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	<title>Malitalia &#187; Borsellino</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Ciaccio Montalto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 06:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Ciaccio Montalto]]></category>
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&#8220;Giacomo era figlio di siciliani, ma non era nato in Sicilia ma a Milano dove allora suo padre Enrico, pure Lui magistrato di grande spessore tecnico e di eccezionale rettitudine, che fu presidente di sezione della cassazione, al tempo della nascita di Giacomo lavorava, ed era siciliano nell’anima e in tutto il suo essere.
Amava profondamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9167" href="http://www.malitalia.it/2012/01/ciaccio-montalto/ciaccio-montalto-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-9167" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/ciaccio-montalto.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>&#8220;Giacomo era figlio di siciliani, ma non era nato in Sicilia ma a Milano</strong> dove allora suo padre Enrico, pure Lui magistrato di grande spessore tecnico e di eccezionale rettitudine, che fu presidente di sezione della cassazione, al tempo della nascita di Giacomo lavorava, ed era siciliano nell’anima e in tutto il suo essere.</p>
<p>Amava profondamente questa terra e tutto ciò che di positivo vi si trova pur avendo piena consapevolezza che senza l’affrancazione dal giogo della mafia e dalle incrostazioni di tanti poteri più o meno occulti non sarebbe stata mai possibile una vera rinascita.<br />
Ebbe rapporti molto stretti con Giovanni Falcone, nati negli anni del comune lavoro a Trapani sino al 1978, e ne fu ispiratore perché, almeno nel primo periodo di attività professionale, Giovanni, che a Trapani negli anni conclusivi della sua permanenza aveva svolto soprattutto funzioni civili, riconoscendo la specializzazione penalistica di Giacomo, ricorreva frequentemente ai suoi consigli.</p>
<p>Giacomo era molto stimato dai Colleghi, che tuttavia spesso non percepirono, almeno sino in fondo, la esattezza delle sue intuizioni, ritenute al tempo solo ipotesi possibili di ricostruzione dei fatti e ora divenute certe acquisizioni:<br />
-la spiegazione dell’interesse di cosa nostra, in un determinato momento storico, a mantenere in un certo ambito territoriale -a Trapani- la c.d. pax mafiosa per potervi porre il porto di accesso degli stupefacenti in Italia e nei paesi occidentali ;<br />
-la necessità di scalfire gli interessi economici della mafia per poterne minare la forza;<br />
-la rilevanza delle indagini bancarie e sulle banche talvolta portate a chiudere gli occhi sull’origine del denaro ricevuto o sulla destinazione di quello impiegato;<br />
-la intuizione della struttura unitaria di cosa nostra sino a quel periodo ritenuta una costellazione di sistemi in competizione, pur accomunati da modelli operativi comuni;<br />
-l’intuizione, precedente alle rivelazioni di Buscetta , Contorno e dei primi collaboratori, della macroscopica divergenza della logica della mafia rispetto ad ordinari criteri di razionalità;<br />
-la comprensione della necessità di fare breccia nel muro di omertà, cominciando dai mafiosi ed inducendo proprio loro a collaborare: è noto che Giacomo riuscì a far parlare un affiliato alla mafia e non ottenne grandi risultati solo per il non rilevante spessore del personaggio , a conoscenza perciò solo di certe e poche verità, e perché le innovazioni epocali , anche quelle di strategia processuale, richiedono tempi lunghi di maturazione.</p>
<p><strong> Giacomo Ciaccio non si occupò solo di mafia, ma operò a 360° </strong>:si occupò di indagini su reati ambientali quando i discorsi sul tema erano ancora ristretti a pochi precursori e, in particolare, operò per fermare la cementificazione dei fondali marini vicini alle nostre coste, che dissennate discariche in mare dei sottoprodotti della lavorazione del marmo stavano provocando, come con le sue escursioni subacquee nei nostri mari, aveva constatato: gli bastava scorgere da Valderice, dove spesso soggiornava, le chiazze che lo scarico in mare delle polveri di marmo provocano, per interrompere altre occupazioni, anche i momenti di riposo per lasciare gli amici, e piombare lancia in resta a fermare gli inquinatori.<br />
Si trattava di problemi di cui negli anni 70 non veniva avvertita l’incidenza distruttiva sulla vita dei cittadini e delle stesse generazioni future , perché solo ora percepiamo quale devastazione del nostro patrimonio naturale abbiano apportato e quanti problemi irrisolti del vivere civile siano ancora ad essi collegati.<br />
<strong> Operò senza timori di alcun genere</strong> contro la corruzione nell’ambito degli amministratori e funzionari pubblici , realizzando anche in questo caso indagini di rilevante impatto nella nostra area che gli attirarono, come è intuibile, molte inimicizie.</p>
<p>Non si può ricordare Giacomo senza far cenno ai molti suoi interessi culturali, che con tanta forza manifestava avendo una speciale capacità di coinvolgimento e di trasmettere agli altri i suoi entusiasmi: la passione per certi scrittori, da Eco, allora poco famoso, a Tomasi di Lampedusa, a Marquez ; la sua venerazione per Beethoven, l’amore per la lirica , per Bellini, quello affettuoso per Verdi insolitamente collegato ad un notevole apprezzamento per Wagner, le predilezioni per alcuni interpreti da quelli famosi quali Toscanini, Cortot, Richter, Ghilels, la amatissima Callas, ad altri quali Pollini e Daniel Rivera, percepiti subito come grandi da Giacomo con straordinaria sensibilità e consacrati tali negli anni successivi alla sua morte , le passioni più popolari per la canzone napoletana d’autore, per le nostre tradizioni gastronomiche, per il mare che con il candido coraggio che lo distingueva, solcò facendo viaggi ardimentosi pur quando all’inizio della sua esperienza nautica, aveva una pratica limitata.</p>
<p><strong> Vorremmo che il ricordo di Giacomo Ciaccio Montalto non sia soltanto aria fritta </strong>con espressione che lui spesso usava, ma rappresenti tensione continua verso il perseguimento della meta che lui sempre ebbe presente, verso comportamenti che ci consentano di non vergognarci, nascondendole, delle nostre radici.<br />
Giacomo nella sua breve vita ebbe la capacità di suscitare un profluvio di sentimenti, di influenze, di spinte etiche, pur senza espliciti suggerimenti, nei Colleghi, che hanno raccolto il testimone raccogliendo e diffondendo le idee e le tensioni morali di Giacomo.<br />
Esperienze di vita come quella di Giacomo, nell’attuale momento in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie, a volte non ingiustificatamente, viene meno, in cui spesso non si comprende che quella del magistrato non è una professione come le altre e deve essere esercitata avvertendo in ogni momento quanto grande deve essere il proprio impegno a tutela della legalità che comincia dalla scrupolosa osservanza della legge e dei diritti dei cittadini proprio da parte dei giudici, condotte di magistrati come Giacomo, che mai sentendosi eroi lo sono stati, sono un paradigma insostituibile da imitare e un esempio da non dimenticare&#8221;.</p>
<p><strong>Mario D&#8217;Angelo, già presidente dei Tribunali di Trapani e Marsala</strong></p>
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		<title>Cancimino si, Ciancimino no</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 02:13:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Ciancimino]]></category>
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		<description><![CDATA[ Le ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino hanno creato una spaccatura fra la Procura di Caltanissetta e quella di Palermo. La prima infatti avrebbe dichiarato di non voler più sentire il figlio di Don Vito. “Lo sentiremo ancora e le sue dichiarazioni vanno valutate caso per caso”, dicono invece da Palermo.
Tutti questi valzer di foto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/mciancimino.jpg" alt="" title="mciancimino" width="258" height="196" class="alignleft size-full wp-image-5075" /> <strong>Le ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino hanno creato una spaccatura fra la Procura di Caltanissetta e quella di Palermo.</strong> La prima infatti avrebbe dichiarato di non voler più sentire il figlio di Don Vito. “Lo sentiremo ancora e le sue dichiarazioni vanno valutate caso per caso”, dicono invece da Palermo.<br />
Tutti questi valzer di foto, identificazioni, nomi gettati in pasto all&#8217;opinione pubblica, rischiano di incrinare la credibilità di Ciancimino, e soprattutto le indagini sulla trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato.<br />
Il tutto ruota intorno ad un uomo, descritto così dallo stesso Ciancimino: <strong>“Brizzolato, con occhiali, alto circa 1,75 – 1,80, sempre ben vestito, si permetteva di arrivare senza appuntamento e veniva a trovare mio padre anche mentre questi si trovava agli arresti domiciliari”. È l&#8217;identikit del misterioso signor Franco. Lo 007 che avrebbe seguito le fasi della trattativa aperta tra Cosa Nostra e lo Stato. </strong>Dichiarazioni che vengono fatte circa un anno fa davanti ai magistrati. Da allora il signor Franco ha assunto un&#8217;aria sempre più misteriosa.</p>
<p>Una serie di nomi, fotografie, riscontri e riconoscimenti che non hanno fatto chiarezza sulla figura di questo personaggio. Fino ad arrivare all&#8217;ultima dichiarazione, in ordine di tempo, che vede coinvolto Gianni De Gennaro, oggi direttore del Dis, l&#8217;organismo di raccordo dei servizi segreti, il quale secondo Massimo Ciancimino era nell&#8217;entourage del signor Franco.<strong> “Non mi lascio intimidire” afferma De Genn</strong>aro. Ma davanti ai pm, in un secondo momento, Ciancimino avrebbe fatto retromarcia, attribuendo questa indicazione al padre Don Vito. Una dichiarazione, dunque, de relato, che indica il già collaboratore di Giovanni Falcone nel &#8216;92 -&#8217;93, e direttore della direzione investigativa antimafia, vicino a questa figura oscura introdotta in questa storia di stragi e morti proprio da Ciancimino. Parole che hanno, inoltre, creato una rottura fra le Procure di Palermo e Caltanissetta, in un momento per altro delicato per il figlio dell&#8217;ex sindaco di Palermo, a causa di alcune intercettazioni fra quest&#8217;ultimo e un uomo legato ad una cosca di &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.<br />
<strong>Nel mese di marzo, nel corso del contro esame della difesa del Generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri accusato di aver coperto la latitanza del boss Bernardo Provenzano, Ciancimino afferma che “a tutt&#8217;oggi non l&#8217;ho ancora identificato, ma ho riconosciuto altri soggetti legati a lui”</strong>. Sta parlando del Signor Franco, o Carlo, l&#8217;uomo che faceva da collegamento tra Don Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel novembre del 2002, le istituzioni e capi mafia come lo stesso Provenzano. Le indagini continuano e i pm sequestrano un apparecchio portatile di Ciancimino jr nel quale era stata copiata la rubrica. Compaiono un numero di cellulare sotto la dicitura: Franco Papà, ora disattivato e due utenze fisse, per contattare la stessa persona. Uno non è più attivo, l&#8217;altro fa capo a una sede dell&#8217;ambasciata degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>A maggio Ciancimino dichiara di avere una foto del Signor Franco, stampata su un rotocalco, nel quale viene ritratto in una pubblica manifestazione</strong>. Con lui compaiono anche altre persone, tra cui un noto esponente politico. Dopo pochi giorni verrà pubblicata una foto sul sito de La Repubblica, che titola: “Ecco la foto del signor Franco”. Sarebbe lui il misterioso funzionario dei servizi segreti. Ma c&#8217;è un errore. La foto, estratta dal giornale romano di quartiere Parioli Pocket, ritrae un uomo in secondo piano &#8211; mentre in primo piano ci sono Bruno Vespa e Gianni Letta – che non ha nulla a che fare con il Signor Franco. Si tratta, infatti, di un dirigente della Bmw Italia, ritratto in occasione di un evento ufficiale. L&#8217;uomo si era dichiarato esasperato e indignato, non si aspettava di certo di finire sui giornali per simili motivi. “Le immagini in questione furono scattate – si afferma in un comunicato &#8211; in occasione di un evento ufficiale organizzato da Bmw Italia spa nel 2003, presso villa Almone, residenza dell&#8217;ambasciatore della Repubblica Federale di Germania a Roma”. Un grave scambio di persona.</p>
<p><strong>Ma sbuca un altro nome: Gross</strong>. In un verbale di fine giugno, infatti, davanti al procuratore aggiunto di Palermo Ingroia e ai pm Di Matteo e Guido, sembra che Ciancimino abbia rotto gli argini della paura, confessando indizi molto importanti per arrivare ad identificare il misterioso 007.<br />
<strong>Il suo nome compare in una lista di dodici nomi, politici e investigatori, contenuti in una lettera che Ciancimino sostiene sia stata scritta e spedita dal padre a se stesso nei primi anni Novanta</strong>. Tra questi quello dell&#8217;ex questore Arnaldo La Barbera, del funzionario del Sisde Bruno Contrada, del funzionario dell&#8217;Aisi Narracci e uno israeliano: Gross. Accanto a questo una freccia che indica il nome di De Gennaro, già numero uno della Polizia e capo del Dis. </p>
<p>E la caccia della Procura continua. Vengono disposti accertamenti al Ministero degli Interni, dove avrebbe lavorato per anni Moshe Gross, ebreo di origine rumeno, vissuto a Milano per venti anni commerciando diamanti con la moglie. Oggi ha 84 anni e vive nella capitale israeliana. Ma non c&#8217;è ancora alcuna certezza sulla figura del signor Franco.</p>
<p><strong>Intanto le indagini sui tre numeri di telefono inciampano in un dettaglio di non poco conto: il cellulare, già sequestrato dai carabinieri in una precedente indagine per riciclaggio, non avrebbe restituito i tre numeri, che non compaiono nella dettagliata relazione redatta dai carabinieri al termine dell&#8217;analisi del telefono. Quando sono stati annotati nella memoria? È il tema su cui si stanno avviando accertamenti informatici. </strong><br />
Affianco al Signor Franco e al suo collaboratore, chiamato “il capitano”, ci sarebbe anche il nome di Lorenzo Narracci. Lo 007 del servizio segreto civile che i pm di Caltanissetta hanno messo sotto accusa per concorso in strage dopo le dichiarazioni di Spatuzza. Ciancimino dice di averlo visto con il misterioso agente dei servizi segreti. E poi c&#8217;è “il capitano”, l&#8217;agente dell&#8217;Aisi, Rosario Piraino, indagato per violenza privata con l&#8217;aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Ciancimino dice di aver avuto una sua visita nel 2005, quando era ai domiciliari. “Non è il caso che tu prenda argomento di carabinieri o di rapporti con Berlusconi” gli disse. E sarebbe tornato nel 2009, nella casa di Bologna, per altre minacce. Ma Piraino respinge ogni accusa.</p>
<p>Da ultimo Gianni De Gennaro, il quale indicato da Ciancimino come uomo dell&#8217;entourage del signor Franco, secondo le parole del padre Vito, annuncia querela.<br />
<strong>Un turbinio di nomi, dunque, che ruotano intorno alla figura del signor Franco, o Carlo. Un mistero che sembra di giorno in giorno doversi infittire.</strong>È notizia di ieri, poi, riportata dal Corriere della Sera e e da La Stampa, un&#8217;intercettazione fra Girolamo Strangi e lo stesso Ciancimino. Strangi sarebbe il commercialista che, secondo la Dda reggiana, seguì gli affari a Verona e Milano della famiglia di &#8216;ndrangheta dei Piromalli, della Piana di Gioia Tauro. Indagini che potrebbero mettere a rischio la già precaria credibilità di Ciancimino.<br />
Questi, infatti, avrebbe chiesto di cambiare 100 mila euro in contanti in 70 mila euro in assegno. I due avrebbero poi parlato di un giro di fatturazioni e di un viaggio in Francia dove Massimo si sarebbe recato per recuperare il denaro. Secondo la Procura di Reggio Calabria probabilmente si tratta di riciclaggio. Intanto Ciancimino si difende affermando di non conoscere il legame del commercialista con la mafia. Sarà compito della magistratura fare chiarezza anche su questa storia.</p>
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		<title>Malitalia vista da Berlino</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Sep 2010 12:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Berlino accoglie Malitalia con un giorno di pioggia e di vento del Baltico. Una città dai colori e dalla temperatura quasi autunnale. Si va nella zona che una volta apparteneva alla Berlino Est, poco lontano passava il muro. Adesso ci vivono uomini e donne di tante culture diverse. Un quartiere colorato e fatto di luci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3921" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/100914_mafia_free_aprati_uccello_jaretzky_finger-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Berlino accoglie Malitalia con un giorno di pioggia e di vento del Baltico. Una città dai colori e dalla temperatura quasi autunnale. Si va nella zona che una volta apparteneva alla Berlino Est, poco lontano passava il muro. Adesso ci vivono uomini e donne di tante culture diverse. Un quartiere colorato e fatto di luci di mille negozi. <strong>Qui la prima tappa di “Malitalia” in un teatro d’avanguardia, il Neukollner Opera. Italiani e tedeschi per la terza edizione della “Festa della Legalità” voluta fortemente da “Mafia nein danke”, associazione nata dopo i fatti di Duisburg e la cui presidente, Laura Garavini , oggi è deputata del nostro Parlamento e componente della Commissione Antimafia</strong>. Una donna determinata venuta in Germania per completare i suoi studi di sociologia e rimasta perché “è un paese che offre tante possibilità”. Un paese che ha visto arrivare, negli anni, tanti esponenti delle nostre mafie e dove gli italiani, di Berlino, che lavorano onestamente, dopo la strage di Ferragosto del 2007 hanno deciso di non stare a guardare.</p>
<p>Hanno capito che girare la testa dall’altra parte sarebbe stata la loro fine. Berlino poteva trasformarsi in una San Luca o in Casal di Principe e allora, alle prime intimidazioni, alle prime macchine saltate per aria, insieme a Laura Garavini sono andati alla polizia. E alla Neukollner Opera c’era anche Bernd Finger, direttore della polizia criminale, che ha condiviso le scelte di “Mafia nein danke” e che parla delle presenze dei locali di ‘ndrangheta in Germania come a Singen. Parla delle infiltrazioni nel tessuto economico e finanziario.  Parla della necessità, come tanti suoi colleghi italiani, di squadre criminali comuni. Sa bene che ci sono problemi legislativi da superare e norme spesso non uguali in tutti paesi, come la confisca preventiva dei beni mafiosi. L’interesse per il fenomeno mafioso non è una semplice curiosità letteraria. <strong>La Germania e i tedeschi vogliono capire cosa li aspetta e cosa è arrivato già nel loro Paese. Vogliono che gli forniamo gli occhiali per vedere meglio. Sicuramente hanno sottovalutato il fenomeno come d’altra parte abbiamo fatto noi e quando domandano “perché non siete riusciti a domare la mafia?” vogliono capire se anche loro si troveranno in casa un “cancro” difficile da estirpare. </strong><br />
<a rel="attachment wp-att-3922" href="http://www.malitalia.it/2010/09/%e2%80%9cmalitalia%e2%80%9d-vista-da-berlino/100915_einstein_studenti/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3922" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/100915_einstein_studenti-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Ma l’emozione più grande per “Malitalia” è stata entrare nel Liceo Europeo di Berlino. Qui “Mafia nein danke” ha deciso di presentare il nostro libro all’interno del Festival Internazionale della Letteratura. In questa aula lo scorso anno i ragazzi hanno incontrato il giudice Raffaele Cantone e tre anni fa hanno piantato l’albero della legalità. 100 ragazzi che aspettano da te risposte precise:”<strong> Cosa è la mafia una struttura criminale o un sistema sociale, una mentalità?”. Una domanda che ne vale mille </strong>perché in 5 minuti devi cercare di spiegare che è tutto insieme: che c’è la parte sociale, il residuo di un feudalesimo mentale che ancora impera in Italia, c’è la struttura criminale che ha trasformato un’organizzazione arcaica in una moderna holding del malaffare con ramificazioni mondiali. Mortale, ricca ma anche con il vestito buono, capace di mimetizzarsi nella società civile. Così fluida da entrare nei gangli vitali  della vita di ogni giorno, da nascondersi dietro il volto di un noto professionista o di un politico in carriera.<br />
<strong>“Perché Dell’Utri è ancora in Senato?”. </strong>Secca e penetrante come un colpo di fucile. Niente peli sulla lingua per i giovani dell’Einstein e soprattutto niente peli sulla lingua per Giulio che vive a Berlino ma che ha i parenti in Campania e che legge, in apertura, una lettera per Angelo Vassallo nella quale dice “ dobbiamo alzare la voce. Non dobbiamo perdere la speranza e la volontà di essere privi di mafia”. Gli fa eco Luciano, un ragazzo di origini siciliane, che dice che la mafia si può battere che si può fare. E cita Falcone e Borsellino che non si sono mai arresi, non si sono arresi fino alla morte.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3923" href="http://www.malitalia.it/2010/09/%e2%80%9cmalitalia%e2%80%9d-vista-da-berlino/berlinodocenti/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3923" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/berlinodocenti-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>I ragazzi vogliono capire perché la mafia è così potente? Perché non ci si può ribellare? La migliore risposta alle loro domande arriva proprio da una voce ,in mezzo alla classe <strong>“Sono Alessia e vivo in Calabria. Non è possibile ribellarsi perché quando ti danno il lavoro, ti fanno mangiare non c’è nessuno disposto a tradirli e cambiare vita. E i giovani pensano che quella sia la vita vera anche perché a casa i genitori non propongono un’alternativa. Io a scuola,lì, non posso parlare di queste cose, sono sola”.</strong><br />
Alessia parla con voce decisa. Urla la disperazione di tanti giovani della Calabria che, muti, vedono la loro terra divorata dalla ‘ndrangheta. Alessia, come dice ai suoi compagni, è stata fortunata . I suoi genitori  hanno voluto darle la possibilità di farle conoscere un altro mondo. Le hanno dato l’opportunità di capire e quindi di scegliere. <strong>Ma lei sa che gli altri suoi coetanei calabresi spesso non hanno questa possibilità. Lei adesso è a Berlino ma già pensa a quando tornerà nella sua cittadina sul mare Jonio. </strong></p>
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		<title>Fino in fondo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) 
Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/fino-in-fondo/grasso/" rel="attachment wp-att-3658"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/grasso.jpg" alt="" title="grasso" width="284" height="177" class="alignleft size-full wp-image-3658" /></a></p>
<p>( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) </p>
<p><strong>Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle</strong>. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di scegliere democraticamente “ma se non vado a fare il maxiprocesso abbandono la magistratura, non avrei il coraggio di tornare tra i miei colleghi”. E così nell’autunno dell’85 iniziai ad avere la scorta e da allora la mia vita è cambiata ma bisogna accettare con serenità quanto il destino ti offre. Pensi di essere tu a scegliere ma non e’ mai cosi’.</p>
<p><strong>“Noi siamo come una casa allagata e togliamo l’acqua con lo straccio, ma mentre noi facciamo tutto questo, c’è qualcuno che ha pensato di chiudere i rubinetti?”. </strong>Questo mi ha detto,sconfortato,  un mio sostituto qualche tempo fa. Ma noi dobbiamo continuare perche’ sono  tante le persone uccise dalla mafia e le riflessioni sul passato devono indurre a migliorare il presente e, poi, per non morire di mafia è  necessario analizzare il fenomeno, parlarne, discuterne. <strong>Il silenzio, di oggi, e’ il  migliore alleato, di domani, della criminalita’ organizzata e rende i cittadini meno liberi.</strong> </p>
<p>E la  lotta alla mafia non può essere fatta solo di repressione  occorrono misure sociali e civili, prima di tutto per il sud.  E soprattutto bisogna incidere, fortemente, nei rapporti tra crimine organizzato e pubbliche amministrazioni. Purtroppo la politica locale, lo testimoniano i consigli comunali sciolti per mafia ( 182 e alcuni piu’ di una volta), è soggetta a questa infiltrazioni. E quindi bisogna tagliare, spezzare per sempre questi legami.</p>
<p><strong>Tutto questo e’ difficile, in un momento di crisi di risorse cui sopperiamo con la qualita’ degli uomini. Ma dobbiamo continuare fino in fondo. </strong></p>
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		<title>Le grida contro la mafia che si spengono nel silenzio</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 16:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Vorrei, tanto vorrei, ma non ci riesco. Cerco e mi sforzo di trovare esempi positivi nella lotta alla mafia fuori dai palazzi deputati alla lotta a Cosa Nostra, quelli delle Procura, degli uffici investigativi, dalle aule di giustizia, ma ne trovo pochi. La società che lotta la mafia, dov’è? Ovviamente parlo del territorio dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/ritaatria-300x124.jpg" alt="" title="ritaatria" width="300" height="124" class="alignleft size-medium wp-image-3526" /> <strong>Vorrei, tanto vorrei, ma non ci riesco. Cerco e mi sforzo di trovare esempi positivi nella lotta alla mafia fuori dai palazzi deputati alla lotta a Cosa Nostra, quelli delle Procura, degli uffici investigativi, dalle aule di giustizia, ma ne trovo pochi. La società che lotta la mafia, dov’è?</strong> Ovviamente parlo del territorio dove vivo, dove c’erano e sono tornati quei lupi che circondarono Rostagno e lo azzannarono a morte, e prima ancora resero inermi procure, tribunali, azzannarono e uccisero pm, giudici, gente senza colpa, mentre in giro si diceva che la mafia non esisteva. Oggi vedo la gente, i giovani, c’è Libera che mai è inoperosa, e se non ci fosse Libera con i suoi attivisti l’antimafia nemmeno esisterebbe, ma c’è il rischio, che non riguarda certo i giovani, le donne e gli uomini di Libera, che tutto avvenga quasi recitato, non per colpa dei protagonisti, nessuno di loro recita, ma del pubblico a cui piace vedere il tutto come una rappresentazione teatrale, si partecipa, pochi o in molti, si applaude, poi si va via, spesso l’andazzo quotidiano non cambia, l’indignazione non crescete.</p>
<p>Mi pongo delle domande. Mi chiedo perché per esempio Partanna non riesca ad uscire dall’equivoco, celebrando a dovere il ricordo di Rita Atria, sua concittadina. Basta una messa, battersi il petto come si fa ogni anno in una “deserta” chiesa madre a togliersi quello che rimane l’assunzione di un obbligo con un rito religioso? No che non basta ed è pure avvilente, a pensare che nello stesso centro del Belice ogni anno ci si dà appuntamento per ricordare un giudice di grande valore, vittima lui, come Rita, della violenza mafiosa, lasciato solo, come Rita, a combattere i poteri forti, lui indossava una toga ed era il giudice istruttore Rocco Chinnici, una fondazione che porta il suo nome puntualmente viene qui a distribuire riconoscimenti. Rita indossava gli abiti semplici di una ragazzina di 17 anni, coltivava gli ideali di una ragazzina di quella età, ma ha dovuto metterli da parte perché lei a 17 anni ha mostrato più coscienza di un adulto di quegli anni, e di un adulto di oggi, sentendo il dovere della testimonianza. </p>
<p><strong>Dovere con la D maiuscola come il Dovere che sentiva suo Rocco Chinnici. E allora mi chiedo perché Rocco Chinnici si, e Rita Atria no. E’ una considerazione che pongo all’attento magistrato e assessore regionale Caterina Chinnici, figlia del giudice istruttore. E’ una domanda che pongo al sindaco di Partanna, Giovanni Cuttone, lo stesso sindaco che mi spiace andò a dire di non essere andato a trovare Piera Aiello, cognata di Rita, testimone di giustizia come lei, quando venne a Partanna a protestare platealmente contro la grave disattenzione commessa nello Stato nei suoi confronti. Le assurdità del nostro Paese. </strong>Chi testimonia, chi vede e racconta certi fatti è costretto a stare nascosto, i responsabili scontate le pene tornano liberi, in giro, magari più minacciosi di prima, senza che nessuno tolga loro il saluto. Su questi temi Piera Aiello voleva provocare una reazione, che non c’è stata nella Partanna che invece celebra Rocco Chinnici, dico io, con qualche nota di contraddizione. A Partanna su Rita  Atria resiste il silenzio, come se lei non sia mai stata figlia di questo paese.<br />
Per fortuna Rita è figlia di altre città che a loro modo cercando di ricordarla, colmando il vuoto che si è fatto attorno a lei. Rita non può essere ricordata solo nel giorno del suo suicidio ma andrebbe ricordata ogni giorno per tutta la sua storia. Rita a 17 anni ha guidato le forze dell’ordine contro la mafia del Belice, gli arresti e le condanne però sono state insufficienti a fermare la barbarie e la crescita di Cosa Nostra. Non ci sono stati altri che come Rita e Piera Aiello sono andati a testimoniare, e la mafia nel Belice oggi non spara più ma fa impresa, gestisce centri commerciali e oleifici, fa da circuito ai pizzini di Matteo Messina Denaro e protegge il boss nella sua latitanza. Ci sono dunque tanti motivi perchè si ricordi Rita, per far riscoprire il dovere della testimonianza, e perché il latitante solo così può essere catturato. E allora no che non basta una messa.</p>
<p>Le grida non sono solo quelle che chi ha lasciato Rita. Ce ne sono altre.  Trapani non è proprio povera di esempi positivi. Uno è maturato di recente ma è rimasto non colto. In una provincia dove si parla (male) più dell’antimafia che della mafia, è rimasta sepolta da un silenzio di tomba la lettera di tre ragazzi, figli del riconosciuto uomo d’onore della mafia mazarese, l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, Pino Sucameli. Uno che faceva il colletto bianco la mattina e la sera andava a sedere a tavola con Totò Riina quando questi era latitante a Mazara. Oppure si prendeva cura di altri boss ricercati cui si preoccupava di trovare sicuri rifugi. I tre ragazzi non hanno recitato per niente, hanno dichiarato lo schifo per la mafia e respirato il fresco profumo della libertà ricordando Paolo Borsellino e rinnegando loro padre, chiedendo scusa per le sue malefatte e lo scempio da lui creato. Hanno scelto altre vie, hanno girato le spalle alla via di Cosa Nostra, Francesco, Dario ed Alessandro, rispetto ad altri che invece hanno accettato eredità di questo genere, oppure hanno scelto il silenzio, o ancora altri che hanno rinnegato il padre mafioso quando questi ha deciso di collaborare con la giustizia. Cosa hanno ottenuto i tre ragazzi. Nulla. Per fortuna loro non cercavano niente e il contenuto della loro lettera è chiaro, la strada intrapresa non dipendeva dal consenso di chicchessia, ma è stata scelta presa e da loro condotta fino in fondo. Ma mi chiedo la società che dice di volere combattere la mafia, la politica che spesso contesta all’antimafia azioni di strumentalizzazioni, i politici che dicono che la mafia non c’è, dinanzi ad un esempio così concreto dove sono e dove sono stati? Distrazione o comodo silenzio? E i grandi giornalisti, le firme eccellenti di carta stampata e tv dove sono? E’ possibile che Alessandro, Dario e Francesco non facciano notizia? Nelle redazioni locali è questo che è successo e per la verità la cosa non ci stupisce. Ma il resto dell’informazione è stata troppo impegnata a parlare di bavaglio tanto da mettere il bavaglio alla lettera di questi tre ragazzi? Trovato un esempio positivo cerco di afferrarlo e mi sfugge tra le mani, scivola via.</p>
<p>E’ vero forse allora che questa mia terra la mafia la vuole, non se la vuole togliere di dosso, le piace, ci convive. Perché non è la cattura di un latitante che infligge colpi mortali all’organizzazione mafiosa, è colpendo il sistema che Cosa Nostra si indebolisce. E allora succede che in questa terra, che nega la mafia, sostenendone la sua quasi sconfitta, manca solo da catturare, ci dicono, Matteo Messina Denaro, si celebra l’antimafia nel pieno delle contraddizioni. Pensate, a Campobello di Mazara, Comune per il quale la prefettura di Trapani ha chiesto al ministero dell’Interno lo scioglimento per mafia, ogni anno si svolge un premio dedicato a Pio La Torre con una giuria lottizzata. E’ antimafia questa?  In Consiglio provinciale, dove ogni operazione antimafia racoglie commenti e soddisfazioni da ogni banco, hanno eletto presidente della commissione lavori pubblici un consigliere sotto processo per dei reati commessi favorendo la mafia, indagato in un’altra indagine antimafia, si chiama Pietro Pellerito, lui in aula agli attacchi del Pd si è difeso dicendo che tutto finirà in una bolla di sapone che ci saranno circostanze che verranno fuori di gran clamore e a suo favore, ma intanto è un imputato, ma la cosa non deve pesare. Per favore non ne parliamo, serve solo silenzio.</p>
<p><strong>Tanto silenzio. Come quello che fu chiesto al prefetto Fulvio Sodano che doveva mantenere il silenzio non dire di essersi trovato l’emissario dei mafiosi fin dentro il suo studio a chiedergli di vendere un’azienda confiscata alla mafia. Silenzio allora, che la recita continui. Almeno per chi ci vuol partecipare.</strong></p>
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		<title>Un bianco/nero rosso sangue</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 07:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Portella della Ginestra, l&#8217;assassinio di Peppino Impastato, la strage di Ustica, le stragi di Capaci e di via d&#8217;Amelio in un carretto siciliano, in un vero carretto siciliano, un carretto  in legno, un carretto che prima di diventare un oggetto d&#8217;arte forse ha percorso, carico di frumento o di fieno le trazzere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3444" title="carretto" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/carretto-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />(di Giovanni Chiaramonte)<br />
<strong>Portella della Ginestra, l&#8217;assassinio di Peppino Impastato, la strage di Ustica, le stragi di Capaci e di via d&#8217;Amelio in un carretto siciliano, in un vero carretto siciliano, un carretto  in legno, un carretto che prima di diventare un oggetto d&#8217;arte forse ha percorso, carico di frumento o di fieno le trazzere abbruciate dal sole di una Sicilia martoriata dalla canicola, le vie polverose delle campagne di Corleone o di Canicatti</strong>&#8230; o forse, carico di masserie, ha girato con fatica nei vicoli di Palermo o di qualche paesino abbarbicato sulla montagna, in quei vicoli dove avrebbero giocato da bimbi Falcone, o Borsellino, o Spatuzza, o Rocco Chinnici, o don Tano; un carretto che forse è stato visto da campieri con sotto il braccio le loro lupare appena usate o che  forse aveva attraversato rumorosamente le vie acciottolate di Cinisi o di Terrasini, mentre in lontananza una radio, fra panni stesi ad asciugare fichi secchi e pomodoro a grappolo,  trasmetteva la voce coraggiosa e beffarda di Peppino Impastato.<br />
Tolto ogni colore, in un bianco/nero assoluto, modernissimo e feroce, che forse è quello delle pagine di cronaca del Giornale di Sicilia dove i palermitani contavano il numero dei morti ammazzati, gli artisti del Laboratorio Saccardi, per la loro prima esposizione a Roma hanno raffigurato i fatti di mafia più eclatanti della recente storia siciliana, i misteri insoluti della nostra storia politica. Per tradizione il carretto è decorato con rappresentazioni mitologiche delle gesta dei condottieri appartenenti alla tradizione cavalleresca &#8220;dei Paladini di Francia&#8221;, arricchito da arabeschi e fregi geometrici. Il collettivo siciliano vi raffigura magistrati, semplici cittadini, vittime e mafia e non solo. Le storie dipinte sui masciddàri (le parti laterali del carretto) sono  invece accompagnate da cinque paladini siciliani della poesia (Quasimodo, Pirandello, Sciascia, Bufalino, Piccolo).</p>
<p>Agli autori di questo formidabile carretto che con straordinaria efficacia mixa modernità e passato, con una risultato di forte presa emozionale, Fattitaliani ha rivolto alcune domande:<br />
<strong>Jeff Koons, Alexander Calder, Frank Stella , Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jenny Holzer, ma perfino un aborigeno austrialiano (Michael Jagamara Nelson), uno delle Canarie come César Manrique, la giapponese Matazo Kayama , la sudafricana Esther Mahlangu , il tedesco A. R. Penck, l&#8217;italiano (ma continentale!) Sandro Chia, l&#8217;inglese David Hockney e un danese come Olafur Eliasson hanno dipinto BMW&#8230; Voi di Palermo, un carretto&#8230; ma non potevate adeguarvi ai tempi? Sto scherzando, ovviamente&#8230;. </strong></p>
<p><strong></strong>Loro l&#8217;hanno fatto per soldi, la nostra è una scelta culturale ben precisa&#8230; non stiamo scherzando ovviamente; il mondo dell&#8217;arte è molto lontano dai contenuti che noi mettiamo nei nostri lavori, le nostre idee vengono spesso contenute in forme che le richiedono, basta vedere i nostri quadri per capirlo&#8230;lavoriamo sul senso del reale e sul suo cortocircuito&#8230; siamo molto simili a dei giornalisti: leggiamo articoli su internet, amiamo la letteratura contemporanea, seguiamo i tg, parliamo di ciò che ci circonda come se fossimo al bar. Il nostro è un lavoro &#8220;anti-individuale&#8221;, siamo un collettivo e agiamo in totale anarchia controllata &#8211; come dovrebbero agire i collettivi &#8211; e difficilmente il nostro lavoro parla delle nostre vite personali, questa è una cosa da realityshow&#8230;. che onestamente vogliamo lasciare ai realityshow.<br />
<strong>Formidabile l&#8217;idea dell&#8217;uso del bianco/nero invece del colore&#8230; è nata già così l&#8217;idea?</strong><br />
Sì, lo abbiamo immaginato così da subito, lui voleva essere così, il bianco e nero esige sfumature di grigi, è un po&#8217; una metafora dell&#8217;esistere.<br />
<strong>Portella della Ginestra, l&#8217;assassinio di Peppino Impastato, le stragi di Capaci e di via d &#8216;Amelio&#8230;.un passato che in Sicilia è ancora presente&#8230; pensate che l&#8217;arte possa dare un contributo di cambiamento?</strong><br />
Non lo sappiamo ma l&#8217;arte ha il dovere di provarci, altrimenti diventa solo mera decorazione, manierismo bieco o roba da appendere al muro in pandant col salotto; tanto di rispetto a chi fà solo questo di mestiere, ma Caravaggio e lo stesso Picasso non sono da annoverare tra loro e speriamo neanche noi&#8230; nel nostro piccolo.<br />
Falcone, Borsellino, moderni paladini, eroi&#8230;. sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht&#8230;.Non esiste un popolo senza eroi, un popolo che non ha eroi vuol dire che non li ha meritati, Brecht può sbagliare, sbaglia anche Maradona.<br />
<strong>Con la morte di Falcone e di Borsellino si è innescato un percorso di cambiamento della mentalità molto forte, forse perchè la gente ha cominciato ad avere un po&#8217; di fiducia nelle istituzioni che hanno cominciato a far sentire che lo Stato esiste&#8230;. questo processo continua?</strong><br />
Purtroppo no, si è fermato&#8230; perchè oggi la retorica dell&#8217;antimafia è spesso peggio della mafia stessa, è la mafia della mafia, noi abbiamo cercato di non essere retorici con l&#8217;ironia, la narrazione e le allegorie&#8230; crediamo di esserci riusciti.<br />
Il carretto, come la tela dipinta del cantastorie, racconta con semplicità ed efficacia una storia. Voi avete attualizzato &#8211; con potenza &#8211; un linguaggio popolare vecchio di secoli&#8230; raccontando oggi nella galleria d&#8217;arte o dove andrà il vostro carretto una storia dei tempi nostri&#8230;. Non una, ma più storie, le storie dei nostri nonni e di un cultura millenaria, alla ricerca della pittura popolare che tanto amiamo, e delle nostre radici,  il futuro è retrodatato. La storia và raccontata in modi nuovi, è finito il tempo dell&#8217;arte icona che si auto cita vacuamente, l&#8217;arte deve avere un senso altrimenti finisce per diventare roba per modaioli. Non solo raccontare, ma anche esprimere una morale delle idee, dei segni e dei simboli: l&#8217;arte è qualcosa di molto simile ad una pratica religiosa, è un scelta di vita che comporta molti sacrifici, bisogna ricercare un nuovo passato futuribile, altrimenti è nichilismo o post modernismo di maniera, e serve a poco.<br />
<strong><br />
Nel carretto sono effigiati anche Quasimodo, Pirandello, Verga, Lucio Piccolo , Sciascia&#8230; mondi letterari diversi che raccontano aspetti diversi della medesima, splendida e disperata, insularità dell&#8217;anima&#8230;. del siciliano si parla sempre del suo bisogno di tornare, meno del suo desiderio di fuggire&#8230; voi come vivete il rapporto con la vostra terra?</strong><br />
Noi vorremmo spostare la Sicilia al nord, ma non si può, quindi ci tocca viaggiare, almeno per presenziare alle nostre mostre. Il rapporto con la nostra terra è di amore ed odio, amiamo denunciarne i difetti in questo momento così brutto per Palermo, la nostra città, perchè a dire che è bella siamo tutti bravi.<br />
<strong>Chi arriva in Sicilia resta sbalordito dallo straordinario paesaggio e dai suoi fortissimi contrasti, dall&#8217;arte e dal potenziale creativo e di intelligenza del siciliano&#8230; ma anche da incomprensibili trascuratezze e incurie&#8230; insomma c&#8217;è il carretto ma manca &#8216;u mulu! cosa impedisce che queste straordinarie potenzialità dell&#8217;anima siciliana si canalizzino in un percorso solo costruttivo, dove sta la zavorra che impedisce o rallenta le energie siciliane?</strong><br />
Sinceramente i siciliani non hanno mai avuto energia da canalizzare verso chissà quale percorso costruttivo, è gente nata per pensare e contemplare, siamo dei fantasisti puri. Non siamo nati  per fabbricare o costruire, non abbiamo bisogno di costruire nulla: c&#8217;è già stato chi l&#8217;ha fatto molto bene per noi in passato; la nostra zavorra credo che sia  lo stato italiano ed il complesso d&#8217;inferiorità meridionalista che ci ha creato in questi anni, tutto questo ci mantiene nel sottosviluppo a causa di politiche economiche  nazionali mirate che alimentano criminalità organizzata e clientelismo elettorale. Così la mafia ci tiene in pugno e ricicla al nord il denaro che froda al sud, è un circolo vizioso che spero un giorno si spezzi; non fraintendete, non è un problema tra nord e sud, è un problema italiano. Attenzione però, non siamo dei  moralisti, non crediamo che il sistema democratico sia un sistema giusto ma deve almeno avere un radice morale di fondo, i nostri politici devono capire che la Sicilia non è una azienda da risanare.</p>
<p>(pubblicato su fattitaliani.it il 21 luglio 2010)</p>
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		<title>Le condoglianze di Dell’Utri viste dalla Francia</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 07:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Andrea G. Cammarata 
Dell’Utri s’è preso 7 anni, magra la consolazione per il procuratore Gatto che ne chiedeva 11, anoressica per la difesa degli avvocati dellutreschi, Sammarco e Mornino, che chiedevano naturalmente l’assoluzione. Ma obesa è la consolazione per i media che hanno potuto ingrassare la notizia della sentenza d’appello del giudice Dell’Acqua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/dellutri_berlusconi-300x175.jpg" alt="" title="dellutri_berlusconi" width="300" height="175" class="alignleft size-medium wp-image-3025" /> di Andrea G. Cammarata </p>
<p><strong>Dell’Utri s’è preso 7 anni, magra la consolazione per il procuratore Gatto che ne chiedeva 11, anoressica per la difesa degli avvocati dellutreschi, Sammarco e Mornino, che chiedevano naturalmente l’assoluzione. Ma obesa è la consolazione per i media che hanno potuto ingrassare la notizia della sentenza d’appello del giudice Dell’Acqua a proprio piacimento, improvvisandosi tutti esperti di giustizia e rendendola unta fino allo schifo. Comunque mafia c’è stata, e quando e in che modo, al popolo detto francamente, fotteva poco. Soprattutto se si parlava di un senatore, il fondatore di Forza Italia.</strong></p>
<p>A noi italiani per leggere un articolo come si deve non resterà che andare oltralpe, in Francia, e così interessarsi di una verità meno distorta di quella del Tg1, che altro non ha fatto che far sembrare un coniglio, per una lepre. Grave, per inciso, è che Mediaset quantomeno disinforma con un certo stile, ha classe nel nascondere le verità, mentre il Tg1 fatica ancora a camuffarsi, la fa proprio sporca&#8230; Comunque da Minzolini , si sa, è successo che la mafia di Dell’Utri, è passata per essere diversamente mafiosa, lui è: un assolto-condannato, nel bel Paese delle meraviglie dove tutto è possibile. Peraltro stupiscono le conclusioni di vari mezzi d’informazione, che vista la mancata presa in considerazione dei giudici d’Apppello di quanto sostenuto dallo Spatuzza, hanno concluso che la Trattativa mafia-Stato non sia esistita. </p>
<p>Stupisce che questi mezzi d’informazione, non abbiano ascoltato le udienze del processo Dell’Utri, stupiscono le loro conclusioni affrettate. Conclusioni che tuttavia in realtà dipendono, quelle vere, dalle motivazioni della sentenza. Come il Pg ha ben chiarito a quella racchia del Tg1, quella della “doccia fredda”, lei che con tanta veemenza, quanto a Trattativa, diceva al procuratore: “Allora crolla tutto&#8230;”. Crolla tutto un cazzo! Massimo Ciancimino -in questo processo non ascoltato senza motivazioni-  il processo a Cuffaro, l’inchiesta riaperta sull’uccisione di Falcone e Borsellino, quanti ce ne sono, di altri elementi validi e processi aperti e riaperti, per provare la Trattativa.</p>
<p>Il problema non è questo. La difesa Sammarco &#038; Mornino, chi ha ascoltato i processi o chi li ha visti lo sa, in appello, tardivamente, chiedeva di revocare l’ammissione del pentito Spatuzza, era il dicembre scorso, dopo il polverone alzatosi durante il Nobday. Quanto alle dichiarazioni di Spatuzza, Sammarco dice alla Corte di appello “oggi si parla di altri fatti ma si giudica ancora sulla sentenza Guarnotta -quella di primo grado- è un processo di primo grado che si sta innestando in quello di secondo grado” ovvero lamenta la diversità delle ammissioni del pentito, rispetto all’oggetto del processo di primo grado, diversità che andrebbero a detta dell’avvocato trattate in un nuovo processo, come obbligano i dettami del diritto costituzionale, quindi giusto processo, principio di parità delle parti,  e ugual diritto della difesa e dell’accusa, (art.111, 24, 3) che vengono con astuzia citati da Sammarco in aula. Ecco alluso perché per la Corte Spatuzza a quel momento del processo non può contare. Ma le motivazioni della sentenza ce lo diranno.</p>
<p>Sporco il Tg1, quanto Italia1, due canali un padrone. Giovanni Toti, monta un editoriale per Studio Aperto come una cavalla in calore, fa due accostamenti: “sentenza Tartaglia incapace d’intendere e volere” e “sentenza Dell’Utri mafioso”, che ci azzecca in mezzo “Berlusconi vittima&#8221;? La riflessione finale di Toti, nuovo arciere di Berlusconi, dopo aver sconsigliato l’uso dei pentiti ed etichettato come “discutibile” il reato di concorso in associazione mafiosa, è infatti: “allora ci viene il dubbio, non è che chi è vicino a Berlusconi qualcosa debba pagare?”. Insomma Givannino Totip la butta lì, fa un altro pronostico…  Chiude “non è che chi si accanisce contro Berlusconi alla fine non paga mai?”. Cosa significa questo.<br />
E  per chiudere in bellezza, stavolta con un po’ di giornalismo serio, segue ciò che è anticipato nel titolo dell’articolo: “Dell’Utri visto dalla Francia”, scrive Delphine Saubaber giornalista antimafia d’oltralpe, su L’Express.</p>
<p><strong> Condannato a 7 anni di prigione, Marcello Dell’Utri resta “fiducioso”. L’amico intimo di Silvio Berlusconi è stato condannato martedì  per “complicità di associazione mafiosa”.</strong><br />
A Palermo i giudici l’hanno tuttavia assolto per il periodo più delicato dal 1992 a giorni nostri. Spiegazioni. Sette anni di prigione per Marcello dell’Utri, senatore, braccio destro e migliore amico di Silvio Berlusconi, per “complicità di associazione mafiosa”. Colui che ha seguito l’ascensione del Cavaliere dai debutti della sua holding, la Fininvest, alla creazione del suo partito, Forza Italia, era stato condannato a 9 anni in prima istanza. In 1768 pagine i giudici avevano dipinto, nel 2004 “la contribuzione, volontaria, cosciente” di Dell’Utri al “consolidamento e al rinforzo di Cosa Nostra”, la mafia siciliana, la quale Dell’Utri era accusato di aver messo in contatto con la Fininvest di Belrusconi.</p>
<p>L’uno è condannato, l’altro assolto.<br />
Questo martedì, un’altra decisione di Giustizia piomba in Italia. Questa volta concerne Massimo Tartaglia che aveva aggredito Silvio Berlusconi con una riproduzione del Duomo di Milano nel dicembre scorso. E’ stato assolto. Gli esperti hanno sottolineato che l’uomo, sofferente di problemi mentali, non era in grado di essere sottoposto a giudizio.<br />
Tornando al processo Dell’Utri, questa volta, in appello, il procuratore aveva richiesto 11 anni. La Corte di Appello di Palermo riduce la pena a sette anni dopo diversi giorni di camera di Consiglio, ammettendo come stabilito i rapporti stretti intrattenuti da Dell’Utri con la mafia siciliana del boss Stefano Bontade, di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, rapporti intrattenuti fino alla stagione delle stragi del 1992 (anno dell’assassinio dei giudici anti-mafia Falcone e Borsellino), poiché i giudici hanno assolto il senatore per il periodo posteriore, più delicato, dal 1992 a giorni nostri, quello della presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra, agli albori della nascita del partito berlusconiano, Forza Italia, nel 1994.</p>
<p>Nel dicembre 2009, durante il processo, un pentito, Gaspare Spatuzza, aveva accusato il senatore di essere stato “l’intermediario e l’uomo provvidenziale” per preparare l’arrivo sulla scena politica di forze ben disposte nei confronti di Cosa Nostra, affermando che all’epoca degli attentati mafiosi a Milano, Firenze e Roma nel 1993,  Dell’Utri e Berlusconi sarebbero stati gli interlocutori politici privilegiati dal suo capo Giuseppe Graviano. Berlusconi si difese denunciando una “macchinazione”.<br />
<strong>Il suo eroe: Vittorio Mangano.</strong> Resta che i giudici della Corte di Appello hanno dunque creduto, in particolare, al pentito Francesco Di Carlo, che racconta di un incontro ai vertici, nel 1974 a Milano, fra Dell’Utri, Belrusconi e i boss Bontade e Mimmo Teresi.  </p>
<p>Marcello era allora il segretario particolare di Silvio Berlusconi. E’ il periodo dei sequestri a Milano, e l’imprenditore teme per i suoi figli. Domanda consiglio al siciliano Dell’Utri, che organizza la riunione…” Alla fine Berlusconi ci ha detto che era tutto a nostra disposizione”, racconta Di Carlo. Bontade gli garantisce un’assicurazione sulla vita: “Sia tranquillo. Vi mando qualcuno”. Un buon amico di dell’Utri, di Palermo. Conosciuto come il “fattore di Arcore”, Vittorio Mangano, pregiudicato, si occuperà, sembra ormai ufficialmente,  per due anni dei cavalli di Berlusconi. Ma come nota Di Carlo:  “Cosa Nostra non pulisce le stalle delle persone”. In chiaro: “Mangano fa parte di Cosa Nostra.” </p>
<p>In un’intervista, nel 1992, il giudice Borsellino parlava del personaggio come di “una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia”. Nel 2000, Mangano sarà condannato per duplice omicidio, prima di morire. Qualche anno più tardi, Dell’Utri celebrerà in lui il suo eroe: “Ha preferito morire in prigione piuttosto che all’ospedale e ha rifiutato di tradirmi raccontando ciò che volevano fargli dire su di me e Berlusconi!”</p>
<p>Dopo la sentenza d’appello, Dell’Utri, che era assente al momento della lettura, ha ripetuto che Mangano resta il suo “eroe”, commentando così il verdetto: &#8220;hanno dato un premio di consolazione alla procura di Palermo e una grossa soddisfazione all’accusato, perché hanno escluso tutte le ipotesi dal 1992 a oggi&#8221;.<br />
Dell’Utri attende ormai il terzo stadio, quello della Cassazione, “fiducioso”.<br />
Il procuratore Gatto, che ha richiesto 11 anni di reclusione attende le motivazioni della sentenza, che arriveranno in 90 giorni, per capire “perché la corte ha deciso di eliminare la stagione politica da questo processo. In ogni caso, ulteriori inchieste sono sempre possibili”. </p>
<p>Un modo per dire  che l’assoluzione di Dell’Utri per il periodo post-’92 è lontana dal chiudere un’ipotesi sul rapporto mafia-politica di quel periodo. Lo scenario è in effetti più complicato di quel che sembra, poiché ci sono in corso le inchieste riaperte sull’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino nel 1992, c’è un’altra inchiesta a Palermo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, e un’altra a Firenze sulle bombe del 1993.</p>
<p><strong>Se il procuratore Gatto attende quindi, irremovibile, le motivazioni della sentenza, Dell’Utri da parte sua se ne fa scappare una: “Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le mie condoglianze”. Cosa significa questo?</strong></p>
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		<title>La trattativa e i pentiti, parla Ingroia</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 21:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Andrea G. Cammarata &#8211; Espressioni) 
Riccione. E’ ancora il tramonto, siamo alla presentazione del libro “La trattativa” di M. Torrealta, in occasione del “premio  Ilaria Alpi”. E’ presente Antonio Ingroia, giudice antimafia, ex-collaboratore di Paolo Borsellino, fa cenni storici ai rapporti fra mafia e Stato, databili agli albori della mafia stessa durante l’unità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/ingroia-ride.jpg" alt="" title="ingroia-ride" width="300" height="199" class="alignleft size-full wp-image-2935" /><br />
(di Andrea G. Cammarata &#8211; Espressioni) </p>
<p>Riccione. E’ ancora il tramonto, siamo alla presentazione del libro “La trattativa” di M. Torrealta, in occasione del “premio  Ilaria Alpi”. E’ presente Antonio Ingroia, giudice antimafia, ex-collaboratore di Paolo Borsellino, fa cenni storici ai rapporti fra mafia e Stato, databili agli albori della mafia stessa durante l’unità d’Italia, quando “alla mafia vennero di fatto delegati compiti di ordine pubblico dallo Stato centrale”. Un confronto, quello fra Stato e mafia, esistente dalla nascita dell’onorata società, che più volte nella storia si è ripetuto. Anche gli alleati anglo-americani, dice il dott.Ingroia, “ebbero bisogno del sostegno della mafia durante gli sbarchi in Sicilia”. E’ un confronto reiterato in tutto il trentennio successivo, quando “la mafia ebbe un ruolo di contenimento dei movimenti contadini e sindacali”. </p>
<p>Poi si arriva alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino e ai momenti terroristici della mafia, quando lei, per la prima volta, comincia ad agire fuori dal suo territorio militare.<br />
Ormai una mafia sempre più mutante che la magistratura chiama “il sistema criminale integrato”, poiché a parlare solo di mafia e Cosa nostra, troppo spesso si “evoca ancora il luogo comune di coppola e lupara”, dice il giudice siciliano; concetto troppo lontano da un’evoluzione “fisiologica” con cui la mafia ha poi smesso l’abito del contadino di Riina, per indossare i colletti bianchi della borghesia mafiosa, cooperando con “pezzi di massoneria deviata, pezzi degli ambienti degli apparati di sicurezza, ambienti della destra eversiva”. Ciampi, presidente emerito, in una sua recente intervista a Repubblica -il cui oggetto è stato fra l’altro ritenuto, per così dire, “roba vecchia” dal Capo dello Stato-  ha fatto chiaro riferimento all’aria di “golpe” che si respirò fra il ’92 e ’93, un esempio lampante ne è la strage di via dei Georgofili. Una minaccia, un colpo di Stato o un ricatto, spiega Ingroia, “a un’Italia in ginocchio”.</p>
<p>Di fatto la mafia attraverso gli attentati terroristici vuole alzare il prezzo della trattativa e “dimostra di poter scardinare un intero paese”. E’ una trattativa descritta nel papello, cui Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, fornisce copia alle procure. La magistratura deve accertarne ancora la veridicità, ma si parla di alcune richieste come l’abolizione del 41bis e la chiusura delle carceri di massima sicurezza nelle isole. In questa partita, “qualcuno vuole vedere le carte” dice Ingroia, “è noto che ci sono alti ufficiali dei carabinieri, il generale Mario Mori che è accusato di essere uno dei terminali di questa trattativa”. Pur con tutte le dovute cautele, c’è tuttavia un fatto inoppugnabile.</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ma7y5sVdVC4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ma7y5sVdVC4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Nel gennaio del ’94 l’attentato dei fratelli Graviano nel piazzale dello stadio Olimpico al pullman dei carabinieri, fallisce per il malfunzionamento del dispositivo che avrebbe fatto scoppiare una macchina carica di tritolo provocando una strage, l’autobomba viene recuperata in attesa di un nuovo tentativo, ma c’è una tregua. Cosa nostra rinuncia a mettere le bombe. Qualcosa succede. Come dice Totò Riina, “si fa la guerra allo Stato per poi fare la pace”, ma chi firma l’armistizio?</p>
<p>I riferimenti vertono tutti, possibilmente, su quei personaggi che colsero il testimone durante il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Gaspare Spatuzza, oggi pentito, ritenuto affidabile, dice che quello stop ci fu, che la trattativa ci fu, e che per la mafia e i Graviano non c’era più bisogno di proseguire la strategia stragista, perché qualcuno aveva mediato: Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, e quello di canale Cinque, Silvio Berlusconi.</p>
<p>Ma in quei giorni gli italiani o la stampa, ironizza Ingroia, si aspettavano che Graviano, mafioso, smentisse le dichiarazioni di Spatuzza, un pentito. Di lì a qualche mese per Graviano finì anche il periodo d’isolamento. E in tutto ciò,  prosegue Ingroia, “colpisce la decisione discutibile della Commissione ministeriale di non applicare il programma di protezione proprio a Spatuzza, il collaboratore più importante degli ultimi mesi”, una situazione paradossale per cui altri collaboratori “da quattro soldi” godono della massima protezione. Adesso rimangono pochi dubbi: “o è sbagliata la decisione o  è sbagliata la legge”, dice Ingroia. La legge del 2001 sui pentiti è “deleteria, punitiva e ispirata da una pregiudiziale diffidenza nei confronti dello strumento, nonché frutto di una campagna di stampa finalizzata al discredito dei collaboratori di giustizia”. In sostanza è una legge del silenzio, non consente ai pentiti di fare dichiarazioni oltre il sesto mese dall’inizio della collaborazione, pena la perdita di privilegi, quali la protezione dei familiari e il cambiamento delle generalità. </p>
<p>E’ minaccioso tutto ciò, perché pur avendo Spatuzza, in una sua lettera inviata alle tre procure che lo stanno ascoltando, confermato la sua intenzione di collaborare, altri pentiti potrebbero subire l’effetto intimidatorio della legge, rinunciando a parlare, e ciò lo fanno notare autorevoli commentatori. Tuttavia i difensori dell’ex-capomandamento di Brancaccio potranno appellarsi al Tar, impugnando la decisione di una commissione ministeriale, a cui i magistrati che ne fanno parte, all’unanimità hanno votato contro. Non si può sanzionare un pentito che decide di parlare, con una perdita di protezione che equivale alla morte. E Ingroia chiede di avanzare una proposta di riforma della legge “per dare un segnale che la verità si vuole e non si vuole il silenzio sulla stagione delle stragi”.</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/-XompyarnSQ&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/-XompyarnSQ&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Intervista a Luca Tescaroli</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 09:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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di Paolo De Chiara (dal blog di Paolo De Chiara)
“Chi serve lo Stato diventa un losco figuro e il mafioso diventa un eroe”
Luca Tescaroli, oggi, è sostituto procuratore a Roma. È stato pubblico ministero nel processo di Capaci, dove lo Stato ha condannato gli assassini del giudice Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/Luca-Tescaroli-e-Paolo-De-Chiara.jpg" alt="" title="Luca Tescaroli e Paolo De Chiara" width="240" height="180" class="alignleft size-full wp-image-2920" /><br />
di Paolo De Chiara (dal blog di Paolo De Chiara)<br />
<strong>“Chi serve lo Stato diventa un losco figuro e il mafioso diventa un eroe”</strong><br />
Luca Tescaroli, oggi, è sostituto procuratore a Roma. È stato pubblico ministero nel processo di Capaci, dove lo Stato ha condannato gli assassini del giudice Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per le stragi e si è occupato del processo Calvi-Ambrosiano. Ha scritto Perché fu ucciso Giovanni Falcone (2001), &#8220;I misteri dell&#8217;Addaura&#8230; ma fu solo Cosa Nostra?&#8221; (2001), &#8220;Le faide mafiose nei misteri della Sicilia&#8221; (2003), &#8220;Le voci dell&#8217;oblio&#8230; Il silenzio di coloro che non possono più parlare&#8221; (2005). Il magistrato antimafia è intervenuto a Isernia per presentare il libro “Colletti Sporchi. Finanzieri collusi, giudici corrotti, imprenditori e politici a libro paga dei boss”, un volume scritto a quattro mani con il giornalista Ferruccio Pinotti.</p>
<p><strong>Perché l’esigenza di scrivere un libro sui “Colletti Sporchi”?</strong><br />
Le ragioni sono diverse. Innanzitutto un proposito di divulgare le ragioni della pericolosità straordinaria e delle insidie che nasconde il crimine mafioso nel nostro Paese. E questo lo si è fatto attraverso l’esperienza professionale che ho vissuto e attraverso le persone con le quali nel corso della mia attività sono entrato in contatto. Questa esigenza di raccontare in cosa consiste questa straordinaria pericolosità e insidiosità discende dalla constatazione dell’esistenza nel nostro Paese di un’informazione poco indipendente e che molto spesso diffonde le notizie con finalità strumentali, ponendo in essere attacchi servili nei confronti di coloro che sono proiettati ad individuare responsabilità considerate troppo scomode. Con questa pubblicazione si vuole colmare il ‘gap’ che si è venuto a creare tra quella che è la realtà esistente che si vive, che la collettività vive, che i magistrati conoscono, attraverso i processi, e quella che ci viene rappresentata dai media.</p>
<p><strong>Come è vista l’informazione dalle associazioni criminali?</strong>“<br />
L’informazione basata sulla verità è fondamentale ed è fortemente temuta dalle strutture mafiose. E abbiamo degli esempi importanti. Pensiamo ai casi dei giornalisti come Mario Francese, Giuseppe Fava, Mino Pecorelli, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato che sono morti per aver raccontato cos’è la mafia, per le loro inchieste, per le accuse che hanno lanciato nei confronti dei mafiosi. L’informazione è temuta perché ostacola l’azione delle strutture mafiose, consente di tenere viva l’attenzione e permette di sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sulla sua pericolosità. L’informazione consente anche di sgretolare il consenso che le associazioni mafiose, attraverso la loro azione, cercano di conquistare. Questa pubblicazione vuole essere un modo per rendere omaggio alle tante, troppe vittime del crimine mafioso e un modo per raccontare la forza inesauribile dei valori dello Stato che ancora esistono, dei valori della legalità che ancora esistono e che molti con il loro sacrificio quotidiano hanno portato avanti e stanno portando avanti.</p>
<p><strong>Molte stragi di mafia e tanti delitti eccellenti sono rimasti ancora avvolti nel mistero</strong><br />
I responsabili appartenenti alle strutture mafiose sono stati individuati, sono stati processati, sono stati condannati e i latitanti sono stati arrestati. E non è una cosa da poco. Vi è stato un lavoro continuo e incessante da parte delle forze dell’ordine e dei magistrati. Per alcuni anni, sin quando l’attenzione è rimasta concentrata sull’area militare, c’è stata anche una partecipazione attiva di settori diversi della magistratura e delle forze dell’ordine in questo impegno. Si è cercato di dare una risposta, con questo libro, sul perché nel nostro Paese più di un terzo del territorio e dell’economia, da 150 anni, sono controllate dalle strutture mafiose che contengono il potere allo Stato. E’ un qualcosa di estremamente irrazionale. Secondo una logica manichea che contrappone il bene e il male sembra impossibile che due realtà antitetiche, che dovrebbero contrastarsi l’un con l’altra, coesistano. Lo Stato è molto più forte delle strutture mafiose che sono rappresentate da alcune decine di migliaia di mafiosi. Dovrebbe agevolmente schiacciare queste realtà criminali e così è accaduto con realtà come il terrorismo che è stato annichilito. Invece con le strutture mafiose ciò non è accaduto.</p>
<p><strong>Perché la mafia ancora non è stata annichilita?</strong><br />
Una delle più importanti ragioni che hanno consentito questa coesistenza, tra struttura mafiosa e Stato, è sicuramente rappresentata dalla circostanza che la linea di discrimine tra il bene e il male non è così netto. Vi sono forti aree di compenetrazione e questo spiega perché ancora ci troviamo dinanzi a questo problema. Ancora vi è l’esigenza di portare avanti cammini e percorsi di legalità per far capire questa realtà. Nella pubblicazione abbiamo cercato, attraverso l’analisi dei casi concreti, di far capire come e perché accadono questi fenomeni. Perché accade questo fenomeno della compenetrazione. E sono state prese in rassegna tutta una serie di tipologie criminali e non di condotte, che corrodono la democrazia, i nostri rapporti sociali, l’economia e il mondo del lavoro.</p>
<p><strong>Nel suo libro ‘Colletti Sporchi’ si individuano anche i rapporti tra la mafia e la politica. Lei cosa aggiunge sul legame politico che da sempre sembra essere presente nella vita delle organizzazioni criminali?</strong><br />
Alcune condotte ci fanno capire come Cosa Nostra, in questo caso, abbia potuto contare su appoggi che hanno consentito di ottenere l’impunità che una mera associazione di gangster non potrebbe altrimenti ottenere. Nella categoria degli uomini politici abbiamo tutta una serie di velenose creature che sono state selezionate e condannate anche con sentenze passate in giudicato da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, a Gianfranco Occhipinti. Vi sono anche una serie di condotte dove la magistratura non può agire perché ha dei limiti. Nel nostro Paese ci sono oltre 170 Comuni che sono stati sciolti per infiltrazioni di mafia. Alcuni sono stati sciolti per due volte. In questi casi non ci sono dei reati, ma delle intese tra rappresentanti dei cittadini e coloro che appartengono alle strutture mafiose.</p>
<p><strong>Cos’è la criminalità dei colletti bianchi?</strong><br />
Vi è stato uno studioso, Edwin Sutherland, che nel contesto anglosassone, già a partire dal 1939, aveva fatto quest’analisi, dicendo che la criminalità dei colletti bianchi mina la fiducia nelle leggi e nello Stato, distrugge la certezza del diritto e le motivazioni dell’agire morale. Ha sottolineato che chi detiene il potere ha i mezzi per nascondere la propria criminosità o di presentarla sotto una falsa luce oppure di dare informazioni fuorvianti. Il delitto dei colletti bianchi rimane spesso impunito. Questa analisi dell’inizio del secolo fotografa la realtà italiana che oggi viviamo, che è caratterizzata da impunità, da processi di beatificazione di politici che vengono assolti o non condannati.</p>
<p><strong>Come vive oggi un magistrato?</strong><br />
I pubblici ministeri sono al centro di una campagna di demonizzazione e di delegittimazione, di attacco volgare. Vengono indicati come dei fannulloni e come degli associati a delinquere. Per converso taluni mafiosi, come ad esempio Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore, viene indicato come eroe da detentori del potere. Chi serve lo Stato diventa un losco figuro e il mafioso diventa un eroe. Questo deve far riflettere. La realtà dimentica molto spesso che tra magistrati ve ne sono 27 uccisi dalla mafia o dal terrorismo e tantissimi rappresentanti delle forze dell’ordine che sono stati uccisi. L’elenco è lunghissimo.</p>
<p><strong>Il suo volume fa riflettere anche sulla realtà che viviamo oggi.</strong><br />
Oggi si propina l’esigenza e la necessità di riformare la giustizia penale. Questo proposito di riforma viene concentrato sostanzialmente su tre punti: l’esigenza di separare le carriere dei giudici da quelle del pubblico ministero, l’esigenza di togliere la dipendenza dal pubblico ministero della polizia giudiziaria e le limitazioni sull’uso delle intercettazioni, strumento fondamentale di ricerca della prova. Appare piuttosto singolare tutto questo. Il vero grave problema della giustizia è l’infinità del tempo necessario per ottenere una pronuncia sulla responsabilità dell’imputato, che un meccanismo farraginoso che si chiama processo sembra ostacolare piuttosto che agevolare.</p>
<p><strong>Giovanni Falcone in un momento di euforia per le indagini condotte contro la mafia confidò al suo collega e amico Paolo Borsellino: ‘la gente fa il tifo per noi’. Lei si è occupato del processo Capaci, dove furono condannati gli assassini di Falcone. Lei provò la stessa sensazione descritta da Giovanni Falcone? La gente fece il tifo per voi?</strong><br />
Subito dopo le stragi c’era una sollevazione popolare, c’era un’indignazione. La sicurezza nel Paese era stata minata. Si avvertiva e si percepiva con forza il sostegno della popolazione. Mi sembrava che la gente facesse il tifo per noi. Questa coesione è stata anche delle Istituzioni. Si giunse in tempi rapidi, nel settembre del 1997, alla condanna in primo grado di moltissimi boss mafiosi. In quel momento si continuava a respirare un’aria di tifoseria, di appoggio, di sostegno. Man mano che il tempo passava qualcosa è cambiato, soprattutto, quando si è cominciato a cercare di dare un volto a quei committenti esterni che le sentenze ci hanno detto, è apparso probabile che abbiano avuto interessi convergenti con quelli preminenti dell’organizzazione mafiosa.</p>
<p><strong>Qual è oggi lo stato di salute di Cosa Nostra?</strong><br />
L’arresto di Bernando Provenzano ha inciso notevolmente sulla struttura mafiosa. E’ stato arrestato un boss malato e il mondo dell’informazione ha presentato quell’arresto e lo ha coniugato come la fine dell’organizzazione mafiosa. In realtà le cose non stanno così. C’è un impegno costante degli inquirenti nei confronti di Cosa Nostra che ha indebolito l’organizzazione. Ma questo non significa che sia stata sconfitta. Vi sono molte altre persone pronte a prendere il posto dei capi. Quello che è accaduto in seno a Cosa Nostra è una sorta di riequilibrio, potremmo dire, tra le forze dell’organizzazione e le forze del mondo politico che naviga nel male affare. Che ha un certo interesse a mantenere l’organizzazione meno forte e meno compatta, per acquisire un potere di controllo. Oggi il politico colluso può permettersi di mandare a quel paese questo o quel boss mafioso. Perché l’organizzazione si è compressa e quindi il potere contrattuale del politico colluso è sicuramente aumentata. L’associazione mira a portare avanti l’idea di fare impresa in silenzio, immergendosi e cercando di non destare allarme sociale con il compimento di delitti eccellenti. Però l’organizzazione continua a controllare il territorio. I siciliani sono imprigionati dalle loro paure. </p>
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		<title>Soliti stereotipi</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 16:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Francesca Viscone – Quotidiano della Calabria) 
Il caso editoriale
E&#8217; uscito in Germania &#8220;Malacarne&#8221;, contestato volume sulle mafie italiane che dovrebbe spiegare ai tedeschi cosa sono camorra e &#8216;ndrangheta
Non sono in buona compagnia il bambino di Verbicaro travestito da angioletto, né la giocattolaia dietro una bancarella a Casal di Principe. E che dire degli “incappucciati”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_2910" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/1-Giuliani-Incappucciati-a-Nocera-Terinese-300x221.jpg" alt="" title="1 Giuliani Incappucciati a Nocera Terinese" width="300" height="221" class="size-medium wp-image-2910" /><p class="wp-caption-text">Foto di Alberto Giuliani Gli incappucciati di Nocera Terinese</p></div><br />
(di Francesca Viscone – Quotidiano della Calabria) </p>
<p>Il caso editoriale<br />
E&#8217; uscito in Germania &#8220;Malacarne&#8221;, contestato volume sulle mafie italiane che dovrebbe spiegare ai tedeschi cosa sono camorra e &#8216;ndrangheta</p>
<p>Non sono in buona compagnia il bambino di Verbicaro travestito da angioletto, né la giocattolaia dietro una bancarella a Casal di Principe. E che dire degli “incappucciati”, sorpresi di notte, a Nocera Terinese? I riti della settimana santa in Calabria, le processioni di Platì, le donne devote nella chiesa di San Luca, ma anche i funerali di gente comune e il volto di donne in lutto “non coinvolte in crimini di mafia”, diventano nel libro fotografico di Alberto Giuliani «Malacarne. Leben mit der Mafia», Edel Earbooks (Malacarne. Vivere con la mafia) un modo per dimostrare lo stretto rapporto tra le mafie e la cultura popolare meridionale, come se alla base di quest’ultima ci fosse una sorta di necrofila cultura della morte in grado di spiegare l’esistenza stessa della criminalità organizzata.<br />
<strong>Alle visioni alquanto stereotipate della “Vita del Sud” si alternano in Malacarne immagini shok: i fotogrammi dell’esecuzione di Mariano Brancaccio, davanti a un bar nel centro di Napoli; la macchina distrutta di Luca Megna a Papanice; l’attacco e lo smantellamento di una raffineria di coca in Sudamerica; arresti di narcotrafficanti; il Commando Giungla in Colombia; latitanti catturati in mezzo a due carabinieri; un tizio immobilizzato e ammanettato da due poliziotti, il medesimo mentre fuma l’ultima sigaretta  “legato alla sedia e sorvegliato a vista”. E poi revolver, portafogli, carte di credito conservate nell’archivio di tribunali, il quartiere Brancaccio, “luoghi della strage” a Castel Volturno. </strong></p>
<p>Le foto di Giuliani accostano le mafie italiane alla tradizione popolare del Mezzogiorno e a quelle sudamericane, riproponendo così luoghi comuni e stereotipi. Si pregiano tuttavia dell’accostamento ai testi di Andrea Amato, Rita Borsellino, Pino Corrias, Francesco La Licata, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Roberto Saviano. Troviamo inoltre allegati due cd de «La musica della mafia» (testi di Siclari, Centofanti e Alessio; licensed by Francesco Sbano). Il Fatto Quotidiano, in un articolo intitolato “Saviano ingannato”, ha pubblicato una dichiarazione congiunta di Gratteri, Nicaso e Saviano: «Ci è stato chiesto un contributo editoriale per un libro fotografico. Ma nessuno ci ha avvisato della decisione di distribuire il libro con i canti di malavita, canzoni neo melodiche che inneggiano alla ’ndrangheta e alla camorra e che addirittura arrivano a deridere il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da alcuni anni si sta cercando di mettere in campo una sofisticata operazione culturale per accreditare la ’ndrangheta come modo di essere piuttosto che come organizzazione criminale. Una sorta di interpretazione “calabrianista”, secondo cui non è possibile dissociare la ’ndrangheta dalla cultura calabrese. La stessa operazione è in atto da tempo anche in Campania. È opportuno prendere le distanze da questa strategia mediatica per evitare di confondere i sacrifici e le battaglie antimafia con iniziative ambigue e discutibili. La nostra storia e il nostro lavoro non possono essere accostati a operazioni come quelle dei canti di malavita che legittimano una sorta di valutazione o esaltazione dei comportamenti ’ndranghetisti e camorristi».</p>
<p><strong>Malacarne dev’essere costato un patrimonio. Un grosso volume cartonato, sovracoperta lucida con foto a colori di Corleone vista da Montagna dei Cavalli, a pochi metri dalla masseria dove si nascondeva Bernardo Provenzano. Il formato è quello impegnativo dei cataloghi delle mostre, ma l’interno è molto più lussuoso. Testi, titoli, didascalie, indice, tutto è in due lingue, persino le canzoni di ’ndrangheta, e in due diversi colori di inchiostro: nero per l’italiano o il calabrese, rosso per il tedesco</strong>.<br />
Il libro nulla dice sulla presenza della criminalità organizzata in Germania, dove pur è stato pubblicato. Lì le polemiche scoppiano in seguito all’articolo denuncia di Die Zeit, intitolato “La mistificazione” e firmato da Petra Reski, ripreso successivamente anche dalla Süddeutsche Zeitung. È di questi giorni un comunicato stampa con cui la casa editrice Edel prende posizione rispetto a tutte le accuse che sono state rivolte alla pubblicazione delle canzoni di ’ndrangheta con i testi degli inconsapevoli autori. La Edel puntualizza che nessuno può sospettarla di simpatie verso la mafia. E definisce un errore non l’aver allegato al libro le canzoni della ’ndrangheta, ma il fatto che l’introduzione alla musica incriminata sia troppo breve e non sufficientemente critica: «Il testo può infatti, ad un esame superficiale o in lettori prevenuti, suscitare l’impressione che la musica – fuori dal suo contesto &#8211; sia una sorta di patrimonio culturale che l’editore si sente chiamato a diffondere. Non è chiaramente questo il caso. Le canzoni allegate hanno l’unico e solo scopo di illustrare le perfide attività dell’organizzazione mafia, che vuole rendere innocue le sue gesta, cantandole allegramente e mettendole in musica». </p>
<p><strong>La Edel si ripropone di allegare in futuro  «un testo introduttivo più dettagliato, per evitare equivoci e per non far sorgere sospetti». Quindi ammette di aver sottovalutato la sensibilità del tema e si augura che in futuro sia possibile distribuire l’opera anche in Italia, dove al momento c’è un divieto di pubblicazione, semplicemente allegando un errata corrige con un’introduzione critica che spieghi il senso delle canzoni.</strong><br />
È interessante leggere cosa hanno scritto su Malacarne i giornali tedeschi. Giuliani sostiene di lavorare «spinto dall’urgenza di far conoscere l’attualità  di un fenomeno tanto complesso e pericoloso». Anche se non è che sia poi tanto rischioso essere reporter di mafia, confessa all’Hamburger Abendblatt , la gente «spesso non avrebbe proprio saputo perché veniva fotografata». E aggiunge che «in Italia si può essere presenti in molte occasioni, se si viene ammessi come amico di un amico. Così ci si può muovere bene anche in questi giri e si è in un certo senso al sicuro. Ma quando in situazioni di mafia ci si accorge che è pericoloso, è già troppo tardi. Bisogna sempre ascoltare molto bene. E se qualcuno ti dice: non farlo, allora vuol dire proprio non farlo».  </p>
<p><strong>Giuliani ha una sua personale visione del Sud e delle mafie: fenomeni complessi e semplici nello stesso tempo. Al Morgenpost spiega che «la mafia non è solo un crimine – è uno stile di vita, un atteggiamento dell’anima». Come il buddismo, come essere vegetariani, come fumare la pipa? Il giornalista Heiko Kammerhoff riesce in poche battute a darci un’idea illuminante di come l’Europa “veda” la criminalità organizzata: Gangsterorganisationen (organizzazioni di ganster) che tutto decidono in tutti i campi della vita sociale italiana. Giuliani si è messo «in cerca del cuore dell’oscurità nel suo paese», da tre anni, pur essendo nato sull’Adriatico, «lontano dalla criminalità organizzata» (beato lui, e quante certezze). </strong>Ma il suo sguardo esterno lo avrebbe aiutato a comprendere tutto meglio, parlando con giornalisti, magistrati, avvocati e i poliziotti che lo hanno portato con sé in cerca di persone sospette: «Aveva il permesso di assistere persino agli arresti».<br />
Leggendo i giornali tedeschi sembrerebbe che gli stessi fatti di Duisburg abbiano acclarato l’ipotesi che se in Germania la mafia c’è, essa riguarda solo gli stranieri. I tedeschi non immaginano che le mafie stringono ovunque alleanze con i politici, a cominciare dalle amministrazioni locali; non sanno che senza rapporti con il potere non si fanno affari, non cresce il consenso sociale né il radicamento nel territorio. </p>
<p>Ma anche molti italiani del Nord (di cui il bolognese Giuliani è un esempio) sono convinti che le mafie siano un problema “culturale” del Mezzogiorno?  Se la cultura mafiosa caratterizza solo questi paesi, il Suditalia e il Sudamerica, non essendoci in Germania mentalità mafiosa, la logica conseguenza è che non ci può essere nemmeno la mafia. Una bella consolazione, mentre le mafie in Germania, come nel resto d’Europa, imperversano indisturbate.<br />
Giornalisti che veicolano queste idee, sono molto utili a chiunque voglia “orientare” l’opinione pubblica e finiscono con l’ottenere un effetto contrario a quello da loro stessi desiderato. Si illudono di far conoscere meglio le mafie,  invece rischiano di renderle invisibili. Spostano l’attenzione del lettore dalla sua realtà verso “territori lontani” e i cittadini rinunciano a vedere ciò che accade nel loro paese. I politici hanno un problema in meno, anche perché l’invisibilità delle mafie (la pax mafiosa) non fa sentire la gente meno sicura. I mass media possono diventare il palcoscenico pubblico della criminalità organizzata; sono i primi strumenti per cambiare la mentalità di un popolo (fatto di telespettatori, lettori, consumatori…). Creano il caso, la notizia, indirizzano il lettore, possono diffondere mentalità e valori mafiosi, seppure inconsapevolmente. </p>
<p>Un esempio concreto? Il titolo dell’Abendblatt: «Nur Gott wird richten». Solo Dio giudicherà. Il messaggio è chiarissimo ed è quello che i detenuti di un carcere trasmettono a Giuliani in visita: «Quando incontreremo Dio, sarà lui a decidere, non tu». I mafiosi dicono spesso ai giudici: pentito sì, ma davanti a Dio, non davanti alla legge. Dopodiché, perché il titolista abbia scelto il punto di vista dei mafiosi, è per noi (e forse anche per lui) un mistero. È una bella frase, fa effetto, ma non rischia di far credere che la mafia, in quanto problema “culturale”,  non possa essere risolto nei tribunali? Isaia Sales nel suo ultimo saggio, racconta come questa idea del pentimento del mafioso davanti a Dio abbia influenzato persino certi ambienti ecclesiastici.<br />
A Mischke, Giuliani confessa che dell’Italia si vergogna: «Noi tutti, me compreso, ci siamo abituati a dire: ok, troveremo una soluzione. Non ci sono regole». E così, tutti quanti finiamo nel pentolone, giusti e ingiusti, destra e sinistra. Questa è solo la nuova veste dell’impegno political correct contro la mafia: così non ci si fa nemici, ma si offende la verità. Se basta non rispettare una regola per essere mafiosi, allora la mafiosità è come il peccato originale: è nella natura dell’uomo. Per Giuliani bisogna rappresentare il sistema mafioso come una cattiva cultura». Idee come queste non sono rare. <strong>Fanno parte di quel patrimonio di luoghi comuni e di stereotipi diffusissimi tra la gente, sono costruzioni di senso comune che hanno il solo scopo di rafforzare la propria identità a discapito dell’alterità, che proiettano il male lontano, in una “cattiva cultura” che evidentemente non appartiene a chi parla. Convinto di essere dalla parte dei giusti, questi convince e rassicura i suoi stessi interlocutori. Cosa nostra, la ’ndrangheta, la camorra, per Giuliani sono sintomi di un “dilemma culturale fondamentale”: «In alcune zone le persone non hanno scelta. Se si cresce lì, quella è semplicemente la cultura in cui si cresce. Non è una giustificazione, è la realtà. E se vogliamo risolvere questo problema, dobbiamo capire perché così tante persone sono implicate in crimini». Questi pregiudizi noi li conosciamo, li paghiamo sulla nostra pelle: intere regioni vengono indiscriminatamente criminalizzate, nonostante abbiano pagato un elevato tributo in termini di vite umane, anche innocenti. </strong></p>
<p>L’Abendblatt scrive che la presenza delle canzoni inneggianti alla ’ndrangheta in un libro che contiene testi contro le mafie, suona come uno scherzo macabro. Giuliani spiega che a convincerlo è stata una foto scattata dalla polizia nella macchina di cinque rapinatori in fuga: tre passamontagna, una pistola, munizioni e un cd. Conclusione: se i mafiosi ascoltano questa musica, ci deve essere una spiegazione e allora anche la musica, come le foto, è un documento culturale… «Bisogna conoscere tutte le prospettive», dice. Anche quelle dei mafiosi? Ma perché, qualcuno pensa forse che “cantino” la verità? Degli autori, solo Amato non prende le distanze e invia a Il Fatto una lettera in cui definisce il libro «un enorme e splendido progetto» che vuole spiegare attraverso la musica «cosa sono le mafie, come si tramanda la tradizione mafiosa e, soprattutto, come si vedono e si raccontano i mafiosi attraverso le canzoni popolari».<br />
Non ci stupiamo di fronte a queste affermazioni. Per anni abbiamo visto killer e latitanti intervistati dai giornalisti tedeschi, cantanti chiamati a testimoniare le origini gloriose delle mafie (Osso, Mastrosso e Carcagnosso), foto ricordo a incappucciati armati, giornalisti che si facevano immortalare con neobattezzati, per celebrare la scoperta di quel “documento culturale e antropologico”  che sarebbero le canzoni di ’ndrangheta.</p>
<p>Tra il 2000 e il 2005, quando uscirono i tre cd de La musica della mafia, le canzoni furono presentate come l’ultima musica popolare underground d’Europa, alta espressione artistica dei mafiosi, descritti come poveri Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri, un’etnia minoritaria perseguitata dallo stato, piemontese e straniero. Una giornalista americana pianse quando andò via da Polsi, dove, nel loro ambiente naturale, aveva ascoltato canzoni ’ndranghetose e aveva capito che si trovava di fronte ai “resti” di una cultura che stava per scomparire.<br />
Sono le stesse canzoni che ora aspirano a rifarsi una loro verginità, legittimate dagli scritti di inconsapevoli magistrati e giornalisti, e a diventare un documento utile all’antimafia (a quale “antimafia”?). Una metamorfosi kafkiana. Intanto noi non crediamo che sia sufficiente cambiare il contesto perché cambi anche il valore e il significato di un’opera. Le canzoni di ’ndrangheta, come i proverbi, le filastrocche e il linguaggio mafioso tendono molto più a nascondere che a dire. Sono un corpus giuridico che ha uno scopo preciso: l’educazione ai corretti comportamenti mafiosi, la propaganda, il consenso. Né basterebbe allegare ai cd un’introduzione “dettagliata e critica”. </p>
<p>Questa soluzione proposta dalla Edel non è condivisibile. Quando abbiamo scritto nel 2005 “La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media” (Rubbettino) noi non abbiamo allegato i cd al libro e non abbiamo suonato le canzoni mafiose nelle scuole dove lo abbiamo presentato, perché farlo, anche in un contesto critico, significa legittimare le strategie comunicative della ’ndrangheta e la sua manipolazione della cultura popolare, rendendola per l’ennesima volta efficace. Se una musica bisogna far ascoltare, allora è quella popolare autentica che sia capace di mettere in evidenza le differenze profonde che esistono con le brutte canzoni di ’ndrangheta. Anche perché, diciamolo una volta per tutte: di cattiva musica si tratta, di testi volgari, non di “tarantelle meravigliose” e ben interpretate. Queste canzoni sono un’autentica offesa a qualunque orecchio musicalmente sensibile. L’editore Edel non può pensare che il suo errore sia solo la banale introduzione ai cd. L’errore vero è la pubblicazione dei cd: tutte le canzoni di ’ndrangheta, non solo queste di Malacarne, sono un falso in sé, una mistificazione.  Il vero scandalo è la musica popolare usata come pretesto per la propaganda mafiosa.</p>
<p>Né condividiamo quanto nell’introduzione si legge, cioè che i canti mafiosi siano «inevitabile patrimonio musicale della tradizione italiana meridionale». Non è così, e non ci interessa discutere di questo con Giuliani o con la Edel. Pubblicare queste canzoni, anche in un contesto antimafioso, è come voler indurre la gente ad ammirare i souvenirs kitsch del Davide di Donatello, invece di quello vero. E cosa penserebbero i tedeschi se foto di nazisti che ammazzano ebrei e bambini venissero pubblicate con canzoni apologetiche? Magari con lo Horst-Wessel-Lied, inno del partito nazista, tuttora vietato  secondo gli articoli  86 ed 86a del codice penale della Repubblica Federale di Germania.</p>
<p>La distanza enorme che separa le canzoni di ’ndrangheta dall’autentica musica popolare è dimostrata da quella dedicata a Carlo Alberto Dalla Chiesa, spietata, beffarda ma soprattutto recente. Nessuno può credere che faccia parte di un qualsivoglia “patrimonio folklorico”.<br />
La mafia non è cultura e non è solo meridionale. È criminalità, internazionale, transnazionale e non da oggi. Non è criminalità comune. Come tutte le società, ha bisogno di coesione per esistere. E a tale scopo crea un sistema di valori, di simboli, di riti, di riferimenti “morali” di cui fanno parte l’omertà, la vendetta, l’onore, cantati nelle canzoni. Trasformarle in un prodotto commerciale, in maniera critica e acritica, non significa neutralizzarle, ma diffondere la cultura e la mentalità mafiosa anche in territori apparentemente estranei alla criminalità organizzata. Significa dare una parvenza di legittimità ai vari atti di rapina e assoggettamento della cultura popolare portata avanti dalle mafie: dalle processioni ai battesimi, alle musiche. Non può essere consolatorio per gli autori ingannati che il libro esca in Germania e non in Italia, dove comunque arriva in pochi giorni. Sarebbe come dire: mezza beffa, mezzo danno. </p>
<p>Solo l’on. Borsellino, fino ad oggi ha chiesto alla Edel tramite lettera che la sua firma sia immediatamente ritirata dal libro, sia dalle copie già distribuite che da quelle che saranno stampate in futuro.<br />
<strong> “Cultura” è un termine che, genericamente, può essere riferito a qualsiasi prodotto dell’intelligenza umana. Anche il cannibalismo è una forma di cultura. Qualcuno cerca testimoni dall’interno? Lo faccia, e poi venga a raccontarcelo. Ma prima che sia troppo tardi, ci spedisca le foto. Le pubblicheremo con le musiche di quelli che se lo sono mangiato. </strong></p>
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		<title>Attivisti dell’antimafia raggirati</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 16:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Petra Reski &#8211; da Die Zeit &#8211; traduzione italiadallestero)
Roberto Saviano e altre personalità note per il loro impegno contro la mafia si sentono usate da un editore tedesco . «Saviano ingannato» ha titolato Il Fatto Quotidiano, nuovo giornale italiano espressione dell&#8217;opposizione extraparlamentare in Italia. Ma è in Germania che lo scrittore Roberto Saviano (Gomorra) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2665" title="duisburg" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/duisburg-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" /></p>
<p>(di Petra Reski &#8211; da Die Zeit &#8211; traduzione <a title="italia dall'estero" href="http://www.italiadallestero.info" target="_blank">italiadallestero</a>)</p>
<p>Roberto Saviano e altre personalità note per il loro impegno contro la mafia si sentono usate da un editore tedesco . «Saviano ingannato» ha titolato Il Fatto Quotidiano, nuovo giornale italiano espressione dell&#8217;opposizione extraparlamentare in Italia. Ma è in Germania che lo scrittore Roberto Saviano (Gomorra) si sente raggirato. <strong>È appena uscito per la casa editrice Edel Earbooks di Amburgo un ricco volume fotografico, <em>Malacarne. Vivere con la mafia</em>. Insieme alle fotografie del bolognese Alberto Giuliani il «toccante documento di un´epoca» (come recita la pubblicità dell&#8217;editore) si avvale del contributo dei testi di Saviano e altre personalità note per il loro impegno contro la mafia – ma anche di due cd della Musica della Mafia</strong>.</p>
<p>I testi di questa presunta «musica popolare da diverse regioni del Sud Italia» sono documentati in italiano e tedesco, come la canzone sull&#8217;attentato di mafia contro il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982: <strong>«Hanno ammazzato il generale / non ha avuto tempo nemmeno per pregare / così fu mandato velocemente al Padreterno / La mafia è una legge criminale che ti lascia in pace finché vuole / ma se la stuzzichi / arriva il momento che si muove».</strong></p>
<p>Saviano, la deputata Rita Borsellino, sorella di un magistrato ucciso dalla mafia, Nicola Gratteri, procuratore di Reggio Calabria e inquirente nella strage di Duisburg, insieme all&#8217;esperto di mafia Francesco La Licata – nessuno di loro sapeva che i loro testi sarebbero stati accompagnati dalla Musica della Mafia, altrimenti non li avrebbero messi a disposizione del fotografo. Perché la Musica della mafia, prodotta dal fotografo calabrese Francesco Sbano, che vive da tempo ad Amburgo, viene considerata folklore romantico solo in Germania; in Italia è stato già da tempo diffusamente documentato che si tratta invece di una pericolosa campagna di propaganda (vedi Die Zeit nr. 16/09).</p>
<p>Immediatamente i famosi autori hanno preso le distanze dall&#8217;indesiderata compagnia: «Ci è stato chiesto un contributo editoriale per un libro fotografico. Ma nessuno ci ha avvisato della decisione di distribuire il libro con i canti di malavita, canzoni neo melodiche che inneggiano alla &#8216;ndrangheta e alla camorra e che addirittura arrivano a deridere il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da alcuni anni si sta cercando di mettere in campo una sofisticata operazione culturale per accreditare la &#8216;ndrangheta come modo di essere piuttosto che come organizzazione criminale.»<br />
Una sorta di interpretazione secondo cui non è possibile dissociare la &#8216;ndrangheta dalla cultura calabrese. La stessa operazione è in atto da tempo anche in Campania. È opportuno prendere le distanze da questa strategia mediatica per evitare di confondere le vittime e le battaglie antimafia con iniziative ambigue e discutibili. La nostra storia e il nostro lavoro non possono essere accostati a operazioni come quelle dei canti di malavita che legittimano una sorta di valutazione o esaltazione dei comportamenti ndranghetisti e camorristi”.</p>
<p>Il fotografo Giuliani si mostra stupito. Lui stesso non avrebbe saputo che al suo libro sarebbero stati allegati i cd che presumibilmente «danno una forte impressione del carattere, della bellezza e della semplicità di regioni» del Mezzogiorno, come si legge nel prospetto dell&#8217;editore. <strong>Stupito si mostra anche il direttore generale della Edel Earbooks, Jos Bendinelli-Negrone. Dalla sua casa editrice, come il nome già dice, verrebbero divulgati solo libri con cd. E chi vuole far credere che il libro con i due cd della Musica della mafia allegati sia un atto di apologia della mafia, verrebbe immediatamente da lui querelato</strong>.</p>
<p>Su pressione degli autori coinvolti il libro non sarà per ora commercializzato in Italia, dice il genovese Bendinelli-Negrone, che sottolinea l´espressione «per ora», e preferirebbe non leggere il suo nome su un giornale in questo contesto. Tuttavia il libro si continuerà a vendere in Germania, ma gli autori coinvolti chiedono che il libro sia commercializzato in Italia e in Germania ma senza i cd. Oppure ritireranno i loro testi.</p>
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		<title>Verità e giustizia, senza santuari</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/05/verita-e-giustiziasenza-santuari/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 15:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Stragi 1993]]></category>

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(di Fabio Granata &#8211; da Farefuturo web magazine)
Non dobbiamo stancarci mai di chiedere verità e giustizia. E non possiamo che riaffermare la necessità che la commissione parlamentare antimafia dedichi le sue energie e le sue risorse a gettare luce sulle stragi del ’92. Ma questo va fatto senza protagonismi e senza scontri ideologici. Ci troviamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/05/verita-e-giustiziasenza-santuari/falcone-borsellino1/" rel="attachment wp-att-2505"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/falcone-borsellino1.jpg" alt="" title="falcone borsellino1" width="150" height="112" class="alignleft size-full wp-image-2505" /></a></p>
<p>(di Fabio Granata &#8211; da Farefuturo web magazine)</p>
<p><strong>Non dobbiamo stancarci mai di chiedere verità e giustizia</strong>. E non possiamo che riaffermare la necessità che la commissione parlamentare antimafia dedichi le sue energie e le sue risorse a gettare luce sulle stragi del ’92. Ma questo va fatto senza protagonismi e senza scontri ideologici. Ci troviamo di fronte a uno scenario complesso e gravissimo, questo è evidente. E si profila il pieno coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato. Eppure, questa non è né una novità né una sorpresa.</p>
<p>E non è una novità neanche il fatto che ci troviamo di fronte a un “festival del luogo comune” che non fa fare neanche un centimetro di passo in avanti alle indagini. Per le quali, invece, servono piena copertura politica, strumenti completi di indagine e sostegno ai magistrati direttamente responsabili delle inchieste.<br />
Allora, iniziamo a fornire a Lari uomini e mezzi adeguati a rianalizzare la documentazione processuale dell&#8217;Addaura  e sulle stragi, tenuta nel più completo abbandono e senza alcuna precauzione. Poi, coordiniamo l&#8217;azione di Copasir e Antimafia anche attraverso gli uffici di Presidenza, relazioniamo entro un mese alle Camere. E sopratutto consolidiamo tutti gli strumenti pieni e completi d&#8217;indagine (a partire dalle intercettazioni telefoniche e ambientali) per tutti i reati di mafia e di corruzione e per tutti gli altri reati da sempre – lo dice l’esperienza – ad essi collegati.</p>
<p><strong>Perché è così – e non con i ricordi postumi, con le ipotesi generiche o peggio con gli insulti reciproci – che saremo in grado di dimostrare agli italiani, e ai familiari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo Stato fa sul serio. Che lo Stato non ha paura e che non c’è alcun “santuario” davanti al quale fermare i propri passi. </strong></p>
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		<title>Pizzolungo, Addaura e via D&#8217;Amelio: il tritolo è lo stesso</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 05:49:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 1985 al 1992: il tritolo è lo stesso, come la matrice, la mafia al servizio dei poteri forti.
Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra; è il punto d’inizio di un filo di morte che si è disteso in Sicilia tra il 1985 ed il 1992, passando per il fallito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2346" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/via-damelio-300x202.jpg" alt="" title="via damelio" width="300" height="202" class="size-medium wp-image-2346" /><p class="wp-caption-text">(la strage di Via D'Amelio 1992)</p></div>
<p>Dal 1985 al 1992: il tritolo è lo stesso, come la matrice, la mafia al servizio dei poteri forti.<br />
Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da <strong>Cosa Nostra</strong>; è il punto d’inizio di un filo di morte che si è disteso in Sicilia tra il 1985 ed il 1992, passando per il fallito attentato al giudice <strong>Falcone</strong>, all’Addaura, nel 1989, e terminando con l’attentato di via D’Amelio dove fu ucciso il procuratore<strong> Borsellino</strong>. Il tritolo di Pizzolungo e dell’Addaura è uguale a quello impiegato il 19 luglio 1992, «<strong>tritolo» di marca militare, tenuto nascosto in una cava di Camporeale.</strong> </p>
<p>Ma non c’è solo il tritolo ad unire questi tragici momenti, ci sono i nomi, mafiosi che hanno goduto di rapporti con pezzi delle istituzioni, dei servizi deviati, della massoneria.<br />
Castellammare del Golfo ed Alcamo con i boss di queste zone compaiono agli atti delle indagini, a cominciare dal «<strong>lattoniere» di Castellammare, Gino Calabrò</strong>, l’uomo che imbottì di tritolo l’auto piazzata il 2 aprile 1985 sulla curva di Pizzolungo, nell’attentato che destinato al pm <strong>Carlo Palermo</strong>, fece strazio di Barbara Rizzo e dei suoi gemellini, Salvatore e Giuseppe, o ancora l’uomo che doveva premere il detonatore di un attentato poi «cancellato» contro le forze dell’ordine che presidiavano in una domenica di calcio lo stadio Olimpico di Roma, nella stagione stragista del 1993. Calabrò è anche il boss che nei giorni della strage di via D’Amelio comunicava con misteriosi soggetti che alloggiavano a Villa Igea di Palermo, usando un cellulare clonato, e che partecipò a uccidere il boss alcamese <strong>Vincenzo Milazzo e la compagna di questi, Antonella Bonomo, un duplice omicidio organizzato a sei giorni dalla strage ordita per ammazzare Paolo Borsellino.</strong> </p>
<p>I peggiori fatti della mafia trapanese sono passati per le mani di Calabrò, che però oggi sconta un ergastolo senza essere soggetto al carcere duro del 41 bis, analogo destino per il palermitano Nino Madonia, boss condannato per il «botto» di Pizzolungo.<br />
<strong>Da Pizzolungo, all’Addaura fino a via D’Amelio, e una parte di quel filo finisce a Milano</strong>. Palermo, Falcone e Borsellino in circostanze e momenti diversi erano stati i magistrati che avevano indicato la possibilità che i soldi della cassaforte dei mafiosi sicilian, erano finiti nella borsa milanese e venivano spesi per finanziare la politica, la vecchia e la nuova a secondo dei periodi in cui i tre magistrati cercarono di trovare verità e rendere giustizia, ma furono fermati dal tritolo mafioso. Unico eccezionale sopravvissuto fu Carlo Palermo, ma l&#8217;eccezionalità non ebbe valore per lo Stato che decise di abbandonarlo.</p>
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		<title>Mafia, la bimba che non sa perdonare</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 07:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Tratto da La Stampa &#8211; di Laura Anello) 
«Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l’ho fatta a dirgli che doveva scappare. È colpa mia se adesso è morto». Era notte quando Barbara Basile, quattro anni, riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A confessarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2061" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/basile01g-300x227.jpg" alt="" title="basile01g" width="300" height="227" class="size-medium wp-image-2061" /><p class="wp-caption-text">(Commemorazione Basile- da La Stampa)</p></div>
<p>(Tratto da La Stampa &#8211; di Laura Anello) </p>
<p>«<em>Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l’ho fatta a dirgli che doveva scappare. È colpa mia se adesso è morto</em>». Era notte quando <strong>Barbara Basile</strong>, quattro anni, riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A confessarsi alla madre, a liberarsi dai fantasmi che la accompagnavano dal 4 maggio 1980, quando venne quasi schiacciata dal corpo del padre Emanuele, comandante della stazione dei carabinieri di Monreale, crivellato dai colpi di tre killer di Cosa nostra che gli volevano far pagare le intuizioni sui Corleonesi in ascesa, le indagini sull’omicidio di <strong>Boris Giuliano</strong>, i faldoni consegnati al giudice <strong>Paolo Borsellino</strong>.</p>
<p>Era in braccio a quell’omone in divisa quando gli spararono alle spalle, con la testolina reclinata, gli occhi che si chiudevano dal sonno. Protetta dalle sue braccia, in un momento finì a terra in mezzo al sangue. Adesso ha 34 anni, tre in più di quanti riuscì a viverne lui. Abita a Milano, la città d’adozione della madre, è impiegata in un’azienda privata, sta per sposarsi. Ma ieri, nel trentesimo anniversario della morte, non ha accettato l’invito a tornare in Sicilia. «Non me la sento, lì non ci voglio andare», ha detto ai familiari. Né lei né la madre Silvana, che la sera del delitto cercò invano di parare il marito dal colpo di grazia e raccolse la figlia tramortita. Donna-coraggio, che sfidò gli occhi dei killer, gridò «assassini, delinquenti», li accusò con una testimonianza dettagliata che non bastò, però, a evitare un’assoluzione in primo grado davanti alla quale &#8211; raccontò &#8211; «mi sarebbe venuta voglia di armarmi e di farmi giustizia da sola».</p>
<p>Seconda beffa in appello, quando <strong>Armando Bonanno</strong> (poi vittima di lupara bianca), <strong>Vincenzo Puccio</strong> (successivamente ucciso in carcere) e <strong>Giuseppe Madonia</strong> fecero perdere le tracce prima di ascoltare la sentenza di ergastolo, confermata poi in Cassazione. Si salvò per un pelo anche lei, protetta da un’agendina con la copertina di argento massiccio, tre centimetri per quattro, in cui si conficcò il proiettile. Gliel’aveva regalata il marito. No, madre e figlia non ce l’hanno fatta a tornare qui, lungo questa strada in cui camminavano alle due del mattino, in mezzo alla folla accorsa per la festa del Santissimo Crocifisso. Per mesi e mesi, dopo il delitto, la bambina graffiava, urlava, ripeteva: «Assassini, delinquenti, vi uccido tutti, vi sparo». Ieri, a ritirare la laurea honoris causa conferita dall’Università di Palermo alla memoria di Basile, c’erano i tre fratelli di lui: Vincenzo, Luigi e Cosimo. Testimoni di un dolore che brucia ancora, che ancora bagna gli occhi, nonostante il tempo passato.</p>
<p>A raccontare quegli anni terribili e la pace conquistata a fatica. «Barbara ne è venuta fuori. Ma è stata dura, durissima», dice lo zio Luigi, 59 anni, che lavora in banca a Taranto, la città d’origine della famiglia, la stessa in cui era nato Emanuele. «La bambina non parlò per tre giorni &#8211; ricorda &#8211; non aprì bocca, aveva la polvere da sparo sulla manina, i killer la mancarono per un soffio. Poi, dopo un po’, una notte disse che era stata colpa sua, che aveva visto quegli uomini e non aveva avvertito in tempo il padre».</p>
<p>Furono le carezze della madre a placarla, la rassicurazione «che le pallottole corrono più veloci delle gambe e che quindi, amore mio, anche se avessi gridato non sarebbe servito a niente».<br />
Cerimonia fuori dalla retorica, quella di ieri, organizzata dall’Arma dei carabinieri e dall’Ateneo. Prima una messa, poi la collocazione di una nuova lapide nel luogo del delitto, sul corso principale, tra il via vai dei turisti diretti ad ammirare i mosaici del Duomo. Infine la consegna della pergamena di laurea in Giurisprudenza dalle mani del rettore dell’Università di Palermo, <strong>Roberto Lagalla</strong>, che ha rispolverato un decreto del 1949 per conferire il titolo alla memoria. Studente con tutti 30, Emanuele Basile. «E studiare diritto a Palermo sul finire degli Anni 70 &#8211; dice il preside della facoltà, Giuseppe Verde &#8211; non deve essere stato facile, c’è da chiedersi se il clima culturale non fosse in contrasto con i problemi che il capitano esercitava nell’esercizio delle sue funzioni».</p>
<p>A ritirare il diploma il più anziano dei fratelli, Vincenzo, insegnante in pensione, oggi impegnato con l’associazione «Libera memoria» nella promozione della cultura della legalità nelle scuole. Bacia la pergamena e si commuove, riceve anche i documenti che erano custoditi nella segreteria dell’Ateneo: un tesserino universitario ingiallito, la domanda di iscrizione scritta da Emanuele, il diploma di studi dell’Accademia militare di Modena. Sono applausi, lacrime e ricordi. Un salto nel tempo. A partire da quella telefonata arrivata nel cuore della notte a Taranto, la bugia pietosa detta alla madre, che oggi ha 85 anni. «Le dissero che era stato ferito, conobbe la verità soltanto quando arrivò qui, e vide il corpo del figlio», racconta ancora Luigi. </p>
<p>La bambina, Barbara, non seppe che il papà era morto neanche ai funerali, quando il feretro avanzava sul carro funebre. «Ricordo che continuava a chiedermi: mamma, ma papà dov’è? È chiuso lì dentro in mezzo ai fiori? E io a dirle: no, papà non è lì, ha piccole ferite, lo stanno curando», raccontò la vedova. Passate poche settimane, arrivò a Monreale il nuovo capitano dei carabinieri, Mario D’Aleo. Tre anni dopo venne ucciso anche lui. Aveva 29 anni e stava per sposarsi.</p>
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		<title>L’antimafia di Ammazzateci tutti</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 10:10:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
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Il sito dell’Unità pubblica una lettera spedita dalle associazioni antimafia al ministro Giorgia Meloni, vi si legge: «Caro ministro, nel corso della manifestazione del Pdl tenutasi sabato a Roma, alcuni giovani hanno messo in bella mostra uno striscione che avrebbe voluto essere goliardico e che raffigurava i “tarocchi della sinistra”, ovviamente in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1477" title="paolo-borsellino" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/paolo-borsellino-300x122.jpg" alt="Paolo Borsellino" width="300" height="122" />(Tratto da Calabria Ora)</p>
<p>Il sito dell’Unità pubblica una lettera spedita dalle associazioni antimafia al ministro Giorgia Meloni, vi si legge: «<em>Caro ministro, nel corso della manifestazione del Pdl tenutasi sabato a Roma, alcuni giovani hanno messo in bella mostra uno striscione che avrebbe voluto essere goliardico e che raffigurava i “tarocchi della sinistra”, ovviamente in chiave negativa. Tra questi, spuntava il volto di Paolo Borsellino, il giudice ucciso dalla mafia nel 1992, un uomo delle istituzioni che ha dato la propria vita per il bene del Paese, un eroe.</em></p>
<p><em>Ci è parso di capire, ma lo striscione dietro il quale lei stessa ha marciato non lo chiariva adeguatamente, che il “tarocco” Borsellino rappresentasse, secondo chi lo ha disegnato, un’idea positiva di giustizia. Preferiamo credere che l’intenzione sia stata questa, anche se onestamente la scelta “comunicativa” è quantomeno controversa. Partendo da tale presupposto, pensiamo però che sia doveroso fare una riflessione che accomuni tutti, a prescindere dalle nostre convinzioni politiche. Il fatto, caro ministro, è che quel tarocco campeggiava al fianco di altri striscioni che inneggiavano a una guerra aperta nei confronti della magistratura, senza se e senza ma. In particolare, c’era uno striscione che invocava alla soppressione dello strumento delle intercettazioni, mentre sul palco si alternavano quegli stessi politici che hanno sottoscritto leggi come il cosiddetto “scudo fiscale”.</em></p>
<p><em>Dinanzi a tutto ciò, dinanzi a quella piazza, lei crede veramente che Paolo Borsellino si sarebbe trovato a suo agio? Lei crede veramente che un giudice come lui avrebbe rinunciato a uno strumento fondamentale per la lotta alla mafia come lo è quello delle intercettazioni? Con tutta onestà, pensa sul serio che un grande uomo delle istituzioni come fu Borsellino avrebbe assistito in silenzio alle continue delegittimazioni della magistratura da parte della politica?</em>»</p>
<p>Non troverete tra le decine e decine di sigle che firmano la lettera al ministro Meloni quella di “Ammazzateci tutti”. È il nuovo corso, si cambia registro. Ne ha già fatto le spese la memoria di Franco Fortugno, oltraggiata senza ritegno da chi pure si spacciava per suo “amico” se non anche figlioccio politico. In molti in queste ore si interrogano e fingono meraviglia, altri meravigliati lo sono davvero: in buona fede avevano creduto che le battaglie contro “i poteri forti” fossero cosa motivata, sentita e seria e non una ben congegnata avventura professionale.</p>
<p>Delle sortite di Aldo Pecora, che seguono a ruota quelle di Giuseppe Scopelliti, ieri si è discusso anche tra i magistrati che nella Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria si occupano delle indagini sull’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria, nonché di quelle su “Onorata sanità”, che portarono in carcere l’ex consigliere regionale Mimmo Crea. La storia giudiziaria diverge totalmente dal profilo che della vittima e dell’omicidio tracciano, in questi giorni di campagna elettorale, Aldo Pecora e Giuseppe Scopelliti.</p>
<p>Siamo alla vigilia di un processo d’appello che vede quattro persone condannate all’ergastolo per l’omicidio di Franco Fortugno. Il movente del delitto ed il contesto nel quale viene consumato non è certo quello di un “regolamento di conti” in seno alla ’ndrangheta. Non si parla in nessuna pagina del processo di sospette collusioni della vittima con l’organizzazione criminale che ne ha voluto l’eliminazione. Evidentemente gli accertamenti politici svolti da Scopelliti e Pecora sono arrivati ad elementi probatori sfuggiti ai pubblici ministeri Colamonaci e Andrigo. Sfuggiti allo stesso procuratore capo Giuseppe Pignatone, che venne personalmente a Locri per avviare la requisitoria nel processo di primo grado. La “verità” spacciata oggi dai palcoscenici della politica è sfuggita anche alla sentenza della Corte d’assise di Locri. Occorre che a questo si ponga rimedio nell’unico modo possibile: raccogliendo le prove che avranno da offrire AldoPecora e Giuseppe Scopelliti. Nel frattempo l’antimafia farà a meno dell’appoggio di “Ammazzateci tutti”, soprattutto se c’è da firmare una lettera fastidiosa indirizzata al ministro Meloni, grande amica di Scopelliti.</p>
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