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	<title>Malitalia &#187; Rino Giacalone</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>E alla fine Sgarbi si dimise</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[dimissioni]]></category>
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E così Sgarbi ha deciso di anticipare ogni e qualsiasi decisione del Ministero dell’Interno. Sgarbi sceglie il metodo Fondi e si dimette, a qualche ora dagli articoli che annunciavano la relazione dei commissari ministeriali sulle infiltrazioni mafiose nel suo comune,Salemi. E così niente scioglimento per infiltrazioni mafiose, niente commissari. Ma quella relazione e quei documenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9311" href="http://www.malitalia.it/2012/02/e-alla-fine-sgarbi-si-dimise/sgarbidimissioni/"><img class="alignnone size-full wp-image-9311" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/sgarbidimissioni.jpg" alt="" width="267" height="189" /></a></p>
<p><strong>E così Sgarbi ha deciso di anticipare ogni e qualsiasi decisione del Ministero dell’Interno</strong>. Sgarbi sceglie il metodo Fondi e si dimette, a qualche ora dagli articoli che annunciavano la relazione dei commissari ministeriali sulle infiltrazioni mafiose nel suo comune,Salemi. E così niente scioglimento per infiltrazioni mafiose, niente commissari. Ma quella relazione e quei documenti al Ministero sono arrivati e anche se lui si è dimesso un loro effetto lo avranno.</p>
<p>In mattinata Sgarbi, preannunciando una conferenza per domani a mezzogiorno, a Salemi, aveva dichiarato che si apprestava a fare una nomina che doveva essere una risposta provocatoria rispetto alla richiesta di scioglimento, cioè <strong>incaricare l’ex deputato della Dc, Pino Giammarinaro, una sorta di “rais” politico a Salemi, ma non solo, suo vice sindaco</strong>. Scelta non casuale: l’ispezione che ha portato alla proposta di scioglimento per inquinamento mafioso del Comune di Salemi (al vaglio della commissione tecnica del Viminale che né riferirà al ministro dell’Interno Cancellieri) è conseguenza infatti del maxi sequestro di beni operato da Polizia e Finanza su ordine del Tribunale che ha colpito proprio l’on. Giammarinaro per il quale è stato anche proposto il ripristino della sorveglianza speciale. Nel corpo della operazione denominata “Salus Iniqua” sono stati inseriti una serie di episodi che riguardano la gestione della cosa pubblica a Salemi ed è emerso quella che per gli investigatori è stata una sistematica interferenza dell’on. Giammarinaro nei fatti riguardanti l’amministrazione comunale. Per la commissione prefettizia si è “dinanzi a metodologie prettamente mafiose”. Sgarbi ha sempre ritenuto i suoi atti, e quelli del comune di Salemi, come libero esercizio democratico, la mafia non ha mai messo il naso nelle cose del Comune, né Giammarinaro è un mafioso.Ed è per questo che aveva deciso di nominarlo vice sindaco. Poi Sgarbi ha aggiunto che la nomina l’avrebbe fatta solo se Giammarinaro fosse stato d’accordo, in caso contrario lui si sarebbe dimesso. E probabilmente Giammarinaro ha detto di no e Sgarbi ha rassegnato le dimissioni:  “<strong>Mi sono dimesso da sindaco di Salemi. Grazie agli ispettori del ministero che hanno mostrato cose di cui non mi ero accorto. Mi sentivo in pericolo e me ne torno al Nord. Incontrerò il ministro Cancellieri alle 9 di mercoledi&#8217; prossimo per riferire il mio compiacimento per questa scelt</strong>a”. Tutto questo dopo che le prime dichiarazioni dell’oramai ex sindaco di Salemi suonavano come una vera e propria sfida, promessa di querele nei confronti degli ispettori prefettizi dopo che in passato ancora Sgarbi aveva detto di volere querelare il questore di Trapani, Esposito, e il maresciallo dei carabinieri, Teri, comandante della stazione di Salemi, per il contenuto della proposta di sequestro di beni contro Giammarinaro per la parte relativa al Comune. &#8220;<strong>Ho lavorato come un matto, ho io contrastato gli interessi mafiosi, come nel caso delle pale eoliche e ora mi attaccano.”</strong></p>
<p>La relazione prefettizia riprende il contenuto dell’ordinanza “Salus Iniqua”, ossia non sarebbe da considerarsi ipotesi che l’on. Giammarinaro avesse a sua disposizione una “squadra” all’interno del Comune. Pino “Manicomio” Giammarinaro (questo il soprannome con la quale è stato sentito chiamare durante le intercettazioni) avrebbe avuto a sua disposizione assessori, consiglieri, funzionari e dipendenti comunali. Uno per uno sono stati elencati dal Tribunale di Trapani nell’ordinanza “Salus Iniqua”. Ci sono una serie di intercettazioni condotte dai carabinieri, ma anche dalla polizia, che dimostrerebbero come in modo quotidiano l’on. Giammarinaro sebbene privo di ruolo politico e amministrativo ufficiale, venisse quotidianamente consultato sui problemi politici e del Comune, e a nessuno pareva strano che ciò venisse fatto. <strong>Giammarinaro poi risulta essere stato informato anche su quanto andava facendo il sindaco Vittorio Sgarbi che se da un lato pensava di essere libero nella sua azione, di fatto dietro le quinte veniva “sorvegliato”. A sua insaputa viene oggi da dire.</strong></p>
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		<title>Salemi verso lo scioglimento per mafia</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 08:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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La richiesta già sul tavolo del Viminale
Gli ispettori, nominati dall&#8217;ex ministro Maroni, hanno concluso il loro rapporto. L&#8217;iniziativa parte dal sequestro di beni ai danni di Pino Giammarinaro sospettato di legami con i clan. lo stesso che, secondo l&#8217;accusa, avrebbe fatto pressione sulla giunta governata da Sgarbi
Gli ispettori nominati a giugno scorso dall’ex ministro dell’Interno Maroni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9306" href="http://www.malitalia.it/2012/02/salemi-verso-lo-scioglimento-per-mafia/giunta_sgarbi_salemi_n/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9306" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/giunta_sgarbi_salemi_N-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>La richiesta già sul tavolo del Viminale</p>
<p><strong>Gli ispettori, nominati dall&#8217;ex ministro Maroni, hanno concluso il loro rapporto. L&#8217;iniziativa parte dal sequestro di beni ai danni di Pino Giammarinaro sospettato di legami con i clan. lo stesso che, secondo l&#8217;accusa, avrebbe fatto pressione sulla giunta governata da Sgarbi</strong></p>
<p>Gli ispettori nominati a giugno scorso dall’ex ministro dell’Interno <strong>Maroni</strong>, su richiesta del prefetto di Trapani <strong>Marilisa Magno</strong>, per compiere l’accesso agli atti del Comune di Salemi hanno concluso il loro lavoro. Un vice prefetto, un commissario di Polizia e un tenente dei carabinieri, hanno lavorato nei termini affidati, e la conclusione appena rassegnata è quella che l’amministrazione del sindaco <strong>Vittorio Sgarbi</strong> “è stata oggetto di infiltrazione mafiosa”. Sul tavolo del ministro Cancellieri, che ha sostituito Maroni al Viminale, è già giunta la richiesta di commissariamento per inquinamento mafioso, un documento che nella sua completezza è stato classificato come “riservato”.</p>
<p>Non è stato un lavoro semplice e lo dimostra la mole di documentazione che accompagna le centinaia di pagine di relazione, decine e decine di faldoni, diversi capitoli per ogni settore dell’amministrazione comunale salemitana. Gli ispettori hanno “fotografato” la realtà che era stata descritta dall’ordinanza di sequestro di beni – oltre 35 milioni di euro – che ha colpito l’ex deputato regionale della Dc (andreottiana) <strong>Pino Giammarinaro</strong>, imprenditore edile con la “passione” per la sanità (pubblica) da quando per un lungo periodo e prima di entrare all’Ars nel 1991, fu presidente di una delle Usl siciliane, quella di Mazara del Vallo.</p>
<p>Proprio una serie di circostanze indicate nell’ordinanza, si tratta dell’operazione condotta a maggio da Polizia e Finanza denominata “Salus Iniqua”, hanno condotto il prefetto Magno a chiedere la nomina di una commissione di accesso agli atti. Gli ispettori hanno certificato che Giunta e Consiglio comunale, i vertici della burocrazia, hanno subito pressioni e influenze nelle decisioni da prendere fuori da ogni contesto di democrazia e confronto, ma con un metodo tipicamente mafioso. Punto di partenza l’onorevole Giammarinaro. Tra le pagine della relazione anche una critica (nemmeno tanto sottaciuta) sul modo di amministrare la cosa pubblica: da una parte consulenze per migliaia di euro, dall’altra una serie di decreti ingiuntivi che giorno dopo giorno arrivano sul tavolo del segretario comunale perché l’amministrazione non riesce a pagare i propri fornitori.</p>
<p>Il “reality” show che Sgarbi ha messo su da quando è stato eletto sindaco e che ha portato in qualche occasione Salemi sul palcoscenico della mondanità internazionale, le “provocazioni” del critico d’arte, la cui verve, anche molto polemica, è ben nota, adesso sta conoscendo una svolta del tutto a sfavore di Sgarbi.Il critico d’arte approdò a Salemi candidandosi a sindaco proprio per volontà dell’on. Giammarinaro che nonostante una assoluzione dall’accusa di mafia nel tempo era rimasto sullo sfondo di tante indagini di mafia condotte nel trapanese, non a caso finendo sottoposto alla sorveglianza speciale. Circostanza che non gli ha impedito di continuare ad esercitare un ruolo politico ben preciso pur non ricoprendo alcun incarico. Sgarbi, eletto, ringraziò dal palco proprio Giammarinaro già in quella occasione difendendolo dalle accuse che gli giravano attorno. Più che la mafia a Sgarbi si è interessato ad attaccare l’antimafia, giungendo a sostenere che la mafia come organizzazione non esiste più, e comunque a Salemi non c’erano mafiosi, se non tali erano semmai coloro i quali avevano disseminato di pale eoliche il territorio, e arrivando a minacciare denunzie contro il questore <strong>Esposito</strong> per avere firmato l’ordinanza contro Giammarinaro e nella quale è chiamato in causa il ruolo accondiscendente a Giammarinaro da parte di politici, amministratori e consiglieri comunali.</p>
<p>Resterà deluso Sgarbi rispetto alla conclusione della commissione. All’indomani della nomina infatti aveva dichiarato che “nessun atto della Pubblica Amministrazione è stato determinato dal benché minimo intervento o sollecitazione esterna”. La relazione sostiene il contrario e conferma quello che c’è scritto nel rapporto “Salus Iniqua”, “e cioè che la presenza di Pino Giammarinaro – soprannominato dai suoi amici ‘Pino Manicomio’ – all’interno del Comune di Salemi era garantita da funzionari e politici”. I “fidati” dell’onorevole vengono indicati in un rapporto dei Carabinieri di Salemi: cominciando dal segretario generale del Comune <strong>Vincenzo Barone</strong> e dall’ex direttore di ragioneria <strong>Gaspare Manzo</strong>, passando per diversi assessori e consiglieri comunali. In diverse intercettazioni risulta come Giammarinaro, sebbene privo di ruolo politico e amministrativo ufficiale, venisse quotidianamente consultato sui problemi politici e del Comune. Circostanza confermata anche dall’ex assessore e famoso fotografo <strong>Oliviero Toscani</strong> e anzi indicata come motivo delle sue dimissioni. Il noto fotografo ha definito “mafioso” il “contesto territoriale” in cui lavorava. “Giammarinaro partecipava e assumeva decisioni senza averne alcun titolo”.</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it)</p>
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		<title>Mafia:  indagine su D’Alì, salta fuori un nuovo troncone di inchiesta su Cosa nostra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 20:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9282" href="http://www.malitalia.it/2012/02/mafia-indagine-su-d%e2%80%99ali-salta-fuori-un-nuovo-troncone-di-inchiesta-su-cosa-nostra/dsc_7990-rt-bn-3/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9282" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_7990-rt-bn1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>Ancora un nuovo rinvio per l’udienza preliminare davanti al gup Giovanni Francolini (Tribunale di Palermo) dove è indagato di concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Antonio D’Alì,</strong> oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, e tra il 2001  e il 2006 sottosegretario all’Interno (con i ministri Scajola e Pisanu). La nuova data fissata è quella del 28 febbraio.</p>
<p><strong> Si tratta di un secondo rinvio</strong> dovuto a produzione documentale. La stessa cosa era accaduta a dicembre in occasione della prima udienza, ed era stato il pubblico ministero Andrea Tarondo a presentare nuove carte che rappresenterebbero prove di colpevolezza per il parlamentare che siede in Senato sin dal 1994. Nell’udienza odierna la pubblica accusa è tornata a fare una ulteriore produzione di documenti, e cioè un rapporto che si inserisce nell’alveo della cosidetta inchiesta mafia e appalti che in passato ha portato alla condanna di alcuni imprenditori che sono stati riconosciuti fare parte della “cupola mafiosa” di Trapani e alla condanna del “reggente” del mandamento di Trapani, l’imprenditore pacecoto Francesco Pace, che ha avuto inflitta una pena di quasi 20 anni di carcere. <strong>Il secondo filone dell’inchiesta mafia e appalti</strong> ha riguardato la gestione irregolare di beni confiscati alla mafia e per questa ragione è stato condannato un funzionario del Demanio, Francesco Nasca, una corruzione per la costruzione di palazzine in cooperativa a Trapani, condannati ancora Pace e un professionista, nonché è scattata la prescrizione per lo stesso fatto per l’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino, assolto invece dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa. Il terzo filone di mafia e appalti è condensato nel rapporto che oggi è entrato all’interno dell’udienza preliminare per il senatore D’Alì. Praticamente l’accusa è quella che a capo del vertice che avrebbe sovrainteso all’aggiudicazione pilotata di appalti ci sarebbe stato proprio il parlamentare.<strong> Dentro questa inchiesta “pesa” l’avviso di garanzia notificato ad uno dei più grossi imprenditori edili di Trapani, Francesco Morici:</strong> così come le sue imprese, Morici Costruzioni una, Coling l’altra, risultano assegnatarie dei più grossi appalti degli ultimi anni aggiudicati a Trapani, dalla costruzione della Funivia Trapani-Erice, ai lavori per il risanamento di una parte del centro storico e delle mura di tramontana della città, nonché per le nuove banchine portuali che dovevano essere funzionali alle gare di Coppa America del 2005 ma ancora oggi rappresentano una grossa incompiuta, si trattava di un appalto da 40 milioni di euro; allo stesso tempo il nome di Morici è stato ricorrente nei processi per mafia e appalti, un dipendente della Provincia regionale ha raccontato, per esempio, di come Morici pagava mazzette per aggiudicarsi lavori banditi dall’amministrazione provinciale.</p>
<p><strong> La difesa ha anche prodotto documenti giudiziari</strong>: gli atti delle operazioni cosidette Golem, quelle che hanno riguardato i favoreggiatori del super latitante Matteo Messina Denaro e questo per dimostrare che il nome di D’Alì non compare in nessuna delle tantissime pagine dei relativi rapporti. Così come a dire della difesa non può adombrarsi alcun coinvolgimento del senatore D’Alì all’interno del recentissimo sequestro di beni operato ad un condannato per favoreggiamento alla mafia, l’imprenditore Michele Mazzara: in questo caso hanno prodotto il relativo comunicato stampa diffuso dalla questura (che non contiene riferimenti al senatore D’Alì) e la relativa informativa che ha portato il Tribunale al sequestro dei beni, dove il nome di D’Alì compare solo per un presunto interessamento di Mazzara a realizzare un documentario televisivo, ma il documentario non si è mai fatto e comunque non c’è un elemento che porta a dire che i due si siano incontrati, D’Alì anzi sostiene di non conoscere Michele Mazzara che però è certo che tentò di avvicinare il senatore attraverso il suo segretario particolare, il consigliere comunale Totò La Pica.</p>
<p>Oggi come nella precedente udienza il senatore D’Alì era presente in aula ma non ha reso dichiarazioni. I suoi difensori sono gli avvocati Stefano Pellegrino e Gino Bosco.</p>
<p><strong>Il 28 febbraio l’udienza riprenderà</strong>, la difesa del senatore D’Alì ha fatto informalmente riferimento ad una possibile richiesta di rito abbreviato, ma questo passaggio non è stato formalizzato e non è scontato, anche perché il gup per decidere avrebbe anche bisogno del parere del pubblico ministero. Parere che può essere reso solo con l’ufficializzazione della richiesta di rito alternativo.</p>
<p><strong>Nel procedimento si sono costituiti parte civile le associazioni antiracket di Alcamo, Marsala e Mazara e il centro studi di Palermo Pio La Torre, a rappresentarli è l&#8217;avvocato Giuseppe Gandolfo.</strong></p>
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		<title>Storia di una città che non deve vedere</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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La storia da un punto di vista giornalistico non merita che le classiche trenta righe in cronaca. Non è la prima volta che accade. E non sarà l’ultima. C’è una anziana che con la testa non ci sta più tanto bene, è accudita da una badante, c’è un patrimonio non indifferente e un marito che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9270" href="http://www.malitalia.it/2012/02/storia-di-una-citta-che-non-deve-vedere/dsc_7990-rt-bn-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9270" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/DSC_7990-rt-bn-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong>La storia da un punto di vista giornalistico non merita che le classiche trenta righe in cronaca. Non è la prima volta che accade. E non sarà l’ultima</strong>. C’è una anziana che con la testa non ci sta più tanto bene, è accudita da una badante, c’è un patrimonio non indifferente e un marito che avanti con gli anni pensa al riscatto e finisce con l’invaghirsi, o viene indotto a invaghirsi, di quella badante. Disponibilità però da ricambiare, la donna fa in modo che le proprietà dell’anziana non restino sue e che possano passare dalla sua parte così da farla finita con la vita di stenti condotta. Per fare tutto questo però c’è bisogno delle carte, dei documenti legali, degli atti redatti davanti ad un notaio  che certifichi come l’anziana proprietaria di una serie di beni li ceda a terzi avendone piena consapevolezza. L’anziana è incapace, ma alla fine succede che il notaio non la ritiene tale e così vengono registrati i relativi rogiti. Poi succede che qualcuno denuncia tutto, la  Polizia, in questo caso interviene, e la magistratura ferma tutti e tutto, qualcuno finisce arrestato, qualcun altro viene sospeso, come rispettivamente è successo alla badante e al notaio.</p>
<p><strong>Storie di tutti i giorni</strong>…si può dire come diceva una canzone di tanti anni addietro del cantautore Riccardo Fogli (credo fosse lui)…ma per Trapani che è il luogo dove è successo questo spesso accade che il pubblico ufficiale, l’amministratore, il politico, il cittadino decida in nome di un “quieto vivere” di chiudere gli occhi e far finta di nulla, talvolta questo accade anche in cambio di una “mazzetta” ma spesso perché il sistema applicato prevede il cosidetto “vivi e lascia vivere” senza nemmeno chiedere in cambio un favore.</p>
<p>La storia di questi giorni è questa, ve la si racconta così come l’ha accertata la squadra mobile di Trapani diretta dal vice questore Giovanni Leuci.  Tutto è partito dalla denuncia di alcune persone che avevano visto in un sol colpo dilapidato il patrimonio di una loro anziana congiunta notoriamente oramai incapace di qualsiasi volontà.<strong> I poliziotti rassegnarono le risultanze delle relativi indagini alla Procura, pm Trinchillo e Macchiusi, e per Maria Bevilacqua, 36 anni, pregiudicata trapanese, di professione “badante” scattò l’arresto per circonvenzione di incapace.</strong> La donna arrestata tra aprile e settembre del 2011 era riuscita ad ottenere dall’anziana la cessione di alcuni beni: praticamente all’anziana venivano fatte sottoscrivere procure a vendere in favore del marito (un avvocato in pensione) e attraverso altre persone i titoli di proprietà arrivavano nelle mani della Bevilacqua che rivendeva guadagnandoci. Annotano i poliziotti della Mobile nel loro rapporto: “….i beni venivano alienati a terzi  a prezzi nettamente inferiori al valore di mercato e, in una circostanza, acquistati dalla stessa Bevilacqua, che dopo poco tempo alienava quanto acquistato ad un prezzo  maggiorato, lucrando la differenza”. Le cose ad un certo punto si erano fatte così “pacifiche” nella loro conduzione che sebbene l’anziana non avesse nulla da spendere, puntualmente il suo conto corrente della vittima veniva  “svuotato” e la Bevilacqua provvedeva a comprarsi beni per la propria casa, automobili, cominciando così a cambiare stili e modi di vita (6 immobili, 1 appartamento, 4 locali adibiti ad attività commerciali ed artigianali e 1 garage; 2 conti correnti Bancari e postali; una Porshe; una Citroen Xsara; oggetti aurei del valore di circa 10.000 Euro).</p>
<p>Ovviamente era impossibile che tutto questo venisse fatto in assenza di autorevoli complicità e queste alla fine sono saltate fuori. Il notaio per avere fatto scrivere a quell’anziana procure che mai avrebbe potuto sottoscrivere per la propria incapacità che il pubblico ufficiale si è guardato bene dal considerare, è stato adesso sospeso per due mesi. Non è un personaggio qualsiasi della città, è uno dei più famosi, Gino Attilio Di Vita, 60 anni, indagato per falso ideologico. <strong>Cosa avrebbe fatto il notaio</strong>?. “A  luglio – si legge nell’ordinanza della magistratura &#8211; il notaio si era recato presso l’abitazione di una persona anziana, assolutamente incapace di intendere e di volere per un grave decadimento cognitivo per processo degenerativo del sistema nervoso centrale, attestando falsamente che la stessa dichiarava di nominare suo procuratore speciale il proprio marito su due procure speciali per atto pubblico e relative ad atti di alienazioni immobiliari  successivamente stipulati”. Il notaio Di Vita ha fatto così sottoscrivere “due procure speciali per atto pubblico a vendere” da lui stesso  redatte. La violazione commessa? “Avrebbe avuto l’obbligo di indagare la volontà delle parti e di verificare se le stesse fossero nel pieno delle loro facoltà mentali”. Gli accertamenti medici disposti dalla magistratura hanno dato come risultato la circostanza che “all’epoca dei fatti l’anziana signora non era in grado di capire alcunché, né, tantomeno, di poter esprimere dei pareri o prendere decisioni riguardo la gestione del proprio patrimonio immobiliare”.</p>
<p>Insomma il notaio ha chiuso gli occhi invece di aprirli, riteneva di fare un favore al marito della donna, ma favori in questo mestiere non se ne possono fare.</p>
<p><strong>Chiudere gli occhi fa parte della tradizione trapanese</strong>, magari si vede la pagliuzza negli occhi degli altri e non si vede la trave che c’è nei propri; può capitare che si passi davanti a palazzine in costruzione e ci si complimenta con l’amico di sempre per le proprietà realizzate e che però sulla carta appartengono ad un altro imprenditore, e non si perde tempo a chiedersi come mai l’amico, <strong>tale Michele Mazzara</strong>, di professione agricoltore, 15 mila euro di guadagno l’anno, ma proprietario di beni per 25 milioni di euro, abbia bisogno di un prestanome, ma forse la risposta il tizio (nel caso specifico l’ex onorevole Giuseppe Maurici) la si conosce e così si evita di porre la domanda; <strong>a Trapani accade</strong> che un famoso parlamentare regionale, tale Bartolo Pellegrino (assolto da concorso esterno in associazione mafiosa, prescritto per il reato di corruzione) prende un giorno posizione contro le case in cooperativa costruite in terreni privi di destinazione d’uso edificabile e però facendo su e giù da Palermo e percorrendo sempre la stessa strada non si accorge che nel frattempo proprio a ridosso della strada percorsa, dove una volta c’erano bagli e campagne, proprio laddove secondo lui mai si doveva costruire, si stanno costruendo quattro bei palazzoni, che, guarda caso, è la potente mafia trapanese a fare costruire ;<strong> a Trapani accade che un ex deputato regionale, tale Giuseppe Giammarinaro, “puparo” di Salemi</strong>, la città del sindaco Vittorio Sgarbi, oramai così definita e sottratta per sempre alla sua storia di prima capitale d’Italia, poteva tranquillamente permettersi di spostare un primario da un ospedale all’altro, un medico da un reparto all’altro, solo perché per un paio di anni, tanto tempo addietro, fece il presidente di una Usl, nessun titolo e nessuna competenza eppure stazionava puntualmente davanti l’entrata principale della Asl trapanese dove riceveva tutti, e nessuno, politici, burocrati, si scandalizzava di questo, tranne poi cascare dalle nuvole quando all’on. Giammarinaro sono stati sequestrati beni per milioni e milioni di euro. <strong>Trapani è questa: Trapani è la città che caduto un capo mafia aspetta che se ne faccia uno nuovo, dove il “reggente” nominato da Matteo Messina Denaro</strong> si presenta alla città cenando a base di aragoste e champagne nel locale più in e nella serata più affollata così perché chi deve intendere sappia intendere, in questo caso gli occhi degli altri servono a guardare e capire, e a Trapani si guarda e si capiscono certe cose. Scriveva Primo Levi, se “capire è impossibile, conoscere è meglio”, a Trapani dal più semplice dei casi, il notaio che fa firmare le procure all’incapace, al più complicato, gli affari e le imprese della mafia, spesso è facile capire e per questo si preferisce alla fine non conoscere e che cerca di fare conoscere come stanno le cose passa per untore o peggio ancora per “portavoce”.</p>
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		<title>Ciaccio Montalto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 06:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Ciaccio Montalto]]></category>
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&#8220;Giacomo era figlio di siciliani, ma non era nato in Sicilia ma a Milano dove allora suo padre Enrico, pure Lui magistrato di grande spessore tecnico e di eccezionale rettitudine, che fu presidente di sezione della cassazione, al tempo della nascita di Giacomo lavorava, ed era siciliano nell’anima e in tutto il suo essere.
Amava profondamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9167" href="http://www.malitalia.it/2012/01/ciaccio-montalto/ciaccio-montalto-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-9167" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/ciaccio-montalto.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>&#8220;Giacomo era figlio di siciliani, ma non era nato in Sicilia ma a Milano</strong> dove allora suo padre Enrico, pure Lui magistrato di grande spessore tecnico e di eccezionale rettitudine, che fu presidente di sezione della cassazione, al tempo della nascita di Giacomo lavorava, ed era siciliano nell’anima e in tutto il suo essere.</p>
<p>Amava profondamente questa terra e tutto ciò che di positivo vi si trova pur avendo piena consapevolezza che senza l’affrancazione dal giogo della mafia e dalle incrostazioni di tanti poteri più o meno occulti non sarebbe stata mai possibile una vera rinascita.<br />
Ebbe rapporti molto stretti con Giovanni Falcone, nati negli anni del comune lavoro a Trapani sino al 1978, e ne fu ispiratore perché, almeno nel primo periodo di attività professionale, Giovanni, che a Trapani negli anni conclusivi della sua permanenza aveva svolto soprattutto funzioni civili, riconoscendo la specializzazione penalistica di Giacomo, ricorreva frequentemente ai suoi consigli.</p>
<p>Giacomo era molto stimato dai Colleghi, che tuttavia spesso non percepirono, almeno sino in fondo, la esattezza delle sue intuizioni, ritenute al tempo solo ipotesi possibili di ricostruzione dei fatti e ora divenute certe acquisizioni:<br />
-la spiegazione dell’interesse di cosa nostra, in un determinato momento storico, a mantenere in un certo ambito territoriale -a Trapani- la c.d. pax mafiosa per potervi porre il porto di accesso degli stupefacenti in Italia e nei paesi occidentali ;<br />
-la necessità di scalfire gli interessi economici della mafia per poterne minare la forza;<br />
-la rilevanza delle indagini bancarie e sulle banche talvolta portate a chiudere gli occhi sull’origine del denaro ricevuto o sulla destinazione di quello impiegato;<br />
-la intuizione della struttura unitaria di cosa nostra sino a quel periodo ritenuta una costellazione di sistemi in competizione, pur accomunati da modelli operativi comuni;<br />
-l’intuizione, precedente alle rivelazioni di Buscetta , Contorno e dei primi collaboratori, della macroscopica divergenza della logica della mafia rispetto ad ordinari criteri di razionalità;<br />
-la comprensione della necessità di fare breccia nel muro di omertà, cominciando dai mafiosi ed inducendo proprio loro a collaborare: è noto che Giacomo riuscì a far parlare un affiliato alla mafia e non ottenne grandi risultati solo per il non rilevante spessore del personaggio , a conoscenza perciò solo di certe e poche verità, e perché le innovazioni epocali , anche quelle di strategia processuale, richiedono tempi lunghi di maturazione.</p>
<p><strong> Giacomo Ciaccio non si occupò solo di mafia, ma operò a 360° </strong>:si occupò di indagini su reati ambientali quando i discorsi sul tema erano ancora ristretti a pochi precursori e, in particolare, operò per fermare la cementificazione dei fondali marini vicini alle nostre coste, che dissennate discariche in mare dei sottoprodotti della lavorazione del marmo stavano provocando, come con le sue escursioni subacquee nei nostri mari, aveva constatato: gli bastava scorgere da Valderice, dove spesso soggiornava, le chiazze che lo scarico in mare delle polveri di marmo provocano, per interrompere altre occupazioni, anche i momenti di riposo per lasciare gli amici, e piombare lancia in resta a fermare gli inquinatori.<br />
Si trattava di problemi di cui negli anni 70 non veniva avvertita l’incidenza distruttiva sulla vita dei cittadini e delle stesse generazioni future , perché solo ora percepiamo quale devastazione del nostro patrimonio naturale abbiano apportato e quanti problemi irrisolti del vivere civile siano ancora ad essi collegati.<br />
<strong> Operò senza timori di alcun genere</strong> contro la corruzione nell’ambito degli amministratori e funzionari pubblici , realizzando anche in questo caso indagini di rilevante impatto nella nostra area che gli attirarono, come è intuibile, molte inimicizie.</p>
<p>Non si può ricordare Giacomo senza far cenno ai molti suoi interessi culturali, che con tanta forza manifestava avendo una speciale capacità di coinvolgimento e di trasmettere agli altri i suoi entusiasmi: la passione per certi scrittori, da Eco, allora poco famoso, a Tomasi di Lampedusa, a Marquez ; la sua venerazione per Beethoven, l’amore per la lirica , per Bellini, quello affettuoso per Verdi insolitamente collegato ad un notevole apprezzamento per Wagner, le predilezioni per alcuni interpreti da quelli famosi quali Toscanini, Cortot, Richter, Ghilels, la amatissima Callas, ad altri quali Pollini e Daniel Rivera, percepiti subito come grandi da Giacomo con straordinaria sensibilità e consacrati tali negli anni successivi alla sua morte , le passioni più popolari per la canzone napoletana d’autore, per le nostre tradizioni gastronomiche, per il mare che con il candido coraggio che lo distingueva, solcò facendo viaggi ardimentosi pur quando all’inizio della sua esperienza nautica, aveva una pratica limitata.</p>
<p><strong> Vorremmo che il ricordo di Giacomo Ciaccio Montalto non sia soltanto aria fritta </strong>con espressione che lui spesso usava, ma rappresenti tensione continua verso il perseguimento della meta che lui sempre ebbe presente, verso comportamenti che ci consentano di non vergognarci, nascondendole, delle nostre radici.<br />
Giacomo nella sua breve vita ebbe la capacità di suscitare un profluvio di sentimenti, di influenze, di spinte etiche, pur senza espliciti suggerimenti, nei Colleghi, che hanno raccolto il testimone raccogliendo e diffondendo le idee e le tensioni morali di Giacomo.<br />
Esperienze di vita come quella di Giacomo, nell’attuale momento in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie, a volte non ingiustificatamente, viene meno, in cui spesso non si comprende che quella del magistrato non è una professione come le altre e deve essere esercitata avvertendo in ogni momento quanto grande deve essere il proprio impegno a tutela della legalità che comincia dalla scrupolosa osservanza della legge e dei diritti dei cittadini proprio da parte dei giudici, condotte di magistrati come Giacomo, che mai sentendosi eroi lo sono stati, sono un paradigma insostituibile da imitare e un esempio da non dimenticare&#8221;.</p>
<p><strong>Mario D&#8217;Angelo, già presidente dei Tribunali di Trapani e Marsala</strong></p>
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		<title>Consolo e il giudice Ciaccio Montalto</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 18:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ciaccio Montalto]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
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Il prossimo 25 gennaio saranno 29 anni dalla morte per mano violenta, mano di mafia, del sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, aveva 41 anni, era il 25 gennaio del 1983. Ammazzato a Valderice, davanti casa sua, al momento del rientro. Ancora per poco sarebbe stato in servizio al Palazzo di Giustizia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9138" href="http://www.malitalia.it/2012/01/consolo-e-il-giudice-ciaccio-montalto/vincenzo-consolo/"><img class="alignnone size-full wp-image-9138" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/vincenzo-consolo.jpg" alt="" width="183" height="276" /></a></p>
<p><strong>Il prossimo 25 gennaio saranno 29 anni dalla morte per mano violenta, mano di mafia, del sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, aveva 41 anni, era il 25 gennaio del 1983</strong>. Ammazzato a Valderice, davanti casa sua, al momento del rientro. Ancora per poco sarebbe stato in servizio al Palazzo di Giustizia di Trapani, presto sarebbe andato a Firenze, e quel trasferimento in Toscana faceva paura ai boss. La presenza di Cosa nostra in terra toscana sarebbe stata accertata anni dopo, una presenza di Cosa nostra che a Firenze e dintorni aveva intessuto stretti rapporti con la massoneria, alleanza che nel 1993 potrebbe essere servita a compiere le stragi che colpirono proprio Firenze, e poi Roma e Milano.</p>
<p><strong>Ciaccio Montalto fu un «uomo dal candido coraggio»</strong>, si imbatté nei primi anni 80 nella mafia che cominciava a cambiare pelle, quella che oggi chiamiamo «sommersa» e allora si cominciava ad interessare di appalti (1550 banditi e assegnati nel solo biennio 83/85 a Trapani, quasi tutti finiti intercettati da Cosa Nostra). Lo scrittore, e giornalista. <strong>Vincenzo Consolo appena scomparso lasciando ancora più orfana la Sicilia, disse un giorno di rimpiangere di non avere fatto il suo dovere, di giornalista, quando una sera raccolse lo sfogo di Ciaccio Montalto che si sentiva isolato: «Rimpiango di non avere disubbidito al suo volere e di non avere scritto subito quella intervista».</strong> Lo scrittore aveva vissuto Trapani per due mesi, nell’estate del 1975, quando seguiva per il giornale &#8220;L’Ora &#8221; il processo al mostro di Marsala, Michele Vinci. Pubblica accusa di quel processo era il giudice Ciaccio Montalto.<em> Consolo ricordò: «Un giorno Ciaccio mi chiamò e mi disse che mi voleva incontrare a Valderice, nella sua casa, da solo. Una sera andai e mi accolse con la moglie, una donna che negli occhi aveva tutte le preoccupazioni per il marito. Mi rivelò che aveva ricevuto delle minacce. Non scriva nulla, lo faccia solo se dovesse succedermi qualcosa, disse».</em> Otto anni dopo, quella confessione divenne profezia. Allora scrisse sulla Stampa e sul Messaggero (a cui seguì una interrogazione alla Camera dei Deputati di Leonardo Sciascia) e rivelò ciò che Ciaccio Montalto gli aveva detto quella sera.</p>
<p>I magistrati di oggi e tra quelli che lavorano tra Trapani e Marsala, come Andrea Tarondo, titolare di molte indagini sulla nuova mafia trapanese, e l’ex procuratore di Sciacca, Dino Petralia, ex Csm, e che negli anni 80 fu collega vicinissimo a Ciaccio Montalto a Trapani, in più occasioni hanno osservato che<strong> “qui” non sarà tutto mafia quando corrisponderanno le azioni concrete, gli atti trasparenti, quando si cancellerà l’area grigia, quando la si smetterà di confinare la legalità nel lavoro di magistrati, giudici, investigatori</strong>. Lo disse il presidente Sandro Pertini proprio ai funerali di Ciaccio Montalto: «Per combattere la mafia c’è solo da rispettare fino in fondo la Costituzione». Ciaccio Montalto non è riuscito a sconfiggere la mafia, perchè la mafia glielo ha impedito. <strong>«Ulisse era il mito di Ciaccio Montalto»</strong> ha svelato un altro suo amico, il pediatra Benedetto Mirto, ma a lui non è riuscito ciò che riuscì a Ulisse, battere i proci e riconquistare la sua Itaca. Il compito oggi è di altri dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Ma la strada è in salita e lo sarà fino a quando non si riconoscerà come eroe davvero chi lo merita o chi lo fu  e non come avviene di questi tempi, che eroi vengono indicati i mafiosi e i corrotti.</p>
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		<title>Rendere anoressiche le risorse di Matteo Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 19:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[confisca]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>

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“A Trapani l’associazione mafiosa non compie attività estorsive che restano specialità di altri mandamenti mafiosi, ma preferisce inserirsi in modo fittizio, con prestanome, o direttamente con soggetti incensurati, nel sistema imprenditoriale ed economico del territorio”. A parlare in questa maniera è Giuseppe Linares, primo dirigente della Polizia di Stato, dirigente della divisione anticrimine della Questura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9096" href="http://www.malitalia.it/2012/01/rendere-anoressiche-le-risorse-di-matteo-messina-denaro/linares/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9096" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/Linares-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>“A Trapani l’associazione mafiosa non compie attività estorsive che restano specialità di altri mandamenti mafiosi, ma preferisce inserirsi in modo fittizio, con prestanome, o direttamente con soggetti incensurati, nel sistema imprenditoriale ed economico del territorio”</strong>. A parlare in questa maniera è Giuseppe Linares, primo dirigente della Polizia di Stato, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani. Questura e Guardia di Finanza questa mattina a Trapani, su ordine del Tribunale per le misure di prevenzione, hanno messo a segno un sequestro da 25 milioni di euro, beni riconducibili ad un imprenditore, Michele Mazzara, 52 anni, originario di Paceco, ufficialmente con un reddito da 15 mila euro. <strong>Dieci anni addietro era un “trebbiatore”, nel 1997 fu arrestato per favoreggiamento a latitanti di Cosa nostra, da allora in poi una incredibile scalata imprenditoriale, tale da permettergli di diventare interlocutore di politici e colletti bianchi. </strong>La sua casa è una villetta nella frazione di Dattilo, una elegante struttura, a pochi metri da questa palazzina in un altro edificio sarebbe stato nascosto il super latitante Matteo Messina Denaro. “Non lo conosco, non so chi sia, non è mio amico” dice Mazzara trovandosi dinanzi poliziotti e finanzieri, mentre esce da un capannone appena di fronte la sua casa, in quel capannone secondo sentenze definitive si sono tenuti summit di mafia e lì fu “punciutu” un medico di Partanna (Belìce), Vincenzo Pandolfo, morto da un paio di anni e che si diede alla macchia per seguire nella latitanza il patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro, morto nel 1998, e l’attuale super ricercato, Matteo Messina Denaro. <strong>Michele Mazzara sarebbe uno dei soggetti che  fa parte di questa rete imprenditoriale che ha scelto di stare dalla parte di Cosa nostra. </strong>“Nonostante la condanna patteggiata, Mazara ha rafforzato la propria posizione in seno all’organigramma mafioso”, dice il questore di Trapani, Carmine Esposito, “l’aggressione ai patrimoni resta una nostra priorità , obiettivo nostro è quello di individuare l’illecito per salvaguardare le attività socio economiche legali, difendendo ogni principio di democrazia. Sono fortemente affianco dei miei uomini che si occupano di togliere i patrimoni illeciti dal mercato”. “Abbiamo dinanzi un soggetto – aggiunge il dott. Linares – che è espressione per noi di quella propaggine imprenditoriale che controlla casseforti occulte”.</p>
<p><strong>Perché non si cattura ancora Matteo Messina Denaro?</strong> “Io spero intanto – risponde il primo dirigente dell’Anticrimine – che presto lo si arresti e si metta fine a questa latitanza, sappiamo di avere davanti un soggetto che non è uguale ad altri latitanti, non partecipa a riunioni, non incontra familiari, non va di persona a compiere estorsioni, non va a prendere il caffè al bar vicino al Tribunale come faceva il latitante Nicchi a Palermo, ha a disposizione un circolo di soggetti che si muovono attorno a lui, come possono essere personaggi che sono usciti dal carcere dopo avere scontato condanne per mafia e che apparentemente sono stati messi da parte, o ancora soggetti insospettabili o che si ritengono tali. Non è un segreto che nei pizzini della corrispondenza tra lui e Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro scriveva che aspettava la scarcerazione di alcuni soggetti”.</p>
<p>Cosa nostra è sommersa, questa rete di complici altrettanto? <strong>“Non direi che le cose stanno così – risponde il dott. Giuseppe Linares – Michele Mazzara nel nostro caso è risultato frequentarsi con politici, altri imprenditori, soggetti che ben sapevano che lui era in realtà il riferimento di alcune attività imprenditoriali, sennò non avrebbero parlato con lui di villette da vendere e comprare, e di affari di diverso genere. Soggetti che ovviamente hanno prestato gioco a questo stato di cose. Mazara era ufficialmente  il dominus di attività che a lui non erano intestate eppure era il referente di chi di volta in volta si approcciava a queste imprese”</strong>. Soggetti importanti che risultano essere stati interlocutori di Mazzara sapendo che c’era lui dietro gli insediamenti edilizia ed alberghieri intestati a prestanome. Tra questi, l’ex deputato regionale di Forza Italia, Giuseppe Maurici, e l’attuale amministratore dell’Ato che si occupa di gestione dei rifiuti nell’hinterland trapanese, ingegnere Salvatore Alestra, che risulta avere curato progettazioni ufficialmente della ditta di Francesco Nicosia (presunto prestanome di Mazzara) ma in effetti concordava ogni cosa con Michele Mazzara. “Il nostro obiettivo – prosegue Linares – <strong>è rendere anoressiche le risorse che servono al latitante Matteo Messina Denaro</strong>, oggi guardiamo all’imprenditoria che opera in modo legale ma a quella che èensa che si possono ottenere vantaggi mettendo Cosa nostra dentro l’impresa, c’è chi pensa ancora oggi che è possibile espandersi sul mercato in questo modo, noi dimostriamo che le cose non vanno proprio in questa maniera”.</p>
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		<title>Camera di Commercio di Trapani: al segretario generale indagato e dimissionario, Alfano jr premio di 13 mila euro</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 13:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro Alfano]]></category>
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Era diventato l’enfant prodige del “commercio” in Sicilia, sulle orme del fratello che lo è diventato per quanto riguarda la politica nazionale. Stiamo parlando dei fratelli Alessandro ed Angelino Alfano. E se quest’ultimo vive una carriera rosea, da deputato regionale a braccio destro di Berlusconi a Roma, sino a diventare ministro della giustizia e ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9077" href="http://www.malitalia.it/2012/01/camera-di-commercio-di-trapani-al-segretario-generale-indagato-e-dimissionario-alfano-jr-premio-di-13-mila-euro/alfanojunior/"><img class="alignnone size-full wp-image-9077" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/alfanojunior.jpg" alt="" width="293" height="172" /></a></p>
<p><strong>Era diventato l’enfant prodige del “commercio” in Sicilia, sulle orme del fratello che lo è diventato per quanto riguarda la politica nazionale. Stiamo parlando dei fratelli Alessandro ed Angelino Alfano</strong>. E se quest’ultimo vive una carriera rosea, da deputato regionale a braccio destro di Berlusconi a Roma, sino a diventare ministro della giustizia e ora leader del Pdl, Alessandro ha ricevuto un inaspettato “stop” alla sua carriera dentro il mondo delle Camera di Commercio. E dire che suo fratello, Angelino, glielo aveva consigliato di non entrare dentro le Cciaa ma di interessarsi a Confcommercio, lui invece, testardo, ha fatto di testa sua. E così, come lui racconta, da studente (universitario)-lavoratore, è stato chiamato a fare il segretario generale di Unioncamere Sicilia, l’associazione che raccoglie tutte le Camera di Commercio della Sicilia. Sponsorizzato in questo suo incarico dal presidente di Unioncamere, il marsalese Pino Pace, presidente anche di Camera di Commercio a Trapani (appena riconfermato nel terzo mandato consecutivo). <strong>Pace quando l’anno scorso si è ritrovato senza segretario generale a Trapani, per il pensionamento di Pippo Sparla, ha pensato ancora ad Alfano e però ha dovuto fare una selezione pubblica. Prima ancora che uscisse il bando però tutti sapevano che sarebbe stato Alfano a “vincere”, e così è stato.</strong> Il giovane Alfano che nel frattempo si è laureato in Economia ha potuto prendere possesso della poltrona di segretario generale a Trapani, entrando in palazzo tutto lustrato a nuovo, marmi e arredi nuovissimi, ascensore esterno, con le tv al plasma delle migliori marche nelle stanze dei bottoni. Una Camera di Commercio che come attività è una sorta di succursale della Farnesina per i viaggi, non sempre a basso costo, all’estero dei suoi dirigenti, missioni per scambi commerciali ed altro, e però nel frattempo le aziende chiudono, ma questo sembra che non sia qualcosa di cui interessarsi. <strong>Il bel tempo però è durato poco e dapprima su Alfano jr si è abbattuta la tempesta giudiziaria di una inchiesta condotta a Palermo su presunti esami comprati all’Università e nell’elenco degli indagati, come “presunto cliente” ci è finito anche lui: la sua reazione è stata pacifica, “io non c’entro nulla, sono sereno, ci sarà qualche cosa che non va nell’apparato meccanografico e informatico dell’Università”</strong>. Qualche settimana dopo però poliziotti e finanzieri si sono presentati alla Camera di Commercio di Trapani per prendere il fascicolo del concorso vinto (in maniera annunciata) da Alessandro Alfano. A quel punto lui ha deciso di dimettersi ringraziando tutti. Ma come era tutto sereno e invece arrivano le dimissioni. Pace la pensava pure come lui, e addirittura ad un consigliere che gli poneva il dubbio che gli atti firmati da Alfano potevano diventare privi di efficacia se si fosse scoperto che le indagini non erano frutto di errori, il presidente camerale pare abbia riposto invitando l’interlocutore a non fare “come il solito…..”(pronunziando il nome di un giornalista che aveva sollevato il caso). Alessandro Alfano però non è andato via dalla Camera di Commercio di Trapani del tutto a mani vuote, oltre alla liquidazione delle normali spettanze, il presidente Pino Pace lo ha voluto <strong>“omaggiare” di 13 mila euro, cosiddetta “indennità di risultato” per i buoni servigi resi all’ente camerale. </strong>Avremmo voluto chiedere maggiori spiegazioni al presidente Pace, ma sembra che questi quando al telefonino ha visto comparire il numero di telefono del giornalista che lo cercava, trovandosi in una riunione a quello che gli stava a fianco ha detto, “vedi io a questo giornalista non ci rispondo, ha scritto male di me”.</p>
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		<title>Mafia: quando Cosa nostra trapanese voleva fare un documentario</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota. La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9092" href="http://www.malitalia.it/2012/01/mafia-quando-cosa-nostra-trapanese-voleva-fare-un-documentario/foto/"><img class="alignnone size-medium wp-image-9092" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p><strong>A Trapani e fuori Trapani è vicenda nota.</strong> La mafia in questa provincia è stata battuta, così i maggiorenti insistono con il dire, quando per decenni si è detto che la mafia non esisteva, anche davanti ai morti straziati dalle mitragliette o dal tritolo, come accaduto esattamente 39 anni addietro ad un giudice, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, e iol 2 aprile del 1985  a Barbara Rizzo Asta ed ai suoi due gemellini, di sei anni, Giuseppe e Salvatore, straziati da una bomba destinata al magistrato Carlo Palermo, rimasto illeso. Le indagini raccontano altro e continuano a dirci altro. <strong>Intanto c’è il primo dato di fatto, ed è quello che qui si nasconde e comanda il boss dei boss delle famiglie siciliane e cioè il castelvetranese Matteo Messina Denaro, 50 anni, ricercato dal 1993</strong>. Poi le sentenze anche recenti, ci dicono che qui si è insediata la mafia moderna, quella sommersa, quella che non ha chiesto il pizzo ma la quota associativa alle imprese, garantendo commesse facili facili, rapporti privilegiati con politica, burocrazia e banche, quella che non uccide ma che esercita pressioni con altre armi, di tanto in tanto un attentato incendiario, così da fare ricordare quali sono i pericoli per l’eventuale sventurato che vuole fare senza i mammasantissima, qui c’è la mafia dei grossi investimenti, del commercio, che si occupa di turismo.<strong> Qui c’è una organizzazione mafiosa che l’aveva pensata proprio bene: fare accompagnare le affermazioni della mafia battuta con un documentario sulla provincia di Trapani</strong> da pubblicizzare a livello nazionale, così che di Trapani si sarebbe parlato come Cosa nostra desiderava.</p>
<p><strong>E’ questo uno dei risvolti dell’operazione Panoramic, dal nome di un grosso albergo di San Vito Lo Capo, finito oggi sequestrato.</strong> Polizia e Finanza hanno eseguito un maxi provvedimento di sequestro da 30 milioni di euro, immobili e residenze alberghiere, una residenza per anziani, estensioni terriere per 150 ettari, un centinaio di immobili e quasi altrettanto di conti correnti bancari e rapporti intrattenuti dai soggetti intestatari a Trapani e fuori da Trapani.<strong> L&#8217;operazione colpisce Michele Mazzara,</strong> 52 anni, nel 1997 arrestato per favoreggiamento ai latitanti, allora sembrava personaggio di poco conto, ha patteggiato una condanna a 14 mesi per il reato contestato, 11 mesi fu la pena patteggiata dalla moglie, Giuseppa Barone. Di lui a proposito di questa circostanza così disse il pentito di Alcamo, Vincenzo Ferro: “<em>Sono stato inoltre presente, nel febbraio del 96, all’iniziazione di MELODIA Ignazio il dottore avvenuta a DATTILO nella casa nella disponibilità di una persona da me conosciuta come Enzo e che ho poi appreso chiamarsi Michele MAZZARA. Nell’occasione erano presenti: SINACORI e MESSINA DENARO Matteo; vi era inoltre in una stanza attigua anche il dottore PANDOLFO che entrò successivamente e venne anche lui affiliato.</em></p>
<p><em>Ricordo che al momento dell’affiliazione del MELODIA Ignazio, il SINACORI disse che io sarei diventato da quel momento il capo della famiglia di ALCAMO, decapitata a seguito dell’arresto di Antonino MELODIA avvenuto qualche settimana prima; io però feci presente che era opportuno che tale carica venisse affidata al MELODIA Ignazio sia perchè era persona ben conosciuta nel paese in quanto medico, in quanto fratello di Antonino e in quanto titolare di un ufficio pubblico che rilasciava i certificati di abitabilità, sia perchè io non me la sentivo, non essendo mai stato addentro nelle cose dell’associazione”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ne è passata da allora acqua sotto i ponti e Michele Mazzara secondo gli investigatori anziché fare un passo indietro, avrebbe fatto passi in avanti nella organizzazione mafiosa, finendo con l’essere indicato dal collaborante Nino Birrittella, anche lui imprenditore, arrestato nel 2005 e qualche mese dopo diventato collaboratore di giustizia, come uno dei vertici della rete di interessi illeciti della Cosa nostra trapanese. <strong>Tutto quello che di “buono” – si fa per dire – accaduto a Michele Mazzara le indagini lo hanno ricondotto alla politica. E’ stato intercettato a discutere con l’ex deputato regionale di Forza Italia, Giuseppe Maurici, proprio per cercare di trovare finanziamenti per realizzare quel documentario su Trapani, avrebbe tentato di mettersi in contatto con il senatore Antonio D’Alì,</strong> attraverso uno stretto collaboratore di questi, il consigliere comunale Totò La Pica, i poliziotti lo seguirono mentre di volata si fiondava su Palermo, per cercare di bloccare in aeroporto il senatore D’Alì che stava partendo o arrivando da Roma. In rapporti con Mazzara anche un noto professionista anche lui come Mazzara originario di Paceco, l’ing. Salvatore Alestra, presidente dell’Ato Rifiuti di Trapani. I due sono legati, risultano avere lavorato assieme, nelle ultime elezioni amministrative a Paceco sono stati molto attivi, almeno così appare da rapporti investigativi che fanno parte del fascicolo del sequestro disposto dalle misure di prevenzione.</p>
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		<title>I soldi del libretto restano allo Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 21:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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 Il suo era un nome potente della nomenclatura politica della Sicilia. Certamente della provincia di Trapani e certamente della Dc. La sua collocazione quasi lo poneva fuori da ogni dubbio di sorta, corrente morotea, vicinissimo ai Mattarella, Piersanti prima e Sergio dopo. E però di Francesco Spina, per anni sindaco e amministratore di Usl, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-9072" href="http://www.malitalia.it/2012/01/i-soldi-del-libretto-restano-allo-stato/libretto-postale/"><img class="alignnone size-full wp-image-9072" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/libretto-postale.jpg" alt="" width="240" height="176" /></a></p>
<p><strong> Il suo era un nome potente della nomenclatura politica della Sicilia.</strong> Certamente della provincia di Trapani e certamente della Dc. La sua collocazione quasi lo poneva fuori da ogni dubbio di sorta, corrente morotea, vicinissimo ai Mattarella, Piersanti prima e Sergio dopo. E però di Francesco Spina, per anni sindaco e amministratore di Usl, per decenni segretario provinciale della Dc trapanese, fino a diventare parlamentare nazionale, i pentiti ne hanno parlato in modo così chiaro che nel 1998 scattò il suo arresto per la presunta partecipazione all’associazione mafiosa trapanese. <strong>Non si è mai arrivato al processo</strong>: o meglio il dibattimento iniziò e poi venne per lui sospeso, una grave malattia ne ha impedito la presenza in aula, adesso il Tribunale ha pronunziato una sentenza di non luogo a procedere per morte del reo.</p>
<p>Impedimento però che gli avrebbe permesso di intascare, nel 2004, una somma che poteva mettere in tasca ma solo se avesse denunciato l’incasso alla Guardia di Finanza. Essendo un soggetto sorvegliato speciale a norma di legge avrebbe dovuto comunicare ogni mutamento del proprio patrimonio, in questo caso la vendita di alcuni beni e il guadagno di 100 mila euro. <strong>Soldi depositati su un libretto e che quando i familiari dell’ex deputato si sono apprestati a riprendersi si sono visti notificare il sequestro da parte della magistratura. I soldi restano allo Stato.</strong> Si tratta di una prima applicazione in Sicilia, e forse anche sul territorio nazionale, della nuova norma che stabilisce come ad essere colpiti dal sequestro di beni di presunta provenienza illecita, anche gli eredi dei soggetti finiti sotto inchiesta. Se le proprietà sono “sporche” di malaffare lo restano sempre, anche quando il titolare è deceduto. In questo caso si tratta di una violazione di una norma che obbliga i soggetti destinatari di misura di prevenzione di comunicare nell’arco di tempo di vigenza della misura e per i dieci anni successivi ogni modifica del proprio patrimonio. Fu una norma che proprio a Trapani fu riscoperta anni addietro dalle Fiamme Gialle quando al comando provinciale vi era l’attuale generale Carofiglio. Oggi questa norma può essere applicata anche agli eredi dei personaggi finiti sotto la lente di ingradimento delle Fiamme Gialle. Nel caso dell’ex deputato Spina la proposta di sequestro è partita dal questore Carmine Esposito e dall’ufficio anticrimine diretto dal primo dirigente Giuseppe Linares, nel fascicolo è finita l’informativa della Finanza del 2005, e il Tribunale delle Misura di prevenzione ha accolto la richiesta del sequestro preventivo. <strong>Si tratta esattamente di 101 mila euro, che lo Stato non restituisce agli eredi dell’ex parlamentare.</strong></p>
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		<title>Processo Rostagno: il teste “pentito“ non c’è, è morto nel 2008.</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 16:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Campobello di Mazarà]]></category>
		<category><![CDATA[Caravà]]></category>
		<category><![CDATA[Rosario Spatola]]></category>
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Fu nei primi anni 90 tra i primi pentiti della mafia trapanese dopo decenni passati tra omertà e silenzi. Doveva deporre da testimone nel processo per il delitto di Mauro Rostagno, ma al momento di chiamarlo sul pretorio, udienza di oggi, 11 gennaio 2012, si è scoperto che lui è morto in solitudine e abbandonato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8965" href="http://www.malitalia.it/2012/01/processo-rostagno-il-teste-%e2%80%9cpentito%e2%80%9c-non-c%e2%80%99e-e-morto-nel-2008/spatola/"><img class="alignnone size-full wp-image-8965" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/spatola.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p><strong>Fu nei primi anni 90 tra i primi pentiti della mafia trapanese dopo decenni passati tra omertà e silenzi</strong>. Doveva deporre da testimone nel processo per il delitto di Mauro Rostagno, ma al momento di chiamarlo sul pretorio, udienza di oggi, 11 gennaio 2012, si è scoperto che lui <strong>è morto in solitudine e abbandonato da tutti addirittura nel 2008, </strong>nella sua città, Campobello di Mazara, provincia di Trapani, nel territorio della Valle del Belìce. Rosario Spatola è morto a 59 anni, ne dimostrava molti di più, anche per via delle vicissitudini e dei malaffari commessi. Si occupava di traffici di droga, lui stesso fece uso di cocaina. Quando si pentì davanti all’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, delineò, fornendo riscontri, le rotte dei traffici di droga, la rete dello spaccio in provinciale, i luoghi dove la droga veniva raffinata sotto l’occhio vigile delle famiglie mafiose. I processi con queste sue rivelazioni non ebbero difficoltà a concludersi con verdetti di condanna per gli imputati alla sbarra. Lui era compare di uno dei più grossi narcotraficcanti del Belice, un avvocato, Totò Messina. Lui dice che frequentava i capi mafia, e che era un uomo d’onore. <strong>Alzò il tiro, dopo la morte di Borsellino, cominciò a parlare di politici, fu teste d’accusa nel processo contro l’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, indicò l’ex deputato regionale della Dc, l’andreottiano Pino Giammarinaro, suo conterraneo, di Salemi, di essere stato uno dei politici a disposizione di Cosa nostra.</strong> Nel frattempo il pentimento di uomini di onore di ben altro rango lo fece mettere in ombra. I grossi pentiti che erano stati grossi mafiosi dissero che però niente sapevano di Rosario Spatola come uomo d’onore, e così se controverso c’era anche per il modo con il quale spesso si esprimeva, e si presentava agli interlocutori, nelle aule di giustizia, lo divenne controverso ancora di più perché forse dentro Cosa nostra non c’era mai stato davvero. E se per i difensori degli imputati, anche da lui accusati, lui diventava inattendibile, e anche se qualche sentenza lo ha dichiarato inattendibile, per gli investigatori lui, Rosario Spatola, come Giacoma Filippello, suo conterranea campobellese, moglie del defunto capo mafia Natale L’Ala, e ancora come il castelvetranese Vincenzo Calcara, per gli investigatori più acuti della provincia di Trapani restavano i soggetti che avevano spezzato il muro che proteggeva i segreti della mafia trapanese. Niente affatto soggetti inutili alle indagini.</p>
<p><strong>Nelle indagini per il delitto di Mauro Rostagno, Rosario Spatola, alcune cose le aveva dette.</strong> Prima che arrivassero i grandi pentiti, alcuni dei quali già sentiti nel processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, cominciato il 2 febbraio dello scorso anno, imputati due conclamati mafiosi ergastolani, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, che hanno detto del fastidio che covava contro Rostagno da parte dei boss di Cosa nostra trapanese, il 6 marzo del 1992 davanti all’allora dirigente della Mobile, Malafarina, sentito nelle indagini per il delitto Rostagno, Spatola aveva detto che del sociologo e giornalista, ammazzato il 26 settembre del 1988, ne aveva sempre sentito parlare come un grosso rompiscatole. Ma questo termine non era stato usato da un mafioso qualsiasi, ma dall’avv. Totò Messina allora uno dei più grossi esponenti della cosca campobellese. Ma c’è di più: le confidenze fatte a lui da Messina gli avevano permesso di avere certezza del fatto che c’era chi dall’interno della comunità Saman, la comunità di recupero fondata da Rostagno, assieme a Cicci Cardella e a Chicca Roveri, informava chi stava fuori di ciò che faceva Rostagno. Il soggetto era Giuseppe Cammisa, detto Jpiter, di Campobello anche lui, anche lui inoltre a disposizione di Messina per il traffico di droga. Cammisa, raccontò Spatola, sebbene disintossicato continuò con lo stare in comunità. Spatola sentito poi il 25 marzo 1995 dai magistrati Palmeri e Rovida, della Procura di Trapani, ebbe a dire che Cammisa era un esperto conoscitore del procedimento di raffinazione dell’eroina e che in un caso era stato usato per pedinare un maresciallo dei carabinieri che l’organizzazione mafiosa voleva “uccidere”: <strong>“Ho il sospetto – disse in quella occasione – che di fatto per incarico di Messina pedinava e controllava Rostagno”. Era il periodo in cui Mauro Rostagno dagli shcermi di Rtc, la tv dove lavorava, faceva giornalmente il triste resoconto sui morti per droga.</strong></p>
<p>Rosario Spatola è morto ma lo si è saputo solo anni dopo, qualche notizia, per la verità, era comparsa sulle pagine di alcuni giornali locali, ma quando oramai lui era caduto in disgrazia. Fu coinvolto in una indagine su pentiti che avevano concordato dichiarazioni prima di essere sentiti in alcuni processi, addirittura si vociferò che lui, sotto programma di protezione, chiedeva soldi per rendere dichiarazioni di comodo, di fatto si trovò fuori dal programma di protezione, con il carcere da scontare, seguito dal suo solo difensore<strong> l’avv. Silvio Forti che era in aula ad attenderlo per assisterlo e al pari dei pm si è sorpreso, incredulo, a sapere che il suo assistito era morto e nemmeno da poco, dal 2008</strong>. Senza più protezione, dimenticato da magistrati e giudici, si ritirò nella sua Campobello di Mazara dove nel frattempo, va detto, imperversava la moda dell’antimafia dichiarata di continuo e della quale era primo testimone il sindaco Ciro Caravà, adesso finito in carcere perché la sua era una antimafia recitata e nel frattempo si sarebbe preoccupato di aiutare i mafiosi. Spatola ha vissuto ancora pochi anni da inosservato, sconosciuto. Solo ieri la sua “fama” di primo pentito trapanese si è rifatta avanti quando però oramai lui non c’era più, e non si è fatto vedere come si faceva vedere all’inizio delle sue comparse, ben vestito, elegante, tra le mani la sigaretta, come Paolo Borsellino che non abbandonava mai il vizio del fumo.</p>
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		<title>Processo Rostagno: quando Riina disse che Mauro era una “camurria”</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 18:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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E’ una udienza quella del processo per il delitto Rostagno che va raccontata cominciando però dalla fine. Il dibattimento cominciato il 2 febbraio scorso è arrivato il 21 dicembre al termine per quanto riguarda il 2011, la ripresa ci sarà l’11 gennaio quando deporranno due pentiti parecchio controversi, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola, uomini d’onore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8800" href="http://www.malitalia.it/2011/12/processo-rostagno-quando-riina-disse-che-mauro-era-una-%e2%80%9ccamurria%e2%80%9d/mauro-rostagno2-470x402-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8800" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p>E’ una udienza quella del processo per il delitto Rostagno che va raccontata cominciando però dalla fine. Il dibattimento cominciato il 2 febbraio scorso è arrivato il 21 dicembre al termine per quanto riguarda il 2011, la ripresa ci sarà l’11 gennaio quando deporranno due pentiti parecchio controversi, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola, uomini d’onore del Belice, le cui dichiarazioni però hanno per la gran parte superato il vaglio dell’autorità giudiziaria. Nell’ultima udienza, quella del 21 dicembre scorso, ha deposto l’ex capo del mandamento di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia lo divenne qualche giorno dopo il suo arresto che risale all’estate del 1996. Nel 1999, dopo un primo accenno fatto in verbali sottoscritti nel 1996 e nel 1997, ha parlato ai pm del delitto di Mauro Rostagno con qualche dettaglio in più rispetto a prima, ha detto che dal capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, sentì dire, a proposito dell’omicidio dell’ex fondatore di Lotta Continua, che “finalmente i trapanesi si erano tolti di mezzo quella camurria”.</p>
<p> <strong>Non spariamo alle donne</strong>. Ma la notizia importante non è tanto questa che era peraltro già abbastanza conosciuta, ma la notizia del processo è contenuta nella risposta che Brusca ha dato a fine udienza all’ultima delle domande posta dall’avvocato Carmelo Miceli, difensore di parte civile di Chicca Roveri, presente in aula, e Maddalena Rostagno. Una premessa. Nel corso del suo interrogatorio Brusca ha fatto riferimento al suo passato di “uomo d’onore”, “soldato” del mandamento di San Giuseppe Jato e poi capo dello stesso mandamento dove a comandare era stato anche suo padre, l’anziano Bernardo, e raccontando della sua “feroce” militanza, segnati da delitti efferati, ha detto che lui credeva nella “sacralità” di Cosa Nostra. E allora da uomo che ha vissuto gran parte della sua vita rispettando le regole mafiose, ha dato una risposta precisa alla domanda dell’avv. Miceli sul comportamento che deve tenere un killer di Cosa Nostra. Brusca aveva fatto riferimento ad un duplice delitto avvenuto nell’agrigentino, un uomo e una donna, e commentandolo non ha nascosto che già all’epoca c’era stato il “dispiacere” per l’uccisione della donna, “c’era anche una bambina per fortuna è rimasta illesa”. Ha fatto un certo effetto sentire questo racconto siffatto da uno come Giovanni Brusca che da uomo d’onore non esitò un attimo a dare l’ordine di uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo o ancora a schiacciare il timer per la strage di Capaci e strangolare Antonella Bonomo la donna compagna di vita del capo mafia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, lui ucciso perché aveva tradito Totò Riina e lei assassinata per i segreti che si portava dentro, e però quando le donne non c’entrano nulla “non vanno toccate”. “Il killer sa che le donne non vanno uccise” ha risposto Brusca alla domanda dell’avv. Miceli. E le scene che sono venute in mente sono state quelle del delitto Rostagno e dell’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto: Mauro Rostagno il 26 settembre del 1988 era in compagnia di una donna, Monica Serra, quando fu ucciso a pochi metri dal cancello di ingresso della comunità Saman di Lenzi, territorio di Valderice, appena sotto le falde della montagna di Erice; Giuseppe Montalto il 23 dicembre del 1995 fu ammazzato mentre, come Rostagno, era in auto, davanti la casa dei suoceri, in contrada Palma di Trapani, affianco a lui c’era seduta la moglie, Liliana Riccobene, dietro la figlioletta di pochi mesi. Il sicario sparò in modo preciso in tutte e due le tragiche occasioni, colpendo i bersagli, Rostagno e Montalto, lasciando illese le “donne” che erano con le due vittime predestinate. Per l’omicidio di Giuseppe Montalto condannato all’ergastolo è stato il valdericino Vito Mazzara, fu lui a sparare, questa è una cosa certa, nel processo per il delitto Rostagno lo stesso Mazzara, riconosciuto sicario di Cosa nostra, uno che sparava assieme a Matteo Messina Denaro, il super latitante della mafia siciliana, è imputato di avere guidato il commando che entrò in azione a Lenzi. Basta questo per dire di avere raggiunto la prova? Certo che no, ma nel processo non c’è solo questo, altro è emerso e altri testi dell’accusa ancora debbono essere sentiti. Certo è che Mazzara non era un killer qualsiasi e lo ha detto ancora Giovanni Brusca. “Era uno che sapeva sparare” ha detto l’ex capo mandamento di San Giuseppe Jato, Vito Mazzara per questa sua specialità viveva con due riconoscimenti, quello agonistico, perché faceva parte della squadra nazionale di tiro a volo, e quello mafioso, perché come hanno detto anche altri pentiti sentiti nello stesso processo, “sparava bene e non mancava mai il bersaglio”. Impassibile, dentro la cella degli imputati dell’aula bunker dove si svolge il dibattimento per il delitto Rostagno, Vito Mazzara ha sentito le accuse dei pentiti, mai una smorfia, mai una reazione, lui, come sono stati sentiti dire alcuni mafiosi “intercettati”, “è un pezzo di storia e va protetto e mantenuto”, il mantenimento in qualche modo viene garantito e Mazzara sta in silenzio e osserva. Quindi quel “non spariamo alle donne” potrebbe diventare l’ulteriore prova della firma di Cosa nostra sul delitto Rostagno.</p>
<p> <strong>Litigi sui verbali</strong>. La difesa di Vito Mazzara, avvocati Vito e Salvatore Galluffo, hanno tentato di rendere poco credibile la testimonianza di Brusca mettendo mano alle carte processuali, evidenziando che esisterebbero discrasie tra i contenuti dei verbali di interrogatorio resi da Brusca sul delitto Rostagno nel 96 e 97 con quello ultimo del 1999. Legittima mossa della difesa, peccato che in qualche cronaca è mancata analoga evidenza all’intervento dei pm e delle parte civili, quegli interrogatori del 96 e 97 secondo i pm erano per così dire sommari, mancavano gli approfondimenti sui singoli fatti (omicidi ari) esposti da Brusca, poi nel 1999 è arrivato l’approfondimento. Bisognerebbe bene interrogarsi semmai sul perché siano trascorsi due anni dall’ultimo verbale prima di sentire Brusca in modo approfondito sul delitto Rostagno. La difesa di Mazzara, esercitando indubbiamente in modo legittimo le armi (del codice) a disposizione, ha chiesto alla Corte l’acquisizione dei verbali dopo che le parte civili avevano fatto notare che la loro lettura in aula non era completa, l’avv. Vito Galluffo allora con veemente oratoria ne ha chiesto l’integrale acquisizione, cosa che però non è avvenuta, anche dopo che il presidente della Corte, il giudice Pellino, ha lui letto il verbale in questione, in modo pedissequo.</p>
<p> <strong>Quella sacralità di Cosa nostra</strong>. A parte queste “scintille” tra le parti, che fanno parte comunque degli scenari dibattimentali, il resto dell’udienza è stato caratterizzato dal “silenzio” con il quale si è ascoltata in aula la testimonianza di Brusca. “Sono stato un mafioso dal 1975, soldato semplice nel mandamento di San Giuseppe Jato, dal 1989 sono stato reggente del mandamento, fino al mio arresto nel 1996&#8243;. Brusca ha esordito così rispondendo alle domande del pm Del Bene, ricostruendo poi le fasi della sua iniziazione, “avvenuta alla presenza di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Mio padre (Bernardo Brusca ndr) non ha voluto partecipare, sebbene era al momento il reggente del mandamento&#8221;. Brusca proseguendo ha descritto il proprio ruolo di &#8220;portavoce&#8221; di Totò Riina, anche a Trapani: &#8220;Ho dato la vita per Cosa Nostra, tantissimi omicidi, strage di Capaci, strage Chinnici, faide di Cosa Nostra, Riina mi dava gli ordini, più lui che mio padre, anche per i delitti avevo un rapporto privilegiato con Riina, condividevo la strategia stragista e questo fino a quando non ho scoperto dalle parole di Salvatore Cancemi che lui voleva attentare alla mia vita&#8221;.</p>
<p> <strong>Appalti e politica</strong>. &#8220;Gli appalti – ha continuato &#8211; era il secondo mio interesse, dopo l&#8217;integrità e la sacralità di Cosa Nostra. Una mia attività era regolare la cosidetta messa a posto delle imprese, ero amico di Angelo Siino (oggi anche lui pentito e che per tutti fu il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina ndr) delegato per mio conto a gestire una parte dei lavori della Sicilia e comunque si occupava di quelli che gli capitavano, quando Siino non poteva intervenire intervenivo io&#8221;. &#8220;La messa a posto riguardava solo chi si aggiudicava un lavoro, doveva pagare il pizzo dal 2 al 3 per cento rispetto all&#8217;importo, per non subire danni. Poi c&#8217;era l&#8217;aggiudicazione pilotata se c&#8217;era il desiderio del campo mandamento, del capo mafia della zona o dell&#8217;impresa a noi vicina, l&#8217;aggiudicazione pilotata era sempre frutto di accordi con la politica&#8221;.Chi era Angelo Siino, hanno chiesto i pm Del Bene e Paci: &#8220;Ufficialmente non era uomo d&#8217;onore, ma di Cosa nostra ne sapeva più di me&#8221;.</p>
<p> <strong>Mazzara dove va uccidere Borsellino</strong>. Nel corso della sua deposizione Brusca ha anche parlato delle recenti rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza sulle stragi del 1992 e ha svelato: Quello che oggi sta dicendo Spatuzza io l&#8217;ho detto molto tempo prima&#8221;. Parlando ancora delle stragi del 1992 si è ricordato di un ruolo che molti anni prima mastro Ciccio u muraturi, così era soprannominato uno dei capi della mafia mazarese, Francesco Messina, trovato poi morto suicida, voleva dare all’odierno imputato del processo Rostagno, Vito Mazzara: “Proprio perché era uno capace a usare il fucile, mastro Ciccio voleva dare a lui l’incarico di uccidere Paolo Borsellino mentre questi era procuratore a Marsala, Borsellino già doveva essere ucciso molti anni prima del 1992”. Ciccio Messina non è un personaggio qualsiasi nel processo: secondo il pentito Sinacori fu lui, in sua presenza, a ricevere l’ordine da Francesco Messina Denaro di uccidere Mauro Rostagno, e fu ancora Ciccio Messina a ricevere conferma dallo stesso “padrino” belicino che l’incarico di eliminare Rostagno era arrivato al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e che questi se ne sarebbe occupato. Sul delitto Rostagno, Brusca ha riferito ciò che gli disse Totò Riina. “Quando ebbi modo di parlare con lui di questo delitto mi rispose dicendo che finalmente i trapanesi si erano tolti di mezzo questa camurria”.</p>
<p> <strong>Le armi che si inceppano non sono una anomalia</strong>. In relazione ancora ai temi processuali sono state poste a Brusca domande su una sua conoscenza sull’incepparsi di armi durante l’esecuzione di agguati. Nel delitto Rostagno sulla scena del crimine furono trovati pezzi di un fucile esploso. Cosa che sarebbe stata provocata da un sovra caricamento delle cartucce, cosa questa nella quale, secondo il pentito Francesco Milazzo, era specializzato Vito Mazzara, invece secondo i carabinieri che fecero la prima parte delle indagini (quelle che chiaramente subirono un depistaggio) era “roba da cacciatori” e quel delitto non sarebbe stato perciò un delitto di mafia ma un “omicidio raffazzonato”. Tornando a Brusca, a proposito di armi inceppate ha detto: &#8220;In diverse occasioni durante l&#8217;esecuzione di omicidi ho avuto a che fare con un&#8217;arma che i è inceppata. Una volta mi è successo a Piana degli Albanesi, quando abbiamo ucciso un certo Filippo, eravamo con Di Maggio e Di Matteo, e allora la pistola si inceppò, un&#8217;altra volta a Camporeale si inceppò un fucile a pompa, ma le occasioni sono state anche altre nonostante io avevo provato le armi con precisione, anche killer professionsiti di Cosa nostra potevano accadere di queste cose&#8221;.</p>
<p> <strong>I boss di Trapani</strong>. I rapporti con la mafia trapanese. &#8220;Potrei dire che ne conosco tanti, ho commesso anche omicidi a Trapani e in provincia per ordine di Riina, ho intrattenuto rapporti con Mariano Agate sino all&#8217;ultimo uomo d&#8217;onore, con Vincenzo Sinacori, Andrea Gancitano, rapporti sin dagli anni 70 con i mafiosi trapanesi, andavamo a Mazara, a Campobello, incontravamo i Messina Denaro, padre e figlio, più frequenza avevamo con Mazara del Vallo, rapporti proseguiti sino al momento del mio arresto, tanti contatti con Matteo Messina Denaro rappresentante di tutta la provincia, Mariano Agate è stato sempre capo del mandamento di Mazara, con Sinacori quando Agate era in carcere. Mazara del Vallo era nostro punto di riferimento, qui Riina trascorreva la villeggiatura”. Ha fatto anche alcuni nomi di capi mafia. Del più importante ha sbagliato il nome di battesimo ma non il cognome né le circostanze in cui fu eliminato. Si trattava di Totò Minore, che Brusca ha indicato col nome di Salvatore. Ma ha confermato la sua eliminazione tra l’82 e l’83, “fu ucciso con un altro trapanese, durante un summit convocato nel palermitano da Raffaele Ganci e da Giuseppe Gambino…lo dovevamo uccidere già prima a Salemi per via del fatto era dalla parte della mafia perdente”. Brusca ha anche confermato che Vincenzo Virga divenne capo mafia di Trapani subito dopo la morte di Minore: “Virga era capo mandamento di Trapani e dei dintorni, e lo era sicuramente da dopo l&#8217;omicidio di Minore&#8221;. E sull’altro imputato del processo ha aggiunto: &#8220;Vito Mazzara l&#8217;ho conosciuto nel tempo, uomo d&#8217;onore, molto amico dei mazaresi, in particolare di mastro Ciccio Messina, che lo aveva proposto per utilizzarlo per l&#8217;omicidio Borsellino, in quanto Mazzara era un professionista, una sorta di tiratore scelto, un attentato che si doveva fare quando Borsellino era procuratore a Marsala. Questa cosa &#8211; continua Brusca &#8211; l&#8217;ho appresa da mastro Ciccio. La morte di Borsellino non è nata nel 92 ma risaliva nel tempo, mastro Ciccio mi disse che voleva usare un fucile di precisione. Vito Mazzara sui ordine di Matteo Messina Denaro partecipò al sequestro del piccolo Di Matteo&#8221;.</p>
<p> <strong>Riina non era bugiardo</strong>. Rispondendo alle domande dei pm e poi delle stesse difese, Giovanni Brusca è tornato a parlare del colloquio con Riina a proposito del delitto Rostagno: &#8220;Con Riina abbiamo parlato del delitto Rostagno, e io gli chiesi se lui ne sapeva parlare, lui mi ha detto si, si sono tolti questa rogna, questa rottura di scatole, Rostagno era un problema per il territorio di Trapani&#8221;. Ma perché così sicuro che Riina non dicesse bugie sul fatto?  &#8221;Quando io parlavo con lui &#8211; dice Brusca &#8211; non c&#8217;era bisogno di ricostruire i fatti, li conoscevamo, il plurale usato (si sono tolti….ndr) era perchè il delitto interessava a più persone, e interessava a Trapani &#8230;.qualunque cosa facevano i trapanesi, Riina ne era a conoscenza, non dico che era il mandante ma lui per i rapporti che aveva con i trapanesi veniva informato di tutto e per tutto”.</p>
<p> <strong>L’editore Puccio amico di Siino</strong>. Dettagli però Brusca ha detto di non conoscerne: &#8220;Non conosco i dettagli, ricordo che Rostagno lavorava in una tv di un certo Puccio (Bulgarella ndr), un imprenditore che ho conosciuto tramite Siino&#8230;.Questo Puccio l&#8217;ho conosciuto personalmente, con lui siano stati assieme una settimane nell&#8217;89 per chiudere degli appalti, una volta gli chiesi di sponsorizzare un politico, credo Salvatore Cintola &#8220;. Movente gli si è tornati a chiedere? &#8220;Dava disturbo al territorio come giornalista, il camurria di Riina credo che si riferisca a questo, io non conosco i dettagli, ma il delitto lo conosco per sintesi, per via di quella risposta di Riina&#8221;. Poi le risposte sono tornate a concentrarsi su Puccio Bulgarella che fu indagato per false dichiarazioni al pm e successivamente ebbe la posizione archiviata e nel frattempo è deceduto: &#8220;Bulgarella era stato messo in cattiva luce dentro Cosa nostra per via del fatto che Rostagno era nella sua tv, ma fu un malumore che fu poi sopito. Bulgarella aveva interessi negli appalti pubblici, aveva altri familiari che facevano gli imprenditori, con Siino lui usufruiva di privilegi da parte di Cosa nostra, vinse così le ostlità, anzi venne anche favorito in qualche occasione, a Trapani c&#8217;era con Bulgarella un certo Sciacca (Gioacchino ex presidente di Confindustria ndr) che interessavano a noi mafiosi, certamente l&#8217;atteggiamento nei confronti di Bulgarella da parte di Cosa nostra è cambiato sennò non avrebbe ricevuto appoggi, e questo deve risalire all&#8217;88, 89&#8230;.Bulgarella era inviso inizialmente perchè era amico di Giovanni Falcone poi perchè dava ospitalità nella sua tv a Rostagno, una volta ero con Siino e Bulgarella al ristorante Trittico di Palermo, e Bulgarella scaricò colpa sulla moglie per la presenza di Rostagno in tv, questo avvenne nel 1989, parlammo di quell&#8217;argomento e lui così tentò così di discolparsi&#8230;..Bulgarella sapeva con chi aveva a che fare, chi era Siino e chi ero io&#8230;.Con Bulgarella abbiamo passato una settimana assieme a Roma, altre volte siamo stati a casa di Siino a Palermo, ci siamo visti a Trapani città, un&#8217;altra volta mentre andavo con Siino a Mazara, Bulgarella ci sorpassò in autostrada e allora venne pure fermato&#8221;. &#8220;Io ero con Siino, eravamo con un Mercedes coupè, non andavamo veloce, ci sorpassò Bulgarella a grande velocità, aveva un Mercedes nero, appena ci ha visto ci ha salutato, e da lì a poco fu fermato dalla Polizia stradale, noi superammo il posto di blocco e ci siamo fermati più avanti in sua attesa per salutarci&#8230;Bulgarella era in compagnia di un&#8217;altra persona, se non ricordo male una donna&#8230;.Ho conosciuto questa donna, con Puccio aveva un rapporto confidenziale, l&#8217;ho conosciuta anche a Roma, credo fosse la sua segretaria, credo le sue origini fossero francesi&#8230;.Non escludo che fosse presente anche quando mangiammo al Trittico di Palermo&#8230;&#8221;. Era l&#8217;amante? &#8220;Ho avuto questa impressione ma non ne sono sicuro, Siino mi disse che non aveva buoni rapporti con la moglie, mentre rapporti di complicità c&#8217;erano tra la signora Bulgarella e Rostagno, questo mi raccontava Siino, e questa discussione l&#8217;abbiamo fatta a Roma mentre aspettavamo che arrivavano Bulgarella e sua moglie…io credo che ho salvato la vita a Puccio Bulgarella perchè i malumori nei suoi confronti erano forti da parte dei mafiosi trapanesi, lui non era ben visto&#8221;.</p>
<p> <strong>Le armi che girano per i mandamenti</strong>. Alcune delle domande delle difese sono state poste a proposito dell’uso di armi e sulla circostanza che armi in possesso di un mandamento mafioso potevano essere usate in altro. Circostanza non negata, ma Brusca ha aggiunto che uomini di un mandamento potevano essere chiamati a partecipare a delitti in altri mandamenti, come è successo a lui quando partecipò alla guerra di mafia di Alcamo negli anni ’90 e quando una sera, dopo essere andato a riprendersi un fucile che aveva dato alla cosca alcamese vicina a Riina, incappò in un posto di blocco e uso quel fucile per sparare contro una pattuglia di Polizia, fu quando rischiò di essere ucciso un poliziotto trapanese, Giovanni Benedetto, rimasto cieco da un occhio.</p>
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		<title>Mafia: nuove accuse contro il senatore D’Alì.</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 18:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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C’è stato un rinvio al 3 febbraio per  l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa avanzata dalla Dda di Palermo nei confronti dell’attuale presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tonino D’Alì, sottosegretario all’Interno durante il Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006. Ma non è stato [...]]]></description>
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<p>C’è stato un rinvio al 3 febbraio per  l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa avanzata dalla Dda di Palermo nei confronti dell’attuale presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tonino D’Alì, sottosegretario all’Interno durante il Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006. Ma non è stato per il parlamentare trapanese, che era presente nell’aula del giudice Giovanni Francolini, un rinvio indolore. Il pubblico ministero Andrea Tarondo, che con il pm Paolo Guido e con il procuratore aggiunto Teresa Principato ha firmato la richiesta al gup per processare il senatore ex proprietario della Banca Sicula di Trapani, ha infatti prodotto una nuova documentazione, un nuovo corposo “indice” di documenti, ulteriori prove, secondo la magistratura antimafia palermitana delle connessioni tra D’Alì ed i mafiosi trapanesi. E si tratta di documenti “pesanti” e lo si è percepito anche  dal tenore delle dichiarazioni che appena fuori dall’aula del gup ha reso il senatore D’Alì ai giornalisti. Lui che con i suoi difensori, avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino, pare che fosse anche pronto a rendere dichiarazioni, ha dovuto registrare il “colpo” a sorpresa della pubblica accusa che è spuntata con nuovi verbali.</p>
<p> <strong><em>«Il mio – ha detto D’Alì &#8211; è un caso assolutamente orginale. Anni di indagine hanno portato ad una richiesta di archiviazione e senza che il Gip la rigettasse tale richiesta è stata trasformata all’improvviso  in richiesta di rinvio a giudizio. Nel panorama delle orginalità e degli errori che la nostra giustizia ci riserva questa è quella che oggi riguarda il cittadino Antonio d’Alì. Evidentemente – questa è la parte dura delle dichiarazioni &#8211; vi sono una o due persone che stanno facendo sforzi immani per farmi apparire diversamente da quel che sono, cioè una persona perbene ed onesta. Sono comunque certo che non ci riusciranno. Oggi la notizia è che subiamo un nuovo rinvio a causa del deposito di documenti (un giorno prima dell’udienza!) da parte dei PM e ciò, unitamente alla decisione di trasformare la richiesta di archiviazione in rinvio a giudizio, comicia a configurare una  concreta forma di prassi dilatoria da parte dell’accusa. Personalmente invece, anche per non gravare economicamente sulle spalle dei cittadini e per esigenza di giustizia, confidando in una rapida soluzione di questo errore giudiziario, farò tutto quello che la legge mi consentirà per accorciarne i tempi senza utilizzare eventuali prerogative legate al mio status di parlamentare».</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Fin qui le dichiarazioni del senatore D’Alì. Dalla Procura di Palermo non c’è alcuna replica. Restano, a parlare, le carte. La Dda ha presentato verbali di sommarie informazioni rese dall’ex moglie del senatore, la signora Picci Aula (che intervistata tempo addietro dalla giornalista Sandra Amurri, per “Il Fatto Quotidiano”, aveva svelato segreti che erano rimasti mai confessati sull’ex marito e sui suoi rapporti con i mafiosi, intervista che poi la donna smentì, ma dinanzi al pm che la interrogò successivamente pare che qualche segreto, di quelli pubblicati sul giornale, lo abbia confermato), dichiarazioni rese dall’ex vice presidente vicario di Confindustria Giuseppe Marceca, dai collaboratori di giustizia Nino Giuffrè e Tommaso Cannella. Giuffrè ha detto ai pm di avere saputo da Bernardo “Binnu” Provenzano, il capo mafia di Corleone, che D’Alì era “a disposizione”, Cannella ha parlato di quando Bagarella voleva riuscire ad organizzare un partito nei primi anni 90, “Sicilia Libera”, e Giuseppe Marceca, sentito anche durante l’istruttoria, a Trapani era uno dei riferimenti certi di questa nuova formazione politica a quanto pare assieme a Tonino D’Alì che però poi scelse di candidarsi con Forza Italia. Mentre Cosa nostra siciliana pensava a creare un partito, da Milano arrivò l’annuncio della discesa in campo di Berlusconi e dalla provincia di Trapani, la terra del boss Matteo Messina Denaro, partì l’ordine di appoggiare il nuovo partito di Forza Italia come ha anche spiegato ai magistrati un altro pentito, l’ex reggente della cosca di Mazara del Vallo, Vincenzo Sinacori. Fin qui le nuove accuse contro il senatore che si aggiungono a quelle già depositate.</p>
<p> I destini di Forza Italia trapanese sarebbero stati in mani mafiose. Lo disse per primo Sinacori durante il maxi processo alla mafia denominato “Omega”, quando dichiarò che mentre Cosa nostra pensava a farsi nel 1994 un partito tutto per se – Sicilia Libera –arrivò da Matteo Messina Denaro l’ordine di votare Forza Italia. Poi qualche anno dopo, in anni recenti, durante il processo al riconosciuto nuovo capo della mafia di Trapani, “don” Ciccio Pace (imprenditore di Paceco, condannato in via definitiva a quasi 20 anni), saltò fuori una intercettazione dove i mafiosi si preoccupavano dei continui litigi dentro il partito berlusconiano tra il senatore Tonino D’Alì e il deputato regionale Nino Croce. Adesso, storia di questi giorni, nel procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore D’Alì, ci sono le dichiarazioni dell’imprenditore Nino Birrittella che racconta non solo delle campagne elettorali sostenute da Cosa nostra a favore di D’Alì, ma anche della intermediazione che nel 2001 fu esercitata dalla mafia per convincere l’on. Croce a optare per il listino del presidente eletto (Cuffaro) e lasciare libero il seggio scattato per la lista di Forza Italia all’on. Giuseppe “Peppone” Maurici, allora vicino al senatore D’Alì.</p>
<p> Per la Dda di Palermo sono “antichi” i contatti tra D’Alì e le famiglie mafiose trapanese. Contatti, per così dire, ereditati. D’Altra parte è lo stesso senatore D’Alì a dire di essersi trovati i Messina Denaro negli anni 80 “campieri” sui suoi terreni di Castelvetrano, quando già erano stati i suoi avi a intessere rapporti soprattutto con il campiere Francesco Messina Denaro, padre dell’attuale super latitante Matteo. La storia di questi terreni di contrada Zangara di Castelvetrano è quella che secondo la Dda prova la disponibilità del senatore con la mafia.</p>
<p> Così almeno si racconta. Negli anni 80 D’Alì avrebbe avuto ingenti debiti da pagare per un investimento andato a male in Sardegna, e quei terreni di Zangara dice di averli dovuti vendere per evitare il tracollo. Quel terreno di contrada Zangara finì, con atto notarile di dieci anni dopo, nelle mani dei Messina Denaro e però secondo l’accusa i D’Alì non vendettero veramente, o almeno la cessione di quel terreno sarebbe stata gratuita, i soldi pagati dai prestanome dei mafiosi davanti al notaio che fece l’atto, 300 milioni di vecchie lire, furono restituiti da D’Alì che così avrebbe favorito una operazione di riciclaggio.</p>
<p> Questa storia costituisce il primo capo di imputazione per l’attuale presidente della Commissione Ambiente del Senato. Ovviamente il punto di vista della difesa è tutto l’opposto, D’Alì con la mafia non c’entra nulla, anzi l’ha subita, la sua colpa quella di essersi mosso magari non rendendosi conto di chi si muoveva alla sua ombra.</p>
<p> E invece per la Dda di Palermo negli anni 90 l’idea dei mafiosi belicini era straordinaria: acquisire la proprietà di una serie di terreni, per fare nascere la “Castelvetrano 2”, una cosa che ricorda tanto la “Milano 2” di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.</p>
<p>Una vicenda, questa della compravendita tra il senatore ed i mafiosi del terreno di contrada Zangara,  che viene descritta nelle pagine della sentenza scaturita dal maxi processo alla mafia trapanese denominato “Omega”, una sentenza diventata definitiva. <strong><em><span style="text-decoration: underline">“Sull’amicizia di Francesco GERACI con il MESSINA DENARO ci si è già soffermati ampiamente nella scheda dedicata alla verifica della sua attendibilità. In questa sede, pertanto, ci si limiterà a richiamare alcuni dati fondamentali. GERACI, che gestiva insieme ai suoi fratelli Andrea e Tommaso una gioielleria in via XX settembre a Castelvetrano, era amico d’infanzia di MESSINA DENARO Matteo, che poi perse di vista per incontrarlo nuovamente nel 1989, al Circolo “Pirandello” di Castelvetrano, che entrambi frequentavano.  In quel periodo il collaboratore chiese aiuto al MESSINA DENARO, perché era esasperato dal fatto che i suoi fratelli Andrea e Tommaso, insieme ai quali gestiva un esercizio di oreficeria all’ingrosso, e la loro sorella Giovanna, che aveva un negozio di vendita al dettaglio di gioielli, erano stati rapinati e un loro dipendente era stato addirittura sequestrato sullo scorrimento veloce di Agrigento, e perché temeva che la cosa si ripetesse. La scelta di rivolgersi proprio al suo amico d’infanzia fu dettata dalla consapevolezza del fatto, noto a tutti a Castelvetrano, che il padre di quest’ultimo, Francesco, detto “zio Ciccio”, era un mafioso di rango. Matteo MESSINA DENARO accettò di aiutarlo e il GERACI lo ringraziò, mettendosi a sua disposizione per qualsiasi cosa. Da allora il GERACI funse spesso da autista al MESSINA DENARO, che all’epoca non passava più le notti a casa. Dapprima il giovane boss mafioso lo coinvolse in alcuni incendi di abitazioni, poi in un primo omicidio a Santa Ninfa (CAPO Giuseppe). Dopo quest’ultimo crimine il collaborante ebbe un ripensamento e un giorno al circolo disse a MESSINA DENARO Matteo che doveva andare a Vicenza o ad Arezzo per lavoro; quando ebbe pronunciato queste parole si avvide che CLEMENTE dapprima guardò MESSINA DENARO “come per dire: che vuol fare questo” e poi gli fece presente che se voleva tirarsi indietro lo doveva dire subito. A quel punto egli decise di rimanere, temendo per la propria incolumità. Partecipò complessivamente a sei omicidi e a un tentato omicidio, ma fu arrestato per un fatto di cui non sapeva nulla, cioè l’assassinio di BONOMO Antonella, avvenuto nell’alcamese nell’estate del 1992. Il GERACI ha aggiunto che non venne mai affiliato, ma che il MESSINA DENARO gli disse che era più importante di un “uomo d’onore”, alludendo al fatto che era stato coinvolto nel viaggio a Roma per l’attentato a Maurizio COSTANZO. Tramite il figlio del capo mandamento di Castelvetrano il GERACI conobbe molti importanti personaggi di “cosa nostra”, tra i quali lo stesso RIINA, che ebbe modo di incontrare tre volte, sempre nel suo  negozio di vendita di gioielli all’ingrosso. Nella prima occasione erano presenti GERACI e MESSINA DENARO Matteo. Dapprima entrarono nel locale solo quest’ultimo e RIINA (il quale era stato accompagnato da Pietro GIAMBALVO), mentre gli altri due attesero fuori, poi fu chiamato anche GERACI. In quella circostanza venne a sapere che l’azienda agricola di Zangara -che egli si era intestato su richiesta di MESSINA DENARO Matteo e per fare un piacere a costui- era in realtà del RIINA. Con riferimento a tale fondo, il capo mafia emergente di Castelvetrano gli disse che, dato che rischiavano di morire, doveva confidare a uno dei suoi congiunti che la proprietà era sua solo nominalmente e il collaboratore decise di parlarne a suo fratello Andrea….. Per conto del RIINA il GERACI, su richiesta di MESSINA DENARO Matteo, si intestò formalmente un fondo in zona Giallonghi sita alla periferia di Castelvetrano alienato da SAPORITO Stefano per il corrispettivo di £.300.000.000. Dovendo l’operazione essere formalmente ineccepibile, il collaboratore, sempre su indicazione del boss mafioso, si recò a Mazara del Vallo, dove SINACORI Vincenzo gli aveva fissato un appuntamento con un tale Gabriele SALVO responsabile di una società finanziaria. Il GERACI consegnò a quest’ultimo la somma di £.300.000.000, che aveva ricevuto da MESSINA DENARO, e la finanziaria gli erogò un mutuo, per il quale -sebbene con Gabriele SALVO fossero in ottimi rapporti- pagò le spese, che gli pare ammontassero a circa il 4%, proprio per conferire all’operazione il crisma della liceità. Alcuni mesi dopo, su ordine di MESSINA DENARO, vendette il terreno a un imprenditore di Palermo, un tale SANZONE, che in seguito il collaboratore apprese essere molto vicino a RIINA. Fu stabilito che l’acquirente avrebbe corrisposto la somma di £.550.000.000, che MESSINA DENARO gli confidò che avrebbero utilizzato per acquistare un’azienda agricola. Per altro, riuscirono a stipulare solo una promessa di vendita perchè SANZONE fu arrestato prima che potessero firmare il contratto. Al momento dell’arresto, il promittente acquirente aveva firmato in suo favore assegni per £.450.000.000, che il collaborante diede al MESSINA DENARO, non ricorda se subito o dopo alcuni mesi. Il terreno era edificabile, tanto che sentì MESSINA DENARO parlare con SANZONE del fatto che avrebbero edificato su di esso palazzi per creare “Castelvetrano 2”. Con il denaro ricavato da questa operazione il GERACI, sempre su decisione del MESSINA DENARO, acquistò un’impresa agricola in contrada Zangara da un membro della famiglia D’ALÌ di cui non ha saputo specificare il nome. Il contratto venne rogato dal notaio LOMBARDO a Mazara del Vallo e il corrispettivo venne fissato in £.300.000.000 da pagarsi in varie soluzioni a scadenze semestrali, previa corresponsione immediata di una somma di £.100.000.000 o 150.000.000 (per altro tutte le predette operazioni erano documentate in banca). Ogni volta che GERACI versava al D’ALÌ una somma, questi gliela restituiva: o andava egli stesso a prenderla a Trapani alla sede centrale della Banca Sicula o, se non poteva, ci mandava il fratello Tommaso. Naturalmente restituiva la somma al MESSINA DENARO Matteo”. I giudici ancora annotarono: “…il GERACI è stato proprietario di fondi in contrada GIALLONGHI di Castelvetrano catastalmente censita al numero 9.143, foglio 35, part. 152 ceduto da SAPORITO Stefano alla società “G.F.M. di GERACI Francesco” di cui era socio accomandatario. Inoltre il GERACI ha acquistato un appezzamento di terreno in contrada Zangara per complessivi 32 ettari, comprati in data 5 gennaio 1993 da Antonio D’ALÌ, cl. 1951, terreno, quest’ultimo, ceduto al demanio della regione siciliana nel 1995. I predetti immobili sono stati confiscati con sentenza emessa il 16 marzo 1999 dalla Corte d’Appello di Palermo, in quanto ritenuti, conformemente alle dichiarazioni del GERACI, nell’effettiva disponibilità di RIINA e acquistate con i proventi della sua attività criminale (cfr. citata decisione, divenuta irrevocabile il 7 giugno 1999, prodotta dal P.M. all’udienza del 18 febbraio 2000). Il GERACI ha ottenuto finanziamenti dalla finanziaria “CRECOFIN di SALVO Gabriele”.   Quest’ultimo,   sentito nella qualità di  indagato  in   reato connesso ha affermato che  il  finanziamento fu concesso su  richiesta  di un tale GERACI, che ha riconosciuto in GERACI Andrea, qualificatosi come gestore di una gioielleria di Castelvetrano e come rappresentante di preziosi. Il SALVO ha precisato di conoscere anche GERACI Francesco, identificandolo come il soggetto che effettuava il materiale versamento del denaro alla finanziaria al fine di costituire il citato deposito. Ha aggiunto il GERACI chiese di costituire,  nel  più assoluto anonimato, un deposito di circa £.200.000.000 a  fronte  del  quale la “CRECOFIN” avrebbe ricevuto una  linea  di credito  intestata a una delle società del GERACI, linea di credito che sarebbe stata rimborsata dopo un certo periodo e con un differenziale di interesse da calcolare successivamente. Infine SALVO ha sottolineato che l’operazione era stata caldeggiata da SINACORI Vincenzo, che aveva incontrato a Mazara insieme a GERACI Francesco; il SALVO ha affermato altresì che nel 1992, quando fu nominato liquidatore della “CRECOFIN” tentò di rintracciare la pratica del GERACI, ma gli impiegati lo informarono che non era mai stata definita e in effetti neppure l’attuale liquidatore, TILOTTA Maria nata a Mazara il 3 settembre 1961, l’aveva rintracciata tra le pratiche effettivamente esistenti presso la finanziaria…”.</span></em></strong></p>
<p> In sintesi il fatto c’è ed è esistita la compravendita, oggi il senatore D’Alì non la nega, ma racconta la sua versione. Il terreno lo divise in sei lotti e lo vendette: <strong>la prima vendita la perfezionò con il deputato del Pri Aristide Gunnella, 14 ettari in cambio di 252 milioni di vecchie lire, questo era il lotto 4, il lotto 5, 30 ettari di vigneto, per quasi 500 milioni di vecchie lire, D’Alì firmò un compromesso con un suo confinante, il campobellese Alfonso Passanante (anche questo comunque riconosciuto mafioso di Partanna) e questo nell’ottobre del 1982. In mezzo alla produzione di oltre 5 mila pagine di documenti, 3 mila quelli dell’accusa, la difesa ha prodotto gli atti che a suo dire comprovano il fatto che Antonio D’Alì di quel terreno di contrada Zangara non se ne occupò più da quel 1982. Passanante non era certo uno stinco di santo, era proprietario di un uliveto proprio vicino al lotto 5 del terreno di D’Alì, acquistò così quei 30 ettari senza mai però fare l’atto, “e questo perché l’aumento del possedimento avrebbe fatto scattare una serie di obblighi economici, per l’una e l’altra parte, per venditore e acquirente, Passanante risultava coltivatore diretto e avrebbe perduto questa qualifica con tutte le conseguenze di carattere patrimoniale. D’Alì intascò i soldi e non si preoccupò così come fece Passanante di stipulare il regolare atto. La difesa del parlamentare sostiene che la cessione del terreno avvenne solo formalmente tra D’Alì e Geraci, ma di fatto fu Passanante a vendere quel terreno a Geraci e quindi ai Messina Denaro. Non avendo però la titolarità della proprietà a firmare l’atto dovette andare D’Alì che i soldi per quel terreno li aveva presi nel 1982 dal suo confinante e quindi quella restituzione era “legittima”. Una procedura però anomala anche se raccontata in questa maniera. La Procura antimafia sostiene che questa vendita “fu il principio di ogni malaffare”. La difesa oppone che la vicenda “è rimasta penalmente non trattata per 11 anni”, e aggiunge ”che ci fu anche una archiviazione decisa dall’allora pm della Dda Massimo Russo”, oggi assessore regionale alla Salute.</strong></p>
<p> La vendita che sarebbe stata fittizia di contrada Zangara è così ampia che quasi mette in ombra il resto delle accuse che non sono nemmeno da poco. La procura antimafia di Palermo ha prodotto sentenze passate in giudicato dove compare il nome di D’Alì, intercettazioni, verbali di interrogatorio. Per i magistrati antimafia sono provati i suoi rapporti con mafiosi conclamati come i Messina Denaro, il trapanese Vincenzo Virga, il valdericino Tommaso Coppola, il pacecoto Ciccio Pace e con l’ex uomo d’onore adesso “collaborante”, ex patron del Trapani Calcio, Nino Birrittella. Le altre accuse: “avere cercato di inibire ed ostacolare le iniziative a sostegno delle imprese sequestrate o confiscate (quali ad esempio la Calcestruzzi Ericina)”; “avere contribuito alla espansione di altre imprese, come la Sicilcalcestruzzi e la Vito Mannina”; “intervenendo su procedimenti relativi ad appalti pubblici, come quelli inerenti la Funivia di Erice, la valutazione di congruità di un edificio destinato a caserma dei carabinieri a San Vito Lo Capo, la erogazione di finanziamenti pubblici legati al patto territoriale Trapani Nord, la messa in sicurezza del porto di Castellammare del Golfo, e questo per favorire il controllo di attività economiche da parte di Cosa Nostra”. Birrittella ha descritto in che modo la mafia trapanese ha elettoralmente sostenuto D’Alì, del favore che D’Alì gli avrebbe reso a proposito dell’affitto di un edificio di sua proprietà, a San Vito Lo Capo, diventata sede della caserma dei Carabinieri, dell’”affare” del porto, degli appalti che una “cricca” (sul modello poi ripetuto per L’Aquila del dopo terremoto) sarebbe riuscita ad aggiudicarsi per rimodellare l’approdo trapanese e renderlo idoneo ad ospitare nel 2005 le super barche a vela della Coppa America. C’è anche non in secondo piano certo la vicenda della “rimozione” nel 2003, quando D’Alì era sottosegretario all’Interno, dell’allora prefetto di Trapani Fulvio Sodano, il suo trasferimento viene indicato come “cacciata” in altri atti giudiziari.</p>
<p> La Procura ha indicato per ogni circostanza atti giudiziari, verbali, intercettazioni. La difesa ha opposto oltre alle carte una serie di verbali di interrogatorio. Quelli per esempio dell’ex capo della Polizia, il prefetto Gianni De Gennaro che ha escluso l’esistenza di informative riguardanti il senatore. Ma tra i documenti presentati dal pm Tarondo all’udienza del 16 dicembre c’è un rapporto della Squadra Mobile del gennaio 2010 dove sono indicati elementi che proverebbero contatti tra il senatore D’Alì e un imprenditore che ha patteggiato una condanna per accuse di mafia. Tra i testi a favore del senatore D’Alì ci sono l’ex prefetto Giovanni Finazzo e l’ex vice ministro e leader di Forza Sud Gianfranco Miccichè e ancora l’ingegnere Vincenzo Morici, erede dell’omonima impresa edile che fa capo al padre Francesco che invece come indagato è stato sentito dai magistrati della procura antimafia a proposito di appalti pilotati. L’impresa Morici  compare tra quelle che negli ultimi anni si sono aggiudicate le più ingenti commesse a Trapani, la Funivia di Erice, il risanamento della litoranea nord della città, il maxi appalto da 40 milioni di euro per le nuove banchine portuali di Ronciglio rimaste ancora oggi incompiute a distanza di sei anni dall’inizio dei lavori.</p>
<p> Nelle carte dell’0accusa invece ci sono alcune intercettazioni dove i mafiosi parlano della possibilità di avvicinare D’Alì per ottenere favori. Come quando fu sequestrato un terreno occupato da una discarica abusiva e sul quale la mafia trapanese guidata da Ciccio Pace aveva precisi progetti immobiliari: <strong><em>&#8220;U vonnu sequestrare, si ci misi Giovanni Palermo (avvocato, ndr), ora va acchiappa ddocu a D&#8217;Alì, ci rici chi un ci rumpi a minchia picchì già mi annuiau.&#8221;</em></strong></p>
<p> A verbale l’imprenditore Birrittella ha dichiarato: “La mia conoscenza con il senatore D’Alì è diretta il sostegno elettorale risale già alle elezioni del 1994, organizzammo organizzarono per lui una riunione elettorale a Dattilo”. Birrittella ricorda alcuni incontri presso la segreteria del senatore: “Andavamo da lui e prima di entrare nella stanza ci faceva lasciare fuori i telefonini”.</p>
<p>E a proposito del trasferimento del prefetto Sodano: “Quando fu del fastidio che l’allora prefetto Sodano dava ai nostri affari sentii parlare Pace in modo chiaro sul trasferimento di questi che non poteva oltremodo essere ritardato”. E per trasferire un prefetto è il Consiglio dei ministri a deciderlo. E così avvenne nel luglio del 2003, Sodano finì da Trapani ad Agrigento senza tante scuse.</p>
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		<title>Mafia:  a Campobello di Mazara lo slogan era “io voto a Ciro”</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 19:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il sindaco del Pd Ciro Caravà inaugurava l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e dietro le quinte si scusava con i boss del suo paese, Campobello di Mazara. Mandava messaggi inequivocabili ai capi mafia, del tenore che insomma non poteva sottrarsi: “io questo ho dovuto farlo, lo dovevo fare le funzioni ..”.
E i magistrati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8767" href="http://www.malitalia.it/2011/12/mafia-a-campobello-di-mazara-lo-slogan-era-%e2%80%9cio-voto-a-ciro%e2%80%9d/mmd1/"><img class="alignnone size-full wp-image-8767" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/mmd1.jpg" alt="" width="293" height="172" /></a></p>
<p>Il sindaco del Pd Ciro Caravà inaugurava l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e dietro le quinte si scusava con i boss del suo paese, Campobello di Mazara. Mandava messaggi inequivocabili ai capi mafia, del tenore che insomma non poteva sottrarsi: <strong><em><span style="text-decoration: underline">“io questo ho dovuto farlo, </span><span style="text-decoration: underline">lo dovevo fare le funzioni </span><span style="text-decoration: underline">..”.</span></em></strong></p>
<p>E i magistrati antimafia di Palermo, quelli che hanno coordinato l’inchiesta dei Carabinieri di Trapani denominata “Campus Belli”, non hanno dubbi, Caravà era un sindaco dalla dalla “doppia faccia” e i mafiosi e i presunti tali intercettati ne avrebbero provato la disponibilità, per esempio quando c’era da punire una vigile urbano, che aveva fatto una multa che secondo i “mammasantissima” del Paese non avrebbe dovuto fare. A muoversi nei confronti del sindaco Caravà perché nei confronti di quella vigile facesse sentire il proprio risentimento esercitando la sua autorità, sarebbe stato uno degli 11 arrestati del blitz, Cataldo La Rosa, l’alter ego secondo l’inchiesta del capo mafia di Campobello di Mazara, Nanai Bonafede:<strong><em><span style="text-decoration: underline"> L’ho detto al Sindaco, a Ciro, la deve trasferire</span>.Gli ho detto si deve trasferire quella. Se non la trasferiscono faccio un casino, a questa le faccio rimpiangere il giorno che è nata”.</em></strong></p>
<p> E secondo le risultanze dell’indagine, Ciro Caravà non doveva solo essere il sindaco di Cosa nostra campobellese, e per i pm della Dda di Palermo lo sarebbe stato nel primo quanto in questo secondo mandato dopo la rielezione dello scorso anno, ma avrebbe dovuto rappresentare la potente consoreteria campobellese, quella più di altre legata al super latitante Matteo Messina Denaro, anche all’Ars dove nel 2008 si candidò sempre in quota Pd, quando aveva oramai creato di se la figura di autorevole sindaco antimafia, sostenendo l’allora candidata governatrice Anna Finocchiaro. Lo slogan coniato pare dai mafiosi e che girava per Campobello era quello “io voto a Ciro”.</p>
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		<title>Campobello di Mazara: il sindaco che “recitava” l’antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 15:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
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Tanto tuonò che piovve si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8747" href="http://www.malitalia.it/2011/12/campobello-di-mazara-il-sindaco-che-%e2%80%9crecitava%e2%80%9d-l%e2%80%99antimafia/carava/"><img class="alignnone size-full wp-image-8747" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/caravà.jpg" alt="" width="236" height="121" /></a></p>
<p><strong>Tanto tuonò che piovve</strong> si potrebbe dire ma non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, anche oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, anche di quella sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Quando i militari sono andati ad arrestarlo, <strong>il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra),</strong> accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi addietro aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.</p>
<p><strong> Caravà  era facile vederlo parlare di legalità, presente ad ogni consegna di beni confiscati</strong>, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto Caravà sembrava davvero un antimafioso.</p>
<p> <strong>Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto Nunzio Spezia</strong> che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco, evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate. Sindaco in nome e per conto della mafia secondo le indagini e nella sua anticamere stazionava un boss ora arrestato Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.</p>
<p><strong> Poi c’è il capitolo degli appalti,</strong> secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori opubblici il sindaco Caravà riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che <strong>Caravà nel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui</strong>. Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.</p>
<p> Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006. coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.</p>
<p>“Terra bruciata” ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.</p>
<p> L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo , cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni  fittizia di beni.</p>
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		<title>Cinisi: il vino e l’arte anche per dire no alla mafia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 11:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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La manifestazione l’hanno intitolata “Assaporare la legalità”, l’appuntamento è per sabato prossimo 17 dicembre a Cinisi a cominciare dalle ore 17. Il patrocinio è della commissione Attività Produttive dell’Ars e dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, l’organizzazione ha diversi “attori”, l’amministrazione comunale di Cinisi, l’associazione culturale Archetipo, l’associazione &#8220;Casa memoria Peppino e Felicia Impastato”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8699" href="http://www.malitalia.it/2011/12/cinisi-il-vino-e-l%e2%80%99arte-anche-per-dire-no-alla-mafia/centopassi/"><img class="alignnone size-full wp-image-8699" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/centopassi.jpg" alt="" width="268" height="188" /></a></p>
<p>La manifestazione l’hanno intitolata “Assaporare la legalità”, l’appuntamento è per sabato prossimo 17 dicembre a Cinisi a cominciare dalle ore 17. Il patrocinio è della commissione Attività Produttive dell’Ars e dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, l’organizzazione ha diversi “attori”, l’amministrazione comunale di Cinisi, l’associazione culturale Archetipo, l’associazione &#8220;Casa memoria Peppino e Felicia Impastato”, la Cantina “Centopassi” e la proloco di Cinisi. Le firme a questa iniziativa sono di Mariella Barbera e Irene Cavarretta.</p>
<p><strong> Palcoscenico sarà la casa che fu del capo mafia Gaetano Badal</strong>amenti confiscata agli eredi del boss e consegnata alla società civile: luogo simbolo della rinascita culturale della città, Archetipo vuole utilizzarla come spazio da “Occupare” attraverso un percorso fatto di storia passata e storia nuova. Una società che vuole ricordare e non dimenticare è il punto di partenza, così nascono cento passi disegnati con gessetti colorati che accompagnano il visitatore da casa della Memoria a casa Badalamenti, all’interno dello spazio espositivo si mescola arte, impegno sociale e storia.</p>
<p> <strong>“Un mare di Vino è un evento volto a promuovere i prodotti della terra di Sicilia che si fondano sulla speranza e sulla rinascita “perché la terra non smette mai di rigenerarsi</strong>”. L’amministrazione parte proprio dalla presentazione del prodotto frutto di quei territori, vigneti e terre, che confiscati ai mafiosi, sono stati affidati, grazie all’associazione Libera, alle coop di Libera Terra che coltivano le uve e commercializzano i vini. L’azienda vinicola Centopassi di Libera Terra, nome tratto dall’omonimo film di Marco Tullio Giordana, dedicato a Peppino Impastato, quest’anno con l’etichetta Rocce di Pietra Longa è stata insignita del riconoscimento di vino slow per la Guida Slow Wine.</p>
<p><strong> “Assaporare la legalità”</strong> serve a far comprendere bene come si può all’impegno sociale delle Cooperative di Libera Terra affiancare il lavoro di giovani artisti e associazioni che attraverso l’allestimento e l’arte, diventano parte attiva del rinnovamento. Saranno in mostra le Opere pittoriche di Carmelo Calderone, giovane artista catanese che con i suoi frammenti del mediterraneo, rappresenta le barche elemento simbolico realizzato dall’uomo che da elemento di contaminazione culturale prima, oggi diventa per alcune popolazioni unica speranza. Saranno esposte le tavole del fumetto “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia” – sceneggiatura di Marco Rizzo e disegni di Lelio Bonaccorso &#8211; edizioni Becco Giallo. Saranno presentate le foto dell’artista di Cinisi Pino Manzella che con il titolo “Scatti e Riscatti” raccontano i terreni confiscati alla mafia.</p>
<p> Sono previsti gli interventi dell’on. Salvino Caputo, della Commissione Parlamentare Attività Produttive, di Dario Cartabellotta, Direttore dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino, dell’avv. Salvatore Palazzolo, sindaco di Cinisi, di Giovanni Impastato, presidente dell’Associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Francesco Galante, presidente della Cooperativa Placido Rizzotto “Libera Terra”, modera Domenico Micale, assessore alle attività produttive del Comune di Cinisi.</p>
<p> Al termine è prevista la presentazione del concorso di disegno per le scuole elementari &#8211; Nenè ed “il mare colore del vino”, che prende spunto dall’omonimo racconto di Leonardo Sciascia.</p>
<p> <strong>L’arte ed il vino si trovano così complici di un  progetto che li vede protagonisti e che ha come culla la terra di Sicilia. Senza la mafia.</strong></p>
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		<title>La mafia dell’economia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti. L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8675" href="http://www.malitalia.it/2011/12/la-mafia-dell%e2%80%99economia/salvatore-giuliano-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-8675" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/salvatore-giuliano.jpg" alt="" width="273" height="185" /></a></p>
<p><strong>C’è una immagine che aiuta subito a rendere chiaro come la provincia di Trapani sia “scrigno” di inconfessabili segreti.</strong> L’immagine “educativa” in tal senso è quella scattata a Castelvetrano, cuore del Belice trapanese, era il 5 luglio del 1950, siamo in via Mannone, cortile De Maria. Riverso per terra, faccia rivolta sul selciato, c’è il corpo senza vita del bandito che era il terrore delle popolazioni siciliane dell’epoca, Salvatore Giuliano. Una foto che ancora oggi fa il giro del mondo. Il delitto di Salvatore Giuliano e la stessa vita del bandito di Montelepre è il primo mistero siciliano del dopoguerra e ancora oggi se ne sentono gli strascichi. Certamente quell’immagine di quel cadavere senza vita riverso a terra nel cortile De Maria fu frutto di una sceneggiata, una messinscena organizzata dalla mafia e tollerata dalle istituzioni. La prima di tante altre “fiction”, ma non da teleschermi. Trapani subito dimostrò le sue capacità a offrire gli spazi giusti per questi inciuci criminali. Castelvetrano era già la città di Francesco Messina Denaro, il “patriarca” della mafia belicina, che subito guadagnò “galloni” nel campo di Cosa nostra, quando don Ciccio ufficialmente non era nessuno, e Bernardo Provenzano era già un latitante, era quest’ultimo, e non l’altro, a recarsi a trovarlo: guidando la sua 500, Binnu, il “padrino” di Corleone giungeva a Castelvetrano, lui al cospetto di Messina Denaro, e non viceversa.</p>
<p><strong> Oggi Matteo Messina Denaro latitante dal 1993, figlio quasi cinquantenne di Francesco, nel frattempo morto, in latitanza, nel 1998, è l’erede del padre ma anche di don Binnu.</strong> Inciuci e intrecci sono la sua specialità. Ha le mani sporche di sangue e con queste gestisce la nuova mafia, quella sommersa, che fa impresa e le stesse mani che hanno piazzato le bombe per piegare lo Stato verso la trattativa. La mafia trapanese è cresciuta dal dopoguerra in poi all’ombra di istituzioni gestite da uomini che avevano un compito prioritario, spendere la migliore energia a negare l’esistenza della mafia e a chiamare “sbirro” chi indagava, quasi indicandolo al pubblico ludibrio, come per esempio è stato intercettato a fare l’ex vice presidente della Regione Sicilia, l’on. Bartolo Pellegrino. Inciuci di morte.  Il 2 aprile del 1985 in una curva di Pizzolungo i mafiosi, ma non solo i mafiosi, come spesso si sente dire per i delitti più eccellenti commessi a Trapani, piazzarono una autobomba che fece strazio di una donna e dei suoi due figlioletti. Erano su una automobile, guidava Barbara Rizzo Asta, portava Salvatore e Giuseppe, gemelli di sei anni a scuola, fecero da “scudo” al momento della esplosione ad una Fiat Argenta sulla quale si trovava il magistrato Carlo Palermo che scortato stava raggiungendo il Palazzo di Giustizia dove da meno di 40 giorni svolgeva le funzioni di sostituto procuratore. Il pm si salvò, la scorta anche. “Salvezza apparente”, il magistrato fu preso e portato lontano da Trapani e poi fuori dalla magistratura, era andato a toccare fili ad alta tensione: mafia, politica, affari, traffici di droga e di armi, soldi neri nelle casse dei manager socialisti, aveva osato sfidare il potere che l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi si era costruito attorno.<strong> Davanti ai corpi dilaniati dal tritolo, quelli di Barbara e dei suoi due gemellini, l’allora sindaco di Trapani, Erasmo Garuccio, intervistato da Enzo Biagi in diretta tv, ebbe a dire che a Trapani la mafia non esisteva.</strong> A più di 20 anni da quelle dichiarazioni, quando sono decine le sentenze che certificano in via definitiva l’esistenza della mafia, la cupola regionale e quelle provinciali, la presenza di Cosa nostra nelle istituzioni, l’oramai divenuto ex sindaco di Trapani Erasmo Garuccio sentito in un processo di mafia in Tribunale a Trapani sollecitato dal pm Andrea Tarondo è tornato a dire che per lui quell’affermazione non era infondata. Nessun passo indietro, né mea culpa, “non ho cambiato idea” ha detto rispondendo ad un pm rimasto quasi senza parole. Nel frattempo nel 2001 candidato alle nazionali per Forza Italia nel collegio di Trapani arrivò il figlio di Bettino, Bobo Craxi.</p>
<p><strong> Qui a Trapani  c’è la mafia borghese</strong>, non ci sono più da decenni coppole e lupare, qui c’è la mafia che frequenta i salotti buoni, qui non c’è l’estorsione, c’è l’impresa che è cresciuta abituata a pagare la quota associativa a Cosa nostra. Qui quando si arresta un padrino non si coglie l’occasione per colpire a morte l’organizzazione, ma si sta fermi e si aspetta che venga nominato il suo erede. La mafia trapanese è quella che per anni riuscì a tenere incagliati, chiusi negli armadi del Palazzo di Giustizia, una serie di processi: dovevano essere celebrati nel 1980, per vedere i relativi boss imputati alla sbarra di anni ne sono occorsi quasi 20. A Trapani è stato tributato onore ai mafiosi,quando uno di questi morì, Calogero “Caliddo” Minore, niente impedì per lui un funerale affollato nella Basilica della Madonna, la città si mise il lutto e il maggiore quotidiano, il Giornale di Sicilia, ne celebrò le gesta di grand’uomo. A Trapani sono stati nascosti i capi di Cosa nostra del calibro di Totò Riina nonostante ci fossero in giro gli agenti dei servizi segreti, a cominciare da quella di Gladio, e grazie a intrecci “pesanti” sulle rotte attraversate dai carichi di armi e di droga, viaggiavano anche i rifiuti tossici.</p>
<p> La nuova mafia quella che a Trapani ha avuto come capo l’imprenditore di Paceco Francesco Pace (nome che a Rostagno nei suoi editoriali del 1988 non era sfuggito) nell’ultimo decennio si è gettata a capofitto nei grandi appalti, non trovò nessuno a fermarlo. Ci provò un prefetto, Fulvio Sodano, ma di colpo nell’estate del 2003 Sodano si trovò trasferito ad Agrigento. Era in carica il Governo Berlusconi e sottosegretario all’Interno era il senatore trapanese Tonino D’Alì. Non si sa ancora oggi se sia stato davvero lui a farlo trasferire via da Trapani, i mafiosi però intercettati parlando di Sodano non facevano altro che augurarsi che presto venisse allontanato dalla città. E furono accontentati.</p>
<p> Trapani in tantissimi anni ha avuto occasioni di riscatto. Qui hanno lavorato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dicevano, se a Palermo c’è la mafia militare, a Trapani c’è quella economica. <strong>Trapani ha avuto un dirigente di Squadra Mobile, Giuseppe Linares, che dopo avere preso tutti i latitanti che c’erano, quando si è messo sulle tracce dell’ultimo, Matteo Messina Denaro, ha ottenuto la meritata promozione ma anche la rimozione dal gruppo che, si dice, dà la caccia al boss. La sensazione è quella che Matteo Messina Denaro verrà preso quando sarà tempo di essere preso,</strong> come è accaduto ai grandi super latitanti, e lui è un super latitante già solo per i segreti che si porta dentro. E allora, se deve essere una cattura a tempo, nessuno deve cercarlo. Una decisione certamente non scritta, perché in effetti il boss viene cercato. Ci stanno pensando i “soliti noti”: i poliziotti della Squadra Mobile di Trapani oggi diretti dal vice questore Giovanni Leuci. Tosti questi “trapanesi”, fanno parte del “gruppo”, lavorano adesso nel “cuore” della questura di Palermo da dove sono state dirette altre catture, ma il “sistema” seguito non è il loro. A Palermo i latitanti sono stati catturati seguendo spesso i fili del racket, del pizzo, non è questo però un filo che riguarda Cosa nostra trapanese, dove non si paga il pizzo, dove non esistono libri mastri del racket, ma semmai qui si continua a pagare la quota associativa alla Cosa nostra di Matteo Messina Denaro. Quindi i poliziotti trapanesi continuano a dire che il sistema deve essere quello loro, seguire, dopo averlo scoperto, e tirato fuori dal sottoterra, il filo che lega imprese, appalti e politica. Non hanno però vita facile questi poliziotti…..spesso si trovano senza soldi per missioni e straordinari….ma per loro non è una novità…e mai si sono fermati…</p>
<p> Un discorso a parte meritano i carabinieri che si sono specializzati in questi anni a prendere i latitanti che si sono rifugiati all’estero.</p>
<p> <strong>La società trapanese si è limitata sempre a guardare tutto questo</strong>, tutto quello che le accadeva intorno come se niente fosse affar suo, a Trapani non c’è grande voglia di leggere o di  sentire raccontati determinati fatti, ma per la verità non c’è un grande coro dell’informazione.</p>
<p>  A Trapani è lo scirocco il vento più impetuoso che porta la sabbia del deserto, granelli di sabbia che una volta raccoglievano le cose peggiori e contaminavano tutto quello su cui si posavano, oggi questi granelli raccolgono di tanto in tanto anche cose nuove, per esempio l’impegno, il desiderio di legalità, la voglia di azzerare la mafia di tanti giovani, e la contaminazione è cambiata. Grazie per esempio ai giovani di Libera o di alcuni circoli che si sono intestati battaglie di  libertà, vera e non apparente. Hanno da cancellare una cruda realtà. Ci sono voluti quasi 25 anni per pensare a celebrare nel modo giusto le vittime di Pizzolungo, ci sono voluti  21 anni per dedicare una via di Trapani a Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista che ogni giorno dagli schermi di Rtc metteva alla berlina la mafia ed i suoi complici, e per questo fu ucciso il 26 settembre del 1988, ci sono voltui 23 anni per vedere cominciare un processo per questo delitto, ma sono bastati pochi giorni per collocare su una via del porto di Trapani una targa che ha dato nuovo nome a quella strada, la “via dei grandi eventi”, in onore delle gare di selezione della Coppa America del 2005 che ebbero come scenario il mare delle Egadi e il porto di Trapani. “Grandi eventi” che da Trapani in poi hanno significato solo una cosa, mettere assieme una “cricca” tra politici, imprenditori e mafiosi per fare affari.</p>
<p> <strong>A Trapani la mafia oggi fa le truffe e paga le mazzette per restare a galla. La corruzione è il suo nuovo campo d’azione. E si scopre che corrotti ci sono anche dentro le forze dell’ordine. Ma non tutti lo vogliono sentire dire.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p> (pubblicato su I Siciliani giovani dicembre 2011)</p>
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		<title>Alcamo: in manette Vincenzo D’Angelo, il “re” dei rifiuti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 22:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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L’ultima volta che ha messo piede in un tribunale è stato per fare il testimone. Adesso dovrà entrarci da imputato. Per la verità imputato c’era stato anche qualche tempo addietro, ma ora le cose per lui si fanno molto ma molto serie. Si chiama Vincenzo D’Angelo, è alcamese, cinquantenne, fa l’imprenditore, settore quello della gestione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8588" href="http://www.malitalia.it/2011/12/alcamo-in-manette-vincenzo-d%e2%80%99angelo-il-%e2%80%9cre%e2%80%9d-dei-rifiuti/rifiutialcamo/"><img class="alignnone size-full wp-image-8588" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/rifiutialcamo.jpg" alt="" width="260" height="194" /></a></p>
<p><strong>L’ultima volta che ha messo piede in un tribunale è stato per fare il testimone</strong>. Adesso dovrà entrarci da imputato. Per la verità imputato c’era stato anche qualche tempo addietro, ma ora le cose per lui si fanno molto ma molto serie. Si chiama Vincenzo D’Angelo, è alcamese, cinquantenne, fa l’imprenditore, settore quello della gestione, lavorazione e smaltimento dei rifiuti. <strong>Un business da queste parti, tanto che una volta un boss mafioso, per vicende nelle quali D’Angelo non c’entra nulla, ma il comune denominatore è la “spazzatura”, diceva, a proposito di un impianto di smaltimento gestito da Cosa nostra, “trasi munnizza e nesce oro”, entrano rifiuti ed esce oro</strong>. D’Angelo con i rifiuti è diventata una sorta di autorità, tanto, lo disse lui in quell’occasione in cui depose in tribunale (per un prestito da 2500 euro che lui ebbe a dare ad un carabiniere, ma quei soldi sarebbe stata una tangente e il militare è finito condannato), quando a Trapani nel 2005 in occasione dei lavori portuali per la Coppa America scoppiò l’emergenza smaltimento rifiuti speciali, l’allora prefetto Giovanni Finazzo lo convocò quasi come consigliere, e infine gli firmò un decreto con il quale lui in una notte fece sparire una montagna di rifiuti speciali che stavano da mesi all’ingresso di uno dei cantieri edili del nuovo porto. D’Angelo ripetè la circostanza più volte come per fare capire che lui non era un imprenditore qualsiasi, e forte di questa sua convinzione non nascose in quella occasione, come in altre, che non gradiva molto né l’interesse che la magistratura in più occasioni aveva dedicato al suo impianto e alla sua attività, né le cose che alcuni giornali e giornalisti andavano dicendo di lui, preferiva quei giornali e quei giornalisti che di lui parlavano con b en altro tenore, e con i quali telefonicamente si intratteneva con grande affabilità. Nel frattempo però finiva intercettato a parlare con soggetti indagati per mafia con i quali lui si sarebbe rapportato ben sapendo la caratura e preoccupandosi anche di commentare gli equilibri dentro le cosche del suo paese.</p>
<p><strong>La legalità non sarebbe stato il suo forte</strong>, eppure era uno che quasi pretendeva di dare lezioni di legalità, prendendosela con quei politici e tecnici, magistrati e investigatori, che invece sentivano troppa “puzza” sulla sua attività, quasi più dell’olezzo che per qualche tempo avrebbero dovuto sopportare agricoltori suoi confinanti o vicini, che ad un certo punto non capivano com’è che dai pozzi artesiani veniva su un’acqua di colore nero e puzzolente. La Procura di Trapani addirittura dovette fare intervenire gli speleologi del Cai per farli infilare dentro stretti cunicoli che partivano dai suoi impianti per perdersi nelle campagne circostanti. Nonostante tutto questo D’Angelo non avrebbe cambiato registro e il suo nome salta fuori oggi da una indagine pugliese così come qualche mese addietro uscì a proposito di smaltimenti in Sicilia delle famose “eco balle” campane.</p>
<p><strong>Non ha fatto un gran chiasso ma è una inchiesta che è destinata a fare tanto rumore quella coordinata dalla procura antimafia di Lecce denominata &#8220;Gold Plastic</strong>&#8221; e che ha visto la Guardia di Finanza eseguire in 13 regioni italiane 54 ordinanze di custodia cautelare in carcere «nei confronti di soggetti, anche di etnia cinese, appartenenti ad un pericoloso sodalizio criminale &#8220;transnazionale&#8221;, dedito all&#8217;illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da materie plastiche, gomma e pneumatici fuori uso». Sono state eseguite anche numerose perquisizioni e  sequestri preventivi di beni in 21 aziende, per un valore di oltre 6 milioni di euro. Nei confronti degli arrestati (rappresentanti di società operanti nel settore del recupero e riciclaggio di rifiuti speciali, spedizionieri doganali e agenti di compagnie di navigazione), sono stati ipotizzati i reati di &#8220;associazione per delinquere transnazionale finalizzata all&#8217;illecito traffico di rifiuti&#8221; e &#8220;falsità ideologica in atto pubblico&#8221;. Tra gli arrestati l’alcamese Vincenzo D’Angelo. L’indagine delle Fiamme Gialle «costituisce l&#8217;epilogo di una complessa ed articolata attività investigativa, avviata nel mese di gennaio 2009 dalla Guardia di Finanza di Taranto congiuntamente alla locale Dogana, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto e, successivamente, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Nel corso di oltre due anni di attività investigative, condotte anche a mezzo di numerose intercettazioni telefoniche e telematiche, le Fiamme Gialle di Taranto hanno ricostruito un traffico illecito di rifiuti speciali esportati dall&#8217;Italia verso diversi paesi del Sud-est asiatico a mezzo di 1.507 container, per un quantitativo complessivo di circa 34.000.000 kg., pari ad un illecito giro di affari dell&#8217;importo suindicato di oltre 6 milioni di euro, preso a base per i citati sequestri preventivi di beni. L&#8217;ammontare dell&#8217;illecito traffico è stato determinato contabilizzando sia gli ingenti costi artatamente evitati per lo smaltimento dei rifiuti presso siti italiani autorizzati e sia per i cospicui compensi percepiti &#8220;in nero&#8221;, anche su conti bancari esteri, per l&#8217;attività commerciale e di intermediazione dei rifiuti acquistati da soggetti italiani ad un valore irrisorio per container e rivenduti a clienti asiatici, per il recupero energetico, per un valore di 250 volte superiore. In tale periodo, presso il porto di Taranto ed altri scali marittimi nazionali, sono stati sottoposti a sequestro oltre 2.600.000 kg. di rifiuti speciali, pronti per essere illecitamente spediti a mezzo di 114 containers. <strong>La spedizione dei rifiuti speciali avveniva mediante la predisposizione di falsa documentazione commerciale e doganale riportante dati non veritieri in ordine alla tipologia del materiale, al paese di destinazione nonchè all&#8217;impianto di recupero finale, compromettendo pertanto la loro tracciabilità a tutela dell&#8217;ambiente.</strong> Nella maggior parte dei casi i rifiuti speciali non erano stati oggetto di alcun trattamento preliminare e potrebbero essere stati utilizzati come materia prima per la produzione di giocattoli, casalinghi, biberon e prodotti sanitari destinati alla commercializzazione sull&#8217;intero territorio nazionale ed europeo».</p>
<p>Qualche mese addietro il nome di D’Angelo era uscito fuori a proposito di Tir che dalla Campania arrivavano in Sicilia carichi di rifiuti dei nquali però nessuno avrebbe conosciuto lo smaltimento presso una discarica messinese di Mazzarrà Sant’Andrea, in totale 500 tonnellate e tante altre tonnellate dovevano arrivare.</p>
<p>Si è saputo che il contratto per questo smaltimento era stato firmato dalla Sapna, la società della Provincia di Napoli<br />
che ha il compito di gestire il ciclo dei rifiuti, con la Vincenzo D’Angelo srl di Alcamo (Trapani) e la Profineco spa con sede a Palermo e stabilimento a Termini Imerese. Nell’accordo si parlava di circa 200 euro a tonnellata. <strong>Un affare da più di 6 milioni di euro. Il trasferimento dell’immondizia era affidato a due aziende del Salernitano, la Adiletta logistica scarl di Nocera Inferiore e la Trasporti San Marino società cooperativa con 593 camion.</p>
<p></strong></p>
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		<title>Mafia: ucciso il nuovo boss americano arrivato da Castellammare del Golfo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-8564" href="http://www.malitalia.it/2011/12/mafia-ucciso-il-nuovo-boss-americano-arrivato-da-castellammare-del-golfo/salvatore__3065274/"><img class="alignnone size-full wp-image-8564" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Salvatore__3065274.jpg" alt="" width="124" height="166" /></a></strong></p>
<p><strong>Qualche anno addietro in gran segreto era tornato dagli States nella sua città siciliana, Castellammare del Golfo, dove vivevano i suoi cari</strong>. Si dice che sia giunto qui per avere la “benedizione” dei “padrini” siciliani per diventare quello che un mafioso castellammarese di solito diventa in America, e cioè un capo mafia, un boss, uno che comanda e lui giovanissimo, 35 ani, il “boss bambino” non a caso era anche soprannominato, era pronto a fare la scalata. Lo scorso 25 novembre però la sua ambizione è finita male, ucciso, e il suo corpo gettato in un fiume ghiacciato a Montreal, in Canada, che era la sua seconda città. Salvatore “Sal” Montagna, quarantenne, è finito così, la sua non è stata una uscita di scena da boss, quasi  il suo è stato l’omicidio di uno qualsiasi della malavita americana. Solo al funerale la “famiglia” ha cercato di rimettere le cose in ordine, tributandogli l’ultimo saluto come si deve, come quello che si riserva ad un capo mafia.</p>
<p><strong>Forse in tutto questo c’è una coerenza per come Sal Montagna ha trascorso la sua vita, tra alti e bassi, in attesa di fare il salto di qualità, per questo era venuto in Sicilia per tornare negli Usa con il “timbro” di autenticità mafiosa marchiato sulla “pelle”. </strong>A New York aveva cominciato a far “carriera” diventando l’erede dei Bonanno, ma gli è stato fatale il ritorno a Montreal,  in Canada, dove, dopo avere patito un arresto, e una espulsione per immigrazione clandestina, da New York, voleva cominciare a comandare anche lì, profittando che un paio di faide avevano tolto di mezzo i vecchi boss e nel frattempo altri erano finiti arrestati, ma qualcuno non ha perso tempo a ricordargli le “regole”, quelle che una volta violate si pagano con la “vita”, sentenze di morte che vengono subito eseguite, senza attendere appelli.</p>
<p><strong>“Ironworker” era pure soprannominato in America</strong>, faceva l’operaio (e veniva chiamato dagli italo americani Sal l’operaio) in una azienda che lavora metalli a Brooklyn, e dove presto da dipendente era diventato titolare. A Montreal era stato costretto a tornare da New York dopo essere finito nei guai per una “immigrazione clandestina”, la sua, dunque era stato cacciato via ma dal Canada cercava di tenere lo stesso le fila della “famiglia” di New York e intanto a Montreal si era messo a fare estorsioni, e pensava anche a rapimenti (a scopo di estorsione). La sua morte sarebbe maturata all’interno di una guerra per il predominio della mafia di Montreal, che lo aveva visto contrapporsi a due boss locali, Raynald Desjardins e Joseph Di Maulo. Il corpo di Sal Montagna è stato ripescato nel fiume Assomption, a Charlemagne, nella zona nordorientale di Montreal, ucciso a colpi di pistola.</p>
<p><strong>I Bonanno sono stati tra i primi noti mafiosi in America</strong>, come Al Capone a Lucky Luciano. A Castellammare del Golfo, città originario del clan Bonanno, di Salvatore Montagna, quasi nessuno si ricorda, anche oggi che è morto. Ma non certo perchè “Sal” partì da Castellammare per gli Usa quando aveva 15 anni, di più perché una volta negli States ha fatto una «certa» carriera, diventando, secondo l’Fbi il nuovo capo della mafia americana, e dunque è questo il serio motivo perchè nessuno a Castellammare del Golfo abbia voglia di parlarne. Il suo rione castellammarese è quello di San Giuseppe, nella parte alta del paese. Qui sarebbero tornati da qualche tempo ad abitare i genitori di Sal, ma quale sia la casa non si può sapere.</p>
<p><strong> Una mafia quella americana che non molla le sue origini</strong>. Di Castellammare sono stati i più potenti capi mafia Usa, a cominciare da quel Joseph Bonanno che ispirò a Mario Puzo il libro sul «padrino». A Castellammare del Golfo ha raccontato il pentito Nino Giuffrè i picciotti americani venivano ad «imparare il mestiere» o c’erano quelli di Castellammare che andavano negli Usa a “formare” i picciotti. Certamente in America c’è una regola che dentro Cosa Nostra continua ad essere rispettata, ed è quella che per diventare “padrini” bisogna essere nativi della Sicilia, o figli di genitori siciliani, meglio ancora poi se si è di Castellammare del Golfo.</p>
<p><strong>«Cosa Nostra &#8211; dichiarò a suo tempo il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares, a margine di una conferenza stampa dopo un blitz antimafia (operazione Tempesta) proprio nel castellammarese – è come l’Araba fenice: risorge sempre dalle ceneri</strong>». «Ci sono precisi rapporti dell’intelligence – riferisce un italiano diventato esperto di sicurezza in America, Antonio Nicaso – che confermano come a seguito di faide e guerre di mafia e soprattutto dopo gli scompaginamenti determinati da arresti e condanne, la mafia ha deciso di affidarsi a Montagna, un nuovo uomo». Nicaso è perfetto conoscitore della realtà mafiosa americana, lavora in Canada, dove le cosche newyorkesi già ai tempi di Bonanno avevano impiantato una cosca a Montreal. Dove Sal Montagna è cresciuto.</p>
<p><strong>La mafia e le sue origini castellammaresi</strong>. Ne parlò in un verbale il boss di Caccamo Nino Giuffrè dopo avere deciso di collaborare con la giustizia: «Si è deciso di ritornare alle origini a quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano. Castellammare è fra l’altro un punto di incontro tra i Paesi arabi e l’America. Posso tranquillamente dire che Castellammare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che é un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria, dei servizi segreti deviati».</p>
<p>Quanto sia potente la cosca castellammarese lo si deduce da una storia degli anni ’90, quando a Castellammare si rifugiò un narcotrafficante di recente catturato, Saro Naimo, «un uomo potente», Totò Riina diceva che era «più potente del presidente degli Stati Uniti». <strong>L’attuale capo della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro aveva pensato di rivolgersi a lui in quel periodo per cercare di riprendere un antico sogno della mafia siciliana, cioè quello di far passare la Sicilia sotto la bandiera americana.</strong> Il pentito e suo ex braccio destro Vincenzo Sinacori ne ha parlato in un verbale, Matteo venne prese per folle, ma il tentativo fu fatto lo stesso, solo che Naimo fece sapere a Messina Denaro che non poteva essere più tempo di queste cose. </p>
<p><strong>Sal Montagna era ritenuto dall’Fbi il boss attivo della famiglia Bonanno</strong>, una delle più grandi famiglie mafiose di New York. Sposato, con tre figli, nel 2009 era tornato in Canada dagli Usa dopo essere stato arrestato per immigrazione clandestina e condanna per rifiuto di testimonianza sul gioco d’azzardo illegale. In quell’occasione si dichiarò colpevole di reati minori, ma questo non gli permise di rimanere negli States. Il suo arrivo in Canada precedette di pochi mesi una serie di delitti di membri della famiglia Rizzuto, oggi decimata. E “Sal” è finito in questo elenco. La mafia americana adesso come quella siciliana cerca il suo capo.</p>
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		<title>Processo Rostagno: quella mafia che non aveva bisogno di chiedere “mai”</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 18:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”
Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, [...]]]></description>
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<p>Il racconto del pentito Francesco Milazzo, “oggi sono uscito fuori dal fango”</p>
<p>Per ascoltare i pentiti che hanno parlato del delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988), la Corte di Assise di Trapani – presidente Angelo Pellino – da oggi, 23 novembre 2011, si è trasferita nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, sempre a Trapani (per la verità qui è territorio di Erice). La struttura si presta maggiormente alla sicurezza che va garantita a questi testi nonché alle stesse parti in uno dei momenti maggiormente delicati del dibattimento dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo del mandamento di Trapani, Vincenzo Virga, e il valdericino Vito Mazzara condannato all’ergastolo per essere stato autore di diversi delitti ordinati dalla cupola mafiosa. Il primo pentito ad essere stato sentito è stato il pacecoto Francesco Milazzo.</p>
<p> <strong>Il soldato che parlava ai capi mafia</strong>. Milazzo non è un uomo d’onore qualsiasi e quindi non è un pentito di scarso peso. Impersona l’essere stato mafioso e oggi il non volerlo più essere. Quando descrive la realtà al tempo in cui lui semplice “soldato” di Cosa nostra poteva avvicinare i più importanti capi mafia, ne parla come se ne facesse ancora parte, e così ha raccontato come a fare le “cose brutte” non poteva essere altro chi parlava male dei mafiosi – e non quindi i mafiosi  che le “cose brutte” le facevano per davvero, e dunque uno come Rostagno che ogni giorno “insultava i mafiosi e istigava la gente a stare lontano dalla mafia” era uno che diceva “cose brutte” e perciò dava fastidio.</p>
<p> <strong>Ucciso perché bruciò la macchina al comandante dei carabinieri</strong>. Milazzo era uno di quelli che era cresciuto credendo nell’ordine che Cosa nostra avrebbe potuto dare alla società. Una mafia che addirittura decideva di eliminare un ladruncolo perché questo con le sue ruberie suscitava fastidi e perché aveva bruciato la macchina al comandante della stazione dei carabinieri (tutto questo accadeva a Paceco). Dove lo Stato non poteva arrivare ecco giungere la mafia, che decideva di eliminare quello che in aula, davanti ai giudici, Milazzo ha chiamato ancora “frariciumi”, non ci vuole molto cosa significa, dispregio assoluto, marcandone ancora la qualità come se il fatto fosse appena avvenuto.</p>
<p> <strong>Storie dei figli della mafia</strong>. Milazzo è cresciuto – affiliato, ritualmente punciutu, appena ventenne – dentro questi canoni, con la convinzione che la mafia potesse davvero essere giusta ed equa. A questo ha creduto fino a quando un giorno non ha visto un capo mafia, Vincenzo Virga, pensare solo per se stesso e per chi gli stava più vicino. A quel punto l’immagine che Milazzo ha avuto della mafia trapanese è stata quella del disordine. E’ stato arrestato sul finire degli anni 90 dalla Squadra Mobile di  Trapani, nascosto in mezzo alle campagne di Paceco. Quando finì in manette chiese una corda per uccidersi, poi decise di collaborare con la giustizia e ancora oggi in aula ha spiegato il perché: “Non volevo che i miei familiari finissero nel fango dove ero stato io”. Quello che gli è successo dopo questa decisione non è bello a dirsi e a raccontare, ma dà la dimensione di cos’è la mafia: dapprima la moglie e i figli lo hanno ripudiato, contestando la sua decisione, poi sono rimasti solo i figli a non volere sapere più nulla di lui e della madre che nel frattempo aveva deciso di seguirlo nella località protetta dove era stato portato. Ma la scelta di prendere le distanze non scaturiva da paure di vendette, ma perché riconoscevano (e forse riconoscono, loro come altri giovani ancora purtroppo) una forte autorità mafiosa che nemmeno loro padre poteva metterla in discussione. Per fortuna in questa terra ci sono anche altri segnali, come quelli lanciati, e scritti, l’anno scorso dai figli di un riconosciuto mafioso mazarese, un “colletto bianco”, ex dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, l’arch. Pino Sucameli, che scrissero il loro distinguo dal padre e di preferire a lui, in carcere oramai con decenni di detenzione da scontare, altri uomini, come Falcone e Borsellino. Poi in questa terra ci sono figli(e) che hanno scelto il silenzio, non si sa se per ubbidienza o altro, come Lorenza Messina Denaro, figlia del latitante Matteo, non ha mai conosciuto il padre, se non in foto, è cresciuta con la madre, Francesca Alagna, nella casa della nonna  vedova del “patriarca” della mafia belicina, Francesco, il campiere che faceva il capo della cupola provinciale e sedeva in quella regionale. Lorenza oggi fa il primo superiore, impossibile avvicinarla, in giro a Castelvetrano raccontano che la vedono più con le zie, le sorelle del boss latitante, che con la madre. Poi ci sono altri figli, come quelli dei padrini Vincenzo Virga e Francesco Pace, hanno seguito le orme dei loro genitori, restando a loro fedeli anche quando sono finiti in carcere, i Virga addirittura ancora prima del loro genitore che nel frattempo restava latitante e lo restò per sette anni fino al 2001.</p>
<p> <strong>Il “massaro” nella stanza di Corrado Carnevale. Trapani e i “cani attaccati”.</strong> A Trapani, emerge dal racconto del pentito Francesco Milazzo, la rete di interessi che esisteva era quella che la mafia voleva. Cosa nostra dettava le regole e l’illegalità diventava legalità. Punire con la morte chi rubava senza autorizzazione era la regola, che faceva contenti tutti. Milazzo ha raccontato di essere stato uno di quelli che aveva il compito di mantenere l’ordine, credendo profondamente nel giuramento che aveva fatto. E così eseguiva i delitti senza chiedere, ricevuto l’ordine entrava in azione. La mafia trapanese incuteva timore perché era una mafia che poteva permettersi uomini d’onore riservati che sedevano sui banchi della politica, come l’ex consigliere comunale del Psi Franco Orlando, uscito assolto da processi in cui era imputato di delitti, ma condannato per associazione mafiosa, secondo Milazzo il “politico” era uno di quelli che camminava armato “e sparava se c’era bisogno di sparare”. Ma quello che “sparava sempre” era Vito Mazzara a sentire Milazzo, portava con se un fucile calibro 12 e una pistola calibro 38, “sempre”: “Mazzara era in gamba a sparare, un professionista, faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento. Virga fu nominato per volere di Francesco Messina Denaro e di Francesco Messina, mazarese, detto u muraturi”. Ciccio Messina era uno che andava spesso in giro malvestito, con gli abiti sporchi di calce e che però sarebbe stato in grado addirittura di entrare nella stanza del presidente della Cassazione Corrado Carnevale, così si legge in alcuni atti giudiziari, un giudice lo ha riconosciuto, si è ricordato bene di lui perché era vestito da “massaro” e non era certo a tono con l’austerità del luogo, e però parlava a quattr’occhi con Carnevale. “Virga era l&#8217;unico che poteva prendere questo incarico – ha detto Milazzo – le cose sembravano andare bene con lui”. Virga riuscì dove oggi la politica trapanese ancora non riesce. Trapani ed Erice sono due Comuni che vivono nello stesso territorio, a parte la medievale vetta ericina,l’antico borgo che sta sulla sommità della montagna di San Giuliano, Erice per l’appunto, il resto delle case sono tutte a valle, in un’area che si estende dai pendici della montagna sino alla falce trapanese, un solo territorio, due Comuni. Da anni si insegue la possibilità di fare un solo Comune, ma l’obiettivo puntualmente fallisce, Virga invece con un tratto di matita un giorno decise che le famiglie “mafiose” di Trapani ed Erice dovevano diventare una sola cosa. E così accadde. Paradossalmente è stato rispondendo alle domande della difesa che Milazzo è stato più efficace nel descrivere cos’era la mafia a Trapani. “La mafia faceva tutto e non si faceva niente se la mafia non lo voleva&#8221;. E quindi un delitto come quello di Mauro Rostagno non poteva avvenire così senza che Cosa nostra fosse informata e coinvolta. Dalla parte della mafia c’era poi una grande opportunità che Milazzo non ha nascosto: “Non c’era bisogno di spiare, non avevamo bisogno di chiedere niente, le stesse istituzioni ci informavano su cosa accadeva&#8221;. Sembra sentire lo slogan di un vecchio spot pubblicitario. In questo si diceva che un determinato profumo lo poteva usare “un uomo che non doveva chiedere mai”, nel caso di Cosa nostra il profumo era quello della mrote e del sangue dei morti ammazzati che si portava appresso una mafia “che non doveva prendersi il disturbo di chiedere qualcosa ma le si faceva sapere tutto quello che doveva conoscere e pure subito”. E sembra di risentire il pentito di Caccamo, Giuffrè ,che parlando della mafia trapanese diceva che “a Trapani Cosa nostra era tranquilla perché aveva i cani attaccati”, cioè inquirenti e investigatori non davano fastidio. Almeno questo tra gli anni 70 e 80.</p>
<p> <strong>Nel circolo Pri conobbe Virga</strong>. Il borgo di Trapani, a cavallo tra Erice e Trapani, dove passa quella invisibile linea di confine che divide i due territori, per decenni è stato il feudo del partito repubblicano. Qui è cresciuta la migliore tradizione del partito dell’Edera, i protagonisti bene interpretavano il credo mazziniano, “Dio e Popolo”, a Borgo cresceva un partito popolare, che riuscì anche a mandare propri esponenti in Parlamento. Dove c’è il potere però si nasconde sempre la mafia, e Vincenzo Virga si era fatto una nicchia dentro quel partito. Frequentava il circolo dedicato a Mazzini, dove i giovani repubblicani più volte tenevano conferenze contro la mafia in tempi in cui c’erano sindaci che negavano l’esistenza della mafia a Trapani. Francesco Milazzo ha detto di avere avuto presentato Vincenzo Virga dentro quel circolo repubblicano e di avere conosciuto anche lì il vice di Virga, un altro imprenditore, Francesco Genna.</p>
<p><strong>Gli escamotage di Vito Mazzara</strong>. Ancora rispondendo alle difese, ma stavolta anche prima ai pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, il pentito Milazzo ha rammentato le abitudini del conclamato killer Vito Mazzara che senza fare una smorfia ha seguito l’udienza da una delle celle dell’aula bunker. Era lui ha detto Milazzo a prepararsi le cartucce, sapeva sovraccaricarle, gli confidò un giorno che sostituendo una parte del fucile riusciva a non fare risultare che a sparare era sempre la stessa arma. “Sapeva sparare e sapeva come modificare l’arma”. Poi ha fatto l’elenco dei delitti commessi insieme, ripetendo sempre che c’erano gli stessi rituali da fare, i sopralluoghi sui luoghi dove si doveva sparare, l’uso di una Fiat Uno, le armi da impiegare. Ha raccontato che con Vito Mazzara in qualche occasione il gruppo di fuoco era armato di tutto punto, con fucili, mitraglie, pistole. Ha fatto i nomi di chi apparteneva a questi gruppi di fuoco, ce ne erano a Trapani, Paceco, a Valderice, in provincia, sempre pronti ad entrare in azione. Ad affiancare Vito Mazzara secondo Milazzo spesso erano Franco Orlando o ancora i valdericini Nino Todaro e Salvatore Barone. Poi ce ne erano altri ancora. Lì la difesa con l’avv. Vito Galluffo, difensore di Mazzara, ha cercato di raccogliere un punto a suo favore, dopo avere fatto fare al pentito nuovamente i nomi dei “presunti” killer, ha ricordato che molti di loro, se non tutti sono stati assolti. Dai delitti, ma non dall’associazione mafiosa. Milazzo ha risposto senza fare una piega, lui che poco prima aveva fatto percepire con le sue risposte che Virga aveva quasi creato una sua “Cosa Nostra” con uomini d’onore riservati, e che quando si sparava erano in pochi a sapere chi era stato. Come accadde per il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, assassinato l’antivigilia di Natale del 1995, a pochi chilometri da Trapani. I complimenti per quel delitto addirittura se li prese il mazarese Vincenzo Sinacori, quando invece a sparare era stato Vito Mazzara come poi ha ricordato lo stesso Milazzo. Oggi i soggetti elencati in aula da Milazzo sono tutti liberi, hanno scontato le pene detentive e sono tornati in libertà. Se davvero sono specialisti dei gruppi di fuoco non c’è forse da stare tranquilli.</p>
<p><strong>Dovevamo uccidere Linares. </strong> Francesco Milazzo aveva conoscenza di una lista di persone che dovevano essere uccise. Uno di questi era l’allora capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares, oggi dirigente dell’Anticrimine della Questura di Trapani. “Doveva essere ucciso, ma Vincenzo Virga ci disse che non era il momento di farlo”. Linares poi nel 2008 fu quello che con le indagini riaprì un fascicolo che stava andando in archivio, quello sul delitto Rostagno.</p>
<p><strong>Rostagno parlava in tv e Mariano Agate diventava nervoso</strong>. Rispondendo ai pubblici ministeri, Francesco Milazzo ha ricordato il fastidio che gli interventi televisivi di Rostagno suscitavano dentro Cosa nostra. “Diceva cose brutte (!) contro di noi, ci insultava, istigava la gente a prendere le distanze dalla mafia”. I più nervosi erano i mazaresi. Milazzo si avvicinò tantissimo alla cosca di Mazara, quando le cose a Trapani, sotto il comando di Virga, cominciarono a prendere una brutta piega, nel senso che Virga si occupava dei suoi interessi personali,  e non sopportava chi poteva remare contro, come proprio faceva Francesco Milazzo. Frequentando i mazaresi ha detto di avere appreso l’astio che cresceva contro Rostagno. “Non avevo bisogno di scambiarmi delle parole, bastava guardare in volto Mariano Agate e capire”. Le riunioni avvenivano dentro la sede della Calcestruzzi Mazara, l’impresa dei fratelli Agate. “Quando c’erano le riunioni c’erano tutti, nessuno assente, da Paceco gli unici che ci spostavamo eravamo io e Vito Parisi, Vincenzo Virga nemmeno sapeva di queste riunioni. Intuiva che noi andavamo a Mazara e per questo lui nei miei confronti aveva come una spina, e se la voleva togliere”. E come faceva a capire che Mariano Agate era nervoso, ad un certo punto gli è stato chiesto. “Quando diventava nervoso si cambiava in volto e poi non faceva altro che mangiare, mangiava sempre”. Più Rostagno parlava., contro di lui, più Agate si metteva a mangiare. Ma Rostagno, altra domanda, era l’unico giornalista che “insultava” la mafia? “Ogni tanto c’era Bologna (Peppe, avvocato, editore della tv privata Tele Scirocco ndr), il figlio dell’avvocato Salvatore, ma a farlo calmare ci pensava suo padre, e noi eravamo tranquilli”.</p>
<p><strong>Un ordine arrivato da fuori</strong>. Di una cosa il pentito Francesco Milazzo si è detto sicuro.e cioè che l’ordine di uccidere Mauro Rostagno venne dato “a Vincenzo Virga” da Francesco Messina Denaro. “Ciccio Messina (u muraturi ndr) mi chiese di fare un sopralluogo nella sede della tv di Nubia, Rtc, dove lavorava Rostagno. Quando gli dissi che tutto era apposto mi rispose che non dovevo essere più io ad occuparmene. Mi sono fatto una idea precisa e cioè quella che l’ordine di uccidere Rostagno arrivò da fuori dalla provincia di Trapani”. Fatti estranei a Cosa nostra? Niente affatto: “Rostagno – ha detto Milazzo – deve avere toccato un nome che non doveva toccare”. Il nome viene sussurrato nell’aula bunker, ed è quello del capo mafia di Mazara Mariano Agate, il boss che stava con un piede dentro cosa nostra e un altro dentro la massoneria più segreta, quella alla quale forse Rostagno si stava interessando da quando si era scoperta l’esistenza a Trapani di logge riservate, quelle della Iside 2. Tra i particolari che Rostagno avrebbe appreso quello che a casa di Mariano Agate, quando questi era libero, addirittura si era recato,ospite alla tavola del boss, il capo della P2 Licio Gelli.</p>
<p><strong> L’autista del boss.</strong> Vincenzo Virga aveva un fedelissimo, un tecnico dell’Enel Vincenzo Mastrantonio. “Virga si fidava di lui non faceva niente se non si portava lui appresso e però Mastrantonio era un tragediatore”. La ricostruzione del delitto Rostagno vuole che quella sera qualcuno si adoperò a tagliare i fili della pubblica illuminazione, o almeno non a tagliarli materialmente, ma a provocare un corto circuito. Mastrantonio poteva essere stato capace a farlo. Milazzo questo non lo sa. Ha detto soltanto di sapere che del delitto Rostagno apprese dalla tv o dalla radio, ma che incontrando Mastrantonio questi lo affontò subito chiedendogli se sapeva “cosa era succeso ai picciotti”. Nelle fasi del delitto era scoppiato infatti il fucile. Milazzo ha detto che fu Mastrantonio a dirglielo, ma di avere troncato subito ogni discorso con Mastrantonio come faceva sempre, “perché non era prudente mettersi a parlare con lui, ogni cosa che sapeva la diceva”, e dentro la mafia sapere cose anche in modo indiretto, che non debbono sapersi, significa mettersi a rischio, e a sentire Milazzo era un rischio parlare per questo con Mastrantonio, che fu ucciso qualche mese dopo che fu ammazzato Rostagno: “Ma il delitto Mastrantonio non c’entra nulla col delitto Rostagno” ha assicurato il pentito Milazzo. E tornando al fucile scoppiato. A Milazzo è stato chiesto se era la prima volta che accadesse una cosa di questo genere. “No – ha risposto -. Non era la prima volta, sapevo che era già successo ma non mi ricordo a chi accadde e in quale delitto, ma so che un fucile esplose perché era stato sovraccaricato”. E Vito Mazzara era uno di quelli che sovraccaricava le cartucce che faceva anche da se, ha detto ancora Milazzo che ha deposto protetto da un paravento e circondato dai poliziotti di scorta, e che è entrato e uscito dall’aula coperto da un giubbotto per non farsi vedere.</p>
<p><strong>L’editore di Rtc, “uno avvicinabile”</strong>. Domande sono state rivolte a Milazzo a proposito dell’imprenditore Puccio Bulgarella che era anche l’editore di Rtc, la tv dove Rostagno lavorava quando fu ucciso. Milazzo ha detto di sconoscere che Bulgarella fosse l’editore della tv, ma ha detto di sapere che Bulgarella erauno che la mafia poteva avvicinare, nel senso avere a disposizione, “poi ad un certo punto fu messo da parte, ma non ho mai saputo il perché. Uno che era avvicinabilissimo era invece suo padre, il padre di Bulgarella”. Se mancavano i riscontri, le parole di Milazzo rendono chiaro come Rostagno non lavorava lontano dalla mafia, non aveva la mafia cento passi come era stato per Peppino Impastato a Cinisi, ma aveva la mafia a pochissimi passi, nel breve spazio che lo divideva dalla stanza dove di solito a Rtc stava l’editore.</p>
<p><strong>“Ci dobbiamo ascippare la testa”. </strong>C’è poco da chiedere o da capire. Quando uno si sente dire che ad un tizio bisogna “ascipparici la testa” significa che quello deve essere ucciso. E così Milazzo ha detto di avere sentito dire di Rostagno. “Quando Ciccio Messina mi disse di fare il sopralluogo ho capito che Rostagno era arrivato, era arrivato significa che doveva essere ucciso, era arrivato alla morte”.</p>
<p>Il processo almeno per questa udienza si è fermato qui, agli ordini di morte impartiti nel tempo da Cosa nostra trapanese che nel frattempo ha avuto la capacità di trasformarsi, di diventare impresa e di diventare sommersa. La prossima udienza il 7 dicembre per sentire un altro pentito, il mazarese Vincenzo Sinacori.</p>
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		<title>La raccolta di olive nel terreno che fu dei Messina Denaro</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 10:47:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Castelvetrano]]></category>
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		<description><![CDATA[
La “contaminazione” positiva della sabbia dell’antimafia portata dal vento di scirocco
 Da queste parti sono gesti normali. Vedere un gruppo di lavoratori che raccolgono le olive è la normalità in un dei territori dove la coltivazione prevalente è quella delle olive. Qui si produce la famosa “nocellara del Belice” una oliva parecchio rinomata. Oliva da mensa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8413" href="http://www.malitalia.it/2011/11/la-raccolta-di-olive-nel-terreno-che-fu-dei-messina-denaro/oliomuseo/"><img class="alignnone size-full wp-image-8413" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/oliomuseo.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<p><strong>La “contaminazione” positiva della sabbia dell’antimafia portata dal vento di scirocco</strong></p>
<p> Da queste parti sono gesti normali. Vedere un gruppo di lavoratori che raccolgono le olive è la normalità in un dei territori dove la coltivazione prevalente è quella delle olive. <strong>Qui si produce la famosa “nocellara del Belice</strong>” una oliva parecchio rinomata. Oliva da mensa ma anche in grado di produrre un olio raffinato per ogni genere di mensa. Un olio che è arrivato finanche sulla tavola della Casa Bianca a Washington. Ma venerdì scorso vedere questa scena, la raccolta di olive in un terreno nelle campagne di Castelvetrano, in contrada Seggio, ha assunto un carattere di grande straordinarietà. Quegli operai che indossavano il giubbotto con scritto il nome della cooperativa Placido Rizzotto di Corleone con la loro presenza segnavano intanto la prima straordinarietà, l’altra era poi quella di trovarsi a lavorare in un terreno appartenuto ad uno degli imprenditori, Sanzone di Palermo, che facevano da corollario alla famiglia dei capi mafia Messina Denaro, Francesco, morto nel 1998, e Matteo, oggi cinquantenne, latitante dal 1993. <strong>L’uliveto è confiscato, per adesso lo gestisce l’associazione Libera,</strong> la mafia aveva fatto passare voce che quel terreno una volta confiscato sarebbe rimasto non produttivo non avrebbe garantito più occupazione ed invece le cose non stanno andando  come Cosa nostra voleva: qui si raccolgono, per il secondo anno consecutivo le olive, qui presto altri lavoratori verranno a lavorare.</p>
<p> <strong>Con gli operai c’è un gruppo di studenti</strong>. Sono venuti a parlare con loro, dialogano con Davide Pati che per conto di Libera nazionale si occupa di beni confiscati, c’è anche il vescovo di Mazara Domenico Mogavero, al collo porta una croce che è in perfetta sintonia con l’evento, è una croce dove ad intrecciarsi sono rami di ulivo, sono riprodotti anche i frutti di quell’albero, una realizzazione perfetta. Poco dopo gli stessi studenti assieme a tanti altri presso l’aula magna della scuola “Ruggero Settimo”, a Castelvetrano, incontreranno e discuteranno ancora con il vescovo Mogavero, col prefetto Marilisa Magna, col magistrato Dino Petralia, in un confronto moderato dall’inviato de “L’Avenire” Toni Mira.</p>
<p> E’ stata una giornata  davvero particolare. <strong>Perché a fare terra bruciata attorno al boss latitante Matteo Messina Denaro non è più solo la magistratura. C’è una coscienza civile che va crescendo</strong>. Non sono grandi passi in avanti, ma ci sono questi passi. Li stanno facendo gli studenti di Castelvetrano, magari non sono adeguatamente aiutati dagli adulti, dalla politica, dalle istituzioni locali, dove c’è chi ha consapevolezza dell’impegno, ma ancora dove tanti pensano che l’antimafia sia una passerella, e poi le cose finiscono con l’andare alla solita maniera, ma il vento di scirocco che da queste parti quando soffia soffia in modo intenso, e porta quella “sabbia” del deserto che contamina, lascia il suo segno, adesso quando soffia da queste parti il vento del sud porta altre particelle di “sabbia”, quelle dell’antimafia, l’antimafia dell’impegno, non si può più far finta di non vedere. Venerdì in quella sala della scuola Ruggero Settimo ad un tiro di schioppo dalla palazzina rimessa a nuova dove abitano due delle sorelle del boss latitante Messina Denaro, si è stato tutti contaminati dalla voglia di fare, dal desiderio di sapere di quegli studenti. Il magistrato Dino Petralia, pm alla procura di Marsala, che proprio 24 ore prima ha firmato un provvedimento che prima non c’era e cioè l’ordine di carcerazione per il boss latitante Matteo Messina Denaro, provvedimento che ha raccolto in un solo foglio le condanne definitive a 5 ergastoli, centinaia di anni di carcere, ha scoperto che la magistratura non è più proprio sola, quantomeno dalla sua parte ha i giovani. Grande la capacità dell’associazione Libera che li ha saputi coinvolgere, con un lavoro che a Castelvetrano è stato condotto senza tanti riflettori attorno, senza palcoscenici, ma iniziative precise, mirate, all’inizio erano pochi i ragazzi a partecipare, poi il numero è cresciuto. Non sono tutti di quelli che siedono nelle istituzioni a partecipare, ma il tempo è segnato, giocoforza non potrà durare molto la finta di essere partecipi e presenti, bisognerà presto anche per loro andare oltre le apparenze e dire da che parte vogliono stare, e però i giovani sempre di più cominciano a dire che per stare nelle istituzioni non bisogna mai prestare il fianco alla mafia, direttamente o indirettamente.</p>
<p> <strong>Castelvetrano non è la città di Matteo Messina Denaro, è la città dei tantissimi cittadini castelvetranesi onesti che vogliono vivere in libertà,</strong> protagonisti di una vera democrazia, senza condizionamenti e inquinamenti. Castelvetrano è la città dove verrà catturato semmai Matteo Messina Denaro che ci si immagina non uscirà in manette da grotte o dalle fogne, ma da qualche palazzo elegante, perché la sua cerchia di protezione, non è più un segreto, è fatta di soggetti che sono professionisti, colletti bianchi. Ma i ragazzi oramai sanno che il boss non può essere più “la testa dell’acqua”, il punto da dove ogni cosa ha inizio, né può essere “adorato”, Matteo Messina Denaro sanno i ragazzi che non è una persona importante, ma è solo un feroce criminale ed assassino.</p>
<p> Ecco Castelvetrano va cambiando in questo modo col vento di scirocco che soffia una sabbia nuova, diversa da quella di una volta, che contamina sempre, ma adesso all’inverso, non sporca, ma porta un nuovo impegno.</p>
<p> Sono disgustati i giovani quando apprendono che una volta davanti ai morti ammazzati si negava l’esistenza della mafia, sono disgustati i ragazzi quando oggi apprendono che per comodo c’è chi tra i politici va dicendo che la mafia è sconfitta. <strong>Dimostrano gli studenti di Castelvetrano di sapere bene che la mafia oggi è altra cosa, gestisce l’economia, e in tempi di crisi, la mafia che ha più capitali cerca di diventare una rinnovata “sirena”.</strong> Ecco come le domande poste al prefetto, al vescovo Mogavero, al pm Petralia, non sono solo domande che vogliono risposte, ma sono domande che celano precise certezze conoscitive e servono a capire fino a che punto le istituzioni civili e religiose sono oggi preparate ad affrontare la “nuova mafia”.</p>
<p> “Non può esistere – risponde il pm Petralia – un concetto di legalità che venga applicato solo quando si parla di mafia. La legalità deve essere semmai concetto diffuso, concetto omnibus, poi ci sono posti in cui la legalità va insegnata con più forza e questo certamente è successo a Castelvetrano dove i doveri di legalità appartengono ai genitori quanto agli insegnanti, insegnamento che deve diventare simbolo concreto di impegno. Questa non è la città di Matteo Messina Denaro, questa è una città che ha dato natali illustri a fior di magistrati, accademici, qui si sono formate e si formano menti eccelse, qui è patria di menti superiori volte al bene e volte al male. Oggi – conclude l’ex componente del Csm – la legalità deve essere verificata avendo dinanzi un nuovo obiettivo, vanno riscossi i frutti di questo insegnamento, come oggi nel terreno confiscato sono stati raccolti i frutti di un nuovo lavoro”.</p>
<p> <strong>Giornata importante quella di venerdì</strong> perché è stata in quell’aula della scuola “Ruggero Settimo” la giornata che ha recato con se l’annuncio che presto nasceranno le cooperative trapanesi di Libera Terra così come sono cresciute in altre terre di Sicilia e d’Italia, nei fondi confiscati. “Qui nasceranno le cooperative sulle terre che furono calpestate da Rita Atria – ricorda Davide Pati – la giovane che volle consegnare a Paolo Borsellino le sue conoscenze apprese nella casa del genitore che era mafioso del paese, le terre confiscate verranno chiamate le terre di Rita Atria”. Il prefetto Marilisa Magno sta accompagnando questo momento di nascita delle cooperative, assieme al prefetto Giuseppe Caruso che guida l’agenzia nazionale dei beni confiscati. “L’attacco ai patrimoni –spiega il prefetto ai ragazzi – resta e non potrebbe essere altrimenti obiettivo fondamentale dello Stato, colpire i patrimoni significa colpire interessi della criminalità organizzata, la mafia continua ad insinuarsi in tutti i settori della società, apparentemente c’è una pace sociale ma c’è ancora la mafia che è capace di impedire la crescita del bene pubblico,e quindi è grande l’impegno dello Stato che si attrezza affidando alle cooperative la gestione dei beni confiscati per favorire lo sviluppo occupazionale”. “I beni confiscati diventano Cosa Nostra – ha aggiunto il prefetto – beni che sono Cosa Nostra perché sono di noi tutti, e questo è l’unico caso in cui Cosa Nostra va scritta a caratteri maiuscoli”.</p>
<p> “La legalità ci appartiene la legalità fa vivere” afferma il vescovo Domenico Mogavero che a Castelvetrano è venuto a ricordare l’impegno per una società migliore e esenza la mafia fatto da don Pino Puglisi che pagò il presso di questo suo lavoro con la vita, “un lavoro fatto con un valore aggiunto che era quello di portare in mano il Vangelo”.</p>
<p> «Le voci isolate rimarranno tali nella lotta alla mafia, quello che serve, invece, è un impegno corale di tutti, al di la delle parole, con la concretezza delle azioni e dei fatti» ha proseguito Mogavero. «I messaggi concreti arrivano proprio da azioni come queste in questa terra che oggi torna alla società civile si raccolgono i frutti profumati di legalità, con un impegno sia del mondo civile che di quello ecclesiastico. E questa è la migliore risposta nei confronti di chi, nei giorni addietro, ha gettato discredito nei confronti di associazioni ecclesiastiche che avrebbero avuto affidamenti di comodo, che accumulano senza alcuni esito produttivo». Il riferimento è al sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi che ha capovolto a suo favore la decisione dell’agenzia nazionale dei beni confiscati che gli ha sottratto l’assegnazione di un fondo di 70 ettari confiscato al boss mafioso narcotrafficante Salvatore Miceli dopo che per anni il Comune di Salemi non è riuscito, o non è voluto riuscire, nell’affidamento in gestione del terreno. Anzi c’è una intercettazione in cui Sgarbi rispondendo al volere del burattinaio di Salemi, l’ex deputato Pino Giammarinaro, afferma che il terreno “a quelli di Don Ciotti non deve andare”, quando c’era Libera assieme a Slow Food che erano disponibili ad assumerlo in gestione. Oggi che l’agenzia nazionale ha revocato l’assegnazione, Sgarbi si è permesso di dire che quel terreno può essere assegnato a tutti ma non agli enti ecclesiastici che a suo dire hanno saputo sfruttare e basta.</p>
<p> <strong>«Non ci sono persone inattaccabili, tutti siamo esposti – risponde Mogavero ad un altro studente -. È la forza morale di ognuno di noi, poi, che ci consente di scegliere tra il bene e il male. La legalità, certamente, fa vivere». E a proposito di Matteo Messina Denaro: «Lui è un nostro diocesano, si costituisca, saprà come fare».</strong></p>
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		<title>Avana&#8230;..la trasmissione che Rostagno non riuscì a fare</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 12:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>
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Puoi vestirti più che chic 
e rimbalzare come un clown, ma 
il cuore è barbaro, barbaro, barbaro. Ti capisce come sei, 
lui ti conosce come sei 
non basta un attimo, attimo, attimo, 
ma anni, anni, anni… 
E’ l’attacco di una tra le più belle canzoni del cantautore genovese Paolo Conte, è il testo di “Anni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a rel="attachment wp-att-8319" href="http://www.malitalia.it/2011/11/avana-la-trasmissione-che-rostagno-non-riusci-a-fare/mauro-6/"><img class="alignnone size-full wp-image-8319" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/mauro.jpg" alt="" width="225" height="224" /></a></em></p>
<p><em>Puoi vestirti più che chic </em></p>
<p><em>e rimbalzare come un clown, ma </em></p>
<p><em>il cuore è barbaro, barbaro, barbaro. Ti capisce come sei, </em></p>
<p><em>lui ti conosce come sei </em></p>
<p><em>non basta un attimo, attimo, attimo, </em></p>
<p><em>ma anni, anni, anni… </em></p>
<p><strong>E’ l’attacco di una tra le più belle canzoni del cantautore genovese Paolo Co</strong>nte, è il testo di “Anni, anni, anni”, che Mauro Rostagno aveva scelto per lanciare nel 1988 quella che doveva essere la sua nuova trasmissione ad Rtc, “Avana” il titolo, c’era il promo già realizzato, si vede in queste immagini che spesso continuiamo a potere vedere grazie ai familiari di Mauro, Chicca, Maddalena, la compagnia e la figlia, o ancora Carla, la sorella, o l’altra figlia, Monica, o per volontà di tanti suoi amici a cominciare con quelli di Ciao Mauro e della “nuova” Saman; lui è allegro, sorridente, vestito di bianco, con il panama e un sigaro, girare tra il giardino del baglio di Lenzi dove sono al lavoro un gruppo di scenografi, c’è una palma, in cartone, e una grande poltrona in vimini, l’immagine di una donna di colore, uno sfondo cubano. <strong>Appare come se volesse apparire “scanzonato”. “Avana” il titolo di questa trasmissione mai andata in onda perché qualche giorno dopo avere girato questo filmato, Rostagno fu ucciso dai sicari mafiosi, era il 26 settembre 1988. </strong>“Avana” perché? Perché questo titolo. Una idea ce la siamo fatta, seguendo il processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani e dove sono imputati del delitto il capo mafia Vincenzo Virga, presunto mandante, e il killer Vito Mazzara, presunto sicario, tutti e due in carcere a scontare ergastoli per altri delitti di mafia, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso davanti alla moglie e alla figlioletta (la vedova Liliana Riccobene non sapeva ancora che in grembo portava una seconda figlia) l’antivigilia di Natale del 1995, la morte dell’agente, non deve mai dimenticarsi, per indicare quanto violenta è stata la mafia, e che la mafia di oggi, quella cosidetta sommersa e imprenditoriale, è la stessa che quel 23 dicembre 1995 ammazzò quell’agente perché quella morte doveva essere il regalo di Natale che dai mafiosi liberi arrivava a quelli detenuti e al 41 bis, al carcere duro. Virga e Mazzara non sono due stinchi di santo, e nel processo non c’entrano certo perché servivano dei colpevoli ad ogni costo. Ma questa è un’altra storia. Torniamo alla trasmissione che Rostagno non riuscì a mandare in onda, “Avana”. C’è un dato: nessuno di chi lavorava con lui ad Rtc ne ha mai saputo parlare. Tutti quelli che si sono presentati come stretti collaboratori, fidati alleati, interpellati non hanno saputo dire niente di “Avana”. Addirittura la sigla del promo pronta la scopriranno dopo la morte di Mauro Rostagno. Era però una trasmissione cui Rostagno teneva. Perché aveva cominciato a raccogliere della documentazione. Agli atti del processo sono entrati due enormi faldoni di carte, fogli con appunti vergati da Mauro, fotocopie di giornali, articoli sottolineati e commentati anche in modo succinto, ma la calligrafia è quella sua, che Rostagno aveva raccolto e che dopo la sua uccisione finirono nelle mani dell’avv. Nino Marino, allora dirigente del Pci che a processo ricominciato se ne è ricordato riconsegnadole a chi le aveva date a lui, ossia Chicca Roveri, la compagna di Mauro. Sembra che quelle carte non erano altro che il menabò, la traccia della trasmissione.</p>
<p><strong>Cominciamo a ragionare sul titolo che la trasmissione doveva avere</strong>. “Avana”, la capitale di Cuba. Chissà nelle sue intenzioni la trasmissione doveva evocare l’isola cubana che a ridosso del mondo occidentale aveva mantenuto, e mantiene, una sorta di indipendenza dall’Occidente, l’isola dove si sono mischiati e soprattutto in quegli anni, politica internazionale con affari poco chiari, intrighi internazionali, traffici di droga e di armi, dove si sono stipulati patti irrivelabili, per tentare di fermare i quali nel 1962 si rischiò il terzo conflitto mondiale, con lo scontro tra le superpotenze Usa e Urss. Cosa c’entra “Avana” con la Sicilia e con Trapani? Qualcosa c’è di comune tra le due isole. Basta solo pensare che non sono frutto di fantasie ma dati di fatto le circostanze che per anni in Sicilia si sono incrociati, alleandosi o facendosi la guerra, i servizi segreti di mezzo mondo, qui c’erano i campi di addestramento del terrorismo, i militanti dell’eversione di centro destra che si muovevano coperti dai servizi segreti. Prima e dopo il delitto Rostagno la mafia con questi contatti ha preso nuova forma, è diventata stragista, lo stesso tritolo usato per attentati in settentrione, come al treno rapido 904, risultò usato per il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Facone, la strage di Pizzolungo del 1985, l’attentato alla villa del sindaco di Palermo, Elda Pucci, in Sicilia la mafia proteggeva Comiso e la base dei Cruise e per questo, ma anche per altro, fece fuori il pacifista per eccellenza dell’epoca, il segretario del Pci Pio La Torre. Fino ad arrivare alla stagione stragista del 1992 e del 1993. Proprio come nella capitale del dittatore Fidel Castro la Sicilia da decine di anni è percorsa da traffici di droga, armi, rifiuti tossici, gestiti da sacre alleanze, servizi segreti (che diventano deviati quando si scoprono loro agenti con le “mani nella marmellata”), pezzi di istituzioni, criminalità organizzata che in Sicilia la si deve chiamare in un solo modo, Cosa nostra. Affari illeciti, sporchi di sangue e la politica. Mafiosi che scelgono i deputati da eleggere. Mafiosi che vengono eletti nei consessi civici. Consenso elettorale pilotato, la gente abituata a votare in massa non solo tappandosi il naso ma anche ad occhi chiusi, i candidati dei mammasantissima, come accadeva nei regimi comunisti, e Cuba era un’isola dell’oramai oggi disciolto impero sovietico. E poi la storia dell’indipendenza. Non è una fandonia quella che Matteo Messina Denaro in persona, l’attuale super latitante, l’unico sfuggito alla cattura dei mafiosi della disciolta cupola, aveva dato incarico ad un potente narcotrafficante, Saro Naimo, ora arrestato e “pentito”, di contattare le famiglie mafiose americane per vedere se c’era ancora la possibilità di un colpo di stato che portasse sotto il Governo Usa la Sicilia.</p>
<p><strong>Dicevamo le “carte” con gli appunti di Rostagno entrate nel processo</strong>. Rostagno in tre pagine dattiloscritte aveva la “mappa” della mafia trapanese, Minore di Trapani, Rimi di Alcamo, Evola, Agate di Mazara, i Burzotta anche loro di Mazara, uno di loro, Peppe finì arrestato e assolto, mentre era consigliere comunale, il figlio oggi siede in Consiglio provinciale, c’era indicato l’imprenditore Paolo Lombardino, Vincenzo Sinacori che all’epoca non diceva nulla, ma che sarebbe diventato capo mafia di Mazara e poi pentito, uno dei complici più vicini a Matteo Messina Denaro, in questo elenco un altro allora sconosciuto, Vito Bigione, ufficialmente armatore, di fatto lo si troverà come ambasciatore dei narcotrafficanti in Namibia nei primi anni del 2000. Ci sono i riferimenti ai mafiosi di Catania, in un appunto vergato a mano spunta fuori il nome dell’allora ministro Vittorino Colombo e una annotazione affianco, “Castelvetrano”. Nello stesso foglio un commento che di quelli letti verrebbe definito ad alta voce, a proposito della mafia, “violenza senza volto e senza colore”. Poi un appunto sul processo per l’omicidio avvenuto nel 1980 dell’allora sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, “un processo senza parti civili”. Una storia che a Trapani si è ripetuta ancora fino a poco tempo addietro. Tra i faldoni le copie degli atti sull’indagine relativa alla loggia Iside 2, la massoneria super segreta trapanese, dove funzionava una camera che compensava gli intressi di massoni, massoni-mafiosi, politici, colletti bianchi. Ci sono anche copie dei reportage sulla P2 di Gelli. Documenti politici, fotocopie di giornali sulla strage di Pizzolungo del 1985. Ci sono gli articoli di giornale su una morte ancora oggi rimasta misteriosa quella di un giovanissimo pacecoto Rosario Cusumano, ucciso a fine febbraio del 1988. Ci sono alcuni articoli sul sequestro e la morte di Aldo Moro e ancora articoli su politici all’epoca potenti, come il repubblicano Aristide Gunnella, su questi un articolo sottolineato, “l’onore del ministro”. E ancora alcune copie di articoli sul nucleare. Molto materiale è sui grandi traffici di droga che attraversavano la Sicilia, spillagti poi una decina di fogli, intestati con nomi di grandi mafiosi, si apprestava forse a farne delle schede, il catanese Calderone, il killer Pino Greco, “scarpuzzedda”, il “senatore” Salvatore Greco, fratello del “papa” della mafia, Michele Greco, Totò Minore, Bernardo Provenzano, Totò Riina, e infine Salvo Lima. Ci sono gli articoli sul Belice non ricostruito e sugli sprechi del dopo terremoto, ma anche sulla monnezza di Napoli che costituisce un business per la camorra. Con particolare cura e diverse sottolineature sono poi gli articoli su un faccendiere diventato famoso da quegli anni in poi, Aldo Anghessa, uno trovato socio in traffici di armi con mafiosi trapanesi e su un imprenditore palermitano blasonato, il conte Cassina e poi sulle banche e sui “soldi della mafia”. Nomi, fatti, circostanze, sospetti.</p>
<p><strong>Stiamo ancora a dire che Rostagno si occupava di piccoli spacci di droga, di faccenducole cittadine, e che la sua morte va cercata lontano da Trapani e dalla Sicilia?</strong> O Rostagno già quando parlava della “monnezza” e della città di Trapani semrpe sporca, toccava già un affare che interessava i mafiosi, il ciclo dei rifiuti? O quando parlava dei mafiosi di Trapani e Catania alleati, non parlava anche dei grandi appalti che le imprese “raccomandate” dal boss etneo Nitto Santapaola venivano a prendersi tranquillamente all’ombra delle falde di Erice?</p>
<p><strong>E’ difficile sostenere, e solo chi vuol essere cieco lo fa, che la mafia è distante dal delitto, e soprattutto non è faciel dire che è tutta acqua passata sotto i ponti</strong>. Rileggendo editoriali e appunti di Rostagno sembra leggere la preparazione di un notiziario giornalistico di oggi, perché gli argomenti restano attuali, solo che molti dei giornalisti di oggi preferiscono girarsi dall’altra parte, come mafia comanda.E forse per vedere cambiate le cose bisogna aspettare anni, “anni, anni, anni”.</p>
<p><em>Per capirne un po’ di più </em></p>
<p><em>e per saperne un po’ di più </em></p>
<p><em>non basta un attimo, </em></p>
<p><em>attimo, attimo. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ci va il tempo che ci va, </em></p>
<p><em>sì, tutto il tempo che ci va, </em></p>
<p><em>non basta un attimo, </em></p>
<p><em>attimo, </em></p>
<p><em>attimo, </em></p>
<p><em>ma anni, anni, anni…</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Marsala: il consigliere che non voleva dimettersi lascia il seggio.</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 12:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Beni confiscati]]></category>
		<category><![CDATA[Marsala]]></category>
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Aveva resistito in tutti i modi. Anche lui come altri politici trovatisi a fare i conti con la giustizia aveva dichiarato il complotto. Vito Celestino Errera, 47 anni, imprenditore, si è ritrovato a fare il candidato eletto al consiglio comunale di Marsala, nonostante una condanna inflittagli per avere aiutato un latitante, condannato a sua volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8180" href="http://www.malitalia.it/2011/10/marsala-il-consigliere-che-non-voleva-dimettersi-lascia-il-seggio/marsala-2/"><img class="alignnone size-full wp-image-8180" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/marsala.jpg" alt="" width="256" height="196" /></a></p>
<p>Aveva resistito in tutti i modi. Anche lui come altri politici trovatisi a fare i conti con la giustizia aveva dichiarato il complotto. Vito Celestino Errera, 47 anni, imprenditore, si è ritrovato a fare il candidato eletto al consiglio comunale di Marsala, nonostante una condanna inflittagli per avere aiutato un latitante, condannato a sua volta all’ergastolo, a sottrarsi alla cattura. Dibattiti consiliari, prese di posizione, intervento dell’associazione Libera, raccolta di firme, Errera, fratello di un altro soggetto anche lui condannato per mafia, ha eroicamente resistito, difendosi in aula consiliare, continuando a partecipare alle riunioni politiche, nonostante il giudizio su di lui scritto nella sentenza che lo riguarda non era certamente eccelso. Avrebbe dovuto indurre gli altri del mondo politico a prenderne le distanze, ma nessuno davvero lo ha mai fatto in questi anni, quasi rispettando più lui, condannato, che il giudizio di un Tribunale.</p>
<p>D’improvviso invece le dimissioni. Vito Celestino Errera ha gettato la spugna. Ha lasciato il consiglio comunale di Marsala. Cosa è accaduto? Un’altra condanna, stavolta del Tribunale delle Misure di Prevenzione di Trapani, sequestro di beni e applicazione della sorveglianze speciale. Errera mentre l’ufficiale giudiziario lo cercava per notificargli il provvedimento, ha presentato le dimissioni alla segreteria generale del Comune, si è guardato bene dallo “svelare” le vere ragioni, ha parlato di motivi personali.</p>
<p><strong>L’ordinanza</strong>. Nel pomeriggio del 24 ottobre personale dell’Ufficio Misure di Prevenzione Personali e Patrimoniali della Questura di Trapani ha eseguito il decreto di sequestro n. 42/2011 R.M.P. emesso dal Tribunale Sezione Misure di Prevenzione di Trapani il 13 luglio 2011 e depositato il 14 ottobre, con il quale, ai sensi dell’art. 2 <em>ter </em>comma 10<em> </em>della legge 575/65, su accertamenti patrimoniali svolti da personale del prefato Ufficio Misure di Prevenzione Personali e Patrimoniali, è stato disposto, nei confronti di <strong>ERRERA Vito Celestino</strong>, nato a Marsala il 6.4.1964, ivi residente, Consigliere Comunale del Comune lilibetano<a href="http://www.malitalia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>, il sequestro <em>per equivalente</em> (valore euro 299.000,00) dei seguenti beni:</p>
<ol>
<li><strong>fabbricato</strong>, cat. A/3, adibito a civile abitazione di vani 7,5, identificato in catasto al foglio 121, part. 1201 (<em>ex</em> particelle 472 e 473) pervenuto all’Errera Vito Celestino per donazione dal di lui genitore Errera Domenico, cl. 1937, giusta rogito del 9.7.1986 del notaio G. Greco di Marsala, ubicato in Marsala, nella contrada Casazze;</li>
</ol>
<p> </p>
<ol>
<li><strong>terreno agricolo</strong>, ubicato nel Comune di Marsala, in catasto al foglio 121, part. 474 (vigneto) e 475 (seminativo), esteso nel suo complesso are 5.40, pervenuto all’Errera Vito Celestino per donazione del di lui genitore Errera Domenico, cl. 1937, giusta rogito del 9.7.1986 del notaio G. Greco di Marsala;</li>
</ol>
<p> </p>
<ol>
<li><strong>terreno</strong> sito in Marsala, nella c.da Perino n. 261/a, in catasto al foglio 148, part. 194, 161, 622 (<em>ex</em> 467), 623 (<em>ex</em> 467) e 624 (<em>ex</em> 467), esteso nel suo complesso ettari 2.74.40, in comproprietà tra LA GRUTTA Grazia Maria (madre dell’Errera Vito Celestino) e il di lei fratello LA GRUTTA Giuseppe.    </li>
</ol>
<p> </p>
<p><strong>La sorveglianza speciale</strong>. Con il provvedimento applicato all’ERRERA Vito Celestino, ai sensi della medesima normativa antimafia, è stata decisa la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale della P.S. con obbligo di soggiorno per anni due e mesi sei, con imposizione di cauzione pari ad euro 3.500,00.</p>
<p><strong>L’indagine</strong>. Ha cercato di sottrarre al sequestro beni che appartenevano al fratello Vincenzo Maurizio Errera e cioè la <em>Errera Calcestruzzi</em><em> s.r.l. </em>e la<em> Superbeton</em><em> s.r.l, aziende che secondo le indagini antimafia erano funzionali a manetenere contatti tra le </em>consorterie mafiose di Trapani e di Borgetto; la sentenza che direttamente lo riguarda è quella pronunciata dal GUP di Palermo il 13 marzo.2009 (poi confermata dalla Corte d’Appello di Palermo il 5 luglio.2010) per l’appoggio logistico assicurato al pericolosissimo latitante RALLO Antonino, allora <em>reggente</em> della famiglia mafiosa marsalese, “vicenda sintomatica dell’assoluta fiducia di cui l’ERRERA Vito Celestino godeva nella cerchia di altolocati esponenti della predetta cosca”. L’oramai ex consigliere comunale è stato giudicato colpevole del reato di procurata inosservanza di pena aggravato ai sensi dell’art. 7 D.L. 152/91, per aver aiutato Nino Rallo a sottrarsi all’esecuzione della pena dell’ergastolo, mettendo a disposizione di questi &#8211; con la collaborazione di altri soggetti &#8211; un’autovettura Fiat Punto presa a noleggio ed utilizzata per assolvere alle incombenze connesse al mantenimento della sua latitanza. Il giudice a proposito di Vito Celestino Errera ha annotato in sentenza: <em>“…si ritiene che l’ERRERA, con la sua articolata condotta, abbia prestato un insospettabile e prezioso contributo, tanto cosciente quanto consapevole e volontario, per depistare le indagini che erano in corso e per favorire ulteriormente, così, la clandestinità del RALLO, un soggetto che era stato “assunto in carico”, almeno nell’ultimo periodo della sua latitanza, dal</em>  …omissis… <em>e dal </em>…omissis… <em>nei termini sopra spiegati e nell’interesse dell’intera organizzazione mafiosa, così radicata in quello specifico contesto locale”</em>; ed ancora, <em>“va evidenziata la non trascurabile rilevanza della condotta delittuosa che risulta aggravata ai sensi del contestato art. 7 D.L. 152/91 posto che, come sopra illustrato, il soggetto favorito (RALLO Antonino) era un pericoloso esponente mafioso, irrevocabilmente condannato per gravissimi episodi delittuosi commessi nell’interesse dell’organizzazione Cosa Nostra”.</em></p>
<p><strong>La decisione odierna</strong>. I giudici del Tribunale delle Misure di prevenzione hanno aggiunto: <em>“è notorio che una delle “risorse” su cui può far leva l’organizzazione “cosa nostra” è proprio quella di mantenere costantemente i suoi adepti nel territorio di loro appartenenza ed influenza mafiosa, persino quando costoro sono ricercati dalle forze di polizia. Un vincolo che sovente viene assicurato grazie all’intervento di insospettabili favoreggiatori solitamente sconosciuti alle forze di polizia e preferibilmente immuni da pregiudizi penali, ossia secondo la dinamica seguita nel caso dell’odierno imputato ERRERA Vito Celestino, un soggetto, peraltro, risultato ben inserito nel contesto sociale e politico della sua città (dove rivestiva la carica di consigliere comunale)…….”.</em></p>
<hr size="1" /><a href="http://www.malitalia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> eletto, all’esito delle consultazioni amministrative del maggio del 2007, nella lista “<em>Giovani e donne per Marsala – Lo Curto Sindaco</em>”, ed in data 3.7.2007 transitato nel gruppo consiliare dell’U.D.C., in seno al quale è stato nominato vice capogruppo. – Dimissionario sabato 22 u.s.</p>
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		<title>Il senatore deve essere processato</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 13:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Coppa America]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[Senatore D'Alì]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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Il suo nome è stata una costante nelle indagini antimafia più recenti. La cosiddetta mafia borghese, quella che ha “comandato” su Trapani e la provincia è finita sempre col girare attorno alla sua persona. Lui da ultimo è uscito dal silenzio protestando perché continuamente il suo nome viene accomunato a “malefatte” e “complotti”. Adesso però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8176" href="http://www.malitalia.it/2011/10/il-senatore-deve-essere-processato/coppa-america2005/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8176" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/coppa-america2005-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" /></a></p>
<p><strong>Il suo nome è stata una costante nelle indagini antimafia più recenti. La cosiddetta mafia borghese, quella che ha “comandato” su Trapani</strong> e la provincia è finita sempre col girare attorno alla sua persona. Lui da ultimo è uscito dal silenzio protestando perché continuamente il suo nome viene accomunato a “malefatte” e “complotti”. Adesso però per il senatore Antonio D’Alì, “patron” berlusconiano a Trapani (<em>sindaco del capoluogo Fazio permettendo perché rotta l’antica alleanza tra i due non c’è per niente pace)</em> si prospetta l’ingresso da indagato nell’aula del giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Palermo. La Procura antimafia di Palermo ne ha chiesto infatti il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. La firma in calce al provvedimento è quella del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei sostituti procuratore Paolo Guido e Andrea Tarondo.</p>
<p><strong>Il nodo è quello del rapporto mafia, imprese e politica</strong>. Sullo sfondo nell’atto di accusa formato dalla Procura antimafia di Palermo, formato da diversi faldoni, si staglia, e nemmeno come un “fantasma” la figura di Matteo Messina Denaro, il super latitante di Cosa nostra trapanese, cresciuto affianco al padre, don Ciccio Messina Denaro, campiere nei terreni dei D’Alì, e come ha raccontato l’ex moglie del senatore, la signora Picci Aula, capitava talvolta che il piccolo Matteo passasse le giornate nella tenuta dei D’Alì. Ovvio che non è il fatto di quel ragazzino che poteva sedere sulle ginocchia di qualcuno dei benestanti trapanesi che avevano i terreni a Zangara, territorio belicino di Castelvetrano, che ha portato oggi il senatore ad un passo dal processo per mafia, l’inchiesta è fatta di ben altro, cominciando proprio dalla vicenda che gira attorno ai terreni di Zangara. Il pentito di mafia Francesco Geraci già nel corso di un processo che contrapponeva un altro D’Alì, il prof. Giacomo, cugino del senatore ed ex componente del Cda della Comit, e il deputato ed ex presidente nazionale dell’antimafia, Francesco Forgione, riferì che quel terreno fu oggetto di una falsa compravendita tra i D’Alì e la famiglia mafiosa locale. I denari pagati davanti al notaio sarebbero stati riconsegnati dai D’Alì a Geraci che puntualmente ha detto di averli andati a prendere presso la sede della banca, quando questa aveva i suoi uffici direzionali nel corso Piersanti Mattarella a Trapani. <strong>Il racconto di Geraci avrebbe trovato riscontro anche nelle dichiarazioni di alcuni suoi congiunti</strong>. La difesa di D’Alì ha tirato fuori un compromesso risalente al 1982 e però la storia dei soldi restituiti non sarebbe del tutto infondata, e in questo contesto è saltato fuori il nome di Pietro D’Alì, fratello del senatore, anche lui avrebbe partecipato alla restituzione.</p>
<p> Non sono pochi i faldoni di questa indagine che si è riaperta quando stava per andare in archivio. La Dda di Palermo si era mossa in questo senso, quando il gip Antonella Consiglio ha invece rigettato la richiesta e respinto le tesi difensive, ordinando nuovi approfondimenti. Il risultato è quello di queste ore, richiesta di rinvio a giudizio. Ai faldoni dell’accusa ci sono da aggiungere anche quelli della difesa che ha svolto rispetto all’avviso di conclusione delle indagini che era stato notificato dalla Dda poco prima dell’estate, una intensa attività investigativa, ascoltando decine e decine di persone, tra Trapani, Roma e Palermo. La Dda però non ha cambiato strada ed ha imboccato quella del dibattimento.</p>
<p> <strong>Sul tavolo i magistrati hanno posto i verbali dell’ultimo più importante dichiarante del trapanese, l’imprenditore Nino Birrittella, </strong>che ha riferito di particolari relativi alla campagna elettorale nazionale del 2001, quella che vide trionfare il centrodestra e D’Alì divenne sottosegretario all’Interno e lo restò fino al 2006. Birrittella affiancava il padrino Ciccio Pace nella cupola di cosa nostra trapanese, ed ha detto del sostegno della mafia alla campagna elettorale di D’Alì. Ma ancora ha anche fatto un passo indietro quando lo stesso sostegno sarebbe stato concesso dal precedente capo mafia, Vincenzo Virga, che in quel 2001 veniva arrestato dopo sette anni di latitanza. Appalti, acquisto di caserme da destinare ai carabinieri, come quella di San Vito Lo Capo, sarebbero vicende nelle quali la mafia avrebbe avuto il suo tornaconto e il senatore D’Alì si sarebbe occupato per garantire questo tornaconto. Uno dei capitoli dell’impianto accusatorio è quello dei rapporti con mprenditori fortemente discussi, come l’imprenditore Francesco Morici, o ancora con imprenditori nel frattempo finiti in carcere con condanne definitive per mafia, come il valdericino Tommaso Coppola: è uno di quelli che si è molto bene raccordato con lui, ha reso dichiarazioni fermandosi proprio sull’uscio dei rapporti tra mafia e politica. D’Alì però su questo versante si è difeso indirettamente (non è stato mai sentito dai magistrati, sebbene adesso lui, dopo l’avviso di conclusione delle indagini poteva chiederlo), “si dimentica – dice &#8211; che i rapporti politici portavano Coppola a sinistra, ma di questo non si parla. Io mi sono interessato a fare arrivare finanziamenti per la crescita di questo territorio, non per arricchire ora uno ora l’altro imprenditore, le dico di più, rifarei tutto quello che ho fatto”.</p>
<p><strong>Un altro dei capitoli di indagine è quello relativa alla “cricca” che si sarebbe realizzata ai tempi dei lavori preliminari per rendere il porto di Trapani adeguato ad accogliere nel 2005 le barche a vela della Coppa America</strong>. Lì la mafia, lo dicono sentenze passate in giudicato, si infiltrò con le proprie forniture. Cemento, ferro, inerti. Propedeutica a non avere intralci sarebbe stata l’azione contestata anche al senatore D’Alì di avere “spinto” nel 2003 perché andasse via l’allora prefetto Fulvio Sodano, al suo posto giunse l’ex questore di Roma, Giovanni Finazzo che con D’Alì si mostrava apertamente come grande “amicone”. Il contrasto tra D’Alì e Sodano ci sarebbe stato all’epoca dell’intervento della prefettura a favore dell’azienda confiscata alla mafia Calcestruzzi Ericina.</p>
<p> Oggi il senatore Antonio D’Alì, a Palazzo Madama dal 1994, è presidente della Commissione Ambiente del Senato dal 2008, esponente berlusconiano dalla prima ora.</p>
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		<title>Processo Rostagno:  la lezione di mafia del poliziotto Giuseppe Linares.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 18:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>
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Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8066" href="http://www.malitalia.it/2011/10/processo-rostagno-la-lezione-di-mafia-del-poliziotto-giuseppe-linares/mauro1/"><img class="alignnone size-medium wp-image-8066" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/mauro1-300x136.jpg" alt="" width="300" height="136" /></a></p>
<p><strong>Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta</strong>, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del 2005 aveva ricostruito il puzzle degli affari mafiosi esistenti nel trapanese, “infilzando” uno dietro l’altro tutti i latitanti di mafia, che vivevano protetti da una congrega di colletti bianchi, seguendo le tracce lasciate da decine e decine di appalti pilotati. Una cosa che fecero quegli investigatori, che riesumarono i rapporti di un famoso capo della Mobile di Trapani, Rino Germanà, fu quella di riuscire a retrodatare alleanze e traffici vari agli anni ’80, tutto oggi con il sigillo di diverse sentenze passate in giudicato e un elenco di nomi, mafiosi, imprenditori, che costituivano, con la copertura della massoneria dilagante, la galassia della mafia trapanese. Alcuni di questi soggetti oggi scontata la galera sono tornati in auge, il boss latitante Matteo Messina Denaro che in quel 1988 cominciava a crescere a colpi di morti ammazzati, ne è oggi il boss e loro capo  indiscusso, guida la cosidetta mafia sommersa, quella che è diventata impresa, holding, cassaforte di immensi tesori . <strong>Linares nel 2008 fece quello che qualsiasi bravo investigatore deve fare, accertarsi se sono state fatte, ripetute, nel tempo, le comparazioni balistiche, per il delitto Rostagno per la verità questi riscontri non erano stati mai fatti,</strong> il processo in corso in Corte di Assise sta facendo scoprire che non solo alcune basilari indagini non furono compiute, dai carabinieri che hanno indagato sul delitto per 20 anni,  ma che addirittura sono scomparsi o finiti in fascicoli “sbagliati” verbali e testimonianze che sarebbero stati utili ad arrivare presto, certamente prima del termine dei 23 anni dall’omicidio, alla matrice mafiosa. Le indagini di Linares fecero rileggere i verbali che molti pentiti sul delitto Rostagno avevano reso addirittura nel 1997, pentiti che avevano svelato il malumore di boss come i Messina Denaro contro Rostagno, e poi gli esami balistici hanno fornito il risultato che ha portato l’ex campione di tiro a volo della nazionale italiana, Vito Mazzara, sotto processo. L’ennesimo per lui con accusa di omicidio. Sta scontando, con Virga, ergastoli per delitti efferati, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso nel 1995 l’antivigilia di Natale in un sobborgo agricolo di Trapani, la sua morte era il regalo dei mafiosi liberi a quelli in cella e che stavano al 41 bis. <strong>Il delitto Rostagno per modalità di esecuzione, per armi usate, combacia perfettamente con altri delitti commessi da Mazzara, omicidi seriali, dove la firma di Mazzara è diventata anche la sua ripetuta abitudine a marcare le cartucce prima del loro utilizzo</strong>, facendole attraversare la canna del fucile e facendole colpire dalla culatta, senza però farle esplodere. Era un modo per rendere impossibile ogni perizia balistica di compatibilità, l’espediente ripetuto è diventato elemento di conferma, così come l’abitudine a sovraccaricare le cartucce, circostanza questa che il 26 settembre del 1988 portò ad esplodere il fucile imbracciato da uno dei killer che con Mazzara entrarono in azione per uccidere Rostagno. Alla Corte di Assise di Trapani Giuseppe Linares ha spiegato questi passaggi investigativi e descritto 20 anni di indagine. Non è stata una lunga testimonianza perché le regole processuali prevedono che gli investigatori non possano essere dettagliati nei loro racconti, certo è che i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, come le parti civili, sono usciti soddisfatti dall’udienza, le difese degli imputati invece  hanno vinto laddove codice alla mano hanno impedito al teste di ripetere ciò che i pentiti hanno detto sul delitto, perché i pentiti verranno sentiti, c’è chi però ha (mal) pensato che le difese possono avere vinto l’udienza, se l’udienza si vince chiedendo al teste quanto costa un fucile calibro 12, non ottenendo risposta, certo che si in questo caso l’udienza è stata vinta dalla difesa.</p>
<p><strong>Nel 1988 quando venne ammazzato, Mauro Rostagno faceva il giornalista in una tv locale di Trapani, Rtc,  l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella, un giorno si e l’altro pure si incontrava con Angelo Siino, il ministro dei lavori Pubblici di Cosa nostra e di Totò Riina</strong>. Nello stesso anno, sempre il 1988, mafia, impresa e politica costituirono un tavolino dove veniva diviso tutto quello che era possibile spartire e trasformare in denaro, consenso, potere. Linares rispondendo ai pm e alle altre aprti del processo e poi anche allo stesso presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, ha descritto ill vissuto investigativo del suo ufficio, a proposito della perenne presenza della mafia nel trapanese nel territorio, oggi dentro l’economia, le istituzioni, la società, e indicando le connessioni con le quali oggi la mafia di Matteo Messina Denaro riesce ad alimentarsi. Sui personaggi imputati nel processo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, Linares ha speso molte parole: Virga, che segue il dibattimento in video conferenza, dal carcere di Parma, fu catturato dagli uomini di LInares nel 2001 dopo sette anni di latitanza, “era l’uomo di Provenzano, gestiva imprese e appalti, aveva attribuito ai figli Franco e Pietro ogni compito di esercitare la pressione mafiosa sul territorio, anche usando la violenza; Mazzara, che segue il processo stando in aula, ieri vestiva una elegante sahariana, è un ex campione di tiro a volo che ha disputato gare con la divisa della nazionale azzurra, circostanza che la difesa ha tenuto a fare emergere, e però tra una gara e l’altra di campionato, andava in giro con Matteo Messina Denaro a compiere delitti; Mazzara è l’uomo che la mafia trapanese vuole proteggere a tutti i costi, in carcere non gli fanno mancare niente e <strong>Linares ha ricordato di una intercettazione nella quale alcuni mafiosi parlano di lui dicendo che non lo si deve abbandonare anche se in carcere, perché lui è un pezzo di storia della mafia e un suo pentimento sarebbe disastroso per Cosa nostra</strong>. A vederlo come sta Vito Mazzara sta in carcere senza che niente gli manca.</p>
<p><strong>Nel 1988 ha ricordato Linares era libero il gotha non solo trapanese ma anche siciliano di Cosa nostra, ed i gruppi di fuoco erano operativi</strong>. Mentre crescevano gli affari e le alleanze. La mafia diventava un tutt’uno con l’imprenditoria e la politica, il territorio veniva assalito dalle speculazioni che nessuno ostacolava. A Trapani si parlava poco di mafia, anzi si parlava poco e c’era silenzio sulle cose che non andavano. Rostagno ruppe l’andazzo, “era un giornalista fuori dal coro” ha detto l’ex capo della Mobile. “Questo suo modo di fare giornalismo, di fare le denuncie non era raccolto da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Lipari, praticamente lui da Rtc era a fvare la cronaca di quel processo che restava non considerato adeguatamente dagli altri organi di informazione. Rostagno di questo processo parlava abbondantemente e per quello che abbiamo tratto noi investigatori,  questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra. La mafia non lo  poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. Questa è la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso”. Linares ha ricordato come già “nel rapporto della Mobile del 1988 venivano citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania, interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani, ne parlava senza uno straccio di riscontro giudiziario, per questi fatti i riscontri giudiziari arriveranno anni dopo il suo assassinio”.</p>
<p><strong>Il difensore di Vincenzo Virga, l’avv. Giuseppe Ingrassia, ha però cercato di inserire un colpo ad effetto con una domanda che però non ha imbarazzato Linares</strong>. “Come mai nei tanti editoriali, Rostagno non parla mai di Virga e della sua impresa all’epoca principale, la Calcestruzzi Ericina”. “Non ne poteva parlare e non lo avrebbe potuto mai fare – ha risposo Linares &#8211; perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90, considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si ebbe contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista. Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e Bernardo Provenzano, nomina che venne tenuta riservata”. Magistratura e forze dell’ordine non sapevano, la criminalità invece si. “Anche questa fu una scoperta che abbiamo fatto qualche anno dopo, grazie ad una intercettazione, dove un soggetto esperto estortore raccontò del fratello che ubriaco era entrato a far danno dentro una gioielleria alla periferia di Trapani e di averla scampata bene perché quella era la gioielleria di Viorga “chiddu chi cumanna a Trapani”.</p>
<p>Le sorprese vere dell’udienza arrivano quasi alla fine, quando l’avvocato di parte civile dell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti, l’avv. Greco, chiede cosa fosse la promozionale servizi. “Era una società in mano a Virga che si occupava di ciclo dei rifiuti, di smaltimento di rifiuti ospedalieri e speciali”. Una risposta che tira un’altra domanda sull’interesse di Virga per i rifiuti. Virga aveva le mani nel ciclo dei rifiuti, gestiva con prestanome l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere, alle porte di Trapani, amava dire, trasi munnizza (entra spazzatura) ed esce oro . E Rostagno in tv parlava spesso della città sporca, della spazzatura lasciata per le strade, e di come mai la gestione dei rifiuti costava miliardi alla collettività e la città restava sempre sporca. La gente lo ascoltava e gli dava ragione, per Cosa nostra era troppo. <strong>E Rostagno finì presto con il non parlare più di munnizza e delle altre cose che interessavano la mafia, Cosa nostra lo fece uccidere mettendo poi in giro che era tutta una questione di corna. Anche questa circostanza una serialità nel dopo delitti di mafia.</strong></p>
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		<title>Delitto Rostagno: i carabinieri sapevano di un incontro del giornalista col boss mafioso, i magistrati no</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 18:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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Si potrebbe dire, “non è una novità”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7973" href="http://www.malitalia.it/2011/09/delitto-rostagno-i-carabinieri-sapevano-di-un-incontro-del-giornalista-col-boss-mafioso-i-magistrati-no/carla-rostagno/"><img class="alignnone size-full wp-image-7973" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/carla-rostagno.jpg" alt="" width="128" height="180" /></a></p>
<p><strong>Si potrebbe dire, “non è una novità</strong>”, ma la vicenda non può essere liquidata in questo modo. Da una parte il perdurante imbarazzante silenzio dell’Arma dei Carabinieri sulle circostanze che vanno emergendo dal processo per il delitto del sociologo Mauro Rostagno, dall’altra parte i pm della Procura di Palermo che per la terza volta consecutiva sono costretti a citare in aula un luogotenente dei Carabinieri, comandante oggi della stazione di Buseto Palizzolo, e a suo tempo indicato come la punta di diamante del nucleo operativo provinciale. E il motivo è sempre lo stesso. Il maresciallo, o meglio, luogotenente Beniamino Cannas, conosce fatti legati alle indagini sul delitto Rostagno che si sarebbe ben guardato dal riferire ai magistrati prima e alla Corte di Assise dopo che l’ha sentito come teste nel processo.</p>
<p><strong>Per riassumere. La scena giudiziaria è questa. Il luogotenente Cannas è tra i primi testi citati nel processo dove sono imputati due conclamati mafiosi, il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, e il killer Vito Mazzara, il primo presunto mandante, l’altro presunto esecutore del delitto Rostagno (26 settembre 1988). </strong>Scontano condanne all’ergastolo definitive, Mazzara non è nemmeno al 41 bis, ha ammazzato decine di persone, ultimo l’agente penitenziario Giuseppe Montalto, ha conosciuto i capi mafia di tutta la Sicilia, ma per lui il carcere duro non serve, nel frattempo però i mafiosi liberi, intercettati, di lui dicono che è un pezzo di storia e quindi bisogna proteggerlo, tutelarlo, non fargli mancare nulla a lui e alla famiglia, ad evitare un dannoso pentimento. Qualche anno addietro pensavano di farlo fuggire via usando un elicottero. <strong>Virga per intenderci è il mafioso che in un modo o in un altro intercedeva in Sicilia su alcune faccende pare per conto di Marcello Dell’Utri e prima di darsi latitante partecipava alle convention di Forza Italia.</strong> Cannas viene sentito nel processo , alla prima uscita dice quasi che non si è occupato di nulla, che è arrivato tardi sul luogo del delitto, di avere fatto qualche sopralluogo, e che i rapporti con la Procura erano quasi da passacarte. Cannas da Chicca Roveri, compagna di Rostagno, era stato indicato come colui il quale sarebbe stato un amico fidato di Mauro, la sua “fonte”, eppure da testimone a stento dice due cose appena sui rapporti con Rostagno. Finita l’udienza passa qualche giorno e scoppia il giallo di verbali firmati da Cannas e nei quali è indicato come teste Rostagno. Il pm chiede di risentirlo, la Corte concorda. Cannas è quasi risentito di questa convocazione, in quei verbali Rostagno è sentito in merito ad alcuni suoi interventi giornalistici sulla Iside 2, in quella occasione avrebbe spiegato proprio a Cannas che lui i massoni era andato a trovarli, aveva parlato con loro e si era fatto un’ idea del verminaio. Circostanze che forse avrebbe dovuto dire prima, ma si tratta di dimenticanza pare. Poi ci fu un duro confronto con Chicca Roveri, la donna che sosteneva l’esistenza di precisi rapporti con Cannas, di una convocazione in Procura presente il sottufficiale, dopo il delitto, Cannas ha negato con forza. Sulle indagini vere e proprie lui che era stato indicato come un riferimento del pool investigativo dell’Arma  praticamente non disse nulla. <strong>Il processo più è andato avanti e più ha fatto emergere l’esistenza di depistaggi, di notizie infondate, di notizie vere finite dentro altri fascicoli, di una indagine che insomma, quella sul delitto Rostagno, che non andava fatta o se andava fatta chissà perché non doveva guardare alla mafia</strong>. Oggi c’è stata la deposizione di Carla Rostagno, la sorella di Mauro. Lei nel 1990 rinunciò al posto di lavoro per venire a Trapani ad occuparsi del delitto, non poteva restare in attesa di nessuno, le indagini battevano il passo. E incontrò il maresciallo Cannas. Come incontrò tante altre persone. Chiedeva, voleva capire, cercare di scoprire chi e perché aveva ucciso suo fratello. Incontrò Cannas e lo riempì di domande, il maresciallo nel frattempo fece un verbale raccogliendo le informazioni della donna. Lei ha detto di essere stata incalzante tanto che ad un certo punto il presidente della Corte di Assise Pellino le ha detto che forse era successo che lei, Carla Rostagno, aveva interrogato Cannas, e non viceversa. Nel corso di questo colloquio, così quasi alla fine, quasi che fosse un inciso, Cannas avrebbe a lei riferito che Mauro Rostagno parlando con lui gli disse che aveva incontrato a Campobello di Mazara, cuore della Valle del Belice, il capo mafia Natale L’Ala, morto ammazzato poco tempo dopo (dopo essere sfuggito a tre agguati), e in quell’occasione con L’Ala Rostagno parlò della massoneria segreta trapanese, l’Iside 2. In effetti il nome di L’Ala figura negli elenchi massonici, la sua vicenda è legata allo scandalo del rilascio della patente che lui ottenne dalla prefettura nonostante fosse un sorvegliato speciale. Secondo quanto ha detto in aula Carla Rostagno, suo fratello Mauro uscì sconvolto da quel colloquio e questo suo sentimento lo svelò al maresciallo Cannas. Non è una circostanza di poco conto ma nel processo entra adesso, Cannas sentito già due volte non ne ha parlato, adesso i giudici torneranno a sentirlo. Oramai questo è il processo dei depistaggi, dei brogliacci delle intercettazioni spariti, degli intrighi e delle dimenticanze.</p>
<p><strong>Ma non c’è solo questo.</strong> Sempre in quella occasione il maresciallo Cannas avrebbe riferito a Carla Rostagno che Francesco Cardella, l’ex guru della Saman, scomparso di recente, il cui nome continua ad aleggiare su questo processo, e non con ruoli secondari, ma parrebbero di grande responsabilità, era in possesso di una tessera che gli permetteva di salire su un qualsiasi aereo senza bisogno di prenotazioni. La sera del delitto Rostagno i conti (orari) non tornerebbero del tutto sulla presenza in aeroporto, a Milano, di Cardella, pronto a volare d’urgenza su Palermo, forse prima ancora di sapere dell’omicidio, eppure per lui Rostagno era stato già ucciso, lo avrebbe confidato all’on. Bartolo Pellegrino, incontrato in aeroporto. Anche su questa tessera il maresciallo Cannas nulla ha mai detto a pm e giudici. E poi: sentito in aula ha riferito di non avere fatto alcuna perquisizione, a Carla Rostagno disse invece che aveva perquisito subito la stanza di Rostagno a Saman. E inoltre di avere fatto il guanto di paraffina ad un soggetto che era stato oggetto di attenzione giornalistica da parte di Rostagno, un certo Salvatore Barbera di Paceco arrestato, e poi rilasciato, per un omicidio. Ma di questo guanto di paraffina non ci sarebbe traccia, una bugia, ha detto in aula Carla Rostagno. Insomma su tante cose il luogotenente Cannas dovrà venire a rispondere in aula. Molto presto.</p>
<p><strong>Carla Rostagno ha risposto alle domande dei pm Ingroia e Del Bene</strong>. Ha parlato dei rapporti tra suo fratello e Cardella, per quello che ne era a conoscenza. Rapporti buoni ma che poi seppe guastatisi a ridosso del delitto. Rostagno aveva scoperto la sua nuova vita, ha detto, occuparsi di giornalismo, scuotere la società civile di Trapani, denunciando mafia, malaffare, malcostumi vari, affrontò il tema di uno scandalo a Marsala sulla gestione di un ente teatro, la città era all’epoca in mano ai socialisti, e Cardella, vicinissimo al psi, gli avrebbe mandato a dire di “rientrare nei ranghi”. Rostagno non lo avrebbe ascoltato, “i rapporti tra loro erano buoni, ma Mauro con lui non è mai stato ossequioso”.</p>
<p><strong>L’ultima telefonata avuta col fratello ha detto che fu ai primi di settembre del 1988, non era il solito, era giù di tono, ma non mi disse specificatamente per che cosa</strong>. Tornando ai contrasti con Cardella si è poi ricordata che non era stata ben vista l’intenzione di Mauro di ospitare in comunità l’ex Br Renato Curcio. Può essere riferito a qjuesto il fax che Cardella inviò a Rostagno, “cacciandolo” dal Gabbiano, la residenza dei dirigenti della Saman, mandandolo a dormire nelle stanze occupate dagli ospiti tossicodipendenti?. Intanto parlando di questo fax, Carla Rostagno ha smentito un altro giallo. Si era saputo che l’originale del fax dove Cardella dava dell’ingeneroso e del pericoloso a Mauro, era stato da lei trovato nel sottofondo di una sorta di scrigno, apposta ben nascosto, e invece lei ha spiegato che prendendo in mano questo contenitore un giorno tra il 1991 e il 1992 che era andata a Saman, sempre per occuparsi del delitto, dal fondo venne fuori questo foglio. Ne fece copia e lo rimise a posto. Chicca Roveri già prima le aveva detto della decisione di Cardella di mettere fuori dal Gabbiano Mauro Rostagno. Si ritiene che la decisione scaturiva da una intervista rilasciata al mensile King, al giornalista Claudio Fava, ma Carla Rostagno ieri in aula ha ripetuto che lei non pensa che la causa era quella intervista. <strong>Come poteva esere pericoloso mio fratello per le cose dette in quella intervista? Pericoloso per altro allora. E per che cosa? Intanto Mauro Rostagno pensava a lasciare la comunità, così Carla seppe sentendo diverse persone, voleva andare a vivere fuori, occuparsi della televisione</strong>, “all’epoca credo che c’era già una sorta di sganciamento psicologico ed economico da Cardella, poi si era messo in testa di fare una sorta di mappa ella mafia trapanese. E poi ha aggiunto: Cardella scrive di ritenere Mauro pericoloso e cosa fa?, lo mette fuori dalla comunità, come dire lo isola? Argomenti che però non ha avuto mai modo di parlare con Cardella. Uno dei pochi ai quali non è riuscita a fare domande quando veniva a Trapani per capire cosa accadeva ed era costretta a schierarsi alle ripetute richieste di archiviazione delle indagini. Tra le persone con le quali ha parlato ci fu Monica Serra, la ragazza che la sera del 26 settembre 1988 era in auto con Rostagno e restò miracolosamente indenne , uscì senza graffi dall’agguato. Mi parlò senza riuscire ad essere più chiara del fatto che la macchina dei killer era arrivata poco prima sul luogo dell’agguato, “quel poco prima non mi disse come mai riusciva a dirlo, quali certezze avesse per dirlo”, poi le parlò di una telefonata partita da Rtc dopo che Mauro era con lei andato via, sollecitata dalle sue domande ad un certo punto le avrebbe detto di non guardare la cornice ma il quadro. E su Mauro le aveva detto che oramai era come una variabile impazzita e che Saman era oramai un bel paravento dietro il quale giravano un mare di soldi</p>
<p>La difesa ha puntato con le sue domande alla cosiddetta pista interna, ha rispolverato la vecchia indagine (Codice Rosso), cercato di richiamare l’attenzione della teste anche su determinate cose da lei riferite durante alcuni interrogatori, su ruoli poco chiari di appartenenti alla comunità. Carla Rostagno ha spiegato quelle sue dichiarazioni, spesso troppo frettolosamente messe insieme da chi la interrogava.</p>
<p><strong>Nella parte finale Carla Rostagno ha fatto riferimento al lavoro giornalistico del fratell</strong>o per come aveva appreso dopo e per come aveva avuto modo di vedere dalle registrazioni da lei acquisite (la sua parte civile con l’avv. Fabio Lanfranca ha prodotto 17 dvd contenenti gli interventi giornalistici di Rostagno più importanti), non era retorico, non aveva riguardi, scuoteva le coscienze, mi colpì il modo con il quale li raccontava. UN modo che non colpì solo lei, ma tanti anni prima aveva colpito la mafia che aveva deciso di entrare in azione ed eliminare quello scomodo giornalista.</p>
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		<title>Il delitto Rostagno:la mafia trapanese e un processo sottovalutato</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
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Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li combatte. E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7949" href="http://www.malitalia.it/2011/09/il-delitto-rostagnola-mafia-trapanese-e-un-processo-sottovalutato/mauro-rostagno2-470x402/"><img class="alignnone size-medium wp-image-7949" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/Mauro-Rostagno2-470x402-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p><strong>Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li</strong> <strong>combatte.</strong> E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.</p>
<p><strong>I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro,</strong> esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.</p>
<p><strong>Conosciamo i volti dell’antimafia</strong> che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!</p>
<p><strong>Vorremmo conoscere pure i volti di chi</strong>, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.</p>
<p><strong>E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose.</strong> Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.</p>
<p><strong>Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa</strong>, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.</p>
<p><strong>Guardate è una cosa straordinaria</strong>, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.</p>
<p>Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.</p>
<p><strong>Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi</strong>. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.</p>
<p><strong>Ma il sistema Trapani si fa avanti</strong>. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.</p>
<p>Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.</p>
<p><strong>Trapani non è cambiata</strong>, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.</p>
<p><strong>Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare</strong>. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.</p>
<p>Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.</p>
<p><strong>Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno</strong>, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.</p>
<p><strong>Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia</strong>? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: <em><strong>«Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.</strong></em></p>
<p><em>Ma per r</em>accontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.</p>
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		<title>Per il senatore D’Alì, con il prefetto Sodano è stato un “pari”</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 15:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Prefetto Fulvio Sodano]]></category>
		<category><![CDATA[Senatore D'Alì]]></category>
		<category><![CDATA[Trapani]]></category>

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<p>Come si potrebbe scrivere? “Io non ci sto” scomodando il famoso “non ci sto” del presidente Scalfaro. Solo che nel caso in questione viene pronunziato dal senatore Antonio D’Alì, l’ex sottosegretario all’Interno, parlamentare trapanese del Pdl, un berlusconiano della prima ora, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, al quale non sono andati giù i resoconti sulla vicenda processuale che in sede civile lo ha visto contrapposto all’ex prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, ai giornalisti Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi, per intenderci Anno Zero di “mamma” Rai, e contro la stessa televisione di Stato. D’Alì si era sentito diffamato dalle dichiarazioni fatte da Sodano, intervistato da Stefano Maria Bianchi, il prefetto gravemente ammalato dopo avere parlato attraverso la moglie dei problemi avuti come prefetto di Trapani, dell’esperienza di avere cacciato via dal suo ufficio imprenditori che successivamente saranno condannati per mafia, aveva detto di si con la testa quando Bianchi ad un certo punto gli chiese se riteneva l’allora sottosegretario all’Interno D’Alì, responsabile del suo trasferimento improvviso da Trapani, mentre si occupava di beni confiscati alla mafia. La troupe di Anno Zero “inseguì” a Trapani il senatore più volte per una intervista, ma questa fu sempre negata. Poi dopo che il reportage andò in onda, ottobre 2005, il senatore decise di querelare in sede civile, dinanzi al Tribunale di Roma, Sodano, Santoro, Bianchi e la Rai, per diffamazione.</p>
<p>E’ storia di questi giorni. D’Alì ha perduto la causa. Non c’è stata per il giudice alcuna diffamazione. E questo è un fatto certo che dovrebbe fare ripensare anche tutti quei politici, consiglieri provinciali in particolare, che all’indomani della messa in onda di quella trasmissione, essendo stato nel frattempo eletto D’Alì presidente della Provincia, si sperticarono in un dibattito consiliare che mise sotto accusa la trasmissione, giornalisti, eccetera eccetera. Il reportage era pura cronaca non conteneva falsi e non diffamava nessuno.</p>
<p>Oggi il senatore D’Alì però dice che il contenuto della sentenza non riguarda solo il respingimento della sua domanda di risarcimento danni, ma anche il respingimento della riconvenzionale fatta contro di lui dal prefetto Sodano. Insomma, in attesa di potere leggere, e pubblicare, anche la prima parte della sentenza, quella riferita alla domanda di risarcimento avanzata dal cosiddetto “attore” principale (termine giuridico), ossia il senatore D’Alì, ci prega di diffondere il contenuto della motivazione con la quale il giudice ha respinto la riconvenzionale di Sodano.  </p>
<p><strong><em>Per quanto invece concerne Fulvio Sodano, dalle interviste da costui rese con le peculiari modalità espressive causate dalla grave patologia da cui è affetto e dalle lettere a sua firma indirizzate al Ministro dell&#8217;Interno di cui ha dato lettura la moglie, risulta espressa la sua convinzione secondo la quale l&#8217;attore sarebbe stato l&#8217;effettivo responsabile del proprio trasferimento dalla Prefettura della città di Trapani, fondata sia sull&#8217;evento dell&#8217;effettivo trasferimento nella limitrofa Prefettura di Agrigento sia su una velata accusa mossagli personalmente dal D&#8217;Ali in ordine all&#8217;alterazione del libero mercato che il suo intervento in favore della società Ericina nel corso degli appalti commissionati per la realizzazione dell&#8217;evento dell&#8217;America&#8217;s Cup avrebbe provocato ( non essendo a costui pacificamente attribuibile per contro l&#8217;episodio relativo ad un&#8217;esplicita minaccia rivoltagli dal D&#8217;Ali in quanto riferito dalla moglie ).  A ben guardare tuttavia non vi è alcun riferimento nè diretto nè indiretto nella formulazione di tale tesi accusatoria circa una possibile collusione dell&#8217;attore con il potere mafioso, evincendosi solo il disappunto del convenuto a fronte della ritenuta attivazione del senatore per averlo ritenuto un possibile ostacolo, senza che ne siano specificati i motivi, alla tempestiva realizzazione del progetto di ristrutturazione del porto di Trapani cui il D&#8217;Ali aveva dedicato tante energie. E poichè l essersi reso parte dirigente del trasferimento di un soggetto ricoprente una carica nell&#8217;ambito dello stesso settore pubblico di attività ( la Prefettura ) potrebbe astrattamente rientrare nell&#8217;esercizio dei poteri latu sensu istituzionali dell&#8217;accusato , salva ogni valutazione sulla rispondenza del trasferimento all&#8217;effettivo interesse pubblico perseguito, deve escludersi che le frasi attribuite al Sodano possano rivestire di per sè una specifica valenza diffamatoria nei confronti dell&#8217;attore. Conclusione questa che impone anche nei suoi confronti il rigetto della domanda. La domanda riconvenzionale svolta dal Sodano, avente ad oggetto il risarcimento del danno subito per l&#8217;effetto del suo trasferimento alla Prefettura di Agrigento deve essere dichiarata inammissibile, difettando qualsivoglia vincolo di connessione rispetto alla domanda principale ai sensi dell&#8217;art 36 cpc. Le spese di lite devono essere poste secondo il criterio della soccombenza a carico dell&#8217;attore nei confronti dei convenuti mentre l&#8217;inammissibilità della riconvenzionale volta dal Sodano consente la compensazione delle medesime con quelle dell&#8217;attore.</em></strong></p>
<p>Pari e patta? Si secondo il senatore D’Alì. Intanto però l’episodio del trasferimento di Fulvio Sodano da Trapani nel luglio del 2003 è uno dei capitoli dell’indagine che riguarda il senatore, indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi il senatore rivendica con la sentenza del giudice civile un comportamento legittimo, lui non lo ha fatto trasferire da Trapani ma se l’avesse fatto rientrava nei suoi poteri. Qualche tempo addietro durante un colloquio a proposito della sua vicenda giudiziaria non era stato più prolisso di parole ma aveva detto di “non avere mai esercitato pressioni per il trasferimento, ci sono testimonianze a mio favore come quella dell’allora ministro dell’Interno Pisanu. Quello di Sodano fu un trasferimento nell’ambito di normali avvicendamenti”. Il prefetto Sodano sentito dai pm di Palermo prima che la malattia si aggravasse fino a togliergli oggi voce e possibilità di movimento, è inchiodato su di una sedia dotata di un particolare meccanismo per farlo respirare, riferì invece che D’Alì gli avrebbe dato del “favoreggiatore” a proposito della “tutela” che lui da prefetto esercitava per proteggere da ogni assalto criminale o da una scorretta concorrenza, i beni, le aziende, come la Calcestruzzi Ericina, confiscata alla mafia.</p>
<p>Fin qui la cronaca di questi fatti? Per la verità no. Perché sul caso Sodano, sull’”interessamento” feroce che la mafia trapanese ebbe nei confronti del prefetto Fulvio Sodano, ci sono pagine di sentenze che hanno condannato come pericolosi mafiosi e faccendieri a disposizione della mafia, personaggi della città di Trapani , come il capo mafia don Ciccio Pace da Paceco, soggetto che nel 1988 era un perfetto sconosciuto ma guarda caso Rostagno, si proprio Mauro, da Rtc si era interessato a lui scoprendone i collegamenti con i potenti mafiosi di Catania, o ancora c’è la sentenza che ha condannato l’imprenditore Vincenzo Mannina oppure quella che ha mandato a sette anni di carcere il funzionario del Demanio Francesco Nasca, soggetto che si occupava di gestire i beni confiscati, ma che sarebbe stato facile incontrare nell’ufficio del padrino Ciccio Pace o che ancora sentito nel processo che lo riguardava per rendere limpida la propria onorabilità affermò che tra le cose fatte era da considerare la scrittura di un disegno di legge di riforma sui beni confiscati e di averne consegnato copia al senatore D’Alì che per la verità, interpellato, ha detto di non ricordarsi manco della faccia che ha Nasca. Nasca scriveva disegni di legge nel frattempo arretrava nel lavoro, come attestarono in Tribunale i suoi superiori.</p>
<p>Cosa dicono le sentenze? Non riconducono al senatore D’Alì (ma c’è uno stralcio di indagine per il quale la difesa di D’Alì è vero che ha appena depositato una voluminose documentazione che dimostrerebbe estraneità alle contestazioni, a cominciare dalle frequentazioni con i campieri Messina Denaro di Castelvetrano, i famigerati mafiosi Ciccio e Matteo, padre e figlio) ma sono passaggi che evidenziano come la mafia voleva liberarsi del prefetto Sodano e non solo di lui. Eccone alcuni stralci.  <em><span style="text-decoration: underline">“Analoghe e parallele preoccupazioni (da parte mafiosa) scaturivano dall’iniziativa del Prefetto pro tempore di Trapani, dott. Fulvio Sodano, il quale aveva contattato i rappresentanti di vari settori imprenditoriali e della Confindustria allo scopo di dare slancio alla Calcestruzzi Ericina, incoraggiando i vari imprenditori operanti nella zona  ad acquistare il calcestruzzo prodotto dall’azienda confiscata ed affidata all’Agenzia del Demanio di Trapani alla gestione degli amministratori, dott. Miserendino e Avv. Lillo Castelli. </span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">Pertanto  veniva organizzata dal Birrittella (imprenditore indagato e arrestato per mafia che ha deciso di rendere collaborazione alla giustizia ndr) una vera e propria spedizione in Catania, ove si recava unitamente al Pace ed al Mannina Vincenzo. Scopo della trasferta era quella  di convincere, anche con l’intimidazione, i gestori dell’IRA per imporre loro la fornitura del calcestruzzo da parte della ditta del Mannina.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">   Inoltre, lo stesso Birrittella, su direttiva della cosca mafiosa locale, allo scopo di vincere definitivamente la concorrenza sul mercato, aveva avviato appositi accordi delittuosi con il geometra Nasca Francesco, funzionario dell’Agenzia del Demanio di Trapani addetto all’amministrazione dei beni confiscati, onde boicottare l’azienda confiscata (Calcestruzzi Ericina ndr) pianificandone la vendita artatamente ad un imprenditore del settore che la cosca mafiosa aveva individuato nel Mannina”.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">“…</span></em><em><span style="text-decoration: underline"> Nel  corso del viaggio di ritorno da Catania degli stessi soggetti (conversazione n. 685 del 29 ottobre 2001, ore 15,37) il PACE ed il BIRRITTELLA esprimevano pesanti apprezzamenti nei confronti del Prefetto, dott. SODANO,  e degli organi investigativi, in particolare, il dott. Linares, dirigente della Squadra Mobile di Trapani (Pace: “diceva&#8230;che se ne.. se ne doveva andare questo Linares , lì..”). Gli faceva eco il Birrittella che affermava che,  avendo ormai catturato il boss latitante Vincenzo Virga, il dott. Linares aveva raggiunto i suoi obiettivi ( “ma questo assai ha .. non doveva prendere a quello &#8230; non l’ha preso?&#8230; perché non se ne va ora..”).</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">E dunque il Pace aggiungeva che anche il Questore ed il Prefetto, definito “tinto”, avrebbero dovuto lasciare i rispettivi incarichi in tempi brevi (“dice che devono partire &#8230;tutte e tre a braccetto ..uh&#8230; partono o non partono?&#8230;Linares come si chiama?.. il Questore .. dice che se ne deve andare .. e il Prefetto&#8230;penso”).</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">L’acredine verso il dott. Sodano veniva esplicitata dal Birrittella che rincarava la dose rivolgendosi  al rappresentante  del Governo improperi  offensivi.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">A questo punto il Pace, rendendo esplicite le ragioni di tanta acredine verso il Prefetto, confermava di avere appreso delle intenzioni di porre in liquidazione la Calcestruzzi  Ericina. In particolare evidente era il riferimento alla fonte della notizia nel precedentemente indicato geometra Nasca (“quando ho chiamato a quello che ho chiamato io ..è il secondo appalto che ci dobbiamo togliere .. dobbiamo liquidare tutte le fatture ..perché lui&#8230; lui la&lt; vuole mettere in liquidazione questa Calcestruzzi .. quella che da il Prefetto &#8230;invece ti dico che ci sono altri che gli interessa”.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline"> </span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">…. “riguardo alla rilevanza delle forniture di calcestruzzo, Il Birrittella ha ricordato che, nel luglio del 2000, a Trapani, venne aggiudicato all’impresa IRA di Catania l’appalto per lavori di consolidamento della banchina Garibaldi del porto di Trapani per un importo di 26 miliardi e 634 milioni (di lire), con inizio dei lavori programmato per il gennaio del 2002. Era prevista una grossa fornitura di calcestruzzo e loro della famiglia mafiosa si mossero per una serie di trattative con l’IRA per ottenerne la commessa. Ma incontrarono un “grande ostacolo” nell’azione del Prefetto Sodano che intendeva privilegiare la fornitura da parte della “Calcestruzzi Ericina”, amministrata ”dallo Stato”, per rilanciarne la produttività come sfida e battaglia aperta al potere mafioso. Visto che il Prefetto era arrivato al punto di incontrarsi con gli imprenditori dell’IRA per la questione di tale fornitura, loro &#8211; le persone della famiglia mafiosa – si resero consapevoli di avere nel Prefetto Sodano un nemico da abbattere a tutti i costi e tentarono la soluzione di acquisire la “Calcestruzzi Ericina” con l’intervento di un soggetto delle Istituzioni, il geometra Nasca, al quale imposero di gestire una determinata operazione per pervenire alla vendita dell’azienda.<br />
   Più in particolare sulla “Sicil Calcestruzzi”, il Birrittella ha precisato che in un primo tempo era stato richiesto dal Pace di acquisire per suo conto quote di tale società, anticipando la somma di 200 milioni di lire. Poi, lo stesso Pace gli aveva comunicato che non aveva più bisogno di quell’anticipazione e che, anzi, avendo ottenuto un indennizzo per ingiusta detenzione, poteva “legittimare” l’acquisto con il denaro ricevuto dallo Stato. Il Pace si proponeva di comprare quelle determinate quote a nome dei suoi figli, uno dei quali, Alessandro, già impiegato della ditta Mannina, era stato da lui inserito nella “Sicil Calcestruzzi come ragioniere”.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">   A proposito di Mannina Vincenzo, il Birrittella ha specificato di averlo conosciuto come fornitore di inerti, di calcestruzzo e altro, essendo Il Mannina la persona che di fatto gestiva la s.r.l. “Mannina Vito”, corrente in Valderice, contrada Sciare.  Sotto altro aspetto, lo conosceva come l’autista del Pace e come il soggetto che gli comunicava, di presenza o per telefono, le indicazioni del Pace per gli incontri riservati: nelle telefonate il Mannina, riferendosi al Pace, lo appellava “il ragioniere Poma”. Il Mannina era con lui e con il Pace nel viaggio che avevano fatto a Catania il 29 ottobre (2001) per la trattativa con l’IRA riguardante la fornitura del calcestruzzo per i lavori al porto di Trapani. Era sorta la necessità di tale viaggio – precisa il Birrittella &#8211; perché il giorno 25 dello stesso mese di ottobre l’ingegnere Polizzi, “rappresentante dell’IRA” a Trapani, essendo stato sentito per la seconda volta da personale della Questura di Trapani sull’argomento delle forniture del ferro, del “cemento” e di altro materiale per costruzioni, era venuto a trovarlo a tarda sera e, in stato di forte agitazione, gli aveva detto che “sicuramente c’erano gli occhi degli inquirenti attorno alla IRA per queste forniture”. In conseguenza di ciò – ha aggiunto il Birrittella -  “si decise di fare subito una riunione” col Mannina, di chiedere un incontro con i responsabili dell’IRA e di convocare il Nasca per comunicargli la “loro” (come vertice mafioso) decisione di acquisire la “Calcestruzzi Ericina” e di imporre allo stesso Nasca di valutarla a un prezzo infimo – “molto, molto, molto basso”. Ha chiarito il Birrittella di avere avuto notizie sul Nasca dal Pace, il quale aveva affermato di essere stato favorito dal Nasca su questioni che attenevano ai propri beni confiscati, dato che il Nasca se ne occupava per conto dell’Agenzia delle “Entrate” e quindi “era già corrotto sotto questo aspetto” e la famiglia mafiosa lo poteva “utilizzare per fare la valutazione e quindi l’acquisizione della Calcestruzzi Ericina a prezzi stracciati”. Il sabato mattina [27 ottobre 2001, considerando che il viaggio a Catania è del lunedì 29 ottobre], lui – Birrittella – e il Mannina si incontrano con il Nasca, il quale li informa di aver già spiegato al Pace “tutto il meccanismo” dell’acquisto di tale impresa, ma si duole del fatto che non si potesse comprarla per 200 milioni di lire, dato che l’azienda valeva almeno un miliardo di lire. Il Nasca aggiunge che si erano fatti acquisti di autobetoniere per l’azienda perché il Prefetto [Sodano] – cosa che già “loro” sapevano – si era prefissato l’obiettivo di incrementarne la produttività e per questo convocava le varie imprese e faceva riunioni con le associazioni di categoria affinché, a parità di condizioni, si fornissero da quell’impresa che “era dello Stato”, e così si potessero “rivolgere allo Stato”.</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">   Ancora, ha aggiunto il Birrittella che in una riunione con il Pace e il Mannina si stabilì che la “Calcestruzzi Ericina” fosse intestata a Mannina Vincenzo, il quale si adoperò – con sue iniziative e tramite  l’ASSINDUSTRIA  &#8211; per avere un incontro con il Prefetto e presentargli la propria disponibilità ad acquistarla: l’incontro si tenne – presenti anche, per l’Assindustria, il Presidente Bresciano e il Direttore Bianco – ma il Mannina, il quale aveva avuto modo di dichiarare il suo intento, capì che il Prefetto “non lo aveva gradito come figura”. Si decise, a questo punto, di mettere al posto del Mannina la persona di Coppola Tommaso che appariva “credibile” come imprenditore del settore. Poi non se ne fece più nulla perché parte della fornitura dei calcestruzzo all’IRA  &#8211; fornitura che nel complesso valeva due miliardi di lire sul totale dell’appalto di 26 miliardi – venne fatta dalla “Calcestruzzi Ericina”, malgrado “loro” avessero cambiato le offerte sul prezzo e fossero alla fine disposti a praticare un prezzo minore rispetto a qualunque altro prezzo indicato da quell’impresa: è che nella vicenda vi era resistenza da parte dei responsabili dell’IRA, i quali mettevano in evidenza di essere sotto l’attenzione costante del Prefetto. </span></em></p>
<p>Per la cronaca. La sentenza resa dal Tribunale civile di Roma è passata assolutamente sotto silenzio negli ambienti politici trapanesi, silenzio assoluto. Un silenzio che vista la presa di posizione dello stesso senatore D’Alì potrebbe dare fastidio per primo proprio a lui. Nessuna solidarietà raccolta a differenza di quando nel 2005 la trasmissione che puntava il dito contro di lui andò in onda. Per quella trasmissione il sindaco, attuale, di Trapani, Girolamo Fazio, rifiutò di concedere la cittadinanza onoraria di Trapani al prefetto Sodano. Allora tra D’Alì e Fazio c’era una forte alleanza, oggi pare non più. Ma comunque la cittadinanza onoraria a Sodano resta lo stesso nel cassetto della scrivania del primo cittadino.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline">   </span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline"> </span></em></p>
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		<title>Mafia: il prefetto Sodano vince contro chi lo mandò via da Trapani</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 11:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Calcestruzzi Ericina]]></category>
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Nell’ottobre del 2005, il 5 ottobre per l’esattezza, Anno Zero di Michele Santoro mandò in onda un reportage firmato da Stefano Maria Bianchi su Trapani a poche settimane dalla conclusione degli atti preliminari della Coppa America. Qualcuno scrisse su un giornale locale che Trapani avrebbe fatto bene a cambiare canale perché non c’era nulla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-7821" href="http://www.malitalia.it/2011/09/mafia-il-prefetto-sodano-vince-contro-chi-lo-mando-via-da-trapani/prefettosodano/"><img class="alignnone size-full wp-image-7821" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/prefettosodano.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p><strong>Nell’ottobre del 2005, il 5 ottobre per l’esattezza,</strong> Anno Zero di Michele Santoro mandò in onda un reportage firmato da Stefano Maria Bianchi su Trapani a poche settimane dalla conclusione degli atti preliminari della Coppa America. Qualcuno scrisse su un giornale locale che Trapani avrebbe fatto bene a cambiare canale perché non c’era nulla di vero e di buono in quel reportage, a scrivere così era un sacerdote, don Ninni Treppiedi, oggi finito in mezzo a mille guai col Vaticano quanto con la Giustizia a sentire alcune indiscrezioni. In quel reportage sotto accusa era finito l’allora sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, assieme all’odierno sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, e lo scandalo sfiorava anche il prefetto dell’epoca Giovanni Finazzo. <strong>Si parlava in quel reportage di appalti combinati, della mafia che aveva messo le mani sui lavori di allestimento per rendere il porto perfetto ad accogliere le barche a vela della Coppa America, c’era anche l’immagine malata dell’ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano che a gesti raccontò al giornalista Stefano Maria Bianchi che lui nel 2003 da Trapani era stato mandato via nel giro di 24 ore</strong>, un giorno prima dal Viminale gli era stato assicurato che non era nella lista dei movimenti dei prefetti, l’indomani si ritrovò “sbattuto” ad Agrigento, per volere, disse del senatore Tonino D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato e indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Agli atti di questa indagine c’è anche il trasferimento da Trapani di Sodano col quale era entrato in contrasto a proposito della gestione dei beni confiscati alla mafia.</p>
<p><strong>Trapani non cambiò canale</strong> quel giorno ma non ha mai premiato il prefetto Sodano rimasto in attesa di avere consegnata la cittadinanza onoraria della città deliberata nel dicembre 2005 dal Consiglio comunale all’indomani di una operazione antimafia della Polizia che dimostrò come Sodano da prefetto aveva respinto l’attacco diretto che i mafiosi insospettabili avevano portato fin dentro il suo ufficio quando volevano convincerlo a vendere la Calcestruzzi Ericina una azienda confiscata a Cosa Nostra trapanese e la cui presenza sul mercato, con la gestione dello Stato, faceva concorrenza alle imprese rimaste sotto il controllo degli imprenditori mafiosi.  <strong> Il prefetto Sodano per quella intervista è stato citato in giudizio civile dal senatore D’Alì davanti al Tribunale di Roma, assieme alla Rai e ai giornalisti Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi. Il Tribunale Civile ha respinto la richiesta di risarcimento dei danni, il senatore D’Alì non l’ha spuntata contro Sodano.</strong> Il prefetto Sodano difeso dall’avv. Giuseppe Gandolfo oggi ha ricevuto giusta ragione: “è un risultato importante per il prefetto – dice l’avv. Gandolfo – ma per tutti quelli che hanno sempre creduto nel lavoro onesto e coraggioso di Sodano, non meno rilevante è la circostanza che il fatto è incluso tra gli episodi contestati dalla Procura di Palermo al senatore D’Al’, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa”.  Agli atti di questa indagine ci sono cinque pagine fitte fitte, il verbale di un interrogatorio su carta intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla fine di quel verbale che reca la data del 22 luglio 2004, le firme di un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella del prefetto, Fulvio Sodano. Dentro c&#8217;è scritto il racconto di una storia, di un compito che è stato impedito di assolvere in pieno, fino in fondo, ossia la gestione e l&#8217;utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di Trapani forse non doveva andare come è andata, e dove alla fine quando era impossibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare.</p>
<p><strong>Fulvio Sodano fu &#8220;cacciato&#8221; via da Trapani nell&#8217;estate del 2003 dall&#8217;allora Governo Berlusconi, ministro dell&#8217;Interno Beppe Pisanu oggi presidente della commissione nazionale antimafia.</strong> La commissione che ha pure tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. &#8220;Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina&#8221;. Quella non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la cosa che stava facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del &#8220;favoreggiatore&#8221;, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato che andò a sentirlo, fu l&#8217;allora sottosegretario all&#8217;Interno senatore Antonio D&#8217;Alì.</p>
<p><strong>Non è una storia nuova quella che si sta scrivendo</strong>. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo mafia di Trapani &#8220;don&#8221; Ciccio Pace, 8 anni di carcere ha avuto inflitti il suo braccio destro l&#8217;imprenditore Vincenzo Mannina. Pace era quello che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero pubblicati. Non c&#8217;era bisogno sotto la &#8220;regia&#8221; di &#8220;don&#8221; Ciccio Pace che gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare a bussare a certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti, sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva essere comprato. &#8220;<strong>Don&#8221; Ciccio Pace aveva la sua impresa, la Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti per un risarcimento per ingiusta detenzione. </strong>Per vendere gli inerti c&#8217;era l&#8217;impresa di Vincenzo Mannina, per gli asfalti quella di un altro imprenditore che faceva parte della cupola, Tommaso Coppola. Il ferro lo vendeva in esclusiva Nino Birrittella, l&#8217;uomo che dopo l&#8217;arresto ha deciso di uscire da Cosa Nostra raccontando ogni segreto di quella cupola fatta di imprenditori: non ha accettato alcun programma di protezione, ha chiesto di rimettersi sulla corretta via rimettendosi a lavorare, pronto a saldare i suoi conti con la giustizia quando arriverà questo momento. Una storia del tutto diversa da quella per esempio seguita da Tommaso Coppola che, come di recente ha svelato l&#8217;operazione antimafia &#8220;Cosa Nostra resorts&#8221;, dal carcere ha cercato di continuare a gestire in modo truffaldino le sue imprese, ha cercato di continuare a colloquiare con i politici, a parlare attraverso intermediari col prefetto Giovanni Finazzo successore di Sodano a Trapani, perché le commesse alle sue aziende non venissero fermate.</p>
<p><strong>Ma torniamo agli appalti e al cemento</strong>. Dopo la confisca la Calcestruzzi Ericina, era il 2000 cominciò a registrare un calo nelle commesse. Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano opere pubbliche non andavano più in quell&#8217;impianto a comprare cemento. Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo. Ecco il racconto al magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da questo punto.</p>
<p><strong>&#8220;Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell&#8217;amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave,</strong> nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale&#8221;.</p>
<p>Il prefetto Sodano a quel punto cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu quello il momento in cui ebbe a conoscere gli amministratori della Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino e l&#8217;avv. Carmelo Castelli: &#8220;Mi rappresentarono l&#8217;immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l&#8217;ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l&#8217;azienda rischiava di chiudere&#8221;. Il prefetto Sodano comprese subito le conseguenze: &#8220;Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l&#8217;emblema della rivincita dello Stato sull&#8217;antistato&#8221;.</p>
<p><strong>La prima persona con la quale il prefetto Sodano affrontò l&#8217;argomento fu con l&#8217;allora presidente dell&#8217;Associazione degli Industriali Marzio Bresciani</strong>: &#8220;Gli dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in considerazione dell&#8217;economicità e della qualità del prodotto, di farsi portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la Calcestruzzi Ericina&#8230;&#8230;Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina&#8230;.Tempo dopo seppi che gli interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della chiusura&#8221;.</p>
<p><strong>Il prefetto Fulvio Sodano però ancora non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato &#8220;tinto&#8221; e don Ciccio Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via.</strong> Nel giugno del 2002 l&#8217;editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul suo conto circa un possibile trasferimento: &#8220;Confidenzialmente mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro l&#8217;allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso&#8221;.</p>
<p>Il prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e a favore della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono ad emergere faccende strane: &#8220;Fu quando discutemmo con Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell&#8217;impianto di calcestruzzo che l&#8217;Ericina possedeva a Favignana. Quello era l&#8217;unico impianto. Mi colpì l&#8217;affermazione del rappresentante comunale che mi disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria non c&#8217;era più necessità di avere un impianto sull&#8217;isola&#8221;. Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a quel punto se l&#8217;impianto avesse chiuso doveva arrivare da Trapani con gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.</p>
<p>Il prefetto avvertì che c&#8217;era qualcosa di strano che si muoveva attorno alla Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non erano malavitosi, mafiosi, imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli uomini potenti della politica: &#8220;Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D&#8217;Alì Antonio, sottosegretario all&#8217;Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al &#8220;favoreggiamento&#8221; operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l&#8217;avvenire questi interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona (era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)&#8221;.</p>
<p><strong> Ai mafiosi a fine 2002 balena l&#8217;idea di sollecitare la vendita della Calcestruzzi Ericina. Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto una visita. </strong>&#8220;Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco Bianco. All&#8217;incontro si presentò anche l&#8217;imprenditore Vito Mannina. Mi fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell&#8217;impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell&#8217;impresa Mannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo interlocutore principale era l&#8217;Agenzia del Demanio, uno degli interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incarica il capo di gabinetto di contattare l&#8217;associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla. Con l&#8217;Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati molto insistenti nel chiederlo, stavolta c&#8217;era presente il figlio di Vito Mannina, Vincenzo, fu l&#8217;occasione per manifestare di persona tutte le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del Demanio, potevano rivolgersi a quell&#8217;ente, feci loro capire che se fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo&#8221;.</p>
<p><strong> La Calcestruzzi Ericina non fu venduta</strong>. Gli imprenditori non ci provarono nemmeno a parlare con i funzionari dell&#8217;Agenzia del Demanio e con chi aveva tolto l&#8217;ex funzionario Nasca da quella poltrona. Il prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua ultima riunione da prefetto di Trapani. E&#8217; una riunione che mette le basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo fianco c&#8217;è seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a me confidò: &#8220;Vado via per questa riunione&#8221;.</p>
<p> E&#8217; a conoscenza dei motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un trasferimento già programmato? E&#8217; questa l&#8217;ultima domanda rivolta al prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell&#8217;interrogatorio del luglio 2004. Sodano così risponde: &#8220;Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l&#8217;indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c&#8217;era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l&#8217;amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po&#8217; di tempo non sarei stato trasferito. All&#8217;epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi&#8221;. </p>
<p>Una sentenza quella che ha condannato &#8220;don&#8221; Ciccio Pace a 20 anni di carcere scrive che l&#8217;azione dei mafiosi fu rivolta contro un uomo valoroso e coraggioso, il prefetto Fulvio Sodano. Condannato a sette anni è stato anche l’ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca.  Adesso a favore del prefetto Sodano questo pronunciamento del Tribunale Civile.  Che fa salvo anche il lavoro giornalistico di Stefano Maria Bianchi che fu oggetto di una dura contestazione in Consiglio provinciale quando presidente della Provincia era proprio il senatore d’Alì ed il prefetto Finazzo andava dicendo pubblicamente che lui non contestava i giornalisti venuti da Roma ma quelli che a Trapani erano stati le loro fonti. <strong>Anni dopo si dimostrò che quelle fonti avevano visto giusto, dietro gli appalti del porto e della Coppa America, sotto il controllo di Protezione civile, prefettura e Comune di Trapani, ad operare c’era una “cricca” del malaffare.</strong></p>
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		<title>Ludovico Corrao, l’uomo che guardava al Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 13:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rino Giacalone</dc:creator>
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L’anziano ex senatore Ludovico Corrao “anima” ispiratrice del nuovo Belìce, motore culturale dedicato ad unire e non a dividere le sponde del Mediterraneo, è da ieri chiuso dentro una bara colore noce sopra la quale c’è la sua foto, la stessa che campeggia in ogni punto dell’aula consiliare del Comune di Gibellina, e poi anche [...]]]></description>
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<p><strong>L’anziano ex senatore Ludovico Corrao “anima”</strong> ispiratrice del nuovo Belìce, motore culturale dedicato ad unire e non a dividere le sponde del Mediterraneo, è da ieri chiuso dentro una bara colore noce sopra la quale <strong>c’è la sua foto</strong>, la stessa che campeggia in ogni punto dell’aula consiliare del Comune di Gibellina, e poi anche un grande cappello di paglia a falde larghe, come usava portarli, posato in cima al sarcofago funerario. E’ così che sta ricevendo gli ultimi saluti nella camera ardente apposta allestita nell’aula consiliare del Comune di Gibellina, domani alle 10 nella chiesa madre della sua Gibellina, dentro quelle navate opera d’arte del maestro Quaroni. Le sue spoglie, violentate dalla mano assassina che lo ha ucciso domenica scorsa, sono state composte come hanno chiesto i suoi familiari, le figlie Antonella e Francesca, l’altro Vincenzo è in America e il buon fortuito caso ha voluto che proprio poche settimane addietro sia tornato rivedendo il padre senza sapere che era per l’ultima volta. Non c’era nessuno mercoledì pomeriggio all’obitorio del cimitero di Castelvetrano dove il prof. Paolo Procaccianti e il medico Vincenzo Margiotta hanno eseguito l’autopsia. <strong>Non c’era nessuno a parte un paio di giornalisti. C’ero anche io.</strong> Non ho mai amato scrivere articoli in prima persona, ma oggi lo faccio. Lo merita il compianto ex senatore che mi ha onorato della sua amicizia e degnato sempre di grande disponibilità, fino a lunedì sera 1 agosto quando ci siamo visti a Gibellina, ripeto la “sua” Gibellina”, nello slargo del “sistema delle piazze” dove il “Circuito del Mito”, cartellone di spettacoli della Regione Sicilia, ha portato in scena le “Supplici” un progetto di “teatro civile” proposto dal regista Gabriele Vacis, ideato da Monica Centanni e messo in scena dall’attore Vincenzo Pirrotta. Un tema attualissimo: <strong>hanno proposto il dramma di Eschilo assieme ad un dramma di oggi, un identico comune denominatore, gli stranieri che arrivano nei paesi dirimpettai, succedeva nella Grecia di 2 mila anni addietro, succede nell’Italia, nella Sicilia, di oggi</strong>. E il sen. Corrao mi rilasciò una pesante, dura intervista contro le politiche del nostro Governo, parlando di un “rinascente nazismo” per come questa gente viene trattata, una intervista anche piena di dolore quando ha immaginato (non tanto di fantasia le sue parole ma perfettamente riscontrabili) come oggi il Mediterraneo sia diventato una tomba, sepolcro di tante donne, uomini e bambini, “un mare sul quale – mi disse – solo la luna versa qualche lacrima”, come dire gli “uomini no”. Ci eravamo ripromessi di rivederci per parlarne meglio, per una intervista più approfondita, e invece l’ho rivisto mercoledì pomeriggio composto sul tavolo dell’obitorio dopo l’autopsia. Vestito di bianco, giacca, pantaloni, le calze, la sua sciarpa, anche questa bianca e bordata di rosso, e poi l’immancabile cappello posto sulla testa. E però la sensazione è stata quella che la morte non è riuscito a prenderlo del tutto, si è avvertito il suo spirito, nonostante quel volto in parte stravolto dall’inaudita violenza subita, mi sono sentito guardato, come per sentirmi dire che ci eravamo rivisti per come eravamo rimasti, e che c’è un impegno da proseguire, un messaggio che ho portato all’amico Giulio Ippolito collaboratore fedele di Corrao, suo braccio destro nella fondazione delle Orestiadi, la creatura artistica, letteraria, creata da Corrao e che è uno dei capisaldi del ponte d’arte che Ludovico Corrao è riuscito a realizzare tra la rinata Gibellina e la Tunisia, sua seconda patria come è venuto a ricordare tra le lacrime il console Ben Mansour. Portare dentro lo sguardo del senatore Corrao non potrà che essere un continuo sprone a non abbandonare quegli ideali, quei propositi, dei quali tante volte, giornalisticamente, si era discusso.</p>
<p><strong>Belle le parole delle figlie</strong>. Francesca, docente alla Luiss di Roma, ha parlato davanti alla bara quando è stata posta all’interno del Baglio delle Case Di Stefano (sede delle Orestiadi e dove Corrao aveva la sua stanza, dove è stato ucciso dal suo domestico colto da raptus di follia): davanti alla “montagna di sale” di Mimmo Paladino, Francesca ha ricordato il senso della vita appreso dalla padre, “la nostra filosofia di vita è come la storia di una tazza da the che di colpo si rompe, cadono i cocci, ma il thè si cosparge ovunque, addosso, per terra, scorre, lascia nella gola il suo sapore, ecco la vita che finisce è come il the che scorre, va via, ma lascia tanto”. Poi è toccato ad Antonella parlare nella camera ardente in Comune, ha mostrato la stella regalo del padre, “è la stella che mi ha indicato e continuerà a indicarmi la strada da percorrere ogni giorno, lui ha dato tanto, fatto tanto perché oggi Gibellina è quella che è, io continuerò, sacrificherò qui la mia vita come ha fatto lui”. <strong>Un particolare lo ha anche ricordato Francesca, risaliva ai tempi del terremoto del 1968: “Noi eravamo piccole, abitavamo ad Alcamo, nostro padre il giorno del terremoto andò via, non lo abbiamo visto più, venne a Gibellina, ci sentivamo quasi abbandonate, poi abbiamo saputo della storia di quella bambina “Cudduredda” tirata fuori, ancora viva, ma per poco, dalle macerie, e così abbiamo capito che nostro padre doveva prendersi cura di altri bambini in quel momento, e abbiammo condiviso quella sua volontà”.</strong></p>
<p>Dentro la camera ardente tantissima la gente che è accorsa da ogni punto della “sua” Gibellina, ai lati della bara due schermi dove sono state fatte scorrere le più belle foto di Ludovico Corrao e poi la musica di sottofondo, quella che lui aveva già scelto. Combatteva contro un male, ed era una dura lotta, ma non pensava che il male vero sarebbe venuto da tutt’altra parte, da quel giovane  Saiful, 21 anni, originario del Bangladesh, che lui aveva voluto come proprio domestico. Anziano aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui. Non c’era e non ci poteva essere altro tra loro, Corrao affianco alla vita pubblica carica di impegni, di qualità, di valori non comuni, come tutti aveva una vita privata, che se vera poteva essere condivisa o meno, come la vita privata di qualsiasi altra persona. In questa nostra terra però spesso si finisce per interessarsi più ai fatti privati che non a quelli pubblici. <strong>E anche la storia di Ludovico Corrao non è sfuggita a questa assurda regola</strong>. Solo che in questa sua morte a parte le pruriginosità che qualcuno ha voluto sbandierare ai quattro venti, la sensazione e le notizie vere parlano di un assurdo raptus di follia che ha stravolto quel giovane, follia che non può avere nulla a che vedere con il colore della pelle o con altri fatti. Corrao era una persona gracile, debole, a 84 anni, il suo unico pensiero era quello di lasciare una eredità che non finisse con il mettere la parola fine alle sue cose, ma ne garantisse la continuità. E Michele La Tona, direttore della Fondazione delle Orestiadi, è venuto a dirlo, a raccontare degli ultimi colloqui poche ore prima di quella morte violenta, “abbiamo parlato di lavoro, di cose da fare a Gibellina, in Tunisia, abbiamo parlato di lavoro”.</p>
<p><strong>La storia di Ludovico Corrao non è la storia di una “Malitalia” ma quella della “migliore” Italia</strong>, dell’Italia che assuma consapevolezza piena di essere al centro di un Mediterraneo che nei secoli è stato il mare che ha portato uomini e culture facendoli viaggiare da una sponda all’altra, e che non può diventare oggi teatro di guerre senza ragioni. La storia di Ludovico Corrao è la storia di un uomo che ha fatto cambiare il volto di un Belìce che sconquassato dal terremoto doveva diventare più povero di prima del terremoto, scherzando (poi mica tanto) con lui durante una intervista fatta in coincidenza di un anniversario del sisma del 15 gennaio 1968, mi disse, parlando dello Stato, <strong>“hai visto non solo sono state cancellate le leggi per la ricostruzione, ma sono stati pure incapaci di ricreare quella povertà che qui nella Valle c’era prima del terremoto,</strong> facendo segnare semmai un livello ancora più basso”. Era risentito con il parlamento e con il Governo per come il Belìce veniva trattato, era risentito contro il Governo per come ha fatto diventare un dramma l’approdo degli immigrati sulle nostre coste. Era risentito e aveva una gran voglia di fare, il riscatto era il suo costante pensiero. E usava l’arte per questa sua azione: al suo fianco si è trovato dal 1968 in poi grandi uomini d’arte e di lettere, Consagra, Pomodoro, Sciascia. Oggi la porta d’ingresso di Gibellina è una grande stella, Corrao immaginava potesse essere questa la porta del Mediterraneo e non solo di quel paese da lui tanto amato.</p>
<p><strong>Tutto il resto di cui si sente dire in queste ore non appartiene alla vita di Corrao che è fatta di tante cose ancora</strong>. Politicamente lascia un’altra eredità da completare, quella di una Sicilia che davvero possa vantarsi di essere Regione a Statuto Speciale. L’Autonomia siciliana perfetta e compiuta dentro lo Stato italiano era un altro dei suoi sogni, fu anima di un governo, controverso, quello di Milazzo, negli anni ’50, ma è di quel Governo che ancora oggi si parla se si parla di Autonomia Siciliana. E poi l’ultimo capitolo l’impegno sociale con le battaglie legali, non deve essere stato facile per lui negli anni ’60 difendere la giovane Franca Viola nel processo contro i mafiosi sequestratori della donna che doveva per forza andare sposa ad un boss, Filippo Melodia. La donna rifiutò il matrimonio riparatore e quasi finì lei sotto accusa per essersi sottratta a quella assurda regola che comandava allora le nostre comunità. Corrao non ebbe dubbi e tentennamenti e quando entrò in Parlamento si impegnò per fare cancellare le norme che consentivano il delitto d’onore.</p>
<p>Ecco chi era Ludovico Corrao, ecco cosa ci ha lasciato, tante belle cose e non quelle cose di chi incapace di interpretare bene il suo percorso di vita, parla di altro e confonde quel delitto come la corretta conseguenza di una condotta di vita non regolare. La vita di Ludovico Corrao non è da calpestare ma da prendere come perenne esempio. <strong>E la presenza che c’è stata e forse ci sarà nuovamente del presidente Giorgio Napolitano a Gibellina, ieri come visita privata all’amico Ludovico, domani, 11 agosto, per l’ultimo saluto, è la prova che Corrao ha vissuto e ci ha lasciato la migliore delle vite. Ciao senatore!</strong></p>
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