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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Raccontiamo l&#039;Italia tra disperazione e speranza.</description>
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		<title>La mafia sommersa: condannato l’imprenditore Mannina</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 18:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L'imprenditore Mannina gestiva il comparto del calcestruzzo a Trapani d’accordo con i boss.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/trapani-castello.jpg" alt="" title="trapani castello" width="259" height="194" class="alignnone size-full wp-image-12764" /></p>
<p><strong>La Cassazione l’anno scorso aveva rimandato indietro alla Corte di Appello la sentenza di condanna individuando la necessità di circoscrivere meglio il reato contestato. Mannina, arrestato dalla Polizia nel 2007, era accusato di associazione mafiosa, per la Cassazione si configurava semmai il delitto di concorso esterno e quindi il processo doveva svolgersi valutando la sussistenza di quel reato. </strong>La Corte di Appello stamane ha confermato condanna e reato, associazione mafiosa, sei anni di reclusione, rivedendo soltanto il sequestro di una parte del patrimonio, che però nel frattempo ha subito confisca nell’ambito della misura di prevenzione. Scenari di commistioni quindi ampiamente confermati. Un imprenditore “potente” Vincenzo Mannina, che ha contribuito al “un rafforzamento della potenzialità operativa e intimidatrice propria dell’associazione mafiosa”, quella guidata dal super latitante <strong>Matteo Messina Denaro</strong>. È questa l’ennesima sentenza che nel giro di un decennio sono state emesse dai Tribunali sulla mafia trapanese, realtà associativa «quanto mai attuale, vitale ed operativa» a leggere anche le più recenti relazioni investigative e della magistratura. Vincenzo Mannina secondo i magistrati e adesso ad avveso anche di un collegio giudicante, ha assicurato all’organizzazione criminale «Cosa Nostra» continuità e soprattutto varietà di apporti essenziali per il raggiungimento dei suoi fini, ricevendone in cambio appoggio per l’affidamento alle sue imprese delle forniture relative ai lavori per opere da realizzare nel territorio controllato dalla famiglia mafiosa. «Mannina ha contribuito a rafforzare la presenza e la forza di quella generale metodologia intimidatrice, dal cui esercizio deriva all’organizzazione il controllo delle commesse e delle forniture». Così scrivevano i giudici nella sentenza di primo grado, adesso confermata. Cemento, ferro, materiali inerti e bituminosi, indispensabili per ogni genere di cantiere, pubblico e privato. Uomo del capo mafia di Trapani Francesco Pace, che fu posto a capo della Cupola trapanese direttamente dal latitante Messina Denaro. “Il ragioniere Poma” si faceva chiamare Pace, e intercettato Mannina veniva sentito dagli investigatori della Squadra Mobile che lo seguivano, parlare spesso di questo fantomatico “ragioniere Poma”, perché alla fine poi era sempre Pace a comparire nei luoghi in cui quel Poma dava appuntamento a Mannina. Per confondere forse le acque Vincenzo Mannina spesso si faceva vedere e si occupava di manifestazioni di beneficienza. Poche ore prima del suo arresto si era preoccupato di fare arrivare a Trapani da un’azienda palermitana un maxi uovo di cioccolata per una raccolta fondi. Durante il tragitto però la Polizia Stradale fermò i suoi mezzi che non erano autorizzati per quel trasporto “speciale”. Rischiò grosso, l’Uovo lo stesso arrivò a Trapani e lui commentando l’episodio disse che aveva rischiato di perdere quei mezzi se li avessero sequestrati, un grosso danno per l’azienda, non poteva sapere che dietro l’angolo c’erano le manette per lui e il sequestro non solo di quei tir ma di tutt’ l’impresa. Si occupava di cemento, inerti, gestiva una tra le più grande cave della costa trapanese appena sotto Erice. Mannina doveva poi acquistare per conto della mafia trapanese la <strong>Calcestruzzi Ericina,</strong> azienda confiscata, «un’operazione delicatissima e strategicamente vitale per l’associazione mafiosa, che presuppone una collocazione privilegiata all’interno della compagine criminosa…Mannina non rivestiva nel caso il ruolo di mero prestanome, ma diretto partecipe dell’elaborazione delle scelte strategiche». «Vossia mi dissi e iu … ’nsoccu dici vossia fazzu …», “lei mi disse e io faccio quello che dice lei”, così Mannina parlava con Ciccio Pace. La contropartita per lui di questo stretto rapporto era «il controllo di una larga fetta del mercato». «E’ chiaro – scrissero i giudici – siamo in presenza di un imprenditore non vittima ma colluso». <strong>E Mannina per conto di Ciccio Pace si presentò dal prefetto dell’epoca, Fulvio Sodano, per proporsi quale acquirente della Calcestruzzi Ericina che era in brutte acque, anche perché la mafia era riuscita a toglierle tutte le commesse. </strong>Mannina in questi incontri si fece accompagnare dai vertici di Confindustria, il presidente Marzio Bresciani e il direttore Francesco Bianco. Oggi è Bresciani a parlare di questo episodio e racconta che si trovò ignaro di tutto in mezzo a questa situazione, e dice che prova è la circostanza che ha mantenuto buoni rapporti col prefetto Sodano, come dire che altrove dentro Confindustria bisognerebbe trovare, se lo si vuole, le tracce di quell’affiancamento fornito a Mannina. Sodano impedì l’operazione e per la mafia divenne tanto tinto che veniva auspicato il suo trasferimento da Trapani, cosa avvenuta pochi mesi dopo, nell’estate del 2003. L’efficienza del sistema realizzato dalla cosca trapanese con il pieno contributo del Mannina si fondava su tutto questo e<strong> «sull’imposizione “ambientale” delle forniture </strong>del calcestruzzo e dei materiali inerti». La mafia non spara più, ma sa fare bene impresa usando la forza della minaccia, ma anche sfruttando precise «entrature» politiche. La politica con la mafia sommersa c’è sempre.</p>
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		<title>Avellino, disabili &#8220;preziosi&#8221; in vista del voto</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 15:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria scarinzi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il candidato a sindaco di Avellino, Costantino Preziosi, promette aiuto ai disabili ma non parla dell'associazione della moglie di De Mita "Noi con Loro"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/avellino-disabili-preziosi-in-vista-del-voto/foto-c-bellabona/" rel="attachment wp-att-12760"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/preziosi-dino-300x225.jpg" alt="" title="Foto (C. Bellabona)" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-12760" /></a></p>
<p><strong>“Può darsi che non siete responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.</strong> La frase di Martin Luter King è il leitmotiv del programma politico di <strong>Costantino (Dino) Preziosi.</strong> Professionista dalla brillante carriera, direttore generale della partecipata Air (Autoservizi irpini spa), candidato a sindaco di <strong>Avellino.</strong> La frase di Martin Luter King risuona come un inno alla partecipazione collettiva, come invito all’impegno. Uno sprono affinchè chiunque faccia qualcosa per miglioramento dello status quo. Lo slogan del candidato in quota Udc, come si evince anche dal sito creato ad hoc, è la concretezza. O, meglio, dalle idee alla realizzazione. Un candidato, ergo, un politico come tanti insomma. Di quelli che in campagna elettorale si mostrano col sorriso a trecentosessanta gradi e portano una buona parola per tutti. Ma proprio per tutti. Anche per i disabili. <strong>Non ci saremmo mai accorti di Dino Preziosi se non avessimo letto le sue dichiarazioni choc: “Avellino diventerà come Berlino per le persone con disabilità”.</strong> Ed esattamente, come riporta chiaramente il sito locale “Cinque Righe”, che riprende un suo comunicato: “Sui diversamente abili, che oggi si sentono invisibili, accenderemo i fari dell’Amministrazione comunale della città. Avellino diventerà come Berlino, una città ideale per persone con disabilità”. Tutto su scala europea per il candidato che già parla da sindaco e che accoglie(rebbe) le regole del decalogo della Consulta per i disabili. Noi che non possiamo accendere i fari dell’Amministrazione comunale, abbiamo acceso i riflettori sul candidato. I bene informati dicono che la sua partecipazione alla competizione elettorale di questa primavera, sia stata scelta da <strong>Ciriaco De Mita in persona, (l’uomo che rappresenta il passato, il presente e, probabilmente, anche il futuro in quel centro)</strong>. Ma noi non vogliamo fare i soliti mal pensanti e spostiamo la nostra attenzione direttamente sui disabili. Il caso dei diversamente abili di Avellino è stato al centro di una ampia inchiesta non molto tempo fa. E al centro di quell’inchiesta ci stava proprio il nome di Ciriaco De Mita e della moglie, Anna Maria Scarinzi e della sua associazione <strong>“Noi con loro”.</strong> Associazione che, sulla carta, si sarebbe dovuta occupare dell’assistenza ai disabili ma, nei fatti, è impegnata più ad aiutare se stessa che chi ne ha bisogno. Pur continuando a ottenere vantaggiose agevolazioni anche dal Comune. Ecco, magari Dino Preziosi, che ha voluto aprire le braccia proprio ai disabili, avrebbe potuto spiegargli che quel centro sarà fruibile anche a loro e che non saranno più esclusi, piuttosto che fare un trattato sulla condizione di disabilità in città. Diversamente avrebbe potuto dire che, se avrà la fortuna di diventare sindaco, straccerà davanti ai disabili quella convenzione che l’associazione ha con l’Ente e che a nulla serve nell’ottica dell’assistenza. Magari avrebbe potuto chiedere a qualche disabile della città cosa gli manca e cosa vorrebbe che il Comune realizzasse per loro. E, invece, come da buona prassi politica, non una parola concreta. La frase vale anche per lui, <strong>“può darsi che non siete responsabili…. Ma lo diventerete se non fate nulla…..”.</strong> </p>
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		<title>La mafia che ti fa anche i regali di compleanno</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 19:34:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Messina Denaro]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 15 maggio la mafia ha fatto un altro regalo, doloroso regalo a  Maddalena Rostagno: ha ottenuto quello che da tempo chiedeva, vedere le foto del padre raccolte nella relazione del medico legale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/maddalena-rostagno-300x223.jpg" alt="" title="maddalena rostagno" width="300" height="223" class="alignnone size-medium wp-image-12752" /></p>
<p><strong>Quindici maggio 2013, aula bunker del Tribunale di Trapani</strong>. Udienza del processo per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Un omicidio che risale al 26 settembre del 1988, 25 anni fa. Imputati due soggetti, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, che sono mafiosi con tanto di sigillo giudiziario, le “voci” intercettate sul loro conto, altri mafiosi, hanno svelato quanto i due siano “intoccabili” pezzi da 90, Vito Mazzara in particolare, “è un pezzo di storia, va protetto” dicono un giorno due che lo conoscono bene e che addirittura pensano di farlo evadere dal carcere dove si trova. Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mandante e sicario secondo i magistrati della Dda di Palermo. <strong>L’udienza del 15 maggio è dedicata all’esame della super perizia balistica che i giudici della Corte di Assise hanno affidato al maggiore dei Ris, Emanuele Paniz, e ad un perito catanese, Santi Gatti</strong>. I giudici visti i contrasti tra i consulenti di accusa e difesa hanno deciso di disporre una super perizia, sono arrivate le risposte, non sono state risposte certe, ma non c’è la prova delle prove che si cercava e cioè che su quei reperti balistici oltre alla firma della mafia ci fosse in modo indiscutibile anche l’impronta del killer <strong>Vito Mazzara</strong>. Restano però i contorni, gli scenari che riconducono a Mazzara ex campione di tiro a volo, che andava in giro assieme a Matteo Messina Denaro a fare omicidi per la provincia di Trapani. <strong>Era un campione nell’uso del fucile</strong>, si allenava andando ad ammazzare “cristiani”, tra i killer era l’unico a potersi muovere in tranquillità portando il suo fucile calibro 12 nel portabagagli della sua auto, “se ti fermano” gli chiese un giorno il boss Antonio Patti, che poi pentito raccontò la chiaccherata, “posso dire che sto andando ad allenarmi” rispose Mazzara. I suoi, quando si allenava, erano però per lo più bersagli mobili, un giorno suo bersaglio doveva essere anche il procuratore Paolo Borsellino, a lui la mafia di Mazara del Vallo gli aveva affidato il compito di uccidere Borsellino allora procuratore a Marsala. Lui con i mafiosi di Mazara era in ottimi rapporti.<strong> E i mafiosi di Mazara hanno un loro spazio nello scenario del delitto di Mauro Rostagno.</strong> Lui infatti dagli schermi di Rtc aveva preso di mira, per dovere di cronaca giornalistica, il capo della mafia mazarese, Mariano Agate, “don Marianino”, massone e mafioso, e “don Marianino” gli aveva mandato a dire di non continuare “a dire minchiate”. Erano i tempi del processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, dove Agate era imputato con i mafiosi catanesi che imputati per quel delitto spiegarono che quel giorno di agosto del 1980 quando furono fermati a poche ore dal delitto si trovavano in zona perché erano venuti a comprare cocomeri da Mariano Agate che ufficialmente però vendeva cemento. Una versione, quella dell’acquisto dei cocomeri, che in un primo momento  venne creduta da un carabiniere, chissà potrebbe essere questo un episodio della interminabile trattativa tra stato e mafia in Sicilia, tra pezzi dei carabinieri e Cosa nostra. L’ordine di uccidere Mauro Rostagno, puntualmente eseguito, giunse dal patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, disturbato anche lui dell’attività giornalistica di Rostagno e di quelle sue attenzioni per don Marianino. Pochi mesi dopo l’omicidio di Mauro Rostagno fu ammazzato  un dipendente Enel, Vincenzo Mastrantonio. Anche questo delitto fu eseguito, Mastrantonio era l’autista di Vincenzo Virga e in giro, pur sempre nell’ambito di Cosa nostra, andava raccontando del delitto Rostagno, rompendo ogni regola si silenzio, e per questo fu ammazzato, e a volere la sua morte fu la mafia di Mazara del Vallo. L’omicidio di Mauro Rostagno doveva essere top secret, “don Marianino” poi aveva determinato il passaparola sul perché Rostagno era stato ucciso, a chi incontrandolo gli aveva chiesto se sapeva qualcosa lui rispose dicendo “questione di corna fu”, e così in tanti hanno pensato per quasi 25 anni, e alcuni vogliono pensarlo ancora oggi. <strong>Aveva 15 anni il 26 settembre 1988 Maddalena Rostagno</strong>, la figlia, di Mauro e Chicca Roveri. Lei l’ultima volta che vide il padre fu quella mattina, litigarono, come possono litigare un padre e una figlia che si vogliono bene, perché lei, già da allora un gran bel caratterino, aveva deciso che non voleva andare a scuola. Poi non lo vide più. Nemmeno da morto lo vide. Gran bel regalo le ha fatto la mafia, ammazzandole il padre quando lei stava cominciando a crescere, una sorte che con l’andar del tempo saprà di dovere condividere con altre figlie e altri figli di morti ammazzati. Questa è una storia ricca di tante coincidenze, strane coincidenze, vicende che fanno ogni tanto pensare a mani che muovono scenari anche per tirare brutti scherzi o per fare riflettere. Maddalena spesso fa l’elenco di giorni particolari della sua vita e di quella di sua madre Chicca Roveri nei quali sono avvenuti particolari accadimenti legati alla morte di Mauro. E questo è successo fino al 15 maggio scorso. Quel giorno Maddalena ha fatto il compleanno, e quel giorno era a Trapani, non era a Torino con suo figlio e sua madre. Non poteva essere altrimenti, considerata l’importanza dell’udienza, la discussione della perizia balistica, della super perizia. Da oltre due anni lei e Chicca si alternano udienza dopo udienza ad essere presenti a Trapani. Si sono costituite parte civile nel processo, e in questo Paese, per le sue leggi, accade che un mafioso imputato alla sbarra, riconosciuto povero, come Vincenzo Virga, chiede il gratuito patrocinio, e cioè gli avvocati gli vengono pagati dallo Stato, chi è vittima invece paga tutto di tasca sua. Il loro posto nell’aula bunker è in un tavolo a ridosso delle gabbie, sono a pochi metri da dove ogni volta siede Vito Mazzara, il killer. Questa la posizione di Maddalena anche il 15 maggio scorso. La mafia le ha fatto il suo regalo, nel giorno del compleanno lei si è ritrovata più vicino al sicario che le avrebbe ucciso il padre e non con i suoi familiari. <strong>Da 25 anni non ha più suo padre. Ma quel 15 maggio la mafia le ha fatto un altro regalo, doloroso regalo. Maddalena ha insistito e ha ottenuto quello che da tempo chiedeva, vedere le foto del padre raccolte nella relazione del medico legale.</strong> E’ rimasta sola davanti ad un computer ed ha visto quelle foto, da sola, una ad una, poi ha messo un paio di occhiali scuri. Gran bel regalo le ha fatto la mafia. Quel giorno lei sulla pagina dedicata al processo in corso creata su Facebook  ha scritto poche righe non per dire di quel “regalo” ma per raccontare quell’aula vuota, senza la società civile, senza quelle parte civili della società civile che si sono a suo tempo costituite e che però di rado con i loro avvocati si fanno vedere. Non c’è il pubblico, non ci sono gli studenti che qui vengono portati a vedere i processi contro i piromani e non contro i mafiosi. E’ andata via da quell’aula quasi a fine udienza senza volere rilasciare dichiarazioni ai giornalisti presenti che avrebbero voluta ascoltarla in merito alla perizia, non era per snobbare viene da pensare ora conoscendo quello che lei ha provato quel giorno, magari ogni tanto anche noi giornalisti dovremmo riflettere di più prima di scrivere, magari dovremmo pensare che dovremmo comportarci come il giornalista Mauro Rostagno che forse non scriveva nemmeno di getto quando doveva attaccare i mafiosi ed i complici dei mafiosi. A Trapani il processo per il delitto di Mauro Rostagno non interessa come non sono interessati altri dibattimenti, quello contro il capo mafia Ciccio pace si svolse senza pubblico e senza parte civili, per esempio. <strong>Il processo per il delitto di Mauro Rostagno non interessa perché colpisce la città di ieri che è la stessa di oggi, la stessa che vive nei salotti, nelle segrete stanze, nelle segreterie di politici e baroni.</strong> Emerge la Trapani che frequenta le logge della massoneria, e questa è una storia che ancora oggi non si può raccontare per bene. Perché come oggi ha  appena detto un politico, un ex deputato regionale ed europeo, oggi vice sindaco a Marsala, l’on. Eleonora Lo Curto, la nostra storia la dobbiamo alla massoneria. A Marsala in questo fine settimane la massoneria internazionale è venuta a celebrare i suoi fasti e <strong>l’on. Lo Curto con tanto di fascia tricolore addosso ha voluto dire che “se siamo qui lo dobbiamo alla massoneria”.</strong> Poche parole per coprire la verità, se siamo qui lo siamo per il sangue versato dai partigiani di ieri e dagli antimafiosi di oggi. Anche grazie a Mauro Rostagno che non era né partigiano né antimafioso, ma solo cittadino, con la C maiuscola. <strong>Buon compleanno Maddalena</strong>, la vita ti ha dato il regalo che mai nessuno potrà toglierti, quello di avere avuto un grande papà.</p>
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		<title>Cisterna: &#8220;Inserra finisce per litigare con la verità&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 11:38:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di seguito la nota del procuratore Alberto Cisterna che chiarisce la sua posizione rispetto alla querelle col giornalista Michele Inserra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/cisterna-inserra-finisce-per-litigare-con-la-verita/cisternagiudice2/" rel="attachment wp-att-12735"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/cisternagiudice2-300x194.jpg" alt="" title="cisternagiudice2" width="300" height="194" class="alignleft size-medium wp-image-12735" /></a></p>
<p>Riceviamo e pubblichiamo la nota del procuratore Alberto Cisterna che chiarisce la sua posizione rispetto alle querele presentate contro il giornalista del Quotidiano della Calabria, Michele Inserra. Di seguito il resoconto dei fatti e un appello affinchè venga fatta chiarezza sul caso: &#8220;verità non vendette&#8221;.<br />
(di Alberto Cisterna) <strong>Oggi sulla prima pagina del &#8220;Quotidiano&#8221; il giornalista dott. Inserra si dichiara vittima di una persecuzione da parte mia. Nel tentativo di dimostrarlo, finisce per litigare con la verità e con la matematica.</strong> Sa bene che le querele da me presentate non sono 14, come ha scritto nel suo articolo, ma forse la metà; i rinvii a giudizio a suo carico sono 3 e non 4, di cui solo uno (e non due) deriva da imputazione coatta; le archiviazioni sono 2 e non 8.<strong>Era inevitabile.</strong> All’approssimarsi delle prime sentenze innanzi a giudici terzi e imparziali il dr. Inserra, si atteggia a martire della giustizia, come capita di questi tempi.<br />
<strong>Non ricordo al giornalista, che ben lo sa, quante falsità abbia scritto sul mio conto in circa due anni di articoli e pubblicazioni varie: </strong>una vera e propria campagna di stampa organizzata con l&#8217;obiettivo di colpirmi al di là dei fatti e della verità. Rammento solo l’insuperabile lezione di giornalismo contenuta in un articolo che mi attribuiva l&#8217;aver fatto indecenti «viaggi di piacere» insieme ad un soggetto in seguito accusato di gravi reati. Una macroscopica bugia ed una mascalzonata, ma il dr. Inserra fregandosene di ogni controllo l’ha &#8220;sparata&#8221; in prima pagina con centinaia di locandine affisse per le strade della mia città. Come pensa che mi sia sentito in quei giorni e come pensa si siano sentiti i miei amici e familiari e cosa avranno pensato migliaia di ignari lettori del suo giornale. <strong>O dovremmo parlare delle informative di polizia che qualche investigatore compiacente e interessato gli ha passato in questi anni, anch&#8217;esse talvolta trapuntate di menzogne.</strong> Curiosamente il dr. Inserra si lamenta perché la magistratura di Cosenza &#8211; cui dispensa nel suo articolo inammissibili pagelle di professionalità distinguendo tra giudici buoni e giudici cattivi &#8211; non gli ha riservato lo stesso trattamento che quella di Reggio ha usato al suo collega del Corriere della sera, mai indagato per la fuga di notizie a mio danno, fino a costringere la Procura generale reggina ad avocare un’indagine mai iniziata. <strong>Ho l’impressione che il giornalista, come dire, si senta abbandonato al proprio destino dopo essere stato utilizzato e quindi all&#8217;approssimarsi delle sentenze punti a ribaltare i ruoli di vittima e carnefice nel tentativo di suggestionare la magistratura chiamata a giudicare.</strong> Ma la vittima sono io e lui lo sa bene. <strong>Spedisca tutto ciò che vuole dove ritiene opportuno (ho già segnalato per tempo al CSM che avrei agito contro tutte le calunnie in circolazione, come lo stesso CSM esige in questi casi dai magistrati</strong>). Ho già detto pubblicamente che avrei denunciato tutti coloro che si sono fatti coinvolgere in una campagna di stampa, lo ripeto, tesa alla mia distruzione e cadenzata sempre con sapienza per condizionare chi avrebbe dovuto prendere decisioni a mio riguardo. Mi auguro che dinnanzi al giudice l’imputato Inserra faccia il nome di tutti quelli che gli hanno passato polpette avvelenate come quella dei «viaggi di piacere». Se lo farà gli rimetterò le querele, sorvolando sul suo comportamento deontologico. Sarà per lui l&#8217;occasione per contribuire a chiarire il disegno costruito contro di me e le sue motivazioni. Tale mio atteggiamento sarà tenuto fermo nei confronti non soltanto del dottor Inserra, con quale non ho mai ingaggiato una battaglia personale, ma con tutti i giornalisti che sono stato costretto a querelare. Cerco tutta la verità, non vendette. Lo devo alla mia famiglia, a me stesso, ai miei amici, a quanti, e non sono pochi, in questi anni si sono affidati al mio scrupolo e alla mia correttezza. Stia tranquillo, per il resto, sarò io a informare il Procuratore generale di Catanzaro competente per i procedimenti disciplinari a carico dei giornalisti calabresi. Colgo l’occasione per esprimere ad Inserra la mia solidarietà per il clamoroso furto del proprio computer subito mesi or sono a mano di ignoti delinquenti: se ben ricordo lo aveva purtroppo lasciato incustodito a bordo della propria auto in sosta. Me ne dolgo anche perché di quel computer avevo tempo prima chiesto il sequestro alla magistratura reggina, purtroppo meno tempestiva dei ladri.<br />
<strong>Un’ultima cosa, proprio ieri a Cosenza, per l’ennesima volta, il processo a carico del dr. Inserra è stato rinviato perché l&#8217;imputato è risultato irreperibile per le notifiche. </strong>Abbia la cortesia di farsi trovare Inserra, non tema la valutazione di giudici terzi, è ancora presto per farsi dichiarare irreperibile. Spero ricordi che la prossima udienza è fissata a Cosenza per il 21 maggio, quando sarò interrogato come parte offesa.&#8221;</p>
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		<title>Pd, osare più democrazia</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 09:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una bella gatta da pelare per l'ex segretario generale della CGIL, ma anche una soddisfazione e soprattutto una sfida. Quella  di provare a  ricompattare e rilanciare il partito....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/pd-osare-piu-democrazia/conferenza-stampa-partito-democratico-campania/" rel="attachment wp-att-12731"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/epifani-300x199.jpg" alt="" title="Conferenza stampa Partito Democratico Campania" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-12731" /></a></p>
<p>(di Elia Fiorillo) Dopo conciliaboli pubblici e privati con veti incrociati e minacce più o meno palesi, alla fine la fumata bianca è uscita dal camino del PD. <strong>Guglielmo Epifani prende il posto del dimissionario Pier Luigi Bersani </strong>alla guida dei democrat. Una bella gatta da pelare per l&#8217;ex segretario generale della CGIL, ma anche una soddisfazione e soprattutto una sfida. Quella  di provare a  ricompattare e rilanciare il partito, per lo meno fino al congresso di ottobre. Nel suo intervento all&#8217;Assemblea, che lo nominerà con 458 voti su 593  votanti  <strong>segretario-garante-traghettatore</strong>, mette subito le mani avanti. Parla di persone e di linea politica. Le due cose non vanno confuse. Il programma va elaborato con impegno, saranno poi le donne e gli uomini del partito a portarlo avanti. Una vecchia impostazione del movimento sindacale che sui personalismi ha sempre storto il naso. E non a caso Epifani rivendica al suo PD di essere l&#8217;unico partito non personale dello schieramento politico del nostro Paese. <strong>Anche Epifani nel suo discorso parla di appartenenza, di unità, del bisogno di aprirsi alla società civile. </strong>Sono queste le parole d&#8217;ordine ripetute in modo più o meno convinto in tutti gli interventi che si sono susseguiti dal palco del Centro congressi della nuova Fiera di Roma. C&#8217;è chi ha provato a sorvolare sul passato per delineare scenari fulgidi e non proprio realistici per il futuro. E chi ha affondato il dito nelle piaghe del “correntismo volgare” reo di tutte le sconfitte del Pd. <strong>“La carica dei 101” che ha affossato Prodi alla presidenza della Repubblica</strong> è tornata in più di una riflessione con la richiesta più che di fedeltà al partito, di lealtà unita al bisogno di “Verità”. Insomma, tanti buoni propositi che si scontrano con la mancanza di un&#8217;identità comune, al di là degli interessi personali e di gruppo. Non a caso nella storia non lunga del PD i suoi due segretari eletti sono stati costretti entrambi alle dimissioni. Solo una questione di sconfitte elettorali? Probabilmente c&#8217;è dell&#8217;altro, che nasce dall&#8217;anno 2007 quando DS e Margherita, con la cosiddetta “fusione a freddo”, diedero vita all&#8217;attuale PD. Le modalità di quell&#8217;unione, ritenuta da molti verticistica, ha probabilmente agevolato la nascita di  un “partito burocratico, delle tessere e degli apparati”.<br />
<strong>All&#8217;ex segretario della Cgil, a cui l&#8217;esperienza e la prudenza non mancano, la difficile guida di un partito da riappacificare, rimotivare, rilanciare. </strong> Il tempo a sua disposizione è poco. Nel mese di ottobre è fissato il Congresso che non potrà avere connotazioni usuali, ma dovrà essere rifondativo. Ma non potrà Epifani, nell&#8217;opera di rifacimento, scordarsi del governo del Paese. Dovrà dare all&#8217;esecutivo tutto il sostegno possibile per aiutare  il presidente del Consiglio a mantenere le promesse sulle riforme che l&#8217;Italia si aspetta. E&#8217; questa la vera sfida. Come ha dichiarato nel suo intervento Letta, non era questo l&#8217;esecutivo a cui egli mirava e l&#8217;attuale presidente “non è nemmeno il mio presidente del consiglio ideale”. Per assurdo che possa apparire sarà proprio l&#8217;azione di questo governo a poter far salire le quotazioni del PD nell&#8217;elettorato. Ma il neo segretario del Partito democratico dovrà scongiurare, per usare un&#8217;espressione di Rosy Bindi, che “Berlusconi diriga dall&#8217;esterno i democratici” come, a suo avviso, sarebbe avvenuto. E per fare ciò bisogna cancellare  i radicalismi perdenti e puntare ad ottenere quelle misure tanto attese dai cittadini. L&#8217;ala intransigente del PD si deve convincere che in gioco c&#8217;è la credibilità del Paese tutto in Europa. Puntare al sodo, insomma, evitando di farsi irretire dalla macchina organizzativa del Cavaliere che difronte ad un interlocutore che punta a velleitarismi ed utopie non praticabili nel breve periodo non può che vincere.<strong>Appena designato il nuovo segretario e già si congettura se sarà  lui a rimanere a pieno titolo al prossimo Congresso, oppure gli sconfitti di oggi saranno i vincitori di domani.</strong> E&#8217; il modo peggiore per voltare pagina. Il PD ed il suo segretario in questo momento hanno una grande opportunità. Dare vita ad una forza politica rinnovata, che possa essere d&#8217;esempio a tutta la politica italiana. Se Epifani percorrerà questa strada il Congresso sarà suo. Ma nel suo bloc notes dovrà sottolineare alcune frasi pronunciate dal palco dell&#8217;Assemblea e tenerle sempre a mente: “Il partito più che occupato deve essere aperto alla società civile”; “la cattiva politica produce l&#8217;antipolitica”; <strong>“identificarsi in una platea d&#8217;interessi da rappresentare”; “senza confronto aperto non è possibile arrivare all&#8217;unità”;”rompere l&#8217;immagine della casta politica”;”il PD da quando è nato ha guardato solo al passato”; “possiamo essere un danno per la democrazia italiana”.<br />
</strong></p>
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		<title>I giovani precari di oggi saranno i vecchi poveri di domani</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 13:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste un legame sottile ma indissolubile tra la qualità della vita di un lavoratore e la condizione precaria cui giungerà quando andrà in pensione. Ma le scelte della politica sembrano ignorare questo semplice assioma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="center"><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/i-giovani-precari-di-oggi-saranno-i-vecchi-poveri-di-domani/risultatoeserciziogs/" rel="attachment wp-att-12726"><img class="alignleft size-medium wp-image-12726" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/risultatoeserciziogs-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /></a>(Di Luigi Pandolfi)</p>
<p style="text-align: left" align="center">Si dice spesso, di questi tempi, che è molto alta la probabilità che chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani.<strong>[1] </strong>Questa affermazione necessita ad ogni buon conto di un riscontro. In linea generale si arriva a questa conclusione attraverso un ragionamento molto semplice, a dir poco banale: per avere una pensione bisogna lavorare un certo numero di anni e versare una certa quantità di contributi previdenziali. <strong>C’è quindi un legame strettissimo tra la qualità della vita lavorativa e ciò che si andrà a prendere di pensione, se una pensione si prenderà.</strong></p>
<p style="text-align: left" align="center">L’attuale condizione lavorativa dei giovani, segnata dal ritardo con cui si entra nel mondo del lavoro e dalla sua discontinuità, dà la garanzia di una pensione sicura e dignitosa? Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto comprendere quali sono le regole in materia di previdenza oggi vigenti in Italia<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: left" align="center">Com’è noto, l’ultimo intervento sul nostro regime pensionistico è stato fatto dal governo dei tecnici, presieduto dal professor Monti. In estrema sintesi la riforma ha previsto un’accelerazione del passaggio dal sistema di calcolo <em>retributivo </em>a quello <em>contributivo</em>. Se prima l’importo della pensione veniva calcolato in percentuale alle ultime buste paga percepite dal lavoratore, d’ora in avanti esso sarà calcolato soltanto sulla base dei contributi effettivamente versati. Scomparirà inoltre la pensione di anzianità, quella che si maturava combinando un certo numero di anni contributivi con l’età anagrafica. Adesso, per andare in pensione, a valere saranno solo gli anni di contribuzione: 41 anni e un mese di contributi per le donne e 42 anni e un mese per gli uomini.</p>
<p style="text-align: left" align="center">Per la pensione di vecchiaia saranno richiesti 66 anni per i maschi e 62 anni per le donne, a condizione che si siano maturati almeno vent’anni di contributi. Altrimenti l’asticella salirà a settant’anni. Fermiamoci qui. Un sistema così congegnato non c’è dubbio che andrà a penalizzare fortemente, irrimediabilmente, le nuove generazioni. Non è necessario essere dei tecnici per capire che chi ha vissuto tutta la propria vita lavorativa passando da stati di non-occupazione ad impieghi temporanei con contratti flessibili non potrà mai e poi mai contare su una continuità contributiva, ma soprattutto su un certo numero di contributi, che gli consentano di raggiungere i livelli minimi richiesti per avere una pensione. È una questione di numeri, non di politica, né culturale o ideologica.</p>
<p style="text-align: left" align="center">Un giovane nato intorno alla metà degli anni ottanta, tanto per fare un esempio, che ha fatto regolarmente gli studi fino all’università, senza perdere un solo anno, trovando un impiego il giorno dopo aver conseguito la laurea e lavorando ininterrottamente per 42 anni con uno stipendio di media entità,  dopo i sessant’anni con questa riforma potrebbe ricevere una pensione più o meno dignitosa. <strong>Ma quanti sono in Italia i giovani con diploma o con laurea che immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio iniziano a lavorare con contratti a tempo indeterminato, per mansioni corrispondenti alla propria specializzazione? E’ noto a tutti: non più del 10%.</strong></p>
<p style="text-align: left" align="center">Cosa si deve dedurre, quindi, da questo stato di cose? Che l’esecutivo Monti, proseguendo su un sentiero già battuto dai precedenti governi,  ha fatto una riforma del sistema pensionistico per il 10% dei giovani italiani, punendo il restante 90%. Ma non è finita qui. Questa riforma ha aggiunto al danno la beffa. I precari sono sì precari, ma i contributi, sebbene a spezzatino, li versano anche loro. Sia che abbiano contratti di lavoro a tempo determinato, sia che abbiano contratti di collaborazione a progetto con partita Iva.</p>
<p style="text-align: left" align="center">Negli ultimi anni sono aumentate abbondantemente le partite Iva nel nostro paese, ma non solo e non tanto perché sono nate nuove aziende o sono cresciuti vistosamente gli studi professionali: dietro la maggior parte di queste partite Iva ci sono lavoratori subordinati mascherati. Sono state tante le aziende italiane in questi anni, ma la pubblica amministrazione non è stata da meno, che hanno preso il proprio personale con contratti di collaborazione a progetto o trasformato un precedente rapporto di lavoro subordinato in una prestazione d’opera dietro fatturazione, per non avere vincoli contrattuali con i lavoratori, per non pagare contributi, per abbassare notevolmente il costo del personale. Solo nel 2012 sono state circa 549.000 le nuove aperture di partita Iva (+2,2% rispetto al 2011) e più della metà di queste sono riferite a giovani di età inferiore ai 35 anni<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="text-align: left" align="center">In tutti questi contratti di collaborazione c’è scritto sempre, a chiare lettere, una frase di questo tipo: “<em>Le suddette attività hanno carattere professionale autonomo e non potranno mai essere configurate come rapporti di lavoro subordinato o di collaborazione</em>”. Si può immaginare il sollievo per un datore di lavoro, ma anche la frustrazione di un giovane, spesso laureato, che deve vestire l’abito del libero professionista svolgendo di fatto un lavoro da subordinato.</p>
<p style="text-align: left" align="center"><strong>A differenza di un lavoratore dipendente tradizionale, un collaboratore a progetto è tenuto a versare esso stesso i propri contributi, in rapporto al fatturato. E dove vanno questi contributi? C’è un fondo dell’Inps, il <em>Fondo Gestione Separata</em>, in cui confluiscono i contributi di tutti i titolari di partite Iva non iscritti a particolari albi professionali. Si tratta di un salvadanaio che raccoglie di tutto, un pozzo profondo in cui finiscono ogni anno circa 8 miliardi di Euro.</strong></p>
<p style="text-align: left" align="center">Dovrebbe essere il salvadanaio in cui i precari, tanti lavoratori atipici e parasubordinati, ripongono i loro soldini per garantirsi una pensione domani. Ma, purtroppo per loro, non è così. Perché quei soldi serviranno certamente a tenere in ordine i conti della previdenza italiana ed a pagare l’assegno ai pensionati di oggi, ma non serviranno a pagare la pensione a chi ce li ha messi, sacrificando mediamente il 20% del proprio reddito.</p>
<p style="text-align: left" align="center">Destino amaro e beffardo quello della generazione dei precari, vittime e cariatidi di un sistema che non sa valorizzare i suoi figli migliori.</p>
<p style="text-align: left"><strong>E che il sistema non sappia, non voglia, prendersi cura dei suoi figli è testimoniato anche da un altro aspetto implicito nel regime pensionistico: la discrasia tra volontà di rilancio dell’occupazione e innalzamento a limiti intollerabili dell’età pensionabile.</strong> Anche qui la conclusione si presenta in tutta la sua banalità: più alta sarà l’età prevista per andare in pensione, più lento e macchinoso sarà il processo di ricambio nelle postazioni lavorative.</p>
<p style="text-align: left" align="center">L’attuale situazione italiana richiede un cambiamento radicale dei punti di vista sull’economia e sulla società. Soprattutto è necessario che venga rovesciata la logica che ha ispirato nell’ultimo ventennio i governi in tema di lavoro, di previdenza, di opportunità da offrire ai giovani. <strong>Questa società è la metafora dell’antropofagia ugoliniana, mangia i propri figli negandosi così una prospettiva di futuro.</strong></p>
<p style="text-align: left" align="center">Da www.economiaepolitica.it</p>
<h6 style="text-align: left">[1] Quest’articolo sviluppa un tema già affrontato nel mio libro <em>Crack Italia, la politica al tempo della crisi</em>, pagine 204, anno 2012, edito da Laruffa.<br />
[2] Decreto legge n.201 del 2011 (decreto Salva Italia ), successivamente convertito nella Legge n.214/2011.<br />
[3] Fonte: Ministero dell’Economia/Dipartimento delle Finanze.</h6>
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		<title>Polistena, assegno di sopravvivenza per giovani disoccupati</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 17:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'amministrazione comunale pensa ai più deboli e introduce fra le voci di bilancio un contributo fisso mensile per i giovani senza lavoro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/polistena-assegno-di-sopravvivenza-per-giovani-disoccupati/michele-tripodi-sindaco-di-polistena/" rel="attachment wp-att-12720"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/Michele-Tripodi-Sindaco-di-Polistena-292x300.jpg" alt="" title="Michele-Tripodi-Sindaco-di-Polistena" width="292" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-12720" /></a></p>
<p>In un momento storico di crisi sociale ed economica un segno di speranza arriva dalla Calabria, da <strong>Polistena </strong>che, ad un anno dal provvedimento di abbattimento dell’Imu sulla prima casa, ora punta ad aiutare i giovani disoccupati. <strong>L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Michele Tripodi, ha introdotto fra le voci di bilancio dell’Ente, “l’assegno di sopravvivenza”,</strong> denominato così “proprio per scuotere le coscienze in un momento di crisi economica drammatica per il nostro Paese”. <strong>Si tratta, nello specifico, di un intervento a favore dei giovani tra i 18 e i 29 anni</strong>, che potranno ricevere un contributo mensile che parte da almeno 50 euro al mese ma che può raddoppiare a seconda del numero degli aventi diritto. <strong>Il provvedimento partirà a luglio per tre anni consecutivi.</strong> “La mancanza di lavoro – afferma il primo cittadino di una amministrazione rossa – di opportunità, di spazi sociali dove formare la propria dignità umana e professionale, costituisce il principale problema dei giovani di oggi che si affacciano ad un mondo pieno di incertezze che nega i diritti e costringe molti ragazzi ad espatriare, se va bene o, peggio, ad imboccare percorsi devianti”. Certamente si tratta di uno strumento rivoluzionario, anche se non risolverà realisticamente i problemi delle famiglie più disagiate. Esempio comunque di una amministrazione capace di programmare e che vuol bene alla propria città. <strong>I soldi, infatti, provengono direttamente dal bilancio comunale: 60 mila euro per il 2013, 120 mila euro per il 2014 e 120 mila euro per il 2015.</strong> Inoltre, i beneficiari dell’assegno saranno giovani disoccupati e senza procedimenti pendenti per reati di mafia, che vivono all’interno di nuclei familiari in cui tutti i componenti risultano disoccupati. “Ciò sarà possibile – prosegue ancora il primo cittadino – grazie ad una attenta e oculata gestione delle risorse di bilancio, che in questi tre anni l’Amministrazione ha saputo centellinare, facendo risparmiare gradualmente sui costi vivi di servizi fondamentali, come l’acquedotto, la nettezza urbana, rendendo progressiva la tassazione, estinguendo, con piani di ammortamento e senza maturarne di nuovi, i debiti prodotti in passato da altri”. Così come chiarisce l’amministrazione comunale l’assegno di sopravvivenza è una versione in miniatura e su scala locale, del più noto <strong>“reddito minimo di cittadinanza”,</strong> in Italia ancora inesistente. L’auspicio è che questo provvedimento possa costituire un punto di partenza “per estendere ed affermare ovunque il diritto a vivere anche in assenza di lavoro o posto fisso realizzando per la prima volta il principio che parte delle risorse monetarie del territorio vengono direttamente restituite ai cittadini che le immetteranno nel circuito dell’economia locale”. Nei prossimi giorni verrà pubblicato un bando di partecipazione per gli avanti diritto e seguirà una graduatoria che terrà conto, fra l’altro, dell’anzianità di disoccupazione, della consistenza numerica del nucleo familiare, della residenza in abitazioni in locazione. <strong>Insomma un segno positivo che dà luce ad un territorio spesso ricordato solo per fatti di ‘ndrangheta. </strong></p>
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		<title>Mafia, ispettori al Comune di Valderice</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 11:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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		<description><![CDATA[Il sindaco condannato non si è dimesso, un candidato sindaco viene invece citato in una intercettazione. Sospetti di condizionamento mafioso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/mafia-ispettori-al-comune-di-valderice/iovino/" rel="attachment wp-att-12716"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/IOVINO-224x300.jpg" alt="" title="IOVINO" width="224" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-12716" /></a>Potrebbe bene dirsi, <strong>“tanto tuonò che piovve”</strong>. Proprio così. <strong>Accade a Valderice</strong> che per ironia della sorte a proposito di “acqua” non sta proprio messa bene, da decenni e più è questa una comunità che si è abituata a fare i conti con la crisi idrica. Ciò non di meno sui depliant turistici viene descritta come una “ridente” località pedemontana del trapanese, che è la verità. <strong>Appena sotto le pendici della montagna di Erice, a qualche chilometro dal capoluogo Trapani e da uno dei più famosi centri balneari della costa siciliana, quello di San Vito Lo Capo,</strong> vicinissimo al cuore del bacino marmifero più noto del meridione, quello di Custonaci che fa concorrenza a quello di Carrara. <strong>Ma non è né per la carenza idrica né per il turismo che dobbiamo interessarci adesso di Valderice. La notizia è quella che alla vigilia della consultazione elettorale-amministrativa di giugno il prefetto di Trapani, Marilisa Magno, ha deciso di avviare la procedura di accesso per verificare l’esistenza dell’inquinamento mafioso nella pubblica amministrazione. </strong>Non è la prima volta che accade è già accaduto, negli anni ’90. Valderice politicamente è stata sempre vista come una sorta di “laboratorio”, qui, durante la cosiddetta “prima Repubblica” si sono sperimentate formule politiche prima ancora che queste vedessero la luce negli ambiti regionali e nazionali addirittura, qui per anni hanno resistito ad ogni attacco dello scudocrociato le giunte di centrosinistra mentre altrove imperavano i monocolori della Dc, qui si sono provate le alleanze da compromesso storico e poi la famosa formula del pentapartito, ma ad un certo punto ci furono amministrazioni nate da un colloquio fitto tra Dc e Psi. Fu in questo periodo che si paventò l’inquinamento mafioso, dopo che si scoprì che alcuni dei registi di questa operazione erano invischiati in indagini sulla mafia. La seconda Repubblica con la elezione diretta del sindaco riconsegnò per un lungo periodo Valderice alla sinistra, qui i berlusconiani non sono riusciti a sfondare se non alle elezioni del 2008, intaccando lo zoccolo duro della sinistra e usando peraltro un soggetto che proveniva da quella “sinistra”, un socialista, l’attuale sindaco <strong>Camillo Iovino</strong> passato anche lui con Forza Italia.  Iovino oggi non si ricandida per un secondo mandato. Ha preferito fare un passo indietro, pare che abbia scelto la candidatura al Consiglio comunale. A malincuore ha rinunciato a tentare la rielezione, si ritrova una condanna a un anno per favoreggiamento (ad un imprenditore mafioso) e al pagamento di 20 mila euro per danni di immagine al Comune del quale è sindaco. Prima che divenisse primo cittadino per i giudici ha messo i suoi servigi a disposizione dell’imprenditore Tommaso Coppola che dal carcere attraverso suo nipote che andava ai colloqui mandava “messaggi” al “politico” Iovino perché a sua volta potesse intercedere con il senatore <strong>Tonino D’Alì</strong>. Iovino ha sempre negato la circostanza di avere ricevuto questi “messaggi” dal carcere, i giudici però che lo hanno condannato lo hanno sonoramente “bacchettato”. I giudici hanno ritenuto la circostanza vera e perfettamente confacente con la “grande spregiudicatezza” con la quale “ha svolto la propria carriera politica……Iovino aveva interesse ad accreditare la sua posizione di gancio tra l’imprenditore valdericino e l’esponente politico nazionale…la mossa studiata dall’imputato (per difendersi ndr) non si è rivelata brillante, ma è nelle cose che non tutte le strategie risultino vincenti”. Ce ne è insomma per ritirarsi, lui comunque ha deciso di restare sindaco sino all’ultimo giorno. Le vicende processuali hanno fatto emergere la grande influenza che nel tempo Tommaso Coppola ha avuto sul Comune di Valderice, a proposito di lavori pubblici e di concessioni e licenze edilizie a suo favore. Quando negli anni ’90 ci fu il primo accesso “antimafia” tra i nomi che circolavano come “grand commiss” occulti c’era anche il suo, un imprenditore molto vicino alla sinistra. Insomma per la prefettura indagini, condanne e motivazioni delle sentenze di condanna che riguardano Coppola quanto l’attuale sindaco sono sufficienti per andare a fare qualche accurato controllo. La commissione prefettizia si è già insediata ed è al lavoro. A svelare quello che per la prefettura doveva restare riservato è stato lo stesso Camillo Iovino con un comunicato stampa diffuso dal suo “gabinetto”. E ne ha approfittato per fare “politica”. Ha infatti fatto scrivere al suo addetto stampa che “i commissari stamani si sono insediati presso l&#8217;ufficio del Segretario Generale del Comune al quale hanno comunicato come prima istanza la necessità di verificare il repertorio dei contratti attivati dalla amministrazione comunale valdericina dall&#8217;anno 1990 e pertanto delle amministrazioni di cui sono stati sindaci: Cristoforo Grammatico, Orazio Spezia, Giacomo Tranchida, Lucia Blunda e fino all&#8217;attuale”. Come dire l’ispezione non riguarda me ma un bel po’ di sindaci. In effetti il decreto prefettizio non dice questo, parla di generica ispezione e secondo norme di legge l’ispezione potrebbe andare agli anni ancora prima del 1990 come detto dal sindaco. Non ci vuole molto a capire che quella di Iovino è l’ennesima “strategia”. «Sono certo &#8211; afferma infatti il sindaco Iovino &#8211; che il lavoro dei commissari prefettizi sarà in grado di fare luce sulle attività amministrative di questi ultimi 23 anni verificando se vi siano stati amministratori, consiglieri comunali o funzionari del comune che in qualche modo potrebbero essersi resi permeabili alle lusinghe della mafia. Sarà un ulteriore contributo di verità alla quale tutta la comunità valdericina sarà interessata».   Intanto però la comunità valdericina a proposito di verità è rimasta un po’ a secco. <strong>Iovino ha appena presentato la relazione di fine mandato, ha fatto tappezzare la città di manifesti pubblicitari della relazione, con tanto di cifre altisonanti su quanto è riuscito a fare, ma nella relazione nessun cenno alla condanna né a quei 20 mila euro che se condannato in via definitiva dovrà pagare.</strong> La verità per Iovino pare possa esistere secondo “convenienza”. Intanto Valderice va al voto e tra i candidati sindaci c’è un commercialista Mario Sugameli, centrodestra, non è la prima volta che tenta la corsa alla sindaca tura. avere  Ci provò anche nel 2003 quando il suo nome uscì fuori da una intercettazione nello studio dell’imprenditore Coppola, che allora  capendo che il vento non soffiava più come una volta, cominciò a sostenere il centrodestra. Allora l’area di centrodestra pare volesse puntare su un medico, Enzo Messina, Coppola si preoccupò che questa poteva essere la scelta, lui era per Sugameli, e la spuntò (anche se questi non fu poi eletto), “…l’impegno noi l’avevamo con SUGAMELI” e d’accordo con lui si diceva l’altro interlocutore, l’allora deputato regionale Bartolo Pellegrino che lo tranquillizzava, “…la prima cosa da fare è…io ora me ne occupo di questa vicenda…”. Una chiacchierata finita intercettata in quello studio dove Coppola decideva anche le aggiudicazioni degli appalti, ritirava e distribuiva le mazzette e pagava la tassa alla cupola mafiosa. </p>
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		<title>Lettera al ministro Josefa Idem</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 07:26:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Loredana Viola (segretario CUG del Comune di Taurianova RC) al ministro Josefa Idem, contro la discriminazione delle donne]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/05/lettera-al-ministro-josefa-idem/65945720_josefa/" rel="attachment wp-att-12712"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/65945720_josefa.jpg" alt="" title="65945720_josefa" width="300" height="300" class="alignleft size-full wp-image-12712" /></a>(di Loredana Viola) RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO &#8211; On. Ministro Josefa Idem, avverto il dovere morale di scriverLe perché gli eventi che da anni consacrano la figura della donna come vittima eccellente della furia e della ferocia maschile ha raggiunto un momento di impetuosità umana e mediatica che evidenzia l’assoluta inadeguatezza ed il senso di impotenza dello Stato nell’affrontare l’imperante crimine del “femminicidio”, sillogismo coniato per simboleggiare la violenza di genere in ogni sua forma.<br />
In Calabria gli organismi regionali e provinciali per le Pari Opportunità onorano con impegno e determinazione il loro operato nella contingenza della drammatica attualità, pur consapevoli che bisogna affrontare la questione socio culturale da cui insorgono tali tragedie, in una società in cui il fenomeno  attraversa ogni epoca, ogni cultura, ogni luogo.<br />
Io credo che vi sia una tipologia di uomini affetti da una silenziosa quanto insidiosa forma di “alterazione patologica“ che assale e travolge le loro certezze  quando d’improvviso li avvertono precarie, quando si scontrano con l’ angoscia del confronto verbale, dell’insicurezza sul futuro, quando attribuiscono alle donne, alle compagne la responsabilità del proprio fallimento, quando amplificano il concetto della proprietà della persona, l’incapacità di gestire la propria vita in vista del “crudele abbandono“, quando divengono preda  di un personalissimo amor proprio che reputano schiacciato, represso, umiliato,  quando cristallizzano la teoria che la forza fisica può sovrastare ogni tipo di resistenza mentale al femminile o quando intuiscono che la donna intende “l’amore“ non soltanto come protezione ma come sublime attraversamento, ed essi per correre ai ripari, subdolamente, prefigurano la loro immolazione nello status di vittima/carnefice con la labile speranza che la società possa riconoscergli  pensieri di pena o ventura clemenza.<br />
Dunque stiamo parlando di impostazioni culturali, dunque supremazia del proprio io in rapporto con le cognizioni maturate in un tessuto sociale in cui gli insegnamenti didattici possono suggellare, già nella fanciullezza, la potenzialità di generare sane o cattive opinioni di sè rispetto all’altro inteso come prossimo.<br />
On. Ministro, la legge e le istituzioni devono tener conto che il problema va affrontato alla radice, che non si tratta del delirio di un momento ma di evidenti suggestioni culturali cementificati in un idea nociva del prossimo rispettabile solo se di sesso equipollente. </p>
<p>E’, altresì, evidente che la donna è tardiva o restia a denunciare per tempo, o se lo fa rimane inascoltata e su questo la cronistica depone dirompente, come è oltremodo palese il non sentirsi protetta e nel momento in cui ravvisa  la trappola,  “l’imboscata virtuale “ prende forma tangibile, le attenzioni amorevoli non si generano più, cessano perché miravano soltanto ad immobilizzare l’illusione che amore e possedimento potevano divenire conciliabili compagni di vita.<br />
Il dominio è uno stato di detenzione mentale, è una condizione che trasferisce autorità e non autorevolezza ai sentimenti, è una preclusione pitturata di premeditate tenerezze, quasi a discolpare l’avida ambizione di voler dominare ogni “passo solitario” che sfugge al proprio controllo.<br />
On Ministro, la scuola come primo strumento didattico, unitamente alla saggezza familiare, dovrebbe tornare ad essere motore di conoscenza reale del vivere civile e del civico rapportarsi, la spinta propulsiva delle normative giuridiche non può essere delegata alla semplice convegnista d’occasione, se pur utile come diffusione mediatica dell’emergenza, non può essere lanciata in maniera così aggressiva dai mass media, i quali sembrano celebrare giornalisticamente l’ennesimo evento di cronaca nera, più che condannarlo, con il rischio di generare una forma di assuefazione al dolore, all’indignazione, al ripudio collettivo, di rendere impetuoso e sterile l’aspetto umano della vittima, che dopo l’eclatante e ripetuto servizio giornalistico, andrà dolorosamente ad aggiungersi alle statistiche numeriche da esibire nei salotti dei ”Talk Show dell’orrore”.<br />
D’altro canto lo stolker, nella forma meno nociva, non  può essere sanzionato episodicamente senza che divenga coscienzioso titolare della sua pericolosità sociale,<br />
On. Ministro si  deve dar vita “all’alternativa del riparo” per la donna/vittima, assicurandogli quello scudo protettivo che possono offrire i centri di ascolto, di accoglienza capaci di sopperire al vuoto economico ed allo smarrimento sociale che dovrà affrontare nel momento in cui acclara a se stessa l’indifferibile richiesta di aiuto, anche perché il momento della percezione, spesso, si accomuna, irrimediabilmente, al momento dell’esecuzione ultima della violenza, giungendo noi, collettivamente, a constatare un altro assassinio prefigurato in contemporaneità con lo Stato, con le Istituzione, con la società .<br />
Ma lo Stato ha il dovere di giungere per primo, di legiferare per precorrere ogni tempo ed ogni dove!<br />
Lo Stato ha il compito di incrementare quanto necessario per sopravanzare una condizione sociale e culturale con dispositivi inibitori e preventivi riducendo, altresì, il rischio dell’emulazione che rigenera i vili in super uomini ! Perché come sostenne Bordieu, il dominio maschile è la più antica e persistente forma di oppressione esistente.<br />
Dunque cultura diffusa nelle scuole, ore di religione indirizzate ad insegnare ai ragazzi a rispettare il corpo della donna in modo che non lo percepiscano come merce mortificata dalla stessa opera pubblicitaria, il reintegro dell’ora di educazione civica, processi terapeutici per chi agisce in maniera violenta contro ogni forma umana di debolezza, istituzione di nuove case/famiglie, rifugio per le donne in difficoltà, diffusione della cultura del supporto delle rete sociale, reticolo familiare preparato ad affrontare le insidie, diffusione del patrocinio gratuito da parte del Ministero delle Pari opportunità per chi denuncia le sopraffazioni fisiche e psicologiche, direttive sanzionatorie immediate la cui certa applicazione non illuderà lo stolker nel pensiero di averla scampata, mortificando le regole e fuggendo anche da se stesso. </p>
<p>La rieducazione della “razza umana” serve a far prendere coscienza di sè, difatti i sentimenti appartengono all’umanità, ed essa si evolve quando ha fatto i conti con i propri limiti, la tolleranza, le inefficienze, la discriminazione, la solidarietà, i vuoti legislativi, il rispetto delle regole, l’applicazione e l’interpretazione della legge “uguale per tutti”; quando gli strumenti didattici rispecchiano le più alte ambizioni intercettando ed interpretando il candore dei sogni delle nuove generazioni.<br />
On. Ministro riveda la legge sui finanziamenti stabili per i centri antiviolenza, il monitoraggio dell’efficacia delle politiche già esistenti, lo studio sulla violenza di genere, la formazione professionale, i congedi temporanei per chi chiede aiuto e rischia, paradossalmente, di perdere anche il posto di lavoro, la lotta agli stereotipi che  vengono veicolati dalla stessa stampa la quale spesso non rimarca la discriminazione di genere e qualche volta semplifica il dramma come il frutto di un “raptus” inteso come incidente isolato, come accadimento improvviso, mentre in realtà simboleggia l’ultimo atto di un continuo di violenza nell’ambito delle relazioni d’intimità.<br />
On. Ministro, a nome di ogni donna, il cui respiro non incontrerà più l’ebbrezza della vita, Le Chiedo di attivarsi per restituire giustizia a chi è stato negato il tempo per incontrare il futuro, ad omaggiare la loro memoria riconsegnando la dignità a chi è destinato a soccombere quotidianamente in un respiro affannato che anticipa la morte.<br />
 Le Chiedo di condurre una contesa civile anche in nome di un Paese, l’Italia, i cui albori storici,artistico,culturali esibiscono orgogliosamente al mondo un “esemplare” di vissuto raccontato negli universali testi storici.<br />
On. Ministro garantisca che la denuncia sociale divenga riconoscimento giuridico, un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione ed emarginazione delle donne, attraverso azioni incisive sul piano politico, operativo, giuridico ed amministrativo.<br />
On. Ministro Lei, altresì, rappresenta idealmente uno strumento educativo straordinario, lo sport, un veicolo unico di aggregazione e di inclusione solidale. Lei sa bene che attraverso il suo linguaggio è possibile costruire modelli innovativi di educazione e comunicazione improntati al rispetto di se’ e degli altri, alla solidarietà e alla promozione di stili di vita corretti, ecco perché conto sulla Sua sensibilità, sulla Sua percezione del valore dell’educazione in ogni forma applicabile come primario viatico formativo delle coscienze disperse.<br />
Dante, rese icona Beatrice………”riuscì a far rifulgere il nome di Beatrice di uno splendore vivo e profondo come pochi altri esempi umani, in un perpetuo anelito d’amore in cui lo sguardo dell’amata rappresentò un ponte verso il cielo, una scala che solleva, che redime ogni stanco viandante”, ma secoli dopo Oscar Wilde definì la storia delle donne come la peggiore delle tirannie  che il mondo abbia mai conosciuto: la tirannia del debole sul forte. E’ l’unica tirannia che duri.<br />
Taurianova RC lì 06.05.2013</p>
<p>                                                                       (Segretario CUG – Comune di Taurianova RC )<br />
                                                                                                               Loredana Viola</p>
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		<title>La democrazia, i partiti ed il web</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Probabilmente, meno enfaticamente ma più concretamente, per dare una svolta all'attuale situazione dei partiti, ci sarebbe bisogno di normare l'art. 49 della Costituzione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/democrazia-300x220.gif" alt="" title="democrazia" width="300" height="220" class="alignnone size-medium wp-image-12707" /></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p>La vecchia frase sulla democrazia di Winston Churchill fa sempre effetto: <strong>&#8220;la democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta&#8221;</strong>. Quanto lo statista britannico la pronunciò c&#8217;era un mondo diverso. Il Web non esisteva. I cambi epocali non si misuravano in decenni. Altri tempi, insomma. I problemi però per l&#8217;attuazione della democrazia reale restano tutti, anzi si moltiplicano. La complessità del sistema sociale porta più facilmente ad eludere, ad aggirare, <strong>le &#8220;regole&#8221; </strong>che devono essere alla base del patto democratico. La parola  democrazia, ovvero governo del popolo, viene usata in tutte le salse, ma spesso non applicata. È come se nel ripeterla &#8220;senza fine&#8221; si volesse esorcizzare l&#8217;argomento facendolo diventare una realtà già concretizzata, quando di fatto assolutamente non lo è.</p>
<p>Per la verità noi italiani non siamo i soli a <strong>&#8220;predicar bene e razzolare male&#8221;</strong>. Siamo tra i pochi però ad avere dei partiti politici con connotazioni che possono lasciare a desiderare dal punto di vista della loro gestione democratica. <strong>L&#8217;art. 49 della Costituzione è tra i più brevi di tutta la Carta costituzionale, non di meno però d&#8217;importanza rilevante per la vita della Repubblica. Esso testualmente stabilisce che :“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I partiti, quindi, nella loro indispensabilità sono delle associazioni non riconosciute, a differenza delle organizzazioni sindacali </strong> a cui è imposto, in base all&#8217;art. 39 della Carta costituzionale, di avere statuti che “sanciscano un ordinamento interno a base democratica”. Si può ben comprendere il perché i  padri costituenti hanno evitato d&#8217;mporre la forma della “personalità giuridica” ai partiti. Tra l&#8217;altro per  scongiurare ingerenze da parte dei poteri dello Stato nell&#8217;azione di controllo, che poteva limitarne la  libertà d&#8217;iniziativa. Il punto però è come evitare di trovarsi difronte a forme di assoluta mancanza di liberalismo interno, che può degenerare in vero e proprio leaderismo padronale. Insomma,  se i partiti sono il trampolino di lancio della democrazia, appunto, per determinare le politiche nazionali, una mancanza di dibattito interno, di assolutismo dirigenziale,  non può che sclerotizzare tutto il sistema. </p>
<p>Se a questo ragionamento si aggiunge la vicenda &#8211; tanto brutta e delegittimante – dei “rimborsi elettorali” il quadro negativo è di tutta evidenza.</p>
<p>Una riflessione a parte va dedicata alla cosiddetta <strong>“democrazia del Web”</strong>. Il Web può e deve essere un mezzo formidabile di conoscenza al fine di aiutare i processi democratici a tutti i livelli. Una volta si sosteneva che “l&#8217;informazione è potere”. Lo è la notizia, il ragguaglio che viene dalla “Rete”, ma se è riscontrato con oggettività per accertarne la veridicità. Uno dei compiti del giornalista è, tra l&#8217;altro, verificare, valutare per poi informare l&#8217;opinione pubblica. Se ci si illude però che la vera democrazia passa direttamente dalle notizie, o dai sondaggi, o dalle designazioni che vengono da Internet, senza regole condivise, ma imposte arbitrariamente da una sola parte, allora si vuole imbrogliare. Esempi recenti di quanto testé asserito ci vengono dalla consultazione via Web per l&#8217;indicazione del candidato alla presidenza della Repubblica.</p>
<p>Oggi alcune forze politiche, per dare il senso del cambiamento di rotta, congetturano l&#8217;azzeramento dei <strong>“rimborsi elettorali”</strong> che in altri termini possono essere visti come il vecchio “finanziamento pubblico” dei partiti abrogato con un referendum, voluto e vinto dal Partito Radicale nel 1993, con ben  il 90,3% dei voti espressi a favore appunto dell&#8217;abrogazione. Forse sarebbe il caso, al di là di rivedere la norma sui rimborsi,  che deve certamente essere riscritta nell&#8217;ottica del sostegno con agevolazioni ai partiti ed i movimenti, ma senza  garantire in alcun modo le strutture e gli apparati degli stessi, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti. Probabilmente, meno enfaticamente ma più concretamente, per dare una svolta all&#8217;attuale situazione dei partiti, ci sarebbe bisogno di normare l&#8217;art. 49 della Costituzione. E si potrebbe procedere legando le agevolazioni economiche all&#8217;adozione di statuti che espressamente prevedano ordinamenti  interni “a base democratica”. Ciò, tra l&#8217;altro, dovrebbe significare  rotazione nei ruoli dirigenziali che non potranno  essere a vita. </p>
<p>Non sarà certamente facile per il neo presidente del Consiglio, Enrico Letta, disbrigare le tante rogne istituzionali  &#8211; e non &#8211; che sono sul suo tavolo di lavoro. Se però vorrà dare al Paese l&#8217;idea vera del cambiamento, al di là delle tante iniziative ad effetto che gli vengono proposte, bisognerà che parta proprio con un disegno di legge ad hoc per l&#8217;applicazione dell&#8217;art. 49 della Costituzione. Uno strumento importante per ridare fiducia all&#8217;opinione pubblica nei partiti che rimangono strumenti essenziali ed insostituibili per la realizzazione del <strong>“governo del popolo”.</strong></p>
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		<title>“Un politico a disposizione di Cosa nostra”</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 18:40:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio D'Alì]]></category>
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		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Requisitoria dei pm Guido e Tarondo. L’atto di accusa della Dda di Palermo contro il senatore D’Al sotto processo per concorso esterno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/05/dalì.jpg" alt="" title="dalì" width="268" height="188" class="alignnone size-full wp-image-12703" /></p>
<p><strong>I pm Tarondo e Guido, della Dda di Palermo, hanno cominciato a parlare dinanzi al gup Francolini</strong>, esponendo la requisitoria nel processo dove è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa  il parlamentare del Pdl trapanese, sen. Tonino D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, ex presidente della commissione Ambiente del Senato, oggi, tornato a sedere a Palazzo Madama e mandato, su designazione del presidente del Senato Pietro Grasso, che lo ha avuto proposto dal gruppo Pdl, a fare il  vice presidente della commissione euro mediterranea. Il senatore D’Alì oggi era assente, non era in Tribunale a Palermo, almeno lui, al contrario di Berlusconi non ha invocato il legittimo impedimento per chiedere un rinvio del suo processo, l’udienza si è svolta senza l’imputato ma a porte chiuse. C’era una possibilità che l’udienza fosse pubblica, la stampa (un solo giornalista per la verità) aveva chiesto di potere assistere alla fase della discussione, requisitoria oggi e il 24 maggio, intervento delle parti civili e a seguire le arringhe, il 14 e 21 giugno, ma la difesa del senatore si è opposta, e la sua opposizione secondo il codice è vincolante per la decisione del giudice nel caso dei procedimenti di questo genere. Il risultato di questo stato di cose è stato ovviamente a favore dell’imputato, del suo processo anche oggi i più tra i mass media, quando pure hanno deciso di parlarne lo hanno fatto ripetendo quello che sempre si è detto, e cioè il rapporto di lavoro intrattenuto dai mafiosi Messina Denaro con D’Alì e la fittizia vendita di un terreno, dando spunto alla difesa di diffondere un comunicato a ribadire che gli elementi così citati risultano smentiti, i titoli di tg e siti internet riguardanti Trapani per la maggior parte hanno trattato come rilevanti notizie della giornata la creazione di una maxi cassata, le regate veliche che tanto piacciono ai trapanesi, anche quando sono dei flop, la consegna di statuette a riconoscimento dell’impegno a favore della città, riconoscimento che nel tempo è stato attribuito a imprenditori che proprio di recente sono stati scoperti essere diventati potenti grazie alla mafia e non solo alla mafia. Anche nel loro caso, nel caso di questi imprenditori, come di altri, c’entra il senatore D’Alì, almeno a  seguire quello che i pm dicono del processo in corso contro l’autorevole politico trapanese. Per il processo contro il senatore D’Alì solo silenzi, e tanti sono pure contenti.<br />
<strong>E’ lo scenario trapanese che il pm Paolo Guido non ha mancato di evidenziare nella sua requisitoria</strong>. E’ lo scenario di una città che anche davanti ai morti ammazzati ha negato ieri l’esistenza della mafia mentre Cosa nostra stringeva alleanze di ferro con la politica, l’impresa, l’economia, avendo come amlagama la forte presenza della massoneria, e oggi la stessa città racconta che la mafia è sconfitta mentre invece questa alleanza è diventata inossidabile, ha portato grandi guadagni nelle casseforti dei boss, eppure dopo arresti, condanne e confische si sente dire che la mafia esiste perché esiste l’antimafia, e i boss magari mandano pure a ringraziare, agevolati come sono nell’opera di sommersione che qui, nel trapanese è riuscita benissimo, così bene che si conoscono i nomi dei mafiosi e dei loro complici ma ugualmente questi, se non fosse per magistrati e forze dell’ordine, potrebbero vivere indisturbati, grazie ad una società civile incredibilmente silenziosa nella sua larga maggioranza, e così l’ultima delle uscite a ridimensionare e ad escludere la presenza della mafia a Trapani è stata quella di chi, tra i politici, anche di nuova manifattura, come l’attuale sindaco Vito Damiano, ha chiesto di non parlare di mafia a scuola ed ha protestato contro i mass media che prendendo spunto dall’ultimo dei sequestri che hanno colpito le finanze di imprenditori cresciuti con la caratura mafiosa, hanno parlato non certo bene della città. Si è tornati indietro negli anni quando si diceva che i giornalisti raccontando della mafia trapanese facevano un danno alla città, negando l’evidenza che semmai è la mafia, ieri come oggi, a fare male a Trapani.<br />
Al centro di questo scenario il pm Guido ha posto il senatore D’Alì. <strong>“E’ mancata la prova della sua organicità a Cosa nostra – ha detto – e quindi non si è potuti contestare l’associazione mafiosa, ma nel processo ci sono tutta una serie di elementi che provano la sua disponibilità, diretta o indiretta, a favorire la mafia trapanese”.</strong> Fatti che il pm ha genericamente elencato, dal sostegno elettorale alla vendita fittizia di un terreno per coprire una operazione di riciclaggio, dal favorire l’assegnazione di grandi appalti, all’acquisto di immobili da inserire nel patrimonio dello Stato, edifici comprati da imprenditori mafiosi diventati sedi di caserme dei carabinieri, il trasferimento nel 2003 da Trapani di un prefetto sgradito ai mafiosi, Fulvio Sodano, l’assegnazione di finanziamenti per la costruzione di residence turistici a imprese segnalate dalla mafia.<br />
Il primo tema toccato è stato quello del sostegno elettorale. Nel 1994 ha riferito <strong>il pentito Sinacori,</strong> l’ordine di Messina Denaro fu quello di votare Forza Italia. Non ci fu bisogno di indicare il nome del candidato, all’epoca c’era il maggioritario e al Senato il candidato unico era Tonino D’Alì. Un altro pentito, Giovanni Ingrasciotta, ha raccontato che di notte c’erano squadre organizzate dai mafiosi che battevano la provincia in lungo e in largo per evitare che i manifesti elettorali del candidato D’Alì venissero coperti. <strong>La consegna di quei 300 milioni di vecchie lire fatta dal gioielliere e poi pentito Francesco Geraci ad Antonio D’Alì, all’epoca non ancora eletto senatore,</strong> per la compravendita di un terreno, che Geraci aveva comprato su ordine di Messina Denaro, il pm Guido l’ha inserita oltre che nel capitolo dell’episodio di riciclaggio di denaro, anche all’interno di un quadro elettorale. Ricostruendo questa circostanza non ha fatto meno di sottolineare al giudice una circostanza temporale, cioè quella che la consegna di denaro da parte di Geraci a D’Alì, avvenuta attraverso assegni a sua firma, avvenne in prossimità delle elezioni nazionali del 1994, quelle dove Tonino D’Alì fu candidato per la prima volta. Successivamente D’Alì restituì in diverse  tranche quel denaro, la sua difesa ha sostenuto che ci si accorse che quel terreno era stato già pagato due volte, Geraci ha riferito che lui stesso è andato a prendere quei soldi, e talvolta andarono a prendere quei denari da D’Alì, o da suo fratello Pietro, anche i suoi fratelli Andrea e Tommaso Geraci, che non sono pentiti, anzi hanno rinnegato il fratello per la sua collaborazione con la giustizia, ma dinanzi ai pm che li hanno interrogati non hanno potuto negare l’evidenza.<br />
Si continua il 24 maggio quando toccherà parlare al pm Andrea Tarondo, il magistrato che da 10 anni insegue le potente connessioni a Trapani, che di recente ha subito una strana intrusione nella sua blindata che sebbene posteggiata dentro al parcheggio del Palazzo di Giustizia ha subito una effrazione come se qualcuno avesse voluto piazzarvi dentro una cimice. Opera da menti raffinate, quelle che la mafia trapanese ha sempre avuto a propria disposizione.</p>
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		<title>La povertà e la follia</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 10:52:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tanti giudizi, pochi aneddoti, un dato comune: nessuno, neppure il fratello e le tre sorelle o gli amici più vicini, è riuscito a capire la vera personalità di Gino. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/preiti-300x158.jpg" alt="" title="preiti" width="300" height="158" class="alignnone size-medium wp-image-12695" /></p>
<p><strong>Una storia di ordinaria disperazione e di lucidissima follia</strong>. Potrebbe essere chiusa così la storia di Luigi Preiti e di quella sua domenica di sangue che ha fatto tremare l’Italia. Gli spari a Palazzo Chigi proprio mentre al Quirinale giurava il nuovo governo. Il rumore sordo dei colpi di pistola nel cuore della Roma politica, proprio come negli anni bui del terrorismo, due carabinieri a terra e una donna colpita di striscio. Servizi di sicurezza impazziti e un uomo, bloccato da altri carabinieri, che urla. “Ammazzatemi, sparatemi voi, fatelo, vi prego…”. Si chiama  Luigi Preiti, il nome si sa subito. E’ lui l’attentatore. E allora si scava nella vita passata di quest’uomo. Si cercano le sue simpatie politiche (subito gli avvelenatori del web, in sintonia con i deliri di Alemanno, ipotizzano sue simpatie per il Movimento Cinque Stelle), si approfondiscono le sue origini. <strong>E’ calabrese di Rosarno, quindi è vicino alla ‘ndrangheta. E poi quel cognome, Preiti, rimanda a Domenico e Roberto considerati vicini alla cosca Pesce. Sono suoi lontani parenti. Pochi rapporti con loro.</strong> Chi era Luigi Preiti, detto Gino, te lo raccontano i familiari, gli amici, il suo profilo facebook straripante di immagini sacre, chi lo ha conosciuto. Tanti giudizi, pochi aneddoti, un dato comune: nessuno, neppure il fratello e le tre sorelle o gli amici più vicini, è riuscito a capire la vera personalità di Gino. Che negli anni Ottanta lascia  quella casa alla periferia di Rosarno, lembo estremo e dimenticato della Calabria. I genitori sono vecchi e malati e vivono con la loro pensione di braccianti agricoli. <strong>Alla Cgil di Gioia ancora ricordano la madre, sempre attiva nelle lotte delle raccoglitrici di olive. E’ la povertà, che Gigi affronta emigrando al Nord.</strong> Va a Pedrosa, in provincia di Alessandria, e apre una impresa individuale edile. Si sposa, mette al mondo un figlio che oggi ha undici anni, ma il lavoro va male e Gino si dibatte tra i debiti e il suo maledetto vizio: il gioco. Biliardo e slot-machine, videopoker e bazzica lo portano alla rovina. Il matrimonio si sgretola, l’impresa soccombe sotto i colpi della crisi. Si sente un fallito, Gigi, quando due anni fa è costretto a tornare indietro, a Rosarno, a casa dei suoi. “Sono un disperato ma non odio nessuno – ha detto tra le lacrime ai magistrati Pierfilippo Laviani e Antonella Nespola -. Volevo fare un gesto eclatante in un giorno importante, volevo colpire i politici”. Parole e atteggiamenti da squilibrato che però cozzano fortemente con l’organizzazione del gesto: lucida, precisa, fredda. Era tranquillo, Gigi, sabato pomeriggio alla stazione di Gioia Tauro quando è stato fermato dagli agenti della Polfer per un normale controllo dei documenti. Era tranquillo venti giorni fa quando, per sua stessa ammissione davanti ai pubblici ministeri romani, ha confessato che stava pensando al “gesto eclatante”. Venti giorni vissuti a pensare all’obiettivo da colpire, a riflettere sul come e sul quando. E senza mai tradire emozione. “Ci siamo visti due giorni fa – dice Domenico Macrì, un suo amico – mi è sembrato tranquillo, turbato perché non aveva lavoro e per la sua situazione familiare. Deve essergli andato in tilt il cervello”. “Non aveva mai dato segni di squilibrio – racconta Elisabetta Tripodi, il sindaco di Rosarno -, non mi risulta sia mai stato segnalato dai servizi sociali”. “Era una persona assolutamente normale, spesso ci si vedeva al bar del paese”, ricorda Mario Trucco, ex sindaco di Pedrosa. “Mio fratello non era né un pazzo, né un terrorista”, si dispera il fratello Arcangelo, che chiede scusa “ai carabinieri feriti, alla donna colpita e a tutti gli italiani. Nessuno di noi poteva supporre cosa sarebbe successo”. Non basta la disperazione di un uomo fallito per spiegare quello che è successo. <strong>E allora ieri per tutto il giorno i carabinieri hanno setacciato la povera casa di Rosarno dove Gino viveva, hanno interrogato a lungo la madre e il fratello, perquisita la Peugeout</strong> abbandonata alla stazione di Gioia. Alla ricerca di una traccia, uno scritto, un movente credibile.<br />
(con Lucio Musolino pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 aprile 2013)</p>
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		<title>Rancore e disperazione</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 08:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi, il tessuto si è strappato. Tutti sono contro tutti, e ognuno vuole risolvere da sé drammi e disagi che invece toccano ampi strati della società.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/rabbia.jpg" alt="" title="rabbia" width="266" height="190" class="alignnone size-full wp-image-12692" /></p>
<p><strong>E’ crisi, disperazione di massa, fallimento individuale che diventa rancore sociale,</strong> colpa da attribuire agli altri, alla politica, soprattutto. In un Paese dove da anni proprio la politica occupa uno spazio illimitato, la rabbia si rivolge contro chiunque rappresenti il potere. E allora si protesta, si tenta il suicidio, si spara, proprio davanti a quei luoghi che sono icona di un potere politico che non sa dare risposta al disagio. Sono questi i pensieri che frullano nella mente di chi decide il gesto eclatante, quello che fa parlare di te e della tua storia disperata nei talk-show televisivi, sui giornali e sui social network. <strong>Avrà pensato tutto questo il pensionato sessantaseienne che il 3 novembre di due anni fa decise di darsi fuoco a pochi passi da Palazzo Chigi.</strong> Lì c’è il potere, quello governativo, lì ci sono i ministri, quelli che rendono la mia pensione inservibile, carta straccia, davanti a loro la faccio finita. Per fortuna, al pensionato in questione che si cosparse di benzina a Piazza Colonna, all’ingresso della Galleria Sordi, andò bene. Fu salvato e se la cavò con piccole ustioni. E che dire dell’appello accorato dei dipendenti di Equitalia, costretti a vivere nei loro uffici come in dei fortilizi assediati. Hanno paura di attentati, plichi e lettere esplosive e chiedono aiuto. La gente colpita da cartelle esattoriali pesantissime e spesso ingiuste li vede come avvoltoi, succhiasangue, esattori senza scrupoli. Vanno avanti così le cose in un periodo in cui la politica, anche quando sta all’opposizione e pretende di organizzare il disagio sociale, non trova le parole giuste. Il dissenso si rivolge contro chiunque rappresenti lo Stato. <strong>I due carabinieri colpiti ieri davanti a Palazzo Chigi, le due impiegate della Regione Umbria uccise a Perugia il 6 marzo scorso.</strong> Il loro assassino, Andrea Zampi, un imprenditore, le riteneva responsabili dei suoi guai economici. La Regione doveva dargli dei finanziamenti e lui era stanco di aspettare. L’uomo entrò negli uffici di Palazzo Broietto, impugnò una pistola e colpì a morte Daniela Crispolti, 46 anni, e Margherita Peccati, 61. Per lui le donne erano la politica, la Regione, il potere da distruggere. La povera Daniela era una precaria, Margherita era in attesa della pensione e del riposo dopo un trentennio di lavoro. <strong>L’odio acceca, la soluzione individuale a problemi che invece sono di tanti esalta</strong>, il gesto “eclatante in un giorno importante” è vissuto con insensato eroismo vendicativo. Melissa Bassi, la studentessa della scuola Falcone-Morvillo, è morta per questo. Le sue compagne porteranno per anni le ferite sui corpi per questa follia che sta dilaniando l’Italia. Era il maggio del 2012 quando Cosimo Vantaggiato decise di far esplodere una bomba davanti a quella scuola intitolata alle vittime della strage di Capaci. Voleva vendicarsi di torti subiti, di truffe che lo avevano visto come vittima e colpì. Era l’anniversario della morte di Falcone e subito si pensò a manovre, manine esperte in strategia della tensione sempre attive nel paese delle stragi impunite. Anche in quella tragedia, l’Italia intera fu scossa dai dubbi e dalla paura del ritorno dell’incubo del terrorismo e tirò un sospiro di sollievo quando l’uomo delle bombe confessò. Ma nell’Italia di oggi c’è una differenza drammaticamente forte con gli anni bui delle stragi. Allora il Paese seppe resistere perché forte era la coesione sociale. <strong>Oggi, il tessuto si è strappato. </strong>Tutti sono contro tutti, e ognuno vuole risolvere da sé drammi e disagi che invece toccano ampi strati della società. Come Luigi Preiti, “con un gesto eclatante in un giorno importante”.<br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 aprile 2013)</p>
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		<title>Il giornalista, un mestieraccio da rivalutare nell&#8217;era del web</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 06:47:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei prossimi giorni ci saranno le elezioni per il rinnovo dei vari consigli dell'Ordine dei giornalisti. C'è chi vorrebbe l'abolizione di questo organismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/press.jpg" alt="" title="press" width="228" height="221" class="alignnone size-full wp-image-12687" /></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>Un mestieraccio quello del giornalista.</strong> Mediatore tra la notizia e il lettore o radio-telespettatore. Uno che valuta l&#8217;informazione ricevuta, la sua veridicità, la collocazione gerarchica tra le altre, eppoi la presenta all&#8217;opinione pubblica. E il lavoro testé descritto dovrebbe essere fatto in assoluta autonomia. Certo si può sbagliare, sottovalutare o amplificare, ma non con lo scopo recondito di favorire o colpire, aiutare od affossare. C&#8217;è poi il “commento”, ma questo è un altro discorso. Per Benedetto Croce il buon giornalista è colui che ogni giorno dà un dispiacere a qualcuno. Ma non sempre avviene così. </p>
<p><em>“In Italia il giornalista non si sente espressione dell&#8217;opinione pubblica ma portavoce della sua fazione. Attacca in nome della confraternita di cui fa parte ma non dirà mai una parola contro la sua confraternita.”</em> Asserzione  parecchio tosta fatta da un maestro del giornalismo italiano, Indro Montanelli. Colpa degli editori spuri padroni dei nostri giornali? C&#8217;è anche questo sicuramente. Ma c&#8217;è soprattuto una sorta di familismo amorale che porta il cronista nella valutazione della notizia a tener conto della propria famiglia ideologica o del piccolo o grande interesse da tutelare. Insomma più che un valutatore autonomo a volte ci si trova difronte ad un tifoso interessato. Malauguratamente l&#8217;egoismo di parte supera la sacralità della notizia. Attenzione, è essenziale precisare che nel nostro Paese ci sono tanti bravi giornalisti che fanno il loro mestiere come una missione, sacrificandosi e tentando di essere nei limiti del possibile obiettivi, lottando con direttori ed editori a difesa della neutralità del pezzo che scrivono. </p>
<p>Un&#8217;altra cosa, dicevamo prima, <strong>è “l&#8217;opinione”, il “commento”.</strong> La puoi pensare come vuoi e puoi esprimerti liberamente sempre però nel rispetto della deontologia professionale. Ma, appunto, una cosa è l&#8217;opinione, un&#8217;altra è la notizia e il lettore deve ben comprendere la differenza tra le due facce della stessa medaglia.</p>
<p>Da più parti si sostiene che la professione del giornalista stia cambiando. A noi non sembra. Cambia la tecnologia con cui misurarsi. E&#8217; accelerata al massimo la velocità d&#8217;elaborazione della notizia. Il giornalista non è più il “cuciniere” unico ed assoluto, quasi sacro,  dell&#8217;informazione e della sua divulgazione. Deve fare i conti con una miriade infinita di fonti divulgative – in particolare il web &#8211; che subissano il cittadino con non verificati ragguagli. Ma proprio per questi fatti, più che mai, c&#8217;è bisogno di professionisti preparati che sappiano mediare appunto tra la notizia e la gente.</p>
<p>Nei prossimi giorni ci saranno le elezioni per il rinnovo dei vari consigli dell&#8217;Ordine dei giornalisti. <strong>C&#8217;è chi vorrebbe l&#8217;abolizione di questi organismi di difesa della deontologia professionale. Anche tra gli addetti ai lavori c&#8217;è chi ipotizza l&#8217;assorbimento  dell&#8217;Ordine nel Sindacato.</strong> Insomma quella che passa per una casta formidabile è divisa, lacerata. L&#8217;idea immaginifica anglosassone del giornalismo raffigurato  nel cane da guardia  che controlla “i poteri” in Italia non regge. L&#8217;opinione pubblica ha una concezione dei giornalisti diversa, più vicina all&#8217;idea di Montanelli. Bisognerebbe partire da qui per provare a voltare pagina. Ed il cambiamento non può che salpare dall&#8217;Ordine e dal Sindacato. Non ci possono essere visioni divergenti ed opposte su problematiche non secondarie. L&#8217;autonomia deve essere enunciata e praticata. Una prassi necessaria ed opportuna dovrebbe prevedere, sia per l&#8217;Ordine che per il Sindacato, l&#8217;impossibilità di ricoprire lo stesso incarico dirigenziale per più di due mandati. Ed, ancora, la decadenza immediata da tutti gli incarichi una volta che si sceglie di candidarsi in politica.  Da questo punto di vista è da tempo che le grandi organizzazioni sindacali, per evitare strumentalizzazioni, hanno inserito nei loro statuti le cosiddette “incompatibilità”. Ma c&#8217;è anche la necessità che restino iscritti all&#8217;Ordine solo quei giornalisti, professionisti e pubblicisti, che nei loro ambiti svolgono con continuità la loro attività professionale. Ne va delle credibilità di tutto il sistema dell&#8217;informazione. No, allora, alle tessere finalizzate alle campagne elettorali o a dare una professione a chi non l&#8217;ha.</p>
<p>Gli organismi di rappresentanza devono provare a riscrivere un <strong>“patto di lealtà”</strong> con l&#8217;opinione pubblica a tutela della libera informazione. E l&#8217;intesa non può, tra l&#8217;altro, non vertere sulla determinazione di colpire quei giornalisti che ciurlano nel manico, che non seguono le tante norme deontologiche – forse troppe e non coordinate tra loro &#8211; che autonomamente gli organismi di rappresentanza si sono date. Non basta cacciare dalla professione il giornalista che fa pubblicità a prodotti commerciali, proprio perché la sua funzione pubblica può creare confusione nell&#8217;utenza. E quelli che puntualmente fanno pubblicità  di altro tipo e per giunta occulta? E, comunque, la sanzione deve essere quanto più immediata possibile. O il rinnovamento passa dall&#8217;autoriforma &#8211;  vera, seria, condivisa &#8211; o il rischio è la cancellazione tout court.</p>
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		<title>Thalidomide,battaglia legale degli esclusi dall&#8217;indennizzo</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 07:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A gennaio 2012, il Tribunale del Lavoro di Verona ha disposto una consulenza medico-legale per accertare il nesso tra malformazione ed assunzione del farmaco. veronese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/thalidomide-300x200.jpg" alt="" title="thalidomide" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-12682" /></p>
<p>(di Elisabetta Cannone)<br />
<strong>La loro speranza adesso è legata a una visita</strong>. Quella di uno specialista, un medico legale qualificato che dica se possono iniziare la loro battaglia. Loro sono i “figli” più sfortunati del thalidomide, il farmaco tedesco della Grunenthal che li ha fatti nascere con gravi malformazioni agli arti, dopo che le loro madri lo hanno assunto in gravidanza. Sfortuna perché oltre alla patologia che li accompagnerà per tutta la vita, per lo Stato la loro data di nascita li penalizza: prima del 1959 o dopo il 1965. Solo per chi è nato dentro quell&#8217;arco temporale infatti lo Stato ha previsto un indennizzo, stabilito con la legge  244 del 2007 (cosiddetta finanziaria per l&#8217;anno 2008) all&#8217;articolo 2, comma 363. Ma loro non si arrendono e così hanno dato vita alla prima riunione nazionale delle vittime di <strong>thalidomide </strong>escluse dall&#8217;indennizzo. Grazie al supporto di un pool di avvocati, i legali Ermanno Zancla e Federica Licata di Palermo, e Stefano Bertone e Chiara Ghibaudo dello Studio Ambrosio e Commodo di Torino intendono agire nelle aule giudiziarie per tutelare il proprio diritto alla salute che è stato violato. Il primo passo che si è stabilito di intraprendere è quello appunto di una visita preliminare collettiva. A effettuarla sarà un medico legale specializzato che stabilisca, con elevato grado di probabilità, il nesso causale tra la loro patologia e l&#8217;assunzione del farmaco incriminato. <strong>“Questa decisione ci consentirà di capire a priori quali sono i casi per i quali lottare</strong> – hanno detto i legali -. Senza questo parere preliminare è inutile fare qualsiasi tipo di congettura, sarebbe inutile infatti portare avanti casi per i quali la sconfitta è praticamente certa. Anche questo – hanno ribadito i legali – fa parte della nostra serietà professionale”. Il secondo step sarà quindi l&#8217;esito: se sarà positivo si procederà quindi a un&#8217;azione legale per l&#8217;ottenimento dell&#8217;indennizzo. Una richiesta per la quale, a oggi applicando la legge del 2007, si avrà di certo un parere negativo visto l&#8217;anno di nascita delle vittime che li pone già fuori. Ma sarà questo stesso rigetto a costituire un altro passo per cercare di scardinare questo criterio di valutazione della legge. “Quello che noi vogliamo ottenere – ha spiegato l&#8217;avvocato Ermanno Zancla – non è tanto uno spostamento dei paletti temporali, conquistare uno o più anni rispetto a quelli di oggi, ma eliminarli. Quel limite rappresenta, secondo noi, una grave discriminazione nel riconoscimento dei diritti di queste persone”. Dello stesso avviso anche Stefano Bertone, dello studio legale torinese Ambrosio &#038; Commodo. “In queste cause ogni elemento, ogni ricordo, ogni documento che il danneggiato può portare sarà una prova importante e ci potrà aiutare in questa difficile battaglia. Non solo per l&#8217;indennizzo – ha concluso Bertone -, ma anche per il riconoscimento e ottenimento di un risarcimento del danno subito a causa dell&#8217;omissione di controllo da parte del ministero della Salute”.<br />
Intanto un primo risultato è già stato conseguito e può costituire un precedente. <strong>A gennaio 2012, infatti, il Tribunale del Lavoro di Verona, accogliendo una questione di legittimità sollevata dagli avvocati, ha disposto una consulenza medico-legale per accertare il nesso tra malformazione ed assunzione del farmaco in una danneggiata veronese.</strong></p>
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		<title>Il 25 Aprile in “salsa” trapanese</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 19:44:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Trapani non c’è il ricordo della Liberazione ma il “festival del vento”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/portotp-300x162.jpg" alt="" title="portotp" width="300" height="162" class="alignnone size-medium wp-image-12678" /></p>
<p><strong>“Resistenza”, “Liberazione”, “Partigiani”.</strong> A Trapani queste parole non hanno cittadinanza. La “festa della Liberazione”, il 68° anniversario della “cacciata” del nazismo, l’affermazione dell’antifascismo, la creazione delle prime forme di governo democratico, l’affacciarsi della Repubblica contro quella monarchia che aveva consegnato il Paese alla dittatura, purtroppo restano episodi che da queste parti possono leggersi sui libri di scuola e dunque trattati solo in forma scolastica peraltro senza tante passioni se poi per la maggioranza degli studenti il 25 Aprile è solo una data per fare vacanza. Per gli adulti è una data per …non andare al lavoro. <strong>La celebrazione resta ristretta alle sole autorità,</strong> un rapido passaggio davanti al monumento dedicato al ricordo delle vittime di tutte le guerre e poi anche loro a fare bisboccia. Un silenzio e una disattenzione che è spezzata solo da una iniziativa assunta dal sindaco di Erice, Giacomo Tranchida, e dalla sezione dell’Anpi, che ricorderanno Pietro Lungaro un militare ucciso alle Fosse Ardeatine. Il 25 Aprile come data che ha segnato la storia del nostro Paese oramai è scivolato via, dimenticato, trascurato. A Trapani oramai è stata inaugurata una nuova stagione, il vento su tutto. C’è un “festival del vento” in corso legato ad una manifestazione sportiva di carattere velico, tornano il vento e la vela e tornano i “grandi eventi”…Iniziativa per carità lodevole, ma che rischia di essere nota stonata. Musiche, parole e divertimenti cozzano con una realtà sociale e d economica schiacciata dalla crisi e non solo dalla crisi. La platea di questa manifestazione è il porto, lo stesso porto che ha visto la chiusura di importanti cantieri navali, finiti falliti, dove la marineria peschereccia è una tradizione cittadina che ogni giorno compie un passo indietro, dove si è scoperto la mafia è venuta ad affondare le sue voraci mani, dove da otto anni vanno avanti i lavori per la costruzione di banchine che dovevano essere pronte in sei mesi e che oggi si è scoperto grazie ad una indagine di Polizia, essere state realizzate in malo modo, così per fare un elenco delle cose delle quali non si parla, l’ordine è non parlare. Nessuno si aspettava che quando tanti anni addietro il ministro Pietro Lunardi auspicava che lo Stato sapesse convivere con la mafia, a Trapani si facevano le prove generali di questo “inciucio”, e quando Lunardi venne a vedere i lavori in corso al porto, accompagnato dai “potenti”, il senatore D’Alì, il sindaco Fazio, il prefetto Finazzo, praticamente era mettere il sigillo a quell’accordo, perché qui mafia e istituzioni erano riuscite a mettersi bene d’accordo. Però erano tutti contenti perché tutto quello era fatto per il “grande evento”, per la Louis Vuitton Cup che giungeva con le favolose barche della Coppa America nella città di Trapani. E allora oggi questo “festival del vento” poteva essere qualcosa di diverso approfittando che si svolge anche in coincidenza del 25 Aprile e dentro al porto. E invece no, questo non è accaduto perché probabilmente il 25 Aprile come data della Liberazione non è più nell’agenda di tanti, giovani e meno giovani. Ce ne sono di ragioni per riscoprire il valore non solo storico ma anche culturale di questa data. Quella “resistenza” è più che mai attuale. Poteva essere l’occasione per parlare della nuova “resistenza” alla quale tutti dovremmo sentirci coinvolti, la “resistenza” contro le mafie ed i mafiosi, contro i colletti bianchi corrotti e l’area grigia collusa, contro i politici corrotti, chiacchieroni e “inciucisti”. Ci saranno alcuni spazi, alcune iniziative, si parlerà certamente anche di mafia e di mafie, di storia della Sicilia, di cose interessanti, ma è il contesto che non funziona, o meglio funziona se la parola d’ordine resta quella pronunciata dal neo sindaco della città, <strong>Vito Damiano</strong>, che parlare di mafia significa mettere paura ai giovani. Non può essere un “festival del vento” a fare dimenticare che per tanti a Trapani la mafia non esiste, non può essere un “festival del vento” a farci dimenticare che da otto anni si attende il conferimento di una cittadinanza onoraria al prefetto Fulvio Sodano, non può essere un “festival del vento” a farci dimenticare che oggi il personaggio politico più in vista della città, <strong>il senatore D’Alì,</strong> è sotto processo per mafia, o che a Valderice c’è un sindaco rimasto in carica nonostante una condanna per favoreggiamento e dovendo anche pagare al suo Comune 20 mila euro di danni, non può essere un “festival del vento” a farci dimenticare che per combattere la mafia, perché avevano scelto di essere e restare fedeli servitori delle istituzioni, qui a Trapani, sono state uccise tante persone e altre sono state isolate. O almeno non dovrebbe essere un “festival del vento” a farci dimenticare tutte queste cose, ma alla fine è questo quello che sta accadendo. Si fa festa e basta. Anche il 25 Aprile quando dovremmo semmai cogliere l’occasione per ragionare su quello che ci circonda. Non solo mafia. Ma anche malapolitica. In un colpo sono stati dimenticati quegli operai che per mesi e mesi sono rimasti chiusi dentro una nave o ancora quelli che per giorni hanno occupato il tetto del Palazzo della Provincia, tutti uniti dal fatto di avere perduto il posto di lavoro. Trapani, città del sale e del vento c’è scritto sui cartelloni di benvenuto nei punti di ingresso della città. Trapani città silente, città della distensione, città dove la politica segue regie trasversali, dove non ci sono steccati se non quelli apparenti che servono solo a fare scena. Ecco si potrebbe dire “Trapani città del presidente Napolitano” che oggi commentando l’incarico al presidente Enrico Letta si è rivolto ai giornalisti chiedendo che anche loro abbassino i toni e si crei un clima di distensione. Ma distensione, come diceva il fantastico Gino Cervi, nei panni del Peppone di Guareschi, non dovrebbe significare “calarsi le braghe”! <strong>Un 25 Aprile che arriva anche in periodo elettorale. Si sono svolte delle elezioni, adesso altre se ne svolgeranno. Elezioni amministrative.</strong> Che sono quelle più importanti perché riguardano la gestione immediata del territorio, dei Comuni, delle frazioni, delle comunità. Sono scene incredibili quelle alle quali si sta assistendo. Non si muovono partiti ma le lobby, i clan, da destra a sinistra. Chi chiede discussioni e dibattiti è zittito. E semmai oggi è l’ora delle discussioni e dei confronti, dei programmi scritti con le adeguate consapevolezze e non dettate dai potenti di turno. Il governo dei cittadini è ancora lontano. A questo punto abbiamo capito perché il 25 Aprile è dimenticato. Quella data segnò la fine delle dittature, oggi in presenza di nuove dittature è una data da cancellare. <strong>Ma davvero tutti hanno voglia di “calarsi le braghe”?</strong></p>
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		<title>Castellammare del Golfo: La Loggia Enrico, abusivo “a sua insaputa”</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 10:16:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[abusivismo edilizio]]></category>
		<category><![CDATA[Castellammare del Golfo]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico La Loggia]]></category>
		<category><![CDATA[procura]]></category>

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		<description><![CDATA[Dieci anni dopo il primo sequestro sono stati apposti nuovamente  i sigilli al cantiere della casa al mare dell’ex ministro Enrico La Loggia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/Nuovo-cartello-300x225.jpg" alt="" title="Nuovo cartello" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-12674" /></p>
<p><strong>Cala Dell’Ovo è una delle zone più belle della costa che divide Castellammare del Golfo da Scopello e dalla riserva naturale dello Zingaro.</strong> E’ la zona che parecchi anni addietro venne “salvata” dalla cementificazione selvaggia, e dalla speculazione edilizia che anche imprese vicine alla mafia avevano programmato di compiere. Quella marcia fece nascere la riserva naturale dello Zingaro, bloccò cantieri e ruspe che erano già in movimento, ciò che esisteva già non è stato toccato, nessuna demolizione, ma semmai i “paletti” posti dalle norme di tutela ambientale e paesaggistica impedirono che si potesse continuare con il costruire. Ma ovviamente ci fu chi tentò di continuare a realizzare insediamenti abitativi, villette, profittando di una norma sopravissuta a tante leggi di tutela che consente di ricostruire manufatti laddove ne esistevano altri purchè venisse rispettata volumetria e originario impatto ambientale. O anche di recuperare l’esistente quando parecchio degradato senza ricorrere alle demolizioni. <strong>Tra le pieghe di questa norma nel 2003 un personaggio eccellente della politica, l’ex presidente dei senatori di Forza Italia ed ex ministro degli Affari Regionali, il palermitano Enrico La Loggia, tentò, assieme alla moglie, comproprietaria di un immobile proprio affacciato sul mare di Scopello, di recuperare un’antica abitazione</strong>. La concessione prevedeva il recupero ma quando i forestali andarono a fare una ispezione si resero conto che l’immobile era stato demolito e se ne stava costruendo uno del tutto nuovo. <strong>Scattò il sequestro</strong>, La Loggia e consorte finirono indagati, l’allora ministro La Loggia si difese sostenendo che “a sua insaputa” si era demolito e si stava costruendo ex novo. La tesi di La Loggia venne accolta dal giudice che alla fine di quel processo condannò il solo progettista e direttore dei lavori, architetto Vittorio Giorgianni che si assunse ogni responsabilità, spiegando che in corso d’opera, durante i lavori di recupero, si era avuto un cedimento che inevitabilmente condusse alla demolizione del vecchio manufatto. In una nota poi il ministro La Loggia ricostruì i fatti, ricordando che sua moglie «affidò ad uno stimato professionista palermitano l&#8217;incarico di predisporre, in presenza di un grave pericolo di crollo, tutta la documentazione nonchè il progetto tecnico per la ristrutturazione dell&#8217;immobile in questione». Lo stesso immobile &#8211; ricordò La Loggia &#8211; era stato peraltro acquistato con allegata perizia del tribunale che ne comprovava la precarietà strutturale &#8211; ad una vendita giudiziaria. «Con una articolata memoria, i difensori &#8211; aggiunse La Loggia &#8211; avevano già dimostrato l&#8217;assoluta regolarità dei lavori». E concluse dicendo «sarò lieto che ci sarà una circostanza (il processo ndr) nella quale si chiarirà finalmente questa vicenda che, per me, ha veramente dell&#8217;incredibile». La Loggia e la moglie non furono condannati, l’arch. Giorgianni si, “un tecnico preparato – chiosò il pm Palmeri nell’appello presentato contro la sentenza (appello poi respinto) come il progettista ed un ministro della Repubblica – stigmatizzò il pm – non potevano non conoscere precisi e logici obblighi di legge”.</p>
<p><strong>Capitolo chiuso? Niente affatto.</strong> L’oramai ex ministro La Loggia pare tenga così tanto a quel luogo che è tornato a chiedere autorizzazione edilizia per ricostruire. Pensando forse che nel frattempo l’oblio poteva avere cancellato ogni ombra che si era addensata su quel cantiere. Ma adesso è scattato un sequestro bis, perché pare che tutto sia attorniato dall’originaria illegittimità. <strong>Lo scorso 5 aprile i carabinieri hanno nuovamente sequestrato quel cantiere</strong>. Stessi indagati, ex ministro e consorte, progettista e direttore dei lavori, arch. Giorgianni, identica impresa. Iscritta nel registro degli indagati anche il dirigente dell’Utc del Comune di Castellammare del Golfo, ing. Francesca Usticano. Una incredibile serie di violazioni ma stavolta si sarebbe provato che la ricostruzione (semmai possa essere compiuta, per la Procura questa non può avvenire in modo così automatico con la sola restituzione della proprietà, così come fu deciso a conclusione di quel processo) stava avvenendo con la costruzione di una volumetria superiore a quella esistente.<br />
<strong>Insomma altro sequestro, altro processo si profila all’orizzonte, e probabilmente l’ex ministro la Loggia si appresta a ripetere che tutto ciò stava avvenendo “a sua insaputa”.</strong></p>
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		<title>La terza repubblica</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2013/04/la-terza-repubblica/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 07:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[La “fusione  a freddo” delle anime del Pd non ha retto. Le contraddizioni sono scoppiate. Il gruppo dirigente ondivago è saltato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/20130420_napolitano-stampa-estera-300x172.jpg" alt="" title="20130420_napolitano-stampa-estera" width="300" height="172" class="alignnone size-medium wp-image-12662" /></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>Il botto c&#8217;è stato, dirompente per il Pd.</strong> Ma è tutta la politica italiana che è bloccata. La prova della situazione di eccezionalità-drammaticità ci viene dall&#8217;elezione a presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Una riconferma, non auspicata dall&#8217;interessato, che risolve un&#8217;emergenza della Repubblica, ma che non può essere vista come una parentesi per poi ritornare al solito teatrino della politica. Niente più è come prima. Con la rielezione di Napolitano siamo passati alla Terza Repubblica. Bisognerà voltare pagina con un “governo di scopo” che proceda senza tentennamenti a riformare la Stato ed a rilanciare l&#8217;economia. La strada è obbligata e già nei prossimi giorni il capo dello Stato dovrà indicare il presidente del Consiglio incaricato. Pd, Pdl, Scelta Civica, Lega sono gli azionisti di riferimento della svolta che c&#8217;è stata e che deve continuare con la nascita di un esecutivo politico in cui questi partiti si dovranno impegnare in prima persona, con i loro migliori uomini. Serve che l&#8217;opinione pubblica tocchi con mano, capisca bene, che non è il solito ritornello suonato da pifferai magici che parlano di bene comune, d&#8217;interesse nazionale, ma poi conoscono e praticano solo i loro piccoli interessi di bottega.</p>
<p><strong>Il canovaccio del programma di governo potrebbe basarsi sui punti condivisi formulati dai saggi-facilitatori voluti da Giorgio Napolitano</strong>. Ed il presidente del Consiglio potrebbe essere indicato dal Pd. Certo, il Partito democratico non naviga in acque calme. Il tsunami dei franchi tiratori ha fatto saltare il quadro dirigente del partito. Bisognerà costruirne un altro facendo finalmente chiarezza sulle connotazioni che il partito dovrà avere. Ma, nel frattempo, proprio perché le elezioni sono state vinte anche se di stretta misura dal Pd, non può rinunciare ad esprimere il nome di un presidente. Questo sarà il primo serio scoglio che il Partito democratico dovrà affrontare e risolvere. </p>
<p><strong>La “fusione  a freddo” delle anime del Pd non ha retto</strong>. Le contraddizioni sono scoppiate. Il gruppo dirigente ondivago è saltato quando ha tentato di conciliare concezioni, visioni, obiettivi diversi. E&#8217; capitato in un momento delicatissimo per il Paese, nella circostanza in cui i riflettori erano puntati sulla scelta del candidato alla presidenza della Repubblica. Dal cilindro è uscito il nome “condiviso” (sic) di Franco Marini. Quel nome era il preludio ad un possibile accordo di governo tra Pd, Pdl, Lega, Scelta civica. Marini non  è riuscito ad essere eletto alla prima votazione con i  521 voti raccolti, su 672 necessari. Se, invece,  si fosse stati alla quarta votazione sarebbe diventato il presidente della Repubblica. Ed è a questo punto che la scena cambia senza un&#8217;apparente “ratio”.  Invece di insistere su Marini, o cambiare cavallo sempre nell&#8217;ottica della più ampia condivisione del candidato presidente, s&#8217;individua il fondatore dell&#8217;Ulivo, Romano Prodi, come la possibile carta vincente. Il ragionamento che probabilmente fa il gruppo dirigente del Partito democratico ha alla base un che di furbesco o d&#8217;ingenuo. Romano potrebbe aggregare tutta l&#8217;area di sinistra. Sul fondatore dell&#8217;Ulivo, al di là dei mal di pancia dell&#8217;area cattolica interna, alla fine essa non potrà negare il voto ad un cattolico. Grillo, che ha nella rosa dei papabili anche Prodi, perché non dovrebbe convergere sull&#8217;ex presidente della Commissione europea? E Berlusconi? Resta il nemico da abbattere e Prodi è l&#8217;uomo giusto per farlo fuori. E la situazione italiana? Con un presidente della Repubblica di parte, che nomina un presidente del Consiglio schierato, tutto sarà più semplice, a partire dalle riforme. Se questi sono stati i ragionamenti che hanno portato alla candidatura di Romano Prodi è proprio il caso di citare il vecchio proverbio che dice: “Tutte le volpi alla fine si rivedono in pellicceria”.</p>
<p><strong>Da parte sua Beppe Grillo era convinto di fare il colpaccio sul Pd</strong>. E non solo. Stefano Rodotà era la sua carta vincente, non solo per la presidenza della Repubblica, ma anche per imporre al Pd la resa senza condizioni. Gli è andata male ed ancora peggio quando prima annuncia la “marcia su Roma” di mussoliniana memoria, gridando al golpe, eppoi la cancella perché, pare, non può arrivare in tempo con il suo camper a Roma. In tante stranezze e furberie non si capisce per niente la posizione del ministro Fabrizio Barca, da poco iscritto al Pd e già candidato alla segreteria, quando sposa il candidato di Grillo in spregio a Giorgio Napolitano. </p>
<p>“E per fortuna che Giorgio c&#8217;è” è il ritornello che alla fine, per fortuna, hanno cantato la grande maggioranza dei partiti italiani. Per prendere tempo e continuare con le solite manfrine? Può darsi. Ma Giorgio Napolitano ricorderà, ogni giorno del suo secondo mandato, che i giochetti non sono più possibili.<strong> Il Paese non li tollererebbe più.</strong></p>
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		<title>Errori giudiziari e responsabilità civile dei magistrati</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 18:51:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giustizia:la politica è troppo preoccupata e troppo occupata a risolvere i suoi problemi interni. E’ una politica sorda, cieca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/DSCF2108-300x225.jpg" alt="" title="DSCF2108" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-12658" /></p>
<p>(di Jana Cardinale)</p>
<p><strong>“Vengo qui a portavi la mia testimonianza</strong>, a raccontarvi la mia storia, affinché Enzo Tortora non venga dimenticato. Affinchè il caso “Tortora”, che i più giovani ricordano, forse, vagamente, resti bene in mente a tutti… La sua storia, il suo essere stato un cittadino modello, da imputato, da detenuto, da politico… Dovrebbe essere un esempio anche per le istituzioni. Soprattutto in un momento come il nostro, in cui si verifica l’esatto contrario di quello che fu il suo percorso, e in cui spesso molti politici vedono nella loro carriera un escamotage per sfuggire alle loro responsabilità, e non di certo un palcoscenic privilegiato, una sorta di megafono grazie al quale farsi portavoce dei problemi dei più deboli”. Con queste parole, di fronte a un pubblico numeroso, composto soprattutto da giovani avvocati, la Senatrice Francesca Scopelliti, presidente della Fondazione Internazionale per la Giustizia “Enzo Tortora”, ha esordito, all’ex Convento del Carmine, alla conferenza sugli errori giudiziari e sulla responsabilità civile dei magistrati organizzata dall&#8217;Ordine degli avvocati, in cui è intervenuta come relatrice, per riportare la sua personale testimonianza sul caso giudiziario del noto presentatore, di cui è stata compagna. Un intervento appassionato, intenso, e a tratti – per sdrammatizzare un argomento sempre attuale e complesso – anche “simpatico”, ma costantemente  determinato a chiedere attenzione su un tema troppo trascurato. Francesca Scopelliti è intervenuta dopo il presidente dell’Ordine degli avvocati, Gianfranco Zarzana e l’avvocato Giacomo Frazzitta, che l’hanno introdotta, nonché dopo il presidente del tribunale, <strong>Gioacchino Natoli</strong>: proprio a quest’ultimo si è rivolta, in chiusura del racconto della propria esperienza, per chiedergli di farsi garante, a Marsala, di un sistema che “custodisca” il delicatissimo lavoro giudiziario, impedendo ai magistrati di prestarsi alla brutale pratica della spettacolarizzazione della giustizia nei vari livelli. Agli addetti ai lavori, invece, ha chiesto di prestare il doveroso scrupoloso, consapevoli che compito dei giudici è quello di condannare i colpevoli certi, non di agire come i padroni delle vite delle persone. <tutto il tema giustizia, dai processi alle carceri – ha detto Francesca Scopelliti – in Italia andrebbe riformato, e l’amarezza più grossa è che c’è stata una persona che ha pagato con la propria vita un errore giudiziario e anche la gogna del carcere, e che nonostante lo abbia denunciato nelle sedi opportune, nelle sedi adeguate, con argomentazioni inequivocabili, la classe politica non ha mai saputo far fronte alle denunce fatte e non ha mai voluto farsi carico di una a una riforma vera, di una riforma che viene indicata sempre come “epocale”. Ecco – ha aggiunto - io non so se dev’essere epocale, so che dev’essere dei nostri tempi, per ridare al nostro paese quell’etichetta di Stato di diritto che ha perso completamente>. E Francesca Scopelliti ha ancora fiducia nella politica? Nella Giustizia Italiana? < Purtroppo gli ultimi fatti, anche politici, di questi ultimi mesi – conclude - impediscono a chiunque, anche armato di buona volontà, di avere fiducia in questa classe politica, che ormai è troppo preoccupata a difendere e  coltivare i propri status, e non è capace di guardarsi intorno e capire quali sono i bisogni della società, compreso quello della giustizia giusta. Il fatto stesso che nella campagna elettorale nessuno abbia affrontato il tema giustizia, che nessuno abbia detto “è necessaria una riforma”, è scoraggiante. Anzi ancor peggio, prima che finisse la legislatura e prima di andare al voto, la Ministro Severino aveva portato in aula un argomento che, legato al provvedimento contro la corruzione, voleva anche risanare le carceri, ma non è stato fatto. <strong>Perché la politica è troppo preoccupata e troppo occupata a risolvere i suoi problemi interni. E’ una politica sorda, cieca, ma purtroppo non muta, anzi, parla troppo>. Tra i momenti più emozionanti del suo intervento a Marsala, la lettura di una delle diverse lettere che Enzo Tortora le scrisse dal carcere, dove finì per essere stato pesantemente accusato di essere membro della Camorra e trafficante di droga, il 17 giugno 1983. Le accuse della Procura di Napoli nei confronti del presentatore e giornalista, si basarono sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso detto &#8220;Gianni il bello”, e di Pasquale Barra, cui si aggiunsero quelle, rivelatesi anch&#8217;esse in seguito false, del pittore Giuseppe Margutti, e di sua moglie Rosalba Castellini. 15 settembre 1986 Enzo Tortora venne assolto con formula piena dalla Corte d&#8217;appello di Napoli e i giudici smontarono in tre parti le accuse rivolte dai camorristi che, secondo i giudici, avevano dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Altri, invece, non legati all&#8217;ambiente carcerario, avevano il fine di trarre pubblicità dalla vicenda.</p>
<p></tutto></p>
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		<title>Montecitorio assediato</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 18:41:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Militanti, cittadini, deputati: restano tutto il giorno davanti alla camera. Presidio fino a notte e corteo verso il Quirinale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/manifestazione2-300x199.jpg" alt="" title="manifestazione2" width="300" height="199" class="alignnone size-medium wp-image-12652" /></p>
<p><strong>Quando dall’interno del Palazzo arriva la notizia dell’elezione di Giorgio Napolitano, la piazza, all’unisono, urla “vergogna, vergogna”.</strong> E poi venduti, mafiosi, maledetta casta, e ancora vergogna. Montecitorio è assediato da tutti i lati. “Noi non ce ne andiamo”, urlano, “vogliamo occupare il Parlamento”. Si forma un corteo che vuole dirigersi verso il Quirinale. “One solution revolution”, c’è scritto sullo striscione che lo apre. La tensione è altissima, la Camera è “circondata”. Tutto bloccato, la piazzetta e i vicoli che guardano all’obelisco e all’ingresso della Camera, il varco di Largo Chigi transennato e presidiato da poliziotti in assetto antisommossa e le stradine accanto. Tutte zeppe di gente indignata per una soluzione che ha frantumato il Pd, decretato il rientro sulla scena politica da vincitore assoluto di Silvio Berlusconi, raggiante come neppure nel 1994, e certificata la lontananza, ormai siderale, del ceto politico dall’opinione pubblica. È stato l’appello del tutti a Roma lanciato da Beppe Grillo nel tardo pomeriggio a spostare la gente sotto i palazzi del potere. <strong>Si rincorrono le voci, “arriva Beppe”. </strong>Si fanno calcoli sul quando, a che ora? Dicono che è partito in camper dal Friuli, è all’altezza di Bologna, alle nove di sera sarà qui, a Montecitorio.<br />
POI, IN SERATA un tweet spegne gli entusiasmi, Grillo arriva, in nottata. “Domani (oggi per chi legge, ndr) – annuncia il leader del M5s – sarò a Roma ed organizzeremo un incontro con la stampa e i simpatizzanti”. Beppe non arriva, e non solo per questioni chilometriche e di traffico, qualcuno dice che sarebbero stati i suoi a consigliargli di non essere presente proprio nella serata delle proteste e dell’indignazione.<strong> Clima troppo teso per esporsi.</strong> Ma la piazza, fino a tarda sera non molla.<br />
Non solo grillini, ma anche iscritti al Pd, militanti di Rifondazione comunista, semplici cittadini indignati per l’incomprensibile rifiuto del democratici ad accettare la proposta di Stefano Rodotà. Una ragazza espone a telecamere e giornalisti la sua tessera del Pd e la brucia. La giovanissima deputata democrat Giuditta Pini, 28 anni eletta a Modena, cerca un contatto. “Che esperienza, che dolore, lo stesso che ho vissuto un anno fa dopo il terremoto. C’erano solo macerie, come qui, adesso, ma allora avevi la speranza che si poteva ricostruire qualcosa, ora no, sarà molto difficile” . L’onorevole ha volto e fisico da ragazzina, tenta di spiegare, ma dalla folla arrivano slogan contro “gli inciuci”, invettive contro la casta, esortazioni ad andare tutti a casa e subito. “Napolitano – ci dice – è la soluzione meno peggiore dopo il disastro di Prodi”. Perché non avete accettato Rodotà? le chiede un militante del Pd. <strong>“Non potevamo”, replica lei, “ma anche i grillini che hanno affidato la gestione di una trattativa così delicata a Rocco Casalino, quello del Grande Fratello”</strong>. È l’Italia di oggi, tra partiti che si dissolvono, leader che affondano, leader che risorgono, Grandi Fratelli e un vecchio sistema che si ostina a non voler morire mai. Il deputato-cittadino a Cinque stelle Maurizio Buccarella, un avvocato di Lecce, si avvicina alla folla e tenta di parlare. “Tu stai bene, guadagni ventimila euro al mese, noi facciamo la fame”. “Siete tutti uguali, buffoni, ladri…”. L’avvocato-deputato-cittadino scoppia in lacrime, piange davanti a tutti come un bambino. Si sfoga al nostro taccuino. “Non ne posso più, dentro è stata dura, questa gente ha ragione. Potevamo riunificare il Paese e le generazioni attorno ad una figura splendida come quella di Stefano Rodotà, ma non l’hanno voluto. La colpa del Pd è enorme”. Nel frattempo dall’ingresso principale di Montecitorio esce un altro deputato grillino, Alessandro Di Battista, cammina con passo lento e impone le dita a “V” e sempre a favore di telecamera. “Che buffone”, chiosa una sua collega anche lei a cinque stelle. “A Clio, ripigliatelo”, si legge su un cartello, il riferimento è alla moglie del Presidente-bis.<br />
<strong>MA L’IRONIA sparisce quando un imprudente Carlo Giovanardi pretende di uscire proprio dove si concentra la maggior parte dei manifestanti</strong>. Gli lanciano tappi di minerale e gli urlano “buffone, buffone”. Solo Ignazio La Russa, pure lui sommerso da fischi e improperi, mostra, ma molto da lontano, il petto alla folla. Quelli gli urlano buffone e ladro, e lui impone il dito medio. “Noi l’inciucio non lo vogliamo”, “spiegateci perché no a Rodotà”, “Finocchiaro – nel senso di Anna, la sentarice del Pd che giorni fa si chiedeva cosa volesse quella folla – scendi così ti spieghiamo cosa vuole la tua gente”. “Che tristezza – ci dice Francesco Molinari, senatore grillino eletto in Calabria – hanno distrutto una occasione storica per il Paese, ma la cosa più vergognosas è l’abbraccio tra Bersani e il Pdl. Pensa che quando l’elezione di Napolitano è stata chiara, Pd e berlusconiani, insieme hanno cantato l’inno nazionale a mo’ di sberleffo nei nostri confronti. <strong>Ma la vera antipolitica sono loro, con i loro atteggiamenti e la porta sbattuta sul grugno della società civile”.</strong><br />
Da Il Fatto Quotidiano del 21/04/2013.</p>
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		<title>Due volte genitori</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 13:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Perrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quale prospettiva sognano per i loro figli i genitori di persone omosessuali? Ne parliamo con Mariella, mamma e membro dell'Agedo - Associazione genitori di omosessuali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-12648 alignleft" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/agedo-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Quando parliamo delle minoranze che popolano e colorano il nostro tessuto sociale, dei loro diritti è dei loro disagi, spesso ci troviamo a considerarle come un &#8220;corpo estraneo&#8221; della nostra società, separate da una paratia stagna da tutto ciò che consideriamo più vicino al nostro vissuto consuetudinario. <strong>Erroneamente manchiamo di considerare che nessuno è un&#8217;isola, che tutto ciò che una presunta &#8220;diversità&#8221; (come se davvero esistesse qualcosa di &#8220;uguale&#8221;) porta con sé coinvolge immancabilmente tutti noi. Anche in questo sta l&#8217;importanza di associazioni come l&#8217;Agedo</strong>, onlus che vuole essere un punto d&#8217;incontro per genitori, parenti ed amici di persone omosessuali. Ne parlo con Mariella, mamma di due ragazze, una delle quali omosessuale. Il punto cruciale, mi spiega, è parlare, impedire in ogni modo che cali il silenzio, anche se, mi racconta con un sorriso, &#8220;quando dici di avere una figlia lesbica, puoi aspettarti le reazioni più disparate. Chi ti sta davanti cambia subito espressione! A volte è come se calasse un muro, come se tirassi uno schiaffo al tuo interlocutore. Poi c&#8217;è la persona che recupera, c&#8217;è chi è semplicemente curioso e c&#8217;è chi magari ha davvero bisogno di confrontarsi e di trovare uno &#8220;spiraglio&#8221; insieme. Noi lanciamo questo piccolo seme confidando che possa crescere. <strong>Cerchiamo di far capire che giudicare male l&#8217;omosessualità è esattamente come giudicare male la pioggia perchè cade dall&#8217;alto verso il basso. E lo facciamo in qualità di famiglie</strong>&#8220;.</p>
<p>&#8220;<strong>Due volte genitori</strong>&#8221; è il titolo di un documentario, prodotto proprio dall&#8217; Agedo per la regia di Claudio Cipelletti, in cui questi genitori si raccontano e raccontano la loro esperienza. Chiedo a Mariella quale sia il significato di questo titolo: &#8220;Due volte genitori nasce perchè, quando prendi coscienza dell&#8217;omosessualità di tuo figlio o di tua figlia, è come se crollasse un castello di carte che avevi costruito nella tua testa. Come se morisse l&#8217;idea che ti eri fatto di questo figlio e ne nascesse al contempo una nuova, sotto un diverso aspetto. Quando nasce un figlio lo accetti e lo desideri per quello che è, ed allo stesso modo si accetta questa rinascita. Per questo diciamo di essere &#8220;due volte genitori&#8221;. Ma questo è un percorso di accettazione e di presa di coscienza che, in diversa misura, riguarda tutti i genitori, che prima o poi si trovano di fronte un figlio o una figlia che, com&#8217;è normale che sia, non corrisponde all&#8217;idea che, spesso sbagliando, ci facciamo di come dovrebbero essere. <strong>Noi ci battiamo affinché questo percorso di riconoscimento e di accettazione posso uscire dalle nostre mura domestiche</strong>.</p>
<p>E quando questo percorso, che non è per nulla scontato, non viene intrapreso, quali sono le ripercussioni sulla vita della famiglia?</p>
<p>&#8220;È una tragedia, sotto molteplici punti di vista. È una rovina in primo luogo per il figlio, che rischia di cadere in uno stato di depressione da cui è difficile uscire. Spesso la propria auto-accettazione passa proprio da un percorso di rinonoscimento da parte di chi ci è più vicino, in primo luogo i genitori, che deve avvenire subito. È incredibile cosa si può fare a un figlio per impedirgli di essere se stesso. L&#8217;omofobia ti porta ad essere una bestia, ed è proprio questa violenza che io, da genitore, temo di più&#8221;. Nel nostro Paese come altrove, inutile girarci intorno, gli atteggiamenti omofobi, vanno ben oltre la sfera di ciò che è condannabile e politicamente scorretto. Vivono e si prolificano anche a livello istituzionale, e sappiamo bene cosa succede quandl si scende nel vivo della nostra quotidianità. Chiedo a Mariella, pensando anche a questa, se a suo avviso arriverà un giorno in cui associazioni come l&#8217;Agedo non avranno più necessità di portare avanti queste battaglie. &#8220;È un giorno che forse non arriverà mai, ma noi facciamo di tutto per realizzare questo sogno, tappa dopo tappa. Sicurmente &#8211; prosegue -  le leggi sul riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali così come quella in materia di omofobia rappresenterebbero per noi un importante obiettivo, ma non è quello il vero traguardo. Anche in Paesi dove da tempo sono riconosciuti questi diritti, come il Canada o la Francia, non mancano episodi di violenza contro gli omosessuali. La mia paura è che, specialmente qui in Italia, davanti a questi cambiamenti a livello legislativo si verificherà un inasprimento degli atti di omofobia. <strong>La nostra vera prospettiva è che si possa vivere un giorno senza le paure che abbiamo provato noi, camminando al fianco dei nostri figli e crescendo insieme a loro. Ma questo è un mondo che io sogno non solo per gli omosessuali, ma per tutte le minoranze</strong>. Ed io posso dire che avere un figlio omosessuale è un&#8217;esperienza che apre la mente&#8221;.</p>
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		<title>Il documentario di Malitalia a Cannes</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 09:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Fierro]]></category>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Malitalia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[La società franco-canadese Quadra Film Coalition ha presentato il reportage Malitalia a Cannes, suscitando grande interesse da parte degli operatori internazionali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La mafia è diventata le mafie, un sistema economico che si estende ormai in tutta Europa. È questo che ci preoccupa”. </p>
<p>Le parole sono di Dacia Maraini ed aprono <strong>Malitalia. Storie di mafia, eroi e cacciatori</strong>, il film-documentario realizzato dalla giornalista <a href="http://www.lauraaprati.com/" title="Laura Aprati Blog" target="_blank">Laura Aprati</a> e dal regista Mario Tabassi. </p>
<p>La voce della scrittrice e quella di Don Luigi Ciotti fanno da filo conduttore al reportage su tre realtà locali (Trapani, Locride e Casal di Principe) le quali a loro volta riflettono un quadro più generale di Sicilia, Calabria e Campania.</p>
<p>La società franco-canadese <a href="http://quadrafilmcoalition.com/QFC/en/distribution/documentaries-3/148-malitalia.html" title="Quadra Film Coalition" target="_blank"><strong>Quadra Film Coalition</strong></a> ha presentato il documentario al <strong>Festival di Cannes</strong>, suscitando grande interesse da parte degli operatori internazionali, aprendo un dibattito sull’internazionalismo mafioso e il mercato mondiale del crimine organizzato.</p>
<p>Disponibile anche sul <a href="https://www.youtube.com/watch?v=HKBfro1yi9A" title="Malitalia on YouTube" target="_blank">Canale YouTube di Malitalia</a> il breve, intenso e significativo estratto del reportage di Laura Aprati e Enrico Fierro, sottotitolato in inglese.</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/HKBfro1yi9A?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Trapani, un delitto “quasi perfetto”</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 07:18:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori]]></category>
		<category><![CDATA[incandela]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>
		<category><![CDATA[postmat]]></category>
		<category><![CDATA[sacerdote]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[I carabinieri risolvono il giallo dell’omicidio di un sacerdote, l’autore un uomo che si è comportato da perfetto criminale. Arrestato ha confessato, i genitori lo hanno fatto “incastrare”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/04/trapani-un-delitto-quasi-perfetto/prete-2/" rel="attachment wp-att-12627"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/prete-2-300x213.jpg" alt="" title="prete-2" width="300" height="213" class="alignleft size-medium wp-image-12627" /></a></p>
<p><strong>Antonino Incandela ha 32 anni</strong>, convive con una donna ed ha una bambina piccola. Proprio per non turbare la figlioletta stanotte ha chiesto ai carabinieri di non essere ripreso dalle telecamere né di vedere la sua foto stampata sui giornali dopo avere confessato di avere ucciso ha reso una confessione ai carabinieri del delitto di un prete, <strong>padre Michele Di Stefano</strong>, trovato il 26 febbraio scorso senza vita a letto, nella sua canonica della chiesa di Ummari (piccolo borgo agricolo a qualche chilometro da Trapani, in Sicilia). <strong>Ha chiesto un favore e l’accordo i militari lo hanno rispettato, un patto d’onore, onore che Incandela ha riscoperto dinanzi alle accuse che ha ricevuto e di fronte alla prova schiacciante che lo ha incastrato.</strong> Lui perfettamente lucido ha commesso quel delitto e poi ha fatto sparire le prove, impegnandosi moltissimo, e possiamo dire riuscendoci anche, a non lasciarne altre, sennonché ha commesso un passo falso, rubare il postamat alla madre 20 giorni dopo avere ucciso il sacerdote e dopo avergli rubato il bancomat anche allo stesso prete. La madre ignara che i carabinieri indagavano sul figlio per l’omicidio di quel prete che anche lei, abitante nella frazione di Ummari, come tanti altri, ben conosceva, ha denunciato ai militari la sparizione del bancomat ed ha espresso i suoi sospetti, “è stato mio figlio”, sospetto diventato certezza quando i carabinieri le hanno mostrato un paio di fotogrammi tratti da immagini catturate da una videocamera posta a sorveglianza di un bancomat, lei, seppure quelle immagini non erano perfettamente limpide, nonostante il tizio ripreso avesse fatto in modo di non essere riconosciuto, non ha avuto dubbi nel dire, “quello è mio figlio”; il momento ripreso però non era quello mentre utilizzava il postamat sottratto alla madre, ma il bancomat portato via dall’auto del prete ucciso. Stanotte leggendo quel verbale firmato dalla madre, Antonino Incandela ha deciso di gettare via la maschera e confessare il delitto.<br />
<strong>Era la mattina del 26 febbraio scorso quando i parenti scoprirono il corpo di don Michele Di Stefano, morto, la testa fracassata, deformata, si capì subito che era stato ucciso da una serie di colpi inferti al capo con un bastone,</strong> forse con qualcosa di più pesante, c’era sangue, tanto sangue, vicino al letto, niente nei luoghi circostanti, apparentemente tutto era in ordine, i carabinieri fecero intervenire i corpi speciali per le indagini scientifiche, ricostruirono che chi aveva ucciso era entrato da una finestra laterale della canonica ma era uscito dalla porta principale della chiesa. Apparentemente non mancava nulla. Fuori c’era anche l’auto del prete, una golf, qualcuno vi aveva rovistato dentro. L’assassino non c’è dubbio, ma anche in questo caso nessuna impronta. Passando le ore e si scoprirà che mancavano un portamonete, ma anche, ma questo non verrà divulgato dai militari, un bancomat. La Procura pensò bene di impedire alla banca titolare del bancomat di bloccarlo, ma i tempi burocratici della giustizia non sono quelli di un istituto bancario e così poche ore dopo l’omicidio il bancomat era già stato reso inutilizzabile. <strong>Chi lo possedeva, l’assassino, era riuscito a usarlo tre volte, una prima volta nella notte del delitto, riuscendo a fare un prelievo da 250 euro, poi nelle successive ore diurne e l’indomani ancora,</strong> ma la carta non funzionava più e infine è stata trattenuta. Le immagini tratte dalle video camere di sorveglianza poste nei pressi dei bancomat purtroppo non sono risultate efficaci per identificare chi usava quel bancomat, ma c’era il fatto che chi aveva provato a fare i prelevamenti aveva fatto in modo di non farsi riprendere, usando un cappellino, mettendo dei guanti per non lasciare impronte. <strong>Qualcosa che però non ha potuto nascondere c’era</strong>, un naso molto pronunciato e il pizzetto. A questo punto delle indagini è entrata in campo la bravura dei carabinieri che stanno sul luogo, quelli della stazione di Fulgatore che si occupano anche della vicina Ummari. Il maresciallo e l’appuntato, come si vede nelle più note fiction, quando abitano in piccoli luoghi finiscono con il conoscere tutti, e quell’uomo con quel naso e il pizzetto, poco a poco comincia a prendere una sua identità. Potrebbe essere Antonino Incandela. Le caratteristiche le possiede tutto. <strong>Ha dei precedenti, è un tipo violento, non ha esitato anni prima a dar fuoco alla villetta del mancato suocero, dopo che la di lei figlia aveva deciso di troncare la relazione,</strong> poi aveva dato fuoco ad altre due villette di amici dell’ex fidanzata, così per fare vedere cosa era in grado di compiere, e che di lui bisognava avere solo paura. Particolare che tornerà nel delitto di padre Di Stefano. Viene così seguito, pedinato, intercettato. Antonino Incandela da dicembre è tornato a Trapani, per quattro anni ha lavorato a Pantelleria come manovale, ha una casa al mare a Marausa, sempre nel trapanese, ma dalla parte opposta rispetto a Ummari, un paio di chilometri di distanza, ad Ummari abitano i suoi genitori, con i quali trascorre tempo e giornate. Anche la sera del delitto di padre Michele era con la sua famiglia a casa dei genitori, hanno dormito lì, lui per la verità quella notte dormì poco. E’ solitario Antonino Incandela, non frequenta nessuno, si muove da solo, le intercettazioni non tradiscono nulla, nemmeno una parola sul delitto e poi non aveva nessuno con cui eventualmente parlarne, nei giorni del delitto i carabinieri hanno ricostruito che lui si era fatto vedere al bar del borgo a chiedere notizie, se si sapesse qualcosa su chi avesse ucciso padre Di Stefano, lui tanto accorato perché padre Di Stefano era stato anche suo professore di religione alla scuola media. Curioso come altri di sapere. Apparentemente. Le ricerche delle prove nel frattempo continuano, i carabinieri scandagliano ogni ambiente che Incandela frequenta, riguardano quei filmati delle video camere poste sui bancomat “visitati” da chi ha usato il bancomat di padre Michele, ma le immagini non riescono a dare migliori risultati, non si trova l’arma del delitto, in canonica non si trovano impronte, stessa cosa sull’auto del prete, perfettamente “pulite”. Venti giorni dopo il delitto la madre di Antonino Incandela si presenta ai carabinieri e fa la sua denuncia e rende quella dichiarazione sul sospetto che il figlio le abbia rubato denaro usando il suo postamat. E’ la svolta incredibile. Ieri sera i carabinieri convocano in caserma Incandela, scattano le perquisizioni nelle sue abitazioni, dopo che qualche ora prima la donna, assieme al marito, i genitori di Incandela, riconvocati dai carabinieri riconoscevano sui fotogrammi delle video camere il figlio. Appena fuori dalla caserma, intercettati, marito e moglie che credevano che la loro convocazione fosse solo dovuta alla loro denuncia, sono stati sentiti discutere di più approfonditi particolari che avevano colto in quelle immagini, “<strong>hai visto il maglione che indossava, quello – diceva la moglie al marito – più volte l’ho lavato io”</strong>.</p>
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		<title>Messina Denaro e gli interessi in Liguria</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 10:03:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Blitz della Finanza, appalti controllati e gestione di un acquedotto nel mirino di un clan]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un sistema tutto siciliano:</strong> una serie di società, imprese preferibilmente edili, costituite una sulle ceneri dell’altra, casseforti che transitano dietro fallimenti provocati, certificazioni antimafia facilmente ottenuti considerata la “verginità” imprenditoriale prospettata all’ufficio della prefettura, partecipazioni a gare di appalto con ribassi anche vertiginosi, preventivi fasulli per giustificare i costi elencati, e poi opere che restano incompiute e imprese che spariscono portandosi via i soldi pubblici. <strong>Semplice, tutto troppo semplice. </strong>E’ forte il rischio però di essere scoperti, ma il danno è minimo. Turbare oggi in Italia una gara di appalto comporta solo ammende come condanne, finisce in carcere chi ruba una saponetta al supermercato, ma chi truffa negli appalti se la cava con poco e nel frattempo però i soldi spariscono per sempre. C’è la mafia dentro questi affari, considerato il basso rischio penale meglio turbare un appalto che fare un traffico di droga. L’ultimo, in ordine di tempo, di questi interessi mafiosi è stato scoperto in un luogo lontano dalla Sicilia, in Liguria, ad Imperia. <strong>Quattro persone sono state raggiunte da una misura cautelare, misura interdittiva e obblighi di dimora e di firma. Due sono soggetti di Imperia, altri due sono siciliani, uno di Agrigento e un altro di Mussomeli.</strong> Il pm della Procura di Imperia Maria Di Lazzato ha chiesto e ottenuto dal gip Massimiliano Botti una misura cautelare per Giuseppe Piazza, imprenditore, ritenuto la “mente” del clan, di 51 anni, per il quale è stato disposto il divieto di esercitare la professione di geometra e di ricoprire incarichi direttivi; obbligo di firma, invece, per Luca Ricca e  Alessandro Lauricella, e obbligo di dimora per Salvatore Crispino. <strong>Una indagine nella quale compaiono altri nomi di indagati, altri imprenditori che si prestavano a favorire i loro “colleghi” fornendo loro preventivi per forniture che dovevano servire a giustificare maxi ribassi d’asta, soggetti che sarebbero “in odor di mafia”.</strong><a href="http://www.malitalia.it/2013/04/messina-denaro-e-gli-interessi-in-liguria/matteo/" rel="attachment wp-att-12622"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/matteo-243x300.jpg" alt="" title="matteo" width="243" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-12622" /></a> Tra i nomi venuti fuori quello di Mario Davilla, agrigentino, condannato a 11 anni per associazione mafiosa, “padrino” di Alessandro lauri cella. Davilla figura nell’organigramma più recente della mafia della provincia di Agrigento quella che riorganizzata dal boss latitante Matteo Messina Denaro, Un “clan” che avrebbe messo gli occhi su un “affare” che se davvero fosse stato “conquistato” poteva permettere lucrosi guadagni: è sfuggita agli imprenditori indagati, per i sospetti insorti all’amministrazione comunale di Pieve di Teco (Imperia), l’assegnazione  della gestione dell’acquedotto comunale. Uno “sgarbo” tanto che per ripicca sarebbero stati i 4 indagati a organizzare l’incendio del portone del Municipio. Truccando appalti avrebbero guadagnato 1 milione di euro, soldi non più trovati, come sono svaniti altri 7 milioni di euro che erano nella cassaforte di una impresa fallita, la “Generali Costruzioni” che la Guardia di Finanza che ha condotto le indagini ha ricondotto al principale degli indagati, Giuseppe Piazza. </p>
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		<title>Dalla Basilicata all&#8217;Abruzzo la protesta popolare contro il petrolio</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 09:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due regioni del Sud alle prese con le controverse vicende dell'oro nero]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/04/dalla-basilicata-allabruzzo-la-protesta-popolare-contro-il-petrolio/contropetrolio/" rel="attachment wp-att-12616"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/contropetrolio-300x225.jpg" alt="" title="contropetrolio" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-12616" /></a></p>
<p>(di Domenico Logozzo)<br />
<strong>Il petrolio della discordia ,tra i pericoli e i reali danni ambientali e le  promesse di più lavoro,meno disoccupati e sensibile crescita economica.</strong> Due regioni del Centro-Sud,in questi giorni alle prese con le controverse vicende dell’”oro nero”.In Basilicata “i sindaci dell’Alta Val D’Agri-ha scritto  il Quotidiano di lunedì &#8211;  chiedono che le ricadute occupazionali delle attività estrattive interessino non solo  comuni più vicini  al Centro Oli ma anche  territori più distanti in ogni caso alle prese con gli stessi problemi. Inquinamento in primis”. In Abruzzo si è levata alta  la voce della protesta popolare,per ottenere il rispetto dei preziosi beni che “Madre Natura” ha concesso generosamente alla regione.Sì alla creazione del “Parco della Costa Teatina” no a nuove piattaforme petrolifere. E sabato pomeriggio Pescara è stata invasa da migliaia di manifestanti.Basta con il petrolio.Basta con il cemento.<strong>Troppi scempi</strong>.Un no deciso  ad ogni ulteriore  attacco al territorio abruzzese ,che ha subito fin troppe devastazioni. Progetti di ricerca petrolifera riguardano quasi la metà della regione.Molte le società che avanzano istanze di esplorazione,estrazione e lavorazione degli idrocarburi.Contro le proliferazione delle trivelle la nuova sollevazione generale. Uniti per vincere. Come è avvenuto nei primi anni Settanta quando fu impedita la realizzazione della Sangro Chimica,la raffineria che si voleva costruire in Val di Sangro,in provincia di Chieti.<strong>La volontà popolare fu più forte del potere politico-economico.</strong>Imponenti manifestazioni.Massiccia partecipazione.Dopo alcuni anni di lotta,il progetto venne definitivamente chiuso in un cassetto e non se ne parlò più.Sabato è stata la giornata della denuncia di un intero popolo che non vuole correre ulteriori rischi ,tenuto conto che è gente che vive in una zona altamente sismica e le ferite mortali  inferte all’Aquila dal terremoto incutono legittimo terrore.C’erano anche quelli dell’associazione 3e32,l’orario in cui il 6 aprile 2009 L’Aquila è stata devastata dal terremoto per dire:”No alla piattaforma,sì al Parco ed alla ricostruzione aquilana”.Decine di striscioni,centinaia di cartelli,molto espliciti: ”Vogliamo un mondo pulito e vivibile”,”Trivelle in Abruzzo,né in terra,né in mare”,<strong>”Basta ricatto lavoro-salute”,”Non avete la nostra delega per rovinarci”.</strong>Una dimostrazione del grande attaccamento alla propria terra. Necessaria. Per svegliare le coscienze. Porre fine alle ambiguità di certi politici e dire ai “furbetti”  che devono stare attenti .La gente non è stupida .Non vuole cadere nelle trappole di chi fa doppi giochi(e sabato c’erano significativi cartelli di denuncia ,con nomi e cognomi).Non è stata una manifestazione folcloristica  ma una  reazione popolare ad una decisione impopolare calata dall’alto e che non può essere accettata supinamente .<strong>I “no” hanno una ragione seria ,sia per  la tutela della salute  e sia per il rispetto della  vocazione turistica. </strong>A questo proposito,i responsabili della società titolare delle concessioni per le trivellazioni in Adriatico ,alla vigilia della manifestazione di Pescara avevano parlato di “bugie e disinformazione” ,usando  toni  tranquillizzanti :”Non siamo una minaccia per la salute. Non ci sarà impatto negativo sul turismo della costa teatina”.<br />
 <strong> “Non vogliamo essere espropriati come gli indiani”</strong>,c’era scritto su uno striscione portato dai ragazzi di Rocca San Giovanni,uno dei borghi più belli d’Italia,sulla Costa dei Trabocchi minacciata oggi dalle trivelle.Nel lontano agosto del 1968, la scrittrice Paola Marcella Belluzzi,in un articolo proprio sul futuro della costa adriatica, pubblicato da Scena Illustrata,aveva analizzato e messo in evidenza il patrimonio storico ,culturale ,archeologico ed ambientale .Lanciava  questo appello: “Evitare ad ogni costo che centri aventi possibilità di valorizzazione turistica siano considerati anche ai fini di uno sviluppo industriale locale”, perché “raffinerie e stabilimenti simili impiantati in zone notoriamente di alto valore turistico hanno annullato la salubrità dei luoghi ,riducendo la percentuale delle presenze dei villeggianti ”.E ancora :”L’altra minaccia che grava sui posti dove madre natura ha tanto donato ,sono gli indiscriminati agglomerati  di cemento che vengono a deturpare ed anche a distruggere superbe vegetazioni”. Dalla denuncia alla proposta, più che mai attuale: ”Ora sta a questo popolo essere tenace nei suoi propositi ,con la consapevolezza che  ciò che esso ha da  offrire è un patrimonio prezioso .Da valorizzare e da tutelare con fermezza ,per l’avvenire ,così da raggiungere ,al di fuori di qualsiasi compromesso ,le mete prefisse .Terra di malìe ,di folclore ,di caratteristiche usanze ,di bellezze dalle immense risorse ,l’Abruzzo deve sapersi inserire sempre di più nel turismo ,continuando a conservare gelosamente le sue attrattive, valorizzando al massimo, ma con pazienza ed amore , la sua preziosità ,orizzonte di nuove ,concrete speranze”. E’ per questo che migliaia di abruzzesi sabato si sono incontrati a Pescara per dimostrare il loro amore per l’ambiente, “per un mondo pulito e vivibile”, come si leggeva in uno dei tantissimi cartelli. Un esempio davvero ammirevole quello che viene dall’”Abruzzo cuore Verde d’Europa”, che di recente ha combattuto un’altra dura lotta contro la realizzazione del “Centro Oli” di Ortona. E per dimostrare gli effetti negativi che l’insediamento avrebbe prodotto sulla fiorente agricoltura della zona, dove si coltivano preziosi vigneti ,è stato portato come esempio il “Centro Oli” della Basilicata.Pericolo scongiurato,ma è spuntato un altro progetto.Contestatissimo.<strong>Polemiche e scaricabarile in Regione per la decisione governativa. Ma è scattata immediatamente la protesta popolare.Destra e sinistra insieme. Trasversale la partecipazione dei politici e degli amministratori.Corale protesta. Un buon segno.</strong> Vuol dire che l’amore per la propria terra riesce a superare tutti gli steccati e a unire le forze.Per il bene comune.<br />
Domenico Logozzo<br />
(il Quotidiano della Basilicata del 17 aprile 2013)</p>
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		<title>Asl Roma A, tutti pazzi per la poltrona</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 20:41:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[asl roma a]]></category>
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		<description><![CDATA[Valzer di nomine illegittime in sanità. Riflettori puntati sui vertici della Asl Roma A]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2013/04/asl-roma-a-tutti-pazzi-per-la-poltrona/asl-roma-indirizzi/" rel="attachment wp-att-12610"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/asl-roma-indirizzi-300x225.jpg" alt="" title="asl-roma-indirizzi" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-12610" /></a></p>
<p><strong>All’Asl Roma A pare proprio che gli incarichi siano per pochi privilegiati e i decreti ad personam.</strong> A partire dalla posizione del direttore generale, <strong>Camillo Riccioni</strong>. Al professore, infatti, non bastava essere commissario straordinario dell’Azienda (incarico provvisorio), così come non bastava essere direttore generale o solo primario del reparto di Angiologia. Voleva essere tutte e due le cose. Fare il direttore generale senza perdere il primariato. E per far questo ha dovuto trovare il modo di aggirare l’ostacolo della palese incompatibilità, facendosi aiutare nella complessa operazione dall’allora governatore della Regione Lazio, Renata Polverini.<br />
<strong>Tutto ha inizio nel 2011</strong>, quando Riccioni è già commissario dell’Asl Roma A ed anche primario di Angiologia della stessa Asl. In quanto dipendente, poteva fare forse il commissario straordinario ma non il direttore generale dell’Azienda ospedaliera, perché incompatibile. Per superare l’incompatibilità, dunque, ha chiesto e ottenuto il trasferimento volontario al San Giovanni. E già qui la prima domanda: ma se il  nulla osta al trasferimento presuppone l’esigenza di ricoprire posti vacanti, per far fronte a necessità assistenziali, perché lo si da ad uno che sta facendo in quel momento il Commissario Straordinario e che infatti da allora non ha mai prestato neanche un giorno di servizio al S. Giovanni?<br />
<strong>E comunque con il trasferimento volontario Riccioni non avrebbe mai potuto mantenere il primariato. Ed allora  ci ha pensato la Polverini con due decreti ad personam.</strong><br />
Con il primo, prende atto che Riccioni ha dichiarato di aver disattivato la specialità  di Angiologia alla Roma A e quindi lo trasferisce al San Giovanni. Con il secondo decreto, invece, data la disattivazione  nella Roma A e l’esistenza di un posto vacante di primario di Angiologia al S. Giovanni, lo trasferisce direttamente come primario. Allora la seconda domanda: che vuol dire esattamente disattivare la specialità? Se si tratta di risparmiare (come il piano di rientro impone)  dovrebbe voler dire sopprimere tutto il reparto perché quelle attività le deve svolgere un’altra azienda che ugualmente abbia quel reparto.  Ed invece, al contrario della logica,  le attività dell’Angiologia nella Roma A  non sono mai state disattivate e  sono oggi più in funzione di ieri e tutto il personale continua beatamente a lavorarci, salvo Riccioni che ha mantenuto il primariato.<br />
In teoria, questi provvedimenti sono normali in casi di esubero del personale  a seguito (appunto)  della chiusura di reparti. <strong>Negli atti della Polverini e dello stesso Riccioni, però, non si rinviene nulla di tutto questo.</strong> I documenti parlano solo della ricollocazione di Riccioni ma nulla si dice di tutto il resto del personale del reparto. A dimostrazione del fatto che la questione aveva a che fare solo con la ricollocazione di Riccioni e non con la soppressione del reparto, basta andare a prenotare una visita angiologica al Cup, per rendersi conto che la prestazione viene rilasciata regolarmente. L’Angiologia funziona come prima e come sempre alla Roma A, tanto che il resto del personale sta lì, non è mai stato trasferito e il reparto di fatto non è mai stato chiuso. Non è stato rispettato l’accordo sindacale che, nei casi di esubero e mobilità, presuppone che le parti vengano messe al corrente rispetto al personale che viene trasferito da un presidio all’altro e deve prendere atto della chiusura di un reparto e anche dei motivi. Il dubbio di essere in presenza di un leggero interesse privato in atti d’ufficio è d’obbligo. <strong>Ed il favoritismo è di casa alla ASL Roma A. </strong>Anche sulla  nomina del direttore amministrativo dell’Asl, infatti,  l’illegittimità è, più che un dubbio, una certezza. Alessandro Moretti è riuscito a diventare direttore amministrativo, pur non avendo nel settore la dovuta esperienza. Una laurea in Scienze della Comunicazione (e non in scienze economiche e giuridiche)  e un curriculum con esperienze varie nel campo della telecomunicazione e del marketing (e non nella direzione di strutture sanitarie apicali). Altro che titoli ed esperienze professionali specifiche (parliamo di Sanità). Lo stesso metodo che era stato usato per conferire l’incarico a Luciano Crea. L’avvocato calabrese “assistente” di Riccioni che ufficialmente non compariva da nessuna parte ma, nella sostanza, gestiva delicate situazioni della ASL. In quest’ultimo caso, Riccioni ha tentato in un secondo tempo di regolarizzare la sua posizione affidandogli una “consulenza gratuita”. Ma, anche qui, senza i requisiti richiesti, senza alcun bando di pubblica evidenza e senza alcuna procedura comparativa (di selezione).  Tale tipo di metodologia, nell’affidamento di funzioni, è finita al vaglio della Procura della Repubblica di Roma, dopo l’esposto di un sindacato (la Fedir Sanità), che ha denunciato tutte le nomine illegittime. <strong>A marzo, per l’allegro modo di attribuire gli incarichi dirigenziali, l’Asl è stata condannata dal giudice del lavoro e dovrà fare chiarezza sulla lunga serie di incarichi fiduciari e perfino la Regione Lazio ha ufficialmente chiesto, finora invano, a Riccioni di revocare l’incarico di struttura complessa conferito ad un biologo che non ha la necessaria anzianità dirigenziale.</strong> E l’esposto del Sindacato  non  parlava né dell’incarico di  Riccioni, né di quello di  Moretti. </p>
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		<title>Trapani, la crisi del lavoro, la malapolitica e la mafia che ringrazia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 18:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto questo accade mentre Trapani continua a vivere in una apparente tranquillità. La questione appartiene a questi 68 dipendenti e quindi a queste 68 famiglie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/20130409_173257-300x225.jpg" alt="" title="20130409_173257" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-12600" /></p>
<p><strong>Ancora un gruppo di lavoratori che si asserragliano, che occupano, che decidono di accamparsi</strong>. Ieri era toccato agli operai di un cantiere navale che per mesi occuparono lo stabilimento da dove erano stati licenziati e la petroliera, rimasta non consegnata, dopo un paio di vari in pompa magna, che doveva essere il fiore all’occhiello di quell’impresa e che invece è diventata la causa di tutti i disastri, sino a giungere all’odierno fallimento. Oggi tocca a 68 dipendenti, donne e uomini da sette mesi senza stipendio con la prospettiva concreta della disoccupazione. Erano dipendenti di una spa, la Megaservice, una società mista finanziata dall’amministrazione provinciale, creata diversi anni addietro per dare occupazione a operai rimasti senza lavoro per la crisi del comparto industriale, erano finiti dentro questo calderone e che però con l’andar del tempo è stato svuotato di compiti, sino a giungere alla crisi, alla messa in liquidazione alla chiusura. <strong>La Megaservice nacque con l’obiettivo di far svolgere una serie di lavori per i quali di solito la Provincia ricorreva ad appalti esterni</strong>, venne introdotto il sistema del lavoro diretto, sembrava che le cose potessero andare bene e invece l’ultima delle Giunte provinciali ha scelto un’altra strada, ha dimenticato la Megaservice ed ha preferito tornare a dare appalti, ovvio che a quel punto la spa si sia fermata, sia rimasta senza commesse, con i debiti da pagare.</p>
<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/megaservice3-300x198.jpg" alt="" title="megaservice3" width="300" height="198" class="alignnone size-medium wp-image-12602" /></p>
<p> <strong>Sotto accusa è finito l’ultimo dei presidenti, l’Udc Mimmo Turano, nel suo ultimo anno di mandato ha affidato all’esterno 5 milioni di appalti che avrebbe potuto assegnare direttamente alla Megaservice.  </strong>I dipendenti della Megaservice sono tornati ad occupare il tetto di Palazzo Riccio di Morana l’austero edificio nel centro storico di Trapani che ospita gli uffici della presidenza della Provincia dove da qualche giorno si è insediato il prefetto che ha l’incarico di liquidare l’intera amministrazione in virtù della legge regionale voluta dal presidente Crocetta che ha sciolto in Sicilia le nove Provincie, via i Consigli e via le Giunte. Il presidente Crocetta aveva promesso un tavolo tecnico per risolvere i problemi dei lavoratori della Megaservice, ma il tavolo non si è mai insediato e quindi nessuna soluzione si è mai provato a trovarla per davvero. E loro sono lì sul tetto giorno e notte, vigilati a vista dai vigili del fuoco che sotto hanno sistemato un grosso materasso per evitare che qualcuno perda la testa e decida di lanciarsi di sotto. E’ difficile restare calmi. Lo ammettono gli operai che siamo andati ad incontrare.</p>
<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/megaservice2-300x198.jpg" alt="" title="megaservice2" width="300" height="198" class="alignnone size-medium wp-image-12604" /></p>
<p> <strong>Sul tetto hanno sistemato un gazebo, un tavolo, dei computer, c’è anche una fornacella per preparare pranzi e cene, attorno tende e sacchi a pelo per affrontare la notte.</strong> A turno portano pane, acqua, il cibo da preparare o già cotto pronto da consumare. «Ci sentiamo maciullati tanti parlano di crisi del lavoro noi la stiamo vivendo la soffriamo la stiamo pagando eppure lavoravamo con impegno e risultati, ci occupavamo della pulizia nelle scuole, della manutenzione del teatro dell’Università, dello stadio provinciale». Aggiunge Maurizio: <strong>«Oggi abbiamo sentito dire che i soldi per la cassa integrazione l’Italia li ha esauriti immagini cosa proviamo noi che siamo qui su questo tetto decisi a non scendere che cassaintegrati lo siamo da mesi a sapere che adesso anche questi soldi ci verranno meno e per tornare a lavorare continuiamo a non sapere nulla</strong>». Si sentono presi in giro anche dal presidente Crocetta: ricordano che in campagna elettorale il candidato Crocetta li aveva incontrati, aveva espresso partecipazione al loro dramma e garantito impegno, qui sul tetto dell’edificio della Provincia di Trapani i dipendenti Megaservice attendono che questo impegno si possa concretizzare.</p>
<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/megaservice1-300x198.jpg" alt="" title="megaservice1" width="300" height="198" class="alignnone size-medium wp-image-12603" /></p>
<p>Tutto questo accade mentre Trapani continua a vivere in una apparente tranquillità. La questione appartiene a questi 68 dipendenti e quindi a queste 68 famiglie, non ci si rende conto che la Megaservice è una delle finestre della crisi cittadina.<strong>Trapani non reagisce. Non ha reagito quando un imprenditore, Mucaria, specialista nel campo delle forniture medicali, dopo avere fatto man bassa dei fondi 488 quando questi fondi sono venuti meno ha chiuso i battenti alle sue imprese e le ha portate in Tunisia.</strong> Non ha reagito dinanzi a quei lavoratori che hanno trascorso tanti giorni e tante notte su quella petroliera che doveva portare ricchezza e che ha portato solo sventura a loro primna e agli imprenditori D’Angelo dopo. Non ha reagito quando ha scoperto che la fortuna di alcune imprese nel campo dell’edilizia, delle energie alternative, eolico, fotovoltaico, per intenderci Morici, Tarantolo, Cascio, Nicastri, Mazzara, era dovuta alla mafia. <strong>Non ha reagito quando ha scoperto che una serie di aziende nate nel campo dell’agricoltura si erano ingrandite grazie anche al sangue di tre morti ammazzati</strong>, la famiglia Cottarelli di Brescia, di mezzo false fatture, finanziamenti spariti, casseforti segrete in Svizzera e il figlio e il nipote, i cugini Marino, di un noto capo mafia di Paceco Una città che sul lavoro dovrebbe fare una battaglia al giorno invece sta silente. Sopporta addirittura la condanna di un avvocato, Giuseppe De Luca, che nella parte di chi dovrebbe tutelare la legalità, ha costruito testimonianze perfette per salvare dai guai un imprenditore del settore marmifero. L’avvocato Giuseppe De Luca è stato condannato a pagare una salata ammenda, ma la notizia sui giornali nemmeno c’è andata, nessuno si è premurato di raccontarla. Come dare torno per questa scelta ai cronisti di giudiziaria che ogni giorno invece scrivono abbondantemente di altri fatti della cronaca giudiziaria, il lavoro, il lavoro che non c’è, il lavoro rubato, non fa notizia, non interessa a nessuno. <strong>Trapani è abituata da anni a non prendersi pena per chi il lavoro non ce l’ha.</strong> Trapani non si interroga come mai da sempre qui si fa la più grande raccolta di risparmi e ogni giorno tanti giovani partono, vanno via perché qui non trovano lavoro. Trapani sonnolenta. Come piace alla mafia.</p>
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		<title>L&#8217;elezione del capo dello Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 17:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al di là dei voti del Pdl e di chi ci starà,  Bersani il governo di “cambiamento” potrebbe ottenerlo soprattutto imponendo ai suoi alleati uomini nuovi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/Elezione-del-capo-dello-Stato-si-parte-il-18-aprile-300x198.jpg" alt="" title="Elezione-del-capo-dello-Stato-si-parte-il-18-aprile" width="300" height="198" class="alignnone size-medium wp-image-12595" /></p>
<p>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>E&#8217; incavolato nero Pier Luigi Bersani.</strong> Il carattere sanguigno romagnolo lo porta a sbottare, dopo tanto autocontrollo,  contro il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, reo di essere arrogante. Ma anche contro quelli che non capiscono che ci vuole un “governo di cambiamento”. Dall&#8217;altra parte della scena, <strong>Silvio Berlusconi, è raggiante</strong> nell&#8217;accusare il Pd d&#8217;irresponsabilità per non dar vita subito ad un governo di larghe intese per salvare il Paese. Ormai i ritornelli sono sempre gli stessi. Unica novità è la prossima elezione dell&#8217;inquilino del Colle che potrebbe sbloccare una situazione di stallo insopportabile. Potrebbe cambiare tutto se nella prima giornata di votazioni per l&#8217;elezione del nuovo  capo dello Stato la fumata fosse bianca. Vorrebbe dire che i partiti hanno preso coscienza che per il momento il vero cambiamento sta nel dare all&#8217;Italia un presidente della Repubblica condiviso, veramente garante dell&#8217;unità nazionale. Il seguito sarebbe “una passeggiata”, come si usa dire. Un segnale d&#8217;unità benefico anche sul piano internazionale, per non parlare dei mercati. Eppure il bisogno d&#8217;unità sollevato a gran voce anche dalle parti sociali sembra cadere nel vuoto. E&#8217; come se il sistema politico fosse ipnotizzato da parole d&#8217;ordine e comportamenti legati, da una parte a logiche da campagna elettorale e dall&#8217;altra all&#8217;egoismo dei leader per il loro posizionamento personale. </p>
<p>C&#8217;è bisogno di un salto di qualità nell&#8217;unità d&#8217;intenti per combattere soprattutto il declino, che come un&#8217;ombra sta avvolgendo il nostro Paese. Nell&#8217;immaginario collettivo del mondo il Made in Italy esiste ancora e non è solo legato ai fiori all&#8217;occhiello della nostra industria. La prova viene dalle imitazioni dei nostri prodotti più significativi. L&#8217;Italia resta ancora “caput mundi” in fatto di siti archeologici e di cultura. Un business che potrebbe essere eterno, ai fini dell&#8217;occupazione e dello sviluppo, ma che non decolla com&#8217;è messo in una melma di burocrazia, d&#8217;incompetenza, d&#8217;affarucci personali. </p>
<p><strong>I saggi facilitatori escogitati da Napolitano</strong>, come suo ultimo atto da presidente della Repubblica per dare un Esecutivo all&#8217;Italia, potevano essere un buon escamotage per consentire a Bersani di riflettere su di un accordo con il Pdl ed anche per avere a disposizione contenuti condivisi al programma del governo di cambiamento. Forse il presidente Napolitano, se avesse avuto sentore di disgelo tra le due “B” della politica italiana, Bersani e Berlusconi, dopo la relazione dei saggi, avrebbe rimesso in campo il capo del Pd, certo che anche sul nome del nuovo presidente della Repubblica un&#8217;intesa ci poteva essere. Il fermarsi di Re Giorgio non fa presagire niente di buono. Tutto dipenderà ormai dai grandi elettori che si riuniranno Giovedì prossimo.</p>
<p><strong>Beppe Grillo ed il suo movimento sono diventati un “anatema” politico vivente</strong> che certo colpisce gli avversari, ma per converso ritorna a casa paralizzando qualsiasi ipotetica iniziativa, anche la più meritevole,  dei “cittadini” e delle “cittadine” parlamentari. Se il calcolo è quello di dire sempre no per avere le mani libere e arrivare alle elezioni intonsi, allora non ci siamo proprio. Sia perché i risultati elettorali per Grillo e company saranno deludenti, ma soprattutto perché avrà fatto perdere agli italiani una buona occasione per una riforma dal basso della politica.</p>
<p>Tutto si può dire del Cav. Berlusconi, ma che non sia un tempista-opportunista, questo proprio no. “Un governo forte o elezioni subito” è il titolo della manifestazione organizzata dal Pdl a Bari. L&#8217;obiettivo dell&#8217;iniziativa era duplice. Pressing su Bersani perché  decida “cosa farà da grande”, ma anche l&#8217;inizio  della campagna elettorale che verrà. Il cerino in mano, quasi completamente consumato, sa bene di avercelo Pier Luigi. Deve decidere che fare per evitare una bruciatura non cicatrizzabile, sia per lui che per il Pd. <strong>Da vincitore delle primarie, con un partito che riconosce ed apprezza il suo capo, a perdente-vincente (sic) della fase elettorale e post, con lo strascico dei conseguenti classici distinguo e mal di pancia, anche degli uomini a lui più vicini.</strong> Che farà allora Bersani? Il rischio forte è che rimanga sulle sue posizioni procedendo allo stesso modo &#8211; nella sostituzione di Napolitano &#8211; delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato. Se, invece, proverà a riflettere sul termine “arrogante” con cui ha apostrofato Renzi, forse potremmo avere d&#8217;amblè un nuovo presidente della Repubblica ed un nuovo presidente del Consiglio condivisi dalla maggior parte del Parlamento. <strong>Al di là dei voti del Pdl e di chi ci starà,  Bersani il governo di “cambiamento” potrebbe ottenerlo soprattutto imponendo ai suoi alleati uomini nuovi, vere  gambe forti</strong><strong>, su cui far camminare i programmi di riforma individuati anche dai saggi di Napolitano. Tutto bene quello che finisce bene? Lo speriamo per l&#8217;Italia.</p>
<p></strong></p>
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		<title>Trapani, appalti pilotati e forniture scadenti</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 09:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio D'Alì]]></category>
		<category><![CDATA[appalti]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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		<description><![CDATA[Agosto 2001. Il ministro Pietro Lunardi annuncia che per stare bene in Italia bisogna sapere convivere con la mafia. In verità più passa il tempo e più ci accorgiamo che questo è accaduto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/papa-261x300.jpg" alt="" title="papa" width="261" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-12581" /></p>
<p><strong>Cento milioni di appalti pubblici in dieci anni a Trapani sono passati dalle mani di una holding di imprese che aveva come referenti gli stessi imprenditori, Francesco e Vincenzo Morici, 79 e 50 anni, padre e figlio.</strong> Per il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani questi appalti sono stati aggiudicati in modo fraudolento, “appalti pilotati” sotto l’occhio vigile della potente mafia capeggiata dal latitante Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993. Dieci anni di inchieste che la divisione anticrimine della questura diretta dal dott. Giuseppe Linares ha rimesso insieme delineando un sistema illegale che ha funzionato sotto le direttive dei capi mafia locali, Vincenzo Virga e Francesco Pace e che a loro volta riferivano ogni cosa a Matteo Messina Denaro che dava altri ordini e il suo benestare. Un clan spietato e arrogante. Spietato anche per i delitti e le stragi che si porta sul groppone: Virga è all’ergastolo per la strage mafiosa di Pizzolungo del 1985, arrogante e sprezzante; Pace è uno di quelli che ascoltato parlare auspicava un giorno si e l’altro appresso pure i trasferimenti di prefetti, questori e dirigenti della Mobile. Cosa nostra e non solo Cosa nostra. <strong>Di mezzo anche la politica e la burocrazia, in altre parole mafia e corruzione, Cosa nostra agevolata con il coinvolgimento in queste opere pubbliche delle imprese “raccomandate” o ancora “vicine” o addirittura in mano agli stessi capi mafia, </strong>politici e funzionari pubblici ricompensati con “pesanti” bustarelle. Fissate anche le percentuali delle “mazzette” dal 2 al 5 per cento.</p>
<p>Hanno manipolato le “grandi opere”: la costruzione della Funivia Trapani/Erice, il recupero di un tratto costiero e delle antiche mura della città, la costruzione di una galleria sull’isola di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, e infine l’allestimento di nuove banchine nel porto di Trapani, lavori pubblici che sono in corso dal 2005 quando vennero definiti urgenti per il concomitante svolgersi delle gare preliminari della Coppa America di quell’anno, un cantiere aperto grazie al decreto del Governo Berlusconi che definiva “grande evento” quella manifestazione e affidava alla Protezione civile l’esecuzione delle opere finanziate. Fu quella la formula del “grande evento” che poi venne attuata anche in altre circostanze e nessuna di queste da Trapani a L’Aquila è sfuggita alle brame della criminalità mafiosa. Ridevano gli imprenditori intercettati sul terremoto che ha colpito L’Aquila, pensando agli incassi che avrebbero fatto, ridevano gli imprenditori che costruivano a Trapani chiosando a loro volta “abbiamo fatto trenta…facciamo trentuno”.  Opere pubbliche eseguite anche senza rispettare i capitolati di gara: come per la Funivia Trapani/Erice. Ha raccontato l’imprenditore <strong>Nino Birrittella</strong> reo confesso per avere fatto parte della cupola mafiosa: <em>“Per la Funivia ho fornito acciaio tondino … da un iniziale ipotetico 100 tonnellate, ne abbiamo poi di fatto messo la metà…P.M.:	Però l’avete fatturato … BIRRITTELLA:	Bravissimo. Con la rimanente parte il MORICI, ricordo per circa 200 milioni, quell’anno ho fatto ….., ho fatto …… le fatture a coprire la metà del ferro che me l’hanno impiegato”. </em>In un caso addirittura risulta essere stato danneggiato un antico arco della città di Trapani per farvi passare sotto un grosso camion. Opere che già hanno dimostrato la loro fragilità, come quelli per il recupero delle antiche mura di tramontana a Trapani, che in alcune parti hanno ceduto e hanno fatto sprofondare tratti della strada litoranea della città,  eppure le imprese capeggiate dai Morici, che hanno eseguito questi lavori anzicchè ricevere una contestazione dal Comune di Trapani per la non regolare esecuzione hanno riscosso circa 500 mila euro che non avrebbero dovuto intascare, attribuendo colpa dei cedimenti alle mareggiate. Tutto questo grazie a funzionari pubblici compiacenti denunciati alla magistratura assieme ai Morici: Ugo Testa, Paolo Contini, Pietro Costa. . Chiamato in causa anche l’ex sindaco di Trapani Girolamo Fazio: Vincenzo Morici è stato ascoltato dagli investigatori che lo intercettavano mentre  metteva fretta perché i lavori, nel caso specifico quelli di recupero delle antiche mura della città, proseguissero velocemente e riferiva di una telefonata ricevuta dal sindaco Fazio mentre questi si trovava in vacanza in Egitto: “&#8230; eh&#8230; ad Aprile ci sono  le elezioni qua amministrative, il sindaco è super infervorato&#8230; si ricandida e mi ha&#8230; e mi ha telefonato dall’Egitto&#8221;.</p>
<p>Indagini antimafia. Il nome di Francesco Morici  compare in diverse indagini della Dda di Palermo e della Procura di Trapani e lo si ritrova anche agli atti dell’inchiesta contro l’ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, il parlamentare del Pdl sotto processo (rito abbreviato) a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Francesco Morici è stato anche sentito nell’ambito di queste indagini, è stato ascoltato da “indagato di reato connesso” e pare abbia sorriso alle contestazioni del pm sulle vicende degli appalti pilotati, anche quando è stato a lui contestato il contenuto di alcune intercettazioni dove si coglieva la spavalderia sua e del figlio Vincenzo. Discussioni nelle quali i Morici avrebbero fatto il nome del sen. D’Alì come soggetto che avrebbe loro garantito l’aggiudicazione di grandi appalti come quelli per il porto in occasione della Louis Vuitton Cup del 2005: “per il rapporto che mio padre ha con il senatore D’ALI’ puoi stare certo che l’appalto sarà aggiudicato a noi”. Una cupola di imprenditori che governavano il territorio con metodi mafiosi. Era così che Francesco Morici parlava con Tommaso Coppola il regista degli appalti pilotati ancora a proposito del senatore D’Alì:<em> “…gli hanno assegnato un pò di soldi… qua ne ho un&#8217;altra… quella che il Senatore mi ha promesso che me la faceva passare… quella di 20, 30 miliardi… questa… la convenzione… questa per la cosa del porto…”.</em><strong> .</p>
<p>Facciamo un passo indietro. Agosto 2001. Il ministro (Pdl/Forza Italia) Pietro Lunardi annuncia che per stare bene in Italia bisogna sapere convivere con la mafia. Scoppia il putiferio, ma in verità più passa il tempo e più ci accorgiamo che questo è accaduto. Da Milano a Trapani passando per Roma. Stato, istituzioni e mafie hanno scelto la strada di convivere.</strong><strong> E Lunardi guarda caso quando nel 2005 venne a Trapani a ispezionare i lavori al porto si trovò a poca distanza dai mafiosi che lavoravano in quel cantiere.</strong></p>
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		<title>Reggio Calabria e il nuovo Procuratore</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 09:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Lombardo]]></category>
		<category><![CDATA[Massoneria]]></category>
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		<description><![CDATA[“L’azione penale è obbligatoria – sottolinea Cafiero De Raho-, bisogna correre, perché dietro un fatto criminale c’è un individuo che soffre, e spesso una intera comunità”. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2013/04/cafieroderaho.jpg" alt="" title="cafieroderaho" width="267" height="188" class="alignnone size-full wp-image-12575" /></p>
<p><strong>“Tutti siamo uguali davanti alla legge. Non esistono potenti, violenti e prepotenti. Costoro sappiano che la risposta della Giustizia arriva sempre”.</strong> Dopo un anno di vuoto a Reggio Calabria arriva il nuovo procuratore della Repubblica, Federico Cafiero de Raho. Lo accolgono altri magistrati, carabinieri e poliziotti in questi anni impegnati nella lotta alla ‘ndrangheta, associazioni antimafia, Libera e Riferimenti, persone comuni. Tutti nella sala del Palazzo di Giustizia ad ascoltare il magistrato che per anni si è battuto contro il clan dei casalesi in Campania stroncando l’ala militare e soprattutto spezzando i legami della camorra con il potere. La sala è piena, mancano solo i politici. <strong>“La ‘ndrangheta – dice il nuovo procuratore citando Giovanni Falcone – è presente dovunque, la lotta al suo potere è una priorità, ma anche questo fenomeno è destinato a finire”</strong>. Cafiero de Raho parla della corruzione nella città che ha il triste primato di essere il primo capoluogo il cui Consiglio comunale è stato sciolto per contiguità mafiose, e che è sconvolta dagli scandali. “La ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”, ha detto Roberto Moio, uno dei pentiti che in questi mesi sta facendo ternare i palazzi. <strong>Qui il potere più insidioso è quello delle tante “camere di compensazione” nelle quali si riuniscono politici, mammasantissima e i capi delle logge massonico-affaristiche.</strong> La piovra che si è mangiata la città. E che nelle settimane passate ha lanciato una serie di “avvertimenti” alla magistratura e al nuovo procuratore. E’ ancora avvolta dal mistero l’irruzione dei giorni scorsi nei locali che ospitano l’archivio riservato della direzione distrettuale antimafia, dove sono conservati i fascicoli delle inchieste su mafia e politica e soprattutto le duecento intercettazioni telefoniche preventive delle quali si parla in città. Ma il dato più allarmante sono le minacce rivolte agli inizi di marzo al pm Giuseppe Lombardo, titolare delle inchieste su massoneria, ‘ndrangheta e politica, e Antonio De Bernardo, che indaga sulle cosche della Locride. Il procuratore De Raho parla dell’”unità dell’ufficio e di tutti i pm”, e non è una ovvia petizione di principio in una procura spesso sconvolta da veleni e provocazioni. Tra i misteri irrisolti c’è ancora quello delle microspie piazzate tre anni fa negli uffici del pm Nicola Gratteri. Cafiero dei Raho si è fatto accompagnare a Reggio da due amici di vecchia data, Franco Roberti, procuratore di Salerno, e don Tonino Palmese, referente di Libera in Campania. <strong>“L’azione penale è obbligatoria – sottolinea il magistrato nel suo discorso di insediamento -, bisogna correre, perché dietro un fatto criminale c’è un individuo che soffre, e spesso una intera comunità”. Parole all’apparenza ovvie, addirittura banali, ma che in una città come Reggio Calabria suonano come eversive.</strong><br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano)</p>
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