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	<title>Malitalia</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Raccontiamo l&#039;Italia tra disperazione e speranza.</description>
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		<title>Francamente Bossi/ Perchè io sono un uomo libero</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Blog di Enrico Fierro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/bossi1.jpg" alt="" title="bossi1" width="217" height="233" class="alignnone size-full wp-image-10570" /></p>
<p><strong>Francamente a me Bossi non fa pena</strong>. E&#8217; un poveraccio che per oltre vent&#8217;anni ha avvelenato l&#8217;Italia con la sua ideologia da osteria. Secessione, razzismo, odio verso i diversi, furore distruttivo verso la democrazia e l&#8217;unita&#8217; del Paese, volgarita&#8217; assolute diventate linee politiche da rispettare. E non son mancati. Cialtroni travestiti da statisti alle cime di rapa che definivano Bossi e la sua accolita come una costola della sinistra. La realta&#8217; cin consegna un uomo che ha abusato del suo potere, nelle man d una famiglia insaziabile e di figli falliti in tutto. Nello studio e nella vita. Pensare che gente cosi&#8217; ha governato l&#8217;Italia . Erano e sono banditi, mariuoli della peggiore specie. Chi ripagherà mai le vittime della loro ideologia, gli africanistica respinti dalla loro Bossi Fini, i balcanici e gli albanesi costretti per anni ad essere clandestini, i professori meridionali umiliati e minacciati di essere cacciati dal Nord. Signor Trota, lottar Trota, quella e&#8217; gente che ha studiato, che all &#8216;universita&#8217; si manteneva con i sacrifici e non con la paghetta da 4mila euro mensili passata dal partito. <strong>Vergognatevi tutti</strong>. E adesso non propinateci un Bobo Maroni, il nuovo, uno che ha fatto per due volte il ministro dell&#8217;interno, e che dice d non sapere del traffico di uomini del suo partito con la ndrangheta.</p>
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		<title>Il fuoco sotto la cenere di Termini Imerese</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:21:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La realtà è amara, gli operai di Di Risio a Macchia di Isernia non prendono lo stipendio da novembre, in fabbrica lavorano sì e no una trentina di operai su 106, per 60 è stata chiesta la cassa integrazione, ma in ritardo. Stiamo chiedendo incontri su incontri, ma l’azienda non si presenta. L’alternativa per gli operai rischia di essere la Caritas ..."]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/foto-20-300x224.jpg" alt="" title="foto (20)" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-10566" /></p>
<p><strong>A Termini Imerese stanno giocando col fuoco</strong>. Tutti, dal governo, alla Regione Sicilia, da Sergio Marchionne all’imprenditore Di Risio che si propone come salvatore della Patria e dei posti di lavoro. Giocano con la disperazione di duemila famiglie che ogni giorno di più precipitano nel buco nero della povertà. Per capire bisognava venire ieri mattina nella piazza più importante della città, ascoltare le parole dei sindacalisti e sentire i commenti degli operai che da dicembre scorso la Fiat ha deciso di “rottamare”. In piazza ci  sono le loro mogli. Insieme ai mariti occupano il Tribunale, oggi saranno a Palermo sotto la sede di Bankitalia. Sempre pacificamente, come questi operai fanno da mesi. “Il Tribunale – dice il sindacalista della Fiom Roberto Mastrosimone – perché in quelle aule c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Anche per i lavoratori che combattono contro il cinismo di un colosso come la Fiat, un governo assente, e un imprenditore che alle chiacchiere non ha fatto seguire un solo fatto”. Li ha ricevuti il procuratore Alfredo Morvillo. Un incontro privato “per capire e per esprimere solidarietà”. Le donne ci hanno raccontato questo pezzo di Sicilia, di Sud, d’Italia, che scivola sempre più verso la Grecia della povertà. “Il futuro è a certezze zero. P<strong>er il passato ti posso dire che l’ultima volta che ho visto una busta paga intera di mio marito risale a molti, ma molti anni fa”.</strong> “Come si campa con la cassa integrazione? Male, devi tagliare su tutto. Inizi dalle cose che giudichi superflue, vestire, divertirti, fare regali ai tuoi figli, poi tagli pure sul cibo. I supermercati della zona sono sempre più vuoti, andiamo ai discount, dagli ambulanti. Vuoi sapere la cena di stasera? Patate, verdure, la carne una volta a settimana, il pesce quando è a buon mercato”. “Mio figlio voleva andare alla gita scolastica, 300 euro per quattro giorni alle Eolie. Non ci va, e con lui tutti i figli degli operai Fiat”. Con storie come queste di quotidiano disagio potremmo riempire l’intero giornale.</p>
<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/foto-21-300x224.jpg" alt="" title="foto (21)" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-10567" /></p>
<p><strong>Stanno giocando col fuoco. Il governo e il ministro Passera. Sono passati cinque mesi dall’accordo con Fiat, Regione e l’imprenditore Di Risio e non si muove una foglia. E loro zitti</strong>. A dicembre avevano annunciato che Invitalia, la società governativa destinata ad “attrarre investimenti”, aveva selezionato una short list di imprenditori disposti a sostituirsi alla Fiat. Risultato: due di loro sono finiti in manette, un terzo ha da poco dichiarato fallimento. Rimane in campo Massimo Di Risio, ex concessionario “plurimarche” e patron della Dr Motor, una fabbrica di Macchia d’Isernia, Molise. Da giorni corrono voci – poi smentite dal Ministero per lo Sviluppo – di un suo disimpegno dall’affaire Termini Imerese. Lui stesso, raggiunto telefonicamente, chiarisce che invece “l’impegno c’è, rimane. Nei prossimi giorni avrete sorprese”. Ma è la storia passata e il presente del costruttore di auto molisano a destare più di una perplessità. Di Risio inizia nel 2006 ad importare dalla Cina pezzi per fuoristrada e macchine a buon mercato, che poi assembla a Macchia d’Isernia. Le vendeva negli ipermercati e per un certo periodo ha avuto anche un  discreto successo. Che però non è servito ad evitare una situazione debitoria allarmante. Totale 74 milioni, scrive “Il Sole 24 ore”, “con una posizione finanziaria negativa di 34 milioni a fronte di un patrimonio di poco superiore ai 10 milioni”. Lo stesso Di Risio, in risposta ad un articolo del nostro giornale del 26 novembre 2011, ammette “un debito dell’azienda di 67 milioni per il 2009”. Chi fosse l’imprenditore molisano era noto a tutti, sindacati, governo e banche.<strong> Di Risio si era fatto avanti anche per acquistare la “Irisbus”, un’altra fabbrica dismessa dalla Fiat (produzione pullman). Anche in quel caso promesse, offerte, e poi zero. Per questo appare singolare la risposta del governo al fiume di interrogazioni di Antonio Di Pietro e Leoluca Orlando.</strong> “Alla verifica dei vari passaggi, Dr Motor è risultato il candidato migliore”. Insomma, rincara la dose il ministero dello Sviluppo, “la selezione dei candidati per Termini Imerese è stata fatta sulla base della solidità finanziaria”. Il 16 aprile scorso Di Pietro ha presentato un esposto alla procura di Isernia su Di Risio e la sua Dr Motor allegando un corposo dossier. Ma per capire di più bisogna chiamare il segretario della Fiom Molise, Giuseppe Tarantino. “La realtà è amara, gli operai di Di Risio a Macchia di Isernia non prendono lo stipendio da novembre, in fabbrica lavorano sì e no una trentina di operai su 106, per 60 è stata chiesta la cassa integrazione, ma in ritardo. Stiamo chiedendo incontri su incontri, ma l’azienda non si presenta. L’alternativa per gli operai rischia di essere la Caritas che nella minuscola realtà di Venafro fornisce pacchi alimentari già a un migliaio di famiglie”. E’ questo il fuoco che cova sotto le macerie Fiat di Termini Imerese.<br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 17 maggio 2012)</p>
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		<title>Tivoli città d&#8217;arte e ponti cadenti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 22:13:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Girlando</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/ponte-dellarci-chiuso-300x225.jpg" alt="" title="ponte dell&#039;arci chiuso" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-10562" /></p>
<p><strong>L’Acquedotto Anio Novus è stata un opera monumentale del periodo storico. Captava le acque nell’alta valle dell’Aniene.</strong> L’acqua veniva presa direttamente dal fiume, nei pressi del comune di Subiaco e nei pressi delle sorgenti della Claudia. L’Anio novus aveva il percorso maggiore di tutti gli altri acquedotti dell’epoca: 58,700 miglia romane, pari a 86,876 km. Seguendo la valle dell’Aniene sulla sinistra del fiume, a circa metà strada tra Subiaco e Mandela si affiancava, ad un livello più elevato,prima al condotto dell’Aqua Claudia,poi a quello dell’Acqua Marcia e più avanti, dopo Mandela,a quello dell’Anio vetus. Dopo Castel Madama si allontanava momentaneamente dal fiume per riavvicinarsi di nuovo dopo aver aggirato un paio di alture. Lasciato un ramo secondario,proseguiva verso Tivoli su viadotti e ponti di cui rimangono importanti e imponenti resti, piegava a sud e quindi aggirava da ovest i monti Tiburtini,attraversando poi un’ampia cisterna all’interno della quale si univa di nuovo col ramo secondario lasciato prima di Tivoli.<strong>Gli Arci ovvero il ponte dell’Anio Novus per lungo tempo dimenticati ed esso è uno dei capolavori di ingegneria idraulica romana</strong>. Pochi giorni fa il ponte ha avuto dei cedimenti strutturali che hanno di fatto interrotto le comunicazioni sulla via Empolitana tra Tivoli,Castel Madama e gli altri paesini della Valle dell’Aniene causando non pochi disagi alla viabilità e ai pendolari che dai paesi vanno verso Roma.Attualmente è ancora tutto chiuso per i lavori che stanno svolgendo i tecnici della provincia giunti subito sul posto. Un problema che va avanti da anni, quello della viabilità e che nell’estate del 2009 sembrava avere avuto uno sviluppo positivo: il Comune di Castel Madama aveva diffuso un comunicato importante , nell’aula Consiliare di Castel Madama il Presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e l’assessore ai Lavori Pubblici e Viabilità, Marco Vincenzi,avevano  illustrato ai sindaci e agli amministratori dell’area tiburtina e della Valle dell’Aniene il nuovo ponte sul fiume previsto a Tivoli, in località Arci. </p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/FgeqIXF0uBQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L’intervento infrastrutturale, avrebbe dovuto consentire di risolvere l’annoso problema del collegamento fra Tivoli ed il casello autostradale dell’A24 di Castel Madama e del collegamento tra il centro tiburtino ed i comuni della Valle dell’Aniene. Il percorso attuale,infatti,prevede il senso di marcia alternato a causa di ben tre restringimenti di carreggiata dovuti alle presenza di acquedotti di epoca romana (l’Anio Novus) e di un ponte settecentesco. Con il nuovo ponte i veicoli diretti a Tivoli sarebbero dovuti transitare sulla nuova struttura, mentre quelli diretti verso A24 o i centri della Valle dell’Aniene avrebbero proseguito (ma a senso unico) sul vecchio tracciato. Il ponte,il cui costo previsto è di circa 4 milioni di euro, sarà lungo circa 150 metri e largo 13,6 con due corsie,banchine ed un marciapiede. Prevista anche la costruzione di un ponte pedonale di 40 metri per collegare il centro abitato di Monitola con il quartiere Arci. «Quest’intervento,spiegava il presidente della Provincia di Roma,Nicola Zingaretti,si inserisce nel quadro delle opere infrastrutturali che l’amministrazione provinciale sta portando avanti nell’area nord-est del territorio».Entro lo stesso mese era prevista una Conferenza dei Servizi e nell’ autunno dello stesso anno doveva essere completato il progetto esecutivo. L’obiettivo era quello di realizzare la nuova infrastruttura entro la fine della giunta Zingaretti. Siamo nel maggio 2012 a distanza già di 3 anni e con la promessa che nel 2010 i lavori sarebbero cominciati..Di fatto le promesse restano,sui lavori che dovevano iniziare nel 2010 nemmeno una notizia di bandi di gara o appalti,il ponte casca a pezzi con tutti i disagi che ne conseguono. Ma l’assessore ai lavori pubblici Marco Vincenzi, interpellato dalla cittadinanza, ha dichiarato &#8220;Confermo la piena disponibilità della Provincia di Roma a realizzare il ponte sul fiume Aniene in modo da eliminare il senso unico alternato che attualmente gli automobilisti sono costretti a rispettare proprio per la presenza dell&#8217;acquedotto. <strong>Di fatto, abbiamo completato l&#8217;iter amministrativo con l&#8217;esecuzione dei sondaggi archeologici e la redazione del progetto definitivo, è pronto il finanziamento di 8 milioni di euro, ma purtroppo non possiamo avviare la gara d&#8217;appalto per i vincoli del Patto di Stabilità&#8221;.</strong></p>
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		<title>Malitalia incontra Bruno Amoroso</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La presentazione di un libro su Federico Caffè,economista scomparso il 15 aprile 1987, è l'occasione di incontrare il professor Bruno Amoroso, suo allievo, ma soprattutto uno degli economisti più noti a livello internazionale.Una riflessione sulle politiche economiche e sul nostro futuro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/amoroso.jpg" alt="" title="amoroso" width="275" height="183" class="alignnone size-full wp-image-10556" /></p>
<p><strong>“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei Paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno dei risparmiatori”</strong>. Parole di Federico Caffè, economista e difensore dello stato sociale e della tradizione keynesiana, scomparso il 15 aprile del 1987.<br />
Sono passati ben 25 anni da quella mattina e il suo allievo Bruno Amoroso, oggi professore all’Università di Roskilde e a quella di Hanoi, ripercorre il loro rapporto in un libro che ha la prefazione del professor Pietro Barcellona.<br />
Bruno Amoroso con Malitalia parla della crisi o meglio del successo di un piano, gestito da una triade America-Giappone-Europa,che ha creato un apharthaid economica e che parte da lontano dal 1968. Il colloquio  è anche un’occasione per riflettere sull’euro e sull’Europa. </p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/Mhup-3qhnuo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>La demagogia italiana che aiuta la concorrenza</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 13:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[La formulazione di una legge che comporta un adeguamento a norme europee chiederebbe, in commissione, almeno l'intervento del ministro deputato anche per evitare poi multe o infrazioni.Ma il malcostume politico vuole che si vada in commissione senza sapere esattamente limiti e possibilità della legge proposta.Ma questo poi permetterà altolà populistici o anche polemiche senza fine con il Governo.Meglio non prevenire ma allungare il brodo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/commissioni-senato.jpg" alt="" title="commissioni senato" width="240" height="160" class="alignnone size-full wp-image-10550" /></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p>Le battute cordiali con il presidente della commissione Agricoltura del Senato della Repubblica, Scarpa Bonazza Buora, si sprecano. La conoscenza di anni agevola il confronto e, anche, le critiche toste ammantate però dalla bonomia. Sono tra gli “auditi” della commissione Agricoltura che vuole il mio parere di esperto su una proposta di legge bipartisan sull&#8217;olio di oliva. <strong>A differenza di altre volte l&#8217;aula è abbastanza affollata di senatori, molti dei quali hanno sottoscritto l&#8217;ipotesi di provvedimento solo per il tema che tratta, ritenendolo importante per gli interessi del nostro paese</strong>. Di olio di oliva sanno solo delle proprietà gastronomiche e salutari, senza alcun altra cognizione. Immaginarsi se conoscono gli  alchil esteri  o cose del genere. Ma per queste ignoranze non si può far loro alcuna colpa. Si son fidati della relatrice che a sua volta si è fidata dell&#8217;organizzazione agricola che ha proposto il provvedimento. </p>
<p><strong>La proposta di legge cose giuste ne contiene, ma è anche zeppa di demagogia che certo non serve a nessuno ed offusca quel po&#8217; di buono di cui è portatrice. </strong>Il buon senso vorrebbe che il primo ad essere audito dovrebbe essere il signor ministro delle politiche Agricole e Forestali, il tecnico Mario Catania,  con i suoi funzionari ed esperti. Ciò perché metterebbe tutta la commissione nelle condizioni di conoscere, anche sul fronte europeo, come stanno le cose. Per evitare di passar per asini patentati, una volta varata la normativa (ma soprattutto per scansare i fulmini, leggi infrazioni pesanti) da parte dell&#8217;Unione europea. Sarebbe troppo bello e soprattutto logico un iter di questo tipo. Ma produrrebbe danni (sic!) seri sul fronte della demagogia. Nel senso che tutta una serie di dichiarazioni populistiche, finalizzate al consenso spicciolo per “i salvatori della Patria”, verrebbero meno.  E come farebbero i vari “conducator”  dell&#8217;olivicoltura italiana, e non solo,   a fare le loro dichiarazioni quotidiane, mattina e pomeriggio,  senza siparietti di questo tipo? Ed anche i politici a sostenere che si stanno battendo “per l&#8217;interesse dell&#8217;Italia, contro le assurdità europee”?  Attenzione, il ragionamento che sto facendo per il settore dell&#8217;olio di oliva, che conosco abbastanza bene per aver ricoperto incarichi di responsabilità per anni, vuole essere solo un esempio di un andazzo italiota che serve unicamente ad allontanarci dall&#8217;Europa, facendo un favore ai nostri concorrenti, siano essi spagnoli, greci o francesi.</p>
<p><strong>Faccio notare ai commissari i diversi punti di conflitto che la proposta contiene con la normativa comunita</strong>ria. E la risposta che mi arriva dal presidente è che quelle incongruenze debbano intendersi “provocazioni” che certo aiuteranno a modificare le impostazioni normative europee.  Non lo credo proprio. Apriranno una querelle senza fine a tutto danno del nostro paese e dei suoi olivicoltori. E pensare che il modo ci sarebbe, al di là delle sfide insensate, per far cambiare idea all&#8217;Europa. Il metodo non è quello delle trasmissioni televisive allarmistiche ed interessate, a volte a pagamento, né dei comunicati stampa che grondano vendette quando non c&#8217;è nessuna ingiustizia da punire. C&#8217;è solo la nostra poca voglia – meglio dire interesse &#8211; di battersi a Bruxelles, con i nostri rappresentanti al Parlamento, per impostare leggi, per fare lobby. <strong>Troppo faticoso partecipare ai Comitati consultivi o  ai vari organismi internazionali dove si gettano le basi condivise dei provvedimenti che poi saranno varati dall&#8217;Unione. Meglio rimanere in Italia, in eterna campagna elettorale, avendo cura, tra i vari operatori della filiera, di non trovare i temi d&#8217;unità che pur ci sono a difesa dei produttori e dei consumatori. Lo scontro acerrimo fa più scena. Ma fino a quando potrà durare? </strong></p>
<p>Forse, cari componenti della commissione Agricoltura del Senato e caro ministro, sarebbe il caso di organizzare una bella conferenza programmatica dell&#8217;olivicoltura italiana, con la partecipazione non solo dei soliti noti, me compreso, ma di studiosi di chiara fama bipartisan, per bloccare il lento ma progressivo declino della nostra olivicoltura. Altro che leggi spot.</p>
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		<title>Le mani sulla città. Storie di acque, cemento e disguidi/5</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 17:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Girlando</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un Comune, quello di Guidonia e poi bilanci,  società termali, consulenze, aree demaniali e costruzione di appartamenti. Sembra un labirinto da cui non uscire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/guidonia.jpg" alt="" title="guidonia" width="284" height="177" class="alignnone size-full wp-image-10515" /></p>
<p><strong>La domanda ricorrente e’ la stessa in tutti i consigli comunali che si sono svolti, dalle amministrazioni di Marco Vincenzi (attuale assessore ai lavori pubblici della provincia di Roma) del partito democratico fino all’attuale giunta traballante,a maggioranza viaribile a seconda delle condizioni metereologiche a Tivoli, di Sandro Gallotti del pdl: e’ possibile che non si riesca a discutere i bilanci delle municipalizzate in consiglio comunale ?</strong> E’ possibile  visto che una maggioranza trasversale, composta da parte del pdl e dal gruppo consiliare del pd continua a votare in maniera compatta contro qualsiasi interpellanza? L’opposizione, risicatissima, continua a chiedere trasparenza sul dibattito che riguarda il futuro del comparto delle “Terme Acque Aalbule spa”,dette anche Terme di Roma. Per dimostrare come il Comune operi in sistema di trasversalità basta guardare il bilancio 2011 dell’azienda termale, bilancio pubblico ed accessibile aa chiunque voglia rendersi conto.. Una vera e propria lista della spesa, alla voce “onorari diversi”,fatta con i soldi pubblici per pagare consulenze di vario tipo a sindaci,architetti,soci e aziende che compongo il quadro societario. Tutti compensi pagati dalla cassa delle “Acque Albule”, societa’ che per buona parte e’ bene ricordarlo appartiene al Comune di Tivoli. Nell’elenco degli onorari elargiti per il piano di lottizzazione di Piazza Catullo,oggetto della speculazione edilizia c’è il sindaco di Guidonia Eligio Rubeis a cui sono andati 8 mila euro. Ben 97mila euro sono andati ad Alessandra Piseddu , professionista del mattone come il primo cittadino del suo comune e sorella del dirigente del IX settore del comune di Guidonia. Lo stesso nome lo troviamo alla voce anticipi e caparre per l’acquisto degli appartamenti di Piazza Catullo. Per intenderci chi ha progettato il complesso residenziale e’ anche l’acquirente di una delle case che Bartolomeo Terranova, presidente del consiglio di amministrazione e patron della Sirio spa e titolare del 40% delle quote delle Acque Albule, ha costruito nonostante tutti i problemi di natura burocratica.<strong> Quel terreno, infatti, non e’ stato sdemanializzato ovvero e’ ancora bene del comune di Tivoli.</strong> Poi troviamo la Satema, altra ditta del patron Terranova, che ha costruito le case per una somma pari a 476mila euro. Poi ce’ l’ingegnere Tullio Ludovici, socio per qualche manciata di azioni delle terme, a cui sono andati 3mila euro.16mila euro sono andati allo Studio Terranova. Inoltre lo stesso ragionere Bartolomeo Terranova riceve 39.200 euro in qualita’ di presidente delle Acque Albule spa e si merita anche il premio produzione 2010 per una somma pari a 30mila euro. Poi c’e’ la ditta Efficace Clima che ha ricevuto 300mila euro tra condizionatori e caldaie. A tutto questo si aggiunge la  situazione della Spa nei confronti delle banche. Sull’azienda gravano  ipoteche pari a 36milioni e 200mila euro. Un dato che pesa sulla valutazione della società stimato in 30 milioni di euro giusto lo scorso anno. Il capogruppo del partito democratico Francesco Luciani, uomo di Marco Vincenzi ,nell’ultimo consiglio comunale dell’11 maggio 2012 (cioè ieri), ribadiva che la societa’ Acque Albule spa ha un bilancio in attivo e fa utili. Domanda finale :<strong> quale utile e’ quello reale se la societa’ ha un valore di 30 milioni di euro e debiti pari a piu’ di 36 milioni di euro?</strong></p>
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		<title>Rito abbreviato per il senatore Pdl Antonio D’Alì</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 11:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calcestruzzi Ericina]]></category>
		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Prefetto Sodoano]]></category>
		<category><![CDATA[Senatore D'Alì]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Luigi Ciotti: "Qui a Trapani lo Stato non ha avuto sempre il volto che la Costituzione ha disegnato, ha conosciuto come volto di uomo fedele alle Istituzioni quello del prefetto Fulvio Sodano che il governo ha da qui allontanato nel 2003 proprio per la sua difesa dei beni confiscati dall'assalto delle mafie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/americascuptp.jpg" alt="" title="americascuptp" width="223" height="186" class="alignnone size-full wp-image-10511" /></p>
<p><strong>Si è conclusa oggi in Tribunale a Palermo la lunga fase della discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa dell’ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì</strong>, parlamentare trapanese, berlusconiano della prima ora, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato. Il gup, giudice Francolini, ha deciso di accogliere la richiesta avanzata dalla difesa del parlamentare, avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino, di procedere a processare il senatore con il rito abbreviato. La Procura antimafia di Palermo non si è opposta, i pubblici ministeri sono i sostituti procuratori Paolo Guido e Andrea Tarondo. In sostanza il giudizio verrà espresso, dopo che le parti discuteranno, sulla base della documentazione che è già entrata nel fascicolo dell’udienza preliminare, oltre un centinaio di faldoni. Prima udienza il 5 ottobre. Il resto delle udienze verranno svolte in modo ravvicinato e entro la fine del 2012 potrebbe esserci la decisione del giudice. In caso di condanna, la pena verrà ridotta di un terzo, considerata la scelta del rito alternativo, ma la difesa del politico è certa che per le prove a discolpa il pronunciamento sarà quello dell’assoluzione.</p>
<p><strong>Una vicenda che arriva ai giorni nostri ma che risale a tantissimi anni addietro. Quando la famiglia dei potenti mafiosi di Castelvetrano Messina Denaro faceva da campiere con i suoi potenti uomini, don Ciccio e Matteo,  nei terreni dei D’Alì.</strong> Uno di questi appezzamenti risulta venduto dai D’Alì ai Messina Denaro, ma si tratterebbe di una vendita che avrebbe permesso alla mafia una operazione di riciclaggio per 300 milioni di vecchie lire, soldi che i D’Alì avrebbero restituito ai Messina Denaro, proprio a Matteo, l’attuale super latitante della mafia trapanese. Un intreccio che secondo l’accusa ancora oggi continua a produrre effetti, a maggior ragione perché oggi c’è una mafia che è diventata impresa e per la Dda di Palermo il senatore D’Alì sarebbe stato “garante” di tutta una serie di affari tra mafia, politica e impresa.</p>
<p>Il nome del senatore D’Alì è stata una costante nelle indagini antimafia più recenti. La cosiddetta mafia borghese, quella che ha “comandato” su Trapani e la provincia è finita spesso associata alla sua persona. Lui è uscito dal silenzio protestando perché continuamente il suo nome viene accomunato a “malefatte” e “complotti”. Addirittura raccontati anche dall’ex moglie del parlamentare, la signora Picci Aula che però ha a suo tempo smentito alcune delle dichiarazioni riportate da un quotidiano nazionale, anche se,chiamata poi davanti ai pm, qualcosa l’ha dovuta ammettere sugli stretti rapporti tra l’ex marito e i mafiosi belicini.</p>
<p>Dentro al faldone processuale vi sono le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, si legge di appalti e campagne elettorali, di rapporti con imprenditori discussi come il valdericino <strong>Tommaso Coppola</strong>, condannato per mafia e appalti, o Francesco Morici uno degli indagati in un maxi filone di lavori pubblici finiti in mane mafiose. Un altro dei capitoli di indagine è quello relativa alla “cricca” che si sarebbe realizzata ai tempi dei lavori preliminari per rendere il porto di Trapani adeguato ad accogliere nel 2005 le barche a vela della Coppa America. Lì la mafia, lo dicono sentenze passate in giudicato, si infiltrò con le proprie forniture. Cemento, ferro, inerti. Propedeutica a non avere intralci sarebbe stata l’azione contestata anche al senatore D’Alì di avere “spinto” nel 2003 perché andasse via l’allora prefetto Fulvio Sodano, al suo posto giunse l’ex questore di Roma, Giovanni Finazzo che con D’Alì si mostrava apertamente come grande “amicone”. Il contrasto tra D’Alì e Sodano ci sarebbe stato all’epoca dell’intervento della prefettura a favore dell’azienda confiscata alla mafia Calcestruzzi Ericina.  </p>
<p><strong>“Sono una persona onesta e per bene – si difende D’Alì &#8211; Non avrei mai immaginato che a stabilire ciò dovrà essere il giudizio di un tribunale, oltre quello dei cittadini, che mi conforta, da sempre e con diverse espressioni manifestatomi. Ma va bene anche così”. </strong></p>
<p>Il processo ha visto la costituzione come parti offese di alcune associazioni, quelle antiracket di Alcamo, Marsala, Mazara, Castellammare, del centro Pio La Torre, dell’associazione Libera. Solo per due il gup ha già dichiarato l’ammissione, sostanzialmente c’è anche per le altre e però alla prima udienza del rito abbreviato, il 5 ottobre, dovranno completare la produzione documentale a dimostrare le titolarità delle proposte costituzioni. Non è un processo qualsiasi – dice l’avv. Enza Rando che rappresenta l’associazione Libera – è un processo che punta a difendere la dignità dello Stato, la credibilità dello Stato, per questo c’è Libera perché è noto il suo impegno a difesa dei cittadini, che sono il vero Stato, “noi” cittadini”. L’attenzione di Libera è puntata sulla gestione dei beni confiscati. Tra le accuse al senatore D’Alì ci sarebbe quella di non avere gradito l’azione del prefetto Fulvio Sodano a favore di uno dei beni confiscati alla mafia più importante della provincia di Trapani, la Calcestruzzi Ericina. “Libera è l’associazione – ricorda l’avv. Rando – che ha difeso la legge sui beni confiscati, che ha raccolto le firme perché non venisse stravolta, Libera ha conosciuto l’impegno e il sacrificio del prefetto Fulvio Sodano che è stato a Trapani vero primo rappresentante dello Stato che vuole combattere la mafia”. </p>
<p><strong>“Il lavoro di Libera – aggiunge il suo presidente don Luigi Ciotti &#8211; è innanzitutto quello di cogliere e portare in mezzo alla gente, anche nelle aule dei Tribunali, l&#8217;addolorato grido di dolore dei familiari delle vittime delle mafie che pretendono il rispetto del &#8220;bisogno&#8221; di giustizia e verità che appartiene  anche a tutti &#8220;Noi&#8221;</strong>. In un processo dove emerge il presunto tentativo di un indagato, il senatore Antonio D&#8217;Alì, di rendere vana la legge sui beni confiscati alle mafie, Libera, che ha raccolto 1 milione di firme per la tutela e l&#8217;applicazione di una legge importante e fondamentale, nell&#8217;unico interesse della società civile responsabile, non potevamo non costituirsi parte civile per potere meglio conoscere la storia della mafia nella terra del latitante Matteo Messina Denaro, le cui mani, sporche del sangue di tanti morti ammazzati, oggi muovono i fili di una parte dell&#8217;economia, di imprese e sono capaci di intaccare il consenso elettorale per le connessioni coltivate da quella che in provincia di Trapani, e non solo, si chiama mafia borghese. Qui – prosegue don Ciotti &#8211; lo Stato non ha avuto sempre il volto che la Costituzione ha disegnato, ha conosciuto come volto di uomo fedele alle Istituzioni quello del prefetto Fulvio Sodano che il governo ha da qui allontanato nel 2003 proprio per la sua difesa dei beni confiscati dall&#8217;assalto delle mafie. Qui l&#8217;antistato spesso è stato lo &#8220;stato&#8221;, oggi vanno ristabilite le regole fondamentali della Costituzione, celebrare e partecipare a questo processo significa ripristinare le violate regole di convivenza”. Tra le parti civili c’è un solo ente locale, il <strong>Comune di Castellammare del Golfo</strong>. Sindaco è un imprenditore, Marzio Bresciani, area centrodestra. Bresciani da presidente di Assindustria si era interessato a favore dell’imprenditore Vincenzo Mannina per far si che questi potesse comprare la Calcestruzzi Ericina, e per questa ragione incontrò l’allora prefetto Sodano che però decise di non farsene nulla di quella offerta. Tempo dopo Mannina fu arrestato per mafia. L’azione odierna del sindaco Bresciani potrebbe essere letta come volontà a riparare a quel suo intervento, nei fatti la presenza del Comune di Castellammare è legata ai lavori del porto sui quali sono emersi interessi mafiosi e “raccomandazioni” che sarebbero state esercitate dal senatore D’Alì. La costituzione di parte civile potrebbe essere letta anche come una crepa nel muro della solidarietà politica che ha sino a qui circondato il senatore D’Alì. </p>
<p>(pubblicato su www.antimafiaduemila.it e su liberainformazione.org)</p>
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		<title>Gli studenti: Equitalia? Peggio della camorra</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 18:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
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		<description><![CDATA[La Polizia non gode di gran credito presso i giovanissimi napoletani, al pari delle istituzioni. Infine, un filo di speranza: il 44% degli studenti ha dichiarato che la camorra può essere sconfitta e prevale sul 41% di quanti ritengono che invece ‘ O sistema sia immortale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/equitalia1-300x94.jpg" alt="" title="equitalia1" width="300" height="94" class="alignnone size-medium wp-image-10508" /></p>
<p>(di Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Forse sarà per l’ondata emotiva suscitata dai suicidi degli imprenditori strozzati dalle cartelle esattoriali</strong>. Certo è che Equitalia balza, primissima, in cima alla classifica dell’odio anche degli studenti napoletani, che pure avrebbero motivo di detestare un cancro maggiore e non estemporaneo: la criminalità organizzata. Interessanti i dati diffusi dal nuovo questionario anticamorra diffuso in 14 istituti medi inferiori di Napoli e provincia per un totale di oltre 2000 alunni. Alla domanda “ Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia?” il 57% degli intervistati, quindi ben più della metà, ha risposto “la seconda che hai detto”, cioè Equitalia.<strong> Il responsabile della associazione “Oblò” Massimo Pelliccia commenta: “C’ è una percezione estremamente negativa dello Stato da parte delle nuove generazioni; le istituzioni vengono considerate in molti casi peggio della criminalità. Lo Stato viene subìto come qualcosa di ingiusto, secondo le risposte dei ragazzini interpellati, mentre la camorra è ineluttabile o addirittura più giusta. Da brivido – conclude &#8211; la risposta di uno studente di prima media che ha definito Equitalia “quella cosa che fa suicidare i grandi”. </strong></p>
<p>Le risposte sulla camorra (per il 16% “potrebbe garantire ricchezza e potere e risolvere la crisi economica , dare lavoro e creare sviluppo”) sono apparentemente scioccanti. In genere i ragazzi prendono poco sul serio la compilazione dei questionari collettivi; difficile che in un tema in classe possano ripetere le medesime risposte. Fatto sta che un certo andazzo a valorizzare boss (e antieroi in genere) va tenuto strettamente d’occhio. </p>
<p>&#8220;Il 18% degli studenti – afferma invece Simone Scarpati presidente dell&#8217;associazione studenti napoletani contro la camorra &#8211; ha dichiarato di essere stato aggredito o derubato. Poco meno della metà degli studenti ha cercato di reagire alla violenza ed ha denunciato tutto alle forze dell’ordine. La Polizia non gode di gran credito presso i giovanissimi napoletani, al pari delle istituzioni. Infine, un filo di speranza: il 44% degli studenti ha dichiarato che la camorra può essere sconfitta e prevale sul 41% di quanti ritengono che invece ‘ O sistema sia immortale.</p>
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		<title>Trapani: primo turno con sorpresa</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Verrebbe da dire tutto in ordine e tutto perfettamente coerente ad una città,Trapani, dove la criminalità è rappresentata dai ladruncoli e dagli spacciatori, altro genere di criminalità non esiste, non esiste la corruzione e non esiste la mafia. E quindi è normale che un politico finisca inguaiato, anzi la cosa sembra che faccia titolo per fare carriera. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/elezionitp.jpg" alt="" title="elezionitp" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-10505" /></p>
<p><strong>A Trapani si è appena andati al voto per il rinnovo dell’amministrazione. </strong>Sarà necessario il ballottaggio per decidere chi sarà sindaco, e la disputa è tutta nel centrodestra, da una parte un generale dei carabinieri, Vito Damiano, sostenuto dal senatore D’Alì, dall’uscente sindaco Fazio (Pdl) e dal Pid della senatrice Maria Pia Castiglione, l’ex sindaco di San Vito Lo Capo entrata a Palazzo Madama dopo che il senatore Cuffaro è finito a Rebibbia, dall’altra parte l’ex deputato regionale di Forza Italia, Peppone Maurici, adesso esponente del Grande Sud di Gianfranco Miccichè e che ha dalla sua parte una sorta di “santa alleanza”, Mpa, Fli, Udc, movimenti locali quali Riformisti e Mps, e sotto sotto anche le simpatie di una parte del Pd.</p>
<p>Per attendere la esatta composizione del consiglio comunale di Trapani bisognerà attendere però l’esito del ballottaggio, c’è qualche seggio che resta ancora da assegnare dei 30 che costituiscono l’assemblea di Palazzo Cavarretta sede del consesso civico.<strong> Ma in attesa che il Consiglio comunale possa insediarsi è già cominciata la conta degli indagati. Due in un sol colpo.</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Ruggirello</strong>, ex referente della Federazione Italiana Gioco Calcio a Trapani, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, mercoledì mattina ha ricevuto la conferma che sarà uno dei nuovi 30 consiglieri comunali. In Consiglio comunale lui c’era già, alle scorse elezioni era stato eletto in An e poi era passato col Pdl, adesso è stato eletto nella lista del Grande Sud. Nella stessa mattinata <strong>ha ricevuto la notizia del rinvio a giudizio per corruzione. </strong>Si sapeva che era indagato, durante il mandato precedente era stato arrestato, si era scoperto che dietro l’abitudine di frequentare i night a luci rosse della città, soprattutto dopo essere uscito dalle estenuanti, snervanti e stancanti riunioni di Consiglio comunale, si sarebbe nascosto un certo lavorio a tutelare gli stessi titolari dei night da improvvise ispezioni dell’Agenzia delle Entrate, ufficio dal quale dipende. Scambio di favori secondo la Procura di Trapani che chiese e ottenne il suo arresto (arresti domiciliari per un certo periodo), lui faceva le spiate e avrebbe ingarbugliato le carte sui controlli, ricevendo in contraccambio i favori di alcune “signorine”. Nonostante la pendenza giudiziaria, è stato ricandidato, si è fatto rieleggere, 300 e passa elettori gli hanno rinnovato la fiducia, nel giro di qualche settimana dovrà sedere sul banco degli imputati in Tribunale.</p>
<p>Non è l’unico a finire inguaiato. <strong>Nella stessa indagine è coinvolto un ex presidente di Consiglio comunale ed ex vice sindaco, Leonardo Gianno, medico, ex dipendente dell’ospedale cittadino, primario al pronto soccorso, è oramai in pensione, </strong>lui si sarebbe occupato di redigere un falso certificato medico a favore del figlio di Ruggirello così da giustificare l’assenza ad un concorso.</p>
<p>Non sono gli unici politici ad essere finiti inguaiati in queste ultime ore a Trapani. Ce ne è un terzo, anche lui, come Ruggirello, appena eletto in Consiglio comunale, ma almeno lui è al suo esordio, in politica, per la giustizia è volto noto. <strong>Si chiama Silvio Mangano, piccolo imprenditore, eletto nella lista dei Riformisti, una formazione ispirata dall’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino che la Cassazione ha appena assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e dichiarato prescritto per il reato di corruzione, procedimento che ha visto finire in carcere i due soggetti che lo hanno corrotto, un capo mafia, Francesco Pace, e un ingegnere specializzato nei progetti di case in cooperativa, Leonardo Barbara. </strong>Mangano ha subito una perquisizione ed è indagato per una presunta compravendita di voti, reato che avrebbe commesso nella campagna elettorale amministrativa appena conclusa. In precedenza Mangano era stato arrestato per tentato omicidio e poi condannato a 4 anni per lesioni gravi, scontata la pena ha anche ottenuto la riabilitazione. Personaggio che si è mosso nel sottobosco criminale finendo anche con il diventare di esempio: in una indagine antidroga, i componenti di una banda finirono intercettati e furono ascoltati dire che volevano organizzare un traffico di droga “stile quelli fatti da Mangano”, lo stesso che adesso farà il consigliere comunale.</p>
<p>Eppure la campagna elettorale appena conclusa si è accesa non appena il candidato della sinistra, la professoressa Sabrina Rocca aveva messo sul tavolo del confronto la questione della legalità. Contro gli avversari Maurici e Damiano. Il generale dei carabinieri dalla sua parte si è ritrovato il senatore D’Alì sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa e il sindaco Fazio con una condanna definitiva per tentata violenza privata. Maurici sostenuto da soggetti condannati o in corso di giudizio, o ancora prescritti, lui stesso poi è stato indicato da Siino come uno che sapeva bene di uomini e cose della città, da Siino ebbe rivelato che il capo mafia Vincenzo Virga lo voleva uccidere. Lui, Maurici ha risposto sostenendo che la conoscenza con Siino era dovuta solo alla comune passione per l’automobilismo, e che è vero seppe del rancore di Virga contro di lui.Piccolo particolare quello che questo rancore, che forse avrebbe dovuto denunciare, d’altra parte c’era il boss che lo voleva uccidere e quindi non era un fatto trascurabile, lui non lo ha mai denunciato, lo ha ammesso solo quando Siino lo ha svelato durante la testimonianza in un processo. Maurici poi era finito intercettato a colloquiare amabilmente con un favoreggiatore di latitanti, uno di quelli che sarebbe vicino al super boss <strong>Matteo Messina Denaro</strong>. Ragioni quindi di essere preoccupati per i prfili di legalità ce ne erano, eppure è finita come è finita. Tanto can can e tante polemiche, dai candidati chiamati in causa è stata esplicitata la promessa di fedeltà alla legalità, ma alla fine il risultato è quello che qui si è appena scritto. Due consiglieri neo eletti già nei guai con la Giustizia. Tutti e due e l’ex vice sindaco fanno parte della coalizione dell’on. Maurici.</p>
<p>Verrebbe da dire tutto in ordine e tutto perfettamente coerente ad una città dove la criminalità è rappresentata dai ladruncoli e dagli spacciatori, altro genere di criminalità non esiste, non esiste la corruzione e non esiste la mafia. E quindi è normale che un politico finisca inguaiato, anzi la cosa sembra che faccia titolo per fare carriera. Circostanza che non è di oggi ma risale già a tanti anni addietro. Ed allora oggi si può parlare di riti che vengono perpetuati. Con l’aggiunta che nemmeno le istituzioni si indignano più come una volta, e magari in silenzio decidono di assistere a tutto quello che invece dovrebbe fare indignare. Restando in silenzio dinanzi a spettacoli indecorosi come quello organizzato presso l’esedra dell’unico teatro della città, quello della Villa Margherita, dove ad anno scolastico ancora in corso, gli studenti delle scuole hanno salutato l’uscente sindaco Fazio, candidato a diventare assessore del candidato sindaco Damiano e capolista al Consiglio comunale, con uno spettacolo che ha usato il racconto della genesi, solo che invece che di Dio si parlava di lui, il sindaco uscente, e che ha molti ha ricordato gli spettacoli in voga nelle migliori dittature. Malitalia viene da dire. E non tanto per dire.</p>
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		<title>Quelle polemiche tra Falcone e Orlando</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 07:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Chinnici]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
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		<description><![CDATA[Leoluca Orlando :"Potrei rispondere a chi mi punta il dito contro, con il gesto affettuoso di Paolo Borsellino il 25 giugno alla Biblioteca comunale.Chi mi chiede se ho sofferto nella polemica con Giovanni, non conosce l’intensità dei rapporti tra me e lui”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/orlando-falcone.jpg" alt="" title="orlando-falcone" width="172" height="299" class="alignnone size-full wp-image-10497" /></p>
<p><strong>Onorevole Orlando, le leggo le parole dell’intervista di Maria Falcone pubblicate dal “Corriere della Sera”. “Il tradimento di Orlando fu ancora più doloroso perché era il tradimento di un amico. Lo visse così Giovanni e l’ho vissuto così io stessa. Orlando deve dire solo quattro parole. Con Falcone ho sbagliato”.</strong><br />
Siamo in macchina con Leoluca Orlando tentando di uscire dal traffico di Palermo per imboccare la strada verso Cinisi. Si va alla manifestazione per ricordare Peppino Impastato. Orlando ascolta, ma quella frase la conosce. L’ha letta, ha riflettuto su quella parola, “tradimento”. Si è tormentato. <strong>“C’è la dimensione insuperabile del dolore nelle parole di Maria Falcone, e c’è tantissima umanità. Sentimenti che rispetto profondamente</strong>. Per questa ragione rifletterò con lei ad alta voce con uguale intensità umana, e se permette, con autentico dolore. Ma sarebbe irriguardoso nei confronti della memoria di Falcone e poco rispettoso del dolore dei suoi familiari, dire sì, ho sbagliato. Va di moda, si fa così, si rilegge con semplicità la storia, anche quella più tragica che ci ha visti protagonisti, e tutto torna al suo posto. Tutto si aggiusta, soprattutto se si è in campagna elettorale. Ma non è serio, non è onesto intellettualmente, non è giusto. Su quella mia ossessiva richiesta di fare luce sui rapporti tra mafia e politica, tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, si innestò una polemica terribile, che divise me e Giovanni Falcone, ma fu anche l’occasione per quei settori della politica e delle istituzioni che odiavano sia me che Giovanni, per metterci l’uno contro l’altro e attaccare l’antimafia. Era una polemica giusta, che io, politico, dovevo fare. Furono sbagliati i toni? Certo, può essere, ma andiamo con la mente a quegli anni esasperati, dove contavamo i cadaveri di persone a noi carissime uccise per strada.<strong> Oggi tutti parlano di mafia e politici, di mafia e pezzi dello Stato. Allora a denunciare tutto questo eravamo in pochi”</strong>. Ma lei e Falcone eravate amici, ne celebrò il matrimonio con Francesca Morvillo, con le famiglie faceste anche un viaggio in Russia, poi la rottura. “Lei sta ricordando uno dei rari momenti di serenità della nostra vita. Giovanni Falcone, sua moglie, Paolo Borsellino e tutta intera la sua famiglia, vivevano da reclusi. Con me in quegli anni viaggiavano dodici uomini di scorta, mia moglie e le mie figlie per motivi di sicurezza spesso vivevano fuori Palermo. Sapevamo tutti, in quella stagione terribile, di essere nel mirino, non solo della mafia, ma di pezzi di istituzioni che uccidono con le mani della mafia”. La macchina è ferma in via Libertà. <strong>“Ecco, guardi quel palazzo, è qui che uccisero Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980. Ero il suo consigliere giuridico alla Regione, per questa ragione il magistrato di turno, che era un giovane Piero Grasso, mi interrogò. Gli portai carte e documenti, gli parlai di appalti che venivano vinti sempre dalla stessa impresa in odore di mafia, di gare con un solo partecipante. Poi mi interrogò Rocco Chinnici. Un gigante. Gli dissi che era impensabile che la mafia da sola decidesse di uccidere il democristiano più potente in Sicilia, il presidente della Regione, senza il coinvolgimento di pezzi del sistema di potere. I Salvo, i Lima, la corrente andreottiana. Chinnici mi guardò e mi disse: posso anche pensare le stesse cose che pensa lei, ma la differenza tra noi due è che io sono un magistrato e ho bisogno di prove granitiche per affrontare i processi, ma lei continui a denunciare, così ci aiuterà”.</strong> Arriviamo a Cinisi, vecchie bandiere rosse di Democrazia Proletaria, il movimento di Peppino Impastato, tantissimi ragazzi che vogliono sapere, e uomini maturi che non vogliono dimenticare. “Qualche giorno dopo l’omicidio di Peppino io e Piersanti Mattarella venimmo qui per un comizio della Dc. Ci fischiarono, ci chiamarono assassini. Piersanti era colpito, ma mi disse che quei ragazzi avevano ragione. Ma non sanno, aggiunse con le lacrime agli occhi, che Impastato è stato ucciso dalla mafia, io sarò ammazzato dalla mafia e da quei settori del mio partito collusi. Erano questo quegli anni in Sicilia. Cosa Nostra aveva il volto dello Stato e lo Stato aveva il volto di Cosa Nostra. Potrei rispondere a chi mi punta il dito contro, con il gesto affettuoso di Paolo Borsellino il 25 giugno alla Biblioteca comunale, con il fatto che candidammo Antonino Caponnetto con noi della Rete, con le parole di stima di Salvatore Borsellino, persone che se mi avessero ritenuto un traditore di Falcone mi avrebbero evitato come un appestato, ma non lo faccio. <strong>Chi mi chiede se ho sofferto nella polemica con Giovanni, non conosce l’intensità dei rapporti tra me e lui”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 10 maggio 2012)</p>
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		<title>Lampedusa, isola dell&#8217;accoglienza</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 12:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'isola di lampedusa ha da qualche giorno un nuovo sindaco: è Giusi Nicolini]]></category>
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		<description><![CDATA[L'isola di Lampedusa ha da qualche giorno un nuovo sindaco: è Giusi Nicolini storica rappresentante di Legambiente. Una donna amministrerà l'isola che è la porta d'accesso all'Europa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/giusi-nicolini.jpg" alt="" title="giusi nicolini" width="120" height="180" class="alignnone size-full wp-image-10491" /></p>
<p><strong>Giusi Nicolini è stata da poco eletta sindaco di Lampedusa e Linosa ma riesco a sentirla solo oggi</strong>. E’ a Palermo in ospedale, al Policlinico, dove la sua mamma è ricoverata per una frattura al femore. Giusi sta combattendo, come dice “<strong>con la sanità siciliana</strong>. La sala operatoria è chiusa devo vedere di trasferirla in un altro ospedale”.<br />
Ma è come sempre è determinata. La sua voce non ha incertezze <strong>“Per me è un privilegio essere diventata sindaco e voglio anche dimostrare, come donna, che si può amministrare in modo differente.</strong> La nostra isola è stata considerata la periferia d’Europa anzi dell’Italia.E’ stata sacrificata dal governo italiano, e da Maroni soprattutto, al degrado sociale, umano, civile”</p>
<p><strong>Sindaco ma cosa si propone di fare per l’isola?</strong><br />
Per prima cosa azioni che dimostrino la voglia di Lampedusa di essere il centro del Mediterraneo. Azioni che tutelino i diritti umani e l’economia isolana. Non possiamo vivere in un’eterna emergenza questa è una parola che deve sparire dal nostro vocabolario.L’emergenza è stata lo smaltimento dei barconi e il business dei migranti. Ognuno valeva 40 euro al giorno. Bisogna ripristinare la legalità. Un immigrato  non può rimanere oltre 96 ore all’interno di un CIE. Dopo questo limite ognuno deve essere indirizzato  alle strutture di riferimento (minori, profughi,rifugiati politici). Se il numero massimo di accoglienza è di 350, in emergenza può arrivare a 800 ma non a 2400 come è successo più volte. E le tensioni con gli isolani nascono proprio da qui. Inoltre l’isola non deve essere più usata come base per i rimpatri collettivi, che sono illegali.</p>
<p><strong>E quindi?</strong><br />
Lampedusa deve essere l’isola dell’accoglienza. Vogliamo essere un posto normale dove le opere pubbliche si faranno su una programmazione seria. Non vogliamo campi da golf o casinò. Dobbiamo rimuovere gli ostacoli ai diritti come quello della sanità. L&#8217;elisoccorso arriva solo se sei in pericolo di vita! Non vogliamo essere marginali geograficamente. Chiederemo di avere un collegamento decente sia per i pescatori che per i turisti. Adesso sono più le volte che il collegamento non funziona di quelle in cui riesce ad arrivare.</p>
<p>Giusi è una donna forte che nei giorni dell’emergenza del 2011 non si è mai risparmiata. Ama la sua isola e lo si sente.<strong> Ha passione civile</strong> e continua a ripetere che bisogna <em>“ripristinare la legalità solo così le cose cambieranno”.</em><br />
Non abbiamo dubbio che sentiremo presto riparlare di lei.</p>
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		<title>Palermo sono io</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 10:20:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Un anno fa, Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, disse "quello tra Orlando e Falcone è un presunto contrasto che viene tirato fuori ad arte per screditare Leoluca Orlando. A me basta il giudizio di mio fratello. Nell’ultimo incontro che fece alla biblioteca comunale di Palermo, mettendo un braccio sulla spalla di Leoluca, Paolo lo chiamò “l’amico Orlando”. Mio fratello non avrebbe sicuramente riservato quel’appellativo, che usava raramente, a una persona che riteneva un traditore di Giovanni Falcone”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/leoluca-orlando1-300x225.jpg" alt="" title="leoluca-orlando1" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-10485" /></p>
<p><strong>Amore e odio</strong>. Non c’è nessun personaggio politico come lui che riesca a concentrare su di sé sentimenti così contrastanti. E sì che Palermo e la Sicilia sono luoghi di passioni forti, ma Leoluca Orlando batte anche qui, nella terra della Cavalleria rusticana, ogni record. Ha rastrellato voti in tutti gli ambienti della città. Nei salotti buoni della raffinata intellettualità e nei quartieri più popolari.<strong> “Anche il sindaco Orlando gusta il gelato di Punta Raisi”, c’è scritto su una scassatissima Ape al Quartiere Borgo Nuovo</strong>. “Sinnacollando”, assaggia, urla il “quarumaro” al mercato del Capo porgendo un piatto di interiora di vitello bollente all’uomo che 27 anni fa eragià sindaco e che si ripropone di salire a Palazzo delle Aquile per la quarta volta.<br />
Allora tocca a uno che di politica palermitana ne capisce assai come <strong>Gianfranco Micciché,</strong> che nel 1997 voleva fare il sindaco ma fu battuto proprio da Orlando, dire la sua. <strong>“La storia di Orlando andrebbe studiata a Oxford. Lo ammetto, avevo sbagliato tutte le previsioni, pensavo fosse ormai finito e invece… Perché i palermitani lo hanno votato? Per protesta e perché hanno ancora bisogno di un papà. Ecco, torna papà Orlando che ci abbraccia, ci consola e ci fa sentire importanti. Certo, poi dalle parole deve passare ai fatti e qui sono dolori”</strong>. Odio e amore, venerazione e disprezzo. “You Tube” è piena dei vecchi filmati che ritraggono Fabrizio Ferrandelli, l’avversario più importante di Orlando in queste elezioni, quando stravedeva per il suo Luca. Entusiasmo alle stelle, ammirazione smisurata. Poi disprezzo: “Orlando è il vecchio, lui voleva mettermi il collare ma io mi sono ribellato”. Anche Vito Riggio, uno dei potenti ras della Dc palermitana del secolo passato, era un grande amico di Leoluca. Erano stati compagni di studi e Vito si era fatto in quattro perché nel 1985 la Dc eleggesse il trentottenne professore sindaco al posto di Elda Pucci, la più votata. “A Palermo si è costruita una trincea contro la mafia”, disse convinto. Salvo cambiare idea, e di brutto, qualche anno dopo. Quando Luca imbarcò nella sua giunta anche i Verdi e i comunisti e quando pose al suo partito un diktat sulle candidature alle europee. In Piazza del Gesù sedeva Arnaldo Forlani, a Palazzo Chigi Giulio Andreotti, entrambi volevano candidare Salvo Lima. “O me o lui”, tuonò Orlando. Scelsero Lima, Leoluca lasciò Palazzo delle Aquile e la Dc al posto suo elesse un nuovo sindaco, il carneade Domenico Lo Vasco, e l’amico Riggio fu spietato. “Orlando è un ricattatore, un raccoglitore di delazioni”.<br />
Attacchi e veleni nella Palermo tra gli anni Ottanta e Novanta. <strong>ANNI DI OMICIDI eccellenti e di magistrati, poliziotti e politici come Mattarella e La Torre massacrati dalla mafia.</strong> Anni di speranze con “La Rete”, il movimento fondato da Orlando con Claudio Fava, Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso, e con la copertura ideologica del gesuita padre Pintacuda. Ma sono anche gli anni del pool, di Leonardo Sciascia che si scaglia contro “i professionisti dell’antimafia ” e delle polemiche aspre con Giovanni Falcone . <strong>“Orlando non è degno da sindaco di Palermo di andare a Capaci”. Nel ventennale delle stragi, il giovane Ferrandelli piega la storia a uso e consumo della battaglia elettorale.</strong> Una ferita mai rimarginata quella degli attacchi di Orlando a Falcone. 1990, a Samarcanda di Michele Santoro , e poi in diverse interviste, Orlando accusa la magistratura palermitana di tenere chiuse nei cassetti le prove sui politici mafiosi. Falcone replica, accusa Orlando di “fare politica attraverso il sistema giudiziario”, è costretto a difendersi finanche davanti al Csm. Una storia tristissima che viene ricordata nel libro di Maria Falcone (“Giovanni Falcone, un eroe solo”, Rizzoli), in un capitolo che gronda amarezza fin dal titolo. “Erano amici”. La sorella del giudice ucciso a Capaci ricorda il matrimonio di Giovanni e di Francesca Morvillo celebrato da Orlando, i viaggi insieme in Russia. E la rottura. “Orlando voleva diventare l’unico paladino antimafia. Ecco perché trovò un anello debole, un pretesto per attaccare Giovanni e subentrare al suo posto nel favore della collettività. Sarebbe così diventato il simbolo dell’antimafia. Fu una operazione politica. Pericolosissima”. Una brutta storia italiana e siciliana, che lacera anche i parenti delle vittime di stragi di mafia.<br />
<strong>Un anno fa, Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, decise di parlarne pubblicamente. Quello tra Orlando e Falcone è “un presunto contrasto che viene tirato fuori ad arte per screditare Leoluca Orlando. A me basta il giudizio di mio fratello. Nell’ultimo incontro che fece alla biblioteca comunale di Palermo, mettendo un braccio sulla spalla di Leoluca, Paolo lo chiamò “l’amico Orlando”. Mio fratello non avrebbe sicuramente riservato quel’appellativo, che usava raramente, a una persona che riteneva un traditore di Giovanni Falcone”</strong>. E Orlando? Giudica “vergognose” le polemiche sulla vicenda. Abbiamo saputo che tra i messaggi ricevuti in queste ore c’è anche quello di Salvatore Borsellino. Gli chiediamo di mostrarcelo. “No, è una cosa privata. Una di quelle cose per le quali vale la pena battersi”.<br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 maggio 2012)</p>
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		<title>La Palermo furiosa vuole ancora Orlando</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 14:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Palermo che stupisce,sconvolge,travolge. Palermo dove tutto può succedere e succede. Orlando domina la scena e afferma fiero: “E ora lasciatemi andare che dobbiamo costruire la nuova Primavera. Viva Palermo e viva Santa Rosalia". Mentre il Pdl crolla più qui che in altre parti d'Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/orlandobis.jpg" alt="" title="orlandobis" width="265" height="190" class="alignnone size-full wp-image-10478" /></p>
<p><strong>“Poche chiacchiere: il sindaco sono io.I palermitani hanno scelto di liberarsi. E allora viva Palermo e viva Santa Rosalia”.</strong>Leoluca Orlando è un vulcano, le prime proiezioni del pomeriggio lo danno notevolmente avanti. In corsa ma come un cavallo al galoppo. 48%, un trionfo, ma più passa il tempo e più la percentuale aumenta fino ad avvicinarsi alal soglia del 50 più uno che gli consentirebbe di evitare il fastidio del ballottaggio. <strong>“stasera tutti a Palazzo delle Aquile”, dice l’uomo che inventò la “Primavera” e che è stato sindaco della città per tre volte.</strong><br />
<strong>Palermo che stupisce,sconvolge,travolge. Palermo dove tutto può succedere e succede.</strong> Il Pdl, il  partito pigliatutto del 61 collegi a 0 di undici anni fa, crolla qui più che in altri posti d’Italia, trascinato nella polvere dal suo candidato, il “problem solver” Massimo Costa.  Che sprofonda al 14,3% , quaranta punti sotto rispetto al voto del 2007,dieci punti sotto i voti della sua coalizione. E il centro-sinistra. Dannato da primarie viziate da brogli sulle quali grava il peso di una inchiesta della magistratura, e condannato dalle sue divisioni. I numeri dicono che la coalizione di Bersani,Vendola e Di Pietro avrebbe stravinto al primo turno annichilendo il partito di Dell’Utri,Schifani,Prestigiacomo, e le ambizioni di Gianfranco  Miccichè. Invece il centrosinistra si frantuma  in una lotta di odi antichi, sospetti,accuse velenose. Il giovane Fabrizio Ferrandelli, l’ex capogruppo IDV in Comune che rifiutò la candidatura di Rita Borsellino scelta dal suo partito, dal PD e da Sel, candidandosi alle primarie e vincendo per poco più di cento voti, non sfonda. Si ferma  intorno al 17%, addirittura un punto sotto la percentuale della coalizione che lo sostiene. Bene che vada sarà costretto ad un ballottaggio difficilissimo. Se Ferrandelli incassa il sostegno del Pd e di bersani, “sosterremo il nostro candidato”, il Pdl e i ras del centro-destra scaricano subito il loro candidato Massimo costa. Facce da otto settembre nel suo comitato elettorale, nessun leader presente, mentre dalla tv risuona l’invettiva di Ignazio La Russa sulle “facce giovani e sorridenti” che “non bastano per vincere, ci vogliono uomini di esperienza”. “ A penalizzare Costa –infierisce Francesco Cascio, presidente Pdl dell’Assemblea regionale- è stato il suo esordio”. Cosat fu scelto dal Terzo Polo, fu Fini  in persona a volerlo a tutti i costi, poi tradì i finiani, autonomisti di Lombardo e Udc e scelse il Pdl. Facce tristissime nel teatro troppo grande per una sconfitta che Ferrandelli ha scelto sognando un impossibile trionfo. “Orlando è il vecchio, è la restaurazione e io mi batterò perché Palermo non cada nelle sue mani.La partita è aperta”, ripete a giornali e tv.<br />
Ma poco più in là i suoi raccontano l’amara verità della sconfitta. “Fabrizio doveva fare come De Magistris a Napoli, presentarsi da solo. Invece in tutte le foto compare con Totò Cardinale, Giuseppe Lumia,Antonello Cracolici, e finanche Carlo Vizzini ha fatto una lista a suo sostegno”. <strong>Insomma, la gioventù non basta se dietro ci sono le facce avvizzite del vecchio sistema di potere. E’ stata questa la dannazione del giovane Ferrandelli, questa la rovina del giovanissimo Costa che nelle sue liste aveva una trentina di ex assessori e consiglieri della giunta Cammarata. Gli anni dei due golden boy sommati assieme non raggiungono l’età di Orlando, esattamente come le percentuali che hanno raggranellato:poco più del 32% su un inarrivabile 47%, o 49, come dicono le proiezioni fino a tarda sera, di leoluca Orlando.</strong> Se si andrà al ballottaggio saranno altri veleni entro il centro-sinistra. “Buona parte del voto organizzato del Pdl e del Terzo Polo è andato ad Orlando. C’è un asse con cammarata che al secondo turno batteremo”.Parla Giuseppe Lumia, big sponsor di Ferrandelli fin dalle primarie. Insieme all’ex Udeur Totò Cardinale e al Pd Cracolici, è uno dei sostenitori del governo regionale di Raffaele Lombardo. E’ l’ala del Pd che ha costretto Bersani a sostenere Ferrandelli  fino all’ultimo, trascinando il segretario del Pd in una brutta sconfitta. “Al ballottaggio- scandisce tra le urla di entusiasmo dei suoi sostenitori Leoluca Orlando- non farò accordi con chi ha governato con Raffaele Lombardo, la vergogna della Sicilia”.<br />
Gli chiediamo dei suoi avversari sconfitti e cita Pablo Picasso “Per diventare giovani occorre tempo”. E risponde sulel divisioni del centro-sinistra. Palermo cancella la foto di Vasto (Bersani,Di Pietro e Vednola insieme)? “Quella foto non prevedeva accordi con un presidente della Regione inquisito per mafia. Il sostegno di  Vendola e del Pd a Lombardo è una vergogna assoluta”. Il “sindaco” infierisce sul crollo del Pdl e su Alfano sconfitto proprio nella sua Regione: “Alfano è un’anima morta, non lo dico io, ma i suoi elettori che hanno votato per me. A chi parla di accordi rispondo in modo netto: se si andrà al ballottaggio non farò apparentamenti con nessuno”. <strong>Flash di fotografi,ressa di telecamere, pacche sulle spalle e urla di “ollandosinnaco”. “E ora lasciatemi andare che dobbiamo costruire la nuova Primavera. Viva Palermo e viva Santa Rosalia”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 8 maggio 2012)</p>
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		<title>Essere clochard/Prima puntata</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 18:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un mondo complesso quello dei clochard, perché diversi sono i motivi che ti portano a vivere in strada, in case di cartone, fra buste di plastica colme di coperte e qualche straccio. Non sono solo stranieri ma anche italiane le persone che vivono in condizioni di povertà estrema, perché hanno perso il lavoro, perché hanno subito maltrattamenti o violenze in famiglia o perché quello che guadagnano non è sufficiente a pagare l’affitto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/immagine_pezzo2-300x176.jpg" alt="" title="immagine_pezzo2" width="300" height="176" class="alignleft size-medium wp-image-10469" /></p>
<p>(di Angela Corica)</p>
<p><strong>Censire, insieme al paese visibile, anche quello nascosto. Dare un nome ai tanti volti che affollano le piazze delle grandi città.</strong> Gente comune senza una fissa dimora che dalla sera alla mattina si trova sulla strada, escluso dal contesto economico e sociale. Il mondo dei clochard, dei senzatetto, è variegato e complesso. Un fenomeno esploso da diverso tempo anche nel nostro Paese e sempre in maggiore espansione. <strong>Sono 727 gli enti e le organizzazioni che, secondo l’indagine presentata il 3 novembre 2011 nella sede romana dell’Istat, hanno erogato servizi alle persone senza dimora nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta la rilevazione promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dalla Fio-Psd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), dalla Caritas Italiana e dall’Istat.</strong> L’obiettivo della ricerca quello di definire un quadro di conoscenza sul fenomeno delle persone senza dimora, il loro status e il profilo, il sistema dei servizi. L’homelessness soffre da tempo di una cronica assenza di attenzione da parte del legislatore per la mancanza di consapevolezza della sua specificità anche a causa della mancanza di una sua stima precisa e aggiornata. La ricerca in questione, infatti, segue e integra quella avvenuta circa 10 anni fa e che vede come risultato un calcolo di 17mila persone presenti in Italia in condizione di grave emarginazione. In questi anni il numero dei clochard è certamente cresciuto, se non raddoppiato, e si è assistito alla quasi scomparsa delle politiche pubbliche, non solo emergenziali, a sostegno delle persone senza dimora. <strong>Residenza in Italia significa aprire un contratto, essere iscritti alle liste elettorali del Comune per votare e avere anche un peso politico.</strong> Significa aprire una partita Iva e avviare una attività, accedere all’assistenza sanitaria che è riservata ai residenti del luogo, presentare una domanda come nullatenente per l’accesso all’edilizia popolare, iscrivere un figlio a scuola, ottenere prestazioni previdenziali e assistenziali spettanti dall’Imps. Un mondo complesso quello dei clochard, perché diversi sono i motivi che ti portano a vivere in strada, in case di cartone, fra buste di plastica colme di coperte e qualche straccio. Non sono solo stranieri ma anche italiani coloro i quali vivono in condizioni di povertà estrema, perché hanno perso il lavoro, perché hanno subito maltrattamenti o violenze in famiglia o perché quello che guadagnano non è sufficiente a pagare l’affitto. Non c’è alternativa alla strada e la vita diventa non vita, si va avanti in condizioni disumane. Ognuno inventa quel che può. Molti bevono o soffrono di disturbi mentali. Rimangono comunque invisibili e abbandonati a se stessi, ai margini della società. Soffrono in silenzio e, nella peggiore delle ipotesi, perdono la vita per il gelo invernale o per il caldo che ti toglie il respiro. Tuttavia, in questo scenario complesso, emergono i casi di persone assolutamente geniali, eccentriche ed ultraliberitarie che hanno deciso di rinunciare al possesso di ogni bene materiale. <strong>Tra questi il matematico russo Grigori Perelman (noto per aver dimostrato la congettura di Poincarè) oppure Pablo Picasso che nel suo ‘Periodo blu’ pare abbia vissuto come un barbone</strong>, girovagando dapprima a Parigi poi in altri posti. D&#8217;altra parte, però, diversi sono gli esempi di solidarietà e volontariato come il lavoro della Caritas o della Comunità di Sant’Egidio. Malitalia proverà ad entrare nel mondo dei clochard per fotografare questa complessità attraverso diversi contributi che seguiranno nelle prossime settimane. Un esperimento difficile soprattutto quando si parla dei casi italiani. Il senso di vergogna e frustrazione porta queste persone a chiudersi e isolarsi sempre più. </p>
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<p><strong>DIVENTARE CLOCHARD</strong></p>
<p>(di Francesco Perrella)</p>
<p><strong>A volte ci vuole meno di quanto possiamo immaginare</strong>. A volte può volerci molto poco, nella pessima congiuntura che sta attraversando la nostra economia e che, al di là dei dati con cui giocano i tecnici, colpisce le nostre vite al minuto, e può cambiarle radicalmente. Metti di perdere il lavoro, o di subire una drastica decurtazione di orario per quel lavoro magari del tutto in nero, che rende nero anche il tuo avvenire. Metti che prima o poi si esauriscano i pochi risparmi, gli aiuti dei parenti o degli amici, quella mano che ti è costato moltissimo chiedere. E intanto la banca o il padrone di casa continua ad esigere quanto gli spetta, e potrà aspettare un mese, due, tre, ma prima o poi ti toglierà anche quel tetto da sopra la testa. Non è cosi difficile doversi trasferire a dormire in macchina, o nei dormitori in cui con pochissimi euro a notte puoi garantirti almeno un riparo dal freddo e dalla pioggia. <strong>E’ molto sbagliato pensare che i nuovi senza tetto siano totalmente stranieri. E’ vero, la percentuale di immigrati, molte volte clandestini, è alta ma non sempre maggioritaria. Anche queste, storie che abbiamo imparato a conoscere.</strong> Dove pensate che vadano a finire, quelli che sopravvivono ai viaggi per mare e svicolano i centri d’accoglienza? Quando non sono assorbiti dal nostro tessuto economico, spesso rimangono fuori anche da quello sociale. Ed è questo tipo di esclusione la più drammatica. Pensare che i ghetti siano retaggio di un oscuro passato è ipocrisia: ogni giorno nascono nuovi ghetti, nuove esclusioni. “Povertà” è un termine che può voler significare tante cose. Ed essere poveri di denaro a volte è solo il filo conduttore di altri tipi di povertà: povertà di parole, povertà di contatti umani, povertà di diritti.</p>
<p><strong>LA STRADA ACCOGLIE TUTTI</strong></p>
<p>(di Elisabetta Cannone)</p>
<p>Vivono ai margini delle nostre vite, sui marciapiedi o nei parchi delle città, schivati, guardati velocemente dai passanti. Li chiamiamo emarginati, senza tetto, homeless, e se si e&#8217; abbastanza romantici clochard. Definizioni che racchiudono tutti quelli che vivono per strada in un unico popolo, senza identità. <strong>Ma ognuno di loro potrebbe raccontare un lavoro andato un fumo, una fortuna dilapidata, o magari una scelta di vita alternativa.</strong> Perchè assieme alle persone che soffrono di disturbi psichici, agli anziani senza più nessuno, c&#8217;e&#8217; anche chi, questo tipo di esistenza, la fa per scelta. Forse pochi, a fronte di tanti – molti gli anziani – che si ritrovano sui marciapiedi, a trascorrere la giornata semi cosciente, ubriaco di vino scadente, sporco, mal vestito, abbrutito da violenze quotidiane subite in silenzio. Affrontano il giorno e la notte in compagnia di un cane o di un altro clochard. Un amico forse o più semplicemente qualcuno con cui scambiare poche parole o un solo sguardo. Come le due donne che da anni ormai vivono in una delle piazzole vicino alla stazione Termini. Sempre unite, vicine ai loro cumuli di stracci, gli averi raccolti in tanto tempo passato per strada. Difendono il loro “appartamento”: due carrozzine su cui c&#8217;e&#8217; di tutto, vestiti, buste, cianfrusaglie e coperte.<br />
<strong>Italiani o stranieri, vecchi o giovani, uomini o donne, da soli o in compagnia, la strada alla fine accoglie tutti senza distinzione, non guarda in faccia nessuno. E ogni angolo della città diventa un letto dove dormire.<br />
</strong></p>
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		<title>Carcere e poesia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 16:26:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[detenuti]]></category>
		<category><![CDATA[Marsala]]></category>
		<category><![CDATA[recupero]]></category>

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		<description><![CDATA[Il carcere, il recupero dei detenuti passano anche attraverso la cultura.Un recital di poesia e i detenuti del carcere di Marsala hanno avuto la possibilità di raccontare storie che sono anche le loro esperienze di vita.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/nuove-foto-2742-300x225.jpg" alt="" title="nuove foto 274(2)" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-10459" /></p>
<p>(di Jana Cardinale)<br />
<strong>Un recital di poesie al carcere di Piazza Castello a Marsala.</strong> E’ stato curato  dai poeti  Gabriella Ruggirello e Francesco Agate, che si sono dilettati nella recita di versi  e lettura di racconti da loro scritti,  davanti a una platea attenta di detenuti reclusi presso la struttura penitenziaria. I versi  e i racconti erano incentrati principalmente su esperienze di vita vissuta dagli autori, legati sia alla  perdite di persone care che alla fede religiosa, che all’amicizia e all’amore. <strong>Molti gli spunti di riflessione rivolti al cambiamento, al divenire, a come, da vissuti dolorosi, si possa raggiungere un nuovo equilibrio e un adattamento creativo alle cose che ci circondano. I detenuti hanno partecipato attivamente all’iniziativa e si sono voluti sperimentare in prima persona nel recital instaurando con gli autori un contatto diretto</strong>. L’iniziativa è stata fortemente voluta dal  direttore del carcere, Paolo Malato e dal suo staff, composto da Lilli Castiglione, responsabile delle attività trattamentali, dal dottor Carmelo Arena e dal cappellano, padre Barro Jean Paul . &#8220;Quest’ attività rientra tra quelle trattamentali – ha detto la dottoressa  Castiglione &#8211; e nasce da un percorso d’amicizia che mi lega alla professoressa Ruggirello  con cui ho lavorato alcuni anni fa in ambito scolastico. Ci siamo riviste dopo un po’ di tempo  ed è nata questa idea  che ha coinvolto i detenuti e che  sarà riproposta in futuro, perché gli istituti penitenziari hanno bisogno di volontari promotori  di iniziative culturali  di questo tipo  per rieducare e risocializzare i detenuti&#8221;. Volontari come risorsa, dunque, in un momento storico particolare, caratterizzato da crisi economica che fa l’eco a quella di valori, e che vede il carcere marsalese in bilico tra una chiusura preannunciata e vari tentativi di scongiurare quest’evenienza. &#8220;Già in passato la collaborazione con l’esterno è stata proficua – dice ancora Lilli Castiglione – e il nostro appello a chiunque, ovviamente autorizzato dal magistrato di sorveglianza, volesse proporre e curare anche tornei sportivi e altri momenti di aggregazione per i detenuti, è forte più che mai&#8221;. In precedenza i reclusi della Casa circondariale hanno incontrato un gruppo di giovani studenti del Liceo Classico &#8220;Giovanni XXIII&#8221; che, nell&#8217;ambito di un progetto su libertà e legalità, hanno proposto un loro spettacolo all&#8217;interno dell&#8217;Istituto di pena. Un&#8217;occasione che è andata ben aldilà del semplice momento ricreativo, con un’atmosfera anche commovente per la quale i detenuti hanno ringraziato quanti hanno regalato loro un giorno particolare che li ha distratti da quel luogo di patimento e sofferenza che, purtroppo, non aiuta a crescere, come invece soltanto la famiglia e la scuola possono fare. In quell’occasione i detenuti hanno avanzato la richiesta di avere più libri nella loro biblioteca. </p>
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		<title>RAI: la guerra  dei poveri</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 13:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[In RAI fino a ieri c’era posto per programmisti e collaboratori esterni, per dirigenti e giornalisti, per operatori e tecnici. La fetta da dividere era sufficiente per tutti. Ora non più e quindi bisognerà tagliare, sforbiciare e si partirà dagli esterni, dalle famose partite IVA. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/rai.jpg" alt="" title="rai" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-10456" /></p>
<p><strong>Un autunno caldo o forse molto di più queste le previsioni per i collaboratori, a vario titolo, della RAI.</strong> Il numero pare essere ben superiore anche rispetto agli stessi interni (forse di tre volte). Sembra impossibile  ma questo è quello che circola nei corridoi RAI. Circola con apprensione perché la riforma del lavoro del Ministro Fornero  prevede che se una persona fornisce il 70% del proprio lavoro ad un unico committente questo “sarebbe” obbligato ad assumerlo. <strong>E questa è la situazione in cui si trovano moltissimi dei lavoratori a partita IVA della più grande azienda culturale italiana. Cosa farà la RAI?</strong> non certamente assumerà tutti. Ed infatti si è in cerca della soluzione e la direzione generale sta chiedendo a tutti i programmi di avere le e mail di coloro che, come consulenti o collaboratori, prestano la loro opera. Stanno insomma cercando di avere un contatto per comunicare cosa?<br />
I collaboratori esterni sono la somma di professionalità, esperienze e storie diverse. <strong>Ci sono autori che arrivano a prendere 50 mila euro al mese e collaboratori a 80 euro a puntata. </strong>Ci sono persone che lavorano da oltre 10 anni nella stessa trasmissione e c’è chi invece è appena arrivato. Ci sono signore in pensione dalla scuola che sono consulenti /esperte di libri,cucina,medicina. Ci sono inviati/e spuntati dal nulla.<br />
Nello stesso tempo sale lo scontro interno per esempio tra dirigenti e giornalisti, ai quali è stato concesso il rinnovo del contratto. <strong>Andrea  Lorusso, Presidente ADRAI (Associazione dirigenti Rai) dice “siamo arrabbiati lo stesso, in nome e per conto dei nostri collaboratori.</strong> Infatti c&#8217;è chi, come i giornalisti, incasserà -e per intero- il premio produzione per il 2012. Noi dirigenti -prosegue la lettera- vorremmo analoga &#8220;corresponsione&#8221; per tutto il personale, sia pure accettando una rateizzazione.”  (tratto da www.globalist.it ndr).<br />
E gli interni (programmisti registi, assistenti etc.) scendono in campo contro gli esterni. Non li vogliono più.<br />
Una lotta tra poveri in una azienda che meglio di tutte fotografa il fallimento di questa società dove basta avere l’amico giusto al posto giusto perché tutto scorra liscio. E tutto questo ha funzionato fino a che la crisi non ha eroso i risparmi e non ci siamo tutti trovati a fare i conti con il lavoro che manca. E ci siamo accorti che quel piatto di lenticchie da cui tutti attingevamo si è prosciugato.<br />
<strong>Ora in RAI sta succedendo proprio questo</strong>. Fino a ieri c’era posto per programmisti e collaboratori esterni, per dirigenti e giornalisti, per operatori e tecnici. La fetta da dividere era sufficiente per tutti. Ora non più e quindi bisognerà tagliare, sforbiciare e si partirà dagli esterni, dalle famose partite IVA. <strong>Ma come si farà la selezione, quali saranno i criteri?Il curriculum, il merito, gli anni di collaborazione o le relazioni di consanguineità con politici, professori o ex dirigenti? Sarà importante anche qui “la spintarella” che ognuno potrà mettere sul piatto della bilancia? E insieme a questa selezione ci sarà anche una equa ridistribuzione dei compensi o ci sarà sempre chi guadagna 50 mila euro al mese e chi solo 80 a puntata?</strong> Intanto per aiutare a ridistribuire si potrebbero tagliare i compensi da milioni di euro di alcuni conduttori. In economia si parla tanto di decrescita felice perché non applicarla anche alla nostra televisione?<strong>E perché i grandi giornali si occupano solo di chi leggerà i curriculum dei possibili nuovi presidenti o direttori generali, da Santoro a Freccero o Minoli, ma nessuno parla della situazione dei precari?Forse perché il modello di comunicazione a cui siamo abituati non include gli esclusi,le persone comuni, ma si occupa sempre e solo dei volti noti.</strong></p>
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		<title>Palermo, il Pdl può uscire subito</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 16:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ferrandelli]]></category>
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		<description><![CDATA[A Palermo sarà battaglia fino all’ultimo voto. Per tutti, per gli 11 candidati a sindaco per i 1319 che aspirano ad un posto in Consiglio comunale, per i 220 che si accontentano di un seggio in una circoscrizione. Perché nella città dove il 30% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è disoccupato, buttarsi in politica conviene.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/leolucaorlando.jpg" alt="" title="leolucaorlando" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-10449" /></p>
<p><strong>Elezioni a Palermo, un poker all’ultimo voto dove tutti si giocano tutto</strong>. Angelino Alfano e il suo Pdl in crisi anche qui, nella roccaforte del travolgente 61 a 0 delle politiche 2001. Un ricordo sbiadito. Lo riconosce nel suo linguaggio colorito il più furbo di tutti, <strong>Gianfranco Micciché</strong>, l’ex promotore di Publitalia che Berlusconi elevò ai fasti del dicastero dell’Economia: <em>“Fino a quando ci siamo rotti le corna l’uno con l’altro ci siamo fatti del male. Ora basta, ci vuole unità”.</em> Perché questa volta non si vincerà al primo turno ed è già un miracolo se il debolissimo candidato sostenuto da Pdl, Udc e Grande Sud, il partito arancione di Micciché, riuscirà ad arrivare al ballottaggio. Massimo Costa, 33 anni, ex presidente del Coni, è un ragazzo nato bene e vissuto meglio, veste come si deve e sorride sempre. Ma è debolissimo. Paga lo sfascio del governo di Diego Cammarata, il sindaco tennista che ha portato Palermo sull’orlo del default finanziario. E quando parla in pubblico, ti dicono a mezza bocca i vecchi marpioni delle campagne elettorali palermitane, “è un vero disastro”. Esordì definendosi un “problem solver” e dalla folla qualcuno si chiese“cu minchia è”.Al Teatro Politeama, affollatissimo per la chiusura della campagna elettorale, si è lanciato in un paragone ardito: “Sono giovane come Alessandro Magno”. Ed è toccato di nuovo a Micciché mettere le cose a posto: “Spero per te che i palermitani ti paragonino a Pino ‘u tasciu, perché vorrà dire che sei entrato nei loro cuori”.<br />
Quello che è certo è che dietro i sorrisi del giovane Costa e i suoi inglesismi, si nascondono i protagonisti di sempre dello sfascio palermitano: 32 tra consiglieri e assessori della vecchia maggioranza di Cammarata sono candidati nelle liste che lo appoggiano. <strong>Si gioca tutto anche il Pd trascinato nella palude di primarie viziate da brogli, voti truccati e risultati contestati.</strong> Alla fine, insieme al partito di Vendola, sostiene Fabrizio Ferrandelli. Bersani, dicono suo malgrado, ha dovuto di nuovo cedere alle pressioni dell’ala del suo partito che fa da stampella al governatore Raffaele Lombardo. Nonostante i pessimi risultati del governo regionale e l’imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. Totò Cardinale, Beppe Lumia e Antonello Cracolici, i big-sponsor di Ferrandelli l’hanno avuta vinta.<br />
<strong>Ma chi sul tavolo verde di Palermo ha puntato tutto, passato, presente e futuro, è Leoluca Orlando, il sindaco della “Primavera” negli anni Novanta.</strong> Non ha accettato il risultato delle primarie e ha rovesciato il tavolo. Ora corre con Idv, Federazione della sinistra e Verdi, ed è sicuro di vincere. I sondaggi, per quello che valgono nel magma di Palermo, lo danno sicuramente primo al ballottaggio, le uniche incognite riguardano il nome del suo competitor. Ferrandelli o Costa? Lo scontro con il Pdl o altre settimane di lotta fratricida dentro un centrosinistra a pezzi? Ferrandelli era il pupillo di Leoluca, ora i due non si risparmiano colpi.“Orlando è il vecchio, vada in pensione, io rappresento il futuro”. “Ferrandelli ha avuto un passato virtuoso, ora ha un presente vizioso”.<strong> Dal suo blog lo scrittore Roberto Alajmo ha annunciato il voto per Orlando, ma si serve dell’antropologia per spiegare la contrapposizione al veleno tra i due. </strong>“È molto siciliano questo appagarsi della rovina dell’ex amico, più che della sconfitta dell’avversario e addirittura a scapito della propria vittoria”. Venerdì notte Fabrizio Ferrandelli ha chiuso la sua campagna elettorale in Piazza Magione, centro storico, insieme a Nichi Vendola. “Orlando al ballottaggio è pura fantapolitica. Vinco io”. Frase che il giovane candidato del Pd (ha 33 anni e una figlia in arrivo), ripete come un mantra. Mentre giù, tra la folla, sventolano bandiere socialiste, quelle di Carlo Vizzini, già assessore al bilancio della giunta di centro destra del sindaco Cammarata.<br />
Pochi isolati dopo, in un’altra piazza,<strong> parla Leoluca Orlando. Sul palco ha accanto Oliviero Beha (“ho capito che era giusto essere qui quando ho visto D’Alema e Violante attaccarti”), Moni Ovadia (“Luca fa politica da anni e non è stato mai sfiorato da inchieste”), attori e uomini di cultura.</strong> Parla della sua Primavera e ne promette una nuova. “Riaprimmo il Teatro Massimo, lo Spasimo alla Kalsa, ora faremo della Favorita il più bel parco d’Europa ”. Si propone come “l’anti-politica, la vera unica alternativa alla casta siciliana”, per strizzare l’occhio ai grillini dell’analista aziendale Riccardo Nuti, attacca Lombardo e il suo governo “vergogna della Sicilia”. <strong>In piazza un anziano ci spiega con un proverbio il suo voto a Orlando: “Megghiu ‘u tintu canusciutu, cu ‘u bonu a canusciri”</strong>. Sarà battaglia fino all’ultimo voto. Per tutti, per gli 11 candidati a sindaco per i 1319 che aspirano ad un posto in Consiglio comunale, per i 220 che si accontentano di un seggio in una circoscrizione. Perché nella città dove il 30% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è disoccupato, buttarsi in politica conviene. <strong>La Sicilia è autonoma, uno Stato a parte e qui l’austerità non ha ancora fatto capolino. Un consigliere comunale può arrivare a 3mila euro lordi al mese, uno di circoscrizione anche a più di mille. Uno stipendio che fa campare nella città sull’orlo del baratro.</strong><br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 6 maggio 2012)</p>
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		<title>Stato di solitudine</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 08:41:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Perrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno Stato democratico, proprio in quanto tale, non può permettere che i propri cittadini - che ne costituiscono la linfa vitale - si sentano soli con i loro problemi. Non può permettersi di essere denigrato in questo modo solo perché è stato assimilato ad una politica che ha passato decenni ad ingrassare solo se stessa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/BERGAMO.jpg" alt="" title="BERGAMO" width="272" height="185" class="alignnone size-full wp-image-10440" /></p>
<p><strong>Ogni volta che c’è da raccontare un momento critico, ci sono delle espressioni di sicura presa.</strong> Ripetute a cantilena, saltano di titolo in titolo, di testata in testata, rimbalzano tra talk show, radio e blog. E diciamo la verità, chi le usa ed abusa spesso ci marcia anche sopra. “Stato assassino” è un’espressione che ha sempre avuto un suo che. Un tempo, forse, relegata ad ambienti molto “fuori dal giro”, ora inizia a strisciare anche su pagine meno equivoche. Ma soprattutto, inizia a far presa su ben altri strati della nostra società. Inizia a farsi strada una nuova e terribile idea nelle nostre coscienze. Lo dimostra il fatto che l’infelice uscita del Grillo nazionale, per cui &#8211; dovere di cronaca ripeterla &#8211;  “La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente, la mafia prende il pizzo al 10%. Qui siamo nella mafia che ha preso un&#8217;altra dimensione, strangola la propria vittima” non ha ricevuto dissensi unanimi, anzi. Due giorni fa <strong>Andrea Camilleri</strong>, ospite di Augias su Rai3, replicava con una grande dose di buon senso che a lui non risulta che lo Stato abbia mai praticato la lupara bianca o altre simili amenità. Eppure lo stesso Augias si stupiva di quanti messaggi di dissenso con il punto di vista dello scrittore arrivassero in trasmissione. Che a Beppe è sempre piaciuto “spararle” lo sappiamo tutti. Che l’entusiasmo di una campagna per delle amministrative che si preannunciano con il botto per il suo Movimento gli abbia eliminato i già pochi freni che teneva alla lingua è sotto gli occhi di tutti. Voglio sperare che il comico (ormai avviato sul viale della politica) non volesse sostenere il drammatico assunto che “la mafia fa meno vittime dello Stato”, quanto più lanciare una provocazione (qui sulla soglia del disgustoso) delle sue. Ma è preoccupante il consenso riscosso dall’idea che mette l’uno davanti all’altro lo Stato nelle vesti di carnefice, e il cittadino in quello di vittima. E’ preoccupante ed orribile pensare che l’entità che nasce e vive per e con gli stessi cittadini possa trasformarsi ai loro occhi in una macchina in grado di annientarli uno ad uno. <strong>E’ il segno che ormai qualcosa nelle nostre coscienze, nelle nostre certezze, nei nostri ideali, si è spezzato.</strong> Gesti come quello del piccolo imprenditore che ieri ha tenuto in ostaggio un impiegato dell’Agenzia delle entrate per un pomeriggio più che far riflettere il cervello, colpiscono al cuore. Perché quell’uomo è arrivato a compiere un gesto simile, cosi lontano dal nostro concetto di “normalità”, sotto il peso di una cartella esattoriale di meno di mille euro. Una cifra che forse avrebbe potuto rimediare in molti modi. Ingrassando ancora un altro po’ il già florido business dell’usura, ad esempio. Compiendo migliaia di attività illecite e redditizie. Lui però non è stato a questo gioco, ha compiuto un gesto assurdo e sicuramente sbagliato ma solo perché, in un modo o nell’altro, doveva farsi sentire. Doveva dire al mondo che non era colpa sua. Doveva, probabilmente, spezzare quel silenzio assordante che inizia a circondarti quando sprofondi in questi problemi. Quando il lavoro che sai fare e che ti piace inizia a scarseggiare, quando i soldi in fondo al conto sono sempre di meno, quando vorresti che il mese fosse di tre settimane anziché quattro, quando devi iniziare a dire di “no” non tanto a te stesso, quanto alle persone che ti sono care. Quando ti senti inutile e non sai cosa fare, chi possa aiutarti a riempire il vuoto che ti si è fatto attorno. Quando, in una situazione del genere, lo Stato a cui appartieni si materializza nell’unica forma di una cartella esattoriale, di una mora, di un ufficiale giudiziario, ti appare nella fisionomia di un carnefice. Un’entità distante ed esclusivamente maligna, a cui non vale più la pena di credere ed appartenere, ma solo da combattere. E’ forse cosi che si sono sentiti i mariti ed i compagni delle donne che questa mattina hanno sfilato in un corteo silenzioso e commosso per le vie di Bologna. Donne che hanno condiviso un pezzo di vita con uomini che la loro vita hanno deciso di buttarla via pur di non sentire il peso di questa crisi. Che silenziosamente se ne sono andati e che silenziosamente sono stati ricordati dalle loro vedove. Nelle terre cosiddette “di mafia” &#8211; ma esiste ormai in Italia una terra che non lo sia? &#8211; a uccidere più delle lupare è il silenzio che circonda il malaffare, e che gli offre terreno fertile. E questo le mafie lo sanno bene. Sanno uccidere dentro, prima che fuori, sanno farti annegare nel silenzio perché sono consapevoli che è quando nessuno può aiutarti, che sei più vulnerabile. Da quello che stiamo vivendo in questi giorni sta venendo fuori questo spaccato inquietante: sei vittima quando sei da solo, poco importa chi ti trovi a fronteggiare. Ed uno Stato democratico, proprio in quanto tale, questo non può permetterselo. Non può permettere che i propri cittadini &#8211; che ne costituiscono la linfa vitale &#8211; si sentano soli con i loro problemi. Non può permettersi di essere denigrato in questo modo solo perché è stato assimilato ad una politica che ha passato decenni ad ingrassare solo se stessa. Non può permettersi che i valori dell’unità, della solidarietà, della coesione sociale, vengano meno proprio adesso. <strong>Servisse anche segare (politicamente, via) le gambe ad un intera classe politica, uno Stato con il nostro non merita nemmeno per un istante di essere lontanamente paragonato, negli atteggiamenti e negli scopi, alla mafia. Perché la mafia, ricordiamocelo, è e rimane “una montagna di merda”, mentre lo Stato, dobbiamo tornare ad essere noi.</strong></p>
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		<title>Barcellona Pozzo di Gotto, voto inquinato?</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 00:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Girlando</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sonia Alfano]]></category>

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		<description><![CDATA[A Barcellona Pozzo di Gotto si vota mentre sul tavolo del Ministro Cancelliere è stata depositata, dal 30 marzo, la relazione dei commissari sulle infiltrazioni mafiose]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/barcellona-pozzo-di-gotto.jpg" alt="" title="barcellona pozzo di gotto" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-10437" /></p>
<p><strong>Barcellona Pozzo di Gotto come Casal di Principe</strong>. In Italia fanno scuola i casi di comuni dove si è riscontrata l’infiltrazione mafiosa. Il Ministro Cancellieri ha sul suo tavolo da oltre un mese la richiesta di commissariamento della città in provincia di Messina ed è imminente il voto per le amministrative e il rischio d’inquinamento mafioso non è scongiurato, anzi. La giunta in carica (la stessa sulla quale pesa la richiesta di scioglimento)nel frattempo ha avuto modo di dimettersi e rimettersi in corsa per le nuove elezioni. Possibile che non si possa fare nulla prima per capire se quell’amministrazione era legata alla mafia? Una domanda che è pertinente perché siamo di fronte ad una sorta di debolezza dello Stato nei confronti dei fenomeni mafiosi legati sempre di più alla classe dirigente. <strong>Sulla vicenda erano già intervenuti l’eurodeputato Sonia Alfano, da poco presidente della commissione antimafia europea e figlia di Beppe Alfano</strong> , giornalista ucciso proprio a Barcellona Pozzo di Gotto per mano mafiosa nel 1993 e che in questi giorni ha tenuto un evento di presentazione del lavoro della commissione europea nella cittadina siciliana; e poi <strong>il deputato Fli Carmelo Briguglio che, con una dichiarazione a mezzo stampa invitava il presidente del consiglio Monti e il Ministro Cancellieri ad intervenire per fermare le elezioni amministrative condizionate di fatto dal voto mafioso</strong> : “Presidente Monti fermi le elezioni condizionate dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto. Il Ministro dell&#8217;Interno Cancellieri ha sul tavolo il dossier della Prefettura che chiede lo scioglimento del Comune. Perche&#8217; il Consiglio dei ministri non si pronuncia mettendo fine a una campagna elettorale che e&#8217; una tragica farsa? Ci sono pressioni? E da parte di chi? “ E così pure la successiva interrogazione parlamentare : “Signor Presidente, signor Ministro, svolgo quest&#8217;interrogazione con grande preoccupazione ed inquietudine profonda. Non ci sono infatti precedenti nella storia della Repubblica che si svolga un&#8217;elezione amministrativa con pendente un procedimento di scioglimento dell&#8217;amministrazione comunale in carica e, quindi, con un eventuale successivo annullamento del risultato delle elezioni per condizionamenti mafiosi e, quindi, per l&#8217;alterazione in questi termini anche dell&#8217;offerta politica nel corso della stessa compagna elettorale. È quanto succede nel comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Mi permetta di dire che trovo singolare questo ritardo da parte del Governo.”Da parte sua, la Cancellieri aveva risposto a metà aprile dicendo che : “I competenti uffici del Ministero dell’interno stanno esaminando la corposa relazione inviata dal prefetto di Messina il 30 marzo scorso prodotta dalla commissione di accesso al comune di Barcellona per verificare eventuali infiltrazioni mafiose. Il pronunciamento avverrà entro i tre mesi dalla data di trasmissione degli atti. In caso di riscontrata gravità può comunque avvenire anche in pendenza della consultazione elettorale per il rinnovo del consiglio comunale.” <strong>Il voto delle amministrative è previsto per il 6 e 7 maggio, che la mafia ci sia o meno è un problema che verrà risolto dopo, quando sarà comunque troppo tardi. Strano ma vero, dato che questo governo, e la Cancellieri in particolare, ha adottato provvedimenti per diversi altri Comuni italiani. </strong></p>
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		<title>Borsellino, il maresciallo e l’agente dei servizi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 20:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Camassa]]></category>
		<category><![CDATA[Contrada]]></category>
		<category><![CDATA[Generale Mori]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[Via D'Amelio]]></category>

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		<description><![CDATA[Alessandra Camassa : "Dopo la strage di via D’Amelio mi chiamò per chiedermi di incontrarci e nel corso di un incontro mi fece un sacco di domande sulle ultime indagini di Borsellino. Era insistente, voleva sapere se erano venuti fuori elementi sull'imprenditore agrigentino Salamone e sul ministro Mannino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/paolborsellino.jpg" alt="" title="paolborsellino" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-10445" /></p>
<p><strong>Nomi “pesanti” quelli usciti fuori dalla testimonianza dinanzi al Tribunale di Palermo dell’ex pm Alessandra Camassa, oggi presidente di sezione al Tribunale di Trapani.</strong> Il processo è quello che vede imputati due ufficiali dei carabinieri, uomini di punta del Ros, il reparto operativo speciale dei carabinieri, il generale Mori e il colonnello Obinu. Il dibattimento è parecchio conosciuto, è quello che comincia da una mancata cattura di un super latitante, il capo mafia Bernardo Provenzano, e poi ha aperto squarci su quella che è stata, ma forse non è del tutto esaurita, la trattativa tra mafia e Stato, con i carabinieri, imputati, che secondo l’accusa non sarebbero stati fedeli alle istituzioni. Il giudice Camassa è stata sentita dapprima nella istruttoria che riguarda la strage di via D’Amelio dove fu ucciso Borsellino, 19 luglio 1992, ma anche la cosiddetta “trattativa”, le sue dichiarazioni sono inserite nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Caltanissetta che ha riaperto l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio, ma in quelle dichiarazioni sono contenute anche circostanze che all’epoca potevano sembrare normali, ma lette oggi, quando si ha ormai contezza dell’esistenza di depistaggi e “tradimenti”, presentano incredibili prospettive e fanno vedere uomini dello Stato tenere comportamenti molto ambigui. E<strong> uno di questi “tradimenti” Paolo Borsellino lo scoprì e ne parlò proprio con la Camassa che allora pubblico ministero a Marsala, quando Borsellino aveva oramai lasciato la direzione di quell’ufficio ed era arrivato alla Dda di Palermo da Procuratore aggiunto, incontrava ancora il procuratore per raccordarsi sullo svolgimento di alcuni processi</strong>. Fu in una di queste occasioni che di colpo Paolo Borsellino si alzò dalla sedia di lavoro si distese in un divano della stessa stanza e scoppiò a piangere parlando che qualcuno lo aveva tradito. &#8220;A fine giugno del 1992 io e il collega Massimo Russo avemmo un incontro con Borsellino. Era un dialogo normale, si parlava di indagini. A un certo punto lui si alzò, si stese sul divano e cominciò a lacrimare e disse: non posso credere che un amico mi abbia tradito&#8217;&#8221;. &#8220;Ebbi la sensazione netta &#8211; ha proseguito- che avesse ricevuto da pochissimo una notizia e che fosse ancora sconvolto. Tanto da sfogarsi con le prime persone entrate nella sua stanza&#8221;. Di più dalla bocca di Borsellino non uscì, la Camassa ha descritto l’atmosfera, “c’era una sorta di imbarazzo, ed ero così imbarazzata che quasi cambiai discorso. Pensai a uno sfogo personale e non volli essere invadente&#8221;. L’incontro è a poche settimane dalla strage di Capaci e quando oramai quella di via D’Amelio non era distante, ma nessuno dei presenti in quella stanza poteva saperlo, c’era tensione questo si, e però quello sfogo rimase non chiarito: &#8220;Quando allora ascoltai le parole di Borsellino e lo vidi scoppiare a piangere &#8211; ha detto ancora il giudice Alessandra Camassa &#8211; non lo ricollegai ad alcuna attività d&#8217;indagine. Pensai a un problema personale, e però – ha aggiunto &#8211; se fossi stata chiamata a testimoniare prima probabilmente l&#8217;avrei detto&#8221;. Cosa significa? <strong>Significa che per le indagini su via d’Amelio le testimonianze di chi era a stretto contatto con Paolo Borsellino, che lavorava con il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, non vennero ritenute necessarie e nessuno pensò a raccoglierle.</strong> “Se fosse stato fatto – ha proseguito il giudice Camassa – quell’episodio l’avrei certamente rievocato”. In quel tempo c’erano altri che semmai chiedevano notizie sul lavoro che Paolo Borsellino stava facendo nei giorni in cui “una regia raffinata” – così sicuramente sarebbe giusto chiamarla – metteva a punto la strage per ucciderlo. E il giudice Alessandra Camassa ha così ricordato degli incontri con uno dei responsabili dell’Alto Commissariato antimafia, oggi prefetto, Angelo “Ninni” Sinesio che spesso sarebbe andato a bussare alla sua porta. &#8220;Dopo la strage di via D’Amelio mi chiamò per chiedermi di incontrarci e nel corso di un incontro mi fece un sacco di domande sulle ultime indagini di Borsellino. Era insistente, voleva sapere se erano venuti fuori elementi sull&#8217;imprenditore agrigentino Salamone e sul ministro Mannino. Io non diedi troppo peso alla cosa ma mio marito (l’ex procuratore di Sciacca e consigliere del Csm, Dino Petralia ndr) si meravigliò di tutte quelle domande&#8221;. Sinesio non era sconosciuto alla Camassa, “talvolta lo vedevamo assieme a Paolo Borsellino”. Con “Ninni” Sinesio la Camassa andò anche a pranzo, in quella occasione avrebbe spinto la Camassa a riferire delle rivelazioni fatte a Borsellino dal pentito Gaspare Mutolo sull&#8217;ex numero due del Sisde Bruno Contrada, quando all’epoca l’indagine che avrebbe portato all’arresto e poi alla condanna di Contrada era stata già aperta . &#8220;Quando finii di parlare &#8211; ha detto il giudice Camassa &#8211; Sinesio si alzò come se fosse in preda a un attacco di tosse e andò in bagno. Mio marito mi disse: guarda che è andato a telefonaré. Poi seppi che Contrada era stato avvertito delle indagini a suo carico&#8221;. Una circostanza che è già entrata nel processo su Contrada, Sinesio fu sentito in quel processo e fornì altra versione, informò i superiori del Sisde di quelle indagini quasi che dovessero stare attenti a Contrada. Nel processo poi si è parlato dell’ex maresciallo Carmelo Canale, braccio destro di Borsellino. &#8220;Più volte – ha riferito il giudice Camassa &#8211; l&#8217;ultima il 4 luglio del 1992, in occasione della cerimonia di saluto a Marsala &#8211; il maresciallo Canale mi disse che Borsellino a suo avviso si fidava troppo dei vertici del Ros&#8221;. Canale – ha spiegato il giudice &#8211; mi aveva detto altre volte che secondo lui Borsellino si fidava troppo del Ros, ma io non ho mai parlato di questo con Paolo perché non gli ho mai dato troppo peso. Il maresciallo mi fece capire &#8211; ha concluso &#8211; che lui aveva provato, invano, a metterlo in guardia&#8221;. Ma chi era il famoso traditore? Che ruolo può avere avuto l’allora colonnello Mori? E cosa accadeva in quei giorni d’estate del 1992 alla Procura di Palermo? Il giudice Camassa non ha saputo aggiungere altri elementi: &#8220;Borsellino mi ha sempre parlato bene del generale Subranni e dell&#8217;allora colonnello Mori facendomi capire che di loro si fidava&#8221;. E però quel pianto a dirotto, quel riferimento al fatto di essere stato tradito, Borsellino lo fece l’indomani di una cena avuta con i vertici del Ros, come ha ricordato l’altro teste, l’ex pm oggi assessore regionale alla Sanità Massimo Russo: “Mi parlò di una cena con ufficiali dei carabinieri a Roma, poi all&#8217;improvviso disse qualcuno mi ha tradito. Quasi per sdrammatizzare io gli chiesi come andava in Procura. E lui rispose qui è un nido di vipere. Borsellino &#8211; ha aggiunto Russo &#8211; dopo la strage di Capaci era un uomo piegato. In quell&#8217;occasione parlò di un incontro a Roma con ufficiali dell&#8217;Arma, poi si alzò e disse un amico mi ha tradito. Si accasciò sul divano e pianse&#8221;. “Fu una scena che lasciò sia me che la collega Camassa senza parole, tante volte mi rimprovero di non avere chiesto a Paolo chi lo avesse tradito”. <strong>E quel nome oggi in aula si è cercato di individuarlo, ma nessuno dei testi ha potuto essere d’aiuto. </strong></p>
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		<title>Lega &#8211; I segreti di Stato in mano a Belsito</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 17:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Belsito]]></category>
		<category><![CDATA[Bonet]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[Mafrici]]></category>
		<category><![CDATA[Vaticano]]></category>

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		<description><![CDATA[Documenti topo secret tra le carte sequestrate all'ex tesoriere della Lega che vuole scaricare l'avvocato calabrese Bruno Mafrici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/francesco-belsito-2.jpg" alt="" title="francesco-belsito (2)" width="140" height="130" class="alignnone size-full wp-image-10430" /></p>
<p><strong>&#8220;Dottore, dietro di me non ci sono pupari”</strong>. È sera tardi quando Francesco Belsito pronuncia queste parole, il suo interrogatorio negli uffici della Dia di Milano volge al termine. Ha davanti il pm della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, di fronte il terrore di finire invischiato in brutte storie di riciclaggio dei soldi della &#8216;ndrangheta calabrese. <strong>E suda freddo quando il magistrato insiste sui suoi rapporti con Romolo Girardelli,“l&#8217;ammiraglio”, l&#8217;unico che nell&#8217;inchiesta che ha coinvolto i faccendieri che ruotavano attorno alla Lega, è accusato anche di favorire gli interessi della &#8216;ndrangheta</strong>. Quando si sono conosciuti l&#8217;ex buttafuori ed ex galoppino di Alfredo Biondi e l&#8217;ammiraglio in odore? Pochi anni fa, risponde Belsito. &#8220;Girardelli è un intermediario immobiliare, mi rivolsi a lui per alcune operazioni&#8221;. In realtà i rapporti fra i due sono di più antica data e risalgono almeno al 2000-2001. A metterli in contatto è un personaggio noto negli ambienti della politica genovese, Armando Pleba. Belsito era ragioniere in alcune società dell&#8217;esponente politico. Pleba era un uomo potente, piazzato dalla Dc in una miriade di società semi-pubbliche. <strong>Ai giornali ha raccontato che Belsito gli fu presentato nel 1999 da un esponente di Forza Italia e che gli apparve &#8220;vestito come un accattone. Aveva un’impresa di pulizie, lo vestii e gli feci prendere qualche appalto&#8221;.</strong> Poi il rapporto tra i due da affettuoso, il &#8220;boiardo&#8221; democristiano lo avrebbe addirittura nominato erede universale, diventa conflittuale per una storia di società fallite e di soldi spariti.</p>
<p>Uomo dai mille passati, <strong>Belsito non ha saputo giustificare i file e i dossier su varie personalità</strong>, non solo della Lega, trovati nel suo studio e nei suoi computer. Fonti investigative parlano del ritrovamento di documenti coperti dal segreto di Stato. Mistero anche sulla società Aurora, con sede in Svizzera, che gli inquirenti sospettano essere il forziere di Belsito. E Belsito si chiama, ma Franco Domenico ed è calabrese di Sant&#8217;Onofrio, il gestore della società. È un nome di copertura di Francesco Belsito? Gli inquirenti sono convinti di sì. Perché anche Bruno Mafrici, l&#8217;avvocato calabrese trapiantato a Milano nel cui studio giravano i conti e gli affari di Belsito, dell&#8217;imprenditore veneto Bonet e di Girardelli, usava in alcuni affari il nome di Giovanni Mafrici. Per chiarire il tutto, presto gli investigatori calabresi andranno in Svizzera. <strong>Indagini anche in Vaticano per approfondire gli affari di Stefano Bonet con la Sanità della Santa Sede. </strong>Le attenzioni degli investigatori si concentrerebbero su una carta di credito in possesso dell&#8217;imprenditore, usata per pagare una corposa “mediazione” che porterebbe a un alto prelato. Bonet, che voleva accaparrarsi il business delle 123 mila strutture sanitarie della Santa Sede, parla spesso dei suoi rapporti con le “lobby vaticane”.</p>
<p>E anche lui confezionava dossier.<br />
Per difendersi dalle accuse &#8220;infamanti&#8221; sui suoi rapporti con Belsito e sui soldi della Lega apparsi in ampi servizi sul Secolo XIX, si giustifica. <strong>Bonet è in affanno</strong> , quelle notizie rischiano di compromettere il suo obiettivo, e si rivolge a &#8220;poteri forti&#8221;, così dice in una telefonata, che gli &#8220;consigliano di muoversi in modo trasparente e chiaro&#8221;.</p>
<p>A questo punto dell&#8217;inchiesta e dopo gli interrogatori, grande è l&#8217;agitazione dei protagonisti: Belsito vuole scaricare Bruno Mafrici, ma il legale calabrese non ci sta: <strong>&#8220;Fu lui a cercarmi e a propormi una serie di operazioni finanziarie&#8221;.</strong></p>
<p>(Di Enrico Fierro e Lucio Musolino pubblicato su Il Fatto Quotidiano 3 maggio 2012)</p>
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		<title>La lezione di mafia del Questore di Piacenza, Rino Germanà</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 20:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Rino Germanà]]></category>
		<category><![CDATA[Totò Riina]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[A Piacenza, Libera organizza un incontro con gli studenti sulla legalità. Uno degli ospiti è il questore della città, Rino Germanà che la mafia cercò di uccidere il 14 settembre 1992, l'anno delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Nel commando dell'agguato anche Matteo Messina Denaro,latitante dal 1993
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/germanà-1.jpg" alt="" title="germanà 1" width="136" height="112" class="alignnone size-full wp-image-10427" /></p>
<p><strong>Istituto Mattei di Fiorenzuola, provincia di Piacenza.</strong> Aula magna gremita. Occasione un incontro, promosso da Libera Piacenza, con testimoni importanti della lotta alla mafia, il poliziotto e la familiare di alcune delle tante vittime. Anche il poliziotto doveva essere una vittima di Cosa nostra in quel terribile 1992. Anche per lui quest’anno ricorre un ventennale, i 20 anni trascorsi da quando il 14 settembre del 1992 Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella tentarono in tutti i modi di ucciderlo. Si tratta dell’oggi questore di Piacenza, Rino Germanà. All’epoca dirigeva il commissariato di Polizia di Mazara del Vallo. C’era tornato da pochissimo tempo, quasi che una mano ignota aveva voluto fargli fare un passo indietro nella sua carriera. Era stato infatti già commissario a Mazara, poi aveva fatto il salto diventando dirigente della Squadra Mobile, da lì ulteriore passo in avanti, la Criminalpol, poi d’improvviso il ritorno da commissario a Mazara. Non doveva andare a Mazara Rino Germanà. Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, lo voleva con lui a Palermo, riprendendo quel lavoro a due mani che loro, si può dire, da sempre sapevano svolgere. <strong>Borsellino lo aveva detto che Germanà doveva seguirlo a Palermo, forse pensava già a chiedere al Viminale per lui il posto di dirigente della Squadra Mobile del capoluogo dell’isola.</strong> Il 4 luglio quando Paolo Borsellino andò a Marsala a fare quel saluto che da Procuratore (uscente) non aveva potuto fare perché travolto dalla strage di maggio, quella del 23 maggio, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, non fece mistero che rivoleva Germanà con lui. Non ebbe il tempo, 15 giorni dopo arrivò per lui l’autobomba di via d’Amelio. Ucciso Borsellino, Rino Germanà si ritrovò catapultato nel passato.Al processo per il suo tentato omicidio il pm Andrea Tarondo, che chiese e ottenne le condanne per mandanti ed esecutori di quell’agguato, non fece mistero di una sua convinzione e che cioè una “manina” aveva scritto quel trasferimento di Germanà a Mazara, quasi a portarlo a pochi metri dagli assassini più spietati di Cosa nostra. <strong>In quel 1992 Rino Germanà era finito nell’elenco delle persone che perché avevano dato fastidio alla mafia o potevano darne ancora, andavano eliminate, questo era l’ordine di Totò Riina.</strong> Oggi quello scenario si è fatto poco poco più chiaro: all’epoca di quell’agguato, Rino Germanà si stava occupando di indagini sul rapporto mafia e politica, andava fiutando ciò che succedeva attorno ad un potente politico, il ministro Calogero Mannino. Sentito dai pm di Palermo, Germanà ha detto che si sentì chiedere dal vice capo della Polizia, prefetto Luigi Rossi, del perchè di quelle indagini, poi si sentì chiamare addirittura dal ministro Mannino, incontro rifiutato. Passò poco tempo e trovò il trasferimento a Mazara ad attenderlo, e quindi niente più indagini su Mannino. Sul tavolo di Rino Germanà però c’era un altro faldone, quello delle indagini sul rapporto tra mafia e banche, Cosa nostra da una parte, la importante Banca Sicula dall’altra parte, la banca dei banchieri per eccellenza di Trapani, i D’Alì. Anche quella non era una inchiesta di poco conto. La cronaca di quell’agguato sul lungomare Tonnarella di Mazara è da film, ma non fu un film. Germanà era in auto e si accorse di essere seguito, dietro un’auto che gli chiedeva spazio per il sorpasso, con la coda dell’occhio vede la canna di un fucile puntare contro di lui, la frenata, i colpi che cominciano a sentirsi, lui che scende dall’auto e fugge tra i bagnanti, si getta in auto, mentre dall’auto che lo seguiva si continua a sparare, l’auto percorre per un paio di volte la strada costiera, poi il commando capisce che non ha più nulla da fare e scappa via. Pochissime ore dopo Rino Germanà e la sua famiglia non si troveranno più a Mazara, portati lontani dalla Sicilia, dove non tornerà più per moltissimi anni. Nel frattempo non troverà importanti scrivanie ad attenderlo, addirittura per un periodo sarà il dirigente del commissariato di Polizia presso l’aeroporto di Bologna. Lo Stato sa piangere i suoi morti, i funzionari e gli investigatori fedeli, bravi e sopravvissuti spesso finiscono con l’essere dimenticati ancora prima dei morti. Ci vorranno  anni perché Germanà torni in carriera, prima questore a Forlì, oggi a Piacenza.</p>
<p>Davanti agli studenti  del Mattei di Fiorenzuola esordisce dicendo che non ha di che raccontare a proposito della sua storia. Nessuno mugugna, era quello che gli studenti volevano sentirsi dire.</p>
<p>E con il solito, simpatico, dialetto siciliano, inizia a fare la “sua” lezione. <strong>“Sapete – domanda ai ragazzi – cosa ci differenzia dai mafiosi? E sapete cosa unisce me, poliziotto, e voi studenti, contro la mafia?”. Non si sente parlare nessuno, non è imbarazzo, c’è semmai la voglia di sapere quale sono le risposte. E Germanà la fornisce subito la risposta, perché alle due domande è la stessa: “E’ il sorriso!”.</strong> Una consapevole risata rompe il ghiaccio. E il questore di Piacenza spiega: “Noi sorridiamo, i mafiosi no, noi siamo uniti dal sapere sorridere”. E continua: “E sapete cosa testimonia un sorriso?”. “Il sorriso è la prova che noi abbiamo dei sentimenti, i mafiosi non hanno il sorriso e non hanno i sentimenti”. Ma è solo il sorriso che ci differenzia dai mafiosi, continua a chiedere Germanà: “Noi abbiamo il desiderio di vivere, la mafia no, la mafia parla solo di morte, noi abbiamo il desiderio della conoscenza, la mafia è contro la conoscenza dei fatti, e la conoscenza è importante, perché se conosciamo siamo liberi, la conoscenza libera e ci…libera”.</p>
<p>La lezione di Rino Germanà va avanti in questa maniera, c’è il richiamo allo Stato che non è fatto di poltrone e potere ma “è fatto dai cittadini”, c’è il richiamo a quel dato che distingue i cittadini onesti dalla mafia, “la mafia pensa solo a provocare sofferenze, i cittadini che conoscono bene i diritti e i doveri sanno che è contro la sofferenza che bisogna impegnarsi”.</p>
<p>Con Rino Germanà c’è anche Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985: “C’è la mafia e ci sono i cittadini onesti – dice – non possono esistere tre fasce sociali, i mafiosi, gli antimafiosi e i cittadini che non si schierano né per una parte né per l’altra, l’antimafia non può essere una parte, è l’altra parte che si contrappone ai mafiosi insieme ai cittadini che vogliono essere liberi, non può esserci qualcuno che può dire di non essere né mafioso né antimafioso, chi dice una cosa di questo genere  rende un favore alle mafie. Per essere contro la mafia basta solo una cosa, non bisogna essere – prosegue Margherita – per forza eroi o donne e uomini coraggiosi, basta sapere dire anche no”. Il pericolo di questi giorni Margherita Asta lo individua con precisione: “Sono la mafia e la corruzione, la politica oggi ha il dovere di portare in Parlamento proposte di legge utili a contrastare questo sistema criminale, Libera ha raccolto 1 milione di firme per avere più norme severe contro la corruzione e per vedere confiscati i beni a chi è corrotto”.</p>
<p>Applaudono alla fine gli studenti del Mattei. Un paio di ore di una lezione importante. Qui a loro c’è chi racconta che le mafie non ci sono, non esistono, la stessa cosa accadeva a Trapani in quel 1985 mentre la mafia ammazzava. Qui, in Emilia Romagna la mafia non uccide, ci prova però a farlo, qui le mafie ci sono da tempo e le si trovano dentro le imprese, l’economia, ma c’è chi nega l’evidenza. C’è anche chi come Giovanni Tizian, giornalista di frontiera, ha raccontato di mafie e ndragheta, e si è trovato presto presto nel mirino dei sicari, gli stessi che tempo addietro gli hanno ucciso il padre in Calabria. Tizian oggi giovanissimo vive sotto scorta, e, al solito, quando scoppiano storie come la sua, tutti si ricordano, per dimenticarsene molto presto dei cronisti di periferia, quelli che più di altri giornalisti sono a pochi passi dai boss e ne raccontano le gesta di morte. Come accade in Sicilia, in ognuna delle nove province siciliane ci sono storie di cronisti da raccontarsi come quella di Tizian, e storie di studenti, come quelli di Fiorenzuola, ai quali c’è sempre pronto qualcuno che racconta loro che le mafie non ci sono. E invece non è così. A Trapani comanda quel gran pezzo di assassino che si chiama <strong>Matteo Messina Denaro</strong> uno che il cuore non l’ha nemmeno ammorbidito in nome della figlia che oggi frequenta un liceo di Castelvetrano e che non ha mai conosciuto il padre e che soprattutto non deve conoscere delle gesta criminali.Del genitore che quel giorno di 20 anni addietro a Mazara voleva uccidere un poliziotto che aveva fatto solo il suo dovere e che l’anno appresso si mosse in giro per l’Italia a piazzare bombe, a Roma, Milano e Firenze, per costringere lo Stato alla trattativa. Matteo Messina Denaro è questo e ancora peggio di tutto questo.<strong> R</strong><strong>ino Germanà e Margherita Asta</strong> restano invece testimoni di storie amare, ma rappresentano loro, assieme ad altri, la storia bella di questa nostra Sicilia e di questa nostra Italia. Vent’anni dopo dalle stragi dovremmo ricominciare proprio da loro due, con loro due e con tutti quelli che sono come Rino e Margherita</p>
<p>(pubblicato su www.antimafiaduemila.it e www.liberainformazione.org)</p>
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		<title>Sulla mafia un Grillo (stra)parlante</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 07:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<category><![CDATA[Pizzo]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittime]]></category>

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		<description><![CDATA[Le parole di Beppe Grillo sulla mafia che, secondo lui sarebbe meglio dello Stato perchè non ha interesse a far morire le sue vittime da cui pretende il pizzo, hanno scatenato polemiche aspre da parte di quasi tutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/05/grillo.jpg" alt="" title="grillo" width="284" height="178" class="alignnone size-full wp-image-10423" /></p>
<p>(Di Luca Rinaldi)<br />
<strong>Mister Grillo, questa volta l&#8217;ha fatta fuori dal vaso.</strong> Le darò del Lei, perchè ai politici i giornalisti danno del Lei. Almeno io do del Lei, perché altrimenti loro fraintendono e se dai del &#8216;tu&#8217; pensano di averti dalla loro parte.<br />
Ma io sono un signor nessuno, e magari rientro in quella categoria che Lei, nei suoi quotidiani insulti potrebbe aver definito &#8220;cane al guinzaglio&#8221; o &#8220;corrotto&#8221;. Io però scrivo, e scrivo di quello che so, quello di cui non so niente lo lascio volentieri scrivere ad altri.<br />
<strong>Non credo, o meglio non so,  se Lei nel corso delle sue attività professionali si sia mai seriamente occupato di mafia. Si, ogni tanto sul suo blog ha dato spazio a chi ne parlava, ma dubito che si sia mai fermato attentamente a guardarsi uno di quei video.</strong><br />
Odio la retorica. Quindi non starò a lanciarmi in filippiche dove si citano slogan da stadio che nel tempo perdono di significato e trasformano, in alcuni frangenti, pezzi di antimafia in circo. E non starò nemmeno qui a citare l&#8217;antipolitica, il populismo e il qualunquismo.<br />
<strong>Fatto sta che le parole sono importanti, soprattutto se pronunciate in certi luoghi e in certi tempi. La sua uscita di ieri a Palermo a due settimane dalle elezioni amministrative e a trent&#8217;anni dall&#8217;omicidio di Pio La Torre sono state imbarazzanti</strong>. Ritenendola un uomo intelligente (e in parte condividendo certe idee e conoscendo alcuni suoi militanti) sono andato e leggere un po&#8217; quel che ha detto.<br />
Pensavo stesse recitando un personaggio di Sciascia, o che stesse imitando Marcello Dell&#8217;Utri. Invece lei è proprio convinto di quel che ha detto. Tronfio, con la cadenza retorica che la caratterizza, dice «La mafia non ha mai strangolato i suoi clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un&#8217;altra mafia che strangola la sua vittima». L&#8217;altra mafia sarebbero i partiti e lo Stato<br />
Lei oggi ha grande potere sulle persone. E come Lei ama dire &#8220;da grandi poteri derivano grandi responsabilità&#8221;. E&#8217; inutile che io stia qui a fargli l&#8217;elenco di chi è stato stato strozzato sia fisicamente sia economicamente, sia metaforicamente dalle mafie. Nella mia pur breve e magari &#8220;da cane&#8221; carriera giornalistica ne ho incontrati tanti, troppi.<br />
<strong>Inoltre come Lei sicuramente saprà, visto che parla di tutto e fa quello che sa tutto, saprà anche che la mafia strangola chi quel pizzo non lo paga. Mi aspettavo, da una persona come Lei delle scuse. Invece mi ritrovo questo post acrobatico, in cui scrive</strong><br />
<em>< <La mafia ha tutto l'interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e anche morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato si spostano nel successivo. Questo è il senso delle mie parole di ieri a Palermo. Honi soit qui mal y pense>>.</em><br />
Scemo io a non pensarci, signor Grillo, come ci hanno insegnato i nostri politici, quindi ormai anche Lei, perchè la storiella che la sua candidatura non arriverà mai fa ridere (Lei dall&#8217;esterno si definirebbe il &#8216;burattinaio&#8217; del movimento), l&#8217;abbiamo fraintesa. L&#8217;ho fraintesa anche io! Che occupandomi anche di mafia ne ho sentito raccontare i metodi da diretti protagonisti, che, le posso assicurare, con le sue parole non possono che essere in disaccordo. Lei probabilmente la mafia sotto casa non l&#8217;ha mai avuta. Anche se vivendo a Genova, mi sembra molto molto strano.<br />
Ma, come dicono i suoi seguaci più strenui, alla fine il problema non sono le sue parole, ma noi giornalisti &#8220;servi&#8221;, &#8220;cani&#8221; e &#8220;corrotti&#8221; dei banchieri e del potere che la fraintendiamo.<strong> Io non la chiamo &#8216;mafioso&#8217;, come qualcuno ha fatto, la chiamo irresponsabile.</strong> Perchè su certe cose le battute, se battuta anche voleva essere, non si fanno, perchè, come sa, c&#8217;è gente che andrebbe pure sotto i treni per difenderLa, e non vorremmo mai che cominciassero veramente a predicare che la mafia è meglio dello Stato, alimentando così quel consenso che la criminalità organizzata già non fatica a trovare.<br />
<strong>Avesse pronunciato quelle parole qualcun altro oggi ci sarebbe un altro post sul suo blog, ne sono certo</strong>&#8230; Spiace, come si diceva, per alcuni militanti del Movimento 5 Stelle, ragazzi preparati, competenti e in alcuni luoghi d&#8217;Italia in prima linea contro le mafie, che non dovrebbero fare i conti con una figura come Lei.</p>
<p>(pubblicato su www.linkiesta.it )</p>
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		<title>Pio La Torre 30 aprile 1982</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 00:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[art.416 bis]]></category>
		<category><![CDATA[associazione mafiosa]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Alberto Dalal Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Pio La Torre]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 30 aprile del 1982 veniva ucciso, insieme a Rosario Di Salvo, l'onorevole Pio La Torre, segretario regionale del PCI in Sicilia. Un uomo che ha combattuto la mafia e i poteri forti. Uomo attento e di grande genialità politica e umana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/pio-la-torre.jpg" alt="" title="pio la torre" width="247" height="204" class="alignnone size-full wp-image-10417" /></p>
<p><strong>Ore 9,30 del 30 aprile 1982 . Vengono assassinati l’on.le Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e il suo autista, e compagno di lotte, Rosario Di Salvo. </strong>30 anni fa viene ucciso anche il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,il 3 settembre e il 13 settembre, sempre di quello stesso anno, diventa legge la proposta 1581 del 31 marzo 1980 per l’introduzione del reato di associazione mafiosa e il sequestro dei beni.La Legge Rognoni –La Torre immette nel Codice penale italiano l&#8217;articolo 416-bis una norma penale rivoluzionaria che trova applicazione anche nei confronti della camorra e di tutte  le altre associazioni,comunque localmente denominate, che perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso.  L’art. 1 dispone che «l&#8217;associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà  che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali». Inoltre«Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l&#8217;impiego».<br />
Un anno, 1982, che ha molto da dire sulle mafia e sul contrasto al crimine organizzato e che oggi torna alla ribalta sia per la ricorrenza sia perchè in questi giorni è uscito un libro dal titolo <strong>“Chi ha ucciso Pio La Torre” </strong>( di Mondani e Sorrentino ed. RX Castelvecchi) ma anche per l’inaugurazione, il 12 aprile scorso, dell’archivio digitale su Pio La Torre,<strong> un progetto promosso dalle Presidenze della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, della Commissione parlamentare d&#8217;inchiesta sul fenomeno della mafia e della Fondazione della Camera dei deputati, su iniziativa del Centro di studi ed iniziative culturali &#8220;Pio La Torre&#8221; di Palermo (archiviopiolatorre.camera.it)</strong><br />
Un lavoro certosino che ci permette di leggere i suoi scritti, i suoi interventi e soprattutto ci permette di leggere gli atti del processo e trovare, accanto ai nomi dei mafiosi, anche quelli di personaggi come Fioravanti,Cavallini, Izzo.<br />
E allora ci rimane più chiaro quello che Mondani e Sorrentino dicono nel loro libro. <strong>Un omicidio di mafia, semplicemente, o un delitto politico? </strong>Il libro ricostruisce quegli anni, dall’omicidio Moro a Piersanti Mattarella e Pio La Torre e la sua scelta di tornare in Sicilia dopo tanti anni. Le sue paure, i suoi appunti e quella frase detta a Emanuele Macaluso “Ora tocca a noi”. Gladio, la base aerea di Comiso, il Mediterraneo e i fermenti di quegli anni. Quante cose Pio La Torre ha visto, guardato sin nell’intimo, raccontato. Un uomo contro tempo che già nel 1980, in Parlamento, spiegava l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con il ritrovato interesse degli americani per la mafia siciliana.Nel 1976 la sua relazione di minoranza in commissione parlamentare antimafia sarà il primo, vero e grande,atto d’accusa contro la DC dei Lima, Gava,Andreotti.</p>
<p>Un uomo con una visione anticipatrice delle cose, come dice anche <em>Laura Garavini,</em> parlamentare del PD, che oggi siede in commissione antimafia <strong>“ Pio La Torre e&#8217; uno straordinario esempio di buona politica da tenere a mente  e da cui trarre insegnamento. </strong>Un uomo che ha sempre avuto chiari i bisogni dei piu&#8217; deboli. Un uomo che ha saputo unire forze politiche conflittuali, pur di difendere la propria terra. Un uomo che non ha esitato a mettere da parte la propria carriera e la sua stessa incolumita&#8217; pur di  battersi  per il bene comune. Buono, vicino a chi veniva sfruttato, e coraggioso, pronto a mettersi di traverso anche contro i poteri forti.<strong> Pio La Torre e&#8217; il migliore esempio di quella buona politica di cui oggi sentiamo tanto il bisogno. </strong>Un esempio di cui fare tesoro e da seguire. E a distanza di trent&#8217;anni l&#8217;intuizione di Pio La Torre , di colpire i patrimoni dei mafiosi, mantiene ancora intatta tutta la sua genialita&#8217;”</p>
<p>Nel libro di Mondani e Sorrentino la prefazione è fatta da Andrea Camilleri che racconta il “suo” Pio La Torre e la frase finale racchiude il senso di perdita che avvertiamo ancora dopo 30 anni da quell’aprile del 1982 <em>“La Torre è stato per me una rivelazione, io non l’avevo capito quell’uomo.L’ho stimato, l’ho apprezzato ma non l’avevo capito. E’stata un’occasione persa. Da mangiarsi le dita”.</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Mafia: “Siamo stati ad un passo da prendere Matteo Messina Denaro”.</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 04:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[catturandi]]></category>
		<category><![CDATA[latitante]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Mesina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[omicidi]]></category>
		<category><![CDATA[squadra mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuseppe Linares, ex capo della Squadra Mobile di Trapani, testimonia a Marsala ad un processo contro Matteo Messina Denaro e i suoi complici, i suoi picciotti. Tra le tante dichiarazioni anche quella che il latitante poteva essere preso già nel 2010.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/mdm1.jpg" alt="" title="mdm1" width="223" height="226" class="alignnone size-full wp-image-10414" /></p>
<p><strong>Tribunale di Marsala, udienza del 27 aprile contro Matteo Messina Denaro più altri.</strong> Lui è il capo mafia appena 50 enne, boss indiscusso di Castelvetrano e della cupola provinciale di Trapani, latitante da 19 anni, dal giugno del 1993; gli altri sono i suoi complici, i più stretti “picciotti”, quelli maggiormente fidati, poi ci sono i “postini”, i favoreggiatori, quelli della manovalanza, ma anche l’alter ego, il cognato Vincenzo Panicola. Aula strapiena, ma non è pubblico normale, sono i parenti degli imputati, Giuseppe Linares li sfiora entrando in aula. Linares è l’ex capo della Squadra Mobile di Trapani, quello che più di altri ha guidato la “caccia” al super boss. O meglio quando si era messo in carreggiata per fargli terra bruciata attorno, è stato promosso e portato ad altro incarico. Prima di allora aveva inanellato un successo dietro l’altro, dalla metà degli anni ’90 in poi inseguendo la corruzione di politici e burocrati, gli imprenditori a disposizione della mafia, gli appalti pilotati, il voto di scambio, era riuscito ad arrivare ai nascondigli di tutti i latitanti, mancava, e manca, l’ultimo, Matteo Messina Denaro per l’appunto.<strong> Per la sua cattura il Viminale ha messo su un pool, ne fanno parte le Squadre Mobili di Palermo e Trapani e lo Sco. Linares da capo della Mobile di Trapani ne era parte e con i suoi “cacciatori” della catturandi</strong>, quelli che da tempo pur facendo i conti con i soldi che mancano per pagare missioni e benzina, hanno dato il contributo indispensabile per i successi nell’arresto di pericolosi boss, aveva trasferito il “metodo” sino a quel momento applicato, per arrivare anche a Matteo Messina Denaro, ma il metodo d’improvviso si è fermato.</p>
<p><strong>Oggi il poliziotto-“cacciatore” non “caccia” più la preda-superboss.</strong> La ricerca del capo mafia Matteo Messina Denaro non è più cosa dell’ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares. Ieri a Marsala i pm Guido e Sabella gli hanno chiesto cosa è stato del suo “metodo”: “Non so, sono stato promosso da vice questore a primo dirigente e portato ad altro incarico, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani”. E’ quindi, per questo, fuori dal gruppo di investigatori che cercano di catturare Matteo Messina Denaro il sanguinario assassino che è a capo di una holding di imprese e società a sua disposizione, protetto da una cerchia di “complici” in doppio petto e valigetta 24 ore. Nel pool oggi ci sono i suoi “eredi”, c’è ancora il “cuore” pulsante della catturandi e il neo capo della Mobile, Giovanni Leuci. Per un paio di mesi sulla spinta degli investigatori palermitani la ricerca di Matteo Messina Denaro si è concentrata direttamente sull’obiettivo, adesso il pool è tornato al passato, è tornato il metodo del fare terra bruciata attorno, individuando quelli che sono oggi i suoi nuovi favoreggiatori. Perché la peculiarità di Matteo Messina Denaro resta quella di essere circondato da una serie di personaggi, soprattutto insospettabili, che lo vedono come uno invincibile, viene adorato più che rispettato secondo il codice d’onore, e quindi trova sempre nuovi aiuti.</p>
<p>Per circa quattro ore e mezza l’ex capo della Mobile di Trapani ha parlato di chi è Matteo Messina Denaro e ha ripercorso le tappe dell’indagine che hanno portato nel marzo del 2010 ad una maxi retata nel Belice e quindi all’odierno dibattimento. Linares ha parlato della cosidetta “area grigia”, quella creata proprio da Matteo Messina Denaro “che ha fatto una sua Cosa nostra dentro Cosa nostra”. T<strong>ante luci nel racconto dell’investigatore, come “l’avere scoperto il sistema postale “privato” del latitante, la circolazione dei “pizzini”, i riferimenti strategici di Matteo Messina Denaro erano “i cognati Filippo Guttadauro – fratello di Giuseppe il medico capo mafia di Brancaccio e amico di Cuffaro – e Vincenzo Panicola, e in ultimo il fratello, Salvatore Messina Denaro”</strong>. Ma il racconto di Linares si è soffermato anche su alcune ombre non chiarite del tutto e che sembrano proporre scenari già visti. Nel 2006 in piene indagini che facevano terra bruciata attorno a Messina Denaro, nel covo dove si nascondeva Bernardo Provenzano vengono trovati dei “pizzini” di Alessio, l’alias usato dal latitante trapanese, in questi a proposito di appalti da farsi e di mediazioni con la politica si fa riferimento ad un certo “Vac”. Pochi giorni di indagine e si individua il soggetto, Tonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano. Clamorosa la scoperta: “Era in contatto con uomini del Sisde dal 2003 al 2007 Vaccarino era stato usato dal Sisde come infiltrato senza che la Dda di Palermo sapesse nulla”. L’idea era stata del generale Mori e del suo braccio destro De Donno. Infiltrato che non portò mai da nessuna parte.</p>
<p>Ma la testimonianza di Linares ha offerto anche altro.<strong> “Siamo stati ad un passo – ha risposto Linares – dalla cattura di Matteo Messina Denaro”. </strong>Forse già nel 2010 Matteo Messina Denaro poteva essere arrestato ma i vertici della Procura di Palermo e della Polizia nel marzo del 2010 decisero di fare scattare i fermi dei personaggi oggi sotto processo; se ai poliziotti di Trapani fosse stato concesso altro tempo, la cattura poteva esserci seguendo quei pizzini che a Matteo dovevano essere inviati, così era concordato, a partire dal successivo mese di maggio.</p>
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		<title>Karim e gli altri tunisini scomparsi sulla rotta di Lampedusa</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
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		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[respingimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una donna lotta per sapere che fine hanno fatto decine di suoi connazionali, molti dei quali sbarcati sicuramente in Italia. "Le famiglie di questi ragazzi sono disperate – ci dice – e hanno il diritto di sapere.  Non è possibile che in un Paese civile come l'Italia si possa sparire così". L'Arci ha presentato una denuncia contro ignoti per la sparizione di 270 persone
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-10410" title="sbarchi_interno-nuova.jpg" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/sbarchi_interno-nuova.jpg-300x95.jpg" alt="" width="300" height="95" /></p>
<p>“Ho il diritto di sapere che fine ha fatto mio figlio. Ditemi se è vivo, dove si trova, come posso aiutarlo. E se è morto non abbiate pietà di me: ditemi tutta la verità, anche la più terribile per un padre. Almeno io e sua madre potremo piangere e non farci distruggere dalla speranza”. L’uomo che ci racconta la sua odissea del dolore ci pianta in asso nel mezzo di Piazza della Repubblica a Roma e si allontana per nascondere le lacrime che gli rompono la voce. Suo figlio è un desaparecido del mare, uno dei 1822 disperati morti tra le onde del Canale di Sicilia nel solo 2011, anno delle primavere arabe e della grande fuga verso l’Europa. Abbiamo visto le foto di suo figlio<strong>Karim Mbarki</strong>, una è un fotogramma tratto dal Tg5 e fissa il ragazzo seduto sul bordo di un gozzo tunisino di pochi metri dove sono stipati un centinaio di migranti. “È lui, questo è Karim”.</p>
<p>La barca sta attraccando a un molo, forse quello di Lampedusa, il ragazzo ha gli occhi spalancati su quel pezzo d’Europa. Accanto a lui altri quattordici ragazzi di Tunisi, tutti del quartiere El Kabaria. Quella è l’ultima immagine, da allora, 29 marzo 2011, di Karim non si hanno più notizie. “Mi hanno detto – ci racconta il padre – che dopo lo sbarco lo portarono nel centro di Manduria, sulla terraferma, in Puglia, da allora solo silenzio”.</p>
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<p><strong>Nackchi Amhed</strong> il 14 marzo 2011 decise di lasciare la Tunisia e di tentare la fortuna in Italia. Andò a Sfax, uno dei porti da dove partono le barche dei migranti. “Con me c’era anche mio fratello, sulla mia barca eravamo già in 47 e non c’era posto per lui. Implorai lo scafista di farlo salire su un’altra imbarcazione. In mare, di notte, la vedevo la sua barca, era davanti a me. Quando arrivammo a scorgere le prime luci di Lampedusa, i militari italiani ci dissero di dirigerci verso il porto. Ma la barca di mio fratello si fermò, cambiò direzione e puntò verso Mazara del Vallo. Erano le 11 di sera del 15 marzo 2011 e quel maledetto scafista decise di fare altre ore di mare per non farsi prendere dai poliziotti italiani. Era ricercato. Vedevo la barca di mio fratello allontanarsi, ero disperato, sapevo che da quel momento sarebbe stato solo. Non potevo più aiutarlo. È stata l’ultima volta che l’ho visto, solo dopo ho saputo che dalla barca chiamò nostra sorella col cellulare. Poi basta: quelle sono le ultime notizie che abbiamo di lui”.Nackchi ci mostra le foto di suo fratello-fantasma. Il volto è quello di un ragazzo di 25 anni, allegro, pieno di una vita che voleva rendere migliore.</p>
<p><strong>LA FAMIGLIA</strong> di <strong>Ahmedben Hassine</strong>, 25 anni, si è sempre opposta al regime del dittatore<strong> Ben Alì</strong>e della sua voracissima tribù di familiari, notabili e cortigiani. Hassine, ingegnere tessile, fin dai tempi dell’università è un attivista politico. Viene arrestato e torturato dai miliziani di Ben Alì. “Gli hanno distrutto la vita”, racconta il fratello. “Per questo anche noi familiari lo convincemmo a fuggire e a tentare di arrivare in Europa”. Il 9 novembre 2010 il giovane ingegnere tessile, insieme con altri cinque attivisti dell’opposizione della zona di Biserta, si imbarca su un fuoribordo di sei metri, il 13 arrivano sulla costa di Lampedusa, qui vengono identificati e poi trasferiti a Porto Empedocle. “Una nostra amica italiana – continua il fratello – è andata a cercarlo, la polizia italiana non le ha dato notizie. In compenso l’hanno fermata e identificata. Io sono stato arrestato dalla polizia tunisina. Sono certo che mio fratello è vivo, ma nessuna autorità è in grado di darci notizie precise. Le ultime cose che sappiamo di lui sono di mesi fa, quando ci hanno detto che era stato portato nel carcere di Caltanissetta. Da allora è il buio più completo”.</p>
<p>Storie di disperazione che <strong>Rebeh Kraiem</strong>, tunisina di Kerouan immigrata in Italia, ha messo insieme in un dossier e che sono al centro della sua battaglia. “Le famiglie di questi ragazzi sono disperate – ci dice – e hanno il diritto di sapere. Lo scorso 19 aprile nel quartiere di El Kabaria una mamma si è data fuoco per protesta perché da mesi chiede notizie sulla sorte del figlio partito su una barca per Lampedusa”. Rebeh ha raccolto foto e storie dei desaparecido, dopo mesi di sit-in sotto l’ambasciata tunisina e i consolati di Palermo e Roma ha avuto le impronte digitali degli scomparsi. “Tutti quelli che erano su una barca con 47 persone e su un’altra che ne portava 67. Vogliamo che le autorità italiane si sveglino e ci diano risposte perché non è possibile che in un Paese civile come l’Italia si possa sparire così”. Quando chiediamo a Rebeh se l’ambasciata tunisina la sta aiutando, ci risponde con una smorfia: “Ci hanno respinto. Le vostre facce non ci piacciono, questo ci hanno detto”.</p>
<p><strong>I FAMILIARI</strong> dei desaparecido non sono soli, ieri l’Arci ha presentato una denuncia contro ignoti per la scomparsa di 270 migranti, sottolineando la mancanza di risposte delle autorità tunisine e di quelle italiane. Intanto Rebeh srotola il suo striscione di protesta in Piazza della Repubblica. A terra espone le foto degli scomparsi. Ahmed, Karim, Abel… spariti nel mare di un’Europa indifferente</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 27 aprile 2012)</p>
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		<title>L’arte della mimetizzazione delle discariche abusive a Nord Est</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 14:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità Europea]]></category>
		<category><![CDATA[discariche]]></category>
		<category><![CDATA[Nord Est]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti nocivi]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Stabilimenti balneari, porti turistici, parchi giochi, aree naturalistiche utilizzati per occultare rifiuti tossici nocivi.L’emergenza delle discariche abusive costituisce uno dei principali problemi da risolvere per l’Italia. Lo testimoniano i numerosi procedimenti di infrazione avviati dalle autorità comunitarie
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-10400" title="2012_04_27discariche" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/2012_04_27discariche-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p><strong>(di Greenaction Transonational)</strong></p>
<p><strong>L’emergenza delle discariche abusive costituisce uno dei principali problemi da risolvere per l’Italia</strong>. Lo testimoniano i numerosi procedimenti di infrazione avviati dalle autorità comunitarie. Migliaia le discariche sotto inchiesta. Inesistenti le bonifiche e disapplicate le sentenze di condanna della Corte di Giustizia Europea. Un quadro sconfortante di un Paese allo sfascio.</p>
<p><strong>Un Paese in cui la gente muore di inquinamento</strong> perché le autorità, coprendosi spesso l’una con l’altra, non permettono di risolvere la drammatica emergenza sanitaria derivante dall’inquinamento. La mancata applicazione della legislazione comunitaria porta poi a sanzioni pesantissime che ricadono sui cittadini in forma di tasse. Un inquinamento che produce debito pubblico. L’Italia, grazie al suo malgoverno, paga ogni anno miliardi di Euro di interessi passivi per questo inquinamento istituzionalizzato. Un deficit che si accresce ed è sempre più insostenibile.</p>
<p>Ecco così che per uscire da questa situazione di vera emergenza si utilizzano metodi  sbrigativi. Che producono ulteriore illegalità, danni ambientali, e sanzioni. Così è stata gestita l’emergenza campana, facendo semplicemente sparire nelle altre regioni italiane i rifiuti frutto della gestione delle eco-mafie, con procedure di controllo ridotte ai minimi termini o addirittura inesistenti. Così vengono presentate nuove leggi per l’uso dei rifiuti come combustibile oppure per la produzione di cemento per l’edilizia.</p>
<p>E per quanto riguarda le discariche, visto che non si vogliono bonificare, ci si costruisce sopra.</p>
<p>Trieste, dove questo sistema di occultamento dei rifiuti è ampiamente sperimentato da decenni di discariche di Stato (si veda l’articolo <a href="http://www.greenaction-transnational.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=136:d-come-discariche&amp;catid=36:campagna-inquinamento&amp;Itemid=41">“D Come Discariche”</a>) , è certamente all’avanguardia in queste metodologie “creative”. Qui grazie ad una sinergia tra tutte le istituzioni si è arrivati a creare quel “sistema perfetto” che garantisce copertura quasi assoluta a quelle che in altre parti del Paese vengono definite “ecomafie”.</p>
<p>Le varianti maggiormente utilizzate sono quelle che prevedono il riutilizzo ad usi civili di discariche esistenti, ma più di qualche volta le discariche fanno già parte del progetto originario; si tratta in questi casi di vere operazioni di occultamento di rifiuti tossico nocivi.</p>
<p>Nella prima tipologia <strong>si trovano le grandi discariche realizzate nelle vallate dei Torrenti Rosandra e Ospo e trasformate poi in zona industriale con l’insediamento di centinaia di attività industriali a loro volta inquinanti</strong> (si veda ad esempio l’oleodotto transalpino con le sue pipeline e i suoi depositi), ed alcune delle grandi discariche a mare realizzate nel porto internazionale di Trieste (terrapieno di Barcola, discarica via Errera, discarica ex Esso, ex raffineria Aquila), nella seconda si trovano le discariche inserite in progetti di sviluppo turistico, di rinaturalizzazione, di viticoltura (sul Carso).</p>
<p>Una parte delle discariche sul Carso rientrano tra quelle a “perdere”, ovvero realizzate solo in funzione di discarica senza altre possibilità di utilizzo se non di ulteriore ampliamento delle discariche stesse (ad esempio molte grotte e doline).</p>
<p>Ma come si riesce, nel 2012 con la ristrettiva legislazione comunitaria, a far passare una discarica per un progetto di “sviluppo eco sostenibile” magari pure finanziabile con fondi comunitari? Semplice, basta dichiarare che l’area sulla quale si vuole intervenire deve essere recuperata perché precedentemente degradata. Il progetto di recupero poi consiste nell’utilizzare l’area in questione come discarica di materiali inerti, che secondo l’interpretazione italiana delle direttive comunitarie non sarebbero rifiuto, con procedure di controllo ridotte al minimo (visto che il materiale di riporto non è considerato rifiuto i test di cessione sono semplificati: quindi non si analizzano gli inquinanti perché non devono esserci), e alla fine  si stende uno strato di terra agricola sopra quella che in realtà è una discarica e ci si impiantano alberi e vegetazione a crescita rapida. Preferibilmente bisogna bypassare la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), per evitare opposizioni che potrebbero far saltare l’affare, dichiarandone la non necessità trattandosi appunto di un intervento ad impatto nullo ed anzi positivo. E il gioco è fatto.</p>
<p><strong>Utilizzando questo metodo il Comune di Trieste vorrebbe realizzare ad esempio una grande discarica in una cava dismessa (l’ex cava Faccanoni) per una capacità di almeno 1.500.000 metri cubi di materiale di riporto,</strong> ovvero rifiuto (si veda l’articolo: <a href="http://www.greenaction-transnational.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=192:una-discarica-sul-carso-per-i-rigassificatori-nel-golfo-di-trieste&amp;catid=36:campagna-inquinamento&amp;Itemid=41">“Una discarica sul Carso per i rigassificatori nel Golfo di Trieste?”</a>). La particolarità di questo intervento poi è che servirebbe ad occultare una massa di oltre 500.000 metri cubi di rifiuti scaricati precedentemente nella discarica sempre in base al solito intervento di ripristino ambientale. Rifiuti di cui non si conosce né la provenienza, né la qualità.</p>
<p>Mentre, un ripristino ambientale dietro l’altro, la discarica “mascherata” dovrebbe elevarsi per circa 150 metri in altezza fino a raggiungere il ciglione del Carso sovrastante. Una montagna di rifiuti tossico nocivi all’ingresso della città, nel migliore stile delle “eco mafie” calabresi che da questi parti sono più comuni di quelle campane. Il tutto con la certificazione ufficiale del Comune di Trieste e di tutte le amministrazioni locali (a partire dalla Provincia che qualche competenza sui rifiuti la avrebbe, se la volesse esercitare).</p>
<p>Amministrazioni locali che sono unite in un vero e proprio “patto di ferro” sulla gestione fuorilegge dei rifiuti. Non possibile peraltro senza la copertura dell’autorità giudiziaria garante dell’immobilismo di Stato. Non c’è da stupirsi quindi se da queste parti chi denuncia questo pericoloso sistema dalle caratteristiche prettamente massomafiose oltre che ricevere intimidazioni, minacce di morte, censure mediatiche, si ritrovi anche sotto processo, su richiesta della stessa autorità giudiziaria, per avere denunciato le discariche.</p>
<p>E’ capitato ad esempio nel caso clamoroso di una discarica di rifiuti tossico nocivi nascosta sotto una collinetta artificiale adibita a parco con area giochi per bambini all’interno del Marina turistico di Porto San Rocco a Muggia. La Procura della Repubblica di Trieste aveva ottenuto il rinvio a giudizio dell’ambientalista (Giurastante) che ne aveva denunciato pubblicamente l’esistenza e la pericolosità, accusandolo di avere offeso per questo gli inquinatori. Nessun provvedimento invece da parte dell’autorità giudiziaria nei confronti della discarica e di chi la aveva realizzata. Che così dopo dieci anni è tutt’ora lì intonsa con il suo carico letale, nella speranza che tutti se ne dimentichino.</p>
<p>Ma non è così. Le denunce degli ambientalisti di Greenaction Transnational, processati in Italia per essersi opposti al “sistema delle discariche”, sono nel frattempo arrivate in Europa. Portando all’apertura di numerosi procedimenti di infrazione contro l’Italia. E proprio la discarica-parco giochi è stata inserita nella sentenza di condanna della Corte di Giustizia Europea nella causa C-135/05 contro l’Italia. Da cui scatta ovviamente l’obbligo di bonifica tutt’ora disatteso.</p>
<p>Verrebbe quindi da sorridere (se la situazione non fosse drammatica) di fronte alle evoluzioni acrobatiche delle istituzioni italiane alla ricerca della fuga dalla legalità europea,  ben rappresentate anche dal recente arrivo a Trieste (18 marzo) della apposita Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti qui riunitasi allo scopo di accertare la situazione del Sito Inquinato di Trieste.</p>
<p>Al solito, per relazionare ai parlamentari sullo stato dell’inquinamento del territorio, alle audizioni sono stati invitati i rappresentanti delle istituzioni locali e della magistratura. In pratica, la Commissione Parlamentare che avrebbe i poteri per svolgere autonomamente una seria inchiesta sul disastro ambientale di Trieste, si rivolge a coloro che di questo disastro sono corresponsabili: il solito “sistema” italiano per coprire le responsabilità di uno Stato criminale.</p>
<p><strong>Dalla precedente “ispezione” (2000) della Commissione Parlamentare sulle ecomafie sono passati 12 anni.</strong> Loro in dodici anni non hanno prodotto nessun risultato, non hanno accertato alcuna responsabilità, stanno ancora cercando di capire cosa è successo&#8230; Risultati ZERO, costi di gestione della elefantiaca commissione parlamentare ENORMI. Tanto per le gite dei parlamentari pagano i cittadini ormai allo stremo.</p>
<p>Gli ambientalisti di Greenaction intanto in 12 anni di dure battaglie hanno portato il caso del disastro ambientale di Trieste all’Unione Europea. Sono scattate le inchieste della  Commissione Europea e del Parlamento Europeo e a seguire i procedimenti di infrazione e le condanne. E ora le indagini si allargano alle conseguenze transfrontaliere di questi inquinamenti. Un’azione a difesa della legalità a costo ZERO per i cittadini, ma estremamente costosa per gli ambientalisti sottoposti ad una sempre più intensa ritorsione giudiziaria da parte di uno Stato che la legalità, a parte le chiacchiere, non riesce proprio a digerirla.</p>
<p>(pubblicato su www.greenaction-transnational.org)</p>
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		<title>Malitalia presenta il suo primo e-book</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 11:02:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nostro primo e-book dedicato a Matteo Messina Denaro è scaricabile gratuitamente sia nostro sito [<strong>Scarica l'e-book su Matteo Messina Denaro da Malitalia: <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/ebooks/u-siccu-malitalia.epub" target="_blank">Versione epub</a> - <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/ebooks/u-siccu-malitalia.pdf" target="_blank">Versione pdf</a></strong>] che dalla nostra pagina Facebook [<strong>Scarica l'e-book su Matteo Messina Denaro <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="https://www.facebook.com/pages/MALITALIA/185099472973?sk=app_153284594738391" target="_blank">da Facebook</a></strong>].]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/04/malitalia-presenta-il-suo-primo-e-book/photo/" rel="attachment wp-att-10378"><img class="alignleft size-medium wp-image-10378" title="photo" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/photo-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Matteo Messina Denaro, uno dei latitanti più ricercati al mondo, il 26 aprile ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, proprio come il suo ispiratore, Diabolik, personaggio scaltro dei fumetti che arriva proprio nel 2012 al suo mezzo secolo di vita.</p>
<p>Malitalia propone in chiave inedita la storia di ‘u siccu, in un e-book che si può scaricare gratuitamente sia nostro sito [<strong>Scarica l'e-book su Matteo Messina Denaro da Malitalia: <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/ebooks/u-siccu-malitalia.epub" target="_blank">Versione epub</a> - <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/ebooks/u-siccu-malitalia.pdf" target="_blank">Versione pdf</a></strong>] che dalla nostra pagina Facebook [<strong>Scarica l'e-book su Matteo Messina Denaro <a title="Matteo Messina Denaro Ebook" href="https://www.facebook.com/pages/MALITALIA/185099472973?sk=app_153284594738391" target="_blank">da Facebook</a></strong>].<br />
Il libro ci porta nel mondo di Matteo Messina Denaro, ‘u siccu, Diabolik, fatto di lusso e bella vita, un misto di sangue e violenza, per raccontare come ancora, in questo Paese, esiste una mafia e dei mafiosi di cui si conosce tutto e, nonostante ciò, i boss rimangono liberi di gestire i loro affari quando e come vogliono. Abbiamo voluto raccontare la storia di un boss sui generis che incarna perfettamente il nuovo volto di Cosa nostra, invisibile ma attiva sul territorio e non solo. Una partita a scacchi fra quel cacciatore che lo insegue da una vita e un latitante che di tanto in tanto lascia qualche traccia sulla sua strada. Entrambi calpestano la stessa terra.</p>
<p><strong>La storia di Matteo non è finita, torneremo a scrivere di lui&#8230;</strong></p>
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		<title>Il 25 Aprile a Casa Cervi</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 14:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[La “resistenza” non è un ricordo ma un fatto presente che non può riempire solo la celebrazione di un anniversario, quello del 25 Aprile, ma deve riempire atti e azioni quotidiane. A dirlo sono stati Gelindo e Adelmo Cervi eredi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-10368" title="redazione-di-cortocircuito-ok" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/redazione-di-cortocircuito-ok-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></p>
<p><strong>La “resistenza” non è un ricordo ma un fatto presente che non può riempire solo la celebrazione di un anniversario, quello del 25 Aprile, ma deve riempire atti e azioni quotidiane</strong>. A dirlo sono stati Gelindo e Adelmo Cervi eredi di quella coraggiosa famiglia che ebbe sette fratelli barbaramente giustiziati dai nazisti. E lo hanno detto dinanzi a quelle 10 mila persone che hanno riempito lo spazio di verde all’interno del Museo Cervi di Gattatico. Senza tentennamenti e senza titubanze, sono andati diritti parlando al cuore prima e alla mente di tantissimi giovani e meno giovani che come ogni anno si ritrovano in quello che fu teatro di una meravigliosa “resistenza”. E’ stato un 25 Aprile carico di emozioni e di tensione, quella tensione che ti permette di ripartire riempiendo l’impegno di ognuno di entusiasmo. L’entusiasmo della rinascita e se volete anche della rivolta morale contro chi ha calpestato quella “resistenza”. Ci ha pensato Loris Mazzetti a evidenziare come resta violata quella norma che stabilisce il divieto di ricostituzione del partito fascista e punisce severamente chi pensa di rintrodurre quei nefasti valori, ci ha pensato Loris Mazzetti a dire alle 10 mila persone presenti che in Italia c’è chi silenziosamente ha pensato di riportare in vita quei segni del fascismo ed è ora che chi ha pensato di riportarci verso quella deriva venga punito.</p>
<p>Tanti ospiti a cominciare da Placido e Angelo Rizzotto  i nipoti del sindacalista di Corleone Placido Rizzotto ucciso dalla mafia e per il quale tra il 22 e il 24 maggio verranno celebrati i funerali di Stato alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano, adesso che si è avuto certezza che erano di Rizzotto i resti trovati nella “foibe” della mafia corleonese. C’era Mara Fonti, vedova di mafia e madre di Giovanni Tizian, il giornalista finito nel mirino della ndragheta per avere scritto degli affari delle mafie in Emilia Romagna, c’era l’avvocato Enza Rando dell’ufficio nazionale di Libera e protagonista di tante costituzioni di parte civile. Sul palco poi si sono alternati Mara Redeghieri, con il suo folk, gli “agitatori” di CATERPILLAR AM (Solibello e Tobagi per tutti), la testimonianza di Benedetta Tobagi, l&#8217;intervento di un giornalista di indiscusso valore e impegno come Corradino Mineo, la forza della memoria di Germano Nicolini, il comandate “Diavolo”. Sopra tutti, le esibizioni di SIMONE CRISTICCHI e il coro dei minatori di Santa Fiora, e a conclusione il grande spettacolo del Nuovo Canzoniere Italiano, un concerto-documento insieme a Giovanna Marini, Fausto Amodei, Paolo Petrangeli.</p>
<p>In mezzo la musica le parole. Quelle di “Bella Ciao” più volte proposta, oppure le parole dei testimoni. Come quella del pubblico ministero Marco Imperato, anche lui uno dei “partigiani della costituzione”, che con la sua testimonianza ci ha ricordato come oggi restano irrisolti i problemi della giustizia e che tra processi brevi e processi giusti spesso si allontana l’ansia di giustizia delle vittime dei reati.</p>
<p>Ma quella che è stata dirompente è stata la presenza all’interno del 25 Aprile di Casa Cervi la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian”, giornalista costretto oggi a vivere sotto scorta per i suoi servizi giornalistici. “Non ha fatto nulla di eccezionale – ha ricordato la madre – se non il suo dovere, se non fare quello che fanno tanti cronisti a cominciare da quelle delle periferie, raccontare cioè ciò che accade, ed è quello che le mafie non vogliono”.</p>
<p>E così la resistenza di ieri si unisce a quella di oggi contro le mafie, come ha detto il direttore di Rainews 24 Corradino Mineo. Le mafie che vogliono cancellare la memoria, che non vogliono che certi fatti vengano raccontati sui giornali, le mafie che bloccano la celebrazione dei processi o che riescono a nascondere matrici e moventi di delitti e stragi. La nuova resistenza è anche quella contro le mafie e contro chi vuole che si dimentichi. Così inserendosi perfettamente nel tema, un gruppo di ragazzi  di Reggio Emilia, “Giovani contro le mafie”, animatori del giornalino studentesco “Cortocircuito”, sono venuti a presentare il loro vademecum, le “5 azioni che ogni cittadino può fare contro le mafie”. “In questi ultimi anni – ha ricordato per raccontare del loro impegno &#8211; noi giovani abbiamo realizzato cortometraggi, inchieste ed interviste, abbiamo scritto articoli ed organizzato eventi, per cercare di sensibilizzare i nostri coetanei e tutta la cittadinanza sul radicamento mafioso nella nostra città. Le nostre armi sono la parola e l’informazione”.</p>
<p>Sono stati anche loro a conquistare la platea di Casa Cervi con le loro parole, semplici ma vere: “Nella lotta alle mafie certamente le Istituzioni possono fare molto, ma cosa può fare un semplice cittadino privo di responsabilità istituzionali o politiche? Cosa può fare colui che non è né magistrato, né poliziotto, né parlamentare? …Colui che magari pensa con rassegnazione di essere condannato alla parte di spettatore e, nel migliore dei casi, alla parte di tifoso. Ci siamo sentiti porre questa domanda numerosissime volte e quindi abbiamo deciso di cercare di dare una risposta più chiara, in 5 punti:</p>
<p><strong>- INFORMARSI</strong>. E’ fondamentale informarsi ed informare, se non si conosce un fenomeno non si è capaci di fronteggiarlo e di combatterlo adeguatamente. Si tratta di un compito non facilissimo. I media spesso sono condizionati da molteplici aspetti di convenienza editoriale e politica. Inoltre sono diversi i casi in cui la stampa tende a derubricare probabili fatti di mafia ad atti di vandalismo o a “fenomeni elettrici”.<br />
Per questo è fondamentale, oltre al informarsi di più (leggendo di più e con più attenzione), informarsi da più fonti, solo in questo modo è possibile avere un’idea la più veritiera possibile. Informandovi da più fonti riuscirete ad essere giornalisti di voi stessi!<br />
Inoltre è importante non prendere nessuna fonte, dal servizio televisivo all’articolo di giornale come oro colato, ma non prendere come verità assoluta neanche un video di “youtube”. Essere quindi curiosi, ma anche dubbiosi.</p>
<p>- <strong>CONSUMARE IN MODO CRITICO.</strong> E’ possibile acquistare i prodotti delle terre confiscate alle mafie, gestite prevalentemente da cooperative sociali di agricoltura biologica, riunite a livello nazionale da “Libera Terra”. E’ un segnale importantissimo perché spesso le terre dei mafiosi una volta confiscate vengono abbandonate, questa è una sconfitta per lo Stato e così la gente può dire “meglio quando c’era il mafioso”.<br />
Inoltre si possono acquistare i prodotti nei negozi che aderiscono ad “Addiopizzo”, anche al nord! A Milano, per la Direzione Distrettuale Antimafia, oltre cinquemila commercianti pagherebbero il pizzo. Consumando in maniera critica è come se andassimo a votare ogni volta che facciamo la spesa.<br />
E’ importante ricordare che ci vuole qualche cautela in più nel caso di ristoranti, pizzerie, imprese e negozi sorti improvvisamente con evidente impegno di consistenti capitali. Non sono pochi i casi in cui, anche sul nostro territorio, ci si è scontrati con luoghi coinvolti in azioni di riciclaggio di denari delle mafie.<br />
Infine, anche se può sembrare scontato, bisogna sempre farsi fare lo scontrino, perché diversi commercianti cercano di evitare di farlo.</p>
<p>-<strong> PARTECIPARE AL VOTO.</strong> Se non si sceglie si lascia che altri scelgano per noi. La mafia spesso offre i suoi pacchetti di voti alle elezioni: dalle comunali alle europee, per questo occorre partecipare al voto, incluso quello referendario. E’ importante cercare di scegliere i candidati “più puliti”, perché le mafie non sono ne’ di destra ne’ di sinistra, spesso puntano sul cavallo vincente. Indicare la preferenza è fondamentale, perché meno elettori usano il proprio voto di preferenza più facile sarà per 100 o 150 elettori vicini ad un’organizzazione mafiosa fare entrare in consiglio comunale il proprio candidato.</p>
<p>- <strong>NON ACCETTARE SCORCIATOIE</strong>. Per combattere le mafie, bisognerebbe imparare a dire no alle tante scorciatoie che la vita offre ogni giorno, ai favori, alle raccomandazioni, e preferire “al puzzo del compromesso morale, il fresco profumo della libertà”, come auspicava il giudice Paolo Borsellino.</p>
<p>-<strong> DENUNCIARE-PARTECIPARE</strong>. L’indifferenza è compromesso. Il silenzio degli onesti è il pericolo maggiore per la democrazia. Noi crediamo che ogni cittadino possa fare la sua parte, anzi debba fare la sua parte, contro il radicamento mafioso nella nostra città. Perché come dice il secondo paragrafo dell’articolo 4 della nostra bella Costituzione “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Quindi l’articolo 4 ci dice che l’indifferenza è incostituzionale!</p>
<p>Inoltre chi lavora in istituti di credito, chi è notaio, chi è proprietario di immobili, aziende, imprese, ecc… può fare di più. Ci siamo spesso chiesti come si comportano questi cittadini quando si accorgono che il denaro che trattano potrebbe essere frutto di reati di mafia. Vogliamo credere che sceglierebbero di perdere un cliente, un’occasione di lavoro, di vedere sfumare un affare, con la soddisfazione di aver dato un contributo al prevalere della società degli onesti su quella dei criminali. E’ sufficiente che siano indifferenti alla provenienza dei soldi perché il risultato sia esattamente l’opposto.</p>
<p><strong>Adesso non abbiamo più scuse, non possiamo più dire “non lo sapevo”.</strong> <strong>Perché solo il coraggio degli onesti può riaccendere la speranza in questo nostro paese”.</strong></p>
<p>E infine un’altra storia di resistenza ha fatto ingresso a Casa Cervi. L’ha ricordata a tutti l’avv. Enza Rando, la storia è quella di Denise figlia di Lea Garofalo, testimone e collaboratrice di giustizia uccisa dal suo ex marito e dai familiari, rapita, torturata, ammazzata e sciolta nell’acido. Denise Cosco oggi è costretta a vivere nascosta, ha denunciato il padre e chi ha ucciso la madre, rischia di fare la stessa terribile fine della madre. Ed allora tutti dovremmo chiamarci anche Denise perché la sua vicenda non resti affidata solo agli “angeli che la proteggono” mandati dallo Stato ma sia dell’intera società civile.</p>
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		<title>La politica: il cambiamento possibile</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 07:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Partiti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[rimborsi elettorali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dilemma del rinnovamento delle classi dirigenti. Due, massimo tre mandati a tutti i livelli della politica, dal Parlamento alle cariche nei partiti. Forse, in questo modo, come dice Giorgio Napolitano, l'opinione pubblica non volterebbe più le spalle alla politica, e lascerebbe a casa i demagoghi opportunisti, anche loro eterni, senza mandati a scadenza,  perché capirebbe che  qualcosa sta cambiando “per estirpare il marcio dai partiti”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10361" title="politica" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/04/politica.jpg" alt="" width="268" height="188" /></p>
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<p>(di Elia Fiorillo)</p>
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<p>Quando i capi carismatici o i sovrani ipotizzano le rivoluzioni, <em>mala tempora currunt.</em> Soprattutto per loro stessi. Vuol dire che si sentono deboli ed hanno bisogno d&#8217;inventare qualche diavoleria  per rimanere a galla:<em>“perché tutto cambi, affinché nulla cambi”.</em> Tommasi di Lampedusa insegna. <strong>A me sembra che la stessa cosa stia capitando ai partiti italiani, alcuni dei quali per ritrovare credibilità nell&#8217;opinione pubblica provano a trasformarsi</strong>. A scomporsi per ricomporsi in nuovi raggruppamenti. Niente di male. Anzi, cosa utilissima se l&#8217;operazione serve a semplificare per rafforzare. Nel senso che si prova a conglobare tutti quelli che la pensano allo stesso modo per contare di più in politica. Per far passare posizioni, idee che hanno la stessa matrice culturale e di pensiero. Se invece l&#8217;azione di cambiamento serve strumentalmente a far obliare nell&#8217;opinione pubblica i tanti peccati che i partiti hanno commesso, allora non ci siamo.</p>
<p>Partiamo da un assunto importante. La gente, al di là della complessità delle problematiche in campo, ha un fiuto incredibile nel capire chi vuol “<em>ciurlare nel manico”.</em> E&#8217; disposta a far sacrifici se però riesce a vedere <em>“l&#8217;approdo finale</em>”; anche solo un abbozzo. <strong>Non è un caso che i consensi al governo Monti, nella sua prima fase d&#8217;azione, erano considerevoli. E non è vero, a mio avviso,  che quella considerazione poteva essere ascritta ad un senso d&#8217;insopportazione verso la politica.</strong> Penso sia proprio l&#8217;incontrario. E, cioè, che c&#8217;è nell&#8217;opinione pubblica un bisogno di politica nell&#8217;accezione letterale del termine e cioè <em>“di governo della città”</em>. Insomma, di regole precise ed uguali per tutti – soprattutto rispettate da tutti &#8211; per far andare avanti il Paese. Oggi ci troviamo in una situazione d&#8217;emergenza economica e sociale. L&#8217;attuale stato di cose ha portato ad una rottura netta con il passato. Solo qualche anno addietro la riforma delle pensioni, fatta com&#8217;è stata fatta,  avrebbe provocato sommovimenti popolari. Invece è passata, solamente  con molti mal di pancia, perché ritenuta non rimandabile. E&#8217; stata vista ed interpretata come un&#8217;operazione di razionalizzazione per un possibile e necessario sviluppo futuro, dati i tempi non felici. Probabilmente con un preventivo serio confronto  con le organizzazioni sindacali non ci saremmo trovati a dover affrontare le problematiche degli <em>“esodati” </em>(termine impossibile, della peggiore coniazione del burocratese nostrano!).  Dopo una riorganizzazione di tale portata, che ha toccato gli interessi dei più, certo dei ceti meno forti, bisogna poi essere conseguenti. Insomma, non si può con decreto cancellare diritti cosìddetti acquisiti e non avere la stessa determinazione difronte allo scandalo dei rimborsi elettorali, leggi finanziamento pubblico ai partiti, abolito con un referendum popolare. <strong>Ne si può continuare a parlare di riforme necessarie ed improcrastinabili nella pubblica amministrazione, negli assetti istituzionali, negli enti pubblici senza che poi si sia conseguenti, magari con la stessa determinazione  dimostrata per le pensioni e per l&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori</strong>. Da queste incongruenze scatta nel popolo il corto circuito interpretato come rifiuto della politica.</p>
<p>Sia nelle nuove ipotizzate aggregazioni dei partiti, sia nell&#8217;<em>”usato sicuro”</em>, per parafrasare Pier Luigi Bersani, c&#8217;è bisogno di segnali non equivoci da dare agli elettori. L&#8217;imbroglio del finanziamento pubblico ai partiti deve essere immediatamente sanato. Che sia un vero rimborso elettorale, trasparente sotto tutti i punti di vista, e soprattutto equo. <strong>Eppoi non servono commissioni di controllo sui bilanci dei partiti con componenti super blasonati,  che possono far pensare a mediazioni ad alti livelli per nascondere chissà che cosa. Basta una sezione della Corte dei conti che faccia il lavoro di vigilanza, ampiamente pubblicizzato</strong>. Al di là della riforma dell&#8217;articolo 49 della Costituzione, i segretari dei partiti da subito, per essere credibili, dovrebbero darsi un codice etico. Con un <em>jaccuse</em> preliminare, liberatorio, di tutte le cose sbagliate commesse in questi anni. A partire, ad esempio,  dal <em>“non vedere”</em> le palesi, in certi casi,  commistioni tra malaffare e politica, utilizzando a sproposito la <em>“presunzione d&#8217;innocenza”</em> come una clava che  andava a colpire &#8211; ed uccidere politicamente &#8211; gli onesti che sollevavano problemi di moralità. Ma, anche, ammettere strumentalizzazioni nei confronti della magistratura a fini d&#8217;interesse di parte.</p>
<p>Non per ultimo, tra le tante cose da fare, <strong> c&#8217;è il dilemma del rinnovamento delle classi dirigenti</strong>. Due, massimo tre mandati a tutti i livelli della politica, dal Parlamento alle cariche nei partiti. Forse, in questo modo, come dice Giorgio Napolitano, l&#8217;opinione pubblica non volterebbe più le spalle alla politica, e lascerebbe a casa i demagoghi opportunisti, anche loro eterni, senza mandati a scadenza,  perché capirebbe che  qualcosa sta cambiando <em>“per estirpare il marcio dai partiti”.</em></p>
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