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	<title>Malitalia &#187; Antimafia</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>La mafia: intervista a Pietro Grasso</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia mafiosa]]></category>
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L’accendisigaro in tasca. Sempre lo stesso. Lui porta sempre con sé quell’accendino come se dovesse restituirlo, da un momento all’altro, al legittimo proprietario. Quel proprietario che molti anni fa gli chiese di tenerlo proprio perché voleva smettere di fumare. “Ecco, restituiscimelo solo se tornerò a fumare”. Quell’uomo era Giovanni Falcone. E il procuratore nazionale antimafia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/la-mafia-intervista-a-pietro-grasso/firmata/" rel="attachment wp-att-9209"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/firmata-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-9209" /></a></p>
<p><strong>L’accendisigaro in tasca. Sempre lo stesso.</strong> Lui porta sempre con sé quell’accendino come se dovesse restituirlo, da un momento all’altro, al legittimo proprietario. Quel proprietario che molti anni fa gli chiese di tenerlo proprio perché voleva smettere di fumare. <strong>“Ecco, restituiscimelo solo se tornerò a fumare”</strong>. Quell’uomo era Giovanni Falcone. E il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, ancora porta con sé quell’oggetto che gli ricorda uno degli ultimi desideri del giudice ucciso dalla mafia. Ma non è l’unica cosa che il numero uno dell’Antimafia tira fuori dalla tasca: un biglietto. Sembra nuovo, non una piega, non un segno. Quel biglietto d’aereo con la data del 22 maggio 1992 per la Sicilia è custodito come un tesoro. Grasso doveva partire il 22 maggio 1992 assieme all’amico Giovanni Falcone. Ma quel giorno il giudice dovette posticipare la partenza.<strong> E allora Grasso partì da Roma con l’ultimo aereo, da solo. Dovevano ritrovarsi il giorno dopo a Palermo. Falcone non ci arrivò mai..</strong><br />
Grasso ci spiega il suo impegno e la lotta alla mafia in oltre un’ora di intervista. Si commuove quando pensa a Falcone “tengo l’accendino sempre con me, come se da un momento all’altro dovessi restituirlo”. La sua storia è la storia di un uomo che da più di 30 anni porta avanti la battaglia contro la mafia. <strong>“Noi ancora non abbiamo vinto la guerra – risponde subito al cronista che gli chiede a che punto si è arrivati nella lotta alla criminalità organizzata – repressione sì, catture e arresti ci sono pure. Ma siccome la mafia è un fenomeno complesso, non solo criminale ma anche sociale, non si distrugge solo con il carcere e la repressione. C’è bisogno che tutte le istituzioni agiscano contro la mafia, come anche i cittadini. Ciò perché spesso in condizioni di povertà la mafia dà anche lavoro, riesce a fare sopravvivere persone che hanno bisogno</strong>”. In questo senso diffondere la cultura della legalità è una buona pratica.<br />
Negli anni anche i politici italiani, qualche volta, hanno dimostrato di non essere ‘puri’. Grasso affronta questo argomento con estrema serietà. Partendo da un dato importante, le leggi per debellare il fenomeno mafioso ed aggredire il patrimonio dei boss: “la legislazione in materia ci ha aiutato molto – inizia a dire – con il sequestro e la confisca dei beni. Il potere della mafia è dato dai soldi che ha. Basti pensare che in tre anni sono stati sequestrati beni per il valore di 43 miliardi e confiscati altri beni per oltre 3 miliardi. Sui terreni dei mafiosi, inoltre, molti ragazzi coltivano la terra. E poi – aggiunge – abbiamo gli strumenti per contrastare la mafia anche nelle amministrazioni locali, province, regioni, comuni, grazie alla possibilità di sciogliere i consigli per infiltrazione mafiosa. La nostra legge dà anche la possibilità di ottenere la collaborazione di diversi mafiosi. In passato, infatti, non siamo mai riusciti a scoprire così tanto come da quando ci sono persone che collaborano. Per poter condannare abbiamo avuto bisogno delle prove dall’interno dell’organizzazione. Altro grande successo quello ottenuto con le intercettazioni, specie per scoprire riunioni e luoghi d’incontro dei mafiosi”. D’altra parte in Sicilia è stato possibile scoprire il legame fra mafia e politica, alcune indagini hanno dimostrato questo rapporto. “Però non si può generalizzare. <strong>Ci sono stati degli avvocati, dei magistrati che sono stati vicino alla mafia e per questo sono stati condannati. Un mafioso come Provenzano, con la seconda elementare, riesce a fare affari proprio grazie alla rete di rapporti che crea, grazie alla collaborazione di un commercialista, un politico e così via. Quello che dobbiamo fare è tagliare questi legami. Altrimenti vinciamo la battaglia ma non la guerra”</strong>, ci tiene a precisare. Ed ecco che torna in mente quella famosa “area grigia” che in questo momento storico sembra più insistente nella provincia di Reggio Calabria. Si tratta di “comitati d’affari con una rete difficile da scoprire”.<br />
In un tempo di crisi economica generale per Grasso diventa necessario rafforzare i controlli, specie per evitare il riciclaggio di denaro. <strong>“Il rischio è di una sorta di mafizzazione”</strong> della società, cioè la mafia che ha più liquidità dal punto di vista economico, ha la possibilità di impossessarsi anche delle attività legali e quindi diventare “pulita”.<br />
La sua è certamente una vita piena. Molto spesso si è trovato in serio pericolo. Ma anche su questo Grasso dimostra una lucidità impressionante: “Il pericolo è il mio mestiere”. Piano piano il suo racconto si fa più intimo: “sotto scorta ho convissuto col pericolo e con il rischio, ma l’ho scoperto sempre dopo. La mia famiglia mi ha seguito in questo. Mi sono privato della mia libertà e anche mio figlio e mia moglie sono stati minacciati. Poi, per fortuna, questo pericolo è venuto meno. Ho appreso personalmente dell’attentato che si stava progettando contro di me proprio da chi lo doveva portare a compimento”. Allora gli chiediamo come mai si ritiene fortunato: <strong>“è una sorta di fatalismo cosmico”</strong> sostiene sorridendo.<br />
Un futuro libero dalle mafie per Grasso non è una sfida impossibile. “Vorrei raccontare a mio nipote una storia di mafia e cominciare con la frase c’era una volta…”. Non è facile essere così ottimisti ma la ricetta ce la spiega servendosi di un aforisma di Gramsci: “il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. Ai giovani faccio l’elogio dell’utopia. L’utopia ti dà la sensazione che il mondo può cambiare e ci dobbiamo credere. Una società senza ideologia non è capace né di creare la storia né di sognare. Bisogna credere nelle idee e sperare che si possono realizzare”. Se c’è qualcuno che dice che la legalità non si può insegnare, per il procuratore si tratta di un errore. “Sono i bambini che possono spingere gli adulti dalla parte dello Stato”.<br />
Si può usare anche una metafora per spiegare la mafia: “immaginiamo tanti cerchi concentrici. Ci sono le persone che hanno fatto giuramento per entrare nell’organizzazione criminale. Questi cerchi si allargano sempre di più. L’altro è rappresentato dalle persone che aspirano a diventare mafiosi. Poi c’è il cerchio che è dato dalla microcriminalità. Questa non è mafia ma viene controllata dalla mafia. Un controllo economico del crimine minore. Allargando il cerchio troviamo la borghesia mafiosa e l’area grigia”.<br />
Insegnare la legalità, dunque, conviene. Conviene per una serie di motivi. Intanto perché i ragazzi non devono associare il potere alla mafia, ma fare un ragionamento diverso. <strong>Grasso ci spiega infine come dobbiamo farla vedere ai giovani: “la mafia è morte, lutto, sangue, paura, intimidazione, corruzione, ricerca dell’impunità, quindi bisogna scegliere da che parte stare. Contro tutto questo noi lottiamo, da sempre”</strong>. Finita l’intervista nel suo ufficio, si alza e volge lo sguardo verso il quadro dell’amico di sempre, quello che gli ha lasciato un biglietto e quell’accendino. Falcone sembra così vivo nel ricordo di Grasso. Ci saluta e ci invita a “crederci, sempre”. <strong>La guerra si può vincere!</strong></p>
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		<title>I costi della politica e la burocrazia paralizzante</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 09:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Elia Fiorillo)
La notizia battuta dalle agenzie sui “costi della politica”, fonte Camera dei Deputati, chiarisce che  l&#8217;indennità netta degli stipendi dei parlamentari è di cinquemila euro mensili. Meno alta che in altri Paesi dell&#8217;Unione Europea. Forse sarebbe il caso di aggiungere a quella cifra, per completezza d&#8217;informazione,  gli altri benefit che pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/i-costi-della-politica-e-la-burocrazia-paralizzante/costi-della-politica/" rel="attachment wp-att-8890"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/costi-della-politica.jpg" alt="" title="costi della politica" width="203" height="248" class="alignleft size-full wp-image-8890" /></a></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>La notizia battuta dalle agenzie sui “costi della politica”, fonte Camera dei Deputati, chiarisce che  l&#8217;indennità netta degli stipendi dei parlamentari è di cinquemila euro mensili.</strong> Meno alta che in altri Paesi dell&#8217;Unione Europea. Forse sarebbe il caso di aggiungere a quella cifra, per completezza d&#8217;informazione,  gli altri benefit che pur i rappresentanti italiani del Popolo sovrano  portano a casa. <strong>Ma il problema serio dei costi della politica non si riferisce solo alle indennità, né ai rimborsi elettorali certamente non tra i più bassi d&#8217;Europa</strong>. E&#8217; l&#8217;efficienza, meglio l&#8217;inefficienza della stessa per regolare il vivere civile. Il nodo è tutto qui. Leggi di difficile comprensione fatte apposta per essere<strong> “per i nemici applicate, per gli amici interpretate&#8221; (Giovanni Giolitti).</strong> In esse la cosiddetta “mediazione politica” ha inserito di tutto per accontentare i piccoli-grandi interessi. Dietro l&#8217;erga omnes si nasconde il particolare, se non l&#8217;ad personam, al di là del bene comune.  Anche da qui prende le mosse la burocrazia statale, ma anche regionale, che diventa padrona di fatto dell&#8217;interpretazione delle norme. Ad un indirizzo legislativo non limpido, ne segue un altro ancor più nebuloso ed arbitrario. E più la politica è debole dal punto di vista della preparazione per la gestione della res pubblica, più la burocrazia diventa opprimente e condizionante. Il burattinaio che senza assumersi responsabilità dà pareri tecnici che diventano vincolanti e stravolgono a volte la stessa volontà politica. A ciò vanno aggiunti i tempi biblici per la soluzione delle controversie che puntualmente scoppiano tra la società civile e lo Stato. Nell&#8217;era di internet, del messaggio in tempo reale, della globalizzazione  il nostro Paese si trova ad operare con una burocrazia  paralizzante che per auto conservarsi blocca, frena. Se così è sul fronte dell&#8217;interpretazione delle leggi, si pensi a cosa può significare avere a che fare con il “pubblico” per quanto concerne bandi di gara, commesse, licenze, liquidazioni di competenze. Il terreno di coltura per atteggiamenti di malcostume, se non di vera e propria delinquenza,  è fertilissimo. Attenzione, non vorrei essere frainteso. Dietro un modo di operare spesso non c&#8217;è un disegno colpevole, ma una mentalità, una prassi comportamentale basata su tre principi: 1) il tempo non conta. Quello che non si può far oggi si potrà fare dopodomani o ancora domani l&#8217;altro; 2) l&#8217;assunzione di responsabilità pur minima non è “cosa buona e giusta”. La responsabilità è sempre d&#8217;altri, comunque è preferibile farla cadere o a valle o a monte della propria persona. 3) la voglia di fare, d&#8217;essere adeguato ai tempi ed alle situazioni cozza con l&#8217;andazzo generale e diventa una colpa d&#8217;arrivismo che va punita con l&#8217;emarginazione. Se ne potrebbero aggiungere altri di punti, ma questi che ho riportato sono i più ricorrenti.<br />
	<strong>Conosco bene gli andazzi descritti perché anch&#8217;io sono stato un burocrate. Conosco bene la burocrazia anche dal di fuori, da utente.</strong> Nella mia attuale posizione lavorativa mi cozzo ogni giorno con i lacci e lacciuoli del pubblico. Eppure la mia “formazione” (sic) burocratica mi dovrebbe avvantaggiare, aprire strade sconosciute ai poveri normali utenti. Niente da fare. Strumenti di salvaguardia del vivere civile si trasformano in macchine perverse contro chi doveva essere tutelato. Prendete, ad esempio, il D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252. -<strong> Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia.</strong> In un caso mi ci sono voluti ben tre anni, alla faccia della semplificazione,  per ottenere quel benedetto certificato dopo aver scomodato ministro dell&#8217;Interno e Prefetto di Roma. Tre anni che come in un totalizzatore impazzito facevano aumentare i costi delle polizze fideiussorie precludendo alla struttura da me presieduta di poter partecipare ad altri bandi di gara. Si può ben immaginare, in una tale situazione, il rapporto con le banche. Oggi sono alle prese con una questione che non mi dovrebbe minimamente riguardare: la cessazione del rapporto di lavoro per fine contratto di 6 dirigenti su 11dell&#8217;Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA). Se il decreto mille proroghe, com&#8217;è avvenuto lo scorso anno, non proroga i contratti o non interviene un&#8217;altra diavoleria che mantenga in servizio i “licenziati”, sono guai. Parliamo di 4,5 miliardi di euro di erogazioni annue. Parliamo di programmi comunitari di promozione bloccati e via dicendo. <strong>Ma è logico andare fuori tempo massimo per affrontare situazioni che ben si conoscono da anni? No, non è logico è&#8230;burocratico.</strong></p>
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		<title>Campobello di Mazara: il sindaco che “recitava” l’antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Tanto tuonò che piovve si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8747" href="http://www.malitalia.it/2011/12/campobello-di-mazara-il-sindaco-che-%e2%80%9crecitava%e2%80%9d-l%e2%80%99antimafia/carava/"><img class="alignnone size-full wp-image-8747" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/caravà.jpg" alt="" width="236" height="121" /></a></p>
<p><strong>Tanto tuonò che piovve</strong> si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di quella sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Quando i militari sono andati ad arrestarlo, <strong>il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra),</strong> accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi addietro aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.</p>
<p><strong> Caravà  era facile vederlo parlare di legalità, presente ad ogni consegna di beni confiscati</strong>, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto Caravà sembrava davvero un antimafioso.</p>
<p> <strong>Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto Nunzio Spezia</strong> che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco, evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate. Sindaco in nome e per conto della mafia secondo le indagini e nella sua anticamere stazionava un boss ora arrestato Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.</p>
<p><strong> Poi c’è il capitolo degli appalti,</strong> secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori opubblici il sindaco Caravà riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che <strong>Caravà nel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui</strong>. Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.</p>
<p> Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006. coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.</p>
<p>“Terra bruciata” ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.</p>
<p> L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo , cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni  fittizia di beni.</p>
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		<title>Riciclaggio, quanto ci costa</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 18:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
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Il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, e’ sempre stato un servitore dello Stato ma in questo momento ,se mai fosse possibile,lo e’ ancora di piu’..
E’ stato appena pubblicato il suo ultimo libro “Soldi sporchi” che mette a nudo meccanismi,luoghi,persone che fanno del riciclaggio oggi la piu’ grande azienda italiana. Piu’ di Eni,Unicredit e Intesa San [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/pietro-grasso-la-ricchezza-senza-confini/grasso-2/" rel="attachment wp-att-8703"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/grasso.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8703" /></a></p>
<p><strong>Il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, e’ sempre stato un servitore dello Stato ma in questo momento ,se mai fosse possibile,lo e’ ancora di piu’.</strong>.<br />
E’ stato appena pubblicato il suo ultimo libro “Soldi sporchi” che mette a nudo meccanismi,luoghi,persone che fanno del riciclaggio oggi la piu’ grande azienda italiana. Piu’ di Eni,Unicredit e Intesa San Paolo. Questa industria , in Italia, ogni giorno produce 440 milioni di euro che significano 17 milioni l’ora, 285 mila al minuto e 4750 al secondo.<br />
 In Italia ci sono circa 270 miliardi di imponibile evaso pari a circa 120 miliardi di tasse non pagate. La corruzione si attesta tra i 50 e 60 miliardi. Il giro d&#8217;affari delle mafie e&#8217; di circa 180 miliardi. Pensando a queste somme ci si rende conto di come esista un mondo economico parallelo che puo&#8217; comandare e dirigere intere nazioni.<br />
1/3 della nostra economia e&#8217; dal sommerso e non produce nulla per il Paese<br />
Quello che emerge dalla parole di Pietro Grasso e&#8217; infatti che nel mondo globale tale e&#8217; anche l&#8217;economia e la finanza legata al crimine organizzato ha trovato il suo posizionamento dal Delaware allo &#8220;spallone&#8221; polacco. Dalla funzionaria di banca di Napoli (legata alla famiglia Iorio) al consulente finanziario. Oramai, dice Grasso,citando la Comunita&#8217;  Europea &#8220;non c&#8217;e&#8217; traffico criminale senza corruzione o abuso&#8221;.<br />
<strong>&#8220;Oggi-dice il Procuratore-dobbiamo impegnarci per rendere giustizia a tutti quei cittadini che pagano e contribuiscono a far andare avanti il Paese&#8221;.</strong>Pietro Grasso ricorda la legge Rognoni-La Torre (approvata non tanto per l&#8217;omicidio La Torre quanto per quello del Prefetto Dalla Chiesa) e di come il boss Bagarella avesse detto &#8220;Cominciate a mandare i soldi in Germania perche&#8217; fra poco non ne sentirete neanche l&#8217;odore&#8221;. Questo serve a capire come i mafiosi abbiamo intuito, prima di tutti, l&#8217;importanza di trovare vie alternative per investire i propri bene. Il crimine organizzato e&#8217; oramai collegato a professionisti (commercialisti, funzionari di banca,avvocati, intermediatori finanziari) che sanno esattamente dove portare i soldi, come farli sparire. In una delle ultime operazioni della Procura di Reggio di Calabria c&#8217;e&#8217; l&#8217;intercettazione di un avvocato che consiglia di non fare societa&#8217; in Svizzera ma negli USA poiche&#8217; in Svizzera  non esiste piu&#8217; il segreto bancario ( e Grasso fa notare che l&#8217;avvocato era a conoscenza  di un accordo bilaterale appena stipulato).<br />
Un&#8217;altra chicca, se cosi&#8217; si puo&#8217; dire, citata dal Procuratore Grasso, e&#8217; l&#8217;atollo di Nuru, nel Pacifico, dove ci sono, praticamente solo banche dove si possono versare soldi senza alcun problema. Tanto piccolo l&#8217;atollo che il Presidente ha la sede in un grattacielo a Melbourne ma possiede una flotta di Boeing pur non avendo un aeroporto!<br />
<strong>Un altro dato del riciclaggio riguarda per esempio i soldi del narcotraffico che secondo Antonio Maria Costa,  della Direzione della Nazioni Unite sul Crimine e la Droga, hanno salvato numerose banche. Si parla di circa 400 milioni di dolalri.</strong>D&#8217;altra parte alla fine degli anni 70 il Capo dei cartelli colombiani provo&#8217; a negoziare la sua liberta&#8217; offrendosi di ripianare il debito pubblico della sua nazione. <strong>E Pietro Grasso dice &#8220;Non vorrei che succedesse anche qui&#8221;.</strong>I colombiani oggi, per esempio, usano il know how italiano per riciclare e lavare i loro soldi. Non esportiamo solo il made in Italy, quindi!<br />
Un&#8217;altro esempio della capacita&#8217; di organizzazione del crimine organizzato e&#8217; dato anche dal &#8220;fenomeno&#8221; delle banconote da 500 euro (cioe&#8217; la loro mancanza sul mercato). Infatti se devi trasportare soldi e&#8217; piu&#8217;; facile, meno ingombrante e meno pesante farlo con quel taglio. Un esempio 10 milioni di euro in banconote da 500 pesano solo 1 kg. e 800!<br />
L’allarme arriva anche da Banca di Italia e la Dott.ssa Anna Maria Tarantola evidenzia come nelle aree con più alta densità criminale l’impresa paga più caro il credito. “La presenza del crimine organizzato scoraggia gli sforzi fisici ed umani delle imprese. E’ un fardello pesante per la crescita e lo sviluppo. C’è in queste aree la distruzione del capitale sociale. In uno studio, voluto proprio da Bankitlia, si evince , per esempio, come in Calabria il fenomeno ‘ndranghetistico abbia rallentato la formazione delle nuove generazioni ed abbia influito su una  massiccia emigrazione da quella terra”<br />
Paghiamo dazio a questa situazione perche&#8217;, dice il Procuratore, &#8221; non ci e&#8217; stato imposto il rigore. La ricerca del consenso elettorale si e&#8217; basata su sgravi e agevolazioni. E&#8217; stato smantellato il falso in bilancio. Oggi tutto e&#8217; in vendita. Si pensa di poter usare il denaro per acquistare la propria liberta&#8217;. D&#8217;altra parte si e&#8217; appena scoperto che 188 mila italiani con una denuncia di redditi di circa 20mila euro l&#8217;anno hanno macchine di grande cilindrata&#8221;.<br />
Insomma è vero quello che si legge nel libro “viviamo in mezzo ai soldi sporchi, quelli del crimine e spesso li alimentiamo senza saperlo”.<br />
<strong>Regole certe, adeguate risorse, armonizzazione delle  prevenzione e repressione. Queste le armi  di cui dotarsi per combattere un fenomeno  che inquina il mercato e condiziona la vita economica e sociale di intere nazioni</strong>.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Dopo Rizziconi non abbondanate il campo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 20:44:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Beni confiscati]]></category>
		<category><![CDATA[Rizziconi]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>

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Lungaggini burocratiche, abbandono degli immobili, rappresentano una minaccia per lo Stato che tenta di indebolire i boss privandoli delle loro ricchezzePrivare i mafiosi dei loro beni significa indebolire il loro potere, che è soprattutto economico, facendo diventare lo steso bene simbolo della legalità. L’iter che va dal sequestro alla confisca del bene e poi all’assegnazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/11/dopo-rizziconi-non-abbondanate-il-campo/rizziconi1/" rel="attachment wp-att-8438"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/rizziconi1-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-8438" /></a></p>
<p><strong>Lungaggini burocratiche, abbandono degli immobili, rappresentano una minaccia per lo Stato che tenta di indebolire i boss privandoli delle loro ricchezze</strong>Privare i mafiosi dei loro beni significa indebolire il loro potere, che è soprattutto economico, facendo diventare lo steso bene simbolo della legalità. L’iter che va dal sequestro alla confisca del bene e poi all’assegnazione o gestione è molto più complesso di quello che si possa pensare. Per parlare di un caso concreto, da una città che solo una settimana fa si era guadagnata le prime pagine di tutti i giornali per il segnale di lotta alla mafia che aveva dato, siamo ritornati a Rizziconi.<br />
<strong>Spenti ormai i riflettori sul campetto confiscato </strong>dove si è allenata la Nazionale di calcio italiana, su impulso di Libera, si torna a fare i conti con una realtà tanto amara quanto dura nella Piana di Gioia Tauro.<br />
Nel centro di ottomila anime, che solo qualche giorno addietro, ospitava i giornalisti di ogni ordine e grado, si scopre che la situazione non è così rosea, né così diversa dalle altre città. A Rizziconi, secondo l’elenco rintracciabile sul sito dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, dal 2010 risulta infatti in gestione un solo bene.<br />
Non a caso, spostandoci in contrada Collina, troviamo un altro terreno confiscato e completamente abbandonato.<strong> La storia di questo bene è singolare</strong>. Si tratta di una parte di terreno agricolo “pro-indiviso” di 55.520 mq, con annesso un fabbricato rurale. Questo bene è stato confiscato con sentenza definitiva della corte di cassazione il 22 ottobre 2002 a “Francesco Albanese e altri”. Dopo la confisca, il 4 marzo del 2005, l’Agenzia del demanio (così come era previsto prima dell’istituzione dell’Agenzia dei beni confiscati) ha affidato il bene al comune di Rizziconi per “finalità sociali”. All’Ente è stata assegnata una parte del terreno pro-indiviso di proprietà di Concetta Albanese, mentre l’altra parte è rimasta alla proprietaria, Esterina Albanese. Il Comune ha quindi provveduto ad avviare tutto l’iter necessario per l’assegnazione ad associazioni, disponibili a gestire il bene. Ma senza successo e, pensando al fatto che a tutt’oggi è in corso un procedimento giudiziario per la divisione del terreno, è ipotizzabile che proprio questa “indivisione” sia alla base dell’abbandono del bene.<br />
<strong>Dal 2006 infatti il terreno risulta completamente trascurato, vi regnano solo degrado e incuria, così come il fabbricato rurale</strong>. Fabbricato che ha fatto la sua comparsa per la prima volta, durante gli scontri che hanno coinvolto i migranti a Rosarno nel 2010. In quella occasione si scoprì che quella struttura fatiscente ospitava diversi migranti che trovavano rifugio in quella baracca poco distante dal centro abitato di Rizziconi.<br />
Con la presenza della Nazionale di calcio, il messaggio partito dal piccolo paese della Piana di Gioia Tauro è stato chiaro, soprattutto nelle parole di don Luigi Ciotti, ma anche del ct Prandelli, che hanno simbolicamente dato un calcio al pizzo, un calcio alla ‘ndrangheta. Durante la manifestazione, super sorvegliata da carabinieri e polizia, tutto è andato come previsto, in quella che è diventata una giornata memorabile per la Piana.<br />
A stupire, il fatto che l’Antimafia ha messo le mani in maniera così decisa e determinata su un terreno in cui la famiglia di Teodoro Crea, voleva realizzare una discarica e quindi farne fonte di lucro. Al posto della discarica, che avrebbe fatto bene solo alle tasche dei boss, un campetto in cui i giovani possono passare il loro tempo libero.<br />
<strong>Ma, purtroppo, in una regione dalle mille contraddizioni, la realtà è che se da una parte i boss hanno lasciato libero il terreno all’Antimafia, dall’altra, quando sono interessati ad un bene, nessuno osa avvicinarsi</strong>. Quello di Rizziconi, ovviamente, è solo un esempio per provare a riflettere sulla gestione dei beni confiscati in tutto il Paese. Casi del genere se ne trovano tantissimi. Ma nessuno, purtroppo, dice nulla. Solo qualche giorno fa è stato sequestrato a Palmi, città poco distante da Rizziconi, un campo di calcetto gestito dai Gallico, segno che ancora c’è davvero tanto da lavorare.<br />
Ecco che però ci tornano in mente le parole dei cittadini di Rizziconi, che non hanno partecipato alla manifestazione e che, anzi, l’hanno criticata, proprio per il suo effetto mediatico, mentre loro sanno bene come stanno le cose nel proprio paese.<br />
In Italia risultano confiscati, al primo ottobre 2011, 11.699 beni tra immobili e aziende. Solo in Calabria, seconda solo alla Sicilia per numero di beni confiscati, 1518 immobili e 128 aziende. Un elenco lunghissimo quello che si trova nelle stanze dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, che ha sede fisica proprio a Reggio Calabria. L’Agenzia, è stata istituita con il decreto n.4 del 4 febbraio 2010, convertito in legge 50 del 31 marzo 2010 ed è posta sotto l’alta vigilanza del Ministero dell’Interno.<br />
<strong>L’Agenzia nazionale dei beni confiscati, dovrebbe dimostrare che lo Stato vince sulla mafia, perché priva i boss dei loro pote</strong>ri. Ma questi beni confiscati non sono fonte di lucro per cittadini onesti, in una regione che vive momenti drammatici dal punto di vista economico. Tutti i beni sopra elencati, una volta confiscati e assegnati alle amministrazioni locali, sono destinati alle associazioni per “finalità sociali” e queste associazioni, sostanzialmente, nella maggior parte dei casi, gestiscono la metà dei beni disponibili. Lo Stato potrebbe cominciare a dimostrare che la legalità vince, con azioni concrete, creando lavoro e ricchezza e facendo capire che la strada della legalità conviene.<br />
Seconda cosa, così come dimostrato anche da una recente inchiesta di Repubblica, i sequestri sono difficili, la burocrazia è complicata e i tempi che vanno dal sequestro alla confisca sono così lunghi da poter portare i boss ad impossessarsi del bene precedentemente sottratto.<br />
Dato che tutte queste cose sono facilmente verificabili e non sono nemmeno un segreto, forse sarebbe il caso di cominciare a ragionare seriamente sul riutilizzo di questi beni, anche di quelli “intoccabili”. Perché se è lo Stato che ci mette le mani e decide cosa farne, allora forse tutto il patrimonio confiscato può solo portare benefici al nostro Paese che, soprattutto in questo momento, ne ha tanto bisogno. </p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>L&#8217;Antimafia senza confini</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 07:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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Il 25 ottobre, nelle sessione plenaria del parlamento europeo, sara’ discusso il rapporto sulla criminalita’ organizzata presentato dalla Commisione liberta’ civili, giustizia e affari interni che e’ stato presentato ieri a Strasburgo da Sonia Alfano (Idv) ed approvato all’unanimita’ con 49 si e 2 astenzioni.
 Il rapporto prevede l’estensione del reato di associazione mafiosa, per ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7996" href="http://www.malitalia.it/2011/10/lantimafia-senza-confini/parlamento-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-7996" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/parlamento1-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p><strong>Il 25 ottobre</strong>, nelle sessione plenaria del parlamento europeo, sara’ discusso il rapporto sulla criminalita’ organizzata presentato dalla Commisione liberta’ civili, giustizia e affari interni che e’ stato presentato ieri a Strasburgo da Sonia Alfano (Idv) ed approvato all’unanimita’ con 49 si e 2 astenzioni.</p>
<p><strong> Il rapporto prevede l’estensione del reato di associazione mafiosa, per ora presente solo in Italia, a tutti i paesi della Comunita’</strong> ma soprattutto prevede l’istituzione di una commissione parlamentare antimafia europea. Se il 25 ottobre approvera’ il rapporto  la Commissione dovrà essere istituita entro tre mesi e gia’ dopo sei mesi dovrà presentare i primi  risultati su &#8220;le organizzazioni criminali che operano attraverso le frontiere e sulle appropriazioni di fondi pubblici e le contaminazioni dell&#8217;economia legale e del sistema finanziario&#8221; europei.</p>
<p><strong>Fenomeni oramai di importanza fondamentale nell’economia europea e che, nella scorsa primavera, erano stati denunciati, proprio al Parlamento Europea dal Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso</strong>.</p>
<p>Un’altra richiesta, contenuta nel rapporto, e’ l&#8217;istituzione della Procura europea, che integri la Corte europea di giustizia, potenzi Eurojust, l&#8217;agenzia antifrode Olaf ed Europol, con particolare attenzione alla criminalità organizzata transnazionale.</p>
<p><strong>E  proprio sul crimine organizzato Transcrime</strong>, il centro interuniversitario sul crimine organizzato dell’Universita’ Cattolica di Milano e dell’Universita’ di Trento, ha recentemente presentato a Budapest i risutati preliminari di un’analisi esplorativa sull’evoluzione del fenomeno negli ultimi dieci anni con particolare riferimento alle confische dei beni in Italia. Il professor Ernesto Savona, presidente di Transcrime, parla del rapporto come di una base importante di discussione all’interno del Parlamento ma pone qualche perplessita’ per un’approvazione in breve tempo.</p>
<p>L’argomento e’ in effetti ancora di difficile assorbimento da parte di molti Stati anche se come dice la dottoressa <strong>Anna</strong> <strong>Canepa</strong>, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, “Questo rapporto e’ un atto di grande consapevolezza, un passo avanti per la lotta al crimine organizzato. Finalmente si e’ preso coscienza che il fenomeno non e’ solo italiano, e del Sud in particolare. Adesso se si arrivera’ ad una Commissione Europea Antimafia essa dovra’ vigilare, essere uno stimolo ed un osservatorio e rifuggire dal diventare una delle tante istituzioni. Solo allora servira’ veramente”.</p>
<p> <strong>Sicuramente un passo avanti</strong>, sicuramente una presa di coscienza e la volonta’ di uniformare leggi e tipologie di intervento. Un impegno forte che deve essere portato avanti da tutti i governi altrimenti corriamo il rischio di trovarci di fronte a situazioni contraddittorie come ricorda <strong>l’On.le Laura Garavini</strong>, capogruppo del PD in Commissione Antimafia ed eletta a Berlino “Sulla confisca dei beni, per esempio, la Germania ha promulgato una legge che permette la confisca sul proprio territorio relativamente a procedimenti in corso in altri Paesi. L’assurdo e’ che proprio il nostro Governo non ha recepito la normativa quadro europea che ha inserioto questa nuova opportunita’ ”</p>
<p><strong>Come dire: una lotta alla mafia a fasi alterne</strong>.</p>
<p>Un altro punto nodale, e di scottante attualita’, del rapporto presentato ieri e’ “l’impegno a stabilire norme per assicurare l&#8217;incandidabilità di persone condannate per reati di partecipazione a organizzazioni criminali o commessi nell&#8217;ambito delle stesse compresi i reati di favoreggiamento e corruzione”, chiedendo agli stati membri di stabilire norme analoghe per le elezioni nazionali. Un impegno che,forse, non sara’ accolto con molta facilita’.</p>
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		<title>Il delitto Rostagno:la mafia trapanese e un processo sottovalutato</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li combatte. E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7949" href="http://www.malitalia.it/2011/09/il-delitto-rostagnola-mafia-trapanese-e-un-processo-sottovalutato/mauro-rostagno2-470x402/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7949" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p><strong>Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li</strong> <strong>combatte.</strong> E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.</p>
<p><strong>I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro,</strong> esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.</p>
<p><strong>Conosciamo i volti dell’antimafia</strong> che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!</p>
<p><strong>Vorremmo conoscere pure i volti di chi</strong>, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.</p>
<p><strong>E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose.</strong> Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.</p>
<p><strong>Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa</strong>, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.</p>
<p><strong>Guardate è una cosa straordinaria</strong>, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.</p>
<p>Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.</p>
<p><strong>Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi</strong>. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.</p>
<p><strong>Ma il sistema Trapani si fa avanti</strong>. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.</p>
<p>Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.</p>
<p><strong>Trapani non è cambiata</strong>, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.</p>
<p><strong>Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare</strong>. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.</p>
<p>Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.</p>
<p><strong>Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno</strong>, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.</p>
<p><strong>Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia</strong>? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: <em><strong>«Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.</strong></em></p>
<p><em>Ma per r</em>accontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.</p>
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		<title>La giornata della memoria</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 08:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Andrea Lucio Meccia)
Potenza &#8211; Siamo in terra di lupi, lupi umani, ma siamo anche in terra di luce. Sono quasi le 9. È il giorno della festa del papà e l’anniversario dell’uccisione di Don Peppe Diana. Il corteo sta per mettersi in marcia. Gli scout, pantaloncini corti e fazzoletto al collo, dovranno scortarlo. Il [...]]]></description>
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<p>(di Andrea Lucio Meccia)</p>
<p><strong>Potenza &#8211; Siamo in terra di lupi, lupi umani, ma siamo anche in terra di luce</strong>. Sono quasi le 9. È il giorno della festa del papà e l’anniversario dell’uccisione di Don Peppe Diana. Il corteo sta per mettersi in marcia. Gli scout, pantaloncini corti e fazzoletto al collo, dovranno scortarlo. Il cielo sopra Potenza è grigio e minaccia pioggia. L’aria è fredda e il vento la fa ancora più pungente. I familiari delle vittime innocenti delle mafie sono in testa al corteo e offrono dignitosamente il loro volto alle telecamere e agli obiettivi dei fotografi. È il loro momento di visibilità. <strong>Don Ciotti va a salutarli e i loro visi, tutti segnati dall’identico dolore, si rincuorano e si rilassano.</strong> Domina imponente la barbona bianca di Vincenzo Agostino, il papà dell’agente di polizia Nino, ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, incinta di 5 mesi, nell’agosto del 1989 a Villagrazia di Carini. Sono 22 anni che una lametta non accarezza il suo viso. Solo quando sarà fatta giustizia, Vincenzo si raderà. Si alza poi una mano coperta da un guanto bianco. “Il nostro dolore è fine pena mai” si legge sui polpastrelli di Mario Congiusta. È il papà di Gianluca, l’imprenditore 32enne di Locri ucciso dalla ‘ndrangheta nel maggio del 2006. I familiari di Dario Scherillo indossano delle casacche plastificate con la foto di questo ragazzo di 26 anni ucciso nel 2004 nella periferia di Napoli. Morì per errore. Gli errori in terra di mafia possono essere anche tragici scambi di persona. Un po’ più giù ondeggiano i gonfaloni dei Comuni che hanno aderito alla giornata. E poi un fiume di ragazzi. A fare da apripista c’è un camioncino. Sul suo cassone c’è Pino Maniaci, il giornalista di Telejato Notizie, armato di telecamera, baffi e sigaretta fra i denti. Sembra essere lui il regista di questa scena di massa post-novecentesca, in cui sventolano le bandiere colorate di Libera. <strong>Il serpentone inizia a muoversi fra i palazzoni della periferia potentina. A metà corteo una lunga bandiera della pace. Alle finestre ci sono un po’ di tricolori e parte qualche applauso</strong>. Il dolore, la sete di giustizia e il bisogno di memoria sono ormai in cammino, sulle gambe di tutti i manifestanti. Le campane suonano, il cielo si fa più minaccioso. Una ragazza inizia a leggere i nomi delle 900 vittime innocenti. Emanuele Notarbartolo, politico ucciso in Sicilia nel 1893, apre le danze del triste elenco. Comincia a piovere. Il corteo confluisce nel punto di raccolta finale, nel piazzale nei pressi del palazzo della Regione Basilicata. <strong>Le note e le parole di Bella Ciao accolgono il popolo dell’antimafia. I nuovi partigiani, i nuovi resistenti sono qui, sotto la pioggia sempre più fitta. </strong> </p>
<p>Si è svolta sabato a Potenza, in Basilicata, la XVI giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia organizzata dall’Associazione Libera. Circa 80 mila i partecipanti. Il corteo è stato aperto da Filomena Iemma e Gildo Claps, la madre e il fratello di Elisa, la studentessa potentina di 16 anni scomparsa il 12 settembre 1993, il cui cadavere è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto di una chiesa (www.libera.it)</p>
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		<title>Fino in fondo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) 
Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/fino-in-fondo/grasso/" rel="attachment wp-att-3658"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/grasso.jpg" alt="" title="grasso" width="284" height="177" class="alignleft size-full wp-image-3658" /></a></p>
<p>( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) </p>
<p><strong>Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle</strong>. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di scegliere democraticamente “ma se non vado a fare il maxiprocesso abbandono la magistratura, non avrei il coraggio di tornare tra i miei colleghi”. E così nell’autunno dell’85 iniziai ad avere la scorta e da allora la mia vita è cambiata ma bisogna accettare con serenità quanto il destino ti offre. Pensi di essere tu a scegliere ma non e’ mai cosi’.</p>
<p><strong>“Noi siamo come una casa allagata e togliamo l’acqua con lo straccio, ma mentre noi facciamo tutto questo, c’è qualcuno che ha pensato di chiudere i rubinetti?”. </strong>Questo mi ha detto,sconfortato,  un mio sostituto qualche tempo fa. Ma noi dobbiamo continuare perche’ sono  tante le persone uccise dalla mafia e le riflessioni sul passato devono indurre a migliorare il presente e, poi, per non morire di mafia è  necessario analizzare il fenomeno, parlarne, discuterne. <strong>Il silenzio, di oggi, e’ il  migliore alleato, di domani, della criminalita’ organizzata e rende i cittadini meno liberi.</strong> </p>
<p>E la  lotta alla mafia non può essere fatta solo di repressione  occorrono misure sociali e civili, prima di tutto per il sud.  E soprattutto bisogna incidere, fortemente, nei rapporti tra crimine organizzato e pubbliche amministrazioni. Purtroppo la politica locale, lo testimoniano i consigli comunali sciolti per mafia ( 182 e alcuni piu’ di una volta), è soggetta a questa infiltrazioni. E quindi bisogna tagliare, spezzare per sempre questi legami.</p>
<p><strong>Tutto questo e’ difficile, in un momento di crisi di risorse cui sopperiamo con la qualita’ degli uomini. Ma dobbiamo continuare fino in fondo. </strong></p>
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		<title>Piero Grasso: la mafia n&#8217;a plus de direction stratégique</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 11:28:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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		<description><![CDATA[(Le Figaro &#8211; Richard Heuzé)
Pour le procureur antimafia italien, la «reconquête» du pays face à la Pieuvre est en marche.
Italie 
Deux ans après le retour au pouvoir de Silvio Berlusconi, le bilan de la lutte contre la mafia est éloquent: 5500 criminels arrêtés, dont 24 des 30 mafieux en cavale classés parmi les plus dangereux [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3243" title="piero-grasso-le-figaro" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/piero-grasso-le-figaro-300x193.jpg" alt="Piero Grasso" width="300" height="193" />(Le Figaro &#8211; Richard Heuzé)</p>
<p><em>Pour le procureur antimafia italien, la «reconquête» du pays face à la Pieuvre est en marche.</em></p>
<p><strong>Italie </strong><br />
Deux ans après le retour au pouvoir de Silvio Berlusconi, le bilan de la lutte contre la mafia est éloquent: 5500 criminels arrêtés, dont 24 des 30 mafieux en cavale classés parmi les plus dangereux d’Italie, plus de deux milliards d’euros de biens confisqués, immédiatement mis à la disposition des forces de l’ordre et des associations antimafia.<br />
Dans une interview au Figaro, Piero Grasso, un magistrat de 65 ans nommé en 2005 procureur national antimafia, affirme que la Pieuvre «<em>n’est plus en mesure de concevoir de grands attentats contre l’État, comme dans les années 1980 et 1990</em>».</p>
<p><strong>Confiscation des biens</strong><br />
Il part de l’arrestation à Marseille de Giuseppe Falsone, dont les tribunaux français ont concédé vendredi l’extradition, le mafieux pouvant encore faire appel. Falsone était le chef suprême de la mafia d’Agrigente (sud de la Sicile). Il avait été investi à ce poste par Bernardo Provenzano, le parrain arrêté en 2006 après 43 ans de cavale.</p>
<p>«<em>C’était l’un des tout derniers grands boss encore en fuite. Il était parti récemment pour Marseille parce qu’il sentait l’étau se resserrer autour de lui</em>», dit le procureur. Éloignés de leur territoire, ces grands parrains ne résistent jamais bien longtemps: «<em>Le mafieux n’est rien s’il ne reste pas dans son fief. Surtout s’il est en cavale. Il a besoin de la protection et du contact quotidien avec son milieu. Un boss qui commanderait depuis l’étranger, cela n’existe pas</em>», ajoute Piero Grasso.</p>
<p>Ce serait le cas de Matteo Messina Denaro (48 ans), le dernier «ennemi public numéro un», déjà condamné à la réclusion perpétuelle: «<em>Selon nous, il se trouverait encore dans sa province de Castelvetrano (près de Trapani, à l’ouest de la Sicile)</em>», dit le procureur. Il juge la mafia sicilienne «moins dangereuse» qu’autrefois. Sa «direction stratégique» a été démantelée depuis la capture du sanguinaire Toro Riina, en 1993.</p>
<p>«<em>Elle comptait autrefois 5000 membres. On peut raisonnablement estimer qu’ils ne sont plus que la moitié, tandis que le niveau de recrutement s’est considérablement dégradé. De petits trafiquants de drogue ont été promus au rang d’hommes d’honneur sans en avoir ni la capacité ni l’intelligence stratégique</em>», dit-il.</p>
<p>Giovanni Falcone, le magistrat assassiné en mai 1992, disait que «<em>la mafia sera détruite quand elle sera réduite au rang d’une organisation criminelle commune. Tant qu’elle bénéficie d’infiltrations dans la société civile et dans le monde des affaires, il sera difficile de l’anéantir.</em>» C’est pourquoi le procureur Grasso, personnage très respecté en Italie, se félicite de la profusion d’initiatives antimafia dans la société italienne: comités antiracket comme «Addio Pizzo», coopératives de gestion des terres confisquées à la mafia comme «Libera», initiatives d’éducation à la légalité dans les écoles siciliennes, etc. «<em>Cela nous a permis de faire de grands pas en avant en mettant la société civile du côté de l’État.</em>»</p>
<p>Autre élément fondamental: la confiscation des biens mafieux. «Un repenti nous déclarait que les mafieux sont disposés à accepter la prison, mais pas que l’État mette la main dans leurs poches. Les lois votées au Parlement commencent à porter leurs fruits.»<br />
À Naples, de durs revers ont été infligés au clan des Casalesi, qui s’est forgé un empire de trente milliards d’euros sur le modèle de la mafia sicilienne. «<em>Ses principaux chefs sont sous les verrous. Quand les deux derniers, Michele Zagaria et Antonio Iovine, le seront à leur tour, on pourra dire qu’un tournant décisif a été accompli.</em>»</p>
<p><strong>Écoutes téléphoniques</strong><br />
Reste la terrible Ndrangheta calabraise, une organisation «complexe» qui a le quasi-monopole du trafic de cocaïne en Europe et a essaimé en Allemagne, au Canada et en Australie, mais apparemment pas en France: «<em>Là aussi, une reconquête du territoire est en cours. L’État vient de mettre en oeuvre une stratégie globale qui permettra de frapper son aile militaire et ses connexions avec le monde des affaires. Je veux croire qu’on obtiendra bientôt de bons résultats</em>», dit Piero Grasso.</p>
<p>Le procureur, qui vient de publier un ouvrage au titre éloquent, Pour ne pas mourir de mafia, ne cache pas sa perplexité devant les restrictions aux enquêtes contenues dans le projet de loi disciplinant les écoutes téléphoniques. En fin de semaine dernière, à la Chambre des députés, il en a longuement dénoncé tous les travers en le qualifiant «d’obstacle» au travail des forces de l’ordre. Au Figaro, il se déclare «très confiant» que le texte sera «revu et corrigé»: «Après mon audition, le président de la Chambre, Gianfranco Fini, a affirmé qu’il fallait le modifier», souligne-t-il.</p>
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		<title>Verità e giustizia, senza santuari</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 15:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Fabio Granata &#8211; da Farefuturo web magazine)
Non dobbiamo stancarci mai di chiedere verità e giustizia. E non possiamo che riaffermare la necessità che la commissione parlamentare antimafia dedichi le sue energie e le sue risorse a gettare luce sulle stragi del ’92. Ma questo va fatto senza protagonismi e senza scontri ideologici. Ci troviamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/05/verita-e-giustiziasenza-santuari/falcone-borsellino1/" rel="attachment wp-att-2505"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/05/falcone-borsellino1.jpg" alt="" title="falcone borsellino1" width="150" height="112" class="alignleft size-full wp-image-2505" /></a></p>
<p>(di Fabio Granata &#8211; da Farefuturo web magazine)</p>
<p><strong>Non dobbiamo stancarci mai di chiedere verità e giustizia</strong>. E non possiamo che riaffermare la necessità che la commissione parlamentare antimafia dedichi le sue energie e le sue risorse a gettare luce sulle stragi del ’92. Ma questo va fatto senza protagonismi e senza scontri ideologici. Ci troviamo di fronte a uno scenario complesso e gravissimo, questo è evidente. E si profila il pieno coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato. Eppure, questa non è né una novità né una sorpresa.</p>
<p>E non è una novità neanche il fatto che ci troviamo di fronte a un “festival del luogo comune” che non fa fare neanche un centimetro di passo in avanti alle indagini. Per le quali, invece, servono piena copertura politica, strumenti completi di indagine e sostegno ai magistrati direttamente responsabili delle inchieste.<br />
Allora, iniziamo a fornire a Lari uomini e mezzi adeguati a rianalizzare la documentazione processuale dell&#8217;Addaura  e sulle stragi, tenuta nel più completo abbandono e senza alcuna precauzione. Poi, coordiniamo l&#8217;azione di Copasir e Antimafia anche attraverso gli uffici di Presidenza, relazioniamo entro un mese alle Camere. E sopratutto consolidiamo tutti gli strumenti pieni e completi d&#8217;indagine (a partire dalle intercettazioni telefoniche e ambientali) per tutti i reati di mafia e di corruzione e per tutti gli altri reati da sempre – lo dice l’esperienza – ad essi collegati.</p>
<p><strong>Perché è così – e non con i ricordi postumi, con le ipotesi generiche o peggio con gli insulti reciproci – che saremo in grado di dimostrare agli italiani, e ai familiari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo Stato fa sul serio. Che lo Stato non ha paura e che non c’è alcun “santuario” davanti al quale fermare i propri passi. </strong></p>
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		<title>Per non dimenticare le vittime della mafia</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 08:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Associazione culturale I CARE presenta l&#8217;iniziativa in ricordo di Don Peppe Diana, dei giudici Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia. Nel video è presente un estratto del noto Maurizio Costanzo Show, con la partecipazione di Giovanni Falcone e le interviste del giornalista Michele Santoro. In chiusura del reportage l&#8217;appello di Papa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione culturale I CARE presenta l&#8217;iniziativa in ricordo di Don Peppe Diana, dei giudici Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia. Nel video è presente un estratto del noto Maurizio Costanzo Show, con la partecipazione di Giovanni Falcone e le interviste del giornalista Michele Santoro. In chiusura del reportage l&#8217;appello di Papa Karol Wojtyla.<br />
Credit: I CARE, Libera, Canale 5 e Rai</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/LZGlCuIqaME&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/LZGlCuIqaME&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Puglia tra racket ed estorsioni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 13:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Gianpaolo Balsamo de La Gazzetta del Mezzogiorno)
Bisceglie. Quella inferta nei giorni scorsi dai carabinieri è stata davvero una dura spallata alla mala pugliese e del Nord Barese in particolare. Il volteggiare degli elicotteri sin dalle quattro dell’alba di lunedì scorso, d’altra parte, ha fatto capire che l&#8217;operazione in atto era veramente importante. Rischiarato infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1845" title="carabinieri-elicottero" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/carabinieri-elicottero-300x225.jpg" alt="carabinieri elicottero" width="300" height="225" />(di Gianpaolo Balsamo de La Gazzetta del Mezzogiorno)</p>
<p><strong>Bisceglie.</strong> Quella inferta nei giorni scorsi dai carabinieri è stata davvero una dura spallata alla mala pugliese e del Nord Barese in particolare. Il volteggiare degli elicotteri sin dalle quattro dell’alba di lunedì scorso, d’altra parte, ha fatto capire che l&#8217;operazione in atto era veramente importante. Rischiarato infatti da centinaia di lampeggianti delle auto dei carabinieri, è stato davvero un brutto risveglio per 56 persone (47 di Bisceglie, 6 di Andria, due di Molfetta ed 1 di Bitonto), componenti del sodalizio criminale che da tempo, con agguati, regolamenti di conti, rapine ad esercizi pubblici, spaccio di stupefacenti, estorsioni ed altro, aveva trasformando Bisceglie in una specie di «Bronx», dove a farne le spese erano soprattutto piccoli commercianti, vittime innocenti (a volte anche solo di poche decine di euro) delle scorribande dei criminali il cui unico obiettivo era l&#8217;acquisizione di risorse da destinare all&#8217;acquisto di stupefacenti.</p>
<p><strong>Sessantasei le ordinanze di custodia cautelare</strong> (60 quelle eseguite, sei sono ancora i ricercati) firmate dal gip <strong>Roberto Oliveri del Castillo</strong> del Tribunale di Trani su richiesta del sostituto procuratore <strong>Ettore Cardinali</strong> che ha coordinato l’intensa attività investigativa dei <strong>carabinieri del Nucleo operativo  radiomobile della Compagnia di Trani</strong>, partita all’indomani della gambizzazione di Giovanni Leuci avvenuta il 27 gennaio 2007 nella centrale «piazza del Pesce». L’uomo (soprannominato <em>mazz umbrell</em>), 46enne all’epoca dei fatti, con pesanti precedenti per traffico di sostanze stupefacenti, fu ferito in un agguato da alcuni colpi di pistola calibro 7.65 nella piazza Margherita di Bisceglie.</p>
<p>«<em>Sono state indagini laboriose, lunghe e complesse che hanno visto impegnati i migliori investigatori dell’Arma in servizio al Nucleo operativo della Compagnia di Trani</em>». Così il maggiore <strong>Alessandro Colella</strong> commenta l’operato dei suoi uomini che hanno lavorato in maniera intelligente, discreta e instancabile. «Ed è grazie al loro certosino lavoro di acquisizione di elementi probatori e   di riscontro che è stato possibile definire i rapporti esistenti tra i vari componenti del sodalizio che agivano con spregiudicatezza e determinazione grazie anche alla disponibilità di armi».</p>
<p>Parole di elogio all’operato degli investigatori dei carabinieri di Trani sono<br />
state rivolte anche dal prefetto di Bari <strong>Carlo Schilardi</strong>, dal procuratore <strong>Carlo Maria Capristo</strong> dal colonnello <strong>Antonio Bacile</strong>. All’operazione, denominata «<strong>Ultima soluzione</strong>» hanno partecipato oltre trecento carabinieri, due elicotteri dell’Arma e unità cinofili, coordinati direttamente dal colonnello Antonio Bacile, comandante provinciale dei carabinieri, insieme al tenente colonnello Giuliano Polito, comandante del reparto operativo del comando provinciale dei carabinieri, al maggiore Alessandro Colella (comandante della Compagnia di Trani) e dei tenenti Diego Berlingieri del Nucleo operativo radiomobile e Carlo Santarpia della Tenenza di Bisceglie.</p>
<p>Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare ci sono anche sei donne (alcune spostate o imparentate con personaggi finiti dietro le sbarre) delle quali due (la 29enne Agata Margutti e la 31enne Elisabetta Parisi &#8211; alias Betty -, entrambe di Bisceglie) hanno beneficiato degli arresti domiciliari perché coinvolte in un singolo episodio per aver procacciato clienti al De Vincenzo durante l’attività di spaccio.</p>
<p>Particolare rilevante, acquisito dai militari durante le indagini (sviluppatesi con intercettazioni telefoniche ed ambientali oltre a numerosi e impegnativi servizi di osservazione e pedinamento), è il clima di omertà tra molti biscegliesi, riscontrato a fronte di diversi tentati omicidi compiuti a volto scoperto in pieno centro abitato. E, secondo gli investigatori, proprio questo clima omertoso venutosi a creare col tempo nell’abitato di Bisceglie sarebbe la riprova della forza d&#8217;intimidazione esercitata dai componenti del pericoloso gruppo criminale smantellato lunedì scorso.</p>
<p>Gli arrestati (tra i quali spiccano i nomi del 54enne <strong>Giuseppe Cuocci</strong>, alias «Pinuccio il mofettese» già coinvolto nell’operazione antidroga «Iceberg» del 2000, del 24enne <strong>Nicola De Vincenzo</strong>, coinvolto nell’operazione «New Paradise» del marzo 2007, e del suocero <strong>Natale Caterino</strong> di 56 anni, alias «Lino Caterino», detenuto nel carcere di Spoleto in quanto condannato già nell’ambito del processo «Dolmen», dovranno rispondere, a vario titolo di tentato omicidio, rapina, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, furto e incendio, commessi principalmente a Bisceglie, Trani e Molfetta tra il 2007 e il 2008.</p>
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		<title>Federica Montalto: la mafia le uccise il papà</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 12:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono le immagini, foto, video, che ci testimoniano la violenza sanguinaria di Cosa Nostra. Vedere quei morti ammazzati suscita ribrezzo, angoscia, ma maggiore rabbia dovrebbe scatenarsi a leggere certe lettere, come quella che Federica Montalto ha scritto al suo papà, Giuseppe, agente di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia l&#8217;antivigilia di Natale del 1995.
Federica, studentessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_1511" class="wp-caption alignleft" style="width: 227px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/Montalto-Giuseppe-217x300.jpg" alt="Giuseppe Montalto" title="Montalto-Giuseppe" width="217" height="300" class="size-medium wp-image-1511" /><p class="wp-caption-text">Giuseppe Montalto</p></div>Ci sono le immagini, foto, video, che ci testimoniano la violenza sanguinaria di Cosa Nostra. Vedere quei morti ammazzati suscita ribrezzo, angoscia, ma maggiore rabbia dovrebbe scatenarsi a leggere certe lettere, come quella che Federica Montalto ha scritto al suo papà, Giuseppe, agente di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia l&#8217;antivigilia di Natale del 1995.</p>
<p>Federica, studentessa all&#8217;istituto Alberghiero, aveva pochi mesi quando il 23 dicembre del 1995 i killer mafiosi le uccisero il padre. Giuseppe, agente di polizia penitenziaria, lavorava all&#8217;Ucciardone, prestava servizio nel braccio del 41 bis: un giorno intercettò uno scambio di &#8220;pizzini&#8221; tra detenuti, per questo fu ammazzato, ma la sua morte, si appurò durante il processo, fu anche il regalo di Natale dei mafiosi liberi a quelli detenuti. </p>
<p>All&#8217;ergastolo per questo delitto è stato condannato il valdericino Vito Mazzara, lo stesso che è indagato per l&#8217;omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26 settembre del 1988. Federica è stata tra gli studenti che hanno partecipato al concorso indetto dal Comune di Erice, riservato agli studenti delle otto scuole ericine, elementari, medie e superiori, dedicato a Giuseppe Montalto. Un concorso inserito all&#8217;interno delle manifestazioni “Non ti scordar di me&#8221;, il ciclo di manifestazioni indetto per il terzo anno consecutivo dal Comune per ricordare le vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985. Il ricordo di Barbara Rizzo e dei gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, a 25 anni dalla strage in cui furono uccisi da quell&#8217;autobomba destinata al pm Carlo Palermo, si è intrecciato quest’anno con quello di Giuseppe Montalto.</p>
<p>Gli studenti si sono misurati con diversi elaborati dedicati a Montalto. Sono stati proiettati i video: «Un futuro che viene dal passato» del primo circolo didattico; «Insieme» dell’Alberghiero; «Giuseppe: l’amico che ognuno vorrebbe avere» dell’istituto comprensivo Castronovo; «Giuseppe Montalto: l’eroismo della quotidianità» del comprensivo Pagoto; «Il diario dei quattro giorni dopo l’uccisione» del comprensivo Rubino; «Facciamo che» del secondo circolo didattico; «Un faro di luce nel mondo» della media Di Stefano.</p>
<p>E Federica Montalto con un video, fatto assieme ai compagni di classe, ha scritto una toccante lettera indirizzata al padre: &#8220;Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stava succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe&#8221;.</p>
<p>«Peppe Montalto &#8211; ha detto il sindaco di Erice, Giacomo Tranchida &#8211; era un cittadino normale che indossava una divisa e faceva un lavoro normale in una terra che normale non è». Un territorio dove il lavoro antimafia spesso si trova a segnare il passo, a non essere eccellente come dovrebbe essere, l&#8217;azione condotta dal Comune di Erice si può dire isolata, ma alla fine spesso si parla di questa azione che non delle disattenzioni di altre amministrazioni. Il ciclo di incontri del &#8220;Non ti scordar di me&#8221; comunque continua, il 30 marzo ci sarà una marcia per segnare la presenza della gente contro la mafia, il 14 aprile il centro sociale di Erice, nel cuore del rione popolare di San Giuliano, verrà dedicato a Giuseppe Impastato.</p>
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		<title>Scacco alle ’ndrine nel Varesotto</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 15:51:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
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		<description><![CDATA[(Tratto da Calabria Ora)
Una holding criminale in odore di ’ndrangheta, che investiva il denaro proveniente da traffici illegali in attività commerciali e imprenditoriali. È il quadro che emerge dall’ultima fase dell’operazione Bad Boys, che nell’aprile del 2009 aveva portato all’arresto di 39 persone, delle quali 11 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Tratto da <a href="http://www.calabriaora.it/new/" target="_blank">Calabria Ora</a>)</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1491" title="carabinieri_auto" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/carabinieri_auto-300x295.jpg" alt="Auto Carabinieri" width="300" height="295" />Una holding criminale in odore di ’ndrangheta, che investiva il denaro proveniente da traffici illegali in attività commerciali e imprenditoriali. È il quadro che emerge dall’ultima fase dell’operazione Bad Boys, che nell’aprile del 2009 aveva portato all’arresto di 39 persone, delle quali 11 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, in provincia di Varese e di Milano.</p>
<p>Operazione che aveva sgominato i presunti vertici della “Locale di Lonate Pozzolo”, ritenuta affiliata alla cosca Farao-Marinicola di Crotone, culminata ieri nel sequestro di beni per un valore stimato di 20 milioni di euro, eseguito dai carabinieri del comando Provinciale di Varese coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Un duro colpo alla criminalità d’affari, che si procura attraverso estorsioni e rapine il denaro da reinvestire nel sistema economico lombardo, in particolare nel settore dell’edilizia.</p>
<p>Sei persone, attualmente detenute con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, possedevano attività imprenditoriali, negozi e ristoranti sequestrati dai carabinieri. Il 48enne legnanese Vincenzo Rispoli, ritenuto il capo indiscusso della Locale, e il suo secondo, Mario Filippelli, residente a Lonate Pozzolo, avevano creato coperture insospettabili, dove avrebbero reinvestito per anni i profitti provenienti dalle attività criminali. Un’organizzazione che operava in particolare nella zona di Gallarate e Busto Arsizio, a Legnano e nell’Altomilanese. In particolare sono stati sottratti all’organizzazione 34 appartamenti fra le province di Varese, Crotone e Catanzaro, 20 veicoli di lusso, un terreno agricolo e circa 70 conti correnti bancari. Sotto sequestro anche una villa in via Chiesa a Varese, dove vivevano nel lusso alcuni parenti dei presunti capi del Locale.</p>
<p>Con i proventi di traffici illeciti avevano acquistato auto di lusso, come Porche o Bmw da 100mila euro, sequestrate. L’organizzazione criminale deteneva le quote di 17 società che operavano nel campo edilizio o immobiliare, intestate a familiari o a prestanome. Aziende che lavoravano alla luce del sole, infiltrandosi nell’economia pulita del varesotto e del milanese, che partecipavano a concorsi pubblici e gare d’appalto.</p>
<p>Colpiti dal provvedimento anche 4 esercizi commerciali, due in Calabria e due in provincia di Varese: il Ralf Cafè a Olgiate Olona, che si trova in un grosso shopping center, e un negozio di abbigliamento. È prevista per giugno l’udienza che deciderà della confisca definitiva dei beni, in maniera autonoma rispetto al processo penale. In caso di convalida i beni verranno assegnati all’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata, perché vengano destinati a impieghi di pubblica utilità.</p>
<p>«È possibile contrastare il fenomeno solo se si colpiscono le associazioni criminali nei profitti», spiega Emilio Curtò, presidente del Tribunale di Varese. «Un’operazione importante – conclude – anche per contrastare un fenomeno, quello dell’usura, di difficile emersione».</p>
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		<title>Mafia. Il botto di Pizzolungo 25 anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 14:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Good News !]]></category>
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		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
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		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “Non ti scordar di me” indette dal Comune di Erice per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.
Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1480" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1480" title="barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/03/barbara-salvatore-giuseppe-rizzo-erice-300x198.jpg" alt="Strage di Erice" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Strage di Erice. L&#39;automobile di Barbara, Salvatore e Giuseppe Rizzo</p></div>
<p>Sono al terzo anno consecutivo le iniziative del “<strong>Non ti scordar di me</strong>” indette dal <strong>Comune di Erice</strong> per ricordare tre vittime della mafia siciliana, quella specialista nelle stragi al tritolo e capace di intrecciarsi con la massoneria e con quella parte di Stato infedele alle Istituzioni Democratiche.</p>
<p>Il 2 aprile del 1985 una autobomba piazzata su una curva della frazione ericina di Pizzolungo, in un punto poco distante dal mare, faceva strazio di tre povere vittime, una mamma, trentenne, Barbara Rizzo, ed i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di sei anni. L’autobomba esplose mentre quell’auto veniva sorpassata da due automobili, una di queste, una Fiat 132, era quella usata dal sostituto procuratore Carlo Palermo, da poco più di 40 giorni a Trapani, trasferito dopo essere stato allontanato dalla procura trentina dove indagando su traffici di armi e droga aveva scoperto intrallazzi con la politica che portavano all’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi.</p>
<p><strong>Faccenda questa inghiottita dall’oblio</strong> nessuno se ne ricorda più, Ma il filo c’è e nessuno dopo Carlo Palermo è andato più a toccarlo. L’altra auto che percorreva quella strada era una Fiat Ritmo normalissima, non era blindata come l’altra, e a bordo c’erano i poliziotti della scorta che si difendevano usando particolare caschi e corpetti. L’onda d’urto dell’esplosione colpì le due auto del magistrato e della scorta senza provocare morti, ma il grosso di quel “botto” spazzò via l’auto di Barbara Rizzo e con lei gli altri due giovanissimi occupanti. Brandelli dei loro corpi e rottami dell’auto sparsi nell’arco di alcuni metri, una macchia rossa fu trovata in cima ad una vicina villetta, ad una certa altezza da terra, sotto quella macchia una scarpetta, il corpicino di uno dei gemellini era finito fin lassù.</p>
<p>La mafia non uccise <strong>Carlo Palermo</strong> ma ottenne lo stesso il risultato che voleva. Il magistrato nel giro di pochi anni lasciò la magistratura, gli agenti della scorta da quel momento cominciarono a fare i conti con la paura, l’angoscia, alcuni con malanni che li portarono alla morte ugualmente. Il contesto sociale poi con la morte di Barbara e dei suoi figli era avvertito su quello che poteva accadere, mostrò di recepire bene il messaggio il sindaco dell’epoca, il Dc (moroteo) Erasmo Garuccio che sostenne anche davanti ai morti dilaniati dal tritolo mafioso che la mafia non esisteva.</p>
<p>A completare l’opera la memoria che via via si è fatta affievolita, quei morti per 23 anni sono rimasti solo dei loro parenti e dei conoscenti, di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime, nel frattempo colpita da un altro lutto la morte del padre, Nunzio. <strong>Sono occorsi 23 anni e un nuovo sindaco di Erice perché la comunità ha ricominciato a ricordare. E lo farà ancora quest’anno a 25 anni dalla strage. </strong></p>
<p>Quando si racconta questa strage spesso si sente dire che Barbara ed i suoi figli furono uccisi per sbaglio. Vero, gli obiettivi erano altri, un magistrato, e con lui la sua scorta, ma se fossero stati uccisi loro oggi dovremmo dire che loro erano i morti giusti? Non ci sono morti giusti e morti per sbaglio. Ci sono solo morti uccisi dalla crudeltà mafiosa, dalla barbarie di Cosa Nostra, ci sono stragi e attentati partoriti dalle menti contorte, pericolose, criminali e assassine di soggetti che hanno scelto un altro credo, quello mafioso, illiberale, antidemocratico predicato da Cosa Nostra. Che è lo stesso credo sia se porta ad uccidere sia se sovraintende a pilotare gli appalti, a controllare le imprese, se inquina l’economia e la politica, come fa tanto di questi tempi, condizionando lo Stato senza bisogno di sparare nemmeno un colpo.</p>
<p>Uno Stato che però a donne  e uomini, tante donne e tanti uomini, pronti a fare il loro dovere. Ad uno di questi è dedicato il “Non ti scordar di me” del 2010: era un agente di polizia penitenziaria, si chiamava Giuseppe Montalto. Fu ucciso l’antivigilia di Natale del 1995 davanti la casa dei suoi congiunti, una frazione a qualche chilometro da Trapani. I mafiosi lo uccisero perché lui in servizio, lavorava all’Ucciardone, carcere di Palermo, aveva “intercettato” lo scambio di un pizzino tra detenuti. Ma l’ordine di morte nei suoi confronti fu anche pronunciato dall’inappellabile giudizio di Cosa Nostra perché quel delitto doveva essere anche il regalo di Natale da parte dei boss liberi ai detenuti ristretti al 41 bis, al carcere duro.</p>
<p>Il boss libero che lo fece uccidere è lo stesso di quello che oggi comanda la mafia sommersa, quella che fa impresa, produce soldi e non spara, Matteo Messina Denaro, il capo mafia del Belice, capo della mafia trapanese e pronto se si ricostituisce la cupola siciliana a prendere il posto che fu di Badalamenti, Riina, Provenzano. Montalto fu ucciso mentre sedeva in auto, al suo fianco la moglie Liliana, che era incinta e ancora non lo sapeva, sul sedile posteriore c’era Federica, nata da qualche mese. I killer furono precisi a sparare, colpirono solo Montalto. Furono in due a sparare, le indagini hanno portato ad identificarne solo uno, Vito Mazzara, un campione di tiro a volo diventato killer spietato della mafia, oggi all’ergastolo per questo omicidio e indagato perché sospettato di essere stato lui il 26 settembre del 1988 ad uccidere Mauro Rostagno.</p>
<p><strong>A Giuseppe Montalto è dedicata la manifestazione del prossimo 29 marzo</strong>, gli studenti delle scuole ericine invaderanno pacificamente l’aula bunker del carcere di  San Giuliano a Trapani, dove fu celebrato il processo per il delitto di Giuseppe Montalto, presenteranno i loro lavori, video, scritti, poesie, diranno agli adulti come sarà possibile non scordarsi di chi ha dato la vita per la Democrazia e di chi facendo il suo dovere si è trovato suo malgrado ad essere un eroe.</p>
<p>Le manifestazioni continueranno, e <strong>il 2 aprile sarà ufficializzato il bando di concorso con il quale il Comune di Erice sceglierà il miglior progetto</strong> per arredare e attrezzare come parco della memoria l’area di Pizzolungo rimasta disadorna e dove sul punto in cui era posteggiata l’autobomba 24 anni addietro Nunzio Asta con i suoi soldi fece collocare una stele e un bronzo a ricordo dei suoi familiari. Ancora 25  anni non sono stati sufficienti a raggiungere questo traguardo, per le disattenzioni decennali di altre amministrazioni comunali, disattente quasi al punto tale da fare approvare un paio di anni addietro un progetto per realizzare su quel’area una terrazza sul mare, la stele si sarebbe trovata tra ombrelloni e sdraio, tra gazebo e banchi per la vendita di gelati. Il cantiere fu fermato in tempo dall’amministrazione dell’allora neo eletto sindaco Tranchida, i suoi predecessori si erano occupati di altro, una volta l’anno il pensiero era quello di mettere una ghirlanda poggiata sulla stele.</p>
<p><strong>Il 14 aprile il centro sociale di San Giuliano</strong>, rione fatto di case popolari in territorio di Erice, <strong>verrà dedicato a Giuseppe Impastato</strong>, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. Giornalista e esponente politico, oggi si direbbe giornalista fazioso per quel suo schierarsi contro mafia e mafiosi. Forse lo chiamerebbero anche professionista dell’antimafia. Sarà l’occasione per parlare un poco di informazione. A Trapani ma non solo a Trapani se ne parla da tempo ma non cambia nulla. Qui suscita scandalo la frequentazione tra giornalisti e forze dell’ordine, indispone il giornalista che frequenta palazzo di giustizia, non suscita indignazione il giornalista che copre la notizia, che parla e concorda le cose da scrivere con l’imprenditore o il politico colluso, a Trapani ci sono pseudo editori che fanno gli untori.</p>
<p>Qui diventa una controversia personale il fatto che un giornalista possa essere additato come mafioso o si trova a dovere rispondere in tribunale di una maxi richiesta di risarcimento, tutto questo per avere esercitato diritto di cronaca. Non sono controversie personali, è rivendicare il diritto a fare il proprio dovere non solo per se ma per tutti gli altri che hanno scelto questo lavoro. Non ci si può ricordare di Impastato e di Rostagno e degli altri giornalisti uccisi dalla mafia solo per riempire palcoscenici o fare cerimonie. Quel centro sociale dedicato a Impastato sarà un segno importante, in controtendenza a chi a qualche chilometro di distanza ha deciso di intestare una via del porto di Trapani ai “grandi eventi” gli stessi che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco, e speriamo che i magistrati ci riescano davvero, un sistema fatto di collusioni, complicità, criminali e criminose, che ha tolto risorse pubbliche per darle a pochi.</p>
<p>Ultimo passaggio della manifestazioni dedicata al “<strong>Non ti scordar di me</strong>” 2010 ci sarà <strong>il 3 maggio</strong>. Quando Erice incontrerà uno dei più grandi uomini che l’Italia può vantare di avere, <strong>don Luigi Ciotti</strong>. Incontrarlo sarà preziosa occasione. Ascoltarlo sarà importante. L’uomo che contro la mafia agita ogni giorno il “noi”, la coralità, l’impegno. In quella giornata il sindaco di Erice Giacomo Tranchida ha deciso di conferire al capo della Polizia Antonio Manganelli la cittadinanza onoraria di Erice, dopo averla conferita al prefetto Fulvio Sodano, al capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares, all’ex magistrato Carlo Palermo.</p>
<p><strong>Venticinque anni dopo la loro morte non è rimasto più vano il sacrificio di Barbara, Rizzo e Giuseppe</strong>. Ha scrollato le coscienze Margherita Asta e i tanti che lavorano con Libera, non è una passerella fine a se stessa quella di Erice, la finalità è solo a favore della Democrazia, è il popolo che ha gli strumenti per governare lo Stato, Erice dice questo alla gente di ogni dove, e lo dice a chi oggi ci Governa e a chi ci governerà domani.</p>
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		<title>Antimafia di parole opere e omissioni</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 14:48:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una guerra, quella contro le mafie. E come una guerra dovrebbe essere combattuta con i mezzi migliori. Ma a ben guardare ci sembra di riconoscere, nelle forze che la combattono, l’esercito che fu mandato in Russia durante la seconda guerra mondiale: con vestiti di cotone e scarpe di cartone a morire di gelo.
Eppure i risultanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una guerra, quella contro le mafie. E come una guerra dovrebbe essere combattuta con i mezzi migliori. Ma a ben guardare ci sembra di riconoscere, nelle forze che la combattono, l’esercito che fu mandato in Russia durante la seconda guerra mondiale: con vestiti di cotone e scarpe di cartone a morire di gelo.</p>
<p>Eppure i risultanti sono tanti, ogni giorno arresti, confische. Tutto facile e senza intoppi. Ma c’è qualcosa che stona in tutto questo. Se da un lato si colpiscono i boss dall’altro si legifera perché essi possano tornare in possesso dei loro beni. Se da un lato si dichiara che le confische serviranno a far funzionare meglio la sicurezza pubblica (ultima la dichiarazione del ministro Maroni dopo gli 83 arresti a Bari), dall’altro è, per esempio, impossibile immatricolare le macchine dei mafiosi (troppo costosa la loro manutenzione!) per una svista.</p>
<p><span id="more-174"></span><br />
Mentre il ministro Maroni dichiarava che le macchine confiscate potevano essere usate dalle forze dell’ordine non si era accorto che carabinieri e polizia (con circolari interne del 2008) avevano abbassato la soglia per la manutenzione e quindi adesso si possono immatricolare auto fino a 2000 di cilindrata (dalla 500 alla Punto per essere precisi) e quindi sono fuori le macchine più usate dai mafiosi come i Suv per esempio.<br />
Dal 1982 ad oggi sono stati confiscati circa 8993 beni e 5407 di questi sono stati affidati a Comuni o associazioni per attività sociali che hanno inciso in territori degradati dalla presenza del crimine. Hanno permesso una scolarizzazione, un’assistenza sociale ma anche la creazione di impresa e il pensiero corre subito a Libera Terra e ai suoi prodotti come il vino “Centopassi” che,con il suo nome porta, su tutte le tavole, la storia di Peppino Impastato, morto perché non voleva chiudere gli occhi sulla mafia e i mafiosi.<br />
Ora con l’approvazione in Senato, del provvedimento che prevede la possibilità di vendita del bene, in caso di mancata assegnazione, i circa 3213 beni non affidati potranno tornare, sotto altri nomi, ai vecchi proprietari.<br />
Si potrà dire che si metteranno barriere, che ci sarà una sorveglianza scrupolosa sulle aste e su chi vi parteciperà.<br />
Ma come è possibile individuare in un’asta una partecipazione illegale quando, spesso, anche di fronte ad evidenze eclatanti, si devono “dissequestrare” beni (ristoranti, alberghi…) perché non si riesce a risalire ai legami con le cosche?<br />
Come è possibile essere certi che la giustizia funzioni quando, soprattutto al Sud, le Procure si stanno svuotando?<br />
Infatti su 197 sedi 121 sono senza aspiranti (e quindi al collasso).<br />
Come si può essere “sicuri” quando lo Stato ha tagliato i fondi alle forze dell’ordine a cui non vengono pagati gli straordinari o a cui viene rimproverato di “fare gli straordinari” (come accaduto in una piccola cittadina siciliana non più di due mesi fa).<br />
Come si può essere sicuri in uno Stato che dice che i soldi contanti confiscati ai mafiosi finiscono nel Fondo Unico di Giustizia, presso Equitalia, che dovrebbe servire per supportare le attività di contrasto alle mafie ma di cui non si conosce l’esatta entità e soprattutto la banca dati, che dovrebbe registrarli,non è funzionante e la legge che ha istituito il fondo non prevede in quali capitoli di spesa dividerlo ma si parla genericamente di Interno e Giustizia e Spese sociali.<br />
Soldi che se ridistribuiti potrebbero pagare gli straordinari a poliziotti e carabinieri e pagare il costo degli apparati di intercettazione di cui tanto si discute e il cui costo è tra le cause principali per la loro eliminazione. Tanto è imbarazzante questa situazione che alcuni deputati regionali del Pdl Sicilia hanno presentato alla Commissione antimafia regionale una proposta proprio per il riutilizzo di questi fondi chiedendo che vengano reinvestiti nelle stesse terre in proporzione al confiscato: cioè se Sicilia e Calabria sono le aree con più confische è lì che devono tornare i soldi. Farlo sarebbe semplice ed indolore per lo Stato anzi con tanti vantaggi e dimostrerebbe che la lotta alle mafie si vuole fare veramente. L’impressione è che si faccia “tanto rumore per nulla” .</p>
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