 ottobre del 1988 gli spararono e lo ferirono gravemente. Ha vissuto per anni su una sedia a rotelle prima di morire</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano dell&#8217;8 dicembre 2011)</p>
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		<title>La firma di Cosentino</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 22:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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E’ la notizia del giorno, dopo 16 anni di latitanza gli uomini della Dia finalmente mettono le mani su ’Capastorta’, al secolo Michele Zagaria.
Il re dei Casalesi, latitante dal 1995 è stato scovato nel suo bunker a Casapesenna, grazie ad un blitz che ha visto impegnati oltre 100 uomini. Cinque metri di cemento armato non [...]]]></description>
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<p><strong>E’ la notizia del giorno, dopo 16 anni di latitanza gli uomini della Dia finalmente mettono le mani su ’Capastorta’, al secolo Michele Zagaria</strong>.<br />
Il re dei Casalesi, latitante dal 1995 è stato scovato nel suo bunker a Casapesenna, grazie ad un blitz che ha visto impegnati oltre 100 uomini. Cinque metri di cemento armato non sono bastati a renderlo invisibile, ha implorato gli agenti di non sparargli. Lui, il numero uno del clan più spietato della storia della camorra, ha alzato le braccia e ammesso “avete vinto voi, ha vinto lo Stato”.<br />
<strong>La cattura di Zagaria è una di quelle notizie che forse pochi si aspettavano </strong>e che sicuramente ha fatto piacere a quanti ieri hanno plaudito ad un’altra importante operazione della Dia che ha portato all’arresto di 55 persone, smontando una rete del crimine che, partendo da Casal di Principe, aveva avvolto tutto il Paese.<br />
<strong>Pure Totò avrebbe dovuto ricredersi e cambiare la sua celeberrima megafonata del ’vota Antonio, vota Antonio’, con una più attuale ’vota Nicola, vota Nicola’</strong>. Già perché scorrendo quella lunga lista di nomi di persone indagate, spunta nuovamente quello dell’onorevole Nicola Cosentino, detto ’Nick o’ mericano’: sempre lui, l’ex sottosegretario del Governo Berlusconi, il presidente del Pdl campano. Dopo il rifiuto delle camere, arriva per lui la seconda richiesta d’arresto. L’accusa quella di voto di scambio, comprende di concorso in falso, violazione della normativa bancaria e reimpiego di capitali, per i pubblici ministeri Ardituro, Curcio, Conzo e Woodcock il numero uno del Pdl campano è il referente politico nazionale del clan dei casalesi.<br />
Il nome di Cosentino rispunta nell’ambito dell’inchiesta dal nome romanzesco, ’il principe e la ballerina’ che ha visto finire dietro le sbarre politici, imprenditori, banchieri e camorristi, tutti legati agli Schiavone e ai Bidognetti. Un duro colpo inferto al sistema del voto di scambio per le amministrative del 2007 e del 2010 che ha visto gli agenti della Dia in azione in diverse regioni, Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia.<br />
<strong>Cosentino è accusato in particolare di aver fatto pressione su alcuni funzionari di banca affinché concedessero un finanziamento a esponenti del clan di Zagaria per la realizzazione di un centro commerciale.</strong> A fargli buona compagnia un altro politico campano, il presidente della Provincia di Napoli, altro fortino berlusconiano in Campania, ’Giggino a’ purpetta’, alias Luigi Cesaro, indagato si, ma non per camorra. Per lui l’accusa è aver fatto pressione, con Cosentino, su una filiale romana di Unicredit, per fare avere un prestito ad uomini del clan. E’ indagato per violazione della legge bancaria.<br />
La banca, che si è dichiarata parte offesa, ha visto finire in manette anche due suoi dipendenti, insieme all’ex sindaco di Casal di Principe, Cristiano Cipriano, un consigliere provinciale di Caserta, assessori, consiglieri comunali. L’operazione di ieri rappresenta il giro di boa di un’inchiesta partita dalla realizzazione, poi bloccata, di un centro commerciale, il ’Principe’, che sarebbe dovuto sorgere nel 2007 a Villa di Briano. Secondo gli inquirenti quella struttura sarebbe servita al Cipriano per farsi eleggere attraverso le promesse di assunzioni, anche a nero, fatte in campagna elettorale.<br />
Un lavoro, quello degli inquirenti, che fonda le sue basi probatorie su un vasto e articolato patrimonio investigativo fatto di indagini bancarie, intercettazioni telefoniche, intercettazioni ambientali, perquisizioni, appostamenti e consulenze. Ma ad inchiodare l’ex sottosegretario sarebbero soprattutto le rivelazioni dei collaboratori di giustizia che, dopo anni di militanza nel clan dei Casalesi, hanno deciso di vuotare il sacco, facendo luce su quella zona grigia di collusioni tra colletti bianchi e camorristi che è il punto di forza e di espansione del sodalizio criminale.<br />
In particolare Salvatore Caterino, arrestato nel 2010, ai pm dice: “In occasione delle campagne elettorali, oramai da molti anni, mi sono sempre impegnato a fare propaganda in favore di Nicola Cosentino. Mi chiede perché i Cantiello ed i Russo impegnavano le persone a loro vicine nella campagna elettorale in favore dei Cosentino, ed io le rispondo che i Russo mi spiegavano che era importante per il clan avere un proprio referente nel Parlamento nazionale. Posso dirle che più in generale la famiglia Cosentino era agevolata dal clan camorristico dei Casalesi, poiché, come dicevano sempre i Russo erano stati loro a fargli avere una sorta di monopolio nella distribuzione del gas nell’intera provincia di Caserta. Così l’appoggio elettorale a Nicola Cosentino, è stato costante, dall’inizio degli anni ’90 fino alle ultime elezioni politiche. In sostanza il sostegno del clan non è mai mancato a Nicola Cosentino”.<br />
<strong>“Tu mi porti i voti e io ti do un appalto, un pacchetto di assunzioni, una modifica al piano urbanistico”: ed ecco che ’le ballerine’</strong>, cioè le schede elettorali, con la x sul nome del politico colluso di turno, arrivano a valanga. Sistema preciso quello usato nel 2010: i supporter del nuovo candidato a sindaco, Antonio Covino, arrestato pure lui, portavano fuori dal seggio una scheda elettorale in bianco che, dopo essere stata contrassegnata con il voto di preferenza, veniva consegnata ad un altro elettore ed inserita nell’urna.<br />
Quest’ultimo a sua volta portava fuori dal seggio la scheda che gli era stata consegnata dagli scrutatori e così di seguito. Sarebbe milionaria la fidejussione ottenuta da imprenditori in odore di camorra grazie all’intervento diretto dell’onorevole Cosentino. <strong>E pensare che oggi lo stesso Cosentino, che accusa una fetta della magistratura di voler far carriera colpendolo di continuo, si complimenta con le forze dell’ordine per l’arresto di Zagaria “è un segnale tangibile di come si possa estirpare la camorra e ridare coraggio e dignità ai nostri territori”. </strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Zagaria,il re del cemento</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 18:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8607" href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/arresto-zagaria6/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8607" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria6-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>“Oggi è come tirare un sospiro di sollievo. Questa mattina mi è tornata in mente la frase di Giovanni Falcone che dice che la mafia è un fenomeno umano che ha un inizio e una fine. Io ci ho sempre creduto  ma questa mattina mi è sembrata più vera”. Chi parla,con forza ed emozione, è Lorenzo Diana, ex senatore oggi presidente della Rete per la legalità e Direttore del Mercato Ortofrutticolo di Napoli. Ma Lorenzo Diana è nato proprio a Casapenna, in provincia di Caserta, dove questa mattina alle 11.30 è finita la lunga latitanza di Michele Zagaria “capastorta”, l’ultimo boss dei casalesi ancora libero. Fino a oggi. Lorenzo Diana è cresciuto, anche politicamente, proprio nel triangolo di Gomorra, Capasenna-S.Cipriano d’Aversa-Casal di Principe. Tanta parte, questi luoghi, hanno nella sua vita che proprio in questo angolo di Campania qualcuno decise come ucciderlo. Oggi dopo le prime indiscrezioni al telefono mi ha subito detto “E’ vero, è vero. E’stato preso!”.</p>
<p>Una  liberazione.</p>
<p><strong>-Ieri gli arresti politico economici. Oggi l’ala militare. Che sta succedendo?</strong></p>
<p>Quello che  è successo oggi è straordinario ed è la fotografia di come, in Campania, si sia perfezionato il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. E’ stato sferrato un attacco alla  camorra su più fronti: su quello militare e su quello politico economico. Oltre tutto si attaccano anche i patrimoni. Si attacca tutta la filiera.</p>
<p><strong>-E’ finita?</strong></p>
<p>No , è però  una grande sconfitta. Con l’arresto di oggi finisce una generazione, quella cresciuta con Antonio Bardellino. Anche il procuratore De Raho dice, giustamente,che il clan non  è morto. Non bisogna abbassare la guardia. Già adesso, in questo momento, qualcuno ha preso il posto di Zagaria ma certo non ha la sua esperienza dovrà avere il tempo, se mai gli verrà concesso, di prendere in mano completamente il clan che adesso è una bestia ferita.</p>
<p><strong>-Chi è  Michele Zagaria?</strong></p>
<p>Un boss con una grande capacità imprenditoriale e di infiltrazione. Sicuramente cresciuto, insieme al clan stesso, grazie alle coperture politiche ed economiche che stanno emergendo proprio in questi giorni. Pensate che il raggio di azione del clan è non  legato al solo territorio campano. Un esempio per tutti qualche mese fa si è scoperta una finanziaria che tramite il prestito era entrata in partecipazione di circa 150 aziende in Veneto. E ricordiamo le attività commerciali acquisite in Umbria, Abruzzo, Roma e Emilia Romagna. Pensiamo al ciclo del cemento e dei lavori edili, agli appalti. Sono diventati imprenditori  e si sono infiltrati ovunque. Una struttura forte e temibile che ha resistito ad arresti, confische sequestri. E questo perché ha beneficato, per troppo tempo, di coperture anche eccellenti. Ma oggi inizia un’altra pagina</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EN87n3ZlyyQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>-Ora cosa bisogna fare?</strong></p>
<p>Bisogna ridare fiducia alle persone che abitano questi territori e che si sono sentiti appartenenti  ad uno stato sociale rappresentato dal clan. Si sono identificati in loro. Questa non è semplicemente una gioco a guardie e ladri. Non è solo repressione che fa vincere la guerra: ci vuole la presenza dello Stato nel sociale e soprattutto bisogna dare un segnale: la magistratura non va elogiata solo quando tocca l’ala militare ma anche quando tocca i politi, i colletti bianchi quelli che fino ad oggi si sono sentiti intoccabili.</p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/lepore/" rel="attachment wp-att-8608"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/lepore.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8608" /></a></p>
<p>Quello che dice Lorenzo Diana è proprio vero bisogna debellare una mentalità quella che ha permesso al clan di crescere indisturbato dagli anni 70 ad oggi. Quella mentalità che si è nutrita del rispetto e della sudditanza di una popolazione che viveva il clan come una specie di sportello sociale o di centro per l’impiego.</p>
<p>D’altra parte Zagaria è stato arrestato questa mattina in un villino al centro di Casapesenna che, a dire il vero, non è  New York e quindi in molti sapevano chi era nascosto in quel bunker , isolato da 5 metri di cemento armato.</p>
<p>Nell’ultima visita a Casal di Principe, con l’allora capo della Mobile di Caserta Rodolfo Ruperti, si parlava proprio di quanto il clan facesse ricadere sul territorio, in vario modo, e cioè circa 900mila euro al mese!</p>
<p>E adesso lo Stato deve dimostrare che non sa solo colpire l’ala militare e  quella politica.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Il referente di Gomorra</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 16:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Sono assolutamente sereno”. Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i [...]]]></description>
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<p><strong>“Sono assolutamente sereno”.</strong> Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i Casalesi. Ed è grazie al rapporto strettissimo con un network criminale che domina il territorio con minacce, omicidi e stragi, che controlla l&#8217;economia attraverso prestanome e uomini di paglia, che per decenni ha distrutto il territorio della Campania lucrando centinaia di milioni di euro col business dei rifiuti, che Cosentino ha costruito il suo potere. “Chiarirò tutto”, ha detto il coordinatore del Pdl in Campania parlando con i giornalisti, e ha anche ironizzato sui magistrati,”forse fuorviati dal pregiudizio”. Parole che nascondono una preoccupazione: fare la fine di Alfonso Papa, finire in galera dopo un voto della Camera dei deputati<strong>.”Nicola non è fesso “ dice un suo collega di partito che lo conosce bene “sa che la situazione politica è cambiata, la Lega non farà. più da cuscinetto e stavolta lo fotteranno”.</p>
<p></strong>Un flashback al 9 dicembre di due anni fa, quando Nick ˜o mericano fu salvato dall&#8217;Assemblea di Montecitorio con 360 voti a favore del no alla richiesta di arresto e 226 voti contrari. Una maggioranza ampia,più larga del previsto, con molti voti espressi forse dal Pd, forse da qualche malpancista finiano. Determinante fu il voto della Lega. Cose che appartengono ad un&#8217;altra era politica. <strong>“Oggi la nostra posizione è di assoluta libertà.” dice Roberto Maroni</strong>. “Valuteremo con rigore il fascicolo arrivato in giunta per le autorizzazioni dalla Procura di Napoli senza nessuna limitazione se non la nostra libera valutazione.<br />
Se ci sono gli elementi li valuteremo e assumeremo una posizione netta come abbiamo fatto nel caso dell&#8217;onorevole Papa”. “Le carte sono pesanti”, è il giudizio che filtra da altri ambienti del partito di<br />
Bossi. Nessuno dei 21 componenti della Giunta per le autorizzazioni della Camera (8 Pdl, 5 Pd, 2 Udc e Lega, 1 Noi Sud, Fli, Misto e Idv) ha ancora letto la corposa richiesta della procura di Napoli. “Ma il quadro che emerge dai primi stralci diffusi da siti e agenzie di stampa, è gravissimo”. Maurizio Turco, deputato radicale eletto nelle liste del Pd, fu tra gli 11 deputati che il 24 novembre 2009 votarono contro la richiesta di arresto di Cosentino. Oggi ha cambiato idea.”Quello che sto leggendo sulle agenzie è impressionante, ma voglio<br />
approfondire prima di dire un sì o un no, la volta scorsa votai contro perchè l&#8217;inchiesta mi convinceva poco, e perchè mi posi una domanda alla quale nessuno ha ancora dato una risposta.”</p>
<p><strong>Se i rapporti tra Cosentino e la camorra casalese erano noti fin dal 1992, perchè non fu fermato prima? Perchè si consentì l&#8217;ascesa politica di un uomo gravato da sospetti così forti?”. Di “contesto gravissimo”</strong>parla anche Pierluigi Mantini, Udc, membro della Giunta per le autorizzazioni. “Ma gravissimi erano anche i fatti descritti nella precedente richiesta della procura di Napoli. Allora Cosentino fu salvato dalla Lega grazie ai vincoli di maggioranza. Oggi la situazione sembra cambiata, Bossi è all&#8217;opposizione, ma temo che su questa vicenda e su altre di questo tipo, la vecchia maggioranza Pdl-Lega possa ricomporsi”. E il Pdl? Le poche dichiarazioni diffuse ieri fanno temere il peggio a Cosentino. “Sono blande e di scarsissimo peso politico”,commentano gli uomini più vicini al coordinatore campano del Pdl. Luca D&#8217;Alessandro, deputato dal 4 novembre scorso, si lascia andare ad ardite metafore: “A Napoli per cercare di cucinare Cosentino rischiano di fare l&#8217;ennesima frittata”. “Questi provvedimenti, per altro esposti con grande perizia mediatica” dice invece Vincenzo D&#8217;Anna, membro della Giunta per Popolo e Territorio “ erano già. annunciati da tempo e rientrano nell’ambito di quella giustizia spettacolo che ha individuato nell’onorevole Nicola Cosentino il soggetto da colpire in quanto espressione politica del centrodestra”..</p>
<p><strong>Sarà Maurizio Paniz (Pdl), l&#8217;avvocato disposto a giurare fino alla fine che Berlusconi era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, il relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera</strong>. La scelta, che non ha convinto gli altri membri, è stata fatta direttamente dal Presidente Pierluigi Castagnetti del Pd. Il Parlamento ha un mese per leggersi il fascicolo della Procura di Napoli, per navigare nelle testimonianze raccolte dai pm, nelle intercettazioni telefoniche che raccontano nei dettagli cos’è la<br />
politica a Casal di Principe e in Campania. Come uomini politici con ruoli importanti in Parlamento e nelle istituzioni campane, nell&#8217;inchiesta è indagato anche Gigino Cesaro, deputato e presidente della Provincia di Napoli, intrecciano rapporti con pezzi da novanta della camorra, li agevolano negli affari, li proteggono. Grazie a loro vincono elezioni e scalano il potere politico. <strong>Assieme a loro uccidono la democrazia.</p>
<p></strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del  7 dicembre 2011)</p>
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		<title>Preso “Re” Zagaria, è la fine dei Casalesi</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 14:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
La primula rossa era a casa sua. Sì, magari una casa non proprio a livello strada. Ma in ogni caso Michele Zagaria, stanato dal bunker sotterraneo, era nella “sua” Casapesenna, in provincia di Caserta, nel triangolo che Roberto Saviano ha chiamato “di Gomorra”. In piena mattinata &#8211; alle 11.30 &#8211; il blitz  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/preso-%e2%80%9cre%e2%80%9d-zagaria-e-la-fine-dei-casalesi/zagaria/" rel="attachment wp-att-8592"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/zagaria.jpg" alt="" title="zagaria" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8592" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>La primula rossa era a casa sua</strong>. Sì, magari una casa non proprio a livello strada. Ma in ogni caso Michele Zagaria, stanato dal bunker sotterraneo, era nella “sua” Casapesenna, in provincia di Caserta, nel triangolo che Roberto Saviano ha chiamato “di Gomorra”. In piena mattinata &#8211; alle 11.30 &#8211; il blitz  della squadra mobile di Napoli, insieme a quella di Caserta e lo Sco di Roma, coordinati dalla Dda di Napoli, ha portato alla cattura del re del clan dei Casalesi, latitante numero due d’Italia <strong>(il primo, ancora imprendibile, è Matteo Messina Denaro). </strong>Circa 150 uomini delle forze dell’ordine hanno partecipato all’operazione. Dopo una serie di “al lupo al lupo” susseguitisi nei mesi scorsi finalmente il covo vero è stato individuato. <strong>Era in un fondo agricolo di via Mascagni, traversa di via Crocelle. Zagaria controllava ciò che resta dell’impero da Casapesenna, non a Rio de Janeiro o Buenos Aires, mete preferite da altro tipo di latitanti (criminali di guerra e affini). </strong>Spaesato ma ancora con un filo d’ironia, il camorrista, subito dopo la cattura: “Avete vinto voi, ha vinto lo Stato” ha detto rivolto vai magistrati  Cafiero de Raho, Catello Maresca, Raffaele Falcone, Marco Del Gaudio.<br />
<a href="http://www.malitalia.it/2011/12/preso-%e2%80%9cre%e2%80%9d-zagaria-e-la-fine-dei-casalesi/arresto-zagaria-202/" rel="attachment wp-att-8603"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria-202-300x199.jpg" alt="" title="Arresto zagaria 202" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-8603" /></a></p>
<p> Grida di giubilo dei poliziotti quando Zagaria è uscito al bunker: <strong>“Viva la legalità!”. </strong>Entusiasmo alle stelle. Un anno fa  &#8211; novembre 2010 – fu preso il numero due dei Casalesi, Antonio Iovine detto ‘O ninno, a Casa di Principe. Oggi tocca a Zagaria detto “capastorta”, capoclan storico, in fuga dal ’95. E prima di loro due fu Giuseppe Setola, vertice dell’ala stragista del clan, a finire in galera dopo una serie di innumerevoli fatti di sangue. Schiavone “Sandokan” invece venne assicurato alla giustizia nel ’98. “E’ la fine del clan dei Casalesi” ha affermato<strong> Raffaele Cantone, uno dei magistrati, da tempo sotto scorta, che maggiormente ha indagato sul fenomeno criminale in Terra di Lavoro.<br />
“È un grandissimo successo dello Stato”  </strong>ha esclamato il ministro dell&#8217;Interno, Anna Maria Cancellieri. Stamattina invece è stato il pm della Dda Antonello Ardituro a dare l&#8217;annuncio della cattura al ministro della Giustizia, Paola Severino, ad un incontro dell&#8217;associazione magistrati con il Guardasigilli. In seguito, il Mario Monti ha chiamato la stessa Severino. Le ha chiesto di ringraziare a suo nome, in modo “vivissimo”, l&#8217;impegno di magistrati e forze dell&#8217;ordine.<br />
Anche Roberto Saviano, che tanto ha scritto proprio sul superboss, ne ha festeggiato la cattura con un messaggio affidato a Twitter: “Preso Zagaria come un topo sotto terra. Ottimo lavoro ragazzi!”»</p>
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		<title>Richiesta bis di arresto per Cosentino</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 13:45:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
La richiesta d’arresto per Nicola Cosentino è arrivata stamani alla giunta per le autorizzazioni della Camera. Era stata inoltrata ieri dalla procura di Napoli. Dunque, un nuovo mandato di cattura pende sull&#8217;ex sottosegretario del governo Berlusconi e attuale coordinatore del Pdl campano, ritenuto dagli inquirenti “referenti politici del clan dei Casalesi”. La precedente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/richiesta-bis-di-arresto-per-cosentino/cosentino-2/" rel="attachment wp-att-8577"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/cosentino.bmp" alt="" title="cosentino" class="alignleft size-full wp-image-8577" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>La richiesta d’arresto per Nicola Cosentino è arrivata stamani alla giunta per le autorizzazioni della Camera. Era stata inoltrata ieri dalla procura di Napoli.</strong> Dunque, un nuovo mandato di cattura pende sull&#8217;ex sottosegretario del governo Berlusconi e attuale coordinatore del Pdl campano, ritenuto dagli inquirenti “referenti politici del clan dei Casalesi”. La precedente richiesta risale al novembre 2009 ma la maggioranza votò compatta per il no (sorte che non sarebbe toccata due anni dopo ad Alfonso Papa, altro esponente campano del Pdl, per cui l’Aula votò l’incarcerazione). Ma l’indagine su Cosentino è decisamente ampia, coinvolgerebbe politici di livello nazionale, banchieri e imprenditori di diverse regioni.<br />
Il “terremoto” si è scatenato all’alba. Le indagini partite da Napoli coinvolgono oltre settanta persone in tutta Italia tra esponenti dei partiti, banchieri e imprenditori. Gli arresti effettuati dai carabinieri con la dia partenopea sono ben 55. Fra i destinatari anche elementi delle famiglie Schiavone e Bidognetti ed esponenti politici di rilievo nazionale e locale, personaggi del mondo bancario ed imprenditoriale di Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.<br />
I<strong> reati contestati, a vario titolo, sono associazione camorristica, riciclaggio, corruzione e falso. L&#8217;inchiesta riguarda vicende di infiltrazioni del clan dei Casalesi nella pubblica amministrazione ed in particolare tra ex amministratori di Casal di Principe.</strong>L&#8217;ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Cosentino è stata firmata dal gip Egle Pilla, su richiesta dei pubblici ministeri Antonio Ardituro, Francesco Curcio e Henry John Woodcock.<br />
Il gip Pilla scrive: l’intreccio tra politica ed interessi economici rappresenta “un&#8217;osmosi che genera effetti patologici nei settori più rilevanti della vita sociale e politica della provincia casertana: quello elettorale, quello economico e quello istituzionale». I politici, secondo le risultanze dell’inchiesta, sarebbero “asserviti al sodalizio camorristico. E ciò che avviene in snodi fondamentali e sensibili dell&#8217;attività economica: nell&#8217;apertura di centri commerciali, nelle attività edilizie e nella fornitura del calcestruzzo. <strong>Ed i poteri della politica e dell&#8217;ente mafioso si saldano nel momento più solenne ed importante della vita democratica: il momento elettorale”.</strong><br />
C’è anche il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro (Pdl) tra gli indagati della maxi-inchiesta della Dia. Secondo l’accusa, Cesaro (non indagato per camorra) avrebbe accompagnato Nicola Cosentino a Roma per sollecitare i vertici di Unicredit a concedere un credito relativo al finanziamento di 5 milioni e mezzo per un centro commerciale nel Casertano.&#8221; Pochi giorni dopo tale intervento – è scritto nelle carte della Procura &#8211; il finanziamento, che fino a quel momento aveva incontrato ostacoli e rallentamenti, veniva sbloccato”.</p>
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		<title>Mafia:le mele marce</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 03:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8491" href="http://www.malitalia.it/2011/11/mafiale-mele-marce/melemarce/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8491" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/melemarce-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell&#8217;agroalimentare per la criminalità organizzata</strong>. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia</p>
<p><strong>Don Luigi Ciotti, presidente di Libera-nomi e numeri contro le mafie, dice “le mafie ce la danno a bere &#8211; e a mangiare &#8211; grazie a infiltrazioni profonde e consolidate in vari comparti del settore agroalimentare</strong>. E che a tutto questo come consumatori paghiamo un prezzo doppio: in termini di soldi &#8211; perché il prezzo delle merci sale per assicurare un margine di interesse a più persone &#8211; e soprattutto in termini di salute.”</p>
<p>Proprio qualche giorno fa la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, seguendo una pista investigativa della Squadra Mobile di Caserta e la Dia di Roma, ha svelato una vera e propria alleanza tra camorra e mafia siciliana per il controllo del trasporto dell&#8217;ortofrutta e del traffico delle armi. E’ stato anche arrestato Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò “il capo dei capi” .Il procuratore aggiunto, della DDA del capoluogo campano, Federico Cafiero De Raho ha anche evidenziato come al centro dei traffici ci fosse il Mercato Ortofrutticolo di Fondi in provincia di Latina (dove nelle casse venivano occultati anche dei fucili mitragliatori).</p>
<p>Insomma le mafie hanno in mano la gestione di tutta la filiera dell’orto frutta. I siciliani pensano alle produzioni e i casalesi al marketing e il trasporto.</p>
<p>“<strong>Non è solo il controllo del territorio ma così le mafie gestiscono l’intero comparto agroalimentare. Una vera e propria economia” Lo dice Lorenzo Diana</strong>, ex senatore e da poco Presidente del CAAN (mercato ortofrutticolo di Napoli) e Presidente della rete della Legalità.</p>
<p>“Le infiltrazioni in questo settore nascondono anche traffico d’armi e di droga. Bisogna stare attenti agli usi impropri del mercati. Controllare gli appalti e subappalti e anche i facchinaggi. D’altra parte la gestione del settore agroalimentare  intrinseca al sistema mafioso che nasce proprio come criminalità rurale”</p>
<p>Cosa si può fare?</p>
<p>“Ci vuole maggiore trasparenza, maggior controllo sulle aziende che lavorano in questi grandi centri ortofrutticoli. Bisogna richiedere l’antimafia per chiunque voglia lavorare con noi.E poi dobbiamo anche far entrare chi è  rimasto fuori e cioè agevolare gli appalti proprio a quelle imprese estorte dal sistema criminale e mafioso. Bisogna interrompere il sistema clientelare che si è instaurato. Poi bisogna controllare gli accessi abusivi, A Napoli gli accessi ufficiali sono solo 2000. Se tutto fosse stato in regola non avremmo una struttura che, aperta appena 6 anni fa, ha oggi 51 milioni di debiti contro i 40 di patrimonio.”</p>
<p>L’agroalimentare ha un grande fascino per le mafie vedasi le operazioni al mercato di Vittoria in Sicilia o anche l’informativa del prefetto Frattasi su Fondi. Ma va anche ricordato che <strong>Giuseppe Grigoli, il “cassiere” di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss di Cosa Nostra, gestiva una catena di supermercati. Da mafia agricola a mafia imprenditoriale passando per le nostre tavole.</strong><br />
(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Castel Volturno: il litorale della tratta</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 18:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(Di Chiara Caprio)
Mentre potere dei Casalesi è indebolito dagli arresti e dalla caccia all’uomo contro i latitanti, una nuova mafia dall’Africa Occidentale ha preso il controllo del Casertano, la criminalità organizzata nigeriana. 
È lungo il litorale domitio, tra l’assembramento di case che compone i “ghetti” di Pescopagano e Destra Volturno, un tempo residenza estiva per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/08/castel-volturno-il-litorale-della-tratta/nigerian_connection_italy_12/" rel="attachment wp-att-7752"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/Nigerian_Connection_Italy_12.tif" alt="" title="Nigerian_Connection_Italy_12" class="alignleft size-full wp-image-7752" /></a></p>
<p>(Di Chiara Caprio)</p>
<p><strong>Mentre potere dei Casalesi è indebolito dagli arresti e dalla caccia all’uomo contro i latitanti,</strong> una nuova mafia dall’Africa Occidentale ha preso il controllo del Casertano, la criminalità organizzata nigeriana. </p>
<p><strong>È lungo il litorale domitio</strong>, tra l’assembramento di case che compone i “ghetti” di Pescopagano e Destra Volturno, un tempo residenza estiva per i turisti napoletani, circondato da fiori e adagiato in riva al mare, che una nuova organizzazione criminale ha trovato terreno fertile per il proprio business. Qui, la criminalità nigeriana, ormai emancipata dal controllo dei Casalesi, ha importato la propria malfamata esperienza nel traffico di uomini, donne e droga. </p>
<p><strong>La prostituzione è l’espressione più evidente del malessere di parte della comunità migrante,</strong> ma anche di una nuova geografia criminale che si sviluppa lungo la Domitiana e le sue arterie. «La Domitiana attraversa Castel Volturno per 28 chilometri» spiega Stefano Ricciardiello, ispettore della sezione investigativa del commissariato locale, una piccola sede un po’ scalcagnata e sommersa di fascicoli vecchi e nuovi, aperti per omicidi efferati, rimpatri e per qualche italiano in domicilio forzato. «Vi sono diverse aree in prevalenza abitate da migranti: Pescopagano, Destra Volturno e Parco Lagani». Sorride con amarezza, Ricciardiello: «Ma questa geografia non dice tutto della geografia criminale. Le attività delle nuove mafie africane hanno invaso l’intero territorio di Castel Volturno, non solo alcuni quartieri». È per queste strade, lungo le arterie di campagna che connettono il litorale con l’interno, che, una dopo l’altra, si avvicendano ragazzine minorenni e donne in attesa di clienti. </p>
<p><strong>Secondo quanto riporta UNICRI</strong>, centro di ricerca delle Nazioni Unite, l’Italia è al momento la principale destinazione di oltre 10,000 prostitute nigeriane, trafficate da Benin City fino alle grandi città e agli hub criminali, come il litorale domitio. «Ci sono tantissime ragazze nigeriane che lavorano a Castel Volturno» afferma Stefano. «Molte lavorano fuori del comune di Castel Volturno, perché non c’è spazio per tutte». </p>
<p>L’UNDOC, agenzia ONU per la lotta al crimine organizzato ha rilasciato numeri scioccanti: oltre 6,000 donne nigeriane vengono trafficate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. </p>
<p>Ma se sui numeri c’è incertezza, in Italia e a Castel Volturno c’è chi, dall’interno, cerca di tenere il polso della situazione. </p>
<p><strong>Isoke Aikpitanyi, ex vittima di tratta oggi principale punto di riferimento per le donne nigeriane in Italia, conosce bene la realtà del casertano. Ci accompagna per queste strade e ci parla dell’importanza economica di questo traffico</strong>. Passeggia per il centro, «di giorno non ho problemi, ma di notte non posso mai stare sola, soprattutto in viaggio». </p>
<p>Secondo i dati dell’associazione ex vittime, «in Italia ci sarebbero al momento circa 10,000 madam, in controllo di due/tre ragazze a testa» spiega Isoke sotto il sole cocente del litorale. </p>
<p><strong>Le madam sono la chiave</strong>. E sono lo snodo principale per lo sfruttamento. Sono loro a costringere le ragazze a lavorare in strada o in appartamento, sono loro a chiedere i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, a dover provvedere alla casa e a risolvere eventuali controversie. Questo nome, che richiama quello della mamma, «si associa a quello dei trafficanti presenti in Nigeria e in ogni paese di transito, chiamati “brothers”, mentre la ragazza trafficata è spesso chiamata “baby”» afferma Isoke. </p>
<p><strong>Ma il trend più sinistro di questo traffico in crescita spesso associato a quello di droga</strong>, sono gli usi distorti delle tradizioni religiose. «Il Juju, il rito voodoo, non è di per sé una pratica malvagia. Serviva a portare giustizia, ma loro hanno rovinato tutto» dice Isoke con rabbia. «A loro non interessa come fanno i soldi, l’importante è farli, e questo ha creato una comunità nigeriana spersa, scioccata, senza equilibrio e riferimenti. Qui il Juju è usato per schiavizzarti». Come se non bastasse, per queste religiosissime ragazze di Benin City, luogo di provenienza e principale hub per lo smistamento del traffico di donne nigeriane in madrepatria, nemmeno Dio può fare qualcosa. «Le ragazze si confidano con i pastor delle chiese pentecostali, ma questi sono conniventi con i gruppi criminali. Spesso sono il braccio destro della madam,» afferma Isoke. E in un luogo come Castel Volturno, dove nuove chiese pentecostali dall’Africa Occidentale nascono ogni giorno, c’è di che preoccuparsi. </p>
<p><strong>In Nigeria, i pastor delle chiese pentecostali hanno sostituito i preti tradizionali per amministrare questi riti, fatti di sangue, peli pubici e maledizioni sulle ragazze e le loro famiglie</strong>. Si è trattato semplicemente di esportare qui &#8211; «dove ci sono i preti più potenti in assoluto» afferma un ghanese che preferisce rimanere anonimo – quello che già si era creato in madrepatria. Già nel 2004 i Carabinieri di Mondragone trovarono tracce di riti voodoo in un appartamento di Castel Volturno. Ma oggi non si tratta più solo dei rimedi tradizionali. «Come accade anche nelle chiese italiane, ci sono molti pastor che non fanno certo gli interessi spirituali dei credenti. Fanno altro,» spiega Ricciardiello «e come abbiamo provato da alcune inchieste, le chiese sono i luoghi privilegiati d’incontro e quindi anche luogo dove discutere e gestire anche le attività illegali». </p>
<p>Un incrocio di sacro e criminale, che soffoca le ragazze vittime di tratta in un circolo perverso di paura. Giulia (nome di fantasia per motivi di sicurezza, ndr) lavora ancora sulle strade di Castel Volturno ed è costretta a ripagare il debito di circa 40,000 euro. «E devi farlo, perché se non lo fai possono creare dei pupazzi che ti fanno impazzire» spiega durante il nostro incontro nel cuore della notte. Sospira a lungo, Giulia, prima di continuare a parlare. «Non sono felice. Non sono felice di me stessa, del mio corpo e di questo lavoro. Ma ho un progetto, ho promesso di pagare. Devo farlo. Ma fermiamoci qui» dice con occhi sgranati e fermando le parole anche con i pugni stretti. «Non posso parlare. Non posso. È troppo pericoloso parlare di questo, anche per la mia famiglia. Ma lasciami dire una cosa: sto portando una croce per loro, proprio come fece Gesù Cristo». </p>
<p><strong>E in questo territorio che è il fortino del potere casalese, la nuova onda del crimine africano ha investito, oltre che l’antimafia di Napoli, anche la squadra speciale anticamorra</strong>. «I criminali nigeriani», interviene Giovanni Conzo, procuratore antimafia della Dda di Napoli, uno dei magistrati che meglio conosce la frontiera domiziana, «stringono accordicon tutti, dai colombiani ai cinesi, ma in Italia trovano terreno fertile anche per altri motivi: l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani». Il risultato? «L’organizzazione sul territorio è sempre più potente. Andrebbe fermata prima che ne assuma il controllo totale». Alessandro Tocco, vice questore di Caserta e dirigente della sezione speciale anti-Camorra di Casal di Principe rincara la dose: «Il crimine nigeriano è in crescita e questa cosa ci preoccupa: dopo la strage compiuta da Giuseppe Setola, tutto tace. Ci sono state trattative. Ora probabilmente c’è una pace tra italiani e mafia africana. Ma quando questa pace salterà, avremo una nuova guerra di mafia per le strade di Castel Volturno». </p>
<p>Per approfondire: vedi il promo del documentario in onda mercoledì 10 agosto su Al Jazeera English<br />
http://www.youtube.com/watch?v=oIFQWrB5Nj0&#038;feature=youtu.be </p>
<p>(Chiara Caprio, giornalista del settimanale Vita, vive a Londra dove collabora con il programma investigativo People &#038; Power di Al Jazeera English. Ha curato come researcher e field producer la serie in due puntate “The Nigerian Connection”. )</p>
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		<title>Estorsioni e sequestri, la legge di Gomorra</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 21:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
Tutta Gomorra sotto controllo. E nel mirino dei clan del Casertano ci finivano anche gli imprenditori del commercio di pellame. Alte le somme estorte: circa 50mila euro solo nell’ultimo trimestre. Seguendo la pista del racket gli uomini della Direzione investigativa antimafia su ordine della Dda hanno eseguito dieci fermi di personaggi riconducibili al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7360" href="http://www.malitalia.it/2011/06/estorsioni-e-sequestri-la-legge-di-gomorra/dia/"><img class="alignleft size-full wp-image-7360" title="dia" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/dia.jpg" alt="" width="216" height="172" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Tutta Gomorra sotto controllo</strong>. E nel mirino dei clan del Casertano ci finivano anche gli imprenditori del commercio di pellame. Alte le somme estorte: circa 50mila euro solo nell’ultimo trimestre. Seguendo la pista del racket gli uomini della Direzione investigativa antimafia su ordine della Dda hanno eseguito dieci fermi di personaggi riconducibili al gruppo Schiavone-Russo, <strong>facente capo a Francesco “Sandokan” Schiavone e Giuseppe Russo</strong>, conosciuto come ‘o padrino. Gli uomini dei Casalesi, secondo gli inquirenti, terrorizzavano esercenti e imprenditori dell’area del Casertano (Casal di Principe, Orta di Atella, Gricignano e Succivo).</p>
<p>Uno dei commercianti vittime delle estorsioni e dei metodi feroci del gruppo fu anche sequestrato e trasportato nel bagagliaio di una macchina in una masseria isolata nella zona di Casal di Principe. Qui, al cospetto del referente del clan oggi tratto in arresto, venne intimidito con minacce e costretto a sottostare alla legge del taglieggiamento casalese.</p>
<p><strong>L’operazione, scattata all’alba di martedì 28 giugno, è stata denominata “Highlander”, quasi a sottolineare che l’erba cattiva non muore mai, nonostante la sfilza lunghissima di arresti che ha decapitato negli ultimi due anni gran parte del cartello Casalese, Zagaria a parte.</strong></p>
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		<title>Trapani e Casal di Principe, mafia e casalesi</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 17:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Non si finisce mai di dire che è una mafia che ha cambiato pelle quella trapanese. Non è solo una organizzazione che si è «sommersa», che vive infiltrata nei principali tessuti sociali, dalla politica, all’economia, passando per le imprese, le banche e le istituzioni, non è una organizzazione che tiene piantate le radici solo dentro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7145" href="http://www.malitalia.it/2011/06/trapani-e-casal-di-principe-mafia-e-casalesi/trapani-4/"><img class="alignnone size-full wp-image-7145" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/trapani.jpg" alt="" width="272" height="185" /></a></p>
<p><strong>Non si finisce mai di dire che è una mafia che ha cambiato pelle quella trapanese</strong>. Non è solo una organizzazione che si è «sommersa», che vive infiltrata nei principali tessuti sociali, dalla politica, all’economia, passando per le imprese, le banche e le istituzioni, non è una organizzazione che tiene piantate le radici solo dentro le logge della massoneria, ma è una mafia che si è data una organizzazione similare a quella dei campani «casalesi» e sul filone proprio dell’alleanza con il potente gruppo camorrista è arrivato l’ultimo dei sequestri di beni, 11 milioni di euro tolti dalla Dia di Trapani al controllo di due fratelli di Petrosino, i fratelli Sfraga, monopolizzatori di parte del mercato ortofrutticolo di Marsala, e per un periodo sono stati proprio i gestori del mercato ortofrutticolo «ufficiale» di Marsala.</p>
<p>L’ordinanza è del Tribunale delle misure di prevenzione, la richiesta è arrivata dalla Dia nel filone della «caccia» ai patrimoni illeciti.</p>
<p><strong>I fratelli Sfraga, Antonio e Massimo, 45 e 38 anni, erano stati arrestati, per concorrenza illecita con l’aggravante mafiosa, l’anno scorso, il 10 maggio dalla Dia e dalla Mobile di Caserta, nell’ambito delle indagini della Procura di Napoli attorno al malaffare del mercato ortofrutticolo di Fondi:</strong> 68 arresti e la scoperta di un asse criminale camorra-mafia che, secondo l’accusa, imponeva il monopolio dei trasporti su gomma ai commercianti che operano nel settore dei prodotti ortofrutticoli, con la conseguente lievitazione dei prezzi.  Gli Sfraga, per gli inquirenti vicini a un gruppo di imprenditori legati al boss Matteo Messina Denaro, secondo i magistrati napoletani garantivano il monopolio del trasporto verso Fondi e altri mercati meridionali, i Casalesi offrivano in cambio alla mafia sbocchi sui mercati laziali e campani per prodotti di ortofrutta di aziende di fiducia di Cosa nostra.</p>
<p>Il sequestro dei beni li ha spossessati di beni mobili ed immobili, di disponibilità finanziarie, aziende e società,  per oltre 11 milioni di euro. Il sequestro ha riguardato diversi rapporti bancari, numerosissimi beni immobili, due aziende per la commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, con relativo complesso aziendale, nonché una ditta per la commercializzazione di cemento, quest’ultima ritenuta fittiziamente intestata ad una giovane petrosilena, incensurata. Sono stati trovati conti correnti dove i fratelli Sfraga annualmente versavano occultamente centinaia di migliaia di euro su conti correnti e depositi intestati a dipendenti o persone di fiducia &#8211; era provento delle attività illecite da questi svolte.</p>
<p><strong>Un affare dove compaiono i «cocomeri» siciliani.</strong> C’è un’intercettazione nella quale l’imprenditore marsalese Massimo Sfraga (sospettato di legami con il fratello di Totò Riina, Gaetano) dice al telefono nel giugno 2008: «Chi si mette contro di noi trova qualche problema. A Marsala diciamo noi i meloni a quanto devono andare, o a mille lire o a cento. Li possiamo vendere a qualsiasi prezzo. A Marsala se ci sono mille filari di meloni, 800 sono nostri. Vedete che in due giorni arrivano alle stelle. Ci metto due minuti vado in campagna, prendo i miei camion, porto i meloni e non lavorate nessuno per otto giorni, vi faccio perdere tutti i soldi». Adesso però i soldi li ha perduti lui.</p>
<p><strong>Trapani come Casal di Principe, terra di mafia la prima, in mano alla camorra «casalese» la seconda</strong>. Almeno per quanto riguarda l’organizzazione delle cosche. Comandano a Trapani come a Casal di Principe le «famiglie», ma quelle di «sangue». È successo già negli anni ’70 con i fratelli Minore a Trapani, Totò, il capo mafia per eccellenza, che si divideva tra le riunioni di mafia e quelle della società di calcio della quale era presidente oltremodo rispettato, si è continuato negli anni ’80 con Vincenzo Virga, l&#8217;imprenditore che era titolare di una pensione di anzianità, e possedeva 7 miliardi di lire di proprietà, oggi imputato del delitto di Mauro Rostagno, che divise il «bastone» del comando con i figli Franco e Pietro, è proseguito nel 2001 con Francesco Pace, che non tenne in disparte i suoi figli dagli affari della Cosa nostra che nel frattempo era diventata un grande holding imprenditoriale, che sopratutto controllava la filiera del cemento. Ma in capo a tutti ci stanno i Messina Denaro, il  «patriarca» Francesco, morto nel 1998, e poi il suo erede diretto, l’attuale latitante Matteo, il fratello e il cognato di questi, Salvatore Messina Denaro e Filippo Guttadauro.</p>
<p><strong>Anche Trapani è «Gomorra».</strong> Non solo per l&#8217;organizzazione familiare, basta solo pensare che l’affare dei rifiuti è uno di quelli più antichi dove i mafiosi hanno messo mano, «entra munnizza ed esce oro» era solito dire il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga all’epoca in cui era lui a controllare l’impianto di riciclaggio costruito a forza di tangenti alle porte della città, in contrada Belvedere. L’alleanza tra mafia trapanese e casalesi è antica. Già a metà degli anni ’80 se ne occupò il giudice Giovanni Falcone. Esponenti delle cosche napoletane, facevano parte di quel crocevia di affari che girava attorno ad una società di export e import di Mazara, la «Stella d’Oriente» controllata dal capo mafia mazarese Mariano Agate.</p>
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		<title>Arrestato ‘O copertone’, il ragioniere dei Casalesi era ricoverato in Alta Irpinia</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 23:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Rossella Fierro)
Soprannome macabro per il cassiere dei Casalesi, Vincenzo Schiavone arrestato nella notte di Pasqua a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. ‘O copertone’. Così era soprannominato il cugino e uomo di fiducia di Sandokan, nomignolo macabro per uno dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, tra i killer più spietati  del cartello camorristico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6670" href="http://www.malitalia.it/2011/04/arrestato-%e2%80%98o-copertone%e2%80%99-il-ragioniere-dei-casalesi-era-ricoverato-in-alta-irpinia/copertone/"><img class="alignleft size-full wp-image-6670" title="copertone" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/copertone.jpg" alt="" width="190" height="265" /></a></p>
<p>(di Rossella Fierro)</p>
<p>Soprannome macabro per il cassiere dei Casalesi, <strong>Vincenzo Schiavone</strong> arrestato nella notte di Pasqua a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. <strong><em>‘O copertone’</em></strong>. Così era soprannominato il cugino e uomo di fiducia di Sandokan, nomignolo macabro per uno dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, tra i killer più spietati  del cartello camorristico di Casal di Principe. ‘O copertone’ aveva l’abitudine di bruciare le sue vittime insieme a resti di pneumatici all’interno di una delle centinaia di discariche abusive del territorio campano. Ricercato dall’ottobre 2008, per essere sfuggito all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 16 settembre 2008 dal Gip di Napoli Alberto Capuano, nell’ambito dell’operazione <em>Spartacus III</em> svolta dalla DDA napoletana, Vincenzo Schiavone, 37 anni, si trovava nel paesino dell’Alta Irpinia da sei giorni, ricoverato sotto falso nome presso una clinica privata, la “Don Gnocchi”, per un percorso riabilitativo in seguito a problemi oncologici avuti in precedenza. Si è lasciato ammanettare senza opporre resistenza. Quando gli uomini della squadra mobile di Avellino e del commissariato di Sant’Angelo dei Lombardi hanno fatto irruzione nella stanza numero sette della struttura ospedaliera, Schiavone era circondato da parenti ed altri degenti ignari della reale identità del loro vicino di letto. <strong>Nel suo computer tre anni fa, la polizia ritrovò l’intera contabilità del clan con i nomi di tutti gli imprenditori e i commercianti, sottoposti al racket.</strong> ‘O copertone’ cassiere, capo delle ‘risorse umane’, una sorta di amministratore delegato del clan, capace di gestire meticolosamente fatturati di centinaia di milioni di euro, con entrate e uscite mensili. Come in una vera azienda, nei libri contabili di Vincenzo Schiavone era tutto registrato: 4mila euro al mese per Francesco Schiavone e Giuseppe Russo, mille per Luigi Basile ex autista di Antonio Bardellino, e così via: 140 affiliati percepivano regolarmente stipendio fisso dalle mani di Schiavone, per un ammontare di circa 300mila euro. Tra i vari capi d’accusa associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione pluriaggravata, ricettazione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco. <strong>Schiavone è stato individuato grazie ad un lungo lavoro di indagine svolto dagli agenti del vicequestore </strong><strong>di Avellino, Pasquale Picone, in coordinamento con la Dda di Napoli</strong>.</p>
<p>Se il ministro <strong>Maroni</strong> si è immediatamente complimentato con il capo della polizia Antonio Manganelli, di origini avellinesi, per aver portato a casa “un’altra grande affermazione dello Stato contro la camorra” perché “con la cattura del suo cassiere il clan dei Casalesi è sempre più debole, colpito al cuore dei propri interessi patrimoniali”, <strong>Rosario Cantelmo</strong>, procuratore aggiunto della Dda di Napoli, ha espresso la sua preoccupazione per la contaminazione criminale che sta investendo l’Irpinia, da sempre territorio “franco” nella geografia camorristica campana. “L&#8217;Irpinia &#8211; ha commentato  Cantelmo  – viene considerata una zona tranquilla, ma, tuttavia, non è nuova a questo tipo di vicende e già in passato è stata utilizzata come nascondiglio: nel novembre 2009 furono infatti arrestati a Monteforte Irpino, i fratelli Nicola e Pasquale Russo, capi dell&#8217;omonimo clan Nolano, ricercati da 16 anni. Oggi, invece, è toccato a Schiavone che, pur trovandosi in una struttura sanitaria da almeno sei giorni, sembra non  avesse esibito documenti per il ricovero. <strong>Abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra</strong>”.</p>
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		<title>Ricicla plastica nelle terre di Gomorra</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 08:09:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Nello Trocchia)
Per Legambiente è l’ambientalista dell’anno.
Antonio Diana è il titolare della Erreplast, un&#8217;azienda del casertano che trasforma le bottiglie recuperate con la raccolta differenziata. In una terra dove la gestione dei rifiuti è una continua emergenza e dove suo padre Mario fu ucciso dalla camorra
“Per fare l’imprenditore nel casertano, bisogna superare evidenti ostacoli. Manca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/12/ricicla-plastica-nelle-terre-di-gomorra/bottiglie-di-plastica-rullo/" rel="attachment wp-att-5353"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/bottiglie-di-plastica-rullo.jpg" alt="" title="bottiglie-di-plastica-rullo" width="190" height="130" class="alignleft size-full wp-image-5353" /></a></p>
<p>(di Nello Trocchia)</p>
<p><strong>Per Legambiente è l’ambientalista dell’anno.<br />
Antonio Diana è il titolare della Errepla</strong>st, un&#8217;azienda del casertano che trasforma le bottiglie recuperate con la raccolta differenziata. In una terra dove la gestione dei rifiuti è una continua emergenza e dove suo padre Mario fu ucciso dalla camorra<br />
<strong>“Per fare l’imprenditore nel casertano, bisogna superare evidenti ostacoli. Manca un quadro di riferimento chiaro, un modello di sviluppo. E c’è l’ingerenza della camorra</strong>”. Antonio Diana, titolare della Erreplast, un’azienda di Gricignano d’Aversa che si occupa del riciclo di materie plastiche, racconta la sua esperienza. Nella terra dove domina il clan dei Casalesi e dove le strade sono invase dalla spazzatura, Antonio risponde con il lavoro quotidiano, insieme al fratello Nicola. E per le sue attività nel riciclo dei rifiuti, quest’anno è stato nominato da Legambiente ambientalista dell’anno. E’ lui che ha ricevuto più voti, tra i candidati prescelti.</p>
<p><strong>Erreplast nasce nel 1997</strong>. L’azienda seleziona e tratta bottiglie di plastica: le trasforma in preziose scaglie, che poi tornano nel ciclo industriale e vengono usate nel settore dell’abbigliamento e del tessile. L’impianto dei Diana potrebbe trattare ogni anno 20mila tonnellate di bottiglie. “Ma funziona al 50% – racconta Antonio – perché non ci arriva un quantitativo di bottiglie sufficiente per farlo andare a regime. Spesso dobbiamo prendere la plastica da fuori regione, sembra una contraddizione ma è così”. E l’emergenza rifiuti in Campania non aiuta: diminuiscono infatti i volumi di materiale differenziato e anche la qualità.</p>
<p><strong>La camorra ha segnato la storia di famiglia</strong>: il padre Mario Diana è stato ammazzato dal clan nel 1985 perché, da imprenditore, non volle piegarsi al volere della cosca. “Pesano più gli atti concreti che le parole – spiega Antonio – il dolore si porta dentro: non riesco a renderlo con una dichiarazione”. Due anni fa per quell’omicidio sono stati condannati in primo grado i vertici dei Casalesi. Nella requisitoria il pm Antonello Ardituro ha fatto cenno ai figli Antonio e Nicola Diana, anche loro imprenditori: “Non si sono fatti fagocitare: è un importantissimo dato sociale e processuale, ha grande rilevanza per quella terra”. I fratelli Diana si sono costituiti parte civile: “Una cosa normale – commenta Antonio – e le cose normali sono quelle che sorprendono di più in queste terre”. L’azienda Erreplast e l’idea del riciclo viene dall’esperienza del padre: “Lui negli anni ’80 era avanti di venti anni da lui abbiamo imparato il metodo, l’educazione e il profilo imprenditoriale: già all’epoca le sue aziende recuperavano scarti industriali”.</p>
<p><strong>In queste terre andare via o restare è una scelta di vita</strong>. Mai pensato di mollare tutto? “Sì, qualche volta. Ma noi proseguiamo un percorso e pensiamo si possa fare impresa dalle nostre parti”. Per fare l’imprenditore, ogni tanto, si deve evitare di aprire la porta, “qualcuno non lo ricevi e vai avanti”. Da anni i Diana lavorano solo con i privati: “Niente appalti con la pubblica amministrazione”, ammette Antonio. Spesso negli appalti sono favorite le aziende di famiglia di politici-imprenditori che hanno banchettato per anni con la camorra e divorato risorse pubbliche.</p>
<p>Con le altre aziende del gruppo, Antonio Diana ha 200 dipendenti: <strong>“Non ho mai voluto un direttore del personale – precisa – la redditività la fanno gli uomini e il rapporto con loro è fondamentale</strong>”. In un altro impianto si occupa dal 2006 anche di selezionare i rifiuti di imballaggio (plastica, alluminio e banda stagnante). “Anche in questo comparto paghiamo il prezzo dell’emergenza: all’inizio l’impianto lavorava al 30% delle sue potenzialità. Dal 2008 abbiamo introdotto un incentivo per i comuni: non pagano nulla per depositare questi materiali, se rispettano le specifiche dei rifiuti da conferire. Ma nonostante ciò, continuiamo a lavorare al 50% delle nostre possibilità”.</p>
<p>Antonio denuncia le conseguenze delle inefficienze nella gestione dei rifiuti: “Paghiamo un prezzo altissimo come cittadini. Con un’adeguata raccolta la regione Campania potrebbe risparmiare ogni anno 100 milioni di euro, secondo i dati del Conai (Consorzio nazionale imballaggi, ndr): verrebbero cancellati i costi del conferimento in discarica e recuperati i ricavi delle vendite di imballaggi riciclati”. E forse le strade campane inizierebbero a svuotarsi dai rifiuti. <strong>Tra questi ci sono anche le bottiglie di plastica. Le stesse che l’azienda dei Diana importa da altre regioni. Paradosso di un’emergenza infinita. In una terra che ospita l’ambientalista dell’anno di Legambiente.</strong>(pubblicato da ilfattoquotidiano.it del 28 dicembre 2010)</p>
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		<title>La procura chiede il rinvio a giudizio per Nicola Cosentino</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 13:36:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ (di Vincenzo Iurillo)
Il luogotenente del Pdl in Campania è accusato di concorso esterno in associazione camorristica
Sotto l’albero di Natale il coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino ha trovato un ‘regalo’ sgradito ma atteso. La Procura di Napoli ha emesso una richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/cosentino-rinviato-pezzo.jpg" alt="" title="cosentino-rinviato-pezzo" width="295" height="152" class="alignleft size-full wp-image-5333" /> (di Vincenzo Iurillo)<br />
<strong>Il luogotenente del Pdl in Campania è accusato di concorso esterno in associazione camorristica</strong><br />
Sotto l’albero di Natale il coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino ha trovato un ‘regalo’ sgradito ma atteso. La Procura di Napoli ha emesso una richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. Come anticipato stamane da il “Il Mattino” e dalle pagine napoletane di “La Repubblica”, i pm della Dda Giuseppe Narducci e Alessandro Milita hanno firmato l’istanza nei confronti del deputato ed ex sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi appena venti giorni dopo la notifica dell’avviso conclusa indagine. Il termine minimo a disposizione dell’indagato per presentare memorie o chiedere di essere interrogato. Nella richiesta di rinvio a giudizio la Procura ha individuato la presidenza del consiglio dei ministri come parte offesa del procedimento. Quindi spetta a Berlusconi decidere se costituire il governo parte civile nel processo a carico del suo luogotenente campano.</p>
<p><strong>Cosentino è imputato di presunte collusioni con i clan casalesi, coi quali il politico del casertano avrebbe stretto un patto per garantirsi, tramite i suoi favori, il sostegno elettorale in tutte le competizioni alle quali ha partecipato</strong>. Un accordo i cui termini erano stati già illustrati nelle 199 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata il 7 novembre 2009 dal Gip Raffaele Piccirillo: il controllo politico di Cosentino sulla Eco 4, la società mista per la gestione dei rifiuti, infiltrata dalla camorra e utilizzata dall’esponente azzurro per distribuire nomine e appalti per il proprio tornaconto elettorale; le manovre per la realizzazione della società consortile Impregeco e del consorzio Ce 4 per costituire un ciclo dei rifiuti alternativo e concorrente a quello del commissariato di governo e dell’appalto Fibe-Fisia (gruppo Impregilo); il condizionamento esercitato sulla commissione d’accesso nel comune di Mondragone (Caserta). Cosentino si è salvato dall’arresto grazie al salvacondotto del voto contrario della Camera dei Deputati. Ma i ricorsi presentati in seguito dai suoi avvocati in sede di Riesame e Cassazione per chiedere la revoca del provvedimento cautelare sono stati tutti respinti. L’ordinanza è ancora in vigore. Proprio martedì scorso la Cassazione ne ha confermato per la seconda volta la validità. Ora i faldoni passano all’attenzione dell’ufficio Gip. Nei prossimi giorni si conoscerà il nome del Gup che valuterà la sussistenza degli indizi e deciderà se prosciogliere o rinviare a giudizio.</p>
<p><strong>L’inchiesta regge sulle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, il ‘ministro dei rifiuti’ del clan Bidognetti, e di altri collaboratori di giustizia</strong>. Cosentino ha sempre rigettato ogni accusa, smentendo le parole dei pentiti e chiedendo più volte di essere sentito dopo che alcuni scoop dell’Espresso nell’autunno del 2008 resero di dominio pubblico l’esistenza di un’indagine a suo carico. In base a quelle rivelazioni giornalistiche il Pd avanzò una mozione di sfiducia nei confronti dell’allora sottosegretario di Tremonti, titolare della delega al Cipe. La mozione venne respinta anche per colpa delle numerose assenze sui banchi dell’opposizione. A cominciare da quella del segretario del Pd Walter Veltroni, che nelle interviste invocava le dimissioni di Cosentino, ma in aula al momento di votare contro di lui non si fece vivo.</p>
<p><strong>Cosentino si poi dimesso da sottosegretario nel luglio 2010. Non per queste vicende, bensì per il coinvolgimento di un’altra inchiesta condotta dalla Procura di Roma sulla cosiddetta P3</strong>, dopo che erano emersi i tentativi di alcuni esponenti del gruppo massonico di condizionare la decisione della Cassazione sulla conferma dell’ordinanza di arresto a carico dell’ex sottosegretario, implicato anche nella produzione di un dossier che mirava a screditare Stefano Caldoro per impedirne la candidatura a Governatore della Campania, un’ambizione alla quale Cosentino non aveva rinunciato. Ed infatti negli atti della Procura di Napoli sono confluiti anche le ordinanze romane per i capi della P3, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, e i relativi supplementi investigativi, compreso un interrogatorio di Martino risalente al 17 settembre scorso.</p>
<p><strong>Nella richiesta di rinvio a giudizio, riferiscono ‘Il Mattino’ e ‘La Repubblica-Napoli’, sono indicate tra le fonti di prova dell’accusa Antonio Bassolino e Massimo Paolucci, ex commissario e sub commissario dell’emergenza rifiuti in Campania, il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, l’ex parlamentare casertano Ds Lorenzo Diana, ex amministratori e commissari dell’emergenza rifiuti. Secondo alcune indiscrezioni, i legali di Cosentino potrebbero chiedere il giudizio immediato e rinunciare così all’udienza preliminare.</strong><em>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 24 dicembre 2010)</em></p>
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		<title>Cosentino, avviso di fine indagini</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 06:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Cosentino]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Alessandro Chetta) 
Ora si deciderà sul rinvio a giudizioDopo due anni il caso Cosentino arriva a un punto di svolta: il parlamentare Pdl ha incassato l’altro giorno l’ultimo affondo dei pm &#8211; l’avviso di chiusura delle indagini preliminari a suo carico – e adesso la palla passa al gip, che dovrà decidere sul rinvio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/cosentino.jpg" alt="" title="cosentino" width="183" height="275" class="alignleft size-full wp-image-5005" />(di Alessandro Chetta) </p>
<p><strong>Ora si deciderà sul rinvio a giudizio</strong>Dopo due anni il caso Cosentino arriva a un punto di svolta: il parlamentare Pdl ha incassato l’altro giorno l’ultimo affondo dei pm &#8211; l’avviso di chiusura delle indagini preliminari a suo carico – e adesso la palla passa al gip, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio o l’archiviazione. <strong>Su Cosentino, ricordiamolo, pende un mandato di cattura per presunti legami col clan dei Casalesi. Ipotesi d’arresto bocciata mesi fa dai deputati che hanno così salvato l’esponente casertano del partito di Berlusconi</strong>. Una situazione politicamente critica che lo ha costretto a lasciare la poltrona governativa di sottosegretario all’Economia (conservando però quella di coordinatore campano del suo partito).</p>
<p>Giunto l’atto finale delle indagini, Nicola Cosentino – assistito dagli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro &#8211; ora ha venti giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere di essere interrogato. In seguito i pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci potranno formalmente chiederne il processo.</p>
<p>Ecco le accuse formulate dai sostituti procuratori napoletani: <strong>Cosentino «non essendo inserito organicamente” nell’associazione di tipo mafiosa denominata clan dei casalesi ma in ogni caso “agendo nella consapevolezza della rilevanza causale dell’apporto reso e della finalizzazione dell’attività agli scopi” del clan “contribuiva, con continuità e stabilità, a rafforzare vertici (capi ed organizzatori) ed attività del gruppo facente capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone/Russo”. I rapporti intrecciati col clan sarebbero in particolare “nella prospettiva dello scambio voti contro favori”</strong><br />
Queste, nello specifico, le presunte attività illecite evidenziate dalla Procura: “<strong>Garantiva il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, pubbliche amministrazioni ed enti a partecipazione pubblica</strong>; contribuiva al riciclaggio e reimpiego delle provviste finanziarie provenienti dal clan dei casalesi, proventi gestiti da affiliati in modo riservato, sia scontando titoli di credito sia garantendo l’operatività delle società controllate dal clan e l’acquisizione di quote societarie da parte degli affiliati o persone allo stesso legate”. </p>
<p>Gli inquirenti gli contestano anche la creazione e co-gestione di monopoli d’impresa <strong>“in attività controllate dalle famiglie Michele Orsi, Sergio Orsi (per la gestione del ciclo dei rifiuti in parte del Casertano, ndr) e dai diversi soggetti formalmente titolari di funzioni amministrative”. In tal modo, sempre secondo i pm,  si andava “incrementando e consolidando la posizione dominante, propria e del gruppo mafioso di riferimento (…) determinando la significativa alterazione degli equilibri di natura economica, finanziaria e politica». </strong></p>
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		<title>Mafie, perché non si parla di connessioni</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 12:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La mafia in Emilia Romagna? La mafia a Bologna?” Stupore e incredulità. Si sentono molto spesso domande simili da parte di cittadini bolognesi “informati”. Quelli che ogni giorno sfogliano i giornali – dal Carlino, al Corriere di Bologna, alla Repubblica Bologna – per restare sempre sulla notizia. Peccato però, che su quelle testate di mafia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/bologna-199x300.jpg" alt="" title="bologna" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-4497" /><strong>“La mafia in Emilia Romagna? La mafia a Bologna?” Stupore e incredulità. Si sentono molto spesso domande simili da parte di cittadini bolognesi “informati”. </strong>Quelli che ogni giorno sfogliano i giornali – dal Carlino, al Corriere di Bologna, alla Repubblica Bologna – per restare sempre sulla notizia. Peccato però, che su quelle testate di mafia non si parli. Non si parla delle connessioni facendo una analisi del radicamento e della continuità della presenza criminale. Ogni fatto di criminalità organizzata resta semplicemente un evento di cronaca che resta sganciato dagli altri. Come mai?</p>
<p>In città, invece, si svolgono incontri, organizzati da associazioni antimafia, o anche dall’Alma Mater, con ospiti d’eccellenza. Un esempio su tutti? Quello di<strong> Raffaele Cantone</strong>, invitato prima dell’estate, dalle associazioni studentesche dell’Università. Fino al 2007 pubblico ministero presso la DDA di Napoli, si è occupato di Camorra, soprattutto riguardo alla famiglia dei Casalesi, indirizzando le sue indagini anche verso l’Emilia Romagna. Sotto scorta da circa undici anni, attualmente lavora all’ufficio del Massimario della Corte di Cassazione. Un uomo, dunque, di esperienza e con una conoscenza approfondita del fenomeno mafioso.<br />
Imbeccato dalle domande sulle mafie al Nord, ha ammesso quella che è la grave situazione che ci circonda. “<strong>Non vinceremo mai la lotta alle mafie finché sarà considerato solo un problema dei meridionali. È un problema nazionale che c’è anche qui in Emilia Romagna, e in tutto il nord Italia. Non ci sono realtà senza mafia al nord”.</strong></p>
<p>&#8220;Il mafioso del sud non è come quello del nord – continua – dove l’obiettivo è investire. Soltanto piccole briciole di denaro restano nelle regioni meridionali, il resto è convogliato nell’investimento, certamente molto remunerativo”. Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra convivono in questa terra, ormai di mafie. “A Modena – continua Cantone – si è spostato un pezzo dei Casalesi. Soprattutto gli Schiavone. Le maestranze di Caserta sono le migliori nel campo dell’edilizia, e spostandosi al Nord hanno portato con sé la realtà negativa, tra cui numerose batterie militari. A Parma, invece, il fenomeno è stato diverso. Non c’è stata l’esportazione di attività militari, e le indagini lo hanno dimostrato, ma solo economiche. Attività clamorose, con società immobiliari e grande capacità di entrare in rapporto con le istituzioni locali. Bisogna tenere la guardia alta”.</p>
<p>Se non c’è sangue, omicidi o sparatorie non c’è mafia? Ormai questa equazione non ha più alcun valore, come ha spiegato lo stesso Cantone. E l’Emilia Romagna è indubbiamente una regione di grande interesse e affari per la criminalità mafiosa. <strong>E alcune delle cause, oltre all’omertà (che qui si ha paura a chiamare con il suo vero nome), è anche la scarsa, anzi nulla, informazione dei media locali.</strong></p>
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		<title>Braccato dalla camorra scrive alla figlia: &#8220;Potrai giudicarmi quando sarai grande&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 13:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Val. Err. Il Messaggero.it del 24 settembre 2010)
Lettera di un 45enne di Casal di Principe in fuga dai clan, che cambia città ogni settimana, alla piccola Carol, 2 anni appena. A volte la geografia può segnare un destino. E nascere a Casal di Principe può significare avere la vita già scritta. Per Valerio è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4044" title="casaldiprincipe" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/casaldiprincipe.jpg" alt="" width="259" height="194" />(di Val. Err. Il Messaggero.it del 24 settembre 2010)</p>
<p><strong>Lettera di un 45enne di Casal di Principe in fuga dai clan, che cambia città ogni settimana, alla piccola Carol, 2 anni appena. </strong>A volte la geografia può segnare un destino. E nascere a Casal di Principe può significare avere la vita già scritta. Per Valerio è andata esattamente così. <strong>La strada, da giovanissimo, poi la delinquenza in un’escalation senza ripensamenti. Sempre dritto in una direzione: più o meno vicino ai clan, gente finita male, lontano dal rispetto delle regole e della legge. Così ha conosciuto il brivido della ricchezza e poi il freddo dell’indigenza. Le accuse e le condanne. E oggi, che ha circa 45 anni e ne dimostra un po’ di più, paga quelle scelte.</strong> Sta scontando una pena a vita che gli è stata inflitta dal tribunale della mala. E’ costretto a fuggire per evitare di essere ucciso in una di quelle lotte intestine tra clan campani che nascono per un niente e non finiscono mai.</p>
<p>Valerio cambia città e pensione quasi ogni settimana, di notte non può dormire e aspetta l’alba leggendo qualsiasi libro gli capiti in mano. Fuma sigarette e porta via le cicche, casomai a qualcuno venisse la fantasia di raccoglierle per estrarne il Dna. E ancora, se deve rivelare un segreto lo scrive su un biglietto per non essere intercettato, lo mostra al suo interlocutore, poi ne fa una pallina e la ingoia.</p>
<p><strong>Qualche volta si maledice per non aver capito prima quali fossero le cose importanti della vita. Ad esempio Carol, la sua bambina, che ha visto solo per pochi mesi. Prima che le cosche lo costringessero a diventare uno dei pochi latitanti di fatto, non ricercato dalla polizia ma dai clan.</strong>La sua storia è anche simile a quella di altri padri separati. Che non riescono a vedere i figli per la conflittualità e i rancori che hanno lasciato in famiglia. Perché Valerio, uomo della ”mala”, non va più d’accordo con la sua ex compagna. Dice che non è questo a impedirgli di vedere la sua bambina. Se gli si chiede, quali siano i motivi, preferisce la diplomazia: «Le ragioni riguardano il contesto in cui sono cresciuto e il paese dal quale vengo, Casal di Principe. E in minima parte la conflittualità tra e me e la mamma della mia bambina».</p>
<p>Parla poco, questo campano pieno di tatuaggi che hanno anche significati religiosi. Dice di avere in mente le troppe cose che non ha mai detto a sua figlia. Teme di non poterle dire mai più. Per questo le ha scritto una lettera e l’ha consegnata al giornale della città in cui vive la sua famiglia, Roma.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>A Carol, mia figlia.</strong>Ciao bambina mia, hai appena compiuto 2 anni, e il papà sa che ora non puoi leggerla questa mia. Ma devi sapere piccola mia che una lettera scritta su un giornale come Il Messaggero rimane per sempre, potrai continuare a leggerla nell’emeroteca di qualsiasi biblioteca. E adesso vado a darti il mio cuore, con una promessa: non parlerò mai di tua madre e sarò sincero.</p>
<p><strong>Quando nascesti, mentre mamma era in sala travaglio</strong>, un’altra signora che stava per partorire perse il bambino. Il padre impazzì di dolore, e insieme ad alcuni parenti iniziò a devastare il reparto. Tu non eri ancora nata, e la mamma sentendo quel trambusto si spaventò immensamente. Il tuo battito si fermò: accorsero in dieci tra medici ed infermieri, credo che fossero anche loro spaventati per quello che era successo. Vi portarono in sala operatoria per un cesareo, io ero terrorizzato, soprattutto per tua madre. Ero talmente spaventato che dissi al chirurgo: «Prima la madre, dottore». Lui mi rassicurò: «Tutte e due».</p>
<p><strong>Appena nata un’infermiera ti portò fuo</strong>ri, avvolta in un asciugamano, da me. Mi disse: «Può baciarla se vuole». Ma non lo feci, amore mio, non ti baciai. Non perché non ti amassi già, ma perché volevo essere sicuro che avessi ancora una madre. Sai, oggi quella frase al chirurgo non la direi più. Ti amo tanto. Ma usare la parola “amore” è troppo semplice, Carol. Ti amo; e vivere senza vederti è un po’ come essere una pianta che non viene mai annaffiata.</p>
<p><strong>Perché non viviamo insieme? Potresti chiedermi</strong>. Perche io e tua madre non stiamo insieme a te? Potrei spiegartelo ma dovrei parlare di tua madre, ed ho promesso di non farlo. Se il destino ci aiuterà ad incontrarci, io ti dirò la mia versione della nostra storia. Per ora devi accontentarti di quella di tua madre. Ma sappi che solo quando avrai modo di sentire anche me potrai deciderai chi condannare e chi assolvere. Ma non potrai mai decidere chi amare, perché questo sentimento non si può governare e lo scoprirai purtroppo anche a tue spese.</p>
<p><strong>Papà tuo in questo momento è in una serie infinita di gu</strong>ai: ma tuo padre, Carol, è una persona estremamente intelligente e ne verrà fuori. Anche se esiste l’incognita dell’imprevisto. Ed è questa incognita che mi spinge oggi a lasciarti una lettera. Non pensare, ti prego in ginocchio, che non abbia passato un solo istante della mia giornata per tutta la vita ad amarti, desiderarti e a sentirmi a metà senza di te. Anzi nulla, senza di te.</p>
<p><strong>Sei diventata bellissima; lo sei sempre stata</strong>. Qualcuno ti chiamava con il mio nome al femminile, per quanto mi somigliavi. Ma è impossibile; papà tuo non è bellissimo: forse hai preso dalla mamma e qualcuno ti chiamava così per guadagnarsi i miei favori. Carol, ho combattuto per te in tribunale: ho fatto allontanare alcuni assistenti sociali che si occupavano di noi. Ma alla fine il giudice ha detto che ha sempre visto i vitelli seguire le vacche e mai i tori.</p>
<p><strong>Combatti sempre</strong>, non arrenderti mai, non rinunciare mai ai tuoi diritti, soprattutto, non arrenderti mai. Perché, amore grandissimo, ogni fallimento vale mille volte più del non aver combattuto. Credevo in Dio e più di una volta sono stato privilegiato; perché a differenza di molte persone, ho avuto dimostrazioni certe della sua esistenza. L’ho anche sfidato e lui ha vinto. Ma oggi, per quello che mi sta accadendo con te, talvolta sono tentato di dubitare della sua presenza.</p>
<p>Ti Amo</p>
<p>Tuo Padre V.G.</p>
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		<title>Cari camorristi, rischiamo il posto di lavoro e non ci pagano lo stipendio. Aiutateci</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 20:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Vincenzo Iurillo)
Gli addetti alla raccolta differenziata del consorzio Napoli-Caseta in una lettera indirizzata provocatoriamente ai clan protestano contro i tagli di organico e i mancati pagamenti
“Mafiosamente vostri per sempre. I lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania”. Non è uno scherzo. È firmata proprio così la “lettera aperta alla camorra”, con cui gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3789" title="FotoSpazzatura" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/FotoSpazzatura.jpg" alt="" width="295" height="186" />(di Vincenzo Iurillo)</p>
<p>Gli addetti alla raccolta differenziata del consorzio Napoli-Caseta in una lettera indirizzata provocatoriamente ai clan protestano contro i tagli di organico e i mancati pagamenti</p>
<p><strong>“Mafiosamente vostri per sempre. I lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania”. </strong>Non è uno scherzo. È firmata proprio così la “lettera aperta alla camorra”, con cui gli addetti alla raccolta differenziata dei consorzi di Napoli e Caserta chiedono aiuto ai clan. I lavoratori ieri hanno sfilato nel capoluogo campano tra piazza Bovio, via Partenope e piazza del Plebiscito per protestare contro il mancato pagamento degli ultimi stipendi e contro gli annunciati tagli di organico, chiedendo senza successo un incontro col presidente della Provincia Luigi Cesaro (Pdl). Nel corso della protesta i dipendenti dei consorzi hanno distribuito una lettera con la quale si rivolgono direttamente alla camorra, chiedendo un intervento per sbloccare i pagamenti e per migliorare le loro condizioni di lavoro. Un documento un po’ sgrammaticato e dal chiaro intento provocatorio, <strong>che risuona però sinistro alle orecchie del questore di Napoli Santi Giuffrè, che ha detto: “C’è tanta tensione in giro, ma sono convinto che cose di questo tipo non dovrebbero essere dette”.</strong></p>
<p>In effetti il testo della lettera lascia allibiti: <strong>“La camorra nei rifiuti dicono i giornali, e allora deve essere per forza vero (…) l’ha detto Saviano, quindi per forza deve essere vero (…) allora, cari camorristi, ci rivolgiamo a voi. Che noi, seppur indirettamente, stiamo lavorando per voi, è un fatto assodato. Quindi scusateci se osiamo farvi qualche richiesta, ovviamente se non è di troppo disturbo”. </strong>Segue un elenco di rivendicazioni: dal non voler lavorare in condizioni pericolose per la salute, alla preghiera ai “politici e industriali che vi sono amici” per ottenere un avanzamento di carriera o un trasferimento alla Provincia o alla Regione con tanto di aumento in busta paga. Il documento va letto con attenzione per filtrare le parti ‘serie’ dalle provocazioni fini a se stesse. Il nodo da sciogliere, il cuore della protesta, resta quello delle retribuzioni e di un futuro che si prospetta incerto: “Da mesi i consorzi non ci pagano e a Benevento ci hanno messo a cassa integrazione mentre a Caserta e a Napoli ci stanno licenziando. Gli stipendi dei Consorzi da mesi non li riceviamo e a dire il vero neanche il vostro, nemmeno quello dei mesi scorsi. Possiamo fare un forfait degli arretrati? Anche a rate va bene. In caso di risposta positiva dobbiamo venire a ritirarli o si può fare l’accredito sul conto corrente? Ne approfittiamo per ribadire la nostra disponibilità nel caso doveste ripulire denaro sporco”.<strong> I lavoratori dei consorzi di bacino che lanciano questo ‘appello’ ai clan sono gli stessi che un anno fa (il 28 settembre 2009) esposero in piazza Plebiscito uno striscione con la scritta “W i Casalesi”. La foto fece il giro del mondo e suscitò indignazione unanime.</strong></p>
<p>I lavoratori del consorzio Napoli-Caserta che rischiano il licenziamento sono 424. Per loro è pronta la cassa integrazione, anche se la legge prevederebbe un ricollocamento negli enti locali</p>
<p>Pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">ilfattoquotidiano.it</a> del 3 settembre 2010</p>
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		<title>Una lettera da Casal Di Principe</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 14:38:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Alfredo Natale)
Io sono colpevole. Colpevole in quanto casalese. Casalese non come appartenete al clan, loro non meritano questo nome. Ma casalese come cittadino di queste terre.. colpevole. Colpevole semplicemente di non essere normale. In un paese dove abbondano eroi e criminali, eccellenze nel bene e nel male, la straordinarietà è all’ordine del giorno, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2489" title="segnaletica_casal-di-principe" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/segnalietica_casal-di-principe-300x225.jpg" alt="segnaletica casal di principe" width="300" height="225" />(di Alfredo Natale)</p>
<p><strong>Io sono colpevole. Colpevole in quanto casalese. Casalese non come appartenete al clan, loro non meritano questo nome. Ma casalese come cittadino di queste terre.. colpevole</strong>. Colpevole semplicemente di non essere normale. In un paese dove abbondano eroi e criminali, eccellenze nel bene e nel male, la straordinarietà è all’ordine del giorno, i colori sono quelli di un fumetto, e la normalità è l’eccezione.<br />
La storia la faranno anche i martiri, i dittatori, i grandi personaggi che decidono, ordinano, tramano, sognano, creano. Ma il mondo va avanti con il sudore della gente comune. Ma proprio questa gente.. dov’è? quante poche mani servono per contarla?<br />
<strong>Cosa significa essere normali qui da noi? Significa solo svegliarsi la mattina e andare a lavorare, come dice qualcuno? Significa solo non essere nel centro del ciclone ed sentirsi “estraneo ai fatti”? </strong><br />
Io credo significhi anche avere coraggio. E non parlo del coraggio di denunciare, del coraggio di manifestare, di affrontare il potere, di lottare rischiando la vita. Questo spetta a chi ha le capacità di farlo, e non avere questa capacità non è una colpa. <strong>Una colpa è invece non avere il coraggio di distinguersi se la si pensa diversamente, di schierarsi intimamente, di non annegare con gli altri nella banalità dei luoghi comuni. Il coraggio di essere coerenti, il coraggio di essere onesti, prima di tutto con se stessi. Normalità è seguire le leggi, tutte, dalla prima all’ultima. Significa pagare le tasse, tutte, dalla prima all’ultima. Significa rispetto, di te stesso e della tua dignità, degli altri, della comunità, dell’ambiente. Significa dare valore alla democrazia. Significa non svendere il proprio voto. Significa votare per chi credi possa fare del bene alla tua comunità. Significa non votare qualcuno solo perché ti è parente o amico o ti ha fatto un piacere o crede di avertelo fatto. Perché qui si confonde il diritto con il privilegio o il favore, la comunità con la tua famiglia, il processo democratico con una partita di calcio. Si confonde la vita con la sopravvivenza, l’integrità con l’invisibilità, l’interesse con il profitto, la chiarezza con l’ambiguità.</strong>Avere coraggio significa assumersi le responsabilità di quello che avviene, perché tutti abbiamo il potere di cambiare le cose, basta crederci, ed è vero. Significa rispettare il proprio ruolo e le proprie professionalità, sapendo che quello che si fa, si dice, si scrive ha sempre degli effetti, nel bene e nel male. E significa anche non aver paura di sbagliare. Avere coraggio è alzare lo sguardo non quando incontri un camorrista per strada, ma quando sei solo davanti ad uno specchio. Significa imparare a giudicare, farlo con cognizione, con consapevolezza, senza superficialità.<br />
Ci si dimentica ormai del tempo che passa. Basta un attimo per sradicare un albero nel proprio giardino, anche se a piantarlo è stato tuo nonno. Ci si dimentica del sangue versato che ha concimato i campi, e si banalizza sui morti perché tanto sono morti ma tu sei vivo, e non riesci a sentirti alla loro altezza. Ci si dimentica della strada percorsa, dei piedi rotti e del sudore, di chi ha fatto cosa e del perché è successo. E soprattutto si dimenticano le colpe.<br />
<strong>Avere coraggio è non dimenticare.<br />
Il coraggio di scegliere, il coraggio di essere uomini liberi, il coraggio di essere partigiani in guerra.<br />
Si, mi sento colpevole. Colpevole di non riuscire, di non tentare, di non volere, di non credere, di non potere. Colpevole.</strong></p>
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		<title>Raffaele Cantone: la Camorra tra nord e sud</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/04/raffaele-cantone-la-camorra-tra-nord-e-sud/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 14:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non vinceremo mai la lotta alle mafie finché sarà considerato solo un problema dei meridionali”. Sono queste le parole dell&#8217;ex pubblico ministero della Dda di Napoli, Raffaele Cantone, il quale racconta la sua esperienza di magistrato di prima linea contro la Camorra ai giovani studenti di giurisprudenza dell&#8217;Università di Bologna.
“È un problema nazionale – continua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/pm_raffaele_cantone-300x191.jpg" alt="Raffaele Cantone" title="pm_raffaele_cantone" width="300" height="191" class="alignleft size-medium wp-image-1770" />“Non vinceremo mai la lotta alle mafie finché sarà considerato solo un problema dei meridionali”. Sono queste le parole dell&#8217;ex pubblico ministero della Dda di Napoli, Raffaele Cantone, il quale racconta la sua esperienza di magistrato di prima linea contro la Camorra ai giovani studenti di giurisprudenza dell&#8217;Università di Bologna.<br />
“È un problema nazionale – continua – che c&#8217;è anche qui in Emilia Romagna, e in tutto il nord Italia. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale, cioè l&#8217;attuazione di un federalismo fiscale con soldi ridotti al sud, e non ci si accorge di quanto denaro sporco salga dal meridione verso le regioni del nord, attraverso il riciclaggio”.<br />
Le sue sono considerazioni di un uomo che è stato per molti anni a contatto con la Camorra, e che conosce bene quelli che sono i loro interessi economici, finanziari e politici. </p>
<p>Quella di Cantone è una descrizione impietosa di due Italie. Due realtà totalmente diverse, sul piano del welfare, dei servizi, della vivibilità. “La Camorra ha cambiato il tessuto sociale, e continua ad incidere sull&#8217;applicazione delle regole. La mafia non si fa anti-stato. Il terrorismo lo si poteva considerare tale. Al contrario la mafia si insinua nello stato. Le istituzioni per loro non sono da mettere in discussione”. E la prova è lo stesso Cantone a darla, raccontando due episodi avvenuti durante le sue indagini sul clan dei Casalesi. I protagonisti sono Michele Zagaria, ancora latitante e Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto &#8216;e mezzanotte”, condannato all&#8217;ergastolo. Entrambi hanno riferito una frase al pm Cantone: “Io, però, non ho mai torto un capello a un uomo delle istituzioni”. Zagaria lo scrisse in un bigliettino inviato al pm, mentre Bidognetti lo riferì a quattr&#8217;occhi durante un interrogatorio. Una concezione che fa comprendere come lo Stato sia rispettato, e non debba essere abbattuto, né occorre contrapporsi alle istituzioni. Con lo Stato si creano meccanismi di forza.</p>
<p>Secondo Cantone per battere le mafie e riuscire a squarciare questo rapporto diretto con le istituzioni è necessario l&#8217;impegno di tutti. Non serve la semplice repressione. Basti pensare alla grande lotta contro la mafia durante il fascismo. Una vera e propria guerra, che portò anche al cambiamento del nome di Casal di Principe. Fu chiamata Albanova, in segno di novità, di una nuova via da seguire. Così non fu. La Camorra si è infatti riorganizzata. Sempre più forte. “È necessario fare delle valutazioni più complesse – afferma Cantone – culturali, politiche, processuali&#8230; tutte assieme. Solo così potremo sconfiggere questo cancro”.</p>
<p>E per riuscire a risollevare la testa, Cantone nomina nuovamente le regioni del nord. Una parte d&#8217;Italia necessaria alla lotta contro le mafie. “Non ci sono realtà senza mafia al nord”, e deve essere anche di queste regioni la responsabilità e l&#8217;impegno per un contrasto effettivo.<br />
“Il mafioso del sud non è come quello del nord, dove l&#8217;obiettivo è investire. Soltanto piccole briciole di denaro restano nelle regioni meridionali, il resto è convogliato nell&#8217;investimento, certamente molto remunerativo”. L&#8217;Emilia Romagna, ad esempio. Cosa Nostra, &#8216;ndrangheta, Camorra convivono in questa terra, ormai di mafie.<br />
“A Modena – continua Cantone – si è spostato un pezzo dei Casalesi. Soprattutto gli Schiavone. Le maestranze di Caserta sono le migliori nel campo dell&#8217;edilizia, e spostandosi al nord hanno portato con sé la realtà negativa, tra cui numerose batterie militari. A Parma, invece, il fenomeno è stato diverso. Non c&#8217;è stata l&#8217;esportazione di attività militari, e le indagini lo hanno dimostrato, ma solo economiche. Attività clamorose, con società immobiliari e grande capacità di entrare in rapporto con le istituzioni locali. Bisogna tenere la guardia alta.”</p>
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		<title>Rosaria Capacchione: ci sarà una prova di forza dei casalesi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 04:31:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto dal Blog di Paolo De Chiara)
La giornalista de il Mattino, minacciata di morte dalla camorra, dopo la conferma degli ergastoli ai casalesi, ipotizza una nuova stagione di morte e di vendette sanguinarie. “Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1650" title="rosaria-capacchione" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/rosaria-capacchione.png" alt="" width="162" height="189" />(Tratto dal <a href="http://paolodechiaraisernia.splinder.com/" target="_blank">Blog</a> di Paolo De Chiara)</p>
<p><em>La giornalista de il Mattino, minacciata di morte dalla camorra, dopo la conferma degli ergastoli ai casalesi, ipotizza una nuova stagione di morte e di vendette sanguinarie. “Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto Sandokan. Cioè fare ammazzare a suo tempo i primi pentiti, oppure le persone minacciate”.</em></p>
<p>“Penso che ci sarà una prova di forza dei casalesi, non subito ma quando dovranno rifare gli organigrammi”. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, che ha ribadito gli ergastoli agli uomini del clan dei casalesi (tra cui Antonio Iovine e Michele Zagaria, oggi ancora latitanti), la giornalista de Il Mattino <strong>Rosaria Capacchione</strong>, che vive sotto scorta per le minacce di morte della camorra, ipotizza una nuova guerra. Per il predominio. Per ribadire la forza brutale e animalesca di questi gangster-manager del crimine. La giornalista ha ribadito la sua posizione ad Isernia, durante la presentazione del suo libro “L’Oro della Camorra”. Ritrovato sul comodino del killer Setola, durante il blitz per il suo arresto. “Nei luoghi dei latitanti vengono sempre trovati libri sui boss, grandi o piccoli, elogiativi o di collana. La loro parte vanesia esce fuori. Setola ci sarà rimasto male. L’ho trattato da killer, gli ho dato una parola in una nota. E’ un sanguinario, utilizzato dai capi per mettere gli investigatori a seguire la preda sbagliata. Ha fatto un sacco di morti. Ha seminato il terrore. Nel frattempo Zagaria e Iovine continuano ad essere latitanti da quasi 15anni”.</p>
<p><em>Dopo gli ergastoli per i casalesi diventati definitivi, con la sentenza della Cassazione, e dopo i nuovi episodi di minacce ai magistrati, ai giornalisti e al Capo dello Stato si comincia a respirare un’aria molto pesante. Le mafie stanno uscendo allo scoperto con azioni militari. Cosa potrebbe accadere, soprattutto dopo i 16 ergastoli, nei territori controllati dalla camorra?</em><br />
“Il giovane Schiavone non è molto amato dagli altri capi. Lui si è arrogato il titolo di capo reggente per diritto di sangue. Sta ordinando estorsioni a tappeto, caratteristica che non appartiene ai casalesi. All’interno del paese hanno lasciato la franchigia. Non si pagava, fino a poco tempo fa, il pizzo. Avrebbe chiesto soldi anche agli amici del padre. Una strategia per raggranellare molti soldi velocemente, ma che poi crea malcontento. Significa che una sua teorica latitanza, se mai qualcuno dovesse arrestarlo, avrebbe vita più breve perché non ha creato consenso intorno a sé. Il problema a Casal di Principe è proprio il consenso. Prevedo che ci possa essere qualcuno che per diventare il capo assoluto faccia determinate cose. Compreso anche quello che non ha fatto Sandokan. Cioè fare ammazzare a suo tempo i primi pentiti, oppure le persone minacciate. Penso che questo potrebbe accadere. Sia ragionevole che questo accada. Spero di sbagliarmi, anzi spero che vengano arrestati quei due (Michele Zagaria e Antonio Iovine, i capi latitanti del clan dei casalesi, n.d.r.) così abbiamo risolto parzialmente il problema. Altrimenti questi ergastoli non hanno nessun effetto sulla situazione dell’ordine pubblico. Stiamo parlando di persone o che sono già detenute, alcune delle quali già con ergastoli definitivi in altri processi, o latitanti. Sappiamo che Sandokan non uscirà mai più. Dovrà per forza lasciare le consegne al figlio o al nipote. Sta al 41bis, non può parlare con nessuno, la moglie sta ai domiciliari. Sarà obbligato. Non so se questo sarà un passaggio indolore”.</p>
<p><em>Roberto Saviano su Repubblica ha scritto: “contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi. Sembrano avere un coraggio che gli italiani hanno perso poiché per loro contrastare le organizzazioni criminali è questione di vita o di morte”. Condividi il pensiero dell’autore di “Gomorra”?</em><br />
“Loro sono certamente più disperati di noi. Devono scegliere se vivere o morire. La sera che ci fu la strage, 18 settembre 2008, a Castelvolturno ero lì. Ho visto la scena che non era quella solita. Loro non hanno perdonato il fatto che si andassero ad ammazzare persone che lavoravano”.</p>
<p><em>La camorra è un problema che interessa tutti. Non solo i territori della Campania o del Sud Italia. E’ molto significativo il sottotitolo del tuo libro “L’Oro della Camorra”. Si legge: “Come i boss casalesi sono diventati ricchi e potenti manager. Che influenzano l’economia di tutta la Penisola, da Casal di Principe al centro di Milano”. Dove è diventata realtà questa industria del crimine?</em><br />
“E’ già diventata realtà in Toscana, Emilia Romagna, in una parte della Lombardia, in una parte del Veneto dove ci sono insediamenti forti e consistenti dei casalesi, ma anche di imprenditori compiacenti che trovano molto più agevole non rivolgersi alle banche per fare investimenti, di fare una società a capitale misto. Questo significa avere manodopera garantita, non ci sono scioperi, con straordinari a nero. Con manovalanza esperta. Loro si sono insediati lì. Sono delle città completamente nelle mani dei casalesi: Modena, Parma, Reggio Emilia. Ancora il prefetto lì continua a dire che la camorra non c’è, anche se sono passati alla criminalità violenta, cioè omicidi, gambizzazioni e non solo attività di riciclaggio. Il figlio di Sandokan è quello che gestisce quella zona. I suoi referenti erano Raffaele Diana e Giuseppe Caterino. Questi due sono stati arrestati. Il figlio di Sandokan non ancora. Speriamo presto. Lì hanno delle basi forti. E gli imprenditori sono alla seconda generazione di riciclaggio. Soldi che alla fine entreranno nel circuito legale, perché tra dieci anni non li prendi più”.</p>
<p><em>Nel tuo libro, a pagina 84, si legge: “All’epoca io avevo la disponibilità di circa 500mila euro che erano rientrati dall’estero grazie allo “scudo fiscale” e che erano transitati sulla Banca Commerciale di Parma, filiale di via Montanaro”. E’ Bazzini (il socio di Pasquale Zagaria), nel 2006, a raccontarlo al pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone. Come si può fare la lotta alla criminalità se poi viene utilizzato di frequente l’istituto del condono?</em><br />
“L’ultimo condono sembra particolarmente scandaloso. Allo Stato, per altro, rientra solo il 5%. In cambio ha messo la pietra tombale su tutti gli accertamenti passati, presenti e futuri. Hanno aiutato chi è che ha i soldi all’estero nascosti. Nella migliore delle ipotesi stiamo parlando di evasori fiscali. Più delle volte parliamo di camorristi, mafiosi, ‘ndranghetisti. Quando ho scritto “L’Oro della Camorra” avevo di fronte a me un passaggio di un inchiesta su Bazzini, un imprenditore di Parma socio di Pasquale Zagaria (il fratello del super-latitante) una richiesta di rinvio a giudizio per riciclaggio per un promotore finanziario di Fideuram. Si era scoperto che Pasquale Zagaria aveva il sogno di tutte le donne del mondo: una carta di credito illimitata. Girava con una carta di credito che non faceva riferimento a nessun conto. Trovata durante una perquisizione, si è scoperto che questo conto portava a un incartamento che aveva questo promoter e da questo promoter si arrivava al nulla. Una concessione fatta dalla Banca Fideuram, che ha la sua sede principale in Lussemburgo, dove i controlli sono impossibili. Non rispondono alle rogatorie. Ignorano le richieste dei magistrati. Il promotore finanziario, nonostante il processo in corso per riciclaggio, è ancora dipendente di Fideuram e non è stato mai sospeso da Consob. C’è un apparato del nostro sistema bancario che è colluso sapendo di essere colluso. E con l’intenzione di farlo. Questo signore continua a lavorare per la stessa banca, quindi continua a fare operazioni del genere. E nel caso specifico lo ha fatto nonostante sia stato fermato in una discoteca che gestiva, ma la proprietà era di un altro signore camorrista, sempre del clan dei casalesi. In questo contesto cadono le braccia. Lo scudo fiscale serve a questi. I soldi di Pasquale Zagaria sono in Lussemburgo, ma non si possono prendere. Mi sembra questo un problema serio. Lui certo non farà lo scudo fiscale. Li conserva lì in attesa di tempi migliori. Che arriveranno tra qualche anno. Lui è detenuto, non ha una condanna infinita da scontare. Anzi se continuano a rinviare il processo di appello esce anche per decorrenza termini. E si va a riprendere i suoi soldi e, quindi, rifonda molto rapidamente il suo impero. Ma se non lo fa a febbraio per decorrenza termini lo farà fra tre anni perché sarà libero per aver scontato la pena. Abbiamo le mani legate nei confronti dei grossi conti, dei depositi importanti che sono all’estero e dobbiamo subire il rientro vero o finto che sia di altri capitali che fanno riferimento a persone fisiche che sono prestanome a delinquenti che rientrano in Italia e che inquinano l’economia”.</p>
<p><em> Perché nella lotta alle mafie si resta da soli, correndo il rischio di essere ammazzati?</em><br />
“Il problema di chi è stato ucciso è che era solo. Lavorava in solitudine. Non necessariamente per cattiva volontà. Passava per lo scemo del villaggio che si sacrificava intorno ad un’idea. La base del nostro mestiere è rispondere a cinque semplici domande: chi, come, dove, quando, e perché. Questo non significa fare l’eroe, significa fare il giornalista. Non servono i passacarte. Le aziende tendono ad assumere i passacarte e a far fare all’esterno il lavoro, perché il collaboratore esterno può essere mandato via in qualsiasi momento. L’approfondimento puoi farlo solo chiedendoti “perché”. Ma questo ai ragazzi non si insegna più”.</p>
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		<title>Molise. Terra di conquista e di omertà</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 13:37:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Paolo De Chiara)
Il Molise non è più un’isola felice. La criminalità organizzata da diversi anni fa affari in questa Regione. L’ultima operazione della GdF di Caserta dimostra i collegamenti tra il clan dei casalesi e la provincia di Isernia. Per Armando D’Alterio, Procuratore Capo di Campobasso: “questo pericolo c’è, ma può essere ancora scongiurato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di <a href="http://paolodechiaraisernia.splinder.com/" target="_blank">Paolo De Chiara</a>)</p>
<p>Il Molise non è più un’isola felice. La criminalità organizzata da diversi anni fa affari in questa Regione. L’ultima operazione della GdF di Caserta dimostra i collegamenti tra il clan dei casalesi e la provincia di Isernia. Per Armando D’Alterio, Procuratore Capo di Campobasso: “questo pericolo c’è, ma può essere ancora scongiurato facendo appello alle migliori forze della cittadinanza e della buona politica”. Per il pm Fabio Papa: “C’è bisogno del morto, spesso, perché nasca un’indagine, perché nasca un filone. Noi non abbiamo neanche il morto, fortunatamente. Ma paradossalmente è ancora più difficile. Perché qui non denuncia nessuno, non parla nessuno”.</p>
<p>Il Molise “è comunque una realtà che subisce l’influenza come terra di conquista”. In questo modo si è espresso ad Isernia il Procuratore Capo della Procura di Campobasso, Armando D’Alterio. Stiamo parlando dell’ex pm anticamorra che si è occupato nella sua carriera anche dell’omicidio di Giancarlo Siani. Il giornalista-giornalista de Il Mattino, ucciso dalla camorra perché il suo lavoro infastidiva le cosche. Oggi il magistrato D’Alterio, che veste i panni di Procuratore Capo, è in Molise. Nella Regione, come ha dichiarato, l’ex presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente della commissione antimafia) dove: “si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”.</p>
<p>Le mafie sono arrivate da diversi anni. E molte operazioni in Molise sono state compiute dalle forze dell’ordine. L’ultima, in ordine di tempo, ha visto coinvolto direttamente un esponente del clan dei casalesi, Giuseppe Diana. L’operazione del Comando della Guardia di Finanza di Caserta ha portato al sequestro di beni pari a 40milioni di euro. Legami sono stati registrati nella provincia di Isernia. E proprio nel capoluogo pentro il 22 gennaio scorso, l’Associazione I Care, insieme a il Ponte, ha organizzato una manifestazione dal titolo “L’Oro della Camorra… in Molise!”. Dove hanno partecipato ad un dibattito pubblico la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione, il pm di Campobasso Fabio Papa, il procuratore Armando D’Alterio e lo studioso Umberto Berardo. È stato chiaro il nuovo procuratore: “sono convinto che per il Molise si possa fare moltissimo. Non dico che siamo arrivati in tempo prima della catastrofe perché non abbiamo questa impostazione mentale da ultima spiaggia. La magistratura e neanche le forze dell’ordine devono avere mai l’ardire di presentarsi come risolutori dei problemi.</p>
<p>Abbiamo bisogno sempre costantemente e dell’appoggio dell’opinione pubblica e, soprattutto, dell’appoggio di chi può stimolarla come la stampa. Una libera stampa, ovviamente, ispirata all’articolo 21 della Costituzione. Di questo abbiamo particolarmente bisogno. Anche nel Molise. La realtà non è paragonabile a quella siciliana e calabrese. È comunque una realtà che subisce l’influenza come terra di conquista. Ma proprio perché è ancora terra di conquista e non è diventata ancora una roccaforte definitiva, stabile e strutturata. È ancora una terra nella quale la criminalità è nettamente distinta. O meglio non ha i collegamenti con la società civile che ha in queste Regioni in cui mafia e camorra diventano mafia nel momento in cui si crea un legame strutturato rispetto ai pubblici poteri, una capacità stabile e pericolosissima di determinare la politica e l’economia”.</p>
<p>Probabilmente il dibattito sulla presenza delle mafie non interessa. Poco si scrive e poco si fa per mettersi di traverso. Le dichiarazioni dei due magistrati, fanno ben capire la situazione che si sta creando in questa piccola Regione, dove secondo il pm Papa “nessuno denuncia, nessuno parla”. In fatto di omertà il Molise “non è secondo a nessuno”. Il quadro è allarmante. Se si continua a osservare dalla finestra, questi manager del crimine avranno terreno libero per continuare i loro sporchi affari e per potenziare la loro azione sul territorio. Ma come ha spiegato il dott. D’Alterio: “questo pericolo c’è in Molise, ma è un pericolo che può essere ancora scongiurato facendo appello alle migliori forze della cittadinanza e della buona politica. Per il Molise è opportuno il collegamento a Falcone e Borsellino. Grazie non solo ai loro risultati di indagine ma anche alla loro intensa opera di sensibilizzazione che portò alla creazione istituzionale di pool antimafia, cioè della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia.</p>
<p>Proprio laddove la criminalità organizzata non è ancora stabilmente strutturata sul territorio come in altre Regioni, il coordinamento investigativo con le Regioni da cui partono queste continue minacce, queste continue infiltrazioni, questi continui attentati all’economia e alla buona politica ha bisogno di questo coordinamento. Proprio attraverso il coordinamento e lo scambio di informazioni il Molise, che non è Regione geneticamente produttiva di una criminalità paragonabile a quella campana, palermitana e pugliese può ottenere quei contributi di collaborazione e quello scambio di informazioni che sono necessari per individuare le penetrazioni geografiche”. La testimonianza diretta del pubblico ministero Fabio Papa è interessante per capire la mentalità che esiste in Molise: “Sono in questa Regione dal 1993. E devo dire che c’è qualcosa che prende drammaticamente nel segno laddove noi pensiamo che il Molise nella sua piccolezza, nella sua, per certi versi, estrema chiusura che c’è stata anche storicamente con gli anni, ha sviluppato una mentalità di un certo tipo che in parte riflette purtroppo quello che sono degli aspetti deteriori degli italiani in genere, cioè quello di caratterizzarsi per il vizio privato e per la pubblica virtù.</p>
<p>A parole siamo tutti rispettosi, crediamo tutti nei capisaldi assolutamente della legalità come presidio di una società, come dice Gherardo Colombo, orizzontale e non di una società verticale. In realtà nella vita privata ognuno, nella propria attività familiare e sociale, alla fine persegue degli interessi particolari e questo sempre di più con il decadere anche culturale della società, favorito dall’impoverimento di quelle che sono le motivazioni collettive. Quando ci si rinchiude nel proprio particolare, per difesa spesso, non necessariamente perché si è cattivi, si va a finire che alla fine siamo tante persone isolate, la legalità va a farsi benedire e seguiamo il corso.</p>
<p>In Molise questa caratteristica mi pare abbastanza ricorrente. Politica qui in Molise, non faccio riferimenti a persone, è diventata sempre più con il tempo distribuzione di favori, assegnazione di posti, di privilegi. “A te che stai con me si, a te se non stai con me no”. Non c’è più l’ideologia, non c’è più una scelta di vita che esprime valori individuali di un certo tipo anziché di un altro. Non faccio riferimenti. Parlo da cittadino, non da magistrato. Mi pare di poter cogliere che la dimensione legalitaria sta veramente un pochino tramontando. Occorre recuperarla davvero e non solo a parole”. Bisognerebbe ripartire da qui. Dalla perduta “dimensione legalitaria”. Senza mettere in mezzo la dignità o l’onestà dei molisani. La denuncia serve a far accendere i riflettori su un problema. Senza incolpare un popolo intero. Le colpe sono anche di una politica che dà il “cattivo esempio”.</p>
<p>Fu l’assessore regionale Vitagliano, il 13 luglio del 2009, ad alzare un muro, scrivendo: “il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Interessante, quindi, è l’intervento del pm Papa proprio su questo problema, per superarlo definitivamente: “Non mi sogno di sparare a zero sui molisani.</p>
<p>È vero che i molisani amano la tranquillità, sono imbevuti di rispetto autentico per le Istituzioni. Non è solo una questione di riconoscimento. Però tutto questo è superato. Adesso c’è qualche altro aspetto. L’interesse privato è diventata la filosofia di base”. Secondo il magistrato Fabio Papa “l’interesse privato ha sostituito anche quella struttura sociale tradizionalmente appartenente anche in quanto valore cattolico tradizionale. Nell’intimo, ripeto, probabilmente per difesa, probabilmente per necessità, probabilmente per stanchezza, probabilmente perché alla fine i tempi sono quelli che sono e si seguono per varie motivazioni, non necessariamente tutte cattive. Si segue l’onda. E l’onda, purtroppo, è quella di un ritiro nel privato, del guardare al particolare, del guardare al soddisfacimento immediato”.</p>
<p>Ecco il punto fondamentale: “In una Regione di trecentomila persone è ovvio che alla fine si crea una compattezza sociale in senso negativo. Perché si aspetta il proprio turno e “prima o poi deve capitare quello che poi mi fa il favore a me, che mi sistema a quello e a quell’altro”. È evidente che un terreno di coltura del genere è un terreno pericoloso. Il giustificazionismo della brava gente che tende a dire “hai ragione, però lo fanno gli altri e poi ricevo un danno. E lo faccio anche io. Anche io non mi pongo tanti problemi. Anche io mi faccio i fatti miei”. Tutto questo decadimento porta all’omertà. Quella che distrugge qualsiasi sogno di legalità. Ed è proprio il pubblico ministero Papa a denunciare questo stato di cose: “C’è bisogno del morto, spesso, perché nasca un’indagine, perché nasca un filone. Noi non abbiamo neanche il morto, fortunatamente. Ma paradossalmente è ancora più difficile. Perché qui non denuncia nessuno, non parla nessuno. Ecco perché in fatto di omertà non siamo secondi a nessuno”. E questo è il secondo dato che è emerso nel corso del convegno. Il primo riferito al Molise come “terra di conquista” per la criminalità. A cui si aggiunge “l’omertà”.</p>
<p>Ma esiste un via di uscita per ridare dignità a questa “isola felice”. Termine utilizzato, soprattutto, dalla classe politica per mettere sotto al tappeto i tanti problemi. Senza affrontarli per risolverli. È il procuratore D’Alterio a tracciare la strada: “Il metodo investigativo per una regione come il Molise è proprio quello segnato da Falcone e Borsellino, da qualcuno tragicamente e malauguratamente, definiti “professionisti dell’antimafia”. Ma in realtà di professionalità in questo tipo di attività, sia dal punto di vista del giornalismo e sia dal punto di vista della magistratura e delle forze dell’ordine, c’è ne grandissimo bisogno. Fare antimafia significa sudare e lavorare costantemente ed essere dei servitori prima dei cittadini e anche dello Stato”.</p>
<p>Non è mancato un accenno del Procuratore sul processo breve. “Fortunatamente, ancora non ce l’abbiamo e si spera di poter continuare ad operare con gli strumenti che abbiamo. C’è un certo movimento di riforma che però si inserisce in un patrimonio normativo e anche giurisprudenziale che in questo momento è abbastanza importante. A livello europeo l’Italia si trova, non dico all’avanguardia, ma sicuramente non è tra gli ultimi Paesi con riferimento al contrasto della criminalità. In particolare i reati ricollegabili alla criminalità camorristica o mafiosa godono dal punto di vista investigativo di strumenti di grande validità, quali le intercettazioni, le indagini patrimoniali. Il carattere camorristico-mafioso di un’organizzazione è una chiave di lettura importante per scoprire delle realtà nascoste, rompendo l’omertà. Se andiamo a guardare ai risultati sostanziali dell’applicazione sanzionatoria di una norma come il 416bis in fondo questi sono abbastanza poveri dal punto di vista della pena che possiamo infliggere con il reato associativo. Mentre dal punto di vista delle ricadute in tema di indagine e di scoperta di reati satellite sono importantissime e il contrasto può essere efficace.</p>
<p>L’importante è capire cos’è il processo breve. Forse fra i tanti tecnicismi ancora non è molto chiaro”. È illuminante “il riferimento all’operazione di un chirurgo” fatto da D’Alterio per capire cos’è il processo breve, già approvato da un ramo del Parlamento. “Immaginiamo che passi una norma che dice che l’operazione deve essere breve, perché un’operazione lunga fa soffrire il malato quindi è una lesione di diritti individuali che può comportare la lievitazione della parcella del chirurgo o, nei casi più gravi, può comportare la morte del malato. E allora si stabilisce che quando si superano un certo numero di ore attraverso le quali si protrae questa tortura che finisce per essere l’operazione per il malato, chiunque direbbe l’operazione breve si sostituisce il chirurgo oppure l’operazione breve si fornisce il chirurgo di un bisturi laser anziché di un bisturi tagliente. Con l’operazione breve il chirurgo prende il bisturi e lo ficca nel collo del malato e lo ammazza. Questo è il processo breve”. (<strong>il Ponte</strong>)</p>
<p><strong>Dichiarazioni sul Molise</strong></p>
<p><em>“È un argomento che dovete affrontare. È un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”. […].</em> <strong>Giuseppe Lumia, ex presidente Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009</strong></p>
<p><em>“Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. È un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. È una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa. Il circuito negativo (cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica, ndr.) stronca la democrazia”.</em> <strong>Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, presentazione libro ‘Il Tribuno’</strong></p>
<p><strong>Intervento Petraroia</strong></p>
<p><em>Resto convinto che il Molise, non fosse altro che per semplice contiguità territoriale, non è più estraneo a fenomeni di infiltrazione malavitosa. Ritengo un errore la generale sottovalutazione sul tema che porta le Istituzioni, la stampa e le forze sociali ad accantonare la questione come se non esistesse. La recente costituzione dell’Associazione “Libera contro le Mafie” del Molise alla presenza di Don Luigi Ciotti ci incoraggia a proseguire, pur tra mille difficoltà, nell’affermazione della cultura della legalità, della trasparenza e dei diritti. Non si tratta solo di controllare meglio il territorio, accentuare la prevenzione e dotare le Forze dell’Ordine e la Magistratura di mezzi e personale per contrastare l’ingresso in Molise di Camorra e ‘Ndrangheta. Si pone un problema culturale di libertà e di democrazia nella nostra regione che spezzi l’intreccio negativo tra politica, affari e informazione come ha coraggiosamente denunciato Alberico Giostra. Probabilmente la fragilità del nostro tessuto sociale non riuscirà a fermare un processo ineluttabile dove le pratiche illegali avranno sempre di più bisogno di cattiva politica e di cattiva stampa, ma proprio per questo, pur se in condizioni proibitive, abbiamo il dovere di impegnarci con tutte le nostre forze a difesa di una società basata sul rispetto della legge.</em> <strong>Michele Petraroia, consigliere regionale, Campobasso, 22 gennaio 2010</strong></p>
<p><strong>Intervento Berardo</strong></p>
<p><em>[…]. Negare la presenza di fenomeni malavitosi, illegali o funzionali all’ingiustizia nel Molise, come qualcuno prova ancora a fare, sarebbe insieme da miopi ed irresponsabili. L’esistenza dell’usura, del riciclaggio, del mercato della droga, dell’evasione fiscale, delle intimidazioni a magistrati, a forze dell’ordine ed organi di stampa, per fare solo taluni esempi legati alla cronaca anche recente, è la testimonianza di un’assenza preoccupante di etica pubblica, ma ci deve interrogare anche su un’idea assai distorta della democrazia che spinge molti perfino a confondere l’interesse privato con quello pubblico. Sì, amici miei, perché esiste una malavita legata a strutture mafiose e spesso operante in modo violento e selvaggio, ma ce n’è anche un’altra apparentemente innocua e meno cruenta e tuttavia assai sottile che si serve del potere economico, politico e culturale per costruire feudi elettorali, sostenere clienti, distribuire briciole economiche e di potere ed in ogni caso generare disuguaglianza ed ingiustizia. Quando ad esempio una gran quantità di posti di rilievo e responsabilità non è attribuita per concorso, come a mio avviso si dovrebbe, ma viene affidata per nomina alle segreterie dei partiti o peggio ancora a questo o quel politico, non possiamo certo dire che si agisca secondo norme di merito, di competenza o di equità, ma seguendo criteri di occupazione delle istituzioni da parte delle forze politiche che si trascinano da tempo e che sono davvero la negazione dell’etica, perché, oltre ad essere ingiusti, tali sistemi spesso assegnano anche incarichi direttivi o di responsabilità a persone incompetenti che minano il funzionamento degli stessi enti ed istituzioni. […].</em> <strong>Umberto Berardo, alcuni brani tratti dalla relazione tenuta ad Isernia il 22 gennaio 2010 nel corso del convegno “L’oro della Camorra” …in Molise!</strong></p>
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		<title>Modena Camorra City. I casalesi hanno preso casa in Emilia</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 09:25:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>

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		<description><![CDATA[“C&#8217;è il pericolo serio di un radicamento che, a mio giudizio, possiamo anche evitare se il contrasto sarà efficace, continuativo, costante nell&#8217;attività di investigazione e soprattutto aggredendo i patrimoni”. Sono le parole del procuratore di Bologna, Roberto Alfonso. Il pericolo di un radicamento della camorra in Regione è reale. E se nel marzo 2009 il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1456" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1456" title="Ferrari-360-Modena" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/Ferrari-360-Modena-300x225.jpg" alt="Ferrari 360 Modena" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Ferrari 360 Modena</p></div>
<p>“<em>C&#8217;è il pericolo serio di un radicamento che, a mio giudizio, possiamo anche evitare se il contrasto sarà efficace, continuativo, costante nell&#8217;attività di investigazione e soprattutto aggredendo i patrimoni</em>”. Sono le parole del procuratore di Bologna, <strong>Roberto Alfonso</strong>. Il pericolo di un radicamento della camorra in Regione è reale. E se nel marzo 2009 il prefetto di Parma, <strong>Paolo Scarpis</strong>, dichiarò, con involontaria ironia e suscitando numerosi mugugni, che le Camorra nella sua città è “<em>solo una sparata</em>”, a soli 60 chilometri di distanza le cose sembrano essere differenti.</p>
<p><strong>A Modena, infatti, sono state 25 le notifiche di arresto per esponenti del clan dei Casalesi</strong>, tutti residenti nella città emiliana. La Guardia di Finanza di Bologna e la Dda hanno sequestrato beni per un valore di 6 milioni di euro, che comprendono 35 immobili, 23 automobili e moto di lusso.<br />
<strong>Mario Temperato</strong> e <strong>Alfonso Perrone</strong> sono due tra i più importanti camorristi arrestati. Il primo era in stretto contatto con il figlio di “Sandokan” Schiavone e “intenditore” raffinato delle regole del clan; il secondo, invece, vantava la conoscenza diretta di Michele Zagaria. Entrambi i boss, abituati al lusso con l’uso di Ferrari e vestiti griffati Armani, arrivata la sera, si svestivano delle loro ricchezze per andare “a punire”, così dicevano tra di loro. Estorsioni, riscossioni di credito. Via Ferrari e vestiti Armani, fuori spranghe e pistole, pronti a spaccare mandibole e mascelle a mazzate. Per lo più per debiti ancora non saldati.</p>
<p><strong>Roberto Alfonso</strong>, procuratore di Bologna, sottolinea come “imprenditori, associazioni di categoria, devono denunciare i tentativi di infiltrazione mafiose. Avranno in cambio la protezione che occorre. Sia per loro, che per la famiglia”. Un netto incoraggiamento del magistrato siciliano, arrivato in terra emiliana dopo lunghi anni alla Direzione nazionale antimafia fra le fila di <strong>Piero Grasso</strong>.<br />
“È necessario – continua – che le vittime di estorsione e usura denuncino i reati subiti e che abbiano maggiore fiducia nello Stato, prendendo consapevolezza dell’esistenza di disposizioni normative in materia di protezione e assistenza dei testimoni di giustizia e di cospicue provvidenze economiche erogabili dal fondo antiracket e dal fondo antiusura per imprenditori e commercianti, parti offese di questi delitti. Lo Stato è in grado di fare concretamente qualcosa per loro”.</p>
<p><strong>La mafia in Emilia Romagna c’è. Nessuna sorpresa.</strong> Per Cosa Nostra, ‘ndrangheta e, soprattutto, camorra queste terre sono viste come luogo sicuro per riciclare denaro, per investire i guadagni “sporchi”. Sarà facile per loro fino a quando si continuerà a negare la presenza di infiltrazioni mafiose sul territorio. Molto meno quando si prenderà coscienza della realtà che ci circonda.</p>
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		<title>Ecco con chi vuole governare la Polverini</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
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		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Il Fatto Quotidiano)
Lazio, gli impresentabili che sognano una poltrona.
C’è il senatore che è una macchina da guerra delle raccomandazioni. C’è l’imprenditrice che doveva costruire un albergo, ma poi pensò bene di scavare, scavare e scavare ancora, e il medico con la passione per la politica finito in brutte storie. Pure lui produceva segnalazioni: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2452859&amp;yy=2010&amp;mm=03&amp;dd=09&amp;title=ecco_con_chi_vuole_governare_l" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a>)</p>
<div id="attachment_1320" class="wp-caption alignleft" style="width: 176px"><img class="size-medium wp-image-1320" title="avatars_brown_caos" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/avatars_brown_caos-166x300.jpg" alt="Avatars" width="166" height="300" /><p class="wp-caption-text">Avatars (Brown Caos)</p></div>
<p>Lazio, gli impresentabili che sognano una poltrona.</p>
<p>C’è il senatore che è una macchina da guerra delle raccomandazioni. C’è l’imprenditrice che doveva costruire un albergo, ma poi pensò bene di scavare, scavare e scavare ancora, e il medico con la passione per la politica finito in brutte storie. Pure lui produceva segnalazioni: amici, amici degli amici, elettori. È l’elenco degli “impresentabili” del Lazio, tutti dell’area Pontina, tutti candidati con la destra di Renata Polverini, la sindacalista che aveva promesso pulizia nelle liste.</p>
<p>Latina, Minturno, Scauri e Terracina, zona di buone mozzarelle e di mare, ma anche di mafie. Qui si sono insediati i Casalesi, e qualcuno dice che Antonio Iovine, ‘o Ninno, passi in questi luoghi parte della sua eterna latitanza, ma anche la ‘Ndrangheta. Quella che aveva in don Mico Tripodo uno dei suoi capi, praticamente comanda a Fondi, dove da anni hanno messo radici i figli Venanzio e Carmelo. Fondi, il comune che doveva essere sciolto per mafia, perché tutto, dagli appalti ai servizi cimiteriali, dalla gestione del Mof, il mercato ortofrutticolo più grande d’Europa, è nelle mani degli amici calabresi.</p>
<p>L’aveva chiesto una Commissione d’accesso, un prefetto della Repubblica, finanche il Consiglio dei ministri. È finita in burletta, con i consiglieri della maggioranza, tutti del Pdl, che si sono dimessi impedendo, di fatto, il commissariamento. Perché qui comanda uno solo, Claudio Fazzone, ras dei voti, collettore di preferenze, padrone del territorio.</p>
<p>Uno che ne ha fatta di strada da quando era un semplice poliziotto accompagnatore di Nicola Mancino quando l’attuale vicepresidente del Csm era ministro dell’Interno. Fazzone è un doppiolavorista, è senatore della Repubblica, ma anche numero uno di Acqualatina, il consorzio che gestisce l’acqua pubblica nell’area Pontina. Le tariffe sono tra le più care d’Italia, ma il gettone del senatore è ragguardevole: 90 mila euro l’anno per un incarico in forte odore di incompatibilità.</p>
<p>&#8220;Peppe Franco è cugino di primo grado del sindaco di Fondi Parisella Luigi. Il fratello di Peppe Franco che si chiama Luigi è socio in affari sia con il Parisella Luigi che con il Sen. Fazzone Claudio nella gestione della Silo srl, società titolare di un capannone sito in località Pantanelle. Questo capannone doveva essere adibito alla lavorazione di prodotti ortofrutticoli e ha anche ricevuto contributi pubblici per oltre due miliardi di lire per questo scopo. Tuttavia quest’attività imprenditoriale non è mai iniziata, mentre invece l’area su cui sorge questo capannone inutilizzato è stata interessata da una variante al piano regolatore generale approvata tra il 2002 ed il 2004 che ha determinato un forte incremento delle infrastrutture viarie”. Nero su bianco nell’inchiesta Damasco della Procura antimafia di Roma.</p>
<p>Peppe Franco, per la cronaca, è accusato di trafficare in droga e armi e di essere legato a doppio filo con i clan della Camorra e della ‘Ndrangheta. Il senatore Fazzone, che ha fatto fuoco e fiamme contro lo scioglimento del suo comune (“ho difeso Fondi da una campagna di discredito senza precedenti”), è capolista del Pdl nella circoscrizione di Latina. Attivissimo nel comitato elettorale della Polverini, punta alla poltrona di assessore alla Sanità. Un Dio in terra. Nel frattempo è sotto processo proprio per la sanità pubblica. Raccomandazioni, almeno sessanta lettere censite e pubblicate dai cronisti di Latina Oggi (bravi giornalisti piu’ volte minacciati), che iniziavano sempre con un “Caro Benito”. Tutte rivolte al direttore della Asl di Latina. C’è un concorso per cinque posti di tecnico di radiologia (131 partecipanti), Fazzone ne raccomanda proprio cinque , di questi sono in quattro a vincere.</p>
<p>Imbattibile, anche quando si tratta di segnalare ditte amiche per appalti. “Caro Benito, ti chiedo di far effettuare alla tipolitografia… la fornitura degli stampati per ospedali e ambulatori anche in assenza di gara”. Anche il nome di Romolo Del Balzo, medico di Minturno legatissimo a Fazzone e candidato al consiglio regionale, compare nelle carte di Damasco per una vicenda di recupero crediti alla quale si sarebbe interessato proprio Carmelo Tripodo.</p>
<p>Del Balzo è indagato dalla Procura di Latina per una storia di raccomandazioni per la selezione di un corso di infermieri e per le pensioni di invalidità. Gina Cetrone, invece, è candidata nel listino della Polverini. Se la sindacalista che voleva liste pulite vincerà, occuperà uno scranno alla Pisana che la ripagherà delle disavventure giudiziarie.</p>
<p>Imprenditrice di Sonnino, la signora Cetrone – che si occupa di marketing alla provincia di Latina governata dal centrodestra – è finita nelle maglie della giustizia per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio. Assieme al fratello avevano presentato il progetto per costruire un albergo per anziani, ma la concessione era scaduta più volte senza che i lavori vedessero mai un inizio. Nel cantiere si scavava soltanto, nel 2007 la Guardia Forestale sequestra tutto sospettando che quel cantiere in realtà fosse solo una cava estrattiva. Senza permessi era stata sbancata una intera collina.</p>
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		<title>G8, l&#8217;inchiesta sul terremoto. Chi rideva del sisma lavora all’Aquila</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 11:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da il Centro &#8211; di Enrico Nardecchia)
Quelli che ridevano, la notte del terremoto, in Abruzzo ci sono stati e ci hanno lavorato. Dall’inchiesta sul G8 riemergono le intercettazioni che smentiscono le dichiarazioni di Gianni Letta. Piscicelli e altri imprenditori indagati operano nella ricostruzione. La toscana Btp sbarca in città grazie al consorzio Federico II [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://ilcentro.gelocal.it/dettaglio/articolo/1861735" target="_blank">il Centro</a> &#8211; di Enrico Nardecchia)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1042" title="terremoto_aquila-II 021" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/terremoto_aquila-II-021-300x200.jpg" alt="Terremoto Aquila" width="300" height="200" /><em>Quelli che ridevano, la notte del terremoto, in Abruzzo ci sono stati e ci hanno lavorato. Dall’inchiesta sul G8 riemergono le intercettazioni che smentiscono le dichiarazioni di Gianni Letta. Piscicelli e altri imprenditori indagati operano nella ricostruzione. La toscana Btp sbarca in città grazie al consorzio Federico II di Barattelli, Marinelli e Vittorini.</em></p>
<p><strong>L’AQUILA.</strong> Ridevano e lavoravano, coronando il loro sogno. «Qua possiamo piglià quello che ci pare». «Qua c’è da fare per 10 anni». Le intercettazioni svelano che gli imprenditori-sciacalli non solo hanno riso nel letto, la notte del terremoto, ma hanno anche raggiunto l’obiettivo di prendere soldi, pubblici e privati, dalla grande torta degli affari della ricostruzione in Abruzzo. Il comizio di Gianni Letta («Nessuna di quelle persone e imprese ha messo mai piede all’Aquila e non hanno avuto e non avranno un euro») è di 5 giorni fa. Ma pare lontanissimo.</p>
<p><strong>AL LAVORO.</strong> Sciacalli al lavoro nel cratere, nonostante quella che Letta ha definito «la gestione oculata di Bertolaso». Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore che avrebbe riso la notte del terremoto parlando col cognato Pierfrancesco Gagliardi pensando agli affari che avrebbe potuto realizzare, tre giorni dopo il terremoto rincara la dose quando afferma che già gli sono stati chiesti «sei escavatori e venti camion». L’intercettazione è inserita nell’inchiesta di Firenze sui grandi appalti in cui Piscicelli è indagato.</p>
<p><strong>FEDERICO II.</strong> Porta il nome del leggendario fondatore della città il consorzio attraverso il quale la toscana Btp (Baldassini-Tognozzi-Pontello), i cui vertici sono indagati per i presunti rapporti di favore con il coordinatore del Pdl Denis Verdini, per il quale si ipotizza la corruzione, ha messo radici in città. Il colosso dell’edilizia, tra i primi 10 in Italia, ha sposato i Barattelli (Ettore e Carlo), storici costruttori aquilani, e le imprese di Emidio Vittorini; Marinelli ed Equizi. Nomi, questi, estranei all’inchiesta fiorentina. Vittorini e Marinelli sono noti per il loro impegno nell’Aquila rugby. Battesimo del «Federico II» il 15 maggio. Un mese e 9 giorni dopo la catastrofe nasce un consorzio che «non ha fini di lucro» anche se è composto da società di capitali, e si prefigge «la promozione delle integrazioni e l’aggregazione tra i soggetti consorziati». Al di là dei propositi, il consorzio prende appalti pubblici e incarichi di natura privatistica.</p>
<p>«Com’è facile immaginare», sostiene la Procura, «il terremoto ha momentaneamente spostato gli interessi dei soggetti coinvolti, tutti ben consapevoli che l’evento sismico potrà tradursi in commesse di lavori edili e, dunque, in profitti». Il consorzio avrebbe intascato, finora, circa 12 milioni dalla prima fase della ricostruzione. Ha lavorato alla costruzione di moduli scolastici provvisori; al restauro di alcuni alloggi della caserma Pasquali da destinare agli sfollati; alla messa in sicurezza (700mila euro) e al recupero di opere d’arte (578mila euro) nella sede della direzione generale della Cassa di risparmio della Provincia dell’A quila, in corso Vittorio Emanuele e a palazzo Branconi-Farinosi, di proprietà dell’istituto di credito, e già sede di rappresentanza della Regione. Barattelli è anche componente del Consiglio di amministrazione della Carispaq che ha confermato di aver affidato i lavori.</p>
<p><strong>DI NARDO E I CASALESI.</strong> L’altro binario, inquietante, è quello che indaga sui rapporti tra imprese, funzionari pubblici ed esponenti del clan dei Casalesi. In un’indagine dei Ros il funzionario ministeriale Antonio Di Nardo, nato a Giugliano (Napoli) ma residente a Mentana (Roma) viene descritto come «in rapporti» con esponenti della camorra. Di Nardo, dal Provveditorato Opere pubbliche con competenza su Lazio e Abruzzo, si sarebbe attivato con Piscicelli per «partecipare alle gare d’appalto».</p>
<p><strong>SCUOLA DA 7 MILIONI.</strong> Scuola media Carducci, sede provvisoria al Torrione. Appalto da 7,3 milioni, la cifra più alta tra quelle destinate ai Musp. L’appalto è stato aggiudicato da un’associazione temporanea d’impresa Cmp-Btp-Vittorini Emidio costruzioni. Lotto 12, aggiudicato il 22 luglio. La sera stessa, il direttore tecnico-consigliere del consorzio Federico II, Liborio Fracassi, marsicano di Avezzano, 62 anni, scrive un sms a Riccardo Fusi della Btp. «Vinto il primo appalto. È il primo, gli altri a breve. Ferie all’Aquila».</p>
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		<title>Vinto il primo appalto: ferie all’Aquila</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 11:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da il Centro)
Telefonate tra referenti locali e imprese coinvolte: &#8220;Tanta roba&#8221;.

L’AQUILA. «Primo appalto ok, ferie all’Aquila». Le risate proseguono via sms, quando l’imprenditore abruzzese comunica al suo corrispondente toscano che, sì, la prima bandierina è stata piazzata. E ora ne seguiranno delle altre. Tanto che le ferie toccherà passarle all’Aquila. Questi i contenuti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://ilcentro.gelocal.it/dettaglio/vinto-il-primo-appalto:-ferie-all%E2%80%99aquila/1861787" target="_blank">il Centro</a>)</p>
<p><strong>Telefonate tra referenti locali e imprese coinvolte: &#8220;Tanta roba&#8221;.<br />
</strong></p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1044" title="g8perlaquila" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/g8perlaquila-300x199.jpg" alt="G8 per L'Aquila" width="300" height="199" />L’AQUILA.</strong> «Primo appalto ok, ferie all’Aquila». Le risate proseguono via sms, quando l’imprenditore abruzzese comunica al suo corrispondente toscano che, sì, la prima bandierina è stata piazzata. E ora ne seguiranno delle altre. Tanto che le ferie toccherà passarle all’Aquila. Questi i contenuti di alcune intercettazioni inserite nel procedimento della procura di Firenze nell’inchiesta su appalti e corruzione. Imprenditori e funzionari pubblici parlano costantemente del sisma in Abruzzo e delle sue opportunità.</p>
<p><strong>SEI ESCAVATORI.</strong> L’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli parla con il cognato Pierfrancesco Gagliardi. La telefonata è del 9 aprile. Gagliardi: «&#8230;Senti un po’ ma&#8230; tu vuoi fare&#8230; un bel&#8230; un bell’appalto sul lago di Garda&#8230; da 7 milioni&#8230; o è troppo lontano&#8230; è una rottura di c&#8230;». Piscicelli: «&#8230; No&#8230; lascia perdere&#8230; mò c’é il terremoto da seguire&#8230;». G.: «&#8230;Sì, giusto, bisogna concentrarsi lì&#8230;». P.: «&#8230;Capito? G.: «&#8230;Perché lì partono a duemila all’ora adesso&#8230; P.: «&#8230;Ma già mi hanno chiamato a me&#8230;» G.: «&#8230;ma veramente? P.: «&#8230;Sì, la prossima settimana devo dare sei escavatori&#8230; venti camion&#8230;». G.: «&#8230;Li devi dare&#8230;?». P.: «&#8230;Sì&#8230;». G.: «&#8230;così&#8230;». P.: «&#8230;Sì così funziona nelle emergenze&#8230; tutto in economia&#8230;». G.: «&#8230;Ah!&#8230;glieli dai e poi dopo si fa in economia&#8230; cioè tot ore, tot al giorno&#8230;». P.: «&#8230;Sì&#8230;sì, sì&#8230;». G.: «&#8230;Ah&#8230;». P.: «&#8230;Questo per le emergenze&#8230;». G.: «&#8230;Uhm, uhm&#8230; certo lì adesso ci fanno carne da porco lì&#8230;». P.: «&#8230;Eh là c’è da ricostruire dieci anni&#8230;».</p>
<p><strong>DI NARDO.</strong> Il 16 aprile il funzionario ministeriale Antonio Di Nardo informa l’imprenditore Piscicelli che un incontro con Denis Verdini coordinatore Pdl si può organizzare al Circolo della caccia in piazza Fontanella Borghese, a Roma, per restare al riparo da occhi indiscreti. Di Nardo: «&#8230;Senti io penso martedì facciamo quell’incontro&#8230; quello con Denis&#8230; con questo però andiamo al Circolo o no&#8230; hai detto così?&#8230; non vuole gente che vede&#8230;». Piscicelli: «E allora ce ne andiamo al Circolo&#8230; noi tre».</p>
<p><strong>SMS: FERIE ALL’AQUILA</strong>. Questa l’intercettazione dell’sms che Liborio Fracassi, di Avezzano, direttore tecnico del consorzio «Federico II», il 22 luglio 2009 spedisce all’ indagato Riccardo Fusi presidente della toscana Btp: «Abbiamo vinto il primo appalto: una scuola per 7,3 milioni da consegnare chiavi in mano il 10 settembre. È il primo, gli altri a breve. Ferie all’Aquila».</p>
<p><strong>«LÌ TI CONOSCONO».</strong> Fra i politici in contatto con Fusi c’è anche Riccardo Nencini, presidente del consiglio regionale della Toscana, che subito dopo una visita all’Aquila, il 16 luglio, nella quale consegna 500mila euro della sua Regione a Gianni Chiodi, chiama al telefono l’imprenditore. Nencini: «Ascolta bello sto venendo via ora dall’Aquila&#8230; ho parlato di te&#8230; ma lì sei conosciuto&#8230;». Fusi: «Sono conosciuto però murano quegli altri, capito&#8230; sì. sì&#8230; ma se tu ci metti le mani te è meglio». Nencini fa capire che s’impegnerà per promuovere un incontro.</p>
<p><strong>«TANTA ROBA».</strong> Ecco il contenuto di un colloquio tra Liborio Fracassi (Consorzio Federico II) e l’imprenditore toscano Riccardo Fusi considerato, insieme a Piscicelli e a Vincenzo Di Nardo, tra i «favoriti» del coordinatore nazionale Pdl Denis Verdini. I due parlano dei lavori all’Aquila e in particolare negli immobili Carispaq. Fusi: «Scusi, si è visto con quella persona di Vasto?». Fracassi: «Sì, sono andato, l’ho incontrato, l’ho sentito, ma era impegnato con le elezioni e l’ho richiamato». Fusi: «Va bene, ma lì come va?». Fracassi: «Bene benissimo dico no bene, benissimo». Fusi: «Ah». Fracassi: «Già gliel’ho detto. L’ingegnere Marchetti ci ha firmato il nulla osta». Fusi: «Eh». Fracassi: «Stiamo già preparando tutti i preventivi adesso con la banca. Per cui abbiamo predisposto un po’ tutto&#8230; venerdì prossimo il consiglio d’amministrazione ci dà il via a fare sia l’opera dentro a palazzo Branconio che è quella della messa in salvaguardia di tutti i monumenti dentro a quel palazzo tutti affreschi, tutti decori&#8230; poi tutti i ponteggi sia del palazzo della banca sia del palazzo Branconio». Fusi: «La perdo, va via la voce». Fracassi: «Comunque c’è tanta roba. Stiamo facendo tanta roba». Fusi: «Bravo».</p>
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