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	<title>Malitalia &#187; Audio</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Zagaria,il re del cemento</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 18:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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“Oggi è come tirare un sospiro di sollievo. Questa mattina mi è tornata in mente la frase di Giovanni Falcone che dice che la mafia è un fenomeno umano che ha un inizio e una fine. Io ci ho sempre creduto  ma questa mattina mi è sembrata più vera”. Chi parla,con forza ed emozione, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8607" href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/arresto-zagaria6/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8607" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria6-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>“Oggi è come tirare un sospiro di sollievo. Questa mattina mi è tornata in mente la frase di Giovanni Falcone che dice che la mafia è un fenomeno umano che ha un inizio e una fine. Io ci ho sempre creduto  ma questa mattina mi è sembrata più vera”. Chi parla,con forza ed emozione, è Lorenzo Diana, ex senatore oggi presidente della Rete per la legalità e Direttore del Mercato Ortofrutticolo di Napoli. Ma Lorenzo Diana è nato proprio a Casapenna, in provincia di Caserta, dove questa mattina alle 11.30 è finita la lunga latitanza di Michele Zagaria “capastorta”, l’ultimo boss dei casalesi ancora libero. Fino a oggi. Lorenzo Diana è cresciuto, anche politicamente, proprio nel triangolo di Gomorra, Capasenna-S.Cipriano d’Aversa-Casal di Principe. Tanta parte, questi luoghi, hanno nella sua vita che proprio in questo angolo di Campania qualcuno decise come ucciderlo. Oggi dopo le prime indiscrezioni al telefono mi ha subito detto “E’ vero, è vero. E’stato preso!”.</p>
<p>Una  liberazione.</p>
<p><strong>-Ieri gli arresti politico economici. Oggi l’ala militare. Che sta succedendo?</strong></p>
<p>Quello che  è successo oggi è straordinario ed è la fotografia di come, in Campania, si sia perfezionato il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. E’ stato sferrato un attacco alla  camorra su più fronti: su quello militare e su quello politico economico. Oltre tutto si attaccano anche i patrimoni. Si attacca tutta la filiera.</p>
<p><strong>-E’ finita?</strong></p>
<p>No , è però  una grande sconfitta. Con l’arresto di oggi finisce una generazione, quella cresciuta con Antonio Bardellino. Anche il procuratore De Raho dice, giustamente,che il clan non  è morto. Non bisogna abbassare la guardia. Già adesso, in questo momento, qualcuno ha preso il posto di Zagaria ma certo non ha la sua esperienza dovrà avere il tempo, se mai gli verrà concesso, di prendere in mano completamente il clan che adesso è una bestia ferita.</p>
<p><strong>-Chi è  Michele Zagaria?</strong></p>
<p>Un boss con una grande capacità imprenditoriale e di infiltrazione. Sicuramente cresciuto, insieme al clan stesso, grazie alle coperture politiche ed economiche che stanno emergendo proprio in questi giorni. Pensate che il raggio di azione del clan è non  legato al solo territorio campano. Un esempio per tutti qualche mese fa si è scoperta una finanziaria che tramite il prestito era entrata in partecipazione di circa 150 aziende in Veneto. E ricordiamo le attività commerciali acquisite in Umbria, Abruzzo, Roma e Emilia Romagna. Pensiamo al ciclo del cemento e dei lavori edili, agli appalti. Sono diventati imprenditori  e si sono infiltrati ovunque. Una struttura forte e temibile che ha resistito ad arresti, confische sequestri. E questo perché ha beneficato, per troppo tempo, di coperture anche eccellenti. Ma oggi inizia un’altra pagina</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EN87n3ZlyyQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>-Ora cosa bisogna fare?</strong></p>
<p>Bisogna ridare fiducia alle persone che abitano questi territori e che si sono sentiti appartenenti  ad uno stato sociale rappresentato dal clan. Si sono identificati in loro. Questa non è semplicemente una gioco a guardie e ladri. Non è solo repressione che fa vincere la guerra: ci vuole la presenza dello Stato nel sociale e soprattutto bisogna dare un segnale: la magistratura non va elogiata solo quando tocca l’ala militare ma anche quando tocca i politi, i colletti bianchi quelli che fino ad oggi si sono sentiti intoccabili.</p>
<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-re-del-cemento/lepore/" rel="attachment wp-att-8608"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/lepore.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-8608" /></a></p>
<p>Quello che dice Lorenzo Diana è proprio vero bisogna debellare una mentalità quella che ha permesso al clan di crescere indisturbato dagli anni 70 ad oggi. Quella mentalità che si è nutrita del rispetto e della sudditanza di una popolazione che viveva il clan come una specie di sportello sociale o di centro per l’impiego.</p>
<p>D’altra parte Zagaria è stato arrestato questa mattina in un villino al centro di Casapesenna che, a dire il vero, non è  New York e quindi in molti sapevano chi era nascosto in quel bunker , isolato da 5 metri di cemento armato.</p>
<p>Nell’ultima visita a Casal di Principe, con l’allora capo della Mobile di Caserta Rodolfo Ruperti, si parlava proprio di quanto il clan facesse ricadere sul territorio, in vario modo, e cioè circa 900mila euro al mese!</p>
<p>E adesso lo Stato deve dimostrare che non sa solo colpire l’ala militare e  quella politica.</p>
<p>(pubblicato su www.lindro.it)</p>
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		<title>Nell’inferno di Lampedusa</title>
		<link>http://www.malitalia.it/2011/03/nell%e2%80%99inferno-di-lampedusa/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 16:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Lampedusa]]></category>

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		<description><![CDATA[Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. Proseguono gli sbarchi sull&#8217;isola siciliana. 
L’ultimo sbarco nell’inferno di Lampedusa al quale il cronista assiste è all’una e mezza del mattino. Arrivano in settanta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/03/sbarchi-pp-300x115.jpg" alt="" width="300" height="115" class="alignleft size-medium wp-image-6348" /><strong>Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca</strong>, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. Proseguono gli sbarchi sull&#8217;isola siciliana. </p>
<p>L’ultimo sbarco nell’inferno di Lampedusa al quale il cronista assiste è all’una e mezza del mattino. Arrivano in settanta sul solito barcone da pesca, sono partiti da Zarzis, Tortuga della Tunisia. Ci sono donne e bambini, due uomini si sentono male appena toccano il suolo del molo. <strong>E’ buio e la tendopoli di stracci e cartoni</strong> dove dormono ormai da giorni migliaia di disperati, neppure fa caso ai nuovi arrivi. Solo gli ultimi di una giornata che ha visto arrivare a raffica almeno 700 profughi. La punta più alta alle 17,39 di ieri. In poco meno di un’ora spuntano sette barconi, uno dietro l’altro. Poliziotti e marinai della Capitaneria non fanno neppure in tempo a far attraccare la prima barca, che subito all’orizzonte se ne profilano altre tre.</p>
<p><object height="136" width="100%"><param name="movie" value="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F675009&#038;show_comments=true&#038;show_artwork=true&#038;color=c4161c&#038;show_playcount=true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed allowscriptaccess="always" height="136" src="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F675009&#038;show_comments=true&#038;show_artwork=true&#038;color=c4161c&#038;show_playcount=true" type="application/x-shockwave-flash" width="100%"></embed></object><span><a href="http://soundcloud.com/ilfattoquotidiano/sets/lampedusa-il-caos-la-protesta">Lampedusa. Il caos, la protesta e la risposta politica</a> by <a href="http://soundcloud.com/ilfattoquotidiano">ilfattoquotidiano.it</a></span></p>
<p><strong>E’ un susseguirsi ininterrotto che per miracolo non sfiora in tragedia</strong>. Accade intorno alle sei di sera, quando una barca che sta attraccando si incrina su un fianco, quattro uomini finiscono in acqua con i loro zaini di plastica pesantissimi. Sono attimi di terrore, poliziotti e marinai li recuperano a fatica. L’acqua è sporca e fredda, nella concitazione un marinaio della Capitaneria si ferisce. Dopo un quarto d’ora gli uomini caduti in mare sono salvi. In fila come gli altri sul molo tremano dal freddo e vengono subito avvolti nelle coperte termiche. Triste conta della serata: 687 arrivi, dieci sono donne, 36 minori. <strong>Eppure la mattinata aveva visto l’arrivo di un traghetto della Grimaldi che ha gettato gli ormeggi a Cala Pisani,</strong> in grado di caricare 850 tunisini e portarli sulla terraferma. Insomma, si sperava in un “alleggerimento” di Lampedusa. Così non è stato: il bilancio finale è che al termine di questa giornata da incubo sull’isola sono presenti non meno di 5500 profughi. Un numero elevatissimo, più della popolazione residente. Lampedusa ancora resiste, riesce ad essere ancora solidale (nella nottata abbiamo visto i pescatori del peschereccio Dario, della marina di Pozzallo, regalare cassette di pesce ai tunisini sul molo), ma è esasperata. In serata si è diffusa la voce di epidemie, la gente è scesa in piazza e ha preso parte ad un comizio. “Non ne possiamo più”, dice Totò Martello, ex sindaco dell’isola, che annuncia una serie di manifestazioni di protesta. Nei prossimi giorni sarà convocato un consiglio comunale straordinario, mercoledì, in concomitanza col Consiglio dei ministri, corteo di protesta, giovedì serrata. “Ma non ci limiteremo a questo”, promettono sull’isola annunciando altre e ben più clamorose azioni di protesta.</p>
<p><strong>Sono stanchi anche i tunisini</strong>, stufi di vivere in condizioni disumane. Anche stanotte il molo si presentava nelle condizioni di una favela con la gente costretta a dormire per terra avvolta finanche nei sacchi neri della spazzatura, riparata sotto i camion parcheggiati, accucciata come cani sotto tende improvvisate sulla collina ormai ribattezzata Darfur. Un gruppo di tunisini ha iniziato lo sciopero della fame. Sono tutti giovani e in mano hanno pezzi di cartone scritti in uno stentato italiano. “Siamo persone. Europa, Italia ????”, con tanti punti interrogativi come a significare Europa, Italia, dove siete? E poi “Rispetto prima di pane”, il rispetto prima del pane. Anche quello scarso. Perché anche ieri, all’ora del pranzo e della cena la razione prevedeva un piatto di pasta o riso (freddo), due panini vuoti e acqua minerale. “Choper di fame”, sciopero della fame. E poi le condizioni igieniche. I moduli che comprendono cessi e docce sono ancora chiusi nei Tir del ministero dell’Interno parcheggiati proprio sul molo e sorvegliati da militari armati di tutto punto. E’ l’emblema della vergogna d’Italia. Quelle attrezzature, tende comprese, potrebbero alleviare le condizioni di centinaia di uomini, rendere meno bestiale l’attesa del loro trasferimento consentirgli di lavarsi, fare i propri bisogni in modo civile, dormire al coperto. E invece sono chiusi, inaccessibili. I lampedusani non hanno voluto che le tende venissero scaricate, il governo ha ceduto, non è riuscito né ad imporsi, né a spiegare le proprie ragioni. La gente non ha più fiducia nelle parole delle istituzioni. Teme che sulla loro pelle si stia giocando una sporca partita politica. Risultato finale: Lampedusa è una enorme tendopoli improvvisata, uno spettacolo allucinante con la gente accampata finanche sulla spiaggia costretta a lavarsi nelle acque putride del molo. Cosa accadrà oggi è difficile dirlo. <strong>La tensione è alle stelle e il mare è calmo. L’incubo di nuovi sbarchi si fa concreto. Dal mare arriverà altra disperazione e Lampedusa sa di essere sola.</strong></p>
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		<title>Dossier Rosarno: un anno dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 20:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA
(di Enrico Fierro)
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5433" title="casa di valarioti (la signora è la mamma)" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casa-di-valarioti-la-signora-è-la-mamma-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA</strong><br />
<em>(di Enrico Fierro)</em><br />
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro diritti in tanti (almeno 500) e con civiltà hanno chiesto di vivere e lavorare in modo dignitoso e nel rispetto di leggi e contratti. Anche in terre dove tutto, anche l’aria che si respira, è controllato dalla mafia e condizionato dalla malapolitica. Sono scesi in piazza un anno dopo “i fatti di Rosarno”.<br />
<strong>La rivolta dei braccianti neri</strong>, la caccia all’uomo e la scoperta che in un punto sperduto d’Italia uomini venuti da lontano alla ricerca di un pezzo di pane, vivevano (vivono) come bestie. Ammassati nei capannoni di una fabbrica fallita (uno dei tanti esempi dell’inganno industriale della Calabria), tra cartoni ed escrementi, topi e sporcizia, sfruttati da caporali senza scrupoli e imprenditori agricoli con foreste di pelo sulla coscienza, rifiutati da una popolazione di bianchi che in quelle facce nere e scavate forse rivedeva i volti raccontati da Franco Costabile, calabrese e poeta maledetto morto suicida a 41 anni. “Il bracciante la sera si guarda nella bettola il manifesto del piroscafo e degli uccelli bianchi. Lui e il suo cuore non vanno d&#8217;accordo”. Non c’erano piroscafi un anno fa per i braccianti neri cacciati da Rosarno, ma pullman, torpedoni della vergogna che dovevano portar via, lontano dalla Calabria, quegli uomini sfruttati e sottrarli così ai linciaggi.<br />
<strong>“Non dovete ringraziarmi, noi siamo tutti uguali</strong>”. Nell’indifferenza della gente di Rosarno (al corteo organizzato dalla Cgil e dall’associazione Radici di bianchi se ne sono visti pochi), una donna quasi novantenne, la veste nera di un lutto che la avvolge da trent’anni, l’unica a pronunciare parole giuste e straordinariamente moderne. Si chiama Caterina ed è la mamma di Peppe Valarioti, eroe civile della Calabria, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno 1980. Si era occupato di arance e braccianti, di cooperative e speculazioni sui contributi comunitari e aveva capito che la ‘ndrangheta dei Pesce, dei Bellocco e degli altri mammasantissima che da sempre dominano nella Piana di Gioia Tauro, aveva messo le mani sul business degli agrumi. Lo uccisero e la sua morte, come tante altre morti civili nelle terre di ‘ndrangheta, è rimasta impunita. I braccianti neri hanno voluto fermarsi sotto la casa di Peppe, hanno stretto la mano dell’anziana madre, hanno scambiato con lei qualche parola. E’ toccato ancora una volta a loro, ritessere il filo di una memoria che a Rosarno e in Calabria in troppi hanno velocemente cancellato. Quella di uomini, sindacalisti e dirigenti politici, che non molti anni fa si sono battuti per la giustizia e il lavoro, contro i boss della ‘ndrangheta e i politici corrotti. Uomini morti giovani con in testa il sogno di una politica dalle mani pulite sempre. Ieri i neri di Rosarno, gli ultimi della terra in una terra che la sua classe dirigente precipita sempre più giù nelle classifiche nazionali, hanno reso omaggio a questa storia. <strong>Nella Calabria dei consiglieri che si inginocchiano di fronte ai boss, baciano le loro mani, trattano pacchetti di voti per la Regione e per il Parlamento è una buona notizia. Una grande lezione di civiltà. Una piccola speranza per la Calabria.</strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5434" title="manifestazione" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/manifestazione-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>MIGRANTI, A ROSANO NULLA È CAMBIATO</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em><br />
<strong>Non sempre il tempo serve per migliorare le cose</strong>, a volte le rende peggiori. A un anno esatto dai “fatti” di Rosarno nulla è cambiato. I migranti continuano a vivere in sofferenza e condizioni disumane: niente acqua, niente luce, niente gas, niente scarpe comode per affrontare il lavoro al gelo nei campi, niente case confortevoli ma soliti tuguri nascosti nelle campagne deserte, niente integrazione. Se qualcuno parla di “situazione migliore” si riferisce al fatto che, a differenza dello scorso anno, non sono più 2500 gli africani che vivono in città ma 700; che il governo ha pensato di programmare un progetto di accoglienza che però tarda ad attuarsi e comunque non si riferisce a più di 120 persone e che, infine, a seguito della deportazione di massa dello scorso gennaio sono stati eliminati anche alcuni luoghi simbolo del degrado, i ghetti neri come l’ex cartiera (che era già stata chiusa prima degli scontri), l’ex rognetta e l’ex Opera Sila.<br />
Non è azzardato dire che parte di quelli tornati a Rosarno stavano meglio in quei posti. Ora sono molto più impauriti e isolati. Gli africani sono, nella gran parte, gli stessi di quelli dello scorso anno. Costretti a tornare per la fame e la miseria. Al loro paese moltissimi lasciano moglie e figli. Per non dare troppo nell’occhio ora sono sparsi nelle campagne cittadine, rendendosi così solo invisibili. Qualcuno ha trovato una casa nel centro storico dove vive insieme ad altri connazionali. Altri, più fortunati, nella vicina frazione di Drosi, a Rizziconi, dove le cose vanno un po’ meglio. Altra novità sconcertante è che gli immigrati – che guadagnano sempre dalle 20 alle 25 euro al giorno, quando riescono a lavorare – devono pure farsi carico dell’affitto che arriva fino a 150 euro al mese per un posto letto, se così si possono definire una brandina e un materasso di seconda mano. Il tetto spesso nemmeno c’è nelle vecchie costruzioni di campagna. E loro, che neppure trovano la forza per ribellarsi ancora, pagano in silenzio e fanno fatica anche a dirlo, hanno paura di essere cacciati o deportati nuovamente.<br />
<strong>Si sono abituati nel frattempo alla curiosità dei cronisti. Non si nascondono più</strong>. Chiedono addirittura aiuto, qualcuno ti fa vedere i piedi nudi e ti dice che per lavorare ha bisogno di un paio di scarpe. Gli infradito in inverno, con il freddo pungente, servono a ben poco.  Sono persone a cui è stato negato ogni diritto. Ai margini della società. Per recarsi al lavoro pagano inoltre il trasporto in macchina che è di circa 2.50 euro andata e ritorno. E poi ci sono i caporali. I migranti, quelli più deboli, sono spesso la vittima privilegiata di queste persone che vivono fra gli “invisibili” in campagna ma che hanno imparato a parlare meglio l’italiano rispetto agli altri connazionali, quindi sono bravi a trattare con il padrone.<br />
La sera, dopo una giornata di lavoro faticoso – si fa rientro in quei tuguri bui e gelidi, circondanti da tanto fango e maleodoranti. Qui i migranti mangiano un boccone, riscaldano l’acqua in grandi pentole per lavarsi e dormono in 15 o 30 persone nella stessa “casa”. Sperando che all’alba, una volta fuori sulla statale 18, si riesca a trovare un lavoro per racimolare qualche spicciolo. In un momento in cui ci si mette di mezzo la crisi agrumicola che rende difficoltosa pure l’attività dello sfruttamento per gli speculatori. Che probabilmente ora sono attirati anche dalla presenza di gruppi di popolazioni dell’Est.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5435" title="casaimmigrati" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/casaimmigrati-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>La rivolta dello scorso inverno </strong>– in parte reazione agli italiani che hanno iniziato ad aprire il fuoco – ha generato un inferno vero e proprio in paese. Lo spettro di quell’inferno ancora si agita in quelle strade che portano alle campagne dove vivono in isolamento i migranti, che però negano di avere vissuto la guerriglia urbana. I rosarnesi che non hanno preso parte agli scontri si sono barricati in casa, altri non hanno mai smesso di dire che Rosarno non è razzista. E’ stato da più parti escluso l’interessamento della mafia alla rivolta, il lavoro bracciantile non sembra essere in preda alle cosche, ma le modalità con cui sono stati affrontati gli scontri sono certamente mafiose.<br />
<strong>Il lavoro nero, il guadagno illecito dei caporali di turno</strong>, lo sfruttamento brutale non sono certo esempi di legalità. Di questo l’operazione Migrantes dello scorso anno aveva già chiarito ogni dubbio. Quel gennaio 2010, però, non ha insegnato nulla. L’integrazione con il resto della popolazione non c’era e non c’è. E tutti si sentono impotenti di fronte a tanta povertà e miseria. Gli immigrati non hanno dove andare, lo confessano loro stessi. Vorrebbero trovare i soldi per far visita ai propri cari almeno una volta all’anno.<br />
Ma in certi casi la miseria li trattiene pure in estate in questi luoghi, sempre isolati dal resto del mondo. Eppure loro il sorriso non lo perdono. Quando ci parli ironizzano sulla loro condizione di vita. Pare che ci abbiano fatto il callo e che sappiano tanto perfettamente quanto terribilmente che il loro destino è questo. La preoccupazione più grande è quando qualcuno di loro è chiamato dai propri cari. Spesso quello che guadagnano basta appena a mandare qualche soldo a casa. L’impotenza a quel punto è totale. E fa più male dell’indifferenza.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5436" title="case" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/case-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>L’Osservatorio per i migranti AfricaCalabria &#8211; Rosarno</strong> – di cui Peppe Pugliese è l’esponente numero uno non ha mai smesso di dare assistenza agli africani e di fare fronte alle problematiche quotidiane. Lo faceva già prima che scoppiasse l’emergenza e la rivolta. Materassi, vestiti, cibo e cure sono cose che sbrigano i volontari e la rete di persone che hanno intorno. Allora se manca la luce, i beni di prima necessità, se si fa male qualcuno è Pugliese che interviene a tempo pieno. Proprio lui, senza voler fare polemica, ha evidenziato che la situazione dei migranti “non si scopre solo una volta all’anno – tanto per fare passerelle – ma è un impegno che ognuno come può deve assumere tutti i giorni”.<br />
Tanto da sapere quando un migrante – come nel caso di Kante Marcus Fakemo deceduto lo scorso 14 novembre – si ammala e muore per le conseguenze di una polmonite bilaterale. <strong>Pugliese non è stato coinvolto nell’iniziativa della Cgil </strong>e della neo associazione Rete Radici. Il suo impegno giornaliero è evidentemente apprezzato solo dai migranti. Che allo stesso modo sono riconoscenti a Norina Ventre, mamma Africa, che non ha mai smesso di prendersi cura di loro trattandoli come figli.<br />
D&#8217;altra parte nessuno gli dà maggiori speranze. Il neo sindaco Elisabetta Tripodi, ha fatto un giro nelle campagne nei giorni scorsi per constatare la situazione. Ma in quei luoghi ha probabilmente verificato la difficoltà di operare di fronte a tanto malessere. Rosarno è una delle città nella Piana di Gioia Tauro che esce da due anni di commissariamento per infiltrazione mafiosa. Dare un nuovo volto a un paese che negli anni è stato piegato dalla ‘ndrangheta, non è sicuro una cosa facile. Così come non è facile ridare la dignità che è stata negata ai migranti. Ad un anno dai fatti di Rosarno la Cgil, insieme all’associazione Rete Radici hanno deciso di scendere in  piazza per la difesa dei diritti degli immigrati.<br />
In una manifestazione sit-in che a Rosarno partirà da piazza Valarioti e a Reggio Calabria si svolgerà davanti alla Prefettura nella mattinata di oggi.<br />
La Tripodi aveva dichiarato nei giorni scorsi che la situazione rispetto allo scorso anno non era cambiata di molto. Ma ieri è uscita una nota stampa in cui si annuncia l’apertura – nella prossima settimana – di un campo nella zona industriale, in un’area concessa al Comune in comodato d’uso per cinque mesi dall’Asi, con 20 container con 6 posti ciascuno messi a disposizione dalla protezione civile regionale. In grado di accogliere un centinaio di migranti. Il primo cittadino ha affermato – sempre nella nota – di avere già fatto un sopralluogo. Anche in questo caso solo 120 migranti beneficerebbero dei posti nel container. E bisogna capire per quanto tempo.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5437" title="calogero cgil" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/calogero-cgil-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /> <strong>Uno degli slogan del corteo di oggi</strong> è “tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. La Cgil è scesa in piazza per chiedere il permesso di soggiorno ai migranti che lavorano nei campi del Sud; un piano agricolo della Piana che rilanci l’economia e crei lavoro; pratiche di ospitalità costruite dal basso: modello Drosi; un tavolo regionale su politiche dei migranti e lavoro in agricoltura; il superamento della legge Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza, delle politiche del governo Berlusconi.<br />
E poi diritti per tutti: per una alleanza tra piccoli produttori, i lavoratori migranti, i consumatori senza il diritto a una alimentazione sana, i cittadini onesti. La maggior parte dei migranti ha difficoltà a lavorare perché sono richiedenti asilo, una posizione che li vede quasi come irregolari.<br />
Tanti, circa 300, i migranti scesi in piazza a Rosarno e che poi sono saliti in pullman per andare a manifestare davanti alla Prefettura a Reggio Calabria.<br />
Pochi, nessuno, dei cittadini al corteo. Qualcuno affacciato timidamente alla finestra di casa propria. Scarsa la partecipazione della politica locale e regionale. Nessun rappresentante della Piana a parte il sindaco di Rosarno.<br />
Anche se al corteo il gonfalone del Comune non s’è visto.<br />
La storia si ripete, ma senza violenza fisica: neri da una parte, bianchi dall’altra. La percezione, purtroppo, è questa. L’integrazione passa anche dalla partecipazione. A sfilare solo qualche giovane studente del liceo Scientifico di Rosarno. <strong>E loro, gli invisibili, i migranti</strong>. Che non sembravano però gli stessi che vivono nelle campagne. Almeno dal modo in cui erano vestiti. Qualcuno di loro faceva le foto con il cellulare, altri erano fieri dei propri occhiali da sole. Al corteo insieme a Rete Radici, Cgil, fra gli altri, c’erano don Pino De Masi, il referente di Libera per la Calabria e Peppino Lavorato, storico ex sindaco antimafia di Rosarno.<br />
«Gli africani neri sono gli amici del popolo rosarnese – ha affermato Lavorato –. Io sfilavo 50 anni fa con i braccianti e le raccoglitrici di olive per la difesa dei diritti e per il salario. Oggi – ha proseguito – sono lieto di sfilare per i diritti dei lavoratori qualunque sia il colore della pelle. Devono essere difesi e rispettati da tutte le persone perbene». Lavorato ha voluto chiarire che gli amministratori locali poco possono fare per i bisogni quotidiani degli immigrati. Dato che mancano le risorse.<br />
Per questo ha richiamato la Regione Calabria e il governo nazionale che potrebbero far fronte ai bisogni dei migranti. «Le amministrazioni locali – ha aggiunto l’ex sindaco – hanno però la possibilità di svolgere un compito importante per l’accoglienza e l’integrazione. Questa nuova amministrazione ha iniziato con il piede giusto, con la presenza e la sollecitazione alle istituzioni». Mentre per don De Masi il problema dei migranti è strettamente legato a quello delle politiche agricole. «I migranti – ha detto il referente di Libera – devono essere visti come una risorsa, una ricchezza. Rispetto allo scorso anno la conflittualità è migliorata. Dal punto di vista abitativo si è aggravata la situazione. Il caporalato esiste ancora ed è diffuso anche fra di loro» ha spiegato, evidenziando che i conflitti si potrebbero scatenare ancora vista la crisi nel settore e la mancanza di lavoro diffusa fra la stessa popolazione rosarnese. Il segretario generale della Cgil della Piana, Nino Calogero, ha fatto infine presente che per i progetti ai migranti si utilizzano ancora i fondi del Pon sicurezza.<br />
«E’ sbagliato – ha spiegato Calogero – perché non si tratta di una questione di ordine pubblico o di criminalità, ma serve un intervento sociale». Al di là delle singole posizioni nessuno ha negato che non è cambiato nulla. Anche le richieste sono quelle di un anno addietro. <strong>Non cambia il dolore e la sofferenza di chi vive imprigionato nella povertà, lontano dal calore umano. Non cambiano il volto e gli occhi di chi, disperato, chiede solo integrazione e dignità. Non cambia lo sguardo di chi ha ancora davanti le immagini della rivolta e della violenza. </strong></p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-5447" title="scontri2010" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/scontri2010.jpg" alt="" width="271" height="186" /><strong>I FATTI DI ROSARNO. LA CRONOLOGIA</strong><br />
<em>(di Angela Corica)</em></p>
<p>GIOVEDI 7 GENNAIO 2010<br />
Ore 14.00 – ferito migrante all’ex Opera Sila di Gioia Tauro.<br />
Ore 15.30 – Ferito migrante alla Rognetta di Rosarno.<br />
Ore 17.00 – Protestano 300 migranti sulla statale tra Gioia Tauro e Rosarno: auto bruciate, barricate per strada e feriti cittadini rosarnesi. Disordini nel centro di Rosarno.<br />
Ore 18.00 – Migranti incontrano la commissione straordinaria di Rosarno nel municipio.</p>
<p>VENERDI’ 8 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Arrestati 7 migranti, la polizia piantona i dormitori.<br />
Ore 8.00 – Rosarnesi iniziano barricate.<br />
Ore 9.30 – Maroni dichiara: “con i migranti fin troppa tolleranza”.<br />
Ore 10.00 – Migranti al Comune dopo il corteo vigilato dalle forze dell’ordine.<br />
Ore 12.00 – Rosarnesi presidiano il municipio per fare espellere gli irregolari.<br />
Ore 14.30 – Arrestato Antonio Bellocco, nel corso di nuovi scontri.<br />
Ore 15.00 – Riunito a Rosarno il comitato provinciale ordine e sicurezza.<br />
Ore 16.00 – Il pefetto Varratta: “Maroni invierà una task force interministeriale”. Arrestati Giovanni Bono e Giuseppe Ceravolo.<br />
Ore 18.30 – Gambizzati due migranti tra Laureana e Rosarno. Napolitano: “fermare senza indugio ogni violenza”.<br />
Ore 19.00 – Striscione inneggiante alla liberazione del detenuto Andrea Fortugno davanti al Comune.<br />
Ore 22.00 – 200 migranti accettano di lasciare Rosarno in pullman verso Crotone e Bari, sotto il lancio di pietre e impotente servizio d’ordine alla Rognetta.<br />
Ore 23.00 – Arrivo della task force.</p>
<p><em>Guarda il video degli scontri</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/OnN44ZVs7Wo?hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/OnN44ZVs7Wo?hl=it&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>SABATO 9 GENNAIO 2010<br />
Ore 8.00 – Continua il trasferimento dei migranti verso i centri di prima accoglienza.<br />
Ore 10.00 – Task force riunita: “Fatti gravi”.<br />
Ore 11.00 – Ferito migrante a Gioia Tauro.<br />
Ore 12.00 – Incendiato casolare di campagna occupato da 10 migranti a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – 15 migranti minacciati da un uomo armato di pistola in un casolare di Rosarno.<br />
Ore 19.00 – Rimosse le barricate innalzate nei pressi dei dormitori sgomberati.<br />
Ore 21.00- Bilancio della polizia: 21 migranti feriti, di cui 8 ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro, Polistena e Reggio. Feriti 14 rosarnesi, 10 agenti di polizia e 8 carabinieri.</p>
<p>DOMENICA 10 GENNAIO 2010<br />
Ore 6.00 – I carabinieri “cacciatori di Calabria” battono le campagne per mettere in salvo i migranti.<br />
Ore 8.00 – Comitato spontaneo di rosarnesi decide di organizzare una manifestazione.<br />
Ore 9.00 – I vigili del fuoco demoliscono la rognetta.<br />
Ore 10.00 Sentita omelia del parroco don Varrà.<br />
Ore 12.00 – Duro appello del Papa all’angelus “Rispettateli”.</p>
<p>LUNEDì 11 GENNAIO 2010<br />
Ore 10.00 – Vertice alla Procura di Palmi.<br />
Ore 16.00 – Corteo del Comitato aperto dallo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai media. 20 anni di convivenza non sono razzismo”.<br />
Ore 17.00 – Polemiche per la censura dello striscione “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”.<br />
Ore 19.00 – Annuncio prossima visita di Napolitano a Reggio Calabria: “Solidarietà e legalità oscurate”.</p>
<p>MARTEDI’ 12 GENNAIO 2010<br />
Ore 2.00 – Incendiata auto di un ghanese, in via Fiume, nel centro storico di Rosarno.<br />
Ore 5.00 – Operazione antimafia “vento del nord”. 17 arresti contro il clan Bellocco, per fatti non collegati ai disordini.<br />
Ore 12.00 – Il Comitato annuncia il proprio scioglimento.<br />
Ore 17.00 – Crisi internazionale. L’Egitto accusa l’Italia: “violenze contro minoranze arabe e musulmane”.</p>
<p>MERCOLEDì 13 GENNAIO 2010<br />
Ore 12.00 – Maroni alla Camera sui fatti di Rosarno: Ripetute violenze ai danni dei migranti da parte di provocatori rosarnesi. Il trasferimento volontario ha interessato 748 migranti, i clandestini erano 19”.<br />
Ore 16.00 – Annunciati fondi (1,8 milioni di euro) per un vecchio progetto “centro per i migranti regolari” all’interno di un bene confiscato al clan Bellocco.</p>
<p>GIOVEDI’ 14 GENNAIO 2010<br />
Ore 15.00 – Il segretario del Pd Bersani incontra a Palmi il vescovo e partecipa a un incontro pubblico a Rosarno.<br />
Ore 16.00 – Comitato di vigilanza parlamentare in materia di immigrazione arriva a Rosarno.<br />
Ore 21.00 – “La spremuta”, la rivolta di Rosarno nella trasmissione tv Annozero.<br />
Sull’episodio della censura dello striscione, il comitato: “è stato un equivoco”.</p>
<p>++++++++++++++++<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-5442" title="africani" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/01/africani-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /><strong>IMMIGRATI, LAVORO NERO E IL BUSINESS DELLE BRACCIA</strong><br />
<em>(di Laura Aprati)</em><br />
Ad un anno dagli scontri di Rosarno, di fronte alla desolazione in cui vivono migliaia di braccianti occorre fare una riflessione anche sulla nostra società.<br />
Due inchieste, “Leone” e “Migrantes”, hanno messo in luce come proprio in Calabria tra imprenditori e caporalato ( spesso oramai anche questo costituito da cittadini extracomunitari) esiste un patto di ferro e di soldi per trafficare in esseri umani.<br />
Intercettazioni hanno evidenziato come si facevano accordi per poter avere lavoratori a basso costo e soprattutto ricattabili. In uno dei colloqui si sente un imprenditore calabrese che chiede al suo referente di procurare 5/6 operai per un suo “compare” che ha una segheria e il colloquio segue con la spiegazione su come fare la domanda, su come presentare la denuncia dei redditi (“aggiustata” ad arte dal commercialista di fiducia).<br />
<strong>Quanto  possono rendere gli immigrati? Per ogni richiesta che l’imprenditore fa può avere dai 4 ai 7mila euro e ognuno di loro può fare almeno 5 richieste. A questo poi va aggiunto lo sfruttamento sul lavoro: 25 euro per 10 ore di lavoro!</strong></p>
<p><em>Ascolta l&#8217;audio in formato mp3</em><br />
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Confindustria, le associazioni delle piccole e medie imprese sono parte in causa in questo fenomeno e se hanno iniziato, parzialmente, a cercare di ripulirsi dalla “mafia” debbono fare altrettanto con gli imprenditori che guadagnano su esseri umani che cercano solo una vita migliore. <strong>Come va considerato un imprenditore che guadagna, al nero, sulle richieste per braccianti/operai extracomunitari e poi li lascia in mano ai caporali? Meglio o peggio di un assassino o di un mafioso?</strong></p>
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		<title>Un boato, 90 secondi di terrore e 30 anni di scandalo</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 14:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Terremoto Irpinia]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ domenica, Radio Alfa di Avellino trasmette i “lisci” del romagnolo Casadei. Sono le sette di sera  e a Balvano le vecchie sono con lo scialle nero sono in chiesa per la benedizione serale.Qualcuno porta per mano i nipotini. E’ il 23 novembre del 1980, trentadue minuti dopo  le sette di sera,la musica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4848" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/irpinia.jpg" alt="" width="194" height="259" /><strong>E’ domenica, Radio Alfa di Avellino trasmette i “lisci” del romagnolo Casadei. Sono le sette di sera  e a Balvano le vecchie sono con lo scialle nero sono in chiesa per la benedizione serale.Qualcuno porta per mano i nipotini. </strong>E’ il 23 novembre del 1980, trentadue minuti dopo  le sette di sera,la musica di radio Alfa viene sovrasta tata da un boato. Un rumore sordo e interminabile che rimarrà miracolosamente impresso sui nastri dei registratori. Al primo “tuono” le vecchie nella chiesa di Balvano si guardano atterrite. Non faranno in tempo a sentire  il secondo boato. Moriranno tutte.</p>
<p>23 novembre di trent’anni fa, ore 19.32. Il terremoto che schiacciò  città e paesi dell’Irpinia, del salernitano e della Basilicata con scosse tra il settimo e non grado della scala Mercalli. Tremila morti, 9 mila feriti, 300 mila senzatetto, 600 mila edifici accartocciati. ”O terremoto” che cancellava case e metteva a nudo l’inesistenza dello Stato, le satrapie politiche che dominavano il Sud, la fragilità di povere economie. Crollano le case dei centri storici, si piega il “moderno” ospedale di sant’Angelo dei Lombardi, si sbriciolano i palazzi di cemento disarmato. I morti e i vivi resteranno sotto le macerie per giorni interi.</p>
<p><strong>Il Presidente tra le macerie</strong><br />
Sandro Pertini visita il cratere ed è sconvolto: ”Non vi sono stati soccorsi immediati. Ancora dalle macerie si levano gemiti, grida di disperazione dei vivi”. Clemente Mastella, allora portavoce della DC, lo attacca “Non faccia il capo dell’opposizione”. Ma il Presidente partigiano è amato dagli italiani che rccolgono la sua indignazione e in centinaia partono verso quel Sud  mai impresso sulle cartoline sole e mare. Paesi di montagna, contadini, povera gente. Succede come nella Firenze dell’alluvione, 1966, l’Italia dalle mille parlate si ritrova unita. E sarà l’ultima volta. </p>
<p>I volontari scavano tra le macerie, soccorrono vivi e seppelliscono i morti. Ma non piacciono alla politica.Il cratere è dominio dei signori della DC, in Irpinia Ciriaco De Mita, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito e Nicola Mancino,nelle terre di Basilicata Emilio Colombo, a Napoli Antonio Gava. Quei giovani, qualche professore, gli operai venuti dalla fabbriche del Nord portano scompiglio, nelle tendopoli parlano con la gente, smuovono coscienze e organizzano proteste. Gli inviati dei giornali nazionali descrivono con crudezza la realtà, le classi dirigenti locali sono sotto accusa. “I paesi presepe- scrive Leonardo Sciascia su Il Mattino- votano, sono collegi elettorali da mantenere così come sono, reticoli clientelari tra i più sicuri”. E vede lontano, lo scrittore siciliano. Perché seppelliti i morti, data una baracca ai vivi, si pensa alla ricostruzione. </p>
<p>Maggio ’81: approvata la legge 219, subito scatta la prima grande truffa a danno dei terremotati. I Comuni da ricostruire nelle prime stime sono 360, ma tutti, sindaci, deputati di collegio, vogliono il “loro terremoto”. Ci sono soldi da spartire, provvidenze, occasioni, l’area del danno si allarga fino ad arrivare a 600 Comuni terremotati. Piccoli centri e grandi città, Napoli e Salerno,paesi in riva al mare che le macerie le hanno viste in tv. Nasce “l’economia della catastrofe” (Ada Becchi Collidà), la “Repubblica del terremoto” (Fausto Ibba, L’Unità) arriva a contare quasi sette milioni di abitanti beneficiari. Secondo l’ultima rilevazione della Corte dei  Conti, data 2008, quel terremoto è costato già 32 miliardi 363 milioni 593 mila 779 euro, una cifra enorme nella quale “non comprese le ulteriori somme messe a disposizione dalle regioni e dalle amministrazioni locali”. Nella ricostruzione c’è tutto. Un piano da 15 miliardi di lire per 20 mila nuovi alloggi nelle periferie dell’area metropolitana napoletana, voluto soprattutto dal Pci che governava la città, e il grande business della industrializzazione delle zone colpite. La grande illusione coltivata dai Ras della Democrazia cristiana.</p>
<p>Si promettevano 8 mila posti di lavoro per venti aree industriali (8 nell’avellinese, 4 nel salernitano, 8 in Basilicata). Non c’è programmazione, né selezione degli investimenti, ogni potente targato DC e Psi vuole il “suo” polo industriale. E così nasce un’area a Nusco, collegio di de Mita,una a pochi chilometri, a Morra De Sanctis, paese di Peppino Gargani, un’altra tra Lacedonia e Bisaccia, collegio di Salverino de Vito, senatore e poi Ministro per il Mezzogiorno, una a san mango del calore, area di influenza di Nicola Mancino, le altre al collegio di Carmelo Conte, fedelissimo di Craxi. Si costruiscono 200 chilometri di strade che arrivano a costare fino a 20 miliardi a chilometro.</p>
<p><strong>Grande affare per il Nord</strong><br />
Nel napoletano si progettano raccordi e viadotti: i 10 chilometri dell’Asse Mediano costano 28 miliardi a chilometro (prezzi anni Novanta), 35 miliardi un chilometro della Circumvallazione lago patria. Imbrogli? No, “sorprese geologiche”, si giustificheranno i tecnici. Un grande affare soprattutto per le grandi imprese di costruzione del Nord. Su 144 consorzi che lavoreranno alla ricostruzione solo 75 hanno radici campane o lucane. L’industrializzazione, con i  suoi contributi che coprono fino al 100% dell’investimento, è un business per grandi gruppi (Ferrero, Tanzi, Zuegg) e per speculatori e avventurieri (si sono costruite fabbriche di barche in montagne).</p>
<p>Per capire come è finita basta farsi un giro per le zone del cratere tra Irpinia e Basilicata: quelle aree  ora sono vuote, dei posti di lavoro promessi ne resistono  poche migliaia. In Irpinia la disoccupazione giovanile è al 52,8% e i suicidi, secondo un rapporto della CISL, sono in aumento, 15 solo nei primi mesi del 2010. Uno ogni 18 giorni.<br />
<strong>Ha arricchito tanti il dopo-terremoto, “le imprese del Nord, i tecnici che hanno preso dal 25 al 35%, qualcosa come 12 miliardi di lire. E al secondo posto metto i politici: hanno preso mediamente il 10%, altri 5 miliardi. Poi vengono i camorristi” Rocco caporale, un sociologo americano studiò a lungo i flussi finanziari della ricostruzione.</strong></p>
<p>“Le famiglie camorriste- scrive nel 1993 la Commissione antimafia- diventano delle vere e proprie holding di imprese produttive capaci di controllare l’economia dell’intera regione”. Quando ad Avellino si decide di costruire i prefabbricati pesanti scendono in campo grandi imprese del Nord, come quella dei fratelli Volani, il faccendiere Francesco pazienza e il boss Raffaele Cutolo. Qualcuno parla di tangenti destinate alla DC e al senatore Nicola Mancino che reagisce sdegnato con una lettera  alla procura di Avellino. Dopo anni l’inchiesta finisce in una bolla di sapone,come tutte le indagini del dopo terremoto. Nel 2002 si chiude l’ultimo grande processo, si parla di 32 miliardi (lire) di tangenti, sotto accusa sono potenti della politica come Paolo Cirino Pomicino, Giulio Di Donato, costruttori e faccendieri. La prescrizione salva tutti. In nome del popolo italiano non c’è giustizia per i tremila morti del terremoto. Perché in Campania in quegli anni c’è uno scandalo  nello scandalo, quello dei magistrati-collaudatori: procuratori, presidenti di tribunali e corti d’appello che incassano fino a 100 milioni di lire a collaudo. Gli stessi risultati della Commissione d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro (“uno sgarbo alla Dc”, Mastella) sono presto dimenticati.</p>
<p><strong>Il sistema Pomicino–De Mita</strong><br />
In Parlamento la Democrazia cristiana si astenne non condividendo le “valutazioni” della relazione finale. “Fui odiato per quell’inchiesta  e gli odi tuttora resistono” confessò anni dopo Scalfaro. Odiato da Pomicino del quale era stato messo a nudo il sistema di relazioni con il gotha dei costruttori napoletani, e da Ciriaco De Mita per la parte che riguardava l’indagine sulla “Banca Popolare dell’Irpinia”. La Banca della DC. </p>
<p>“Tutti i parlamentari della zona appartenenti all’Olimpo nazionale del partito sono azionisti di questa banca”, denunciò in  Commissione  parlamentare il parlamentare comunista Michele D’Ambrosio, scomparso recentemente, l’unico vero oppositore  del “demitismo”. </p>
<p><strong>Come è finita? Le grandi imprese del Nord hanno ripreso il loro posto pronte ad altri affari e lavori (la ricostruzione di L’Aquila, il G8), i politici sono sempre lì. Ciriaco De Mita è padrone dell&#8217;UDC in Campania, suo nipote Giuseppe è vicepresidente della Giunta regionale, Clemente Mastella è pronto a diventare sindaco di Napoli, Cirino Pomicino detta ancora legge e strategie politiche</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2010&#8230;.su ilfattoquotidiano.it tutte le storie del terremoto)</p>
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		<title>Primarie ad effetto</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 12:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli effetti delle primarie del centrosinistra del 14 novembre, che hanno portato alla vittoria di Giuliano Pisapia, iniziano a farsi sentire anche al di fuori di Milano. Mentre il segretario provinciale Roberto Cordelli, il capogruppo Pd a Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino e il segretario regionale Maurizio Martina, rimettono &#8220;in toto il proprio mandato” per una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4726" title="primarie" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/11/primarie.bmp" alt="" /><strong>Gli effetti delle primarie del centrosinistra del 14 novembre, che hanno portato alla vittoria di Giuliano Pisapia, iniziano a farsi sentire anche al di fuori di Milano</strong>. Mentre il segretario provinciale Roberto Cordelli, il capogruppo Pd a Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino e il segretario regionale Maurizio Martina, rimettono &#8220;in toto il proprio mandato” per una pausa per un confronto fra i dirigenti del partito, il vicepresidente del consiglio regionale lombardo, Filippo Penati, si dimette con una lettera aperta a Pier Luigi Bersani. L&#8217;effetto Pisapia ha creato un vero e proprio terremoto nel Pd. Ma non solo in quello milanese.</p>
<p><strong>A Bologna la situazione non è delle più semplici. Il Partito Democratico si trova in alto mare. E le difficoltà di imporre un proprio uomo per le primarie del centrosinistra iniziano a farsi sentire</strong>. I vertici del Pd cittadino avevano già opposto resistenza alla candidatura di Mister Preferenze, Maurizio Cevenini, il più popolare e favorito per la vittoria. Ma dopo l&#8217;improvviso attacco ischemico e il conseguente passo indietro del Cev, il partito si è ritrovato senza alcun candidato favorito. Si è parlato così di un altro bolognese stimato e popolare: il Preside di agraria, Andrea Segrè. Uomo proveniente dalla società civile e non nei ranghi del partito. Motivo per cui è stato accolto con freddezza e, a causa del clima poco favorevole, ha deciso di non correre più.<br />
<strong>Il Pd è in cerca di un unico candidato fra i due in campo, Andrea De Maria e Virginio Merola.</strong> Si tenta un accordo per evitare fratture interne e una dispersione dei voti che potrebbe favorire la cattolica rossa Amelia Frascaroli, non iscritta ad alcun partito, ed appoggiata da Nichi Vendola. Nessuno dei due sembra comunque voler fare passi indietro.</p>
<p>Lo choc di Milano fa veramente paura al Pd bolognese. Sopratutto in seguito ad un sondaggio dell&#8217;agenzia stampa Dire, che rileva una percentuale inaspettata per la Frascaroli: 26 % di preferenze. Se il segretario provinciale, Raffaele Donini, non riuscirà a risolvere il problema, da Roma potrebbe arrivare la decisione di azzerare i nomi in campo per il Pd e ricominciare da capo. Anche se molti si domandano da chi ripartire.</p>
<p><em>Ascolta l&#8217;intervista ad Amelia Frascaroli in formato wav</em><br />
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<p><strong>Amelia Frascaroli è stupita del timore dei democratici per la sua candidatura. &#8220;La cosa mi sorprende e mi fa sorridere</strong>. Questo non toglie che io non faccia sul serio. Vorrei però rassicurarli&#8221; afferma con un sorriso. E se per Carlo Galli, professore-politologo, <em>l&#8217;effetto Pisapia</em>, come afferma oggi su La Repubblica Bologna, non travolgerà la città rossa a causa delle differenze storiche e politiche rispetto a Milano, per la candidata civica sostenuta da SeL, le primarie milanesi “avranno sicuramente un effetto mediatico. Ma le nostre primarie sono lontane, il 23 gennaio, e facciamo in tempo a perdere tutti gli effetti. Vedo un Pd in crisi. C&#8217;è un distacco netta tra città e politica, che ha causato le difficoltà in capo al Partito Democratico di trovare un candidato unico. Si pensa che un uomo solo renda forte il partito e che una pluralità di candidati possano parcellizzare il consenso. Ma non dobbiamo avere paura di queste cose”.</p>
<p><strong>&#8220;I cittadini – continua la Frascaroli – stanno a guardare quello che succede, con stanchezza e logorio rispetto alle vicende di questi ultimi anni. Queste primarie sono invece guardate con interesse e curiosità. Sono la prova per riacquistare la fiducia della gente del centrosinistra&#8221;.</strong> Intanto giovedì 25 novembre sarà in città Nichi Vendola, per i suoi comizi in giro per l&#8217;Italia, e per cavalcare <em>l&#8217;effetto Vendola</em> di cui tanto si parla. &#8220;Sinistra Ecologia e Libertà mi dà l&#8217;appoggio esterno e rispetta il mio essere civica, altrimenti non avrei accettato &#8211; ammette Amelia Frascaroli. Sarei andata comunque, ma sono stata invitata come candidata alle primarie. Ci saranno anche le operaie della Omsa, ben più importanti di me”. <strong>Sarà la sua incoronazione. E il Partito Democratico continua a guardare. E a tremare.</strong><br />
<em>(pubblicato su <a title="Lettera43 Link" href="http://www.lettera43.it" target="_blank">www.lettera43.it</a>)</em></p>
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		<title>Mafia: insospettabili favoreggiatori di Cosa Nostra</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 06:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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		<description><![CDATA[Il blitz contro gli ultimi dei favoreggiatori arrestati
Lo chiamavano il «coniglio» oppure «u zu Ciccio», avevano paura di essere intercettati e per questo cercavano di non tradirsi quando si parlavano tra di loro, e così se “u zu Ciccio”, non altro che l’allora ergastolano ricercato Francesco De Vita, “capo decina” della «famiglia» mafiosa di Marsala, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3269" title="marsala" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/marsala.gif" alt="" width="253" height="130" /><strong>Il blitz contro gli ultimi dei favoreggiatori arrestati</strong><br />
Lo chiamavano il «coniglio» oppure «u zu Ciccio», avevano paura di essere intercettati e per questo cercavano di non tradirsi quando si parlavano tra di loro, e così se “u zu Ciccio”, non altro che l’allora ergastolano ricercato Francesco De Vita, “capo decina” della «famiglia» mafiosa di Marsala, arrestato dai Carabinieri lo scorso 2 dicembre dopo nove anni di latitanza, decideva all’improvviso di cambiare «covo» anche all’oscuro di chi si occupava nel frattempo dei suoi bisogni, ecco che la cosa metteva anche una certa paura e apprensione.</p>
<p>Gli investigatori con le intercettazioni un giorno hanno potuto ascoltare una sbigottita Tiziana Parrinello parlare al telefono con Tommaso Platano per dirgli che «il coniglio è scappato». Ma non era fuggito via, aveva trovato un altro covo.<br />
De Vita era protetto da una rete di insospettabili. Impiegati, autisti di scuolabus, assistenti scolastici, commercianti, gestori di locali, tutti finiti nella rete tesa, con il coordinamento della Dda di Palermo, dai Carabinieri (Comando provinciale e Compagnia di Castelvetrano) e dalla Polizia (Squadra Mobile di Trapani e Commissariato di Marsala): gli investigatori hanno delineato l’esistenza di una organizzata rete di fiancheggiatori, donne e uomini a disposizione di De Vita che non era un mafioso qualsiasi, ma era pronto a diventare il nuovo capo della mafia marsalese.</p>
<p><em>Ascolta l&#8217;audio dell&#8217;intercettazione di Tommaso Platano in formato wav</em><br />
<embed src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/07/PLATANO_Tommaso_6561.wav" width="144" height="60" volume="50" type="audio/wav" autostart="false" controls="console"></embed></p>
<p>Intercettazioni decisive come decisive sono state anche le rivelazioni di uno della «combriccola», Tommaso Platano dopo il suo arresto avvenuto l’anno scorso, il 27 agosto, ad opera della Polizia, in flagranza per coltivazione di droga, che ha presto ammesso di essersi preso «cura» del latitante allora ricercato. Lui gli aveva trovato un rifugio sicuro a casa di amici, Martino Gandolfo e Tiziana Parrinello, erano loro a chiamare il De Vita, appunto, «il coniglio» o «zu Ciccio», lì De Vita incontrava spesso sua moglie. Un ruolo è emerso anche da parte di Vincenzo De Vita, uno dei figli di Francesco, lui a Platano diede una ricompensa in denaro per i favori resi al genitore.</p>
<p>E così allettato dal denaro, Platano si è occupato degli spostamenti del De Vita, circostanza questa che ha permesso, dopo la sua confessione, di scoprire il luogo nel quale il latitante svolgeva i suoi summit, quasi sempre in una specie di garage, magazzino in contrada Fiumara Sant’Onofrio. In un’altra circostanza, ancora Platano, con suo cognato, Vincenzo Apelle, che secondo gli investigatori era consapevole di ogni cosa, aveva accompagnato De Vita in un immobile vicino casa sua, a incontrare altri due degli odierni arrestati, Fabio Licari, titolare del chiosco bar vicino l’ospedale, e Davide La Mantia, titolare di una officina a Paolini.</p>
<p><strong>Mafioso e guardiaspalle</strong><br />
Il complice di maggiore fiducia di Francesco De Vita sarebbe stato Angelo Aiello, questo gli investigatori di Polizia e Carabinieri lo deducono dal fatto di avere appurato, dicono, che era quello trovato più stabilmente al suo fianco, non solo per le cose riferite da Tommaso Platano, ma anche per quanto emerso nei periodi vicini infine alla cattura del latitante, come hanno documentato in fasi diverse dapprima la Polizia e da ultimo i Carabinieri che avevano messo su una squadra, che faceva riferimento al comando di Castelvetrano, proprio per cercare il latitante De Vita. Riuscendo a fare «bingo» nel pomeriggio del 2 dicembre trovandolo nella villetta marsalese di Ventrischi. Gli accertamenti già svolti dalla Squadra Mobile individuavano Aiello come una sorta di guardiaspalle, uno dell’«entourage», addetto alla tutela del latitante. I Carabinieri, in occasione della cattura del latitante, hanno appurato come Aiello svolgeva le mansioni di autista della moglie del De Vita. Quando il 2 dicembre 2009 scattò il blitz dei carabinieri nella villetta di contrada Ventrischi dove in una dependance abitava il latitante Francesco De Vita, agirono a colpo sicuro, perchè da quel cancello che già tenevano sotto controllo, avevano visto uscire su di un’auto la moglie del latitante che già da qualche giorno mancava da casa sua.</p>
<p>Era il segnale che il latitante si trovava lì dentro, ma i carabinieri non perdettero d’occhio anche chi era al volante di quell’auto, da questi riuscirono a completare il puzzle dei favoreggiatori adesso arrestati. Chi guidava quell’automobile era  Angelo Aiello. Il «postino», guardiaspalle, factotum di Francesco De Vita. Come ultimo anello di collegamento tra il latitante e il mondo esterno, ci sarebbe stato Domenico Accardi, zio paterno di Sara Accardi, a sua volta fidanzata con Emanuele De Vita, altro figlio del latitante.</p>
<p>Accompagnavano la moglie del boss latitante ad incontrare il marito, oppure ancora facevano scorrere tra le mani dei soggetti giusti e destinatari, i «pizzini» di De Vita. Aiello e Platano. Mentre di Vincenzo Fabio Licari aveva parlato il pentito Mariano Concetto, l’ex vigile urbano di Marsala che per conto di Matteo Messina Denaro avrebbe dovuto rubare dal museo di Mazara la statua in bronzo del Satiro. Concetto fece il nome di Licari, dicendo che era «un uomo di fiducia» di un altro mafioso, anche lui arrestato dopo una lunga latitanza, Andrea Manciaracina, capo della cosca di Mazara, il soggetto che senza problemi, giovanissimo, sul finire degli anni ’80 potè parlare in modo indisturbato a quattr’occhi con l’allora ministro degli Esteri Andreotti, in visita a Mazara, nel chiuso di una stanza di albergo, il giovane Andrea era libero allora, ma era noto essere il figlio di un pericoloso mafioso e sorvegliato speciale. Quando Andrea Manciaracina si diede alla latitanza, Licari si sarebbe preso cura di lui, allo stesso modo di altri latitanti dell’epoca, Giovanni Indelicato, Davide Riserbato, Natale Bonafede, i fratelli Giacomo e Tommaso Amato. Insomma quelli arrestati la notte scorsa da Polizia e Carabinieri sarebbe una preparata squadra di «assistenza latitanti».</p>
<p>E Marsala avrebbe buoni nascondigli a disposizione della mafia, considerato che nell’entroterra marsalese furono catturati gli Amato, o ancora Manciaracina e Bonafede. O ancora luoghi perfetti per tenere riunioni di mafia, come quello che gli investigatori sarebbero in parte riuscito a seguire il 24 maggio del 2009, in contrada Cardilla, in un luogo dove De Vita ebbe modo di incontrare alcuni dei suoi complici. Quel giorno De Vita avrebbe cercato di pianificare la sua scalata a Cosa Nostra marsalese, dopo gli arresti che erano avvenuti nell’ultimo periodo dei capi storici: Messina Denaro l’aveva scritto in un «pizzino» diretto a Provenzano che a Marsala non c’erano più uomini d’onore a disposizione e che «presto avrebbero portato via pure le sedie dove i boss erano seduti». Una situazione di vacatio che aveva portato De Vita a pensare di farsi avanti. Una corsa fermata dalle indagini che hanno scompaginato a più riprese la «famiglia». Il luogo del summit una vecchia casa in contrada Cardilla 345, di proprietà di un ignaro  Giuseppe Capizzo, 64 anni, nonno di Licari.<br />
Prima degli odierni arrestati, contestualmente all’arresto di De Vita da parte dei Carabinieri, il 2 dicembre del 2009, altri favoreggiatori erano stati fermati, due coppie di coniugi che avevano messo a disposizione quello che fu però l’ultimo «covo» del latitante, una dependance dentro una villetta di contrada Verdischi, periferia marsalese. In manette finirono allora i coniugi Nicola Toro e Lucia Ventimiglia e Matteo Ventimiglia e Carmela Impiccichè.</p>
<p><strong>Le intercettazioni tradiscono una tresca extraconiugale</strong><br />
Tommaso Platano arrestato l&#8217;anno scorso per dorga  non è rimasto molto tempo in silenzio, presto ha detto ai poliziotti ciò che sapeva del latitante Francesco De Vita, del quale si era preso cura per alcune settimane. A inguaiarlo la conoscenza con Vincenzo, uno dei figli del ricercato, e dunque il «non potere dire di no» ad una precisa richiesta. «Conosco De Vita Vincenzo che ho incontrato tempo addietro, e sempre casualmente presso un bar sito a Marsala lungo viale Gramsci&#8230; con tale soggetto fino a qualche tempo fa non vi era stato alcun tipo di rapporto anche perché ero a conoscenza del padre latitante, ma Vincenzo De Vita essendo venuto a conoscenza delle difficoltà economiche nelle quali versavo mi propose di dare alloggio per un periodo di tempo, previo pagamento di una somma di denaro,  al padre&#8230;.dopo avere riflettuto per qualche giorno, ed avendone parlato con mia moglie, la quale si è sempre dichiarata contraria, diedi il mio consenso, ci siamo dati appuntamento una settimana dopo alle 22,30 in via Salemi, vicino al nuovo ospedale, sulla mia auto salì una persona avente pochi capelli di colore bianchi, alto 1 metro e 70, con carnagione scura con due borsoni».</p>
<p>Il racconto di Platano non è stato sempre lo stesso, in un primo momento disse di avere portato il latitante a casa sua, poi ha cambiato versione e indicato la casa di due suoi conoscenti, i coniugi Martino Gandolfo e Tiziana Parrinello, quest’ultima si sarebbe presa direttamente cura del latitante. «Tutto questo per 40, 45 giorni». Vita ritirata quella del latitante, qualche passeggiata in cortile, si cucinava da se. Ospitalità che fu ricambiata con la consegna di mille euro. Secondo il racconto di Platano, solo la donna, sua collega sapeva di dare ospitalità ad un latitante. Ignaro il marito, fuori dalle indagini.</p>
<p>Una tresca c’era tra Platano e la Parrinello e lei però aveva timore a tradirsi col De Vita. E così quando Tommaso andava a trovarla a casa, lei lo invitava a giustificare in qualche modo la sua presenza: «Ci parli con lo &#8220;zu Ciccio&#8221; ?&#8230; perchè quello poi ti vede arrivare e dice che vuole». Così come la presenza di De Vita serviva alla donna a giustificare la presenza in casa sua di Tommaso Platano. «C’era mia suocera, ti ha visto?» . «Non ti spaventare..sono venuto dieci  minuti per parlare con u zu Ciccio &#8230; non posso venire?..oh vita mia&#8230;tu ti vuoi fare a me..non è che parli con u zu Ciccio».</p>
<p><strong>Quel Cristo davanti il covo</strong><br />
C’era una grande e bella statua di Cristo con le braccia aperte, posta all’ingresso della villa di contrada Verdischi che il 2 dicembre 2009 si scoprì essere il nascondiglio del latitante Francesco De Vita che lì fu arrestato dai carabinieri. Ancora una volta i temi della religiosità che si incrociano con quelli della criminalità, mafiosa. Come è possibile, ci si chiede spesso, conciliare il «rispetto» e l’esercizio della «fede» religiosa (in passato ci sono stati i casi di boss mafiosi che sono stati trovati con la bibbia sul comodino o che nei «pizzini» mandavano i saluti ai loro complici e accoliti scambiandosi benedizioni in nome di questo o quel santo e augurandosi protezioni divine) con l’azione criminale spesso di morte? Quando De Vita fu arrestato aveva un «bottino» tra le mani, 50 mila euro, tra assegni per 35 mila euro e contanti, per 15 mila euro. Quel denaro era la prova che De Vita fu trovato nel pieno esercizio dell’azione criminale. De Vita è ritenuto essere un esecutore dentro Cosa Nostra ed una sorta di tutore dell’ordine mafioso, dedicandosi al pizzo e al racket, «sue specialità». Il luogo dove De Vita fu trovato dista una decina di chilometri dalla casa della famiglia De Vita, ma la moglie quando lo andava a trovare compiva un tragitto talvolta lungo 100 chilometri, protetta nei suoi spostamenti da tante sentinelle sparse nel territorio, tra cui c’erano gli arrestati della scorsa notte.</p>
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		<title>Vivere con la mafia</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 09:34:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti&#8230; Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [Sfoglia e ascolta Malacarne]
Immagini forti che accompagnano gli scritti di  giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2515" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/06/malacarne.png" alt="" width="244" height="244" /></p>
<p>La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti&#8230; Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [<a title="Malacarne Audio" href="http://www.earbooks.net/en/titles.html#earbook(9783940004888-22)" target="_blank">Sfoglia e ascolta Malacarne</a>]</p>
<p><strong>Immagini forti che accompagnano gli scritti di  giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Rita Borsellino, Francesco La Licata, Antonio Nicaso</strong>.<br />
Tutto questo accompagnato da 2 cd musicali che raccontano quanto sia bello e quanto onore si abbia ad essere mafioso. L’editore, tedesco, nella nota di presentazione dice <strong>&#8220;I 2 cd di musica tradizionale, dal Sud dell’Italia, aiutano a capire il retroterra culturale dell’area e danno un contributo significativo al libro&#8221;.</strong></p>
<p>Forse bisognerebbe spiegare all’editore che quei canti non sono il retroterra culturale del nostro Sud. Se avesse voluto fare quello bastava prendere dei pezzi di Rosa Balestrieri o le canzoni scritte da Totò o ancora Eduardo De Filippo. Si genera, in questo modo, una confusione generale con cui tutti gli italiani che vivono al Sud sono stati identificati in quelle canzoni.</p>
<p>Gli scrittori, politici, magistrati, giornalisti che hanno partecipato si sono dissociati dall’editore dichiarando di non essere a conoscenza della distribuzione con i 2 cd.<br />
<strong>Rimane il fatto che in Germania, per la modica somma di 30 euro, circola un libro che identifica il retroterra culturale del nostro Sud con canti di &#8216;ndrangheta e camorra!</strong></p>
<p><a title="Malacarne Audio" href="http://www.earbooks.net/en/titles.html#earbook(9783940004888-22)" target="_blank"><strong>Puoi ascoltare l&#8217;audio dei cd e sfogliare il libro Malacarne sul sito dell&#8217;editore.</strong></a></p>
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		<title>Ecoradio intervista Enrico Fierro</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 12:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Calabria terra di abbandono. L&#8217;uccisione di un bambino in un campo di calcio, l&#8217;applauso al boss della ndrangheta Giovanni Tegano arrestato dopo anni di latitanza, la bomba sotto la Procura di Reggio Calabria, l&#8217;automobile piena di armi in prossimità dell&#8217;aereo del Presidente della Repubblica. Rocco Giurato e Fabio Camillacci hanno intervistato Enrico Fierro.

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/ndrangheta-calabria-300x224.jpg" alt="Ndrangheta Calabria" title="ndrangheta-calabria" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-1988" />Calabria terra di abbandono. L&#8217;uccisione di un bambino in un campo di calcio, l&#8217;applauso al boss della ndrangheta Giovanni Tegano arrestato dopo anni di latitanza, la bomba sotto la Procura di Reggio Calabria, l&#8217;automobile piena di armi in prossimità dell&#8217;aereo del Presidente della Repubblica. Rocco Giurato e Fabio Camillacci hanno intervistato Enrico Fierro.</p>
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		<title>Ecoradio intervista Laura Aprati</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecoradio intervista telefonicamente Laura Aprati per parlare di mafia,  camorra, ndrangheta. La criminalità organizzata non è più quella delle coppole e delle lupare, si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Dal Sud, seguendo la linea della palma di cui parlava Sciascia ne Il Giorno della civetta, ha risalito la penisola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2010/04/eco-radio-logo.gif" alt="" title="eco-radio-logo" width="145" height="118" class="alignleft size-full wp-image-1660" />Ecoradio intervista telefonicamente Laura Aprati per parlare di mafia,  camorra, ndrangheta. La criminalità organizzata non è più quella delle coppole e delle lupare, si occupa di economia, banche e finanze, e condiziona la politica. Dal Sud, seguendo la linea della palma di cui parlava Sciascia ne <em>Il Giorno della civetta</em>, ha risalito la penisola e si è radicata al Nord. Malitalia racconta tutto questo. Storie e uomini, spesso dimenticati, di una guerra quotidiana. Carnefici e vittime. Dall’ultimo capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, alla prima vittima dei casalesi Salvatore Nuvoletta.</p>
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		<title>L&#8217;inchiesta Malitalia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 14:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.
Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un intervento audio di Laura Aprati sull&#8217;inchiesta Malitalia.</p>
<p>Protagonisti sono poliziotti, carabinieri, dichiaranti di giustizia, imprenditori onesti, ragazzi che lavorano, il procuratore della Direzione Generale Antimafia Alberto Cisterna, i Cacciatori di Calabria.</p>
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		<title>In viaggio con un libro. Isoradio intervista Laura Aprati</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 12:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Malitalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Aprati]]></category>
		<category><![CDATA[Malitalia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal programma di Isoradio Un viaggio con un libro nasce questa intervista a Laura Aprati.
Laura Aprati racconta come Malitalia non sia solo un viaggio nel malaffare italiano, ma sopratutto un reportage su chi si batte per l&#8217;onestà e la legalità.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal programma di Isoradio <strong>Un viaggio con un libro</strong> nasce questa intervista a Laura Aprati.</p>
<p>Laura Aprati racconta come Malitalia non sia solo un viaggio nel malaffare italiano, ma sopratutto un reportage su chi si batte per l&#8217;onestà e la legalità.</p>
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