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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Voleva difendere la costa di Acciaroli dal cemento</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 16:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Forse qualcuno, come si dice da noi, ha bussato e il sindaco ha detto di no. Come faceva sempre, sbattendo la porta in faccia a chi gli faceva proposte di un certo tipo. Ma questa volta quel no, forse,
non doveva dirlo”. È una spiegazione per la morte, a colpi di calibro nove e ventuno sparati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3831" href="http://www.malitalia.it/2010/09/voleva-difendere-la-costa-di-acciaroli-dal-cemento/vassallo/"><img class="alignleft size-full wp-image-3831" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/vassallo.jpg" alt="" width="127" height="84" /></a></p>
<p><strong>“Forse qualcuno, come si dice da noi, ha bussato e il sindaco ha detto di no. Come faceva sempre, sbattendo la porta in faccia a chi gli faceva proposte di un certo tipo. Ma questa volta quel no, forse,<br />
non doveva dirlo”.</strong> È una spiegazione per la morte, a colpi di calibro nove e ventuno sparati senza pietà, di un sindaco. Angelo Vassallo, tessera del Pd in tasca, presidente dei sindaci del Parco nazionale<br />
del Cilento e primo cittadino di Pollica, paese di 2500 anime appena, tuffato dentro un paradiso. Montagne e mare, acque cristalline, colline dolci. Un territorio che non sembra neppure la Campania con il<br />
centro del paese, Pollica, in alto e le due frazioni che affacciano a mare: Pioppi e Acciaroli. La “Positano del Cilento”, la chiamano e il titolo è più che meritato.</p>
<p><strong>La mano (armata) è di Gomorra?<br />
</strong><br />
UN PARADISO diventato inferno per Vassallo, sindaco dal 1994 per passione e ambizione politica, sindaco sceriffo che vigilava come un mastino sulla sua terra. Così, a poche ore da quell’assassinio che sa<br />
troppo di camorra, ti raccontano in paese. “Il Cilento non deve essere sporcato dai napoletani”, diceva, e per “napoletani” non intendeva i turisti e le famigliole che su queste spiagge godono il sole e il mare<br />
con serenità, ma gli altri. I “malacarne”, gli arricchiti di camorra che arrivano qui, ci raccontano, con le tasche gonfie di banconote da 500 euro e comprano negozi, bar, locali notturni e ristoranti.<br />
Soprattutto quelli che hanno la vista sul porto, il gioiellino di Acciaroli che quest’anno ha visto attraccare anche barche di 40 metri. E che è al centro di una dura battaglia. “Lo abbiamo costruito con i soldi della nostra collettività, ma a gestirlo sono altri”. Centocinquanta posti barca, tariffe per l’attracco da 190 a 250 euro a notte, ma c’è un privato che controlla le due banchine più  grosse.“La verità–dice l’assessore Carla Ripoli – è che negli ultimi tempi Angelo si era come incupito. Non era più lo stesso, qualcosa lo tormentava. Mi diceva che voleva tornare alla sua attività di pescatore che voleva lasciare la politica per sempre”. Cosa agitava i sonni del sindaco orgoglioso delle battaglie in difesa della sua terra? In paese ancora ricordano la più importante: la chiusura di uno stabilimento balneare abusivo. Il più grande di Acciaroli, il più ricco, ma tirato su al di fuori e al di sopra di ogni regola. “Angelo si dannò la vita, bussò a tutte le porte importanti ma lo fece abbattere”, ricorda Stefano Pisani, commercialista e vicesindaco del paese. Ma non si ammazza un uomo con nove colpi di calibro nove parabellum per quattro cabine abbattute. C’è altro. Gli appetititi che<br />
il Cilento e le sue coste scatenano. Lo scrivono con chiarezza i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Salerno nella loro ultima relazione inviata alla Dna. “La camorra ha messo in atto una politica di reimpiego di proventi finanziari significativi (derivanti dal traffico di droga e dagli altri mercati criminali<br />
controllati) soprattutto nelle aree a grande attrazione turistica”. La Costiera amalfitana, il Cilento. E questo basta e avanza per uccidere in una notte di settembre un sindaco che fa la voce grossa.</p>
<p><strong>“Mi dicono che mio fratello era minacciato”,</strong> dice tra le lacrime Claudio Vassallo,suo fratello. Minacciato, per questo incupito, pressato perché? Qualcuno aveva saputo delle sue frequenti confidenze,dei suoi<br />
ripetuti allarmi, delle sue insistite segnalazioni, alla procura di Vallo della Lucania, ma anche a qualche magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Salerno. Alfredo Greco, pm alla Procura di<br />
Vallo, usa parole dure: “Il Cilento fa gola, è una terra tranquilla, ancora inesplorata per la grande speculazione . E anche per la criminalità. Qui sono stati segnalati pericolosi latitanti e negli anni<br />
passati clan importanti della camorra come i Nuvoletta, gli Agizza-Romano, i Galasso, hanno fatto investimenti sul territorio.</p>
<p><strong>L’impegno ambientalista e qualche critica<br />
</strong><br />
VASSALLO era un sindaco impegnato a tutela della legalità fin dagli inizi della sua esperienza. Combatteva le speculazioni, gli ingressi in paese di capitali strani, forse per questo ha pagato. Ma è difficile anche per noi. Qui la camorra penetra , non c’è dubbio, ma ha una grande capacità di mimetizzarsi,di darsi un volto pulito”. Ci sono nomi che fanno tremare nella geografia dei territori che da Salerno portano fin qui nel Cilento. Parlano di imprese che fanno capo alla famiglia del boss Mario Fabbrocino presenti tra Battipaglia e Eboli, e di investimenti ancora attivi fatti dalla famiglia Galasso nell’area attorno a Palinuro. E ci sono le nuove generazioni della camorra salernitana, quelle, scrivono i magistrati della Dda, nate dopo la<br />
fine della Nuova camorra cutoliana e dei suoi avversari riuniti nella Nuova famiglia. “Nuove aggregazioni”, più spietate, arricchite dal traffico di droga e dalla gestione quasi monopolistica del gioco d’azzardo. Ma c’è chi non è d’accordo nel tratteggiare la figura del sindaco ucciso come un baluardo della legalità e della<br />
contrapposizione agli interessi camorristici. Non è certo per quella vecchia denuncia, poi archiviata, per concussione, corruzione e reati contro l’amministrazione della giustizia. Vassallo ne era uscito<br />
pulito. “<strong>La verità in queste terre è più complessa. Qui esistono amministratori che non vogliono vedere, né ammettere che la camorra da noi si è infiltrata e come</strong>. Il principale impegno di molti sindaci<br />
sembra quello di perpetuare una mitografia e una immagine fuorviante del Cilento, dietro la quale si nascondono affari e camorra. Abbagliati dalle bandiere blu e dalla città slow tutti hanno chiuso<br />
gli occhi. E non hanno visto che la nostra da tempo è terra di insediamento pacifico di camorra con investimenti e presenze significative”. L’analisi di Giuseppe Tarallo, ex sindaco di Montecorice è spietata. In paese la spiegano come la rabbia di un avversario storico di Vassallo, o è la verità? Una verità che qui<br />
nessuno vuole ammettere. Perché Napoli con le sue brutture, i suoi quartieri-Stato dove la camorra domina e terrorizza con le sue guerre ricorrenti e i morti ammazzati, è lontana assai. Perché qui al porto sono arrivate le barche dei vip, attori, gente che conta e che può spendere, volti che portano notorietà. Ad Acciaroli Come a Pioppi, l’altra frazione-gioiello, dove una volta, all’Hotel “La Vela”, scendeva Rossano Brazzi e tutte le villeggianti attempate facevano la fila per vederlo e farsi firmare un autografo. Perché<br />
Pollica, Acciaroli e gli altri paesi di collina del Cilento sono stati il set di un film importante arrivato alla Mostra di Venezia, “Noi credevamo”, di Mario Martone, una storia sul Risorgimento. Titolo che suona beffardo dopo la barbara uccisione del sindaco Vassallo.</p>
<p><strong>In casa dormiva con le porte aperte<br />
</strong><br />
<strong>“SE QUI cala l’ombra nera della camorra siamo fottuti</strong>”, dice sconfortato il vicesindaco Stefano Pisani. “In paese si dorme con le porte aperte, e io voglio continuare a farlo”. Anche Angelo Vassallo dormiva con le porte aperte, sognava il mare ed era contento per le alici che quest’anno erano arrivate copiose nelle acque del Cilento, e pensava che mai e poi mai sarebbe morto crivellato da nove colpi di pistola per un no.</p>
<p> ( di Enrico Fierro e Vincenzo Iurillo pubblicato su Il Fatto Quotidiano 8 settembre 2010)</p>
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		<title>Mafia “sott’olio”</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 14:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Partanna, la città di Rita Atria.
Partanna teatro di faide mafiose.
Partanna cittadina della Sicilia occidentale, la patria della mafia “dura e pura”, quella di Matteo Messina Denaro. 
Qui la notte  del 29 ottobre del 2008 una macchina prende fuoco.  Un uomo e una donna, guardano , dalla finestra, la loro auto in fiamme. Sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/09/mafia-%e2%80%9csott%e2%80%99olio%e2%80%9d/consorzio-terre-belicine/" rel="attachment wp-att-3821"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/consorzio-terre-belicine-156x300.jpg" alt="" width="156" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3821" /></a></p>
<p><strong>Partanna, la città di Rita Atria.<br />
Partanna teatro di faide mafiose.<br />
Partanna cittadina della Sicilia occidentale, la patria della mafia “dura e pura”, quella di Matteo Messina Denaro. </strong><br />
Qui la notte  del 29 ottobre del 2008 una macchina prende fuoco.  Un uomo e una donna, guardano , dalla finestra, la loro auto in fiamme. Sono terrorizzati, abbracciati. Hanno chiamato i vigili ma devono arrivare da Mazara del Vallo e ci vorrà tempo. E allora l’uomo prende un sifone dell’acqua e prova a spegnere l’incendio dall’alto. <strong>Quell’uomo si chiama Nicola fa l’insegnante elementare da 20 anni a Castelvetrano. Ha una moglie, una bimba di tre anni ed un’altra in arrivo</strong>. “ Sono circondato dalle donne” dice Nicola e gli sorridono gli occhi. La notte del 29 ottobre ha scelto definitivamente da che parte stare. Se mai avesse avuto un dubbio quella notte è sparito. Ha scelto la legalità ed ha scelto la sua terra. Quella notte rimarrà nella sua memoria perché proprio quel giorno nasce “il Consorzio di Tutela Valli Belicine”. Alla riunione di sottoscrizione erano stati invitati 70 aziende se ne presentano 150 e da allora sempre di più hanno deciso di non voler più sottostare al giogo mafioso ed hanno scelto di essere liberi da chi acquistare le sementi, da chi acquistare il concime o le bottiglie. <strong>Si sono “ribellati” in 243 che oggi producono olio ma anche vino, che hanno in mente di trasformare il triangolo tra Partanna, Palermo Agrigento </strong>( in tutto 12 comuni) in un esercito culturale che parli non solo agli agricoltori ma a tutti. Nicola dice che la prima grande vittoria di questo consorzio non è stata quella di guadagnare ma di risparmiare perché acquistando in comune hanno ridotto i costi del 40% potendo così vendere il loro prodotto ad un prezzo adeguato. “Sempre superiore ai 3 euro a cui si vendeva prima l’olio” dice Nicola ”perché una delle prime cose che abbiamo subito denunciato è il fatto che quel prezzo si otteneva solo con la mano d’opera in nero, con le truffe, con lo sfruttamento”. Nicola parla come un fiume in piena: del suo territorio, della identità, di Selinunte e dei reperti archeologici che raccontano di come l’olio è stato sempre alla base dell’economia di questo lembo di Sicilia <strong>“qui l’economia legale &#8211; continua- è sparita per troppo tempo e ha lasciato il posto al malaffare.</strong> Qui non si poteva vendere l’olio o il vino se non passavi per il sensale. Noi abbiamo dimostrato che possiamo vendere, e acquistare, anche senza di loro. Su internet si trova tutto. Puoi scrivere in Francia e farti mandare le bottiglie e i tappi che ti servono senza pagare sensalie e a prezzi migliori. Eppoi io scrivo a tutti, magari con il mio francese scolastico ma scrivo a tutti”. Ed infatti ha scritto al Presidente del Consorzio del Saint Emilion per parlargli della sua terra , del suo “terroir” . Ha convinto un tedesco a diventare suo socio. Vuole far adottare le piante di olivo. E chiama tutti, parla con tutti. Adesso si devono assolutamente vendere i 14mila litri di olio che rimangono perché “ dobbiamo dare i soldi in mano ai nostri soci. Così saranno ancora più convinti che si può fare”. Le resistenze,in questo territorio, sono tante: quando gli hanno incendiato la macchina non ha avuto solidarietà da nessuno. “Se tu sorvoli questo triangolo e fai una foto dall’alto hai anche l’immagine antropologica dei luoghi. Rustici non finiti, erbacce. Noi vogliamo che si veda la differenza tra il nostro terreno e quello degli altri. Dobbiamo averne cura.<strong> Anche il terreno ci deve distinguere, ci deve essere un segno preciso. E poi lo dobbiamo trattare bene il nostro ambiente perché è il nostro futuro”. </strong>E così il consorzio segue regole precise: le olive vanno molite appena raccolte,nello stesso frantoio ( a due fasi), sempre nelle ore notturne e l’olio prodotto è stoccato  in unico silos. Si coltiva solo “Nocellara del Belice” e Nicola è fiero che il loro olio è stato usato da due grandi chef per un loro dolce “ non ci potevo credere, come era buono!”. Pensano anche alla fitodepurazione ma anche un turismo “sostenibile”. E il Consorzio non vuole fermarsi, anche se magari qualche socio andrà via, vuole fare di più. E superare i confini del triangolo Partanna, Palermo, Agrigento. Certo le difficoltà degli ultimi due anni sono state tante e Nicola dice che se non ci fosse stato il sostegno delle forze di polizia si sarebbero forse arresi perché, come ha scritto al Ministro Maroni, “ in questi luoghi la società pseudo civile ti lascia solo e il don di turno ha ancora il suo peso. Ecco perché la mafia culturale è la più pericolosa e bisogna fissare nel territorio sociale il volto umano e amicale della Giustizia.”. A marzo 2010 l’operazione Golem II ha portato in carcere 18 persone della rete più stretta del boss Matteo Messina Denaro tra cui il fratello Salvatore. Proprio in questa occasione Nicola stringe un’amicizia, forte e vera,  con gli uomini della Squadra Mobile di Trapani e di loro dice “ sono state le parole di questi uomini, e del loro capo il dott. Linares, che ci hanno dato il coraggio di continuare. Non ci hanno fatti sentire soli. Perché il pericolo maggiore è proprio quello di sentirsi soli e abbandonati, di essere considerati degli invalidi  da lasciare indietro”.<br />
<strong>E adesso l’olio del Consorzio è sbarcato a Venezia alla Mostra del Cinema, con l’aiuto della Sicilia Film Commission &#8211; Addiopizzo e Libero Futuro &#8211;  a dimostrazione che, volendo, partendo da una bottiglia di olio si può cambiare la vita di una società intera</strong>. Come dice Don Luigi Ciotti la mafia si batte con le politiche sociali e con il lavoro e Nicola ricorda che “ questo anno a Partanna mancano 10 milioni di euro per la crisi dei prezzi agricoli e il Consorzio dimostra che uniti si può fare fronte anche a situazioni  come questa”. Luigi Enaudi diceva che “la libertà economica permette la libertà politica” ed essere liberi economicamente vuol dire anche non dover sottostare al “don” di turno.</p>
<p>(pubblicato su www.strozzatecitutti.info il 7 settembre 2010)</p>
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		<title>Vita da operaio</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 17:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guglionesi 23 agosto. Una giornata d’altri tempi. Tempi che sembrano sepolti dal “grande fratello” imperante nella società italiana. Il 23 agosto è l’occasione per vivere un pomeriggio indimenticabile. Una delle fan, tramite facebook, del  libro/documentario “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”, organizza la presentazione nel teatro di questo piccolo paese, vicino a Termoli. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3801" href="http://www.malitalia.it/2010/09/vita-da-operaio/quarto-stato/"><img class="alignleft size-full wp-image-3801" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/quarto-stato.jpg" alt="" width="243" height="200" /></a><strong>Guglionesi 23 agosto. Una giornata d’altri tempi.</strong> Tempi che sembrano sepolti dal “grande fratello” imperante nella società italiana. Il 23 agosto è l’occasione per vivere un pomeriggio indimenticabile. Una delle fan, tramite facebook, del  libro/documentario “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”, organizza la presentazione nel teatro di questo piccolo paese, vicino a Termoli. <strong>Circa 3000 abitanti molti dei quali sono operai nello stabilimento FIAT.</strong> Decido di accettare l’ospitalità di Lucia e suo marito che mi vengono a prendere in stazione a Termoli e mi portano nella loro casa, una casa della Fiat, perché qui la Fabbrica Italiana Automobili Torino è anche questo. Entro in un piccolo mondo fatto di ordine, cortesia, calore.</p>
<p><strong>Tre ragazzi, Antonino Andrea e Pierpaolo, mi aspettano per il pranzo: pollo arrosto peperoni e insalata. Mi sento a casa, come se ci fossi stata sempre lì con loro. Si respira la dignità di una famiglia italiana normale</strong>: un solo stipendio, un po’ di campagna da coltivare, il rispetto per i genitori che sono riusciti a dare un tetto ad ognuno dei quattro figli. Al caffè ci raggiungono Antonino e Maria, i suoceri di Lucia. Lui operaio Fiat in pensione, 33 anni passati nell’azienda molti dei quali come sindacalista prima della FLM e poi FIOM, lei  (chiamata da tutti Nilde Iotti) una battagliera casalinga che ha sempre seguito il marito ed allevato i figli avuti da giovanissima “ a ventuno anni li avevo già tutti e quattro”.</p>
<p>Una coppia d’altri tempi ma che non ha perso il senso della realtà, che ha seguito i cambiamenti della società. Modesta ma fiera. Antonino racconta della visita di Pertini, il Presidente partigiano, e di Gianni Agnelli allo stabilimento di Termoli. L’unica volta che la proprietà si è fatta vedere quaggiù. Lo sciopero di 30 giorni davanti ai cancelli è lontano nel tempo. Oggi anche qui la FIAT licenzia ma organizzare uno sciopero è più difficile, anche un giorno è un costo troppo grande per chi ha un unico stipendio per “reggere” una famiglia e lo conferma Gianluca il figlio, operaio FIAT “per successione” e sindacalista per lo stesso motivo. Nonni attenti verso i nipoti che trattano come persone grandi. Si parla di tutto intorno a quella tavola: di politica, scuola, televisione&#8230; con quella normalità che sembra quasi desueta in una società dove gli argomenti più gettonati sono  X Factor e veline.<br />
<strong>Due generazioni a confronto ma la stessa dignità. Maria mi chiede se mi può dare del tu perché mi dice “siamo tutti uguali, no?”.</strong> La sera sono tutti presenti al teatro, con i 3 nipoti e Antonino, che non ha dimenticato le abitudini di sindacalista, fa un giro della sala e conta rapidamente i presenti.<br />
<strong>La notte dormo nel letto ceduto da uno dei ragazzi. Me ne vado, la mattina dopo, accompagnata dal loro sorriso e da una carezza sul cuore.</strong></p>
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		<title>I vescovi ai boss: la Madonna non è cosa vostra</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 19:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“In questo santuario si è consumata l’espressione più terribile della profanazione del sacro ed è stato fatto l’insulto più violento alla nostra fede e alla tradizione religiosa dei nostri padri”. Quando monsignor Fiorini-Morosini pronuncia queste parole la chiesa dove si venera la Madonna di Polsi si fa muta. E’ il 2 settembre, il giorno della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3795" href="http://www.malitalia.it/2010/09/i-vescovi-ai-boss-la-madonna-non-e-cosa-vostra/madonna-di-polsi/"><img class="alignleft size-full wp-image-3795" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/madonna-di-polsi.jpg" alt="" width="274" height="184" /></a><strong>“In questo santuario si è consumata l’espressione più terribile della profanazione del sacro ed è stato fatto l’insulto più violento alla nostra fede e alla tradizione religiosa dei nostri padri”.</strong> Quando monsignor Fiorini-Morosini pronuncia queste parole la chiesa dove si venera la Madonna di Polsi si fa muta. E’ il 2 settembre, il giorno della festa più antica per San Luca e i calabresi. Si va sulla montagna, i più devoti a piedi, si dorme una notte intera all’aperto, sotto tende di fortuna, per onorare la Madonna. E’ un sentimento religioso semplice e antico che i capobastone della ‘ndrangheta sporcano da sempre, spesso nell’indifferenza della Chiesa. Per questo il vescovo di Locri-Gerace pronuncia parole dure come la pietra della montagna che sovrasta San Luca. “Non c’è nessun legame tra i credenti e chi usa Polsi e la sua religiosità con l’illusione di poter dare un significato religioso alle loro attività illegali, che nulla hanno da condividere con la nostra fede cristiana”. Il monsignore parla con fermezza si rivolge agli uomini della ‘ndrangheta, a quella “mala pianta” che ha avvelenato mortalmente la Calabria e i calabresi. <strong></strong></p>
<p><strong>“Non c’è alcuna cosa che ci lega, cari fratelli che avete scelto la strada dell’illegalità per costruirvi la vita, le vostre ricchezze, il vostro potere e il vostro onore. I nostri cammini non si congiungono a Polsi, semmai si dividono ancora di più”. Parole che alle orecchie dei boss sono suonate come blasfeme.</strong> E’ un gesto di rottura quello della Chiesa (che ieri Avvenire, il quotidiano della Cei, ha ripreso a tutta pagina), è la sottrazione di un “valore”, quello della fede e della religiosità popolare, sul quale la mafia calabrese ha puntato da sempre. Nella processione di quest’anno a Polsi non si sono visti boss. Troppi “sbirri”, troppi occhi indiscreti (giornalisti e una troupe della tv tedesca). “Quest’anno alla Madonna di Polsi ci state facendo fare una mala festa, noi veniamo qua solo per pregare e voi ci attaccate tutti”. Così si lamentava un picciotto con un carabiniere. L’anno scorso, invece, i boss al Santuario ci andarono e si riunirono. “In cerchio e sotto la statua della Madonna”. C’erano tutti i capi dei mandamenti della “Tirrenica” e della “Jonica” a celebrare il “Capocrimine”, Domenico Oppedisano, un ottantenne di Rosarno scelto dalle famiglie di ‘ndrangheta come capo del vertice dell’organizzazione. “Un prestanome, una carica onorifica”, sottolineano gli stessi magistrati dell’operazione “Crimine” che nei mesi passati ha assestato un duro colpo alla mafia calabrese e alle sue propaggini in Lombardia. “Ci siamo raccolti a livello nazionale – si raccontano i boss mentre parlano sotto una quercia a pochi passi dal Santuario – eravamo più di mille persone quella notte sulla montagna”. La montagna è l’Aspromonte con le sue gole i gli anfratti impenetrabili, qui, durante la lunga stagione dei sequestri di persona, venivano tenuti gli ostaggi prelevati al Nord.</p>
<p><strong>Il pellegrinaggio di inizio settembre a Polsi è un misto di religiosità popolare e violenza. Dal sangue della capre scannate che arrossa i torrenti agli spari dei fucili in onore della Madonna. Che Corrado Alvaro, il grande scrittore nato a San Luca, descrive così: “Al terzo giorno di settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile…tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere”.</strong> Si va al Santuario e anche i mafiosi chiedono perdono alla Madonna. A modo loro, però. “Siate per noi quest’ultima montagna, giacché se per lo passato fummo delinquenti, cordialmente proponiamo di osservare nel tratto successivo la santa legge dell’eterno”. E’ un antico canto di preghiera raccolto dall’antropologa Annabella Rossi, che rende bene l’idea. I pochi pentiti di ‘ndrangheta raccontano come il Santuario di Polsi sia il luogo scelto dai boss per i loro summit. Giacomo Lauro: “A Polsi partecipano tutti i rappresentanti dei locali attivi”. Il “locale” è l’organizzazione delle ‘ndrine nei vari paesi e città. Francesco Foti nel 1999 fornisce un racconto più dettagliato della riunione annuale di Polsi: “Nei primi giorni di settembre tutti i componenti dei locali venivano convocati dalla società di cui facevano parte per discutere e per stabilire influenze, per ristabilire controlli territoriali, per concordare spostamenti su altre città, per i traffici illeciti tra i quali la droga”. Anche gli omicidi si decidevano all’ombra della statua della Madonna. “A queste riunioni – disse anni fa alla Comissione antimafia il procuratore Vincenzo Macrì – partecipano i rappresentanti dei locali calabresi, ma anche quelli della Lombardia, del Piemonte, nonché i rappresentanti della ‘ndrangheta residenti fuori Italia: arrivano dall’Australia, dal Canada e da ogni altra parte del mondo”. Come Al Qaeda, anche la ‘ndrangheta calabrese ha bisogno di un forte radicamento territoriale e di una marcata connotazione religiosa. <strong>Ma ora che la Chiesa ufficiale con la voce fortissima del vescovo Morosini le ha strappato la maschera della fede, appare il suo vero volto. Quello della violenza, degli omicidi, delle faide e delle stragi, del business mondiale della droga, degli appalti, dei legami oscuri con pezzi dello Stato e con la politica. Il cancro della Calabria e dell’Italia intera.</strong></p>
<p><strong> </strong>Pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> del 4 settembre 2010</p>
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		<title>Cari camorristi, rischiamo il posto di lavoro e non ci pagano lo stipendio. Aiutateci</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 20:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Vincenzo Iurillo)
Gli addetti alla raccolta differenziata del consorzio Napoli-Caseta in una lettera indirizzata provocatoriamente ai clan protestano contro i tagli di organico e i mancati pagamenti
“Mafiosamente vostri per sempre. I lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania”. Non è uno scherzo. È firmata proprio così la “lettera aperta alla camorra”, con cui gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3789" title="FotoSpazzatura" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/09/FotoSpazzatura.jpg" alt="" width="295" height="186" />(di Vincenzo Iurillo)</p>
<p>Gli addetti alla raccolta differenziata del consorzio Napoli-Caseta in una lettera indirizzata provocatoriamente ai clan protestano contro i tagli di organico e i mancati pagamenti</p>
<p><strong>“Mafiosamente vostri per sempre. I lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania”. </strong>Non è uno scherzo. È firmata proprio così la “lettera aperta alla camorra”, con cui gli addetti alla raccolta differenziata dei consorzi di Napoli e Caserta chiedono aiuto ai clan. I lavoratori ieri hanno sfilato nel capoluogo campano tra piazza Bovio, via Partenope e piazza del Plebiscito per protestare contro il mancato pagamento degli ultimi stipendi e contro gli annunciati tagli di organico, chiedendo senza successo un incontro col presidente della Provincia Luigi Cesaro (Pdl). Nel corso della protesta i dipendenti dei consorzi hanno distribuito una lettera con la quale si rivolgono direttamente alla camorra, chiedendo un intervento per sbloccare i pagamenti e per migliorare le loro condizioni di lavoro. Un documento un po’ sgrammaticato e dal chiaro intento provocatorio, <strong>che risuona però sinistro alle orecchie del questore di Napoli Santi Giuffrè, che ha detto: “C’è tanta tensione in giro, ma sono convinto che cose di questo tipo non dovrebbero essere dette”.</strong></p>
<p>In effetti il testo della lettera lascia allibiti: <strong>“La camorra nei rifiuti dicono i giornali, e allora deve essere per forza vero (…) l’ha detto Saviano, quindi per forza deve essere vero (…) allora, cari camorristi, ci rivolgiamo a voi. Che noi, seppur indirettamente, stiamo lavorando per voi, è un fatto assodato. Quindi scusateci se osiamo farvi qualche richiesta, ovviamente se non è di troppo disturbo”. </strong>Segue un elenco di rivendicazioni: dal non voler lavorare in condizioni pericolose per la salute, alla preghiera ai “politici e industriali che vi sono amici” per ottenere un avanzamento di carriera o un trasferimento alla Provincia o alla Regione con tanto di aumento in busta paga. Il documento va letto con attenzione per filtrare le parti ‘serie’ dalle provocazioni fini a se stesse. Il nodo da sciogliere, il cuore della protesta, resta quello delle retribuzioni e di un futuro che si prospetta incerto: “Da mesi i consorzi non ci pagano e a Benevento ci hanno messo a cassa integrazione mentre a Caserta e a Napoli ci stanno licenziando. Gli stipendi dei Consorzi da mesi non li riceviamo e a dire il vero neanche il vostro, nemmeno quello dei mesi scorsi. Possiamo fare un forfait degli arretrati? Anche a rate va bene. In caso di risposta positiva dobbiamo venire a ritirarli o si può fare l’accredito sul conto corrente? Ne approfittiamo per ribadire la nostra disponibilità nel caso doveste ripulire denaro sporco”.<strong> I lavoratori dei consorzi di bacino che lanciano questo ‘appello’ ai clan sono gli stessi che un anno fa (il 28 settembre 2009) esposero in piazza Plebiscito uno striscione con la scritta “W i Casalesi”. La foto fece il giro del mondo e suscitò indignazione unanime.</strong></p>
<p>I lavoratori del consorzio Napoli-Caserta che rischiano il licenziamento sono 424. Per loro è pronta la cassa integrazione, anche se la legge prevederebbe un ricollocamento negli enti locali</p>
<p>Pubblicato su <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it" target="_blank">ilfattoquotidiano.it</a> del 3 settembre 2010</p>
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		<title>Siculiana  “tra le righe” e “un libro tra le mani”</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 16:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[Siculiana aveva colpito Alberto Moravia, rimasto affascinato dai suoi tetti. Ma  per molti è nota per le cronache relative alle infiltrazioni mafiose. Per le “famiglie” che avevano i loro affari all’estero ( soprattutto Canada e Stati Uniti). Due anni di commissariamento e poi a maggio le elezioni e il nuovo Sindaco. Si riparte da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3752" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/siculiana11-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /><strong>Siculiana aveva colpito Alberto Moravia, rimasto affascinato dai suoi tetti</strong>. Ma  per molti è nota per le cronache relative alle infiltrazioni mafiose. Per le “famiglie” che avevano i loro affari all’estero ( soprattutto Canada e Stati Uniti). Due anni di commissariamento e poi a maggio le elezioni e il nuovo Sindaco. Si riparte da una donna,come in altri due comuni siciliani. Maria Giuseppa (Mariella per tutti) Bruno ha voluto subito dare un segnale, con la sua giunta, per un futuro diverso per il piccolo centro dell’agrigentino. Un premio letterario,“Torre dell’orologio”, ed una settimana dedicata alla cultura <strong>&#8220;Siculiana tra le righe&#8230; un libro tra le mani&#8221;, con una madrina d’eccezione come Simonetta Agnello Hornby. La scrittrice, avvocato dei minori nel Regno Unito, è una discendente della famiglia Angello proprio originaria di Siculiana.</strong><br />
E così a 700 anni dalla sua fondazione, Siculiana riparte dalla cultura e dalla “parola scritta”.Nel raccontare la “Malitalia” ci piace anche segnalare la sua controparte, “Ma l’Italia”, quella che si batte per una società diversa, che crede che la conoscenza sia un investimento fruttifero con il quale sconfiggere anche il crimine organizzato.</p>
<p>Cerchiamo di capire come e perché Mariella Bruno è diventata  Sindaco e dove vuole arrivare.</p>
<p><strong>Lei è una delle 3 donne sindaco elette nell’ultima tornata elettorale. La sua è una scelta o una sfida?</strong><br />
Anzitutto è stata una scelta condivisa con un gruppo formato in prevalenza da giovani e strutturata secondo un progetto ben definito. Progetto che ho condiviso con entusiasmo nella consapevolezza che molto si può fare perché questo paese esca  dallo stato di abbandono e appiattimento  in cui  si trovava. La nostra idea mira, da un lato ad una rinascita socio- culturale e, dall&#8217;altro,  allo sfruttamento delle tante risorse naturali presenti nel nostro territorio, che ha una vocazione turistica innata ma poco sviluppata.<br />
E&#8217; stata anche una sfida non solo perchè donna in un contesto in cui la politica è stata patrimonio esclusivo degli uomini,  ma anche perchè sono fermamente convinta che un futuro migliore per Siculiana è possibile e la mia Amministrazione ha le carte in regola per potere lavorare bene</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3753" href="http://www.malitalia.it/2010/08/siculiana-%e2%80%9ctra-le-righe%e2%80%9d-e-%e2%80%9cun-libro-tra-le-mani%e2%80%9d/immagine-019/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3753" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/Immagine-019-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Siculiana è stata commissariata per infiltrazioni mafiose. Quanto è difficile amministrare un comune con questo passato? Quali sono, secondo lei, i pericoli maggiori</strong>?<br />
Siculiana è stata commissariata per mafia ,però il fenomeno non è radicato qui più che altrove.<br />
E&#8217; chiaro che esistono dei centri di potere che caratterizzano la realtà siciliana in genere e, per un comune che vuole puntare al turismo quale principale risorsa economica , l&#8217;immagine riveste una notevole importanza ed il passato che ci troviamo a gestire certamente non ci  aiuta. Ma  siamo determinati e convinti  ad imprimere un nuovo corso al paese, evidenziando tutte le positività presenti.Il maggiore pericolo è che questo nostro impegno non venga recepito dai siculianesi, con il rischio che non avvenga il processo di emancipazione culturale necessario affinchè il nostro lavoro possa produrre i risultati che ci attendiamo.</p>
<p><strong>Omertà, collusioni, compiacenze. Come dice Don Luigi Ciotti bisogna “togliere l’acqua di cui il pesce si alimenta”. Quanto è cresciuta in Sicilia la consapevolezza della legalità? O siamo solo ad una legalità “sostenibile”?</strong> Io credo fermamente che , oggi, i siciliani abbiano una maggiore consapevolezza del concetto di legalità, perchè non posso credere che il sacrificio di grandi uomini sia stato vano.<br />
Sono, altresì, consapevole che ancora molto ci sia da fare poichè , ancora oggi, ci sono, purtroppo, fenomeni riconducibili alla mafia che impediscono l&#8217;affermazione completa del concetto di legalità, quale elemento fondante della nostra società. Comunque, io interpreto la mia vittoria  come manifestazione della volontà di cambiare  dei siculianesi e mi fa riflettere sul fatto che , quando un progetto è credibile può imprimere segnali importanti.</p>
<p><strong>Si parla di educazione alla legalità. Della cultura come strumento di crescita. E’ per questo che ad un mese dal suo insediamento ha dato vita a &#8220;Siculiana tra le righe&#8230; un libro tra le mani&#8221;? E cosa spera di ottenere?</strong> Nessun processo di rinnovamento e sviluppo economico può affermarsi senza il supporto di una valida crescita culturale.L&#8217;idea del concorso letterario è un primo passo in questa direzione.<br />
Il fatto che una scrittrice del calibro di Simonetta Agnello Hornby abbia sposato a pieno la nostra idea mi inorgoglisce e mi fa bene sperare che la strada intrapresa sia quella giusta.</p>
<p>Un altro scampolo di Italia diversa da raccontare e conoscere.</p>
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		<title>A Bologna la mafia c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 19:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Nicola Lillo)
A Bologna e in Emilia Romagna se ne parla poco. Eppure c&#8217;è stata, e tuttora esiste una presenza mafiosa non di poco conto. I giornali locali raccontano poco e male. I nazionali non se ne interessano. Eppure il fenomeno è in forte crescita. La consapevolezza della gente, invece, è ai minimi livelli. Disinformata, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3746" href="http://www.malitalia.it/2010/08/a-bologna-la-mafia-ce/mafiaemilia/"><img class="alignleft size-full wp-image-3746" title="mafiaemilia" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/mafiaemilia.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>(di Nicola Lillo)</p>
<p><strong>A Bologna e in Emilia Romagna se ne parla poco. Eppure c&#8217;è stata, e tuttora esiste una presenza mafiosa non di poco conto. I giornali locali raccontano poco e male. I nazionali non se ne interessano</strong>. Eppure il fenomeno è in forte crescita. La consapevolezza della gente, invece, è ai minimi livelli. Disinformata, a volte disinteressata. Spesso commette l&#8217;errore di sottovalutare un sistema ben oliato. Quello che evoca il termine mafia, nelle regioni del nord, è il classico uomo con “coppola e lupara”. Ma da diversi anni, non è più così. La mafia imprenditrice, infatti, è entrata in tutti i livelli economici e istituzionali. Mimetizzata e in stretti legami con le stesse istituzioni.<br />
Rievochiamo, grazie anche all&#8217;ottimo e-book “Tra la via Emilia e il Clan” di Amorosi e Abbondanza, due eventi grigi e, purtroppo, poco noti nella storia del capoluogo emiliano, che interessano la piazza principale bolognese e il suo aeroporto.</p>
<p><strong>È il 1992. La Icla di Napoli, società al fianco del colosso CCC (Consorzio Cooperative Costruzioni), conquista l&#8217;appalto di Piazza Maggiore. Già due anni prima si occupò della ristrutturazione della Pinacoteca delle Belle Arti, sempre a Bologna.</strong>Ma di che società si tratta? La nota integrativa della relazione su TAV e Campania, della Commissione Parlamentare Antimafia, del 1996, ci fa aprire gli occhi.<br />
La Icla viene, infatti, ricondotta a un democristiano della Prima Repubblica. Paolo Cirino Pomicino, condannato per finanziamento illecito ad un anno e otto mesi. Ha poi patteggiato due mesi per corruzione relativi ai fondi Eni, mentre risulta prescritto per i procedimenti sulla gestione dei fondi per il post terremoto in Irpinia, fondi che ammontavano a sessantamila miliardi di lire.<br />
<strong>La Icla nei primi anni del 1980 si trova in grossa crisi economica. “Sono le imprese della Camorra – si legge nella relazione – che di fatto finanziano le società in stato di decozione operanti solo con compiti di copertura. Di qui il duplice effetto gravissimo. Il primo è il riciclaggio effettuato dalla criminalità organizzata attraverso gli investimenti nei lavori dell&#8217;Alta Velocità. Il secondo è l&#8217;esclusione dal mercato delle imprese sane fatte oggetto di azioni intimidatorie”. “Nell&#8217;Icla –  prosegue – risultano presenti elementi e società della criminalità organizzata di matrice sia camorrista che mafiosa con la mediazione di personaggi del mondo politico-imprenditoriale coinvolti in gravi episodi di corruzione politica”. </strong><br />
E la società si occupa di pubblici appalti e di opere di massima importanza, proprio come la Tav. Sulla tratta Roma-Napoli, infatti, sono impegnate cooperative rosse, come la CCC. Quest&#8217;ultima faceva parte del Consorzio rappresentato dal&#8217;IRICAV-UNO. Lo Sco, Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, afferma nella relazione che talune società partecipi del Consorzio avevano “contatti con la criminalità organizzata”. <strong>Le garanzie, per l&#8217;entrata dell&#8217;Icla nella partecipazione del Consorzio, provengono dall&#8217;IRI e sono indicate da un altro democristiano: Romano Prodi.</strong>Nel 1991 Icla incorpora la società Fondedile. Società che, secondo le indagini della Squadra Mobile di Caltanissetta e del Ros dei carabinieri di Palermo, ha stretti contatti con Cosa Nostra. Legami che vengono sottolineati in un&#8217;informativa inviata anche a Giovanni Falcone, allora Procuratore aggiunto a Palermo. I nomi dei boss fanno tremare i polsi. Su tutti Angelo Siino, indicato come “proconsole di Riina”.<br />
Il CCC partecipa al Consorzio Iricav-Uno con il tre per cento. Coinvolto anche in indagini della DDA di Napoli, a causa di “collusioni  ad alto livello ed in raffinati meccanismi di sviluppo degli appalti”. Negli atti della Commissione si legge, inoltre, che “si tratta di forme deprecabili di consociativismo nella spartizione di appalti di opere pubbliche che hanno coinvolto in passato rappresentanti del governo e dell&#8217;opposizione e che hanno indubbiamente favorito l&#8217;ingresso del crimine organizzato anche in grandi opere pubbliche, quali l&#8217;esecuzione dell&#8217;Alta velocità e della terza corsia dell&#8217;Autostrada del Sole”. <strong>La relazione continua indicando le connessione della società Icla con gli Zagaria, del clan dei Casalesi.</strong>Si parla di 18 anni fa. Anni caldi e decisivi per la nostra Repubblica, a causa delle bombe mafiose in Sicilia, e dell&#8217;inchiesta Tangentopoli, che ci ha traghettato dalla Prima alla Seconda Repubblica. Ma anche nel nuovo millennio le cose non sembrano essere cambiate.<br />
La storia riguarda il Marconi, l&#8217;Aeroporto di Bologna. Ed il protagonista è Giuseppe Gagliandro, noto come Andrea Danieli.<br />
Gagliandro, proprietario e amministratore della società Doro Group, che dal 2004 al 2007 ha gestito, senza alcuna autorizzazione, i servizi di terra dell&#8217;aeroporto, era un uomo di &#8216;ndrangheta. Condannato per tre omicidi, occultamento di cadavere, spaccio di droga e associazione mafiosa.<br />
L&#8217;uomo giusto al posto giusto. Una nuova vita che inizia del 2003 con la fondazione del suo nuovo gruppo. Nel 2004 la Marconi Handling, controllata dalla SAB, la Società Aeroporti di Bologna, conferisce al gruppo di Gagliandro l&#8217;appalto per i servizi a terra. La concorrenza viene battuta grazie ai contributi non versati e a stipendi non erogati per mesi. Nonostante la mancata autorizzazione per potere lavorare nello scalo.<br />
Sante Cordeschi, ad di Marconi Handling, incaricato da Sab, dalla Camera di Commercio, dal comune di Bologna e dalla Provincia di amministrare il settore dei servizi terra, entra in ottimi rapporti con Gagliandro. Quest&#8217;ultimo regala all&#8217;amministratore delegato una Ford, quattro telefonini, mobili antichi, una Ferrari, 15 mila euro e un mensile di 5 mila euro.<br />
Ma il vero “referente istituzionale” è Alfredo Roma. Ex presidente dell&#8217;Enac e dal 2006 nominato da Prodi per un progetto sul satellitare alternativo ai Gps americani. Un uomo trasversale, scelto da Berlusconi e poi confermato dal professore bolognese. Anche Roma ha ricevuto diversi regalini: una Bmw, una Ford, due palmari, due portatili e due mobili antichi. Il tutto per ottenere le carte di identità aeroportuale (Cia) per lavorare negli scali.<br />
<strong>Nell&#8217;interrogatorio di Gagliandro le accuse sono pesanti: “Sante Cordeschi era pienamente consapevole che Doro Group e le cooperative consorziate non versavano i contributi previdenziali ed assistenziali in quanto ben sapeva che le tariffe da lui stabilite con Visigalli (uomo di Doro Group) erano sufficienti”.<br />
Per il rilascio della Carta d&#8217;identità aeroportuale, per il tramite di Roma, si rivolgeranno alla fine all’avvocatessa Anna Masutti (“scavando a fondo ci saranno schizzi di merda per tutti”).</strong> Nel 2008 Gagliandro patteggerà 4 anni e mezzo e tornerà in carcere, dove già aveva passato 8 anni e mezzo per i reati di mafia. Chiesti altri 25 rinvi a giudizio, tra cui a Cordeschi, Visigalli, Roma, Masutti.</p>
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		<title>Libero Grassi</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 03:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per ricordare Libero Grassi e la sua lotta contro il “pizzo” non servono le nostre parole, che suonano spesso vuote o retoriche, bastano le sue: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3730" href="http://www.malitalia.it/2010/08/libero-grassi/libero-grassi/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3730" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/libero-grassi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Per ricordare Libero Grassi e la sua lotta contro il “pizzo” non servono le nostre parole, che suonano spesso vuote o retoriche, bastano le sue: “<strong>Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. </strong>Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. <strong>Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.</strong></p>
<p>Così scriveva il commerciante palermitano in una lettera pubblicata, dal Giornale di Sicilia, il 10 gennaio del 1991. Sette mesi dopo, il 29 agosto alle 7.36, morirà sotto i colpi della mafia. Uno degli esecutori, Marco Favaloro, così descrive l’omicidio “&#8230; Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. <strong>Quando quell’uomo uscì dal portone dell’edificio dove abitava, Madonia scese dall’automobile con la pistola nascosta in mezzo ad un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”.</strong></p>
<p>Libero Grassi era un uomo dalla schiena dritta, onesto, che non arretrò mai neanche di fronte alle minacce e che pose all’attenzione dell’opinione pubblica quello che tutti sapevano ma di cui nessuno voleva parlare: il pizzo. <strong>Condannò pubblicamente il giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, per la sentenza del 4 aprile del 1991 con la quale veniva sancito che “non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi”. </strong>Il pizzo contro cui si è battuto Libero Grassi era e rimane una base sostanziosa dell’economia mafiosa. Nel tempo anche l’esazione della protezione ha cambiato pelle, adesso “bravi” commercialisti aiutano negozianti, imprese a contabilizzare il tutto come un costo, dimostrando così anche il “buon cuore” dei vari boss che è vero che ti chiedono i soldi ma ti fanno anche la consulenza per poterlo scaricare dalla contabilità!<br />
Certo la morte di Libero Grassi ha mosso le coscienze. Dopo di lui molti sono stati di esempio come Vincenzo Conticello, Rodolfo Guajana&#8230; E’ nato Addiopizzo&#8230; <strong>ma la battaglia è ancora lunga e oggi, più che mai, si combatte a livello sociale, culturale e non solo repressivo. Non c’è bisogno che il Ministro Maroni, coppola in testa, dica “attenti a me”. Loro non hanno paura di lui! </strong></p>
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		<title>L’estate degli evasori furbastri</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 17:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[truffe]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Elia Fiorillo)
“Di necessità virtù”. Se non si può lasciare Roma nel periodo ferragostano per motivi di lavoro, allora si può provare a godersi la città nei momenti liberi. Guardandola in modo diverso si possono scoprire cose che pur avendole sott&#8217;occhio non si riuscivano a cogliere. Ho ragionato così e mi sono attrezzato a controllare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3738" href="http://www.malitalia.it/2010/08/l%e2%80%99estate-degli-evasori-furbastri/scontrino/"><img class="alignleft size-full wp-image-3738" title="scontrino" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/scontrino.jpg" alt="" width="138" height="201" /></a>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>“Di necessità virtù”. Se non si può lasciare Roma nel periodo ferragostano per motivi di lavoro, allora si può provare a godersi la città nei momenti liberi.</strong> Guardandola in modo diverso si possono scoprire cose che pur avendole sott&#8217;occhio non si riuscivano a cogliere. Ho ragionato così e mi sono attrezzato a controllare se l&#8217;assunto fosse giusto.<br />
Il Colosseo è uno di quei siti mitici che pur vedendolo in continuazione, ogni santo giorno, alla fine è un soggetto misterioso. Forse l&#8217;hai visitato anni addietro. Ti è certamente familiare, ma non lo conosci per niente, se non per sentito dire. Decido allora di tornare a visitarlo. A mezzo internet prenoto una guida per dieci euro e così comincio la mia vacanza stanziale limitata.<br />
Scelgo di camminare a piedi, per fare una cosa diversa dal solito. Mi armo pure di macchina fotografica per sentirmi &#8220;turista a casa&#8221;. L&#8217;appuntamento con la guida è per le diciassette alla fermata metro del Colosseo. Arrivo in anticipo e scelgo di prendere una bottiglietta di tè. Faccio la fila e mi colpisce l&#8217;enorme smercio di succhi, bibite, gelati. Ed anche la rapidità con cui i clienti vengono serviti. Per la gran parte sono stranieri. Noto anche che nessuno scontrino fiscale viene rilasciato. Dimenticanza o calcolo? Arriva il mio turno. Pago, prendo il tè e aspetto. Lo sguardo del barista-cassiere è interrogativo.<strong> Perché non lascio il passo? Gli chiedo il ticket fiscale per i tre euro. A fatica batte infastidito i tasti del registratore di cassa e capisco che mi considera un rompicoglioni italiota che è meglio che si levi al più presto di torno. Mi faccio di lato e continuo ad osservare l&#8217;infaticabile ed ineffabile distributore di bibite. No, è proprio allergico ai tasti della cassa.</strong></p>
<p>L&#8217;Anfiteatro Flavio è uno spettacolo grandioso, anche in fatto di file. Chi ha avuto la ventura di prenotarsi la guida sorpassa guardando beffardo le centinaia di suoi simili in riga. Aspettano impazienti ed accaldati &#8211; siamo a metà agosto &#8211; d&#8217;arrivare al botteghino per comperare i biglietti. E non c&#8217;è altro tipo di vendita di ticket per evitare quell&#8217;ingorgo umano? E se c&#8217;è perché non viene pubblicizzata? Me lo chiedo, ma non so darmi una risposta. Devo dire che la decisione della guida è stata un&#8217; operazione felice. La ragazza, probabilmente una studentessa di architettura, è puntuale nei suoi racconti. Si sofferma nei dettagli e capisci che lo fa per passione. A metà giro si stoppa e chiede di saldare i conti. Dieci euro a testa per il suo compenso, più dodici per l&#8217;entrata. Meglio soldi non potevo spendere. Sono appagato dalla bellezza maestosa dell&#8217; Anfiteatro, dalla sua storia, dai suoi miti e dalla voglia di far bene della guida-studentessa. Non mi pongo stavolta il problema di documenti fiscali o di dichiarazione dei redditi.<br />
Il giro guidato del Colosseo dura più di un&#8217;ora eppoi il gruppo si scioglie per le più varie direzioni. Decido, per chiudere la giornata, di andare a fotografare il Campidoglio con la sua vista unica di Roma e dei Fori. L&#8217;osservazione di quelle meraviglie &#8220;illuminano d&#8217;immenso&#8221;.<br />
Anche la carne ha i suoi bisogni. Ridiscendo dal Campidoglio ed entro in un bar. Assisto ad una conversazione tra il padrone ed una cliente. &#8220;Mi dà un Magnum?&#8221;, chiede la giovane turista. Il barista consegna un gelato di altra marca ed alla protesta dell&#8217;acquirente lui risponde serafico: &#8220;Questo è il magnum della sua serie!&#8221;. Che figlio di&#8230; La giovane donna, vogliosa di gelato, lascia perdere e accetta il surrogato che gli viene imposto. Paga e va via. Di ricevute fiscali manco a parlarne. Viene il mio turno. Ordino il solito tè freddo e chiedo di un bagno. La bibita arriva subito e con essa una gran bella scusa per i servizi: &#8220;Mi dispiace, ma non sono agibili, li hanno appena lavati&#8221;. E a riprova di quello che afferma fa notare una scopa che impedisce l&#8217;accesso ai bagni. Sarà che son prevenuto per via del gelato, ma mi pare una gran scusa da furbastro inveterato. Pago e aspetto. Lui, ritengo il proprietario-barista, non capisce e con voce un po&#8217; alterata mi ripete dei cessi non agibili. Gli chiedo dello scontrino per i tre euro della bevanda. Lo sguardo s&#8217;infoca di rabbia e rancore.</p>
<p><strong>Sembra che dica: &#8220;Ma non ti vergogni di chiedere una ricevuta fiscale di tre euro?&#8221;. Alla fine mi sbatte quasi in faccia il rettangolino di carta.</strong> Torno a casa e scopro che non c&#8217;è niente da mangiare. Telefono al ristorante giapponese di cui ho trovato la pubblicità nella buca delle lettere. Ordino dal menù un po&#8217; di cose che credo di conoscere, California maki, birra Sapporo e altre prelibatezze di cui non ricordo i nomi. Dopo mezz&#8217;ora il trillo del commesso con il fagotto delle vettovaglie giapponesi. Trenta euro. E la ricevuta fiscale? Il giapponese non capisce la mia richiesta e mi indica per la terza volta il talloncino con l&#8217;elenco delle vivande e con il dettaglio dei prezzi. Italia Giappone in fatto di fisco si eguagliano alla grande.<br />
Dimenticavo. Per ragioni di lavoro all&#8217;ora di pranzo mi trovavo dalle parti di piazza San Lorenzo in Lucina. Al collega che stava con me propongo di mangiare un boccone insieme. Niente di speciale per la verità. Chiedo alla fine del frugale pasto due caffè ed il conto. Arrivano i caffè e finalmente quello che io ritenevo fosse un talloncino fiscale. No, all&#8217; apparenza aveva tutte le sembianze di una bolletta fiscale, ma non lo era. <strong>Ma vuoi vedere che è colpa mia se tutti quelli con cui ho a che fare non mi degnano di un misero, piccolo, insignificante ticket fiscale? Chissà.</strong></p>
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		<title>Tempo di pomodori</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 03:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3714" href="http://www.malitalia.it/2010/08/tempo-di-pomodori/pomodori-ammassati/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3714" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare</strong>. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle aree interne sperando di sfuggire agli ergastoli.<strong> E’ una regione cuscinetto, una testa di ponte tra la “Capitanata” foggiana e la provincia di Caserta.</strong> Uno snodo per il traffico di rifiuti provenienti dalla Campania che arriva a Pozzilli, Termoli, Venafro e che vedrebbe coinvolta la ditta Caturano (di cui si trovano tracce anche nell’operazione “RE MIDA” della Procura di Napoli). Una Regione dove in un piccolo centro come Guglionesi (circa tremila abitanti) si è dovuto bonificare un sito (un ex azienda per l’allevamento di lombrichi) riempito di rifiuti tossici. L’operazione è costata alla comunità circa 2 milioni di euro!<br />
<strong>Uno snodo per il traffico e la gestione degli immigrati, soprattutto in agricoltura. Uno snodo “fantasma” per braccia da vendere nei campi di pomodori. </strong>In quei campi dove due anni fa (il 29 luglio del 2008)  morì, in un canale stradale, Georghe Radu, clandestino ucciso da un malore e dalla paura dei suoi “colleghi” che  lo trascinarono fuori dal campo e lo lasciarono, solo, in una cunetta a finire la sua vita, come un cane, come un reietto.<br />
Un recente rapporto dice che in Molise  gli immigrati sono circa 7.500 unità (di cui  5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia). Provengono in gran parte da  Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina e il 75% è donna. E questo è il periodo della raccolta del pomodoro e così il Basso Molise e la Capitanata  (dove si raccolgono oltre 2 milioni di pomodori) accolgono oltre quindicimila braccianti che in maggioranza lavorano in nero (con una paga media di circa 2,5 euro l’ora e di cui un terzo va al “caporale”).</p>
<p>E con la stagione della raccolta dell’oro rosso (come lo chiamano tutti) si presentano problemi vecchi e nuovi.<strong> Storie di uomini e donne che arrivano in Italia per trovare una nuova vita. Storie di piccoli agricoltori “strozzati” dalle grandi aziende e dai business della criminalità. </strong>-	L’accoglienza agli immigrati è in Molise completamente assente perché non esiste alcuna politica verso di loro mentre in Puglia sono stati costruiti 4 alberghi diffusi e installati 20 cisterne per l’acqua oltre ai bagni chimici. Il punto è che il costo per notte, negli alberghi, è di 8 euro (circa la metà del guadagno di un giorno!)</p>
<p>La vendita del prodotto che per la maggior parte va ad aziende campane, E in questa stagione 2010 la crisi si fa sentire forte e chiara. «La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». Secondo la Cia «dietro c’è un cartello di imprese di trasformazione, industriali e grossisti che impone le stesse condizioni capestro a tutto il Mezzogiorno. La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». «I contratti non vengono onorati – aggiunge il vice sindaco di Guglionsesi, Lucarelli – le nostre aziende si appoggiano a industrie campane che stipulano degli accordi ma poi non li rispettano. Come? Ad esempio mandano meno TIR di quelli che ne dovrebbero giungere per trasportare il prodotto. Oppure arrivano con giorni di ritardo, e si sa che il pomodoro dopo la raccolta si deteriora in fretta. In questo modo valutano il prodotto meno di quanto vale. Per farla breve, se nel contratto c’è scritto che ti devono 5, ti danno due. E per gli agricoltori c’è anche il problema delle quote di pomodoro da raggiungere, minimo 750 quintali per ettaro, senza i quali non hanno diritto ai contributi europei».</p>
<p><strong>E poi c’è il fenomeno dei falsi braccianti</strong>. Con 15 euro si può diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Un meccanismo sperimentato per esempio già a Rosarno (e che in qualche modo è parte della famosa rivolta del gennaio scorso). Un imprenditore fa lavorare in nero degli extracomunitari e i contributi vengono “venduti” ai falsi braccianti, che potranno poi ricevere l’indennità. Una truffa bella e buona che permette anche di drogare il mercato del lavoro regolare, dove il lavoratore “vero” è costretto a pagarsi da solo i contributi per l’indennità di disoccupazione agricola. Cosa rispondere, infatti, ad un datore di lavoro che dice: ”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”?</p>
<p>A tutto ciò si aggiunge che questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1000 euro a ettaro al produttore. E così il lavoro nero, la sopraffazione di chi ha bisogno di lavorare (regolare o irregolare che sia) sarà sempre più forte <strong>e “il piede dei giganti schiaccerà il cuore” degli ultimi, di chi è senza difesa, stretti tra la morsa della camorra e di imprenditori senza scrupoli</strong></p>
<p>(pubblicato anche su strozzatecitutti.info il 28 agosto 2010)</p>
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		<title>I Boss, le &#8220;talpe&#8221; e le prossime elezioni il potere &#8220;in attesa di giudizio&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 14:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Scopelliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[A Reggio Calabria può succedere di tutto. Un botto ancora più grosso di quello che la scorsa notte ha devastato la casa del procuratore generale Salvatore Di Landro. Qualcosa che farà tremare i palazzi e cambierà il corso delle cose. Che in riva allo Stretto ha sempre il colore dei soldi e dei grandi affari, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3708" href="http://www.malitalia.it/2010/08/i-bossle-talpe-e-le-prossime-elezioni-il-potere-in-attesa-di-giudizio/dilandro/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3708" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/dilandro-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" /></a><strong>A Reggio Calabria può succedere di tutto. Un botto ancora più grosso di quello che la scorsa notte ha devastato la casa del procuratore generale Salvatore Di Landro</strong>. Qualcosa che farà tremare i palazzi e cambierà il corso delle cose. Che in riva allo Stretto ha sempre il colore dei soldi e dei grandi affari, e segue una sola logica, quella del potere. Nella Città Palude, dove tutto affonda in una melma che rende difficile distinguere il bianco dal nero, la politica buona da quella che si prostituisce con la ‘ndrangheta, i magistrati in bilico da quelli che rischiano la vita in silenzio, la mafia e l’antimafia, gli onesti e i malacarne, su tutto dominano gli appetiti dei comitati d’affari. Uomini in giacca e cravatta che attraversano con la stessa naturalezza gli angusti bunker dei boss della ‘ndrangheta, i salotti delle massonerie e gli ovattati uffici del potere, a Reggio come a Catanzaro. Al Comune come alla Regione.<strong> In città da anni si muove una sorta di “agenzia” specializzata nell’attacco alla magistratura. Dispone di informazioni riservate, piazza microspie negli uffici dei magistrati dell’antimafia, ha una grande capacità militare e di intelligence.</strong></p>
<p>Il Procuratore Di Landro non aveva una vigilanza fissa sotto casa, il 3 gennaio scorso qualcuno piazzò una bomba proprio sotto il suo ufficio, poi sono venuti i sabotaggi alla sua auto e a quelle dei suoi sostituti. Ma questa strategia del terrore personalizzata non è servita a far piazzare una telecamera sotto la casa dell’alto magistrato, che per la sua sicurezza disponeva solo di una vigilanza radio sorvegliata. In pratica una pattuglia che passa e controlla ad intervalli di cinque-dieci minuti. Un lasso di tempo breve che però non ha scoraggiato il commando. Sono arrivati, hanno messo la bomba e sono andati via indisturbati.</p>
<p><strong>Adesso, dopo il tritolo si indaga su tutto.</strong> Anche sulla Procura generale e sulla “svolta” impressa da Di Landro. Si scava sui contrasti con uno dei sostituti, Francesco Neri, da mesi trasferito per incompatibilità ambientale. È una pista, ma è poco. <strong>Perché restringe e di molto il campo in una città dove tutti, dai salotti che contano ai frequentatori dei caffè del centro, sanno che presto uno tsunami giudiziario si abbatterà sulla politica calabrese. Arriverà da Milano, dove Ilda Boccassini ha decapitato la Cupola della ‘ndrangheta in Lombardia, o dalla stessa procura di Reggi</strong>o, dove si scava ancora sui rapporti tra boss e politici di rango. Ci sono dossier e intercettazioni che documentano i legami tra Cosimo Alvaro (rampollo della ‘ndrangheta di Sinopoli) e Michele Marcianò, consigliere comunale di Reggio e fedelissimo del governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti.</p>
<p>Il politico si rivolgeva ad Alvaro chiamandolo “compare”, chiedeva aiuto per le tessere del Pdl e in cambio prometteva incarichi da centinaia di migliaia di euro. C’è quel pranzo, confermato e giustificato dallo stesso Scopelliti, ad un ricevimento dei fratelli Barbieri, imprenditori ritenuti punti di riferimento del clan Alvaro. Una mangiata con allegra bicchierata alla quale erano presenti, secondo un rapporto dei Ros, mafiosi e latitanti.</p>
<p>E i legami di Alberto Sarra, oggi potentissimo sottosegretario della giunta regionale, con la famiglia Lampada di Milano, teste di legno di Pasquale Condello, in galera ma ancora a capo di una delle ‘ndrine più forti della città. “Dobbiamo trovare – dice in una telefonata Giulio Lampada all’onorevole Sarra – una bella banca qui a Milano che ci faccia fare quello che vogliamo”. Ed è nell’ufficio di Sarra che è passato uno dei personaggi più inquietanti di questa storia. Si tratta di Giovanni Zumbo, commercialista di professione, in passato segretario particolare dell’onorevole, spione per vocazione e, forse, per mandato di qualche pezzo grosso. Zumbo è l’uomo che avvisa mafiosi del calibro di Giuseppe Pelle e Giovanni Ficara dei blitz che da Reggio a Milano si stanno per abbattere sulla ‘ndrangheta. Si tratta di operazioni segretissime, ma l’uomo sa tutto in anticipo. <strong>Il perché lo spiega lui stesso al boss Pelle: “Faccio parte tuttora di un sistema che è molto più vasto, ma vi dico una cosa e ve la dico in tutta onestà! “Sunnu i peggiu porcarusi du mundu!” (ndr sono i peggiori uomini che fanno porcherie del mondo), ed io che mi sento una persona onesta&#8230; molte volte mi trovo a sentire&#8230; a dovere fare&#8230; determinate porcherie che a me mi viene il freddo!</strong>”. Quali “porcherie” ha sentito e fatto Zumbo? Quali “entità” stanno lavorando in riva allo Stretto, e per conto di chi? Giovanni Ficara parla di un incontro avuto con altri strani personaggi. “Sono scese persone&#8230; Pezzi grossi da Roma! Sono venuti in giacca e cravatta!”. Parla con Giuseppe Pelle, il boss Ficara, i carabinieri intercettano tutto e restano a bocca aperta di fronte a una frase. È monca, le parole si capiscono appena. “Lui (Zumbo, ndr) ha, due, tre persone, che sono nei Ros! E sono pure nei Servizi segreti! Avete capito? No, …incompr…pure omicidi, compare, non è che…”.</p>
<p>Chi sono gli uomini che “scesero” da Roma, per fare cosa, quale “aiuto” dovevano chiedere alla ‘ndrangheta? E poi quella parola messa lì, dentro una frase che la microspia ha registrato in parte “pure omicidi, compare…”. Che cosa sta succedendo a Reggio e in Calabria? Cosa c’è dietro quello che il procuratore nazionale antimafia aggiunto, Vincenzo Macrì, chiama lo “sciame intimidatorio” che da mesi tocca magistrati, politici, amministratori, giornalisti? Un riassetto di poteri violentissimo, come nel recente passato, come nei mesi che precedettero l’ultimo omicidio eccellente di questa regione, quello di Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale. Potere al Comune, dove si deve votare e dove il Pdl ha una maggioranza bulgara. <strong>Ma il sindaco Giuseppe Raffa ha rotto con Scopelliti e il Pdl e si è messo in testa di comandare. In ballo non c’è la nomina ad assessore di Irene Pivetti, quella è la parte folk della vicenda, ma i soldi, tanti per gli appalti e le opere pubbliche. Potere alla Regione dove Peppe Scopelliti è saldissimo in sella, ma deve fare i conti con gli altri rais del Pdl. Accade in Calabria dove anche l’opposizione politica ha la bocca tappata. </strong>Il Pd è commissariato, dilaniato dalle guerre tra i suoi potentati e intimorito dalle inchieste sui parchi eolici che promettono sviluppi amari per alcuni personaggi di rilievo del partito.</p>
<p>Pubblicato su Il Fatto Quotidiano 27 agosto 2010</p>
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		<title>Ma questi tagli sono un regalo alla mafia</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/08/ma-questi-tagli-sono-un-regalo-alla-mafia/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 07:29:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Giuseppe Lumia )
Immaginate cosa vuol dire meno insegnanti e meno personale negli istituti scolastici di quartieri a rischio come lo Zen di Palermo o Scampia di Napoli. Zone della città dove il degrado economico e la marginalità sociale si trasformano in brodo di coltura per le organizzazioni mafiose. Qui la scuola rappresenta una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3702" href="http://www.malitalia.it/2010/08/ma-questi-tagli-sono-un-regalo-alla-mafia/ministero-gelmini/"><img class="alignleft size-full wp-image-3702" title="ministero gelmini" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/ministero-gelmini.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>(di Giuseppe Lumia )<br />
<strong>Immaginate cosa vuol dire meno insegnanti e meno personale negli istituti scolastici di quartieri a rischio come lo Zen di Palermo o Scampia di Napoli. Zone della città dove il degrado economico e la marginalità sociale si trasformano in brodo di coltura per le organizzazioni mafiose.</strong> Qui la scuola rappresenta una delle poche, se non l’unica, alternativa alla delinquenza. Un vaccino prezioso per impedire che i ragazzi siano contagiati dal virus della criminalità.<br />
Sono diverse le esperienze formative ed educative dove le scuole, in rete tra loro e con il mondo delle associazioni, riescono ogni anno a strappare dalle grinfie della criminalità organizzata centinaia di ragazzi. Ciò è stato possibile grazie all’impegno e alle capacità di dirigenti, insegnanti, volontari. Tra questi ci sono anche i precari che il governo Berlusconi lascerà a casa dall’inizio del prossimo anno scolastico.<br />
Il provvedimento che porta il nome del ministro della Pubblica istruzione non è per nulla una riforma. Esso, infatti, non sfiora i temi e i nodi formativi del nostro sistema scolastico. Si tratta di un mero atto di carattere finanziario, che risponde soltanto alle esigenze del bilancio statale. Unico caso in assoluto, peraltro. In tutti i Paesi del mondo civile, laddove all’educazione delle nuove generazioni viene riconosciuta la giusta importanza, i governi hanno aumentato le risorse, scommettendo su scuola e università per superare la crisi economica mondiale.<br />
<strong>In Italia, invece, il governo ha deciso di abbattere la scure sulla scuola e in particolare sui precari. Senza di loro la qualità dell’istruzione si abbasserà drasticamente. Ci ritroveremo con classi superaffollate, formate da più di trenta studenti; salterà il tempo pieno; saranno ridotte le ore dedicate all’insegnamento delle regole e della Costituzione; non sono stati risparmiati neanche gli studenti che necessitano del sostegno.</strong>“L’educazione alla legalità” diventerà sempre più uno slogan in bocca proprio agli esponenti dell’esecutivo e della maggioranza che il 19 luglio non rinunceranno alla passerella per la commemorazione di Paolo Borsellino, anche se avranno ignorato il suo insegnamento: “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.<br />
Chi mantiene poi memoria storica ricorderà il sacrificio di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, quartiere ad alta densità mafiosa, che per l’educazione alla legalità diede in sacrificio la sua stessa vita.<br />
Proprio a Bracaccio e in tutte le aree a rischio o di marginalità socio-economica e territoriale della Sicilia il Partito democratico è riuscito a far finanziare un piano di intervento per la realizzazione di attività extrascolastiche da svolgersi nelle ore pomeridiane. Una contromisura importante alla politica nazionale del governo, ma che purtroppo riuscirà solo a limitare i danni.<br />
Tagliare le risorse alla scuola italiana vuol dire tradire l’esempio di quanti hanno dato la vita per la giustizia, la legalità e lo sviluppo. Così si fa un regalo alla criminalità e si nega a migliaia di giovani la speranza di un futuro sano e positivo.<br />
<strong>La lotta alla mafia e la promozione di una società giusta e libera passano anche e soprattutto da un forte investimento culturale ed educativo. Per questo è indispensabile che tutte le forze politiche e della società civile che hanno a cuore il bene delle nuove generazioni e del Paese si impegnino per impedire che la legge Gelmini vada a regime.</strong> Allo stesso tempo bisogna lavorare per ridare alla scuola pubblica italiana la centralità che merita. Essa ha un compito delicatissimo: formare i giovani affinchè siano cittadini consapevoli, capaci di esercitare responsabilmente diritti e doveri, promuovere il bene comune, acquisire le competenze necessarie per uno sviluppo sociale ed economico a misura d’uomo.</p>
<p>Pubblicato su Liberazione 26 agosto 2010</p>
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		<title>Grazie di esistere</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 11:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Massimo Gramellini )
La spiaggia di Mazzaforno, vicino a Cefalù, è una spiaggia come poche, nel senso che la natura si è particolarmente impegnata nel farla bella, ma è una spiaggia come tante: fra lattine, cartoni e materassini abbandonati, ogni mattina d’estate assomiglia a una discarica. Una di quelle spiagge in cui i bagnanti arrivano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3696" href="http://www.malitalia.it/2010/08/grazie-di-esistere/images/"><img class="alignleft size-full wp-image-3696" title="images" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/images.jpg" alt="" width="270" height="187" /></a>(di Massimo Gramellini )</p>
<p><strong>La spiaggia di Mazzaforno, vicino a Cefalù, è una spiaggia come poche, nel senso che la natura si è particolarmente impegnata nel farla bella, ma è una spiaggia come tante: fra lattine, cartoni e materassini abbandonati, ogni mattina d’estate assomiglia a una discarica. Una di quelle spiagge in cui i bagnanti arrivano, guardano, si adeguano.</strong> Nel peggiore dei casi gettano qualcosa sulla sabbia anche loro. Nel migliore borbottano: contro gli spazzini che non spazzano, i poliziotti che non puniscono, i politici che se ne infischiano. E i tempi &#8211; oh, i tempi! &#8211; che non sono mai quelli di una volta. Succede così pure a Mazzaforno. Soltanto che lì c’è la signora Grazia. Che non si adegua e non borbotta. Ma ogni mattina d’estate china la schiena e, munita di guanti e sacchi neri, incomincia a raccogliere le tracce della maleducazione altrui.</p>
<p>Perché lo fa? Abita poco lontano e la spiaggia di Mazzaforno è l’angolo di terra che le è stato affidato. Certo gli spazzini, certo i poliziotti, certo i politici: per non parlare dei tempi. Però a lei le colpe del mondo non sembrano una buona ragione per limitarsi a denunciarle senza fare niente. Lei fa. Quel poco che può, che poi è tanto, è tutto, perché chi pulisce davanti a casa propria, dice il proverbio, è come se pulisse il mondo intero. <strong>Grazie di esistere, Grazia. E grazie a Elisabetta e Giovanni, i lettori che mi hanno raccontato questa piccola, infinita storia di un’Italia che si rifiuta di deprimersi ed è ancora capace di reagire.</strong> Pubblicato su La Stampa del 26 agosto 2010</p>
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		<title>Bologna che scotta</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 07:56:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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A Bologna il clima è rovente. Non solo per la morsa del caldo e l&#8217;alto tasso di umidità. La situazione politica e giudiziaria, infatti, tiene tutti col fiato sospeso. 
Da una parte l&#8217;inizio della Festa dell&#8217;Unità, che proseguirà fino al 20 settembre, con le consuete polemiche che si porta appresso. In più, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3690" href="http://www.malitalia.it/2010/08/bologna-che-scotta/bologna/"><img class="alignleft size-full wp-image-3690" title="bologna" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/bologna.jpg" alt="" width="183" height="276" /></a>(di Nicola Lillo)</p>
<p><strong>A Bologna il clima è rovente. Non solo per la morsa del caldo e l&#8217;alto tasso di umidità. La situazione politica e giudiziaria, infatti, tiene tutti col fiato sospeso. </strong><br />
Da una parte l&#8217;inizio della Festa dell&#8217;Unità, che proseguirà fino al 20 settembre, con le consuete polemiche che si porta appresso. In più, per il Partito Democratico, ancora un mese per scegliere i candidati di primarie ed elezioni a sindaco. La situazione non migliora nel Pdl, dove la crisi nazionale del partito si fa inevitabilmente sentire. E poi la magistratura, che sta indagando sul fratello dell&#8217;attuale presidente della Regione Errani.<br />
Quest&#8217;anno è la prima volta che Legacoop, insieme a Camst e Cup2000, disertano la Festa del Partito Democratico. La tensione deriva dallo scontro tra dirigenti Pd e coop per il controllo del partito. È notevole infatti l&#8217;influenza delle cooperative all&#8217;interno della politica bolognese. Rapporto aggravatosi dopo la gaffe di Raffaele Donini, segretario Pd a Bologna, su Pierluigi Stefanini di Unipol, “ha dubbi sul candidato Cevenini”. E Marco Minella, di Camst, dice che “per il Pd siamo un fastidio”. Cup2000, invece, è legata a Cinzia Cracchi, la ex compagna dell&#8217;ex sindaco, poi dimessosi, Delbono. Voci maligne collegano l&#8217;assenza di Cup2000 proprio al Cinzia-gate, anche se la motivazione ufficiale è esclusivamente organizzativa.<br />
<strong>Assente non sarà l&#8217;opposizione, o meglio, il governo. Fra gli invitati, infatti, due ministri: Altero Matteoli e Roberto Calderoli, sul palco con Errani per parlare del federalismo fiscale, mentre è di nuovo forfait da parte dei ministri Tremonti, Calderoli e Maroni alla festa del Pd di Torino.</strong>Intanto manca quasi un mese alle primarie per la scelta del candidato sindaco e l&#8217;unico ad essersi fatto avanti è l&#8217;italianista, professore all&#8217;Università di Bologna, Gian Mario Anselmi. Tra i più papabili indubbiamente il recordman delle preferenze alle Regionali, Maurizio Cevenini, il quale però non ha ancora annunciato la sua candidatura. In un sondaggio proposto da Repubblica Bologna, oltre ai tanti voti per il “Cev”, apprezzato anche il sindacalista Cgil, Duccio Campagnoli, ex assessore alle Attività produttive in Regione. Anselmi, invece, si assesta al 2%. Poco conosciuto in città ed, inoltre, senza alcun supporto e (forse) fiducia da parte del partito. Esempio ne è la sua scarsa presenza alla Festa dell&#8217;Unità. Un solo incontro, per giunta oscurato dall&#8217;ombra di Giorgio Guazzaloca (sindaco di destra dal 1999 al 2004), presente insieme a lui sul palco.<br />
Un Guazzaloca inizialmente cercato e corteggiato da Donini, per formare un&#8217;alleanza in vista delle comunali, salvo che, successivamente alle accuse del Pd, lo stesso Donini gli abbia chiuso la porta in faccia.<br />
Ancora in alto mare il Pd. Ma se si guarda a destra la situazione non è delle più rosee. Infatti i dubbi sono ancora tanti, con la Lega che propone sui uomini e il Pdl ancora in dubbio sui nomi.<br />
<strong>“Bologna è rossa fuori, ma dentro, nel cuore, è verde”. Sono la parole del ministro Roberto Calderoli, che giura di avere “un nome né di destra né di sinistra che dai sondaggi risulta assolutamente vincente</strong>”. Il Pdl, spazientito, già da tempo ha avanzato il nome dell&#8217;ex direttore del Carlino Giancarlo Mazzuca, e si discuterà delle scelte in una giornata alla festa del Pdl tra il 7 e il 12 settembre. Mentre il deputato leghista Angelo Alessandri assicura che “il candidato c&#8217;è. È bolognese, ma di livello nazionale. A settembre ne discuteremo col Pdl, poi decideranno Bossi e Berlusconi”.<br />
<strong>Bologna intanto attende risposte. Risposte che però non arrivano né da destra né da sinistra. La gente sembra così affidarsi al commissario prefettizio, Anna Maria Cancellieri, che oramai è entrata nei cuori dei bolognesi. Si vociferava anche di una sua candidatura, poi smentita dalla stessa interessata: “non c’è pericolo, non farò il sindaco. Lo garantisco – afferma al settimanale Famiglia Cristiana &#8211; nel mio futuro c’è casa mia. Dopo Bologna torno a casa, finalmente”.</strong>In mezzo a tutto questo turbinio di dubbi, proposte, primarie e feste di partito, la magistratura indaga. E sono due le indagini che interessano la politica bolognese: il Cinzia-Gate, lo scandalo che portò alle dimissioni del sindaco Delbono; e da ultimo le indagini nei confronti del fratello del presidente dell&#8217;Emilia Romagna Vasco Errani. Presidente che, è bene ricordare, è stato eletto per il terzo mandato consecutivo contra legem, poichè la legge statale 165, del 2 luglio 2004, consente solo di restare in carica per un massimo di due mandati.<br />
Giovanni Errani è accusato di truffa per i fondi dell&#8217;Unione Europea (ma anche regionali e statali) ottenuti dalla Regione per uno stabilimento enologico a Imola. Errani (Vasco) dà ad Errani (Giovanni). Un&#8217;equazione che, soprattutto a causa delle procedure sospette, ha interessato la magistratura. E non si parla di bruscolini. È di un milione di euro il finanziamento per Terremerse, la coop di Errani. Il presidente di Regione si difende: “nessun atto illecito”. E anche Legacoop, con un comunicato di Paolo Cattabiani, presidente Legacoop Emilia-Romagna, Giovanni Luppi, presidente Legacoop Agroalimentare, e Giovanni Monti, presidente Legacoop Ravenna, ribadisce la sua “fiducia nell&#8217;operato della magistratura e delle istituzioni”. “Certi che agli organi inquirenti verranno offerti tutti gli ulteriori chiarimenti richiesti con spirito di leale collaborazione”. “Nessuna scorciatoia” per favorire Terremerse, che invece ha “ottenuto dalla Regione le stesse misure amministrative e finanziarie applicate per tutte le altre imprese emiliano-romagnole, senza alcuna scorciatoia”.<br />
Fu il consigliere regionale An Gioenzo Renzi, ora consigliere comunale Pdl a Rimini, a presentare un esposto in procura. Ed è lui stesso che afferma, al contrario di Legacoop, che il “caso è peggiore di quello Delbono, perchè si tratta non di poche decine di euro, ma di un milione di contributi pubblici”.</p>
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		<title>Il femminismo oggi</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Anche il più distratto osservatore non può non aver notato che da un po’ di anni è cominciata una larga esibizione di sederi femminili sulle spiagge, con costumi che scoprono le natiche, o con jeans aderentissimi per le vie delle città, nei cartelloni pubblicitari – da quella per una bibita a quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3682" href="http://www.malitalia.it/2010/08/il-femminismo-oggi/femminismo1242765650/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3682" title="femminismo1242765650" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/femminismo1242765650-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>(di Alessandro Corroppoli www.giurochenonloscrivo.it)</p>
<p><strong>Anche il più distratto osservatore non può non aver notato che da un po’ di anni è cominciata una larga esibizione di sederi femminili sulle spiagge, con costumi che scoprono le natiche, o con jeans aderentissimi per le vie delle città, nei cartelloni pubblicitari – da quella per una bibita a quella di una palestra – che poi si è conclusa con una travolgente, condivisa, trionfante esibizione della pancia fino all’inizio del pube</strong>. Esibizione che rappresenta il clou di quella ostentazione del proprio “esser femmina”, della propria capacità  di provocare il maschio, senza peraltro concedersi che sembra oggi così diffusa fra le ragazze dell’ultima generazione. E non ci si può chiedere perché la liberazione femminile abbia preso questa strada alquanto imbarazzante anzi in contraddizione con le premesse. Ma, ahimè,  come è accaduto in altri ambiti dalle premesse teoriche affermate da un èlite intellettuale, le masse traggono conseguenze  che quella èlite non aveva previsto. Il femminismo ha predicato la liberazione della donna nell’epoca e nell’ambito delle culture illuminista, marxista, libertaria, la cultura dei propri diritti, della denigrazione dell’avversario, della rivendicazione di un proprio potere e di una propria libertà illimitata. Secondo questi parametri, in questa ottica, sembra che la massa femminile abbia fatto questo segreto ragionamento: <strong>il maschio ha avuto potere su di noi per la sua forza muscolare e la sua mente raziocinante, noi ora possiamo aver potere su di lui puntando sul suo punto debole, le sue poco controllabili pulsioni sessuali e sul nostro unico e indiscutibile punto di forza: l’attrattiva sessuale e la capacità riproduttiva. È qui davanti al nostro sedere e ai nostri organi genitali che il maschio deve piegarsi e chiedere ed implorare per averli.</strong> È questo che le “femmine” in natura possono dare o negare a loro piacimento: il loro sedere – e questo noi esibiremo, daremo o negheremo, qui è la nostra forza. Non è l’uso della forza muscolare, delle armi o della tecnica che la donna comune può prevalere sul maschio, ma col sedere e la pancia sì! – e così è stato. Solo un piccolo gruppo di donne ha potuto,e saputo, rivaleggiare col maschio in ambiti di prestigio: la politica, le università ecc.. (per non parlare poi di quella penosa minoranza che oggi entra a far parte dell’esercito e veste la divisa). I risultati però non sono soddisfacenti. Le donne non hanno più cercato di sviluppare cultura ed intelligenza, sono diventate arroganti, ottuse e dall’altro versante si è prodotta una categoria di maschi timidi, deboli, spaventati di fronte alle donne tutti dediti allo sport, ai motori, ai computer, alla borsa, in sostanza poco piacevoli. Quei pochi che non si piegano frequentano le prostitute (il cui numero è enormemente aumentato), sono gay (fenomeno anch’esso in aumento), provano piaceri lussuriosi andando a letto con i Trans (nuovo fenomeno in larga espansione) o si dedicano allo stupro occasionale.<br />
E dunque quale futuro? Dov’è che si è sbagliato?<br />
Ogni movimento di liberazione sembra debba attraversare due fasi. Nella prima il gruppo oppresso rivendicando i propri diritti conculcati, tende a far propri i modelli, i valori degli oppressori. In una seconda fase, quella veramente evolutiva e liberante, l’oppresso dovrebbe invece riscoprire la sua identità calpestata, i suoi specifici valori e mettere al servizio del bene comune quelle sue specifiche energie che possono finalmente esprimersi.<br />
<strong>Il femminismo ha attraversato la prima fase come sembra, con discreto successo, ma sarà pronto per la seconda ? la “differenza” riuscirà davvero ad esprimersi?</strong>Sogno per le donne e per gli uomini della Terra una gerarchia affettuosa, soft, un potere materno.  Sogno un mondo “rovesciato” dove non si facciano prove di forza l’un contro l’altro, un sesso contro l’altro, una classe contro l’altra, un popolo contro l’altro ma dove i più forti si mettano al servizio dei più deboli per farli crescere e rafforzare: una società materna, appunto!<br />
Dove servire liberamente sia un onore e comandare sia un poco vergognoso. Dove la coscienza della propria dignità e il rifiuto della propria umiliazione non abbia bisogno della sopraffazione  dell’altro.<br />
E credo che il femminismo debba mettersi per questa strada. Se pure questo non sarà facile: se pure a molte donne questo suonerà di primo acchito irritante o addirittura reazionario. – Il cammino evolutivo procede secondo una spirale; quando si è alla fine di un tornante e occorre, per andare avanti, un giro di boa, occorre cioè ripercorrere a livello superiore e purificato i sentieri del passato, così a volte in un primo momento l’andare avanti viene sentito come un tornare indietro -.<br />
Ma se il femminismo non vuole restare indietro davvero, superato, come sembra possa accadere oggi, se vuole essere ancora un movimento d’avanguardia dovrebbe uscire rapidamente della sua visione settoriale – che pure è stata necessaria – in cui le donne rivendicano solo i propri diritti, per entrare in fase “globale”, per partecipare cioè alla presa di coscienza del pericolo collettivo che grava sull’umanità, partecipare all’opposizione a quel sistema cosiddetto neoliberista che ci sta tutti schiacciando, partecipare alla ricerca di una salvezza comune e chiedersi quale è il proprio specifico apporto, perché per questa salvezza comune la capacità, i valori delle donne sono indispensabili, avranno un peso cruciale.<br />
Su questo apporto, su questi valori occorrerà interrogarsi sempre di più ed approfondire il dibattito</p>
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		<title>Giustizia e Sud, crinale del ritorno alle urne</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Elia Fiorillo)
Se è vero che tranne Bossi nessuno nella maggioranza &#8211; ma anche nell&#8217;opposizione, al di fuori di Di Pietro &#8211; è entusiasta delle elezioni anticipate, è pur vero che il copione che tra poco andrà in scena avrà un&#8217;elevata valenza politica. Su Meridione e sistema giudiziario si giocheranno le sorti del Governo. Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3724" href="http://www.malitalia.it/2010/08/giustizia-e-sudcrinale-del-ritorno-alle-urne/giustizia-e-sud/"><img class="alignleft size-full wp-image-3724" title="giustizia e sud" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/giustizia-e-sud.jpg" alt="" width="241" height="209" /></a>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>Se è vero che tranne Bossi nessuno nella maggioranza &#8211; ma anche nell&#8217;opposizione, al di fuori di Di Pietro &#8211; è entusiasta delle elezioni anticipate, è pur vero che il copione che tra poco andrà in scena avrà un&#8217;elevata valenza politica. Su Meridione e sistema giudiziario si giocheranno le sorti del Governo.</strong> Le parole una volta erano pietre, oggi sembrano palle da tennis. Si ha questa impressione a sentire gli improperi che si sparano con disinvoltura i protagonisti della politica italiana. E per i non addetti ai lavori lo sconcerto cresce, specialmente quando si colpiscono figure simbolo dello Stato. A parole tutti d&#8217;accordo nel sostenere che al presidente della Repubblica non va &#8220;tirata la giacca&#8221;. Nei fatti non è così. Il colmo lo si è raggiunto quando il vicepresidente della Camera, Maurizio Bianconi, del Pdl, ha affermato che Napolitano &#8220;finge di rispettare la Carta mentre in realtà la tradisce&#8221;. Proprio perché le parole non sono palle da tennis, la risposta dell&#8217;inquilino del Quirinale non si è fatta attendere ed è stata tranchant: ”Applichino allora l&#8217;articolo novanta della Costituzione”, la messa in stato d&#8217;accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione. Se berlusconiani e finiani non dovessero trovare l&#8217;intesa, allora bisognerà ritornare alle urne senza indugio. E&#8217; questo il ritornello che ripete in continuazione il Pdl, scordando volutamente le prerogative del Capo dello Stato. E sull&#8217;argomento Bossi rincara la dose nel suo stile padano-guerrafondaio individuando anche la data della consultazione elettorale, novembre prossimo.<br />
<strong>I venti di guerra parevano calati dopo la riunione dei notabili del Pdl a palazzo Grazioli, con la stesura del documento contenente i cinque punti per il rilancio dell&#8217;azione di governo e cioè federalismo, Sud, riforma fiscale e della giustizia, sicurezza. Ma la tregua è durata poco. ”Il prendere o lasciare” di Berlusconi a Fini e la risposta di quest&#8217;ultimo, ”logiche da mercato rionale&#8221; quelle del presidente del Consiglio, hanno fatto precipitare la situazione.</strong> A tutto ciò si è aggiunta anche la letterina indirizzata al Cavaliere, non proprio d&#8217;amore, scritta da Gianfranco Rotondi, ministro per l&#8217;Attuazione del programma, escluso dal vertice Pdl. E come se non bastasse, l&#8217;uscita ultima del capogruppo di Futuro e libertà, Italo Bocchino, che ipotizza un Governo di larghe intese con Casini, Rutelli, i delusi del Pd &#8211; per contrastare l&#8217;asse Bossi-Tremonti che soffoca Berlusconi &#8211; ha avuto l&#8217;effetto contrario di quello sperato aumentando il nervosismo. Come andrà a finire?<br />
Silvio Berlusconi in fatto di fiuto elettorale non è secondo a nessuno. Se fosse veramente convinto di vincere farebbe subito il salto in avanti verso le urne. Anche per far finire lo stillicidio quotidiano che lo fa apparire in balia delle &#8220;onde finiane&#8221; e gli rovina l&#8217;immagine del decisionista vincente. Traccheggia e lancia ami all&#8217;Udc sostenendo che l&#8217;allargamento della maggioranza a Casini non è un tabù. E certo non è una combinazione fortunata l&#8217;elezione di Michele Vietti, proveniente appunto dalle file Udc, a vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Silvio prova, insomma, a mettere una pezza che gli consentirebbe di continuare l&#8217;azione di governo per i prossimi tre anni, ma getta comunque le basi per una futura maggioranza.<br />
Per Bossi, invece, le elezioni vanno fatte subito. Lui sa che il momento per la Lega è propizio. Aumenterebbe il suo consenso elettorale e il suo potere contrattuale nel prossimo Esecutivo che, stante le previsioni, non potrebbe che essere un fax simile dell&#8217;attuale, senza Fini ed i suoi. Le preoccupazioni del Senatùr però ci sono e vengono dal Centro. Gli ex democristiani, se imbarcati nella maggioranza, potrebbero non solo dare i numeri a Berlusconi per continuare a governare, ma soprattutto arginare il federalismo e far contare di più le ragioni del Sud all&#8217;interno dell&#8217;esecutivo, ma anche stoppare i desideri di leadership di Giulio Tremonti.<br />
A Gianfranco Fini l&#8217;andata alle urne anticipate teoricamente non dovrebbe giovare. Ma in pratica potrebbe anche essere un toccasana. Temi come la Giustizia ed il Sud, suoi cavalli di battaglia, potrebbero portargli consensi oltre le più rosee aspettative. Il contestatore che sfida il grande capo è un genere che piace. Berlusconi, se avrà i numeri sufficienti per governare, proverà a spingerlo all&#8217;opposizione, augurandosi che faccia la fine di Clemente Mastella che dopo il colpo di grazia al Governo Prodi, alle elezioni successive, si eclissò. Se Berlusconi non accetterà quel cinque per cento di modifiche reclamate a caldo da Futuro e libertà, allora la parola passerà a Napolitano che con ogni probabilità, come già è avvenuto in precedenza con Prodi, darà un mandato esplorativo al presidente del Senato Schifani.<br />
Se è vero che tranne Bossi nessuno nella maggioranza &#8211; ma anche nell&#8217;opposizione al di fuori di Di Pietro &#8211; è entusiasta delle elezioni anticipate, è pur vero che il copione che tra poco andrà in scena avrà un&#8217;elevata valenza politica. <strong>Giustizia e Sud saranno i temi caldi su cui si giocherà la sorte del Governo. La giustizia, e in particolare il processo breve, vedrà Fini attento a che l&#8217;opinione pubblica non colga brecce utili a sanare le posizioni giudiziarie del premier. Mentre Umberto Bossi vorrà in tutti i modi evitare &#8220;lo spreco&#8221; d&#8217;interventi nel Mezzogiorno. Per il momento l&#8217;unica cosa che si vede all&#8217;orizzonte sono le urne. Faranno bene al Paese?</strong></p>
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		<title>Quelli che i boss… Sms per i detenuti al 41 bis</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 15:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<category><![CDATA[Vincenzo Macrì]]></category>

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I messaggi nel sottopancia della trasmissione della Ventura. Il procuratore Macrì: autori del programma all’oscuro
«Il carcere duro, il 41 bis, o semplicemente “’u quarantunu”, come lo chiamano mafiosi siciliani e boss della ‘ndrangheta, è una delle ossessioni dei padrini. Soprattutto per l’impossibilità di comunicare con l’esterno e di continuare a comandare famiglie e ‘ndrine. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a rel="attachment wp-att-3675" href="http://www.malitalia.it/2010/08/quelli-che-i-boss%e2%80%a6-sms-per-i-detenuti-al-41-bis/quelli-che/"><img class="alignleft size-full wp-image-3675" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/quelli-che.jpg" alt="" width="176" height="148" /></a></em></p>
<p><em> </em><br />
<em>I messaggi nel sottopancia della trasmissione della Ventura. Il procuratore Macrì: autori del programma all’oscuro</em></p>
<p><strong>«Il carcere duro</strong>, il 41 bis, o semplicemente “’u quarantunu”, come lo chiamano mafiosi siciliani e boss della ‘ndrangheta, è una delle ossessioni dei padrini. Soprattutto per l’impossibilità di comunicare con l’esterno e di continuare a comandare famiglie e ‘ndrine. Per questo i boss sono sempre alla ricerca di ogni mezzo per poter fare arrivare all’esterno la loro voce. Sanno che i colloqui con i familiari saranno intercettati e allora inventano nuove forme di linguaggio.</p>
<p><strong>“SCAPPOTTO antico”</strong> si chiama la vera e propria lingua che i capibastone calabresi in carcere usano per parlare “liberamente ” con figli e mogli. Si tratta di un misto di parole e gesti, discorsi spesso scollegati tra di loro, con rimandi a feste, eventi familiari del tutto innocenti, ma sempre accompagnati da una gestualità che solo l’interlocutore allenato può capire.</p>
<p>«Si fa fatica – rivela un operatore della polizia penitenziaria – a seguire il filo dei discorsi. Spesso mentre il mafioso detenuto parla di un evento lieto in famiglia, un battesimo, un matrimonio, fa gesti di segno opposto. Duri, violenti. A volte, per capire un decimo di quello che detenuti e familiari si sono detti devi vedere e rivedere per decine di volte la videoregistrazione del colloquio». Ma questa è la tradizione, ora anche la mafia ha affinato linguaggi e strumenti di <strong>comunicazione</strong>. Usa la <strong>tv </strong>e le sue <strong>trasmissioni</strong>.</p>
<p><strong>LA RIVELAZIONE</strong> risale all’11 maggio scorso, quando davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il procuratore nazionale aggiunto della Dna Vincenzo Macrì, parlò del carcere duro. “Abbiamo avuto notizie da un penitenziario dove sono detenuti diversi boss in regime di 41 bis, che questi personaggi usano una trasmissione televisiva molto seguita per ricevere messaggi“. Si tratta di <em><strong>Quelli che il calcio</strong></em>, noto format della domenica pomeriggio, spiega il magistrato.</p>
<p>«Ovviamente, conduttori e regista della trasmissione sono all’oscuro di tutto – precisa Macrì –. Durante il talk-show scorre un sottopancia con gli <strong>sms </strong>dei telespettatori. Si tratta di testi d’amore, di amicizia, spesso di sfottò tra tifosi, accanto a questi, però, spesso scorrono messaggi che solo chi è in carcere può capire. Un esempio?</p>
<p>Ciao Franco, il viaggio è andato bene.</p>
<p>Dietro questa frase innocente si può nascondere il riferimento a una partita di <strong>droga </strong>partita da chissà dove. Gli esempi possono essere tanti e tante sono state le segnalazioni che la polizia penitenziaria di quel carcere ci ha inviato».</p>
<p>Insomma, precisa il dottor Macrì, «non esiste un sistema carcerario impenetrabile, qualche <strong>falla </strong>si verifica, come dimostrano anche recenti inchieste». I boss usano i colloqui con gli avvocati, che per legge non possono essere intercettati, spesso i cappellani o il personale che opera all’interno delle carceri. Perché l’ossessione è rompere l’<strong>isolamento</strong>, continuare a tenere i contatti con la “famiglia ”. Anche usando radio e tv private.</p>
<p><strong>UN SETTORE</strong> nel quale la <strong>camorra </strong>napoletana ha raggiunto livelli di vera specializzazione. Il digitale terrestre ha fatto proliferare una quantità di tv che trasmettono h24 le canzoni dei neomelodici. “Il mio amico camorrista”, “Nu latitante”, e titoli di questo genere, sono le hit che vengono dedicate al marito, al fratello, al compagno carcerato a Poggioreale. La <strong>‘ndrangheta</strong> di Rosarno, invece, si era dotata di una sua emittente radiofonica. <em>Radio Olimpia</em>, che aveva un suo speaker d’eccezione: Peppe Filiardo, in arte “’U Fifiu”. «Io adesso ti do un biglietto, in caso che la risposta è positiva mi mandi quella canzone stasera alla radio, se è negativa me ne mandi un’altra», così il boss di <strong>Rosarno </strong>Totò Pesce comunicava dal carcere col figlio, le canzoni della radio servivano a capire se l’ordine era andato a buon fine.</p>
<p>Ma non si tratta solo di strumenti utili per comunicare all’esterno, camorra e ‘ndrangheta (Cosa Nostra sembra fuori dal giro) hanno messo in piedi una vera e propria <strong>industria culturale</strong>. Fatta di canzoni (in questi giorni di feste di piazza sulle bancarelle della Calabria si possono acquistare <strong>Cd </strong>dal titolo Cosa Nostra, Sangu e unuri), <strong>libri </strong>(proliferano sempre più i titoli giustificativi della ‘ndrangheta), finanche <strong>film</strong>. Infine il <strong>Web </strong>e i social network, che i mafiosi usano con sapienza.</p>
<p>La radio-‘ndrangheta di Rosarno, grazie a Internet, veniva seguita anche dai “compari” che vivono in Canada. Così, giusto per non perdere i <strong>contatti </strong>con la “famiglia ”.</p>
<p><em><br />
<em>Tratto da</em></em><strong> </strong><a title="http://www.ilfattoquotidiano.it" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a> <em>21.08.2010</em></p>
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		<title>In viaggio con “Malitalia”</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 21:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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“E’ la prima volta che possiamo parlare liberamente di questa cosa, della ‘ndrangheta”. Così con poche e semplici parole alcuni ragazzi di un liceo della Calabria delle Serre inizia un colloquio fitto e serrato. Fatto di domande, di curiosità, di accuse ma anche di “confessioni”. Il proprio vicino di casa,“che è un boss ne sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/in-viaggio-con-%e2%80%9cmalitalia%e2%80%9d/viaggio/" rel="attachment wp-att-3665"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/viaggio.jpg" alt="" width="260" height="194" class="alignleft size-full wp-image-3665" /></a></p>
<p><strong>“E’ la prima volta che possiamo parlare liberamente di questa cosa, della ‘ndrangheta”. Così con poche e semplici parole alcuni ragazzi di un liceo della Calabria delle Serre inizia un colloquio fitto e serrato</strong>. Fatto di domande, di curiosità, di accuse ma anche di “confessioni”. Il proprio vicino di casa,“che è un boss ne sono sicuro”, e la sua statua di Padre Pio fatta perché tutti si fermino e si facciano il segno della croce. Il figlio del boss, compagno di studi, con cui dividere l’abituale rito del passeggio pomeridiano. Con una ragazza che angosciata dice “ ma io cosa posso fare? Non voglio passeggiare con lui….ma non ho il coraggio di fare niente. Rimango qui come se nulla fosse”. <strong>L’atto di accusa più forte è per i loro genitori “A casa se chiedo a mio padre di spiegarmi lui dice che non c’è niente da spiegare”. </strong>Si sentono esclusi. Loro vorrebbero ribellarsi ma sono frenati dalle loro stesse famiglie oramai abituate a “convivere” con i boss, i capibastone.<br />
Una realtà, la loro, che parla già attraverso i luoghi, le case, le strade. Un costruttore una volta  disse “ quando arrivi in un territorio guarda le case, come sono costruite, cosa hanno intorno. Sono la fotografia economica e sociale della gente che lo vive”. Basta entrare in alcuni paesi calabresi e vedere gli scheletri delle case, l’abusivismo dilagante, i teli di plastica alle finestre. <strong>Sono l’istantanea di una regione ferita nel suo profondo, nella dignità e nel fisico. </strong>Anche la difficoltà nei collegamenti sembra quasi volerla isolare, escludere.<br />
Una situazione che non è solo calabrese anche se in questa regione “senti” la difficoltà anche solo a  parlare di ‘ndrangheta. Una paura fisica. Una paura atavica. Una paura fatta a immagine della propria vita.<br />
Ma anche i ragazzi siciliani, soprattutto quelli della parte occidentale quella della mafia “dura e pura”, hanno sempre timore a parlare, ad esporsi. Ad un convegno all’Università d Trapani su “donne e mafia” solo qualche studente, nessuna domanda. Un silenzio irreale e poi qualcuno ti sussurra che chi  non ha partecipato lo ha fatto  “perché è di una famiglia mafiosa” e il silenzio sembra quasi una forma di rispetto nei confronti del boss locale.<br />
Ma anche Ostia, sul litorale romano, ha le sue paure, le sue reticenze che cadono quando soprattutto i ragazzi “sentono” che non li tradirai e così si aprono e ti fanno conoscere la presenza mafiosa sul litorale laziale. Le macchine bruciate. I genitori che non sanno che fare, come proteggere i figli e poi magari rinunciano alla piccola impresa, costata fatica e sacrifici, per non rischiare qualcosa di peggio.<br />
<strong>E le stesse paure e timori si trovano a Monselice, in provincia di Padova, dove ti ascoltano, ti scrutano e poi piano piano il fiume in piena del racconto, delle storie  anche di chi è dovuto fuggire dal Sud e con le nostre parole si sente riportato all’inferno.</strong><br />
Un filo conduttore  unisce il viaggio di Malitalia da Casal di Principe, a Reggio Calabria, a Trapani, a Castglione della Pescaia, spiaggia Toscana frequentata da chi si sente “fuori” dal crimine. E come è bello vedere la terrazza sul mare riempirsi di giovani e anziani. Ed è bello vedere spuntare dietro la siepe le teste di chi vuole ascoltare magari senza farsi vedere…..<strong>Perchè il filo conduttore è la voglia di conoscere, di capire cosa sta succedendo. Perché tutti sanno che le mafie hanno cambiato pelle e si trovano tra noi nella vita di tutti i giorni: sono commercialisti,medici, ingegneri, bancari…..</strong></p>
<p>Ma oltre la conoscenza l’altro filo rosso che unisce l’Italia del Friuli a quella della Sicilia è, con una frase di Corrado Alvaro, “l’inutilità di essere onesti”. Drammatica, profonda sensazione che governa il pubblico che ascolta le storie di Malitalia, che ci ha accompagnato a Termoli. Terracina, Alcamo o Forlì. Una sensazione tanto forte che spesso viene gridata, le facce si alterano per la commozione. E’ come vedere la loro anima accartocciarsi, spegnersi. Loro, le tante persone che abbiamo incontrato, vogliono ascoltare ed essere ascoltate. Sentirsi parte di un progetto. Non sentirsi soli a combattere il mulino dell’illegalità e della collusione. Non vogliono sentirsi diversi o “fessi” perché scelgono la via dell’onestà.<br />
<strong>Vogliono poter parlare e non essere solo partecipi di una serata in cui qualcun altro è l’attore.</strong>Ogni incontro ti regala una storia: amara o dolce non ha importanza. E’ un pezzo di quella Italia che non si arrende, che lotta anche contro le evidenze e che piano piano sta prendendo coraggio, forse quello della disperazione, ma sempre coraggio è.<br />
E così uno scrittore, con un passato da bancario, racconta quando, direttore di una filiale di una cittadina ligure, viene portato a Napoli, nella casa di un boss, per un consiglio finanziario. Un segreto seppellito dentro di sé per quasi 20 anni. O il papà di un nostro collaboratore che vive adesso a Terracina, ma che viene dalla zona del casertano e che ha vissuto sulla sua pelle l’estorsione, l’intimidazione, la prevaricazione. Un mondo che aveva voluto dimenticare e che suo figlio ha riportato a galla. Ma adesso si sente dalla parte dei buoni, non si sente più solo.<br />
O la storia di una giovane attrice richiamata nella sua terra, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno  a Locri, per preparare uno spettacolo da portare a Duisburg. Le trema la voce quando dice “ sono rimasta senza parole quando, in Germania, siamo stati ospitati in un albergo degli Strangio Pelle, quelli della faida, e la sera della prima erano lì tra le autorità a battere le mani”.<br />
Un racconto che ha aspettato tre anni prima di uscire fuori. Lo ha raccontato la sera del 15 agosto proprio in terra di Calabria.<strong> Per dire che si può parlare. Che la parola, come diceva Ennio Flaiano, “convince, la parola placa”.</strong></p>
<p>(pubblicato il 21.08.2010 su www.strozzatecitutti.info)</p>
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		<title>Fino in fondo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) 
Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/fino-in-fondo/grasso/" rel="attachment wp-att-3658"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/grasso.jpg" alt="" title="grasso" width="284" height="177" class="alignleft size-full wp-image-3658" /></a></p>
<p>( di Pietro Grasso da “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”) </p>
<p><strong>Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma e’ lei stessa che ti porta a farle</strong>. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di scegliere democraticamente “ma se non vado a fare il maxiprocesso abbandono la magistratura, non avrei il coraggio di tornare tra i miei colleghi”. E così nell’autunno dell’85 iniziai ad avere la scorta e da allora la mia vita è cambiata ma bisogna accettare con serenità quanto il destino ti offre. Pensi di essere tu a scegliere ma non e’ mai cosi’.</p>
<p><strong>“Noi siamo come una casa allagata e togliamo l’acqua con lo straccio, ma mentre noi facciamo tutto questo, c’è qualcuno che ha pensato di chiudere i rubinetti?”. </strong>Questo mi ha detto,sconfortato,  un mio sostituto qualche tempo fa. Ma noi dobbiamo continuare perche’ sono  tante le persone uccise dalla mafia e le riflessioni sul passato devono indurre a migliorare il presente e, poi, per non morire di mafia è  necessario analizzare il fenomeno, parlarne, discuterne. <strong>Il silenzio, di oggi, e’ il  migliore alleato, di domani, della criminalita’ organizzata e rende i cittadini meno liberi.</strong> </p>
<p>E la  lotta alla mafia non può essere fatta solo di repressione  occorrono misure sociali e civili, prima di tutto per il sud.  E soprattutto bisogna incidere, fortemente, nei rapporti tra crimine organizzato e pubbliche amministrazioni. Purtroppo la politica locale, lo testimoniano i consigli comunali sciolti per mafia ( 182 e alcuni piu’ di una volta), è soggetta a questa infiltrazioni. E quindi bisogna tagliare, spezzare per sempre questi legami.</p>
<p><strong>Tutto questo e’ difficile, in un momento di crisi di risorse cui sopperiamo con la qualita’ degli uomini. Ma dobbiamo continuare fino in fondo. </strong></p>
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		<title>Molise di cultura e legalità</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 16:27:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Forgione]]></category>
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(di Paolo De Chiara )
“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/molise-di-cultura-e-legalita/forgione/" rel="attachment wp-att-3652"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/forgione-225x300.jpg" alt="" title="forgione" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3652" /></a></p>
<p>(di Paolo De Chiara )</p>
<p><strong>“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni”. </strong>Con queste parole è intervenuto in Molise l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione e autore del libro Mafia Export . Lo stesso concetto ribadito in passato da diversi giornalisti, magistrati e operatori del settore. <strong>&#8220;In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone &#8211; la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. </strong>In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d&#8217;avvertimento&#8221;. Sulla presenza delle mafie in Molise si è espressa anche il pm Rossana Venditti: “Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”. I segnali continuano ad essere registrati. Dai sequestri di beni legati alla criminalità organizzata alla presenza di soggetti vicini o parte integrante delle organizzazioni criminali, dalle denunce fino ai vari segnali di intimidazione. Ma in questa piccola Regione continua l’assordante silenzio intorno alla presenza delle mafie. E la politica, che dovrebbe intervenire, resta a guardare e a difendere “l’isola felice”, che come ha affermato Forgione “felice non è”. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia, oggi componente dell’Antimafia: <strong>“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. </strong>Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”. E cosa fa la politica locale, oltre a dare il cattivo esempio? Ecco una dichiarazione dell’Assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano: “Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. […]. Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Mentre la classe dirigente molisana, quindi, continua a mettere sotto il tappeto problemi che andrebbero affrontati con onestà, coraggio e costanza è utile seguire il ragionamento del presidente dell’Anm Molise Rossana Venditti: “In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Non abbiamo, per nostra fortuna, i morti per strada e non abbiamo le saracinesche che saltano. Cominciamo ad avere situazioni più sottili che vanno decifrate, comprese, ricollegate tra di loro e indagate con professionalità. Tutto ciò implica un livello di preparazione ancora maggiore di quello che viene richiesto in realtà dove il fenomeno oramai è conosciuto, indagato. Dove ci sono sentenze passate in giudicato che dicono che esiste una certa realtà criminale così denominata, che ha quella struttura, che ha quella storia. In Molise lavoriamo ancora in una fase sperimentale, di decifrazione. Fatichiamo molto a farlo. Non esistono le capacità di capire fino in fondo cosa sta succedendo e la disponibilità ad esporsi e ad assumere un ruolo, che per definizione è un ruolo scomodo: quello di chi denuncia, quello di chi testimonia, quello di chi inizia un percorso pieno di incognite. Come magistratura molisana ci proponiamo e cerchiamo di essere disponibili, autorevoli, rassicuranti. E’ una fatica quotidiana con i nostri numeri, con i nostri mezzi e con i nostri organici”. Fondamentale è quindi parlarne. Continuare con il concetto di “cultura della legalità”. Per cambiare le coscienze, per far conoscere la realtà, quindi anche i rischi e i pericoli. “Il giorno che è uscito questo libro – ha dichiarato Forgione &#8211; il presidente del consiglio non ha trovato di meglio che dire che non bisogna più scrivere libri di mafia perché rovinano l’immagine dell’Italia. Di mafia dobbiamo parlarne, perché dobbiamo rompere questo muro di omertà sul territorio. Mi fa piacere che sia stato usato come pretesto il mio libro per aprire una riflessione in Molise, in questa isola che felice non è. Ho scritto un libro raccogliendo anche l’esperienza della Commissione Antimafia. Un libro contro l’ipocrisia. L’ipocrisia vale per il mondo. Vale per l’Australia, vale per la Germania, vale per la Lombardia e può valere anche per il Molise”. Qual è l’ipocrisia? “E’ quella che non vede le mafie fino al momento in cui le mafie non insanguinano le strade”. Ritorna il concetto che si riscontra da troppi anni in Molise. Per Forgione: <strong>“Il massimo di questa ipocrisia l’abbiamo riscontrata in questa dimensione internazionale con la strage di Duisburg. I tedeschi sapevano delle famiglie in lotta dal 1991, al punto che nel 2000 la polizia tedesca inviava un rapporto all’autorità italiane, descrivendo in modo minuzioso cosa facevano le famiglie di San Luca. Poi il problema era degli italiani. </strong>Riscoprono la ‘ndrangheta quando la notte di ferragosto del 2007 trovano per la prima volta sei corpi uccisi davanti al ristorante. L’altra faccia di questa ipocrisia qual è? Che puoi prendere, in qualunque parte dell’Italia e del Mondo, i soldi dei mafiosi con la presunzione che quando arrivano i soldi sporchi non arrivano anche i mafiosi. Quando abbiamo un fatturato criminale annuo che oscilla tra i 100 e i 150miliardi il problema non è più del rapporto tra l’economia legale e l’economia illegale. Il problema che abbiamo, che dovrebbe essere l’assillo di ogni governo e delle classi dirigenti, è tracciare la linea di confine tra economia legale ed economia illegale. La globalizzazione ha favorito la dispersione di questa traccia, di questo confine netto”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “La ricostruzione di un’etica pubblica del nostro Paese deve riguardare la politica, ma deve riguardare anche il mondo economico, deve riguardare le categorie professionali, deve riguardare la chiesa troppo silente in alcune aree del territorio. Deve riguardare tutti. Noi abbiamo il dovere di partire ognuno dal proprio ruolo se vogliamo far superare l’esclusività della dimensione penale e giudiziaria nella lotta alla mafia”. Ma come si riconoscono le mafie? “Guardate cosa avviene sul territorio, guardate quante aree agricole stanno diventando commerciali, guardate le varianti ai piani di fabbricazione, guardate alle deroghe alle normative urbanistiche esistenti e cosa avviene in deroga, guardate quanti progetti vengono realizzati con il silenzio-assenso. E cominciate a capire cosa sono le mafie. Diciamoci la verità: in nome dello snellimento nelle procedure sono stati abbattuti tutti gli strumenti di controllo in questo Paese. I fondi europei – continua Forgione &#8211; vengono gestiti tutti con l’autocertificazione. È chiaro che tutti i procedimenti sono regolari. In Italia c’è l’anagrafe dei conti correnti bancari, stabilita con legge del 2001. Il decreto attuativo della legge viene fatto a febbraio del 2008. Quanti governi sono passati e perché non è stato fatto? Perché questo santuario del mercato è intoccabile. Bisogna fare un patto con gli imprenditori su questi temi. Il sistema dei subappalti con il massimo ribasso è un sistema criminogeno”. Quale deve essere l’impegno dell’antimafia? “La nostra antimafia deve ripartire da una rilettura del territorio, dei processi di modernizzazione. Oggi le mafie sono soggetti dinamici, imprenditoriali. Sono delle grandi holding economico finanziarie. La ricostruzione di un’etica pubblica passa attraverso la ricostruzione di un meccanismo di trasparenza dei comportamenti individuali e collettivi. Se facciamo questo la lotta alla mafia cambia di significato”. Ma qual è la situazione drammatica che dobbiamo affrontare? <strong>“Siamo un Paese che ha garantito la latitanza di Bernardo Provenzano per 40anni. Non esiste una latitanza che può durare tutti questi anni senza un sistema di coperture istituzionali, politiche e sociali. Non a caso che per quella latitanza ci sono vertici dei Ros che devono rispondere anche di fronte alla giustizia. Quando si arresta un latitante, quando si aggredisce la dimensione criminale militare delle mafie è sempre un bene. Ma se da un lato aggrediamo questa dimensione, riconquistiamo fette di territorio e dell’altra, però, garantiamo alla dimensione economico finanziaria di potersi espandere e di inquinare settori interi della nostra economia, anche attraverso processi legislativi che ne favoriscono l’espansione, la lotta alla mafia non la facciamo. Questa è la questione drammatica che noi oggi abbiamo di fronte”.</strong>http://paolodechiaraisernia.splinder.com/</p>
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		<title>Siamo poveri, per niente belli e molto tristi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 15:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>

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( di Silvia Truzzi)
Vetrine da guardare e non toccare. Ferie da sognare. Romanzi da sfogliare, furtivamente, in libreria. Siamo poveri, per nulla belli, piuttosto incazzati: lo dice il Rapporto annuale della Commissione povertà – presieduta da Marco Revelli, docente di Scienza politica all’Università del Piemonte Orientale – presentato al ministero del Lavoro e Politiche sociali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/siamo-poveri-per-niente-belli-e-molto-tristi/poveri_ss/" rel="attachment wp-att-3646"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/poveri_SS.jpg" alt="" title="poveri_SS" width="220" height="96" class="alignleft size-full wp-image-3646" /></a></p>
<p>( di Silvia Truzzi)</p>
<p><strong>Vetrine da guardare e non toccare. Ferie da sognare. Romanzi da sfogliare, furtivamente, in libreria</strong>. Siamo poveri, per nulla belli, piuttosto incazzati: lo dice il Rapporto annuale della Commissione povertà – presieduta da Marco Revelli, docente di Scienza politica all’Università del Piemonte Orientale – presentato al ministero del Lavoro e Politiche sociali a fine luglio.</p>
<p><strong>Professore, cosa esce dalla vostra indagine?</strong><br />
Un’estensione notevole del fenomeno per l’Italia. I settori di società indigenti sono ampi: otto milioni di cittadini vivono in condizioni di povertà relativa.</p>
<p><strong>Che cosa vuol dire “relativa”? </strong><br />
Si tratta di persone che hanno una spesa mensile inferiore del 50 per cento della media nazionale. È una misura di distanza sociale, per una famiglia su dieci. Ed è una misura di esclusione. Chi sta così tanto sotto alla media è un emarginato. Invece sono un milione e 200 mila gli italiani in stato di miseria assoluta: tutti quelli che non possono accedere a beni e servizi considerati il minimo indispensabile per una vita dignitosa. Che non possono permettersi sempre un pasto regolare, di procurarsi un’abitazione decorosa, che non possono scaldarsi. Se confrontiamo questi numeri con altri Paesi europei siamo al fondo della graduatoria.</p>
<p><strong>Perché la povertà relativa coincide con l’esclusione sociale?</strong><br />
Quando la capacità di spesa sta così sotto alla media, vuol dire che si vive in modo anomalo dentro la società: si sta in un’altra dimensione. Si fatica a pagare le bollette, ci si priva di servizi essenziali, non si possono comprare libri, non si può andare in vacanza nemmeno una settimana. Ma nonostante la vastità, il fenomeno non sta nell’agenda politica. E nemmeno in quella dei media.</p>
<p><strong>Contromisure insufficienti?</strong><br />
Su questo non ci sono dubbi. Alla presentazione del Rapporto, che si è svolta in una sede pubblica, i giornali non c’erano. La povertà non fa notizia in Italia: non mette in scena nani e ballerine.</p>
<p><strong>C’è un cortocircuito tra “i nani e le ballerine” e l’impoverimento crescente?</strong><br />
È lo scarto tra l’immaginario e il reale, una materia che rischia di forare la bolla mediatico-politica, la narrazione di un Paese che va a gonfie vele. Invece è un’Italia che vola basso, con una società fragile, che nell’ultimo decennio è scesa.</p>
<p><strong>Scesa o precipitata?</strong><br />
Dieci anni fa nella graduatoria europea l’Italia era una ventina di punti percentuali sopra la media per quanto riguarda il Pil pro-capite. Oggi ha perso 18 punti. E questo non viene detto, nemmeno dall’opposizione. Dovrebbe essere un cavallo di battaglia per chi ha rappresentato il mondo del lavoro. Non ce n’è traccia.</p>
<p><strong>E il ministro Sacconi, destinatario del documento che verrà portato all’esame del Parlamento, che cosa ha detto?</strong><br />
Sacconi alla presentazione non c’era. È intervenuto il capo della segreteria tecnica del ministero: ha ribadito una linea politica già nota, che si sposta dal welfare alla logica del dono.</p>
<p><strong>Cioè la carità?</strong><br />
Nella neolingua della politica del centrodestra il “dono” sostituisce il termine filantropia.</p>
<p><strong>Una logica pre-novecentesca.</strong><br />
Il ministro lo definisce neo-comunitarismo. La Commissione ha suggerito con forza la necessità di istituire un sistema di garanzia di un reddito minimo: tutti gli altri Paesi europei, tranne Ungheria e Grecia, ce l’hanno. È il grande buco nero dell’Italia.</p>
<p><strong>In questo buco nero s’innescano dinamiche di rabbia sociale?</strong><br />
Da qualche anno a questa parte abbiamo in Italia un esercito di impoveriti, che talvolta sfuggono agli indicatori tradizionali. Non ci sono nelle statistiche dell’Istat, ma con l’esplodere della crisi sono costrette a vivere come poveri. A misurare livelli elevati di deprivazione materiale. E sto parlando di bisogni essenziali, non superflui.</p>
<p><strong>Sono persone che si consideravano al sicuro dal rischio d’indigenza?</strong><br />
Lavoratori dipendenti, con un posto a tempo indeterminato, impiegati, in alcuni casi addirittura ingegneri. Figure forti di ceto medio che sperimentano una condizione di deprivazione anche grave. Sono categorie particolari, perché sono lontanissimi dalla cultura della povertà. Psicologicamente si rifiutano di considerarsi in miseria. Spesso difendono con le unghie e con i denti stili di vita e consumo che non si possono più permettere. Ma tendono a replicarli perché sono la condizione per mantenere uno status, la rete delle relazioni parentali e sociali. E soprattutto l’autostima.</p>
<p><strong>Possibile che situazioni così non scatenino una ribellione?</strong><br />
Certamente c’è molta ansia sociale, molta frustrazione. Anche per via della solitudine: nessuno accompagna la vita dei poveri. In alcuni casi si tratta di risentimento e di rancore. Ma non si condensa, come sarebbe avvenuto nella parte centrale del secolo scorso, in un conflitto collettivo verticale.</p>
<p><strong>La lotta di classe è morta?</strong><br />
Le nostre società si sono allungate: i ricchi ci sono, ci sono quelli che sono saliti mentre gli altri scendevano. Ma questa distanza si trasforma o in elaborazione rancorosa della frustrazione o in conflitto orizzontale negli strati bassi della società.</p>
<p><strong>Impoveriti contro già poveri?</strong><br />
Sì, ma anche Nord contro Sud: pensiamo al grande serbatoio di rabbia in cui pesca la Lega. Oppure la ricerca del capro espiatorio: il lavavetri è un recettore di aggressività.</p>
<p><strong>Perché mette in scena la paura di scivolare ulteriormente nella scala sociale?</strong><br />
È il tentativo di ristabilire una distanza nei confronti di un altro più in basso di sé, per ricavarne un supplemento di autostima. Si sono rotti i grandi contenitori dell’azione collettiva: sindacati, partiti di massa. Non si ha più fiducia nella possibilità di imporre politiche redistributive. La ricchezza si è smaterializzata, si muove nei circuiti globali. Cos’è successo? Che la controparte è salita tanto in alto da diventare invisibile.</p>
<p>da il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2010</p>
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		<title>Oltre ai debiti la Tirrenia non onora neanche i morti</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 12:05:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[incidenti]]></category>
		<category><![CDATA[risarcimenti]]></category>
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(di Serena Romano)
La Tirrenia con i suoi 500 milioni di debiti oggi ingombra intere pagine di giornali. Debiti che dopo decenni di dissennata gestione non si sa a chi appioppare e nel cui elenco la Tirrenia ha cinicamente infilato anche i morti. Sì, passeggeri morti sulle sue imbarcazioni e dei quali ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.malitalia.it/2010/08/oltre-ai-debiti-la-tirrenia-non-onora-neanche-i-morti/paola-romano/" rel="attachment wp-att-3640"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/paola-romano-300x261.jpg" alt="" title="paola romano" width="300" height="261" class="alignleft size-medium wp-image-3640" /></a>  </p>
<p>(di Serena Romano)<br />
<strong>La Tirrenia con i suoi 500 milioni di debiti oggi ingombra intere pagine di giornali. Debiti che dopo decenni di dissennata gestione non si sa a chi appioppare e nel cui elenco la Tirrenia ha cinicamente infilato anche i morti. </strong>Sì, passeggeri morti sulle sue imbarcazioni e dei quali ha la responsabilità morale oltre che civile, ma che rifiuta di risarcire assimilandoli impropriamente ad una qualunque “merce” trasportata, da conteggiare nelle perdite di bilancio. Attenti, dunque, vacanzieri che viaggiate con i traghetti e gli aliscafi della Tirrenia o di qualche sua controllata come la Siremar: anche se nessuno ve lo dice, sappiate che lo fate a vostro rischio e pericolo perché nel malaugurato caso di un incidente grave non c’è assicurazione che valga. Per sperare in un risarcimento dovrete ricorrere a giudici e tribunali: con tutti gli aggravi di spesa, di strazio e senso di impotenza che si aggiungono al dolore della perdita di una persona cara. Proprio come è successo per mia sorella Paola Romano.<br />
<strong>Forse qualcuno ricorderà le tragiche immagini dei telegiornali del 9 agosto del 2007 quando l’aliscafo “Giorgione” della Siremar proveniente dalle isole Egadi andò a schiantarsi contro la scogliera all’ingresso del porto di Trapani: erano le 9 di sera</strong>. L’aliscafo era in ritardo e correva per far presto. Correva anche entrando nel porto dove, per schivare una nave in uscita, il comandante sterzò bruscamente e l’aliscafo si arrampicò sulla scogliera. Per il panico dovuto allo schianto e al buio – le luci di emergenza non funzionarono – Paola che nell’urto aveva subìto un violento trauma cranico, fu calpestata e la sua milza spappolata. Portata prima nell’ospedale di Trapani, poi in elicottero a Palermo, morì due giorni dopo: l’11 agosto 2007. In quell’occasione dichiarai che avrei aperto un blog per scoprire i “veri” responsabili della sua morte – cosa che ho fatto con “amicidipaola.wordpress.com” – e che avrei devoluto il risarcimento dovutole alle adozioni a distanza di bambini indiani dei quali Paola si occupava da anni.<br />
Ma il risarcimento non c’è mai stato perché la Siremar ha attivato una procedura del codice della navigazione definita “limitazione del debito amatoriale” che assimilando mia sorella a una “merce” deteriorata dal trasporto, e i suoi eredi a “creditori”, mira a liquidare il tutto con pochi spiccioli.  Ebbene, al di là dell’uso anomalo di tale procedura  – sul quale a breve si pronuncerà il Tribunale di Palermo – ciò che lascia allibiti è che una compagnia di Stato che trasporta milioni di passeggeri decida di utilizzare una norma del genere per “risparmiare” sul risarcimento a passeggeri morti: soprattutto considerando i milioni di euro che lo Stato ha versato ogni anno al gruppo Tirrenia per ripianarne i bilanci e considerando che il morto è solo uno. Nel caso del naufragio della Moby Prince, per esempio, dove i morti furono centinaia, quella compagnia di navigazione si guardò bene dal ricorrere a tale procedura, anche per difendere la propria immagine. Con raccapricciante cinismo, invece, la Siremar del gruppo Tirrenia, per limitare le proprie responsabilità in sede civile, ha tentato di scaricare ogni colpa del disastro sul comandante dell’aliscafo: il che, facendo un paragone con il deragliamento di un treno, è come se le Ferrovie dello Stato dicessero agli eredi dei defunti: “fatevi risarcire dal macchinista!”.<br />
<strong>In realtà Paola Romano era un passeggero, non un creditore: i danni da lei subìti, dunque, dovrebbero essere coperti dall’assicurazione che però, non pagando, beneficia anch’essa di questa anomala situazione. Come mai? Forse il neo commissario della Tirrenia, D’Andrea, riuscirà a trovare una risposta a questo interrogativo. E forse, grazie ai poteri che il Governo gli ha concesso, riuscirà anche a evitare che i furbi la facciano franca e che a pagare siano sempre i più deboli.</strong></p>
<p>                                                                           Blog: http://amicidipaola.wordpress.com</p>
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		<title>Le figlie dei boss</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 08:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Carrino]]></category>
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( di Titti Beneduce dal libro “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”)
Rispetto ai maschi sono più prudenti. Assennate. Astute. E ai loro genitori camorristi sono legate in maniera profonda, quasi viscerale. Le figlie dei boss, a differenza dei loro fratelli, spesso vivono nell’ombra. Ed è nell’ombra che tessono trame, lavorano, si adoperano per risparmiare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/le-figlie-dei-boss/camorra/" rel="attachment wp-att-3632"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/camorra-300x163.jpg" alt="" title="camorra" width="300" height="163" class="alignleft size-medium wp-image-3632" /></a></p>
<p>( di Titti Beneduce dal libro “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”)</p>
<p><strong>Rispetto ai maschi sono più prudenti. Assennate. Astute. E ai loro genitori camorristi sono legate in maniera profonda, quasi viscerale. Le figlie dei boss, a differenza dei loro fratelli, spesso vivono nell’ombra. Ed è nell’ombra che tessono trame, lavorano, si adoperano per risparmiare il denaro accumulato dai padri. </strong><br />
Recentemente le cronache hanno raccontato Katia e Teresa, le figlie di Francesco Bidognetti, uno dei capi dei Casalesi. Negli anni passati si erano occupate di Adele, la figlia di Mario Fabbrocino, e di Tatiana, la figlia di Umberto Mario Imparato. Antonella, figlia di Umberto Ammaturo e di Pupetta Maresca, è riuscita a rimanere sempre in secondo piano.<br />
A leggere i verbali di intercettazione senza sapere che si tratta di camorristi, le conversazioni tra Francesco Bidognetti e i figli sembrano quelle di una normale famiglia borghese: il maschio, Gianluca, che è il minore, è iperattivo e scavezzacollo, rischia continuamente di mettersi nei guai; le sorelle vorrebbero che si calmasse e le stesse ad ascoltare, ma non ci riescono. In realtà Gianluca rischiava perché stava troppo appiccicato a Giusepp Setola, il pluriomicida che era stato scarcerato perché ci vedeva poco e che è stato arrestato dopo avere assassinato 18 persone in pochi mesi. <strong>Parlandogli in carcere il boss cercava di farlo ragionare: «Non si dice mai ad uno quello che tu tieni nel cuore, che tu pensi, non si dice mai&#8230; Le intenzioni che tu tieni te le devi tenere nella tua testa. non fidarti mai». Le telecamere riprendevano Bidognetti mentre si toccava ripetutamente il naso con gli indici, come a voler indicare un soggetto che faccia uso di stupefacenti</strong>: «Mai… non fidarti mai, è la gente più indegna e pericolosa che esista». Gianluca, infastidito, replicava: «Ti ho capito. Fin qua ci siamo, ma io… A me uno solo ci sta che mi fa paura e sei solo tu e nessun altro più. Io solo a te sento, solo a te». In quella fase, Setola aveva saldamente in mano il potere e teneva per sè soldi che sarebbero spettati ai congiunti di Bidognetti. Della famiglia voleva avere contatti solo con Gianluca. Ed ecco scattare la preoccupazione delle sorelle: Teresa lo rimproverava, ma lui spiegava che assecondare Setola era ormai una necessità economica. Raccontava Teresa al padre: «Papà, io glielo dico sempre, ma quello lo sai che cosa ti risponde? Che dopo non puoi neanche mangiare! Papà, uno glielo dice a tavola quando sta mangiando, perché solo allora si vede lui. Uno glielo dice: apri gli occhi, ma quello non se ne fotte proprio. Tu vuoi andare per la via tua? E vai per la via tua, ma poi dopo non piangere. Io glielo dico sempre: quando vai a finire là dentro fai morire tuo padre, non noi, perché noi non ci veniamo, te lo puoi pure scordare».<br />
<strong>Ma la preferita di Francesco Bidognetti è la primogenita, Katia. A lei spetta la maggior parte del denaro che gli affiliati consegnano alla famiglia: lo racconta la madre, Anna Carrino, che nel 2008 ha fatto la clamorosa scelta di «pentirsi». </strong>In un interrogatorio spiega ai pm un colloquio avuto in carcere con Bidognetti, nel quale i due hanno comunicato soprattutto a gesti: «In questo brano Francesco mi chiede se mi sono stati consegnati i soldi da suo fratello Michele. Si tratta di 15 mila euro che da circa due anni, a Natale e Pasqua, Michele mi portava e di cui non conosco la provenienza. A dire il vero si trattava di una somma variabile tra i 15 ed i 20/25 mila euro. In effetti in quel periodo, dopo due o tre giorni dal colloquio, ricevetti i 15 mila euro da Michele e, per come mi aveva detto mio marito durante il colloquio, diedi circa 7 mila euro a Katia, perché mia figlia si era lamentata con il padre di avere difficoltà economiche. Devo dire che queste difficoltà economiche che Katia lamentava non erano corrispondenti alla realtà, ma dovute alla volontà di tenere un alto tenore di vita, connotazione che era comune a mia figlia ed anche al marito Giovanni Lubello. Essi contavano molto sulla sponda che derivava da Francesco Bidognetti, il quale tendeva molto ad accontentare la sua prima figlia femmina. Io invece cercavo di tutelare maggiormente la posizione degli altri due figli, che non erano ancora sposati». Katia ricambia l’affetto speciale che il padre nutre per lei. Quando, a causa dei sequestrie degli arresti, i guadagni del boss diminuiscono, lei s’indigna: «Io non posso dormire perché è l’onore di mio padre; io non posso permettere che mio padre non ha una lira per pagare gli avvocati». Ci si mette pure la convivente di Aniello, un altro fratello: chiede soldi in continuazione. Katia lo racconta al padre: la donna, Rita Starace, la contatta solo quando servono i soldi; lei vorrebbe incontrarla per chiarire, ma Francesco Bidognetti è contrario: della situazione si dovrà occupare lo zio Michele. «Si sta mangiando il sangue nostro — insiste Katia —, adesso mi sono stancata, papà».<br />
Negli anni Novanta i giornali avevano dedicato molto spazio alla figura di Tatiana Imparato, studentessa di Giurisprudenza e figlia di un capoclan — Umberto Mario — ex sindacalista comunista che nel maggio del ’91, dopo una lunga latitanza, fu ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con la polizia. La polizia la riteneva complice del padre e la arrestò a 24 anni per associazione camorristica ed estorsione. Quel giorno lei entrò in Questura a testa alta, negando le accuse ma rivendicando il diritto di amare e sostenere moralmente il genitore. La corte d’assise le diede ragione e la assolse, respingendo la richiesta del pm di una condanna a 7 anni. In carcere, però, Tatiana rimase quasi 9 mesi. L’inchiesta che la vedeva coinvolta riguardava le attività del clan che faceva capo a Umberto Mario Imparato, suo padre, attivo all’epoca nelle zone di Castellammare e Pimonte. La studentessa era accusata di aver fatto parte del clan e in particolare di aver estorto alcuni milioni a un imprenditore della zona, l’ ingegner Gennaro Silvestri. Ma durante il processo la vicenda assunse contorni diversi. Silvestri ammise di aver conosciuto Imparato quando entrambi erano simpatizzanti del Pci e di aver poi ricevuto una telefonata con la quale il padre di Tatiana, che nel frattempo era diventato camorrista e si era dato alla latitanza, gli chiedeva di aiutare economicamente la sua famiglia, in difficoltà dopo i numerosi sequestri disposti dalla magistratura. Da qui quel denaro consegnato alla ragazza. Da alcuni anni Tatiana ha lasciato la provincia di Napoli; si è trasferita in Emilia Romagna, regione della quale è originaria la madre.<br />
Di Adele Fabbrocino, figlia di Mario, potente e temuto boss del Nolano e del Vesuviano, gli investigatori ricordano la determinazione e la durezza. Lo scettro del padre latitante in Argentina a metà degli anni Novanta lo aveva ottenuto, per la verità, il fratello Giovanni. Involontariamente fu proprio Giovanni, che teneva i contatti con lui, a farlo arrestare: per chiamarlo in Argentina, è vero, usava solo apparecchi telefonici pubblici e li cambiava in continuazione, percorrendo chilometri di autostrada ogni volta. Parlava, però, con gli amici in macchina. <strong>Adele lo aveva spesso rimproverato, perché ne conosceva i punti deboli, ma questo non era servito a rendere meno loquace il fratello. Quando, nell’estate del 2008, Mario Fabbrocino fu catturato, Adele reagì con stizza: «Imbecille. Con me non sarebbe successo».</strong></p>
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		<title>Berlusconi, Fini e la fine del bipolarismo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 09:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fini]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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( di Elia Fiorillo )
	Non c&#8217;è niente da fare, chi nasce tondo non può morire quadro. Berlusconi ha provato in tutti i modi a trovare un modus vivendi con Gianfranco Fini. Ma alla fine non ce l&#8217;ha fatta più. Tra la ragion politica, sicuramente ben argomentata dal fido Gianni Letta, e le ragioni d&#8217;immagine, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2010/08/berlusconi-fini-e-la-fine-del-bipolarismo/fini-berlusconi/" rel="attachment wp-att-3626"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/fini-berlusconi.jpg" alt="" title="fini berlusconi" width="271" height="186" class="alignleft size-full wp-image-3626" /></a></p>
<p>( di Elia Fiorillo )</p>
<p>	<strong>Non c&#8217;è niente da fare, chi nasce tondo non può morire quadro. Berlusconi ha provato in tutti i modi a trovare un modus vivendi con Gianfranco Fini. Ma alla fine non ce l&#8217;ha fatta più. Tra la ragion politica, sicuramente ben argomentata dal fido Gianni Letta, e le ragioni d&#8217;immagine, il Cavaliere ha scelto queste ultime. Meglio i dissidenti fuori dal Popolo della libertà, che dentro con tutte le querelle proprie dei partiti.</strong> Certo, ha anche e soprattutto pensato al consenso popolare all&#8217;atto dello strappo e alle elezioni anticipate. Ma poi ha deciso che la miglior cosa da fare fosse la liquidazione del cofondatore, senza se e senza ma. Ha fatto bene Silvio a giocarsi la carta della cacciata? Dal punto di vista dell&#8217;immagine probabilmente sì. Il Presidente Berlusconi non si poteva permettere tutti i santi giorni d&#8217;essere ripreso, apostrofato, rimbeccato dal numero due. La sua immagine e quella del Pdl ne uscivano corrotte. Non più il leader carismatico, padre padrone del Pdl, ma un semplice capo partito in balia delle insidie e degli spifferi del Palazzo. Fuori Fini e i suoi, allora, e si ricominci da prima del matrimonio tra Forza Italia e An.<br />
	I matrimoni che si rompono si portano dietro sempre questioni di divisioni patrimoniali e il presidente del Consiglio di queste cose ne capisce per esperienza personale. Pare però che il quantum in termini di deputati passati dall&#8217;altra parte non sia stato ben calcolato. Ci sarà allora un Governo con una maggioranza risicata che dovrà fare i salti mortali per non andar sotto. E ci saranno i finiani che certo appoggeranno il Governo sulle tematiche di routine, ma sui temi qualificanti quali intercettazioni, giustizia, moralità pubblica, ci daranno sotto a differenziarsi dall&#8217;Esecutivo. E sopra tutto ciò aleggerà per tutti la paura del ritorno anticipato alle urne. Né a Berlusconi, né a Fini serve, per il momento, far saltare il banco. A Fini perché con molta probabilità una campagna elettorale senza preparazione potrebbe essere esiziale. A Berlusconi perché le elezioni anticipate, come le dimissioni,  sono qualcosa da minacciare ma mai da dare senza sapere come potrebbe andare a finire.<strong> Nella cacciata di Fini, Berlusconi ha ricordato Sandro Pertini, citando le sue dimissioni da presidente della Camera nel 1969 di fronte alla divisione dei socialisti. Non ha detto però che Pertini la rinuncia la fece nella consapevolezza della riconferma. Cosa che non si azzardò a fare la giovane Irene Pivetti. Nel litigio tra Bossi e Berlusconi si guardò be- ne dal dimettersi, sapendo che avrebbe perso lo scranno più alto di Montecitorio.</strong>	I pensieri del Cavaliere sono rivolti anche a Casini. Una sua scelta a favore della maggioranza ridarebbe a Berlusconi i numeri persi con Fini, ma gli aumenterebbe il potere di contrattazione con Bossi soprattutto per quanto concerne il federalismo. Più che mai oggi Pier Ferdinando si guarda bene dall&#8217;ipotizzare un&#8217;alleanza con quello che resta del Pdl. E&#8217; chiaro che grida ai quattro venti che bisogna fare un governo tecnico che metta mano alla legge elettorale per poi andare alle urne. In tutta questa vicenda chi sicuramente ne guadagna è proprio lui e il suo centro. Una cosa è certa: il bipolarismo ipotizzato da Berlusconi con due forti partiti di riferimento, il Pdl ed il Pd, non c&#8217;è più e non ci sarà più. Al Pdl abbiamo visto cos&#8217;è successo e non è minimamente ipotizzabile una fusione con la Lega. Il Pd, con Rutelli, ha già perso una costola e potrebbe continuare a perdere pezzi del suo centro. Insomma, una stagione è finita.<br />
	Un&#8217;altro periodo potrebbe cominciare a condizione che la legge elettorale venisse modificata. E&#8217; difficile però che Berlusconi e Bossi mettano nella loro agenda un&#8217;eventualità simile. Perché farlo? Solo la pressione popolare potrebbe convincerli, ma per il momento un&#8217;eventualità del genere non si vede.<br />
	Ipoteticamente il centro si allarga. Casini, Rutelli, ma anche le posizioni di Fini non possono più essere considerate di destra. Un grande raggruppamento di centro potrebbe nascere e potrebbe fagocitare soggetti oggi imbrigliati nel Pdl e nel Pd. <strong>La cosa che mina in partenza questo disegno sono gli attuali leader. Né Casini, né Rutelli, né tanto meno Fini potrebbero mai accettare un leader del raggruppamento diverso da uno di loro. L&#8217;idea non peregrina di una &#8220;cosa bianca&#8221; passa, comunque, per una nuova leadership e forse proprio per questo non si farà.</strong></p>
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		<title>Nino Agostino: una morte ancora misteriosa</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 06:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Agostino]]></category>

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		<description><![CDATA[Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari.
Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3616" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/nino-agostino-152x300.jpg" alt="" width="152" height="300" /><strong>Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari.</strong><br />
Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La sua barba bianca è la testimonianza del suo non volersi arrendere, della sua ostinazione.<br />
Vive solo per scoprire chi  ha ucciso Nino, Ida e la nipotina che stava per arrivare. Un pentito, Oreste Pagano ha raccontato che ad un matrimonio,in Canada, ha sentito raccontare di questo omicidio  da Alfonso Caruana (boss siculo-canadese di Cosa Nostra) &#8220;sono stati uccisi perché il poliziotto aveva scoperto i collegamenti tra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva e per questo morì”.</p>
<p>Questi collegamenti che Nino aveva scoperto forse portavo al collega Guido Paolilli, iscritto nel registro degli indagati in seguito ad una conversazione intercettata con il figlio nella quale parlava delle carte, chiuse nell’armadio di Nino, che lui aveva distrutto?</p>
<p>Questi collegamenti sono legati forse, come le ultime indagini mettono in evidenza, al fallito attentato, all’Addaura, a Giovanni Falcone il 20 giugno 1989?</p>
<p>Certo la morte di Nino e Ida aspetta ancora oggi la verità. La aspettano anche papà Vincenzo e mamma Augusta. La cercano anche per non credere che per lo Stato ci siano morti di serie A e quelli di serie B. La aspettano per non sentirsi traditi proprio da chi dovrebbe proteggerli e dare giustizia.</p>
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		<title>Napoli, giornalismo in svendita e senza schiena dritta</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 06:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Vincenzo Iurillo)
Della rabbia di Brunella, giornalista vessata e sottopagata del napoletano, abbiamo già riferito. Poi purtroppo il suo caso non è isolato. E bisognerebbe anche chiedersi il perché.
Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista napoletano esperto in temi ambientali, Fabrizio Geremicca. Giovane, brillante, in gamba, documentato, dalla penna frizzante e dal pensiero intelligente. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3610" title="giornalisti" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/giornalisti.jpg" alt="" width="271" height="186" />(di Vincenzo Iurillo)</p>
<p><strong>Della rabbia di Brunella, giornalista vessata e sottopagata del napoletano, abbiamo già riferito. Poi purtroppo il suo caso non è isolato</strong>. E bisognerebbe anche chiedersi il perché.<br />
Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista napoletano esperto in temi ambientali, Fabrizio Geremicca. Giovane, brillante, in gamba, documentato, dalla penna frizzante e dal pensiero intelligente. In un paese normale non avrebbe difficoltà a ottenere un buon contratto in una testata di livello e a vivere bene del proprio lavoro. A Napoli, mi ha confessato, accumulando diverse collaborazioni riesce a malapena a racimolare una cifra che non sarebbe sufficiente a pagare l’affitto di una casa dignitosa.<br />
<strong>Il mercato dell’informazione a Napoli è un disastro. Secondo Fabrizio, una delle principali colpe è nei giornalisti napoletani, responsabili di una forsennata corsa al ribasso delle tariffe professionali. In parole povere, si svendono per ragioni con le quali è difficile dirsi d’accordo</strong>. E mi fa un esempio, da lui pubblicato su un blog: “Chiacchierando con un collega che collabora al sito internet del Corriere del Mezzogiorno, un giornalista che ha superato da un pezzo la trentina, ho appreso che scrive e non è pagato. Lavora, cerca notizie, va in giro, le verifica e non percepisce un centesimo. Gli ho chiesto perché lo facesse. Mi ha risposto che così rimane nel giro e poi è meglio scrivere gratis, sperando che qualcosa accada in futuro, che non scrivere affatto. Stiamo parlando del sito internet di uno dei tre principali quotidiani cittadini. Lo stesso giornale remunera gli articoli dei collaboratori con 15 euro a pezzo. Nessun rimborso spese, nessun compenso per le foto. Altrove, mi raccontano, nelle altre redazioni cittadine, la situazione non è migliore. Spesso è addirittura peggiore”. Conclusioni di Fabrizio, che condivido in pieno: “Se queste sono le condizioni di lavoro, se ci sono giornalisti che scrivono gratis, se le remunerazioni dei pezzi compensano appena le spese, la qualità dell’informazione è destinata inesorabilmente a calare a picco.</p>
<p><strong>Il precario senza diritti e senza prospettive, se non di subire per anni uno sfruttamento sistematico, nel miraggio di un contratto, difficilmente sarà un professionista dalla schiena dritta, capace di resistere a condizionamenti e pressioni”. In pratica, andrà verso l’autobavaglio. Per il quale non c’è bisogno di fare una legge.</strong></p>
<p>(da Il Fatto Quotidiano 4 agosto 2010)</p>
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		<title>Camorra Music Corporation</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 09:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[canti di mafia]]></category>
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L&#8217;industria &#8216;culturale&#8217; delle mafie fattura decine di milioni di euro: ecco chi sono e cosa pensano i cantanti e gli ideologi di questo business
Cantano, e i cd delle loro canzoni invadono le bancarelle di Ballarò, di Scampia e di Arghillà, i bronx metropolitani di Palermo, Napoli e Reggio Calabria. Ma hanno anche tv, comprano canali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-K8vLnRhzew&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/-K8vLnRhzew&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>L&#8217;industria &#8216;culturale&#8217; delle mafie fattura decine di milioni di euro: ecco chi sono e cosa pensano i cantanti e gli ideologi di questo business</p>
<p>Cantano, e i cd delle loro canzoni invadono le bancarelle di <strong>Ballarò</strong>, di <strong>Scampia</strong> e di <strong>Arghillà</strong>, i bronx metropolitani di <strong>Palermo</strong>, <strong>Napoli</strong> e <strong>Reggio</strong> <strong>Calabria</strong>. Ma hanno anche tv, comprano canali digitali, navigano in <strong>Internet</strong>, scaricano i video su <strong>YouTube</strong> che poi rimbalzano su <strong>iPod</strong> e <strong>iPad</strong>: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra hanno costruito una poderosa industria “culturale”.</p>
<p>Serve a fare soldi, ma anche a veicolare messaggi di “onore”, forza e potenza. Il boss <strong>Gregorio</strong> <strong>Bellocco</strong> è un mafio-cantautore, quando i carabinieri lo hanno arrestato nel suo bunker di <strong>Rosarno</strong> hanno scoperto i cd con incise le canzoni che aveva composto. Testi chiari, tutti contro gli sbirri “infami e pisciaturi”, perché responsabili della cattura di “un omu geniali”, e i pentiti che si vendono il sangue e l’onore. Una canzone, però, il boss non è riuscito a regalarla ai suoi fans, quella dedicata al suo nemico giurato, un magistrato, il dottor <strong>Roberto</strong> <strong>Di</strong> <strong>Palma</strong>. “Quel grandissimo cornuto”, lo appella il figlio di Bellocco parlando con un altro affiliato. “Circondatu” è il titolo di un’altra ballata che racconta la fuga del boss. “Nu cani infedeli”, invece, è la canzone per gli infami. “Come gli antichi dovrei fare che gli tagliarono la lingua a queste carogne”, recita il testo.</p>
<p>Perché un boss scrive canzoni? “Perché è un uomo del nostro tempo”, è la risposta di <strong>Francesca</strong> <strong>Viscone</strong>, scrittrice e autrice de <em>La globalizzazione delle cattive idee</em>, un libro che analizza il fenomeno della “mafia song”. “I boss non sono più dei montanari. Oggi conoscono il valore di Internet, della tv, dei social network, comunicano per trasmettere il loro sentimento di onnipotenza. I capi delle ‘ndrine si sentono ad un passo da Dio. Ma il fatto che sia un boss a scrivere queste canzoni è un passaggio in più, un fatto inedito. Sono musiche che non hanno alcun valore culturale”.</p>
<p><strong>Una storia che parte da lontano </strong></p>
<p>La ‘ndrangheta ha sempre veicolato messaggi attraverso le canzoni, soprattutto all’estero, in Germania, in Australia, negli Usa. <strong>Ciccio</strong> <strong>Scarpelli</strong>, in arte <strong>Fred</strong>, negli anni Settanta era un vero e proprio idolo, quando cantava ai matrimoni o alle “mangiate” i “compari” avevano le lacrime agli occhi. Morì come un “eroe” delle sue canzoni, ucciso una sera d’aprile del 1971. Aveva guardato con troppa insistenza la moglie di un boss. Sulla sua lapide c’è scritto “A Ciccio, stroncato da mano crudele”. Il suo posto è stato preso da altri “artisti”. <strong>Angelo</strong> <strong>Macrì</strong> canta “All’amici carcerati”, una hit che a Duisburg e dintorni spopola e che su YouTube totalizza 123 mila visualizzazioni. “La vita mia la passo tra queste mura perché la lingua mia non può parlare. Mantengo dignità e onore”.</p>
<p>Musiche banali, chitarre scordate, testi sbilenchi, incisioni artigianali, la musica della “mala pianta” calabrese è così. Perché è sotto il Vesuvio che la “mafia song” ha raggiunto livelli raffinatissimi. Buone orchestre per le basi musicali, registi, direttori di fotografia e attori per i video, case musicali e canali digitali che trasmettono h 24 le canzoni dei neomelodici. E non poteva essere diversamente perché “Napoli – come scrive l’antropologo <strong>Marino</strong> <strong>Niola</strong> – è la città che nasce dal canto e finisce nel grido. Dove il canto e il chianto hanno quasi lo stesso suono, e spesso lo stesso significato”. I testi sono espliciti, senza più mediazioni, puntano all’esaltazione del boss, del killer, alla bellezza della “<strong>Società</strong>”. È questo il titolo di una canzone cantata da Gino Ferrante. Il video clip (ottima fotografia in bianco e nero) ha 89 mila visitatori su YouTube. Testo: “’A famiglia organizzata, song tutte quante frate e nisciuno adda tradì”. Nel video c’è la scena di un bambino e di sua madre che svogliatamente lo invita ad andare a scuola. “Mammà – risponde il piccolo con la faccia da malandrino – a me a scola nun me dà niente”. Lo si rivede da grande, jeans firmato e calibro nove nelle mutande a cavalcioni su una moto.</p>
<p><strong>Gianni</strong> <strong>Celeste</strong> è siciliano, ma canta in perfetto slang napoletano “Vite perdute”. Filmato su Internet stile “Gomorra” con irruzione della polizia (‘e guardie, a Napoli) e arresto di due camorristi. Uno, il fratello dell’arrestato, si pente e Celeste canta “Mamma mia, nunnè cchiù degno e te”, poi rivolto al fratello “infamone”: “Te si vennuto ‘ o sang (ti sei venduto il sangue) pe nu poco ‘e libertà, comme l’è pututu fa (come l’hai potuto fare)”. Chitarre elettriche a palla e via.</p>
<p>L’infame è un protagonista fisso di queste canzoni. Chi scrive ha visto <strong>Lisa</strong> <strong>Castaldi</strong> dal vivo (bellezza aggressiva e carnalmente partenopea) a un concerto in un quartiere popolare. Cantava “Femmena d’onore”. Testo chiarissimo: “’O pentito”, quello che ha tradito il marito e lo ha fatto arrestare, “è nu guappo e cartone. Prima accire e po’ chiede perdono”. Alla fine del concerto bambini e ragazzini, tantissimi, molti portati dai genitori, applaudivano e chiedevano autografi. Lisa è una star e ha raggiunto il clou con “Il mio amico camorrista”. Solito video, il camorrista è un bel giovane con occhiali neri sugli occhi. “Il mio amico camorrista è n’ommo chine ‘e qualità” (un uomo pieno di qualità) e “si n’amico va in disgrazia (se un amico finisce in galera) nun ce fa mancà mai niente (insomma, provvede alle sue necessità, come fa la camorra con i guaglioni finiti dietro le sbarre) ma chi sbaglia adda pavà (attenti, però, chi sbaglia, l’infame, deve pagare)”.</p>
<p>Ma è con <strong>Nello</strong> <strong>Liberti</strong> che le melodie dei boss toccano l’apice. La canzone si chiama “’O capoclan”, ha ovviamente un video che però è stato censurato da YouTube (ma lo trovate su <a href="http://dailymotion.virgilio.it/video/xba24p_o-capo-clan_news" target="_blank"><strong>dailymotion.virgilio.it</strong></a>, grazie al lettore Elephant, Ndr). È girato in bianco e nero, la scena fa vedere un boss che si riunisce con i suoi e consegna un “pizzino” ad un killer. C’è scritto il nome dell’uomo da eliminare. Liberti canta: “O capoclan è n’ommo serio che è cattivo nun è o vero”. Poi si vede il boss in galera che dalla cella invoca Dio. “Proteggi i miei figli, ma se proprio non puoi farlo nun te preoccupà che ce pens’io”. Pausa con il capoclan che a mo’ di sceneggiata si aggrappa alle sbarre e…” ce pens’io che song ‘o capoclan”.</p>
<p><strong>I video spopolano su YouTube</strong></p>
<p>Nello Liberti ha dedicato il suo video a “Tutti gli ospiti dello Stato con una presta libertà”. “L’italiano è claudicante, ma il messaggio è chiarissimo – dice il sociologo <strong>Marcello</strong> <strong>Ravveduto</strong>, autore di “Napoli serenata calibro 9” – il capoclan è come Dio”. Ma quanto vale il mercato della “camorra song”? Ravveduto: “Almeno <strong>200</strong> <strong>milioni</strong> di euro”. Chi sono i fruitori di queste canzoni? “I ragazzi delle periferie disgraziate di Napoli e dell’hinterland. Seduti su una moto, appoggiati a un muretto, oppure mentre fanno le sentinelle nei quartieri, con i cellulari divorano i video dei neomelodici e si imbevono di cultura camorrista. Nei quartieri dell’emarginazione puoi trovare ragazzi che stentano a parlare italiano che però sanno scaricare i video su YouTube, navigano in Internet e sono presenti su Facebook”.</p>
<p>Chi ci salverà? Lo Stato e la cultura ufficiale certamente no. I napoletani onesti si affidano all’ironia. Al video del “Capoclan” è arrivata una risposta singolare su YouTube. Alle immagini del boss che aggrappato alle sbarre si rivolge al Padreterno, qualcuno ha fatto seguire la famosa scena de L’oro di Napoli, quella di Eduardo De Filippo che prova “la pernacchia”. Fragorosa, potente, dissacrante. Un messaggio alla camorra e ai suoi cantori da quattro soldi. “Tu si a schifezza, da schifezza e l’uommene”. Lo diceva Eduardo. E non c’è bisogno di traduzione.</p>
<p>da<em> <a title="Il Fatto Quotidiano Link" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/" target="_blank">il Fatto Quotidiano</a></em> del 3 agosto 2010</p>
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		<title>Favignana e la storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 08:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Favignana]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Favignana. Le immagini di Enzo Patti, lo scritto di Enzo Ciconte, le parole di un magistrato antimafia come Vincenzo Macrì, il telaio sul quale è stato posto con dovizia di particolari e quasi a sintesi di decennali conoscenze dall’ex presodente delle commissioni antimafia regionale e nazionale, Francesco Forgione. Tutto questo per raccontare una leggenda che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3585" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><img class="size-full wp-image-3585" title="omc" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/omc.jpg" alt="" width="240" height="176" /><p class="wp-caption-text">da &quot;Malacarne&quot;</p></div>
<p><strong>Favignana. Le immagini di Enzo Patti, lo scritto di Enzo Ciconte, le parole di un magistrato antimafia come Vincenzo Macrì, il telaio sul quale è stato posto con dovizia di particolari e quasi a sintesi di decennali conoscenze dall’ex presodente delle commissioni antimafia regionale e nazionale, Francesco Forgione.</strong> Tutto questo per raccontare una leggenda che tanto leggenda pare non sia, ed è quella della nascita delle tre più pericolose organizzazioni mafiose del nostro Paese, mafia, ‘ndragheta e camorra, su quello che all’epoca era un isolotto, nel mare delle Egadi a Favignana. Si parla di riti, ma anche di realtà criminale, forte, marcata, negli accenti, nelle violenze e oggi nelle infiltrazioni. <strong>Osso, Mastrosso e Carcagnosso i “fondatori”, che in comune con i mafiosi di oggi hanno anche il verbo e il comportamento che come i moderni mafiosi insistono nel ritrovare tra le pagine delle sacre scritture, della bibbia, mafiosi che chiudono lettere in cui ordinano vendette sanguinose salutandosi in nome di Madonne e Santi.</strong></p>
<p>Mafiosi come il capo mafia di Mazara, Andrea Manciaracina, ma non solo lui, avrebbero usato la bibbia, sottolineandone alcuni passaggi per fare passare all’esterno alcuni messaggi. Mafiosi come il latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, che nel giorno dell’anniversario della morte del padre, il “campiere” capo mafia, il “padrino” Francesco Messina Denaro, fece pubblicare un necrologio citando versetti del vangelo di San Matteo.<br />
Domani 5 agosto il libro Osso, Mastrosso e Carcagnosso verrà presentato alla Tonnara Florio di Favignana, l’impianto, dicono gli autori, è quello di una epopea cavalleresca, credenze religiose, riti massonici. Leggenda? Mica tanto. Nicola Calipari l’uomo dei servizi morto in Iraq salvando dal sequestro la giornalista Giuliana Sgrena, in Australia addirittura andò a trovare uno dei codici della ndragheta. Osso, Matrosso e Carcagnosso erano tre cavalieri di Toledo che nel 1400 ripararono a Favignana dopo che col sangue avevano lavato l’onore violato della sorella, a Favignana restarono in cella per 30 anni, i segni della dominazione spagnola restano ancora ben visibili in una parte dell’isola dove è stato trovato, grazie anche alle ricerche di un sacerdote, un trono, e anche delle stanze, alcune adibite a celle e a luoghi di tortura. Da quella detenzione la leggenda racconta che i tre uscirono con saperi diversi ma con un comune denominatore, Osso restò in Sicilia spargendo il sapere mafioso di Cosa Nostra, Carcagnosso, andò a Napoli fondando lì la camorra, Mastrosso, si fermò in Calabria a fondare la ‘ndragheta, forse quella riuscita meglio perché per secoli è rimasta la meno vista, la più sommersa, delle organizzazioni criminali.</p>
<p><strong>Tutta leggenda? A leggere le poche righe di don Pietro Ulloa, procuratore generale di Trapani del 1838. ”Non vi è impiegao in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi.</strong> Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là unt arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora di incolpare un innocente… al centro di tale stato di dissoluzione evvi una capitale… città nella quale vivono 40 mila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dal capriccio dei grandi. In questo umbelico di Sicilia si vendono gli uffici pubblici, si corrompe la giustizia, si fomenta l’ignoranza”. <strong>Era il 1838, ma potrebbe ancora essere il 2010.</strong></p>
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		<title>L&#8217;inascoltato allarme meridione</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 21:25:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[Meridione]]></category>
		<category><![CDATA[partito del Sud]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Elia Fiorillo)
Nel linguaggio immaginifico dello studioso meridionalista degli anni Ottanta il Mezzogiorno era &#8220;segmentato, a pelle di leopardo, non più omogeneo nel sottosviluppo&#8221;. Non erano tutte rose e fiori, ma quella &#8220;pelle di leopardo&#8221; faceva ben sperare. Le due Italie si cominciavano ad avvicinare. La forbice sembrava restringersi. Attenzione, non più di tanto però. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3576" href="http://www.malitalia.it/2010/08/linascoltato-allarme-meridione/sud/"><img class="alignleft size-full wp-image-3576" title="sud" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/sud.jpg" alt="" width="264" height="191" /></a>(di Elia Fiorillo)</p>
<p><strong>Nel linguaggio immaginifico dello studioso meridionalista degli anni Ottanta il Mezzogiorno era &#8220;segmentato, a pelle di leopardo, non più omogeneo nel sottosviluppo&#8221;. </strong>Non erano tutte rose e fiori, ma quella &#8220;pelle di leopardo&#8221; faceva ben sperare. Le due Italie si cominciavano ad avvicinare. La forbice sembrava restringersi. Attenzione, non più di tanto però. Il segnale comunque pareva positivo in una situazione di grande degrado. Il tanto vituperato &#8220;intervento straordinario&#8221; per lo meno all&#8217;inizio era servito. Una spinta verso l&#8217;alto l&#8217;aveva data. Poi la degenerazione, il clientelismo avevano ucciso la Cassa per il Mezzogiorno e l&#8217;Agensud, che aveva preso il suo posto. Proprio quando, in periodo d&#8217;espansione della piccola e media impresa, un &#8220;aiutino&#8221; non clientelare sarebbe stato importante. A tutto ciò era sopraggiunta poi la teoria dell&#8217;&#8221;autopropulsività&#8221;, la &#8220;volontà del fare&#8221; era diventato l&#8217;antidoto a tutti i mali. Il darsi da fare è sempre un&#8217;ottima cosa. Ma non basta in certe situazioni.</p>
<p><strong>Quando hai una malattia grave la volontà di guarire è importante, ma ci vogliono gli antibiotici e poi le terapie riabilitative. Per il Meridione non è stato così</strong>. A lucide analisi dei meridionalisti dell&#8217;epoca, è subentrata un&#8217;apatia colpevole delle classi dirigenti meridionali, e non solo. Esse hanno provato ad affrontare l&#8217;enorme problematica a pezzi, secondo interessi territoriali, senza rendersi conto che l&#8217;intreccio delle questioni superava l&#8217;ambito campanilistico e doveva essere affrontato a livello meridionale. Insomma, la poca voglia di fare unità ha ancor di più diviso il Sud. Se a tutto questo s&#8217;aggiungono le posizioni leghiste, il gioco è fatto.<br />
Non è che il Nord abbia tutti i torti a considerare il Mezzogiorno un problema per il Paese. Sono tali e tanti gli esempi di malcostume che vengono da questo pezzo d&#8217;Italia che elencarli tutti diventa impossibile. La questione vera è come procedere con sano pragmatismo lasciando perdere i discorsi demagogici finalizzati a facili consensi. <strong></strong></p>
<p><strong>L&#8217; ipotesi cara alla Lega di lasciar i &#8220;terroni” al loro destino è anacronistica e superficiale. A forza di battere e ribattere sul localismo, la reazione che potrebbero ottenere Bossi e i suoi è un rigurgito sudista che non servirebbe a nessuno.</strong> Un partito del Sud? I partiti locali, se diventano determinanti a livello di maggioranze governative, possono assumere caratteri di pericolosità. Perché, proprio in quanto rappresentano interessi di minoranze localistiche, sono costretti ogni giorno a battere la grancassa dell&#8217;interesse di parte. Non c&#8217;è compensazione con altri pezzi del Paese. L&#8217;obiezione è che finché il più bravo viene bloccato dallo svogliato non si va avanti. Se il maestro è capace mai frenerà l&#8217;intelligenza e la volontà dei più bravi per aspettare i meno dotati. Lavorerà su due binari paralleli.<br />
A leggere i dati del rapporto Svimez sull&#8217;economia del Mezzogiorno si resta esterrefatti. Per la loro crudezza e soprattutto perché sono passati sotto silenzio come se non fossero indici di una pericolosità assoluta per tutti. Nel corso del 2009, sono circa 88mila i posti di lavoro persi nel settore dei servizi al Sud, con punte del -3,9% nel commercio, il doppio che al Centro-Nord (- l,7%). Gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008. E, come non bastasse, tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno: destinazione principale il Centro-Nord (9 emigranti su 10). Inoltre, una famiglia meridionale su 5 non ha soldi per andare dal medico e il 44% non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro (26% al Centro-Nord). A rischio povertà quasi un meridionale su 3, contro 1 su 10 al Centro-Nord. I dati si commentano da soli.</p>
<p>L&#8217;ipotesi che avanza la Svimez, per provare a tracciare una strategia di contenimento dell&#8217;attuale situazione e per programmare interventi strategici per il rilancio del Sud, è quella di affidare il compito progettuale ad una Conferenza delle Regioni meridionali, in stretta relazione con la Presidenza del Consiglio. <strong>Ma se questa interessante ipotesi non dovesse realizzarsi, forse sarebbe il caso che le forze sociali e i sindacati ipotizzassero loro, unitariamente, una Conferenza per il Sud. Potrebbe essere un grande stimolo alla politica per spingerla ad affrontare una questione nazionale che diventa sempre più delicata.</strong></p>
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		<title>Libera e gli strani incendi dolosi in provincia di Trapani</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 21:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calatafimi. Matteo Messina Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Don Luigi Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino Impastato]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fuoco doloso insegue nel trapanese le iniziative di Libera. È successo alcuni giorni addietro a Castelvetrano, con un uliveto distrutto da un rogo, è successo sabato pomeriggio a Calatafimi dove a bruciare è stato un parco urbano di proprietà comunale e che presto avrebbe dovuto avere imposto il nome di “Peppino Impastato”, il coraggioso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3570" href="http://www.malitalia.it/2010/08/libera-e-gli-strani-incendi-dolosi-in-provincia-di-trapani/parcocalatafimi3/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3570" title="parcocalatafimi3" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/08/parcocalatafimi3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>Il fuoco doloso insegue nel trapanese le iniziative di Libera. È successo alcuni giorni addietro a Castelvetrano, con un uliveto distrutto da un rogo, è successo sabato pomeriggio a Calatafimi dove a bruciare è stato un parco urbano di proprietà comunale e che presto avrebbe dovuto avere imposto il nome di “Peppino Impastato”, il coraggioso giornalista di Cinisi ammazzato per avere sfidato la mafia di don Badalamenti.</strong> Incendi dolosi che non hanno alcuna firma, manca quella dei piromani, non c’è nemmeno quella della eventuale vendetta mafiosa, ma è cosa nota che quando Cosa Nostra ed i suoi uomini vogliono fare le cose per bene, hanno grandi capacità a restare non visti, è capace a lasciare in giro gli elementi giusti per intendere, così che chi abbia da capire, capisca l’antifona, d’altra parte in questa maniera la mafia per decenni ha “governato” in Sicilia.</p>
<p>La cronaca intanto consegna che i due terzi di un ampio parco pubblico, a ridosso delle scuole medie del paese di Calatafimi, ricco di vegetazione e alberi mediterranei, sabato attorno alle 15 sono stati inghiottiti da un fuoco di chiara origine dolosa. Il resto del parco si è salvato grazie ad una piccola stradina che ha fatto da “tagliafuoco”. Le fiamme sono state più leste dell’iniziativa pubblica, il Comune già da oggi avrebbe dovuto mettere all’opera una squadra di operai per ripulire il parco dalle sterpaglie, i piromani sono arrivati prima.<br />
“La proposta di dedicare il parco urbano a Peppino Impastato – dice Vito D’Angelo responsabile del presidio calatafimese di Libera – risale allo scorso giugno in occasione di un incontro con don Luigi Ciotti. All’amministrazione comunale allora abbiamo fatto presente le condizioni dell’area, abbandonata, e la nostra idea, sistemarlo e far si di dedicarlo al giornalista di Cinisi, una sorta di adozione pubblica del parco, debbo dire incontrò il favore dell’amministrazione”. <strong></strong></p>
<p><strong>Don Ciotti a Calatafimi era venuto lo scorso giugno ad incontrare i ragazzi che lo scorso 15 novembre erano andati incontro al boss palermitano appena catturato dalla Polizia, Mimmo Raccuglia, per gridargli in faccia il loro sdegno del suo essere mafioso e salutarlo gridando scemo, rompendo il silenzio di un tempo. C’era già una data per dedicare il parco urbano a Peppino Impastato, ed era proprio quella del 15 novembre, “per ricordare la rivolta contro la mafia di quei ragazzi”. </strong>E invece? C’è il fuoco che mette tutto in discussione, per caso o per scelta precisa. “Togliere le sterpaglie – dice D’Angelo – era stato difficile farlo da parte del Comune che come tutti gli altri si dibatte nella crisi, ma infine assieme avevamo trovato la soluzione, l’amministrazione non si è tirata certo indietro, avremmo anche profittato della presenza di alcuni giovani che saranno da domani ospiti di Libera per creare delle squadre apposta per ripulire il parco assieme agli operatori comunali. Davvero si era contenti di fare qualcosa di bello e utile, davanti a quelle fiamme sabato pomeriggio abbiamo pianto”.<br />
Come era successo a Castelvetrano dove il fuoco che ha distrutto un appezzamento confiscato alla mafia ha attraversato con millesima precisione questo terreno senza travalicare i confini, i terreni affianco sono rimasti intatti, e in quell’uliveto avrebbe dovuto insediarsi una cooperativa per farlo tornare in produttività, ma le fiamme sono arrivate lì ancora prima che il bando potesse essere pubblicato. <strong></strong></p>
<p><strong>C’entra il caso, il caldo, l’autocombustione, la follia dei piromani? A Calatafimi e a Castelvetrano pochi ci credono tra gli attivisti di Libera, e per questo riconoscono che la battaglia per la legalità ha ancora una lunga strada da percorrere e lungo questa strada ci sarà ancora qualche fuoco da dovere spegnere.  Si spera pochi, non molti. Che a bruciare sia semmai la mafia ed i suoi capi, a cominciare dal latitante Matteo Messina Denaro che un tempo a Calatafimi venne a nascondersi nella sacrestia di una chiesa.</strong></p>
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