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	<title>Malitalia &#187; Camorra</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Alzare la guardia in Molise</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 20:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Paolo De Chiara) 
Il Molise non è più un&#8217;isola Felice. Da troppi anni si continuano a sentire queste parole utilizzate, soprattutto, dalla classe politica (formata da imputati, indagati e condannati) per mettere sotto al tappeto i tanti problemi della seconda Regione più piccola d&#8217;Italia. E problemi si riscontrano anche per quanto riguarda la presenza [...]]]></description>
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<p>(di Paolo De Chiara) </p>
<p><strong>Il Molise non è più un&#8217;isola Felice.</strong> Da troppi anni si continuano a sentire queste parole utilizzate, soprattutto, dalla classe politica (formata da imputati, indagati e condannati) per mettere sotto al tappeto i tanti problemi della seconda Regione più piccola d&#8217;Italia. E problemi si riscontrano anche per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni criminali. E&#8217; proprio in un passaggio della relazione della Direzione Nazionale Antimafia del dicembre 2010 si legge: &#8220;si registrano da tempo tentativi di infiltrazione da parte di appartenenti a qualificati sodalizi attivi nelle Regioni limitrofe ed interessi al settore dell&#8217;illecito smaltimento dei rifiuti, al reimpiego dei proventi in immobili ed attività commerciali nelle località della costa, nonchè al controllo degli appalti pubblici&#8221;. <strong>E su questi temi sono intervenuti il Procuratore della DDA di Campobasso Armando D&#8217;Alterio e il Sostituto Procuratore Rossana Venditti.</strong> Per D&#8217;Alterio in Molise ci sono persone che hanno collegamenti con la &#8216;ndrangheta e con i casalesi. &#8220;Questo sta a significare due cose: uno, l&#8217;attenzione che dobbiamo avere per le infiltrazioni criminali nell&#8217;ambito del territorio e dell&#8217;Impresa; e l&#8217;altro, il fatto che conferma ancora una volta la necessità di alzare la guardia, perchè il Molise è terra che è già oggetto degli intenti predatori delle altre criminalità&#8221;. Il pm Venditti contesta in ogni apparizione pubblica l&#8217;affermazione &#8220;Isola Felice&#8221;. In Italia non ci sono. Le realtà locali sono invase dagli interessi criminali. &#8220;Questa affermazione non voglio più sentirla. Mi sembra un&#8217;espressione che ci ha già danneggiati abbastanza&#8221;.     </p>
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		<title>Filmano i camorristi che gli chiedono il pizzo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Vincenzo Iurillo)
Nell’ordinanza a sua firma il Gip di Napoli Antonella Terzi lo definisce “un eroe”. Per mesi Filippo Nocerino, imprenditore edile di Ercolano, ha filmato attraverso una telecamerina nascosta nell’orologio i camorristi che pretendevano una tangente sulle sue attività. E ha denunciato i soprusi subiti, per la seconda volta in pochi anni. Già qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/5TfirRM9bpY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(di Vincenzo Iurillo)<br />
Nell’ordinanza a sua firma il Gip di Napoli <strong>Antonella Terzi lo definisce “un eroe”.</strong> Per mesi Filippo Nocerino, imprenditore edile di Ercolano, ha filmato attraverso una telecamerina nascosta nell’orologio i camorristi che pretendevano una tangente sulle sue attività. E ha denunciato i soprusi subiti, per la seconda volta in pochi anni. Già qualche anno fa, Nocerino fece arrestare e condannare un boss. Grazie al coraggio di questo costruttore, qualche settimana fa si è compiuta l’operazione ‘Vento’, condotta dal pm della Dda Vincenzo D’Onofrio e dai carabinieri della Compagnia di Torre del Greco e della Tenenza di Cercola. Ben 28 arresti e un sequestro di beni per un valore di circa 5 milioni di euro, che hanno colpito cinque clan camorristici del napoletano. <strong>Allegati agli atti dell’inchiesta, anche il file video di cui il nostro sito vi mostra in esclusiva un brano. Le immagini sono confuse, ma l’audio è chiaro.</strong> E’ il 20 ottobre 2011. Nella zona di piazza Carlo III a Napoli, l’imprenditore si è aggiudicato la ristrutturazione della facciata di un’ala dell’ex Albergo dei Poveri. E’ un appalto pubblico di circa 450mila euro. Il clan pretende una tangente di 22mila euro. Gli intermediari della camorra, come si ascolta nitidamente, sul punto sono implacabili. Dicono di ‘avere il capitolato’, dunque sanno l’importo dell’appalto e non ammettono sconti, vogliono la cifra che hanno ‘chiuso’, un pizzo da 22mila euro. L’imprenditore si oppone, dice “non è possibile, comme se fa?”. E i camorristi: <strong>“Non ce ne fotte niente”  </strong></p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it)</p>
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		<title>Sono disposto a darmi fuoco</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 13:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Paolo De Chiara)
“La camorra ha iniziato, ma le Istituzioni stanno continuando il lavoro”. Non usa mezzi termini il testimone di giustizia Luigi Coppola per spiegare la sua situazione. Difficile e drammatica per lui e per la sua famiglia. La famiglia Coppola, per una scelta coraggiosa e dignitosa, è costretta ad elemosinare un posto per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/sono-disposto-a-darmi-fuoco/luigi-coppola/" rel="attachment wp-att-9124"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/luigi-coppola-300x162.jpg" alt="" title="luigi coppola" width="300" height="162" class="alignleft size-medium wp-image-9124" /></a></p>
<p>(di Paolo De Chiara)<br />
<strong>“La camorra ha iniziato, ma le Istituzioni stanno continuando il lavoro”.</strong> Non usa mezzi termini il testimone di giustizia Luigi Coppola per spiegare la sua situazione. Difficile e drammatica per lui e per la sua famiglia. La famiglia Coppola, per una scelta coraggiosa e dignitosa, è costretta ad elemosinare un posto per dormire. Tutto è cominciato nel 2001. Luigi era un commerciante di auto a Boscoreale, in provincia di Napoli. Stanco delle vessazioni della camorra, denuncia le estorsioni e l’usura. Grazie alle sue denunce si aprono le porte del carcere per alcuni esponenti camorristici locali. Oggi la famiglia Coppola è stata abbandonata dallo Stato. Ritornati nella loro terra, dopo aver girato il Paese, hanno toccato con mano la diffidenza della gente comune. “Un giorno sono entrato insieme alla mia scorta in un noto ristorante di Pompei. A me e mia moglie è stato impedito di sederci a tavola”. Nel gennaio del 2010 il Viminale ha revocato la scorta e la vigilanza fissa. Per lo Stato l’imprenditore Coppola non rischia nulla. Solo per un ricorso al Tar viene risparmiata la scorta. Non è facile, nel BelPaese, la vita dei testimoni di giustizia. Per l’europarlamentare Sonia Alfano: “le loro storie, purtroppo, sono tutte uguali: eroi civili che hanno denunciato i fatti criminosi che hanno subito o di cui sono venuti a conoscenza e che, dopo i processi (le cui sentenze quasi sempre si soffermano sulla nobiltà del loro gesto) sono stati abbandonati dallo Stato, estromessi dai programmi di protezione, lasciati senza sicurezza e senza mezzi di sostentamento”. Luigi Coppola, membro della consulta anticamorra del comune di Boscoreale e coordinatore di uno sportello antiracket, continua la sua solitaria battaglia. “Sono anche disposto a darmi fuoco davanti al Viminale. E’ un mese che ho lasciato l’albergo per motivi economici e nessuno si è curato di noi”.<br />
<strong>Coppola, a chi si riferisce?</strong><br />
“Allo Stato”.</p>
<p><strong>Cosa chiede allo Stato?</strong><br />
“Di essere ricevuto e di cercare una soluzione al mio grosso problema. Nel momento in cui lo Stato mi abbandona definitivamente sotto il profilo della sicurezza la camorra metterà in atto il proprio atto criminale”.</p>
<p><strong>Ha ricevuto altre minacce?</strong><br />
“Sto vivendo temporaneamente presso l’abitazione di mio fratello. Ultimamente si sono registrati degli sgradevoli episodi. Qualcuno, scambiando mio fratello per me, gli ha dato del cornuto. C’è stata una regolare denuncia fatta da mio fratello”. </p>
<p><strong>Esiste una petizione promossa dal comitato per la tutela dei testimoni di giustizia, tra i firmatari Salvatore Borsellino, Sonia Alfano, Angela Napoli, Giuseppe Lumia, Elio Veltri. A che punto siamo?</strong><br />
“Non ricordo bene se siamo a 1300 o 1400 adesioni. C’è l’intenzione, entro questo mese, di portarla all’attenzione del Capo dello Stato per vedere se almeno lui ci riceva”.</p>
<p><strong>Nel luglio scorso Sonia Alfano ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica per illustrare la situazione dei testimoni di giustizia. Siete stati ricevuti dal Capo dello Stato?</strong><br />
“No, l’incontro non c’è mai stato. A parte la lettera dell’onorevole Alfano, mi ci sono recato personalmente al Quirinale. Insieme a mia moglie abbiamo fatto lo sciopero della fame, ma in tre giorni e tre notti nessuno si è visto. Ho avuto una sola risposta dal Quirinale. In quei giorni sono scesi dei funzionari che mi hanno comunicato che il Capo dello Stato non può interferire in decisioni che devono essere prese da altri organi dello Stato”.</p>
<p><strong>Il neo ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato che “si interesserà al caso”.</strong><br />
“Il ministro ancora non si è interessato. L’altro giorno sono stato ricevuto dal senatore Giuseppe Lumia e prima dell’incontro sono riuscito ad ascoltare le dichiarazioni della Cancellieri alla Camera dei Deputati, un’interrogazione a risposta immediata sull’altro caso del testimone di giustizia Cutrò. Il ministro ha risposto anche sugli altri testimoni, affermando che il Viminale si è sempre preso cura dei testimoni e nulla sarebbe stato lasciato al caso. Io sono la prova che tutto ciò è falso e sfido la Cancellieri a smentirmi”.</p>
<p><strong>Lei era un rivenditore di automobili a Boscoreale. Nel 2001 denuncia l’estorsione e l’usura della camorra…</strong><br />
“E viene decapitato definitivamente il clan Pisacane di Boscoreale, vengono tratti in arresto un reggente del clan Cesarano, più due suoi cognati. In più vengono arrestati appartenenti al clan Gionta di Torre Annunziata e numerose persone che avevano fatto usura nei miei confronti. In totale 30 persone. Per pagare la camorra fui costretto ad acquisire denaro a tassi usurai. Grazie alle mie dichiarazioni è stato anche sciolto il Comune di Boscoreale per infiltrazioni camorristiche”.</p>
<p><strong>Nel 2002 venite inseriti nel programma di protezione per i testimoni di giustizia…</strong><br />
“Grazie al sostituto procuratore Giuseppe Borrelli, che lavora attualmente presso la Procura di Catanzaro. Prima stava alla Dda di Napoli. Prima di lui, chi aveva preso la situazione in mano non aveva ritenuto opportuno attivare nessuna misura di sicurezza. In quel periodo ho subito due aggressioni e ci sono i referti ospedalieri che lo provano”.</p>
<p><strong>Nel 2007 la famiglia Coppola rientra in Campania, precisamente a Pompei. </strong><br />
“Avevamo scelto Pompei perché ritenuta tranquilla”.</p>
<p><strong>E come siete stati accolti dalle Istituzioni, dalla gente?</strong><br />
“Peggio della camorra. Al sindaco sono state portate delle petizioni che sono state girate alla Direzione Distrettuale Antimafia e all’ex prefetto di Napoli. Il sindaco non ha mai dimostrato sensibilità nei nostri confronti, anche quando siamo stati costretti a vivere nelle auto blindate”.</p>
<p><strong>Come spiega la frase “a voi non si loca e non si vende…”.</strong><br />
“Mi auguro che sia solo un fattore di paura, ma non credo che il Comune di Pompei possa avere paura. Questa è discriminazione”.</p>
<p><strong>Dopo i vari gradi di giudizio, nel 2009, i processi aperti grazie alla sua testimonianza arrivano in Cassazione.</strong><br />
“Ventitre di loro vengono definitivamente condannati per associazione di stampo mafioso. Da un mesetto è uscito il reggente, il braccio destro del clan Pisacane. Stiamo parlando di un clan che fino ad oggi non ha prodotto pentiti e che ha tutta la voglia di rimettersi in piedi, di riprendersi il territorio per continuare con la droga, con le estorsioni e con l’usura”.<br />
Per lo Stato la famiglia Coppola non rischia nulla. Viene revocata la vigilanza fissa e la scorta.<br />
“Alla revoca mi oppongo con un ricorso al Tar. La scorta viene mantenuta, ma la vigilanza non viene rimessa. La camorra dà il proprio segno di apprezzamento con proiettili inesplosi e una bottiglia incendiaria. Attualmente ho ancora la scorta, ma so che stanno operando per eliminarla”.</p>
<p><strong>Oggi come vive la famiglia Coppola?</strong><br />
“A carico di mio fratello e di mia madre, senza un centesimo. Il 24 gennaio le banche mi iscriveranno al recupero crediti e sarà per me la morte civile. E se tutto questo avverrà mi darò fuoco davanti al Viminale”.</p>
<p><strong>Lei ha due figlie.</strong><br />
“Frequentano il liceo”</p>
<p><strong>A scuola come vengono trattate?</strong><br />
“Non bene. Vengono viste come degli appestati dai loro amici, sicuramente condizionati dai genitori”.</p>
<p><strong>L’ex sottosegretario Mantovano le disse: “cerchiamo di non prenderci il dito, la mano e il braccio”.</strong><br />
“Ho presentato regolare denuncia alla Procura di Roma”.</p>
<p><strong>Esiste lo Stato nei suoi territori?</strong><br />
“Stato è una parola troppo grossa. La camorra ha preso il posto dello Stato”.</p>
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		<title>Cosentino, tra amicizie e segreti da custodire</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 09:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Vincenzo Iurillo)
La rete dell’omertà che garantisce l’impunità.
Nick ‘o Americano’ è difensore di interessi, depositario di segreti, collante di intrecci, che ne hanno fatto per anni l’uomo politico più potente di Forza Italia e del Pdl in Campania
Se vuoi fare politica devi essere ricattabile. Lo disse Giuliano Ferrara su Micromega. Aggiungendo che bisogna far parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/cosentino-tra-amicizie-e-segreti-da-custodire/cosentino-rinviato-strillo/" rel="attachment wp-att-9015"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/cosentino-rinviato-strillo.jpg" alt="" title="cosentino-rinviato-strillo" width="220" height="96" class="alignleft size-full wp-image-9015" /></a></p>
<p>(di Vincenzo Iurillo)<br />
<strong>La rete dell’omertà che garantisce l’impunità</strong>.<br />
Nick ‘o Americano’ è difensore di interessi, depositario di segreti, collante di intrecci, che ne hanno fatto per anni l’uomo politico più potente di Forza Italia e del Pdl in Campania<br />
<strong>Se vuoi fare politica devi essere ricattabile. Lo disse Giuliano Ferrara su Micromega.</strong> Aggiungendo che bisogna far parte di “un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo, attraverso cui si selezionano le classi dirigenti”. Parole che sembrano la voce narrante delle immagini di Montecitorio pochi secondi dopo la bocciatura della richiesta di arresto di Nicola Cosentino. Baci, abbracci e sorrisi festanti, la rappresentazione plastica della Casta che fa quadrato per salvare uno dei più discussi e discutibili tra i suoi rappresentanti. Perché? Perché Nick ‘o Americano’ è titolare di amicizie, difensore di interessi, depositario di segreti, collante di intrecci, che ne hanno fatto per anni l’uomo politico più potente di Forza Italia e del Pdl in Campania. Territorio che devi obbligatoriamente espugnare se vuoi vincere le elezioni e mettere in piedi un governo. Come ben ricorda Prodi nel 2006, come ben sa Berlusconi che trionfò due anni dopo. Perché il casalese (in senso geografico, per carità) è un ingranaggio ben lubrificato di un sistema in cui nessuno può scagliare la prima pietra. Altrimenti gli ritornerebbe dietro un macigno.</p>
<p><strong>Il voto che ha respinto l’ordinanza di arresto di Cosentino è segreto</strong>. Ma difficilmente faremmo un torto alla verità se ipotizziamo che tra i 309 deputati che lo hanno salvato dal carcere ci sia anche<strong> Maria Elena Stasi, l’ex prefetto di Caserta</strong> che con una procedura corretta, ma molto rara, riaprì la pratica ‘Aversana Petroli’, l’azienda core business della ricchissima famiglia Cosentino. Azienda che grazie all’intervento della Stasi ottenne lo sblocco del rilascio di una certificazione antimafia fino a quel momento negata per il rischio di infiltrazioni camorristiche. In un verbale allegato agli atti del Riesame dell’inchiesta sui rapporti tra Cosentino e i colletti bianchi vicini ai clan, pubblicato su ilfattoquotidiano.it, l’ex consigliere regionale Udeur Nicola Ferraro, imprenditore del settore dei rifiuti finito sotto processo per fatti di camorra, ha rivelato di essere stato contattato da due intermediari politici di Cosentino, un parlamentare e un consigliere regionale del casertano, ai tempi delle elezioni provinciali del 2005 (in cui Cosentino era candidato presidente del centrodestra).</p>
<p><strong>I due sodali di Cosentino gli fecero una proposta:</strong> se Ferraro si fosse disimpegnato dalla tornata elettorale, dove era schierato col centrosinistra, sarebbero intervenuti presso il ministro dell’Interno Pisanu e il prefetto Stasi per risolvergli i problemi con la certificazione antimafia. Ferraro accenna ai buoni rapporti tra la Stasi e il pidiellino Luigi Cesaro, uno dei fedelissimi di Cosentino, anch’egli sotto inchiesta per fatti di camorra, deputato, presidente della Provincia di Napoli e ras di Sant’Antimo, paesone di cui l’ex prefetto di Caserta fu commissario straordinario. Dichiarazioni che da sole non dimostrano alcunché in assenza di riscontri. Ma è un dato che fu Cosentino, da coordinatore regionale del Pdl, a inserire il nome della Stasi nelle liste azzurre per le politiche del 2008. A rileggere l’organigramma della dirigenza Pdl campana di quegli anni vengono i brividi. Il coordinatore, Cosentino, era affiancato da due vice di sua fiducia: Marco Milanese eAlberico Gambino. In tre, dal 2009 al 2011, hanno collezionato quattro ordinanze di arresto, anche se in carcere ci è finito solo Gambino, è soltanto consigliere regionale, quindi intercettabile e catturabile.</p>
<p><strong>L’onorevole Milanese, il finanziere amante del lusso e delle belle auto, consigliere giuridico e braccio destro di Tremonti, è stato a lungo legato a doppio filo a Cosentino.</strong> Un sodalizio che ha fatto di Milanese lo sponsor presso Tremonti della nomina di Cosentino a sottosegretario all’Economia con delega al Cipe, erogatore dei rubinetti di finanziamenti da decine di milione di euro, poltrona più pesante di un ministero senza portafoglio. Cosentino ricambierà il favore qualche mese dopo, nominando Milanese, originario di Cervinara, coordinatore del Pdl di Avellino. Mentre Gambino veniva investito del ruolo di coordinatore del Pdl di Salerno. Sindaco di Pagani votato con percentuali spaventose (76% al primo turno), collezionista di inchieste giudiziarie (quella per peculato per cene e soggiorni per un totale di oltre 20mila euro pagati con la carta di credito del Comune gli è costata una condanna in primo e secondo grado e la sospensione da sindaco), Gambino è il braccio destro di Edmondo Cirielli, ufficiale dei Carabinieri, deputato e potentissimo presidente della Provincia di Salerno, che lo ha voluto assessore provinciale e poi consulente per il Turismo.</p>
<p>Nella torrida estate del 2011, mentre Milanese rischiava l’arresto per corruzione, rivelazione del segreto d’ufficio e associazione per delinquere, e le inchieste rivelavano i suoi contatti coi faccendieri della P3 (la Camera ha salvato anche lui), Gambino veniva sbattuto in galera a Fuorni (Salerno), con l’accusa di essere il capo di un cartello criminale che per anni avrebbe terrorizzato la politica locale a Pagani, grazie al contributo di un clan camorristico che in cambio di favori gli garantiva sostegno elettorale e minacciava i mass media non allineati con il verbo del sindaco-consigliere regionale.</p>
<p><strong>Se è vero che per fare politica bisogna essere ricattabili e compartecipi di un sistema di ricatti incrociati, vanno rilette con attenzione certe amicizie e frequentazioni di Cosentino.</strong> A cominciare da quella di Arcangelo Martino, ex assessore socialista del Comune di Napoli. I nomi di Cosentino e Martino, i contatti telefonici tra i due, ricorrono nell’inchiesta di Roma sulle trame della P3 e sulla fabbricazione del dossier che avrebbe dovuto infangare Stefano Caldoroattribuendogli fantomatiche frequentazioni transessuali in un albergo di Agnano (Napoli), per spianare la strada alla candidatura a Governatore della Campania di Nick ‘o Americano, compromessa dall’avanzare delle inchieste per camorra e dall’ordinanza di arresto nei suoi confronti firmata dal Gip Raffaele Piccirillo. E chi è Martino? E’ colui che in un’intervista al Corriere della Sera che aveva il sapore di un avvertimento rivelò di essere stato il tramite della conoscenza tra Berlusconi ed Elio Letizia, un oscuro messo comunale, all’epoca suo autista. Elio Letizia è il papà di Noemi, e tutti sanno che la vita di Berlusconi è scandita dal ‘prima’ e dal ‘dopo’ la sua partecipazione alla festa dei 18 anni di questa aspirante show girl e modella di intimo di Portici. Le foto del Cavaliere al party di Casoria sono state la causa del divorzio con Veronica Lario. Già, a Casoria, paese confinante con Sant’Antimo, nel cuore del potere elettorale di Giggino Cesaro.</p>
<p><strong>Nella politica che si nutre di ricatti, c’è un altro amico di Cosentino che ruota intorno al dossier che avrebbe dovuto sputtanare Caldoro, volto pulito del Pdl campano, oggi presidente della Regione Campania in barba a Cosentino e ai cosentiniani. Si chiama Ernesto Sica</strong> ed è dentro mani e piedi in una tranche dell’inchiesta rimasta a Napoli. Inchiesta che vede Sica e Cosentino accusati di concorso in estorsione e minacce a un corpo dello Stato, ovvero a Berlusconi nella sua veste di premier dell’epoca. Sica, sindaco di Pontecagnano (Salerno) e per un paio di mesi, dal maggio al luglio 2010, assessore regionale all’Avvocatura nella giunta Caldoro, fu il diligente fabbricatore materiale di quel dossier farlocco che apparve per poche ore su un sito Internet. Poteva essere utile a Cosentino, ma anche allo stesso Sica, che a un certo punto si era illuso di poter essere lui il candidato presidente. Entrato in contatto con Berlusconi grazie a una comune amicizia nel bel mondo dorato dei villoni della Costa Smeralda, Sica avrebbe mediato per la compravendita di alcuni senatori che fecero cadere Prodi. Berlusconi per questa vicenda è finito sotto inchiesta e archiviato, ma secondo i pm napoletani Sica avrebbe venduto il suo ‘silenzio’, minacciando altrimenti di far riaprire il capitolo, in cambio di un assessorato regionale, ottenuto grazie a Berlusconi e alle imbasciate di Cosentino. Dal quale dovette dimettersi nel 2010, con l’esplodere dello scandalo, altrimenti Caldoro lo avrebbe cacciato.</p>
<p><strong>Amicizie. Soffiate. Dossier</strong>. Conoscenza e manovrabilità di storie e vicende che sfiorano Berlusconi e le sue amicizie, politiche e femminili. Forse è anche per questo che il silenzio di Cosentino è d’oro. E val bene la ‘congiura dell’omertà’ – così l’ha chiamata Roberto Saviano – che lo ha salvato dalla galera.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 15 gennaio 2012)</p>
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		<title>La partita di Nick o&#8217; Mericano</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8941" href="http://www.malitalia.it/2012/01/la-partita-di-nick-o-mericano/nickomericano/"><img class="alignnone size-full wp-image-8941" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/nickomericano.jpg" alt="" width="240" height="192" /></a></p>
<p><strong>Undici a dieci. </strong>Così è finito il primo tempo della partita tra la giustizia e Nick o’Mericano. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha dato il nulla osta all’arresto dell’ex sottosegretario all’economia del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, accusato di essere il referente politico del clan dei Casalesi. Immediate le reazioni di quanti, da sinistra a destra, aspettavano con ansia questo momento, non solo relativamente alla posizione del leader campano del Pdl, ma per quanti ancora ritengono che la giustizia sia uguale per tutti. <strong>Capi d’accusa che in un paese normale, cioè un altro paese, avrebbero già fatto saltare la testa del leader del centro destra campano da tempo</strong>. Ma siamo in Italia e bisognerà per questo aspettare il si definitivo da parte di Montecitorio previsto per domani. Non dovrebbero esserci sorprese stavolta però: ad avere in mano le chiavi del carcere per Nicola Cosentino infatti è la Lega Nord che non dovendo più giostrarsi tra la doppia essenza di partito di lotta e di Governo, e quindi piegarsi alle richieste di impunità del Cavaliere, ha deciso di tornare alle sue origini, quelle di Lega Ladrona.<strong> Per il partito di Bossi la difesa d’ufficio del delfino casertano di Berlusconi è sempre stata un boccone duro da far ingoiare al suo elettorato in camicia verde: riciclaggio, falso, corruzione, violazione delle norme bancarie, e favoreggiamento degli amici di Sandokan e Zagaria, non sono certo reati da poco.</strong> Ieri a nulla è servito il rinvio di due ore voluto dal Pdl per provare a far rinsavire gli ex alleati del Carroccio, e fargli capire, come ha sottolineato Cicchitto che “si tratta di un gravissimo errore” che non esclude “possibili peggioramenti nei rapporti politici”. I voti, come annunciato, sono arrivati. Ora salvo ripensamenti dell’ultim’ora, a meno che Berlusconi non decida di legare il destino dell’intero Paese a quello di Nick, cioè facendo venir meno la fiducia al Governo Monti e tornare quindi alle urne, desiderio mai nascosto dalle casacche verdi, domani la magistratura dovrebbe avere il definitivo via libera a poter svolgere il proprio lavoro. <strong>Ora ‘o sistema Campania, è nelle mani dell’aula di Montecitorio che deciderà se far brindare qualcuno a Casal di Principe o i tanti cittadini che della lotta alla camorra hanno fatto la loro ragione di vita.</strong></p>
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		<title>Testimoni di giustizia, lo Stato latita</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 16:45:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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(di Paolo De Chiara)
“Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. Queste le drammatiche parole scritte da Lea Garofalo, la donna coraggio anti-‘ndrangheta sciolta nell’acido, dopo il tentativo di sequestro consumato a Campobasso, che aveva deciso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/testimoni-di-giustizia-lo-stato-latita/coppola/" rel="attachment wp-att-8833"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/coppola-300x209.jpg" alt="" title="coppola" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-8833" /></a></p>
<p>(di Paolo De Chiara)</p>
<p><strong>“Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. Queste le drammatiche parole scritte da Lea Garofalo</strong>, la donna coraggio anti-‘ndrangheta sciolta nell’acido, dopo il tentativo di sequestro consumato a Campobasso, che aveva deciso di staccarsi dai legami criminali familiari.<br />
Lea, prima di morire, decise di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica. Il suo testamento morale venne pubblicato dai vari giornali solo dopo il suo assassinio. Non è semplice la vita dei testimoni di giustizia, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori di giustizia. I testimoni di giustizia sono persone che hanno avuto coraggio a denunciare. “Oggi – scrive il comitato per la tutela dei testimoni di giustizia – in Italia decine e decine di testimoni di giustizia sono abbandonati a se stessi, in attesa di avere dallo Stato non solo la protezione che era stata loro garantita, ma persino un lavoro per poter vivere.Buona parte dei settanta testimoni di giustizia italiani hanno manifestato a Palermo per chiedere il rispetto degli accordi presi”.<br />
E’ stata promossa da Movimenti Civici, Movimento Radical Socialista, Movimento Agende Rosse e da Democrazia e Legalità una petizione per garantire lavoro e sicurezza ai testimoni di giustizia. Tra i primi firmatari Salvatore Borsellino, Angela Napoli, Sonia Alfano, Giuseppe Lumia, Elio Veltri, Doris Lo Moro e Franco Laratta. Ma qual è la situazione dei testimoni di giustizia, oggi, in Italia?<strong> “La situazione – secondo Italo Campagnoli del comitato promotore della petizione per la tutela dei testimoni di giustizia &#8211; è veramente pesante. </strong>Il passato Governo, in particolare la figura del sottosegretario Mantovano, ha smantellato in maniera sistematica tutti i progetti di protezione. Ci sono situazioni tragiche, sconvolgenti. In Italia non sono centinaia i testimoni di giustizia e quindi non è un costo così gravoso, ma la maggior parte di loro sono stati progressivamente abbandonati. Abbiamo preparato anche una lettera destinata al Presidente Napolitano sottoscritta da una quindicina di testimoni di giustizia”.<br />
Con il cambio di esecutivo le cose non cambiano. “L’attuale Governo, in questo momento, è del tutto latitante. Ci sono state delle risposte ufficiali e ufficiose: ‘faremo’, ‘ci stiamo interessando’, ‘stiamo prendendo atto della situazione’ ma non c’è stato assolutamente niente di concreto fino ad oggi. I testimoni non hanno avuto nessun segnale”.<br />
Ma che tipo di tutela hanno oggi i testimoni di giustizia? “L’unica cosa che viene sempre lasciata, fino alla fine, è la scorta. Che tecnicamente, forse, è la cosa più importante ma non è assolutamente la soluzione del problema. Vicende più drammatiche ci raccontano di persone che sono state abbandonate anche dalla famiglia, altre che sono impazzite. C’è chi si è dato fuoco, chi è andato a protestare continuamente di fronte ai Ministeri, chi ha dei processi perché ha protestato in maniera esasperata. Ci sono delle situazioni tragiche”.<br />
<strong>E’ importante ricordare la vicenda di Luigi Coppola, imprenditore di Pompei, che ha avuto il coraggio di fare il proprio dovere e denunciare.</strong> Sfrattato dall’hotel, dov’era momentaneamente sistemato, si trova ora in strada con tutta la sua famiglia. Ha una scorta, ma è costretto a vivere in auto. Il neo Ministro agli interni, Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato che “si interesserà del caso”. Ma come vive oggi Coppola? “Abbiamo trovato – risponde lui – ospitalità presso un mio parente per pochissimi giorni. Viviamo senza un centesimo e la situazione è problematica”.<br />
Grazie alle denunce di Luigi Coppola, nel 2001, vennero arrestati il boss di Boscoreale (Na)Giuseppe Pesacane, i suoi affiliati e un componente del clan Cesarano di Pompei (appartenenti al clan Gionta) per estorsioni, sfociate in usura. In totale 30 persone. “Ho pagato l’usura sull’estorsione”. Coppola ha la scorta ma “so che stanno tentando di togliermela. Sono l’unico dei testimoni di giustizia che è riuscito a ritornare nel proprio paese di origine. Chi va in località protetta, e io ci sono stato, non fa una bella vita. Mi devono mostrare uno che è andato in località protetta e si è realizzato. Tutti hanno problemi”. La situazione coinvolge anche i parenti più stretti di Coppola “La mia famiglia mi sta facendo rendere conto che, forse, aver denunciato…”. Si interrompe “Vorrei avere a che fare con uno Stato responsabile. Nonostante ciò conduco uno sportello Anti-camorra nel Comune di Boscoreale (sciolto due volte per infiltrazione camorristica, ndr) e mi batto per la legalità. Adesso ho paura per gli altri che avrei convinto a denunciare”.<br />
Passiamo poi al capitolo minacce: “nel 2010, a seguito delle proposte di revoca delle misure di sicurezza, mi fu tolta la vigilanza fissa e prontamente la camorra pressò. Fecero trovare alla Polizia una bottiglia con del liquido infiammabile più una cartuccia di pistola inesplosa. Non era folklore napoletano, ma un segnale di apprezzamento nei confronti dello Stato che indietreggiava. La camorra mi faceva capire la fine che avevo fatto. La camorra ha iniziato, ma lo Stato sta continuando il lavoro”. Ma ha paura? “Si, ho paura anche per chi ci ospita. Per questo motivo sono stato sempre portato ad evitare contatti stretti con i familiari. Noi siamo degli isolati nello stesso nostro Paese. Lo Stato dovrebbe dare dignità alle persone che hanno fatto ciò che ho fatto io. <strong>Lo Stato pubblicizza le sue vittorie attraverso chi mette veramente la vita in gioco. Dovrebbero evitare le pubblicità e rendere degne le persone per ciò che hanno fatto”. </strong><br />
Coppola è rimasto solo con la sua famiglia. “Al di là della legalità che vediamo nei salotti, al di là di quella fatta dai professionisti della legalità che non dicono mai ciò che guadagnano facendo questo, non ho ricevuto nessuna telefonata di vicinanza dai famosi associazionismi titolati. Queste persone a Coppola non lo conoscono, perché Coppola sarebbe la prova che non funziona qualcosa. Le telefonate che sto ricevendo sono di persone che soffrono come me, di Italo Campagnoli e di alcuni personaggi della politica, degni di questo nome”.<br />
Ciononostante l’imprenditore è ottimista sul futuro del paese “Tutti insieme ce la faremo. Con la politica giusta fondata sulla legalità e non sulle collusioni criminali e politiche. Allora non avremo bisogno di scorte”. Questo è lo Stato che dà il cattivo esempio? “Se miniamo – ha concluso Campagnoli – questa base di legalità chi avrà più il coraggio di denunciare? Pino Masciari, che ha sofferto le pene dell’inferno, grazie solo alla mobilitazione e a Beppe Grillo che lanciò per primo il problema, oggi è completamente coperto e ha anche degli incarichi per continuare a portare avanti questo tipo di azione. Una mosca bianca all’interno di una situazione dove gli altri sono stati completamente abbandonati”. <strong>Ultima nota dolente, l’informazione “Totalmente latitante. L’unica informazione che ha sostenuto la nostra campagna è quella alternativa. C’è un muro di gomma”. </strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Vent’anni dopo il messaggio di Don Peppe è ancora attuale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 09:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Raffaele Sardo)
La parrocchia di Casal di Principe ha deciso di distribuire il documento vergato da Don Diana nel Natale 1991 in cui tuonava contro la politica e le collusioni con la Camorra. Quel testo fu fra le cause della sua uccisione nel marzo 1994

A Natale di vent’anni fa, don Giuseppe Dianapubblicava il documento: “Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/vent%e2%80%99anni-dopo-il-messaggio-di-don-peppe-e-ancora-attuale/don-peppe/" rel="attachment wp-att-8820"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/don-peppe.jpg" alt="" title="don-peppe" width="295" height="152" class="alignleft size-full wp-image-8820" /></a></p>
<p>(di Raffaele Sardo)<br />
<strong>La parrocchia di Casal di Principe ha deciso di distribuire il documento vergato da Don Diana nel Natale 1991 in cui tuonava contro la politica e le collusioni con la Camorra. Quel testo fu fra le cause della sua uccisione nel marzo 1994<br />
</strong><br />
A Natale di vent’anni fa, don Giuseppe Dianapubblicava il documento: <strong>“Per amore del mio popolo”</strong>. La curia di Casal di Principe lo distribuirà il 25 dicembre prossimo al popolo dei fedeli proprio come quel Natale del 1991. Lo farà per riannodare il filo della memoria con un martire della Chiesa, ma anche per indicare una via d’uscita a quanti ancora oggi sono imbrigliati nella rete dell’illegalità e della violenza. Quel documento, che è di un’attualità straordinaria, fu una delle cause della uccisione di don Diana per mano della Camorra, avvenuta il 19 marzo del 1994. Il parroco della chiesa di San Nicola di Bari di Casal di Principe tuonava contro la politica e le sue collusioni con la camorra. Puntava il dito contro la sua chiesa che non parlava con voce chiara. Denunciava la presenza di un’imprenditoria collusa e corrotta. Ma lo faceva quasi in solitudine, in un clima di violenza diffusa che ha prodotto decine e decine di morti. Don Peppino credeva nella “forza della parola”. La usava per spiegare, convincere e disarmare i giovani che erano affascinati dalla violenza camorristica. Alzava la voce per difendere la parte più debole del suo popolo. L’amore per la sua gente e la sofferenza di tante famiglie lo aveva spinto ad uscire dalla sagrestia per cercare di impedire a tanti giovani di percorrere i sentieri che portavano direttamente alla morte. E per questo era diventato il simbolo del riscatto della propria terra. Non glielo hanno perdonato. Ha pagato con la vita il coraggio di ribellarsi.</p>
<p><strong>“La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana</strong>”. Scriveva don Diana in quel documento del 1991. Fotografava la vita nelle contrade del suo territorio con una chiarezza unica: “I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”. Conosceva fin troppo bene la sofferenza di tante mamme che temevano di vedere distrutte le vite dei propri figli. Perciò scriveva:<strong> “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”</strong>. Era consapevole che la Chiesa deve svolgere un ruolo di primo piano nel costruire la speranza. Perciò parlò con le parole dei Profeti. Utilizzò le parole di Ezechiele per richiamare la denuncia. Le parole di Isaia per guardare avanti. Le parole di Geremia per richiamare la Giustizia sociale” e la “Genesi” per vivere nella solidarietà.</p>
<p>La politica la metteva sul banco degli accusati: “E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”. Si appellò soprattutto ai suoi confratelli, ai Cristiani, al popolo di Dio, per aprire un varco nei clan della camorra che nel 1991 apparivano, nonostante le divisioni, come un unico monolite di violenza. Si appellò soprattutto al Popolo di Dio e ai sacerdoti:</p>
<p><strong>“Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.</strong> (…) Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.</p>
<p>E’ stato ucciso per quello che ha scritto. Ma il suo sangue è stato il seme che ha dato buoni frutti. Ora, il territorio che in tanti conoscevano come il regno della camorra, sta cambiando pelle grazie anche al suo martirio e sta cambiando anche nome:<strong> Casal di Principe non è il paese diSandokan, ma è il paese di don Peppino Diana.<br />
</strong><br />
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 24 dicembre del 24 dicembre 2011)</p>
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		<title>Orfani del boss</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 21:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo hanno preso nella sua “tana”. Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8632" href="http://www.malitalia.it/2011/12/orfani-del-boss/arresto-zagaria6-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8632" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria61-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><strong>Lo hanno preso nella sua “tana”.</strong> Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è lasciata ammanettare dagli uomini delle Squadre Mobili di Napoli e Caserta e dai “cacciatori” dello Sco ed è sfilato a testa bassa di fronte ai poliziotti che da anni gli davano la caccia. Il blitz è scattato martedì, alle 3 di notte. <strong>A quell’ora anche a Casapesenna, il paese dove Zagaria è stato scovato, avevano visto le rassegne stampa con l’ultima operazione contro i colletti bianchi del clan e i loro protettori politici.</strong> Titoloni di prima sulla nuova richiesta di arresto per l’onorevole Nicola Cosentino, ritenuto dalle inchieste dell’Antimafia di Napoli, il referente politico nazionale del clan. Anche Michele Capastorta aveva visto i telegiornali agitandosi nervosamente nella sua tana. Un bunker scavato a 4 metri di profondità sotto terra. Dentro un arredamento scarno, video per controllare i movimenti all’esterno, un televisore per tenersi in contatto col mondo, un letto matrimoniale – insieme a Zagaria è stata arrestata anche la moglie -  qualche divano. Su un tavolino i libri del magistrato Raffaele Cantone e “L’Impero”, la storia dei casalesi raccontata dal giornalista Gigi di Fiore. “<strong>Eravamo sicuri di trovarlo lì, avevamo informazioni certe”,</strong> ci dice uno dei “cacciatori” della Mobile di Caserta. Un vicolo di Casapesenna, vico Pietro Mascagni, dove però non vi è traccia di sinfonie e melodie. La strada è stretta, due file di case, tutte con i cancelli di ferro alti e le telecamere a filmare la strada, dietro le inferriate i cani che ringhiano. Sono così le case-bunker del triangolo della camorra: Casapesenna, Casaldiprincipe e San Ciprinao D’Aversa. Quando finalmente i poliziotti hanno abbattuto l’ultimo muro, il volto dell’uomo che si sono trovati di fronte aveva poco del grande capo di camorra. Il boss è invecchiato, porta gli occhiali, i capelli grigi, la mano tremante. “Zagaria è finita, come diceva il mio maestro Franco Roberti, è finita davvero”, queste le prime parole che ha sentito Michele Capastorta. A pronunciarle il pm Catello Maresca. <strong>“Dottò, avete ragione, mo è finita davvero. Ha vinto lo Stato”.</strong></p>
<p>Decine di persone lo hanno visto sconfitto, accovacciato nella volante della polizia che a sirene spiegate lo ha portato via dal vicolo verso la questura di Caserta e poi a Napoli. Tanti hanno applaudito, i poliziotti si sono abbracciati, ma molti altri a Casapesenna hanno abbassato gli occhi. Qualcuno ha voluto dire davanti a tutti, giornalisti e “sbirri”, da che parte stava. “Vuie nun site nisciuno”, non siete nessuno ha urlato un uomo che abita a pochi passi dalla villetta-bunker dove è stato catturato il boss.<strong> “Miché la Madonna ti deve benedire per quello che hai fatto”. La voce della donna che si sbraccia e urla con tutta la forza che ha in gola al passaggio della macchina col boss, riesce anche a coprire le grida di gioia dei poliziotti. </strong>E’ l’altra faccia della camorra casalese, il consenso che è riuscita a costruire in questi anni. Non è necessario sfogliare dotti saggi di sociologia per capire, basta andare nel bar “Palma”, il più grande di Casapesenna. C’è chi alla vista dei giornalisti, qui accomunati alle “guardie”, poliziotti o carabinieri fa poca differenza, si allontana, chi sputa a terra in segno di disprezzo. Chi pronuncia parole dure. <strong>“Oggi è lutto per noi – dice un uomo parlando quasi da solo e non ammettendo domande -, Michele Zagaria portava lavoro, soldi e sicurezza. Tutto questo, sta gente venuta come in guerra non ce lo dà”</strong>. Parole amare che però non riescono a rovinare una giornata di festa. Il boss dei boss, l’ultimo capo dei casalesi è in galera. Finirà i suoi giorni in una cella. Le protezioni politiche sono finite. Hanno vinto uomini come Giandomenico Lepore, il capo della procura di Napoli che tra due giorni andrà in pensione, Federico Cafiero de Raho, coordinatore della Dda di Napoli che ha speso, insieme ai suoi pm, una carriera intera a contrastare la camorra casalese. <strong>Ha vinto la legge.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosentino (sì, lui):”Bravi i magistrati”</strong></p>
<p> Non  c’è un prima o un dopo. Non esiste una “politica dei due tempi” nella strategia di attacco alla camorra casalese costruita dalla Procura di Napoli. <strong>Giandomenico Lepore, il “grande capo”, come lo chiamano i suoi, tra due giorni andrà in pensione. Ieri era raggiante</strong>. “Ho chiuso in bellezza. I miei ragazzi e gli investigatori della Polizia mi hanno fatto il regalo più prezioso”, la cattura Michele Zagaria, l’ultimo grande capo dei casalesi. E’ lui ad aver stimolato l’analisi sulla vera natura del clan e ad aver disegnato, insieme a Federico Cafiero de Raho, il coordinatore della Dda napoletana, le strategie di attacco. L’organizzazione dei “casalesi” è un tutto unico, non c’è un’ala militare e una affaristico-politica. Non serve colpire prima un livello per poi arrivare a quello più alto e sofisticato. La violenza, gli omicidi, le stragi, il controllo ferreo del territorio, sono funzionali al rapporto con la politica.<strong> La capillarità dell’organizzazione nell’area aversana (il triangolo Casapesenna, San Ciprano D’Aversa, Casal Di Principe) serve ad eleggere consiglieri comunali, assessori, consiglieri provinciali e regionali, è indispensabile per portare deputati a Roma.</strong> E’ questa la strategia alla quale abbiamo assistito soprattutto negli ultimi anni, l’attacco deve essere unitario. Si arrestano picciotti e killer, ma anche i loro referenti politici sul territorio. Zagaria è il capo di un esercito, ma anche il grande imprenditore del cemento, degli appalti e della monnezza. La dimostrazione è nella straordinaria contemporaneità delle operazioni delle ultime quarantotto ore. Martedì mattina il blitz che ha colpito una serie di colletti bianchi (consiglieri comunali, funzionari di istituti di credito a Roma) e ha indotto i magistrati a richiedere nuovamente l’arresto dell’onorevole Nicola  Cosentino, nella notte l’inizio delle operazioni per la cattura di Michele Zagaria. Una strategia vincente.</p>
<p><strong>Terra bruciata intorno ai “casalesi”, non più invincibili, non più potere politico-criminale intoccabile. Iovine, Setola, oggi Zagaria, sono in galera e non usciranno più</strong>. Francesco Schiavone è chiuso in una cella per sempre. Sono finiti, le loro ricchezze vengono sequestrate a centinaia di milioni di euro. Ci sono voluti anni di lavoro, scelte coraggiose come quella di aprire una sezione distaccata della Squadra Mobile a Casal di Principe in una villa sequestrata a un boss. Ci sono voluti magistrati tenaci, cresciuti nella lotta ai casalesi, uomini che hanno resistito ai feroci attacchi dalla politica sferrati ogni volta che si osava mettere le mani nel vero potere di uomini come Capatosta, Sandokan, ‘o Cecato: il rapporto stretto con gli intoccabili che siedono nei consigli regionali e a Montecitorio. <strong>Per questo appaiono fuori luogo e pietose le parole di circostanza e i complimenti di Nicola Cosentino, Nick ‘o mericano, che oggi plaude allo sforzo delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma ci sono altri uomini nell’inferno dell’Aversano che hanno vinto</strong>. Quelli che hanno combattuto, spesso con armi spuntate e a loro rischio, il potere dei casalesi. “Nel summit che anni fa la cupola del clan organizzò per decidere la mia eliminazione c’era anche Capatosta, lo ricordo bene. Davo fastidio, c’era il processo Spartakus, dicevano che avevo acceso i riflettori, per questo Schiavone, Iovine e Zagaria si riunirono per risolvere il problema”. E’ una bella giornata per Lorenzo Diana, per anni senatore del Pci-Pds in  Commissione antimafia. Vive ancora sotto scorta, perché ancora vogliono fargliela pagare. “Siamo invecchiati, io Renato Natale, ma ce l’abbiamo fatta”. Lorenzo ora è in Idv e continua il suo impegno antimafia, Renato Natale è nel Pd. E’ stato l’unico sindaco comunista di Casale, la camorra lo odiava, gli faceva trovare quintali di sterco di bufala davanti alla porta del Comune, lo minacciava, progettò attentati contro di lui. Renato non ha mollato, è medico e fa il volontario nelle associazioni che aiutano gli immigrati di colore. A Casal di Principe e nei paesi vicini sono nate cooperative sulle terre di camorra, ci sono giovani che lavorano, prodotti col marchio di Libera che ricordano don Peppino Diana, il parroco ucciso nella sua chiesa perché “in nome del Signore” decise di non tacere. <strong>Antonio Cangiano, invece, non ce l’ha fatta. Alla fine degli anni Ottanta era vicesindaco comunista a Casapesenna, il paese di Zagaria. Voleva mettere ordine negli appalti, il 4 ottobre del 1988 gli spararono e lo ferirono gravemente. Ha vissuto per anni su una sedia a rotelle prima di morire</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano dell&#8217;8 dicembre 2011)</p>
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		<title>La firma di Cosentino</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 22:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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E’ la notizia del giorno, dopo 16 anni di latitanza gli uomini della Dia finalmente mettono le mani su ’Capastorta’, al secolo Michele Zagaria.
Il re dei Casalesi, latitante dal 1995 è stato scovato nel suo bunker a Casapesenna, grazie ad un blitz che ha visto impegnati oltre 100 uomini. Cinque metri di cemento armato non [...]]]></description>
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<p><strong>E’ la notizia del giorno, dopo 16 anni di latitanza gli uomini della Dia finalmente mettono le mani su ’Capastorta’, al secolo Michele Zagaria</strong>.<br />
Il re dei Casalesi, latitante dal 1995 è stato scovato nel suo bunker a Casapesenna, grazie ad un blitz che ha visto impegnati oltre 100 uomini. Cinque metri di cemento armato non sono bastati a renderlo invisibile, ha implorato gli agenti di non sparargli. Lui, il numero uno del clan più spietato della storia della camorra, ha alzato le braccia e ammesso “avete vinto voi, ha vinto lo Stato”.<br />
<strong>La cattura di Zagaria è una di quelle notizie che forse pochi si aspettavano </strong>e che sicuramente ha fatto piacere a quanti ieri hanno plaudito ad un’altra importante operazione della Dia che ha portato all’arresto di 55 persone, smontando una rete del crimine che, partendo da Casal di Principe, aveva avvolto tutto il Paese.<br />
<strong>Pure Totò avrebbe dovuto ricredersi e cambiare la sua celeberrima megafonata del ’vota Antonio, vota Antonio’, con una più attuale ’vota Nicola, vota Nicola’</strong>. Già perché scorrendo quella lunga lista di nomi di persone indagate, spunta nuovamente quello dell’onorevole Nicola Cosentino, detto ’Nick o’ mericano’: sempre lui, l’ex sottosegretario del Governo Berlusconi, il presidente del Pdl campano. Dopo il rifiuto delle camere, arriva per lui la seconda richiesta d’arresto. L’accusa quella di voto di scambio, comprende di concorso in falso, violazione della normativa bancaria e reimpiego di capitali, per i pubblici ministeri Ardituro, Curcio, Conzo e Woodcock il numero uno del Pdl campano è il referente politico nazionale del clan dei casalesi.<br />
Il nome di Cosentino rispunta nell’ambito dell’inchiesta dal nome romanzesco, ’il principe e la ballerina’ che ha visto finire dietro le sbarre politici, imprenditori, banchieri e camorristi, tutti legati agli Schiavone e ai Bidognetti. Un duro colpo inferto al sistema del voto di scambio per le amministrative del 2007 e del 2010 che ha visto gli agenti della Dia in azione in diverse regioni, Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia.<br />
<strong>Cosentino è accusato in particolare di aver fatto pressione su alcuni funzionari di banca affinché concedessero un finanziamento a esponenti del clan di Zagaria per la realizzazione di un centro commerciale.</strong> A fargli buona compagnia un altro politico campano, il presidente della Provincia di Napoli, altro fortino berlusconiano in Campania, ’Giggino a’ purpetta’, alias Luigi Cesaro, indagato si, ma non per camorra. Per lui l’accusa è aver fatto pressione, con Cosentino, su una filiale romana di Unicredit, per fare avere un prestito ad uomini del clan. E’ indagato per violazione della legge bancaria.<br />
La banca, che si è dichiarata parte offesa, ha visto finire in manette anche due suoi dipendenti, insieme all’ex sindaco di Casal di Principe, Cristiano Cipriano, un consigliere provinciale di Caserta, assessori, consiglieri comunali. L’operazione di ieri rappresenta il giro di boa di un’inchiesta partita dalla realizzazione, poi bloccata, di un centro commerciale, il ’Principe’, che sarebbe dovuto sorgere nel 2007 a Villa di Briano. Secondo gli inquirenti quella struttura sarebbe servita al Cipriano per farsi eleggere attraverso le promesse di assunzioni, anche a nero, fatte in campagna elettorale.<br />
Un lavoro, quello degli inquirenti, che fonda le sue basi probatorie su un vasto e articolato patrimonio investigativo fatto di indagini bancarie, intercettazioni telefoniche, intercettazioni ambientali, perquisizioni, appostamenti e consulenze. Ma ad inchiodare l’ex sottosegretario sarebbero soprattutto le rivelazioni dei collaboratori di giustizia che, dopo anni di militanza nel clan dei Casalesi, hanno deciso di vuotare il sacco, facendo luce su quella zona grigia di collusioni tra colletti bianchi e camorristi che è il punto di forza e di espansione del sodalizio criminale.<br />
In particolare Salvatore Caterino, arrestato nel 2010, ai pm dice: “In occasione delle campagne elettorali, oramai da molti anni, mi sono sempre impegnato a fare propaganda in favore di Nicola Cosentino. Mi chiede perché i Cantiello ed i Russo impegnavano le persone a loro vicine nella campagna elettorale in favore dei Cosentino, ed io le rispondo che i Russo mi spiegavano che era importante per il clan avere un proprio referente nel Parlamento nazionale. Posso dirle che più in generale la famiglia Cosentino era agevolata dal clan camorristico dei Casalesi, poiché, come dicevano sempre i Russo erano stati loro a fargli avere una sorta di monopolio nella distribuzione del gas nell’intera provincia di Caserta. Così l’appoggio elettorale a Nicola Cosentino, è stato costante, dall’inizio degli anni ’90 fino alle ultime elezioni politiche. In sostanza il sostegno del clan non è mai mancato a Nicola Cosentino”.<br />
<strong>“Tu mi porti i voti e io ti do un appalto, un pacchetto di assunzioni, una modifica al piano urbanistico”: ed ecco che ’le ballerine’</strong>, cioè le schede elettorali, con la x sul nome del politico colluso di turno, arrivano a valanga. Sistema preciso quello usato nel 2010: i supporter del nuovo candidato a sindaco, Antonio Covino, arrestato pure lui, portavano fuori dal seggio una scheda elettorale in bianco che, dopo essere stata contrassegnata con il voto di preferenza, veniva consegnata ad un altro elettore ed inserita nell’urna.<br />
Quest’ultimo a sua volta portava fuori dal seggio la scheda che gli era stata consegnata dagli scrutatori e così di seguito. Sarebbe milionaria la fidejussione ottenuta da imprenditori in odore di camorra grazie all’intervento diretto dell’onorevole Cosentino. <strong>E pensare che oggi lo stesso Cosentino, che accusa una fetta della magistratura di voler far carriera colpendolo di continuo, si complimenta con le forze dell’ordine per l’arresto di Zagaria “è un segnale tangibile di come si possa estirpare la camorra e ridare coraggio e dignità ai nostri territori”. </strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Zagaria,il re del cemento</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 18:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8607" href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/arresto-zagaria6/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8607" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria6-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>“Oggi è come tirare un sospiro di sollievo. Questa mattina mi è tornata in mente la frase di Giovanni Falcone che dice che la mafia è un fenomeno umano che ha un inizio e una fine. Io ci ho sempre creduto  ma questa mattina mi è sembrata più vera”. Chi parla,con forza ed emozione, è Lorenzo Diana, ex senatore oggi presidente della Rete per la legalità e Direttore del Mercato Ortofrutticolo di Napoli. Ma Lorenzo Diana è nato proprio a Casapenna, in provincia di Caserta, dove questa mattina alle 11.30 è finita la lunga latitanza di Michele Zagaria “capastorta”, l’ultimo boss dei casalesi ancora libero. Fino a oggi. Lorenzo Diana è cresciuto, anche politicamente, proprio nel triangolo di Gomorra, Capasenna-S.Cipriano d’Aversa-Casal di Principe. Tanta parte, questi luoghi, hanno nella sua vita che proprio in questo angolo di Campania qualcuno decise come ucciderlo. Oggi dopo le prime indiscrezioni al telefono mi ha subito detto “E’ vero, è vero. E’stato preso!”.</p>
<p>Una  liberazione.</p>
<p><strong>-Ieri gli arresti politico economici. Oggi l’ala militare. Che sta succedendo?</strong></p>
<p>Quello che  è successo oggi è straordinario ed è la fotografia di come, in Campania, si sia perfezionato il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. E’ stato sferrato un attacco alla  camorra su più fronti: su quello militare e su quello politico economico. Oltre tutto si attaccano anche i patrimoni. Si attacca tutta la filiera.</p>
<p><strong>-E’ finita?</strong></p>
<p>No , è però  una grande sconfitta. Con l’arresto di oggi finisce una generazione, quella cresciuta con Antonio Bardellino. Anche il procuratore De Raho dice, giustamente,che il clan non  è morto. Non bisogna abbassare la guardia. Già adesso, in questo momento, qualcuno ha preso il posto di Zagaria ma certo non ha la sua esperienza dovrà avere il tempo, se mai gli verrà concesso, di prendere in mano completamente il clan che adesso è una bestia ferita.</p>
<p><strong>-Chi è  Michele Zagaria?</strong></p>
<p>Un boss con una grande capacità imprenditoriale e di infiltrazione. Sicuramente cresciuto, insieme al clan stesso, grazie alle coperture politiche ed economiche che stanno emergendo proprio in questi giorni. Pensate che il raggio di azione del clan è non  legato al solo territorio campano. Un esempio per tutti qualche mese fa si è scoperta una finanziaria che tramite il prestito era entrata in partecipazione di circa 150 aziende in Veneto. E ricordiamo le attività commerciali acquisite in Umbria, Abruzzo, Roma e Emilia Romagna. Pensiamo al ciclo del cemento e dei lavori edili, agli appalti. Sono diventati imprenditori  e si sono infiltrati ovunque. Una struttura forte e temibile che ha resistito ad arresti, confische sequestri. E questo perché ha beneficato, per troppo tempo, di coperture anche eccellenti. Ma oggi inizia un’altra pagina</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EN87n3ZlyyQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>-Ora cosa bisogna fare?</strong></p>
<p>Bisogna ridare fiducia alle persone che abitano questi territori e che si sono sentiti appartenenti  ad uno stato sociale rappresentato dal clan. Si sono identificati in loro. Questa non è semplicemente una gioco a guardie e ladri. Non è solo repressione che fa vincere la guerra: ci vuole la presenza dello Stato nel sociale e soprattutto bisogna dare un segnale: la magistratura non va elogiata solo quando tocca l’ala militare ma anche quando tocca i politi, i colletti bianchi quelli che fino ad oggi si sono sentiti intoccabili.</p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/lepore/" rel="attachment wp-att-8608"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/lepore.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8608" /></a></p>
<p>Quello che dice Lorenzo Diana è proprio vero bisogna debellare una mentalità quella che ha permesso al clan di crescere indisturbato dagli anni 70 ad oggi. Quella mentalità che si è nutrita del rispetto e della sudditanza di una popolazione che viveva il clan come una specie di sportello sociale o di centro per l’impiego.</p>
<p>D’altra parte Zagaria è stato arrestato questa mattina in un villino al centro di Casapesenna che, a dire il vero, non è  New York e quindi in molti sapevano chi era nascosto in quel bunker , isolato da 5 metri di cemento armato.</p>
<p>Nell’ultima visita a Casal di Principe, con l’allora capo della Mobile di Caserta Rodolfo Ruperti, si parlava proprio di quanto il clan facesse ricadere sul territorio, in vario modo, e cioè circa 900mila euro al mese!</p>
<p>E adesso lo Stato deve dimostrare che non sa solo colpire l’ala militare e  quella politica.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Il referente di Gomorra</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 16:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Sono assolutamente sereno”. Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i [...]]]></description>
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<p><strong>“Sono assolutamente sereno”.</strong> Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i Casalesi. Ed è grazie al rapporto strettissimo con un network criminale che domina il territorio con minacce, omicidi e stragi, che controlla l&#8217;economia attraverso prestanome e uomini di paglia, che per decenni ha distrutto il territorio della Campania lucrando centinaia di milioni di euro col business dei rifiuti, che Cosentino ha costruito il suo potere. “Chiarirò tutto”, ha detto il coordinatore del Pdl in Campania parlando con i giornalisti, e ha anche ironizzato sui magistrati,”forse fuorviati dal pregiudizio”. Parole che nascondono una preoccupazione: fare la fine di Alfonso Papa, finire in galera dopo un voto della Camera dei deputati<strong>.”Nicola non è fesso “ dice un suo collega di partito che lo conosce bene “sa che la situazione politica è cambiata, la Lega non farà. più da cuscinetto e stavolta lo fotteranno”.</p>
<p></strong>Un flashback al 9 dicembre di due anni fa, quando Nick ˜o mericano fu salvato dall&#8217;Assemblea di Montecitorio con 360 voti a favore del no alla richiesta di arresto e 226 voti contrari. Una maggioranza ampia,più larga del previsto, con molti voti espressi forse dal Pd, forse da qualche malpancista finiano. Determinante fu il voto della Lega. Cose che appartengono ad un&#8217;altra era politica. <strong>“Oggi la nostra posizione è di assoluta libertà.” dice Roberto Maroni</strong>. “Valuteremo con rigore il fascicolo arrivato in giunta per le autorizzazioni dalla Procura di Napoli senza nessuna limitazione se non la nostra libera valutazione.<br />
Se ci sono gli elementi li valuteremo e assumeremo una posizione netta come abbiamo fatto nel caso dell&#8217;onorevole Papa”. “Le carte sono pesanti”, è il giudizio che filtra da altri ambienti del partito di<br />
Bossi. Nessuno dei 21 componenti della Giunta per le autorizzazioni della Camera (8 Pdl, 5 Pd, 2 Udc e Lega, 1 Noi Sud, Fli, Misto e Idv) ha ancora letto la corposa richiesta della procura di Napoli. “Ma il quadro che emerge dai primi stralci diffusi da siti e agenzie di stampa, è gravissimo”. Maurizio Turco, deputato radicale eletto nelle liste del Pd, fu tra gli 11 deputati che il 24 novembre 2009 votarono contro la richiesta di arresto di Cosentino. Oggi ha cambiato idea.”Quello che sto leggendo sulle agenzie è impressionante, ma voglio<br />
approfondire prima di dire un sì o un no, la volta scorsa votai contro perchè l&#8217;inchiesta mi convinceva poco, e perchè mi posi una domanda alla quale nessuno ha ancora dato una risposta.”</p>
<p><strong>Se i rapporti tra Cosentino e la camorra casalese erano noti fin dal 1992, perchè non fu fermato prima? Perchè si consentì l&#8217;ascesa politica di un uomo gravato da sospetti così forti?”. Di “contesto gravissimo”</strong>parla anche Pierluigi Mantini, Udc, membro della Giunta per le autorizzazioni. “Ma gravissimi erano anche i fatti descritti nella precedente richiesta della procura di Napoli. Allora Cosentino fu salvato dalla Lega grazie ai vincoli di maggioranza. Oggi la situazione sembra cambiata, Bossi è all&#8217;opposizione, ma temo che su questa vicenda e su altre di questo tipo, la vecchia maggioranza Pdl-Lega possa ricomporsi”. E il Pdl? Le poche dichiarazioni diffuse ieri fanno temere il peggio a Cosentino. “Sono blande e di scarsissimo peso politico”,commentano gli uomini più vicini al coordinatore campano del Pdl. Luca D&#8217;Alessandro, deputato dal 4 novembre scorso, si lascia andare ad ardite metafore: “A Napoli per cercare di cucinare Cosentino rischiano di fare l&#8217;ennesima frittata”. “Questi provvedimenti, per altro esposti con grande perizia mediatica” dice invece Vincenzo D&#8217;Anna, membro della Giunta per Popolo e Territorio “ erano già. annunciati da tempo e rientrano nell’ambito di quella giustizia spettacolo che ha individuato nell’onorevole Nicola Cosentino il soggetto da colpire in quanto espressione politica del centrodestra”..</p>
<p><strong>Sarà Maurizio Paniz (Pdl), l&#8217;avvocato disposto a giurare fino alla fine che Berlusconi era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, il relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera</strong>. La scelta, che non ha convinto gli altri membri, è stata fatta direttamente dal Presidente Pierluigi Castagnetti del Pd. Il Parlamento ha un mese per leggersi il fascicolo della Procura di Napoli, per navigare nelle testimonianze raccolte dai pm, nelle intercettazioni telefoniche che raccontano nei dettagli cos’è la<br />
politica a Casal di Principe e in Campania. Come uomini politici con ruoli importanti in Parlamento e nelle istituzioni campane, nell&#8217;inchiesta è indagato anche Gigino Cesaro, deputato e presidente della Provincia di Napoli, intrecciano rapporti con pezzi da novanta della camorra, li agevolano negli affari, li proteggono. Grazie a loro vincono elezioni e scalano il potere politico. <strong>Assieme a loro uccidono la democrazia.</p>
<p></strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del  7 dicembre 2011)</p>
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		<title>Richiesta bis di arresto per Cosentino</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 13:45:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
La richiesta d’arresto per Nicola Cosentino è arrivata stamani alla giunta per le autorizzazioni della Camera. Era stata inoltrata ieri dalla procura di Napoli. Dunque, un nuovo mandato di cattura pende sull&#8217;ex sottosegretario del governo Berlusconi e attuale coordinatore del Pdl campano, ritenuto dagli inquirenti “referenti politici del clan dei Casalesi”. La precedente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/richiesta-bis-di-arresto-per-cosentino/cosentino-2/" rel="attachment wp-att-8577"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/cosentino.bmp" alt="" title="cosentino" class="alignleft size-full wp-image-8577" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>La richiesta d’arresto per Nicola Cosentino è arrivata stamani alla giunta per le autorizzazioni della Camera. Era stata inoltrata ieri dalla procura di Napoli.</strong> Dunque, un nuovo mandato di cattura pende sull&#8217;ex sottosegretario del governo Berlusconi e attuale coordinatore del Pdl campano, ritenuto dagli inquirenti “referenti politici del clan dei Casalesi”. La precedente richiesta risale al novembre 2009 ma la maggioranza votò compatta per il no (sorte che non sarebbe toccata due anni dopo ad Alfonso Papa, altro esponente campano del Pdl, per cui l’Aula votò l’incarcerazione). Ma l’indagine su Cosentino è decisamente ampia, coinvolgerebbe politici di livello nazionale, banchieri e imprenditori di diverse regioni.<br />
Il “terremoto” si è scatenato all’alba. Le indagini partite da Napoli coinvolgono oltre settanta persone in tutta Italia tra esponenti dei partiti, banchieri e imprenditori. Gli arresti effettuati dai carabinieri con la dia partenopea sono ben 55. Fra i destinatari anche elementi delle famiglie Schiavone e Bidognetti ed esponenti politici di rilievo nazionale e locale, personaggi del mondo bancario ed imprenditoriale di Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.<br />
I<strong> reati contestati, a vario titolo, sono associazione camorristica, riciclaggio, corruzione e falso. L&#8217;inchiesta riguarda vicende di infiltrazioni del clan dei Casalesi nella pubblica amministrazione ed in particolare tra ex amministratori di Casal di Principe.</strong>L&#8217;ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Cosentino è stata firmata dal gip Egle Pilla, su richiesta dei pubblici ministeri Antonio Ardituro, Francesco Curcio e Henry John Woodcock.<br />
Il gip Pilla scrive: l’intreccio tra politica ed interessi economici rappresenta “un&#8217;osmosi che genera effetti patologici nei settori più rilevanti della vita sociale e politica della provincia casertana: quello elettorale, quello economico e quello istituzionale». I politici, secondo le risultanze dell’inchiesta, sarebbero “asserviti al sodalizio camorristico. E ciò che avviene in snodi fondamentali e sensibili dell&#8217;attività economica: nell&#8217;apertura di centri commerciali, nelle attività edilizie e nella fornitura del calcestruzzo. <strong>Ed i poteri della politica e dell&#8217;ente mafioso si saldano nel momento più solenne ed importante della vita democratica: il momento elettorale”.</strong><br />
C’è anche il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro (Pdl) tra gli indagati della maxi-inchiesta della Dia. Secondo l’accusa, Cesaro (non indagato per camorra) avrebbe accompagnato Nicola Cosentino a Roma per sollecitare i vertici di Unicredit a concedere un credito relativo al finanziamento di 5 milioni e mezzo per un centro commerciale nel Casertano.&#8221; Pochi giorni dopo tale intervento – è scritto nelle carte della Procura &#8211; il finanziamento, che fino a quel momento aveva incontrato ostacoli e rallentamenti, veniva sbloccato”.</p>
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		<title>Rossi Doria, dalla strada al Governo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 21:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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&#8220;La mia casa è sgarrupata, sgarrupate le pareti,sgarrupato è il tetto, sgarrupato è il pavimento e certe volte mi sento sgarrupato pure io&#8220;. Questo è il tema che Gennarino, alunno di una scuola ’sgarrupata’, termine che in dialetto napoletano sta ad indicare “disastrata, che cade a pezzi”, proprio come la sua vita: lo consegna ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/doria-300x209.jpg" alt="" title="doria" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-8552" /></p>
<p><strong>&#8220;La mia casa è sgarrupata, sgarrupate le pareti,sgarrupato è il tetto, sgarrupato è il pavimento e certe volte mi sento sgarrupato pure io</strong>&#8220;. Questo è il tema che Gennarino, alunno di una scuola ’sgarrupata’, termine che in dialetto napoletano sta ad indicare “disastrata, che cade a pezzi”, proprio come la sua vita: lo consegna ad un maestro di strada, il mitico Marco Tullio Sperelli di ’Io speriamo che me la cavo’. Quello era un film che odorava di neorealismo e attualità.<br />
Oggi, è la scuola sembra proprio non essersela cavata dopo i taglidel duo Gelmini &#8211; Tremonti che, prima di tornare a casa, ha tagliato circa 8 miliardi di euro e 130 mila posti di lavoro scomparsi. Tra le ’fredde’ figure dell’altrettanto ’freddo’ Governo tecnico del professor Monti, tra i vari ministri e sottosegretari in doppio petto, a viale Trastevere spunta un personaggio di “cuore”. Definito a ragione ’maestro di strada’, Marco Rossi Doria, napoletanissimo fondatore del progetto Chance per combattere la dispersione scolastica, è stato voluto come sottosegretario dal neo Ministro all’Istruzione, Francesco Profumo.<br />
<strong>Lui il maestro di scuola elementare, napoletano, abituato a girare nei vicoli dei quartieri Spagnoli, di Forcella, della Sanità alla ricerca di scugnizzi da educare</strong>: uno a cui la cattedra e il registro stanno stretti, perché se la vita di un bambino è per strada, allora la strada deve diventare la sua scuola. &#8220;Non sto insegnando a leggere, scrivere e far di conto. Seguo i ragazzi in quanto giovani cittadini e non più come alunni. Cittadini che crescono al contatto con molte esperienze e altre cose del mondo. Sono cose fuori dalla scuola. Occasioni o la mancanza di occasioni. E sto guardando giovani cittadini che esplorano il loro futuro mondo da dentro e non di lontano. Giovani cittadini. Muniti di volontà e circondati da penurie e incertezze. Li seguo per quello che apprendono ed imparano oltre e fuori le mura delle scuole. O per quello che usano della scuola fuori dalle sue mura. O per le rare volte che sono ascoltati a scuola per quel che sanno del mondo&#8221;.<br />
Cittadini di domani, perché oggi i ragazzi di Rossi Doria hanno spesso conosciuto il carcere magari per piccoli scippi, sanno già come si fa il palo allo spacciatore del quartiere, scorazzano a bordo di motorini in lungo e largo per Napoli. Anche a loro banchi e libri forse stanno stretti. Da venti anni Rossi Doria si occupa di formare altri suoi colleghi che hanno deciso di sposare la sua ’missione’. Già perché per lui il mestiere di insegnante è questo una missione frutto di una vera e propria vocazione. <strong>&#8220;Educare è un mestiere dannatamente serio e che ha a che fare molto seriamente con chi siamo</strong>: si tratta prioritariamente di incontro, di relazione umana e la qualità dell’incontro tra chi insegna e chi impara, tra chi educa e chi è educato è certamente biunivoca, ma soprattutto ha a che fare moltissimo con quel che, da dentro, ci ha spinto ad insegnare. Davanti ai più piccoli e ai più giovani, presto o tardi, per quanto si voglia o si possa rimandare la domanda, ci si trova disarmati come davanti a sé stessi e ci si chiede di nuovo, chi sono io?&#8221;.<br />
La strada come la terra paterna. Marco è figlio di cotanto padre, quel Manlio Rossi Doria antifascista, meridionalista, amico e fratello dei contadini. Il professore che proponeva una riforma agraria adeguata per restituire dignità a chi lavorava le terre dell’Osso del Mezzogiorno. Stessa grinta e obiettivi diversi, ma non troppo: perché la libertà e la dignità di ogni essere umano parte dalla sua formazione. Napoli, ma non solo. Marco Rossi Doria è stato maestro di strada anche in Africa, in Sudan: non solo Napoli, quindi, ma anche realtà geograficamente differenti, con povertà diverse, eppure sempre seguendo lo stesso obiettivo.<br />
L’abbandono precoce della scuola nella civilissima Italia consegna numeri agghiaccianti. Mediamente in un anno la dispersione scolastica si arricchisce di 900.000 persone: cioè oltre il 20% di giovani tra i 16 e i 24 anni, una percentuale che segna un più 5% rispetto alla media Europea. Un fenomeno che riguarda chiaramente gli strati più poveri della popolazione, quelli tristemente destinati ad ampliarsi, dove completare gli studi dell’obbligo diventa una spesa insostenibile. &#8220;La scuola italiana – scrive Rossi Doria in un racconto pubblicato in ’Consiglio di classe. Gli scrittori raccontano la scuola italiana’ (Ediesse 2009) &#8211; resta una delle scuole più ‘di classe’, una scuola che non emancipa chi ne ha più bisogno. Come e più che ai tempi di Don Milani&#8221;.<br />
E snocciola cifre &#8220;E’, infatti, sempre maggiore, almeno del doppio, la probabilità per un ragazzo il cui genitore ha un alto livello di istruzione di completare bene l’intero corso degli studi se paragonata con la probabilità di un ragazzo il cui padre ha solo l’istruzione di base. Il rapporto cambia, tuttavia, da paese a paese: 2,1 volte per la Germania, 2,4 volte per il Regno Unito, 2,8 per l’Olanda, 3,3 per Spagna e Francia, 3,6 volte nella media dell’Europa a 27. Ma ben 7,7 volte per l’Italia!&#8221;. Certo Rossi Doria non è ministro, così come è altrettanto certo che non basta essersi lasciati alle spalle due Ministeri ’sforbicioni’ per ritornare a pensare una scuola che non sia inquadrata come azienda, secondo gli ultimi quindici anni da governi di destra e di sinistra. Rossi Comunque Doria a viale Trastevere può e deve aprire un barlume per permettere alla principale istituzione italiana di poter quanto meno dire: <strong>“io speriamo che me la cavo”.</strong>	</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Più forte della Camorra</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 03:25:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Paolo De Chiara )
 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/don-aniello-manganiello-libro/" rel="attachment wp-att-8472"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/don-Aniello-MANGANIELLO-libro-181x300.jpg" alt="" title="don Aniello MANGANIELLO libro" width="181" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-8472" /></a></p>
<p>(di Paolo De Chiara )</p>
<p> <strong>“Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”.</strong> Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.  </p>
<p><strong>Don Aniello è così difficile rialzare la testa?</strong><br />
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.  </p>
<p><strong>Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?</strong><br />
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.    </p>
<p><strong>Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi</strong><br />
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.</p>
<p><strong>Come si dà il buon esempio?</strong><br />
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.</p>
<p><strong>Qual è stato il gesto iniziale?</strong><br />
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile. </p>
<p><strong>Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?</strong><br />
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza. </p>
<p><strong>Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?</strong><br />
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.</p>
<p><strong>Come si trova questo coraggio?</strong><br />
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.</p>
<p><strong>E’ difficile denunciare?</strong><br />
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra. </p>
<p><strong>Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.</strong><br />
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.</p>
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		<title>La Camorra hi-tech contro le intercettazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 19:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[intercettazioni]]></category>
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(di Alessandro Chetta)
Intercettazioni, ultimo tabù da sconfiggere per i clan di camorra. Che ora si organizzano affidandosi alla più sofisticata tecnologia: apparecchi in grado di disturbare le frequenze Gps e Gsm. E si capisce: nell’ultimo anno le inchieste della Dda partenopea stanno scardinando consolidati sistemi criminali (l’ultimo sul racket ai lidi del litorale di Mondragone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/la-camorra-hi-tech-contro-le-intercettazioni/intercettazioni-2/" rel="attachment wp-att-8468"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/intercettazioni.bmp" alt="" title="intercettazioni" class="alignleft size-full wp-image-8468" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>Intercettazioni, ultimo tabù da sconfiggere per i clan di camorra.</strong> Che ora si organizzano affidandosi alla più sofisticata tecnologia: apparecchi in grado di disturbare le frequenze Gps e Gsm. E si capisce: nell’ultimo anno le inchieste della Dda partenopea stanno scardinando consolidati sistemi criminali (l’ultimo sul racket ai lidi del litorale di Mondragone e Castel Volturno). <strong>La raffica di arresti che a ritmo quotidiano decimano le organizzazioni di Napoli e provincia e del Casertano, spingono i clan alla reazi</strong>one. Una risposta non militare ma tecnologica, che passa, appunto, attraverso le contromisure per colpire il formidabile strumento delle intercettazioni. Capire i movimenti criminali mettendo sotto controllo le utenze telefoniche rappresenta molto spesso la chiave di volta delle indagini. Fatto che del resto viene rimarcato 9 volte su 10, e non solo per motivi “politici”, dagli stessi pm in conferenza stampa.<br />
Così, nelle piazze di spaccio di Scampia, la camorra hi-tech prova a mettere fuori gioco il Grande fratello anticrimine. <strong>Ben nascosto in una fioriera, la polizia oggi ha trovato un sofisticatissimo apparecchio utilizzato come inibitore di frequenze Gps e Gsm</strong>. Scopo dei clan del quartiere è disturbare e rendere inutilizzabili eventuali intercettazioni telefoniche o ambientali. Una scoperta causale: l&#8217;operazione messa in piedi dalle forze dell&#8217;ordine riguardava solo l&#8217;arresto di un presunto capopiazza, Arcangelo Abete, per evasione degli arresti domiciliari. Nel corso del blitz, in un vaso sistemato sul pianerottolo, gli agenti hanno notato e sequestrato l&#8217;apparecchio. </p>
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		<title>Era mio padre</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 19:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Papà, da grande voglio fare il carabiniere. E allora pregai il capitano di regalarmi il suo cappello e lo diedi al bambino”. Quando Pasquale Galasso, numero due della Nuova Famiglia- il network di clan della Camorra degli anni ottanta-novanta del secolo scorso si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo- raccontò questo episodio, i parlamentari della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8422" href="http://www.malitalia.it/2011/11/era-mio-padre/riina/"><img class="alignleft size-full wp-image-8422" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/riina.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>“Papà, da grande voglio fare il carabiniere. E allora pregai il capitano di regalarmi il suo cappello e lo diedi al bambino</strong>”. Quando Pasquale Galasso, numero due della Nuova Famiglia- il network di clan della Camorra degli anni ottanta-novanta del secolo scorso si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo- raccontò questo episodio, i parlamentari della Commissione antimafia raggelarono. Galasso era stato un boss importante della camorra, aveva ucciso e ordinato omicidi, aveva estorto soldi agli imprenditori,la sua organizzazione aveva trafficato in droga , poi si era pentito per salvare la famiglia, quella di sangue.</p>
<p><strong>Ora vive in una località segreta, ha cambiato generalità, ha un lavoro ed  riuscito nell’impresa di strappare i figli alla morte o al carcere. Così non è  stato per il suo capo, Carmine Alfieri,al quale ammazzarono il figlio Antonio nel 2002.</strong> Così non  stato per il suo nemico giurato, Raffaele Cutolo. Il boss della Nuova camorra organizzata aveva un solo figlio, Roberto (“il figlio della sfortuna” ,lo chiamava) che cercò d seguire le orme paterne. Voleva fare il boss pure lui, avere un suo clan e riproporre le stesse logiche di dominio della camorra anche nel Nord Italia.</p>
<p>Lo uccisero la sera del 19 dicembre 1990 davanti ad un bar di Abbiate Guazzone, nei pressi di Tradate. Don Rafele, ‘o professòre, il primo violino della camorra, come ancora oggi che deve scontare svariati ergastoli e sempre in regime di carcere duro  chiamano Cutolo, non si rassegnò al fatto che il suo sangue finisse per sempre con la morte dell’unico erede. <strong>Nel 2007 ottenne l’autorizzazione dal ministero della Giustizia a ricorrere alla fecondazione artificiale per avere un altro figlio. Immacolata Iacone, la donna che aveva sposato in carcere nel lontanissimo 1982, mise al mondo Denise. “Quando sarà grande- disse la mamma ai giornalisti- forse sentirà pronunciare la parola Camorra, qualcuno le racconterà delle cose. Saprà chi  suo padre, conoscerà il suo passato, ma Raffaele  mio marito, l’uomo che amo”.</strong></p>
<p>Era mio padre,la storia raccontata nel film di Sam Mendes, con un impareggiabile Tom Hanks, la ritrovi nelle storie di fratelli, mogli, soprattutto figli di boss. Francesco Paolo Provenzano è il figlio più piccolo di Binnu,il capo di Cosa Nostra. Cinque anni fa, fece scalpore la notizia di una borsa di studio concessa al giovane Francesco, per la promozione della cultura italiana in Germania,dal ministero dell’Istruzione. Francesco aveva un curriculum di tutto rispetto e si piazzo al 36 ° posto su 308 candidati, nel 2008 insieme al fratello maggiore Angelo, studente universitario, rilasciò una lunga intervista a Francesco La Licata de La Stampa.</p>
<p><strong>“Ma come si fa soltanto a pensare una cosa del genere (il padre mafioso , ndr)? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino di serie B?”.</strong> Anche Roberta, la figlia di Giovanni Bontade (il fratello del boss Stefano,uno dei grandi capi di Cosa nostra ucciso dai corleonesi nel 1981), ha imboccato altre strade. Anni fa destò  scandalo la notizia della sua partecipazione ad un’associazione di volontariato che aveva ottenuto l’assegnazione di un bene confiscato alla mafia. “Giudicatemi per quello che sono, non per il cognome che porto”. Sua madre e suo padre vennero ammazzati  nella guerra di mafia, il padre fu accusato di aver accumulato miliardi di lire con il traffico di droga. “Quei soldi non li volevo e li abbiamo dati in beneficenza,L’ho anche raccontato al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso”, giurò Roberta Bontade.</p>
<p><strong>Figli che vogliono salvarsi. Figli che raccolgono lo scettro di comando del pad</strong>re. Giovanni Riina era un predestinato. La leggenda di mafia narra che aveva solo cinque anni quando il padre Totò gli fece imbracciare un fucile. A vent’anni fu condannato all’ergastolo accusato di aver partecipato a ben quattro omicidi. Suo fratello Giuseppe Salvatore, invece, fu condannato a 11 anni e otto mesi per una storia di appalti e estorsioni. Ma ci sono anche figli che rinnegano il cognome del padre. Emanuele Brusca è il primo figlio del boss Bernardo e fratello di Giovanni Brusca, ‘ u verru, il maiale, l’uomo che azionò il telecomando di capaci. Ha scontato una condanna per associazione mafiosa, ma dodici anni fa chiese di cambiare cognome.</p>
<p><strong>“E’ ingombrante per e per i miei figli</strong>”. Un  gesto clamoroso, una rottura significativa che è anche il segno della  crisi di un’organizzazione come Cosa Nostra, che non vedremo mai nella mafia più potente: la ‘ndrangheta. Qui nelle famiglie che dominano l’Aspromonte e la Piana di Gioia Tauro, la Tirrenica e la Jonica, le città e i paesi più sperduti, i legami familiari sono fortissimi, il fondamento dell’organizzazione e della possibilità che il potere delle ‘ndrine si tramandi di padre in figlio per generazioni. “Sono sempre gli stessi cognomi da un secolo”, scrisse un magistrato dell’antimafia calabrese anni fa. Ma basta sfogliare le relazioni che hanno portato allo scioglimento della Asl di Locri per capire che i figli dei boss si sono evoluti e sono entrati nell’economia legale. Molti nomi del gotha mafioso ricorrono nelle intestazioni delle cliniche private e dei laboratori di analisi che da quella Asl prendevano accreditamenti e finanziamenti.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 19 novembre 2011)</p>
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		<title>Muschilli tra infanzia e camorra</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 22:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
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Giancarlo Siani li chiamava i muschilli, baby spacciatori, quelli a cui dedicò il suo ultimo articolo prima di finire, unico giornalista ucciso dalla camorra, sotto i colpi di Gionta, Nuvoletta e compari. Bambini in terra di camorra, ha ragione Totò, si nasce non si diventa. Anzi a volte non si ha il tempo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/muschilli-300x209.jpg" alt="" title="muschilli" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-8392" /> </p>
<p><strong>Giancarlo Siani li chiamava i muschilli</strong>, baby spacciatori, quelli a cui dedicò il suo ultimo articolo prima di finire, unico giornalista ucciso dalla camorra, sotto i colpi di Gionta, Nuvoletta e compari. Bambini in terra di camorra, ha ragione Totò, si nasce non si diventa. Anzi a volte non si ha il tempo di venire al mondo che si è già grandi, già dentro i meccanismi del Sistema, vittime di un substrato culturale quasi folkloristico che non lascia spazio ad alcun riscatto. Bambini di camorra, che pagano l’essere figli ad un padre o una madre, che appartengano alla sfera dei cattivi o dei buoni, poco importa. Sono vittime.<br />
<strong>Simonetta Lamberti era una bambina quando a soli 11 anni, il 29 maggio 1982</strong>, fu massacrata mentre era in auto accanto al padre, vero obiettivo dell’attentato, il giudice Alfonso Lamberti. Tanto bastò ai giornalisti per derubricare, un po’ troppo frettolosamente, quella barbarie sotto la categoria “uccisa per sbaglio”. Come se un killer che si prepara ad attentare alla vita di un uomo adulto, un uomo di giustizia e spara noncurante della presenza di una bambina, possa nascondersi dietro l’attenuante dell’errore umano.<br />
Un omicidio, quello di Simonetta, che sfatò il mito di una camorra che ha un codice d’onore che non tocca donne e bambini. Balle: il nome di Simonetta echeggia insieme a quelli di tante, troppe, vittime innocenti nell’interminabile elenco che ogni 21 marzo il popolo di Libera ricorda all’Italia intera.<br />
A 29 anni da quel giorno disumano, la storia di Simonetta rispunta in tutta la sua crudezza: un anziano pregiudicato di Nocera Inferiore si autoaccusa dell’assassinio, era un uomo di Raffaele Cutolo, O’ Professore. E così si riapre l’inchiesta su quella morte assurda. Prima di lui, nel 1987, la Corte di Assise di Salerno aveva condannato all’ergastolo Francesco Apicella, riconosciuto come l’uomo alla guida dell’auto da cui partì il fuoco.<br />
<strong>Di Simonetta a Cava de’ Tirreni restano solo affettuosi ricordi</strong>: l’intitolazione dello stadio comunale, un monumento eretto in suo nome, una targa in una biblioteca di una scuola. Ma soprattutto resta la grande rivelazione che, quella bambina dai capelli chiari e il sorriso intenso, ha senza saperlo donato al mondo: la camorra è, per parafrasare Peppino Impastato, una montagna di merda soprattutto per i bambini. E’ stato questo lo sgarro postumo più grande che Simonetta ha fatto ai suoi aguzzini: basti pensare che O’ Professore, dalla sua cella nel carcere di Novara, si è sentito talmente offeso nel vedersi additato da Roberto Saviano quale mandante di quell’omicidio, che ha dovuto querelarlo.<br />
Simonetta è solo la prima piccola vittima innocente: dal 1989 al 1991 a Napoli vengono uccisi sette minori, il più piccolo, Nunzio Pandolfi aveva due anni il 18 maggio del 1990, quando mentre guardava la tv in casa nel quartiere della Sanità, venne raggiunto da una raffica di mitra.<br />
<strong>Fino ad arrivare alla più recente fine di Annalisa Durante</strong>, la bella 14enne di Forcella, usata come scudo umano da Salvatore Giuliano, vero obiettivo del commando di fuoco. Era il 27 marzo 2004, una sera qualunque di inizio primavera da passare sotto casa, sui motorini fermi a chiacchierare con le amiche dell’ultima puntata della trasmissione preferita o del compagno di classe per cui hai preso una cotta. Gesti normali che a Napoli possono costarti la vita. Anche a 14 anni. &#8220;Vivo e sono contenta di vivere, anche se la mia vita non è quella che avrei desiderato”, scriveva nel suo diario di adolescente Annalisa prima di morire.<br />
E chissà se i bambini dell’esercito del male, hanno scelto la loro vita al servizio della camorra. Una realtà che ancora sfugge alla stampa e a quella cronaca che predilige il fatto di sangue rispetto ad un’analisi sociale e culturale, che indaghi fino in fondo le piaghe di una società, dove chi dovrebbe rappresentare il futuro nasce già nelle catene del Sistema.<br />
Sono veri e propri bambini soldato perché, come dice Don Tonino Palmese, referente di Libera Campania, “appartengono all’esercito del male”. Una realtà macroscopica che solo chi conosce Napoli può comprendere: non ci sono statistiche che dicono quanti sono i bambini che fanno da palo all’ingresso dei vicoli dello spaccio, o che accompagnano gli adulti a riscuotere il pizzo dai negozianti del centro storico, o che vengono letteralmente addestrati a scippi e rapine. Ragazzi che fin da piccoli mettono in conto, come veri capi dei capi, di finire in gattabuia o davanti ad un giudice minorile. Quasi fosse un gioco. A volte lo fanno per bisogno, perché provenienti da famiglie ai margini che campano grazie a servizi di vario tipo offerti alla camorra; altre volte per acquistare una maglia firmata o un motorino all’ultima moda. E addio scuola, amici, giochi, sport. Addio infanzia, addio normalità.<br />
Basta fare un giro nelle stradine di un qualsiasi paese dell’hinterland partenopeo per rivedere davanti agli occhi, il giovane Siani che bic e taccuino alla mano, prende appunti per il suo ultimo pezzo pubblicato da ’Il Mattino’. “Mini-corriere della droga per conto della nonna: dodici anni, già coinvolto nel giro dell’eroina. Ancora una storia di ’muschilli’, i ragazzi utilizzati per consegnare le bustine. Questa volta ad organizzare il traffico di eroina era una nonna-spacciatrice. Era lei a tenere le fila della vendita con altre due persone ed il nipote”. <strong>Era il 22 settembre 1983, Siani fu assassinato il giorno dopo. I “muschilli” sono ancora lì. </strong><br />
(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Le malavite di Montesacro</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 08:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rossella Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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“Non può esistere una seria lotta alla camorra se non c’è una lotta altrettanto dura per un mondo più giusto ed equo, attraverso un ripensamento strutturale del sistema economico e sociale in cui vivono la maggior parte dei giovani del Sud Italia”.
E’ questa la convinzione di Marco De Biase, autore del libro ‘Come si diventa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8344" title="camorristi" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/camorristi-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></p>
<p><strong>“Non può esistere una seria lotta alla camorra se non c’è una lotta altrettanto dura per un mondo più giusto ed equo, attraverso un ripensamento strutturale del sistema economico e sociale in cui vivono la maggior parte dei giovani del Sud Italia”.</strong></p>
<p>E’ questa la convinzione di Marco De Biase, autore del libro ‘Come si diventa camorristi &#8211; La trasformazione di una società meridionale’ . Non il solito romanzo su una camorra violenta che spara, che insanguina le strade della Campania, né l’inchiesta classica a cui siamo abituati, con la ricostruzione di percorsi processuali e indagini delle forze dell’ordine.</p>
<p><strong>‘Come si diventa camorristi’</strong> è un viaggio nelle viscere di una comunità dove la camorra mette le sue marce radici nei vuoti lasciati da stato e politica, partendo dai racconti degli stessi protagonisti: tutte persone normali, tutte potenziali pedine de ‘o sistema’. De Biase si immerge nelle dinamiche sociali di Montesacro, nome immaginario di un comune irpino, una sorta di plastico applicabile all’intero Sud Italia. Quali sono le dinamiche di trasformazioni che Montesacro subisce negli anni? “Il libro è un’etnografia politica che indaga e racconta le dinamiche economiche, sociali e politiche che hanno caratterizzato questo pezzo di entroterra meridionale. La trasformazione di Montesacro passa certamente per la disastrosa politica dei ’poli di sviluppo’ a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per la clamorosa vicenda del Programma di fabbricazione del 1973, per la speculazione edilizia e l’urbanizzazione selvaggia del prima ma soprattutto del post terremoto 1980 e per l’incontrollata diffusione sul territorio dell’economia della grande distribuzione. E’ la storia di un paese che diventa da piccolo centro di provincia a periferia di Napoli”. Il testo è il racconto diretto di nuove marginalità sociali. Sono storie di ragazzi che non sono nati criminali, ma lo sono diventati. Come vivono oggi a Montesacro questi giovani? “Tutto ciò, insieme alla disoccupazione diffusa e al precariato selvaggio, ha eretto una sorta di muraglia invalicabile per quanto riguarda la partecipazione alla vita sociale, culturale e politica del paese. Il paradosso è che in questo vuoto si inserisce la camorra. Per questi ragazzi la criminalità organizzata funziona rappresenta un’occasione di riscatto sociale. Diventano affiliati e vittime allo stesso tempo sia dell’organizzazione criminale sia delle istituzioni che scatenano su di loro la furia repressiva”.</p>
<p><strong>Come hanno reagito gli abitanti di Montesacro, vedendosi intervistati su un tema dove spesso l’omertà e la paura la fanno da padroni? </strong>“La ricerca è stata accolta con grande curiosità ma anche con molto sospetto. Le reazioni sono state le più diverse, avendo intervistato personaggi con biografie profondamente differenti le une dalle altre: dagli ex sindaci, ai politici fino alle gente comune. Ovviamente il contenuto delle dichiarazioni va inserito nel complesso contesto del paese e non trascendono interessi politici, economici e personali. Il mio lavoro è in qualche modo una controstoria e in questo senso ho privilegiato le testimonianze di coloro che sono stati sempre esclusi dalla storia stessa; tra le storie e le biografie di fame e miseria delle vecchie generazioni e quelle drammatiche e senza scampo delle nuove generazioni. L’unica speranza che le biografie raccolte di questi ragazzi e di questo territorio ci lasciano quella collettiva, per sottrarsi e per rispondere a un sistema di privazioni, di dominio e di oppressione come quello perpetrato in Irpinia e nel Mezzogiorno in generale.<strong> Non mi sembra che ci sia altro modo per resistere e insieme combattere i meccanismi del privilegio”</strong>.</p>
<p> (pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Il killer con la maschera di Halloween</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 13:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Alessandro Chetta)
Passerà agli annali come l’agguato di Halloween. Napoli, passate le due, un uomo indossa la maschera di Scream, un lungo mantello nero e un cappello. Si avvicina a tre persone ferme davanti a un Napoli club e fa fuoco, lasciando sul selciato un morto e due feriti gravi. Il fatto è avvenuto nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-killer-con-la-maschera-di-halloween/scream/" rel="attachment wp-att-8253"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/Scream-300x225.jpg" alt="" title="Scream" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-8253" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)<br />
<strong>Passerà agli annali come l’agguato di Halloween</strong>. Napoli, passate le due, un uomo indossa la maschera di Scream, un lungo mantello nero e un cappello. Si avvicina a tre persone ferme davanti a un Napoli club e fa fuoco, lasciando sul selciato un morto e due feriti gravi. Il fatto è avvenuto nella “notte delle Streghe” a Napoli in via Luigi Serio, nei pressi dell&#8217;ospedale Loreto Mare.<br />
<strong>La vittima è  Salvatore Rispoli, 46 anni</strong>. I due feriti sono Antonio De Vita, 52 anni e Luigi Papi, 46 anni, ricoverati in prognosi riservata. Una quarta persona sarebbe riuscita a fuggire. Un fatto di sangue ancora avvolto dal mistero, anche se di probabile matrice camorristica, e reso ancor più grottesco dalla maschera della festa di Ognissanti. <strong>Il travestimento fa ipotizzare che potrebbe trattarsi di una persona conosciuta nella zona.</strong> Sul posto, oltre agli uomini della squadra mobile della questura di Napoli, sono presenti anche i poliziotti della scientifica che hanno rinvenuto sull&#8217;asfalto ben 7 bossoli.<br />
In zona sono installate diverse telecamere che potrebbero aver ripreso la scena dell’omicidio. Il filmato rappresenta l’unica prova testimoniale dal momento che, vista l’ora tarda, nessuno era in giro nel quartiere, situata alla prima periferia della città. Il locale davanti al quale è stato compiuto l&#8217;agguato – il “Club Napoli Case Nuove Paolo Cannavaro” &#8211; è stato sottoposto a sequestro.</p>
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		<title>La mala capitale</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 07:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Lunedì 17 ottobre  il Tribunale della Capitale ha messo i sigilli al Teatro Ghione ( in declino negli anni Settanta, riscattata nel 1980 da Ileana Ghione, una delle più grandi atrici del teatro italiano) di via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. L’operazione è scattata su richiesta della DIA di Reggio Calabria. Tutto nasce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8152" href="http://www.malitalia.it/2011/10/la-mala-capitale/lamalapitale/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8152" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/lamalapitale-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>Lunedì 17 ottobre  il Tribunale della Capitale ha messo i sigilli al Teatro Ghione</strong> ( in declino negli anni Settanta, riscattata nel 1980 da Ileana Ghione, una delle più grandi atrici del teatro italiano) di via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. L’operazione è scattata su richiesta della DIA di Reggio Calabria. Tutto nasce dall’operazione, di circa sei mesi fa, denominata “Overloading”, sul traffico di droga che ha visto 70 persone arrestate fra cui un colonnello dei Carabinieri in servizio a Bolzano.</p>
<p><strong>L’operazione di lunedì ha portato al sequestro di trenta società di capitali, dieci dite individuali, nove fabbricati, 16 terreni, 28 automezzi e quote societarie, polizze vita ed altro</strong>. I riflettori degli investigatori sono stati puntati sull&#8217;imprenditore Federico Marcaccini, 34 anni, detto &#8220;il Pupone&#8221;, ritenuto proprietario dell&#8217;immobile e affiliato al clan degli Strangio di San Luca. Il patrimonio riconducibile a Marcaccini conterebbe anche due alberghi in Sicilia e nel Lazio, nonché numerose aziende in gran parte a Roma.</p>
<p><strong>Ma cosa sta succedendo nella Capitale</strong>? 26 omicidi dall’inizio dell’anno. Alcuni in pieno giorno e in zone centrali. Quasi sembra di essere tornati ai tempi della Banda della Magliana.</p>
<p>Il Prefetto di Roma, dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia traccia un quadro della situazione attuale definendo ruoli, spazi e interessi di Cosa Nostra, ‘Ndranghtea, Camirra e delle mafie straniere.</p>
<p>Il bar De Paris, il George’s, il Bar Chigi tutti inclusi nelle inchieste legate alla ‘ndrangheta. Famiglie come gli Alvaro, i Gallico, i Palamara,attive sul centro città ma anche nell’hinterland e nell’area dell’aeroporto di Fiumicino (espressamente per il traffico di stupefacenti).</p>
<p><strong>Cosa Nostra è attiva con la famiglia Stassi</strong>, legata agli Accardo della famiglia di Trapani, con interessenze nella ristorazione. Mentre sul litorale romano troviamo il gruppo Triassi legato alla famiglia Cuntrera-Caruana. A Civitavecchia ( come da procedimento della DDA di Roma) sono interessati le famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emanuello.</p>
<p><strong>La Camorra a maggio ha subito un duro colpo</strong> con l’operazione condotta contro la famiglia Mallardo di Giugliano. IL GICO di Roma ha arrestato 6 soggetti facenti parte della cellula camorristica che curava il riciclaggio e “lavaggio” dei proventi liquidi del clan.</p>
<p>A Roma  a luglio è  stato poi arrestato Emilio Esposito, un esponente di spicco del clan dei casalasei.</p>
<p>E questi solo alcuni dei dati riportati dal Prefetto di Roma alla Commissione: <strong>“sembra emergere una imprenditorialità mafiosa costituita da gruppi di imprenditori, professionisti ed altre figure</strong> che, in cambio di favori o altre utilità,cura gli interessi delle cosche.Questi ultimi soggetti, spesso di basso profilo criminale per gli organi investigativi, risultano comunque essere personaggi di non trascurabile spessore per le rispettive organizzazioni, attese le loro specifiche competenze e capacità individuali nella gestione delle attività economico-finanziarie”.</p>
<p>Insomma una città presa d’assedio dove la crisi economica ha aperto varchi di penetrazione a strutture criminali con grande capacità di gestire ingenti liquidità e che oramai non si dedicano più solo alla ristorazione ma che sono entrare anche nel settore cultura, che tra i tanti  quello che in questo momento sta segnando il passo più di altri. <strong>D’altra parte secondo il Ministro Tremonti la cultura non dà da mangiare. Smentito clamorosamente dalle organizzazioni criminali, che di affari se ne intendono!</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</strong></p>
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		<title>Ex camorrista pentito s’impicca.</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 16:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(Alessandro Chetta)
Non era più sotto protezione, e da tempo aveva scelto Viterbo per cambiare vita. M. G., 53 anni, ex affiliato al clan Galasso, è stato trovato morto impiccato nella sua abitazione, nella provincia laziale. Un decesso che, per le modalità, si tinge di giallo: sono infatti in corso indagini da parte della locale squadra [...]]]></description>
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<p><a rel="attachment wp-att-8017" href="http://www.malitalia.it/2011/10/ex-camorrista-pentito-s%e2%80%99impicca/suicidio/"><img class="alignleft size-full wp-image-8017" title="suicidio" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/suicidio.jpg" alt="" width="190" height="265" /></a></p>
<p>(Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Non era più sotto protezione, e da tempo aveva scelto Viterbo per cambiare v</strong>ita. M. G., 53 anni, ex affiliato al clan Galasso, è stato trovato morto impiccato nella sua abitazione, nella provincia laziale. Un decesso che, per le modalità, si tinge di giallo: sono infatti in corso indagini da parte della locale squadra mobile per accertare se davvero si sia trattato di suicidio. Uno degli elementi che renderebbe improbabile tale ipotesi è che il sostegno al quale era legata la corda non avrebbe potuto reggere allo strattone causato dal corpo in caduta dall&#8217;alto verso il basso.<strong> Non convince gli inquirenti nemmeno il cappio che la vittima aveva intorno al collo. Sarebbe stato fatto in maniera troppo sommaria.</strong> M. G. non era un pentito qualunque: le sue dichiarazioni ai magistrati, secondo quanto si è appreso, sarebbero state fondamentali per fare luce sui rapporti tra la criminalità campana e alcuni ambienti politici, negli anni ’80 e ‘90.</p>
<p>La Procura ha aperto un fascicolo (titolare il pm Stefano d’Arma). Le indagini, tra l&#8217;altro, sono mirate ad individuare quanti hanno avuto contatti con l&#8217;uomo negli ultimi giorni.</p>
<p><strong>L’ex collaboratore di giustizia era stato un esponente di spicco del clan camorristico dei Galasso di Poggiomarino (provincia di Napoli): aveva deciso di rimanere a vivere a Viterbo, dove era stato inviato negli anni Novanta con un&#8217;altra identità, dopo il “pentimento”.</strong></p>
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		<title>Viaggio a Barra. Qui la camorra diventa Stato.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 06:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Ma voi che volete capire ancora? Qua la spiegazione è semplice: la festa dei gigli a Barra è una festa di cafoni in un quartiere dove la camorra comanda tutto ed è padrona di tutto. Pure di Cristo, dei santi e di chi si batte il petto alla ricerca del perdono. E mo statevi bene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a rel="attachment wp-att-7965" href="http://www.malitalia.it/2011/09/viaggio-a-barra-qui-la-camorra-diventa-stato/giglio-brusciano-strillo/"><img class="alignleft size-full wp-image-7965" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/giglio-brusciano-strillo.jpg" alt="" width="220" height="96" /></a></p>
<p><strong>“Ma voi che volete capire ancora? Qua la spiegazione è semplice: la festa dei gigli a Barra è una festa di cafoni in un quartiere dove la camorra comanda tutto ed è padrona di tutto</strong>. Pure di Cristo, dei santi e di chi si batte il petto alla ricerca del perdono. E mo statevi bene che non tengo tempo da perdere”. Poche parole, pronunciate con la fretta di chi non vuole farsi vedere insieme al giornalista venuto a chiedere notizie e fare domande su quella scena da Napoli irredimibile che da giorni è sotto gli occhi di tutta Italia grazie al lavoro di Claudio Pappaianni, bravo cronista de “L’Espresso”. Il Giglio, enorme, fallico, segno di devozione e potenza, issato su una folla di uomini, donne e bambini. Devoti di Sant’Anna e tifosi della “paranza” che ha costruito la macchina religiosa più bella. E poi l’automobile infiorata, bella, luccicante e sfarzosa. Simbolo di una potenza moderna sguaiata e pacchiana. <strong>E a bordo il padre del boss, a pochi passi il figlio che ha fatto il master della camorra a Poggioreale per dieci anni, e la banda che suona “Il Padrino” di Nino Rota</strong>. E applausi, urla, come allo stadio. “Si gruosso, si ‘o bene nuosto”. Sei grande. Il vecchio professore ci era stato indicato come esperto di tradizioni, usi e costumi locali, volevamo che ci facesse da guida in questa jungla di case vecchie e sgarrupate, palazzoni del dopo terremoto tutti uguali, capannoni dell’industria che fu abbandonati e arrugginiti, boutique, negozi cinesi tutto a un euro, pizza a metro e kebab. Ma non ne ha voglia. Ci saluta quando si accorge che troppi sguardi ci fissano, ma prima si raccomanda: “Non scrivete il mio nome sul giornale”.</p>
<p><strong>Barra, San Giovanni e Ponticelli: il triangolo della camorra</strong>. Qui anche le pietre sanno raccontarti dei morti uccisi nelle varie guerre tra i clan. “Un minuto di silenzio per i morti nostri”, hanno chiesto i boss al passaggio del giglio. E sono stati accontentati. Perché non si può dire di no quando a chiederti una cosa è uno dei Cuccaro. Sono loro, insieme agli Aprea che comandano a Barra, “quartiere-stato” della camorra. Controllano il mercato della droga, il racket delle estorsioni, si occupano di lavori nell’edilizia e rapine ai tir. Tutto è nelle loro mani. “Guagliò, qua le cose non stanno bene, questa è l’imbasciata, portala ai tuoi titolari. Noi torneremo a breve e il primo che abbusca (viene picchiato a sangue, ndr) sei tu”. Erano queste le parole che Raffaele Cuccaro e i suoi uomini usavano per convincere un imprenditore a pagare il pizzo, la “tassa della tranquillità”. E i loro alleati, gli Aprea, non sono certo da meno. A don Vincenzo, il boss, fratello di Giovanni, amabilmente chiamato “pont’e curtiello” (punta di coltello), bastarono poche parole per risolvere “’o problema”. Portare l’attacco finale a quelle “cape pazze” dei Guarino e degli Alberti che volevano fare “gli scissionisti”, mettersi in proprio. Cuccaro, Aprea, clan sterminati. Figli, cognati, parenti, compari e cumparielli. L’anno scorso le donne degli Aprea (Giuseppina, Lena e Patrizia, le sorelle di don Vincenzo) furono arrestate e portate a via Medina. <strong>“Erano loro a gestire l’economia del clan – scrissero gli agenti della Mobile – loro che pagavano gli stipendi degli affiliati</strong>”. Camorra potente, che ama stare in prima fila. E la festa dei Gigli è un  palcoscenico. Tradizione che non esisteva a Barra. I Gigli, si portavano solo a Nola, nell’entroterra dei “cafoni”, ma nel 1882 i “barresi” decisero che pure loro dovevano averli, più alti e più belli. La Chiesa, all’inizio, si disse contraria (il Giglio rimandava troppo a simboli fallici e pagani), poi decise di chiudere un occhio. Oggi li ha chiusi entrambi. Il Giglio è il simbolo della potenza, se conti a Barra il tuo dovrà essere il più maestoso. L’organizzazione della festa è in mano alle “paranze”. Mondiale, Insuperabile, Formidabile, Amici Miei, Ultras Barrese. Si chiamano così. I loro capi sono i “mast’e festa”, “i padrini”, “i caporali”. Ruoli e simbologie che richiamano le gerarchie del clan e che piacciono alla camorra. La festa è sfarzosa, i capiparanza arrivano a bordo di macchine fuoriserie, Bentley, Ford Mustang, un anno hanno usato anche un elicottero. E la chiesa lascia fare. <strong>“Di fronte a fatti del genere ho sempre una tentazione radicale – ci dice don Tonino Palmese, prete e anima di Libera a Napoli – un paese diventa civile quando riesce a purificare queste manifestazioni popolari. Via la camorra dalle feste religiose!</strong> Il quartiere di Barra vive nella sudditanza dei boss. Lo dicono gli arresti, la topografia con zone off-limits, lo dice la paura della gente”. Marino Niola, antropologo della contemporaneità, analizza da anni il ventre moderno di Napoli. “Si stupisce chi non conosce questi fenomeni, chi non sa che certe dinamiche religiose sono strettamente intrecciate con la cultura criminale. I camorristi sono presi da una forte ortodossia religiosa. L’architettura della festa è molto complessa, c’è di tutto, come in un condominio, il devoto sincero e il malacarne. <strong>E a Napoli, città delle compresenze, convivono realtà dominate da questi codici e pezzi di modernità. E’ la città che a maggio ha votato e ha stupito l’Italia, e che oggi sembra ricadere in questo abisso”.</strong> Le immagini della processione con i boss fanno il giro del web e il sindaco Luigi de Magistris è infuriato: “E’ un episodio vergognoso, come vergognosi sono coloro che, rivestendo ruoli istituzionali laici o religiosi, prendono parte a simili occasioni, di fatto avallando il tentativo del crimine organizzato di controllare il tessuto sociale anche per mezzo di comportamenti simbolici assolutamente inaccettabili”.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2011)</p>
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		<title>Viaggio in Abruzzo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 18:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Sequestrati  5 milioni di beni nel centro di Pescara. Caffè, ristoranti. Quelli frequentati dalla buona borghesia cittadina. Da quella che non si domanda  come e perché nascano certi locali e come sopravvivano ad una crisi che ha schiacciato la concorrenza.
Nell’isola felice chiamato Abruzzo si apre uno squarcio su riciclaggio e crimine organizzato. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/viaggio-in-abruzzo/terremoto3/" rel="attachment wp-att-7802"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/Terremoto3-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" class="alignleft size-medium wp-image-7802" /></a></p>
<p><strong>Sequestrati  5 milioni di beni nel centro di Pescara. Caffè, ristoranti. Quelli frequentati dalla buona borghesia cittadina</strong>. Da quella che non si domanda  come e perché nascano certi locali e come sopravvivano ad una crisi che ha schiacciato la concorrenza.<br />
Nell’isola felice chiamato Abruzzo si apre uno squarcio su riciclaggio e crimine organizzato. Il Procuratore generale Nicola Trifuoggi dice “l’Abruzzo non è terra di conquista” ma rimane il retrogusto che questa regione, lontana dalle grandi vie di comunicazione, quasi appartata  invece possa essere il centro di molti interessi.<br />
<strong>La storia ci racconta che proprio qui hanno soggiornato boss come Marchese, che nelle sue carceri (Sulmona e Teramo) sono passate le famiglie Riina e Provenzano e che a pochi kilometri, ad Ascoli Piceno, è passato Raffaele Cutolo.</strong> Massimo Ciancimino, figlio di Vito il sindaco del sacco di Palermo, ha investito in questa terra una parte del patrimonio del padre. E in una piccola cittadina, Francavilla a Mare, si  è “suicidato” Bruno Piccolo, testimone chiave nel processo per l’omicidio Fortugno.<br />
Un affresco che ci fa capire come  l’Abruzzo sia appetibile per il crimine organizzato. Abbia le caratteristiche di anonimato e di tranquillità che ha permesso il radicamento, per esempio, dei clan pugliesi (soprattutto nel pescarese) come dimostrato dal sequestro di questi giorni.<br />
<strong>La Direzione Nazionale Antimafia ha già aperto una finestra sulle infiltrazioni mafiose per la ricostruzione della città di L’Aquila dopo il terremoto</strong>.<br />
Ma questo territorio ha da anni  un rapporto conflittuale con il mondo dell’illegalità : discariche abusive nelle aree protette ( come nel Parco Nazionale della Majella), acque inquinate da scarichi industriali. Un numero di sportelli bancari che desta sospetti anche in virtù del numero degli abitanti ( circa 1 milione e duecentomila),sede di nascondigli per i  sequestri di persona . e in questa la sua orografia aiuta molto ( un po’ come l’Aspromonte).<br />
L’area confine con le Marche  il regno della prostituzione dove si alternano le bande albanesi, campane, russe. Insomma un  pedigree di tutto rispetto.<br />
Ma l’Abruzzo sale  agli onori della cronaca soprattutto dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Una distruzione infinita di una delle città più belle d’Italia. Palazzi, cortili, chiese devastate da un sisma “annunciato” da mesi di piccole scosse e che in una riunione del 31 marzo la Protezione Civile aveva  definito non “problematiche”. 308 morti, il centro città distrutto e chiuso a tutti. E poi la cosiddetta ricostruzione, la new town dove ogni nuovo appartamento è costato, a metro quadro, quando un appartamento in una media città italiana. Ma queste costruzioni sono, a detta del Governo, provvisorie. Intanto, per dare visibilità, si sposta il G8 dalla Maddalena alla città ferita distogliendo risorse alla ricostruzione per allestire le stanze degli ospiti, per asfaltare le strade che saranno percorse dalle macchine di rappresentanza. Una scenografia di cartone per dare l’idea di fare qualcosa per il popolo di L’Aquila, piegato da qualcosa che forse si poteva evitare. <strong>Qualcosa che ha permesso di attivare l’ennesima procedura di emergenza che tutto permette e tutto nasconde. Un’emergenza tale che nei primi giorni se volevi acquistare qualcosa per mettere a posto casa dovevi passare per la lista di fornitori predisposta dalla Protezione Civile di Bertolaso.</strong>La via spezzata, l’economia ferma e stagnante. L’allarme degli imprenditori. I Caf delle associazioni di categoria che chiudono, famiglie che hanno fatto il mutuo per comprarsi una casetta di legno.E intanto si cerca di capire come siano stati spesi gli 11 milioni di euro raccolti dalla Croce Rossa Italiana che in Abruzzo è gestita da una signora con un cognome importante, Letta, la sorella di Gianni, l’uomo di fiducia del Presidente Berlusconi.<br />
Nella ricostruzione entrano aziende che vengono dalla Sicilia o dalla Campania.Si aprono inchieste e faldoni. Il problema rimane uno. Che fine farà L’Aquila ? Ce lo chiediamo in tanti. Una risposta può essere lasciamola così come museo mondiale del terremoto. E se invece coprissimo il centro con una gettata di cemento come Gibellina? Sono proposte estreme ma certamente questo terremoto ci h anche fatto capire meglio come veniva gestito ( e come oggi in altre forme) viene gestito il “settore” emergenze in questo nostro Paese che ha trasformato l’illegalità in sistema.<br />
<strong>Il nostro viaggio continuerà per capire cosa succede ad una Regione che fino a ieri sembrava immune dal crimine e che invece si  svegliata, come Lombardia e Liguria, con le mani dei clan sul proprio corpo.</strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Tutti gli affari del Ccc, il colosso delle cooperative al centro dell’inchiesta Penati</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 07:36:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Antonella Beccaria e Nicola Lillo)
Nato nel 1912 ha portato a termine importanti lavori nel Nord Italia, come l&#8217;Alta Velocità tra Milano e Bologna e il passante di Mestre. Più volte finito al centro di bufere giudiziarie. Non per ultimo il Civis di Bologna.
Sarà interrogato a breve il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/tutti-gli-affari-del-ccc-il-colosso-delle-cooperative-al-centro-dell%e2%80%99inchiesta-penati/ccc/" rel="attachment wp-att-7731"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/ccc.jpg" alt="" title="ccc" width="258" height="195" class="alignleft size-full wp-image-7731" /></a></p>
<p>(di Antonella Beccaria e Nicola Lillo)<br />
Nato nel 1912 ha portato a termine importanti lavori nel Nord Italia, come l&#8217;Alta Velocità tra Milano e Bologna e il passante di Mestre. Più volte finito al centro di bufere giudiziarie. Non per ultimo il Civis di Bologna.<br />
Sarà interrogato a breve il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, Omer Degli Esposti. I pm Walter Mapelli e Franca Macchia lo aspettano infatti in procura a Monza dove il manager d’origine modenese deve rispondere del reato di concussione nell’inchiesta su un presunto giro di tangenti per la riqualificazione delle aree ex Flack e Marelli a Sesto San Giovanni. Nella storia del Ccc, però, non si tratta della prima indagine a cui il consorzio viene sottoposto.</p>
<p><strong>Dal Civis e dal People Mover </strong>si deve procedere a ritroso verso la Stalingrado d’Italia. Il Consorzio cooperative costruzioni è un colosso che gestisce più di un miliardo in appalti e che ha partecipazioni in molti settori. Le cooperative che aderiscono al Ccc sono 230 mentre 20 mila gli occupati nelle varie attività. Un colosso nato nel 1912 che si è aggiudicato lavori importanti, come l’alta velocità Milano-Bologna, il passante di Mestre o l’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma.</p>
<p><strong>Un ritmo di opere e appalti in cui ci sarebbero anche gli inciampi che hanno fatto drizzare negli ultimi mesi le orecchie alla magistratura</strong>. Sul fronte bolognese, c’è quello occorso al presidente del Ccc, Piero Collina, indagato la primavera scorsa nell’ambito dell’affare Civis, il tram su gomma a guida ottica da 140 milioni di euro mai realizzato e che ha chiamato in causa anche l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca (a palazzo D’Accursio dal 1999 al 2004), accusato di corruzione.</p>
<p>Il secondo inciampo, invece, è il <strong>People Mover</strong>, una navetta su monorotaia che dovrebbe coprire il percorso stazione centrale-aeroporto impiegando 7 minuti e mezzo. Per questo progetto Ccc si è aggiudicata la realizzazione e una concessione di 35 anni, entrambe in carico a una società costituita ad hoc, la Marconi Express. Ma anche in questo caso la magistratura ha voluto vederci più a fondo e indagini della Corte dei Conti e della procura stanno infatti cercando di chiarire aspetti legati alla suddivisione degli importi dell’intervento (90 milioni di euro), oltre a ritardi e a modalità di gestione della gara d’appalto.</p>
<p>E<strong> poi un mese fa, a fine luglio 2011, lo scenario di sposta a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia</strong>. Dalla procura di Monza il vicepresidente Degli Esposti è stato iscritto sul registro degli indagati perché – ipotizzano i magistrati – avrebbe fatto pagare una tangente da 2,4 milioni di euro al costruttore Giuseppe Pasini sotto forma di consulenze a due professionisti vicini alle coop rosse.  Inoltre in questi giorni sono nate altre grane per il colosso delle cooperative.</p>
<p>Secondo i magistrati lombardi, Filippo Penati, ex sindaco di Sesto e vicepresidente dimissionario del Consiglio regionale lombardo (è stato anche presidente della Provincia di Milano), avrebbe imposto sempre a Pasini, proprietario dell’area Flack dal 2000 al 2005, la partecipazione delle cooperative emiliane al grande affare immobiliare e di versare una tangente di 20 miliardi di vecchie lire. Condizioni necessarie per poi garantire l’approvazione di un progetto di riqualificazione remunerativo. Cosa che però poi non avvenne.</p>
<p><strong>Gli affari del dopo terremoto del 1980 e l’ombra della cam</strong>orra. Ma guai giudiziari per il Consorzio cooperative costruzioni erano già sorti anni addietro. Stavolta la location cambia, ci si deve trasferire al sud, in Campania. E l’affare si lega alle opere per la ricostruzione del dopo terremoto che il 23 novembre 1980 rase al suolo anche la Basilicata. I processi, finiti per lo più con assoluzioni per la mancanza di prove che dimostrassero nello specifico connivenze con la criminalità organizzata locale, avevano però ricostruito un “sistema” (come viene definito sia negli atti giudiziari che in sede di commissione anfimafia) legato a un circolo poco virtuoso del calcestruzzo.</p>
<p><strong>Secondo le ipotesi della procura di Napoli e di Nola</strong>, si sarebbe giocato su una diversa lavorazione dei derivati del cemento (da scarico libero a pompato, procedura più cara) che avrebbe fatto innalzare il costo degli interventi. E non di poco, in base ai punti da cui avevano preso le mosse i magistrati campani. Per esempio, per realizzare una variante lungo la Statale 268 del Vesuvio si era passati dagli iniziali 48 a 300 miliardi di lire mentre per la sistemazione del Canale Conte di Sarno l’oscillazione era stata da 15 a 501 miliardi.</p>
<p>I carabinieri del Ros di Napoli avevano seguito tracce informatiche e trasmissioni via fax del Consorzio cooperative costruzioni di Bologna e della Conscoop di Forlì perché – come dichiarò in sede d’udienza l’ufficiale dell’Arma Giuseppe De Donno – si voleva accertare se fatturassero “la fornitura del calcestruzzo in quantità maggiori rispetto a quelle impiegate o fatturavano una tipologia di lavoro piuttosto che un’altra” e se esistesse una documentazione contabile parallela non trasmessa alla magistratura.</p>
<p>Inoltre, come fece notare anche Luciano Violante in commissione antimafia, c’era il sospetto che tra i subappaltatori ci fossero aziende e personaggi legati alla camorra. Emerse, sia durante le indagini che nei processi, il nome della Agrobeton, riconducibile a Carmine Alfieri, e fu giudicato anomalo il modo con cui interventi come quelli sopra citati andarono alle cooperative emiliane, che avrebbero ai tempi beneficiato di un intervento diretto da parte del commissario straordinario del governo (il presidente della Regione), che godeva di poteri specifici nella gestione dei lavori pubblici.</p>
<p>Le assoluzioni: non vennero dimostrati l’associazione mafiosa e il concorso esterno. Quando le indagini si chiudono, per alcune ipotesi di reato (come la turbativa d’asta) è giunto il tempo delle prescrizioni e, per quanto rimane perseguibile, i diversi tronconi investigativi si trasformano in abbreviati e in riti normali. Gli emiliani vengono assolti per non aver commesso il fatto, sentenza che viene festeggiata da giornali come “Cooperazione italiana” nei termini di una vittoria. In sede di giudizio, infatti, non verranno dimostrati l’associazione di stampo mafioso e nemmeno il concorso esterno degli imprenditori o dei dirigenti inquisiti.</p>
<p>Filippo Beatrice, sostituto procuratore della Dda di Napoli, commenterà: <strong>“Le indagini hanno preso le mosse dalle dichiarazioni collaborative dei capi della camorra della provincia, in particolare di Carmine Alfieri, [...] arrestato nel settembre del 1992, e di Pasquale Galasso, suo luogotenente ma anche vero e proprio capo riconosciuto [...].</strong> Erano state comunque individuate alcune irregolarità perché le procedure relative agli appalti non erano state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ma soltanto in quella della Comunità europea […]. L’attività investigativa da noi svolta si è [tuttavia] incentrata più sull’aspetto camorristico che non su quello amministrativo”. Dunque niente associazione e concorso esterno, esclusi con una prima sentenza del 21 marzo 2002, confermata in secondo grado il 28 giugno 2004 e poi diventata definitiva.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it el 31 agosto 2011)</p>
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		<title>Castel Volturno: il litorale della tratta</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 18:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(Di Chiara Caprio)
Mentre potere dei Casalesi è indebolito dagli arresti e dalla caccia all’uomo contro i latitanti, una nuova mafia dall’Africa Occidentale ha preso il controllo del Casertano, la criminalità organizzata nigeriana. 
È lungo il litorale domitio, tra l’assembramento di case che compone i “ghetti” di Pescopagano e Destra Volturno, un tempo residenza estiva per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/08/castel-volturno-il-litorale-della-tratta/nigerian_connection_italy_12/" rel="attachment wp-att-7752"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/Nigerian_Connection_Italy_12.tif" alt="" title="Nigerian_Connection_Italy_12" class="alignleft size-full wp-image-7752" /></a></p>
<p>(Di Chiara Caprio)</p>
<p><strong>Mentre potere dei Casalesi è indebolito dagli arresti e dalla caccia all’uomo contro i latitanti,</strong> una nuova mafia dall’Africa Occidentale ha preso il controllo del Casertano, la criminalità organizzata nigeriana. </p>
<p><strong>È lungo il litorale domitio</strong>, tra l’assembramento di case che compone i “ghetti” di Pescopagano e Destra Volturno, un tempo residenza estiva per i turisti napoletani, circondato da fiori e adagiato in riva al mare, che una nuova organizzazione criminale ha trovato terreno fertile per il proprio business. Qui, la criminalità nigeriana, ormai emancipata dal controllo dei Casalesi, ha importato la propria malfamata esperienza nel traffico di uomini, donne e droga. </p>
<p><strong>La prostituzione è l’espressione più evidente del malessere di parte della comunità migrante,</strong> ma anche di una nuova geografia criminale che si sviluppa lungo la Domitiana e le sue arterie. «La Domitiana attraversa Castel Volturno per 28 chilometri» spiega Stefano Ricciardiello, ispettore della sezione investigativa del commissariato locale, una piccola sede un po’ scalcagnata e sommersa di fascicoli vecchi e nuovi, aperti per omicidi efferati, rimpatri e per qualche italiano in domicilio forzato. «Vi sono diverse aree in prevalenza abitate da migranti: Pescopagano, Destra Volturno e Parco Lagani». Sorride con amarezza, Ricciardiello: «Ma questa geografia non dice tutto della geografia criminale. Le attività delle nuove mafie africane hanno invaso l’intero territorio di Castel Volturno, non solo alcuni quartieri». È per queste strade, lungo le arterie di campagna che connettono il litorale con l’interno, che, una dopo l’altra, si avvicendano ragazzine minorenni e donne in attesa di clienti. </p>
<p><strong>Secondo quanto riporta UNICRI</strong>, centro di ricerca delle Nazioni Unite, l’Italia è al momento la principale destinazione di oltre 10,000 prostitute nigeriane, trafficate da Benin City fino alle grandi città e agli hub criminali, come il litorale domitio. «Ci sono tantissime ragazze nigeriane che lavorano a Castel Volturno» afferma Stefano. «Molte lavorano fuori del comune di Castel Volturno, perché non c’è spazio per tutte». </p>
<p>L’UNDOC, agenzia ONU per la lotta al crimine organizzato ha rilasciato numeri scioccanti: oltre 6,000 donne nigeriane vengono trafficate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. </p>
<p>Ma se sui numeri c’è incertezza, in Italia e a Castel Volturno c’è chi, dall’interno, cerca di tenere il polso della situazione. </p>
<p><strong>Isoke Aikpitanyi, ex vittima di tratta oggi principale punto di riferimento per le donne nigeriane in Italia, conosce bene la realtà del casertano. Ci accompagna per queste strade e ci parla dell’importanza economica di questo traffico</strong>. Passeggia per il centro, «di giorno non ho problemi, ma di notte non posso mai stare sola, soprattutto in viaggio». </p>
<p>Secondo i dati dell’associazione ex vittime, «in Italia ci sarebbero al momento circa 10,000 madam, in controllo di due/tre ragazze a testa» spiega Isoke sotto il sole cocente del litorale. </p>
<p><strong>Le madam sono la chiave</strong>. E sono lo snodo principale per lo sfruttamento. Sono loro a costringere le ragazze a lavorare in strada o in appartamento, sono loro a chiedere i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, a dover provvedere alla casa e a risolvere eventuali controversie. Questo nome, che richiama quello della mamma, «si associa a quello dei trafficanti presenti in Nigeria e in ogni paese di transito, chiamati “brothers”, mentre la ragazza trafficata è spesso chiamata “baby”» afferma Isoke. </p>
<p><strong>Ma il trend più sinistro di questo traffico in crescita spesso associato a quello di droga</strong>, sono gli usi distorti delle tradizioni religiose. «Il Juju, il rito voodoo, non è di per sé una pratica malvagia. Serviva a portare giustizia, ma loro hanno rovinato tutto» dice Isoke con rabbia. «A loro non interessa come fanno i soldi, l’importante è farli, e questo ha creato una comunità nigeriana spersa, scioccata, senza equilibrio e riferimenti. Qui il Juju è usato per schiavizzarti». Come se non bastasse, per queste religiosissime ragazze di Benin City, luogo di provenienza e principale hub per lo smistamento del traffico di donne nigeriane in madrepatria, nemmeno Dio può fare qualcosa. «Le ragazze si confidano con i pastor delle chiese pentecostali, ma questi sono conniventi con i gruppi criminali. Spesso sono il braccio destro della madam,» afferma Isoke. E in un luogo come Castel Volturno, dove nuove chiese pentecostali dall’Africa Occidentale nascono ogni giorno, c’è di che preoccuparsi. </p>
<p><strong>In Nigeria, i pastor delle chiese pentecostali hanno sostituito i preti tradizionali per amministrare questi riti, fatti di sangue, peli pubici e maledizioni sulle ragazze e le loro famiglie</strong>. Si è trattato semplicemente di esportare qui &#8211; «dove ci sono i preti più potenti in assoluto» afferma un ghanese che preferisce rimanere anonimo – quello che già si era creato in madrepatria. Già nel 2004 i Carabinieri di Mondragone trovarono tracce di riti voodoo in un appartamento di Castel Volturno. Ma oggi non si tratta più solo dei rimedi tradizionali. «Come accade anche nelle chiese italiane, ci sono molti pastor che non fanno certo gli interessi spirituali dei credenti. Fanno altro,» spiega Ricciardiello «e come abbiamo provato da alcune inchieste, le chiese sono i luoghi privilegiati d’incontro e quindi anche luogo dove discutere e gestire anche le attività illegali». </p>
<p>Un incrocio di sacro e criminale, che soffoca le ragazze vittime di tratta in un circolo perverso di paura. Giulia (nome di fantasia per motivi di sicurezza, ndr) lavora ancora sulle strade di Castel Volturno ed è costretta a ripagare il debito di circa 40,000 euro. «E devi farlo, perché se non lo fai possono creare dei pupazzi che ti fanno impazzire» spiega durante il nostro incontro nel cuore della notte. Sospira a lungo, Giulia, prima di continuare a parlare. «Non sono felice. Non sono felice di me stessa, del mio corpo e di questo lavoro. Ma ho un progetto, ho promesso di pagare. Devo farlo. Ma fermiamoci qui» dice con occhi sgranati e fermando le parole anche con i pugni stretti. «Non posso parlare. Non posso. È troppo pericoloso parlare di questo, anche per la mia famiglia. Ma lasciami dire una cosa: sto portando una croce per loro, proprio come fece Gesù Cristo». </p>
<p><strong>E in questo territorio che è il fortino del potere casalese, la nuova onda del crimine africano ha investito, oltre che l’antimafia di Napoli, anche la squadra speciale anticamorra</strong>. «I criminali nigeriani», interviene Giovanni Conzo, procuratore antimafia della Dda di Napoli, uno dei magistrati che meglio conosce la frontiera domiziana, «stringono accordicon tutti, dai colombiani ai cinesi, ma in Italia trovano terreno fertile anche per altri motivi: l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani». Il risultato? «L’organizzazione sul territorio è sempre più potente. Andrebbe fermata prima che ne assuma il controllo totale». Alessandro Tocco, vice questore di Caserta e dirigente della sezione speciale anti-Camorra di Casal di Principe rincara la dose: «Il crimine nigeriano è in crescita e questa cosa ci preoccupa: dopo la strage compiuta da Giuseppe Setola, tutto tace. Ci sono state trattative. Ora probabilmente c’è una pace tra italiani e mafia africana. Ma quando questa pace salterà, avremo una nuova guerra di mafia per le strade di Castel Volturno». </p>
<p>Per approfondire: vedi il promo del documentario in onda mercoledì 10 agosto su Al Jazeera English<br />
http://www.youtube.com/watch?v=oIFQWrB5Nj0&#038;feature=youtu.be </p>
<p>(Chiara Caprio, giornalista del settimanale Vita, vive a Londra dove collabora con il programma investigativo People &#038; Power di Al Jazeera English. Ha curato come researcher e field producer la serie in due puntate “The Nigerian Connection”. )</p>
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		<title>Campania, quando la camorra aiuta la tv amica e minaccia l’informazione libera</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 12:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[intimidazioni]]></category>

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(di Vincenzo Iurillo)
A Pagani, nel salernitano, anche i media erano sottoposti al potere dell&#8217;ex sindaco Alberico Gambino arrestato lo scorso 16 luglio scorso. Nell&#8217;ordinanza emerge come Telenuova, la tv &#8216;vicina&#8217; abbia goduto di appalti, erogazioni economiche, protezioni mentre Quarto Canale, che invece denunciava il malaffare, sia stata esclusa dal circuito delle commesse pubbliche e minacciata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/campania-quando-la-camorra-aiuta-la-tv-amica-e-minaccia-l%e2%80%99informazione-libera/mattino-sabato/" rel="attachment wp-att-7620"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/mattino-sabato.jpg" alt="" title="mattino-sabato" width="295" height="152" class="alignleft size-full wp-image-7620" /></a></p>
<p>(di Vincenzo Iurillo)<br />
<strong>A Pagani, nel salernitano, anche i media erano sottoposti al potere dell&#8217;ex sindaco Alberico Gambino arrestato lo scorso 16 luglio scorso</strong>. Nell&#8217;ordinanza emerge come Telenuova, la tv &#8216;vicina&#8217; abbia goduto di appalti, erogazioni economiche, protezioni mentre Quarto Canale, che invece denunciava il malaffare, sia stata esclusa dal circuito delle commesse pubbliche e minacciata con metodi camorristici </p>
<p><strong>A Pagani, in provincia di Salerno, la libertà di stampa è stata per anni stritolata e messa a rischio dagli interessi e dalle pressioni del cartello criminale capeggiato dal consigliere regionale Pdl, nonché ex sindaco del Comune salernitano, Alberico Gambino,</strong> che godeva del sostegno incondizionato del clan Fezza-D’Auria Petrosino. A Pagani, Telenuova, la tv ‘vicina’ a Gambino – arrestato il 16 luglio scorso con le accuse di concussione, associazione a delinquere finalizzata allo scambio elettorale politico mafioso – e ai suoi fedelissimi ha goduto di appalti, erogazioni economiche, protezioni. Mentre Quarto Canale, la tv che invece denunciava il malaffare, è stata esclusa dal circuito delle commesse pubbliche e minacciata con metodi camorristici. Con tanti saluti al ruolo di controllo e di cane da guarda del potere che l’informazione dovrebbe esercitare, anche all’interno di una piccola comunità locale. Il fattoquotidiano.it lo aveva già raccontato all’indomani dell’arresto di Gambino (Leggi), ma ora è tutto nero su bianco in alcuni dei passaggi più duri delle 160 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa pochi giorni fa verso altri sei presunti complici del cartello guidato dall’ex sindaco forzista più votato d’Italia (76% al primo turno nelle elezioni del 2007), poi eletto in Regione Campania nella primavera del 2010 con ben 27mila preferenze.</p>
<p><strong>Il Gip di Salerno Gaetano Sgroia lo scrive chiaramente a pagina 145: “Il cartello criminale… ha limitato pesantemente la libertà di informazione, attraverso minacce e ritorsioni in danno dell’emittente “Caserta Tv-Quarto Canale” </strong>(il cui direttore Tiziana Zurro ricevette una busta con un proiettile dopo aver ospitato in trasmissione esponenti dell’opposizione, ndr) e attraverso finanziamenti ed agevolazioni in favore dell’emittente televisiva “Telenuova” vicina al Gambino”. Finanziamenti di 25.000 euro annui per trasmissioni tipo “filo diretto col sindaco” o altre migliaia di euro per la diretta televisiva dell’evento della Madonna delle Galline. Un dipendente del Comune di Pagani, Gennaro Ferrante, escusso il 19 luglio, quando Gambino è già in carcere a Fuorni da 4 giorni, afferma: “Non era corretto e non era legale dare tutti quei soldi. Per logica e prassi commerciale, era Telenuova che doveva pagare per l’esclusiva che le veniva concessa. Ma per quieto vivere rinunciai a denunciare ben comprendendo che Telenuova era la favorita del Gambino e che tale era il suo insindacabile indirizzo politico”.</p>
<p><strong>L’addetta stampa di Gambino è anche redattrice di Telenuova</strong>. Telenuova “vicina” a Gambino è forse un termine riduttivo. Nelle carte si legge che l’addetta stampa di Gambino è anche redattrice di Telenuova. Quando sulla stampa locale escono le prime indiscrezioni sull’inchiesta in corso, l’addetta stampa-redattrice di Telenuova cerca di saperne di più e fa una serie di telefonate, intercettate e agli atti. “Ma il suo interesse non è esclusivamente giornalistico” sostiene il Gip, che ipotizza che stia cercando di ‘proteggere’ Gambino. Altre conversazioni tra gli uomini più vicini al politico azzurro fanno chiaramente intendere che Telenuova è tv amica e controllata.</p>
<p><strong>Illuminante è la vicenda di una commessa di spot pubblicitari per l’evento “Pizza Festival” del 2009, prima assegnata a Quarto Canale e poi revocata</strong>, a gara conclusa e a fax di incarico già inviati, su ordine personale di Gambino, che peraltro in quel momento non era nemmeno sindaco in carica, ma sospeso per le conseguenze di una condanna non definitiva per peculato. Nel corso delle perquisizioni, i carabinieri della Tenenza di Pagani hanno rinvenuto a casa di un avvocato penalista, consigliere comunale del Pd, un cd con le registrazioni di alcune telefonate tra Vincenzo Belfiore, il proprietario di Quarto Canale, e il sindaco facente funzioni di Pagani, Bottone, relative proprio alla disdetta di quell’incarico. Il Pizza Festival venne poi trasmesso da Telenuova.</p>
<p><strong>“L’ordine di penalizzarci proveniva dal Gambino</strong>”. Il 19 luglio scorso viene quindi chiamato a deporre Vincenzo Belfiore, il proprietario di Quarto Canale. Belfiore spiega l’astio di Gambino “con la poca disponibilità nel coprire le sue illegalità” e racconta che l’ex sindaco arrivò “a inviare una serie di fax coi quali comunicava alla nostra tv che aveva proibito ai suoi uomini di avere rapporti con noi”. Conclusioni: “La nostra volontà a non piegarci a ogni desiderio del Gambino di fatto faceva sì che egli, trovando terreno fertile in Telenuova, iniziasse ad eliminare la nostra televisione da ogni possibile beneficio, finanziamento e commissione, adottando invece nei confronti di Telenuova un comportamento totalmente diverso: questa tv diventava la sua voce e otteneva copiosi finanziamenti, che le consentivano di prosperare senza minacce o ritorsioni di sorta”.</p>
<p><strong>“Sono scossa e intimorita dal Gambino e dai D’Auria Petrosino</strong>”. Eppure nell’estate 2009 Quarto Canale riuscì a ottenere l’incarico di mandare in onda gli spot del Pizza Festival. “Ma la dirigente responsabile del servizio finanziario del Comune, dottoressa Ferraioli, prima ci telefonò poi ci inviò un fax di revoca”. A quel punto un dipendente di Quarto Canale chiama la Ferraioli e registra la conversazione: “La Ferraioli, visibilmente impaurita, riferì che l’ordine di penalizzarci proveniva dal Gambino e quindi tutti gli spot furono svolti da Telenuova”. La Ferraioli conferma tutto: “Chiesi alcuni preventivi, quello di Quarto Canale era più vantaggioso: 500 euro contro gli oltre 2000 euro chiesti da Telenuova. Affidai il lavoro a Quarto Canale, scrissi anche una nota regolarmente recapitata all’emittente, poi andai a Casalvelino per un week end. Ma mi chiamò l’assessore Cascone che mi disse che il sindaco Gambino (ma era sospeso dall’incarico, ndr) aveva disposto di affidare il lavoro a Telenuova…. Ricevetti altre telefonate da Cascone e da Gambino… e fui costretta a revocare”. Il perché è spiegato nelle parole con le quali inizia il verbale: “Sono scossa e intimorita dal Gambino e dai D’Auria Petrosino, e pertanto ho agito sempre e solo in virtù della paura che per la mia incolumità e per quella della mia famiglia”.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 30 luglio 2011)</p>
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		<title>La moglie del “Ninno” Iovine torna in libertà</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 20:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ninno Iovine]]></category>

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(di Alessandro Chetta)
Decorsi i termini della custodia cautelare, la donna del boss dei boss torna in libertà. Parliamo di Enrichetta Avallone, 42 anni, moglie del capoclan dei Casalesi Antonio Iovine, ‘o ninno, catturato con gran clamore a Casal di Principe nel novembre scorso dopo una lunghissima latitanza. A deciderlo è stato il tribunale del Riesame. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/la-moglie-del-%e2%80%9cninno%e2%80%9d-iovine-torna-in-liberta/enrichetta-avallone/" rel="attachment wp-att-7554"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/enrichetta-avallone-235x300.jpg" alt="" title="enrichetta avallone" width="235" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-7554" /></a></p>
<p>(di Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Decorsi i termini della custodia cautelare, la donna del boss dei boss torna in libertà.</strong> Parliamo di Enrichetta Avallone, 42 anni, moglie del capoclan dei Casalesi Antonio Iovine, ‘o ninno, catturato con gran clamore a Casal di Principe nel novembre scorso dopo una lunghissima latitanza. A deciderlo è stato il tribunale del Riesame. Secondo quanto riferisce il quotidiano il Mattino, Enrichetta era finita dentro con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso (per la quale ora è sotto processo). Il problema era capire come rubricare il reato a suo carico: tentata estorsione o estorsione consumata. Da qui il braccio di ferro tra pm e legali della Avallone. Il pm Alessandro Milita è convinto si tratti di “estorsione consumata”, in virtù della quale i termini di decorrenza sono più lunghi (3 anni). I legali della moglie di Iovine insistono per l’ipotesi di “semplice” tentativo, con decorrenza minore (2 anni).<br />
<strong>Risultato? Il tribunale aveva dato ragione al pm negando la scarcerazione, ma il Riesame si è poi pronunciato a favore della tesi degli avvocati</strong>. Enrichetta è così uscita di prigione (era rinchiusa a Latina) per fare ritorno a San Cipriano d’Aversa, nel Casertano. Ora è una donna libera ma resta in attesa che il giudice decida sulla richiesta di obbligo di dimora presentata ieri mattina dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli. </p>
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		<title>Le mani sulla Capitale</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 10:05:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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Sabato 2 luglio mi sono ritrovata con Antonio Turri, di Libera Lazio, con l’Assessore Provinciale Serena Visentin e con Valentina Coppola, di Codici, e  Andrea Di Palma, di Adiconsum a parlare di crimine organizzato e Roma.  E questa mattina  ecco la notizia di un sequestro di beni  per il valore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/07/le-mani-sulla-capitale/largo-chigi/" rel="attachment wp-att-7428"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/largo-chigi.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-7428" /></a></p>
<p>Sabato 2 luglio mi sono ritrovata con Antonio Turri, di Libera Lazio, con l’Assessore Provinciale Serena Visentin e con Valentina Coppola, di Codici, e  Andrea Di Palma, di Adiconsum a parlare di crimine organizzato e Roma.  <strong>E questa mattina  ecco la notizia di un sequestro di beni  per il valore di 20 milioni di euro</strong>. L’operazione è stata effettuata dalla DIA e tra le attività nel mirino si evidenzia  l&#8217;Antico Caffè Chigi, nell&#8217;omonima piazza romana, luogo di ritrovo di parlamentari, poliziotti . E poi  l&#8217;Adonis, holding del gruppo con sedi nei quartieri Parioli e Coppedè. Inoltre sono stati sequestrati 90 rapporti bancari, una villa con 29 stanze e un mega yacht. Il dispositivo è stato disposto dal Tribunale di Roma su richiesta della Procura antimafia della Capitale. </p>
<p><strong>A gestire questo grande patrimonio sarebbe la famiglia Gallico di Palmi </strong>(Reggio Calabria). I sigilli di questa mattina riportano alla memoria quelli del 2009 per il Caffè de Paris a Via Veneto, che era nella disponibilità degli famiglia Alvaro .</p>
<p>Come ha ricordato Antonio Turri ( e come scritto anche nel “Dossier Lazio” di Libera) <strong>“Roma e tutto il basso Lazio negli ultimi anni hanno visto consolidarsi la presenza delle organizzazioni criminali</strong>. Cosa nostra, &#8216;ndrangheta e camorra hanno di fatto penetrato il tessuto economico della regione. Lo dimostra il caso del Comune di Nettuno, in provincia di Roma, sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2007, e il mancato scioglimento del Comune di Fondi, Latina, per mafia. Proprio Fondi, lo scorso anno, è stata teatro di una vasta operazione, coordinata dalla Dda di Napoli sulla presenza, stabile, delle tre mafie italiane nel Mercato ortofrutticolo. A Roma, invece, la presenza delle cosche è concentrata nel settore della ristorazione e in quello commerciale in generale. “<br />
La  Dia scrive che le &#8216;ndrine hanno interessi: “Verso i contesti economici ed imprenditoriali della Capitale e del Sud Pontino, attraverso l&#8217;acquisizione di imprese commerciali talvolta sfociate in gestioni quasi monopolistiche di taluni settori.Gli interessi economici delle cosche si sono via via evoluti nella Capitale concentrandosi nel multiforme e diffuso settore commerciale della ristorazione”. E continua “Gli investimenti  hanno consentito ai citati sodalizi di acquisire gli esercizi commerciali dissimulando l&#8217;origine dei capitali tramite sofisticate formule di pagamento diluite nel tempo e con alcune innovative tecniche finanziarie”. Una mafia imprenditrice, lontana dalla vecchia immagine (estortiva, del pizzo diretto), capace di vestire i panni della finanza e della economia. Con professionisti  altamente qualificati che seguono le varie operazioni. <strong>Avvocati e bancari a disposizione. Una mafia che si muove con disinvoltura nella Capitale anche a pochi passi dai palazzi della politica</strong>.  Ma questa mattina la Capitale è stata segnata anche da un omicidio in pieno giorno e in un quartiere centrale . Segno che la crisi, la restrizione dei mercati , la gestione del mercato della cocaina portino ad una tensione sempre più alta facendo esplodere una vera e propria guerra per il predominio sulla città. </p>
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		<title>Estorsioni e camorra</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/06/estorsioni-e-camorra/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 07:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<category><![CDATA[estorsioni]]></category>
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Avevano costituito anche una società di recupero crediti che, tutto faceva, meno mandare avvisi per raccomandata: nella migliore delle ipotesi erano aggressioni fisiche
Avevano una società di “recupero crediti”, controllata da un’altra società di San Marino, dietro la quale, però, si celavano condotte ricattatorie. Ricatti che non si limitavano a pretese di denaro o minacce verbali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7346" href="http://www.malitalia.it/2011/06/estorsioni-e-camorra/operazione-gico/"><img class="alignnone size-full wp-image-7346" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/operazione-gico.jpg" alt="" width="186" height="139" /></a></p>
<p>Avevano costituito anche una società di recupero crediti che, tutto faceva, meno mandare avvisi per raccomandata: nella migliore delle ipotesi erano aggressioni fisiche</p>
<p>Avevano una <strong>società di “recupero crediti</strong>”, controllata da un’altra società di <strong>San Marino</strong>, dietro la quale, però, si celavano condotte ricattatorie. Ricatti che non si limitavano a pretese di denaro o minacce verbali, ma arrivavano anche all’<strong>aggressione fisica</strong>.</p>
<p>Sono stati arrestati questa mattina i nove componenti del gruppo criminale. Il <strong>Gico, i</strong>l gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata della guardia di finanza, ha emesso infatti nove ordinanze di custodia cautelare in carcere per<strong> estorsione, con l’aggravante mafioso</strong>; tre delle quali a soggetti già detenuti. I nove erano dediti ad attività estorsive nella zona romagnola e in provincia di Pesaro-Urbino. Sono per lo più <strong>persone di origine campana</strong>.</p>
<p>Il Nucleo di Polizia Tributaria della guardia di finanza di Bologna, insieme alla questura della provincia di Pesaro e Urbino, ha eseguito le catture a Petriano (PU), Castelfranco Emilia (Modena), Brusciano (Napoli), Rimini e San Leo (Rimini).</p>
<p>Al vertice del gruppo c’era<strong> Francesco Vallefuoco</strong>, già in carcere per reati simili. Così come altri due dei nove soggetti arrestati: <strong>Salvatore Leonetti</strong> e <strong>Pasquale Perrone</strong>, che erano in contatto con Vallefuoco. Quest’ultimo era già detenuto grazie all’<strong>operazione dello scorso 22 febbraio a Modena</strong>, quando furono arrestate cinque persone, indagate per tentata estorsione e lesioni, con l’aggravante mafiosa. Gli indagati, in quell’indagine, avevano ricorso alla forza intimidatrice che derivava dalla loro appartenenza o vicinanza al <strong>Clan dei casalesi</strong>.</p>
<p>Sarebbero comunque Perrone e Leonetti i punti di contatto tra le indagini condotte dal Gico a Bologna e quelle della questura di Pesaro e Urbino. Ed erano loro inoltre a fare la “<strong>manovalanza</strong>”, a chiedere insistentemente il denaro e a compiere aggressioni fisiche.</p>
<p>L’attività del gruppo di Vallefuoco era comunque connessa al <strong>compimento di condotte di natura ricattatoria.</strong></p>
<p>Un episodio in particolare ha interessato un<strong> imprenditore di Urbino</strong>, che veniva ripetutamente intimidito al fine di versare una cifra superiore ai <strong>70 mila euro</strong>. L’imprenditore era debitore di quella cifra a C.M., rappresentante pubblicitario dell’arredamento (anch’egli arrestato), il quale senza attendere l’iter fallimentare per ottenere il credito, aveva preferito rivolgersi all’agenzia di recupero crediti; agenzia controllata da una società di <strong>San Marino</strong>, dietro la quale si celavano pestaggi e la cui compagine societaria è cambiata più volte.</p>
<p>La società, infatti, non si è limitata solamente a pretese di denaro e minacce verbali, estese anche ai collaboratori, ma è arrivata addirittura all’<strong>aggressione fisica della vittima</strong>. Inoltre la <strong>richiesta di denaro</strong> non si fermava al debito di 70 mila euro, ma era <strong>comprensiva di una provvigione</strong> per il “servizio” del gruppo criminale.</p>
<p>L’indagine è durata qualche mese ed è il frutto della collaborazione della polizia e della guardia di finanza, coordinati dal Procuratore della Repubblica, direzione distrettuale antimafia, <strong>Roberto Alfonso</strong>, e dal sostituto<strong> Enrico Cieri</strong>.</p>
<ul>
<li> </li>
</ul>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 28 giugno 2011)</p>
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		<title>Lorenzo Diana e la Rete della Legalità</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 07:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[crimine organizzato]]></category>
		<category><![CDATA[Mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Nord]]></category>

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Lorenzo Diana, 60 anni, gran parti di questa spesi per la sua terra, la Campania o meglio il casertano. Dal 1994 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi. Membro della Commissione Antimafia. Uomo del PCI prima, poi del PD e oggi con l’IDV. Un uomo che ha dedicata la sua vita, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/06/lorenzo-diana-e-la-rete-della-legalita/lorenzo-diana/" rel="attachment wp-att-7315"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/lorenzo-diana.jpg" alt="" width="275" height="184" class="alignleft size-full wp-image-7315" /></a></p>
<p><strong>Lorenzo Diana, 60 anni, gran parti di questa spesi per la sua terra, la Campania o meglio il casertano. </strong>Dal 1994 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi. Membro della Commissione Antimafia. Uomo del PCI prima, poi del PD e oggi con l’IDV. Un uomo che ha dedicata la sua vita, e quella della sua famiglia, alla lotta al crimine organizzato. Ai suoi affari, ai suoi mille volti, ai suoi incroci con l’economia e la politica.<br />
Un uomo perbene, di quelli che ti sembrano usciti da un racconto di Eduardo De Filippo. Viso scavato, occhi sempre vigili, i capelli sempre in ordine. Il segno di una dignità mai barattata con il potere.<br />
Ogni volta incontrarlo e parlargli è un piacere . Un piacere ascoltare la sua passione e quella voglia di battersi che nulla è riuscito a sconfiggere neanche le minacce dei casalesi.<br />
Oggi è il coordinatore della rete della legalità. Un patto nazionale antiracket per incentivare gli imprenditori alla denuncia e che pone al centro le tematiche sulla legalità.</p>
<p><strong>Lorenzo Diana la Rete della legalità e il suo successo, perché?</strong><br />
Perché c’è in atto un mutamento, un cambiamento  anche alla luce dei movimenti esplosi con i referendum. C’è una maggiore disponibilità nella società e nei territori a darsi dei riferimenti organici per dire di no alle imposizioni, alle violenze estorsive e criminali.. I primi successi sono figli di una maggiore richiesta di libertà . Senza questo non saremmo cresciuti così tanto in pochi mesi. La richiesta di libertà riduce la paura e spinge a muoversi, a organizzarsi. E’ entusiasmante toccare con mano questo nuovo sentimento tra i giovani e in una parte crescente del mondo economico.</p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/06/lorenzo-diana-e-la-rete-della-legalita/retedellalegalita/" rel="attachment wp-att-7316"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/retedellalegalita.jpg" alt="" width="276" height="183" class="alignleft size-full wp-image-7316" /></a></p>
<p><strong>La crisi economica quanto incide in questo mutamento?</strong><br />
La domanda di adesioni alla Rete della legalità ma anche la maggiore domanda di libertà sono cresciute anche in funzione della crisi economica. Si sono ridotte gli spazi di tolleranza per i costi aggiuntivi e predatori delle mafie. Se nei tempi delle “vacche grasse” non pesavo molto sopportare il costo del “pizzo” sia diretto che indiretto ( sub appalti, movimento terra, servizi…). Oggi, sotto l’effetto delle ristrettezze economiche il “dazio” criminale è troppo pesante e influisce sull’andamento dell’impresa. Il 2008 segna una svolta epocale nell’economia, nella società e nei comportamenti sociali. Vengono meno le garanzie .</p>
<p><strong>Crisi, banche sistema finanziario. Cosa non ha funzionato?</strong><br />
C’è uno tsunami che sta mutando le caratteristiche del sistema bancario. Questo, in parte, può far crescere il rischio della penetrazione economica delle mafie. La maggiore banca italiana (MAFIA SPA) dispone di un “cash” per acquisizione di esercizi, aziende, attività ( sempre più in crisi). Le banche d’altra parte per non fallire si sono arroccate ed è difficile oggi per un piccolo imprenditore accedere al credito e spesso il circolo vizioso che si crea  rischia di “spingere” chi ha bisogno verso chi lo può aiutare e spesso non sono le istituzioni finanziarie legali. Tutto questo in un modello di crescita che si è fermato. Oggi è sempre più chiaro che il modello “crescita e consumi” degli anni 80 è finito. I nuovi assetti sociali, la forte precarizzazione ( anche over 40) sono la spina nel fianco di questo nostro mondo, l’ossessione dei genitori ma anche degli imprenditori.</p>
<p><strong>Mafia spa, un dominio incontrastato?</strong><br />
Il sistema criminale oggi h un peso economico di circa 140/150 miliardi di euro (il 7% del PIL) e spesso ancora si ha ancora la convinzione che le mafie siano figlie del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud Italia. Tutto ciò è stato smentito clamorosamente da operazioni come “Crimine” ( 300 arresti a tra Milano e Reggio Calabria luglio 2010 ndr). Liberare il Paese dalle mafie vuol dire anche modernizzarlo. Ma dobbiamo chiarire bene  il capitale mafioso crea un convenienze in tanti pezzi della società ed è pervasivo. Ma sarebbe troppo facile  dire che questo è solo frutto di individui al confino in un’area o in un’altra. Non c’è un Nord culturalmente sano e un Sud mafioso. Magistrati hanno per esempio evidenziato una mancanza di collaborazione molto più forte al Nord che la Sud. Non esiste un DNA nordista che garantisce dalla pervasività delle mafie se ci fosse stato perché non è stato sufficiente ad arginare la presenza mafiosa nei territori del Nord?</p>
<p><strong>Torniamo alla Rete della Legalità. Cosa vi prefiggete?</strong><br />
La rete vuole rispondere alla richiesta di sicurezza e libertà di tanti imprenditori stretti nella morsa della crisi e dare sostegno alle vittime dell’usura e del racket. Soprattutto vogliamo dimostrare che si può e conviene denunciare. Oggi su un milione di imprenditori toccati dal fenomeno del pizzo ( diretto e indiretto) le denunce sono solo 1500. Questo significa che l’antiracket è stato marginale e non appariva conveniente. La molla è questa dobbiamo lottare perché sia conveniente denunziare il racket, l’usura. Non possiamo chiuderci dentro una riserva indiana e dobbiamo capire che l “vittima” non è inconsapevole ma nel calcolo imprenditoriale si rende conto che è meno conveniente denunciare e il clan può garantire molti più servizi dello Stato. Ecco la Rete della legalità si prefigge di far uscire dalla riserva indiana chi denuncia. Dobbiamo far si che le tante storie di sopruso, prevaricazione escano allo scoperto: non ci deve essere più una sola voce a parlare ma tante insieme.La Rete, e quindi l’unione, farà la forza di questo movimento che ha già raccolto intorno a sé oltre 60 associazioni che si battono contro l’usura e il racket.</p>
<p><strong>Ultima domanda :quanto conta l’informazione?</strong><br />
L’informazione è sostanziale, determinante. Ma anche qui dobbiamo cambiare il passo. Per questo è importante valorizzare il lavoro di centinaia di cronisti, spesso giovani precari e di piccole testate locali, che ogni giorno denunciano quanto accade nel territorio. Conoscono i carnefici e le vittime. Pagano, perdendo il lavoro e la tranquillità se toccano qualche centro di potere. E nessuno li difende, nessuno li invita in televisione. Con l’avanzata di Roberto Saviano, cui voglio un gran bene e che stimo tantissimo, bisognerà puntare ad avere sui media altre decine, per non dire centinaia, di articoli in più dei tanti piccoli Saviano sparsi in tutta Italia, che farebbero crescere l’intero Paese in termini di informazione e di cultura della legalità. Cito Jean Francois Gayraud, consigliere del Presidente Nicolas Sarkozy, che  dice che vinceremo la lotta alla criminalità organizzata quando saremo tutti più correttamente informati. </p>
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