<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Malitalia &#187; Carabinieri</title>
	<atom:link href="http://www.malitalia.it/tag/carabinieri/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.malitalia.it</link>
	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Feb 2012 17:50:52 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3492</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>‘Ndrangheta, “Tutto in famiglia”</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/12/%e2%80%98ndrangheta-%e2%80%9ctutto-in-famiglia%e2%80%9d/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2011/12/%e2%80%98ndrangheta-%e2%80%9ctutto-in-famiglia%e2%80%9d/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 19:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA['ndrine]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pignatone]]></category>
		<category><![CDATA[locale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=8684</guid>
		<description><![CDATA[
Ventuno provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dal Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria e cinque ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Palmi per detenzione e spaccio di stupefacenti. Con l’operazione “tutto in famiglia” è stato inferto un duro colpo alla cosca dei Maio di San Martino di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/%e2%80%98ndrangheta-%e2%80%9ctutto-in-famiglia%e2%80%9d/immagine1/" rel="attachment wp-att-8685"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Immagine1-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" class="alignnone size-medium wp-image-8685" /></a></p>
<p><strong>Ventuno provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dal Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria e cinque ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Palmi per detenzione e spaccio di stupefacenti. Con l’operazione “tutto in famiglia” è stato inferto un duro colpo alla cosca dei Maio di San Martino di Taurianova. </strong>Le indagini – così come spiegato stamattina nella conferenza stampa a cui hanno partecipato il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo, il comandante provinciale dei carabinieri Pasquale Angelosanto e il capitano della Compagnia dei carabinieri di Gioia Tauro, Ivan Boacchia – sono partite nel 2010, in seguito all’arresto di un pregiudicato di Rizziconi, trovato con 23 Kg di marijuana.<br />
L’operazione ha consentito agli investigatori di fare ulteriore luce sulla struttura della ‘ndrangheta, sugli organi di vertice e sulle varie articolazioni territoriali. Altro importante elemento è quello linguistico, così come emerge dalle intercettazioni telefoniche e soprattutto ambientali che hanno documentato il gergo usato dai membri della cosca, utile a farsi capire tra di loro, ricco di allusioni e allegorie. Alle estorsioni e all’usura, gli indagati contrappongono un linguaggio e delle modalità di controllo del territorio vecchie quanto la storia della mafia.<br />
<strong>Gli approfondimenti investigativi condotti dalla Direzione antimafia di Reggio Calabra hanno inoltre permesso di individuare un sodalizio dedito allo spaccio di stupefacenti e di accertare l’esistenza e l’operatività di una cosca della ‘ndrangheta dedita anche alle estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti locali</strong>.<br />
Secondo quanto emerso dalle indagini, in particolare, nel territorio di San Martino di Taurianova, esiste una “Locale” della ‘ndrangheta, costituita in “Società”, con una “Società Maggiore e una Società Minore. Nell’organizzazione criminale si entra solo ed esclusivamente attraverso un rituale di affiliazione denominato “Battesimo”, che rappresenta il primo momento d’incontro di un nuovo Picciotto con il resto della Società. Attraverso una serie di azioni meritorie è possibile risalire i gradi della gerarchia ‘ndranghetistica.<br />
L’operazione in questione dimostra che lo schema organizzativo vigente nell’associazione criminale, ripete nei suoi capisaldi strutturali la genealogia della famiglia Maio, cui sono aggiunti altri soggetti estranei al nucleo familiare. <em><strong>È stato dunque dimostrato che Michele Maio, occupa il ruolo di “Capo Società”,che  il ruolo di vertice; Giuseppe Panuccio riveste quello di “Capo ‘Ndrina”; Gaetano Merlino ha invece la carica di “Capo Crimine”; mentre Natale Feo ha la carica di “Contabile”. Michele Maio e Gaetano Merlino costituiscono la “Copiata” di San Martino. Fanno inoltre parte della cosca gli altri indagati: Pasquale Hanaman, Michele Hanaman, Francesco Hanaman classe ’90, Francesco Hanaman classe ’85, Carmelo Hanaman classe ’90, Pasquale Maio del ’77, Antonino Maio, Domenico Maio del ’92, Francesco Giuseppe Maio, Stefano Nava, Vincenzo Lamanna, Vincenzo Messina, Domenico Cianci, Pasquale Garreffa, Cosimo Tassone e Teresa Primerano. </strong></em>La cosca operava anche con azioni intimidatorie nei confronti delle proprie vittime. L’estorsione era rivolta a imprese aggiudicatarie di lavori pubblici, che avevano l’obbligo di dare delle “mazzette” alla cosca, il cui importo è pari a 2-3 per cento del valore complessivo dell’appalto; produttori di arance e proprietari di terreni agricoli. Sono stati sequestrati nell’operazione diversi beni e un bar a Taurianova.<br />
Dopo l’operazione “Crimine”, sono emersi i ruoli all’interno dell’organizzazione criminale e l’esistenza della “Provincia”, quale organismo unitario sovraordinato alle singole “Locali”. In realtà, il processo di unificazione della ‘ndrangheta, verso un modello unitario molto più simile a Cosa nostra siciliana, ha inizio con il famoso summit di Montalto nel ’69, quando gli ‘ndranghetisti cambiarono per la prima volta l’abituale sede delle riunioni annuali, presso il santuario della Madonna di Polsi, nel comune di San Luca, per incontrarsi in un luogo meno esposto a sorprese da parte dei militari. In quella occasione si fecero spazio le “nuove leve” della ‘ndrangheta che rinnovarono gli affari della “Onorata società” e, solo in parte, la sua struttura. Dato che l’organizzazione è ancora basata sulle singole ‘ndrine. Con la più recente operazione “Armonia” è stata invece accertata l’esistenza di più “Mandamenti”, ovvero l’esistenza di tre macroaree: quella jonica, quella tirrenica e quella di Reggio centro.<br />
Nell’ordinanza dell’operazione “tutto in famiglia” emerge un dialogo che si basa proprio sull’assegnazione delle cariche e sulla difficoltà di raggiungere gradi più elevati, quasi come se non si rispettasse in pieno la famiglia stretta e si allargasse l’organizzazione a nuovi adepti, che hanno incontrato più tardi la ‘ndrangheta. La conversazione del 21 febbraio 2011 avviene fra Pasquale Hanoman e Pasquale Maio e Nino (quest’ultimo ancora in fase di identificazione):<br />
<em><strong>Nino: Metti in caso, metti in caso che mi dice a me in quel modo, abbiamo fatto a Cianci, c’è Dio che mi fa…, Inc..<br />
Maio: Santo glielo ha fatto.<br />
Hanoman: Cosa devo dirgli?<br />
Maio: Glielo puoi dire che sono andato pure io, glielo puoi dire, non è che non puoi dirlo a me… io ero a lavoro e mi ha chiamato  Maurizio che mi ha detto esci nella strada…-<br />
Hanoman: Inc…Maurizio e Stefano<br />
Maio: …Sono uscito in strada ed erano con la macchinetta<br />
Hanoman: Maurizio chi? Il liscio?<br />
Nino: U rusticu<br />
Così continua la conversazione che inizia con le parole di Maio: Vedi perché mi gonfiano i coglioni a me? Vedi che mi gonfiano i coglioni a me, come, io ho dovuto fare per sette anni il “PICCIOTTO” a San Martino, tutti noi comunque siamo partiti da zero, noi siamo dovuti partire da zero, abbiamo dovuto salire i gradini ad unno ad uno, ad uno ad uno, ad uno ad uno  e dovevamo ammazzarci con gli zii stessi, che non voleva loro stessi per poter arrivare dove siamo arrivati, gli altri li prendono li afferrano e li buttano in  aria”……Si è fatto attendere perché gli ho detto: dove lo ha fatto Don Mico CIANCI, chi cazzo lo conosce per uomo a Mico CIANCI ? Con tutto il rispetto per lui, però scusa, non si parla così, no dice: “devono farlo” ah gli ho detto, devono farlo e che …INC…, te lo devi fare piacere, e perché no, gli ho detto io, e giusto o no, scusa”;  sul punto anche Hanoman Pasquale “Ma nello stesso tempo ti sembra giusto che mio nipote Melo PICCIOTTO ha fatto CICCIO MAIO PICCIOTTO, il sangue suo PICCIOTTO mentre il sangue strano …. subito gradi”; nello stesso senso le affermazioni fatte da Nino “e pensare che lo hanno fatto che non dovevano neppure farlo;…. Pasquale che cazzo vuoi che ti dica, fanno quello che cazzo vogliono loro, io non so nemmeno chi ha ricevuto questo grado, per quella cosa non mi sembra corretto per il motivo, cosa mi raccontate …INC… stanno parlando, vedi che quello …INC…, secondo te che cazzo fai le cose di nascosto? Bene o male queste …INC… per logica, poi! Libera indipendenza di fare quello che vogliono”; ancora Nino a conferma del malcontento che serpeggia nella cosca: “No Pasquale se fino ad ora sono stato zitto, adesso zitto non sto, …INC… gliel’ho detto sempre …INC… no, e che non parlino perché l’unica Società di fausi che c’è è quella di  San Martino. Questa è la società dei fausi …INC… mai, e allora? Ci sono discussioni, discussioni e basta”.)<br />
Anche a livello locale, dunque, è possibile individuare una Società Minore, con una progressione fino allo “Sgarro”: picciotto, camorrista, sgarrista:<br />
Hanoman: Stai tranquillo che non entra né da picciotto, né da camorrista, mi gioco i coglioni che gli danno lo sgarro, puoi stare tranquillo al mille per mille.<br />
Hanoman: Se non lo fanno adesso gli danno direttamente lo “sgarro”.</strong></em>Le doti e i gradi della ‘ndrangheta avvengono come in qualsiasi organizzazione o struttura gerarchica, con uno specifico rito che è molto rigido e presuppone il rispetto di una serie di regole alla base. </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2011/12/%e2%80%98ndrangheta-%e2%80%9ctutto-in-famiglia%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il boss arrestato va risarcito?</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/11/il-boss-arrestato-va-risarcito/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2011/11/il-boss-arrestato-va-risarcito/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 06:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[latitanti]]></category>
		<category><![CDATA[Ministero Interno]]></category>
		<category><![CDATA[Pelle]]></category>
		<category><![CDATA[Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[ROS]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=8331</guid>
		<description><![CDATA[
(di Laura Aprati e Angela Corica)
Il 9 novembre 2011, alle ore 20.50  viene  arrestato dopo 16 anni di latitanza Sebastiano PELLE , inserito nel Programma Speciale di Ricerca Latitanti di Massima Pericolosità (ex elenco dei 30), esponente di primo piano della ‘ndrangheta  della cosca Pelle “Gambazza”, operante in San Luca (RC) ed inquadrata nel Mandamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8332" href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-boss-arrestato-va-risarcito/220px-condello_covo/"><img class="alignleft size-full wp-image-8332" title="220px-Condello_covo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/220px-Condello_covo.jpg" alt="" width="220" height="293" /></a></p>
<p>(di Laura Aprati e Angela Corica)</p>
<p>Il 9 novembre 2011, alle ore 20.50  viene  arrestato dopo 16 anni di latitanza Sebastiano <strong>PELLE </strong>, inserito nel <strong>Programma Speciale di Ricerca Latitanti di Massima Pericolosità (ex elenco dei 30)</strong>, esponente di primo piano della <strong>‘ndrangheta</strong>  della <strong>cosca Pelle “Gambazza”</strong>, operante in <strong>San Luca</strong> (RC) ed inquadrata nel <strong>Mandamento Jonico</strong>,  e già condannato a 14 anni reclusione. Per la cattura è  stato determinante il lavoro dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria e del ROS, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina. All’operazione hanno preso parte i Cacciatori dello Squadrone Eliportato di Vibo Valentia.</p>
<p>Ma proprio ieri Angela Napoli, deputata del FLI e membro della Commissione Antimafia, ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro  Maroni sul provvedimento di “risarcimento danni e azioni di rivalsa” a carico delle forze dell’ordine che hanno arrestato, il 18 febbraio del 2008, <strong>Pasquale Condello, ‘U Supremu</strong>, esponente della ‘ndrangheta, latitante dal 1990.</p>
<p>Le forze dell’ordine in Calabria impegnano gran parte della loro attività nella ricerca e nella cattura dei latitanti. Che la criminalità sia il problema fondamentale nelle regioni meridionali è cosa risaputa, ma l’ipotesi che un rappresentante delle forze dell’ordine debba risarcire un boss ha dell’incredibile!</p>
<p><strong>La questione riguarda i militari dell’Arma che hanno partecipato alla cattura del boss</strong>. Durante l’operazione pare sia stata danneggiata l’abitazione dell’esponente di una delle più potenti cosche della provincia di Reggio Calabria. Motivo per cui, il 21 dicembre 2009, dal Ministero dell’Interno, a opera del direttore del dipartimento della Pubblica sicurezza – ufficio per gli affari della polizia amministrativa e sociale, è partita una missiva indirizzata al Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri – sezione anticrimine di Reggio Calabria-, che specificava nell’oggetto: “risarcimento danni e azione di rivalsa”.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-8333" href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-boss-arrestato-va-risarcito/vertenza-risrcimento-danni/">vertenza risrcimento danni</a></p>
<p>Con la lettera si chiedeva conto dei dati dei carabinieri che hanno preso parte all’operazione di cattura del boss  della ‘ndrangheta calabrese, proprio per valutare l’azione di rivalsa per i danni provocati alla casa del mammasantissima.</p>
<p> <strong>“L’interrogante – si legge nella nota – proprio nel precisare che il boss Condello era latitante da venti anni e che la sua cattura è avvenuta grazie alla capacità investigativa delle forze dell’ordine, trova davvero disarmante che i singoli militari, titolari dell’esemplare operazione vengano chiamati a risarcire personalmente i danni causati durante il blitz”. </strong></p>
<p>La deputata di Fli, ha inoltre chiesto “quali urgenti iniziative intenda intraprendere al fine di non mortificare ulteriormente le forze dell’ordine e tutti quei militari che con dedizione e sacrificio si impegnano alla cattura dei latitanti e nella pericolosa lotta ai mafiosi”.</p>
<p>È utile ricordare che in Calabria l’azione delle forze dell’ordine è indispensabile per frenare la potenza e la violenza dei mafiosi e che, pertanto, i militari impegnati nella lotta alla criminalità dovrebbero essere incentivati anziché “puniti” per aver fatto il proprio lavoro.</p>
<p>Se da un lato il governo, negli ultimi anni, si è fatto vanto delle azioni antimafia intraprese in Calabria, con centinaia di arresti, dall’altro, non può limitare chi tutti i giorni è impegnato su un territorio davvero difficile.</p>
<p>Ma forse questa “limitazione” non è proprio un caso isolato. Anche alcuni agenti della DIA confermano che, da qualche anno, si vedono richiedere i danni provocati in azioni di prevenzione e repressione al sistema mafioso.</p>
<p><strong>Ma quello che vorremmo sapere è se la lettera ha avuto un seguito ma soprattutto quale è la normativa a monte che permette di richiedere i danni ai singoli operatori. Il Ministero non ha forse una polizza assicurativa che copre i danni di simili attività?</strong></p>
<p>Sono queste le “singolarità” che rendono il nostro sistema amministrativo un labirinto in cui ritrovare la via d’uscita se non impossibile  è sicuramente difficile.</p>
<p>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2011/11/il-boss-arrestato-va-risarcito/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Delitto Rostagno: i carabinieri sapevano di un incontro del giornalista col boss mafioso, i magistrati no</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 18:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Cardella]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Rostagno]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[Virga]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=7972</guid>
		<description><![CDATA[
Si potrebbe dire, “non è una novità”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7973" href="http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/carla-rostagno/"><img class="alignnone size-full wp-image-7973" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/carla-rostagno.jpg" alt="" width="128" height="180" /></a></p>
<p><strong>Si potrebbe dire, “non è una novità</strong>”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva sono costretti a citare in aula un luogotenente dei Carabinieri, comandante oggi della stazione di Buseto Palizzolo, e a suo tempo indicato come la punta di diamante del nucleo operativo provinciale. E il motivo è sempre lo stesso. Il maresciallo, o meglio, luogotenente Beniamino Cannas, conosce fatti legati alle indagini sul delitto Rostagno che si sarebbe ben guardato dal riferire ai magistrati prima e alla Corte di Assise dopo che l’ha sentito come teste nel processo.</p>
<p><strong>Per riassumere. La scena giudiziaria è questa. Il luogotenente Cannas è tra i primi testi citati nel processo dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, e il killer Vito Mazzara, il primo presunto mandante, l’altro presunto esecutore del delitto Rostagno (26 settembre 1988). </strong>Scontano condanne all’ergastolo definitive, Mazzara non è nemmeno al 41 bis, ha ammazzato decine di persone, ultimo l’agente penitenziario Giuseppe Montalto, ha conosciuto i capi mafia di tutta la Sicilia, ma per lui il carcere duro non serve, nel frattempo però i mafiosi liberi, intercettati, di lui dicono che è un pezzo di storia e quindi bisogna proteggerlo, tutelarlo, non fargli mancare nulla a lui e alla famiglia, ad evitare un dannoso pentimento. Qualche anno addietro pensavano di farlo fuggire via usando un elicottero. <strong>Virga per intenderci è il mafioso che in un modo o in un altro intercedeva in Sicilia su alcune faccende pare per conto di Marcello Dell’Utri e prima di darsi latitante partecipava alle convention di Forza Italia.</strong> Cannas viene sentito nel processo , alla prima uscita dice quasi che non si è occupato di nulla, che è arrivato tardi sul luogo del delitto, di avere fatto qualche sopralluogo, e che i rapporti con la Procura erano quasi da passacarte. Cannas da Chicca Roveri, compagna di Rostagno, era stato indicato come colui il quale sarebbe stato un amico fidato di Mauro, la sua “fonte”, eppure da testimone a stento dice due cose appena sui rapporti con Rostagno. Finita l’udienza passa qualche giorno e scoppia il giallo di verbali firmati da Cannas e nei quali è indicato come teste Rostagno. Il pm chiede di risentirlo, la Corte concorda. Cannas è quasi risentito di questa convocazione, in quei verbali Rostagno è sentito in merito ad alcuni suoi interventi giornalistici sulla Iside 2, in quella occasione avrebbe spiegato proprio a Cannas che lui i massoni era andato a trovarli, aveva parlato con loro e si era fatto un’ idea del verminaio. Circostanze che forse avrebbe dovuto dire prima, ma si tratta di dimenticanza pare. Poi ci fu un duro confronto con Chicca Roveri, la donna che sosteneva l’esistenza di precisi rapporti con Cannas, di una convocazione in Procura presente il sottufficiale, dopo il delitto, Cannas ha negato con forza. Sulle indagini vere e proprie lui che era stato indicato come un riferimento del pool investigativo dell’Arma  praticamente non disse nulla. <strong>Il processo più è andato avanti e più ha fatto emergere l’esistenza di depistaggi, di notizie infondate, di notizie vere finite dentro altri fascicoli, di una indagine che insomma, quella sul delitto Rostagno, che non andava fatta o se andava fatta chissà perché non doveva guardare alla mafia</strong>. Oggi c’è stata la deposizione di Carla Rostagno, la sorella di Mauro. Lei nel 1990 rinunciò al posto di lavoro per venire a Trapani ad occuparsi del delitto, non poteva restare in attesa di nessuno, le indagini battevano il passo. E incontrò il maresciallo Cannas. Come incontrò tante altre persone. Chiedeva, voleva capire, cercare di scoprire chi e perché aveva ucciso suo fratello. Incontrò Cannas e lo riempì di domande, il maresciallo nel frattempo fece un verbale raccogliendo le informazioni della donna. Lei ha detto di essere stata incalzante tanto che ad un certo punto il presidente della Corte di Assise Pellino le ha detto che forse era successo che lei, Carla Rostagno, aveva interrogato Cannas, e non viceversa. Nel corso di questo colloquio, così quasi alla fine, quasi che fosse un inciso, Cannas avrebbe a lei riferito che Mauro Rostagno parlando con lui gli disse che aveva incontrato a Campobello di Mazara, cuore della Valle del Belice, il capo mafia Natale L’Ala, morto ammazzato poco tempo dopo (dopo essere sfuggito a tre agguati), e in quell’occasione con L’Ala Rostagno parlò della massoneria segreta trapanese, l’Iside 2. In effetti il nome di L’Ala figura negli elenchi massonici, la sua vicenda è legata allo scandalo del rilascio della patente che lui ottenne dalla prefettura nonostante fosse un sorvegliato speciale. Secondo quanto ha detto in aula Carla Rostagno, suo fratello Mauro uscì sconvolto da quel colloquio e questo suo sentimento lo svelò al maresciallo Cannas. Non è una circostanza di poco conto ma nel processo entra adesso, Cannas sentito già due volte non ne ha parlato, adesso i giudici torneranno a sentirlo. Oramai questo è il processo dei depistaggi, dei brogliacci delle intercettazioni spariti, degli intrighi e delle dimenticanze.</p>
<p><strong>Ma non c’è solo questo.</strong> Sempre in quella occasione il maresciallo Cannas avrebbe riferito a Carla Rostagno che Francesco Cardella, l’ex guru della Saman, scomparso di recente, il cui nome continua ad aleggiare su questo processo, e non con ruoli secondari, ma parrebbero di grande responsabilità, era in possesso di una tessera che gli permetteva di salire su un qualsiasi aereo senza bisogno di prenotazioni. La sera del delitto Rostagno i conti (orari) non tornerebbero del tutto sulla presenza in aeroporto, a Milano, di Cardella, pronto a volare d’urgenza su Palermo, forse prima ancora di sapere dell’omicidio, eppure per lui Rostagno era stato già ucciso, lo avrebbe confidato all’on. Bartolo Pellegrino, incontrato in aeroporto. Anche su questa tessera il maresciallo Cannas nulla ha mai detto a pm e giudici. E poi: sentito in aula ha riferito di non avere fatto alcuna perquisizione, a Carla Rostagno disse invece che aveva perquisito subito la stanza di Rostagno a Saman. E inoltre di avere fatto il guanto di paraffina ad un soggetto che era stato oggetto di attenzione giornalistica da parte di Rostagno, un certo Salvatore Barbera di Paceco arrestato, e poi rilasciato, per un omicidio. Ma di questo guanto di paraffina non ci sarebbe traccia, una bugia, ha detto in aula Carla Rostagno. Insomma su tante cose il luogotenente Cannas dovrà venire a rispondere in aula. Molto presto.</p>
<p><strong>Carla Rostagno ha risposto alle domande dei pm Ingroia e Del Bene</strong>. Ha parlato dei rapporti tra suo fratello e Cardella, per quello che ne era a conoscenza. Rapporti buoni ma che poi seppe guastatisi a ridosso del delitto. Rostagno aveva scoperto la sua nuova vita, ha detto, occuparsi di giornalismo, scuotere la società civile di Trapani, denunciando mafia, malaffare, malcostumi vari, affrontò il tema di uno scandalo a Marsala sulla gestione di un ente teatro, la città era all’epoca in mano ai socialisti, e Cardella, vicinissimo al psi, gli avrebbe mandato a dire di “rientrare nei ranghi”. Rostagno non lo avrebbe ascoltato, “i rapporti tra loro erano buoni, ma Mauro con lui non è mai stato ossequioso”.</p>
<p><strong>L’ultima telefonata avuta col fratello ha detto che fu ai primi di settembre del 1988, non era il solito, era giù di tono, ma non mi disse specificatamente per che cosa</strong>. Tornando ai contrasti con Cardella si è poi ricordata che non era stata ben vista l’intenzione di Mauro di ospitare in comunità l’ex Br Renato Curcio. Può essere riferito a qjuesto il fax che Cardella inviò a Rostagno, “cacciandolo” dal Gabbiano, la residenza dei dirigenti della Saman, mandandolo a dormire nelle stanze occupate dagli ospiti tossicodipendenti?. Intanto parlando di questo fax, Carla Rostagno ha smentito un altro giallo. Si era saputo che l’originale del fax dove Cardella dava dell’ingeneroso e del pericoloso a Mauro, era stato da lei trovato nel sottofondo di una sorta di scrigno, apposta ben nascosto, e invece lei ha spiegato che prendendo in mano questo contenitore un giorno tra il 1991 e il 1992 che era andata a Saman, sempre per occuparsi del delitto, dal fondo venne fuori questo foglio. Ne fece copia e lo rimise a posto. Chicca Roveri già prima le aveva detto della decisione di Cardella di mettere fuori dal Gabbiano Mauro Rostagno. Si ritiene che la decisione scaturiva da una intervista rilasciata al mensile King, al giornalista Claudio Fava, ma Carla Rostagno ieri in aula ha ripetuto che lei non pensa che la causa era quella intervista. <strong>Come poteva esere pericoloso mio fratello per le cose dette in quella intervista? Pericoloso per altro allora. E per che cosa? Intanto Mauro Rostagno pensava a lasciare la comunità, così Carla seppe sentendo diverse persone, voleva andare a vivere fuori, occuparsi della televisione</strong>, “all’epoca credo che c’era già una sorta di sganciamento psicologico ed economico da Cardella, poi si era messo in testa di fare una sorta di mappa ella mafia trapanese. E poi ha aggiunto: Cardella scrive di ritenere Mauro pericoloso e cosa fa?, lo mette fuori dalla comunità, come dire lo isola? Argomenti che però non ha avuto mai modo di parlare con Cardella. Uno dei pochi ai quali non è riuscita a fare domande quando veniva a Trapani per capire cosa accadeva ed era costretta a schierarsi alle ripetute richieste di archiviazione delle indagini. Tra le persone con le quali ha parlato ci fu Monica Serra, la ragazza che la sera del 26 settembre 1988 era in auto con Rostagno e restò miracolosamente indenne , uscì senza graffi dall’agguato. Mi parlò senza riuscire ad essere più chiara del fatto che la macchina dei killer era arrivata poco prima sul luogo dell’agguato, “quel poco prima non mi disse come mai riusciva a dirlo, quali certezze avesse per dirlo”, poi le parlò di una telefonata partita da Rtc dopo che Mauro era con lei andato via, sollecitata dalle sue domande ad un certo punto le avrebbe detto di non guardare la cornice ma il quadro. E su Mauro le aveva detto che oramai era come una variabile impazzita e che Saman era oramai un bel paravento dietro il quale giravano un mare di soldi</p>
<p>La difesa ha puntato con le sue domande alla cosiddetta pista interna, ha rispolverato la vecchia indagine (Codice Rosso), cercato di richiamare l’attenzione della teste anche su determinate cose da lei riferite durante alcuni interrogatori, su ruoli poco chiari di appartenenti alla comunità. Carla Rostagno ha spiegato quelle sue dichiarazioni, spesso troppo frettolosamente messe insieme da chi la interrogava.</p>
<p><strong>Nella parte finale Carla Rostagno ha fatto riferimento al lavoro giornalistico del fratell</strong>o per come aveva appreso dopo e per come aveva avuto modo di vedere dalle registrazioni da lei acquisite (la sua parte civile con l’avv. Fabio Lanfranca ha prodotto 17 dvd contenenti gli interventi giornalistici di Rostagno più importanti), non era retorico, non aveva riguardi, scuoteva le coscienze, mi colpì il modo con il quale li raccontava. UN modo che non colpì solo lei, ma tanti anni prima aveva colpito la mafia che aveva deciso di entrare in azione ed eliminare quello scomodo giornalista.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La strage di Alcamo Marina</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/01/la-strage-di-alcamo-marina/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2011/01/la-strage-di-alcamo-marina/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Alcamo Marina]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi Segreti]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=5459</guid>
		<description><![CDATA[ Dietro il crocevia segreto dei contatti tra mafia e pezzi dello Stato. C’è una nuova confessione che è entrata nelle indagini riaperte sulla strage di Alcamo Marina del 1976, quando dentro una casermetta dei Carabinieri furono uccisi due militari dell’Arma che erano lì comandati di servizio. A quasi 35 anni dalla loro barbara uccisione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/carabinierialcamo.jpg" alt="" title="carabinierialcamo" width="215" height="193" class="alignleft size-full wp-image-5460" /> <strong>Dietro il crocevia segreto dei contatti tra mafia e pezzi dello Stato.</strong> C’è una nuova confessione che è entrata nelle indagini riaperte sulla strage di Alcamo Marina del 1976, quando dentro una casermetta dei Carabinieri furono uccisi due militari dell’Arma che erano lì comandati di servizio. A quasi 35 anni dalla loro barbara uccisione (27 gennaio 1976) c’è il processo contro uno dei condannati per quella strage, Giuseppe Gulotta che è ripartito dinanzi la Corte di Assise di Reggio Calabria, stessa cosa avverrà per gli altri due pure condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo (fuggiti all’estero, in Brasile prima che la condanna divenisse esecutiva), tutti e tre hanno ottenuto la revisione dopo che un ex sottufficiale dei carabinieri, Renato Olino, già sentito a dibattimento, ha affermato che quella «banda» di balordi finita arrestata nulla c’entrava con la strage, e le loro confessioni furono estorte con le torture.<br />
In manette erano finiti anche altre due soggetti, Giuseppe Vesco e Giovanni Mandalà (morto poi per un male incurabile). </p>
<p><strong>Vesco fu il primo ad essere arrestato a poco meno un mese dalla strage, fu lui a fare i nomi degli altri, poi anche lui ritrattò, ma prima ancora che l’istruttoria fosse terminata morì suicida nel carcere di Trapani dove era detenuto</strong>. Si impiccò con una corda legata alle sbarre della finestra, ci riuscì sebbene lui era monco di una mano. È sulla morte di Vesco che il pentito di mafia di Castelvetrano, Vincenzo Calcara, lo stesso che confessò a Borsellino il piano per ucciderlo, ha ora detto qualcosa che prima era solo «sussurata» e cioè il ruolo della mafia in questa strage. Fino a questo momento un possibile scenario emerso è quello che chiamava in causa «Gladio» la struttura miltare segreta che nel trapanese già dagli anni ’70 aveva proprie basi, e che quei militari furono uccisi per avere fermato un furgone carico di armi destinati proprio a «Gladio». uccisi per avere visto ciò che non dovevano vedere.<br />
Il coinvolgimento della mafia sembra non escludere questa ipotesi. Lo scenario è quello fatto di un crocevia dove mafia e servizi segreti da queste parti, nel trapanese, si sono semrpe «frequentati» in un anomalo scambio di favori. Cosa dice Calcara. Racconta che all’epoca era detenuto a San Giuliano ed ebbe ordine dal campobellese Antonio Messina di lasciare da solo Vesco. «Fu ucciso da un mafioso con la complicità di due guardie carcerarie» ha detto Calcara.</p>
<p>Il suo racconto si lega a quello di altri due pentiti, il nisseno Leonardo Messina, e l’alcamese Peppe Ferro.<br />
«All’epoca ero detenuto – dice Messina – seppi da esponenti della coscadi san Cataldo che amici della famiglia di Alcamo sierano messo nei guai, seppi che era stato programmato un attacco a varie sedi delle istituzioni ubicate in vari Comuni della Sicilia e che poco tempo prima che scattasse il piano era arrivato il contro ordine, bisognava soprassedere, ma la notizia ad Alcamo non era arrivata e perciò la casermetta era stata assaltata lo stesso».<br />
<strong>«Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati – ha detto Peppe Ferro – erano solamente delle vittime&#8230; pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto».</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2011/01/la-strage-di-alcamo-marina/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Era una talpa della ‘ndrangheta. Arrestato capitano dei carabinieri</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/12/%c2%abera-una-talpa-della-%e2%80%98ndrangheta%c2%bbarrestato-capitano-dei-carabinieri/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/12/%c2%abera-una-talpa-della-%e2%80%98ndrangheta%c2%bbarrestato-capitano-dei-carabinieri/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 08:27:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=5255</guid>
		<description><![CDATA[(di Lucio Musolino) 
Saverio Spadaro Tracuzzi fino a poche settimane fa ha prestato servizio alla Dia di Reggio. Secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia era lui a informare la cosca mafiosa Lo Giudice sulle indagini che la riguardavano
Finisce in manette un pezzo infedele dello Stato. Forniva informazioni riservate alla cosca Lo Giudice di Reggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/carrambaitem.jpg" alt="" title="carrambaitem" width="295" height="152" class="alignleft size-full wp-image-5256" />(di Lucio Musolino) </p>
<p><strong>Saverio Spadaro Tracuzzi fino a poche settimane fa ha prestato servizio alla Dia di Reggio. Secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia era lui a informare la cosca mafiosa Lo Giudice sulle indagini che la riguardavano</strong><br />
Finisce in manette un pezzo infedele dello Stato. Forniva informazioni riservate alla cosca Lo Giudice di Reggio Calabria, in cambio, di denaro e del pagamento delle spese di viaggio, dei conti alberghieri e di abiti firmati.<br />
Con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, il Ros ha arrestato a Livorno il capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi. Fino a poche settimane fa ha prestato servizio alla Dia di Reggio. Secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, la cosca mafiosa Lo Giudice veniva informata delle indagini che la riguardavano. Informazioni che i boss hanno pagato anche con regali importanti come una Porche intestata al capitano Tracuzzi, l’ufficiale dell’Arma in costante contatto con i boss Luciano e Nino Lo Giudice.<br />
Proprio quest’ultimo, arrestato a settembre, ha fatto il nome di Tracuzzi che avrebbe contribuito al rafforzamento della ‘ndrangheta. </p>
<p><strong>In sostanza, il capitano della Dia avrebbe fornito ai fratelli Lo Giudice notizie coperte dal segreto investigativo e riguardanti indagini in corso. Anticipava i provvedimenti di arresto nei confronti degli appartenenti alle cosche reggine</strong>. Alle orecchie dei boss, quindi, giungevano notizie riservate come i nomi degli arrestati prima che scattassero i blitz e i momenti in cui aumentavano i controlli nella cattura dei latitanti.<br />
<strong>Dalle indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Dda Beatrice Ronchi, è emerso anche che Nino Lo Giudice avrebbe aiutato il capitano Tracuzzi fornendogli qualche elemento per l’arresto del boss Pasquale Condello, soprannominato il “Supremo”, poi catturato dal Ros dopo 20 anni di latitanza</strong>. È lo stesso Nino Lo Giudice che, dopo l’arresto, ha scelto di collaborare con la giustizia autoaccusandosi della bomba del 3 gennaio fatta esplodere all’ingresso della Procura generale, dell’ordigno che il 26 agosto ha distrutto il portone del procuratore generale Salvatore Di Landro e del bazooka ritrovato a poche centinaia di metri dal Cedir, sede della Dda reggina, e servito per intimidire il procuratore Giuseppe Pignatone.</p>
<p>Secondo gli investigatori, Saverio Spadaro Tracuzzi  avrebbe assicurato il proprio intervento per “bloccare” accertamenti nei confronti degli esponenti della cosca accettando in cambio denaro. Un assurdo “patto di impunità” di cui, prima del pentito Nino Lo Giudice, ha parlato anche il collaboratore Consolato Villani, affiliato alla stessa consorteria mafiosa. “Si scambiavano delle notizie. – dice il pentito ai magistrati circa il rapporto tra l’ufficiale e i boss – Loro gli davano notizie in merito, sia Luciano che Antonino, gli davano notizie anche di altri ‘ndranghetisti, anche di altre persone, su tante vicende a questo signore. Questo signore giustamente le riportava a chi le doveva riportare, facevano quello che dovevano fare, ma questo signore gli dava notizie pure a loro….omissis…nel senso che si scambiavano confidenze sia da una parte sia dall’altra, loro due erano già confidenti….la strategia di Antonino Lo Giudice era quella di fare arrestare i maggiori esponenti delle altre cosche per rimanere lui e il fratello o di fare succedere una guerra di nuovo a Reggio Calabria. Antonino Lo Giudice e Luciano Lo Giudice erano confidenti…della Dia…Praticamente lui si vuole comprare la sua, la loro, io penso la sua intoccabilità a Reggio Calabria vendendosi prima all’uno e poi all’altro e poi all’altro”.</p>
<p><strong>Un’intoccabilità che nessuno poteva garantire. Un anno fa Luciano Lo Giudice è stato arrestato dalla Mobile che gli ha sequestrato beni per diversi milioni di euro. Due mesi fa, è stata la volta di Nino Lo Giudice detto “il nano”. Dopo l’avviso di garanzia del 7 ottobre scorso, oggi è finito in carcere anche chi doveva assicurare l’improbabile impunità ai boss</strong></p>
<p><em>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 19 dicembre 2010)</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/12/%c2%abera-una-talpa-della-%e2%80%98ndrangheta%c2%bbarrestato-capitano-dei-carabinieri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Misteri d&#8217;Italia: la strage dei carabinieri di Alcamo Marina</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/11/misteri-ditalia-la-strage-dei-carabinieri-di-alcamo-marina/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/11/misteri-ditalia-la-strage-dei-carabinieri-di-alcamo-marina/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 08:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Alcamo]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=4691</guid>
		<description><![CDATA[ Non hanno cambiato atteggiamento nemmeno davanti ai giudici della Corte di Appello di Reggio Calabria, due dei quattro carabinieri finiti indagati pochi mesi addietro dalla Procura di Trapani per le «torture» inflitte ai giovani costretti ad autoaccusarsi nel 1976 della strage della casermetta di Alcamo Marina dove furono uccisi i carabinieri Carmine Apuzzo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4692" title="carabinieri" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/carabinieri.jpg" alt="" width="215" height="193" /> <strong>Non hanno cambiato atteggiamento nemmeno davanti ai giudici della Corte di Appello di Reggio Calabria, due dei quattro carabinieri finiti indagati pochi mesi addietro dalla Procura di Trapani per le «torture» inflitte ai giovani costretti ad autoaccusarsi nel 1976 della strage della casermetta di Alcamo Marina dove furono uccisi i carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta</strong>. Per questo duplice omicidio al termine di un interminabile iter processuale furono condannati tre alcamesi, giovanissimi all&#8217;epoca, Giuseppe Gulotta, all’ergastolo, a pene attorno ai vent’anni Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, da tempo «riparati», in Brasile, in carcere si suicidò un altro alcamese, poche settimane dopo l’arresto (avvenuto a un mese dalla strage), Giuseppe Vesco, di tumore è morto un altro dei condannati, Giovanni Mandalà di Partinico. Fu Vesco a chiamare in causa gli altri tre, Gullotta, Ferrantelli e Santangelo firmarono verbali di confessione, al contrario di Mandalà che non firmò alcun verbale, subendo lo stesso le torture per indurlo a confessare. Gulotta, Ferrantelli e Santangelo ritrattarono poi le autoccuse, sostenendo, non venendo mai creduti, di essere stati torturati dai carabinieri. Vesco nel frattempo moriva suicida in carcere, sebbene monco della mano destra era riuscito ad impiccarsi dentro la cella, anni dopo saltò fuori un suo appunto, c’era scritto «se mi trovano ucciso mi hanno sucidato».</p>
<p><strong>Tutti sono rimasti non creduti fino a quando un ex appartenente alla squadra di investigatori, il brigadiere napoletano Renato Olino due anni addietro non è venuto a raccontare alla stampa prima ed ai magistrati dopo che le torture erano vere e che quei quattro con la strage non c’entravano nulla</strong>. Sono saltati fuori i nomi dei carabinieri che avrebbero commesso le torture. Sono i testi citati adesso dalla Corte di Appello di Reggio Calabria davanti la quale si sta svolgendo il processo di revisione della condanna al carcere a vita inflitta a Gulotta che  nel frattempo è tornato libero proprio per quanto è emerso dalle indagini della Procura di Trapani approdate davanti ai giudici calabresi. Gulotta, difeso dagli avvocati Cellini e Lauria, ha sempre detto di non avere mai ucciso nessuno.<br />
Sulle torture ha indagato la Procura di Trapani, avvisando dell’ipotesi di reato Elio Di Bona, 81 anni, Giuseppe Scibilia, 70, Giovanni Provenzano 83, Fiorino Pignatella 63, davanti al pm Tarondo della Procura di Trapani si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, però nei loro confronti non ci sarà alcun processo, il reato è prescritto. Facevano tutti parte di una squadra comandata dal colonnello Giuseppe Russo, l&#8217;ufficiale dei carabinieri che indagando sugli appalti gestiti dalla mafia nel palermitano fu ucciso a Ficuzza, nel corleonese, dai sicari di Cosa Nostra, era il 20 agosto del 1977. All&#8217;epoca fu lui ad indagare sulla strage della casermetta di Alcamo Marina.</p>
<p>Davanti ai giudici calabresi per adesso sono comparsi solo in due dei carabinieri finiti sotto inchiesta e solo Giuseppe Scibilia ha parlato, poco, ha riferito di aver partecipato solo a parte delle indagini, ha confermato la presenza di Olino. L’altro teste, Pignatella, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gli altri due verranno sentiti il 10 dicembre.<br />
Sentito anche Vito Pizzitola, cognato di Gulotta. Ha ricordato che il congiunto fu fermato la sera del 12 settembre 1976, il verbale dell’arma invece fa risalire l’arresto alla mattina del 13 settembre, in quelle ore che non compaiono in alcun verbale sarebbero state commesse le torture per fare confessare Gulotta e tutti gli altri, portati in una sperduta casermetta tra Alcamo e Camporeale, a Sirignano.</p>
<p><strong>Renato Olino era un brigadiere dell’antiterrorismo di Napoli. Quel 26 gennaio del 1976 arrivò con la sua squadra ad Alcamo perchè in un primo momento la strage della casermetta era stata rivendicata da un volantino delle Brigate Rosse</strong>. Ma poche ore dopo la diffusione di questo documento ne arrivò un altro, le «vere» Brigate Rosse dicevano che non c’entravano con quella strage e che comunque lo stesso «non avrebbero versato lacrime per quei due carabinieri».<br />
Olino sentito sia dalla Procura di Trapani che dai giudici di Reggio Calabria ha ricostruito quei giorni ad Alcamo. «Non indagavamo su esponenti della criminalità, ma direttamente nell’ambito politico degli appartenenti alla sinistra extraparlamentare, andammo anche a perquisire a Cinisi la casa di Peppino Impastato». Fino a quando non arrivò il fermo di Vesco, trovato in possesso di armi riconducibili alla strage. Olino ha confermato che da quel momento in poi ha cominciato a nutrire dubbi sull’azione investigativa che veniva condotta, per poi arrivare ad assistere alle torture. «I quattro furono costretti a parlare facendo bere loro acqua e sale, o provocando scosse elettriche ai genitali, oppure fingendo finte esecuzioni, ho protestato per quei comportamenti ma non cambiarono linea di comportamento i miei colleghi ed allora mi allontanai dalla stanza». Olino ha chiesto scusa ai soggetti condannati: «Quando li vidi erano quattro ragazzini, Gulotta giovanissimo, aveva 18 anni, sembrava un pulcino bagnato».</p>
<p><strong>A fine del 1976 Olino lasciò l’Arma. «Ero entrato animato dai migliori intenti di servire lo Stato, andai via nauseato anche per quello che aveva visto ad Alcamo</strong>». Nel tempo ha detto di avere tentato di raccontare che i condannati per la strage non c’entravano nulla. «Mi rivolsi ad un magistrato di Parma e ad un deputato radicale, chiesi di vedere anche un generale, ma il suo aiutante di campo mi disse che non valeva la pena dire più queste cose».<br />
Rispondendo alle domande degli avvocati Pardo Cellini e Saro Lauria, del procuratore generale e dei giudici della Corte, Olino ha più volte ripetuto che Vesco, il primo ad essere fermato, «fu picchiato e seviziato e costretto a confessare, a fare i nomi dei complici, sdraiato su due casse con le mani ed i piedi legati, ad ogni diniego, giù acqua e sale».<br />
Olino ha anche parlato della morte di Giuseppe Tarantola, 25 anni, alcamese. Morì nel febbraio del 1976 durante una sparatoria con i carabinieri. Si disse che era armato, che voleva uccidere i militari, che era pronto a compiere una strage. Secondo Renato Olino, però, si trattò di una messinscena per coprire le responsabilità del carabiniere che aveva sparato. Si disse che Giuseppe Tarantola era armato, «ma in realtà non lo era – ha detto Olino – fui io a collocare la pistola dopo la sparatori su ordine di un ufficiale, prima dell’arrivo del magistrato».</p>
<p><strong>«Si stanno facendo grandi passi – ha detto l’avv. Lauria – per fare emergere la verità su una pagina molto buia del nostro sistema giudiziario».</strong>La Procura di Trapani ha riaperto le indagini sulla strage della casermetta e sta battendo una pista precisa, quella che ad uccidere i carabinieri fu un commando della struttura super segreta di Gladio. Secondo una ricostruzione fatta grazie alle rivelazioni di una fonte, che ha permesso nell&#8217;alcamese di trovare, tempo addietro, anche un arsenale di armi delle forze Nato al quale avrebbe attinto anche la mafia locale, i due carabinieri uccisi quel giorno di gennaio del 1976 avevano bloccato sulla strada di Alcamo Marina (una delle arterie che univa Trapani a Palermo) un furgone che non dovevano fermare, a bordo ci sarebbero state delle armi, e una &#8220;pattuglia&#8221; di Gladio. Loro non sapevano e non potevano sapere, e non dovevano scrivere nulla, quando ci provarono vennero fatti fuori dentro la loro stessa caserma, poi fu inscenata la strage, la porta d&#8217;ingresso con la serratura distrutta dalla fiamma ossidrica, i due carabinieri morti come se sorpresi nella notte, nei loro letti a dormire. Gladio sarebbe stata svelata moltissimi anni dopo, si raccontò che a Trapani si era installata solo sul finire degli anni &#8216;80, e invece la presenza sarebbe da collocare a molti anni prima, <strong>proprio a quegli anni &#8216;70, quando Stato e Mafia si incontravano nelle zone grigie del paese, dove si nascondevano anche uomini dei servizi deviati e della massoneria. Una realtà non del tutto smantellata, avrà cambiato solo stile, ma la sostanza è sempre la stessa, anzi oggi c&#8217;è una mafia che è stata legittimata a mettere propri uomini dentro gli apparati dello Stato che contano. Ma questa non è storia, è cronaca di questi giorni che qualcuno vorrebbe mai vedere scritta</strong>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/11/misteri-ditalia-la-strage-dei-carabinieri-di-alcamo-marina/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mafia, la bimba che non sa perdonare</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/05/mafia-la-bimba-che-non-sa-perdonare/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/05/mafia-la-bimba-che-non-sa-perdonare/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 May 2010 07:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Giuliano]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Corleonesi]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Basile]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=2060</guid>
		<description><![CDATA[(Tratto da La Stampa &#8211; di Laura Anello) 
«Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l’ho fatta a dirgli che doveva scappare. È colpa mia se adesso è morto». Era notte quando Barbara Basile, quattro anni, riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A confessarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2061" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/basile01g-300x227.jpg" alt="" title="basile01g" width="300" height="227" class="size-medium wp-image-2061" /><p class="wp-caption-text">(Commemorazione Basile- da La Stampa)</p></div>
<p>(Tratto da La Stampa &#8211; di Laura Anello) </p>
<p>«<em>Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l’ho fatta a dirgli che doveva scappare. È colpa mia se adesso è morto</em>». Era notte quando <strong>Barbara Basile</strong>, quattro anni, riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A confessarsi alla madre, a liberarsi dai fantasmi che la accompagnavano dal 4 maggio 1980, quando venne quasi schiacciata dal corpo del padre Emanuele, comandante della stazione dei carabinieri di Monreale, crivellato dai colpi di tre killer di Cosa nostra che gli volevano far pagare le intuizioni sui Corleonesi in ascesa, le indagini sull’omicidio di <strong>Boris Giuliano</strong>, i faldoni consegnati al giudice <strong>Paolo Borsellino</strong>.</p>
<p>Era in braccio a quell’omone in divisa quando gli spararono alle spalle, con la testolina reclinata, gli occhi che si chiudevano dal sonno. Protetta dalle sue braccia, in un momento finì a terra in mezzo al sangue. Adesso ha 34 anni, tre in più di quanti riuscì a viverne lui. Abita a Milano, la città d’adozione della madre, è impiegata in un’azienda privata, sta per sposarsi. Ma ieri, nel trentesimo anniversario della morte, non ha accettato l’invito a tornare in Sicilia. «Non me la sento, lì non ci voglio andare», ha detto ai familiari. Né lei né la madre Silvana, che la sera del delitto cercò invano di parare il marito dal colpo di grazia e raccolse la figlia tramortita. Donna-coraggio, che sfidò gli occhi dei killer, gridò «assassini, delinquenti», li accusò con una testimonianza dettagliata che non bastò, però, a evitare un’assoluzione in primo grado davanti alla quale &#8211; raccontò &#8211; «mi sarebbe venuta voglia di armarmi e di farmi giustizia da sola».</p>
<p>Seconda beffa in appello, quando <strong>Armando Bonanno</strong> (poi vittima di lupara bianca), <strong>Vincenzo Puccio</strong> (successivamente ucciso in carcere) e <strong>Giuseppe Madonia</strong> fecero perdere le tracce prima di ascoltare la sentenza di ergastolo, confermata poi in Cassazione. Si salvò per un pelo anche lei, protetta da un’agendina con la copertina di argento massiccio, tre centimetri per quattro, in cui si conficcò il proiettile. Gliel’aveva regalata il marito. No, madre e figlia non ce l’hanno fatta a tornare qui, lungo questa strada in cui camminavano alle due del mattino, in mezzo alla folla accorsa per la festa del Santissimo Crocifisso. Per mesi e mesi, dopo il delitto, la bambina graffiava, urlava, ripeteva: «Assassini, delinquenti, vi uccido tutti, vi sparo». Ieri, a ritirare la laurea honoris causa conferita dall’Università di Palermo alla memoria di Basile, c’erano i tre fratelli di lui: Vincenzo, Luigi e Cosimo. Testimoni di un dolore che brucia ancora, che ancora bagna gli occhi, nonostante il tempo passato.</p>
<p>A raccontare quegli anni terribili e la pace conquistata a fatica. «Barbara ne è venuta fuori. Ma è stata dura, durissima», dice lo zio Luigi, 59 anni, che lavora in banca a Taranto, la città d’origine della famiglia, la stessa in cui era nato Emanuele. «La bambina non parlò per tre giorni &#8211; ricorda &#8211; non aprì bocca, aveva la polvere da sparo sulla manina, i killer la mancarono per un soffio. Poi, dopo un po’, una notte disse che era stata colpa sua, che aveva visto quegli uomini e non aveva avvertito in tempo il padre».</p>
<p>Furono le carezze della madre a placarla, la rassicurazione «che le pallottole corrono più veloci delle gambe e che quindi, amore mio, anche se avessi gridato non sarebbe servito a niente».<br />
Cerimonia fuori dalla retorica, quella di ieri, organizzata dall’Arma dei carabinieri e dall’Ateneo. Prima una messa, poi la collocazione di una nuova lapide nel luogo del delitto, sul corso principale, tra il via vai dei turisti diretti ad ammirare i mosaici del Duomo. Infine la consegna della pergamena di laurea in Giurisprudenza dalle mani del rettore dell’Università di Palermo, <strong>Roberto Lagalla</strong>, che ha rispolverato un decreto del 1949 per conferire il titolo alla memoria. Studente con tutti 30, Emanuele Basile. «E studiare diritto a Palermo sul finire degli Anni 70 &#8211; dice il preside della facoltà, Giuseppe Verde &#8211; non deve essere stato facile, c’è da chiedersi se il clima culturale non fosse in contrasto con i problemi che il capitano esercitava nell’esercizio delle sue funzioni».</p>
<p>A ritirare il diploma il più anziano dei fratelli, Vincenzo, insegnante in pensione, oggi impegnato con l’associazione «Libera memoria» nella promozione della cultura della legalità nelle scuole. Bacia la pergamena e si commuove, riceve anche i documenti che erano custoditi nella segreteria dell’Ateneo: un tesserino universitario ingiallito, la domanda di iscrizione scritta da Emanuele, il diploma di studi dell’Accademia militare di Modena. Sono applausi, lacrime e ricordi. Un salto nel tempo. A partire da quella telefonata arrivata nel cuore della notte a Taranto, la bugia pietosa detta alla madre, che oggi ha 85 anni. «Le dissero che era stato ferito, conobbe la verità soltanto quando arrivò qui, e vide il corpo del figlio», racconta ancora Luigi. </p>
<p>La bambina, Barbara, non seppe che il papà era morto neanche ai funerali, quando il feretro avanzava sul carro funebre. «Ricordo che continuava a chiedermi: mamma, ma papà dov’è? È chiuso lì dentro in mezzo ai fiori? E io a dirle: no, papà non è lì, ha piccole ferite, lo stanno curando», raccontò la vedova. Passate poche settimane, arrivò a Monreale il nuovo capitano dei carabinieri, Mario D’Aleo. Tre anni dopo venne ucciso anche lui. Aveva 29 anni e stava per sposarsi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/05/mafia-la-bimba-che-non-sa-perdonare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Puglia tra racket ed estorsioni</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/04/puglia-tra-racket-ed-estorsioni/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/04/puglia-tra-racket-ed-estorsioni/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 13:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1844</guid>
		<description><![CDATA[(di Gianpaolo Balsamo de La Gazzetta del Mezzogiorno)
Bisceglie. Quella inferta nei giorni scorsi dai carabinieri è stata davvero una dura spallata alla mala pugliese e del Nord Barese in particolare. Il volteggiare degli elicotteri sin dalle quattro dell’alba di lunedì scorso, d’altra parte, ha fatto capire che l&#8217;operazione in atto era veramente importante. Rischiarato infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1845" title="carabinieri-elicottero" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/carabinieri-elicottero-300x225.jpg" alt="carabinieri elicottero" width="300" height="225" />(di Gianpaolo Balsamo de La Gazzetta del Mezzogiorno)</p>
<p><strong>Bisceglie.</strong> Quella inferta nei giorni scorsi dai carabinieri è stata davvero una dura spallata alla mala pugliese e del Nord Barese in particolare. Il volteggiare degli elicotteri sin dalle quattro dell’alba di lunedì scorso, d’altra parte, ha fatto capire che l&#8217;operazione in atto era veramente importante. Rischiarato infatti da centinaia di lampeggianti delle auto dei carabinieri, è stato davvero un brutto risveglio per 56 persone (47 di Bisceglie, 6 di Andria, due di Molfetta ed 1 di Bitonto), componenti del sodalizio criminale che da tempo, con agguati, regolamenti di conti, rapine ad esercizi pubblici, spaccio di stupefacenti, estorsioni ed altro, aveva trasformando Bisceglie in una specie di «Bronx», dove a farne le spese erano soprattutto piccoli commercianti, vittime innocenti (a volte anche solo di poche decine di euro) delle scorribande dei criminali il cui unico obiettivo era l&#8217;acquisizione di risorse da destinare all&#8217;acquisto di stupefacenti.</p>
<p><strong>Sessantasei le ordinanze di custodia cautelare</strong> (60 quelle eseguite, sei sono ancora i ricercati) firmate dal gip <strong>Roberto Oliveri del Castillo</strong> del Tribunale di Trani su richiesta del sostituto procuratore <strong>Ettore Cardinali</strong> che ha coordinato l’intensa attività investigativa dei <strong>carabinieri del Nucleo operativo  radiomobile della Compagnia di Trani</strong>, partita all’indomani della gambizzazione di Giovanni Leuci avvenuta il 27 gennaio 2007 nella centrale «piazza del Pesce». L’uomo (soprannominato <em>mazz umbrell</em>), 46enne all’epoca dei fatti, con pesanti precedenti per traffico di sostanze stupefacenti, fu ferito in un agguato da alcuni colpi di pistola calibro 7.65 nella piazza Margherita di Bisceglie.</p>
<p>«<em>Sono state indagini laboriose, lunghe e complesse che hanno visto impegnati i migliori investigatori dell’Arma in servizio al Nucleo operativo della Compagnia di Trani</em>». Così il maggiore <strong>Alessandro Colella</strong> commenta l’operato dei suoi uomini che hanno lavorato in maniera intelligente, discreta e instancabile. «Ed è grazie al loro certosino lavoro di acquisizione di elementi probatori e   di riscontro che è stato possibile definire i rapporti esistenti tra i vari componenti del sodalizio che agivano con spregiudicatezza e determinazione grazie anche alla disponibilità di armi».</p>
<p>Parole di elogio all’operato degli investigatori dei carabinieri di Trani sono<br />
state rivolte anche dal prefetto di Bari <strong>Carlo Schilardi</strong>, dal procuratore <strong>Carlo Maria Capristo</strong> dal colonnello <strong>Antonio Bacile</strong>. All’operazione, denominata «<strong>Ultima soluzione</strong>» hanno partecipato oltre trecento carabinieri, due elicotteri dell’Arma e unità cinofili, coordinati direttamente dal colonnello Antonio Bacile, comandante provinciale dei carabinieri, insieme al tenente colonnello Giuliano Polito, comandante del reparto operativo del comando provinciale dei carabinieri, al maggiore Alessandro Colella (comandante della Compagnia di Trani) e dei tenenti Diego Berlingieri del Nucleo operativo radiomobile e Carlo Santarpia della Tenenza di Bisceglie.</p>
<p>Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare ci sono anche sei donne (alcune spostate o imparentate con personaggi finiti dietro le sbarre) delle quali due (la 29enne Agata Margutti e la 31enne Elisabetta Parisi &#8211; alias Betty -, entrambe di Bisceglie) hanno beneficiato degli arresti domiciliari perché coinvolte in un singolo episodio per aver procacciato clienti al De Vincenzo durante l’attività di spaccio.</p>
<p>Particolare rilevante, acquisito dai militari durante le indagini (sviluppatesi con intercettazioni telefoniche ed ambientali oltre a numerosi e impegnativi servizi di osservazione e pedinamento), è il clima di omertà tra molti biscegliesi, riscontrato a fronte di diversi tentati omicidi compiuti a volto scoperto in pieno centro abitato. E, secondo gli investigatori, proprio questo clima omertoso venutosi a creare col tempo nell’abitato di Bisceglie sarebbe la riprova della forza d&#8217;intimidazione esercitata dai componenti del pericoloso gruppo criminale smantellato lunedì scorso.</p>
<p>Gli arrestati (tra i quali spiccano i nomi del 54enne <strong>Giuseppe Cuocci</strong>, alias «Pinuccio il mofettese» già coinvolto nell’operazione antidroga «Iceberg» del 2000, del 24enne <strong>Nicola De Vincenzo</strong>, coinvolto nell’operazione «New Paradise» del marzo 2007, e del suocero <strong>Natale Caterino</strong> di 56 anni, alias «Lino Caterino», detenuto nel carcere di Spoleto in quanto condannato già nell’ambito del processo «Dolmen», dovranno rispondere, a vario titolo di tentato omicidio, rapina, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, furto e incendio, commessi principalmente a Bisceglie, Trani e Molfetta tra il 2007 e il 2008.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/04/puglia-tra-racket-ed-estorsioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lotta alla mafia: sequestrata l’impresa di calcestruzzo al boss Mariano Agate</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/04/lotta-alla-mafia-sequestrata-l%e2%80%99impresa-di-calcestruzzo-al-boss-mariano-agate/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/04/lotta-alla-mafia-sequestrata-l%e2%80%99impresa-di-calcestruzzo-al-boss-mariano-agate/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1566</guid>
		<description><![CDATA[Il boss in carcere per decenni ha continuato a gestire la sua attività. Il suo cemento è entrato nei cantieri pubblici, nessuno degli imprenditori liberi ha mai pensato a fargli concorrenza, lui ha invece continuato a violare il mercato, col monopolio in chiave mafiosa. Mariano Agate adesso ha perduto il controllo della sua impresa. Adesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1567" title="mazara-del-vallo-cemento-fallato" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/mazara-del-vallo-cemento-fallato-300x235.jpg" alt="Mazara del Vallo, cemento fallato" width="300" height="235" />Il boss in carcere per decenni ha continuato a gestire la sua attività. Il suo cemento è entrato nei cantieri pubblici, nessuno degli imprenditori liberi ha mai pensato a fargli concorrenza, lui ha invece continuato a violare il mercato, col monopolio in chiave mafiosa. Mariano Agate adesso ha perduto il controllo della sua impresa. <strong>Adesso la Calcestruzzi Mazara, l’impresa di calcestruzzo di proprietà della «famiglia» Agate, noti esponenti mafiosi, è in mano all’amministratore giudiziario</strong>.</p>
<p>Dopo i sequestri scattati in sede penale, dapprima con l’ordinanza emessa dalla Dda di Palermo, che ipotizzando l’uso dell’industria ai fini criminali disponeva il sequestro, all’inizio dell’anno e successivamente al sequestro nell’ambito dell’indagine antimafia «Eolo», perchè la sede dell’azienda era stata usata per un paio di «summit» serviti a mettersi d’accordo sulla costruzione del parco eolico di contrada Aquilotta, adesso è stato il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani a strappare dalle mani dei «pericolosi» fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista, le quote dell’impresa (5 mila per ciascuno, complessivamente <strong>206 mila euro</strong> il valore delle 10 mila quote) affidandole ad un amministratore giudiziario. A questo punto la totalità dell’impresa di produzione di calcestruzzo è gestita dallo Stato, che già gestiva le quote (mille per circa 51 mila euro) appartenute all’altro socio, Nino Cuttone, e la Calcestruzzi Mazara si avvia verso la confisca. In provincia di Trapani è l’ennesima impresa che produce cemento che è passata sotto controllo giudiziario. Un lungo elenco di imprese controllate una volta dalla mafia.</p>
<p>La «Calcestruzzi Mazara» è stata sequestrata, è la prova materiale di come mafia e impresa possono costituire un binomio indissolubile. Il provvedimento del Tribunale di Trapani è dello scorso 2 marzo, ad eseguirlo sono stati gli agenti della sezione trapanese della Dia, la direzione investigativa antimafia. La proposta di sequestro risaliva al febbraio scorso, l’aveva firmata il procuratore della Dda di Palermo Francesco Messineo, dentro al faldone erano finite le indagini fatte sul conto dell’impresa e dei suoi titolari, Agate e Cuttone, da parte di Polizia e Guardia di Finanza, che avevano portato la magistratura al primo dei sequestri, a queste si erano aggiunte quelle dei Carabinieri anche per la parte relativa all’indagine sulla costruzione del parco eolico nel mazarese, ed ancora le risultanze investigative della Dia.</p>
<p>Un vero e proprio accerchiamento da parte di investigatori e inquirenti, forze dell’ordine e magistratura, di quello che è stato da sempre il «fortino» del «padrino» Mariano Agate. Un capo mafia indiscusso, «se fosse libero lui non vi sarebbe un Matteo Messina Denaro a capo della mafia trapanese». Dentro l’impianto la «cassa» della «famiglia» mafiosa secondo gli investigatori, e poi quegli uffici sono stati usati per riunioni segrete della cosca, all’interno della Calcestruzzi Mazara sono stati commessi due delitti ed ancora la Calcestruzzi Mazara unica impresa di produzione di cemento della zona puntualmente riusciva ad entrare in tutti i cantieri quando i «don» non riuscivano a fare intestare a imprese loro vicine i relativi lavori pubblici.</p>
<p>Da qui l’idea che fosse una sorta di «fortino» mafioso, adesso è stato espugnato. Gli stessi giudici delle misure di prevenzione ricordano che già altre richieste di sequestro erano finite nel nulla proprio perchè la gestione dell’impresa era tale da riuscire a coprire le malefatte che all’interno si nascondevano. Tutto questo però fino a quando con le «intercettazioni» non si sono raccolti elementi mai comparsi prima: come per esempio per telefono ad un imprenditore agrigentino, tale Rizzo, gli si dà l’ordine di rivolgersi alla Calcestruzzi Mazara per un appalto pubblico appena aggiudicatosi a Mazara.</p>
<p>Oppure quando gli investigatori hanno potuto ascoltare un colloquio tra Nino Cuttone e l’imprenditore, da poco riarrestato, Matteo Tamburello (quello che minacciò gli imprenditori del parco eolico di contrada Aquilotta che senza il suo assenso non poteva essere “piantato” alcun palo). Tamburello ufficialmente non aveva interessi nella Calcestruzzi Mazara, ma essendo «parte» della «famiglia» mafiosa con Cuttone parla di soldi da spartire provenienti da quella impresa: «<em>Vistu chi voi u cuntu di soldi, al 50 per cento li vogghiu, almeno se dumani succeri na nsalata almeno mi pigghiai a metà e va fa nculu</em>». In sostanza la richiesta di avere i conti dell’azienda e di averne liquidati almeno il 50 per cento, così se succede qualcosa resta quello che si è riuscito a prendere, e infine il “va fan culo” in chiare lettere siciliane che di solito si dedica a chi si occupa di criminali soprattutto quando si riesce a far beffa di loro.</p>
<p>I destinatari del provvedimento di sequestro odierno sono i fratelli Mariano e Giovan Battista Agate, 71 e 68 anni, tutti e due, annotano i giudici delle misure di prevenzione, «sono pienamente inseriti nella cosca mafiosa mazarese, ricoprendo un ruolo di vertice».<br />
Prima dell’odierna richiesta di sequestro ce ne erano state altre, una risalente al 1984 (proposta dalla Procura di Marsala), ma allora i giudici del Tribunale quasi sostennero che su Mariano Agate non c’erano prove certe sulla sua pericolosità, ma nel frattempo il suo nome saltava fuori dalle indagini sulla «Stella d’oriente» (società di export e import che serviva a nascondere canali di riciclaggio), dalle inchiesta sulla massoneria deviata di Trapani, anni dopo ancora si scopriva che negli anni ’80 Agate era colui il quale dava ospitalità a Mazara al capo dei capi, Totò Riina.</p>
<p>Nel 1995 fu avanzata nuova richiesta di sequestro della Calcestruzzi Mazara, ma allora non andò avanti, osservano gli odierni giudici, per una anomala conduzione della relativa perizia. L’ultimo provvedimento è stato accolto invece sulla base di prove ritenuti schiaccianti sull’uso di capitali e sulla relativa provenienza di questi soldi («capitali illeciti») nonchè per avere accertato che la società, come bilancio e come sede logistica, è stata usata «per il perseguimento di fini delittuosi». Il Tribunale ha annotato in sentenza come i «bilanci» possono apparire «corretti», ma la loro correttezza è all’interno di un «sistema criminale». È la nuova mafia, che riesce a fare apparire come lecito ciò che è profondamente illecito, la mafia che rende legale ciò che non lo è grazie alle infiltrazioni.</p>
<p><strong>La famiglia Agate.</strong> Percorrendo la circonvallazione è possibile scorgere all’ingresso di Mazara del Vallo due grossi silos, sono quelli dell’azienda di produzione di calcestruzzi appartenente alla famiglia Agate. Cognome «pesante» in città, il principale protagonista è Mariano, capo mafia in assoluto, il suo nome è comparso in tante indagini sulla mafia siciliana,  precise inchieste hanno dimostrato che per lui fare uscire messaggi dalla cella non è stato quasi mai un problema, anzi un giornò mandò i ringraziamenti a chi si interessava a far cambiare la legge sul 41 bis, sul carcere duro. Affianco a lui suo fratello, Giovan Battista, tornato in cella, condannato a 8 anni e 4 mesi nel processo sull’impianto eolico di contrada Aquilotta costruito a suon di «mazzette» e con un «patto» tra imprese e mafia.</p>
<p>Indagato e assolto in diverse indagini è stato invece Epifanio Agate, figlio di Mariano, risulta, con la sorella Vita, dipendente della Calcestruzzi Mazara, per loro stipendio da super manager, 5 mila euro al mese. Forte l’alleanza tra gli Agate e i Messina Denaro. Il delitto Rostagno fu deciso, come racconta il pentito Sinacori, a Castelvetrano, Mariano Agate era infastidito per i servizi del sociologo e dall’aula del Tribunale disse ad un operatore della tv di Mauro di andare a dire «a chiddu ca varva e vestito di bianco che a finissi di riri minchiate».</p>
<p><strong>Il caso del presidente dei revisori dei conti.</strong> Un paio di mesi addietro divenne un «caso» il fatto che la dott. Cinzia Puma fosse presidente del collegio dei revisori della Calcestruzzi Mazara e della Provincia regionale. Un filo che si spezzò con la Puma che rinunziò all’incarico «in casa dei mafiosi» poco prima che arrivasse il primo sequestro. La politica ha deciso di archiviare il caso, “turandosi” il naso.<br />
Il presidente del Collegio dei Revisori dei conti non si è posta mai alcun problema mentre accadeva che tutti e tre i soci proprietari dell’azienda si trovavano per varie vicende, sempre mafiose, in carcere: Mariano sconta ergastoli anche per le stragi, suo fratello e Cuttone travolti dall’affare dell&#8217;eolico: l&#8217;impresa di calcestruzzi è risultata «strumentale» all&#8217;azione mafiosa, qui si sono svolti «summit», presenti il capo dei capi Totò Riina, qui si sono decise le strategie imprenditoriali, i cartelli di imprese si sono spesso ritrovati a concordare le regole per attaccare il libero mercato, fino appunto a discutere delle forniture di cemento per la costruzione di un parco eolico appena fuori Mazara, ma in questa azienda sono state nel tempo decise strategie di morte, qui secondo condanne definitive sono state ammazzate persone. Sono queste circostanze, prima che l&#8217;aspetto finanziario, ad avere portato al sequestro.<br />
<strong>I delitti dentro l’impresa.</strong> Il pentito di Castelvetrano, Francesco Geraci, ha ricordato quando all&#8217;interno dell&#8217;impianto Matteo Messina Denaro gli presentò i boss mazaresi a cominciare da Mariano Agate che tornò ad incontrare quando la mafia pianificò l&#8217;attentato a Roma a Maurizio Costanzo. Fu dalla «Calcestruzzi Mazara» che si mosse il carico di armi con la raccomandazione di Mariano Agate a lui e «agli altri picciotti», «a tenere gli occhi aperti». Una intercettazione svelò anche altro, fu dal racconto sentito pronunciare ad un ex capo dell&#8217;ufficio tecnico del Comune di Mazara, l&#8217;arch. Pino Sucameli, che gli investigatori appresero di un summit con Riina e presente tutto il “gotha” mafioso siciliano e delle varie famiglie trapanesi: «Qui &#8211; disse Sucameli parlando con un altro uomo d&#8217;onore -  alla Calcestruzzi… c&#8217;era tutta mezza Sicilia&#8230; c&#8217;era Totò Riina».</p>
<p>Tifavano per Amnesty internazionale. Nello spazio sul web che pubblicizza le formidabili capacità della «Calcestruzzi Mazara» c&#8217;è anche un link che fa pubblicità ad «Amnesty International» e alla difesa dei diritti dell&#8217;uomo. Forse troppo per una impresa che è stata usata per attirare in tranelli persone poi uccise o per tenere riunioni di mafia per ordinare stragi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/04/lotta-alla-mafia-sequestrata-l%e2%80%99impresa-di-calcestruzzo-al-boss-mariano-agate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Scacco alle ’ndrine nel Varesotto</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/03/scacco-alle-%e2%80%99ndrine-nel-varesotto/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/03/scacco-alle-%e2%80%99ndrine-nel-varesotto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 15:51:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1490</guid>
		<description><![CDATA[(Tratto da Calabria Ora)
Una holding criminale in odore di ’ndrangheta, che investiva il denaro proveniente da traffici illegali in attività commerciali e imprenditoriali. È il quadro che emerge dall’ultima fase dell’operazione Bad Boys, che nell’aprile del 2009 aveva portato all’arresto di 39 persone, delle quali 11 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">Calabria Ora</a>)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1491" title="carabinieri_auto" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/carabinieri_auto-300x295.jpg" alt="Auto Carabinieri" width="300" height="295" />Una holding criminale in odore di ’ndrangheta, che investiva il denaro proveniente da traffici illegali in attività commerciali e imprenditoriali. È il quadro che emerge dall’ultima fase dell’operazione Bad Boys, che nell’aprile del 2009 aveva portato all’arresto di 39 persone, delle quali 11 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, in provincia di Varese e di Milano.</p>
<p>Operazione che aveva sgominato i presunti vertici della “Locale di Lonate Pozzolo”, ritenuta affiliata alla cosca Farao-Marinicola di Crotone, culminata ieri nel sequestro di beni per un valore stimato di 20 milioni di euro, eseguito dai carabinieri del comando Provinciale di Varese coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Un duro colpo alla criminalità d’affari, che si procura attraverso estorsioni e rapine il denaro da reinvestire nel sistema economico lombardo, in particolare nel settore dell’edilizia.</p>
<p>Sei persone, attualmente detenute con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, possedevano attività imprenditoriali, negozi e ristoranti sequestrati dai carabinieri. Il 48enne legnanese Vincenzo Rispoli, ritenuto il capo indiscusso della Locale, e il suo secondo, Mario Filippelli, residente a Lonate Pozzolo, avevano creato coperture insospettabili, dove avrebbero reinvestito per anni i profitti provenienti dalle attività criminali. Un’organizzazione che operava in particolare nella zona di Gallarate e Busto Arsizio, a Legnano e nell’Altomilanese. In particolare sono stati sottratti all’organizzazione 34 appartamenti fra le province di Varese, Crotone e Catanzaro, 20 veicoli di lusso, un terreno agricolo e circa 70 conti correnti bancari. Sotto sequestro anche una villa in via Chiesa a Varese, dove vivevano nel lusso alcuni parenti dei presunti capi del Locale.</p>
<p>Con i proventi di traffici illeciti avevano acquistato auto di lusso, come Porche o Bmw da 100mila euro, sequestrate. L’organizzazione criminale deteneva le quote di 17 società che operavano nel campo edilizio o immobiliare, intestate a familiari o a prestanome. Aziende che lavoravano alla luce del sole, infiltrandosi nell’economia pulita del varesotto e del milanese, che partecipavano a concorsi pubblici e gare d’appalto.</p>
<p>Colpiti dal provvedimento anche 4 esercizi commerciali, due in Calabria e due in provincia di Varese: il Ralf Cafè a Olgiate Olona, che si trova in un grosso shopping center, e un negozio di abbigliamento. È prevista per giugno l’udienza che deciderà della confisca definitiva dei beni, in maniera autonoma rispetto al processo penale. In caso di convalida i beni verranno assegnati all’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata, perché vengano destinati a impieghi di pubblica utilità.</p>
<p>«È possibile contrastare il fenomeno solo se si colpiscono le associazioni criminali nei profitti», spiega Emilio Curtò, presidente del Tribunale di Varese. «Un’operazione importante – conclude – anche per contrastare un fenomeno, quello dell’usura, di difficile emersione».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/03/scacco-alle-%e2%80%99ndrine-nel-varesotto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fa arrestare i camorristi ora lo trattano da lebbroso</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/03/fa-arrestare-i-camorristi-ora-lo-trattano-da-lebbroso/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/03/fa-arrestare-i-camorristi-ora-lo-trattano-da-lebbroso/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 11:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Onestà]]></category>
		<category><![CDATA[Usurai]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1218</guid>
		<description><![CDATA[(Tratto da Repubblica, Napoli &#8211; di Antonio Corbo)
Frattamaggiore, Corso Durante, il cuore della città benedettina. Nel grigio gentile della boutique risaltano le grandi firme. &#8220;Ciaravolo Moda&#8221; è l’immagine del lusso. In un’ora vuota, la serranda giù, le commesse in pausa, un uomo racconta due vite. Le sue.
«Per 5 anni schiavo. La camorra mi aveva puntato: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/23/fa-arrestare-camorristi-ora-lo-trattano-da.html" target="_blank">Repubblica, Napoli</a> &#8211; di Antonio Corbo)</p>
<div id="attachment_1219" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><img class="size-medium wp-image-1219" title="frattamaggiore_napoli_aislinnwood" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/frattamaggiore_napoli_aislinnwood-300x200.jpg" alt="Frattamaggiore, Napoli" width="300" height="200" /></strong><p class="wp-caption-text">Frattamaggiore, Napoli (Aislinn Wood)</p></div>
<p><strong>Frattamaggiore, Corso Durante</strong>, il cuore della città benedettina. Nel grigio gentile della boutique risaltano le grandi firme. &#8220;Ciaravolo Moda&#8221; è l’immagine del lusso. In un’ora vuota, la serranda giù, le commesse in pausa, un uomo racconta due vite. Le sue.</p>
<p>«<strong>Per 5 anni schiavo</strong>. La camorra mi aveva puntato: ci sapevo fare, come catturare un animale di razza. Ero prigioniero. Dal 2002 mi hanno terrorizzato, picchiato, succhiato soldi e sangue».<br />
E l&#8217;altra? <strong>Andrea Ciaravolo</strong>, 43 anni, tre figli che vede poco, piantato dalla moglie, si svincola nel 2007, primo novembre, giorno di festa per tutti, si liberano anche Frattamaggiore, Crispano, Cardito. <strong>I carabinieri arrestano la banda del terrore, 14 persone, Antonio Cennamo il capo, un nome che dice tutto: &#8220;O Malommo&#8221;.</strong></p>
<p>Seconda vita di Andrea Ciaravolo, ma come va? «L’ho scelta io. Rifiutai protezione, località segreta, altro lavoro. Dissi: resto a Frattamaggiore. Temevo vendette sui miei bambini. Muoio io e non loro, decisi così. Sono un ex schiavo, mi sono ripreso la libertà, lavoro solo per me». Il tono crolla. «Libero. Ma a volte rischio di impazzire. Mi trattano da lebbroso. <strong>La gente mi evita, le banche mi rifiutano</strong>. L&#8217;ultima? L&#8217;assicurazione mi ha restituito i soldi, niente più polizza Rca. Perché sono un soggetto a rischio».</p>
<p>Nel 2002 Ciaravolo ha tre negozi, alta moda. «Arrivano dei personaggi. Prendono abiti di lusso, e dicono: &#8220;Poi ci vediamo&#8221;. Io capisco, gli affari vanno forte, sto zitto». Nel 2003, uno strano furto. A Giugliano. «Un camion in retromarcia sfonda la vetrata. Furto totale della merce, 80 mila euro di danni». È solo l’inizio, salta il primo negozio. Riprende Ciaravolo. «Ho due conti in banca, sono affidato per 100 mila e 150 mila euro. Mi chiamano dopo il furto: &#8220;lei deve rientrare&#8221;.</p>
<p>Le banche capiscono che è cominciato l’inferno e non si fidano più. Mi illudono: &#8220;lei azzeri i conti, avrà un finanziamento più alto&#8221;. Non ho più niente. Trovo soldi in famiglia, fino a litigare con mia moglie e a perderla. Ho azzerato i debiti in banca.</p>
<p>La camorra lo sa e la trappola scatta: viene da me Francesco Luogo con la moglie Anna Maiale. È &#8220;<strong>Francuccio lo sbirro</strong>&#8221; perché faceva il carabiniere, al nord fu arrestato per una rapina con delitto, è uscito dopo dieci anni. Mi offre soldi dicendo che lui 24 ore su 24, giorno e notte, è a disposizione degli amici. Io sono quasi commosso. Gli restituisco i soldi in poco tempo e lo ringrazio. Gli dico che non avrò più bisogno di lui.</p>
<p>Macché, <strong>mi bruciano uno dei due negozi di Frattamaggiore</strong>, al Corso, con tutta la roba: 140 mila euro di danni. Torno. &#8220;Don Franco, mi prestate 100 mila euro?&#8221; Me li dà subito. Quando gli porto i primi 20 mila euro, e dico che ne mancano 80 mila, lui e la moglie ridono. &#8220;Ma che hai capito? Come tu vendi le pezze, io vendo i soldi. Questi sono solo gli interessi&#8221;. È l’inizio della fine».</p>
<p>Ciaravolo accetta le nuove condizioni. Tassi da usura, 4 per cento al mese. Deve guadagnare di più. «Convinco una signora a cedere un ristorante. Il Luxor: 30 mila euro in contanti, altri 70 mila con cambiali da 2.850 euro. &#8220;Francuccio lo sbirro&#8221; passa di notte a prendere parte dell’incasso. Ma una notte arriva un altro, da Sant’Antimo, dice che lavora per il Negus, un boss. Con altri due. Abbassa la serranda e mi chiede le chiavi del locale, dice che deve diventare suo. Mi punta la pistola con il colpo in canna».</p>
<p>Il racconto dal 2006 è un film da incubo. «Mi hanno messo in mezzo. &#8220;Francuccio lo sbirro&#8221; mi chiama nel panificio del nipote con una scusa. Poi minaccia di infilarmi con la testa nel forno e di bruciami vivo. Si va per un accordo dal boss <strong>Antonio Cennamo</strong>. Fa la mediazione. Devo cedere il ristorante. Mi dice: &#8220;Dopo torni come una signorina&#8221;. Cioè, nessuno più mi toccherà». <strong>Nello studio del notaio Farinaro di Aversa è trasferito il Luxor alla &#8220;Pink Hous Cafè srl&#8221;</strong>. Ciaravolo deve fingere di ricevere 80mila euro. Prende, firma e rigira al mittente gli assegni. Poi si accolla altri 20 mila euro per fitti arretrati. Nel 2006, ha già perso due negozi e un ristorante.</p>
<p>Ma nel 2007, ecco un altro: Rocco Fatale disconosce gli accordi presi dal fratello Antonio nel summit in casa Cennamo. «Rocco Fatale mi porta nel cimitero di Crispano. &#8220;Se il Malommo è così grande, ci rimetta lui i soldi. Comando io. Qui ti atterriamo se non paghi&#8221;. Finge di sparare, altri due fingono di calmarlo. Rocco Fatale mi blocca un’altra volta. <strong>Due mi tengono fermo per le braccia e lui mi picchia con il casco</strong>. Sono a terra tramortito e prendo calci in testa».</p>
<p>Il luogotenente <strong>Vincenzo Capoluogo, comandante di Crispano</strong>, riceve una soffiata. Sa che Ciaravolo è ostaggio dei boss. Lo convince a collaborare. <strong>I pm Nunzio Fragliassoe Alfonso D’Avino</strong> sono informati, giorno per giorno. Uno dei camorristi entra nell’ultimo negozio, in Corso Durante, e avverte la commessa in lacrime: «La boutique è nostra, voi lavorerete per me». E dà una scadenza: «Il 31 ottobre farai la fine del tabaccaio di Sant’Antimo morto per 7.500 euro. Pensa che tu devi dare 85mila».</p>
<p>Primo novembre, il blitz: 14 fermi del pm per anticipare i tempi, in carcere tutta la banda. E Ciaravolo? «<strong>Dico grazie a carabinierie pm</strong>. Ma le banche mi rifiutano, chiedo aiuto al ministero dell&#8217;Interno. Ho fatto eliminare un clan, sono cittadino modello, dicono tutti. Ma un imprenditore in crisi. Libero e isolato. Come un lebbroso».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/03/fa-arrestare-i-camorristi-ora-lo-trattano-da-lebbroso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mazara: ancora un sequestro ai mafiosi complici di Messina Denaro</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/02/mazara-ancora-un-sequestro-ai-mafiosi-complici-di-messina-denaro/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/02/mazara-ancora-un-sequestro-ai-mafiosi-complici-di-messina-denaro/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 18:35:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Cascio]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1123</guid>
		<description><![CDATA[Un nuovo duro colpo alle casse di Cosa Nostra trapanese è stato inferto nelle ultime ore stavolta dai Carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani, che ieri hanno eseguito una ordinanza di sequestro emessa dal Tribunale delle misure di prevenzione ai boss Salvatore e Matteo Tamburello, padre e figlio. La richiesta di sequestro inizialmente è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1124" title="carabinieri_trapani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/02/carabinieri_trapani-225x300.jpg" alt="Carabinieri Trapani" width="225" height="300" />Un nuovo duro colpo alle casse di Cosa Nostra trapanese è stato inferto nelle ultime ore stavolta dai <strong>Carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani</strong>, che ieri hanno eseguito una ordinanza di sequestro emessa dal Tribunale delle misure di prevenzione ai boss <strong>Salvatore e Matteo Tamburello</strong>, padre e figlio. La richiesta di sequestro inizialmente è stata avanzata dalla Procura di Marsala, successivamente è stata integrata da indagini e accertamenti coordinati dalla Procura antimafia di Palermo.</p>
<p>Un «impero» di terreni e immobili, ma anche aziende e quote societarie, quello colpito dall’indagine antimafia, il sequestri ammonta a 4 milioni di euro, i provvedimenti ieri sono stati notificati in carcere ai due Tamburello, detenuti per condanne di associazione mafiosa. Proprietà le loro che secondo le conclusioni del Tribunale derivano dall’attività criminale, loro sono «<strong>i pezzi da 90</strong>» che nell’ultimo periodo hanno capeggiato le famiglie mafiose del mazarese, ne sono stati capi con la «benedizione» del padrino Mariano Agate e perfettamente d’accordo con il capo mafia latitante <strong>Matteo Messina Denaro</strong>.</p>
<p>Per un decennio tra gli anni ’80 e ’90 i due Tamburello si sono occupati della gestione della «famiglia» mafiosa di Mazara. Periodo in cui le loro aziende (specializzate nella trivellazione) si sono infiltrati in grandi appalti, e non solo a Mazara, ma anche a Trapani.</p>
<p>Nel sequestro di ora rientrano una villa, una impresa individuale operante nel settore della trivellazione, le quote di una società a responsabilità limitata, una «cava» sita a Campobello di Mazara ed un fondo intestato alla «Calcestruzzi Belice srl» che appartiene quasi per intero al noto imprenditore Rosario Cascio, destinatario anche qualche settimana fa, di uno dei più cospicui sequestri di beni degli ultimi anni.</p>
<p>Nell’elenco dei beni da sequestrare c’era anche la villa di contrada Boccarena usata per le affiliazioni di mafia: qui il «pentito» <strong>Vincenzo Sinacori</strong>, per un periodo «reggente» della cosca, raccontò di essere stato «punciutu» negli anni 80 alla presenza di «don» importanti come Saro Tamburello e Mariano Agate. Il giudice poi non ha proceduto al sequestro della villa per un precedente giudicato.</p>
<p>Appena la scorsa estate Saro e Matteo Tamburello sono stati condannati dal Tribunale di Marsala. Nel corso del processo è emerso il particolare che «don» Saro Tamburello nel gennaio del 2003, dopo l’arresto degli allora latitanti, <strong>Natale Bonafede</strong> e <strong>Andrea Manciaracina</strong>, considerato che si trovavano detenuti nello stesso carcere, a Trapani, profittando che si trovava recluso in infermeria, aveva escogitato il tentativo di avvicinarli per sincerarsi che nessuno dei due avesse intenzione di pentirsi. Per «don» pare che muoversi nel carcere non era un problema, tanto che sarebbe riuscito ancora a mandare i suoi ordini all’esterno, solo che quella sua intenzione l’aveva esternata durante un colloquio con i familiari finito «intercettato».</p>
<p>Una mafia, quella trapanese, fatta da «ricchi» “ministri”. C’era quello dei Lavori Pubblici, <strong>Rosario Cascio</strong>, imprenditore di Partanna, che ha subito un sequestro da 550 milioni di euro, c’era quello al Commercio, il «re» della grande distribuzione, <strong>Giuseppe Grigol</strong>i, spossessato di beni per 700 milioni di euro, quello al Turismo e agli Appalti, l’imprenditore valdericino <strong>Tommaso Coppola</strong>, anche a lui sequestrato un patrimonio di società e imprese, compresa la struttura turistica di Torre Xiare di Lido Valderice, attorno a loro si muovevano una serie di «sottosegretari» e «consulenti», come sarebbero stati Saro e Matteo Tamburello, sopra di loro il boss dei boss, Matteo Messina Denaro.<br />
Al solito attento, accorto, ma con le mani piene di soldi, perché quei beni, i denari sequestrati insistono gli investigatori sono certamente «roba sua».</p>
<p>Il nome dei Tamburello era uscito da ultimo nei «grandi» appalti. Quello per l’eolico di Mazara per esempio, la costruzione del parco di pale eoliche in contrada Aquilotta.<br />
In quel caso si scoprì l’esistenza di una mafia «ecologica», verde ma mai al verde. «Un palo a Mazara non si alza se non lo voglio io» venne sentito dire Matteo Tamburello (intercettato) mentre parlava alla moglie, una frase apparentemente poco chiara che fece insospettire gli investigatori, ma presto carabinieri e polizia capirono, appunto, che il «palo» altro non era che la «pala eolica» e che, dietro al business dell’energia alternativa, s’era costituita una società del malaffare tra imprenditoria, cosche e politici, tutti interessati ad arricchirsi, una sorta di <em>joint ventur</em> in chiave mafiosa.</p>
<p>Poi l’interesse dei Tamburello si posò anche sui «grandi» appalti di Trapani e in questo caso si è scoperto con l’operazione «<strong>Oriente II</strong>» dei carabinieri (2006) come il «cemento» ha saldato bene gli accordi tra le «famiglie» di Mazara e Trapani, da una parte «don» Salvatore Tamburello e dall’altro lato «don» Ciccio Pace, boss assoluto di Trapani per volere di Matteo Messina Denaro.</p>
<p>La «famiglia» Tamburello è stata in qualche modo interessata alla prima fase dei lavori di ammodernamento del porto di Trapani, quelli relativi alle banchine settentrionali, lavori aggiudicati dal Genio Civile opere marittime. Ciccio Pace, capo mafia di Trapani, dette l’assenso per quella «partecipazione» al cantiere, facendo capire bene di sapere chi c’era dietro  i Tamburello: «<strong>Con Matteo (Messina Denaro ndr) uncinnè problemi</strong>».</p>
<p>Ma il «blitz» «Oriente II» dimostrò anche altre circostanze, come quella che l’anziano Saro Tamburello nonostante lo stato di detenzione continuava a dettare ordini che venivano puntualmente eseguiti tramite l’intermediazione dei congiunti.<br />
Tamburello fu uomo di fiducia di <strong>Totò Riina</strong> che a Mazara trascorreva la latitanza, in particolare nei periodi estivi: il famigerato Totò «u curtu» gli avrebbe regalato una catenina d’oro in occasione della nascita della nipote, un regalo per sancire rispetto e fiducia in perfetto stile mafioso.</p>
<p>Mafiosi all’antica i Tamburello ma anche capaci di adeguarsi alle necessità del momento, alla mafia diventata impresa. In una intercettazione Matteo parlando con suo padre fu sentito rassicurarlo sull’attività delle loro imprese, «ho partecipato a tante gare e le ho vinte tutte» spiegava soddisfatto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/02/mazara-ancora-un-sequestro-ai-mafiosi-complici-di-messina-denaro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Matteo Messina Denaro, si incrina il muro del sostegno: &#8220;Con lui in giro niente bel tempo&#8221;</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/02/matteo-messina-denaro-si-incrina-il-muro-del-sostegno-con-lui-in-giro-niente-bel-tempo/</link>
		<comments>http://www.malitalia.it/2010/02/matteo-messina-denaro-si-incrina-il-muro-del-sostegno-con-lui-in-giro-niente-bel-tempo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 10:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Carabinieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.malitalia.it/?p=1012</guid>
		<description><![CDATA[Sono diverse le sfaccettature che al di là dei reati mafiosi messi a segno emergono dall’operazione antimafia «Nerone» condotta nella Valle del Belice dai Carabinieri di Trapani. Quell’ambientale posta a casa di un mafioso agli arresti domiciliari, Vincenzo Funari di Gibellina, ha fatto ascoltare agli investigatori molte cose interessanti. La &#8220;quotidianità&#8221; mafiosa di un piccolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono diverse le sfaccettature che al di là dei reati mafiosi messi a segno emergono dall’operazione antimafia «<strong>Nerone</strong>» condotta nella Valle del Belice dai Carabinieri di Trapani. Quell’ambientale posta a casa di un mafioso agli arresti domiciliari, Vincenzo Funari di Gibellina, ha fatto ascoltare agli investigatori molte cose interessanti. La &#8220;quotidianità&#8221; mafiosa di un piccolo gruppo svela il sistema.</p>
<p><strong>Cosa nostra è in difficoltà ma non demorde</strong><br />
Gli uomini d’onore sono quelli di sempre, come appunto <strong>Vincenzo Funari</strong> o come il marsalese <strong>Giuseppe Barraco</strong> che decenni fa era stato «posato» ma che ora per i tanti tasselli dell’organizzazione rimasti vuoti era tornato all’opera. Le intercettazioni poi consegnano un dato preciso, la «presenza» nel territorio del boss latitante <strong>Matteo Messina Denaro</strong>.<br />
Presenza svelata da un altro degli otto arrestati, Vincenzo Onorio, produttore caseario di Gibellina, che come riferisce il pentito palermitano Emanuele Andronico a lui si è rivolto chiedendo un «favore»,  ammazzare due persone, dicendo di agire per ordine del capo mafia latitante. </p>
<p>Dovevano essere uccisi Pasquale Zummo, “Pasqualone” soprannominato, e Nicolò Fontana, tutti e due spesso lavorano insieme, proprio per questo legame di amicizia chissà perché dovevano essere eliminati, delitti che per fortuna non vennero compiuti: Onorio ripete il nome di Messina Denaro quando invece vengono ordinate e messe a segno due intimidazioni, attentati incendiari, uno è quello di una villa a Gibellina, e secondo la ricostruzione fornita pare essere l’attentato subito nel 2004 da un consigliere comunale di Gibellina, Pietro Barbiera, oggi presidente del Consiglio comunale.</p>
<p><strong>Il boss dà fastidio</strong><br />
Ma c’è un altro dato, la «presenza» di Messina Denaro sembra dare fastidio ai boss, e se è davvero così è per la prima volta in tanti anni di indagini che si coglie «nervosismo» delle cosche trapanesi per la latitanza del boss: è Furnari, ancora intercettato, a parlare in questa maniera, “fino a che c’è iddu in giro beddu tempo un cinnè”, «fino a che c’è questo in giro bel tempo non ce ne sarà per nessuno», che pare essere una lagnanza per la massiccia presenza investigativa nel territorio usata per cercare il latitante e che però si traduce anche col fatto che gli «affiliati» si sentono, e lo dicono, «il fiato sul collo».</p>
<p><strong>Le imprese pagano ancora</strong><br />
L’indagine «Nerone» consegna ancora altro: le imprese che pagano continuano a pagare e qualche timida reazione. C’è ancora chi accetta di esaudire la richiesta di «pizzo», tranne in un caso a Calatafimi, dove a rifiutare l’invito a pagare mosso da Giuseppe Gennaro, altro arrestato, di professione imprenditore, ma trovato a vivere in una stalla tra le bestie,  fu l’impresa Ferrara, quella che fa riferimento all’attuale sindaco di Calatafimi Nicolò e al fratello, Rosario, che è presidente di Ance il sindacato edili di Confindustria.<br />
E proprio Confindustria Trapani con un comunicato ha voluto ribadire che l’invito «è sempre più quello di non cedere al ricatto, di ribellarsi e soprattutto di denunciare».</p>
<p>Tra le estorsioni portate a termine quelle ai danni della sala Paradise di Marsala, 6 mila euro, anzi c’è di più, sembra che da decenni la regola che vige nel marsalese è quella che una volta l’anno le sale di trattenimento debbano versare 12 milioni di lire alla mafia, ora che c’è l’euro appunto 6 mila euro. E se non erano estorsioni c’era pure compreso tra le finalità mafiose anche il «lavoro» del recupero crediti, ancora Onorio sarebbe andato fino in Veneto per risolvere una controversia tra gli (ignari) proprietari di una nota pasticceria palermitana, «la Cubana» con un certo Antonino Sciuto, minacciato dapprima per telefono dicendogli che «c’erano quattro spazzapagghiari» che volevano conoscerlo.</p>
<p><strong>Il contenuto dell’ordinanza</strong><br />
Otto richieste di arresto e otto misure cautelari disposte.Il gip del Tribunale di Palermo ha accolto ciòche i magistrati della Dda avevano chiesto. A finire in manette le persone che si erano rimesse in movimentoper conto di Cosa nostra trapanese.<br />
E cioè Giovan Battista Agate, di Mazara, 68 anni, fratello del ben più noto Mariano Agate, Giuseppe Barraco, marsalese,73, Vincenzo Funari, 77, Gibellina, Giuseppe Gennaro, di Calatafimi, 43, Melchiorre Perrone, originario di Castelvetrano ma residente a Gibellina, 46, Vincenzo Salvatore Onorio, di Gibellina, 56, Antonino Rallo, marsalese, 58 anni, detenuto, Vincenzo Vito Rallo, marsalese, 50 anni. </p>
<p>Oltre alle otto misure cautelari, il gip Morosini ha emesso 20 avvisi di garanzia e altrettanti contestuali ordini di perquisizione. Il blitz è scattato all’alba di martedì ed ha visto impegnati circa 100 carabinieri che hanno operato a Gibellina,Mazara, Marsala, Calatafimi ed Avellino. Gli arrestati sono a vario titolo ritenuti responsabili di associazione mafiosa, estorsione aggravata, tentata estorsione aggravata. </p>
<p>L’hanno chiamata operazione «Nerone» proprio per i diversi danneggiamenti, attentati incendiari, che sono stati censiti e monitorati nel corso dell’inchiesta, sia tentati che portati a termine, mafiosi che agivano come l’imperatore Nerone, l’autore dell’incendio di Roma in epoca classica. A coordinare le indagini, condotte sul campo in particolare dai militari della Compagnia di Castelvetrano assieme ai loro colleghi del nucleo operativo, diretti dai capitani Cicognani, Fanara e Parasiliti, sono stati il procuratore aggiunto della Dda Teresa Principato e il pm Pierangelo Padova. Resta forte, questo emerge sopratutto dall’inchiesta, l’interesse di Cosa nostra per gli appalti e le attività commerciali, i tentativi anche riusciti di imporre alle imprese la manodopera individuata dai boss, l’intervento nella compravendita di terreni.</p>
<p>L’indagine «Nerone» ha preso spunto da quella denominata «Oriente» che risale al maggio del 2005. Allora in manette finì anche Vincenzo Funari, al quale il giudice applicò gli arresti domiciliari. Grazie ad una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche disposte presso l’abitazione di Funari, i carabinieri hanno cominciato ad apprendere dell’attività dell’organizzazione. Funari sebbene fosse ai domiciliari «riceveva» tranquillamente «ospiti»che provenivano anche da Marsala, per mettere a punto le strategie criminali. È grazie alle intercettazioni che i carabinieri hanno potuto scoprire il ruolo di alcuni incensurati come Melchiorre Perrone e Vincenzo Salvatore Onorio.</p>
<p><strong>Il censimento delle imprese</strong><br />
Melchiorre Perrone e Giuseppe Gennaro muovendosi da «insospettabili» erano quelli che, secondo i magistrati antimafia ed i carabinieri che li intercettavano e li pedinavano, si davano molto da fare per individuare le imprese da «estorcere». Perrone e Gennaro avrebbero curato una sorta di «censimento» delle imprese impegnate nell’esecuzione di appalti nel territorio del Belice, e prima di agire, di «colpire» quelle «migliori», era a Funari che si rivolgevano, sottoponendo l’elenco per stabilire da chi andare a chiedere il «pizzo». </p>
<p>In alcuni casi Melchiorre Perrone è stato intercettato mentre chiedeva il permesso a Funari per commettere dei danneggiamenti a carico delle imprese «recalcitranti», danneggiamenti poi effettivamente portati a termine. Ad andare a trovare Funari era anche il marsalese Giuseppe Barraco. Argomento di discussione ancora e sempre le estorsioni. Addirittura due imprenditori erano stati presi di mira e avrebbero dovuto corrispondere una somma all’interno della compravendita di un terreno. Solo che questo terreno, 16 ettari, si trovava in territorio di Mazara, in contrada Inchiappara, per cui sentito Funari, Barraco attraverso un soggetto arrivò a contattare Giovan Battista Agate perchè fornisse il suo assenso. Agate si sarebbe adoperato per «dividere» il pizzo tra Barraco ed i fratelli Rallo, Nino e Vito Vincenzo.</p>
<p><strong>I cavalli ammazzati</strong><br />
Una indagine scattata dopo che a “Pasqualone” Zummo (fratello di Lorenzo ex capogruppo di Forza Italia al Consiglio comunale di Gibellina) nel 2004 gli uccisero, dando fuoco alla stalla, tre cavalli che teneva a Monreale. Lui denunciò l’accaduto sostenendo che non capiva chi e perchè lo avesse fatto, ma fuori dalla caserma dell’Arma andò a cercare due «uomini d’onore», Giuseppe Ragona e Vincenzo Funari. </p>
<p>Le intercettazioni subito avviate cominciarono a «scaricare» sugli investigatori tantissime «notizie». La prima quella che l’organizzazione mafiosa è in difficoltà, «non ci sono più i picciotti di una volta» lamenta Funari che discorrendo con chi andava a trovarlo spesso non faceva altro che ricordare i tempi andati, facendo anche un «ripasso» delle «regole» dell’onorata società, anzi ristabilendo queste regole, prima fra tutta quella di parlare di certe cose solo con i «punciuti». </p>
<p>Il tentativo di correre ai ripari dopo le azioni giudiziarie risultate penetranti contro Cosa Nostra. A casa Funari spesso andava Giuseppe Barraco, e l’attivismo, mafioso, di questi dà un’altra conferma. Messina Denaro proprio in un pizzino mandato a Provenzano che gli chiedeva notizie sulla mafia marsalese, lamentava che lì avevano arrestato a tutti e si sarebbero portati via pure le sedie, Barraco, del quale avevano parlato pentiti come Scavuzzo e Concetto, sebbene posato dunque per coprire i «vuoti» sarebbe tornato a fare il mafioso. Mancando tanti «picciotti» Funari addirittura aveva deciso di mettere alla prova un suo nipote.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.malitalia.it/2010/02/matteo-messina-denaro-si-incrina-il-muro-del-sostegno-con-lui-in-giro-niente-bel-tempo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

