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	<title>Malitalia &#187; Video</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Alzare la guardia in Molise</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 20:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Paolo De Chiara) 
Il Molise non è più un&#8217;isola Felice. Da troppi anni si continuano a sentire queste parole utilizzate, soprattutto, dalla classe politica (formata da imputati, indagati e condannati) per mettere sotto al tappeto i tanti problemi della seconda Regione più piccola d&#8217;Italia. E problemi si riscontrano anche per quanto riguarda la presenza [...]]]></description>
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<p>(di Paolo De Chiara) </p>
<p><strong>Il Molise non è più un&#8217;isola Felice.</strong> Da troppi anni si continuano a sentire queste parole utilizzate, soprattutto, dalla classe politica (formata da imputati, indagati e condannati) per mettere sotto al tappeto i tanti problemi della seconda Regione più piccola d&#8217;Italia. E problemi si riscontrano anche per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni criminali. E&#8217; proprio in un passaggio della relazione della Direzione Nazionale Antimafia del dicembre 2010 si legge: &#8220;si registrano da tempo tentativi di infiltrazione da parte di appartenenti a qualificati sodalizi attivi nelle Regioni limitrofe ed interessi al settore dell&#8217;illecito smaltimento dei rifiuti, al reimpiego dei proventi in immobili ed attività commerciali nelle località della costa, nonchè al controllo degli appalti pubblici&#8221;. <strong>E su questi temi sono intervenuti il Procuratore della DDA di Campobasso Armando D&#8217;Alterio e il Sostituto Procuratore Rossana Venditti.</strong> Per D&#8217;Alterio in Molise ci sono persone che hanno collegamenti con la &#8216;ndrangheta e con i casalesi. &#8220;Questo sta a significare due cose: uno, l&#8217;attenzione che dobbiamo avere per le infiltrazioni criminali nell&#8217;ambito del territorio e dell&#8217;Impresa; e l&#8217;altro, il fatto che conferma ancora una volta la necessità di alzare la guardia, perchè il Molise è terra che è già oggetto degli intenti predatori delle altre criminalità&#8221;. Il pm Venditti contesta in ogni apparizione pubblica l&#8217;affermazione &#8220;Isola Felice&#8221;. In Italia non ci sono. Le realtà locali sono invase dagli interessi criminali. &#8220;Questa affermazione non voglio più sentirla. Mi sembra un&#8217;espressione che ci ha già danneggiati abbastanza&#8221;.     </p>
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		<title>Filmano i camorristi che gli chiedono il pizzo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Vincenzo Iurillo)
Nell’ordinanza a sua firma il Gip di Napoli Antonella Terzi lo definisce “un eroe”. Per mesi Filippo Nocerino, imprenditore edile di Ercolano, ha filmato attraverso una telecamerina nascosta nell’orologio i camorristi che pretendevano una tangente sulle sue attività. E ha denunciato i soprusi subiti, per la seconda volta in pochi anni. Già qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/5TfirRM9bpY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(di Vincenzo Iurillo)<br />
Nell’ordinanza a sua firma il Gip di Napoli <strong>Antonella Terzi lo definisce “un eroe”.</strong> Per mesi Filippo Nocerino, imprenditore edile di Ercolano, ha filmato attraverso una telecamerina nascosta nell’orologio i camorristi che pretendevano una tangente sulle sue attività. E ha denunciato i soprusi subiti, per la seconda volta in pochi anni. Già qualche anno fa, Nocerino fece arrestare e condannare un boss. Grazie al coraggio di questo costruttore, qualche settimana fa si è compiuta l’operazione ‘Vento’, condotta dal pm della Dda Vincenzo D’Onofrio e dai carabinieri della Compagnia di Torre del Greco e della Tenenza di Cercola. Ben 28 arresti e un sequestro di beni per un valore di circa 5 milioni di euro, che hanno colpito cinque clan camorristici del napoletano. <strong>Allegati agli atti dell’inchiesta, anche il file video di cui il nostro sito vi mostra in esclusiva un brano. Le immagini sono confuse, ma l’audio è chiaro.</strong> E’ il 20 ottobre 2011. Nella zona di piazza Carlo III a Napoli, l’imprenditore si è aggiudicato la ristrutturazione della facciata di un’ala dell’ex Albergo dei Poveri. E’ un appalto pubblico di circa 450mila euro. Il clan pretende una tangente di 22mila euro. Gli intermediari della camorra, come si ascolta nitidamente, sul punto sono implacabili. Dicono di ‘avere il capitolato’, dunque sanno l’importo dell’appalto e non ammettono sconti, vogliono la cifra che hanno ‘chiuso’, un pizzo da 22mila euro. L’imprenditore si oppone, dice “non è possibile, comme se fa?”. E i camorristi: <strong>“Non ce ne fotte niente”  </strong></p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it)</p>
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		<title>Porta Portese, viaggio  nel mercato romano senza regole</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:50:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Livia Parisi)
E&#8217; il mercato delle pulci più grande d&#8217;Europa, affollato la domenica da oltre 1350 venditori ambulanti, 730 di questi abusivi. &#8220;Il Comune solo con i permessi potrebbe recuperare oltre un milione di euro l&#8217;anno&#8221; dichiarano gli operatori ai nostri microfoni, che aggiungono: &#8220;Siamo evasori, ma sembra che nessuno se ne preoccupi&#8221;
“Porta Portese è [...]]]></description>
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<p>(di Livia Parisi)</p>
<p><strong>E&#8217; il mercato delle pulci più grande d&#8217;Europa</strong>, affollato la domenica da oltre 1350 venditori ambulanti, 730 di questi abusivi. &#8220;Il Comune solo con i permessi potrebbe recuperare oltre un milione di euro l&#8217;anno&#8221; dichiarano gli operatori ai nostri microfoni, che aggiungono: &#8220;Siamo evasori, ma sembra che nessuno se ne preoccupi&#8221;<br />
<strong>“Porta Portese è una sorta de Cambogia. Una jungla senza regole’”</strong>. Maurizio Cavalieri, presidente dell’associazione operatori di Porta Portese non usa giri di parole per esprimere l’esasperazione dei commercianti di uno dei mercati storici più famosi al mondo.<br />
Risale al 1959 l’ultimo atto amministrativo dello storico emporio romano nato nell’immediato dopoguerra come nuova sede della borsa nera che si teneva a Campo De Fiori. <strong>Secondo il censimento del 2008 erano 1100 i venditori ambulanti, ma attualmente sarebbero almeno 1350: oltre 500 quelli con licenza</strong>, anche se in alcuni casi assegnate senza bando; circa 730 sono invece i “frequentatori abituali” definiti, loro malgrado, “tollerati”. “Siamo tollerati, ma in qualsiasi momento potremmo esser cacciati via. Perché essere abusivi significa essere senza diritto e senza tutela”, spiega ancora Cavalieri. Eppure l’amministrazione comunale “solo con i permessi domenicali – continua Cavalieri – potrebbe recuperare oltre un milione di euro l’anno”. Senza permessi, ma anche senza doveri fiscali. Si definiscono infatti “condannati all’evasione” e rivendicano:“Vogliamo pagare”.</p>
<p><strong>Eppure la situazione è la stessa da 50 anni.</strong> Anzi, è peggiorata. A pesare sull’umore già nero degli ambulanti, la “concorrenza” dei rom che, dopo l’orario ufficiale di chiusura vengono qui a vendere il frutto del rovistaggio nei cassonetti. “Il controllo dei vigili c’è fino alle 14. Ora sono passate ed è nato un altro mercato, abusivo come il nostro”, denunciano.</p>
<p>Qualcosa però si sta muovendo. Il dialogo con l’Assessore comunale al Commercio, Davide Bordoni, è aperto e l’annosa questione è finita nelle mani di una Commissione mista Comune-Municipio XVI. <strong>Bocciata l’ipotesi di una collocazione alternativa, gli operatori chiedono la creazione di un’associazione che legittimi i venditori storici dell’usato</strong>: unica garanzia per far sì che chi viene autorizzato, sia vincolato a commercializzare rigorosamente solo l’usato e che Porta Portese conservi la sua originaria vocazione di mercatino delle pulci.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it)</p>
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		<title>Il Ministro nell&#8217;inferno di Rosarno</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria. La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9039" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC01497-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria.</strong> La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca del lavoro. Oggi sono 4mila uomini, africani e braccianti dell’Est che affollano la Piana di Gioia Tauro. Ma l’oro giallo di queste terre vale meno di zero sui mercati. <strong>“Per un chilo di clementine i grossisti mi danno quindici centesimi, 5 per le arance da succo. Una miseria”. </strong>Piccoli coltivatori e grandi proprietari terrieri si lamentano allo stesso modo, ma continuano a produrre. E scaricano la loro crisi sui migranti ai quali offrono paghe da fame. Venticinque euro a testa, oppure un euro per ogni cassetta raccolta. Soldi ai quali va sottratta la mazzetta da dare al caporale, l’organizzatore delle braccia, spesso un africano o un bracciante dell’est che ha fatto carriera. Soldi pochi, condizioni di vita disperate in baraccopoli da dove anche i topi scappano, eppure la gente continua ad arrivare. <strong>“In un solo giorno – ci racconta don Pino De Masi, animatore di Libera nella Piana – nel paese di San Ferdinando sono arrivati dieci pullman con 500 tra bulgari e romeni”</strong>. Altre braccia che la mattina presto si offrono nella piazze dei paesi in attesa di un ingaggio che però non arriva per tutti. Chi non è fortunato vaga per tutto il giorno aspettando un’occasione. E’ questo l’inferno che ieri ha voluto vedere da vicino il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi. “Perché governo tecnico – dice al cronista – vuol dire anche avere orecchie ed occhi attenti alla realtà”.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EeL_b9citw8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il ministro entra nel campo di accoglienza organizzato dal Comune. Ci sono <em>containers</em> con brandine e riscaldamento, docce e bagni chimici, un barlume di vita civile per 120 migranti. Una goccia nel mare. Per gli altri ci sono i ghetti. Quello della fabbrica Pomona, dove una volta si trasformavano gli agrumi, fa paura. Fango dappertutto, per dormire improvvisate tende fatte di plastica e legno. Non ci sono bagni, i bisogni si fanno dove capita. “E’ un ghetto indegno di un paese civile – dice il ministro -, si tratta di situazioni che abbiamo l’obbligo morale di rimuovere al più presto”. Ma basta spostarsi in quello ce chiamano il “centro storico” della città per capire che l’inferno non finisce in una fabbrica abbandonata. Vico Esperia, via Posta Vecchia, case pericolanti, tufi sbriciolati dalla pioggia, sottoscala e cantine di pochi metri quadrati dove vivono in dieci, venti persone. Per letto materassi impregnati di sudicio e umidità per terra. Il professor Riccardi entra nei tuguri e parla con i migranti. Nessuno protesta più di tanto per le paghe basse o per le condizioni di vita, ma tutti chiedono una cosa solo: la carta, il permesso di soggiorno, il diritto di sentirsi cittadini. E’ il frutto di leggi assurde contro gli immigrati. Il ministro rifiuta la polemica: “L’integrazione va costruita, qui non si tratta di rivolgersi al passato per stracciarsi le vesti, ma di aprire una stagione diversa”.</p>
<p><strong> Il sindaco di Rosarno si chiama Elisabetta Tripodi, è stata eletta in una coalizione di centrosinistra, ha organizzato il campo da 120 posti e chiesto altri container che la Protezione civile le ha però rifiutato.</strong> Quanti soldi ha avuto dalla regione? “Zero. Sto ancora aspettando i 25mila euro per l’emergenza di un anno fa, dei 3 milioni di euro promessi per la costruzione di alloggi popolari da destinare ai migranti neppure l’ombra”. Promesse, piani mai realizzati nella Calabria degli sprechi, il  ministro annota tutto, nella sala riunioni del Comune ascolta. Parla Mamma Africa, Norina Ventre, una anziana signora che da vent’anni assiste chi ha la pelle di un altro colore. “Domenica avevo 200 persone da sfamare, c’è bisogno di un centro di accoglienza”. Cristiana, donna e mamma del Ghana che chiama “papà” il ministro: “Ho due figli da mantenere, vanno a scuola, sono da undici anni qui in Italia ma non ho ancora la cittadinanza”. E poi Adam, bracciante di colore, rappresentante di “Africalabra”. E il senegalese Mamadù che parla della necessità del contratto, “perché la Bossi Fini dice che se perdi il lavoro perdi anche il permesso”. “La situazione – è il commento del ministro &#8211; è di vera emergenza, come soluzione provvisoria, sarà realizzata una tendopoli nel territorio del comune di San Ferdinando, accanto a Rosarno, dove saranno trasferiti molti immigrati che in questo momento stanno trovando rifugio in situazioni inaccettabili. </p>
<p><strong>Ma c’è bisogno di “una fase due. Siamo in presenza di lavoratori fedelmente stagionali per cui è necessario lavorare alla loro integrazione, costruire un ponte tra loro ed i cittadini di Rosarno, a partire dalla lingua. In un momento di crisi, di poco lavoro anche per gli italiani, occorre spiegare bene a questi nostri amici che non rimarranno soli”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2012)</p>
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		<title>Le mani della criminalità</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 09:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Roma, 10 gennaio 2012.
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).
Il video è stato realizzato da Francesco Perrella
]]></description>
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<p><strong>Roma, 10 gennaio 2012.</strong><br />
Presentazione del XIII rapporto di Sos Impresa dal titolo &#8220;Le mani della criminalità sulle imprese&#8221;.<br />
Interventi di Lino Busà (Presidente Sos Impresa), Valerio Perrone (imprenditore), Vito Quinci (imprenditore), Lorenzo Diana (Presidente Rete per la Legalità).</p>
<p>Il video è stato realizzato da Francesco Perrella</p>
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		<title>Mi raccomando &#8220;legalmente&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 04:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
(di Luca Rinaldi)
Quando mi capita di mangiare a casa per pranzo so che c&#8217;è una cosa off-limits. E&#8217; la tv sintonizzata su &#8216;La prova del cuoco&#8217;, che mia madre segue assiduamente. Nelle ultime settimane, quando la massaia Antonella Clerici lancia la &#8216;reclam&#8217;, mi imbatto in uno spot che più d&#8217;una volta mi ha fatto andare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/z_LMzws1gsg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(di Luca Rinaldi)<br />
<strong>Quando mi capita di mangiare a casa per pranzo so che c&#8217;è una cosa off-limits. E&#8217; la tv sintonizzata su &#8216;La prova del cuoco&#8217;, che mia madre segue assiduamente</strong>. Nelle ultime settimane, quando la massaia Antonella Clerici lancia la &#8216;reclam&#8217;, mi imbatto in uno spot che più d&#8217;una volta mi ha fatto andare l&#8217;acqua di traverso.<br />
Storia: all&#8217;interno di un bar tabacchi lavora una ragazza molto carina, che quotidianamente incrocia il protagonista dello spot con cui si scambiano occhiate compiacenti. Fin qui nulla di strano. Nulla di strano nemmeno nel fatto che il ragazzino, diciottenne, una volta a casa si vesta bene e di tutto punto per ritornare al bar dalla ragazza (pensiamo noi comuni mortali).<br />
<strong>Il padre vedendo la scena del figlio intento a vestirsi come un damerino, crede che il ragazzo stia andando a conoscere una ragazza, stupito che fosse la sua <
<prima volta>></strong>. Ma lui ormai è maggiorenne&#8230; Il padre si raccomanda di fare tutto &#8220;legalmente&#8221; e gli consegna pure un fiorellino da portare all&#8217;incontro. Povero padre illuso&#8230;<br />
Il figliolo baldanzoso come la musichetta di sottofondo va al bar tabacchi e&#8230; gioca al superenalotto, ma, sia chiaro, legalmente&#8230; E poi voi dite quel che volete sul gioco d&#8217;azzardo, legale o meno, ma spero che i ragazzi, legalmente, vadano più spesso a fare l&#8217;amore che giocare al Superenalotto o alle macchinette videopoker, poker on-line e affini.<br />
Una brutta pubblicità di dubbio gusto questa commissionata dall&#8217;AAMS. Vogliamo dire che potrebbe esserci qualcosa di positivo per le casse dello Stato? Forse, ma intanto, per esempio, di quei 500milioni l&#8217;anno che dovevano poi entrare nelle casse per il terremoto in Abruzzo, si sa poco e niente. I concessionari che avrebbero dovuto prendersi una multa totale di circa 58miliardi di euro (23,8 dalla sola Atlantis, coinvolta nel caso Bpm), e invece, nonostante i 136 mila dei 207 mila apparecchi presenti in Italia che non hanno dialogato con i Monopoli di Stato, la multa, con piaceri bipartisan di sinistra e destra, è scesa a una trentina di milioni scarsi.<br />
Prima di pubblicizzare il gioco, quello d&#8217;azzardo, con tutto ciò che accade (vedi le infiltrazioni della criminalità organizzata per esempio), bisognerebbe pensarci un milione di volte, figurarsi tirare in mezzo ragazzi appena maggiorenni per indurli al gioco. Legalmente, dicono, ma quella pubblicità, e parlo a titolo personale, è un obbrobrio. Come è incredibile che nei piani regolatori della maggior parte dei comuni italiani, non vi siano delle restrizioni particolari sulla vicinanza di apparecchi videopoker a scuole e centri ricreativi.<br />
Insomma, <strong>se proprio dovete fare qualcosa &#8220;legalmente&#8221;, provateci e fate l&#8217;amore con la ragazza del bar-tabacchi,</strong> al gioco, se siete appena maggiorenni, pensateci a ridosso della pensione, o non pensateci proprio.</p>
<p>(lucarinaldi.blogspot.com)</p>
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		<title>‘Ndrangheta, le domande che avremmo voluto fare a Giuseppe Scopelliti</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/12/%e2%80%98ndrangheta-le-domande-che-avremmo-voluto-fare-a-giuseppe-scopelliti/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 15:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ 
“’Ndrangheta, il primo passo è parlarne”. Slogan efficace, sacrosanto, il grimaldello che spacca ogni omertà. Ci piaceva, per questo siamo andati con le nostre telecamere ad intervistare il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti in visita a Milano per presentare “Il museo della ‘ndrangheta”. Il governatore, che ha parlato a lungo, e a lungo si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/qmz99b21jX4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>“’Ndrangheta, il primo passo è parlarne”. Slogan efficace, sacrosanto, il grimaldello che spacca ogni omertà. Ci piaceva, per questo siamo andati con le nostre telecamere ad intervistare il governatore della Calabria <strong>Giuseppe Scopelliti </strong>in visita a Milano per presentare “Il museo della ‘ndrangheta”. Il governatore, che ha parlato a lungo, e a lungo si è lasciato intervistare dalla <strong>Rai</strong>, si è rifiutato di parlare con <strong><em>Il Fatto quotidiano</em></strong>. Padronissimo di farlo, ovviamente, liberissimo di mostrare qual è la sua concezione del pluralismo e il suo rispetto per la libertà di informazione. Ecco le domande che avremmo voluto fare:</p>
<ol>
<li>Due consiglieri regionali eletti nelle sue liste, <strong>Zappalà</strong> (arrestato perché andava a chiedere voti al boss <strong>Pelle</strong>) e <strong>Morelli </strong>(socio in affari con la famiglia <strong>Lampada</strong>), sono stati arrestati per rapporti con la mafia. Lei era ed è anche coordinatore regionale del Pdl, sceglieva uomini e formava liste. Dove ha sbagliato e perché?</li>
<li>Riguardo all’onorevole Zappalà, in una recente dichiarazione lei ha detto che non sapeva, non immaginava, che bisognerebbe buttare la chiave della cella dove è rinchiuso. In una lettera aperta, la moglie di Zappalà la invita a guardare “alle travi conficcate negli occhi di tante persone che vagano nei territori della politica senza che nessuno decida, non dirò di gettare le chiavi, ma di usarne per fare uscire gli odori malsani che vi stazionano”.</li>
<li>Cinque pentiti, in circostanze di tempo e in occasioni processuali diverse, parlano degli appoggi elettorali delle cosche per le sue campagne elettorali. Cosa risponde?</li>
<li><strong>Paolo Martino</strong>, ritenuto dalla direzione distrettuale antimafia di Milano, un boss di ‘ndrangheta, dice di averla incontrata a Milano qualche anno fa per aiutarla a stabilire contatti con <strong>Lele Mora</strong>.</li>
<li>E’ vero che la sede del suo comitato elettorale nel 2007, quando era candidato a sindaco di Reggio Calabria, le fu offerta gratuitamente da <strong>Gioacchino Campolo</strong>, il re dei videopoker, oggi in galera?</li>
<li>Cosa ci può dire del buco di bilancio da <strong>170 milioni di euro</strong> scoperto dalla Procura di Reggio e dagli ispettori del Ministero del Tesoro, e del suicidio della superconsulente dottoressa <strong>Orsola Fallara</strong>?</li>
<li>Pensa davvero che la politica e le istituzioni in Calabria siano pienamente libere da influenze mafiose e che i casi Zappalà e Morelli siano casi isolati?</li>
</ol>
<p>Ecco, queste sono le domande a cui il governatore Scopelliti si è rifiutato di rispondere.</p>
<p>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/ndrangheta-domande-avremmo-fatto-scopelliti/176622/</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 10 dicembre 2011. Il video  di Franz Baraggino)</p>
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		<title>La squadra antimafia</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/11/la-squadra-antimafia/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 19:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Corica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<category><![CDATA[Mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale di Calcio]]></category>
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Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.
“Il potere dei segni contro il segno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8369" href="http://www.malitalia.it/2011/11/la-squadra-antimafia/donluigi/"><img class="alignnone size-full wp-image-8369" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/donluigi.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>Don Luigi Ciotti è stato il vero “fuoriclasse della giornata</strong>” durante l’allenamento di ieri della nazionale di calcio a Rizziconi, sul terreno confiscato alla cosca di Teodoro Crea. Così l’ha definito il giornalista Marco Mazzocchi, che ha presentato gli ospiti presenti ad uno degli eventi più importanti della Calabria.</p>
<p><strong>“Il potere dei segni contro il segno del potere mafioso</strong>” ha tuonato dal campo don Ciotti, invitando la Lega nazionale di calcio a far parte di Libera, ad entrare nella rete della legalità che si oppone ogni giorno allo strapotere mafioso.“Il problema delle mafie non è solo in Calabria, non è solo la ‘ndrangheta – ha proseguito il numero uno di Libera - le mafie sono presenti in tutta Italia”. E da qui l’invito alla politica a fare leggi a sostegno dei lavoratori, andare oltre la mera repressione del fenomeno. <strong>“La lotta alla mafia la si fa a Roma, in parlamento, con le leggi giuste” ha sottolineato don Luigi.</strong> Il ringraziamento è andato alle forze dell’ordine, al loro impegno quotidiano nella battaglia contro la criminalità. Ma senza leggi giuste per don Ciotti “non ci libereremo mai dalle mafie”. È la terza volta che, infatti, si inaugura il campo di calcetto a Rizziconi, perché negli anni le cosche hanno premuto affinchè quel luogo non diventasse l’emblema della legalità.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/6frVkr028gE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Ma la giornata di ieri ha segnato una rottura con il passato</strong>. L’impegno del commissario che guida il comune di Rizziconi , Fabrizio Gallo, per far allenare gli Azzuri nella Piana di Gioia Tauro, non è stato vano. Perché questa data sarà segnata come una pagina storica, memorabile, per la Calabria, per quella Calabria che si ribella, che gioisce e festeggia, che sventola il tricolore per chiedere libertà dalle mafie, che crede al riscatto e al cambiamento. L’auspicio, infatti, così come l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha avuto modo di dire, è che questo sia “un punto di partenza e non di arrivo”. L’entusiasmo dei giovani tifosi che affollavano gli spalti e <strong>l’appassionato intervento di don Ciotti</strong> hanno contagiato anche i giocatori. A partire da Claudio Marchisio che ai giornalisti ha confessato: “ci siamo sentiti piccoli piccoli”, così come lo stesso capitano Luigi Buffon, il quale ha evidenziato che le “coscienze si smuovono con la cultura”. <strong>Il ct Cesare Prandelli, si è detto convinto di aver partecipato ad una “giornata storica” ed ha incitato i ragazzi a “non mollare mai”, mostrandosi una persona semplice, in mezzo ai tanti giovani che lo guardavano con ammirazione, mentre diceva che va via da Rizziconi “arricchito</strong>”.</p>
<p>Il presidente Abete non si è fatto sfuggire l’invito di don Ciotti per fare entrare la Nazionale di calcio nel circuito di Libera. E il calabrese doc Rino Gattuso, nonostante il problema all’occhio che l’ha costretto ad una pausa dai campi di calcio, ha voluto essere presente, accogliendo le ovazioni del pubblico e arbitrando la quadrangolare degli Azzurri in campo. </p>
<p><strong>Perché lo sport è aggregazione e bene ha fatto don Ciotti a ricordare che le cosche nella Piana hanno messo le mani anche sul calcio, gestendo direttamente alcune società sportive, come l’Interpiana e la squadra di calcio di Rosar</strong>no, così come emerso da recenti operazioni antimafia. Ma se anche lo sport diventa “trasparente, pulito”, può rappresentare e unire la parte sana della società.</p>
<p>Fuori dal coro dei festeggiamenti i cittadini di Rizziconi, che abbiamo ascoltato girando per le vie del paese, prima dell’arrivo della Nazionale. <strong>Non si sono sentiti partecipi perché, gran parte di loro, ha definito quella di ieri “una passerella, una manifestazione di facciata</strong>”. Altri si lamentavano per non avere ottenuto il pass per entrare nel campetto che, comunque, era stracolmo data la limitata disponibilità di posti che può avere un campo di calcio a cinque.</p>
<p><strong>Questa è l’altra faccia di una Calabria che aspetta qualcosa di concreto</strong>, che sente così forte la presenza mafiosa da aver perso la fiducia, essendo stanca della retorica sulla mafia di cui i politici si riempiono la bocca. D’altra parte, in questi giorni, i rizziconesi hanno letto tantissimi articoli sulla stampa “soprattutto nazionale” che a parere loro, non rispondono al vero. Anche a Rizziconi, come in tutti gli altri paesi della Piana, s’incontrano esponenti mafiosi per le vie della città, e tutto sembra normale. Chi vive in questi paesi sa che non è uno scandalo, che un criminale qualsiasi è libero e sta in mezzo alla gente ed è proprio lì che il condizionamento mafioso nei piccoli centri del Sud Italia si fa forte. Dal 2007, i 130 ragazzi della scuola calcio di Rizziconi, si allenano in quel campetto, senza pressioni da parte dei boss. Ciò significa che non è un fattore di disturbo per la mafia. Che i ragazzi “possono giocare”. </p>
<p>La giornata di ieri è importante proprio per questo: <strong>perché da oggi in poi i piccoli sportivi sanno di poter giocare su un terreno confiscato ai boss: ne sono consapevoli i loro genitori e gli stessi mafiosi, che ora sanno anche che su quel campo c’è don Ciotti e la firma di Libera</strong>.</p>
<p>Presenti i massimi esponenti delle forze dell’ordine e il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, il prefetto Luigi Varratta, il vice prefetto Maria Rosaria Laganà; oltre al vescovo della diocesi di Oppido-Palmi, Luciano Bux e l’uomo di Libera in Calabria, don Pino De Masi.</p>
<p>Segue il saluto rituale del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, il presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico e il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa. Non sorprende che le parole siano state solo quelle di rito, poche, pochissime dei politici, di fronte alla pienezza delle parole disarmanti di don Ciotti.</p>
<p>A godersi lo spettacolo di libertà e gli Azzurri in campo, fra gli altri, anche la deputata di Fli, Angela Napoli, il capogruppo del Pd in Commissione Antimafia, Laura Garavini, l’ex prefetto di Reggio Calabria che rappresenta il Pd calabrese al Senato, Luigi De Sena, il procuratore Giuseppe Creazzo, il parlamentare del Pd, Marco Minniti e buona parte dei sindaci della Piana di Gioia Tauro.</p>
<p><strong>Presenti infine i genitori del piccolo Domenico Gabriele (Dodò) assassinato durante una partita di calcetto a Crotone, Stefania, la figlia di Vincenzo Grasso, ucciso con una autobomba, i rappresentati della cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla ‘ndrangheta, Valle del Marro. Mentre don Ciotti ha portato in mattinata un fiore sulla tomba di Francesco Maria Inzitari, giovane rizziconese vittima della mafia.</strong></p>
<p>​<br />
Per una volta è stato possibile davvero <strong>“dare un calcio al pizzo, dare un calcio alle mafia</strong>” così come c’era scritto sul pallone donato alla squadra da don Ciotti prima del fischio d’inizio della partita. </p>
<p> (pubblicato su <a href="http://www.lindro.it">www.lindro.it</a>)</p>
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		<title>Processo Rostagno: deposizione di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 11:24:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<title>Mercure:rischio centrale</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 16:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve inchiesta, le voci della gente, i luoghi. Malitalia ha voluto vedre cosa succede nella Valle del Mercure

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una breve inchiesta, le voci della gente, i luoghi. Malitalia ha voluto vedre cosa succede nella Valle del Mercure</p>
<p><object width="560" height="349"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/EEXEj-YETHc?version=3&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/EEXEj-YETHc?version=3&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="349" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Trovare un&#8217;altra vita</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 09:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato. Ieri l’attrice Angelina Jolie ha visitato Lampedusa, che negli ultimi mesi è stato l’emblema del fenomeno immigrazione.
I dati dell’UNHCR ci parlano di 44 milioni  di persone che hanno vissuto lontano dalla propria casa e questo solo nel 2010. Circa un terzo sono rifugiati, 850 mila sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/ok13wUhwYrk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato. Ieri l’attrice Angelina Jolie ha visitato Lampedusa, che negli ultimi mesi è stato l’emblema del fenomeno immigrazione.</p>
<p>I dati dell’UNHCR ci parlano di 44 milioni  di persone che hanno vissuto lontano dalla propria casa e questo solo nel 2010. Circa un terzo sono rifugiati, 850 mila sono in cerca di asilo.</p>
<p>Gli immigrati, clandestini e non, i rifugiati, i richiedenti asilo sono oramai un grande popolo in movimento che ci scuote e ci fa fare i conti con la nostra staticità. Con una società che ha pensato di essere arrivata. Di potersi sedere e guardare il mondo che passa. E invece no il mondo non solo passa ma ci trascina, cambiano i nostri riferimenti. Non possiamo più vivere chiusi nel nostro orticello, dobbiamo aprire le porte ad un nuovo modo di vivere, a nuove lingue. L’integrazione è il nostro futuro come lo è stato cent’anni fa per altri paesi, come gli Stati Uniti così come ha ricordato la Jolie ieri.</p>
<p><iframe width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/4C9Xz6j2W5U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Ma l’immigrazione è anche un fenomeno economico attorno a cui girano interessi legati ai permessi di soggiorno, al caporalato, agli scafisti, ai “venditori” di esseri umani, al lavoro sottocosto, al crimine organizzato.</p>
<p>Datori di lavoro italiani che fanno richieste di lavoratori stranieri dietro un compenso che varia tra i 4 ai 7mila euro a richiesta. Le persone che arriveranno diventeranno poi clandestine, senza documenti e facilmente sfruttabili  e ricattabili. E così si stravolge anche il mondo del lavoro , si cambiano le regole del gioco non solo per gli extracomunitari ma anche per i nostri lavoratori.</p>
<p>La Caritas, inoltre, contraddice alcuni dati del Ministero dell’Interno. Non è vero che i più arrivano dal mare molti arrivano regolarmente in aereo con visti di soggiorno per turismo o studio e dopo 3 mesi diventano clandestini.</p>
<p>Il fenomeno va guardato in tutta la sua complessità e soprattutto a quanti i clandestini, gli immigrati sono utili?</p>
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		<title>Ciao Roberto. Ciao mio indimenticabile capocronista</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 06:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Morrione]]></category>

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(di Barbara Scaramucci)
Il dolore per la morte di Roberto è così acuto che non riesco a raccontare i tanti pezzi di storia professionale comune e tutto quello che mi ha insegnato non solo dal punto di vista giornalistico. Roberto Morrione è stato un grande uomo, uno di quelli che devi solo essere felice, e grato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6921" href="http://www.malitalia.it/2011/05/ciao-roberto-ciao-mio-indimenticabile-capocronista/roberto-morrione_280xfree/"><img class="alignleft size-full wp-image-6921" title="roberto-morrione_280xFree" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/roberto-morrione_280xFree.jpg" alt="" width="280" height="215" /></a></p>
<p>(di Barbara Scaramucci)</p>
<p><strong>Il dolore per la morte di Roberto è così acuto che non riesco a raccontare</strong> i tanti pezzi di storia professionale comune e tutto quello che mi ha insegnato non solo dal punto di vista giornalistico. Roberto Morrione è stato un grande uomo, uno di quelli che devi solo essere felice, e grato a Dio o al destino, di averlo incrociato e di esserne stata davvero un po&#8217; &#8220;allieva&#8221;. </p>
<p>Voglio solo lanciare una proposta, tutta da definire e da mettere a punto a mente fredda: <strong>una serata fra un mese in un teatro romano per parlare di Roberto, per portare avanti il suo impegno nell&#8217;informazione sociale, per cercare di continuare a dare corpo alle sue idee</strong>, rivedendo anche molti suoi contributi televisivi, un appuntamento da organizzare con gli amici di Libera e della FNSI, ma anche con l&#8217;associazione Ilaria Alpi e con tutte le organizzazioni che possono essere interessate e con le quali Roberto ha collaborato.</p>
<p>Ettore Guastalla e tanti i colleghi di Rainews ci stanno già lavorando. E in quell&#8217;occasione lanciare con il sindacato un premio dedicato a Roberto che dovrebbe riguardare il giornalismo investigativo, d&#8217;inchiesta, ovviamente per i giovani. Roberto ne ha allevati tanti di bravi giornalisti, con una generosità che è difficile spiegare, sarà felice che nel suo nome altri giovani imparino il mestiere con le regole che per lui erano sacre: completezza, oggettività, imparzialità e mai nascondere una notizia, ma cercarle sempre, scavare, indagare, trovare la verità, anche se scomoda. Un giornalismo autenticamente da servizio pubblico che purtroppo anche alla Rai sopravvive solo in alcune aree e non, come dovrebbe essere, in tutta l&#8217;offerta informativa.</p>
<p><strong>Ma l&#8217;eredità di Roberto non andrà dispersa, siamo in tanti ad aver firmato un patto ideale per questo, come quando fondammo Articolo 21. Ciao mio indimenticabile capocronista!</strong></p>
<p><strong> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=x-tfeqSs7HU">http://www.youtube.com/watch?v=x-tfeqSs7HU</a></strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Articolo 21)</strong></p>
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		<title>Salus Iniqua: l’indagine che mostra il volto di cos’è la nuova mafia</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/05/salus-iniqua-l%e2%80%99indagine-che-mostra-il-volto-di-cos%e2%80%99e-la-nuova-mafia/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 12:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Giammarinaro]]></category>
		<category><![CDATA[Linares]]></category>
		<category><![CDATA[Sgarbi]]></category>

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È il primo colpo messo a segno. Da meno di sei mesi siede sulla poltrona di capo della Divisione anticrimine della Questura di Trapani dopo essere stato a lungo capo della Squadra Mobile. Giuseppe Linares, promosso primo dirigente ha dovuto lasciare l’ufficio investigativo passando ad un altro genere di indagini, quelle che forse oggi più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-6869" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/05/fototrapani-300x130.jpg" alt="" width="300" height="130" /></p>
<p><strong>È il primo colpo messo a segno</strong>. Da meno di sei mesi siede sulla poltrona di capo della Divisione anticrimine della Questura di Trapani dopo essere stato a lungo capo della Squadra Mobile. Giuseppe Linares, promosso primo dirigente ha dovuto lasciare l’ufficio investigativo passando ad un altro genere di indagini, quelle che forse oggi più di ieri servono per colpire la criminalità organizzata e mafiosa, i complici di Cosa nostra, usando l’arma delle misure di prevenzione. Quei provvedimenti che danno origine ai sequestri e poi alle confische.</p>
<p>La Divisione anticrimine tra gennaio e marzo scorso ha messo a punto la misura di prevenzione che ha portato il Tribunale di Trapani ad applicare per la prima volta, da quando è entrato in vigore il pacchetto sicurezza del Viminale, un sequestro preventivo, riconoscendo la pericolosità sociale del soggetto che controllava il relativo patrimonio: 35 milioni di beni, nella maggiorparte dei casi quote sociali di centri di assistenza sanitaria. Destinatario l’on. Pino Giammarinaro, proposto per 5 anni di sorveglianza speciale, ed i suoi prestanome finiti indagati per riciclaggio.</p>
<p><iframe width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/hSuFaTWvDPw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>La borghesia mafiosa</strong>. In conferenza stampa il dott. Linares è stato «lapidario»: «Gli elementi raccolti contribuiscono non poco a qualificare la condotta del Giammarinaro, anche alla luce di numerosi pronunciamenti giurisprudenziali, sintomatica di una contiguità consapevole e costante agli interessi della associazione mafiosa, di una mentalità improntata esclusivamente a stilemi tipici della consorteria mafiosa trapanese». «Dalla disamina dei vari episodi di cui si è reso protagonista, il Giammarinaro &#8211; hanno sostenuto gli investigatori &#8211; risulta la prototipica espressione di quella “borghesia mafiosa” che ha rivoluzionato i contorni classici della figura del soggetto indiziato di contiguità mutualistica all&#8217;associazione mafiosa “Cosa nostra”, figura che le più recenti sentenze penali riguardanti le indagini sui mandamenti mafiosi della Provincia di Trapani hanno visto imporsi in un vincolo di strumentale collusione e ciò a prescindere da una qualsivoglia formale adesione alla stessa (che oggi, peraltro, è risultata assai meno usuale di un tempo)».</p>
<p>«Siamo dinanzi – ha proseguito Linares – dinanzi al metodo mafioso “sommerso” voluto dal latitante Matteo Messina Denaro». «Non è la mafia che mette l’attak – ha aggiunto il neo capo della Squadra Mobile Giovanni Leuci – ma una mafia che in questo modo controlla le imprese, le società, gli enti locali, dall’interno, è una mafia che crea benessere, posti di lavoro, raccoglie l’indispensabile consenso sociale».</p>
<p>A fare i cosidetti «conti in tasca» all’on. Giammarinaro sono state le Fiamme Gialle : «Credo che l’entità del sequestro – ha detto il maggiore Matteo Amabile comandante del nucleo della Guardia di Finanza di Trapani – è determianta in 35 milioni non certo per eccesso ma per difetto. Abbiamo riscontrato una situazione incredibile con familiari, parenti, clientele di vario genere garantite con le assunzioni».</p>
<p>Il capo della Mobile Leuci ha illustrato invece l’indagine della Procura di Trapani per la quale sono stati notificati sette avvisi di conclusione delle indagini (ipotesi intestazione fittizia di beni, falso nel rilascio di ceritifcati medici, favoreggiamento nell’elargizione di contributi pubblici) .</p>
<p><strong>Mi presento, mi chiamano “Pino Manicomio”</strong>. A Salemi all&#8217;on. Pino Giammarinaro alcuni lo conoscono, e lo appellano, così sono stati sentiti dire dagli investigatori che stavano «ascoltando» alcune utenze telefoniche, come «Pino manicomio». Uno che lo chiamava in questa maniera era l’attuale addetto stampa del sindaco Sgarbi, il giornalista Nino Ippolito. Il «tentativo di condizionamento» del Comune di Salemi, è uno dei capitoli dell’indagine. Il sindaco Sgarbi non è assolutamente indagato, esce dall’inchiesta quasi come una «vittima» ma «consapevole», o almeno al contrario del suo ex assessore Oliviero Toscani, il fotografo famoso nel mondo, non è mai andato in procura a denunciare «pressioni» dell’ex deputato, che anzi lui ieri ha scelto ancora di difendere. La vicenda di «Pino manicomio» esce però in un contesto in cui Ippolito parlando con l’assessore Bivona informa questa che Giammarinaro stava andando in aeroporto a prelevare Sgarbi per fargli firmare una delibera con la quale designava l’assessore Calistro (cognato di Giammarinaro) rappresentante del Comune all’interno dell’Unione dei Comune belicini che si apprestava a sfruttare un finanziamento per i 150 anni dell’unità d’Italia.</p>
<p>C’è poi l’aspetto rilevante del «condizionamento» esercitato secondo inquirenti e investigatori di Polizia e Finanza, all’interno della sanità pubblica, che da quando Giammarinaro fu nominato negli anni ’80 presidente dell’allora Usl 4 di Mazara, era diventata la sua fonte principale di attività, costruendo un vero e proprio potere rimasto non intaccato nonostante una precedente misura di prevenzione, una sorveglianza speciale per 4 anni che da poco l’ex deputato ha finito di scontare.</p>
<p>Una carriera quella di Giammarinaro interrotta dalle grane giudiziarie. Dall’Usl 4 nel 1991 aveva fatto il salto a Sala d’Ercole, eletto deputato regionale della Dc con 50 mila preferenze. Capo della componente andreottiana, era stato proprio il senatore a vita Giulio Andreotti ad affiancarlo in una affollata manifestazione al palazzetto dello sport. A metà anni ’90 però le indagini, i pentiti lo indicano in combutta con la mafia, a Marsala la Procura indaga sulla malagestione dell’Usl. Esce assolto dal processo di mafia, ma condannato per peculato e concussione. E quindi sorvegliato speciale. Anche allora erano emerse «interferenze» nella politica e negli enti locali. Una pericolosità sociale che secondo i giudici invece che fermarsi è ancora di più cresciuta.</p>
<p><strong>La “tassa” per diventare deputato. La storia dello zio Calò</strong>. C’è un «filo rosso» all’interno dell’indagine che ha portato al sequestro dei beni nei confronti dell’ex parlamentare regionale Pino Giammarinaro. Ed è il filo dei collegamenti politici. Da sorvegliato speciale oltre che violare le norme, continuando a gestire e ad accrescere con «metodologia mafiosa» il proprio patrimonio, ha continuato ad occuparsi di politica, e veniva trattato da pari a pari da esponenti politici regionali e nazionali che pur sapendolo un sorvegliato speciale non si traevano indietro dall’avere contatti e incontri con lui.</p>
<p>I nomi citati nel provvedimento emesso dal Tribunale di Trapani sono diversi, quelli più importanti sono dell’attuale ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, all’epoca in cui però questi era il capo indiscusso dell’Udc siciliana, dell’allora Governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, e poi via via a scendere sino a livello locale.</p>
<p>Nel capitolo della politica vi sono vicende oggetto di approfondite indagini. Come il retroscena dell’elezione a deputato dell’ex presidente dell’ordine dei medici Pio Lo Giudice. Questo fu convinto da Giammarinaro a candidarsi e fu alle ultime regionali l’unico parlamentare dell’Udc eletto (adesso è transitato con l’Api di Rutelli). Già durante la campagna elettorale qualcosa era suonato in modo strano, in particolare gli incontri elettorali ai quali Giammarinaro era sempre presente e che concludeva con una «novella»: raccontava, parlando con Lo Giudice, della storia di un politico potente agrigentino, “u zu Calò” che un giorno notificò al parlamentare che era eletto che non lo sarebbe stato più, dandogli pubblicamente dell’«ex» quando ancora era in carica.</p>
<p>Il «messaggio» a Lo Giudice insomma arrivò forte e chiaro su quello che avrebbe dovuto fare e su come sarebbe finita se avesse girato a lui le spalle. Non contento a Lo Giudice a risultato ottenuto notificò una richiesta: il pagamento di 200 mila euro per spese elettorali sostenute. Lo Giudice protestò, si rivolse al segretario del partito Romano e da questi ebbe ad apprendere che a Giammarinaro direttamente erano stati consegnati 40 mila euro di rimborso elettorale che in realtà sarebbero spettati a lui. Lo Giudice sarebbe stato sottoposto a vere e proprie «pressioni psicologiche». Di soldi e politica ha parlato anche l’ex consigliere comunale di Marsala Enzo Laudicina: alle precedenti elezioni regionali 20 milioni di lire Giammarinaro li ebbe a chiedere all’allora deputato, appena eletto, sempre dell’Udc, Norino Fratello. Come se c’era una tassa non scritta da dovere pagare per il seggio in Parlamento.</p>
<p>Quanto contasse Giammarinaro era ben noto anche a politici locali come Girolamo Turano, attuale presidente della Provincia. In una conversazione intercettata, Turano lamentava la capacità di Giammarinaro di pilotare, anche  grazie a dirigenti compiacenti, le sorti di nomine, incarichi  e concorsi indetti dalla A.S.L. di Trapani.</p>
<p><strong>L’omicidio di un infermiere che faceva il manager delle dialisi</strong>. L’1 ottobre del 2002 fu trovato ucciso nella spiaggia di Capo Feto. Si chiamava Salvatore Capizzo. Aveva 44 anni, era originario di Salemi, da tempo abitava a Mazara, infermiere professionale. Ma quello che stupì gli investigatori fu la circostanza che nella sue tasche gli vennero rinvenuti agendine e appunti con annotazioni relative questioni sanitarie, numeri di telefono di dirigenti della sanità, dell’on. Pino Giammarinaro. Un infermiere dai tanti, forse troppi contatti. Un delitto irrisolto e però partendo da questo omicidio, risalendo via via la china di «rapporti pericolosi» la Squadra Mobile completò un rapporto investigativo finito alla Dda di Palermo e ora tornato alla competenza della Procura di Trapani. È da questa inchiesta che ha preso anche spunto la misura di prevenzione e il sequestro di beni, nonchè il filone di inchiesta «esploso» con la notifica di avvisi di conclusioni delle indagini e avvisi di garanzia.</p>
<p>Cosa si è scoperto dietro il delitto Capizzo?  La gestione «occulta» dell’on. Giammarinaro di alcune «Rsa». (residenze socio assistenziali) ricadenti, in particolare, a Mazara e Salemi, nonché un centro di emodialisi di Mazara, dove l’ex deputato risultava essere socio occulto proprio con Capizzo che all’epoca del delitto pensava ad aprire anche una attività sanitaria a Trapani. Capizzo era amministratore unico del  «Centro Emodialisi Mazarese», ma i «contatti» tra Capizzo e Giammarinaro non sarebbero stati solo dentro il «Cem». Erano anche di altra natura. Capizzo infatti si sarebbe preso cura della latitanza dell’on. Giammarinaro quando questi era ricercato tra il 1995 e il 1996. Custodiva libretti al portatore, si sarebbe fatto prmotore di raccolte di denaro nei confronti del politico.</p>
<p>Un politico potente Giammarinaro. Di lui hanno parlato alcuni pentiti di mafia come Salvatore Lanzalaco, Antonino Giuffrè e Mariano Concetto, lo hanno indicato come «snodo fondamentale delle dinamiche criminali della consorteria mafiosa dell’intera provincia di Trapani», quella capeggiata dal latitante Matteo Messina Denaro. Il boss, capo mafia di Castelvetrano, che si dice durante la sua latitanza si è potuto muovere guarda caso nascosto dentro delle «ambulanze»a e il delitto Capizzo sono le ombre che si stagliano sull’opwerazione «Salus iniqua».</p>
<p><strong>Il controllo della sanità pubblica</strong>. Oltre alla gestione di una rete di società attraverso «obbedienti prestanome», era proprio Giammarinaro a decidere gli avanzamenti di carriera e le nomine di primari. Aveva propri «fedelissimi» nei posti-chiave dell’azienda sanitaria provinciale, primo fra tutti Giuseppe «Pippo» Cangemi, per anni direttore sanitario della Asl.</p>
<p>La scelta dei sanitari da promuovere era vincolata dall’appartenenza politica. E con questo criterio sarebbero stati scelti, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, due primari assegnati agli ospedali di Alcamo e di Salemi. I meriti professionali e i titoli non avevano alcuna rilevanza, i medici «scienziati» venivano fatti fuori in favore dei sanitari «scecchi» (frase contenuta in una intercettazione).</p>
<p>In un incontro in cui veniva decisa la spartizione di posti dirigenziali nella sanità trapanese, il medico Vincenzo Borruso si rivolgeva a Giammarinaro (che, malgrado l’obbligo di soggiorno, continuava a muoversi con facilità) per chiedergli: «Ma insomma, quando mi fai diventare primario?».</p>
<p>Proprio in quel momento era stato nominato il nuovo dirigente generale dell’Asl, Fulvio Manno. La prima preoccupazione di Borruso era stata quella di chiedere a Giammarinaro: «Questo direttore amico nostro è?». Girava voce infatti che Manno volesse «liquidare» Cangemi. Giammarinaro tranquillizzò subito il suo amico medico: «Ma chi racconta queste minchiate?».</p>
<p>Dalle convenzioni con le strutture socio-assistenziali alle nomine, dagli incarichi per tecnici di laboratorio ai concorsi per medici e primari. Con un «sistema» che contava su un formidabile retroterra politico Giuseppe Giammarinaro aveva, in pratica, messo le mani sulla sanità in provincia di Trapani.</p>
<p>«Per ora è lui che impera» diceva sconsolato al telefono l’ex deputato regionale dell’Udc Girolamo Turano, ora presidente della Provincia. Le intercettazioni offrono uno spaccato del «sistema» clientelare che aveva messo sotto controllo l’Asl 9 di Trapani.</p>
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		<title>Moby Prince vent’anni dopo</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 18:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Moby Prince]]></category>
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20 anni e due processi ma nessun colpevole per la tragedia del Moby Prince. Adesso si parla anche di nuove tracce audio.
Eppure due anni fa 5 foto satellitari, 5 scatti riaprono uno spiraglio di luce.5 scatti fuori l’orbita terrestre custodiscono un patrimonio di informazioni sensibili: la vera rotta seguita dal Moby Prince che il 10 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/MOBY.jpg" alt="" width="270" height="187" class="alignleft size-full wp-image-6495" /></p>
<p><strong>20 anni e due processi ma nessun colpevole per la tragedia del Moby Prince. Adesso si parla anche di nuove tracce audio</strong>.<br />
Eppure due anni fa 5 foto satellitari, 5 scatti riaprono uno spiraglio di luce.5 scatti fuori l’orbita terrestre custodiscono un patrimonio di informazioni sensibili: la vera rotta seguita dal Moby Prince che il 10 aprile del 1991 alle 22.27 si e’ infilato con la prua nella murata della petroliera Agip Abruzzo, alla fonda in rada nel porto di Livorno.<br />
<strong>28 sono i gradi di differenza tra una rotta sicura ed una rotta suicida</strong>, che avrebbe portato un palazzo galleggiante di 5000 tonnellate di stazza, guidato dal capitano ritenuto il piu’ esperto del gruppo Navarma, ad azzardare una virata facendo passare la poppa del traghetto ad appena 50 metri da una nave cisterna carica di idrocarburi. Per i 140 morti carbonizzati e asfissiati che il primo processo aveva liquidato come vittime di un incidente dovuto alla nebbia, sarebbe potuta arrivare giustizia se la pista, venuta fuori da uno scatolone “dimenticato” (e le virgolette sono d’obbligo) in una stanza del tribunale di Livorno, avesse dipinto un nuovo scenario. Uno scenario, dalla grafica complessa tipica delle immagini satellitari, che avrebbe potuto finalmente svelare cio’ che tutta una serie di documenti persi, andati distrutti o non considerati rilevanti avrebbe dovuto fare.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/BOWGU2QyG2c" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>I punti oscuri in questa vicenda sono troppi</strong>. La nebbia vista da alcuni testimoni e la voce registrata  di un marinaio della petroliera che, ai soccorsi, dice” siamo in rada a Livorno. Livorno ci vede!”.<br />
Siamo sul triangolo di miglia marine tra i piu’ sorvegliati d’Italia vista la posizione tra il presidio della Mariteleradar, sistema di telecomunicazioni della difesa; La Spezia con Sacland, nodo di intelligence militare; il centro radar di Poggio Lacceta e la stazione Nato di Poggio Ballone. Eppure non c’e’ un tracciato.<br />
E poi la posizione della petroliera alla fonda: dentro o fuori la zona interdetta all’ancoraggio?<br />
E l’unico superstite, il marinario Alessio Bertrand, che fornisce due versioni dell’accaduto.<br />
<strong>E spunta un’ipotesi tra l’inquietante e il fantascientifico: la presenza nel porto di Livorno, a quell’ora, di un frenetico traffico d’armi, bagaglio ingombrante di “desert storm” alla fine della prima guerra del golfo. Una movimentazione posta in essere tra navi militarizzate Usa e autorizzata dalla marina italia</strong>na.<br />
Ma che ruolo avrebbe avuto la Moby Prince?<br />
In che acque si e’ trovato a navigare un traghetto passeggeri che 8 ore e mezza dopo avrebbe dovuto attraccare ad olbia?<br />
Realistica l’ipotesi di un’avaria a tutta la strumentazione di bordo che avrebbe impedito di evitare la petroliera?<br />
Probabile un movimento della nave cisterna che ruota intorno all’ancora sconfinando nella zona interdetta e mettendosi di traverso alla rotta della Moby?<br />
O la nave nascondeva un carico esplosivo?<br />
<strong>Ma nessuna inchiesta e nessun processo ha saputo far  luce sul disastro avvenuto il 10 aprile 1991 in quello che, quella notte, e’ stato il porto delle nebbie.</strong></p>
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		<title>Per L&#8217;Aquila</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 06:37:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Protezione Civile]]></category>

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( di Samanta Di Persio da &#8220;Ju tarramutu&#8221;)
“Esco da una riunione dove i tecnici della protezione civile mi dicono che queste scosse sono normalmente monitorate. Non c’è alcun pericolo di nessun genere che queste scosse possano portare ad un effetto catastrofico. Pensate che anch’io che ho la delega alla protezione civile non dormo in tenda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/04/per-laquila/copertina_libro-ju-tarramutu-def/" rel="attachment wp-att-6457"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/04/Copertina_Libro-ju-tarramutu-def-213x300.jpg" alt="" title="Copertina_Libro ju tarramutu def" width="213" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-6457" /></a></p>
<p>( di Samanta Di Persio da &#8220;Ju tarramutu&#8221;)</p>
<p><strong>“Esco da una riunione dove i tecnici della protezione civile mi dicono che queste scosse sono normalmente monitorate. Non c’è alcun pericolo di nessun genere che queste scosse possano portare ad un effetto catastrofico. Pensate che anch’io che ho la delega alla protezione civile non dormo in tenda con le mie figlie. Solo il buon Dio sa quello che può succedere”</strong>                                                                                         Daniela Stati  Assessore regione Abruzzo<br />
                                                                                                            da Tv-uno, 23 marzo 2009</p>
<p>Vittima della disinformazione</p>
<p><strong>Mi piaceva stare ad Onna</strong>, qui avevo le mie radici, la mia famiglia. Ho ristrutturato la mia casa, le baracche intorno. Da gennaio stavo facendo dei lavori ad una vecchia stalla, dove volevo realizzarci un piccolo salottino. Avevo creato un piccolo borgo nel borgo. <strong>Negli  anni ’90 ristrutturammo la parte dove dormiva mia figlia Maria Paola.</strong> Spesi molti soldi. Un po’ fui aiutato dall’incentivo dato con il terremoto del 1984, per il resto ho pagato con tutti i miei risparmi da quando ho cominciato a lavorare. Le ristrutturazioni, molte fatte più di dieci anni fa, sono state fatte in base alle normative di allora. Forse dovevano essere più serie. L’ingegnere che fece i lavori a casa mia, adottò criteri antisismici. Fu fatto il tetto in legno, i cordoli per rinforzare ecc. I solai sono crollati. Ma solo dopo il 6 aprile abbiamo scoperto che cosa è stato sbagliato. La rete elettrosaldata andava messa dentro e dietro e legato con dei tiranti. Nella stanza dove è morta mia figlia c’era solo dentro, il cordolo era caduto al centro della stanza, non poteva essere rimosso. Mio padre ed io eravamo convinti, non so per quale motivo, che le case appoggiate una all’altra, in un certo senso si tenessero. <strong>Invece la parte dove dormiva mio figlio Domenico, è crollata perché ha avuto la spinta dalla casa accanto, dove viveva mio padre Domenico, morto anche lui</strong>.<br />
Il terremoto ad Onna è stato pazzesco. Il giorno dei funerali, il sindaco Cialente mi disse che dai loro rilievi la magnitudo massima di Onna è stata 7. Io e mia moglie ci siamo salvati perché la parte centrale ha retto. Il ricordo netto che ho è il rumore come uno shaker. Fino all’1.00 avevo rassicurato Maria Paola. Alle 3.32 è iniziata la scossa, mia moglie si è svegliata, l’ho stretta a me e mi ha detto: “E’ crollato qualcosa sul letto”. Mi sono alzato, ho raccolto il cellule da terra per farmi luce dovevo fare i cinque metri che mi portavano nella camera di mio figlio. <strong>Quando ho aperto la porta della sua stanza la scossa era finita, ma era già crollato tutto, lui gridava. La cosa assurda il silenzio subito dopo</strong>. È venuto mio fratello, si è salvato per miracolo anche lui. Quella notte c’era una luna che ti faceva vedere e non vedere. Guardavo verso Via dei Calzolai, dove è crollato tutto e sono morte una decina di persone, sembrava la scena di qualcosa terrificante. Scopri che in 20 secondi era finito tutto. Poi aspetti l’alba, con i figli morti sotto le macerie, perché di questo ce ne eravamo resi conto subito. Siamo scesi sotto, la mia macchina, ancora lì, è stata schiacciata da un edificio. Quella di mia moglie non era stata presa dalle macerie. Alle 6 di mattina, faceva freddo, eravamo in macchina. I soccorsi veri, al di là dei vicini di casa, sono arrivati alle 7 di mattina. Un vuoto di 3 ore. Non si riusciva a chiamare nessun numero, i telefoni non prendevano. Mia figlia è stata la prima ad essere tirata fuori dalla guardia di finanza. Mia madre è stata tirata fuori dai carabinieri alle 7.30/8.00 di mattina, è stata messa su una scala di fortuna. L’hanno portata sulla statale 17 dove hanno fermato una ambulanza che tornava vuota da Castel Nuovo. All’inizio si è diffusa la voce che i danni ed i morti erano lì. Paradossalmente passavano davanti ad Onna e non vedevano niente.  Io non avevo la forza di fare nulla. L’unica cosa che sono riuscito a recuperare la biblioteca, un vecchio pagliaio che ho ristrutturato circa 4 anni fa. Non è crollato perché dentro c’era la rete elettrosaldata, non c’era solaio ma solo il tetto di legno. Ad Onna è tutto distrutto, forse si salveranno una decina di case, che comunque saranno da mettere a posto.<br />
<strong>C’è stata da parte della protezione civile, dei sismologi un atteggiamento che ci ha tranquillizzati. Le scosse sono cominciate ufficialmente da dicembre. Come caporedattore del Il Centro  ad ogni scossa chiamavamo l’Ingv, ed ogni volta ci veniva ribadito che quasi sicuramente non ci sarebbe stata la scossa distruttiva. Il direttore e caporedattore sono di Napoli, hanno vissuto l’esperienza dell’Irpinia, perciò volevano che facessimo informazione, che seguissimo le scosse, le faglie.</strong>  Quando passano tre mesi, inizi a scherzarci sulla cosa, a fine marzo avevo scritto un pezzo su Il Centro: “Alzi la mano chi non dorme con un piede fuori dal letto?” Ormai non è tanto se faceva il terremoto ma si correva a vedere l’intensità, ormai facevano il toto magnitudo. Non pensavi mai al peggio, perché forse abbiamo la memoria corta. Il libro dello scrittore Muro Di Giangregorio(?) spiega che già dal 1800 L’aquila era pericolosa.<br />
Aspettavamo il risultato della riunione del 1 aprile con la commissione Grandi rischi, il sindaco, assessori, perchè il giornale aveva preparato un paginone con il numero delle scosse… mentre loro hanno detto: “E’ tutto a posto!”.  Ora si scoprono  le varie faglie, compresa quella di Paganica che non era stata studiata molto. Loro dovevano dire che questo sciame sismico può presupporre una forte scossa. Se state in una casa in cemento armato, potete stare abbastanza tranquilli, in una casa in pietre fate attenzione. Se io fossi stato messo in allarme in quel modo, forse farebbe venuto in mente anche a me di uscire fuori, di dormire in auto. Come operatore dell’informazione venivo informato male, e di conseguenza informavo male. Il paradosso è che la prima vittima sono stato io.<br />
Gli esperti  e le autorità locali dov’erano? Il sindaco è la massima autorità di protezione civile, può fare e disfare. Mi chiedevo come mai il comune non ci diceva nulla, perciò chiamai il vice sindaco Riga e gli chiesi:<strong> “Siccome ci sono tutte queste scosse, è stato previsto un piano di evacuazione?” lui rispose di sì, allora aggiunsi: “Facciamolo passare su tutti i mezzi di informazione locale.” Lui replicò: “Non possiamo fare una conferenza stampa, altrimenti rischiamo di fare allarmismo.” </strong>I lettori in quel periodo mi chiamavano al giornale, uno in particolare mi chiamò tre giorni prima del 6 aprile, abitava a Pettino, mi disse: “Ma è possibile che con tutte queste scosse non dicono nulla, dove dobbiamo andare…”  Richiamai al comune ottenendo sempre le stesse risposte. Mi cercarono anche amici di Onna. Luana era preoccupata, mi chiamò molte volte, aveva una bambina di 2 anni. È morta sotto le macerie. Un giorno incontrai Gabriella davanti casa e lo stesso mi fece domande. È morta anche lei. Si è giocato sulla vita delle persone.<br />
La scossa del lunedì 30 marzo. Ero a casa sul divano, subito dopo uscii fuori, trovai mia madre le dissi di non preoccuparsi. Mia figlia era in biblioteca è caduta una chitarra dietro di lei. Trovai altra gente per strada. Ma poi tutti a casa. Negli anni ’50, l’ignoranza aiutava quando c’era il terremoto si andava a dormire fuori. C’è stata una sottovalutazione enorme. Questo terremoto è stato devastante, non me ne sono reso conto subito, nel mio paese si vede l’effetto frullato. Tanti anni fa ho trovato un libro, scritto da un prete di Onna. Nell’elenco dei morti lessi annotazioni risalenti al 1703, scrisse che un orrendo scossone aveva fatto una sola vittima, le case (meno rispetto oggi) erano in piedi. Nel 2009 la chiesa è crollata, le vittime sono state 41 e decine di feriti. Gli esperti ci dicono che la scossa che c’è stata adesso è simile a quella del 1461, furono semi distrutti gli stessi paesi. Avevo la convinzione che il mio paese stando in piano non avrebbe avuto danni. Invece si scopre: Onna è su un terreno che accelera l’energia del terremoto, mentre Monticchio, a due chilometri, è su un terreno roccioso, quindi assorbe meglio la forza del terremoto. </p>
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<p><strong>Nel 1944 Onna ha subito una strage nazista</strong>. Sono state fucilate 17 persone e furono minate delle abitazioni. Fu un simbolo dell’assurdità della guerra e della violenza provocata dall’uomo. La stessa distruzione oggi è stata provocata dalla natura. In particolare c’è un’immagine di una casa, in via del Fiume, oggi via dei Martiri, sventrata completamente, come adesso. L’ho chiamato il paese del doppio dolore. <strong>Quando è venuto il primo ministro tedesco Angela Merkel si è rivolta alle donne dicendo: “State vicine ai vostri uomini, siete voi che dovete avere il coraggio di andare avanti</strong>” con un riferimento palese al 1944. Il 25 aprile ho incontrato Berardino, ha 80 anni. Nella strage perse il fratello. Un dolore immenso, alleviato solo con il tempo. Si è costruito una famiglia, ha avuto 4 figli. Mi ha detto: “Pure questo mi dovevo ricordare!” Per gli anziani il terremoto è un dramma, anche se non hanno perso affetti, è una vita che si ferma. Una vita stravolta senza più la tua casa, quindi senza niente. Chi si è trovato il paese distrutto allora, se lo trova distrutto anche ora. <strong>Il figlio di Berardino, mi ha detto che il papà piange tutti i giorni soprattutto per mio padre, erano molto amici, coltivavano l’orto, chiacchieravano, discutevano ed oggi si ripete: “Con chi parlo, con chi parlo ora?”. </strong>Dopo il 1984 a L’Aquila, c’era l’obbligo di controlli massicci, edificio per edificio e dove mancavano i criteri antisismici bisognava farli adottare. Questo doveva fare una pubblica amministrazione. Le ristrutturazioni fatte bene non hanno avuto danni. Ci sono tecniche che consentono di ricostruire e reggere al terremoto. A distanza di quattro mesi, non si sta rimettendo in piedi niente. Il dato è che oggi ci sono problemi normativi per le riparazioni delle case classificate A e B. Nel centro storico ci sono i puntellamenti, ma ancora non si comincia la vera ricostruzione. Sono convinto che non tutto verrà ricostruito, dipende dal cittadino singolo. Le case di Bazzano, non sono L’Aquila. Molti se ne stanno andando. Questo è il primo terremoto dell’era moderna. Cinquant’anni fa avremmo avuto meno esigenze, forse noi cittadini staremmo già ricostruendo. Il 6 aprile ci siamo ritrovati ad avere meno di quello che si poteva avere negli anni ’50. Quando diciamo ci ha sconvolto la vita,  significa non poter più andare in bagno, non poter prendere la macchina ed uscire, improvvisamente ti ritrovi sotto una tenda ad aprile al freddo, a  luglio al caldo. Ricostruire L’Aquila, non significa dare solo un tetto. Quello che fa male è non trovare più le tue cose, quell’angolo, quei colori e quegli odori che ti appartenevano. Anche se Onna la ricostruisci uguale non sarà mai più come prima, sentirai l’odore del nuovo. Il 15 settembre verranno consegnate le casette in legno, io sarò lì. Poi cercherò di fare il possibile per ricostruire la mia casa dov’era o in un altro posto, ma comunque ad Onna.<br />
<strong>Per me che ho 50 anni, avevo costruito una serie di cose che all’improvviso mi crollano tutte, non mi posso fermare</strong>. Devo ricominciare cercando di salvare quel poco che posso salvare. Penso di aver cresciuto due ragazzi educati, io e mia moglie abbiamo cercato di dar loro dei valori. Abbiamo cercato di trasmettere l’amore per la famiglia ed il paese. Domenico curava il sito della Biblioteca del Cespo, aveva fatto delle foto a febbraio. Aveva nevicato e non andò a scuola. Uscì e fece delle foto a tutti gli angoli di Onna. Nel mio libro che uscirà ad agosto, inserirò quelle foto. Domenico aveva uno spirito solidale, parlava spesso di protezione civile. Una volta mi disse: “Non ti preoccupare se fa il terremoto, ci sono io!” Una delle cose che più mi fa male, al di là della morte, è che si è interrotta una cosa, che non doveva interrompersi. Maria Paola aveva 16 anni e Domenico 18, l’età in cui si sboccia alla vita. Potevano dare molto alla società, avere dei figli, delle passioni.  In mio figlio rivedevo me, fisicamente eravamo simili, con le mie stesse difficoltà in matematica. Un genitore lo mette in conto che possa accadere qualcosa ai propri figli: un incidente, una malattia. Qualche anno fa, ci siamo preoccupati molto per mia figlia, poi fortunatamente si è trattato di una semplice ciste.<br />
A me come ad altri, il terremoto veramente ci ha tolto tutto. Non abbiamo potuto fare un funerale intimo, li abbiamo portati al cimitero a Pizzoli, perché a Paganica era inagibile. Un dramma totale. Il fatto che i miei figli non ci siano più, di fatto è come se non ci fossi più nemmeno io. <strong>Andare avanti è difficile, devi cercare una ragione di vita. Ogni cosa che fai, ogni luogo, te li fa tornare in mente. Qualsiasi cosa ho scritto, c’è sempre un pensiero per loro e mio padre. L’unica cosa che ci resta da fare ricordarli in ogni modo. Essere genitore diventa un fatto intimo, non esserlo più non può essere sostituito da nulla. </strong></p>
<p>( a raccontare è Giustino Parisse, giornalista de Il Centro, che nel terremoto ha perso i suoi due figli)</p>
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		<title>Pioggia di monete. Un triste presagio?</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 13:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Andrea Meccia)
Se fossimo sensibili agli insegnamenti della storia, non dovremmo semplicemente e stoltamente rallegrarci di fronte al lancio di monetine che il pomeriggio del 30 marzo ha investito il Ministro della Difesa Ignazio La Russa. Su La Repubblica del 31 marzo, Filippo Ceccarelli ci ricorda i precedenti lanci di moneta tintinnante nella storia italiana. [...]]]></description>
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<p>(di Andrea Meccia)<br />
Se fossimo sensibili agli insegnamenti della storia, non dovremmo semplicemente e stoltamente rallegrarci di fronte al lancio di monetine che il pomeriggio del 30 marzo ha investito il Ministro della Difesa Ignazio La Russa. Su La Repubblica del 31 marzo, Filippo Ceccarelli ci ricorda i precedenti lanci di moneta tintinnante nella storia italiana. </p>
<p><strong>Era il 1971 quando il repubblicano Ugo La Malfa si beccò un lancio di spiccioli </strong>da parte di onorevoli del Pci nel Transatlantico. Era accusato di aver consentito, con i voti della destra monarchica e fascista, l&#8217;elezione a Capo dello Stato di Giovanni Leone. <strong>Ben più famosa la pioggia che investì Bettino Craxi nell&#8217;aprile del 1993 all&#8217;uscita dell&#8217;Hotel Raphaël,</strong> il suo quartier generale romano. Soffermiamoci su quest&#8217;ultimo episodio, divenuto una delle immagini simbolo della fine della Prima Repubblica. Erano giorni tumultuosi per il Paese. Le macerie del Muro di Berlino erano state ormai (mal)digerite, Tangentpopoli era scoppiata quando il &#8220;mariuolo&#8221; Mario Chiesa era stato beccato con le &#8220;mani nella marmellata&#8221; oltre un anno prima, la strategia mafioso-terrorista aveva già scosso il Paese. Sarebbe proseguita nei mesi successivi mettendo in ginocchio uno Stato che si scoprì debolissimo quando il perverso equilibrio che lo aveva contraddistinto non fu più un mistero per nessuno. </p>
<p><strong>Per decenni si era fatto finta di non capire quali fossero i perni sui quali ruotasse una democrazia mai completamente realizzatasi. Il Paese si scoprì nudo e si scandalizzò ipocritamente e ingenuamente, fondendo due atteggiamenti che da noi sembrano spesso andare comodamente a braccetto.</strong> La rabbia popolare venne intercettata dagli uomini &#8220;nuovi&#8221; della politica di quegli anni e dai portaborse della Prima Repubblica che si affacciavano per la prima volta sotto i riflettori della vita pubblica. I post-fascisti depuratisi a Fiuggi, Bossi e Berlusconi furono i maggiori beneficiari di quel terremoto politico-giudiziario che investì il Paese. Gli ex missini potevano finalmente assumere ruoli di governo. Bossi si fece portavoce di una insofferenza verso lo statalismo burocratico e assistenzialista declinato in senso antimeridionalista. Il Cavaliere percorse le onde disegnate dalla paura che attraversava il Paese. Limitandoci a Berlusconi, egli interpretò con la sua filosofia quel malessere e quell&#8217;istanza di cambiamento, la fece sua, la rielaborò e si presentò al Paese che gli diede fiducia. Si presentava come l&#8217;antipolitico, l&#8217;uomo del fare chiamato a far funzionare la macchina statale pachidermica e lontana dai cittadini.<br />
Fu amore improvviso. Non fu amore fugace. Un amore quasi ventennale con il triste effetto di sfilacciare il nostro sentimento comunitario, il nostro senso di cittadinanza, le basi della nostra convivenza civile. </p>
<p><strong>Sembra essere questo oggi l&#8217;esito di quella pioggia tintinnante</strong>. Ma in quel pomeriggio a pochi passi da Piazza Navona non si liberarono anche energie positive? Fu quella una risposta &#8220;sana&#8221; al malessere del Paese? Fu semplice esibizione populista? Se fossimo capaci di rispondere a questo drammatico interrogativo, forse sapremmo meglio interpretare ciò che ci accade sotto gli occhi, il senso che potrebbe prendere la crisi che stiamo vivendo. Un malessere c&#8217;è e ci accompagna nella nostra quotidianità. Come sarà capace di raccoglierlo il Paese, l&#8217;opinione pubblica, la classe politica? Come saremo capaci di raccontarlo a noi stessi? Speriamo che non vada come l&#8217;ultima volta. Non è stata una questione di sfortuna. È stato tutto (de)merito nostro.</p>
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		<title>Sono etiope, sono un uomo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 21:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Marina Bisogno)
Ha riscosso un notevole successo la proiezione,presso il Caffè letterario Nuovevoci di Torre Annunziata, del docufilm   “Come un uomo sulla terra”  di A.Segre, D.Yimer e R. Biadene. Il documentario è la testimonianza della vita di Dag, giovane etiope, che a causa della forte repressione politica nel suo paese,  decide [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/j1Z86oFrGLI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(di Marina Bisogno)</p>
<p>Ha riscosso un notevole successo la proiezione,presso il Caffè letterario Nuovevoci di Torre Annunziata, del docufilm   <strong>“Come un uomo sulla terra”</strong>  di A.Segre, D.Yimer e R. Biadene. Il documentario è la testimonianza della vita di Dag, giovane etiope, che a causa della forte repressione politica nel suo paese,  decide di emigrare. Nel 2005 arriva in Libia dove si imbatte in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto, alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica. Sopravvissuto alla trappola libica, Dag riesce ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove inizia a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus. Le storie in cui si imbatte sono simili alla sua: migranti che cercano di scappare dal Maghreb a causa della forte repressione politica e sociale. Ma tentare la fuga vuol dire giocare con la morte: la polizia e i trafficanti operano una feroce repressione, utilizzando auto, container e prigioni forniti dal governo italiano.<br />
<strong>Il messaggio del video è estremamente soggettivo</strong>, ma sta di fatto, che si pone come obiettivo primario di denunciare le politiche di sicurezza e xenofobe del governo italiano. La proiezione di questo documentario, patrocinato da Amnesty International sez. italiana, si inserisce all’interno di una rassegna intitolata “Una finestra sul mondo” con cui i soci del Caffè si propongono di effettuare un vero e proprio viaggio attraverso in cinque continenti, con uno sguardo agli aspetti sociali e culturali. L’ intenzione è  accrescere la conoscenza, e diffondere la tolleranza verso culture lontane, diverse, ma non per questo inferiori. Se intorno tira aria di Risorgimento, è bene allora tracciare percorsi alternativi di crescita, complice il potere del cinema. </p>
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		<title>Delitto Rostagno: quando nel 1988 Polizia e Carabinieri seguivano piste diverse</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 11:55:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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E Gladio cercava la droga dentro Saman 
Polizia e carabinieri confliggenti. Rino Germanà e Nazareno Montanti, sono due investigatori, il primo poliziotto, l’altro carabiniere, che nel 1988 si occupavano a Trapani della lotta alla criminalità. Eppure il loro approccio con uno dei più efferati delitti di quell’epoca, quello di Mauro Rostagno, 26 settembre 1988, a 12 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6205" href="http://www.malitalia.it/2011/03/delitto-rostagno-quando-nel-1988-polizia-e-carabinieri-seguivano-piste-diverse/processorostagno/"><img class="alignnone size-full wp-image-6205" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/processorostagno.jpg" alt="" width="260" height="194" /></a></p>
<p><strong>E Gladio cercava la droga dentro Saman</strong> </p>
<p><strong>Polizia e carabinieri confliggenti</strong>. Rino Germanà e Nazareno Montanti, sono due investigatori, il primo poliziotto, l’altro carabiniere, che nel 1988 si occupavano a Trapani della lotta alla criminalità. Eppure il loro approccio con uno dei più efferati delitti di quell’epoca, quello di Mauro Rostagno, 26 settembre 1988, a 12 giorni da un altro delitto, quello del giudice (in pensione) Alberto Giacomelli, è risultato essere diverso, opposto. Polizia da una parte, con il dirigente della Mobile, Rino Germanà, oggi questore a Piacenza, dopo esserlo stato a Forlì, ed essere sfuggito nel 1992 ad un agguato mafioso a Mazara, e Carabinieri, dall’altra parte, con l’allora tenente colonnello Nazareno Montanti, oggi generale in pensione, si sono subito divisi: i poliziotti hanno pensato subito al delitto di mafia, per la caratteristiche dell’agguato, i carabinieri a una vendetta interna, maturata dentro la Saman, la comunità fondata da Rostagno assieme a Francesco Cardella e alla sua compagna, Chicca Roveri.</p>
<p>Le differenze nelle indagini sono venute fuori in modo lampante dal processo in corso davanti la Corte di Assise dove imputati di essere presunti mandante ed esecutore, sono due mafiosi conclamati, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Se per Germanà non è modo di comportarsi di chi commette un delitto d’impeto, una vendetta, quello di usare una autovettura rubata, e rubata molti mesi prima e lontano dal luogo dell’omicidio, auto poi fatta trovare bruciata, a 48 ore da delitto, ma semmai questa è una «sequenza» mafiosa, per il generale Montanti la circostanza quasi non ha valore, lui davanti la Corte ha insistito che gli unici che avevano interesse ad uccidere Rostagno erano soggetti della Comunità Saman: «Lui (Rostagno ndr) era un tipo rigido, onesto, noi all’epoca indagavamo sull’amministrazione della Comunità, c’erano cose nei conti che erano irregolari, siamo sicuri che se Rostagno li avesse scoperti non poteva mai essere disponibile a coprirli». C’è per Montanti poi un altro episodio, lo spaccio (pochissima «roba») tra gli ospiti della comunità che lavoravano con Rostagno a Rtc. Si può uccidere per questo? Organizzare un commando, prendere un’auto rubata, usarla, poi bruciarla?</p>
<p> <strong>&#8220;Una pista che fa comodo&#8221;. </strong>Ma i punti di vista, investigativi, diversi sono stati anche su altro. Per Montanti ad un killer di mafia non può mai scoppiare in mano il fucile, ma non sapeva però che a uccidere è stato anche un killer armato di revolver: Per Germanà lo scoppio è dovuto ad un sovra caricamento, e la mafia per Germanà questo lo ha spesso fatto per avere sicurezza che la «vittima» non ne uscisse viva, per i carabinieri questo è semmai comportamento tipico «dei cacciatori che vogliono risparmiare». Ma c’è anche altro. Germanà ha puntato dritto sugli editoriali e gli interventi televisivi in tv fatti da Rostagno. Se i carabinieri hanno dovuto ammettere (luogotenente Beniamino Cannas, all’epoca brigadiere) che «era un nuovo modo di fare giornalismo», stranamente poi in aula Montanti e Cannas hanno detto di non conoscere addirittura il contenuto degli interventi televisivi di Rostagno. Incredibile, i carabinieri che di solito sono gli «occhi» più attenti nel territorio non seguivano le cronache della stampa e sopratutto quel Rostagno che Montanti peraltro ha detto che già conosceva, da Milano. Lo aveva rivisto a Trapani, non si erano mai detti molto, l’ultima cosa che lui ha detto di avergli detto è stato, «vai Mauro che ce la fai» quando lo vide disteso su una barella al suo arrivo in ospedale dopo l’agguato, ma Rostagno era già morto. Ma per i carabinieri la pista mafiosa «era solo da sbeffeggiare», «faceva solo comodo a certa stampa».</p>
<p>http://www.youtube.com/watch?v=EXg7mv8GpZ4&amp;feature=player_embedded#at=13</p>
<p>Germanà invece nel suo rapporto ha fatto molto riferimento agli interventi televisivi di Rostagno, contro la cattiva politica e la mala amministrazione della cosa pubblica, il traffico e lo spaccio di droga, la mafia, con interviste anche qualificate, allo scrittore Marcello Cimino,e al procuratore Borsellino. Tutto questo ai carabinieri è sfuggito, tanto da non avere mai pensato a sequestrare le cassette con gli interventi televisivi di Rostagno. «Non c’erano elementi che ci portavano alla mafia» ha detto Montanti, «ogni cosa che vedevamo ci faceva pensare alla mafia» ha detto Germanà. Ma alla fine a indagare furono i carabinieri. A capo della Procura all’epoca c’era il dott. Nino Coci, Nazareno Montanti ha detto che «non era facile parlare col procuratore», ma senza parlare su una cosa i due erano d’accordo, «non era stata la mafia» perchè questo pubblicamente un giorno il procuratore Coci ebbe a dire, sostenendo che nessun organo investigativo gli aveva mai presentato un rapporto sull’esistenza della mafia a Trapani. L’ordine era «silenzio» e Germanà a Trapani forse per questo non ci restò molto, e poi nella stagione stragista del 1992 doveva essere ucciso.</p>
<p> <strong>Una perizia non ripetuta fino al 2009</strong>. Tutto questo succedeva nel 1988 mentre si diceva che la mafia a Trapani non esisteva, a Mazara trascorreva la latitanza il capo dei capi Totò Riina e Bernardo Provenzano viveva in città e portava  i figli in una scuola del centro storico. La mafia cambiava pelle, non solo «campieri» o trafficanti di droga, ma anche appalti e politica nella sua «agenda». Le differenze investigative tra Polizia e Carabinieri sono state forse decisive in questi quasi 23 anni trascorsi dal delitto, e si è dovuta attendere la felice intuizione di un «brigadiere» di polizia, “Nanai” Ferlito, che riprendendo il fascicolo pose all’allora suo dirigente della Mobile, Giuseppe Linares, una domanda semplice, se mai erano stati ripetuti i confronti balistici tra i delitti Rostagno e quelli successivi. A nessuno fino ad allora era mai venuto in mente di farlo. Il confronto balistico ha fatto combaciare alcuni delitti di mafia con l’omicidio Rostagno.</p>
<p><strong> </strong><strong>La nuova indagine.</strong> Oggi si aprono nuovi scenari non incompatibili col processo in corso. «La pista mafiosa non esclude le altre» si legge in uno dei passaggi giudiziari che sono finiti dentro al processo in corso dinanzi alla Corte di Assise. La stessa affermazione costituisce un elemento dello «stralcio», della nuova indagine che è in corso sul delitto Rostagno, «fu mafia ma non solo mafia» ripete il procuratore aggiunto Antonio Ingroia.</p>
<p>È indicativa degli «scenari» la circostanza che il «passaggio» è contenuto in una delle richieste di archiviazione, quella relativa alla posizione dell’ex guru Francesco Cardella, la magistratura ha dovuto archiviare ma i dubbi sono rimasti. Tant’è che su Cardella nella richiesta di misura cautelare firmata dalla Dda di Palermo contro Vincenzo Virga e Vito Mazzara, i magistrati continuano a fare stagliare tante «ombre». Ma la novità che emergerebbe dallo «stralcio» in corso, e sul quale i magistrati della procura antimafia di Palermo stanno lavorando, non riguarda le «piste» delle quali si è tornato a sentire dire: Lotta Continua e il delitto Calabresi, il contrasto per una intervista tra Rostagno e Cardella, oppure l’impegno di Rostagno per la liberalizzazione delle droghe, o ancora l’invito fatto da Rostagno a Renato Curcio (il capo delle Br all’epoca prossimo alla semilibertà), o infine i «colleghi» di Rtc di Rostagno trovati a «bucarsi». Riguarda proprio gli «affari» che la mafia all’epoca stava conducendo e rispetto ai quali Rostagno poteva essere un «nemico» indiretto perchè «disturbatore» della tranquillità cittadina dove era riuscito a piantare «radici» un groviglio di interessi venuto fuori, e in parte, solo dalla fine degli anni ’90 in poi, mafia, politica e imprese. Prima di essere ucciso (lo dicono i suoi editoriali) intensa si era fatta la sua attività di approfondita conoscenza del mondo politico locale, forse apposta per scrutarne qualche aspetto «segreto»: i politici da lui presi nel mirino sono gli stessi che anni dopo sono finiti a riempire con i loro nomi le cronache giudiziarie e quelle antimafia.</p>
<p>Mafia e poteri forti, come la massoneria. C’è questo dentro l’indagine in corso a Palermo? Sembra proprio di si. Anche se ancora contro ignoti.</p>
<p>C’è un altro particolare del quale bisogna tenere conto. L’insistenza dei carabinieri del col. Montanti di inseguire altre piste per il delitto, come quella «interna» alla Saman, mala amministrazione e il fatto che alcuni ospiti continuavano a spacciare a drogarsi, trova inquietante riscontro nell’unico rapporto ufficiale presentato dalla struttura para militare di Gladio che aveva una «cellula» a Trapani, il centro Scorpione. L’unica relazione presentata riguardava proprio la Saman e un traffico di droga con coinvolti soggetti della comunità.</p>
<p> <strong>Una mano si portò via la cassetta</strong>. È tra queste carte che bisogna cercare i depistaggi che nell’indagine sul delitto Rostagno sono stati più che evidenti. Anche «provate» da certe testimonianze in Corte di Assise, subito emerse ad avvio di processo. Qualcosa di losco è ancora accaduto quella sera del 26 settembre 1988, se a sentire alcuni testi appena un quarto d’ora dopo il delitto la porta dell’ufficio di Rtc che apparteneva a Rostagno fu aperta e qualcosa sparì dal suo tavolo. Tutti finora hanno cercato una cassetta video, e invece si tratterebbe, come ha ricordato Maddalena Rostagno, la figlia di Mauro, di una cassetta audio.</p>
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		<title>Bentivoglio, storia di un commerciante antimafia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 13:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Lucio Musolino e Fabio Cufari)
Poco più di un mese fa la &#8216;ndrangheta ha tentato di ucciderlo. Ma l&#8217;imprenditore di Reggio Calabria assicura: &#8220;Rifarei tutto&#8221;. La ‘ndrangheta ha tentato di ucciderlo poco più di un mese fa, ma l’imprenditore di Reggio Calabria Tiberio Bentivoglio rifarebbe tutto. Ha denunciato i mafiosi che volevano chiedergli il pizzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="500" height="304" src="http://www.youtube.com/embed/_ivacfSTMMM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(di Lucio Musolino e Fabio Cufari)<br />
<strong>Poco più di un mese fa la &#8216;ndrangheta ha tentato di ucciderlo. Ma l&#8217;imprenditore di Reggio Calabria assicura: &#8220;Rifarei tutto&#8221;.</strong> La ‘ndrangheta ha tentato di ucciderlo poco più di un mese fa, ma l’imprenditore di Reggio Calabria Tiberio Bentivoglio rifarebbe tutto. Ha denunciato i mafiosi che volevano chiedergli il pizzo e gli hanno incendiato la sanitaria che gestisce assieme alla moglie. Voleva costituire un’associazione di volontariato e dalle intercettazioni telefoniche è emerso che il boss Santo Crucitti non era d’accordo. Ha testimoniato in aula durante il processo “Pietrastorta” che si è concluso il 9 febbraio 2010 con la condanna per associazione mafiosa dei suoi aguzzini i quali, però, sono stati assolti dall’estorsione nei suoi confronti.<br />
<strong>Precisamente un anno dopo, il 9 febbraio 2011, l’imprenditore (che ora collabora con Libera) è stato gambizzato da due killer mentre si trovava in un suo terreno</strong>. Un proiettile ha colpito il marsupio che teveva a tracollo. Adesso, dopo almeno 5 attentati, vive sotto scorta.</p>
<p>“Io non vorrei mai diventare un simbolo per questi fatti – dice Bentivoglio – Sono semplicemente un piccolo imprenditore di questa città che ha deciso, insieme alla moglie, di aprire un’attività commerciale nel settore sanitario e prima infanzia. Le cose andavano molto bene e poi, a un certo punto, siamo incorsi nei cosiddetti “incidenti ambientali”. Il primo disturbo con la ‘ndrangheta l’ho avuto a luglio 1992 quando mi sono opposto e mi sono reso conto che stare dall’altro lato della barricata era l’unica cosa da fare. Ho dovuto subire, per la mia determinazione, diversi attentati. Ne ho avuto uno nel 1992, due nel 1998, uno nel 2003, uno nel 2005 quando un incendio mi ha completamente distrutto il negozio e nel 2008 hanno raso al suolo un mio deposito. Mi ero opposto a certe richieste che la criminalità organizzata fa a tutti i commercianti. Tutti i due processi si concludono con la condanna degli imputati per associazione mafiosa, però il mio capo di imputazione viene rigettato e viene annullata la mia costituzione di parte civile. Durante il processo, sono stato individuato dallo Stato come parte offesa, sono stato invitato a testimoniare e a dire la verità. E l’ho fatto, ma nonostante questo gli indizi non si sono trasformati tutti in prove”.<br />
Quegli imputati, riconosciuti mafiosi per il giudice di primo grado, oggi sono liberi e vivono a poche centinaia di metri da Tiberio. Stando alle inchieste “Eremo” e “Pietrastorta”, Bentivoglio e la moglie sarebbero stati minacciati dal boss Santo Crucitti e dal braccio destro Giuseppe Romeo e “invitati” a recedere dall’iniziativa di dare vita ad un’associazione culturale a Pietrastorta. Un messaggio mafioso recapitato, secondo l’originario impianto accusatorio, il 13 aprile 2005 quando una bomba ha devastato l’esercizio commerciale di Tiberio che non aveva ricevuto il placet del boss come è emerso in un’intercettazione ambientale tra Giuseppe Romeo e Pasquale Morisani, oggi consigliere comunale di centrodestra.</p>
<p>“L’evento del 2005 è legato senz’altro a un’associazione culturale che insieme ad altri amici stavamo cercando di portare avanti. – spiega ancora l’imprenditore vittima della ‘ndrangheta – Stando alle intercettazioni, per alcuni malavitosi quest’associazione non si doveva fare e da qui, sono certo, è scaturita la distruzione del negozio. <strong>La ‘ndrangheta, qualsiasi cosa si fa nel territorio, deve tenere il controllo. Prima di tutto io disconoscevo che in quasi tutti i no-profit c’è sempre un profit. Non sapevo che, per fare un onlus, si dovrebbe chiedere il permesso ai capizona. Non l’avrei fatto comunque, figuriamoci per un’associazione di volontariato”.</strong></p>
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		<title>Rino Germanà dall&#8217;attentato al processo Rostagno</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 07:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Un pò di storia siciliana: Trapani alla fine degli anni 80, la macchina bruciata degli attentatori di Rino Germanà, la spiaggia di Tonnarella a Mazara del Vallo e il Questore Germanà che racconta il suo attentato e il Questore il 16 febbraio in Tribunale a Trapani al processo Rostagno
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<p>Un pò di storia siciliana: Trapani alla fine degli anni 80, la macchina bruciata degli attentatori di Rino Germanà, la spiaggia di Tonnarella a Mazara del Vallo e il Questore Germanà che racconta il suo attentato e il Questore il 16 febbraio in Tribunale a Trapani al processo Rostagno</p>
<p>(le immagini sono di Tommaso Miraudo e Giuseppe Aiello della Blueservice di Trapani)</p>
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		<title>Il video di Malitalia alla London School of Economics</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 22:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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Italian Week per festeggiare l&#8217;Unità d&#8217;Italia con una settimana di incontri. E si parla anche di mafia e crimine organizzato. Difficile parlare dell&#8217;Italia e dei suoi problemi mentre scoppia lo scandolo del Presidente del Consiglio rinviato a giudizio per prostituzione minorile e concussione, con deputati e senatori che scelgono la casacca a cui appartenere per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/7W9cTCVaD90?hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/7W9cTCVaD90?hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Italian Week per festeggiare l&#8217;Unità d&#8217;Italia con una settimana di incontri. E si parla anche di mafia e crimine organizzato. Difficile parlare dell&#8217;Italia e dei suoi problemi mentre scoppia lo scandolo del Presidente del Consiglio rinviato a giudizio per prostituzione minorile e concussione, con deputati e senatori che scelgono la casacca a cui appartenere per una promessa economicca o di poltrona.</p>
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		<title>Bogotà-Milano, un ponte di coaina</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 11:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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(di Luca Rinaldi)
Ormai nell&#8217;ambiente lo sanno tutti, la vera forza di un&#8217;organizzazione criminale non si misura a Palermo, a Reggio Calabria, Napoli o Milano, ma dai carichi che si vanno a recuperare e si fanno arrivare a dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano.Non è un caso infatti che prima di sequestrare 1.130 chili di cocaina, i carabinieri abbiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/02/bogota-milano-un-ponte-di-coaina/sgroiincolombia/" rel="attachment wp-att-5933"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/sgroiincolombia-300x168.jpg" alt="" title="sgroiincolombia" width="300" height="168" class="alignleft size-medium wp-image-5933" /></a></p>
<p>(di Luca Rinaldi)</p>
<p><strong>Ormai nell&#8217;ambiente lo sanno tutti, la vera forza di un&#8217;organizzazione criminale non si misura a Palermo, a Reggio Calabria, Napoli o Milano, ma dai carichi che si vanno a recuperare e si fanno arrivare a dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano.</strong>Non è un caso infatti che prima di sequestrare 1.130 chili di cocaina, i carabinieri abbiano registrato una telefonata in lingua spagnola tra colombiani e italiani. La conversazione intercettata avveniva tra i venditori colombiani e la persona che faceva da trait d&#8217;union tra Bogotà e Milano. Perchè, l&#8217;intercettato  Marcello Sgroi sapeva bene che &#8220;Milano è in mano ai calabresi&#8221;. Non usa troppi giri di parole con i narcotrafficanti colombiani il pregiudicato di 58 anni, che con le sue telefonate ha messo sulla strada giusta il Nucleo investigativo. Insieme a Sgroi, 58 anni ci sono altre 16 persone coinvolte a vario titolo nel traffico internazionale di stupefacenti venuto alla luce con l&#8217;operazione denominata &#8220;Marcos&#8221;.<br />
Oltre ai 16 arresti ci sono state 17 perquisizioni tra Milano, Parma e Reggio Calabria. Oltre a Marcello Sgroi sono arrivate le notifiche delle ordinanze di custodia cautelare in carcere anche per Massimiliano De Curtis, 38, Domenico Vottari, 42 e Moreno Fuscaldo, 33 oltre a zio e nipote della famiglia calabrese dei Paviglianiti e due vecchie conoscenze delle forze dell&#8217;ordine: Samantha Lottici, 35 con precedenti per truffa e Francesco Granato 34,, compagno della Lottici.<br />
<strong>L&#8217;INCHIESTA </strong>-  Siamo nel 2007 quando in Italia devono arrivare cinque tonnellate di cocaina. Ad organizzare la transazione è Marcello Sgroi, vecchia conoscenza delle carceri colombiane e italiane sempre per traffico di stupefacenti. Sgroi è l&#8217;intermediario tra i cartelli colombiani e Antonino Paviglianiti, legato alla cosca omonima. Insomma, i colombiani vendono a Paviglianiti e Sgroi fa da mediatore, tranquillizzando i narcos d&#8217;oltreoceano: &#8220;In Italia è tutto comandato dai siciliani e dai calabresi. Milano, ad esempio, è in mano ai calabresi, e noi siamo molto legati ai calabresi. Quando verrai qui, vedrai che li conosceremo tutti e andremo in Calabria&#8221;.</p>
<p>http://www.youtube.com/embed/LkdlIkcmEqw</p>
<p><strong>E&#8217; la DEA </strong>(Drug Enforcement Administration) che si mette sulle rotte del narcotraffico. Il grosso quantitativo di droga tra Colombia e Italia ha due crocevia che sono Venezuela e Polonia. Gran parte del traffico, giusto perchè la potenza delle cosche si misura dai contatti con i cartelli del narcotraffico sudamericano, è destinato alla &#8216;ndrangheta. Così i carabinieri italiani hanno il compito di identificare l&#8217;organizzazione dei trafficanti in Italia.<br />
LA TRANSAZIONE &#8211; La trattativa per portare quei 5.000 chili di droga in Italia non è semplice, allora Sgroi funge da garante per i buoni rapporti tra i narcos colombiani e le &#8216;ndrine. Lo stesso Sgroi, come documentato anche dalle foto contenute nei fascicoli dell&#8217;inchiesta, si reca più volte in Sud America per organizzare al meglio le questioni logistiche. Proprio in virtù di questi incontri si decide che il carico passi, almeno inizialmente da 5.000 a 1.000 chili, così il 18 febbraio 2009 atterrano all&#8217;aeroporto di Varsavia con un dc-10 polacco 1.130 chili di cocaina per il valore di 50 milioni di euro. Carico acquistato in gran parte da cosche calabresi della Locride e della piana di Gioia Tauro, fra cui proprio Marco e Antonio Paviglianiti, di 26 e 58 anni.</p>
<p><strong>Ad aspettare il carico dei Tir </strong>dove nascondere la cocaina che sarebbe poi stata trasportata a Milano e nell&#8217;hinterland, dove sono attive altre cosche c&#8217;è lo stesso Sgroi che deve però tornare in Italia a mani vuote. Ma quella tonnellata di cocaina non lascerà l&#8217;aeroporto di Varsavia a bordo dei Tir come previsto, perchè verrà sequestrata dalle autorità polacche.<br />
Se il colpo fosse andato a buon fine il meccanismo sarebbe girato senza troppi problemi sulla scia di altre  attività legali: Paviglianiti compra dai colombiani, Sgoi intermedia e ridistribuisce ad altri grossisti che poi avrebbero smerciato agli spacciatori per la vendita al dettaglio. I grossisti in questo caso sono Domenico e Antonio Vottari, due &#8216;fornitori ufficiali&#8217; dello spaccio in salsa meneghina. Emergono poi altri nomi come quello di Luciano Bertelli, pensionato, incensurato, ma finanziatore del traffico illecito e sorpreso più volte al telefono con Sgroi.<br />
<strong>GLI ARRESTI E I REATI </strong>- In 4 anni le indagini svolte hanno portato a 16 ordinanze di custodia cautelare, 18 arresti in flagranza di reato, 47 denunciati a piede libero e 35 perquisizioni personali e domiciliari in Lombardia, Emilia Romagna e Calabria. I reati contestati ai 16 arrestati nella notte tra domenica e lunedì sono traffico e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Per Paviglianiti, Sgroi e Bertelli è stata contestata anche l&#8217;aggravante per l&#8217;ingente quantità.<br />
<strong>CHI CI AVEVA PROVATO ANCHE IN POLITICA </strong>- Come succede spesso, qualcuno nel giro dei boss, ci aveva provato anche con la politica. E&#8217; il caso di due degli arrestati nell&#8217;operazione &#8220;Marcos&#8221; appena descritta: sono Massimiliano De Curtis e Moreno Fuscaldo. I due si erano inseriti nella lista &#8220;Progetto sociale di destra&#8221;, che sosteneva il candidato sindaco Liborio Fraccica alle elezione del 6 e 7 giugno a Garbagnate e Cesate.<br />
L&#8217;avventura politica, fortunatamente, terminava all&#8217;apertura delle urne: i 281 voti presi non sono stati sufficienti nè per accedere al consiglio comunale, nè per mandare Fraccica, titolare di un&#8217;armeria, a fare il sindaco.<br />
<strong>I (recenti) PRECEDENTI </strong>- Già lo scorso 10 dicembre il Gico della Guardia di finanza aveva sequestrato circa 600 kg di cocaina proveniente da Panama diretta in Lombardia, in cui era stata riscontrata una autentica Joint-venture del traffico di stupefacenti.<br />
Pochi giorni dopo sempre nelle zone dell&#8217;hinterland milanese il 14 dicembre, un’operazione della squadra mobile di Milano e della Direzione Distrettuale Antimafia, esegue 16 ordinanze di custodia cautelare che colpiscono i rampolli della ’ndrangheta che opera a sud di Milano. Da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo organizzavano un traffico di cocaina che non si limitava allo spaccio di zona, ma faceva parte organicamente del business principe della ‘ndrangheta calabrese al nord. Business, quello della cocaina, che piazza la ‘ndrangheta tra i leader mondiali in materia e in continuo dialogo con i grandi cartelli della droga internazionale.<br />
Le basi erano proprio i comuni a sud del capoluogo lombardo dove dagli accertamenti predisposti dal gip milanese Gaetano Brusa, su richiesta del pm Alessandra Dolci, hanno colpito in particolare le famiglie Barbaro e Pangallo di Platì (Reggio Calabria).<br />
Il meccanismo che emerge dalle indagini pare essere chiaro: la cocaina veniva comprata in grossi quantitativi, da 1 o 2,5 chilogrammi da alcuni fornitori, i quali la importavano dall’estero, e poi rivenduta in Italia da altre persone che la spacciavano al dettaglio ai consumatori, andando così a oliare l’ingranaggio affaristico-criminale delle ‘ndrine.<br />
<strong>Una ‘cupola’ per la maggior parte di ragazzi poco più che vent’enni, fra gli arresti, tutti avvenuti con l’accusa di detenzione e spaccio di droga, figurano tra gli altri: Antonio Pangallo, 24 anni; Rocco Santo Perre, 25 anni e braccio destro di Francesco Barbaro; Giuseppe Pangallo, 27 anni e Domenico Barbaro di 37.</strong>(http//lucarinaldi.blogspot.it)</p>
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		<title>Malitalia a teatro</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 16:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Fierro]]></category>
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		<description><![CDATA[Dare voce e respiro, far vibrare in un&#8217;atmosfera di raccolta condivisione gli attimi cruciali, le tappe dolorose e nascoste di una guerra incessante, far rivivere per una sera storie e persone, vittime e carnefici, geniali ed onnipotenti attori del mondo criminale ed eroi silenziosi cui le stesse scelte di vita hanno negato perfino il diritto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dare voce e respiro, far vibrare in un&#8217;atmosfera di raccolta condivisione gli attimi cruciali, le tappe dolorose e nascoste di una guerra incessante, far rivivere per una sera storie e persone, vittime e carnefici, geniali ed onnipotenti attori del mondo criminale ed eroi silenziosi cui le stesse scelte di vita hanno negato perfino il diritto ad un grido di dolore.</p>
<p>Con questo spirito viene portato a teatro Malitalia, il libro in cui Laura Aprati ed Enrico Fierro hanno voluto scandagliare gli anfratti della guerra alle mafie, tracciando un sentiero tra le testimonianze di chi, malgrado tutto e contro tutti, ancora non è deciso ad arrendersi.</p>
<p>Un percorso che attraversa il nostro Paese nello spazio e nel tempo, che prende vita attraverso la bravura di otto giovani attori, metafora di un&#8217;intera generazione che si fa ora carico di questo fardello insostenibile. Un&#8217;altra generazione che dovrà affrontare la solita, atavica, inevitabile scelta tra la ritirata codarda, il salto della barricata e la battaglia a viso aperto.</p>
<p><strong>Guarda i video dello Spettacolo teatrale.</strong></p>
<p><em>Malitalia a Teatro [1di3]</em><br />
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<p><em>Malitalia a Teatro [2di3]</em><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/4MLRYCc-mZo?hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/4MLRYCc-mZo?hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><em>Malitalia a Teatro [3di3]</em><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/SI2xMQf39eY?hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/SI2xMQf39eY?hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><strong>Lo spettacolo teatrale Malitalia si è tenuto a Roma, giovedì 27 gennaio 2011 presso Antù SpazioTeatro OFF</strong><br />
<a title="Site Link" href="http://www.antu.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=263&amp;Itemid=47" target="_blank">www.antu.it</a><br />
<em>In collaborazione con</em> MTM Mimoteatromovimento<br />
<em>Adattamento e coordinamento</em> Lydia Biondi<br />
<em>Cast</em> Giulia Adami, Matteo Bartoli, Marco Cassini, Francesca De Berardis, Igor Horvat, Valentina Lombardi, Elisa Pavolini, Mario Schittzer<br />
<em>Musiche</em> Enrico Melozzi<br />
<em>Pitture</em> Roberto De Francisci Epifani</p>
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		<title>La giustizia minorile</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/02/la-giustizia-minorile/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 13:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Minori]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Francesco Perrella)
Intervista a Serenella Pesarin, direttore generale per l&#8217;attuazione dei provvedimenti giudiziari del Dipartimento di Giustizia Minorile
Se l&#8217;applicazione delle procedure penali, in ambito di giustizia ordinaria, può sembrare un passo scontato, dovuto e di relativamente facile concretizzazione, parlando di giustizia minorile assume una valenza tutt&#8217;altro che trascurabile. In seguito al processo che coinvolge un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5757" title="giustizia-minorile" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/02/giustizia-minorile-227x300.gif" alt="giustizia-minorile" width="227" height="300" />(di Francesco Perrella)<br />
<em>Intervista a Serenella Pesarin, direttore generale per l&#8217;attuazione dei provvedimenti giudiziari del Dipartimento di Giustizia Minorile</em></p>
<p>Se l&#8217;applicazione delle procedure penali, in ambito di giustizia ordinaria, può sembrare un passo scontato, dovuto e di relativamente facile concretizzazione, parlando di giustizia minorile assume una valenza tutt&#8217;altro che trascurabile. In seguito al processo che coinvolge un minore, la rieducazione con la prospettiva di un reinserimento nella società è un obiettivo fondamentale ed un diritto per tutti quei ragazzi che entrano nel circuito penale, molto più rispetto agli adulti. La rieducazione non deve assumere il valore di una pena da scontare, ma di un graduale cammino che accompagni il giovane, verso una nuova coscienza di se stesso e del mondo che lo circonda, dei suoi diritti e dei suoi doveri.</p>
<p>E non stiamo parlando di piccoli numeri: <strong>38.193</strong> i minori denunciati nel 2007, di cui il 16% non ancora imputabili perché sotto i 14 anni di età; circa <strong>30.000</strong> i minori all&#8217;interno del circuito penale italiano. Reati che vedono in testa il furto, ma con un aumento esponenziale di tutti gli illeciti legati alle sostanze stupefacenti. E&#8217; un settore che deve fronteggiare, oltre alle difficoltà interne, le nuove sfide date da una società sempre più multietnica e multiculturale. Numeri che assumono tutto un altro peso se pensiamo che dietro ogni singolo caso si cela non tanto un atto di delinquenza, ma una vera e propria devianza, un dramma che colpisce l&#8217;esistenza di una persona nella sua fase più esposta e delicata. Inutile punire e inutile indossare la maschera del buonismo.</p>
<p>C&#8217;è da compiere un percorso con precisione chirurgica, ed in questo ambito l&#8217;Italia può contare su dei punti di avanguardia sul piano europeo e mondiale. Ci spiega come la dottoressa Serenella Pesarin, direttore generale per l&#8217;attuazione dei provvedimenti giudiziari del Dipartimento di Giustizia Minorile.</p>
<p><em>Serenella Pesarin. Intervista sulla giustizia minorile [1 di 2]</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/jNNXcfQMrL0?hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/jNNXcfQMrL0?hl=it&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><em>Serenella Pesarin. Intervista sulla giustizia minorile [2di2]</em><br />
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		<title>Mafia speaks English</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 08:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Federico Gatti)
Con un fatturato annuo di 170 miliardi di Euro non è un mistero che la Mafia sia ormai un influente investitore globale, specialmente nella finanza Europea. 
Per la prima volta, però, questo tema è stato affrontato a due passi dal nuovo epicentro finanziario del riciclaggio e il punto di partenza da dove esportare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_5524" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/ruggiero-300x199.jpg" alt="" title="ruggiero" width="300" height="199" class="size-medium wp-image-5524" /><p class="wp-caption-text">Al centro il Prof. Ruggiero</p></div>(di Federico Gatti)<br />
Con un fatturato annuo di 170 miliardi di Euro non è un mistero che la Mafia sia ormai un influente investitore globale, specialmente nella finanza Europea. </p>
<p><strong>Per la prima volta, però, questo tema è stato affrontato a due passi dal nuovo epicentro finanziario del riciclaggio e il punto di partenza da dove esportare gli interessi economici in tutto il continente: la City di Londra.</strong></p>
<p>In un convegno intitolato “The City of Mafia: Finance and Criminal Organisations Connections”, organizzato da Sinistra Ecologia e Libertà London, tenutosi mercoledì scorso alla SOAS University, si è parlato di come, all’ombra dei grattacieli del Regno, i proventi illeciti entrino nella finanza che conta sotto forma di hedge funds, o vengano reinvestiti nel settore edile, energetico o altro ancora.</p>
<p>A onor del vero, la presenza della Mafia nel Regno Unito non è una novità; il settore della ristorazione, dei locali e quello delle scommesse sono già da tempo territorio fertile per Cosa Nostra, Camorra e &#8216;Ndrangheta.</p>
<p>Già nel dicembre 2009 l’Observer denunciò in un articolo intitolato British Connection, Italian Mafia funds UK good for doing business, la presenza di numerose attività commerciali gestite dalle famiglie mafiose, citando la società londinese di scommesse Paradise Bet Ltd, alla quale fu sospesa la licenza dopo che venne coinvolta in un’inchiesta sulla famiglia barese di Savino Parisi.</p>
<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/aula068-300x199.jpg" alt="" title="aula068" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-5520" /> Ma ciò che è emerso al convegno organizzato dai ragazzi di SEL Londra è un’immagine lontana dagli stereotipi del classico insediamento mafioso all’estero, è un ritratto di una nuova forma di organizzazione criminale, capace di insediarsi e condizionare i salotti dell&#8217;alta finanza continentali.</p>
<p><strong>Per farlo la Mafia ha cambia il pelo, ma non il vizio</strong>. In uno scenario globalizzato come quello Londinese, dei due aspetti principali che hanno caratterizzato la Mafia nell’ultimo secolo – il controllo del territorio e il monopolio della violenza &#8211; non rimane nulla, al loro posto viene sfruttato un mezzo più sottile e occulto: il fare mafioso.</p>
<p>Quello a cui si assiste è <strong>“un processo di mutua promozione tra il crimine organizzato e l’economia ufficiale nel Regno Unito, in un preciso scambio di servizi,”</strong> afferma il professor Vincenzo Ruggiero, sociologo e co-direttore del Crime and Conflict Centre alla Middelsex University, ospite dell’incontro. </p>
<p>Da una parte l’imprenditore mette sul piatto un modo veloce per riciclare denaro e realizzare proficui investimenti, dall’altro la Mafia offre la sua disponibilità a fare altri tipi di servizi, come l’ottenere concessioni edilizie, fornire autorizzazioni per parchi eolici, trasportare rifiuti tossici in Romania o armi nel continente nero. </p>
<p><strong>Uno “scambio di favori</strong>” internazionale che smuove centinaia di milioni di Euro ogni anno. </p>
<p>Come se non bastasse, in questa commistione d’intenti e interessi, si assiste ormai da qualche tempo ad un capovolgimento di ruoli, “non è più l’organizzazione criminale a convincere esponenti rispettabili dell’alta finanza a realizzare proventi illeciti, viceversa, è l’imprenditore a dire al mafioso come diventare un criminale finanziario,” afferma Ruggiero. </p>
<p>Tutto ciò, come al solito, avviene grazie al drammatico ritardo delle istituzioni, questa volta Europee, nel monitorare questo fenomeno.<br />
Enrico Incisa, uno dei portavoce di Flare Network presenti al dibattito, pone l’accento su fatto che “l’attenzione delle istituzioni europee si è focalizzata su questo problema solo nel 2009, con l’entrata in vigore del programma di Stoccolma,” un vasto programma sulla sicurezza nell’Unione Europea in cui venne inserita la priorità politica di combattere la criminalità organizzata grazie ad una maggiore cooperazione internazionale in materia di applicazione delle leggi.<br />
<strong>“I governi Europei &#8211; continua Incisa – si stanno rendendo conto solo ora che le organizzazioni criminali stanno condizionando non solo la nostra vita quotidiana ma persino gli equilibri del libero mercato, come sta succedendo in Germania, nel mercato immobiliare, notoriamente in mano alle ‘ndrine Calabresi.”</strong><br />
Un ritardo forse causato dalla mancanza di una Polizia Europea, voluta da molti e temuta da altri, o dalla incapacità di esplorare i confini tra economia lecita ed illecita, sta di fatto che a grappoli negli ultimi anni si sono avuti casi di frodi internazionali a vantaggio della criminalità organizzata.</p>
<p>Un esempio eclatante, citato durante l’incontro da Ignazio Passalacqua, Consigliere  Provinciale della provincia di Trapani ed esponente di Sinistra Ecologia e Libertà in Marsala, è stato il caso che coinvolse il cosiddetto “Signore del Vento”, Vito Nicastri. </p>
<p>Allora venne a galla una truffa resa possibile grazie alla mobilitazione di capitali in mezza Europa, comprese banche del Regno Unito. Ma anche un preciso disegno volto a sfruttare carenze legislative da una parte e ingenti sussidi statali dall’altra.</p>
<p><strong>Società con sede nel Regno Unito, in Spagna, Olanda e via dicendo, facevano gli interessi di Messina Denaro e compagni, in cambio di autorizzazioni facili e investimenti che nel lungo periodo erano destinati a fruttare milioni di Euro</strong>.</p>
<p>In quell’occasione Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, intervenendo ai microfoni della BBC per commentare il maxisequestro dello scorso settembre, sottolineò come la truffa miliardaria fosse stata portata avanti da una lobby finanziaria internazionale, che agì secondo un preciso metodo mafioso, e che nella quale la Mafia, per come la conosciamo, non era che un anello di una catena che intrecciava istituzioni e membri dell’alta finanza.</p>
<p>Ecco la faccia della nuova Mafia, professionisti capaci di trovare interlocutori internazionali con cui estendere i propri interessi, sempre più simile ad una multinazionale senza scrupoli.</p>
<p>The City of Mafia: Finance and Criminal Organizations Connections, promosso da Sinistra Ecologia e Libertà London.</p>
<p>Presso la Khalilli Lecture Theatre, della School of Oriental and African Studies, University of London</p>
<p>Ospiti: Prof. Vincenzo Ruggiero, Director del Crime and Conflict Centre at Middlesex University, Lorenzo Bodlero, responsabile della comunicazione di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe), Enrico Incisa, responsabile delle ricerche di FLARE, Federico Ippoliti, esperto di anti-mafia e Ignazio Passalacqua, rappresentante di SEL di Marsala.</p>
<p><em>Guarda il Video dal sito www.ustream.tv</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="296" id="utv107948" name="utv_n_786203"><param name="flashvars" value="loc=%2F&amp;autoplay=false&amp;vid=11956868&amp;locale=en_US&amp;hasticket=false&amp;id=11956868&amp;v3=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.ustream.tv/flash/viewer.swf" /><embed flashvars="loc=%2F&amp;autoplay=false&amp;vid=11956868&amp;locale=en_US&amp;hasticket=false&amp;id=11956868&amp;v3=1" width="480" height="296" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" id="utv107948" name="utv_n_786203" src="http://www.ustream.tv/flash/viewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" /></object></p>
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		<title>Dossier Rosarno: un anno dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 20:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA
(di Enrico Fierro)
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5433" title="casa di valarioti (la signora è la mamma)" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casa-di-valarioti-la-signora-è-la-mamma-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA</strong><br />
<em>(di Enrico Fierro)</em><br />
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro diritti in tanti (almeno 500) e con civiltà hanno chiesto di vivere e lavorare in modo dignitoso e nel rispetto di leggi e contratti. Anche in terre dove tutto, anche l’aria che si respira, è controllato dalla mafia e condizionato dalla malapolitica. Sono scesi in piazza un anno dopo “i fatti di Rosarno”.<br />
<strong>La rivolta dei braccianti neri</strong>, la caccia all’uomo e la scoperta che in un punto sperduto d’Italia uomini venuti da lontano alla ricerca di un pezzo di pane, vivevano (vivono) come bestie. Ammassati nei capannoni di una fabbrica fallita (uno dei tanti esempi dell’inganno industriale della Calabria), tra cartoni ed escrementi, topi e sporcizia, sfruttati da caporali senza scrupoli e imprenditori agricoli con foreste di pelo sulla coscienza, rifiutati da una popolazione di bianchi che in quelle facce nere e scavate forse rivedeva i volti raccontati da Franco Costabile, calabrese e poeta maledetto morto suicida a 41 anni. “Il bracciante la sera si guarda nella bettola il manifesto del piroscafo e degli uccelli bianchi. Lui e il suo cuore non vanno d&#8217;accordo”. Non c’erano piroscafi un anno fa per i braccianti neri cacciati da Rosarno, ma pullman, torpedoni della vergogna che dovevano portar via, lontano dalla Calabria, quegli uomini sfruttati e sottrarli così ai linciaggi.<br />
<strong>“Non dovete ringraziarmi, noi siamo tutti uguali</strong>”. Nell’indifferenza della gente di Rosarno (al corteo organizzato dalla Cgil e dall’associazione Radici di bianchi se ne sono visti pochi), una donna quasi novantenne, la veste nera di un lutto che la avvolge da trent’anni, l’unica a pronunciare parole giuste e straordinariamente moderne. Si chiama Caterina ed è la mamma di Peppe Valarioti, eroe civile della Calabria, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno 1980. Si era occupato di arance e braccianti, di cooperative e speculazioni sui contributi comunitari e aveva capito che la ‘ndrangheta dei Pesce, dei Bellocco e degli altri mammasantissima che da sempre dominano nella Piana di Gioia Tauro, aveva messo le mani sul business degli agrumi. Lo uccisero e la sua morte, come tante altre morti civili nelle terre di ‘ndrangheta, è rimasta impunita. I braccianti neri hanno voluto fermarsi sotto la casa di Peppe, hanno stretto la mano dell’anziana madre, hanno scambiato con lei qualche parola. E’ toccato ancora una volta a loro, ritessere il filo di una memoria che a Rosarno e in Calabria in troppi hanno velocemente cancellato. Quella di uomini, sindacalisti e dirigenti politici, che non molti anni fa si sono battuti per la giustizia e il lavoro, contro i boss della ‘ndrangheta e i politici corrotti. Uomini morti giovani con in testa il sogno di una politica dalle mani pulite sempre. Ieri i neri di Rosarno, gli ultimi della terra in una terra che la sua classe dirigente precipita sempre più giù nelle classifiche nazionali, hanno reso omaggio a questa storia. <strong>Nella Calabria dei consiglieri che si inginocchiano di fronte ai boss, baciano le loro mani, trattano pacchetti di voti per la Regione e per il Parlamento è una buona notizia. Una grande lezione di civiltà. Una piccola speranza per la Calabria.</strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5434" title="manifestazione" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/manifestazione-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>MIGRANTI, A ROSANO NULLA È CAMBIATO</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em><br />
<strong>Non sempre il tempo serve per migliorare le cose</strong>, a volte le rende peggiori. A un anno esatto dai “fatti” di Rosarno nulla è cambiato. I migranti continuano a vivere in sofferenza e condizioni disumane: niente acqua, niente luce, niente gas, niente scarpe comode per affrontare il lavoro al gelo nei campi, niente case confortevoli ma soliti tuguri nascosti nelle campagne deserte, niente integrazione. Se qualcuno parla di “situazione migliore” si riferisce al fatto che, a differenza dello scorso anno, non sono più 2500 gli africani che vivono in città ma 700; che il governo ha pensato di programmare un progetto di accoglienza che però tarda ad attuarsi e comunque non si riferisce a più di 120 persone e che, infine, a seguito della deportazione di massa dello scorso gennaio sono stati eliminati anche alcuni luoghi simbolo del degrado, i ghetti neri come l’ex cartiera (che era già stata chiusa prima degli scontri), l’ex rognetta e l’ex Opera Sila.<br />
Non è azzardato dire che parte di quelli tornati a Rosarno stavano meglio in quei posti. Ora sono molto più impauriti e isolati. Gli africani sono, nella gran parte, gli stessi di quelli dello scorso anno. Costretti a tornare per la fame e la miseria. Al loro paese moltissimi lasciano moglie e figli. Per non dare troppo nell’occhio ora sono sparsi nelle campagne cittadine, rendendosi così solo invisibili. Qualcuno ha trovato una casa nel centro storico dove vive insieme ad altri connazionali. Altri, più fortunati, nella vicina frazione di Drosi, a Rizziconi, dove le cose vanno un po’ meglio. Altra novità sconcertante è che gli immigrati – che guadagnano sempre dalle 20 alle 25 euro al giorno, quando riescono a lavorare – devono pure farsi carico dell’affitto che arriva fino a 150 euro al mese per un posto letto, se così si possono definire una brandina e un materasso di seconda mano. Il tetto spesso nemmeno c’è nelle vecchie costruzioni di campagna. E loro, che neppure trovano la forza per ribellarsi ancora, pagano in silenzio e fanno fatica anche a dirlo, hanno paura di essere cacciati o deportati nuovamente.<br />
<strong>Si sono abituati nel frattempo alla curiosità dei cronisti. Non si nascondono più</strong>. Chiedono addirittura aiuto, qualcuno ti fa vedere i piedi nudi e ti dice che per lavorare ha bisogno di un paio di scarpe. Gli infradito in inverno, con il freddo pungente, servono a ben poco.  Sono persone a cui è stato negato ogni diritto. Ai margini della società. Per recarsi al lavoro pagano inoltre il trasporto in macchina che è di circa 2.50 euro andata e ritorno. E poi ci sono i caporali. I migranti, quelli più deboli, sono spesso la vittima privilegiata di queste persone che vivono fra gli “invisibili” in campagna ma che hanno imparato a parlare meglio l’italiano rispetto agli altri connazionali, quindi sono bravi a trattare con il padrone.<br />
La sera, dopo una giornata di lavoro faticoso – si fa rientro in quei tuguri bui e gelidi, circondanti da tanto fango e maleodoranti. Qui i migranti mangiano un boccone, riscaldano l’acqua in grandi pentole per lavarsi e dormono in 15 o 30 persone nella stessa “casa”. Sperando che all’alba, una volta fuori sulla statale 18, si riesca a trovare un lavoro per racimolare qualche spicciolo. In un momento in cui ci si mette di mezzo la crisi agrumicola che rende difficoltosa pure l’attività dello sfruttamento per gli speculatori. Che probabilmente ora sono attirati anche dalla presenza di gruppi di popolazioni dell’Est.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5435" title="casaimmigrati" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casaimmigrati-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>La rivolta dello scorso inverno </strong>– in parte reazione agli italiani che hanno iniziato ad aprire il fuoco – ha generato un inferno vero e proprio in paese. Lo spettro di quell’inferno ancora si agita in quelle strade che portano alle campagne dove vivono in isolamento i migranti, che però negano di avere vissuto la guerriglia urbana. I rosarnesi che non hanno preso parte agli scontri si sono barricati in casa, altri non hanno mai smesso di dire che Rosarno non è razzista. E’ stato da più parti escluso l’interessamento della mafia alla rivolta, il lavoro bracciantile non sembra essere in preda alle cosche, ma le modalità con cui sono stati affrontati gli scontri sono certamente mafiose.<br />
<strong>Il lavoro nero, il guadagno illecito dei caporali di turno</strong>, lo sfruttamento brutale non sono certo esempi di legalità. Di questo l’operazione Migrantes dello scorso anno aveva già chiarito ogni dubbio. Quel gennaio 2010, però, non ha insegnato nulla. L’integrazione con il resto della popolazione non c’era e non c’è. E tutti si sentono impotenti di fronte a tanta povertà e miseria. Gli immigrati non hanno dove andare, lo confessano loro stessi. Vorrebbero trovare i soldi per far visita ai propri cari almeno una volta all’anno.<br />
Ma in certi casi la miseria li trattiene pure in estate in questi luoghi, sempre isolati dal resto del mondo. Eppure loro il sorriso non lo perdono. Quando ci parli ironizzano sulla loro condizione di vita. Pare che ci abbiano fatto il callo e che sappiano tanto perfettamente quanto terribilmente che il loro destino è questo. La preoccupazione più grande è quando qualcuno di loro è chiamato dai propri cari. Spesso quello che guadagnano basta appena a mandare qualche soldo a casa. L’impotenza a quel punto è totale. E fa più male dell’indifferenza.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5436" title="case" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/case-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’Osservatorio per i migranti AfricaCalabria &#8211; Rosarno</strong> – di cui Peppe Pugliese è l’esponente numero uno non ha mai smesso di dare assistenza agli africani e di fare fronte alle problematiche quotidiane. Lo faceva già prima che scoppiasse l’emergenza e la rivolta. Materassi, vestiti, cibo e cure sono cose che sbrigano i volontari e la rete di persone che hanno intorno. Allora se manca la luce, i beni di prima necessità, se si fa male qualcuno è Pugliese che interviene a tempo pieno. Proprio lui, senza voler fare polemica, ha evidenziato che la situazione dei migranti “non si scopre solo una volta all’anno – tanto per fare passerelle – ma è un impegno che ognuno come può deve assumere tutti i giorni”.<br />
Tanto da sapere quando un migrante – come nel caso di Kante Marcus Fakemo deceduto lo scorso 14 novembre – si ammala e muore per le conseguenze di una polmonite bilaterale. <strong>Pugliese non è stato coinvolto nell’iniziativa della Cgil </strong>e della neo associazione Rete Radici. Il suo impegno giornaliero è evidentemente apprezzato solo dai migranti. Che allo stesso modo sono riconoscenti a Norina Ventre, mamma Africa, che non ha mai smesso di prendersi cura di loro trattandoli come figli.<br />
D&#8217;altra parte nessuno gli dà maggiori speranze. Il neo sindaco Elisabetta Tripodi, ha fatto un giro nelle campagne nei giorni scorsi per constatare la situazione. Ma in quei luoghi ha probabilmente verificato la difficoltà di operare di fronte a tanto malessere. Rosarno è una delle città nella Piana di Gioia Tauro che esce da due anni di commissariamento per infiltrazione mafiosa. Dare un nuovo volto a un paese che negli anni è stato piegato dalla ‘ndrangheta, non è sicuro una cosa facile. Così come non è facile ridare la dignità che è stata negata ai migranti. Ad un anno dai fatti di Rosarno la Cgil, insieme all’associazione Rete Radici hanno deciso di scendere in  piazza per la difesa dei diritti degli immigrati.<br />
In una manifestazione sit-in che a Rosarno partirà da piazza Valarioti e a Reggio Calabria si svolgerà davanti alla Prefettura nella mattinata di oggi.<br />
La Tripodi aveva dichiarato nei giorni scorsi che la situazione rispetto allo scorso anno non era cambiata di molto. Ma ieri è uscita una nota stampa in cui si annuncia l’apertura – nella prossima settimana – di un campo nella zona industriale, in un’area concessa al Comune in comodato d’uso per cinque mesi dall’Asi, con 20 container con 6 posti ciascuno messi a disposizione dalla protezione civile regionale. In grado di accogliere un centinaio di migranti. Il primo cittadino ha affermato – sempre nella nota – di avere già fatto un sopralluogo. Anche in questo caso solo 120 migranti beneficerebbero dei posti nel container. E bisogna capire per quanto tempo.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5437" title="calogero cgil" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/calogero-cgil-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /> <strong>Uno degli slogan del corteo di oggi</strong> è “tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. La Cgil è scesa in piazza per chiedere il permesso di soggiorno ai migranti che lavorano nei campi del Sud; un piano agricolo della Piana che rilanci l’economia e crei lavoro; pratiche di ospitalità costruite dal basso: modello Drosi; un tavolo regionale su politiche dei migranti e lavoro in agricoltura; il superamento della legge Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza, delle politiche del governo Berlusconi.<br />
E poi diritti per tutti: per una alleanza tra piccoli produttori, i lavoratori migranti, i consumatori senza il diritto a una alimentazione sana, i cittadini onesti. La maggior parte dei migranti ha difficoltà a lavorare perché sono richiedenti asilo, una posizione che li vede quasi come irregolari.<br />
Tanti, circa 300, i migranti scesi in piazza a Rosarno e che poi sono saliti in pullman per andare a manifestare davanti alla Prefettura a Reggio Calabria.<br />
Pochi, nessuno, dei cittadini al corteo. Qualcuno affacciato timidamente alla finestra di casa propria. Scarsa la partecipazione della politica locale e regionale. Nessun rappresentante della Piana a parte il sindaco di Rosarno.<br />
Anche se al corteo il gonfalone del Comune non s’è visto.<br />
La storia si ripete, ma senza violenza fisica: neri da una parte, bianchi dall’altra. La percezione, purtroppo, è questa. L’integrazione passa anche dalla partecipazione. A sfilare solo qualche giovane studente del liceo Scientifico di Rosarno. <strong>E loro, gli invisibili, i migranti</strong>. Che non sembravano però gli stessi che vivono nelle campagne. Almeno dal modo in cui erano vestiti. Qualcuno di loro faceva le foto con il cellulare, altri erano fieri dei propri occhiali da sole. Al corteo insieme a Rete Radici, Cgil, fra gli altri, c’erano don Pino De Masi, il referente di Libera per la Calabria e Peppino Lavorato, storico ex sindaco antimafia di Rosarno.<br />
«Gli africani neri sono gli amici del popolo rosarnese – ha affermato Lavorato –. Io sfilavo 50 anni fa con i braccianti e le raccoglitrici di olive per la difesa dei diritti e per il salario. Oggi – ha proseguito – sono lieto di sfilare per i diritti dei lavoratori qualunque sia il colore della pelle. Devono essere difesi e rispettati da tutte le persone perbene». Lavorato ha voluto chiarire che gli amministratori locali poco possono fare per i bisogni quotidiani degli immigrati. Dato che mancano le risorse.<br />
Per questo ha richiamato la Regione Calabria e il governo nazionale che potrebbero far fronte ai bisogni dei migranti. «Le amministrazioni locali – ha aggiunto l’ex sindaco – hanno però la possibilità di svolgere un compito importante per l’accoglienza e l’integrazione. Questa nuova amministrazione ha iniziato con il piede giusto, con la presenza e la sollecitazione alle istituzioni». Mentre per don De Masi il problema dei migranti è strettamente legato a quello delle politiche agricole. «I migranti – ha detto il referente di Libera – devono essere visti come una risorsa, una ricchezza. Rispetto allo scorso anno la conflittualità è migliorata. Dal punto di vista abitativo si è aggravata la situazione. Il caporalato esiste ancora ed è diffuso anche fra di loro» ha spiegato, evidenziando che i conflitti si potrebbero scatenare ancora vista la crisi nel settore e la mancanza di lavoro diffusa fra la stessa popolazione rosarnese. Il segretario generale della Cgil della Piana, Nino Calogero, ha fatto infine presente che per i progetti ai migranti si utilizzano ancora i fondi del Pon sicurezza.<br />
«E’ sbagliato – ha spiegato Calogero – perché non si tratta di una questione di ordine pubblico o di criminalità, ma serve un intervento sociale». Al di là delle singole posizioni nessuno ha negato che non è cambiato nulla. Anche le richieste sono quelle di un anno addietro. <strong>Non cambia il dolore e la sofferenza di chi vive imprigionato nella povertà, lontano dal calore umano. Non cambiano il volto e gli occhi di chi, disperato, chiede solo integrazione e dignità. Non cambia lo sguardo di chi ha ancora davanti le immagini della rivolta e della violenza. </strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-5447" title="scontri2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/scontri2010.jpg" alt="" width="271" height="186" /><strong>I FATTI DI ROSARNO. LA CRONOLOGIA</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em></p>
<p>GIOVEDI 7 GENNAIO 2010<br />
Ore 14.00 – ferito migrante all’ex Opera Sila di Gioia Tauro.<br />
Ore 15.30 – Ferito migrante alla Rognetta di Rosarno.<br />
Ore 17.00 – Protestano 300 migranti sulla statale tra Gioia Tauro e Rosarno: auto bruciate, barricate per strada e feriti cittadini rosarnesi. Disordini nel centro di Rosarno.<br />
Ore 18.00 – Migranti incontrano la commissione straordinaria di Rosarno nel municipio.</p>
<p>VENERDI’ 8 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Arrestati 7 migranti, la polizia piantona i dormitori.<br />
Ore 8.00 – Rosarnesi iniziano barricate.<br />
Ore 9.30 – Maroni dichiara: “con i migranti fin troppa tolleranza”.<br />
Ore 10.00 – Migranti al Comune dopo il corteo vigilato dalle forze dell’ordine.<br />
Ore 12.00 – Rosarnesi presidiano il municipio per fare espellere gli irregolari.<br />
Ore 14.30 – Arrestato Antonio Bellocco, nel corso di nuovi scontri.<br />
Ore 15.00 – Riunito a Rosarno il comitato provinciale ordine e sicurezza.<br />
Ore 16.00 – Il pefetto Varratta: “Maroni invierà una task force interministeriale”. Arrestati Giovanni Bono e Giuseppe Ceravolo.<br />
Ore 18.30 – Gambizzati due migranti tra Laureana e Rosarno. Napolitano: “fermare senza indugio ogni violenza”.<br />
Ore 19.00 – Striscione inneggiante alla liberazione del detenuto Andrea Fortugno davanti al Comune.<br />
Ore 22.00 – 200 migranti accettano di lasciare Rosarno in pullman verso Crotone e Bari, sotto il lancio di pietre e impotente servizio d’ordine alla Rognetta.<br />
Ore 23.00 – Arrivo della task force.</p>
<p><em>Guarda il video degli scontri</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/OnN44ZVs7Wo?hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/OnN44ZVs7Wo?hl=it&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>SABATO 9 GENNAIO 2010<br />
Ore 8.00 – Continua il trasferimento dei migranti verso i centri di prima accoglienza.<br />
Ore 10.00 – Task force riunita: “Fatti gravi”.<br />
Ore 11.00 – Ferito migrante a Gioia Tauro.<br />
Ore 12.00 – Incendiato casolare di campagna occupato da 10 migranti a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – 15 migranti minacciati da un uomo armato di pistola in un casolare di Rosarno.<br />
Ore 19.00 – Rimosse le barricate innalzate nei pressi dei dormitori sgomberati.<br />
Ore 21.00- Bilancio della polizia: 21 migranti feriti, di cui 8 ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro, Polistena e Reggio. Feriti 14 rosarnesi, 10 agenti di polizia e 8 carabinieri.</p>
<p>DOMENICA 10 GENNAIO 2010<br />
Ore 6.00 – I carabinieri “cacciatori di Calabria” battono le campagne per mettere in salvo i migranti.<br />
Ore 8.00 – Comitato spontaneo di rosarnesi decide di organizzare una manifestazione.<br />
Ore 9.00 – I vigili del fuoco demoliscono la rognetta.<br />
Ore 10.00 Sentita omelia del parroco don Varrà.<br />
Ore 12.00 – Duro appello del Papa all’angelus “Rispettateli”.</p>
<p>LUNEDì 11 GENNAIO 2010<br />
Ore 10.00 – Vertice alla Procura di Palmi.<br />
Ore 16.00 – Corteo del Comitato aperto dallo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai media. 20 anni di convivenza non sono razzismo”.<br />
Ore 17.00 – Polemiche per la censura dello striscione “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”.<br />
Ore 19.00 – Annuncio prossima visita di Napolitano a Reggio Calabria: “Solidarietà e legalità oscurate”.</p>
<p>MARTEDI’ 12 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Incendiata auto di un ghanese, in via Fiume, nel centro storico di Rosarno.<br />
Ore 5.00 – Operazione antimafia “vento del nord”. 17 arresti contro il clan Bellocco, per fatti non collegati ai disordini.<br />
Ore 12.00 – Il Comitato annuncia il proprio scioglimento.<br />
Ore 17.00 – Crisi internazionale. L’Egitto accusa l’Italia: “violenze contro minoranze arabe e musulmane”.</p>
<p>MERCOLEDì 13 GENNAIO 2010<br />
Ore 12.00 – Maroni alla Camera sui fatti di Rosarno: Ripetute violenze ai danni dei migranti da parte di provocatori rosarnesi. Il trasferimento volontario ha interessato 748 migranti, i clandestini erano 19”.<br />
Ore 16.00 – Annunciati fondi (1,8 milioni di euro) per un vecchio progetto “centro per i migranti regolari” all’interno di un bene confiscato al clan Bellocco.</p>
<p>GIOVEDI’ 14 GENNAIO 2010<br />
Ore 15.00 – Il segretario del Pd Bersani incontra a Palmi il vescovo e partecipa a un incontro pubblico a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – Comitato di vigilanza parlamentare in materia di immigrazione arriva a Rosarno.<br />
Ore 21.00 – “La spremuta”, la rivolta di Rosarno nella trasmissione tv Annozero.<br />
Sull’episodio della censura dello striscione, il comitato: “è stato un equivoco”.</p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5442" title="africani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/africani-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /><strong>IMMIGRATI, LAVORO NERO E IL BUSINESS DELLE BRACCIA</strong><br />
<em>(di Laura Aprati)</em><br />
Ad un anno dagli scontri di Rosarno, di fronte alla desolazione in cui vivono migliaia di braccianti occorre fare una riflessione anche sulla nostra società.<br />
Due inchieste, “Leone” e “Migrantes”, hanno messo in luce come proprio in Calabria tra imprenditori e caporalato ( spesso oramai anche questo costituito da cittadini extracomunitari) esiste un patto di ferro e di soldi per trafficare in esseri umani.<br />
Intercettazioni hanno evidenziato come si facevano accordi per poter avere lavoratori a basso costo e soprattutto ricattabili. In uno dei colloqui si sente un imprenditore calabrese che chiede al suo referente di procurare 5/6 operai per un suo “compare” che ha una segheria e il colloquio segue con la spiegazione su come fare la domanda, su come presentare la denuncia dei redditi (“aggiustata” ad arte dal commercialista di fiducia).<br />
<strong>Quanto  possono rendere gli immigrati? Per ogni richiesta che l’imprenditore fa può avere dai 4 ai 7mila euro e ognuno di loro può fare almeno 5 richieste. A questo poi va aggiunto lo sfruttamento sul lavoro: 25 euro per 10 ore di lavoro!</strong></p>
<p><em>Ascolta l&#8217;audio in formato mp3</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="144" height="60" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/audio-indianino.mp3" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="144" height="60" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/audio-indianino.mp3"></embed></object><br />
Confindustria, le associazioni delle piccole e medie imprese sono parte in causa in questo fenomeno e se hanno iniziato, parzialmente, a cercare di ripulirsi dalla “mafia” debbono fare altrettanto con gli imprenditori che guadagnano su esseri umani che cercano solo una vita migliore. <strong>Come va considerato un imprenditore che guadagna, al nero, sulle richieste per braccianti/operai extracomunitari e poi li lascia in mano ai caporali? Meglio o peggio di un assassino o di un mafioso?</strong></p>
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		<title>Video choc alla Sanità: la rabbia dei boss contro i killer</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 14:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Alessandro Chetta)
Gli alleati furiosi coi mandanti dopo la diffusione del filmato. Alla faccia della presunta vanità: ai boss della camorra non piace affatto la mondovisione. Come si può essere più incauti? Mandare un killer in missione di morte, in pieno giorno, senza accorgersi del Grande fratello? Ovvero di una telecamera puntata esattamente fuori al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5200" title="omcidio_bacioterracino" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/omcidio_bacioterracino.jpg" alt="" width="209" height="180" />(di Alessandro Chetta)</p>
<p><strong>Gli alleati furiosi coi mandanti dopo la diffusione del filmato. </strong>Alla faccia della presunta vanità: ai boss della camorra non piace affatto la mondovisione. Come si può essere più incauti? Mandare un killer in missione di morte, in pieno giorno, senza accorgersi del Grande fratello? Ovvero di una telecamera puntata esattamente fuori al bar del delitto? Punti interrogativi che potete tranquillamente trasformarle in parolacce: quelle che, secondo due pentiti, sono state pronunciate a gran voce dai capoclan alleati contro i mandanti del delitto di Mario Bacioterracino alla Sanità, quartiere di Napoli, subito dopo il suo assassinio: quei colpi di pistola a freddo immortalati nel “video shock” che poi ha fatto il giro del mondo, complice la decisione della Procura partenopea di diffonderlo per raccogliere potenziali testimonianze e/o sensibilizzare la gente comune (non è ancora chiarissimo).</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/zxX5FAujPCM?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/zxX5FAujPCM?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Il processo in Assise è iniziato: sul banco degli imputati Costanzo Apice, che però ha sempre negato con decisione di essere l’uomo col cappellino che appare pistola in pugno nel filmato. Sono i collaboratori di giustizia Biagio Esposito e Carmine Cerrato a descrivere la furia degli alleati contro i Lo Russo &#8211; presunti mandanti dell’omicidio che avrebbero scelto i sicari e deciso il momento dell’agguato &#8211; dopo la diffusione pubblica delle immagini. <strong>Le accuse dei pentiti, depositate in aula, sono il primo colpo battuto dal pool guidato dal procuratore aggiunto Sandro Pennisilico, dopo il lavoro dei pm Sergio Amato e Enrica Parascandolo</strong>.</p>
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		<title>I reportage di Al Jazeera, Financial Times e BBC sulle infiltrazioni criminali nella gestione dei fondi UE</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2010 11:59:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[Criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[Financial Times]]></category>
		<category><![CDATA[Fondi]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>

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		<description><![CDATA[Al Jazeera English, Financial Times e BBC dedicano dei reportage al crimine organizzato in Italia, documentando infiltrazioni criminali non solo negli appalti pubblici ma anche nella gestione dei fondi comunitari.
Un&#8217;inchiesta che parte dall&#8217;analisi della quantità di fondi erogati dall&#8217;Unione Europea e da un&#8217;attenta analisi del loro utilizzo.
I reportage mettono in luce i sistemi estorsivi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al Jazeera English, Financial Times e BBC dedicano dei reportage al crimine organizzato in Italia, documentando infiltrazioni criminali non solo negli appalti pubblici ma anche nella gestione dei fondi comunitari.<br />
Un&#8217;inchiesta che parte dall&#8217;analisi della quantità di fondi erogati dall&#8217;Unione Europea e da un&#8217;attenta analisi del loro utilizzo.<br />
I reportage mettono in luce i sistemi estorsivi e di collusione che permettono il fenomeno.</p>
<p>&gt; Leggi il resoconto sul sito <a href="http://thebureauinvestigates.com/2010/11/29/top-story-4/" target="_blank"><strong>The Bureau of Investigative Journalism</strong></a></p>
<p>&gt; Guarda il Video del reportage di <strong>Al Jazeera</strong> English<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/b-M2dscDJ0E" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/b-M2dscDJ0E" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>&gt; Ascolta il podcast audio della <a href="http://www.bbc.co.uk/programmes/b00w7bv7" target="_blank"><strong>BBC</strong></a></p>
<p>&gt; Scarica l&#8217;articolo di <strong>Giulia Segreti</strong> e <strong>Federico Gatti </strong>pubblicato sul <a href="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/12/Financial-Times-01122010.pdf" target="_blank"><strong>Financial Times</strong></a></p>
<p>Testimoni il magistrato <strong>Di Palma</strong> ma anche <strong>Gaetano Saffioti</strong>, collaboratore di giustizia, e <strong>Antonino Birrittella</strong>, ex appartentente alla famiglia mafiosa di Matteo Messina Denaro ed oggi dichiarante di giustizia. Birrittella, nel documentario <strong>Malitalia storie di mafiosi eroi e cacciatori</strong>, ha aperto uno spaccato sulla trasformazione della mafia da agricola a finanziaria e soprattutto sulla gestione moderna degli affari da parte di Matteo Messina Denaro, l&#8217;ultimo boss di Cosa Nostra.</p>
<p>&gt; Guarda anche il trailer del documentario <strong>Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori</strong><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2kw_Z02F0TY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/2kw_Z02F0TY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Un giorno come tanti. A Terzigno</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2010/11/un-giorno-come-tanti-a-terzigno/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 10:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Campania]]></category>
		<category><![CDATA[Rifiuti]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Alessandro Chetta) Video documentario sulla resistenza anti-discarica in terra vesuviana.

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di Alessandro Chetta) Video documentario sulla resistenza anti-discarica in terra vesuviana.</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/PPkKlPQtPHk?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/PPkKlPQtPHk?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Come può un poliziotto&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 08:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Brescia]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Francesco Perrella)
Spesso per capire un presente che ci appare assurdo basta scavare un po&#8217; nel passato. Rileggere le storie a cui magari sul momento non si è prestata attenzione, che apparivano insignificanti e sterili. Storie che valgono la pena di essere raccontate, come quella dell&#8217;ex agente Matteo Federici, classe 1981, un ragazzo come tanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4890" title="brescia" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/brescia.jpg" alt="" width="223" height="167" />(di Francesco Perrella)<br />
<strong>Spesso per capire un presente che ci appare assurdo basta scavare un po&#8217; nel passato</strong>. Rileggere le storie a cui magari sul momento non si è prestata attenzione, che apparivano insignificanti e sterili. Storie che valgono la pena di essere raccontate, come quella dell&#8217;ex agente Matteo Federici, classe 1981, un ragazzo come tanti cresciuto nella provincia romana ed entrato in polizia dopo il diploma, spinto un fascino per la divisa che portava nel cuore già da bambino.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/tSD_-pV10_U?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/tSD_-pV10_U?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Di stanza a Torino, in una domenica di febbraio del 2003 sta rientrando dalla sua prima missione, un servizio di sicurezza allo stadio di San Siro durante la partita Inter-Reggina. Sul pullman pieno di suoi colleghi la chiacchiera si sposta rapidamente sul calcio; i più ridono su come, a Roma, i tifosi romanisti, per lo più di sinistra siano stati spinti fuori dalla curva da quelli di destra. <strong>Matteo interviene nella discussione, assicura che, essendo anch&#8217;egli un tifoso della Roma ed assiduo frequentatore dell&#8217;Olimpico, non è mai stato coinvolto in simili episodio di politicizzazione del calcio</strong>. I colleghi più anziani provocano, accusandolo di essere una “zecca”, uno di quelli che, a Genova, nel 2001 aveva sputato sulla polizia. Anche qui Matteo invita a non generalizzare, sostiene che non tutti i manifestanti di Genova fossero li con intenti violenti e che, se sputavano, lo facevano non sugli uomini, ma sulle istituzioni. Si scatena il putiferio, e solo un richiamo di un ispettore riporta l&#8217;ordine sul pullman, ma la vicenda non è destinata ad esaurirsi qui. Alcuni agenti che avevano partecipato al servizio a Milano stilano una relazione sul caso che arriva sul tavolo della Commissione Consultiva della Scuola allievi di Piacenza; benché lo stesso ispettore responsabile della squadra di cui faceva parte Matto sostenga, seppure con qualche riserva, la versione dell&#8217;agente, ponendo la questione sul tono della “ragazzata”, il direttore della scuola, Mattia La Rana, è deciso nel comminare al giovane la pena della “deplorazione”, decisione che viene rapidamente confermata dal Ministero dell&#8217;Interno, ma che appare spropositata a fronte del fatto contestato. Prima coincidenza: fanno la loro comparsa due richiami disciplinari rivolti all&#8217;agente Federici, uno per aver “smarrito il tesserino” e l&#8217;altro per “aver parlottato durante un&#8217;esercitazione”, per andare a sostenere la proposta di radiazione avanzata da La Rana. <strong>Come da prassi, viene chiamato a far parte della Commissione Consultiva anche un delegato della Silp Cigl, tale Emanuele Ricifari, allora di stanza a Piacenza presso la stessa scuola di cui Matteo era stato allievo</strong>. Insieme a La Rana, è l&#8217;unico componente della Commissione a sostenere fermamente la pena della deplorazione per l&#8217;agente Federici.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Kge1AqrSbek?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/Kge1AqrSbek?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Una presenza singolare, la sua, in quanto lo stesso dirigente provinciale Silp Cigl, dott. Pizzamiglio, era all&#8217;oscuro del suo coinvolgimento in una vicenda tanto delicata come la radiazione di un agente dall&#8217;Arma, di cui avrebbe dovuto essere immediatamente informato. Seconda coincidenza:<strong> Emanuele Ricifari è sposato con Maria Pia Romita, vice-direttore della scuola allievi di Piacenza e, quindi, collaboratrice diretta di La Rana</strong>. Il finale della nostra storia, a questo punto, appare facilmente immaginabile. L&#8217;agente Matteo Federici, ad appena ventidue anni, viene deplorato senza possibilità di appello dal corpo di polizia; ciò gli precluderà, anche la possibilità di partecipare a tutti quei concorsi pubblici (quasi tutti) per i quali è richiesto il non essere stati «espulsi da Forze Armate o da altri Corpi militarmente organizzati». Una decisione presa nonostante le testimonianze favorevoli dei superiori di Matteo, nonostante il dirigente locale del sindacato di Polizia non fosse stato informato, nonostante una pagella che attribuiva all&#8217;agente Federici buone capacita di reagire di fronte agli insuccessi, esecuzione dei compiti senza necessità di ulteriori stimoli, adeguata condotta di fronte a difficoltà impreviste, esecuzione scrupolosa del proprio compito, nessuna difficoltà a rispettare le norme, attenzione e continuità nel rispettare i gradi gerarchici. Una decisione che puzza di pregiudizio anche a distanza di sette anni, presa sulla base di motivazioni che lasciano tutt&#8217;ora il tempo che trovano. Matteo Federici avrebbe solo voluto essere un bravo poliziotto, un servitore dello stato. Per qualcun altro, invece, è andata diversamente. L&#8217;agente Emanuele Ricifari, infatti, viene promosso a vice questore di Brescia, dove opera tutt&#8217;ora. Si dice che il passato di una persona ci dica tanto su quello che sia nel presente. <strong>A guardare il suo passato di poliziotto, l&#8217;agente Ricifari appare insofferente ad ogni forma di protesta e di anticonformismo. E a guardare queste immagini, liberamente reperibili nella rete, di cui l&#8217;ispettore Ricifari è suo malgrado protagonista, si capisce come nulla avvenga puramente per caso.</strong></p>
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