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	<title>Malitalia &#187; Calabria</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Quei berluscones “ripuliti” che fanno i masanielli</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 08:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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Non solo politici alla Castelli che di fronte all’esasperazione del cassintegrato sardo scappano (è accaduto nell’ultima puntata di Servizio Pubblico), ma anche politici che in questi giorni ballano sulla punta dei forconi. Movimento dove c’è di tutto: disagio vero, lotta feroce per difendere antichi e non più proponibili privilegi, corporativismi, disperazione, abbandono del Sud dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/quei-berluscones-%e2%80%9cripuliti%e2%80%9d-che-fanno-i-masanielli/forconi/" rel="attachment wp-att-9230"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/forconi.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-9230" /></a></p>
<p><strong>Non solo politici alla Castelli </strong>che di fronte all’esasperazione del cassintegrato sardo scappano (è accaduto nell’ultima puntata di Servizio Pubblico), ma anche politici che in questi giorni ballano sulla punta dei forconi. Movimento dove c’è di tutto: disagio vero, lotta feroce per difendere antichi e non più proponibili privilegi, corporativismi, disperazione, abbandono del Sud dopo anni di politiche leghiste. <em>“Sì – avverte il meridionalista Gianfranco Viesti – vedo con chiarezza il rischio che interi pezzi del vecchio sistema di potere, anche di matrice berlusconiana, siano alla ricerca di una rilegittimazione sfruttando il movimento”.</em></p>
<p>Che nasce nel 2011 in Sicilia all’uscita di un cinema dove il ministro <strong>Saverio Romano (Udc, inquisito per mafia)</strong>, parlava del meraviglioso futuro dell’agricoltura. Fu una vera, altissima benedizione. Perché in questi giorni di blocchi stradali, manifestazioni e proteste dure, si sono visti in giro tanti volti di vecchi marpioni della politica di centrodestra in terra sicula. L’onorevole Pippo Gennuso, deputato regionale siciliano dell’Mpa di Raffaele Lombardo, nelle ore più infuocate della protesta girava per i negozi di Rosolini invitando i commercianti a chiudere. “Per il bene della Sicilia”.</p>
<p><strong>Raffaele Lombardo, il governatore autonomista dell’Isola,</strong> anche lui sta giocando un ruolo in questa partita. Mariano Ferro, l’imprenditore agricolo di Avola diventato leader della rivolta, nel 2008 fu candidato nel suo Mpa. Come tanti proveniva da Forza Italia e aveva tentato di conquistare il Comune di Avola e un seggio alla Camera. Impresa fallita. Anche <strong>Giuseppe Richichi, Zu Pippu, leader indiscusso di Forza D’Urto,</strong> il “re dei camionisti”, che lancia strali contro i politici corrotti, ha avuto le sue simpatie politiche. Ai tempi in cui Totò Cuffaro, ora in galera per mafia, era il governatore della Trinacria, lui, Zu Pippu, gli faceva da consulente in materia di trasporti.</p>
<p><strong>“La rabbia è sacrosanta </strong>– tuonava all’inizio delle proteste il governatore Lombardo – ma adesso i forconi li portino a Roma”. Parole durissime, usate per vincere la gara con Gianfranco Miccichée il suo “Grande Sud”, a chi mette prima il cappello su Forconi e Forza d’urto. L’ex viceministro all’Economia di uno dei governi Berlusconi-Bossi ora fa il Masaniello e schiera i suoi. Pippo Fallica, il suo ex autista diventato deputato, appoggia i Forconi, Titti Bufardeci, ex sindaco di Siracusa e capogruppo alla Regione del partito di Micciché, sostiene i camionisti. Altro che lontani dalla politica-politicante.</p>
<p><strong>Il professor Viesti si chiede “chi trascina chi?</strong> perché i movimenti sono troppo forti per essere spontanei. Siamo di fronte a disagi sociali veri, ma anche a una somma di interessi individualisti e corporativi, manca la mediazione dei grandi corpi sociali e mi spaventa l’assenza di partiti come il Pd e dei grandi sindacati. A questo punto il rischio di scivolare in un ribellismo con forti connotazioni mafiose è fortissimo”.</p>
<p><strong>Mafia, ne ha parlato Ivan Lo Bello,</strong> il leader degli industriali siciliani e lo hanno sommerso di attacchi. I fatti dimostrano che aveva ragione. Francesco Gagliano, grande autotrasportatore siciliano, tra i leader del movimento, lo hanno arrestato ieri in una operazione che ha scoperto l’alleanza mafia-clan dei casalesi per monopolizzare il business del trasporto dell’ortofrutta. I giornalisti di Corriere. it hanno notato che in una conferenza stampa dei Forconi c’era anche Enzo Ercolano, nipote del boss Nitto Santapaola. Ercolano era dietro le spalle di Giuseppe Richichi.</p>
<p><strong>Michele Gravano è stato fino a pochi mesi fa segretario regionale della Cgil in Campania, da pochi giorni Susanna Camusso lo ha spedito in Calabria. Motivazione: la situazione è esplosiva. </strong>“La verità– dice – è che il corpo sociale che ha determinato il successo di Berlusconi si sta sgretolando e cerca nuovi referenti. Li cerca a destra, in pezzi del vecchio sistema di potere, il rischio è che anche le mafie giochino un ruolo. Per dare una risposta a marzo riuniremo a Reggio Calabria migliaia di delegati da Lombardia, Veneto, Calabria e Sicilia. Nord e Sud si salvano insieme“.</p>
<p><strong>Dialogo, contatto, proposte</strong>. È questo che ha spinto l’onorevole Stefano Esposito del Pd a scendere nella piazza di Montecitorio e a parlare con gli ambulanti inferociti. C’erano le telecamere di Piazza Pulita che hanno filmato quel “figlio di p… vattene” urlato con toni minacciosi. “Ho il cellulare pieno di sms di dirigenti del partito che mi dicono chi te l’ha fatto fare, quelli sono tutti fascisti. Così non andiamo da nessuna parte, bisogna parlare con questa gente, metterci la faccia, dire che abbiamo sbagliato quando è necessario, e dire dei no quando serve. <strong>La rappresentanza politica e sociale diffusa è saltata e ora servono politici con le palle che sappiano confrontarsi con la piazza, ma francamente in questo momento ne vedo pochi”.</strong></p>
<p>(Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2012 )</p>
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		<title>Ma il cielo è sempre più blu</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 18:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Aspromonte]]></category>
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(di Domenico Logozzo)
“Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso, coi suoi altopiani interni che paiono d&#8217;una contrada boreale d&#8217;Europa, e la vecchia consunta sponda greca del Mar Jonio”.Così scriveva Corrado Alvaro nel maggio del 1938 della nostra bella ed amata Calabria.Sensazioni positive.Come quelle che suscita oggi la splendida costa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/ma-il-cielo-e-sempre-piu-blu/gioiosa-ionica/" rel="attachment wp-att-9160"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/gioiosa-ionica-300x188.jpg" alt="" title="gioiosa ionica" width="300" height="188" class="alignleft size-medium wp-image-9160" /></a></p>
<p>(di Domenico Logozzo)<br />
<strong>“Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso, coi suoi altopiani interni che paiono d&#8217;una contrada boreale d&#8217;Europa, e la vecchia consunta sponda greca del Mar Jonio”</strong>.Così scriveva Corrado Alvaro nel maggio del 1938 della nostra bella ed amata Calabria.Sensazioni positive.Come quelle che suscita oggi la splendida costa calabrese attraverso la foto pubblicata su facebook da un cultore del passato e del presente di Gioiosa Jonica,come Luciano Linares D’Aragona.Un benemerito della comunità gioiosana che con umiltà e passione mette in luce le bellezze di una terra troppo infangata ed umiliata.Ingiustamente abbandonata.<strong>Colpevolmente ghettizzata.</strong>La foto è stata scattata alle 11.45 di martedì 24 gennaio 2012 sulla spiaggia di Marina di Gioiosa Jonica.Fantastica.Con le pietre brillanti,il mare limpido,il cielo  blu ,quel “cielo sempre più blu” cantato  da Rino Gaetano,un figlio della costa jonica ,un crotonese che ha onorato la Calabria.<br />
Questa immagine conserviamola.Nella mente e nel cuore.E tiriamola fuori nei momenti in cui sentiamo il bisogno di ammirare i doni che madre natura ha dato alla Calabria.Per non dimenticare le nostre limpide e forti origini. Natura da amare.Da rispettare.Beni dell’umanità.Quanti ci sono nella parte estrema e più profonda e più ignorata d’Italia!Riportali alla luce.Il miracolo dei Bronzi si è compiuto nei primi anni Settanta a pochi  chilometri di distanza da qui,nel mare di Riace.Luoghi e tesori esplorati e da esplorare che la Calabria deve mantenere integri.<strong>Esaltare.Non deturpare.Non far deturpare.Da nessuno .E per nessun motivo!</strong> E quando,alla vigilia della stagione estiva,come da decenni accade,ci verranno  a dire – e lo faranno sapere a tutto il mondo -,che “il mare calabrese è inquinato”, che bisogna stare attenti :”è sporco, ci sono problemi per la salute dei turisti,grossi problemi per la balneabilità”, rispondiamo per le rime.Facciamoci sentire.Questa foto tiriamola fuori,mostriamo il vero volto della Calabria pulita,limpida,da ammirare e da amare.Le campagne pubblicitarie si fanno attraverso la promozione della realtà,non con i…fumetti che costano molto e producono poco.Una foto come questa vale milioni di euro! Ma attenzione:non prestiamo il fianco ai nemici dello sviluppo turistico calabrese.Facciamo funzionare i depuratori,costruiamone di nuovi,la raccolta dei rifiuti sia all’altezza della situazione,facciamo sì che la nostra terra sia davvero un modello di accoglienza e che la parola che con il sorriso viene più frequentemente usata con gli ospiti:”Favorite”,sia davvero la parola chiave per “favorire” l’avvio di un rapporto diverso e proficuo con l’industria del forestiero.Il turismo può e deve essere efficacemente una carta vincente per la nostra terra che i denigratori ad oltranza vorrebbero eternamente in ginocchio.Per sfruttarla ed impoverirla ulteriormente<br />
Ripartenza.Deve essere questo l’obiettivo primario.La  sfavillante foto del mare d’inverno di Marina di Gioiosa Jonica è un invito a riflettere e ad agire.Onda su onda,per far salire la Calabria verso posizioni economiche,sociali e culturali più consone alle sue effettive capacità di progettare e di fare bene.Mettendo in condizione di non nuocere le forze antisociali che vorrebbero questa nostra terra per sempre succube degli influssi  <strong>paralizzanti del clientelismo e dell’arroganza politico-mafiosa che tanti guai hanno provocato.</strong>Fin dal lontano passato,come viene ampiamente testimoniato,anche  nei primi Anni Cinquanta,dai resoconti parlamentari dei grandi giornali del Nord.Accese sedute alla camera sul problema della criminalità organizzata.Dalla “Stampa” di Torino del 6 ottobre 1955 riprendiamo questo intervento del parlamentare del Pci,Mario  Alicata,che è stato segretario regionale in Calabria e sindaco di Melissa: “Abbiamo ragione quando diciamo che la causa della delinquenza calabrese è da ricercarsi nella corruzione e nell&#8217;intrigo degli agrari reggini. Mentre la caccia ai latitanti (167, pare, e in gran, parte per cause d&#8217;onore) prosegue con mano dura che contrasta con le indulgenze di un recentissimo passato, non si è considerato che la maggior  parte del reati in Calabria negli ultimi tempi sono stati di estorsione. Ciò vuol dire, in chiare parole, questo: che la mafia è stata rafforzata dagli agrari reggini per arrestare la legittima emancipazione delle masse di braccianti e lavoratori troppo duramente trattati e ora questa mafia è forte e prepotente, e ricattatrice. E’ in atto una vera e propria rissa tra varie clientele politiche per salvare i rispettivi capi elettori dalla scure di Marzano. E&#8217; in queste clientele che bisogna colpire, è la corruzione che bisogna stroncare. Capi mafia legati ad uffici pubblici impongono una taglia del 10 &#8211; 15 per cento sui fondi destinati alla ricostruzione delle case distrutte dall&#8217;alluvione dello scorso anno. Ma ciò è solo un aspetto della corruzione. Non parliamo di quanto succede nei mercati degli agrumi e del bergamotto.<strong> L&#8217;Aspromonte non è soltanto un mito di banditi, significa anche un pugno di lavoratori che combattono contro la prepotenza agraria e le  sopraffazioni”</strong>.L’immagine pulita della foto gioiosana è un richiamo forte e deciso a determinare le condizioni per rendere così bella e splendente la Calabria dei buoni e dei giusti!</p>
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		<title>La ‘ndrangheta in Piemonte compie quarant’anni</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 02:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Luca Rinaldi)
Quello dell’operazione Minotauro, datata giugno 2011, che ha portato all’arresto di 151 presunti affiliati alla ‘ndrangheta, è solo l’ultimo capitolo della lunga storia dell’infiltrazione della criminalità organizzata in Piemonte. Prima i confini degli anni Sessanta, poi il 13 giugno 1983, quando venne assassinato il procuratore della Repubblica Bruno Caccia fino ai presunti rapporti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/la-%e2%80%98ndrangheta-in-piemonte-compie-quarant%e2%80%99anni/piemonte/" rel="attachment wp-att-9027"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/piemonte-300x198.jpg" alt="" title="piemonte" width="300" height="198" class="alignleft size-medium wp-image-9027" /></a></p>
<p>(di Luca Rinaldi)<br />
<strong>Quello dell’operazione Minotauro, datata giugno 2011, che ha portato all’arresto di 151 presunti affiliati alla ‘ndrangheta, è solo l’ultimo capitolo della lunga storia dell’infiltrazione della criminalità organizzata in Piemonte.</strong> Prima i confini degli anni Sessanta, poi il 13 giugno 1983, quando venne assassinato il procuratore della Repubblica Bruno Caccia fino ai presunti rapporti odierni fra ‘ndrangheta e politica.<br />
<strong>Il 13 giugno del 1983</strong> a Torino veniva assassinato per mano della ‘ndrangheta il procuratore della Repubblica Bruno Caccia. Uno con cui, riferì Domenico Belfiore, condannato come mandante del delitto, «non si poteva trattare». Sibillina quella frase di Mimmo Belfiore da Gioiosa Ionica. Uomo di ‘ndrangheta in trasferta a Torino, dove gestiva un bar proprio sotto il tribunale del capoluogo piemontese, in affari con i Gonnella esponenti di Cosa Nostra.<br />
Sibillina al punto che i magistrati nella sentenza di condanna di colui che era diventato un referente di primo piano per le ‘ndrine calabresi in Piemonte, scriveranno «Egli [Bruno Caccia, nda], poté apparire ai suoi assassini eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati». Le famiglie mafiose da Torino e dal Piemonte non se ne sono mai andate, anzi, hanno spesso affari con la pubblicazione amministrazione e amicizia con la politica.<br />
<strong>Così se nel 1963 arriva in Piemonte spedito al confino Rocco Lo Presti</strong>, soprannominato il padrino di Bardonecchia (che sarà poi il primo comune del Nord Italia sciolto per infiltrazioni mafiose), l’8 giugno 2011 va in porto l’operazione “Minotauro” con l’arresto di 151 presunti affiliati alla ‘ndrangheta in tutto il Piemonte, a Milano, Modena e Reggio Calabria. Le indagini sono partite dalle dichiarazioni del pentito Rocco Varacalli, e per il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, come ebbe a dire durante la conferenza stampa lo stesso 8 giugno, dimostra «l’amorevole intreccio tra criminalità organizzata e politica». Un intreccio prosegue Caselli che «dà a quest&#8217;inchiesta un risvolto inquietante». Il risvolto inquietante sono i contatti con la politica e gli appalti delle aziende delle cosche nella Pubblica Amministrazione. Risvolti inquietanti che già Roccuzzo Lo Presti, organico al clan Mazzaferro aveva importato nel freddo Piemonte negli anni ’60. Lo Presti aprì proprio a Bardonecchia un negozio di abbigliamento, per poi prosperare in altri settori come ediliza, autotrasporti, bar, le immancabili sale da gioco e la ristorazione. Per i giudici è Lo Presti a «portare la mafia a Bardonecchia», e non a caso si era accasato con i Mazzaferro, già attenzionati nel 1976 dopo l’ottenimento di appalti per la costruzione del traforo del Frejus.<br />
<strong>Altre due inchieste, la prima nel 1984 e la seconda verso la fine del 1994</strong>, vedono i clan infiltrarsi negli appalti pubblici nell’alta Val di Susa, fino allo scioglimento del comune di Bardonecchia il 28 aprile del 1995. Dopo un’ inchiesta molto approfondita della prefettura il Consiglio dei Ministri scioglie il Consilio comunale, ravvisando «l’esistenza di condizionamento degli amministratori da parte della criminalità organizzata». Già nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia del 1994, si censivano le presenza persistenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e dei casalesi, mettendo poi in risalto quelle «situazioni sospette» nel settore finanziario. Già nel 1994 emergeva quella “zona grigia” fatta di professionisti, politici e funzionari pubblici su cui la mafia si appoggia per trasformare l’illecito in apparentemente lecito. Così gli anni ’90 e i primi anni 2000, viste anche le ghiotte occasioni degli appalti e in particolare dei subappalti per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e per il Tav, le cosche tra lavoro nero e gare al massimo ribasso tornano sulla scena pubblica.<br />
Una ‘ndrangheta quella insediata in Piemonte, che fa poco rumore, ma che ormai è una presenza storica. Presenza che porta all’insediamento delle nove locali scoperte dagli investigatori nel giugno scorso durante l’operazione “Minotauro”. L’indagine restituisce la fotografia di quei nuclei strutturati di famiglie che rispondono al vertice calabrese, ma che sul territorio negli anni si sono ricavate una propria autonomia, soprattutto per quanto riguarda i contatti con amministratori pubblici e politica locale.<br />
Non è un caso che l’indagine prenda le mosse dalle indicazioni del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli, organico alle famiglie di Natile di Careri, che nel 2008 iniziò a ricostruire i traffici di stupefacenti delle ‘ndrine tra il Sud America, la Calabria e alcune città del nord Italia. Inoltre emergono sempre dalle deposizioni del collaboratore di giustizia le falle in cui le ‘ndrine vanno ad inserirsi nell’economia: subappalti, servizi, facchinaggio e piccole commesse pubbliche, che sommate all’amicizia con il politico o l’amministratore arrivano anche più facilmente dalle parti di quelle aziende apparentemente senza macchia a cui vengono affidati i piccoli subappalti senza gara pubblica.<br />
<strong>Nel racconto del pentito Varacalli,</strong> intervistato a viso scoperto nel programma “Presa Diretta” di Riccardo Iacona, trovano posto poi anche nomi e cognomi non solo di mafia ma anche di politica. Nelle carte dell’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino emergerà su tutti, perché tra gli indagati, Nevio Coral, già sindaco di centrodestra di Leinì (Torino) per 30 anni e suocero dell&#8217;assessore regionale alla Sanità Caterina Ferrero, del Pdl, che poco tempo prima di questa operazione firmò le proprie dimissioni per un caso di tangenti. Nevio Coral avrebbe, secondo l’accusa, procacciato voti tra gli esponenti della ‘ndrangheta per l’elezione del figlio, poi diventato sindaco della stessa Leinì nel marzo 2010 e dimessosi lo scorso dicembre.<br />
<strong>Tra le pieghe dell’inchiesta emergeranno i rapporti poco convenienti tra il boss di Rivoli Salvatore De Masi e alcuni esponenti politici regionali</strong>. Dalle carte emergerebbe infatti che «Tra la fine di gennaio e il febbraio 2011 (De Masi, nda) si è incontrato direttamente o tramite intermediari con l&#8217;onorevole Gaetano Porcino dell&#8217;Idv (il suo nome emergerà anche in occasione dell’inchiesta sul clan Valle-Lampada sull’asse Milano-Reggio Calabria), con l&#8217;onorevole Domenico Lucà del Pd, con il consigliere regionale del Pd Antonino Boeti, con l&#8217;assessore all&#8217;Istruzione di Alpignanno Carmelo Tromby, sempre dell’Idv». Nessuno di questi è stato indagato dalla procura di Caselli, ma nell’ordinanza si legge appunto di incontri poco convenienti e addirittura in una occasione Lucà chiama il boss Demasi in cerca di voti per Fassino alle primarie del Partito Democratico per la candidature a sindaco di Torino.<br />
Allo stesso modo, inconsapevolmente, fa sapere la stessa, Claudia Porchietto, assessore al Lavoro della Regione Piemonte (all’epoca dei fatti, nel 2009, candidata alla presidenza della provincia di Torino per il Pdl), incontra al Bar Italia nel centro del capoluogo piemontese Franco D’Onofrio, considerato dai magistrati «responsabile provinciale della Cosca di Siderno». Il padrino del “Crimine torinese”. I magistrati non indagano la Porchietto considerandola estranea, anche perché l’incontro tra I due dura solo pochissimi minuti, ma è però preceduto da una chiacchierata tra lo stesso D’Onofrio, Giuseppe Catalano e il nipote Luca consiglere comunale del Pdl ad Orbassano. Riconosciuta l’estraneità della Porchietto il gip Silvia Salvadori, che firma l’ordinanza non può fare a meno di classificare l’episodio come «altamente rappresentativo dell’influenza che la ‘ndrangheta assume nella vita democratica».<br />
<strong>I boss in Piemonte,</strong> si interessano di tutta la regione, e in consiglio comunale ad Alessandria si sarebbe seduto addirittura seduto un “picciotto”: nell’ambito di un’altra operazione antimafia, denominata “Maglio” ed eseguita pochi giorni dopo “Minotauro”, gli inquirenti sono arrivati ad arrestare il consiglieri Giuseppe Caridi, del Pdl. Caridi, stando alle indagini dei Carabinieri, avrebbe ricevuto la dote di “picciotto” con cui era stato ammesso ufficialmente a partecipare alle attività della “locale” guidata da Bruno Francesco Pronestì.<br />
<strong>Quarant’anni di mafia in Piemonte che torneranno probabilmente a fare rumore alla conclusione del processo scaturito proprio dall’operazione “Minotauro”</strong>. Intanto, dall’emiciclo di coloro che di solito fanno strali contro chi viene pizzicato in scomoda compagnia, arriva il più solido garantismo e la convinzione che spesso, in campagna elettorale, può capitare di stringere le mani sbagliate. Certo, quando capita ai soliti, come notano gli inquirenti della direzione distrettuale antimafia di Milano nel caso di Gaetano Porcino dell’Idv «sarà uno sfortunato caso».</p>
<p>(pubblicato su lucarinaldi.blogspot.com)</p>
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		<title>E&#8217; la musica, che passione</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 20:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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“Mi piace parlare di me usando una metafora: bere questa avventura come un bicchiere d’acqua e, quando lentamente finisco di bere, avere ancora sete”. Girolamo Deraco è certamente uno che ha le idee chiare. A 35 anni ha già un brillante curriculum. Vive di musica e per la musica. Ed è instancabile. Va via dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/e-la-musica-che-passione/dsc_4618/" rel="attachment wp-att-8973"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_4618-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-8973" /></a></p>
<p><strong>“Mi piace parlare di me usando una metafora: bere questa avventura come un bicchiere d’acqua e, quando lentamente finisco di bere, avere ancora sete”</strong>. Girolamo Deraco è certamente uno che ha le idee chiare. A 35 anni ha già un brillante curriculum. Vive di musica e per la musica. Ed è instancabile. Va via dalla Calabria, da Cittanova, giovanissimo per continuare a studiare a Lucca. “A 13 anni cominciavo già a scrivere le prime cose, quando poi vai avanti e capisci che dopo la chitarra, il flauto riesci a suonare qualsiasi cosa, ti poni il problema”. Più che un problema Deraco ha scoperto di avere orecchio ma, soprattutto, un grande talento. A 18 – 19 anni “si parlava di me come un talento”. E non a caso aggiungiamo noi. Le sue scelte, infatti, sono state tutte il frutto di una lunga meditazione. A cominciare dalla possibilità di mettersi a studiare composizione. Prendere una decisione del genere alla sua età era molto difficile, per l’impegno che tale scelta comportava. “Io studiavo Ingegneria all’università, dopo un anno dall’inizio dei corsi, ho chiamato a casa e ho comunicato ai miei la mia decisione”. Difficile spiegare una passione. “Ci ho messo dieci mesi prima di scegliere e chiamare quello che sarebbe diventato il mio maestro”. Dopo la lunga meditazione, Deraco ha scelto di studiare composizione (che prevede un corso di 10 anni di conservatorio). Ma lì, aiutato dal suo talento che veniva sempre più allo scoperto, “ho iniziato anche a giocare di testa e l’ho capito quando ho cominciato a fare pianoforte”. La tecnica da sola non sarebbe bastata a fargli raggiungere i risultati sperati in pochissimo tempo, bruciando tutte le tappe. “Io vivo nella città di Puccini – e Deraco adora la musica di Puccuni – è un mio grande maestro. Una notte lo sognai con uno spartito aperto mentre mi diceva: ecco, si fa così. Ed io: ho capito, maestro”. Aveva certamente capito. Deraco si è diplomato in composizione, all’istituto superiore di studi musicali Boccherini di Lucca, con il massimo dei voti, lode, menzione e borsa di studio con il maestro Rigacci, (unico compositore dal 1848, anno della fondazione dell’istituto Boccherini, ad avere conseguito questa votazione). <strong>“Oggi scrivo tutti i giorni e quando materialmente non lo posso fare, perché in viaggio o impegnato, registro tutte le idee che mi vengono in mente”</strong>. Il crescendo di soddisfazioni l’ha certamente aiutato a non mollare mai. Ha cominciato a frequentare corsi e seminari con grandi maestri nazionali e internazionali. Finalista e vincitore di numerosi concorsi. Ha ottenuto diverse borse di studio tra cui quella in composizione con il Maestro Corghi, all’Accademia Chigiana di Siena, nel 2008-2009 e, nel 2010, anche il Diploma di merito. Ma le sue radici non le dimentica, anzi. L’arte e la composizione si rifanno spesso alle sue origini. Deraco è nato nella terra che ha ospitato la cultura greca, cuore pulsante della Tragedia. Riconoscendo nello studio di composizione un percorso umano, il giovane compositore trova lo stimolo proprio nel teatro. “Provare nella finzione a creare la realtà” spiega. Fin da studente, questo tipo di passione, lo porta a comporre numerose opere liriche: (Poster- Gas, Il Linchetto; Checkinaggio, Lacrime di Coccodrillo) oltre a numerose opere per bambini: (Abbecedario, Little Puppets’ Symphony, Peppe Pezzi, La Fattoria degli Animali Cantanti). Tante altre le collaborazioni lo portano a comporre per artisti di chiara fama internazionale: Kuhn, Alessandrini, Krams, Brand, Alberti, Cabassi, Sicoli, Caiello. E per le più svariate formazioni ed orchestre, fra cui: Orchestra Haydn, Pomeriggi Musicali, Orchestra sinfonica Sanremo, Orchestra di Fiati di Delianuova. La sua musica è stata, inoltre, eseguita in importanti festival in Italia, Germania, Austria, Finlandia, Russia, Missouri e New Mexico – USA. Da ottobre 2009 è compositore in residence dell’Accademia di Montegral del M° Kuhn e la sua musica è pubblicata da Sconfinarte. Non è facile dedicarsi con tanta costanza e impegno alla musica. “Ci vuole una grande determinazione, grandissima. Se non capisci te stesso – ci dice – non puoi spiegarti agli altri. Ma tutto ciò può funzionare solo con una grande onestà”. L’onestà e la semplicità non gli mancano. I suoi occhi esprimo al massimo la sua passione per la musica, soprattutto quando ne parla e cerca di spiegare la musicalità in tutte le cose che ci circondano. Arrivati nella sua casa di Cittanova, dove ha passato le vacanze di Natale, ci accoglie assieme alla madre con un grande sorriso. La donna, stretta ad un figlio che vede pochissimo e di cui non saprebbe nemmeno spiegare la grandezza nel panorama musicale italiano e straniero, corre a prendere una vecchia foto di Girolamo. Cappelli ricci e lunghi, abbigliamento insolito per un compositore, chitarra elettrica in mano. “Avevo iniziato pure col rock, è passata una vita”. A noi sembra che sia passato veramente poco per tutte le grandi cose realizzate. Deraco oggi compone anche le musiche per lo spettacolo teatrale dedicato all’indimenticabile poeta calabrese Lorenzo Calogero con la regia di Nino Cannatà, amico e compagno di classe, anche lui partito dai piedi dell’Aspromonte. I due vorrebbero tentare un rivoluzione culturale in Calabria: “perché è la cultura che può sconfiggere l’illegalità, non basta parlare sempre di ‘ndrangheta”. <strong>L’ultimo riconoscimento, Deraco l’ha avuto proprio a Reggio Calabria il 30 dicembre 2011. Primo premio per il concorso di Composizione e primo premio per la migliore esecuzione della composizione con “l’acqua muta”, composizione originale per coro a cappella su un testo di Gianni Buda. La premiazione è avvenuta nell’ambito del XIV concorso nazionale di Composizione o Elaborazione di canti natalizi in vernacolo calabrese a cura dell’Organizzazione cori Calabria – Feniarco. </strong><br />
Nelle sue composizioni, specie quelle studiate per il teatro, ordine e disordine si alternano. La confusione accompagna lo spettatore prima inerme poi partecipe e quasi protagonista della vicenda. Ritrovarsi, però, è sempre una bella scoperta! In Freak (ludus circense per orchestra sinfonica di fiati) questi livelli si colgono a partire dalle parole del brano. Come ribadisce Deraco con ironia: “Siamo tutti un po’ freak….e questo è quanto!”.<br />
<strong>Ecco Freak col megafono e i suoi giochi linguistici:</strong><br />
&#8220;Signore&#8230; e Signore&#8230;<br />
&#8230;benvenuti a questo ludus circense!!! Benvenuti!<br />
&#8230;benvenuti a questo spettacolo tutto d&#8217;un fiato, d&#8217;afflati&#8230;<br />
Benvenuto a tutti!!!<br />
Questo, è uno spettacolo dove potrete finalmente ascoltare&#8230;<br />
giocolardi, saltimbocca, trappisti e pagliai<br />
mini e canigatti&#8230; cavilli nani e pony expressi<br />
sono tutti qui per noi!<br />
&#8230;benvenuto!!! Benvenuti a tutto!!!<br />
Qui&#8230;<br />
qui si! &#8230;che potrete vedere persone che dicono quello che non dicono<br />
e pensano quello che pensate senza pensarlo&#8230;<br />
qui si! &#8230;si che si può cantare senza dire una parola<br />
e parlare del niente come se tutto fosse e fosse qui!<br />
Qui&#8230; anche voi potete fare rumore (mima un applauso dirigendolo)<br />
&#8230;e non badate a chi non vi sente&#8230;<br />
perchè non c&#8217;è peggior cieco di chi non vuol!<br />
Benvenuti! Benvenuto a tutti noi<br />
in questo show fatto di reality irreali<br />
che realmente sapranno darvi quello che noi non vi siete mai detti&#8230;<br />
&#8230;forza gente! &#8230;sognate insieme a voi!!!<br />
Sognatevi e svegliateci&#8230;<br />
sveglie sonanti!!!<br />
Noi!!! &#8230;sognatevi, sogniamoci freaks di tutto il mondo!!!<br />
Sognate chiunque voi siate &#8230;sognate! (mima un applauso)<br />
&#8230;e questo è quanto!&#8221;</p>
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		<title>Lettera a Benigni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 22:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Benigni]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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(di Francesco Rende)
Ciao Roberto.
Mi rivolgo a te confidenzialmente ma, tra studenti, ci si capisce. Ho saputo che in occasione dei festeggiamenti dei 40 anni dell&#8217;Università della Calabria riceverai una laurea honoris causa in Filologia Moderna: il tuo lavoro ha fatto sì che tutti, improvvisamente, riscoprissero Dante. Non si sa come mai, ma se l&#8217;eran dimenticato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/lettera-a-benigni/benigni/" rel="attachment wp-att-8945"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/benigni.jpg" alt="" title="benigni" width="184" height="274" class="alignleft size-full wp-image-8945" /></a></p>
<p>(di Francesco Rende)</p>
<p><strong>Ciao Roberto.<br />
Mi rivolgo a te confidenzialmente ma, tra studenti, ci si capisce.</strong> Ho saputo che in occasione dei festeggiamenti dei 40 anni dell&#8217;Università della Calabria riceverai una laurea honoris causa in Filologia Moderna: il tuo lavoro ha fatto sì che tutti, improvvisamente, riscoprissero Dante. Non si sa come mai, ma se l&#8217;eran dimenticato un po&#8217; tutti.<br />
Forse perché le scenette alle quali ci ha abituato questa società appaiono una commedia poco divina ai nostri occhi,  o probabilmente perché in Italia dimentichiamo i nostri scrittori ma ricordiamo benissimo i nostri criminali, o addirittura perché quelli che pensano con la propria testa, qui nel Belpaese, vengono un po&#8217; additati.<br />
<strong>Sai, Roberto, la situazione è un po&#8217; strana:</strong> tu stai per ricevere una laurea grazie al tuo lavoro su Dante, uno dei maestri del libero pensiero, cacciato da Firenze per le sue idee politiche, per il suo dissenso. Qui all&#8217;Unical, negli ultimi anni, è successa più o meno la stessa cosa: chi indosserà l&#8217;ermellino dinanzi a te è sul trono da un po&#8217; di tempo, precisamente dal 1999, e non ne vuole sapere di lasciare il suo posto. Ha cambiato lo statuto per potersi concedere un altro mandato, adesso tirerà fino a chissà quando le redini dell&#8217;ateneo prima di passare la mano (e di presiedere una Fondazione Unical che a sentire i bene informati pare molto vicina) e negli ultimi tempi ha anche allontanato dall&#8217;ateneo chi la pensava diversamente da lui: per farla breve, Robè, è allo stesso tempo Papa e Imperatore, guelfo e ghibellino, bianco e nero.<br />
<strong>Ha spesso “protetto” le riunioni del suo Consiglio di Amministrazione con schiere di carabinieri</strong>, ha osteggiato oppositori di ogni sorta ed ha blindato tante di quelle volte l&#8217;ateneo che nell&#8217;ultima inaugurazione pubblica dell&#8217;anno accademico Arcavacata sembrava essersi trasformata in Baghdad. Non contento, nello scorso agosto ha fatto anche di più: ha chiesto ed ottenuto la demolizione un centro sociale, il Filorosso, che aveva luogo negli spazi di un ex capannone dell&#8217;ateneo da 16 anni ormai, ha sgomberato altri due laboratori creati dagli studenti (uno fortunatamente è sopravvissuto) togliendo spazi e forze a quelle che erano fucine di libero pensiero in tutta l&#8217;università.<br />
Questa inaugurazione dell&#8217;anno accademico poteva essere una festa: è stato deciso di chiuderla tra quattro mura, in un auditorium che tra docenti, autorità civili e militari, rappresentanti politici e personale dell&#8217;ateneo<strong> vedrà davvero pochi studenti assistere alla tua lectio magistralis: sarà un compleanno triste, perchè mancheranno proprio gli oltre 35 mila festeggiati, gli studenti dell&#8217;Unical.</strong> Proprio i tuoi colleghi di università, caro laureando, non potranno assistere a questa tua lezione. Se nessuno vuole fare un regalo a questa università che compie 40 anni, ma che nonostante l&#8217;età è ancora lontana dalla maturità, fallo tu: chiedi di poter tenere la tua lectio magistralis all&#8217;aperto, festeggia con i tuoi colleghi in un ateneo che parafrasando il tuo Dante “libertà va cercando, ch&#8217; é si cara come sa chi per lei vita rifiuta”, sali su un palco all&#8217;aperto e fai in modo che possano ascoltarti davvero tutti.<br />
<strong>A proposito, stavo per dimenticarmi: proprio qui ha conseguito la sua unica(l) laurea un tuo caro amico, un imprenditore di Arcore con il pallino della discesa in campo. Era il 1991, sono passati venti anni ma sono davvero poche le cose, e le facce,  che in questi anni sono cambiate.</strong></p>
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		<title>‘Ndrangheta, 21 arresti nell’operazione Bellu lavuru 2</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 16:22:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Autostrada Salerno Reggio]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Condotte SPA]]></category>
		<category><![CDATA[subappalti]]></category>

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Se c’è un lavoro da fare in Calabria bisogna sapere a chi rivolgersi. Per ogni cosa c’è l’intervento dei mafiosi e ogni passaggio nella fornitura di materiali e servizi negli appalti, è cosa delle cosche. Per questo motivo, stamattina, i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare, emessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/%e2%80%98ndrangheta-21-arresti-nell%e2%80%99operazione-bellu-lavuru-2/cantieri/" rel="attachment wp-att-8959"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/cantieri.jpg" alt="" width="224" height="148" class="alignnone size-full wp-image-8959" /></a></p>
<p><strong>Se c’è un lavoro da fare in Calabria bisogna sapere a chi rivolgersi.</strong> Per ogni cosa c’è l’intervento dei mafiosi e ogni passaggio nella fornitura di materiali e servizi negli appalti, è cosa delle cosche. Per questo motivo, stamattina, i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia reggina, nei confronti di 21 indagati, appartenenti o contigui alla ‘ndrangheta nelle sue articolazioni territoriali. Fra le persone finite in carcere, alcuni funzionari della multinazionale Condotte. <strong>In particolare, è stato documentato che il direttore dei lavori dell’Anas, il capo cantiere della società per Condotte d’Acqua, un impiegato amministrativo di cantiere della società appaltatrice, il project manager della società appaltatrice, il direttore tecnico, al fine di favorire le attività della ditta in odore di mafia, hanno continuato ad agevolare la fornitura di calcestruzzo, nonostante l’interdizione della Procura del 2007</strong>. Le cosche di riferimento sono Morabito – Bruzzaniti –Palamara – Maisano – Rodà – Badalà e Italia, operati nel mandamento jonico e, in particolare, nei comuni di Bova Marina, Palizzi, Bruzzano ed Africo. Tutti gli indagati sono responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione mafiosa, concorso in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, truffa aggravata, danneggiamento aggravato, provata inosservanza di pena, frode in pubbliche forniture, furto aggravato di materiali inerti, crollo di costruzioni o altri disastri dolosi, violazione delle prescrizioni alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, tutti aggravati dall’aver favorito un sodalizio mafioso.<br />
<strong>In particolare, la Condotte, aveva stipulato con i boss un subappalto per la fornitura di colate per 7 milioni e 400 mila euro,</strong> prima dell’interdizione della Prefettura. Suona strano che ci sono voluti 21 giorni per protocollare la segnalazione della Prefettura di Reggio e altri 9 perché l’Anas trasmettesse la nota alla Condotte. E prima della rescissione del contratto stipulato con la ditta del clan Morabito (Imc) sono passati ben tre mesi (dal 30 luglio al 6 novembre del 2007).<br />
L’operazione “Bellu lavuru 2”, dall’espressione “è propriu nu bellu lavuru”, è utilizzata proprio dai parenti del boss Giuseppe Morabito, alias “Tiradritto”, che annunciavano al capomafia, recluso nel carcere di Parma in regime di 41 bis, l’appalto per i lavori di ammodernamento della strada Statale 106 jonica ed, in particolare, la variante nel centro abitato del comune di Palizzi. Secondo quanto emerso dalle indagini, le cosche sono riuscite a superare anche antiche questioni personali per portare avanti lucrosi affari negli appalti pubblici. I clan controllavano proprio tutto e si erano infiltrati in ogni settore produttivo. Hanno imposto le assunzioni, le forniture d’ogni tipo di materiale, (anche la cancelleria per l’ufficio), i contatti di subappalto e nolo.<br />
<strong>Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno accertato inoltre che il campo d’azione della ‘ndrangheta era rappresentato per un verso dall’infiltrazione diretta</strong>; mediante l’impresa di famiglia I.M.C. di Stilo Costantino &amp; C. S.n.c.; ed indiretta, tramite la D’Aguì Beton Srl, nella fornitura del calcestruzzo per l’ammodernamento della 106. Per altro verso, dalla gestione di fatto dei lavori di movimento terra, appannaggio della Ati, capeggiata dalla ditta Clarà e, sotto un ultimo profilo, dalla gestione di gran parte delle maestranze impiegate nei cantieri della grande opera.<br />
Per quanto riguarda il calcestruzzo, è emerso pure che la ‘ndrangheta, attraverso dei prestanome vicini per vincoli di parentela delle cosche, ha organizzato l’intero ciclo, organizzando delle squadre per rubare gli inerti dalla fiumara Amendolea, produrre del calcestruzzo di bassissima qualità, imporne l’uso anche se non corrispondente al vincolo progettuale, fatturarne falsi quantitativi e falsificare, attraverso conoscenti, amici e amici degli amici, anche i risultati dei controlli. Con tutti i rischi che ciò comportava per la sicurezza stradale. In tal senso, la variante di Palizzi, è un vero disastro.<br />
<strong>Nel frattempo la Condotte commentando l’arresto dei suoi tre dirigenti, tramite un comunicato, ha fatto sapere che le “indagini risalgono al 2007 e da allora non ha più partecipato a nuovi appalti in Calabria”. </strong><br />
L’operazione “Bellu Lavuro 2” è la prosecuzione della precedente indagine “Bellu lavuru” del 2008, che aveva coinvolto 33 persone raggiunte da decreto di fermo e ad altre nove 9 era stato notificato un avviso di garanzia, indiziati del delitto di associazione mafiosa, finalizzata all’acquisizione, gestione e controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, all’infiltrazione nelle pubbliche amministrazioni al procacciamento di voti o altro. I referenti principali erano sempre le cosche del mandamento jonico. </p>
<p>GLI ARRESTATI:<br />
1 &#8211;  Altomonte Giuseppe;</p>
<p>2. Capozza Vincenzo (direttore dei lavori dell’ANAS S.p.A. nell’appalto pubblico della variante di Palizzi dal 12.04.2006 al 09.12.2007);</p>
<p>3. Carrozza Pasquale, (geometra, capo cantiere della Condotte nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>4. Cilone Giovanni, detto “Caciuto”;</p>
<p>5. Clarà Antonio, (imprenditore, titolare dell’omonima ditta individuale);</p>
<p>6. D’Aguì Pietro, (socio della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>7. D’Alessio Antonino, (ingegnere, direttore di cantiere della CONDOTTE nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>8. Dattola Domenico, (autista della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>9. Fortugno Giuseppe;</p>
<p>10. Giuffrida Cosimo Claudio, (Direttore Tecnico della CONDOTTE nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>11. La Morte Gerardo, (dipendente della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>12. Mancuso Luca, (geometra della ditta CLARA’, responsabile di cantiere per la predetta ditta nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>13. Maviglia Geremia, (operaio, caposquadra della CONDOTTE nell’appalto pubblico della variante di Palizzi), attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Catania;</p>
<p>14. Morabito Giuseppe, detto “tiradritto”, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Parma;</p>
<p>15. Nucera Antonino;</p>
<p>16. Palamara Carmelo, (autista della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>17. Paneduro Sebastiano, (project manager della CONDOTTE nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>18. Stelitano Leonardo Giovanni, (dipendente della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>19. Stilo Pietro, (dipendente della D’AGUI’ Beton S.r.l.);</p>
<p>20. Strati Rinaldo, (ragioniere, contabile della CONDOTTE nell’appalto pubblico della variante di Palizzi);</p>
<p>21. Zappia Raimondo Salvatore, (socio della IMC di Stilo Costantino S.n.c.);</p>
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		<title>Lorenzo Calogero,poesia in multimedia</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 16:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Campidolgio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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Negli anni ’80, Carmelo Bene &#8211; uno degli artisti più poliedrici nella storia del teatro – aveva espresso il desiderio di dedicare un recital al “più grande poeta italiano del ‘900”. Ma prima di lui, Giuseppe Ungaretti affermava: “Con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti”. Fino alla fine degli anni ’60, molti articoli della [...]]]></description>
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<p><strong>Negli anni ’80, Carmelo Bene &#8211; uno degli artisti più poliedrici nella storia del teatro – aveva espresso il desiderio di dedicare un recital al “più grande poeta italiano del ‘900”.</strong> Ma prima di lui, Giuseppe Ungaretti affermava: “Con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti”. Fino alla fine degli anni ’60, molti articoli della stampa nazionale si riferivano a Lorenzo Calogerocome il ’nuovo Rimbaud italiano’ mentre cresceva l’ammirazione di Luzi, Montale e, in generale, della critica italiana e straniera. L’incarnazione del poeta maledetto si è per un certo periodo accostata all’immagine che Calogero ha lasciato di lui. Una vera scoperta dopo la pubblicazione postuma delle sue opere nella collana ’poeti europei’ a cura di Roberto Lerici editore e Giuseppe Tedeschi.<br />
<strong>Da circa 10 anni,</strong> però, la ricerca e lo studio sulle opere e sulla vita del poeta che fece scoppiare in Italia il ’caso Calogero’ si sono fatti più insistenti, grazie all’impegno del gruppo sperimentale Villanuccia, che ha a cuore la lettura e la diffusione della lirica calogeriana. A 100 anni dalla nascita e 50 dalla scomparsa del poeta calabrese (avvenuta il 25 marzo 1961), è stato portato a compimento un vero e proprio percorso di sperimentazione artistica con l’obiettivo di realizzare diverse operazioni creative, compresa un’opera teatrale, come chiave di lettura della lirica calogeriana, per accompagnare lo spettatore verso il mondo immaginifico della sua poesia. E niente, in questo viaggio sperimentale e sempre nuovo, può essere lasciato al caso.<br />
A partire dal nome del gruppo che si occupa dello studio di Calogero. <strong>Villa Nuccia, è sempre un nuovo punto di partenza e di arrivo, perché legata ai continui ricoveri del poeta presso la casa di cura di Catanzaro</strong>. Calogero si è fatto consumare dalla voglia di pubblicare le sue opere, da una professione che non gli piaceva, come quella del medico, ma che continuava faticosamente ad esercitare dopo che le grandi case editrici gli hanno brutalmente sbattuto la porta in faccia. Gli amori finiti e quelli mai cominciati ma, soprattutto, l’incomprensione verso il Calogero (poeta con tutto quello che implicava la poesia) l’hanno portato a tentare più volte il suicidio, idea che la sua nevrosi coltivava disperatamente. Ma nemmeno questo ha mai frenato la voglia di raccontarsi analiticamente.<br />
Tutti questi stati d’animo, questa rabbia, la voglia di riscatto, l’incomprensione, la depressione, il turbamento, l’amore, la passione, la morte, i suoi studi scientifici, la logica come l’analisi, la filosofia, la ricerca maniacale di se stesso, gli occhi carichi della luce e dei colori della sua terra, sono vivi nella scena teatrale grazie allo spettacolo ’Città fantastica, il lungo canto di Lorenzo Calogero’ – opera video teatrale del regista Nino Cannatà con un adattamento dei testi dall’opera di Lorenzo Calogero.<br />
<strong>Il poeta del Sud più profondo d’Italia, rivive anche per l’impegno di due giovani calabresi, che sono nati come Calogero ai piedi dell’Aspromonte.</strong> Il regista Nino Cannatà e il compositore Girolamo Deraco vogliono ridare voce al poeta di Melicuccà, che non ha mai accettato compromessi. Grazie alla collaborazione del teatro Belli di Roma, della Regione Calabria, del Comune di Melicuccà, dell’associazione Villanuccia, è stato possibile portare l’opera video teatrale in scena per rivivere la poetica calogeriana.<br />
“La messa in scena si avvale della multimedialità – come scelta naturale del regista &#8211; per svelare, attraverso le stesse immagini che il fiume dei versi custodisce, quel sogno che il poeta meditò nell’intero arco della vita, in quanto creatore di un sistema poetico unico e originale”.<br />
<strong>Lo spettacolo al teatro Bell</strong>i, si è svolto lo scorso novembre, ha ottenuto l’adesione del presidente della Repubblica e il patrocinio del Comune di Roma, della provincia di Reggio Calabria e dell’Università Lumsa di Roma, ed ha visto in scena uno dei maggiori protagonisti del teatro italiano, Roberto Herlitzka, nonché la partecipazione di Lydia Mancinelli, attrice e musa ispiratrice di Carmelo Bene. La produzione, piuttosto originale, realizzata in collaborazione con Carlo Emilio Lerici, per la regia di Nino Cannatà, con le musiche originali del compositore Girolamo Deraco, eseguite dall’Opus Ensemble, per la direzione del maestro Alessandro Cadario, contiene un brano tratto da un abbozzo di partitura ritrovato in un quaderno manoscritto del poeta; elemento essenziale nel processo di svelamento degli innumerevoli orizzonti che il congegno poetico calogeriano cela in sé in quanto riproposizione della Parola, nelle sue dimensioni più originarie, ovvero quelle del suono e dell’immagine.<br />
Le celebrazioni per l’anno calogeriano sono terminate con la tavola rotonda in Campidoglio, nella sala del Carroccio, a cui hanno partecipato anche i familiari del poeta calabrese e al &#8220;progetto Calogero&#8221; è stata conferita una medaglia. La serata è stata allietata anche da un intermezzo musicale eseguito al flauto da Carmela Calipari, dell’Orchestra Giovanile di Fiati di Delianuova, con un brano composto da Deraco, l’autore delle musiche dello spettacolo. Ripercorrendo le tappe principali della cultura calabrese, che trova solide radici nella Magna Grecia, la valorizzazione di Calogero in tutta Italia e non solo, tiene sempre presente il Sud, la casa del poeta, la villetta di Melicuccà, che sarebbe il luogo ideale per realizzare una fondazione.<br />
“Per noi Calogero è diventato un punto di riferimento – afferma il compositore Deraco – il suo modo di fare arte in questo momento di crisi è il solo punto di riferimento che possono avere i giovani. La sua poesia è di avanguardia. Pensare che nel cuore dell’Aspromonte è nato e vissuto un poeta come lui e che noi siamo figli di quella estetica ci spinge a studiarlo”. L’opera teatrale s’intreccia perfettamente con la vita del poeta e con la sua poesia in gran parte inedita.<br />
Per godere appieno lo spettacolo bisogna perdersi e poi tentare tutte le strade per ritrovarsi nei molteplici livelli della poesia calogeriana. Un concetto meglio sintetizzato così: “Un viaggio con tutte le implicazioni ad esso connesse in termini di rischio, di scacco, di naufragio, di approdo. <strong>Tutta la produzione lirica di Calogero, è infatti, un interminabile viaggio nelle non delimitabili plaghe dell’essere, nell’inesausta ricerca di percepire l’istante, in cui l’essere, seppure a lembi, si epifanizza”. Lucia Calogero, dai “Quaderni del ‘57”. </strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>‘Ndrangheta, don Panizza invita la stampa a parlarne di più</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 18:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Don Panizza]]></category>
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In Calabria esiste un problema d’informazione. Le notizie di una regione, stretta nella morsa criminale, spesso non trovano spazio nei quotidiani nazionali e, a volte, nemmeno in quelli locali. Per don Giacomo Panizza, il sacerdote antimafia che vive a Lamezia Terme, la battaglia per la legalità dev’essere portata avanti da tutte le forze sane del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/%e2%80%98ndrangheta-don-panizza-invita-la-stampa-a-parlarne-di-piu/libera-valle-del-marro/" rel="attachment wp-att-8873"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/libera-valle-del-marro-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8873" /></a></p>
<p><strong>In Calabria esiste un problema d’informazione</strong>. Le notizie di una regione, stretta nella morsa criminale, spesso non trovano spazio nei quotidiani nazionali e, a volte, nemmeno in quelli locali. Per don Giacomo Panizza, il sacerdote antimafia che vive a Lamezia Terme, la battaglia per la legalità dev’essere portata avanti da tutte le forze sane del territorio, cittadini e istituzioni. Anche l’informazione, in questo senso, deve fare la sua parte. Don Panizza, che ha partecipato alla marcia della Pace a Polistena – accogliendo l’invito di don Pino De Masi (referente di Libera) e dell’associazione “Il Samaritano”, dal palco di piazza della Repubblica ha denunciato la serie di attentati ed intimidazioni mafiose che da un mese e mezzo interessano Lamezia, la città in cui il prete opera da 30 anni.<strong> “Nella stessa strada dove opera la mia comunità (“Progetto Sud” e centro Luna Rossa, destinatario della bomba fatta esplodere la notte di Natale, ndr), </strong>da tempo stanno avvenendo attentati e i giornali, nulla. In Calabria – ha aggiunto don Panizza &#8211; c’è bisogno di dar voce a tutte le persone che vengono colpite, a tutti coloro i quali vengono calpestati. I mass media hanno dato la notizia solo a seguito dell’intimidazione che ha colpito la mia comunità. I giornali hanno parlato solo di noi, ma la ‘ndrangheta occupa il territorio e non la si combatte dando spazio solo ad alcuni”. Don Panizza si è poi rivolto ai giovani “responsabili del cambiamento”. Prendendo spunto dal messaggio del Papa, in occasione della Giornata mondiale della pace, il parroco li ha invitati a impegnarsi e desiderare il cambiamento. Senza i giovani “che mi hanno aiutato da quando sono arrivato in Calabria, non avrei potuto fare nulla nei confronti dei tossicodipendenti, degli immigrati, degli ammalati” ha aggiunto, spiegando pure che l’ambizione di questi giovani dovrebbe essere quella di restare in Calabria, nella propria terra, dove far valere le singole capacità. Alla manifestazione anche Francesco Azzarà, il volontario di Emergency recentemente liberato, dopo il rapimento in Darfur avvenuto lo scorso agosto. </p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/%e2%80%98ndrangheta-don-panizza-invita-la-stampa-a-parlarne-di-piu/azzara-e-don-panizza/" rel="attachment wp-att-8874"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/azzarà-e-don-panizza-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8874" /></a></p>
<p><strong>Francesco Azzarà ha definito questo tipo di iniziative come “atti concreti” grazie ai quali è possibile vincere la ‘ndrangheta.</strong> Non si è dimenticato poi di ringraziare tutte le persone che sono state vicino ai suoi familiari durante il suo rapimento. “Se hanno sofferto di meno – ha aggiunto il giovane calabrese – è stato anche grazie alla vostra vicinanza”. Poi ha proseguito la lunga marcia silenziosa per le vie della città. Una marcia che nasce dall’impegno di don Pino De Masi, che da 24 anni porta avanti l’iniziativa che si svolge ogni capodanno. “L’impegno per la giustizia e per la pace che si rinnova è l’unico – ha chiarito don De Masi – perché non c’è più tempo per perdere tempo. In una regione in cui stranamente nel suo dialetto non esiste un tempo futuro, c’è un tempo che invece va osato: è il nostro tempo. Questo in cui bisogna forzare l’aurora a nascere. Siamo qui a cantare la speranza in un mondo senza pace e in una terra dove la delinquenza organizzata, l’illegalità diffusa, i soprusi, rendono impossibile la vita delle persone. Siamo qui proprio per dare voce a quei giovani che vogliono uscire dalla rassegnazione”. In marcia anche il presidio di Libera e Valle del Marro, la cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta. Tanti i cittadini che hanno preso parte alla manifestazione illuminando con le fiaccole accese per la pace e per la libertà dalle mafie, le strade di tutta la città. Perché la fiamma della speranza ancora non si è spenta nemmeno in Calabria, in una terra difficile dove la gente onesta cerca il riscatto, il cambiamento. E l’invito di don Pino è stato proprio questo: partecipare uniti al cambiamento, desiderarlo, fare di tutto per ottenerlo. <strong>Prima del corteo la messa del vescovo della diocesi di Oppido-Palmi, Luciano Bux, che ha richiamato i giovani alla “responsabilità”.</strong> “La pace – per mons. Bux – deve stare prima di tutto dentro di noi”. Il 2012 a Polistena è stato salutato così: con i colori della pace con i sorrisi della gente che non si piega alla mafia. Pochi i politici locali presenti. Forse non se la sono sentita di sfidare… il freddo pungente!</p>
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		<title>L&#8217;imprenditore che non può più lavorare</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 15:33:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[testimoni di giustizia]]></category>

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(di Luca Rinaldi)
Secondo i dati dell&#8217;ultimo rapporto di SOS Impresa di Confesercenti ogni ora due imprese commerciali sul territorio nazionale chiudono a causa dell&#8217;usura. Un dato preoccupante che mostra come fare impresa oggi rimanga un miraggio. I condizionamenti delle mafie nelle imprese sono pesantissimi: dall&#8217;usura al racket, metodologie criminali che con il passare del tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/limprenditore-che-non-puo-piu-lavorare/pinomasciari/" rel="attachment wp-att-8865"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/pinomasciari.jpg" alt="" title="pinomasciari" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8865" /></a></p>
<p>(di Luca Rinaldi)<br />
Secondo i dati dell&#8217;ultimo rapporto di <strong>SOS Impresa di Confesercenti </strong>ogni ora due imprese commerciali sul territorio nazionale chiudono a causa dell&#8217;usura. Un dato preoccupante che mostra come fare impresa oggi rimanga un miraggio. I condizionamenti delle mafie nelle imprese sono pesantissimi: dall&#8217;usura al racket, metodologie criminali che con il passare del tempo si sono ammodernate prendendo alla gola la classe imprenditoriale. I settori più colpiti sono l’edilizia e le attività commerciali. Scrive il Presidente Nazionale di Confesercenti Marco Venturi nell’introduzione del rapporto «in periodi di crisi, i soldi delle mafie, benché sporchi, fanno gola. Fanno gola a pezzi di finanza deviata, che offre riparo, riservatezza e professionalità nell’attività di riciclaggio. Fanno gola ad alcuni imprenditori senza scrupoli che pensano di realizzare facili business, fanno gola anche a pezzi, seppur limitati, del gotha imprenditoriale, persuasi che la strada della convivenza collusiva sia l’unica possibile per fare affari al Sud». Le modalità con cui le mafie  si avvicinano alle imprese sono sempre più efficaci: dalla classica “messa a posto”, per evitare di vedersi i mezzi sui cantieri bruciati e ricevere &#8216;protezione&#8217;, alle assunzioni e alle forniture imposte a prezzi fuori mercato, fino allo strozzo di piccole attività commerciali. Anno dopo anno le mafie si sono impossessate di una fetta consistente dell&#8217;economia nazionale, in particolare nel mondo delle imprese edili pubbliche e private. Le cronache degli ultimi anni dimostrano come anche al nord le imprese debbano fare i conti con le ingerenze della criminalità organizzata che arriva ad infiltrarsi e a colonizzare anche le commesse delle pubbliche amministrazioni, aggiudicandosi appalti al massimo ribasso grazie a materiali scadenti, manodopera in nero e imprenditori più o meno grandi a volte compiacenti.<br />
<strong>In Calabria</strong> la pressione della &#8216;ndrangheta sulle imprese e le infiltrazioni negli appalti sono all&#8217;ordine del giorno e chi non si assoggetta è oggetto di danneggiamenti e intimidazioni che spesso portano l&#8217;imprenditore minacciato a pagare il conto per “lavorare con serenità”, con la protezione degli &#8216;ndranghetisti del territorio.<br />
Giuseppe Masciari, per gli amici Pino, quando era imprenditore edile ha deciso di non piegarsi e denunciare, e agire  nel solco della legalità.<br />
Lo ha fatto venti anni fa quando nessuno parlava di ndrangheta, quando la ‘ndrangheta nessuno la conosceva.<br />
Pino Masciari, parte da molto lontano quando racconta la sua storia, dalla vecchia azienda del padre di cui si &#8216;innamora&#8217;, fino ad aprirne una propria. Giorno dopo giorno l&#8217;impresa edile di Masciari, da Serra San Bruno (VV), cresce e si espande anche all&#8217;estero e nella sola Calabria fa lavorare più di duecento persone iniziando a partecipare anche a commesse pubbliche. La ‘ndrangheta si presenta nei cantieri, chiedendo il 3% sulla commessa. A chiedergli il 6% su quelle commesse saranno anche uomini delle Istituzioni. Masciari non ci sta e denuncia, e denuncia quando di &#8216;ndrangheta si parlava troppo poco, l&#8217;associazionismo era inesistente e il legislatore nemmeno prevedeva che a far pervenire denunce sulla criminalità organizzata fosse un normale cittadino. Si legge agli atti della Commissione Parlamentare d&#8217;inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata: “Il Masciari racconta di aver riferito all’Autorità giudiziaria ed alle Forze dell&#8217;ordine delle intimidazioni e delle richieste estorsive ricevute, ricevendo in cambio solo consigli sull’opportunità di non esporsi con la denuncia dei fatti, per gli eccessivi rischi cui conseguentemente sarebbe stata esposta tutta la famiglia (il Masciari ed i suoi otto fratelli). A partire dal 1990, Masciari tentò di sottrarsi alle pretese dei politici, ma non tardarono ripercussioni con pregiudizievoli effetti di natura economica sulle sue aziende; gli stati di avanzamento dei lavori gli venivano pagati, infatti, con notevoli ritardi ed a ciò si aggiunsero le difficoltà frapposte dalle banche nella concessione del credito. Si rifiutò di corrispondere alle richieste estorsive avanzate dalla criminalità organizzata; ciò causò una lunga serie di conseguenze che giunsero a sconvolgere la vita dell&#8217;intera famiglia (furti, incendi, danneggiamenti a danno dei mezzi di lavoro, minacce personali, telefonate minatorie, colpi d’arma da fuoco, fino al ferimento del fratello, avvenuto nel mese di aprile del 1993)”.<br />
Nel 1994 Pino decide di licenziare gli ultimi 58 dipendenti e chiudere l&#8217;impresa. Denuncia al Comando della Stazione dei carabinieri di Serra San Bruno e va alla DDA di Catanzaro : fa nomi, cognomi e circostanze, incardinando processi, in cui Masciari si è sempre recato a testimoniare,  che hanno portato a decine di condanne per gli &#8216;ndranghetisti coinvolti  tra cui anche un alto magistrato ed ex consigliere di Stato condannato per concussione.<br />
<strong>La vita di Masciari non è più la stessa</strong> dopo le denunce e per l’ alto rischio di vita lui e la sua famiglia vengono inseriti in un programma di protezione e il 17 ottobre 1997  di notte fatti fuggire da Serra San Bruno con la moglie e i due figli piccoli. Oggi, a 52 anni, non ha più le sue imprese. Pino e la moglie Marisa non si perdono d’animo e scrivono un libro che è più di una testimonianza, “Organizzare il coraggio” è il titolo (ADD Editore), <
<perché il coraggio del singolo non è mai bastato>>.</p>
<p><strong>Dottor Masciari, per raccontare la sua storia dobbiamo tornare molto indietro, addirittura agli anni &#8216;80. Come è cominciato tutto?</strong></p>
<p>Fin da piccolo ho voluto seguire le orme di mio padre, innamorato del lavoro che svolgeva, e spesso dopo la scuola, lo andavo a trovare sui cantieri. Alla morte di mio padre ho iniziato a portare avanti l&#8217;azienda, fino ad arrivare a realizzare il sogno di avere una mia impresa edile e di essere un imprenditore conosciuto in tutta Italia. Così ho portato avanti la sua impresa come amministratore e parallelamente ho dato vita alla mia azienda, con cui ho iniziato a lavorare con la Pubblica Amministrazione. A quei tempi, metà anni &#8216;80, di criminalità organizzata si parlava poco, anzi non se ne parlava proprio.<br />
In pochi anni la mia azienda è cresciuta in dimensione e fatturato, e ho mantenuto continuamente aggiornati dal punto di vista professionale i miei dipendenti, dai contabili a chi lavorava nei cantieri. L&#8217;azienda continuava a crescere, e a un certo punto arrivò la ‘ndrangheta: è racket e mi rifiutai di pagare cercando lo Stato e le istituzioni per poter continuare a svolgere in libertà la mia attività imprenditoriale. E&#8217; l&#8217;articolo 41 della nostra Costituzione a sancire la libertà di iniziativa economica su tutto il territorio nazionale e dovrebbe essere cura dello Stato garantire una sicurezza.</p>
<p><strong>Ma a questo punto Pino Masciari non si è tirato indietro</strong></p>
<p>Non mi sono tirato indietro, ho iniziato a cercare le istituzioni e ho denunciato quanto mi accadeva all’Autorità Giudiziaria. Tutti mi dicevano che si rischiava la vita, perché le collusioni con questi signori che allora nemmeno venivano classificati come &#8216;ndranghetisti  erano molto forti. Tutto questo accadeva in un contesto territoriale in cui dominavano le faide, sanguinosissime in Calabria, e gli imprenditori erano terrorizzati da tutti quei morti.<br />
Non c&#8217;erano forme di prevenzione o di tutela per commercianti e imprenditori.<br />
Vede, con la caduta del muro di Berlino la &#8216;ndrangheta si trasforma: capisce anche che non può continuare a esporsi con i sequestri di persona che sono poco remunerativi e così fa il suo ingresso nel mercato globale. Lo Stato non è pronto a fronteggiare questa situazione  in quanto questa organizzazione è differente perchè silenziosa rispetto alle altre mafie.<br />
Appare solo dopo l&#8217;omicidio del giudice Antonino Scopelliti con cui la &#8216;ndrangheta fa un autentico favore a Cosa Nostra eliminando il magistrato che aveva in mano le sorti del maxiprocesso di Palermo.<br />
Io non ho mai pagato perché lo ritenevo e lo ritengo a tutt’oggi normale, anche solo per il rispetto che mio padre mi ha insegnato nei confronti della legge, nell&#8217;etica di fare impresa e della democrazia. E siccome abito in un Paese che “esporta” democrazia non accetto che nel mio paese si possa essere schiavi delle organizzazioni criminali. E&#8217; stata una scelta di libertà nel rispetto delle leggi, un atto che dovrebbe essere considerato normale.</p>
<p><strong>Dopo le denunce cosa succede?</strong></p>
<p>Dopo le denunce lo Stato inserisce me e la mia famiglia sotto protezione, lontano dalla Calabria. Oggi fortunatamente le cose sono cambiate: c’è più consapevolezza del fenomeno e lo Stato e la Società civile sono più preparati a raccogliere denunce di questo tipo e lasciano meno solo l&#8217;imprenditore che denuncia.<br />
Al tempo delle sue prime denunce non esistevano particolari tutele. Il legislatore aveva pensato ai pentiti, ai “collaboratori di giustizia”, ma non a chi avrebbe deciso di denunciare senza essere organico alle organizzazioni criminali, cioè i “testimoni di giustizia”<br />
Proprio così. Diciamo che quella prima legge sui collaboratori di giustizia fu un passo importante nel contrasto alla mafia.  Per  l’ imprenditore che denuncia però non c&#8217;era una legge, sia sotto il profilo della protezione che sotto quello lavorativo. Così fui costretto a scappare da Serra San Bruno e nel 1997 per la prima volta sentii parlare di Servizio Centrale di Protezione. Vennero a prenderci la notte del 17 ottobre del 1997 i carabinieri per trasferirci in una località segreta del nord Italia. Da quel momento, io, mia moglie e i miei figli siamo diventati &#8216;nessuno&#8217;. Per anni siamo stati solo ombre e persone senza alcun ruolo sociale familiare o altro , nascosti e seppelliti vivi. Poi con la legge 45 del 2001 si è cercato di istituire la figura del “testimone di giustizia”, che prima non esisteva.</p>
<p><strong>Da quel momento in poi inizia a vivere una vita che forse non aveva scelto</strong></p>
<p>No, quella dell&#8217;esiliato non era una vita scelta né da me, né da mia moglie che aveva uno studio dentistico. Da lì iniziamo a vivere una vita nascosta, senza poter mai comparire e quasi scordarsi il proprio nome e cognome, cosa che hanno dovuto fare anche i miei figli. Tutto per fare qualcosa che dovrebbe essere normale. Invece a nascondermi sono stato io, e non i mafiosi.<br />
E’ una sconfitta per lo Stato il fatto che io sia senza le mie aziende e non sia rientrato nel mercato dell’imprenditoria: essere privato del lavoro è come essere privato della vita.<br />
In questi anni sono stato anche privato degli affetti: pensi che i miei figli non hanno mai conosciuto né vissuto le famiglia di origine. Stare chiuso dentro casa per non farsi vedere, per essere al sicuro, non è vita, almeno non quella che avevo scelto io. Questo comporta isolamento sociale, abbandono, cose che uccidono una persona; perché vede, le persone non si uccidono solo con un colpo di pistola alla testa.<br />
Nascondere chi denuncia per non esporlo al pericolo non ha senso. Chi denuncia va esposto quale esempio da imitare e non nascosto e privato da ogni sua funzione e attività.</p>
<p><strong>Ora Pino Masciari è fuori dal programma speciale di protezione</strong></p>
<p>Si, dall&#8217;aprile 2010 io, mia moglie e i miei figli siamo fuori dal programma, anche se continuo a spostarmi con la scorta. Partecipo ai numerosissimi convegni e dibattiti cui sono invitato, da istituzioni, scuole,  università e associazioni, occasioni in cui la mia testimonianza di vita ha un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura della legalità. Tali incontri sono coordinati dagli “Amici di Pino Masciari”, che animano e seguono quotidianamente e costantemente il blog www.pinomasciari.it e i miei spostamenti . Loro sono stati la mia vera risorsa , la mia scorta civile e sono persone meravigliose che si sono agglomerate intorno a me riconoscendosi nella mia battaglia a difesa dei valori di legalità e giustizia. Oggi io cerco di costruire giorno dopo giorno legalità.<br />
Oggi io, mia moglie e i miei figli abbiamo una nostra dimora e finalmente abbiamo potuto svuotare quegli scatoloni che ci siamo portati dietro in tutti questi lunghi anni durante i nostri spostamenti nelle località segrete, scatoloni che non avevamo mai aperto, quasi a voler difendere il ricordo di ciò che era prima la nostra vita fatta di passione per il lavoro e calore familiare.</p>
<p><strong>Ora anche gli imprenditori lombardi hanno il loro da fare per limitare le ingerenze della criminalità organizzata, senza poi parlare del piatto ricco di Expo2015</strong></p>
<p>Dice bene lei, è un film già visto: non c&#8217;entra solo Expo2015. Mi vengono in mente per esempio gli Arena di Isola Capo Rizzuto, che con le stesse modalità in cui operavano in Calabria, sono entrati anche nei cantieri di Milano e del nord Italia.<br />
Così in questi anni, mentre io ero tenuto nascosto, questi signori prosperavano accumulando ricchezze e radicandosi dappertutto come una malattia.<br />
Io dico questo agli imprenditori lombardi: al sud ci veniva imposto questo condizionamento, le leggi dell&#8217;antistato erano più forti di quelle dello Stato. Al nord forse non è ancora così.<br />
Oggi non ha più senso parlare di infiltrazioni, ma di radicamento e il radicamento avviene quando lo si permette.  Intanto l&#8217;economia si corrode e a questo punto la colpa è un po&#8217; di tutti noi e delle istituzioni che non hanno avuto la forza per ostacolare il fenomeno.</p>
<p><strong>Pino Masciari rifarebbe daccapo tutto quello che ha fatto, sapendo di dover perdere tutto?</strong></p>
<p>Io ogni giorno rifaccio quello che ho fatto. Ma non mi sento affatto straordinario per questo: credo fermamente di dover rispecchiare la normalità di questo Paese. Gli anormali sono quelli che pagano e quelli che vivono nell&#8217;illegalità e di illegalità. Però qualcosa funziona al contrario e allora le persone per bene vengono accantonate ed esiliate, come le migliaia di vittime di mafia che hanno scontato prima l&#8217;isolamento e poi l&#8217;abbattimento anche fisico. A questo punto mi viene quasi da dire che la parte buona dell&#8217;Italia si trova in minoranza e che la criminalità organizzata nel frattempo, accumulando ricchezze pressoché incalcolabili, può prendere il sopravvento sulla società civile.</p>
<p><strong>Lei e sua moglie Marisa avete scritto un libro dal titolo “Organizzare il coraggio”. Cosa vi ha spinto a raccontare la vostra storia?</strong></p>
<p>Inizialmente il libro non lo volevo scrivere, poi la rete degli “Amici di Pino Masciari”, in primis Davide Mattiello, autore de “La mossa del riccio” mi hanno convinto.  Vede ci sono stati momenti in cui probabilmente morire sarebbe stata la cosa più semplice da fare, vista la sofferenza, la paura e la tristezza che ho dovuto sopportare. Se non fossi andato avanti con ostinazione sarei stato uno sconfitto, e la stessa eredità di sconfitta  l’avrei lasciata ai miei figli. C&#8217;è stato un momento in cui ero a fondo del pozzo, ma poi gli amici di Pino Masciari in quel pozzo ci sono entrati e mi hanno tirato fuori anche chiedendomi di scrivere questo libro. Libro che riporta tutte le battaglie mie e della mia famiglia, sempre cercando il rispetto di leggi e istituzioni. E&#8217; una storia vera, raccontata per provare a far partire una rivoluzione culturale e non darsi per vinti. Se le mafie hanno saputo organizzarsi allora noi dobbiamo diventare Stato applicando le nostre leggi nel rispetto della nostra Costituzione. La speranza è che un giorno tutti riusciremo a essere normali in questo Paese, e io continuerò a fare quello che faccio per me, per i miei figli, che un domani saranno cittadini. In questa battaglia bisogna essere uniti, come lo è l&#8217;Italia nella sua Costituzione.<br />
(da Antimafia senza divisa)</p>
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		<title>Migranti, fra emergenza e solidarietà</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 02:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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“Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi”. A Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, i migranti si sfogano così, chiedendo aiuto alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/migranti-fra-emergenza-e-solidarieta/migranti-rosarno/" rel="attachment wp-att-8804"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/migranti-rosarno-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8804" /></a></p>
<p><strong>“Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi”. </strong>A Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, i migranti si sfogano così, chiedendo aiuto alle istituzioni e tolleranza ai cittadini italiani. In una lettera aperta mettono nero su bianco i loro stati d’animo, le loro paure ma, nello stesso tempo, rassicurano, non sono dei nemici, non sono diversi dagli italiani: “siamo come voi” ripetono.<br />
Da Nord a Sud quello dell’integrazione resta un problema. Solo qualche giorno fa Firenze diventava teatro di una terribile strage in cui sono morti due senegalesi, mentre altri sono rimasti feriti. L’odio nei confronti dei ’neri’ si manifestava in tutta la sua brutalità. Anche a Firenze, come a Rosarno, però, i migranti hanno dato una lezione agli italiani. Hanno manifestato pacificamente rivendicando i loro diritti, ci hanno ricordato che l’Italia era il Paese dell’accoglienza. Era e non è più. Negli ultimi tempi, il Paese, complice anche la una crisi economica senza precedenti, si è spesso mostrato inadeguato a fare fronte a quella che è diventata l’emergenza migranti.<br />
Negli ultimi anni, anche il governo ha preso provvedimenti più severi, con l’inserimento del reato di immigrazione clandestina (legge 95 del 15 luglio 2009) a fronte di una burocrazia piuttosto lenta per quanto riguarda il rilascio dei permessi di soggiorno. E, ancor prima, con la legge Bossi-Fini la divisione fra italiani e migranti è ancora più netta.<br />
<strong>Eppure i problemi rimbalzano di anno in anno, da istituzione a istituzione</strong>. Non ci sono soldi né progetti per gli africani e si fa qualcosa solo quando la situazione sta per esplodere o è già esplosa. A Rosarno, per esempio, a due anni dalla rivolta dei migranti, che si ribellarono con la violenza al sistema di sfruttamento cui erano costretti, oggi ancora si va avanti a fatica. Quest’inverno i lavoratori stagionali che raccolgono le arance nella Piana di Gioia Tauro aspettano ancora una casa dove poter fare un bagno caldo la sera, dove potersi riparare dal freddo pungente dopo una giornata di lavoro nei campi e per giunta sottopagati. Una condizione, quella dello sfruttamento, da cui è difficile riemergere.<br />
Il campo di accoglienza messo a disposizione dall’amministrazione comunale di Rosarno ha riaperto i battenti. Ma non c’è posto per tutti, al momento è occupato da un centinaio di migranti, ce ne sono molti di più. E a tal proposito bisogna sfatare un luogo comune.<strong> I migranti vivono accampati in tutta la Piana di Gioia Tauro, non solo a Rosarno dove comunque sono in numero maggiore</strong>. Circa 450-500 si trovano a Rizziconi e contrada La Spina, altri nei comuni di Candidoni, Melicucco, Taurianova, nelle campagne. Nella Piana ci sono circa 1400 migranti, 1000 nella zona di Rosarno, segno che la questione dovrebbe interessare tutti. La Provincia di Reggio Calabria, durante un vertice in prefettura per la sicurezza pubblica, si è impegnata col primo cittadino di Rosarno, Elisabetta Tripodi, a dare un contributo di venti mila euro in questa fase di emergenza. <strong>Mentre è stato annunciato l’arrivo di altri sette container della protezione civile. Il che significa nuovi alloggi. Abdulaye, uno dei migranti di Rosarno &#8211; durante il vertice in prefettura a cui ha partecipato &#8211; ha consegnato la lettera dei suoi connazionali al prefetto Luigi Varratta, che ha letto il testo ai presenti, stupiti e commossi</strong>.<br />
Quest’anno, purtroppo, bisogna fare i conti con una crisi economica generale, che non consente alle istituzioni di sostenere appieno l’emergenza, tantomeno quella agrumicola, per cui i migranti non riescono a lavorare tutti i giorni, se va bene due o tre volte a settimana con un compenso bassissimo. La Regione Calabria, dopo gli annunci e il sostegno formale non ha poi pianificato alcun intervento per l’emergenza migranti. E finchè il governo e la Regione non si faranno carico dell’emergenza le associazioni, i volontari, la provincia e il comune di Rosarno da solo, possono solo provare a tamponare la situazione ma non a risolverla.<br />
Nonostante le difficoltà in questo momento quello che colpisce è la solidarietà di tanti volontari che hanno a cuore la sorte dei ’fratelli africani’. <strong>Anche quest’anno, infatti, una donna che è stata battezzata come ’Mamma Africa’, ha riaperto la sua mensa. A 84 anni Norina Ventre prepara un pasto caldo ogni domenica per tutti gli immigrati. Le mensa va avanti con i soldi suoi e quelli dei volontari che l’aiutano</strong>. Norina conosce i loro nomi, le loro storie, le difficoltà di chi ha lasciato al proprio paese moglie e figli, di chi è dovuto scappare nonostante la giovane età, di chi è andato via col sogno di costruirsi una vita migliore. <strong>Mamma Africa è l’emblema dell’amore e della solidarietà incondizionata</strong>.<br />
Come lei Giuseppe Pugliese, dell’associazione Africalabria e la rete dei volontari che lavorano con lui. Quando l’abbiamo chiamato era in Questura a Catanzaro perché erano arrivati i permessi di soggiorno per alcuni migranti. Giuseppe ha un contatto giornaliero con i migranti: lo chiamano, di lui si fidano. Quando gli chiediamo perché fa tanti sacrifici per loro, cosa lo spinge a stare vicino a queste persone, risponde senza lasciare spazio a interpretazioni: <strong>“Ognuno sceglie i proprio amici. E io voglio essere amico degli africani. È una questione di giustizia – afferma con estrema convinzione – e sono un compagno. Il mondo occidentale è responsabile del fatto che gli africani lasciano il loro paese d’origine. Noi li abbiamo colonizzati, noi gli succhiamo il sangue. L’Italia era quella che mandava i rifiuti tossici in Somalia</strong>”. Giustizia prima di ogni cosa per Pugliese: anche lui, che conosce bene la situazione, è convinto che ci sia bisogno di un serio intervento da parte della Protezione civile nazionale.<br />
Un contributo importante è anche quello dei volontari di Emergency, che stazionano col loro furgoncino due giorni a settimana a Rosarno e fanno anche assistenza sanitaria gratuita ai migranti. “Mettere insieme tutte le forze è l’unico modo per uscire dall’emergenza” aggiunge Pugliese.<br />
Due anni fa Wim Wenders ha girato in Calabria ’Il Volo’, un cortometraggio ispirato alle esperienze di accoglienza ed integrazione di alcuni paesi della Locride. Oggi, questi migranti sono impiegati nelle produzioni artigianali locali e contribuiscono a fare crescere l’economia di quei luoghi. Segno che le politiche di solidarietà e integrazione portano solo vantaggi al Paese. <strong>“Gli immigrati sono una risorsa</strong>” spiega oggi Pugliese. Se i migranti riuscissero a integrarsi con il resto della popolazione, se vi fossero leggi volte all’inclusione e non all’esclusione, allora l’immigrazione potrebbe davvero diventare una risorsa sia culturale che economica per il Paese.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>‘Ndrangheta, “Tutto in famiglia”</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 19:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Ventuno provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dal Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria e cinque ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Palmi per detenzione e spaccio di stupefacenti. Con l’operazione “tutto in famiglia” è stato inferto un duro colpo alla cosca dei Maio di San Martino di [...]]]></description>
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<p><strong>Ventuno provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dal Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria e cinque ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Palmi per detenzione e spaccio di stupefacenti. Con l’operazione “tutto in famiglia” è stato inferto un duro colpo alla cosca dei Maio di San Martino di Taurianova. </strong>Le indagini – così come spiegato stamattina nella conferenza stampa a cui hanno partecipato il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo, il comandante provinciale dei carabinieri Pasquale Angelosanto e il capitano della Compagnia dei carabinieri di Gioia Tauro, Ivan Boacchia – sono partite nel 2010, in seguito all’arresto di un pregiudicato di Rizziconi, trovato con 23 Kg di marijuana.<br />
L’operazione ha consentito agli investigatori di fare ulteriore luce sulla struttura della ‘ndrangheta, sugli organi di vertice e sulle varie articolazioni territoriali. Altro importante elemento è quello linguistico, così come emerge dalle intercettazioni telefoniche e soprattutto ambientali che hanno documentato il gergo usato dai membri della cosca, utile a farsi capire tra di loro, ricco di allusioni e allegorie. Alle estorsioni e all’usura, gli indagati contrappongono un linguaggio e delle modalità di controllo del territorio vecchie quanto la storia della mafia.<br />
<strong>Gli approfondimenti investigativi condotti dalla Direzione antimafia di Reggio Calabra hanno inoltre permesso di individuare un sodalizio dedito allo spaccio di stupefacenti e di accertare l’esistenza e l’operatività di una cosca della ‘ndrangheta dedita anche alle estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti locali</strong>.<br />
Secondo quanto emerso dalle indagini, in particolare, nel territorio di San Martino di Taurianova, esiste una “Locale” della ‘ndrangheta, costituita in “Società”, con una “Società Maggiore e una Società Minore. Nell’organizzazione criminale si entra solo ed esclusivamente attraverso un rituale di affiliazione denominato “Battesimo”, che rappresenta il primo momento d’incontro di un nuovo Picciotto con il resto della Società. Attraverso una serie di azioni meritorie è possibile risalire i gradi della gerarchia ‘ndranghetistica.<br />
L’operazione in questione dimostra che lo schema organizzativo vigente nell’associazione criminale, ripete nei suoi capisaldi strutturali la genealogia della famiglia Maio, cui sono aggiunti altri soggetti estranei al nucleo familiare. <em><strong>È stato dunque dimostrato che Michele Maio, occupa il ruolo di “Capo Società”,che  il ruolo di vertice; Giuseppe Panuccio riveste quello di “Capo ‘Ndrina”; Gaetano Merlino ha invece la carica di “Capo Crimine”; mentre Natale Feo ha la carica di “Contabile”. Michele Maio e Gaetano Merlino costituiscono la “Copiata” di San Martino. Fanno inoltre parte della cosca gli altri indagati: Pasquale Hanaman, Michele Hanaman, Francesco Hanaman classe ’90, Francesco Hanaman classe ’85, Carmelo Hanaman classe ’90, Pasquale Maio del ’77, Antonino Maio, Domenico Maio del ’92, Francesco Giuseppe Maio, Stefano Nava, Vincenzo Lamanna, Vincenzo Messina, Domenico Cianci, Pasquale Garreffa, Cosimo Tassone e Teresa Primerano. </strong></em>La cosca operava anche con azioni intimidatorie nei confronti delle proprie vittime. L’estorsione era rivolta a imprese aggiudicatarie di lavori pubblici, che avevano l’obbligo di dare delle “mazzette” alla cosca, il cui importo è pari a 2-3 per cento del valore complessivo dell’appalto; produttori di arance e proprietari di terreni agricoli. Sono stati sequestrati nell’operazione diversi beni e un bar a Taurianova.<br />
Dopo l’operazione “Crimine”, sono emersi i ruoli all’interno dell’organizzazione criminale e l’esistenza della “Provincia”, quale organismo unitario sovraordinato alle singole “Locali”. In realtà, il processo di unificazione della ‘ndrangheta, verso un modello unitario molto più simile a Cosa nostra siciliana, ha inizio con il famoso summit di Montalto nel ’69, quando gli ‘ndranghetisti cambiarono per la prima volta l’abituale sede delle riunioni annuali, presso il santuario della Madonna di Polsi, nel comune di San Luca, per incontrarsi in un luogo meno esposto a sorprese da parte dei militari. In quella occasione si fecero spazio le “nuove leve” della ‘ndrangheta che rinnovarono gli affari della “Onorata società” e, solo in parte, la sua struttura. Dato che l’organizzazione è ancora basata sulle singole ‘ndrine. Con la più recente operazione “Armonia” è stata invece accertata l’esistenza di più “Mandamenti”, ovvero l’esistenza di tre macroaree: quella jonica, quella tirrenica e quella di Reggio centro.<br />
Nell’ordinanza dell’operazione “tutto in famiglia” emerge un dialogo che si basa proprio sull’assegnazione delle cariche e sulla difficoltà di raggiungere gradi più elevati, quasi come se non si rispettasse in pieno la famiglia stretta e si allargasse l’organizzazione a nuovi adepti, che hanno incontrato più tardi la ‘ndrangheta. La conversazione del 21 febbraio 2011 avviene fra Pasquale Hanoman e Pasquale Maio e Nino (quest’ultimo ancora in fase di identificazione):<br />
<em><strong>Nino: Metti in caso, metti in caso che mi dice a me in quel modo, abbiamo fatto a Cianci, c’è Dio che mi fa…, Inc..<br />
Maio: Santo glielo ha fatto.<br />
Hanoman: Cosa devo dirgli?<br />
Maio: Glielo puoi dire che sono andato pure io, glielo puoi dire, non è che non puoi dirlo a me… io ero a lavoro e mi ha chiamato  Maurizio che mi ha detto esci nella strada…-<br />
Hanoman: Inc…Maurizio e Stefano<br />
Maio: …Sono uscito in strada ed erano con la macchinetta<br />
Hanoman: Maurizio chi? Il liscio?<br />
Nino: U rusticu<br />
Così continua la conversazione che inizia con le parole di Maio: Vedi perché mi gonfiano i coglioni a me? Vedi che mi gonfiano i coglioni a me, come, io ho dovuto fare per sette anni il “PICCIOTTO” a San Martino, tutti noi comunque siamo partiti da zero, noi siamo dovuti partire da zero, abbiamo dovuto salire i gradini ad unno ad uno, ad uno ad uno, ad uno ad uno  e dovevamo ammazzarci con gli zii stessi, che non voleva loro stessi per poter arrivare dove siamo arrivati, gli altri li prendono li afferrano e li buttano in  aria”……Si è fatto attendere perché gli ho detto: dove lo ha fatto Don Mico CIANCI, chi cazzo lo conosce per uomo a Mico CIANCI ? Con tutto il rispetto per lui, però scusa, non si parla così, no dice: “devono farlo” ah gli ho detto, devono farlo e che …INC…, te lo devi fare piacere, e perché no, gli ho detto io, e giusto o no, scusa”;  sul punto anche Hanoman Pasquale “Ma nello stesso tempo ti sembra giusto che mio nipote Melo PICCIOTTO ha fatto CICCIO MAIO PICCIOTTO, il sangue suo PICCIOTTO mentre il sangue strano …. subito gradi”; nello stesso senso le affermazioni fatte da Nino “e pensare che lo hanno fatto che non dovevano neppure farlo;…. Pasquale che cazzo vuoi che ti dica, fanno quello che cazzo vogliono loro, io non so nemmeno chi ha ricevuto questo grado, per quella cosa non mi sembra corretto per il motivo, cosa mi raccontate …INC… stanno parlando, vedi che quello …INC…, secondo te che cazzo fai le cose di nascosto? Bene o male queste …INC… per logica, poi! Libera indipendenza di fare quello che vogliono”; ancora Nino a conferma del malcontento che serpeggia nella cosca: “No Pasquale se fino ad ora sono stato zitto, adesso zitto non sto, …INC… gliel’ho detto sempre …INC… no, e che non parlino perché l’unica Società di fausi che c’è è quella di  San Martino. Questa è la società dei fausi …INC… mai, e allora? Ci sono discussioni, discussioni e basta”.)<br />
Anche a livello locale, dunque, è possibile individuare una Società Minore, con una progressione fino allo “Sgarro”: picciotto, camorrista, sgarrista:<br />
Hanoman: Stai tranquillo che non entra né da picciotto, né da camorrista, mi gioco i coglioni che gli danno lo sgarro, puoi stare tranquillo al mille per mille.<br />
Hanoman: Se non lo fanno adesso gli danno direttamente lo “sgarro”.</strong></em>Le doti e i gradi della ‘ndrangheta avvengono come in qualsiasi organizzazione o struttura gerarchica, con uno specifico rito che è molto rigido e presuppone il rispetto di una serie di regole alla base. </p>
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		<title>Illegal network</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Enzo Macrì]]></category>
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Illegal Network è il convegno che si è svolto martedì a Milano, organizzato dal Pd e dai Giovani democratici. Ma è anche uno spunto interessante di riflessione sulle mafie e sull’illegalità, soprattutto a seguito delle recenti operazioni antimafia, che hanno mostrato il volto di quella che genericamente viene indicata come “area grigia”, in cui convivono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/illegal-network/corigliano/" rel="attachment wp-att-8649"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/corigliano-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8649" /></a></p>
<p><strong>Illegal Network è il convegno che si è svolto martedì a Milano, organizzato dal Pd e dai Giovani democra</strong>tici. Ma è anche uno spunto interessante di riflessione sulle mafie e sull’illegalità, soprattutto a seguito delle recenti operazioni antimafia, che hanno mostrato il volto di quella che genericamente viene indicata come “area grigia”, in cui convivono professionisti, avvocati, politici, imprenditori e addirittura magistrati. D’altra parte, il social network, come ha affermato Maria Teresa Santaguida, una giovanissima laureanda calabro milanese, è la nuova potente arma di comunicazione di massa, lo spazio ideale nel quale i giovani producono molte delle loro idee e le diffondono. «Altra cosa è invece il network oscuro che sottende alla realtà imprenditoriale e commerciale. Una fitta e impenetrabile rete di rapporti e scambi che gestisce spesso le azioni quotidiane del “sistema” Stato, città, paese». Ecco che i due aspetti, mafia e illegalità e network, s’incontrano nella strepitosa capacità d’intreccio e diffusione. Da un lato,dunque, c’è la mafia con l’uso della violenza e dell’intermediazione, dall’altro un mondo di risorse fatto- ne ha parlato anche il professor Michele Polo,della Bocconi- di imprenditori che hanno la potenza economica,professionisti che sono padroni della “tecnica”, politici che detengono l’autorità ed il potere, funzionari pubblici che conoscono le leggi. E<strong> tutto questo non fa altro che portare alla connessione fra i due mondi. A spiegarci meglio di questi due “mondi” è il giornalista calabrese, Gregorio Corigliano, che ha moderato il dibattito su mafia e network a Milano. </strong></p>
<p><strong>Come può essere sintetizzato il rapporto tra mafia e network?</strong><br />
«Si viene a creare un parasistema che si infoltisce come una mala pianta: espande radici e rami anche a scapito di quelle fasce della società che apparentemente dovrebbero esserne totalmente lontane come quella giovanile».</p>
<p><strong>Le mafie &#8220;avvelenano la quotidianità&#8221;. C’è differenza tra Nord e Sud in questo senso?</strong><br />
«Non c’è alcun dubbio che le mafie “avvelenano la quotidianità”,è stato rilevato. Il modo di agire delle mafie, nella scansione delle giornate milanesi, è ormai improntato a questa logica di espansione secondo un modello “net” che non è più un mistero per nessuno. I nodi questa rete sono spesso collocati nelle attività industriali, politiche,commerciali di una realtà, che è il vero polmone dell’economia. E la mafia a Milano, è stato ribadito, non è più solo un “prodotto di importazione”dalla Calabria o da altre regioni del Sud, poiché dopo la spinta iniziale, cominciata una ventina d’anni fa, il controllo sul territorio del capoluogo lombardo e dell’intero hinterland, si è radicato ed  è diventato autonomo dalle logiche e dagli obiettivi partenza. Anche se l’influenza permane. Nessuna differenza,quindi, tra Nord e Sud. Come ha sempre sostenuto l’attuale procuratore generale di Ancona,Enzo Macrì, già numero due della Direzione nazionale antimafia: “la lotta alla ndrangheta non si fa a Reggio Calabria,ma a Milano».</p>
<p><strong>Le recenti operazioni antimafia hanno mostrato il volto della cosiddetta &#8220;area grigia&#8221;. quanto ha inciso questo sistema di complicità nel processo di evoluzione delle mafie?</strong><br />
«Si sostiene che le recenti operazioni antimafia abbiano mostrato il volto della cosiddetta “area grigia”. La differenza tra “colletti bianchi” di cui si parlava qualche anno fa e quelli “meno bianchi”per così dire, è divenuta ormai praticamente invisibile, poiché si insinua nella maglie della società, anche di quella civile e,importando le sue logiche, crea continue metastasi, come un tumore,la cui origine, ormai è difficile scovare,anche a chi osserva e combatte il fenomeno da anni. Ma cos’è la “zona grigia”?Non sono solo imprenditori,professionisti, politici che stanno in una posizione subalterna ai mafiosi. No, come scrive il sociologo calabrese Rocco Sciarrone, docente all’Università di Torino. Tra mafiosi e soggetti esterni si instaurano quelli che  definisce “giochi a somma positiva”. Giochi, cioè, in cui tutti i partecipanti hanno qualcosa da guadagnare. Soprattutto “consenso sociale”, che si istituisce al momento della divisione della torta. E non sempre sono i mafiosi ad accaparrarsi la fetta più grossa. E’ fuorviante,pertanto,aggiunge il sociologo, parlare di infiltrazioni della mafia nell’economia legale: siamo in presenza di un vorticoso intreccio di relazioni e di affari in cui c’è collusione, ma soprattutto una vera e propria compenetrazione tra la mafia e gli esponenti di questa zona grigia che, &#8211; e se ne è parlato molto- Sciarrone considera una espressione giornalistica che ha dignità analitica,anche se,ha aggiunto Nino Castorina,reggino,responsabile del settore legalità dei “giovani democratici” rende l’idea. E qui, lo stesso Castorina ha portato l’esempio del “caso Penati”, sottolineando,al pari del parlamentare Franco Laratta che “il pd per essere credibile dev’essere durissimo con gli iscritti e gli amministratori coinvolti a vario titolo”. Come, tra l’altro è stato sostenuto da Chiara Terzoni, autrice del libro “Correnti Migratorie” si preferisce parlare di “borghesia mafiosa” per indicare, appunto, che professionisti, imprenditori, pubblici amministratori,politici,assieme ai capi mafia, sono al comando di un blocco sociale dentro il quale agiscono insieme». </p>
<p><strong>Parlare di &#8216;ndrangheta, o delle mafie in generale, quanto è importante?</strong><br />
«E’ importante parlare di ndrangheta,si sono chiesti Umberto Ferrari,coordinatore di Libera di Crotone,Stefano Indovino, consigliere della zona 9 di Milano,Rosa Palone, del presidio  di“Libera Angelo Vassallo,di Buccinasco e Dario Parazzoli,redattore del blog “stampo antimafioso”? Manco a porla la questione! E’ impossibile fare passi avanti significativi se non cresce la sensibilità e l’impegno di tutti gli attori della società civile.  Da tutti occorre la disponibilità alla collaborazione con la magistratura(“no all’antimafia parlata, come ha rilevato Ilda Boccassini) e le forze dell’ordine. Nel suo ultimo volume, Nicola Gratteri, con Antonio Nicaso,ha ribadito che “i mafiosi si nutrono del silenzio”. La mafia uccide sogni e speranze, non crea benessere, ruba e  distrugge, offre forme di lavoro che sono in realtà ricatti ,scrive Gratteri in “La mafia fa schifo” pagati al prezzo della libertà e della dignità».</p>
<p>Il<strong> futuro è nelle mani dei giovani. Come fargli capire che l&#8217;illegalità non conviene?</strong><br />
«Ai giovani occorre dire, con la Boccassini e Gratteri, che “devono continuare a reagire, a ribellarsi. Solo così si può segnare il riscatto di Milano e della Calabria. Se dei e nei social network si parla ormai senza interruzione, si è,in un cero senso,alzato il volume su quello che è un “illegal network,per monitorarlo ed esporlo e affrontarlo a viso aperto. Se il progresso della comunicazione di massa è ormai inarrestabile, quello dell’”illegalità di massa” va fermato,senza mai perdere le speranze e va bloccato non solo nelle sue manifestazioni violente,ma soprattutto nella sua capacità di tacere e di far tacere».</p>
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		<title>Acque nere di Calabria</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 13:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[depurazione]]></category>
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Nel nostro Paese, allo scopo di riorganizzare l’intero sistema nazionale delle acque, con la legge 36 del 1994, (cosiddetta Legge Galli: disposizioni in materia di risorse idriche), si è prevista l’istituzione degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) a cui delegare la gestione omogenea del servizio idrico integrato su scala territoriale. In Calabria, l’applicazione della legge Galli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/acque-nere-di-calabria/acquenere/" rel="attachment wp-att-8573"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/acquenere-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8573" /></a></p>
<p><strong>Nel nostro Paese, allo scopo di riorganizzare l’intero sistema nazionale delle acque</strong>, con la legge 36 del 1994, (cosiddetta Legge Galli: disposizioni in materia di risorse idriche), si è prevista l’istituzione degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) a cui delegare la gestione omogenea del servizio idrico integrato su scala territoriale. In Calabria, l’applicazione della legge Galli, ha portato alla legge regionale n. 10 del 1997, che definisce 5 Ato in corrispondenza delle 5 province.<br />
<strong>L’effettiva istituzione dei nuovi enti è avvenuta tra il dicembre del 1997 e il maggio del 1999, ma solo tre Ato hanno affidato l’appalto, mentre Catanzaro e Vibo Valentia sono, secondo i dati pubblicati da Convri (commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche) nel 2010, tra i 23 Ato che in tutta Italia non hanno ancora provveduto ad affidare la gestione del servizio, almeno fino a marzo 2011</strong>. Dal 1° Luglio scorso, in Calabria, è entrata in vigore la norma che prevede l’eliminazione dei cinque Ato, riorganizzato in un unico Ato regionale, ma di fatto nulla è ancora cambiato. Tale norma è conforme a quella del governo, rimandata però col decreto Milleproroghe. Al di là di questa rigida programmazione di cui si aspettano gli effetti, nel giugno del 2009, l’Unione Europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il deficit depurativo, nella lista dei comuni inadempienti, ben 22 sono quelli calabresi.<br />
<strong>La depurazione in Calabria,</strong> infatti, non sente i cambiamenti stagionali, non funziona né l’estate (causando problemi al mare che diventa inquinato), né l’inverno (quando l’allarme riguarda la salute dei cittadini). A dimostrarcelo, il dossier di Legambiente del 2011 sulle ’Acque nere’ e sulla mala-depurazione in Calabria, rispetto al resto del Paese.<br />
In realtà ci troviamo in una terra già commissariata dal 1998 e fino al 2008 nel settore della depurazione. Anni e anni di commissariamento, però, non sono serviti a risolvere il problema. La gestione commissariale, secondo le disposizioni del governo, avrebbe dovuto realizzare nuovi impianti e adeguare quelli esistenti, progettare interventi e così via. Nulla di tutto questo, probabilmente per la difficoltà di riorganizzare l’intero settore.<br />
Inoltre, ci sono le inchieste giudiziarie. In primis ’Poseidone’ della procura di Catanzaro, avviata nel 2005, e dunque in piena gestione commissariale. L’inchiesta, lo scorso anno ha portato al rinvio a giudizio di 39 persone, indagate a vario titolo per illeciti nella gestione della depurazione calabrese, al centro di una maxi truffa di 900 mila euro.<br />
<strong>Sempre dal rapporto di Legambiente risulta che dopo 10 anni di commissariamento e tanti soldi spesi l’emergenza non è stata superata.</strong> Basti pensare che in tutta la regione ci sono, tra grandi, medi e piccoli, circa 700 depuratori e, buona parte di questi, funzionano poco e male oppure non funzionano. Molti sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e sequestri da parte della magistratura. L’efficienza dei sistemi di depurazione in media è del 73% (abitanti equivalenti serviti), il che significa che oltre 540 mila cittadini calabresi riversano direttamente nei fiumi e nel mare i loro reflui sena alcun sistema di trattamento degli scarichi. Le acque reflue urbane non trattate, costituiscono sia un pericolo per la sanità pubblica che la principale causa di inquinamento delle acque costiere e interne da virus e batteri.<br />
Non a caso, la Calabria nel 2010, è terza nella classifica nazionale dell’inquinamento del mare, dopo la Puglia e la Campania. In 12 mesi, la capitaneria di porto e le forze dell’ordine hanno rilevato 358 infrazioni, quasi una al giorno, denunciando o arrestando 440 persone e effettuando 224 sequestri. La provincia con il maggior numero di reati ambientali è quella di Reggio Calabria.<br />
<strong>Nemmeno in questo caso, purtroppo, va dimenticato l’interesse della ‘ndrangheta.</strong> A cominciare da quello della cosca dei Condello, il cui coinvolgimento negli appalti, per la ristrutturazione dei depuratori nella città di Reggio Calabria è raccontato dalle inchieste della magistratura che hanno portato in questi anni a decine di arresti. Va ricordata inoltre, la vicenda legata al suicidio della dirigente del Comune di Reggio, Orsola Fallara, che è stata accusata di aver sottratto ingenti fondi pubblici dalle casse dell’amministrazione.<br />
Le inchieste, in questo senso, una sulla morte e l’altra sulle consulenze, dimostrano proprio che nel caso delle consulenze, sarebbero stati pagati consulenti fantasma per opere pubbliche, fra cui i depuratori in città. Questi dati emergono pure dalla relazione di Legambiente.<br />
Per guardare più da vicino tali realtà abbiamo scelto fra tutti il ’caso’ del Comune di Acri, in provincia di Cosenza, fra quelli considerati inadempienti. Ancor più specificatamente, siamo andati a scoprire un vecchio depuratore a San Giacomo D’Acri che non funziona da più di 10 anni.<br />
In questo caso, però, grazie alle sollecitazioni del locale circolo Idv, di cui è presidente Giacomo Fuscaldo e di qualche cittadino, l’amministrazione guidata dal senatore dell’Udc, Gino Trematerra, è stata più volte sollecitata a intervenire. Gli esponenti di Italia dei Valori fanno una denuncia grave: il liquame del depuratore scarica direttamente nel fiume Coriglianeto, il rischio di inquinamento è altissimo e sotto gli occhi di tutti. Per di più, i cittadini pagano una tassa comunale solo per il servizio di depurazione che a famiglia, a seconda del reddito, va a costare dalle 50 ai 150-200 euro l’anno.<br />
Qualche risposta a mezzo stampa da parte del sindaco c’è stata ma, di fatto, nessun intervento per rimettere in funzione il depuratore, né per il monitoraggio dell’area, ormai circondata solo da erbacce. Nella piccola frazione del Comune di San Giacomo, di cinque mila abitanti, può succedere che un depuratore non funzioni per tutto questo tempo, può succedere che sia sotto gli occhi di tutti il disastro ambientale e l’incuria intorno a queste vecchie strutture, ma nessuno o quasi, faccia nulla per offrire un servizio alla popolazione che peraltro paga. Delle serie oltre il danno, la beffa.<br />
E questo è solo un caso, perché problemi del genere in piccole realtà, ce ne sono a centinaia. Lo stesso Comune di Acri ha tanti altri ’piccoli’ depuratori che non funzionano o funzionano male e quasi tutti riversano nel fiume Coriglianeto e l’estate vanno a finire in mare.<strong> Ciò contribuisce ad accrescere le contraddizioni di una regione bella che sarebbe ideale per il turismo balneare, ma che non riesce ad investire sulle proprie specificità. </strong></p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Politici, boss e toghe: il vero potere di Reggio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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La “brodaglia”. La chiama così lo scrittore calabrese Mimmo Gangemi quell’acqua torbida dentro la quale navigano mafiosi, magistrati, colonnelli dei carabinieri, faccendieri e spioni, consiglieri regionali, deputati e finanche ministri della Repubblica. E’ il brodo primordiale della ‘ndrangheta, il suo ambiente naturale, il nutrimento che ha consentito nel corso di pochi anni a boss di [...]]]></description>
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<p><strong>La “brodaglia</strong>”. La chiama così lo scrittore calabrese Mimmo Gangemi quell’acqua torbida dentro la quale navigano mafiosi, magistrati, colonnelli dei carabinieri, faccendieri e spioni, consiglieri regionali, deputati e finanche ministri della Repubblica. E’ il brodo primordiale della ‘ndrangheta, il suo ambiente naturale, il nutrimento che ha consentito nel corso di pochi anni a boss di montagna di diventare presidenti della più grande holding criminal-politica presente su tutto il territorio italiano. E allora conviene tuffarsi nella “brodaglia” e raccontarla, così come ce la rappresenta la poderosa inchiesta sul clan Lampada della Procura distrettuale antimafia di Milano.</p>
<p><strong>Iniziando dalla politica e da Francesco Morelli. Un insaziabile, la dimostrazione vivente di come in Calabria solo il rapporto colo potere (politico e mafioso) può garantire una rapida e strepitosa scalata sociale</strong>. Morelli inizia come dipendente della Sip, poi si avvicina ad uno dei potenti calabresi degli anni Settanta del secolo scorso, Riccardo Misasi, sinistra Dc, nel 1991 diventa dirigente di una società del gruppo Iri, nel ’95 manager Telecom, nel 2000 Giuseppe Charavalloti, predente della giunta regionale calabrese, lo nomina superdirigente. Conosce Gianni Alemanno del quale diviene strettissimo collaboratore e conquista poltrone anche nella Capitale (Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, Commissario straordinario Unire), fino all’ultimo regalo dell’amico Gianni: membro del cda di Tecno-polo spa, una delle più grandi società del Comune. Ma Morelli aveva un cruccio, aver contribuito con una barca di voti al successo di Peppe Scopelliti alle ultime elezioni, e non essere stato nominato assessore. Per questo perde la testa quando sente voci su una sua esclusione. <strong>Siamo nell’aprile 2010 e lo chiama Alemanno: “Mi dice La Russa che nella lista mandata a Scopelliti per gli assessori il tuo nome non ci sarebbe”.</strong> In fatti non c’è. Sul conto di Morelli girano voci di inchieste antimafia, pesa il suo coinvolgimento nell’inchiesta Why Not. Ma quello che spaventa di più il politico in società con i Lampada, è la guerra che gli hanno scatenato i Gentile. Sono i potentati calabresi che entrano in collisione. A Cosenza i fratelli Gentile sono una potenza, Tonino all’epoca è senatore e membro dell’Antimafia, suo fratello Pino è consigliere regionale e prossimo assessore, la figlia di quest’ultimo è vicesindaco di Cosenza. Si spaventa a tal punto, Morelli, che chiede al suo amico giudice Vincenzo Giuseppe Giglio di informarsi se ci sono inchieste a carico suo. Il giudice obbedisce. Ma a rassicurare il nostro che nessuna ombra potrà fermare la sua ascesa politica è Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma, che oggi scarica pilatescamente Morelli, il 6 maggio lo chiama: “Ieri sera sono finalmente riuscito a parlare a quattr’occhi con Scopelliti, dice che chiude con la Commissione Bilancio per te, fra un anno ci sarebbe il rimpasto…si aprirebbe lo spazio per il tuo assessorato. Prenditi sta presidenza di Commissione, io faccio queste verifiche mi faccio associare da Gasparri e da La Russa e al primo rimpasto risolviamo”. <strong>Il rimpasto della giunta regionale doveva esserci in questi giorni, Morelli sarebbe diventato assessore. Con l’appoggio di Alemanno, la mediazione di La Russa e Gasparri e l’ok finale del governatore Scopelliti. Lo hanno fermato i pm di Milano</strong>. Oggi nell’ambiente politico calabrese in tanti fanno finta di non conoscere Morelli, gli stessi che si mobilitarono per nominare la moglie del magistrato Giglio, prima al comando della Asp di Vibo, poi ai vertici della burocrazia regionale. E’ Luigi Fedele, potente capogruppo del Pdl, “la figura fondamentale” per risolvere il problema. La moglie del magistrato è una sua grande elettrice, si stringono rapporti davanti “a un buon piatto di maccheroni”, come nelle migliori tradizioni calabresi. Il magistrato pressa Morelli con sms, la signora pretende un posto da dirigente (“ci possiamo riuscire o stiamo chiedendo troppo? Un marito stressato”), e alla fine la nomina arriva. “Grazie, so bene che chiunque volesse prendersi il merito, è a te solo che devo gratitudine”, scrive, finalmente rilassato, l’intransigente toga antimafia.</p>
<p><strong>Ma nella “brodaglia” sguazzano anche altri giudi</strong>ci. Talpe, le chiama la pm Ilda Boccassini, non solo in Calabria. Ci sono “lavori in corso”, chiarisce il magistrato, “anche sul nostro territorio”. E si è alla ricerca delle “talpe”anche negli uffici di Roma, Catanzaro, Reggio Calabria. “A Catanzaro – dice Giulio Lampada all’avvocato Minasi – stanno facendo solo un controllo sul discorso del riciclaggio”. Anche l’onorevole aveva buoni contatti nelle procure calabresi per accertarsi dell’esistenza di indagini a carico dei Lampada. Ma ora a tremare sono i funzionari e i magistrati infedeli e chiacchieroni della procura di Catanzaro. Toghe che sguazzano nella “brodaglia” e che ai potenti della politica chiedono favori, protezioni, appoggi per le carriere di congiunti.</p>
<p>Nelle acque torbide del potere calabrese nuotano spioni e ufficiali border-line. Esiste e chi è “il colonnello del Ros dei carabinieri di Reggio”, di cui si parla in una intercettazione del 17 marzo 2010, tra l’avvocato Minasi e uno dei Lampada? Lo chiamano “amico”, di più, “socio”, del papà di un giovane legato alla combriccola, tanto che passerebbe informazioni sull’inchiesta. <strong>E perché Vincenzo Giglio, medico e politico di Reggio, si rivolge al capocentro dell’Aisi (ex Sisde) per chiedere notizie sulle indagini a carico dei Lampada? Perché nella “brodaglia” a Reggio nuotano tutti.</strong></p>
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		<title>Piaceri e regali, ecco chi sono i compari di Calabria</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 21:12:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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<p><strong>“’U cumpari du cumpari, è tu cumpari”</strong>. La filosofia di Francesco Morelli, il potentissimo consigliere regionale del Pdl-Scopelliti presidente, sta tutta in questa frase scandita qualche anno fa davanti alle telecamere di “Anno Zero”. Avevano ammazzato Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale, e fortissimi sospetti gravavano sull’uomo che gli subentrò, Mimmo Crea. <strong>Fu in quella occasione, abbracciando e baciando in modo plateale Crea, che Morelli dettò a tutta Italia la sua filosofia, Siamo una cosa sola, anche compare Mimmo, che oggi è in galera per mafia. </strong>Cose di Calabria, dove, a dar credito ad un altro “esperto”, Roberto Moio, pentito di mafia, “la ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. Franco Morelli, secondo degli eletti nel Consiglio regionale con  16mila voti, è un uomo di Peppe Scopelliti, il giovane governatore dj della Calabria. Grazie agli uomini che ha voluto nelle sue liste e che ha portato al governo della Regione, il Consiglio regionale calabrese è oggi quello con la più alta percentuale di onorevoli arrestati per mafia. Santi Zappalà, medico e supervotato pure lui nelle liste Pdl-Scopelliti, lo hanno ammanettato l’anno scorso perché andava in pellegrinaggio a casa del boss Pelle a chiedere voti. <strong>Franco Morelli è finito in galera ieri</strong>. Era il politico di riferimento della famiglia Lampada, calabresi trapiantati a Milano. Se li ricordano ancora al quartiere Archi di Reggio quando gestivano una scalcinata macelleria. Poi i Lampada trovarono in Lombardia la loro America, con le slot-machine truccate, una miriade di bar, ristoranti e imprese. Riciclavano i soldi di Pasquale Condello, ‘o Supremo, e dei Tegano. Ma volevano arrivare in alto, a gestire il business del gioco in tutto il  Nord, e a mettere le mani sui cantieri Expo, per questo serviva la politica. <strong>Franco Morelli era il loro uomo</strong>. Ex democristiano, consigliere regionale da anni, legatissimo a Gianni Alemanno e all’ex governatore di centrodestra Giuseppe Chiaravalloti, numero due dell’Autorità delle Telecomunicazioni. L’uomo giusto. Che presenta i Lampada ad Alemanno. Siamo alla vigilia delle elezioni del 2008, in quel periodo il sindaco di Roma è ministro dell’Agricoltura e Morelli organizza un evento elettorale  al “Café de Paris”, in via Veneto. Mai location fu più indicata. Il caffè della dolce vita era allora nelle mani degli Alvaro di Sinopoli, altra ‘ndrangheta, altri compari. Entusiasta per l’accoglienza calorosa, Alemanno impugna il microfono e parla. “Ringrazio il gruppo Lampada, noti industriali calabresi trapiantati a Milano”. Giulio, rampollo della famiglia, se la ride al telefono con un suo amico quando racconta la giornata: “E noi eravamo lì, in un angolino che gli alzavamo la mano, tipo cià, cià”.<strong> Il sindaco di Roma non è indagato, precisano i magistrati milanesi. L’ingenuità non è ancora reato, ma è una colpa grave per un uomo politico che in quel momento aveva addirittura responsabilità ministeriali</strong>. “Che Alemanno – scrive il gip – non avesse idea alcuna di chi fossero in realtà i Lampada, conta poco o nulla. Quello che conta è che il gruppo mafioso riesca ad accedere ad alcune relazioni personali di favore”. “Eravamo la Reggio bene”, dice raggiante Giulio Lampada. Perché lui e la sua famiglia avevano bisogno come il pane di relazioni eccellenti. Quella col giudice Vincenzo Giglio, magistrato di  democratici sentimenti (ha la tessera di Md) e responsabile dei sequestri dei beni mafiosi, è vitale. <strong>Il giudice fa l’informatore, cerca di capire a che punto sono le indagini sui Lampada e sui loro protettori politici che il capo dei Ros di Reggio, il colonnello Valerio Giardina, e un giovane pm, Giuseppe Lombardo, stanno portando avanti.</strong> In cambio riceve amicizia politica dall’onorevole Morelli. “Mia moglie – scrive in un sms al consigliere regionale – fa parte della piccola schiera di persone cui piace lavorare molto…”. Chiede un posto per la signora, un incarico di prestigio, ma “fortemente operativo”. E lo ottiene. <strong>La consorte viene nominata commissaria straordinaria dell’azienda ospedaliera di Vibo Valenzia, un carrozzone dove la ‘ndrangheta comandava tutto</strong>. Posti, appalti e forniture. Un bengodi che continuò, si legge nella relazione di scioglimento per mafia, anche nel periodo in cui l’Azienda sanitaria è stata gestita da Alessandra Sarlo, la moglie del magistrato. Che oggi, grazie agli appoggi di Morelli e ai buoni rapporti con Scopelliti, è dirigente generale del “settore controllo strategico” della Regione. Morelli subentra nel rapporto con i Lampada, dei quali è socio e dai quali riceve un bonus di 50mila euro, quando si allentano i legami con un altro politico calabrese. <strong>Si tratta di Alberto Sarra, nominato dal governatore Scopelliti, sottosegretario della giunta regionale. </strong>“E’ un esponente politico che può vantare incarichi utili per qualsiasi consorteria mafiosa”, non è indagato, precisano i magistrati, ma ha “contatti consapevoli ed evidenti con esponenti della ‘ndrangheta e costituisce uno dei terminali dei Lampada”. Quando le indiscrezioni sui suoi rapporti con i “milanesi” si fanno insistenti, si fa da parte e subentra Morelli. “Politico spregiudicato che cerca i voti della ‘ndrangheta, il grimaldello che consente ai Lampada di entrare nel grande mondo della politica e delle istituzioni”. <strong>Siamo tutti compari in Calabria.</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 1 dicembre 2011)</strong></p>
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		<title>Mafia, ecco l’asse Calabria-Lombardia</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 16:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Il politico e il giudice: Franco Morelli e Giuseppe Vincenzo Giglio. Entrambi arrestati questa mattina in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano che ha coinvolto dieci persone. Il primo è consigliere regionale in Calabria, eletto nella lista ’Pdl-Berlusconi per Scopelliti’ e vicino al sindaco di Roma, Gianni Alemanno che l’aveva fortemente sostenuto in [...]]]></description>
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<p><strong>Il politico e il giudice: Franco Morelli e Giuseppe Vincenzo Giglio</strong>. Entrambi arrestati questa mattina in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano che ha coinvolto dieci persone. Il primo è consigliere regionale in Calabria, eletto nella lista ’Pdl-Berlusconi per Scopelliti’ e vicino al sindaco di Roma, Gianni Alemanno che l’aveva fortemente sostenuto in campagna elettorale, tanto da lanciare la sfida di una &#8220;Calabria diversa&#8221; proprio grazie al contributo politico di Morelli. A lui viene contestato il concorso esterno in associazione mafiosa, nonché i reati di rivelazione del segreto d’ufficio e intestazione fittizia di beni.<br />
<strong>Il secondo è un giudice con una carica importantissima</strong>: Presidente della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Reggio Calabria, luogo dove passa ogni tipo d’informazione. Giglio, ha 51 anni, Presidente della Corte d’Assise ed esponente di sinistra della corrente Magistratura democratica, docente di diritto penale alla scuola di specializzazione per le professioni legali dell’università Mediterranea di Reggio Calabria.<br />
Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini (per la quale l’operazione rappresenta un ulteriore successo) e i due sostituti Paolo Storari e Alessandra Dolci, contestano al giudice, le ipotesi di reato per corruzione e favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada. L’aggravante di questa ipotesi è sia avvenuto al fine di agevolare la ‘ndrangheta.<br />
Una notizia che stravolge la città di Reggio Calabria e che scopre quella zona grigia in cui la politica, i servizi deviati e, in questo caso, anche i giudici, fanno affari o agevolano la ‘ndrangheta in un intreccio tanto complicato quanto pericoloso. Viene confermata anche l’asse Calabria-Lombardia, dato che fra gli arrestati figura pure l’avvocato penalista Vincenzo Minasi, avvocato del foro di Palmi ma con studi a Como e Milano. Indagato pure un giudice del tribunale di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, che è stato perquisito. Si tratta di Giancarlo Giusti, indagato per corruzione in atti giudiziari. E, ancora, arrestato un maresciallo capo della guardia di finanza, Luigi Mongelli con l’accusa di corruzione e il medico di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio, anche allo specialista è contestato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. In manette pure Francesco e Giulio Lampada, Leonardo Valle e Raffaele Ferminio. Mentre la moglie di Francesco Lampada, Maria Valle, è finta agli arresti domiciliari, indagata per corruzione.<br />
La direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha collaborato in questa operazione con la Dda milanese, ha fermato anche altri tre presunti affiliati alla ‘ndrangheta: Gesuele Misale, Alfonso Rinaldi e Domenico Nasso. Il primo con l’accusa di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, il secondo di intestazione fittizia di beni aggravata da modalità mafiose e il terzo, associazione mafiosa. Su ordine della Dda di Reggio sono stati perquisiti, inoltre, altri due avvocati. Si tratta di Francesco Cardone, del foro di Palmi e Giovanni Marafioti del foro di Vibo Valentia.<br />
<strong>La bufera oltre che sul tribunale di Reggio Calabria è arrivata anche a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, dove la polizia stamattina ha effettuato un blitz per una perquisizione negli uffici del consigliere regionale, ex consigliere di Alleanza nazionale.</strong> Morelli è tra i promotori dei circoli della Nuova Italia (sempre ispirati da Alemanno) e pare sia legato all’Opus Dei: anche per questo potrebbe rappresentare l’anello di congiunzione, tra la ‘ndrangheta e alcuni ambienti politici nazionali.<br />
Il cerchio a Reggio Calabria si stringe sempre di più e si sta facendo luce anche sulla cosiddetta zona grigia che coinvolge persone dal profilo politico e sociale apparentemente pulito. La giunta dell’attuale governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, si ritrova sempre più stritolata dalle indagini della magistratura. Prima con l’arresto del suo consigliere Santi Zappalà, in carcere per scontare una pena per voto di scambio. Zappalà è stato sorpreso dalle intercettazioni ambientali dei carabinieri, recarsi in casa del boss Pelle per chiedere voti per le elezioni regionali del 2010, in cambio di lavori pubblici. Ora, stessa sorte per il consigliere (pare prossimo a entrare in giunta), Franco Morelli. Senza dimenticare che anche il governatore della Calabria, Scopelliti, deve presentarsi dinanzi ai giudici per chiarire la sua posizione sul ’caso Fallara’, la dirigente del Comune di Reggio morta per avere ingerito acido muriatico.<br />
<strong>La firma di Giglio si ritrova in numerose operazioni degli ultimi tempi.</strong> C’era nei provvedimenti di sequestro di 330 milioni di euro al “re dei videopoker”, Giacchino Campolo; di 190 milioni di euro alla cosca Pesce di Rosarno; di 150 milioni alla cosca dei Rumbo-Galea-Figliomeni, legata ai Commisso di Siderno. Inoltre non mancava mai di intervenire nel dibattito pubblico contro la ‘ndrangheta e in iniziative antimafia. Secondo le sue dichiarazioni le persone erano stanche di vivere una vita ’a metà’, volendo vivere pienamente ’per intero’ lasciandosi alle spalle la mafia</p>
<p>(pubblicato www.lindro.it)</p>
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		<title>Il Risorgimento non è questione meridionale</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:43:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”: non è espressione di debolezza del popolo italiano, bensì la ricerca costante del nostro Paese “di fare un governo per gli italiani”. Lo storico Lucio Villari non poteva non citare Massimo D’Azeglio per chiarire uno degli ’equivoci maggiori del nostro tempo. Pensare che gli “italiani non siano stati protagonisti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-risorgimento-non-e-questione-meridionale/villari/" rel="attachment wp-att-8512"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/villari-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8512" /></a></p>
<p><strong>“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”: </strong>non è espressione di debolezza del popolo italiano, bensì la ricerca costante del nostro Paese “di fare un governo per gli italiani”. Lo storico Lucio Villari non poteva non citare Massimo D’Azeglio per chiarire uno degli ’equivoci maggiori del nostro tempo. Pensare che gli “italiani non siano stati protagonisti di un processo di rinnovamento storico e culturale vero, unico”.<br />
Il docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre, invitato ad un convegno dell’Adic a Gioia Tauro, ha tenuto una vera e propria lectio magistralis sul Risorgimento italiano, cogliendo anche l’occasione per presentare il suo libro ’Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento’ (edito Laterza). Il periodo di festeggiamenti per l’Unità nazionale non poteva che finire dissipando ogni dubbio sul Risorgimento e correggendo anche alcune “bugie storiche”.<br />
<strong>Villari, con semplicità e abilità nell’esposizione ha distinto il periodo unitario, distinguendolo dal divario che si è creato tra Nord e Sud</strong>. Il Risorgimento non è la causa della Questione meridionale, così come la Questione meridionale non è la causa della “questione criminale” e, inoltre, “la Questione meridionale non può inficiare quanto è avvenuto nel 1861”.<br />
“Il Risorgimento è una vicenda così straordinaria che non può essere confuso con nient’altro” ha aggiunto. ’Bella e perduta’ l’Italia del Risorgimento, come suggerisce il titolo dell’ultima fatica, perché &#8220;così piena, ricca di storia, umanità e cultura ma, al tempo stesso, divisa politicamente, separata in tante piccole parti sempre dal punto di vista politico”. <strong>“La nostra è una storia di civiltà e cultura </strong>– ha detto lo storico – ma anche di impoverimento e di mancata indipendenza, il caso italiano è unico da questo punto di vista”.<br />
<strong>La divisione tra Nord e Sud non trova, quindi, secondo la tesi di Villari, giustificazione nel Risorgi</strong>mento. Proprio perché tutti assieme gli italiani, i giovani italiani, hanno lottato per l’unificazione. Mazzini, Garibaldi, Cavour, in questo scenario sono degli eroi. Ma il senso più profondo della giustizia, le basi per l’Unificazione stessa, gli ideali, le idee sono sicuramente frutto di una cultura impregnata di questi concetti. Anticipatore di questo tipo di letteratura è proprio Manzoni. “Tutta l’opera di Manzoni, i ’Promessi Sposi’ in primis, è incentrata sulla creazione di un concetto unitario, impregnata del senso della giustizia e riscatto dei deboli”.<br />
L’Italia giovane come non mai quella del Risorgimento per lo storico. Con i suoi giovani protagonisti. “Mameli, che compone l’Inno d’Italia a 20 anni e muore a soli 22, Ippolito Nievo che a soli 17 anni partecipa al primo tentativo insurrezionale”.<br />
L’errore più grosso, per Villari, è stato quello di far cadere in eccessi di mitizzazione il concetto di Risorgimento. Nell’affanno per i festeggiamenti dell’Unità se ne dimentica il significato profondo, “ci si perde nella retorica che allora non esisteva”. E, invece, il Risorgimento è proprio l’humus delle nostre origini, noi siamo figli di quell’epoca, di un fenomeno che si verificò solo in Italia &#8211; nonostante la presenza ingombrante della Chiesa. Il messaggio, “differentemente da quello della dinastia borbonica, è di libertà”. Le ribellioni durante avvenimenti storici particolari, come le Cinque giornate di Milano, bastano per Villari a far pensare che gli italiani erano consapevoli di ciò che stavano facendo:“hanno vissuto con orgoglio quei momenti”.<br />
Certo poi l’Italia avrebbe dovuto superare grosse difficoltà e la sua cultura, la sua storia non l’hanno sempre aiutata e l’evoluzione politica, d’altra parte, ne è testimonianza diretta. Ironicamente, lo storico di origini calabresi, ha ricordato l’esperienza del suo conterraneo Piria. L’intellettuale nato a Scilla, nel 1959 fu, su sollecitazione di Cavour, membro ordinario del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, successivamente, nel 1860 , Garibaldi, a capo del Regno delle due Sicile, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Per vedere come da questo punto di vista si sono fatti passi indietro basta “confrontare i primi ministri della Pubblica Istruzione con quelli di oggi”, sorride il professore.<br />
Il giornalista Lucio Rodinò, che ha moderato l’incontro col sindaco di Gioia Tauro, Renato Bellofiore, la Presidente dell’Avic Luigia Morgante. Parlando del libro dell’ospite, si è parlato di uno scrittore “in grado di unire la precisione storica ad un racconto scorrevole”. Altrettanto si può dire di questo intervento, chiaro, puntuale, semplice e appassionato: un’esperienza che arricchisce. </p>
<p>(pubblicato.www.lindro.it)</p>
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		<title>Vagliela a spiegare la Calabria a Bruxelles</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 20:56:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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( di Francesco Rende)
 Qui a Bruxelles la pioggia fa meno male. La prima triste constatazione di chi vede la Calabria dall’esterno, come me durante questa mia esperienza lavorativa nel cuore dell’Europa, è la rassegnazione di chi ormai è abituato a tutto: le ultime devastazioni causate dalle precipitazioni stagionali aprono una ferita profonda in chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/vagliela-a-spiegare-la-calabria-a-bruxelles/calabria-3/" rel="attachment wp-att-8499"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/calabria.jpg" alt="" title="calabria" width="177" height="285" class="alignleft size-full wp-image-8499" /></a></p>
<p>( di Francesco Rende)<br />
 <strong>Qui a Bruxelles la pioggia fa meno male</strong>. La prima triste constatazione di chi vede la Calabria dall’esterno, come me durante questa mia esperienza lavorativa nel cuore dell’Europa, è la rassegnazione di chi ormai è abituato a tutto: le ultime devastazioni causate dalle precipitazioni stagionali aprono una ferita profonda in chi vive in Calabria, ancor di più se si pensa ai morti ed ai milioni di euro di danni che ogni anno fa il maltempo da Lagonegro a Villa San Giovanni. Un male stagionale, così come stagionali sono le precipitazioni e le piogge che si abbattono sulla nostra regione.<br />
<strong>Cosa ci permette, quindi, di non essere in grado di affrontare l’ordinario? Per quale strana ragione qualsiasi cosa succeda diventa emergenza? E’ questa una delle più grosse contraddizioni della nostra terra, che rende a noi calabresi, giovani e non, difficile spiegare a tutto il resto d’Italia, d’Europa, del mondo, spiegare perché nonostante tutti gli aiuti e i sussidi ci troviamo ancora in coda ad ogni graduatoria. </strong>Lavorare a Bruxelles vuol dire anche questo: dover spiegare l’inspiegabile, dover trovare una ragione valida e plausibile ad un ponte che crolla sotto il peso dell’acqua, in una terra che ancora grida vendetta per i morti del camping “Le Giare” di Soverato e che come ogni inverno deve affrontare “l’emergenza pioggia”. Il bollettino ogni anno parla di paesi inghiottiti dal fango, collegamenti interrotti, morte e devastazione: una regione che si definisca “civile”, una politica realmente al servizio del cittadino, dopo la prima volta avrebbe fatto in modo che tutto questo non fosse mai più accaduto. In Calabria purtroppo tutto questo non accade: la pioggia, nella punta d’Italia, da amica degli agricoltori e benefattrice dei campi diventa nemica del territorio, si trasforma in falce nera che tutto avvolge e porta via con sé. Perché, però, nel resto del mondo non succede? Perché paesi come il Belgio, costantemente falciati dalle precipitazioni atmosferiche, non convivono con emergenze di questo tipo? Cosa ci impedisce di affrontare la normalità?<br />
E’ questa la difficoltà più grande: trovare un perché. <strong>Parli con un ragazzo di Sarajevo e ti dice che, a pochi anni dalla conclusione da una delle guerre più sanguinose degli ultimi anni, loro sono pronti ad entrare in Europa con una economia salda, che gli permetterebbe di posizionarsi ben fuori dall’obiettivo convergenza </strong>(gli aiuti destinati alle regioni che hanno bisogno di mettersi al pari con l’Europa, che la Calabria spreca da anni senza ottenere un benché minimo risultato), mentre tu pensi che nei tuoi paesi ai lati del marciapiede spesso c’è la spazzatura, perché dopo anni di “emergenza” ancora non sappiamo che fine far fare ai nostri rifiuti. Pensi che l’ufficio di rappresentanza della sua regione è una piccola stanza con due computer al secondo piano di un palazzo, che organizza ogni tipo di attività senza mai fermarsi un attimo ed allargandosi sempre più alle altre nazioni, mentre quello della Regione Calabria si trova al centro di Schumann, nel cuore della politica europea, ma è desolatamente chiuso ed inattivo da non si sa quanto tempo ormai, nonostante l’affitto sia stato pagato anticipatamente anche per tutto il 2013.<br />
Guardi le strade ampie, i treni che ti collegano in ogni parte della nazione in meno di un’ora, osservi i mezzi del trasporto pubblico passare senza soluzione di continuità e, soprattutto, scopri quasi con sorpresa che qui tutti non solo pagano il biglietto, ma sono abbonati.<br />
<strong>Aveva ragione Banfield quando, parlando del Sud Italia, teorizzò il “familismo amorale”</strong> e disse che il problema era, soprattutto, culturale: perché di quell’abisso culturale di cui ci siamo nutriti in questi anni è figlia anche la politica che non solo non trova le risposte adeguate, ma che nemmeno dimostra di volerle cercare. Nemmeno il consenso interessa più alla classe dirigente calabrese: per quello ci sono i boss, che stando alle risultanze dei procedimenti giudiziari sono il principale bacino elettorale a cui si rivolgono, come questuanti in cerca di carità, inconsapevoli di essere burattini in mano ad un gioco molto più grande di loro che avvelena le loro terre e i loro figli.<br />
<strong>La Calabria da Bruxelles è  un pugno in pieno stomaco</strong>, un gancio al fianco che toglie il respiro: non basta lodare la buona cucina, il sole, i paesaggi da favola e le bellezze artistiche e naturali di una terra troppo bella per essere vera. Aprire un giornale, vedere quello che accade, è troppo anche per chi ha ancora la speranza di vedere cambiare la propria terra: l’amarezza e la frustrazione vanno di pari passo con la rabbia che ti porta il sentirti impotente, troppo piccolo. Capisci in un solo secondo perché sei andato via e perché, nonostante tu raccolga sempre delle importanti soddisfazioni, il tuo primo pensiero è sempre rivolto a quel lembo di terra racchiuso tra Jonio e Tirreno.<br />
Qualche anno fa, un ristoratore di Cetraro alle prese con dei turisti inglesi mi chiese di aiutarlo in una traduzione immediata: i suoi clienti volevano sapere perché  una terra così bella vivesse in quello stato di abbandono. Quando tradussi la loro domanda, mi guardò con uno sguardo carico di amara rassegnazione: <strong>“Raccontagli questa storia: di’ loro che quando Dio creò la Calabria, si rese conto che tra la bellezza delle coste ed i paesaggi sconfinati delle sue montagne, aveva fatto un lavoro troppo bello, e che per compensare la disparità con tutto il resto d’Italia creò i calabresi</strong>”. Ho tradotto tutto, ma dopo il risolino amaro della comitiva la rabbia dei miei vent’anni si scagliò contro il proprietario del ristorante: “Ne riparleremo quando, prendendo un treno o un aereo per lasciare casa tua, ci ripenserai”, mi disse. Aveva ragione, su tutta la linea: ma spero vivamente che la mia generazione sia in grado di non far ascoltare mai più ai ventenni del domani una frase del genere.  </p>
<p>(pubblicato su  Il Quotidiano della Calabria il  26/11/2011)</p>
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		<title>&#8216;Ndrangheta in Lombardia, una pioggia di condanne</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 08:58:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Luca Rinaldi)
110 condanne fino a 16 anni nel maxi-processo alle cosche in Lombardia. Questo il verdetto del tribunale di Milano dopo 32 ore di camera di consiglio. Al termine dell&#8217;udienza a porte chiuse molti dei detenuti hanno urlato e applaudito ironicamente all&#8217;indirizzo della corte e degli stessi avvocati che li hanno difesi nel corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/ndrangheta-in-lombardia-una-pioggia-di-condanne/tribunalemi/" rel="attachment wp-att-8430"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/tribunalemi-300x158.jpg" alt="" title="tribunalemi" width="300" height="158" class="alignleft size-medium wp-image-8430" /></a><br />
(di Luca Rinaldi)<br />
<strong>110 condanne fino a 16 anni </strong>nel maxi-processo alle cosche in Lombardia. Questo il verdetto del tribunale di Milano dopo 32 ore di camera di consiglio. Al termine dell&#8217;udienza a porte chiuse molti dei detenuti hanno urlato e applaudito ironicamente all&#8217;indirizzo della corte e degli stessi avvocati che li hanno difesi nel corso del processo. Si dimostra così l’unitarietà della ‘ndrangheta, la sua organizzazione verticistica che anche a Reggio Calabria altri importanti processi stanno ricostruendo proprio in questi giorni.</p>
<p><strong>Il pubblico ministero Alesandra Dolci della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano </strong>aveva chiesto in tutto quasi mille anni di carcere per 118 imputati e una assoluzione. La requisitoria del pm nel corso del rito abbreviato del processo scaturito dall’operazione “Infinito” del 13 luglio 2010, arrivato oggi a sentenza, mostrava la permeabilità del tessuto sociale, politico e imprenditoriale lombardo all’aggressione della ‘ndrangheta. Sono stati condannati oggi quasi tutti gli uomini considerati i capi delle cellule criminali calabresi in Lombardia.</p>
<p>110 condanne sulle 118 richieste da parte del Pubblico ministero; cinque assoluzione e quattro non luogo a procedere, di cui una per morte dell’imputato. Così si chiude il primo capitolo del rito abbreviato del più importante processo alla ‘ndrangheta in Lombardia celebrato negli ultimi anni. Le condanne più importanti riguardano quelli che sono i ‘capimandamento’ delle cosche. La pena più pesante, 16 anni, è stata inflitta ad Alessandro Manno accusato di essere il capo della locale di ‘ndrangheta (cellula criminale strutturata) di Pioltello, alle porte di Milano. Per lui l’accusa aveva chiesto 20 anni.<br />
<strong>Per il capo locale di Milano e considerato reggente delle ‘ndrine in Lombardia, Pasquale Zappia </strong>(eletto durante la famosa cena del 31 ottobre 2009 ripresa dai Carabinieri di Monza al circolo Arci intitolato a Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano), è stata inflitta una pena a 12 anni contro i 18 chiesti dall’accusa. 15 anni sono poi andati a Vincenzo Mandalari, capo della locale di Bollate e Pasquale Varca. Assolto l’ex assessore provinciale milanese Antonio Oliverio, per cui era stata chiesta l’assoluzione anche dal Pubblico Ministero Alessandra Dolci.<br />
<strong>Una sentenza attesa da più di un anno</strong>, dopo l’operazione “Infinito-Crimine” che nel luglio del 2010 aveva portato all’arresto di oltre 170 persone tra la Calabria e la Lombardia. Altri 34 imputati invece hanno scelto il rito ordinario ancora in corso di svolgimento davanti alla VII sezione penale dello stesso tribunale meneghino.<br />
La lettura della sentenza del Gup di Milano Roberto Arnaldi sarebbe dovuta arrivare ieri nel pomeriggio, ma verso le 18 è arrivata la notizia dello slittamento a oggi col disappunto degli imputati detenuti provenienti dai carceri di tutta Italia. Tra gli avvocati si è parlato di possibili dubbi riguardo la decisione da prendere da parte del Gup che avrebbe così preferito prorogare per altre 24 ore la camera di consiglio. La lettura è terminata questa sera poco dopo le 21 sollevando urla di scherno e applausi ironici da parte di alcuni degli imputati all’indirizzo sia della Corte sia degli avvocati difensori. Negli stessi momenti il ‘capo dei capi’ della cupola lombarda Pasquale Zappia, si è sentito male ed è stato portato via in ambulanza<br />
<strong>È un momento storico la lettura di questa sentenza</strong>: in gioco c’è il timbro di verità processuale sull’organigramma dell’organizzazione criminale più potente e meno studiata del mondo e i tanti legami a doppio filo tra la Lombardia, luogo in cui l’odierna sentenza ha sancito l’esistenza di cellule criminali ben definite e tra loro interdipendenti e Reggio Calabria. Si dimostra quindi l’unitarietà della ‘ndrangheta, la sua organizzazione verticistica che anche a Reggio Calabria altri importanti processi stanno ricostruendo proprio in questi giorni.<br />
<strong>Per trovare una sentenza di tale portata, almeno numerica, riguardo la mafia bisogna tornare indietro al 1997 quando il processo scaturito dall’operazione “Nord-Sud” portò a 13 ergastoli e 1.800 anni di carcere per 133 imputati. Anche allora la sentenza arrivò nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi a Milano, ma la camera di consiglio durò 41 giorni</strong><br />
(lucarinaldi.blogspot.com e www.linkiesta.it)</p>
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		<title>L&#8217;Odissea della Valle del Mercure</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 03:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Le pagine sono ingiallite, tanto tempo è passato sopra quelle carte conservate a lungo in qualche cassetto, ma il punto è sempre lo stesso: relazione sulla Centrale del Mercure. E questa volta lo studio sulla struttura calabrese dell’Enel risale al 1987. Quasi novanta pagine quelle della commissione scientifica-consultativa, per la valutazione dell’impatto ambientale del progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/lodissea-della-valle-del-mercure/mercure/" rel="attachment wp-att-8409"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/mercure-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8409" /></a></p>
<p><strong>Le pagine sono ingiallite, tanto tempo è passato sopra quelle carte conservate a lungo in qualche cassetto, ma il punto è sempre lo stesso: relazione sulla Centrale del Mercure</strong>. E questa volta lo studio sulla struttura calabrese dell’Enel risale al 1987. Quasi novanta pagine quelle della commissione scientifica-consultativa, per la valutazione dell’impatto ambientale del progetto di riconversione a carbone della centrale termoelettrica del Mercure.<br />
Prima della sua dismissione nel 1997, l’Enel voleva farne una centrale a carbone. Fallito quel tentativo, il progetto è diventato molto più ambizioso, dato che dal 2000 s’impegna per la riconversione a biomasse della centrale che, per quantità di combustibile bruciato e dimensioni, sarebbe la più grande d’Europa. Del caso centrale a biomasse ci eravamo già occupati recentemente.<br />
<strong>Ma questo elemento assolutamente nuovo, che riguarda appunto la relazione commissionata anche all’epoca dal Comune di Laino, illumina ogni considerazione che fino ad oggi si è fatta del progetto, pur parlando di combustibile diverso, non biomasse ma carbone.</strong> All’epoca, la commissione fu presieduta dal sindaco di Laino, Terenzio Calvosa, e composta dai professori Attilio Alto, Gaetano Cecchetti, Susana Cerquiglini Monteriolo, Piero Gagliardo, Luigino Mazzei, Antonino Palumbo, oltre che dall’avvocato Angelo Costantino, per la valutazione specifica degli aspetti giuridici della questione.<br />
Oltre all’impatto ambientale la commissione aveva valutato pure il quadro socio-economico dei comuni in cui ricade la centrale, ovvero Laino Borgo e Laino Castello in provincia di Cosenza; e Castelluccio Inferiore, Rotonda e Viggianello, in provincia di Potenza. Tutte aree interessate già da allora anche a fenomeni di spopolamento. Da quel documento sono emerse alcune criticità per la riconversione a carbone della centrale e, andando a guardare le opposizioni al progetto dell’Enel, queste criticità sono pressoché identiche a quelle odierne.<br />
<strong>Ciò anche se nel 1987 non si considerava il fatto che la centrale del Mercure si trova al centro del Parco nazionale del Pollino, </strong>costituito nel 1993 e neppure in una Zona a protezione speciale, così come ha stabilito l’Unione europea nel 2007. Nell’area doppiamente vincolata, da norme sia nazionali che comunitarie, in cui si viene a trovare oggi la centrale, si può “intervenire solo per esigenze connesse alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica, o per esigenze di primaria importanza per l’ambiente, oppure, previo parere della Commissione europea, per altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico” (D.P.R. 12 marzo 2003).<br />
Ecco che allora non si capisce come mai l’Enel, tramite il Comune di Laino, nel 2010 abbia dato incarico ad altri tre professori (Salvatore Sciacca, Luigi Manzo e Francesco Maria Avato), pagandoli per 114 mila euro, di uno studio d’incidenza in cui non si è tenuto conto delle relazioni precedenti, né delle innumerevoli opposizioni al progetto.<br />
<strong>Nell’87, il progetto dell’Enel non è stato realizzato, non sappiamo se a causa del responso degli studi sul campo.</strong> Lo studio è stato fatto prima di qualunque parere favorevole da parte di Enel o dei comuni interessati. Anche il metodo di lavoro è diverso perché la commissione istituita nel 1986 si basa sulla raccolta di dati reali, diversamente della commissione istituita nel novembre 2010, che fa riferimento a dati forniti dal Comune di Laino (favorevole al progetto) e, malgrado sia l’unico finanziatore dello studio, all’Enel. Nel 2010, inoltre, i dati sono mutuati da una valle diversa dal Mercure e più distante, quella di Latronico.<br />
I dati meteorologici, direttamente rilevati nella Valle del Mercure all’epoca, hanno evidenziato il fenomeno dell’escursione termica a livello del suolo, con conseguente difficoltà di dispersione degli inquinanti aerei. Cosa che non emerge nella relazione del 2010, anche se il clima nella Valle non è molto variato, suggeriscono gli oppositori.<br />
Altro elemento rilevante per la prima commissione, sono le condizioni di traffico veicolare: ricordiamo che sarebbero 150 andata – ritorno, i camion che dovrebbero attraversare il Parco nazionale del Pollino per portare il cippato di legno e segatura utili al funzionamento della centrale a biomasse. Già allora, e non era previsto un traffico del genere per la centrale a carbone, la commissione aveva considerato “difficile e sconveniente” il passaggio dei mezzi.<br />
Non solo: “Risultano poi ulteriormente aggravate dalla prevedibile intensità del traffico imputabile oltre che ai mezzi di trasporto del carbone (70 autocarri previsti), anche a quello delle ceneri ed ai mezzi che normalmente impegnano il tratto stradale di cui si tratta”. Ecco che la Commissione all’epoca concludeva ritenendo “condizioni imprescindibili, per il superamento delle predette difficoltà, il poter disporre di almeno un percorso alternativo, in aggiunta a quello previsto, sufficientemente distante dai nuclei abitati, al fine di poter migliorare l’affidabilità dell’approvvigionamento e la sicurezza del trasporto, contenendo, quanto più possibile, l’impatto procurato da tale sistema viario sull’ambiente e sugli abitanti della zona”.<br />
Le cose sono cambiate, è vero. E comunque la commissione evidenzia pure che rispetto alla centrale termoelettrica, quella a carbone è meno inquinante. Ma l’ambiente è sempre lo stesso, così come le difficoltà di studio su un territorio così diversificato.<br />
<strong>Ma perché i tre docenti non hanno fatto cenno a queste dettagliate rivelazioni? Perché il Comune di Laino Borgo, ora favorevole al progetto dell’Enel, ha dato del materiale rintracciabile nello stesso Ente o redatto per nome e per conto della società di fornitura d’energia elettrica? Qualcuno, a parte i vari comitati e associazioni contrari al progetto, ci può dire come stanno le cose? È così difficile capire se una centrale inquina o meno? E come mai gli studi, a parte i criteri di valutazione e i metodi utilizzati, sono così diversi? E la relazione, fra le più attendibili, di Rabitti-Casson, perché è stata analizzata solo in parte negli studi recenti? Dalla Regione quanto continueranno a non parlare? E perché hanno approvato il progetto? Qualcuno scommette sulla salute dei cittadini?</strong>Tutte domande legittime anche da parte degli oppositori al progetto e di altri tre studiosi che hanno presentato una controrelazione a quella del 2010 firmata dai professori Sciacca, Manzo e Avato. Si tratta di Ferdinando Laghi, specialista in medicina interna e ematologia generale e referente dell’associazione Medici per l’ambiente Isde-Italia; Mariella Buono, consulente aziendale in salute e sicurezza sul lavoro, igiene e sicurezza alimentare, valutatore dei sistemi di qualità e Eugenio Provenzano, mediatore ambientale.<br />
Tutti attendono che da parte dell’Enel e anche dalla Regione Calabria (favorevole al progetto di riconversione a biomasse) arrivino delle risposte, in merito a una vicenda che sembra infinita.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Il poliziotto che truffava</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 21:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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“Solito ponte, solito punto, lettera urgente un consiglio vai che è meglio”. Stesso linguaggio, uguali mezzi di comunicazione, identiche le buste utilizzate per spedire le missive di minaccia. La sorpresa è che questa volta a finire in carcere è Antonino Consolato Franco, un poliziotto con la vocazione per i delitti e le truffe. Lo scenario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-poliziotto-che-truffava/arresti/" rel="attachment wp-att-8388"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/arresti-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8388" /></a></p>
<p><strong>“Solito ponte, solito punto, lettera urgente un consiglio vai che è meglio”. </strong>Stesso linguaggio, uguali mezzi di comunicazione, identiche le buste utilizzate per spedire le missive di minaccia. La sorpresa è che questa volta a finire in carcere è Antonino Consolato Franco, un poliziotto con la vocazione per i delitti e le truffe. Lo scenario è Reggio Calabria e alcune delle vittime di questi raggiri sono stretti parenti di Orsola Fallara, l’ex dirigente del Comune di Reggio, morta dopo aver tentato il suicidio con l’acido muriatico; di Gianluca Congiusta, imprenditore ucciso dalla mafia in un agguato e del vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, anch’esso ucciso dalla mafia.<br />
<strong>I militari dell’Arma del Comando provinciale di Reggio Calabria</strong>, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia reggina questa mattina hanno arrestato, assieme a Franco, anche Angelo Belgio e applicato una misura cautelare agli arresti domiciliari per Rosa Bruzzese, moglie e complice del poliziotto. “Vai ad Ardore Marina, scendi sul lungomare, dal primo passaggio a livello, venendo da Bovalino; sul lungomare gira a sinistra e fai fino in fondo direzione Locri. Sulla tua sinistra vedrai un residence di colore rosa, a fianco c’è l’abitazione in questione fotografata. Entra dal cancelletto aperto. C’è un portone di ferro senza vetri. L’appartamento è al primo piano, proprio di fronte la scala”.<br />
Questo il tenore di alcune delle missive indirizzate alle vittime. <strong>L’indagine ha documentato tutta l’attività di questo nucleo organizzato di persone pronte a manipolare informazioni in loro possesso </strong>e che offrivano, sotto ricatto, ai prossimi congiunti di persone a vario titolo coinvolte (realmente o ipoteticamente) in vicende giudiziarie.<br />
<strong>I tre componevano dunque una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata a commettere delitti quali estorsioni, violenza privata,</strong> falso materiale e ideologico, truffa, abuso d’ufficio, sostituzione di persona ed altri reati ancora. Il poliziotto, Franco, secondo le indagini dei carabinieri, è risultato capo e promotore del sodalizio. Assumeva informazioni riservate in relazione ad importanti vicende giudiziarie del Distretto di Reggio Calabria, anche in ragione del proprio ufficio, individuava le persone a cui chiedere denaro, stabiliva la strategia da seguire, predisponeva la documentazione da utilizzare in occasione dei singoli reati, impartiva disposizioni agli altri associati e manteneva, anche personalmente i contatti con le vittime.<br />
Angelo Belgio coadiuvava l’attività di Franco e gli forniva tutte le informazioni utili del caso. Mentre la moglie del poliziotto, Bruzzese, gli forniva il necessario supporto logistico ed informativo. Soprattutto collaborava con Franco per mantenere i rapporti con le vittime e metteva a disposizione del gruppo le schede telefoniche intestate a terzi.<br />
La prima truffa è quella ai danni del fratello di Orsola Fallara, Paolo: Il gruppo aveva fatto pervenire a Paolo Fallara, più lettere anonime indirizzate alla sorella. Nelle lettera veniva segnalata l’imminente emissione di una ordinanza di custodia cautelare nei confronti della Fallara. Ecco che la squadra di truffatori si mostrava disponibile a far avere all’interessata la copia dell’informativa in questione in cambio di un corrispettivo di 30 mila euro.<br />
<strong>L’associazione si impegnava inoltre a far sapere in tempo utile quando l’ordinanza sarebbe stata eseguita. Oltre al danno economico che i tre provocavano alle vittime prescelte, vi era anche quello del timore che le stesse vittime provavano dopo aver letto quelle lettere</strong>.<br />
Le indagini sul poliziotto sono partite, suo malgrado, proprio grazie alla denuncia di Paolo Fallara. Infatti, durante un servizio di appostamento, i militari sorprendevano Franco, vice sovrintendente della Polizia di Stato in servizio al NOP di Reggio Calabria, assieme a Belgio, nella località designata per la consegna del denaro. In quella occasione Franco disse di trovarsi con un suo informatore che gli avrebbe fornito notizie utili per la cattura dei latitanti. Da lì sono partite le indagini e le perquisizioni estese anche alle rispettive abitazioni, dove è stato trovato del materiale utile ad accertare la colpevolezza dei tre soggetti. La Fallara era altresì stata invitata a non denunciare il ricatto e non chiedere aiuto “all’amico pezzo grosso che prima stava a Reggio e poi a Roma”. L’amico importante della Fallara, secondo quanto scrivono i magistrati reggini, è il questore Mario Blasco “intimo amico di Paolo Fallara e cognato, poiché coniugati a due sorelle, di Ferraro Salvatore e Francesco Nicola, a sua volta cognato di Fallara Paolo”.<br />
Segue la truffa ai danni di Francesca Bruzzaniti e Mirco Monteleone: In questo caso Franco spediva due lettere. Una indirizzata a Mirco Monteleone e l’atra, appunto, a Francesca Bruzzaniti. All’interno di queste lettere erano indicate le istruzioni da seguire per ottenere, in cambio di un corrispettivo di dieci mila euro, dei documenti che provavano l’estraneità di Alessandro e Giuseppe Marcianò, rispetto all’omicidio dell’onorevole Fortugno, per il quale i due sono stati arrestati.<br />
Mirco Monteleone è il cugino di Paola Macrì, figlia di Annamaria Cordì, nonché sorella di Salvatore, assassinato a Locri e di Vincenzo, condannato all’ergastolo, entrambi con ruoli apicali all’interno della ‘ndrina.<br />
Francesca Bruzzaniti è invece la moglie di Alessandro Marcianò e madre di Giuseppe Marcianò, condannati per essere stati i mandanti dell’omicidio Fortugno. In questo caso la truffa è stata scoperta durante una ispezione dei carabinieri in località ’La Scogliera’ di Africo. I militari stavano cercando la documentazione relativa all’omicidio di Fortugno. Durante l’ispezione, dunque, in una costruzione diroccata, adibita a chiosco in estate, sotto una lastra di cemento armato è stato trovato un sacchetto azzurro di plastica che conteneva un foglio di plastica trasparente e dentro a questo una busta gialla per le lettere. Sull’etichetta bianca della busta c’era scritto: “Per la signora Bruzzaniti Lella, via Garibaldi VI traversa, nr 9, Bianco di Reggio Calabria. All’interno della busta, un’altra busta con delle indicazioni per Francesca Bruzzaniti, la sorella di Lella, con un foglio contenete delle raccomandazioni. Appunto dieci mila euro in cambio della documentazione che dimostra l’estraneità dei Marcianò all’omicidio Fortugno. La lettera si chiudeva con la frase: “Se noi avremo problemi, prima di sabato, chiameremo a casa Reale e diremo, dite alla signora che tutto è rinviato…omissis…”.<br />
Infine, la truffa ai danni di Mario Congiusta: in particolare, Franco, ha fatto arrivare a Congiusta la solita lettera anonima in cui sosteneva di sapere dell’esistenza di materiale probatorio che dimostrava la colpevolezza di Salerno e, di conseguenza, l’innocenza di Tommaso Costa, in relazione all’accusa per l’omicidio del figlio, Gianluca. La somma richiesta a Mario Congiusta era di 50 mila euro e, in caso di rifiuto da parte di Congiusta, l’anonimo scrittore diceva di consegnare il materiale in suo possesso direttamente ai Costa. Questa vicenda ha intimorito la vittima che ha subito pensato all’ipotesi di inquinamento probatorio. Anche Congiusta ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. Il gruppo criminale si firmava con la lettera “B”, il che ha dimostrato il collegamento fra le tre storie, riconducendole ad un’unica mano.<br />
L’organizzazione ha agito nel 2008 in tutti i tre casi. I tre si erano inventati anche un codice linguistico per potersi parlare senza destare sospetti. Nel linguaggio diverse sono le interruzioni di discorsi rimandati a successivi incontri di persona, con l’adozione di termini che nulla hanno a che fare con il reale contenuto della conversazione e che vengono utilizzati proprio per mascherare i riferimenti alle attività illecite portate avanti. <strong>E così le prostituite – come emerge dall’ordinanza – vengono indicate come le “cameriere”; il luogo di esercizio della prostituzione “ristorante”; il ciclo mestruale delle donne come perdita di benzina ecc.</strong>Antonino Franco aveva a casa anche dei ritagli di fogli che riportavano il timbro della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e uno che riportava il gruppo firma del sostituto procuratore generale Francesco Mollace, anche lui vittima dei truffatori dunque.<br />
 Una vicenda che ha dell’incredibile non solo perché parla di raggiri ma perché un uomo in divisa che, in Calabria come altrove, dovrebbe rappresentare lo Stato, la legalità, dovrebbe dare l’esempio, è invece protagonista di un sistema illegale. Un sistema talmente illegale che colpisce direttamente gli uomini che sono stati vittime della mafia, i loro parenti che oltre al dolore hanno dovuto sopportare anche le pressioni e gestire la paura. Se non le vittime della mafia colpisce chi si è tolto la vita (probabilmente) per mettere fine alla parola illegalità. Come Orsola Fallara e gli scandali in cui è stata coinvolta nel suo ruolo di dirigente del settore Tributi del Comune di Reggio Calabria.<br />
<strong>Una vicenda che lascia l’amaro in bocca, proprio perché dimostra, ancora una volta, come sia difficile stabilire il confine fra legittimo e illegittimo, giusto e ingiusto, legale e illegale. E la ‘ndrangheta di questo sistema è sia causa che effetto</strong>.</p>
<p>(pubblicato www.lindro.it)</p>
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		<title>La squadra antimafia</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 19:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.
“Il potere dei segni contro il segno [...]]]></description>
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<p><strong>Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata</strong>” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.</p>
<p><strong>“Il potere dei segni contro il segno del potere mafioso</strong>” ha tuonato dal campo don Ciotti, invitando la Lega nazionale di calcio a far parte di Libera, ad entrare nella rete della legalità che si oppone ogni giorno allo strapotere mafioso.“Il problema delle mafie non è solo in Calabria, non è solo la ‘ndrangheta – ha proseguito il numero uno di Libera - le mafie sono presenti in tutta Italia”. E da qui l’invito alla politica a fare leggi a sostegno dei lavoratori, andare oltre la mera repressione del fenomeno. <strong>“La lotta alla mafia la si fa a Roma, in parlamento, con le leggi giuste” ha sottolineato don Luigi.</strong> Il ringraziamento è andato alle forze dell’ordine, al loro impegno quotidiano nella battaglia contro la criminalità. Ma senza leggi giuste per don Ciotti “non ci libereremo mai dalle mafie”. È la terza volta che, infatti, si inaugura il campo di calcetto a Rizziconi, perché negli anni le cosche hanno premuto affinchè quel luogo non diventasse l’emblema della legalità.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/6frVkr028gE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Ma la giornata di ieri ha segnato una rottura con il passato</strong>. L’impegno del commissario che guida il comune di Rizziconi , Fabrizio Gallo, per far allenare gli Azzuri nella Piana di Gioia Tauro, non è stato vano. Perché questa data sarà segnata come una pagina storica, memorabile, per la Calabria, per quella Calabria che si ribella, che gioisce e festeggia, che sventola il tricolore per chiedere libertà dalle mafie, che crede al riscatto e al cambiamento. L’auspicio, infatti, così come l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha avuto modo di dire, è che questo sia “un punto di partenza e non di arrivo”. L’entusiasmo dei giovani tifosi che affollavano gli spalti e <strong>l’appassionato intervento di don Ciotti</strong> hanno contagiato anche i giocatori. A partire da Claudio Marchisio che ai giornalisti ha confessato: “ci siamo sentiti piccoli piccoli”, così come lo stesso capitano Luigi Buffon, il quale ha evidenziato che le “coscienze si smuovono con la cultura”. <strong>Il ct Cesare Prandelli, si è detto convinto di aver partecipato ad una “giornata storica” ed ha incitato i ragazzi a “non mollare mai”, mostrandosi una persona semplice, in mezzo ai tanti giovani che lo guardavano con ammirazione, mentre diceva che va via da Rizziconi “arricchito</strong>”.</p>
<p>Il presidente Abete non si è fatto sfuggire l’invito di don Ciotti per fare entrare la Nazionale di calcio nel circuito di Libera. E il calabrese doc Rino Gattuso, nonostante il problema all’occhio che l’ha costretto ad una pausa dai campi di calcio, ha voluto essere presente, accogliendo le ovazioni del pubblico e arbitrando la quadrangolare degli Azzurri in campo. </p>
<p><strong>Perché lo sport è aggregazione e bene ha fatto don Ciotti a ricordare che le cosche nella Piana hanno messo le mani anche sul calcio, gestendo direttamente alcune società sportive, come l’Interpiana e la squadra di calcio di Rosar</strong>no, così come emerso da recenti operazioni antimafia. Ma se anche lo sport diventa “trasparente, pulito”, può rappresentare e unire la parte sana della società.</p>
<p>Fuori dal coro dei festeggiamenti i cittadini di Rizziconi, che abbiamo ascoltato girando per le vie del paese, prima dell’arrivo della Nazionale. <strong>Non si sono sentiti partecipi perché, gran parte di loro, ha definito quella di ieri “una passerella, una manifestazione di facciata</strong>”. Altri si lamentavano per non avere ottenuto il pass per entrare nel campetto che, comunque, era stracolmo data la limitata disponibilità di posti che può avere un campo di calcio a cinque.</p>
<p><strong>Questa è l’altra faccia di una Calabria che aspetta qualcosa di concreto</strong>, che sente così forte la presenza mafiosa da aver perso la fiducia, essendo stanca della retorica sulla mafia di cui i politici si riempiono la bocca. D’altra parte, in questi giorni, i rizziconesi hanno letto tantissimi articoli sulla stampa “soprattutto nazionale” che a parere loro, non rispondono al vero. Anche a Rizziconi, come in tutti gli altri paesi della Piana, s’incontrano esponenti mafiosi per le vie della città, e tutto sembra normale. Chi vive in questi paesi sa che non è uno scandalo, che un criminale qualsiasi è libero e sta in mezzo alla gente ed è proprio lì che il condizionamento mafioso nei piccoli centri del Sud Italia si fa forte. Dal 2007, i 130 ragazzi della scuola calcio di Rizziconi, si allenano in quel campetto, senza pressioni da parte dei boss. Ciò significa che non è un fattore di disturbo per la mafia. Che i ragazzi “possono giocare”. </p>
<p>La giornata di ieri è importante proprio per questo: <strong>perché da oggi in poi i piccoli sportivi sanno di poter giocare su un terreno confiscato ai boss: ne sono consapevoli i loro genitori e gli stessi mafiosi, che ora sanno anche che su quel campo c’è don Ciotti e la firma di Libera</strong>.</p>
<p>Presenti i massimi esponenti delle forze dell’ordine e il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, il prefetto Luigi Varratta, il vice prefetto Maria Rosaria Laganà; oltre al vescovo della diocesi di Oppido-Palmi, Luciano Bux e l’uomo di Libera in Calabria, don Pino De Masi.</p>
<p>Segue il saluto rituale del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, il presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico e il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa. Non sorprende che le parole siano state solo quelle di rito, poche, pochissime dei politici, di fronte alla pienezza delle parole disarmanti di don Ciotti.</p>
<p>A godersi lo spettacolo di libertà e gli Azzurri in campo, fra gli altri, anche la deputata di Fli, Angela Napoli, il capogruppo del Pd in Commissione Antimafia, Laura Garavini, l’ex prefetto di Reggio Calabria che rappresenta il Pd calabrese al Senato, Luigi De Sena, il procuratore Giuseppe Creazzo, il parlamentare del Pd, Marco Minniti e buona parte dei sindaci della Piana di Gioia Tauro.</p>
<p><strong>Presenti infine i genitori del piccolo Domenico Gabriele (Dodò) assassinato durante una partita di calcetto a Crotone, Stefania, la figlia di Vincenzo Grasso, ucciso con una autobomba, i rappresentati della cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta, Valle del Marro. Mentre don Ciotti ha portato in mattinata un fiore sulla tomba di Francesco Maria Inzitari, giovane rizziconese vittima della mafia.</strong></p>
<p>​<br />
Per una volta è stato possibile davvero <strong>“dare un calcio al pizzo, dare un calcio alle mafia</strong>” così come c’era scritto sul pallone donato alla squadra da don Ciotti prima del fischio d’inizio della partita. </p>
<p> (pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Ecoplan, un piano sostenibile</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 19:57:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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Secondo il rapporto diramato nei giorni scorsi da Confartigianato gli investimenti in economia ‘green’ si affermano come ’motore’ della tenuta delle PMI, facendo registrare in un anno un aumento del 6%, ovvero + 4.854 imprese ‘verdi’. 
Negli stessi giorni, IR Top, società di consulenza specializzata nelle pubbliche relazioni con investitori finanziari, ha reso pubblica una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8130" href="http://www.malitalia.it/2011/10/ecoplan-un-piano-sostenibile/calabria-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8130" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/calabria-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>Secondo il rapporto diramato nei giorni scorsi da Confartigianato gli investimenti in economia ‘green’ si affermano come ’motore’ della tenuta delle PMI, facendo registrare in <strong>un anno un aumento del 6%, ovvero + 4.854 imprese ‘verdi’. </strong></p>
<p>Negli stessi giorni, IR Top, società di consulenza specializzata nelle pubbliche relazioni con investitori finanziari, ha reso pubblica una ricerca dalla quale si ricava che <strong>il fatturato dell’economia verde italiana sarebbe superiore al resto d’Europa del 35%</strong>.</p>
<p>L’azienda <strong>Ecoplan</strong> di <strong>Domenico Cristofaro</strong>, non può competere ancora con un settore in forte crescita ma ha un valore aggiunto: <strong>la green economy non deriva dalle cosiddette energie rinnovabili, bensì dalla manifattura, c’è di mezzo un vero e proprio processo produttivo e i materiali utilizzati sono esclusivamente quelli riciclati.</strong></p>
<p>Non a caso <strong>la tecnologia utilizzata da Ecoplan è unica al mondo</strong>. E si basa sulla scommessa che il geometra-imprenditore Cristofaro ha voluto fare.Intelligenza, onestà, intuizione, uniti al coraggio l’hanno portato a concretizzare un sogno, mettere in piedi l’azienda. <strong>Diventare imprenditore a Polistena, nella Piana di Gioia Tauro, per dare un contributo alla sua terra facendo dell’ambiente una scelta di sviluppo</strong>. Cristofaro studia, si diploma e inizia a lavorare come geometra nei cantieri fino a quando non arriva l’occasione della vita: <strong>nel 1994 costituisce la società e approfittando della legge 44 per l’imprenditoria giovanile nel Mezzogiorno presenta il suo progettino d’impresa</strong>. Tra il ’97 e il 2000 arriva il via libera, la sua idea è assolutamente nuova: il riutilizzo della sansa esausta e di altri scarti industriali, fra cui quelli derivanti dalla produzione dei pannolini per bambini, riutilizzati per la realizzazione di pannelli, lastre, pavimentazioni interne e esterne, allestimenti vari.</p>
<p><strong>La sansa è il sottoprodotto del processo di estrazione dell’olio di oliva, composto dai residui della polpa, dalle buccette, e dai frammenti di nocciolino</strong>. L’elemento chiave del ciclo di produzione riguarda la gestione delle temperature, delle velocità, della pressione, nonché le caratteristiche di partenza delle<strong> ’materie prime-seconde’ utilizzate, sia dalle resine che dalle cariche vegetali</strong>. Il raffreddamento degli impianti avviene a ciclo chiuso, non vi sono quindi acque reflue di produzione. <strong>Gli scarti di formazione vengono macinati e reimmessi nel ciclo produttivo, per cui non si produce alcun tipo di rifiuto</strong>. Inoltre i pannelli di ecomat non contengono colle di nessun genere, per cui non emettono formaldeide o altre sostanze nocive alla salute.</p>
<p>L’azienda ritira e ricicla i propri prodotti a fine ciclo vita, abbattendo i costi di acquisto dei nuovi. Credere in un progetto di sviluppo e di legalità ha portato l’imprenditore a superare anche la malattia che l’ha violentemente colpito nel 2003. “<em>Dal letto dell’ospedale dov’ero ricoverato</em> – ci dice – <em>continuavo a fare telefonate, non volevo interrompere quel sogno che si stava facendo realtà</em>”.</p>
<p>E poi c’era il mutuo, un prestito di cinque miliardi di vecchie lire ottenuto impegnando i beni di famiglia. Una vera e propria ’lucida follia’, come egli stesso la definisce. <strong>Dopo tanti sacrifici, a 45 anni arrivano per Domenico le prime soddisfazioni, più morali che economiche.</strong> Fra i riconoscimenti più importanti di Ecoplan, il premio ’<em>Fondazione sviluppo sostenibile</em>’; ’<em>Innovazione amica dell’ambiente al Sud</em>’; ’<em>Ambiente e legalità 2011</em>’ di Legambiente e Libera e il premio ’<em>CaraLabria</em>’ sempre di Legambiente.</p>
<p>Testardo come ogni calabrese, pur conoscendo i rischi, <strong>Cristofaro ha deciso di restare nella sua regione, cogliendo questa scelta come una opportunità</strong>. Le difficoltà sono tante quando si intraprende la strada della legalità “<em>e le soddisfazioni arrivano molto lentamente</em>” spiega. La ‘ndrangheta non ha bussato ancora alla porta di Ecoplan, “<em>sanno che ci sono debiti e problemi</em>” aggiunge. Ma di una cosa è sicuro “<em>qualora scegliessero di bussare, troveranno una risposta decisa, non bisogna cedere mai all’arroganza. </em><strong><em>Ribellarsi alla criminalità paga sia da un punto di vista morale che economico</em></strong>”.</p>
<p><strong>I pannelli di Ecoplan invadono i mercati nazionali e internazionali, l’interesse è soprattutto dei designer al Nord. </strong>Mentre al Sud il prodotto è venduto soltanto a qualche comune per la pavimentazione dei lidi nelle spiagge. Oggi, attratto dall’azienda ancora in fase di star-up si trova qualche venture capitalist, che potrebbe rappresentare un socio strategico per la crescita di quella che ancora è una microazienda che fattura una piccola parte del potenziale effettivo.</p>
<p><strong>La scelta di Domenico, che è soprattutto etica, è in piena sintonia con i principi della fondazione a cui Ecoplan aderisce</strong>: <strong>Symbola</strong>. Il nome che per i greci significava ’mettere insieme’ le due parti spezzate di un oggetto, per la fondazione vuol dire unire esperienze diverse accomunate dalla scommessa sulla qualità, consolidando e diffondendo il modello di sviluppo della soft ecnomy, un’economia della qualità in cui i territori incontrano le imprese, dove si stringono alleanze tra saperi, nuove tecnologie, tradizione e dove la competitività si alimenta di formazione, di ricerca, di coesione sociale e rapporti positivi con le comunità. Anche la ’e’ del logo stilizzata è frutto di una scelta grafica precisa: la continuità del cerchio e una freccia verso il basso che indica l’uscita dalle difficoltà e lo sguardo rivolto al futuro. In fondo la filosofia di Ecoplan è riassunta nella frase che ripete spesso Cristofaro citando Huxley “<em>L’esperienza non è ciò che succede a un uomo, ma quello che un uomo realizza utilizzando ciò che gli accade</em>”. </p>
<p>La Ecoplan ha già vinto una prima sfida. L’ha vinta già qualche anno fa, quando <strong>una grossa multinazionale piemontese s’interessò all’azienda, mandò i suoi delegati a Polistena per acquistarla</strong>. <strong>Cristofaro congedò i responsabili della multinazionale</strong> con una frase di <strong>Corrado Alvaro</strong>: “<em>è anche troppo quello che sono riuscito a combinare: meridionale, povero, scrittore</em>”. In questo caso semplicemente imprenditore. </p>
<p>(pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Maria Concetta e l&#8217;acido muriatico</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 08:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[acido muriatico]]></category>
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(di Angela Corica)
Da piccola cominciano a trasmetterti i loro valori, da adolescente vivi in un contesto che non ti dà la possibilità di emergere. Ancor prima della maggiore età, il più delle volte, ti sposi con un marito che non hai scelto tu; che qualcun altro ha scelto per te. La tua stessa famiglia magari. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/maria-concetta-e-lacido-muriatico/maria-cacciola-2/" rel="attachment wp-att-7759"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/maria-cacciola.jpg" alt="" title="maria cacciola" width="276" height="182" class="alignleft size-full wp-image-7759" /></a></p>
<p>(di Angela Corica)<br />
<strong>Da piccola cominciano a trasmetterti i loro valori</strong>, da adolescente vivi in un contesto che non ti dà la possibilità di emergere. Ancor prima della maggiore età, il più delle volte, ti sposi con un marito che non hai scelto tu; che qualcun altro ha scelto per te. La tua stessa famiglia magari. Una volta sposata, quasi subito arrivano i figli. Uno, due, tre. <strong>I figli sono importanti a far crescere la famiglia</strong>. Già, la famiglia. Quella d’onore però. Anche per i tuoi figli sai già che si potrà ripetere la tua stessa storia. Nei loro occhi vedi il vuoto che senti dentro di te. Preghi per loro. Ma non basta. Hai due strade davanti: accettare con consapevole rassegnazione il tuo destino, che tutti pensano sia stato scritto da qualcuno in alto lassù per te; o ribellarti, attraverso i mezzi che pensi siano i più giusti.<br />
<strong>Così Maria Concetta Cacciola ha scelto di ribellarsi</strong>. L’abbiamo già scritto ma è utile ribadire la sua fine tragica, dovuta al fatto di aver provato a spezzare il cerchio in cui era costretta a girare, per salvare i suoi figli, per non fargli vivere la sua stessa vita di privazioni e silenzi. Nata in ambiente mafioso, si è sposata con un uomo che attualmente sconta una pena di otto anni per mafia. Voleva strappare i suoi figli da quel mondo ma, lo scorso 21 agosto crolla e si ammazza. “Collaboratrice di giustizia si suicida con l’acido muriatico”. La notizia è apparsa su tutti i principali siti e quotidiani e ha fatto il giro del Paese. Luci e ombre si alternano in questa vicenda, proviamo a dare due letture di quello che è diventato un “caso nel caso”.<br />
<strong>L’INIZIO E LA FINE </strong>: Maria Concetta Cacciola aveva deciso di collaborare con la giustizia da quattro mesi. Di sua spontanea volontà, col marito in carcere, si era recata dai carabinieri a cui aveva chiesto di essere sentita affinchè potesse raccontare quanto a sua conoscenza. Lei non era indagata né era coinvolta negli affari della famiglia. Quella famiglia che per ragioni di parentela è legata ai Bellocco, una delle più potenti cosche operanti nel territorio di Rosarno. Questa decisione Maria Concetta l’aveva presa da sola. Dopo aver manifestato le sue intenzioni è riuscita ad entrare nel programma di protezione che ha comportato l’allontanamento da Rosarno. Senza i suoi figli, coloro per i quali aveva sfidato la sua famiglia scegliendo la strada della collaborazione. Non riesce a stare lontana da loro per lungo tempo. Al punto tale che riparte, sempre di sua volontà, alla volta di Rosarno lo scorso 10 agosto per tornare dalla sua famiglia, dai sui tre figli. Non sappiamo cosa sia successo in circa dieci giorni di permanenza nella sua città, a casa dei suoi genitori. Probabilmente ci sono state liti per la sua decisione, anche perché rischiosa in un contesto mafioso. O forse no. Ma a un certo punto Maria Concetta, a soli 31 anni (ancora una vita davanti) crolla. Si uccide o viene indotta al suicidio, anche su questo sta indagando la Procura. E decide di uccidersi lasciando a Rosarno, in quella casa da cui lei voleva fuggire, i suoi figli che tanto avrebbe voluto portare con sé. Tutto finisce quando viene a contatto con l’acido muriatico, che ingerisce. Questo le provoca la morte appena arriva in ospedale a Polistena. La città è sconvolta, la sua morte rievoca altre storie terribili verificatesi recentemente in Calabria, tutte legate dall’unico filo conduttore: il suicidio con l’utilizzo dell’acido muriatico. L’autopsia fatta sul corpo della giovane non ha rivelato segni di violenza. Il che conferma, in un certo senso, l’ipotesi del suicidio.<br />
<strong>UN GIORNO DOPO LA MORTE </strong>la madre di Maria Concetta, Rosalba Anna Lazzaro scrive una lettera che manda alla Gazzetta del Sud. Un messaggio chiaro, inequivocabile: la figlia è stata lasciata sola dallo Stato che invece doveva proteggerla e l’ha portata a fare delle rivelazioni con la promessa di strapparla a quel mondo che non accettava. Con una lucidità impressionante questa madre scrive sul quotidiano regionale calabrese cominciando a fare capire quale sarebbe stata la linea della famiglia.<br />
<strong>DOPO LA LETTERA I GENITORI DELLA CACCIOLA </strong>(Rosalba Anna Lazzaro insieme al marito Michele Cacciola) hanno presentato un esposto – denuncia contro ignoti, proprio per mettere in dubbio tutto il periodo di collaborazione della figlia. In questo testo si fanno direttamente presenti le presunte “pressioni” e false promesse” fatte a Maria Concetta per spingerla a dire quanto sapeva. La figlia, insomma, sarebbe stata spinta con “l’inganno”, facendo pressioni su una “personalità fragile e minata da uno stato psichico depressivo”.<br />
<strong>A SUPPORTO DELLA LORO TESI I GENITORI HANNO ALLEGATO UNA LETTERA DELLA FIGLIA E UNA REGISTRAZIONE AUDIO DEL 12 AGOSTO</strong>, in cui Maria Concetta – a due giorni dal rientro a Rosarno – ha spiegato che le dichiarazioni rese ai magistrati contro i propri familiari erano dettate dalla “rabbia per le restrizioni alla libertà subite dai congiunti”.<br />
Dunque un “caso nel caso”. Perché se da un lato, seguendo la pista del suicidio, bisogna capire perché ha lasciato i suoi figli, perché li ha resi testimoni di una morte così brutale e violenta, perché si è arresa e perché è tornata a Rosarno lasciando la protezione che lo Stato le aveva comunque garantito, al di là delle possibili carenze che si sono riscontrate durante il suo soggiorno a Rosarno. Lei probabilmente sapeva che a casa non l’avrebbero accolta a braccia aperte. Era sicuramente fragile, giovane, donna, piena di sogni di libertà, colpevole solo di non aver accettato il destino che altri avevano scelto per lei. Tutte illusioni che sono svanite davanti ai suoi occhi. Perché ha deciso di soffrire così tanto?<br />
E perché, dall’altro lato, troviamo la forza, la determinazione, l’insistenza della famiglia, la sfiducia che in questi giorni si sta seminando contro lo Stato. Uno Stato che abbandona, non tutela, lascia solo chi collabora. Il messaggio è forte ma troppo chiaro perché rimanga inascoltato. La famiglia ha sete di giustizia ma non si fida della giustizia. Accuse, veleni, messaggi più o meno impliciti da una parte e dall’altra un dolore taciuto, una vita spezzata improvvisamente e terribilmente. Fra le ipotesi al vaglio della Procura c’è anche quella dell’induzione al suicidio. Solo a pensarci vengono i brividi, basti pensare a cosa si prova ingerendo dell’acido muriatico….<br />
Altri due elementi: ci sono delle morti che rievocano un linguaggio tutto mafioso. L’acido in primo luogo, da sempre il simbolo di chi ha voluto fare sparire i morti ammazzati dalla mafia, l’uso di ingerire questa sostanza soffrendo così tanto prima di morire; l’utilizzo dell’acido da parte (o per) i pentiti in questa terra come anche un tempo in Sicilia; e c’è una costante storica, insita nell’evoluzione mafiosa: la lotta fra cosche per il potere. C’è il fatto che chi tradisce la famiglia è costretto a morire in qualche modo, così da dimostrare la forza della famiglia stessa rispetto ad altre. Se non con l’omicidio, con il suicidio, perché a un certo punto, si diventa talmente deboli e ci si sente talmente soli che la vita non ha nessun senso. La fragilità di Rita Atria e la forza della madre che colpisce quella lapide con scritto “la verità vive” tornano alla mente sempre. <strong>Perché Piera Aiello, la cognata della giovane Rita che si è immolata per la libertà, aveva ragione “la verità vive”, sempre.</strong> </p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/09/maria-concetta-e-lacido-muriatico/rosarno1-2/" rel="attachment wp-att-7760"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/rosarno1.jpg" alt="" title="rosarno1" width="240" height="180" class="alignleft size-full wp-image-7760" /></a></p>
<p>(di Laura Aprati)</p>
<p><strong>L’ingestione anche di una boccata di acido muriatico provoca la perforazione dell’esofago, un necrosi molto rapida del mediastino, sede di molte delle arterie principali. Causa emorragie  e un rapido collasso. La morte sopraggiunge molto velocemente e con una dolorosa agonia</strong>.<br />
Così, sinteticamente, un gastroenterologo  dell’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma mi ha spiegato cosa vuol dire suicidarsi con l’acido muriatico. Nella sua lunga carriera clinica ha visto solo 3 casi  del genere, tanti quanti ce ne sono stati in Calabria dal 16 dicembre 2010 (Orsola Fallara), passando per il 16 aprile 2011 (Tita Buccafusca) e per finire il 22 agosto con Maria Concetta Cacciola.<br />
Tornata da Rosarno ho cercato di capire, in maniera scientifica, cosa può essere successo ad una giovane donna di 31 anni. Che tipo di depressione, quali sollecitazioni, quali pressioni ti spingono a bere l’acido muriatico, che provoca subito un intenso bruciore, che ti spinge a vomitare e ad urlare per il dolore. Perché si sceglie di farlo nella casa dei propri genitori e sapendo che a questo dramma assisteranno i tuoi figli.<br />
Non ci sono risposte certe ma sicuramente ci sono dubbi, ombre, perplessità che la magistratura dovrà dissipare.<br />
<strong>Provo a ragionare a voce alta.<br />
Prima ipotesi</strong>: Maria torna a Rosarno nella speranza che la sua famiglia, e soprattutto sua madre, possano capire il suo gesto e magari, chissà, pensa di portare via anche i suoi figli. Non immagina ciò che l’aspetta. Un muro che la rigetta, che la rimprovera ,che le rinfaccia quello che ha fatto :“collaborare con lo Stato”, il nemico. Le pressioni si spingono a sfiorare i suoi figli, carne della sua carne. Coloro per i quali lei ha scelto di saltare il fosso  perché possano avere una vita diversa dalla sua. Le pressioni sono così forti e lei vede così in pericolo i suoi figli che decide di “togliere” il disturbo e lo fa in modo drammatico, atroce. Perché una mamma potrebbe giungere ad un gesto simile per tutelare la propria prole. E lavorando su questa ipotesi si può supporre che qualcuno l’abbia indotta a questo gesto. E chi può essere stato?La madre, donna e madre anche lei, che magari conosce bene i punti deboli della figlia?<br />
<strong>Seconda ipotesi</strong>: Maria deve avere  e deve essere di lezione per molti. La sua morte deve diventare un manifesto mafioso. E quindi l’acido, che mangia tutto, una morte dolorosa che deve cancellare “lo sgarro” e dimostrare anche la lealtà della famiglia alle regole d’onore. Come si nasconde un omicidio in un suicidio? Una sedazione, un imbuto, una cannula nel naso….Ma anche qui tutto si concentra su una figura: la madre di Maria Concetta. Semmai questa ipotesi potesse essere verosimile,come ha potuto assistere all’omicidio della figlia?<br />
<strong>Questi due scenari fanno però emergere, in maniera forte e determinata ,il ruolo delle donne nel crimine organizzato</strong>. Sono loro che possono fare la differenza tra legalità e illegalità, tra giusto e ingiusto. Sono loro che educano e indicano la strada ai propri figli e sono anche loro che decidono se devono vivere o morire.<br />
<strong>E’ la mamma di Maria Concetta </strong>che, il giorno dopo la morte della figlia, scrive ad un quotidiano regionale per dire che  è  stata “tradita dallo Stato” che ha abusato della sua “fragilità psicologica”. Con queste parole segna l’appartenenza della sua famiglia all’antistato e nello stesso tempo parlando di “fragilità psicologica”  è come se sminuisse totalmente quanto detto dalla figlia ai magistrati. Un po’ come dire “non ci stava con la testa”, che  è quello che spesso si dice  quando non si capisce il gesto o il modo di comportarsi di una persona . Ed è sempre la madre che deposita in Procura una registrazione della figlia, fatta qualche giorno dopo il ritorno a Rosarno, dove la giovane donna declassa le sue dichiarazioni ai magistrati quasi ad una ripicca per le restrizioni familiari a cui era soggetta. Ed è sempre la madre, attorniata da familiari ed avvocati, a parlare e ad alimentare  l’idea di uno Stato “che non mantiene le promesse”. <strong>Un’accurata regia comunicativa (che fa esclamare ad una collega di una rivista “ma qui parla solo la famiglia!”), quasi una sceneggiatura da film. Purtroppo  è la realtà della Calabria di o</strong>ggi.<br />
Dove, nonostante la ‘ndrangheta sia cresciuta economicamente e sieda anche, sotto diverse forme, nei consigli di amministrazione di banche e grandi imprese, ancora si muore per aver tradito la famiglia. Dove l’emancipazione, da una vita non scelta, ha un costo molto alto tanto alto da scoraggiare anche le piccole ribellioni.<strong> Da rendere sempre più difficile passare dall’altra parte, quella dello Stato.</strong></p>
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		<title>Il giudice Scopelliti morì per la libertà</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 17:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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&#8220;Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.malitalia.it/2011/08/il-giudice-scopelliti-mori-per-la-liberta/1antonio-scopelliti_/" rel="attachment wp-att-7718"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/08/1antonio-scopelliti_-218x300.jpg" alt="" title="1antonio-scopelliti_" width="218" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-7718" /></a></p>
<p><strong>&#8220;Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso».</strong> Le parole del giudice Antonio Scopelliti sono rimaste impresse nelle nostre menti, il ricordo nel giorno dell’anniversario della sua morte, si fa ancora più vivo e ci sembra che il tempo si sia fermato lì, a quel tragico 9 agosto 1991. Una carriera brillante, di successo, Scopelliti fu ammazzato quando aveva ancora 56 anni, nella sua terra, la Calabria, che amava tanto da sceglierla come meta per le vacanze. Senza scorta rientrava a casa dal mare. L’omicidio, terribile, si consumò nella zona di Campo Calabro, il suo paese. Gli assassini, almeno due persone, a bordo di una moto, sparano numerosi colpi di fucile calibro 12. La morte del magistrato, che fu raggiunto da due colpi di pistola alla testa, non tardò ad arrivare. Quando fu ucciso stava preparando il rigetto dei ricorsi per Cassazione, avanzati dalle difese dei più pericolosi mafiosi condannati durante il maxiprocesso, che vedeva alla sbarra i boss di Cosa nostra. Si ritenne poi che per l’esecuzione dell’omicidio Cosa nostra e ‘ndrangheta abbiano operato insieme, anche in seguito ai diversi tentativi di corruzione a cui il magistrato non aveva mai ceduto. Scopelliti era diventato il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. <strong>Il ruolo che ricopriva, il senso della giustizia, l’amore per una terra piegata dalla criminalità organizzata, lo portarono a concentrarsi sui vari processi di mafia e terrorismo. </strong>Fra le altre cose ha rappresentato la pubblica accusa nel processo Moro e nella Strage di piazza Fontana. Per la sua uccisione furono celebrati due processi a Reggio Calabria: uno contro Salvatore Riina ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri boss. Tutti condannati nel ’96 e nel ’98 e poi assolti in Corte d’appello nel ’98 e nel 2000 perché le accuse dei collaboratori di giustizia vennero giudicate discordanti. Quell’omicidio sconvolse tutti e ancora oggi il nome di Scopelliti è un nome simbolo per il mondo dell’antimafia. Quell’antimafia che ogni giorno combatte contro la corruzione e il malaffare, s’impegna con azioni concrete, fa vedere il proprio volto, senza paura. Pur sapendo di essere soli, come lo sapeva il giudice Scopelliti. Pur sapendo che si rischia la vita ogni giorno. <strong>Ma il valore che uomini come Scopelliti hanno dato alla propria vita, deve servire da esempio per tutti noi. Nonostante tutto Scopelliti è stato fino alla fine un uomo libero: è morto per quella libertà che i mafiosi non sono riusciti a comprare.</strong></p>
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		<title>I guai della sanità calabrese e le sue strutture fatiscenti</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2011 20:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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La sanità calabrese continua a fare acqua da tutte le parti. Le ferite, aspettando il Piano di rientro regionale e gli interventi straordinari del governatore, Giuseppe Scopelliti, (che è il commissario ad acta nominato dal Consiglio dei ministri, al fine di dare attuazione al piano di rientro dai disavanzi nel settore sanitario della Regione Calabria), [...]]]></description>
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<p><strong>La sanità calabrese continua a fare acqua da tutte le parti</strong>. Le ferite, aspettando il Piano di rientro regionale e gli interventi straordinari del governatore, Giuseppe Scopelliti, (che è il commissario ad acta nominato dal Consiglio dei ministri, al fine di dare attuazione al piano di rientro dai disavanzi nel settore sanitario della Regione Calabria), si fanno sempre più profonde. In sostanza, nella Piana di Gioia Tauro, in attesa della riconversione di alcune strutture, del potenziamento di altre, del nuovo ospedale nella Piana che superi le carenze di presidi come Polistena, Palmi, Gioia Tauro, Oppido Mamertina e Taurianova (dove già si sono visti gli effetti del Piano), medici, personale dei nosocomi e pazienti, vanno avanti fra mille difficoltà. Per capire cosa succede dentro le strutture, basta fare un giro (anche nei corridoi) di uno fra questi ospedali. <strong>Polistena, per esempio. Punto di riferimento dell’intera Piana, l’ospedale più grande e con più reparti. </strong>All’ingresso, gli automobilisti sostano il più possibile vicino all’ingresso. Il risultato è che se transita un mezzo (ambulanza compresa) più grande di una utilitaria, non ci passa. E allora si va avanti a suon di clacson, urli e nervosismo. Macchine in fila che tentano di avvisare i parcheggiatori “abusivi” senza successo. Superato il primo degli ostacoli, si riesce ad entrare. Il caldo è insopportabile. Nessun condizionatore acceso. Guasti! Si tenta di raggiungere i reparti con l’ascensore. Quello più piccolo non funziona da tre anni, quello grande da un mese (giusto giusto per l’estate!). Un solo ascensore funzionante: quello che arriva direttamente nella sala operatoria, che ovviamente non può essere utilizzato se non nei casi di urgenza e per il trasporto degli ammalati. Il punto è che ora l’ascensore è usato proprio da tutti i pazienti, anche quelli che provengono dal Pronto soccorso. Anche quelli che hanno infezioni, virus ecc. Nello stesso ascensore salgono i pazienti che sono pronti per la sala operatoria. L’ufficio tecnico non esiste. Nei reparti – secondo quanto siamo riusciti a constatare &#8211; non funzionano nemmeno i campanelli, in alcuni (uno fra tutti, Ginecologia e ostetricia) i bagni consistono solo di wc e lavandino. Il personale infermieristico è carente e le ferie di agosto sono in discussione. In Pediatria, Ostetricia e Chirurgia pare che manchi il personale di supporto, spesso sostituito da infermieri chiamati per 15 – 20 giorni. Infermieri che supportano altri infermieri e non il personale di supporto sanitario Oss. Il regolamento di sala operatoria sembra inesistente, né si fa fede a procedure o protocolli. In casi di urgenza si deve aspettare che arrivi l’anestesista.<strong> Siamo nello stesso ospedale dove nel 2009 è stato arrestato il boss latitante Antonio Pelle, detto <em>Gambazza</em>, ricoverato come un paziente “normale”.</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi la Commissione d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali, ha bocciato il Piano di rientro. La parlamentare Angela Napoli, è intervenuta sulla questione, illustrando le criticità che la Commissione ha rilevato. La Napoli ha citato anche il “caso” di Polistena. Dove, proprio rispetto a tutte le anomalie di cui abbiamo scritto, il 13 luglio scorso, il commissario regionale del sindacato infermieri italiani “Nursing Up”, Stefano Sisinni, ha presentato una denuncia alla locale stazione dei carabinieri. Evidenziando le carenze strutturali, tecnologiche ed organizzative interne a quel presidio. «È inimmaginabile – scrive la Napoli – continuare a pensare che la grave e dannosa situazione emergenziale nella quale versa la sanità in Calabria venga ancora oggi coperta dall’impunità dei vari responsabili ed invece pesi indiscriminatamente su tutti i cittadini, privandoli della garanzia di vedere assicurato il loro diritto alla salute».</p>
<p><strong>A una settimana dalla denuncia ai carabinieri nulla è cambiato</strong>. Il commissario straordinario dell’Asp 5 di Reggio Calabria, Rosanna Squillacioti, non ha fatto sentire la sua voce rispetto alle richieste del sindacato. Né il direttore sanitario del nosocomio di Polistena “Santa Maria degli Ungheresi”, Loredana Carrera, ha dato risposte. Il clima di tensione si percepisce varcando il portone d’ingresso. Con i limiti e le lacune che presenta il Piano di rientro anche i tempi per la riconversione delle strutture ospedaliere calabresi e l’apertura di presidi unici, più efficienti e completi, saranno ancora più lunghi. I politici locali, tendenzialmente, vogliono mantenere il presidio e se non si muovono,  lo fanno per evitarne la chiusura. Per cui il problema sta passando sotto il silenzio dei più. A parte l’inaugurazione del nuovo pronto soccorso di Polistena (realizzato grazie a fondi provinciali e non regionali). In quella occasione però, il governatore della Calabria non mancò di arrivare in pompa magna nella cittadina della Piana.  Dove annunciava ancora una volta la sua azione per il rilancio della sanità calabrese. Ma intanto i pazienti che fanno? Il rischio clinico in strutture del genere è alto. E poi si grida alla tragedia? Un “caso nel caso” quello della sanità calabrese, dove 3 Asl sono già state sciolte per infiltrazione mafiosa, una delle quali è tutt’oggi commissariata e dove si punta sempre più ad una sanità privata cara, molto cara, per le tasche dei cittadini che abitano una regione in crisi.</p>
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		<title>Uccide la figlia di 24 anni con un coltello</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 06:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>

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Ad uccidere Francesca Agresta, colpendola ripetutamente con un coltello, è stato il padre naturale. Da questa mattina i cittadini di Palmi, grosso centro nella Piana di Gioia Tauro, sono sconvolti per la scoperta di un omicidio brutale, terribile. Da una prima ricostruzione pare che la giovane sia stata assassinata dopo aver litigato col padre, Giovanni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7395" href="http://www.malitalia.it/2011/07/uccide-la-figlia-di-24-anni-con-un-coltello/francesca-agresta/"><img class="alignnone size-full wp-image-7395" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/Francesca-Agresta.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p><strong>Ad uccidere Francesca Agresta, colpendola ripetutamente con un coltello, è stato il padre naturale</strong>. Da questa mattina i cittadini di Palmi, grosso centro nella Piana di Gioia Tauro, sono sconvolti per la scoperta di un omicidio brutale, terribile. Da una prima ricostruzione pare che la giovane sia stata assassinata dopo aver litigato col padre, Giovanni Ruggiero, di 83 anni. I due erano arrivati in macchine separate fino a Palmi, per poi dirigersi nella stessa vettura fino alla vicina località Sant’Elia, proprio dove avrebbero cominciato a discutere animatamente. Probabilmente per le nozze di Francesca.<strong> Pare che il noto imprenditore, titolare di una azienda per la vendita del gas, non volesse dare il denaro che la figlia 24enne pretendeva da tempo</strong>. La ragazza, secondo quanto appreso, era nata da una relazione extraconiugale che l’uomo aveva avuto con una donna di Gioia Tauro. Dopo la lite l’uomo avrebbe raggiunto in macchina un posto più appartato. Insieme a lui Francesca. È bastato poco perché l’anziano scatenasse tutta la sua ira contro il corpo della figlia che non ha saputo difendersi dalla violenza del genitore. Almeno sei i colpi rinvenuti dagli inquirenti. <strong>Tre sul collo. Due sulle braccia. Uno sul ventre</strong>. Dopo averla uccisa, l’uomo ha preso il cadavere della figlia e l’ha trascinato fino a gettarlo nel bosco, per nasconderlo. Poi avrebbe consigliato alla madre della ragazza, di andare a prendere la figlia «che ho lasciato a Sant’Elia». La donna ancora non sapeva nulla. Ha cercato Francesca disperatamente, senza successo. Ha provato a chiamarla sul cellulare che però risultava spento.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-7396" href="http://www.malitalia.it/2011/07/uccide-la-figlia-di-24-anni-con-un-coltello/cc-gioia-tauro1-300x225/"><img class="alignnone size-full wp-image-7396" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/07/CC-Gioia-Tauro1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p> Così, poco più tardi, intorno alle 10.30, Ruggiero ha chiamato il figlio e si è fatto accompagnare in caserma, dai carabinieri di Gioia Tauro. Ai militari dell’Arma ha raccontato di avere ucciso a coltellate la 24enne e avere lasciato il corpicino nel bosco. Poi ha indicato la strada e ha portato i carabinieri sul posto. <strong>La vita di questa giovane è stata spezzata in una mattina come tante. Senza pietà. </strong>Ora non si potrà più sposare. Il suo sogno è finito così, per la follia del suo stesso padre, che non ha saputo contenere la rabbia e si è scatenato contro lei, che ha solo la colpa di non essere riuscita a difendersi, nonostante abbia tentato di lottare. Le indagini degli inquirenti sicuramente sveleranno altri particolari di questa brutta storia. Il figlio dell’imprenditore, Vincenzo, è impegnato in  politica da anni e in passato è stato assessore alla provincia di Reggio Calabria con il Pri. Alle ultime elezioni comunali del 2010, Vincenzo Ruggiero, si era candidato a sindaco a sostegno del Pri e dell’Udc, uscendo sconfitto al primo turno.</p>
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		<title>Mercure:rischio centrale</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 16:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve inchiesta, le voci della gente, i luoghi. Malitalia ha voluto vedre cosa succede nella Valle del Mercure

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una breve inchiesta, le voci della gente, i luoghi. Malitalia ha voluto vedre cosa succede nella Valle del Mercure</p>
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		<title>Riflettori accesi sulla Centrale del Mercure</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 10:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[centrale del Mercure]]></category>

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«Alla faccia dell’inquinamento ambientale, cosa si nasconde dietro la maschera dell’energia rinnovabile e pulita? Boschi svenduti al miglior offerente. Per alimentare una centrale che si trova in una zona a protezione speciale (Zps), dove si può intervenire solo per esigenze connesse alla salute dell’uomo e della sicurezza pubblica. E mentre la Regione Calabria tace, gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7330" href="http://www.malitalia.it/2011/06/riflettori-accesi-sulla-centrale-del-mercure/centralemercure/"><img class="alignleft size-medium wp-image-7330" title="centralemercure" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/centralemercure-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a></p>
<p><strong>«Alla faccia dell’inquinamento ambientale, cosa si nasconde dietro la maschera dell’energia rinnovabile e pulita? Boschi svenduti al miglior offerente. Per alimentare una centrale che si trova in una zona a protezione speciale (Zps), dove si può intervenire solo per esigenze connesse alla salute dell’uomo e della sicurezza pubblica. E mentre la Regione Calabria tace, gli oppositori al progetto continuano a gridare all’Enel di smantellare la centrale una volta per tutte. Ricevendo, qualche mese fa, minacce e aggressioni..».</strong></p>
<p>Siamo alle battute finali di una storia che parte dal 2000. Da quando cioè l’Enel vuole riaprire una vecchia centrale dismessa dal 1997, per convertirla a biomasse, ma senza alcuna autorizzazione e con gravi rischi per la salute dei cittadini dei Comuni di due regioni: la Calabria e la Basilicata. <strong>Malitalia aveva già seguito il caso questo inverno con due servizi</strong> ( 22 dicembre 2010 <a href="http://www.malitalia.it/2010/12/una-centrale-nel-parco-protetto">http://www.malitalia.it/2010/12/una-centrale-nel-parco-protetto</a> e il 29 aprile 2011 <a href="http://www.malitalia.it/2011/04/centale-del-mercure-cresce-il-dissenso-ma-la-regione-calabria-sostiene-il-progetto">http://www.malitalia.it/2011/04/centale-del-mercure-cresce-il-dissenso-ma-la-regione-calabria-sostiene-il-progetto</a>)</p>
<p>Oggi arriva pure <strong>l’interrogazione della parlamentare Angela Napoli</strong>, che chiede conto alla Regione Calabria circa l’autorizzazione concessa. A proposito dell’autorizzazione e di tanti altri particolari (e contraddizioni dell’Ente calabrese) fra due giorni il reportage, firmato da Angela Corica e Gianpiero Capecchi, che Malitalia ha girato proprio fra i boschi del Parco Nazionale del Pollino, che vi svelerà tutti i particolari del caso.</p>
<p>Ecco anche l&#8217;interrogazione</p>
<p><strong>INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA</strong></p>
<p> Al Ministro dell&#8217;Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e al Ministro dello Sviluppo Economico &#8211; Per sapere &#8211; <strong>Premesso che:</strong></p>
<p><strong> </strong>- il 25 settembre 2001 ENEL Produzione ha presentato un progetto di riattivazione della centrale</p>
<p>termoelettrica del Mercure, sita nel territorio del comune di Laino Borgo (CS), un impianto costruito a metà degli anni &#8216;60 ed ormai completamente inattivo da oltre 12 anni;<strong> </strong></p>
<p>- il progetto presentato da ENEL prevede la conversione a biomasse della centrale di che trattasi, la cui ubicazione è all’interno di un’area doppiamente protetta a livello nazionale e comunitario (Parco Nazionale del Pollino e Zona di Protezione Speciale –ZPS- Pollino e Orsomarso -IT 9310903);</p>
<p>- la potenza elettrica lorda della centrale è di 41Mwe, quella netta in 35 Mwe, che ne farebbe una delle centrali del genere più grandi d’Italia e d’Europa;</p>
<p>- conseguentemente, la biomassa necessaria ad alimentare una centrale di tali dimensioni risulta essere nell’ordine delle 400-5000.000 tonn/anno, da trasportare, per impervie strade di montagna -già ora insufficienti per il normale traffico veicolare-, con circa 150 grossi TIR che quotidianamente dovrebbero transitare su tale rete viaria, sempre all’interno dell’area protetta;</p>
<p>- tale enorme quantitavo di biomassa, certamente non reperibile in loco, verrebbe approvvigionata sull’intero territorio dell’Unione Europea -per come la stessa ENEL è stata costretta ad ammettere-, con ulteriori rischi di introduzione di specie animali e vegetali alloctone rispetto alla biodiversità dell’ambiente protetto del Parco del Pollino;  </p>
<p>- uno studio del professor Paolo Rabitti e del dottor Felice Casson, segnala, tra l&#8217;altro, la presenza, proprio nel bacino del Mercure, di specie protette, quali la lontra (oggetto, recentemente, anche di un progetto di tutela del Ministero dell&#8217;Ambiente, interessante le regioni meridionali, sottoscritto anche dal Parco Nazionale del Pollino), che avrebbero, dall&#8217;avvio della centrale, danni irrimediabili;</p>
<p>- i rischi non riguardano, inoltre, soltanto l’ambiente e le specie protette -animali e vegetali- presenti nell’area, ma l’attivazione della centrale determinerebbe inaccettabili rischi anche per la salute delle popolazioni residenti, legate alle emissioni aeree di inquinanti e al loro persistere all’interno della Valle del Mercure, dotata di scarsissima ventilazione, nonché nocumento alle attività economiche esistenti sul territorio e, infine, ma non certo da ultimo, allo sviluppo occupazionale dell’intera area, calabrese e lucana, interessata;</p>
<p>- al progetto di che trattasi, inoltre, si oppongono con grande forza e determinazione l’intera popolazione della Valle, nonché le Amministrazioni delle comunità maggiormente a rischio per l’eventuale attivazione della centrale e l’Ente Parco Nazionale del Pollino, oltre a varie Istituzioni, tra cui la Regione Basilicata e la Provincia di Potenza, rappresentanti politici e amministratori di ogni estrazione, associazioni e comitati locali e nazionali;</p>
<p>- con decreto n. 13109 del 13.09.2010 La Regione Calabria -Dipartimento n°5 /Attività Produttive – Settore Politiche Energetiche ha incredibilmente autorizzato la riattivazione della sezione 2 della centrale termoelettrica del Mercure, con l’utilizzo di atti nulli (prodotti in sede di conferenza di servizi alla Provincia di Cosenza, prima che la stessa fosse dichiarata incompetente) e senza attivare le procedure previste dalla vigente normativa (conferenza di servizi), senza coinvolgere Istituzioni, quali la Regione Basilicata, aventi titolo, diritto e obbligo a partecipare al procedimento autorizzativo, e, soprattutto, senza acquisire il definitivo parere dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, Ente gestore del territorio su cui sorge la centrale;</p>
<p> - avverso tale improvvido provvedimento hanno avanzato autonomi ricorsi presso il TAR di Catanzaro la Regione Basilicata, l’Ente Parco Nazionale del Pollino, i comuni di Rotonda (PZ) e Viggianello (PZ), nonché l’Associazione ambientalista WWF;</p>
<p>- l’Associazione Italia Nostra ha presentato un ulteriore ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il citato provvedimento autorizzativo;</p>
<p>- è altresì in corso, presso l’Unione Europea, specifico procedimento conoscitivo, essendo la vicenda di evidente interesse comunitario, e prospettandosi, per l’Italia, un possibile procedimento di infrazione;</p>
<p>- tali numerose e qualificate iniziative,  assieme alle proteste popolari, immediatamente riaccesesi dopo il provvedimento autorizzativo, testimoniano della delicatezza della vicenda e della unanime opposizione, popolare e istituzionale ad uno sciagurato progetto che, se portato a compimento, danneggerebbe irreparabilmente i diritti e gli interessi delle popolazioni della Valle del Mercure, oltre a devastare un’area protetta tra le più belle d’Italia;</p>
<p>- all’inizio del mese di maggio u.s., veniva approvato dalla Comunità del Parco del Pollino, dopo l’adozione, avvenuta il 29 aprile 2011, da parte del Comitato direttivo dello stesso Ente, il primo Piano del Parco, in cui, in uno specifico paragrafo, si sottolinea l’incompatibilità della centrale del Mercure con l’area protetta del Parco del Pollino;</p>
<p>- all’approvazione hanno concorso, in aggiunta ai Sindaci dei Comuni i cui territori ricadono all’interno del Parco del Pollino, anche i rappresentanti della Regione Basilicata, delle province di Potenza e Cosenza e, infine, ma non da ultimo, il rappresentante della Regione Calabria, funzionario, tra l’altro, del Dipartimento regionale all’Ambiente, che ben conosce le problematiche relative alla centrale dell’ENEL;</p>
<p>- dunque si è venuta a creare una evidente e grave discrasia tra l’autorizzazione concessa dal Dipartimento alle Attività Produttive della Regione Calabria – e così vivacemente contestata, anche per le vie legali, da Enti e popolazione-  e la esplicita opposizione della stessa Regione Calabria, alla centrale del Mercure, in seguito alla  approvazione del Piano del Parco del Pollino, ratificata anche dal rappresentante ufficiale della Regione Calabria:</p>
<p>- quali iniziative i Ministri interessati intendano prendere per contribuire a sanare la paradossale situazione venutasi a creare a seguito delle inconciliabili e contrastanti iniziative amministrative adottate dalla Regione Calabria, riguardanti la centrale ENEL della Valle del Mercure (autorizzazione da parte del Dipartimento delle Attività Produttive della Regione Calabria e sottoscrizione da parte della stessa Regione del Piano del Parco del Pollino che ne sancisce l’incompatibilità con l’area protetta) , di cui è manifesta l’incompatibilità con il quadro ambientale e la vocazione economica dell’area in cui è ubicata, stante l’area di che trattasi ricompresa nel perimetro del Parco Nazionale del Pollino e classificata in sede europea quale Important Bird Areas (IBA), in immediata adiacenza di aree ulteriormente protette dallo stesso diritto comunitario, ZPS (Zona di Protezione Speciale – Pollino/Orsomarso) e SIC (Sito di Interesse Comunitario);</p>
<p> - quali ulteriori iniziative si intendano altresì adottare per bloccare, anche ai fini di una più attenta valutazione della problematica sotto il profilo tecnico-amministrativo e ambientale, gli effetti del Decreto n.13109, con cui la Regione Calabria -Dipartimento n°5 /Attività Produttive – Settore Politiche Energetiche ha autorizzato la riattivazione della sezione 2 della predetta centrale. Ciò anche in considerazione del fatto che il Decreto è stato emanato in assenza di parere favorevole da parte del Parco Nazionale del Pollino, al quale, in base alla Legge quadro sui parchi, la 394/1992, è riconosciuta competenza specifica nel procedimento autorizzatorio e, non da ultimo, sulla base di atti precedentemente annullati dal TAR.</p>
<p>                               ON. ANGELA NAPOLI</p>
<p>ROMA, 27 GIUGNO 2011</p>
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		<title>Attacco alla legalità</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 14:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
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Ennesima intimidazione alla cooperativa Valle del Marro. I ragazzi che lavorano sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta sotto la guida di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti che in Calabria e nella Piana di Gioia Tauro è coordinata da don Pino De Masi, andranno comunque avanti con forza. Un incendio doloso ieri ha provocato la distruzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7261" href="http://www.malitalia.it/2011/06/attacco-alla-legalita/valel-del-marro/"><img class="alignnone size-full wp-image-7261" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/06/valel-del-marro.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>Ennesima intimidazione alla cooperativa Valle del Marro</strong>. I ragazzi che lavorano sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta sotto la guida di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti che in Calabria e nella Piana di Gioia Tauro è coordinata da don Pino De Masi, andranno comunque avanti con forza. Un incendio doloso ieri ha provocato la distruzione di circa sette ettari degli undici complessivi di un uliveto in località Castellace, a Oppido Mamertina. <strong>Una nuova difficoltà da superare</strong> per chi da anni risponde alla mafia aggregando i giovani ed educandoli alla legalità. Ogni estate diversi sono i ragazzi che vanno a visitare i campi di Valle del Marro – Libera Terra, provenienti da numerose città del Nord Italia . Un segnale positivo in una regione piegata dalla ‘ndrangheta. Che dimostra come sia possibile riappropriarsi della propria terra senza scendere a compromessi e senza fare patti con la mafia, aggredendola piuttosto nel suo punto più debole: l’economia e la gestione delle proprietà che furono dei mafiosi. Tramite il lavoro nei campi è infatti possibile incrementare il mercato della legalità e i prodotti vengono venduti in tutta Italia con il marchio di Libera. Una cosa che evidentemente dà fastidio ai mafiosi che già altre volte si sono fatti sentire con altrettante intimidazioni. <strong>Subito la reazione di don Luigi Ciotti cha ha commentato così: “Le fiamme- ha detto il presidente di Libera- che hanno colpito l&#8217;uliveto in Calabria insieme alle altre intimidazioni subite in questi giorni provocano disorientamento e fatica, ma non fermeranno la scelta, l&#8217;impegno, la determinazione di Libera e della sua rete nell&#8217;opera di restituzione alla collettività, in Calabria come in tante altre parti del Paese, di quanto le mafie hanno sottratto con la violenza e la minaccia”.</strong> E proprio perché si è in tempi difficili don Ciotti ha invitato a moltiplicare le ragioni della speranza. Così come la determinazione, l’impegno, la costanza e la denuncia per questi fatti. “Il nostro impegno per la legalità e la giustizia  &#8211; ha aggiunto &#8211; non subirà alcun cedimento e queste intimidazione sono la riprova del positivo che in quella terra come nel resto del paese stiamo cercando di costruire anche grazie alla preziosa opera di magistratura e forze dell&#8217;ordine, dell&#8217;associazionismo, del mondo cattolico e  di molte amministrazioni attente. Un positivo che allarma e infastidisce chi vuole continuare a imporre le logiche della violenza e del profitto illecito”. Il presidente della cooperativa Valle del Marro, Giacomo Zappia, ha messo in evidenza le difficoltà per la ripresa delle attività: “Questo gravissimo danneggiamento ci riempie di rabbia e di profonda amarezza. Così non è possibile andare avanti. Così si azzera tutto il lavoro fatto in questi anni a proprie spese: lavoro di bonifica e di ripristino per rendere coltivabili quelli che un tempo erano dei boschi e oggi sono dei giardini fioriti. Perdendo il raccolto, vengono meno le condizioni per continuare a dare risposte occupazionali attraverso l&#8217;uso sociale dei beni confiscati alla mafia.” Anche in questi casi, è importante non arrendersi e non perdere la speranza. Sicuramente la mafia che s’infastidisce per il successo di Libera, mostra, con le intimidazioni, segni di debolezza. <strong>Ma i ragazzi, che rappresentano la parte sana della regione, non si arrenderanno.  </strong></p>
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