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	<title>Malitalia &#187; Enrico Fierro</title>
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	<description>Mafia, ndrangheta e camorra: in Italia è in corso un conflitto, silenzioso e inarrestabile. Malitalia racconta storie di vittime e carnefici per riflettere e riflettersi nello stato in cui siamo. Un percorso scritto da Laura Aprati e Enrico Fierro, scandito dalle parole di Dacia Maraini, Franco Di Mare, Don Luigi Ciotti e Pietro Grasso.</description>
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		<title>Il cinguettìo dell’antimafia virtuale</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 16:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Una premessa. Si può criticare l’iniziativa di un deputato giovane, donna e democratica? E si può fare se l’iniziativa è stata lanciata su twitter e se ad appoggiarla sono direttori di grandi giornali e il famoso scrittore icona della lotta a tutte la mafie? Si può fare, ma nel momento stesso in cui lo fai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/02/il-cinguettio-dell%e2%80%99antimafia-virtuale/occupy/" rel="attachment wp-att-9294"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/occupy.jpg" alt="" width="235" height="188" class="alignleft size-full wp-image-9294" /></a></p>
<p><strong>Una premessa. Si può criticare l’iniziativa di un deputato giovane, donna e democratica? E si può fare se l’iniziativa è stata lanciata su twitter e se ad appoggiarla sono direttori di grandi giornali e il famoso scrittore icona della lotta a tutte la mafie? </strong>Si può fare, ma nel momento stesso in cui lo fai devi sapere che verrai etichettato come vecchio rincoglionito che non capisce l’enorme valore dei social network e la loro forza dirompente. La piazza telematica, ti diranno, è l’essenza vera della democrazia, tutto il resto appartiene all’inglorioso passato del Novecento. E ancora, verrai descritto come un misogino, uno della generazione degli anni Cinquanta, quelli che hanno fatto pure il ’68 e che col passare degli anni hanno rubato il futuro a questa generazione del Duemila. Insomma, una chiavica da rottamare. Il nuovo avanza e delle tue critiche non sappiamo che farcene. <strong>Ma questo blog, ho pensato, ha una foto (magistralmente “lavorata” da quel grande artista che è Emanuele Fucecchi) e una scritta: “Perché io sono un uomo libero</strong>”. Frase non mia, ma di un personaggio che adoro. Si chiama Toni Pisapia ed è, grazie alla maschera di Toni Servillo, il protagonista di un film bellissimo: “L’uomo in più” di Sorrentino. E allora parliamo. Veniamo ai fatti.<br />
<strong>E i fatti parlano di Scampia</strong>. La settimana scorsa un articolo de “Il Mattino” parla della guerra di camorra nel quartiere. Si uccide, cinque morti solo a gennaio, si spaccia, anche con l’ingresso sul mercato di nuove droghe sintetiche, c’è un riassestamento delle gerarchie dentro i clan. Tutto vero. Poi il cronista raccoglie una voce dalla piazza: i boss hanno imposto il coprifuoco. A Scampia è vietato uscire la sera, i negozi devono chiudere entro le venti, e le donne devono tapparsi in casa.<strong> Insomma, la camorra è fortissima</strong>, in questi anni è uscita indenne da blitz e arresti, ha resistito alle guerre interne che hanno seminato decine di morti, ha spernacchiato libri, convegni, film e denunce sociali, tanto da fare una cosa enorme: imporre il coprifuoco ad un quartiere dove vivono non meno di 150mila persone. <strong>Peggio dei nazisti a Varsavia, nel Ghetto</strong>, più forti degli americani in Iraq, più spietati dei talebani in Afghanistan. Insomma, una notizia che avrebbe dovuto imporre scelte radicali da parte delle istituzioni. Invio dell’esercito e di forze straordinarie di polizia, il pattugliamento delle strade con soldati armati. <strong>Questo si sarebbe dovuto fare se i fatti narrati fossero stati veri, se non fossero stati smentiti dai vertici della polizia e dai magistrati del’antimafia. Ma chi li ascolta i poliziotti e i magistrati?</strong> Non un deputato alla ricerca di notorietà un tanto al chilo. L’onorevole Pina Picierno, che, letto l’articolo, e senza fare alcuna verifica, prontamente si indigna. Si tratta di una giovane parlamentare eletta in Campania per il Pd con una rispettabilissima e lunga storia politica. Pupilla di Ciriaco De Mita (notissimo per essere uno dei Grandi Vecchi del Nuovo che avanza), tanto da incentrare la sua tesi di laurea sul linguaggio del leader di Nusco, quello che faceva sbellicare di risate Gianni Agnelli e incazzare Indro Montanelli. Un atto veramente eroico. De Mita le fu grato al punto di sponsorizzarla come presidente in un vivace congresso dei giovani della Margherita. Nel 2008 Valter Veltroni, notissimo talent-scout democratico, la “nominò” parlamentare. Tornando al coprifuoco e a Scampia, la deputata lancia il suo appello su Twitter e riceve centinaia di adesioni. Molte generose, altre interessate, altre dei tanti maniaci dell’indignazione da tastiera. Occupy-Scampia, mettiamo le tende come a Zuccotti Park. Ma Scampia non è Zuccotti Park, nelle Vele non c’è la sede distaccata di Wall Street e i Pagano, gli Amato, i Di Lauro, non hanno proprio l’aspetto di impeccabili uomini dell’alta finanza. <strong>E così, venerdì sera, nella piazza più grande di Scampia, abbiamo assistito ad uno spettacolo deprimente.</strong> Il popolo di Twitter non si è visto, delle tende neppure l’ombra, di indignati, venuti a mettere faccia, testa e corpo contro i boss, nessuno. Solo giornalisti, tanti, fotografi, tantissimi, postazioni fisse e mobili di tv nazionali, magistrati e politici. Insomma, gli addetti ai lavori. Ma la cosa più drammatica è stata lo sdegno espresso da chi vive e lotta nel quartiere. Uomini e donne, ragazze (tantissime), preti, comunisti, volontari cattolici e laici, che mettono anima, corpo e intelligenza per far vivere quotidianamente una cultura, un modo di vivere, un’occasione e una speranza alternativi a quelli imposti dalla camorra. <strong>Loro, i boss, si celebrano con le canzoni dei neomelodici (“’o boss è n’ommo e core”, “’o latitante”, etc.), e quelli, i volontari, propongono tutta un’altra musica. Sono tanti gli uomini e le donne che lottano per un’altra Scampia, i giornali non li raccontano, le tv meno che mai, il cinema non  li trasforma in personaggi.</strong> Pazienza, loro vanno avanti lo stesso, con l’umiltà e la determinazione di chi sa di vivere e lottare in una zona di guerra. Li abbiamo visti venerdì sera incazzarsi con l’onorevole, dirle che così non si fa, denunciare quel misto di arroganza, supponenza e infantilismo politico, che ha determinato il fallimento di una iniziativa nata male e gestita peggio. E l’onorevole? Devo dire che ho osservato con un misto di ammirazione e amarezza il suo atteggiamento. Mai una presa d’atto dell’errore e del fallimento, mai un gesto di umiltà, un pizzico di autocritica. “Gli amici di Twitter non sono venuti per il maltempo. La gente non ha capito”, e cose così. I giornalisti in piazza si guardavano stupiti. Personaggi come <strong>Lorenzo Diana</strong> (uno che da decenni denuncia la camorra casalese e per questo vive perennemente sotto scorta), <strong>Luisa Bossa</strong> (per anni sindaco di Ercolano, cuore di un’altra camorra), preferivano tacere per amor di patria. <strong>“E’ la politica di oggi, leggera, mediatica. Conta facebook, non la gente in carne ed ossa”, ha notato un collega</strong>. Ha ragione, non contano i fatti, ma la suggestione, non contano le persone con i loro sentimenti, le ansie e anche le difficoltà a capire cosa è giusto e cosa no, non conta la capacità di convincerle a scendere in piazza e ad essere in tanti per costruire una idea, conta il botto del momento. Ecco, sono in piazza, ho raccolto 500 tweet, ci sono venti telecamere, faccio tanti passaggi televisivi. Divento un personaggio. E poi? Poi vado via, torno a Roma, il mio ufficio stampa mi farà trovare una cartellina con tutti gli articoli, sul mio sito metterò le clip delle interviste in tv.<strong> E la gente di Scampia? Tornerà a vivere come prima in quell’inferno fatto di malacarne e brava gente, di assassini feroci e preti generosi, di camorristi e impiegati col mutuo da pagare, di disoccupati senza speranza e di disoccupati che accettano lo stipendio del sistema e si perdono per sempre. Nessuno li racconterà, nessun deputato si farà vedere, la loro sarà una quotidianità anonima, ma fino alla prossima notizia bomba. Quella che farà scattare di nuovo l’indignazione e la mobilitazione virtuale. Quella che non costa sacrifici, che non ti espone a rischi, quella che ti fa raccogliere tanti consensi. Virtuali.</strong></p>
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		<title>Materassi e vergogna:tra i dannati del Grand Hotel Termini</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Stazione Termini, nelle notti del grande gelo. L’altoparlante annuncia treni soppressi, ritardi di ore, la Stazione Tiburtina chiusa. Nevica e l’Italia perde la faccia e la testa. Si blocca, anche quella magnifica, modernissima, pubblicizzata e costosa ad Alta Velocità. La voce metallica dell’altoparlante non chiede scusa per i ritardi, non fornisce spiegazioni su quali treni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/02/materassi-e-vergognatra-i-dannati-del-grand-hotel-termini/barboni/" rel="attachment wp-att-9290"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/02/barboni.jpg" alt="" width="277" height="182" class="alignleft size-full wp-image-9290" /></a></p>
<p><strong>Stazione Termini, nelle notti del grande gelo</strong>. L’altoparlante annuncia treni soppressi, ritardi di ore, la Stazione Tiburtina chiusa. Nevica e l’Italia perde la faccia e la testa. Si blocca, anche quella magnifica, modernissima, pubblicizzata e costosa ad Alta Velocità. La voce metallica dell’altoparlante non chiede scusa per i ritardi, non fornisce spiegazioni su quali treni prendere, ma ripete, ad intervalli regolari e ossessivi, che è severamente vietato attraversare la linea gialla. E invece, ti guardi intorno e vedi che nella notte del grande freddo romano, e della neve che presto diventerà ghiaccio e freddo da spaccarti le ossa, c’è chi quella linea gialla l’ha oltre passata da tempo. E’ una umanità infreddolita e dolente. Avvolta in coperte sudice, rannicchiata nei cartoni sui marciapiedi di via Marsala e via Giolitti. Piegata dalla solitudine.<br />
<strong>Sotterranei della stazione</strong>. La casa di Nicola è una sedia a rotelle traballante che trasporta lui e le povere cose che ha. Chiede di abbassare la telecamera come tutti gli abitanti del grand Hotel Termini. <strong>“Non voglio che mi vedano i miei figli”. E’ romeno di Brasov, venuto in Italia dieci anni fa a cercare la fortuna.</strong> “Poi la malattia, lo zucchero nel sangue, diabete e cancrena”, ci dice indicando il piede che gli manca, “mi ha distrutto. Ho perso il lavoro nel cantiere, la casa, non vedo la mia famiglia da due anni”. All’una la stazione chiuderà, polizia ferroviaria e guardie private cacceranno tutti. E Nicola? “Lo aiuteranno gli altri disgraziati come lui a salire con la sua carrozzella e dormirà all’aperto”, ci racconta un addetto alle pulizie. “Ogni notte vedo aumentare le persone che cercano un rifugio nella stazione, ci sono i barboni che io chiamo storici e quelli nuovi. Li riconosci subito, all’inizio sono impacciati, abbassano gli occhi, cercano di tenere in ordine i vestiti che hanno addosso. Poi si riducono come gli altri. Ascolto i loro racconti, sono padri di famiglia che hanno perso il lavoro, uomini separati, gente sfortunata”. <strong>Quello dei senza fissa dimora è un popolo. “Settemila persone a Roma”, ci dice Roberta Molina, della Caritas. </strong>“La cosa più drammatica è che spesso incontriamo per strada interi nuclei familiari. Nei giorni passati abbiamo dato ricovero in una casa famiglia ad una donna con cinque figli. Basta poco per finire in strada, un fallimento, una separazione, la perdita del lavoro”. Settemila uomini e donne che come tetto hanno il cielo freddo della notte o la volta di una stazione. Sono i nuovi poveri, gente che a Roma si divide anche i pezzi di strada. A via Marsala gli immigrati di colore, in via Giolitti, l’altro lato della Stazione Termini, tutti gli altri. Due ragazze scaricano dalla macchina un materasso. “Non siamo volontarie, vogliamo solo dare un aiuto”. Lo regalano ad un egiziano accucciato a terra sopra i cartoni che lo difendono dalla neve che è già ghiaccio. Di fronte l’insegna luminosa di un hotel, a pochi passi dai suoi piedi nudi un topo enorme che cerca la strada verso la fogna. “Sono un richiedente asilo. Guarda le mie scarpe, sono pulite, non sono un barbone”. Via Marsala, ore tre del mattino. Ci colpisce una figura che avevamo visto due ore prima. E’ una donna di colore, è in piedi avvolta in una coperta. Sta così da ore. <strong>Ai volontari che l’avvicinano e le porgono un a tazza di the bollente e un panino, riesce a dire solo una frase: “Ho paura di stare qui”. Qui è questo pezzo di Bronx capitolino popolato di strani animali metropolitani che diventano padroni della notte e un locale, un bar con luci sfavillanti, i buttafuori di colore che sembrano usciti da un vecchio film di Martin Scorsese e l’alcol venduto a fiumi per tutta la notte.</strong> “Sì, la notte è anche questo a Roma – ci dice Roberta Molina – come Caritas, grazie alle parrocchie e ai nostri ostelli, riusciamo a dare ricovero a 500 persone, ma non basta. Mi irrito quando sento parlare di emergenza freddo, l’inverno viene ogni anno, è prevedibile, ma nessuno fa quello che si dovrebbe per questa gente”. Stazione Ostiense, le porte a vetri sono illuminate dalle luci di un cartellone pubblicitario. “Quest’inverno i più fortunati se la vedranno nera”, c’è scritto proprio così e pubblicizza una macchina. Dentro la stazione decine di persone dormono a terra. Due ragazzi ci vedono e scappano. Sono afghani e raggiungono i loro compagni riparati in tende e ricoveri di plastica e cartone, poco più avanti, al terminal costruito per i Mondiali 90. “Anche questa –ci racconta Dina Giuseppetti del Cies, una ong che si occupa di immigrati e rifugiati – è una emergenza. Ci sono minori non accompagnati, ragazzi fuggiti dall’Iraq, dall’Afghanistan, che raggiunti i 18 anni finiscono per strada o in centri di accoglienza con adulti senza fissa dimora. Un dramma”. Anche ad Ostiense l’altoparlante gracchia per tutta la notte. Treni soppressi, ritardi e la linea gialla. Due clochard sono morti. Una donna ucraina di 48 anni l’hanno trovata in una baracca di Ostia. Non c’era riscaldamento. Un altro, un tedesco, vicino Perugia. <strong>Un altro ancora lo hanno salvato</strong> a stento a Piacenza. Era assiderato. <strong>Tutti e tre avevano oltrepassato la loro linea gialla.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2012)</p>
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		<title>Forche, forconi e la sinistra che non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 16:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Forche, forconi, camionisti in rivolta, strade bloccate, supermarket vuoti e prezzi della frutta alle stelle. Città stressate da tassisti in rivolta e bandiere agitate. Quelle della licenza non si tocca. “Sembra il Cile degli anni Settanta”, mi ha detto un amico. Non è proprio così. Perché Monti non è Salvador Allende, non è stato eletto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/enrico-forcheforconi-e-la-sinistra-che-non-ce/movimentoforconi/" rel="attachment wp-att-9234"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/movimentoforconi.jpg" alt="" width="275" height="183" class="alignleft size-full wp-image-9234" /></a></p>
<p><strong>Forche, forconi, camionisti in rivolta, strade bloccate, supermarket vuoti e prezzi della frutta alle stelle. Città stressate da tassisti in rivolta e bandiere agitate. Quelle della licenza non si tocca. “Sembra il Cile degli anni Settanta”, mi ha detto un amico. Non è proprio così.</strong> Perché Monti non è Salvador Allende, non è stato eletto dal popolo e non è il rinnovatore socialista che vince e cerca di affermare nuove politiche, economiche e sociali, soprattutto, contro governi reazionarie multinazionali Usa. Mario Monti è la continuazione, sobria e senza escort, della ideologia politica che nel 1994 fece vincere Silvio Berlusconi. Il suo è un governo liberista e il liberismo era la filosofia del primo Berlusconi. Che gli anni, le alleanze e le strategie successive del Cavaliere, hanno sempre più appannato, fino a passare dal liberismo predicato al protezionismo spinto, dalla lotta ai privilegi, nei piani alti e in quelli bassi del corpo sociale, alla loro cura. E ora che la crisi, i diktat di Fondo monetario e Bce, lo spread e la Merkel hanno dettato i temi dell’agenda politica italiana, Monti applica le politiche liberiste possibili. Non tocca le banche, non tocca le grandi lobby bancarie, finanziarie e assicurative. Tocca i ceti che nel ventennio berlusconiano sono stati coccolati, e che ora si sentono orfani traditi e si ribellano. “Monti non è il presidente legittimo.<strong> La licenza non si tocca e non si raddoppia</strong>”, sono queste le frasi che abbiamo sentito urlare nei cortei dei tassisti romani. “Berlusconi torna”, si è sentito nei capannelli con i Tir fermi.<br />
E’ la rivolta delle partite Iva che questa volta parte dalla Sicilia e si allarga a tutto il Meridione. Rivolta spontanea? Ormai solo i gonzi ci credono. Ad agitare le acque, ad offrire sostegno politico e rappresentanza, sono interi pezzi del ceto politico berlusconiano alla ricerca di nuovi consensi. <strong>“Fateci tornare e tutto si aggiusterà” è la parola d’ordine dei nuovi Gattopardi, gli uomini di Lombardo, Micciché, Dell’Utri e soci, gli unici politici ammessi nei cortei e nelle assemblee dei forconi. Perché il resto della politica (Pd, partiti della sinistra, sindacati e associazioni) è assente</strong>. C’è la guerra e i loro generali hanno innalzato bandiera bianca prima di sparare un solo colpo. Nessuno che riesca a distinguere, nella massa indistinta di camionisti, tassisti e agricoltori, chi soffre disagi veri da chi vuole solo difendere antichi privilegi. I tassisti non sono tutti uguali. Ci sono i giovani che hanno comprato a fior di mutui licenze da altri tassisti. Ma la licenza è una concessione pubblica che solo un ente pubblico può rilasciare, perché comprarla da un privato, vale a dire da un altro tassista che l’ha ottenuta decenni fa? E ci sono i tassisti per caso, gente che aveva un altro lavoro e l’ha perso. Non aveva altra via d’uscita e ha impegnato i risparmi di una vita per comprare taxi e licenza. Lo stesso discorso vale per i camionisti, una cosa è l’imprenditore con dieci Tir, un’altra il padroncino e un’altra ancora il dipendente o il cottimista. E i contadini? Espressione generica che dice poco e che ha il torto di mettere tutti insieme, il piccolo agricoltore e l’agrario con tanta terra, chi raspa il suolo dell’Aspromonte e chi gestisce ettari di serre in pianura.<strong> La politica non c’è, non analizza più, parla per slogan televisivi, si rintana nei palazzi e il risultato è drammatico. Chi ha di più, tra i tassisti, i camionisti e gli agricoltori, rappresenta anche gli interessi di chi ha di meno, se ne fa scudo, li usa come massa di manovra e di pressione sul governo. </strong>Sempre il mio amico di sopra, è ormai convinto che Berlusconi si sia tranquillizzato. “Pensa ai suoi affari, le aziende e i processi, e si gode l’immeritato riposo”. Non è così, Berlusconi sta facendo fare il lavoro sporco (le misure per attenuare gli effetti della crisi) a Monti e al suo governo, e sta organizzando la sua riscossa. I movimenti sul territorio, soprattutto al Sud, sono una prova eloquente. Berlusconi sa che il suo blocco sociale si sta sfaldando e cerca di rimetterlo insieme. Voci dicono che voglia lasciare il Pdl nelle mani di Alfano per tentare un’altra avventura, quella di presentarsi con una sigla completamente nuova, un raggruppamento di uomini e donne mai compromessi con la politica. Una Forza Italia del 2012, con nuovi slogan e “sogni” da vendere. Nel 1994 il Cavaliere vinse trasformando una menzogna storica in verità assoluta: l’Italia è stata governata per quarant’anni dai comunisti. Questa volta affermerà che il governo Monti, con le sue tasse e la stretta economica, è il governo dei comunisti. Il suo partito c’è e vota manovre e aggiustamenti (balzelli compresi), ma lui non ci mette la faccia.<strong> Basta notare da quanto tempo Berlusconi non appare più in televisione. Riuscirà il gioco anche questa volta? Certamente sì, se Pd, sinistra, altri partiti di opposizione, sindacati e movimenti non usciranno dal loro letargo e cominceranno a parlare con tutti. Tassisti, camionisti e forconi compresi.</strong></p>
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		<title>Quei berluscones “ripuliti” che fanno i masanielli</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 08:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Non solo politici alla Castelli che di fronte all’esasperazione del cassintegrato sardo scappano (è accaduto nell’ultima puntata di Servizio Pubblico), ma anche politici che in questi giorni ballano sulla punta dei forconi. Movimento dove c’è di tutto: disagio vero, lotta feroce per difendere antichi e non più proponibili privilegi, corporativismi, disperazione, abbandono del Sud dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/quei-berluscones-%e2%80%9cripuliti%e2%80%9d-che-fanno-i-masanielli/forconi/" rel="attachment wp-att-9230"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/forconi.jpg" alt="" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-9230" /></a></p>
<p><strong>Non solo politici alla Castelli </strong>che di fronte all’esasperazione del cassintegrato sardo scappano (è accaduto nell’ultima puntata di Servizio Pubblico), ma anche politici che in questi giorni ballano sulla punta dei forconi. Movimento dove c’è di tutto: disagio vero, lotta feroce per difendere antichi e non più proponibili privilegi, corporativismi, disperazione, abbandono del Sud dopo anni di politiche leghiste. <em>“Sì – avverte il meridionalista Gianfranco Viesti – vedo con chiarezza il rischio che interi pezzi del vecchio sistema di potere, anche di matrice berlusconiana, siano alla ricerca di una rilegittimazione sfruttando il movimento”.</em></p>
<p>Che nasce nel 2011 in Sicilia all’uscita di un cinema dove il ministro <strong>Saverio Romano (Udc, inquisito per mafia)</strong>, parlava del meraviglioso futuro dell’agricoltura. Fu una vera, altissima benedizione. Perché in questi giorni di blocchi stradali, manifestazioni e proteste dure, si sono visti in giro tanti volti di vecchi marpioni della politica di centrodestra in terra sicula. L’onorevole Pippo Gennuso, deputato regionale siciliano dell’Mpa di Raffaele Lombardo, nelle ore più infuocate della protesta girava per i negozi di Rosolini invitando i commercianti a chiudere. “Per il bene della Sicilia”.</p>
<p><strong>Raffaele Lombardo, il governatore autonomista dell’Isola,</strong> anche lui sta giocando un ruolo in questa partita. Mariano Ferro, l’imprenditore agricolo di Avola diventato leader della rivolta, nel 2008 fu candidato nel suo Mpa. Come tanti proveniva da Forza Italia e aveva tentato di conquistare il Comune di Avola e un seggio alla Camera. Impresa fallita. Anche <strong>Giuseppe Richichi, Zu Pippu, leader indiscusso di Forza D’Urto,</strong> il “re dei camionisti”, che lancia strali contro i politici corrotti, ha avuto le sue simpatie politiche. Ai tempi in cui Totò Cuffaro, ora in galera per mafia, era il governatore della Trinacria, lui, Zu Pippu, gli faceva da consulente in materia di trasporti.</p>
<p><strong>“La rabbia è sacrosanta </strong>– tuonava all’inizio delle proteste il governatore Lombardo – ma adesso i forconi li portino a Roma”. Parole durissime, usate per vincere la gara con Gianfranco Miccichée il suo “Grande Sud”, a chi mette prima il cappello su Forconi e Forza d’urto. L’ex viceministro all’Economia di uno dei governi Berlusconi-Bossi ora fa il Masaniello e schiera i suoi. Pippo Fallica, il suo ex autista diventato deputato, appoggia i Forconi, Titti Bufardeci, ex sindaco di Siracusa e capogruppo alla Regione del partito di Micciché, sostiene i camionisti. Altro che lontani dalla politica-politicante.</p>
<p><strong>Il professor Viesti si chiede “chi trascina chi?</strong> perché i movimenti sono troppo forti per essere spontanei. Siamo di fronte a disagi sociali veri, ma anche a una somma di interessi individualisti e corporativi, manca la mediazione dei grandi corpi sociali e mi spaventa l’assenza di partiti come il Pd e dei grandi sindacati. A questo punto il rischio di scivolare in un ribellismo con forti connotazioni mafiose è fortissimo”.</p>
<p><strong>Mafia, ne ha parlato Ivan Lo Bello,</strong> il leader degli industriali siciliani e lo hanno sommerso di attacchi. I fatti dimostrano che aveva ragione. Francesco Gagliano, grande autotrasportatore siciliano, tra i leader del movimento, lo hanno arrestato ieri in una operazione che ha scoperto l’alleanza mafia-clan dei casalesi per monopolizzare il business del trasporto dell’ortofrutta. I giornalisti di Corriere. it hanno notato che in una conferenza stampa dei Forconi c’era anche Enzo Ercolano, nipote del boss Nitto Santapaola. Ercolano era dietro le spalle di Giuseppe Richichi.</p>
<p><strong>Michele Gravano è stato fino a pochi mesi fa segretario regionale della Cgil in Campania, da pochi giorni Susanna Camusso lo ha spedito in Calabria. Motivazione: la situazione è esplosiva. </strong>“La verità– dice – è che il corpo sociale che ha determinato il successo di Berlusconi si sta sgretolando e cerca nuovi referenti. Li cerca a destra, in pezzi del vecchio sistema di potere, il rischio è che anche le mafie giochino un ruolo. Per dare una risposta a marzo riuniremo a Reggio Calabria migliaia di delegati da Lombardia, Veneto, Calabria e Sicilia. Nord e Sud si salvano insieme“.</p>
<p><strong>Dialogo, contatto, proposte</strong>. È questo che ha spinto l’onorevole Stefano Esposito del Pd a scendere nella piazza di Montecitorio e a parlare con gli ambulanti inferociti. C’erano le telecamere di Piazza Pulita che hanno filmato quel “figlio di p… vattene” urlato con toni minacciosi. “Ho il cellulare pieno di sms di dirigenti del partito che mi dicono chi te l’ha fatto fare, quelli sono tutti fascisti. Così non andiamo da nessuna parte, bisogna parlare con questa gente, metterci la faccia, dire che abbiamo sbagliato quando è necessario, e dire dei no quando serve. <strong>La rappresentanza politica e sociale diffusa è saltata e ora servono politici con le palle che sappiano confrontarsi con la piazza, ma francamente in questo momento ne vedo pochi”.</strong></p>
<p>(Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2012 )</p>
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		<title>Taxi amari</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Sono le tre del pomeriggio quando Loreno Bittarelli, leader storico dei tassisti romani e padre-padrone del 3570, la più grande cooperativa della Capitale, arriva nel catino del Circo Massimo. Fa freddo, ma la tensione infiamma gli animi. L’ala dura della categoria, soprattutto i tassisti napoletani, si aspetta risultati concreti. Bittarelli, completo blu ministeriale e scorta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/taxi-amari/taxi/" rel="attachment wp-att-9103"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/taxi.jpg" alt="" width="271" height="186" class="alignleft size-full wp-image-9103" /></a></p>
<p><strong>“Sono le tre del pomeriggio quando Loreno Bittarelli, leader storico dei tassisti romani e padre-padrone del 3570, la più grande cooperativa della Capitale, arriva nel catino del Circo Massimo</strong>. Fa freddo, ma la tensione infiamma gli animi. L’ala dura della categoria, soprattutto i tassisti napoletani, si aspetta risultati concreti. Bittarelli, completo blu ministeriale e scorta da capo di Stato, sale sul palco e viene accolto dai cori, “Siamo noi, siamo noi, i tassisti dell’Italia siamo noi”, non porta risultati, ma “disponibilità” e “caute aperture” da parte del governo. Solo generiche rassicurazioni dopo quattro giorni di blocco e di presidio. “Il governo – dice – ha giudicato le nostre proposte indubbiamente ragionevoli, e domani (oggi per chi legge, ndr) le valuterà nella riunione del Consiglio dei ministri”.<br />
Un’altra giornata di attesa con la speranza che il governo modifichi sostanzialmente la parte del decreto sulle liberalizzazioni che riguarda i taxi, che a molti non va giù. Partono i primi fischi. Bittarelli invita alla calma. “Qualcosina stiamo cedendo, ma forse ce la faremo a cancellare le doppie licenze in capo ad un unico soggetto e a rivedere la territorialità “.<br />
<strong>I fischi si fanno sempre più forti.</strong> “Abbiamo anche espresso perplessità sul ruolo dell’Authority, e sulle malattie professionali ci è stata assicurata l’apertura di tavoli con Inps e Inail. Ora vi dico la mia opinione: se vogliamo facilitare l’esito della trattativa il servizio va ripreso”. È la scintilla che fa esplodere una piazza insoddisfatta. Partono fischi, urla, esplodono mortaretti. La leadership sindaca-le, oltre a Bittarelli c’è Pietro Marinelli, Ugl, capelli bianchi e tatuaggi, ha perso il controllo della situazione. Bittarelli, sul camioncino adibito a palco, perde invece le staffe. “Qui ce becchiamo na denuncia, sapete che c’è, fate un po’ come ve pare, ognuno è libero di ammazzarsi come vuole”. Lascia il microfono e va via, accompagnato dai guardaspalle e dalle grida “venduto, merda”.<br />
<strong>In serata, ospite di Bruno Vespa, rincara la dose. Il governo ha mostrato delle aperture, ma ci sono tra i tassisti “frange di facinorosi che non vogliono l’accordo”</strong>. E’ il caos con migliaia di tassisti che continuano fino a sera ad affollare il Circo Massimo e a maggioranza votano una mozione  per continuare lo sciopero. Volano botte tra i diversi rappresentanti delle sigle sindacali (ben 23) e schiaffi per i giornalisti. Anche un nostro collega del sito viene aggredito. Intanto si formano capannelli di sindacalisti (Federtaxi,Area e altri gruppi) che si preparano ad una dura battaglia interna per mettere in discussione Bittarelli e la delegazione che ha trattato con il governo.<br />
<strong>“Monti manco li ha voluti vedere – dice uno di loro- li ha ricevuti il segretario Strano, che non è ministro e neppure sottosegretario”.</strong> Tutto rinviato alla riunione  del Cdm di questa mattina, per il momento la categoria porta a casa un comunicato. “Si è svolto stamane a Palazzo Chigi- si legge- il previsto incontro tra la presidenza del Consiglio e le rappresentanze sindacali dei tassisti. Dopo aver illustrato la posizione del Governo in tema di liberalizzazioni del settore, il Segretario Generale Mario Strano e i rappresentanti sindacali si sono confrontati sulle proposte di modifiche consegnate ieri alla presidenza del Consiglio. Al termine dell’incontro il Segretario Generale ha assicurato che le proposte avanzate dai sindacati (alcune delle quali indubbiamente ragionevoli) saranno valutate e discusse collegialmente dal Governo nel Consiglio dei Ministri”. Base da una parte, quindi,e vertici dei sindacati dall’altra. Con la protesta che continua a macchia di leopardo. <strong>A Napoli i tassisti minacciano  di “occupare la città”</strong>, e il prefetto parla di precettazione. A Palermo continua il blocco totale, mentre a Bologna riprende il servizio con i tassisti “in allerta”, agitazione ancora in corso a Milano, dove il servizio sarà assicurato solo per le categorie “, a Genova si lavora, ma i tassisti continuano il presidio.più deboli”</p>
<p>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 20 gennaio 2012)</p>
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		<title>Il Ministro nell&#8217;inferno di Rosarno</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria. La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9039" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC01497-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria.</strong> La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca del lavoro. Oggi sono 4mila uomini, africani e braccianti dell’Est che affollano la Piana di Gioia Tauro. Ma l’oro giallo di queste terre vale meno di zero sui mercati. <strong>“Per un chilo di clementine i grossisti mi danno quindici centesimi, 5 per le arance da succo. Una miseria”. </strong>Piccoli coltivatori e grandi proprietari terrieri si lamentano allo stesso modo, ma continuano a produrre. E scaricano la loro crisi sui migranti ai quali offrono paghe da fame. Venticinque euro a testa, oppure un euro per ogni cassetta raccolta. Soldi ai quali va sottratta la mazzetta da dare al caporale, l’organizzatore delle braccia, spesso un africano o un bracciante dell’est che ha fatto carriera. Soldi pochi, condizioni di vita disperate in baraccopoli da dove anche i topi scappano, eppure la gente continua ad arrivare. <strong>“In un solo giorno – ci racconta don Pino De Masi, animatore di Libera nella Piana – nel paese di San Ferdinando sono arrivati dieci pullman con 500 tra bulgari e romeni”</strong>. Altre braccia che la mattina presto si offrono nella piazze dei paesi in attesa di un ingaggio che però non arriva per tutti. Chi non è fortunato vaga per tutto il giorno aspettando un’occasione. E’ questo l’inferno che ieri ha voluto vedere da vicino il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi. “Perché governo tecnico – dice al cronista – vuol dire anche avere orecchie ed occhi attenti alla realtà”.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EeL_b9citw8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il ministro entra nel campo di accoglienza organizzato dal Comune. Ci sono <em>containers</em> con brandine e riscaldamento, docce e bagni chimici, un barlume di vita civile per 120 migranti. Una goccia nel mare. Per gli altri ci sono i ghetti. Quello della fabbrica Pomona, dove una volta si trasformavano gli agrumi, fa paura. Fango dappertutto, per dormire improvvisate tende fatte di plastica e legno. Non ci sono bagni, i bisogni si fanno dove capita. “E’ un ghetto indegno di un paese civile – dice il ministro -, si tratta di situazioni che abbiamo l’obbligo morale di rimuovere al più presto”. Ma basta spostarsi in quello ce chiamano il “centro storico” della città per capire che l’inferno non finisce in una fabbrica abbandonata. Vico Esperia, via Posta Vecchia, case pericolanti, tufi sbriciolati dalla pioggia, sottoscala e cantine di pochi metri quadrati dove vivono in dieci, venti persone. Per letto materassi impregnati di sudicio e umidità per terra. Il professor Riccardi entra nei tuguri e parla con i migranti. Nessuno protesta più di tanto per le paghe basse o per le condizioni di vita, ma tutti chiedono una cosa solo: la carta, il permesso di soggiorno, il diritto di sentirsi cittadini. E’ il frutto di leggi assurde contro gli immigrati. Il ministro rifiuta la polemica: “L’integrazione va costruita, qui non si tratta di rivolgersi al passato per stracciarsi le vesti, ma di aprire una stagione diversa”.</p>
<p><strong> Il sindaco di Rosarno si chiama Elisabetta Tripodi, è stata eletta in una coalizione di centrosinistra, ha organizzato il campo da 120 posti e chiesto altri container che la Protezione civile le ha però rifiutato.</strong> Quanti soldi ha avuto dalla regione? “Zero. Sto ancora aspettando i 25mila euro per l’emergenza di un anno fa, dei 3 milioni di euro promessi per la costruzione di alloggi popolari da destinare ai migranti neppure l’ombra”. Promesse, piani mai realizzati nella Calabria degli sprechi, il  ministro annota tutto, nella sala riunioni del Comune ascolta. Parla Mamma Africa, Norina Ventre, una anziana signora che da vent’anni assiste chi ha la pelle di un altro colore. “Domenica avevo 200 persone da sfamare, c’è bisogno di un centro di accoglienza”. Cristiana, donna e mamma del Ghana che chiama “papà” il ministro: “Ho due figli da mantenere, vanno a scuola, sono da undici anni qui in Italia ma non ho ancora la cittadinanza”. E poi Adam, bracciante di colore, rappresentante di “Africalabra”. E il senegalese Mamadù che parla della necessità del contratto, “perché la Bossi Fini dice che se perdi il lavoro perdi anche il permesso”. “La situazione – è il commento del ministro &#8211; è di vera emergenza, come soluzione provvisoria, sarà realizzata una tendopoli nel territorio del comune di San Ferdinando, accanto a Rosarno, dove saranno trasferiti molti immigrati che in questo momento stanno trovando rifugio in situazioni inaccettabili. </p>
<p><strong>Ma c’è bisogno di “una fase due. Siamo in presenza di lavoratori fedelmente stagionali per cui è necessario lavorare alla loro integrazione, costruire un ponte tra loro ed i cittadini di Rosarno, a partire dalla lingua. In un momento di crisi, di poco lavoro anche per gli italiani, occorre spiegare bene a questi nostri amici che non rimarranno soli”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2012)</p>
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		<title>Aspettando nell’hotel angoscia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 20:16:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“No, non ho notizie. Non ce la faccio più, spero solo che ci dicano qualcosa”. La donna strappa pezzi di parole al pianto per urlare al telefonino la sua disperazione. E’ uno dei familiari dei dispersi del naufragio della “Costa Concordia”. Insieme agli altri, italiani e stranieri, è ospitata all’”Hotel Sole”, l’albergo dell’angoscia al centro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2012/01/aspettando-nell%e2%80%99hotel-angoscia/concordia/" rel="attachment wp-att-9035"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2012/01/concordia.jpg" alt="" width="282" height="179" class="alignleft size-full wp-image-9035" /></a></p>
<p><strong>“No, non ho notizie. Non ce la faccio più, spero solo che ci dicano qualcosa”. La donna strappa pezzi di parole al pianto per urlare al telefonino la sua disperazione</strong>. E’ uno dei familiari dei dispersi del naufragio della “Costa Concordia”. Insieme agli altri, italiani e stranieri, è ospitata all’”Hotel Sole”, l’albergo dell’angoscia al centro di Orbetello. E’ qui che aspetta notizie che non arrivano, è qui, in questo albergo di tre piani che d’inverno non apre mai, che non perde di vista per un attimo il cellulare in attesa di uno squillo. L’annuncio che era giusto sperare, che una mamma, un figlio, un marito, ce l’ha fatta, è stato ritrovato. Nella minuscola e decadente hall dell’albergo ci sono i volontari della Croce Rossa e alcuni funzionari della Costa-Crociere particolarmente solerti nel blindare i familiari dei dispersi da ogni contatto con i giornalisti. La proprietaria dell’albergo non affitta stanze ai cronisti, e quando li vede li invita ad allontanarsi. Strane cose accadono attorno al naufragio del “Titanic italiano” , troppi misteri e qualche omertà di troppo. Ma il buco nero che a quattro giorni dalla tragedia fa più impressione, è quello sul numero dei dispersi. Quanti sono nessuno è in grado di dirlo con certezza. Sono 16, dice la prefettura. Una cifra che però non quadra con altre notizie e altri numeri che circolano. Una parla di sette passeggeri e sei membri dell’equipaggio ancora da trovare. Guido Westervelle, ministro degli Esteri tedesco, non esclude “altre tristi notizie”, riguardo alle vittime del suo paese. I tedeschi imbarcati, informa la filiale della Costa Crociere in Germania, erano 566, e le vittime sarebbero almeno 12. Non si hanno notizie, informano ambienti diplomatici Usa, di due turisti americani, e dalla Francia un portavoce del ministero degli Esteri fa sapere che si teme per la sorte di 4 francesi. Gli italiani dati per dispersi sono cinque. Quanta gente c’è ancora nella pancia della nave in bilico su un costone a 30 metri di profondità e col rischio che le onde (fino a domani le previsioni danno mare piatto, da giovedì e per tutto il week-end vento e onde fino a 2 metri) la facciano scivolare a 70 metri? “Abbiamo 36 ore di tempo per cercare i dispersi – ci dice un operatore della Capitaneria di Porto – poi tutto sarà più difficile”. Nessuno darà queste notizie ai disperati dell’Hotel del Sole, che passeggiano nervosi col cellulare tormentato tra le mani sotto le vetrine di un negozio che beffardamente si chiama “Antica marineria”.<br />
<strong>Piangono e aspettano e si raccontano le storie dei loro cari. Piccole grandi storie di coraggio e umanità. Nicole Servel, turista francese di 61 anni, non dimenticherà mai il gesto del marito. “Avevamo un solo giubbotto di salvataggio e me lo ha dato.</strong> Tu non sai nuotare mi ha detto. Ci siamo lanciati in acqua insieme, faceva molto freddo, lui mi tranquillizzava con lo sguardo. Mi sono adagiata sul suo corpo, poi non l’ho più visto”. Giuseppe Girolamo, 30 anni e la passione per la musica, era il bassista dei “Dee Dee Smith”, uno dei gruppi musicali che allietava le serate dei crocieristi. I suoi amici di Alberobello lo stanno cercando su Facebook convinti che sia ancora vivo, forse sotto choc ricoverato in qualche ospedale. La mamma e lo zio sono arrivati ieri a Grosseto per avere notizie. “Forse – ci dice uno di loro – farà come quei turisti giapponesi, erano dati per dispersi, ma stavano a Roma e hanno telefonato”. <strong>E’ la “Spoon River” del mare di fronte all’Isola del Giglio scritta da chi ancora spera. Dove c’è posto per Rosina D’Introna, sposa trentenne in viaggio col marito e cinque familiari. </strong>Non sapeva nuotare, ma si è buttata dalla nave col giubbotto. Quando gli altri cinque sono arrivati a riva, di lei più nessuna traccia. Svanita. E dove sarà William Arlotti, che era in viaggio con la figlia Daiana di cinque anni e la fidanzata Michela. Sua cugina Sabrina ha il cuore devastato dal dolore e dalla rabbia. “Nessuno dei tre aveva un salvagente, li hanno chiesti a un marinaio che ne ha rimediati solo due. William ha voluto che li indossassero la figlia e la fidanzata”. E si è perso tra le onde insieme alla sua Daiana. E che beffa la sorte di Maria Grazia Trecarichi e Lucia Virzì. I familiari erano stati rassicurati, i loro nomi comparivano nella lista dei passeggeri salvati, ma loro non davano notizie, non telefonavano, come volatilizzate.  “Ho ricevuto la telefonata di Maria Grazia – racconta un amico chiamato al cellulare nella notte del naufragio – era poco dopo la mezzanotte. Mi ha detto che era a bordo della nave ormai inclinata, era con la sua amica e stavano scivolando verso il mare. <strong>Sentivo anche Lucia urlare, disperarsi perché non sapeva nuotare. Poi ho sentito solo un tonfo”. </strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio 2012)</p>
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		<title>In trentamila in nome di Samb e Diop</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 12:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Se volete capire perché ieri a Firenze c’è stata “la più grande manifestazione di immigrati mai svolta in Italia” – come dice con le lacrime agli occhi Alessio Gramolati, il segretario della Cgil della Toscana – dovete fissare lo sguardo su una foto. Ritrae una donna bellissima, fiera come le regine africane cantate da Leopold [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/in-trentamila-in-nome-di-samb-e-diop/firenzerazzismo/" rel="attachment wp-att-8772"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/firenzerazzismo.jpg" alt="" width="291" height="173" class="alignleft size-full wp-image-8772" /></a></p>
<p><strong>Se volete capire perché ieri a Firenze c’è stata “la più grande manifestazione di immigrati mai svolta in Italia”</strong> – come dice con le lacrime agli occhi Alessio Gramolati, il segretario della Cgil della Toscana – dovete fissare lo sguardo su una foto. Ritrae una donna bellissima, fiera come le regine africane cantate da Leopold Sedar Senghor, il grande poeta della negritude e presidente del Senagal moderno. È avvolta nell’abito della festa ed è contenta di mandare al suo uomo il ritratto suo e della figlia tredicenne, sono ben vestite e nascondono la tristezza della lontananza con un sorriso, grazie al lavoro del marito che si spacca la schiena in Italia hanno raggiunto un pizzico di benessere. Una donna, una “vedova bianca” (così si chiamavano le mogli dei “pane e cioccolata” italiani lasciate da sole nei loro paesi mentre i mariti lavoravano da schiavi nelle miniere del Belgio o nelle fabbriche della Germania), la moglie di Modon Samb, una delle due vittime uccise martedì scorso nel mercato di Piazza Dalmazia.<br />
<strong>“LUI NON LA VEDEVA da dodici anni – racconta un suo amico – l’aveva lasciata quando era incinta</strong>. Lavorava tanto perché il suo sogno era di poter ritornare in Senegal e abbracciare finalmente sua figlia. Adesso Modon tornerà nella sua terra, ma da morto. Per lui non ci saranno abbracci, ma solo lacrime”. È l’orgoglio del Senegal, del Marocco, del Sudamerica, quello che sfila dalle tre del pomeriggio fino a sera per le vie di Firenze. Si aspettavano diecimila persone, ne arrivano trentamila. La pelle è nera, olivastra, ma anche bianca. <strong>Toscani e fiorentini, tutti insieme venuti nella città di Dante a dare una grande lezione di democrazia, di responsabilità e di civiltà all’Italia intera</strong>. È una massa in movimento che ha ormai preso coscienza dei propri diritti. Lavorano nelle imprese della concia nella Toscana dell’industria del lusso, nelle fonderie, nelle fabbriche del vetro, le loro donne assistono anziani soli. Sanno di essere parte del sistema produttivo del Paese, sanno che le tasse che pagano, i contributi che versano all’Inps, gli affitti che onorano, sono parte importante del Pil di questo Paese, e reclamano giustizia e diritti. Non c’è una parola, una sola, di odio nel corteo.<br />
“Ci sentiamo offesi quando, dopo la strage di martedì, ancora sentiamo parlare del gesto di un folle, no, questo è il prodotto di una cultura razzista, xenofoba, fascista”. L’avvocato Aissapou Taull Sall è stata ministro del governo senegalese, oggi è portavoce del Partito socialista, ma è a Firenze soprattutto come legale. “Abbiamo costituito un pool di avvocati per fare una controinchiesta. Chi c’è dietro quel killer, chi lo ha istigato, quali autorità gli hanno concesso un porto d’armi? È un atto di razzismo, per questo chiediamo anche alle autorità europee e mondiali di avviare una inchiesta internazionale”. “Forse – ci racconta Papa, del Senegal pure lui – quelle voci che avevamo sentito nei giorni prima della strage non erano infondate. Un italiano aveva detto ad alcuni nostri fratelli che presto ci avrebbero cacciato con la forza dal mercato”.<br />
<strong>CARTELLO IMPOSTO a tutte le telecamere da una ragazza di colore: “La pace non è solo una parola, ma un comportamento civico. Grazie”. </strong>Cartello portato da un lavoratore marocchino: “Che c’entra l’Africa con la crisi? ”. Non solo braccia sfilano fino alla piazza di Santa Maria Novella, ma teste, cervelli che ragionano di politica e di diritti, uomini e donne coscienti delle regole e delle leggi del nostro Paese. “Mio figlio è nato qui, io lavoro e pago le tasse qui, ma non possiamo scegliere chi ci rappresenta, siamo italiani senza diritti”, ci dice Sahid, che è venuto da Udine con gli altri fratelli senegalesi. Fratelli e sorelle, si chiamano così tra di loro. E così li chiama Enrico Rossi, il presidente della Toscana. Hanno voluto lui sul palco dopo qualche dissapore, nella fase preparatoria della manifestazione, col sindaco Matteo Renzi. Il primo cittadino, ci dicono, era molto preoccupato per le conseguenze che il corteo avrebbe avuto sul traffico se si fosse spinto troppo verso il centro. I senegalesi non hanno gradito e hanno preferito evitare la sua presenza in piazza. Parla Rossi e lancia un appello al Presidente Napolitano. “Signor Presidente, riconosca ai feriti il diritto di ottenere la cittadinanza italiana e subito. Questo è un atto concreto di riconciliazione con una comunità così duramente colpita”. Poi ringrazia. “Grazie per averci invitato, grazie per averci aiutato a ritrovare la nostra anima democratica”. È il messaggio che i senegalesi aspettavano, il riconoscimento di essere parte di una comunità. Molto resta ancora da fare e lo dicono gli altri politici presenti (Bersani, Rosi Bindi, Vendola, Landini, Rotondi, Ferrero) su cittadinanza e diritto di voto, cancellazione della vergogna dei Cie e chiusura dei siti web che inneggiano al razzismo. La lotta continua e il corteo si scioglie. <strong>La foto della moglie e della figlia di Modon Samb viene riposta. Ritrae due donne bellissime e sole. Ora qualcuno dovrà trovare le parole giuste per dire alla più giovane che quel suo papà visto solo in fotografia è stato ucciso nella civilissima Italia perché nero. Negro senza diritti. Da abbattere perché clandestino.</strong>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre 2011)</p>
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		<title>Il Paese dell’accoglienza dimenticata</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 16:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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E adesso tutti a interrogarci sul perché della strage “americana” di Firenze. Americana, sì, gli ingredienti ci sono tutti: lo scrittore appassionato di esoterismo e con frequentazioni fasciste che in un “pomeriggio di un giorno da cani” impugna la sua 357 magnum e decide di vendicare sconfitte, frustrazioni, crisi personali e globali colpendo quella parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-paese-dell%e2%80%99accoglienza-dimenticata/firenze/" rel="attachment wp-att-8707"><img src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/firenze.jpg" alt="" width="240" height="180" class="alignleft size-full wp-image-8707" /></a></p>
<p><strong>E adesso tutti a interrogarci sul perché della strage “americana” di Firenze.</strong> Americana, sì, gli ingredienti ci sono tutti: lo scrittore appassionato di esoterismo e con frequentazioni fasciste che in un “pomeriggio di un giorno da cani” impugna la sua 357 magnum e decide di vendicare sconfitte, frustrazioni, crisi personali e globali colpendo quella parte di umanità che odia. I “negri” che “infettano” la sua Firenze, quelli alti, con la pelle scura come la pece e gli occhi bianchissimi che girano la città trascinandosi sacchi di false cinture Armani e di borse Vuitton a poco prezzo, quelli che al semaforo ti sporcano il vetro con le loro scope zuppe di acqua fetente. Due morti, il caricatore quasi svuotato, e poi l’inseguimento e la fine in un garage. La canna della pistola premuta sulla gola, un colpo solo, sangue dappertutto. E noi ci chiediamo in quale terra affondano le radici dell’odio, in quale humus si nutrono e trovano le forze per espandersi. <strong>Noi, gli italiani che per anni hanno sorriso alle scellerate performance di gente come Borghezio che andava a disinfettare i vagoni dei treni dove viaggiavano le ragazze ghanesi, noi che abbiano pensato che gente come lo sceriffo Gentilini fossero solo la patetica espressione di un razzismo buono per raccattare qualche voto</strong>. Noi che non abbiamo capito che quelle manifestazioni di razzismo, di xenofobia e di chiusura nei nostri piccoli confini, erano il frutto di una formidabile macchina della paura. Costruita in modo scientifico, notizia dopo notizia, tg dopo tg, editoriale dopo editoriale.<br />
Sempre il ladro di ville era slavo, lo stupratore romeno, lo spacciatore senegalese, la puttana nera o albanese. Su tutto ciò sono state costruite leggi sull’immigrazione tra le peggiori d’Europa che hanno aggravato le condizioni di vita dei migranti e resa sempre più difficile la loro integrazione. Con Umberto Bossi “Fora dai ball” è diventata linea di governo. Il razzismo ha alimentato le scelte della politica e ne è stato a sua volta nutrito. E non è questione di Nord e Sud. Perché se pochi giorni fa la folla che devastava un campo rom a Torino urlava slogan in accento sabaudo, tre anni fa gli stessi slogan erano ritmati in napoletano. A Torino hanno voluto dare una lezione ai rom per lo stupro inventato da una ragazzina incosciente e malcresciuta, a Napoli, al grido di “appicciamme ‘e zingari” devastarono un intero campo per un’altra notizia sbagliata, il tentato rapimento di una bambina. A Torino si sono accorti dopo che la ragazzina aveva inventato tutto per paura di genitori ossessivi. <strong>A Napoli si capì dopo il raid che il terreno dove sorgeva la baraccopoli faceva gola alla speculazione e alla camorra. Sempre dopo, solo dopo, senza che nessuno chieda scusa e poi si interroghi e infine strappi per sempre le “radici dell’odio”</strong>. Si va avanti fino al prossimo episodio. Cosa succede in questi giorni a Rosarno? Ricordate la rivolta violenta dei raccoglitori di clementine, e la risposta, altrettanto violenta, dei rosarnesi due anni fa? C’erano lavoratori stranieri trattati come schiavi che vivevano in condizioni disumane. Costretti a convivere e a farsi sfruttare da altri, dalla pelle bianca, italiani del Sud, con i loro mandarini che non valgono un centesimo sui mercati, le loro crisi. Ci furono scontri, sangue, la cacciata del negro dal paese, e tutti giurarono mai più e promisero interventi per migliorare le condizioni di vita dei braccianti di colore. Si è fatto meno di zero. A Torino pochi giorni fa e prima a Napoli è gente di periferia quella che si è scagliata contro gli zingari, gente che ha perso il lavoro, pensionati che non ce la fanno a tirare avanti, uomini e donne che sanno che la crisi peggiorerà la loro vita. E allora lo zingaro, il negro, la puttana albanese, diventano il nemico sul quale sfogare la rabbia. Eppure c’è chi ancora crede nel grande cuore di questo Paese, sono 900 rifugiati africani ospitati negli alberghi della periferia napoletana. Sono fuggiti da guerre, carestie e fame, non hanno assistenza sanitaria e legale e vivono con un ticket di 2,50 euro al giorno. Hanno scritto una lettera aperta: <strong>“Siamo spiacenti di affollare i semafori chiedendovi l’elemosina di qualche centesimo, vendendovi fazzoletti o pulendo i vetri delle vostre auto. Vi chiediamo di aiutarci a ritrovare i nostri diritti”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 14 dicembre 2011)</p>
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		<title>‘Ndrangheta, le domande che avremmo voluto fare a Giuseppe Scopelliti</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 15:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“’Ndrangheta, il primo passo è parlarne”. Slogan efficace, sacrosanto, il grimaldello che spacca ogni omertà. Ci piaceva, per questo siamo andati con le nostre telecamere ad intervistare il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti in visita a Milano per presentare “Il museo della ‘ndrangheta”. Il governatore, che ha parlato a lungo, e a lungo si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/qmz99b21jX4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>“’Ndrangheta, il primo passo è parlarne”. Slogan efficace, sacrosanto, il grimaldello che spacca ogni omertà. Ci piaceva, per questo siamo andati con le nostre telecamere ad intervistare il governatore della Calabria <strong>Giuseppe Scopelliti </strong>in visita a Milano per presentare “Il museo della ‘ndrangheta”. Il governatore, che ha parlato a lungo, e a lungo si è lasciato intervistare dalla <strong>Rai</strong>, si è rifiutato di parlare con <strong><em>Il Fatto quotidiano</em></strong>. Padronissimo di farlo, ovviamente, liberissimo di mostrare qual è la sua concezione del pluralismo e il suo rispetto per la libertà di informazione. Ecco le domande che avremmo voluto fare:</p>
<ol>
<li>Due consiglieri regionali eletti nelle sue liste, <strong>Zappalà</strong> (arrestato perché andava a chiedere voti al boss <strong>Pelle</strong>) e <strong>Morelli </strong>(socio in affari con la famiglia <strong>Lampada</strong>), sono stati arrestati per rapporti con la mafia. Lei era ed è anche coordinatore regionale del Pdl, sceglieva uomini e formava liste. Dove ha sbagliato e perché?</li>
<li>Riguardo all’onorevole Zappalà, in una recente dichiarazione lei ha detto che non sapeva, non immaginava, che bisognerebbe buttare la chiave della cella dove è rinchiuso. In una lettera aperta, la moglie di Zappalà la invita a guardare “alle travi conficcate negli occhi di tante persone che vagano nei territori della politica senza che nessuno decida, non dirò di gettare le chiavi, ma di usarne per fare uscire gli odori malsani che vi stazionano”.</li>
<li>Cinque pentiti, in circostanze di tempo e in occasioni processuali diverse, parlano degli appoggi elettorali delle cosche per le sue campagne elettorali. Cosa risponde?</li>
<li><strong>Paolo Martino</strong>, ritenuto dalla direzione distrettuale antimafia di Milano, un boss di ‘ndrangheta, dice di averla incontrata a Milano qualche anno fa per aiutarla a stabilire contatti con <strong>Lele Mora</strong>.</li>
<li>E’ vero che la sede del suo comitato elettorale nel 2007, quando era candidato a sindaco di Reggio Calabria, le fu offerta gratuitamente da <strong>Gioacchino Campolo</strong>, il re dei videopoker, oggi in galera?</li>
<li>Cosa ci può dire del buco di bilancio da <strong>170 milioni di euro</strong> scoperto dalla Procura di Reggio e dagli ispettori del Ministero del Tesoro, e del suicidio della superconsulente dottoressa <strong>Orsola Fallara</strong>?</li>
<li>Pensa davvero che la politica e le istituzioni in Calabria siano pienamente libere da influenze mafiose e che i casi Zappalà e Morelli siano casi isolati?</li>
</ol>
<p>Ecco, queste sono le domande a cui il governatore Scopelliti si è rifiutato di rispondere.</p>
<p>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/ndrangheta-domande-avremmo-fatto-scopelliti/176622/</p>
<p>(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 10 dicembre 2011. Il video  di Franz Baraggino)</p>
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		<title>Orfani del boss</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 21:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo hanno preso nella sua “tana”. Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8632" href="http://www.malitalia.it/2011/12/orfani-del-boss/arresto-zagaria6-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-8632" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/Arresto-zagaria61-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><strong>Lo hanno preso nella sua “tana”.</strong> Hanno dovuto scavare 9 ore, frantumare pareti spesse di cemento armato usando martelli pneumatici. Alla fine Michele Zagaria, “Capastorta”, ultimo capo del clan dei Casalesi, ha ceduto. “Songh’io, sono Michele Zagaria, non scavate più”. E dopo sedici anni di latitanza, la mente economica della camorra più forte, si è lasciata ammanettare dagli uomini delle Squadre Mobili di Napoli e Caserta e dai “cacciatori” dello Sco ed è sfilato a testa bassa di fronte ai poliziotti che da anni gli davano la caccia. Il blitz è scattato martedì, alle 3 di notte. <strong>A quell’ora anche a Casapesenna, il paese dove Zagaria è stato scovato, avevano visto le rassegne stampa con l’ultima operazione contro i colletti bianchi del clan e i loro protettori politici.</strong> Titoloni di prima sulla nuova richiesta di arresto per l’onorevole Nicola Cosentino, ritenuto dalle inchieste dell’Antimafia di Napoli, il referente politico nazionale del clan. Anche Michele Capastorta aveva visto i telegiornali agitandosi nervosamente nella sua tana. Un bunker scavato a 4 metri di profondità sotto terra. Dentro un arredamento scarno, video per controllare i movimenti all’esterno, un televisore per tenersi in contatto col mondo, un letto matrimoniale – insieme a Zagaria è stata arrestata anche la moglie -  qualche divano. Su un tavolino i libri del magistrato Raffaele Cantone e “L’Impero”, la storia dei casalesi raccontata dal giornalista Gigi di Fiore. “<strong>Eravamo sicuri di trovarlo lì, avevamo informazioni certe”,</strong> ci dice uno dei “cacciatori” della Mobile di Caserta. Un vicolo di Casapesenna, vico Pietro Mascagni, dove però non vi è traccia di sinfonie e melodie. La strada è stretta, due file di case, tutte con i cancelli di ferro alti e le telecamere a filmare la strada, dietro le inferriate i cani che ringhiano. Sono così le case-bunker del triangolo della camorra: Casapesenna, Casaldiprincipe e San Ciprinao D’Aversa. Quando finalmente i poliziotti hanno abbattuto l’ultimo muro, il volto dell’uomo che si sono trovati di fronte aveva poco del grande capo di camorra. Il boss è invecchiato, porta gli occhiali, i capelli grigi, la mano tremante. “Zagaria è finita, come diceva il mio maestro Franco Roberti, è finita davvero”, queste le prime parole che ha sentito Michele Capastorta. A pronunciarle il pm Catello Maresca. <strong>“Dottò, avete ragione, mo è finita davvero. Ha vinto lo Stato”.</strong></p>
<p>Decine di persone lo hanno visto sconfitto, accovacciato nella volante della polizia che a sirene spiegate lo ha portato via dal vicolo verso la questura di Caserta e poi a Napoli. Tanti hanno applaudito, i poliziotti si sono abbracciati, ma molti altri a Casapesenna hanno abbassato gli occhi. Qualcuno ha voluto dire davanti a tutti, giornalisti e “sbirri”, da che parte stava. “Vuie nun site nisciuno”, non siete nessuno ha urlato un uomo che abita a pochi passi dalla villetta-bunker dove è stato catturato il boss.<strong> “Miché la Madonna ti deve benedire per quello che hai fatto”. La voce della donna che si sbraccia e urla con tutta la forza che ha in gola al passaggio della macchina col boss, riesce anche a coprire le grida di gioia dei poliziotti. </strong>E’ l’altra faccia della camorra casalese, il consenso che è riuscita a costruire in questi anni. Non è necessario sfogliare dotti saggi di sociologia per capire, basta andare nel bar “Palma”, il più grande di Casapesenna. C’è chi alla vista dei giornalisti, qui accomunati alle “guardie”, poliziotti o carabinieri fa poca differenza, si allontana, chi sputa a terra in segno di disprezzo. Chi pronuncia parole dure. <strong>“Oggi è lutto per noi – dice un uomo parlando quasi da solo e non ammettendo domande -, Michele Zagaria portava lavoro, soldi e sicurezza. Tutto questo, sta gente venuta come in guerra non ce lo dà”</strong>. Parole amare che però non riescono a rovinare una giornata di festa. Il boss dei boss, l’ultimo capo dei casalesi è in galera. Finirà i suoi giorni in una cella. Le protezioni politiche sono finite. Hanno vinto uomini come Giandomenico Lepore, il capo della procura di Napoli che tra due giorni andrà in pensione, Federico Cafiero de Raho, coordinatore della Dda di Napoli che ha speso, insieme ai suoi pm, una carriera intera a contrastare la camorra casalese. <strong>Ha vinto la legge.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosentino (sì, lui):”Bravi i magistrati”</strong></p>
<p> Non  c’è un prima o un dopo. Non esiste una “politica dei due tempi” nella strategia di attacco alla camorra casalese costruita dalla Procura di Napoli. <strong>Giandomenico Lepore, il “grande capo”, come lo chiamano i suoi, tra due giorni andrà in pensione. Ieri era raggiante</strong>. “Ho chiuso in bellezza. I miei ragazzi e gli investigatori della Polizia mi hanno fatto il regalo più prezioso”, la cattura Michele Zagaria, l’ultimo grande capo dei casalesi. E’ lui ad aver stimolato l’analisi sulla vera natura del clan e ad aver disegnato, insieme a Federico Cafiero de Raho, il coordinatore della Dda napoletana, le strategie di attacco. L’organizzazione dei “casalesi” è un tutto unico, non c’è un’ala militare e una affaristico-politica. Non serve colpire prima un livello per poi arrivare a quello più alto e sofisticato. La violenza, gli omicidi, le stragi, il controllo ferreo del territorio, sono funzionali al rapporto con la politica.<strong> La capillarità dell’organizzazione nell’area aversana (il triangolo Casapesenna, San Ciprano D’Aversa, Casal Di Principe) serve ad eleggere consiglieri comunali, assessori, consiglieri provinciali e regionali, è indispensabile per portare deputati a Roma.</strong> E’ questa la strategia alla quale abbiamo assistito soprattutto negli ultimi anni, l’attacco deve essere unitario. Si arrestano picciotti e killer, ma anche i loro referenti politici sul territorio. Zagaria è il capo di un esercito, ma anche il grande imprenditore del cemento, degli appalti e della monnezza. La dimostrazione è nella straordinaria contemporaneità delle operazioni delle ultime quarantotto ore. Martedì mattina il blitz che ha colpito una serie di colletti bianchi (consiglieri comunali, funzionari di istituti di credito a Roma) e ha indotto i magistrati a richiedere nuovamente l’arresto dell’onorevole Nicola  Cosentino, nella notte l’inizio delle operazioni per la cattura di Michele Zagaria. Una strategia vincente.</p>
<p><strong>Terra bruciata intorno ai “casalesi”, non più invincibili, non più potere politico-criminale intoccabile. Iovine, Setola, oggi Zagaria, sono in galera e non usciranno più</strong>. Francesco Schiavone è chiuso in una cella per sempre. Sono finiti, le loro ricchezze vengono sequestrate a centinaia di milioni di euro. Ci sono voluti anni di lavoro, scelte coraggiose come quella di aprire una sezione distaccata della Squadra Mobile a Casal di Principe in una villa sequestrata a un boss. Ci sono voluti magistrati tenaci, cresciuti nella lotta ai casalesi, uomini che hanno resistito ai feroci attacchi dalla politica sferrati ogni volta che si osava mettere le mani nel vero potere di uomini come Capatosta, Sandokan, ‘o Cecato: il rapporto stretto con gli intoccabili che siedono nei consigli regionali e a Montecitorio. <strong>Per questo appaiono fuori luogo e pietose le parole di circostanza e i complimenti di Nicola Cosentino, Nick ‘o mericano, che oggi plaude allo sforzo delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma ci sono altri uomini nell’inferno dell’Aversano che hanno vinto</strong>. Quelli che hanno combattuto, spesso con armi spuntate e a loro rischio, il potere dei casalesi. “Nel summit che anni fa la cupola del clan organizzò per decidere la mia eliminazione c’era anche Capatosta, lo ricordo bene. Davo fastidio, c’era il processo Spartakus, dicevano che avevo acceso i riflettori, per questo Schiavone, Iovine e Zagaria si riunirono per risolvere il problema”. E’ una bella giornata per Lorenzo Diana, per anni senatore del Pci-Pds in  Commissione antimafia. Vive ancora sotto scorta, perché ancora vogliono fargliela pagare. “Siamo invecchiati, io Renato Natale, ma ce l’abbiamo fatta”. Lorenzo ora è in Idv e continua il suo impegno antimafia, Renato Natale è nel Pd. E’ stato l’unico sindaco comunista di Casale, la camorra lo odiava, gli faceva trovare quintali di sterco di bufala davanti alla porta del Comune, lo minacciava, progettò attentati contro di lui. Renato non ha mollato, è medico e fa il volontario nelle associazioni che aiutano gli immigrati di colore. A Casal di Principe e nei paesi vicini sono nate cooperative sulle terre di camorra, ci sono giovani che lavorano, prodotti col marchio di Libera che ricordano don Peppino Diana, il parroco ucciso nella sua chiesa perché “in nome del Signore” decise di non tacere. <strong>Antonio Cangiano, invece, non ce l’ha fatta. Alla fine degli anni Ottanta era vicesindaco comunista a Casapesenna, il paese di Zagaria. Voleva mettere ordine negli appalti, il 4 ottobre del 1988 gli spararono e lo ferirono gravemente. Ha vissuto per anni su una sedia a rotelle prima di morire</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano dell&#8217;8 dicembre 2011)</p>
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		<title>Il referente di Gomorra</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 16:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Sono assolutamente sereno”. Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8600" href="http://www.malitalia.it/2011/12/il-referente-di-gomorra/cosentinona/"><img class="alignleft size-full wp-image-8600" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/cosentinona.jpg" alt="" width="207" height="243" /></a></p>
<p><strong>“Sono assolutamente sereno”.</strong> Nel giorno del suo onomastico, ieri era San Nicola, l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia ripete come un mantra la formuletta che gli hanno suggerito. La nuova richiesta di arresto che arriva dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli è devastante. L&#8217;onorevole Nicola Cosentino è il referente politico nazionale del clan più forte della camorra, i Casalesi. Ed è grazie al rapporto strettissimo con un network criminale che domina il territorio con minacce, omicidi e stragi, che controlla l&#8217;economia attraverso prestanome e uomini di paglia, che per decenni ha distrutto il territorio della Campania lucrando centinaia di milioni di euro col business dei rifiuti, che Cosentino ha costruito il suo potere. “Chiarirò tutto”, ha detto il coordinatore del Pdl in Campania parlando con i giornalisti, e ha anche ironizzato sui magistrati,”forse fuorviati dal pregiudizio”. Parole che nascondono una preoccupazione: fare la fine di Alfonso Papa, finire in galera dopo un voto della Camera dei deputati<strong>.”Nicola non è fesso “ dice un suo collega di partito che lo conosce bene “sa che la situazione politica è cambiata, la Lega non farà. più da cuscinetto e stavolta lo fotteranno”.</p>
<p></strong>Un flashback al 9 dicembre di due anni fa, quando Nick ˜o mericano fu salvato dall&#8217;Assemblea di Montecitorio con 360 voti a favore del no alla richiesta di arresto e 226 voti contrari. Una maggioranza ampia,più larga del previsto, con molti voti espressi forse dal Pd, forse da qualche malpancista finiano. Determinante fu il voto della Lega. Cose che appartengono ad un&#8217;altra era politica. <strong>“Oggi la nostra posizione è di assoluta libertà.” dice Roberto Maroni</strong>. “Valuteremo con rigore il fascicolo arrivato in giunta per le autorizzazioni dalla Procura di Napoli senza nessuna limitazione se non la nostra libera valutazione.<br />
Se ci sono gli elementi li valuteremo e assumeremo una posizione netta come abbiamo fatto nel caso dell&#8217;onorevole Papa”. “Le carte sono pesanti”, è il giudizio che filtra da altri ambienti del partito di<br />
Bossi. Nessuno dei 21 componenti della Giunta per le autorizzazioni della Camera (8 Pdl, 5 Pd, 2 Udc e Lega, 1 Noi Sud, Fli, Misto e Idv) ha ancora letto la corposa richiesta della procura di Napoli. “Ma il quadro che emerge dai primi stralci diffusi da siti e agenzie di stampa, è gravissimo”. Maurizio Turco, deputato radicale eletto nelle liste del Pd, fu tra gli 11 deputati che il 24 novembre 2009 votarono contro la richiesta di arresto di Cosentino. Oggi ha cambiato idea.”Quello che sto leggendo sulle agenzie è impressionante, ma voglio<br />
approfondire prima di dire un sì o un no, la volta scorsa votai contro perchè l&#8217;inchiesta mi convinceva poco, e perchè mi posi una domanda alla quale nessuno ha ancora dato una risposta.”</p>
<p><strong>Se i rapporti tra Cosentino e la camorra casalese erano noti fin dal 1992, perchè non fu fermato prima? Perchè si consentì l&#8217;ascesa politica di un uomo gravato da sospetti così forti?”. Di “contesto gravissimo”</strong>parla anche Pierluigi Mantini, Udc, membro della Giunta per le autorizzazioni. “Ma gravissimi erano anche i fatti descritti nella precedente richiesta della procura di Napoli. Allora Cosentino fu salvato dalla Lega grazie ai vincoli di maggioranza. Oggi la situazione sembra cambiata, Bossi è all&#8217;opposizione, ma temo che su questa vicenda e su altre di questo tipo, la vecchia maggioranza Pdl-Lega possa ricomporsi”. E il Pdl? Le poche dichiarazioni diffuse ieri fanno temere il peggio a Cosentino. “Sono blande e di scarsissimo peso politico”,commentano gli uomini più vicini al coordinatore campano del Pdl. Luca D&#8217;Alessandro, deputato dal 4 novembre scorso, si lascia andare ad ardite metafore: “A Napoli per cercare di cucinare Cosentino rischiano di fare l&#8217;ennesima frittata”. “Questi provvedimenti, per altro esposti con grande perizia mediatica” dice invece Vincenzo D&#8217;Anna, membro della Giunta per Popolo e Territorio “ erano già. annunciati da tempo e rientrano nell’ambito di quella giustizia spettacolo che ha individuato nell’onorevole Nicola Cosentino il soggetto da colpire in quanto espressione politica del centrodestra”..</p>
<p><strong>Sarà Maurizio Paniz (Pdl), l&#8217;avvocato disposto a giurare fino alla fine che Berlusconi era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, il relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera</strong>. La scelta, che non ha convinto gli altri membri, è stata fatta direttamente dal Presidente Pierluigi Castagnetti del Pd. Il Parlamento ha un mese per leggersi il fascicolo della Procura di Napoli, per navigare nelle testimonianze raccolte dai pm, nelle intercettazioni telefoniche che raccontano nei dettagli cos’è la<br />
politica a Casal di Principe e in Campania. Come uomini politici con ruoli importanti in Parlamento e nelle istituzioni campane, nell&#8217;inchiesta è indagato anche Gigino Cesaro, deputato e presidente della Provincia di Napoli, intrecciano rapporti con pezzi da novanta della camorra, li agevolano negli affari, li proteggono. Grazie a loro vincono elezioni e scalano il potere politico. <strong>Assieme a loro uccidono la democrazia.</p>
<p></strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del  7 dicembre 2011)</p>
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		<title>Todo modo in Calabria</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 14:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Cosa deve più succedere in Calabria perché la politica abbia un sussulto di dignità? Cosa deve succedere ancora? Francesco Morelli è il secondo consigliere regionale arrestato per mafia, prima di lui è finito in manette Santi Zappalà. Entrambi eletti nelle lostre Pdl-Scopelliti presidente, entrambi supervotati, entrambi portatori di consensi e quote di potere alla maggioranza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8556" href="http://www.malitalia.it/2011/12/todo-modo-in-calabria/omerta/"><img class="alignleft size-full wp-image-8556" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/omertà.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>Cosa deve più succedere in Calabria perché la politica abbia un sussulto di dignità?</strong> Cosa deve succedere ancora? Francesco Morelli è il secondo consigliere regionale arrestato per mafia, prima di lui è finito in manette Santi Zappalà. Entrambi eletti nelle lostre Pdl-Scopelliti presidente, entrambi supervotati, entrambi portatori di consensi e quote di potere alla maggioranza che governa la Calabria e al suo governatore. <strong> Nelle carte dell’inchiesta milanese sulla cosca Lampada si traccia un quadro drammatico dei rapporti tra mafia e politica in Lombardia e in Calabria</strong>. Non è solo Morelli, basta leggere i giudizi pesantissimi che vengono dati su altri consiglieri regionali e uomini della giunta, i documentati rapporti che questi intrattengono con esponenti della ‘ndrangheta per mettersi le mani nei capelli. I giornali hanno scritto tutto, tutto è noto, nessuno può dire di non sapere. Tutti hanno la possibilità di giudicare e decidere.</p>
<p><strong>Ieri si è riunito il Consiglio regionale</strong>. Un normale cittadino si sarebbe aspettato che la maggioranza riconoscesse i proprio errori, che il governatore si presentasse in aula per ammettere di aver sbagliato nella selezione degli uomini. Scopelliti era il candidato alle scorse elezioni, era anche il coordinatore regionale del Pdl e il capo della lista che porta il suo nome. Toccava a lui decidere le candidature, scegliere, valutare, dire dei sì e dei no. Tutto era nelle sue mani. Ma ha scelto male, ha preferito i portatori di consensi. I voti, come i soldi, non hanno odore. Avrà pensato così. <strong>E l’opposizione? Il Pd, Italia dei Valori? Ci saremmo aspettati ordini del giorno, prese di posizione, scontri epici. Zero assoluto.</strong> I capigruppo hanno deciso di tacere e di affidarsi ad un documento letto dal presidente dell’Assemblea, Francesco Talarico. Queste le sue parole: “Vogliamo ribadire, dagli elementi che sono a nostra conoscenza, che i reati contestati non sono relativi all’esercizio del mandato di consigliere regionale ed alla sua (di Morelli, ndr) funzione di Presidente della Commissione bilancio”. Si tratta di “responsabilità personali”. Come se Morelli avesse offerto protezione e vantaggi al giudice Giglio, la promozione della moglie prima al comando di una Asl sciolta per mafia, poi ai vertici della burocrazia regionale, da solo e a titolo personale, senza l’aiuto, ampiamente dimostrato nelle carte dell’inchiesta, del capogruppo del Pdl e dello stesso governatore Scopelliti. <strong>Tace l’opposizione, parlotta solo Idv e dice parole incomprensibili per chiosare un passaggio della pm Ilda Boccassini sulla trasversalità politica della ‘ndrangheta. </strong>“La suddetta affermazione, dal tenore molto presuntivo, rischia di ingenerare ulteriore sfiducia dei cittadini nei confronti del mondo politico e istituzionale”. Affermazione presuntiva? Ma dove siamo, che significa? Ma è presuntiva la penetrazione dei Tegano nella più importante società di servizi del Comune di Reggio? E’ presuntivo il ruolo di Giovanni Zumbo, spione al servizio delle cosche e collaboratore di uomini politici al vertice della Regione? Sono presuntivi i cinque pentiti-cinque che parlano dell’appoggio elettorale al governatore Scopelliti? E questa sarebbe l’opposizione? Manca il Pd, ma alla presa di posizione di Idv c’è una infastidita risposta del capogruppo Sandro Principe. Ecccola: “Dopo che il presidente Talarico ha pronunciato il suo discorso, per come d’accordo, nessuno è intervenuto per confermare il generale consenso. Dispiace assai che, con comportamenti discutibili, da parte di taluni, si sia tentato di interpretare il ruolo di primi della classe, sminuendo il senso di responsabilità che collettivamente deve indurre a fronteggiare tali situazioni”. “Generale consenso!”: c’è da rimanere basiti. Piccoli battibecchi, scaramucce, in un assurdo politichese da paglietta meridionali e mai un cenno di sdegno, una critica, un voler approfondire il male che ha già divorato la Calabria intera: il rapporto stretto mafia e politica. <strong>E allora ha ragione il pentito Roberto Moio quando afferma che “la ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. E purtroppo non è finita qui</strong>, perché nei prossimi giorni assisteremo a cose da voltastomaco. <strong>Convegni antimafia, eruditi dibattiti già programmati, alcuni discetteranno di “zona grigia”. Andate a vedere la platea degli oratori da chi sarà composta</strong>.</p>
<p>Povera Calabria, con il suo Consiglio regionale trasformato in una sorta di Eremo Zafer, quello immaginato da Sciascia in <strong>Todo Modo. Qui cardinali, ministri e intellettuali, riuniti nel ritiro spirituale ritenevano che tutto fosse ammesso per salvare la Chiesa (IL POTERE), soprattutto il silenzio e l’omertà</strong></p>
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		<title>Politici, boss e toghe: il vero potere di Reggio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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La “brodaglia”. La chiama così lo scrittore calabrese Mimmo Gangemi quell’acqua torbida dentro la quale navigano mafiosi, magistrati, colonnelli dei carabinieri, faccendieri e spioni, consiglieri regionali, deputati e finanche ministri della Repubblica. E’ il brodo primordiale della ‘ndrangheta, il suo ambiente naturale, il nutrimento che ha consentito nel corso di pochi anni a boss di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8547" href="http://www.malitalia.it/2011/12/politici-boss-e-toghe-il-vero-potere-di-reggio/presregionecalabria/"><img class="alignleft size-full wp-image-8547" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/presregionecalabria.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>La “brodaglia</strong>”. La chiama così lo scrittore calabrese Mimmo Gangemi quell’acqua torbida dentro la quale navigano mafiosi, magistrati, colonnelli dei carabinieri, faccendieri e spioni, consiglieri regionali, deputati e finanche ministri della Repubblica. E’ il brodo primordiale della ‘ndrangheta, il suo ambiente naturale, il nutrimento che ha consentito nel corso di pochi anni a boss di montagna di diventare presidenti della più grande holding criminal-politica presente su tutto il territorio italiano. E allora conviene tuffarsi nella “brodaglia” e raccontarla, così come ce la rappresenta la poderosa inchiesta sul clan Lampada della Procura distrettuale antimafia di Milano.</p>
<p><strong>Iniziando dalla politica e da Francesco Morelli. Un insaziabile, la dimostrazione vivente di come in Calabria solo il rapporto colo potere (politico e mafioso) può garantire una rapida e strepitosa scalata sociale</strong>. Morelli inizia come dipendente della Sip, poi si avvicina ad uno dei potenti calabresi degli anni Settanta del secolo scorso, Riccardo Misasi, sinistra Dc, nel 1991 diventa dirigente di una società del gruppo Iri, nel ’95 manager Telecom, nel 2000 Giuseppe Charavalloti, predente della giunta regionale calabrese, lo nomina superdirigente. Conosce Gianni Alemanno del quale diviene strettissimo collaboratore e conquista poltrone anche nella Capitale (Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, Commissario straordinario Unire), fino all’ultimo regalo dell’amico Gianni: membro del cda di Tecno-polo spa, una delle più grandi società del Comune. Ma Morelli aveva un cruccio, aver contribuito con una barca di voti al successo di Peppe Scopelliti alle ultime elezioni, e non essere stato nominato assessore. Per questo perde la testa quando sente voci su una sua esclusione. <strong>Siamo nell’aprile 2010 e lo chiama Alemanno: “Mi dice La Russa che nella lista mandata a Scopelliti per gli assessori il tuo nome non ci sarebbe”.</strong> In fatti non c’è. Sul conto di Morelli girano voci di inchieste antimafia, pesa il suo coinvolgimento nell’inchiesta Why Not. Ma quello che spaventa di più il politico in società con i Lampada, è la guerra che gli hanno scatenato i Gentile. Sono i potentati calabresi che entrano in collisione. A Cosenza i fratelli Gentile sono una potenza, Tonino all’epoca è senatore e membro dell’Antimafia, suo fratello Pino è consigliere regionale e prossimo assessore, la figlia di quest’ultimo è vicesindaco di Cosenza. Si spaventa a tal punto, Morelli, che chiede al suo amico giudice Vincenzo Giuseppe Giglio di informarsi se ci sono inchieste a carico suo. Il giudice obbedisce. Ma a rassicurare il nostro che nessuna ombra potrà fermare la sua ascesa politica è Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma, che oggi scarica pilatescamente Morelli, il 6 maggio lo chiama: “Ieri sera sono finalmente riuscito a parlare a quattr’occhi con Scopelliti, dice che chiude con la Commissione Bilancio per te, fra un anno ci sarebbe il rimpasto…si aprirebbe lo spazio per il tuo assessorato. Prenditi sta presidenza di Commissione, io faccio queste verifiche mi faccio associare da Gasparri e da La Russa e al primo rimpasto risolviamo”. <strong>Il rimpasto della giunta regionale doveva esserci in questi giorni, Morelli sarebbe diventato assessore. Con l’appoggio di Alemanno, la mediazione di La Russa e Gasparri e l’ok finale del governatore Scopelliti. Lo hanno fermato i pm di Milano</strong>. Oggi nell’ambiente politico calabrese in tanti fanno finta di non conoscere Morelli, gli stessi che si mobilitarono per nominare la moglie del magistrato Giglio, prima al comando della Asp di Vibo, poi ai vertici della burocrazia regionale. E’ Luigi Fedele, potente capogruppo del Pdl, “la figura fondamentale” per risolvere il problema. La moglie del magistrato è una sua grande elettrice, si stringono rapporti davanti “a un buon piatto di maccheroni”, come nelle migliori tradizioni calabresi. Il magistrato pressa Morelli con sms, la signora pretende un posto da dirigente (“ci possiamo riuscire o stiamo chiedendo troppo? Un marito stressato”), e alla fine la nomina arriva. “Grazie, so bene che chiunque volesse prendersi il merito, è a te solo che devo gratitudine”, scrive, finalmente rilassato, l’intransigente toga antimafia.</p>
<p><strong>Ma nella “brodaglia” sguazzano anche altri giudi</strong>ci. Talpe, le chiama la pm Ilda Boccassini, non solo in Calabria. Ci sono “lavori in corso”, chiarisce il magistrato, “anche sul nostro territorio”. E si è alla ricerca delle “talpe”anche negli uffici di Roma, Catanzaro, Reggio Calabria. “A Catanzaro – dice Giulio Lampada all’avvocato Minasi – stanno facendo solo un controllo sul discorso del riciclaggio”. Anche l’onorevole aveva buoni contatti nelle procure calabresi per accertarsi dell’esistenza di indagini a carico dei Lampada. Ma ora a tremare sono i funzionari e i magistrati infedeli e chiacchieroni della procura di Catanzaro. Toghe che sguazzano nella “brodaglia” e che ai potenti della politica chiedono favori, protezioni, appoggi per le carriere di congiunti.</p>
<p>Nelle acque torbide del potere calabrese nuotano spioni e ufficiali border-line. Esiste e chi è “il colonnello del Ros dei carabinieri di Reggio”, di cui si parla in una intercettazione del 17 marzo 2010, tra l’avvocato Minasi e uno dei Lampada? Lo chiamano “amico”, di più, “socio”, del papà di un giovane legato alla combriccola, tanto che passerebbe informazioni sull’inchiesta. <strong>E perché Vincenzo Giglio, medico e politico di Reggio, si rivolge al capocentro dell’Aisi (ex Sisde) per chiedere notizie sulle indagini a carico dei Lampada? Perché nella “brodaglia” a Reggio nuotano tutti.</strong></p>
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		<title>Piaceri e regali, ecco chi sono i compari di Calabria</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 21:12:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“’U cumpari du cumpari, è tu cumpari”. La filosofia di Francesco Morelli, il potentissimo consigliere regionale del Pdl-Scopelliti presidente, sta tutta in questa frase scandita qualche anno fa davanti alle telecamere di “Anno Zero”. Avevano ammazzato Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale, e fortissimi sospetti gravavano sull’uomo che gli subentrò, Mimmo Crea. Fu in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8536" href="http://www.malitalia.it/2011/12/piaceri-e-regali-ecco-chi-sono-i-compari-di-calabria/morelli/"><img class="alignleft size-full wp-image-8536" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/12/morelli.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p><strong>“’U cumpari du cumpari, è tu cumpari”</strong>. La filosofia di Francesco Morelli, il potentissimo consigliere regionale del Pdl-Scopelliti presidente, sta tutta in questa frase scandita qualche anno fa davanti alle telecamere di “Anno Zero”. Avevano ammazzato Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale, e fortissimi sospetti gravavano sull’uomo che gli subentrò, Mimmo Crea. <strong>Fu in quella occasione, abbracciando e baciando in modo plateale Crea, che Morelli dettò a tutta Italia la sua filosofia, Siamo una cosa sola, anche compare Mimmo, che oggi è in galera per mafia. </strong>Cose di Calabria, dove, a dar credito ad un altro “esperto”, Roberto Moio, pentito di mafia, “la ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. Franco Morelli, secondo degli eletti nel Consiglio regionale con  16mila voti, è un uomo di Peppe Scopelliti, il giovane governatore dj della Calabria. Grazie agli uomini che ha voluto nelle sue liste e che ha portato al governo della Regione, il Consiglio regionale calabrese è oggi quello con la più alta percentuale di onorevoli arrestati per mafia. Santi Zappalà, medico e supervotato pure lui nelle liste Pdl-Scopelliti, lo hanno ammanettato l’anno scorso perché andava in pellegrinaggio a casa del boss Pelle a chiedere voti. <strong>Franco Morelli è finito in galera ieri</strong>. Era il politico di riferimento della famiglia Lampada, calabresi trapiantati a Milano. Se li ricordano ancora al quartiere Archi di Reggio quando gestivano una scalcinata macelleria. Poi i Lampada trovarono in Lombardia la loro America, con le slot-machine truccate, una miriade di bar, ristoranti e imprese. Riciclavano i soldi di Pasquale Condello, ‘o Supremo, e dei Tegano. Ma volevano arrivare in alto, a gestire il business del gioco in tutto il  Nord, e a mettere le mani sui cantieri Expo, per questo serviva la politica. <strong>Franco Morelli era il loro uomo</strong>. Ex democristiano, consigliere regionale da anni, legatissimo a Gianni Alemanno e all’ex governatore di centrodestra Giuseppe Chiaravalloti, numero due dell’Autorità delle Telecomunicazioni. L’uomo giusto. Che presenta i Lampada ad Alemanno. Siamo alla vigilia delle elezioni del 2008, in quel periodo il sindaco di Roma è ministro dell’Agricoltura e Morelli organizza un evento elettorale  al “Café de Paris”, in via Veneto. Mai location fu più indicata. Il caffè della dolce vita era allora nelle mani degli Alvaro di Sinopoli, altra ‘ndrangheta, altri compari. Entusiasta per l’accoglienza calorosa, Alemanno impugna il microfono e parla. “Ringrazio il gruppo Lampada, noti industriali calabresi trapiantati a Milano”. Giulio, rampollo della famiglia, se la ride al telefono con un suo amico quando racconta la giornata: “E noi eravamo lì, in un angolino che gli alzavamo la mano, tipo cià, cià”.<strong> Il sindaco di Roma non è indagato, precisano i magistrati milanesi. L’ingenuità non è ancora reato, ma è una colpa grave per un uomo politico che in quel momento aveva addirittura responsabilità ministeriali</strong>. “Che Alemanno – scrive il gip – non avesse idea alcuna di chi fossero in realtà i Lampada, conta poco o nulla. Quello che conta è che il gruppo mafioso riesca ad accedere ad alcune relazioni personali di favore”. “Eravamo la Reggio bene”, dice raggiante Giulio Lampada. Perché lui e la sua famiglia avevano bisogno come il pane di relazioni eccellenti. Quella col giudice Vincenzo Giglio, magistrato di  democratici sentimenti (ha la tessera di Md) e responsabile dei sequestri dei beni mafiosi, è vitale. <strong>Il giudice fa l’informatore, cerca di capire a che punto sono le indagini sui Lampada e sui loro protettori politici che il capo dei Ros di Reggio, il colonnello Valerio Giardina, e un giovane pm, Giuseppe Lombardo, stanno portando avanti.</strong> In cambio riceve amicizia politica dall’onorevole Morelli. “Mia moglie – scrive in un sms al consigliere regionale – fa parte della piccola schiera di persone cui piace lavorare molto…”. Chiede un posto per la signora, un incarico di prestigio, ma “fortemente operativo”. E lo ottiene. <strong>La consorte viene nominata commissaria straordinaria dell’azienda ospedaliera di Vibo Valenzia, un carrozzone dove la ‘ndrangheta comandava tutto</strong>. Posti, appalti e forniture. Un bengodi che continuò, si legge nella relazione di scioglimento per mafia, anche nel periodo in cui l’Azienda sanitaria è stata gestita da Alessandra Sarlo, la moglie del magistrato. Che oggi, grazie agli appoggi di Morelli e ai buoni rapporti con Scopelliti, è dirigente generale del “settore controllo strategico” della Regione. Morelli subentra nel rapporto con i Lampada, dei quali è socio e dai quali riceve un bonus di 50mila euro, quando si allentano i legami con un altro politico calabrese. <strong>Si tratta di Alberto Sarra, nominato dal governatore Scopelliti, sottosegretario della giunta regionale. </strong>“E’ un esponente politico che può vantare incarichi utili per qualsiasi consorteria mafiosa”, non è indagato, precisano i magistrati, ma ha “contatti consapevoli ed evidenti con esponenti della ‘ndrangheta e costituisce uno dei terminali dei Lampada”. Quando le indiscrezioni sui suoi rapporti con i “milanesi” si fanno insistenti, si fa da parte e subentra Morelli. “Politico spregiudicato che cerca i voti della ‘ndrangheta, il grimaldello che consente ai Lampada di entrare nel grande mondo della politica e delle istituzioni”. <strong>Siamo tutti compari in Calabria.</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 1 dicembre 2011)</strong></p>
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		<title>Un altissimo dirigente del Pd, ma issimo, issimo, issimo&#8230;mi ha detto&#8230;.</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 07:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Ho capito, finalmente ho capito come si fa il giornalista. Dopo tanti anni ho appreso la lezione. L’occasione mi è stata fornita da una collega che senz’altro può essere considerata la migliore di tutti noi, la più brava, la più sensibile, la più attenta ai problemi dei giovani. Che siano precari, mamme, intellettuali incompresi. Tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8503" href="http://www.malitalia.it/2011/11/un-altissimo-dirigente-del-pd-ma-issimo-issimo-issimo-mi-ha-detto/concita/"><img class="alignleft size-full wp-image-8503" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/concita.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>Ho capito, finalmente ho capito come si fa il giornalista. Dopo tanti anni ho appreso la lezione</strong>. L’occasione mi è stata fornita da una collega che senz’altro può essere considerata la migliore di tutti noi, la più brava, la più sensibile, la più attenta ai problemi dei giovani. Che siano precari, mamme, intellettuali incompresi. Tutti li capisce e li accoglie: è Concita. Che all’assemblea di Tilt (organizzazione di giovanissimi e generosissimi militanti di sinistra) ha raccontato l’episodio delle elezioni regionali nel Lazio.</p>
<p><strong>In sintesi. Lei, direttrice de l’Unità, viene informata da un lettore che il Pd nel Lazio non appoggerà la candidatura di Emma Bonino</strong>. Nei circoli è boicottaggio, non si distribuiscono santini, né volantini, non si invitano i militanti al voto e all’impegno. Ci conviene perdere, dice l’altissimo, ma issimo, issimo, issimo (così la direttrice De Gregorio nel racconto fatto ai giovani di Tilt tra risatine e clap-clap di compiacimento), perché la Polverini, competitor della Bonino, è finiana, se vince lei Fini metterà in crisi Berlusconi e noi poi potremo allearci con lui e con Casini e il grande centro….Quindi, la direttrice, apprende la notizia dall’altissimo (ma issimo, issimmo, issimo), e si tratta di una notizia bomba, uno scoop. Pensate: il Pd, maggiore partito di centrosinistra, travolto dallo scandalo Marrazzo ha l’opportunità di non perdere nel Lazio grazie alla disponibilità di una donna eccezionale, Emma Bonino, apprezzata in  Europa e nel mondo per la sua storia e il suo impegno umanitario e civile, e che fa? Decide di alzare bandiera bianca. A quel punto un minimo di etica professionale, un pizzico di rispetto per la donna Bonino, per la sua storia e la sua personalità, un fiato di dignità, avrebbe imposto che quella notizia venisse pubblicata, diventasse una bomba. Che attorno ad essa si costruisse una poderosa campagna giornalistica. <strong>Titolo: Il Pd non sostiene la candidatura Bonino. Occhiello in prima: le rivelazioni di un altissimo (ma issimo, issimo, issimo) dirigente: Ci conviene perdere.  Uno scoop di quelli veri, che avrebbe aperto un dibattito durissimo, suscitato reazioni degli altissimi (ma issimi, issimi, issimi) dirigenti del Pd.</strong> Un terremoto che forse avrebbe lesionato alle basi la casa del Pd, provocato reazioni indignate dei militanti generosi e probabilmente avrebbe reso meno ardua l’impresa di Emma Bonino: ridare dignità ad una sinistra squassata dallo scandalo. Invece, e qui apprendo la lezione di professionalità e di etica, la direttrice decide di nascondere la vicenda (andatevi a rileggere le pagine dell’Unità del periodo elezioni regionali nel Lazio), di dimenticarla, salvo poi ricordarsene due anni dopo. Cogliendo l’occasione di una assemblea di generosissimi giovani di sinistra, pieni di voglia di fare, di capire dove va la politica, di prendere questo Paese e di rivoltarlo come un calzino fradicio perché non se ne può più, per fare, finalmente, la sua rivelazione. Applausi, strette di mano, battute ironiche (dicci chi era? Era D’Alema?). L’eroina, l’impavida giornalista, finalmente sugli altari. E nessuno a chiedersi cose elementari: qual è il dovere civile di un giornalista (dovunque lavori, da chiunque sia pagato, chiunque sia il partito di riferimento) quando ha una notizia? E’ quello di pubblicarla o di tenerla nascosta e di ricordarsene due anni dopo per altri fini, altri scopi, altri interessi? Insomma, per ingannare (le parole, quando non sono conseguenti alle azioni e ai comportamenti, sono maledetti inganni) altre persone disposte ad ascoltare, in buona fede, bisognose di esempi in un  periodo di crisi civile e morale come questa. Ho capito come si fa il giornalista, e ho capito pure che hanno sbagliato tutti quelli che nella loro vita hanno pensato che la notizia veniva prima di tutto. Anche prima dei loro interessi, e molti anche prima della loro vita. Giornalisti ragazzi che in Calabria, Sicilia, Campania, vi fate il culo per 25 euro ad articolo quando va bene, e ricevete sputi e lettere di minaccia, e vivete l’incertezza del vostro futuro: non avete capito come va la vita oggi.  </p>
<p><strong>Che mestiere meraviglioso e terribile è quello di giornalista se fatto rispettando etica e impegno civile</strong>: Cosimo Cristina aveva una notizia, la scrisse per il suo giornale, L’Ora di Palermo, e i mafiosi non gradirono: il 5 maggio del 1960 lo ammazzarono. Anche Beppe Alfano, giornalista de La Sicilia, le notizie le aveva e le pubblicava subito: lo uccisero l’8 gennaio del 1993. E poi Mauro de Mauro, 16 settembre 1970, Giovanni Spampinato, che lavorava per l’Ora di Palermo ed era corrispondente de L’Unità. Aveva 22 anni, pure lui le notizie le cercava e le scriveva appena sapute, non consultava prima altissimi (ma issimi, issimi, issimi) dirigenti di partito. Lo ammazzarono il 27 ottobre del 1972. Come Peppino Impastato, come Pippo Fava che non dava tregua alla mala politica e alla mala Sicilia. Come Giancarlo Siani, che per mezza notizia che offendeva un boss di camorra dalla panza prominente gli spararono in una calda sera di settembre del 1985. Aveva 26 anni, il bel film che hanno girato sulla sua storia gli ha restituito memoria e onore. Non la vita. Come Mauro Rostagno, ucciso nel 1988 perché da una scalcagnata tv dava filo da torcere alla mafia più potente, quella di Trapani. Davano notizie, sono morti per questo. Ma in un’altra epoca. Oggi, è il tempo dei talk-show, dei miti falsi e farlocchi, vincono i guitti e sono applausi democratici e di sinistra. Le gente, stanca e in buona fede, ha bisogno di esempi, sente parole e si emoziona, non si accorge che sono false e partono applausi, e forse candidature. Ho capito come si fa il giornalista, certo che ho capito. <strong>Ma mi dispiace, con modestia mi dispiace, non sono d’accordo. Continuerò a fare come cazzo mi pare.</strong></p>
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		<title>Angela Napoli: “Reggio comune da sciogliere”</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 07:05:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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<p><strong>&#8220;Non c’è più tempo da perdere: nel rispetto di tutte le norme e di tutto il garantismo possibile, bisogna valutare la possibilità dello scioglimento per mafia del Comune di Reggio Calabria”.</strong> Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia e da poco eletta coordinatrice regionale di Fli in Calabria, ha appreso da poco la notizia che il Viminale ha già avviato le procedure chiedendo al prefetto della città dello Stretto una ampia relazione . “Ho presentato una interpellanza ai ministri di Interno, Giustizia e Tesoro. Il livello di infiltrazione è ormai documentato dalla vicenda Multiservizi, la società di Comune e privati dove la famiglia Tegano era uno dei soci più forti. Ma c’è anche altro, tanto altro”.   </p>
<p><strong>Onorevole, sarà travolta   da attacchi e polemiche</strong>.   </p>
<p> Li aspetto, conosco i loro metodi. Qui non è più questione di lotta politica e di schieramenti, il livello di infiltrazione della ‘ndrangheta nella vita politica e nelle istituzioni è provato da inchieste giudiziarie e condanne.</p>
<p><strong>Cosa deve succedere ancora?  Ci dica cosa è già successo.</strong>   </p>
<p> Qui c’è un signore, Zumbo, che viene arrestato perché informava i mafiosi su inchieste e arresti. È un uomo che è stato in contatto con settori dei servizi segreti, ha gestito beni sequestrati ai mafiosi, è stato collaboratore di importanti uomini politici della maggioranza che governa la Regione. Sua moglie è stata arrestata per la vicenda mafia e Multiservizi, c’è bisogno d’altro? Sul Comune grava un buco di bilancio di 170 milioni di euro e, sullo sfondo, c’è la tragica vicenda del suicidio della dottoressa Fallara. L’ex consigliere comunale Marcianò, oggi alla Provincia, è tra i protagonisti dell’inchiesta “Meta” per i suoi rapporti con il clan Alvaro di Sinopoli. Un altro consigliere comunale viene fotografato in compagnia di un picciotto di mafia mentre si trastulla con un revolver, per un altro viene chiesto il rinvio a giudizio per aver favorito l’assunzione in una società del Comune della parente di un imprenditore accusato di mafia. Mi fermo per chiedermi cos’altro deve succedere perché lo Stato faccia tutto quello che deve fare per capire chi comanda a Reggio?  </p>
<p>  <strong>Chi comanda, onorevole?  </strong></p>
<p> Un sistema di mafia, massoneria e affari, con l’intervento, quando è necessario di servizi segreti deviati. Si approfondisca la vicenda del tritolo trovato anni fa in un ufficio del Comune quando sindaco era Scopelliti, ci si chieda chi dirigeva il centro del Sismi, ad esempio.    Ogni volta che si parla di    mafia e politica in Calabria, il governatore Scopelliti va su tutte le furie e accusa i giornalisti di lavorare per conto di lobby e di essere una cricca.    Una cricca fatta da Stampa, Fatto Quotidiano e Sole 24 ore, sarebbe una cosa veramente ridicola. Scopelliti farebbe bene a chiedere che si accertino i fatti. Io non l’ho votato e per le elezioni regionali non sono andata al seggio perché non mi piacevano i candidati. Un anno fa hanno arrestato Santi Zappalà, altri nomi erano chiacchierati, eppure non si volle fare pulizia.   </p>
<p><strong> Chi è Giuseppe Scopelliti?</strong></p>
<p> Un ragazzo che ho cresciuto ai tempi del Fronte della Gioventù. Devo dire che la sua prima esperienza da sindaco non la giudico negativamente. I problemi sono arrivati dopo, quando si è attorniato di persone che pensavano solo agli affari, quando si è fatto risucchiare nelle nebbie del sistema Reggio. Un tumore che divora tutte le istituzioni, dalla magistratura alle forze dell’ordine, dall’università alla Regione. Qui Scopelliti ha riprodotto lo stesso schema, con gli stessi uomini e gli stessi dirigenti che aveva con sé al Comune. Altro che modello Reggio, ha vinto il sistema Reggio.</p>
<p> (pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 24 novembre 2011)</p>
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		<title>Scopelliti: boia chi molla</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 19:20:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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E’ stato un compleanno avvelenato quello di Peppe Scopelliti. Classe 1966, giorno di nascita il 21 novembre, giovane politico in ascesa. Avvelenato dalle polemiche violente scatenate contro tre giornali, “Il Fatto”, “La Stampa”, “Il Sole24ore”, e dalle reazioni che hanno provocato con comunicati dei cdr e della Fnsi. Ma ancora di più a rendergli amari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8442" href="http://www.malitalia.it/2011/11/scopelliti-boia-chi-molla/scopelliti1-3/"><img class="alignleft size-full wp-image-8442" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/scopelliti1.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>E’ stato un compleanno avvelenato quello di Peppe Scopelliti. Classe 1966, giorno di nascita il 21 novembre, giovane politico in ascesa.</strong> Avvelenato dalle polemiche violente scatenate contro tre giornali, “Il Fatto”, “La Stampa”, “Il Sole24ore”, e dalle reazioni che hanno provocato con comunicati dei cdr e della Fnsi. <strong>Ma ancora di più a rendergli amari i giorni sono le inchieste della magistratura</strong>. L’ultima che ha portato in galera una serie di colletti bianchi, mafiosi e affaristi, e che ha svelato quello che in città tutti sapevano: la ‘ndrangheta, quella potente della famiglia Tegano, era in società col Comune di Reggio Calabria tramite la “Multiservizi”. Un colosso, centinaia di dipendenti e milioni di euro da gestire. Una tegola sulla testa del giovane golden-boy della destra  in Riva allo Stretto. Uno che non dimentica il suo passato missino, che celebra davanti al monumento di Ciccio Franco, il capo dei Boia chi Molla.</p>
<p><strong>Peppe Scopelliti, una laurea in Economia presto chiusa nei cassetti: il potere pretende dedizione e il tempo per svolgere qualsiasi attività professionale non c’è</strong>. Segretario del Fronte della Gioventù nel 1992, nel 1994 candidato al Parlamento Europeo, l’anno dopo primo degli eletti alla Regione, rieletto nel 2000, e poi Presidente del Consiglio e Assessore al Lavoro con la giunta Chiaravalloti.  Nel 2002 la conquista di Reggio con il 53% dei voti e l’elezione a sindaco. Riconferma cinque anni dopo, ma questa volta con il 70% dei voti. E fa niente se nei giorni di fuoco della campagna elettorale i manifesti col suo faccione campeggiavano nei saloni del Teatro Margherita, gentilmente concesso “senza nulla a pretendere” da Gioacchino Campolo, il “re dei videopoker”. Quando il signor Gioacchino viene arrestato gli sequestrano immobili per qualche milione di euro a Roma e a Parigi. “Soldi accumulati – spiega il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone – con la gestione monopolistica dei videogiochi, uno dei canali privilegiati dalla criminalità organizzata”. Ma Peppe, ragazzo in carriera, non se ne cura. Lui è il rinnovamento, spazzerà via la vecchia politica e costruirà il “modello Reggio”. “Credere, obbedire, ballare”, è il motto che gli appiccicano addosso. <strong>Riletto oggi che il Comune è sull’orlo del default con 170 milioni di debiti accertati, e lui stesso è indagato per falso in atto pubblico, suona beffardo. Scopelliti era ossessionato dal mondo dello show-biz, voleva stupire a tutti  i costi</strong>. “Paolo ho bisogno di una cortesia, abbiamo intenzione di fare qualcosa di eccezionale a Reggio, per me sarebbe il massimo incontrare Lele Mora”. Paolo Martino, uomo di collegamento della ‘ndrangheta calabrese con il bel mondo di Milano, racconta così il suo incontro con l’allora sindaco Scopelliti. “Conosco lui, suo fratello Tino e l’altro fratello Francesco che sta a Como e fa l’assessore”, ricorda Martino in un interrogatorio. L’incontro si fa e subito, Scopelliti  quasi si commuove: “Paolo, per me conoscere uomini come te è qualcosa di gratificante”. Ma per portare il manager delle starlette, Valeria Marini (60mila euro per lo struscio nelle vie principali), forse non bastava l’uomo delle ‘ndrine in terra lombarda, bisognava rivolgersi anche ad altri. A Pasquale Rappoccio, massone della “Gran loggia regionale d’Italia” col grado di “secondo principale”, oggi finito nei guai per storie di malasanità e rapporti con le cosche. “Frequentatore assiduo del sindaco”, si legge in un rapporto della Gdf del 2007. Insieme al grembiulino di Reggio, Scopelliti vola a Milano per incontrare Mora, ma non prende l’aereo di Lele, “altrimenti volano interrogazioni e polemiche” e fissano appuntamenti per andare in Sardegna sulla barca di Briatore. <strong>La bella vita a Reggio e spese pazze. Alcune al limite del ridicolo, come i 23mila euro buttati per comprare 100mila salviettine rinfrescanti al bergamotto con la scritta no alla ‘ndrangheta</strong>. Perché il giovane Scopelliti, eletto governatore della Calabria col 58% dei voti, la ‘ndrangheta la combatte, ma sempre in modo spettacolare. E guai a chi, fra i suoi, sbaglia. L’anno scorso gli hanno arrestato Santi Zappalà, uno fra i più votati nelle liste che lo sostenevano. I carabinieri lo filmarono e intercettarono mentre andava a chiedere voti a Giuseppe Pelle “Gambazza”, boss di San Luca. Scopelliti lo ha mollato, senza mai chiedersi se quei voti messi a disposizione dalla ‘ndrangheta avessero contribuito anche al suo personale successo. <strong>Ed è di poche settimane fa un dossier consegnato dai magistrati di Genova alla Commissione parlamentare antimafia nel quale si parla delle ultime elezioni regionali e dell’”alacre sostegno di esponenti della cosca Raso-Gullace, anche con palesi intimidazioni, a favore del candidato Antonio Stefano Caridi”.</strong> Si tratta di un assessore regionale, non indagato, storico uomo di Scopelliti. La mafia è solo quella folk di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, e quando i pentiti lo tirano in ballo, il governatore insorge: è una provocazione, non sapevo. Sono cinque (Lo Giudice, Fiume, Paolo Iannò, Fragapane, Moio) rappresentativi delle famiglie più potenti della città, parlano di lui e dei voti concessi. La regola è smentire, ribattere. Mai chiarire. E mai chiarita fino in fondo è stata la partecipazione al pranzo per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei genitori di Mimmo Barbieri, finito al centro di una poderosa inchiesta antimafia. “C’erano proprio tutti – racconta il giorno dopo Cosimo Alvaro – il sindaco, Gesuele Vilasi (assessore comunale di Forza Italia, ndr) e quelli della Margherita e dell’Udeur”. Cosimo Alvaro, rampollo della famiglia di Sinopoli, c’era. <strong>Quando Scopelliti venne eletto sindaco per la seconda volta, entusiasta, si lasciò scappare: “Ora entriamo in politica. Forza zio Peppino”.</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Il fatto Quotidiano il 22 novembre 2011)</strong></p>
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		<title>Bagnoli 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 19:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Se il sogno dei napoletani diventerà realtà lo deciderà il nuovo ministro dell&#8217;Ambiente. Toccherà infatti a Corrado Clini dire se la &#8220;colmata&#8221; di Bagnoli – la spiaggia artificiale costruita decenni fa con 1300 metri cubi di materiali di risulta dell&#8217;acciaieria e ricoperta da uno strato di cemento -, è una bomba ecologica dalla quale stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8434" href="http://www.malitalia.it/2011/11/bagnoli-2011/bagnoli/"><img class="alignleft size-full wp-image-8434" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/bagnoli.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>Se il sogno dei napoletani diventerà realtà lo deciderà il nuovo ministro dell&#8217;Ambiente</strong>. Toccherà infatti a Corrado Clini dire se la &#8220;colmata&#8221; di Bagnoli – la spiaggia artificiale costruita decenni fa con 1300 metri cubi di materiali di risulta dell&#8217;acciaieria e ricoperta da uno strato di cemento -, è una bomba ecologica dalla quale stare lontani, oppure no. Se bisogna lavorare in tempi rapidissimi per portare via quell&#8217;ammasso di arsenico, cadmio e altri veleni, costo stimato nel 2007 60milioni, e spostare altrove la kermesse dell&#8217;America&#8217;s Cup. Si attendono i risultati di analisi, prelievi, carotaggi, mentre i tempi stringono e le gare d&#8217;appalto devono partire per realizzare le strutture che ospiteranno velisti, imbarcazioni e pubblico.</p>
<p><strong>E&#8217; una storia infinita quella dell&#8217;area dove sorgeva la Grande Fabbrica di Napoli, l&#8217;Italsider. Qui l&#8217;ultima colata è stata vomitata nell&#8217;ottobre del 1990, poi gli altoforni sono stati spenti</strong>. Per sempre. Da allora, ventuno anni fa, la politica ha cominciato a fare piani, macinare finanziamenti, costituire società consigli d&#8217;amministrazione, consulenti, appalti e programmi faraonici, per risanare una delle aree industriali più estese d&#8217;Italia. E&#8217; cambiato il mondo, sono cambiati i governi nazionali, comunali e regionali, sono crollate la Prima e la Seconda Repubblica, ma Bagnoli è ancora quella “radura piena di ferite” raccontata ne “La dismissione”, il bel libro su Napoli e l&#8217;acciaio di Ermanno Rea. <strong>Restituire alla città e ai napoletani il milione e 945mila metri quadri del centro siderurgico e i 157mila mq dell&#8217;ex Eternit (produzione di cemento-amianto) e realizzare uno dei più grandi parchi urbani d&#8217;Europa – 120 ha &#8211; contrassegnato da percorsi di archeologia industriale, alberghi, appartamenti, centri culturali, spiagge per tuffarsi in un mare finalmente pulito</strong>. Insomma, fare come si è fatto in Germania, nella regione mineraria della Goitzsche, dove 60 km quadrati di miniere di lignite a cielo aperto e fabbriche sono stati trasformati in laghi e parchi pubblici, e nel bacino della Ruhr, 6mila metri quadrati di aree industriali dismesse, bonificate e vendute ai privati per costruire fabbriche verdi, parchi pubblici, centri commerciali e case. “Bagnoli spa”, poi “Bagnoli futura”, è il nome della società di trasformazione urbana di proprietà del Comune di Napoli, della Regione Campania e della Provincia, che avrebbe dovuto fare il miracolo. Come è finita ce lo racconta il debito che ha accumulato, 339milioni di euro, e una impietosa relazione della Corte dei Conti di due anni fa. Che passa al setaccio i due progetti di risanamento dell&#8217;area, 2003 e 2007, e rileva “un incremento di costi di 131 milioni, l&#8217;86% in più rispetto alla prima previsione” Dove sono andati a finire quei soldi? “Solo in minima parte, 31 milioni, alla bonifica degli arenili e dei fondali, per i quali erano già previsti stanziamenti”. Settantasette milioni e 243mila (il 30% del totale dei finanziamenti pari a 259.358.195,56 euro). <strong>Tanti soldi, eppure, rivelano i magistrati contabili, “i lavori dei bonifica dei suoli non sono stati mai completati, la balneabilità delle spiagge non è stata ancora ripristinata perché i fondali marini ed i litorali non sono stati ancora completamente bonificati a causa della colmata, fonte di continuo inquinamento, che non è stata rimossa”</strong>. E proprio sulla colmata, la “terrazza a mare”, come la chiamava Tino Sant&#8217;Angelo, vicesindaco ai tempi di Rosa Russo Iervolino, dovranno essere costruite le strutture per le gare di vela. Una scelta che spacca anche la maggioranza “arancione” che governa la città. “Bagnoli è un&#8217;area enorme – dice il sindaco Luigi de Magistris -, non può rimanere un museo o una realtà che fa paura perché la gente la considera pericolosa. Per la Coppa America noi andiamo avanti, si facciano tutti gli accertamenti, ma chi ha delle responsabilità dica delle parole chiare”. “La scelta di Bagnoli per la Coppa America è stata per me motivo di frizione con l&#8217;amministrazione. Sono contrario, sarebbe stato molto meglio puntare sul molo San Vincenzo”, dice Carlo Iannello, giurista e presidente della Commissione urbanistica del Comune. <strong>Aldo Velo, ex casco giallo dell&#8217;Italsider e animatore delle Assise di Bagnoli insieme all&#8217;architetto Aldo Loris Rossi e al filosofo Gerardo Marotta, tutti sostenitori di de Magistris, è netto: “La Coppa America serve solo a ritardare la bonifica della colmata, si sposti altrove e si lavori per restituire il mare e la spiaggia di Bagnoli ai napoletani”.</strong> Ritardi che durano da vent&#8217;anni, sprechi e “Bagnoli futura”, la società di trasformazione urbana ormai ultimo avamposto di quel potere bassoliniano che de Magistris sta letteralmente spianando. Presidente è l&#8217;avvocato Riccardo Marone, ex deputato dell&#8217;allora Pds e vicesindaco della città quando Bassolino si trasferì al ministero del Lavoro, che si dimetterà a breve, assicurano. Per sostituirlo, de Magistris starebbe pensando al nome di un esperto urbanista di livello europeo, sulla stessa linea di quanto ha fatto con il Forum delle culture, che Bassolino aveva affidato all&#8217;ex assessore Nicola Oddati, dimissionato dall&#8217;attuale sindaco che ha nominato Roberto Vecchioni. Ma su Bagnoli e il sogno della Coppa America, incombe l&#8217;inchiesta aperta dalla procura di Napoli che ha chiesto di acquisire il materiale di risulta prelevato da Arpac e altri istituti per poterlo analizzare autonomamente. <strong>Il rischio è quello del sequestro della colmata</strong>. “Se così fosse – assicurano in ambienti dell&#8217;amministrazione – salterebbe tutto”. Che fare?  “Abbiamo fatto le operazioni di carotaggio e sia l’Arpac che la società incaricata dalla Bagnolifutura, dovranno dare l&#8217;esito al più presto – dice il vicesindaco Tommaso Sodano &#8211; che dovrà arrivare entro <strong>il 25 novembre prossimo per evitare di dover far slittare le gare d’appalto per i lavori necessari alla Coppa America”.</strong></p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2011)</p>
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		<title>Era mio padre</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 19:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Papà, da grande voglio fare il carabiniere. E allora pregai il capitano di regalarmi il suo cappello e lo diedi al bambino”. Quando Pasquale Galasso, numero due della Nuova Famiglia- il network di clan della Camorra degli anni ottanta-novanta del secolo scorso si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo- raccontò questo episodio, i parlamentari della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8422" href="http://www.malitalia.it/2011/11/era-mio-padre/riina/"><img class="alignleft size-full wp-image-8422" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/riina.bmp" alt="" /></a></p>
<p><strong>“Papà, da grande voglio fare il carabiniere. E allora pregai il capitano di regalarmi il suo cappello e lo diedi al bambino</strong>”. Quando Pasquale Galasso, numero due della Nuova Famiglia- il network di clan della Camorra degli anni ottanta-novanta del secolo scorso si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo- raccontò questo episodio, i parlamentari della Commissione antimafia raggelarono. Galasso era stato un boss importante della camorra, aveva ucciso e ordinato omicidi, aveva estorto soldi agli imprenditori,la sua organizzazione aveva trafficato in droga , poi si era pentito per salvare la famiglia, quella di sangue.</p>
<p><strong>Ora vive in una località segreta, ha cambiato generalità, ha un lavoro ed  riuscito nell’impresa di strappare i figli alla morte o al carcere. Così non è  stato per il suo capo, Carmine Alfieri,al quale ammazzarono il figlio Antonio nel 2002.</strong> Così non  stato per il suo nemico giurato, Raffaele Cutolo. Il boss della Nuova camorra organizzata aveva un solo figlio, Roberto (“il figlio della sfortuna” ,lo chiamava) che cercò d seguire le orme paterne. Voleva fare il boss pure lui, avere un suo clan e riproporre le stesse logiche di dominio della camorra anche nel Nord Italia.</p>
<p>Lo uccisero la sera del 19 dicembre 1990 davanti ad un bar di Abbiate Guazzone, nei pressi di Tradate. Don Rafele, ‘o professòre, il primo violino della camorra, come ancora oggi che deve scontare svariati ergastoli e sempre in regime di carcere duro  chiamano Cutolo, non si rassegnò al fatto che il suo sangue finisse per sempre con la morte dell’unico erede. <strong>Nel 2007 ottenne l’autorizzazione dal ministero della Giustizia a ricorrere alla fecondazione artificiale per avere un altro figlio. Immacolata Iacone, la donna che aveva sposato in carcere nel lontanissimo 1982, mise al mondo Denise. “Quando sarà grande- disse la mamma ai giornalisti- forse sentirà pronunciare la parola Camorra, qualcuno le racconterà delle cose. Saprà chi  suo padre, conoscerà il suo passato, ma Raffaele  mio marito, l’uomo che amo”.</strong></p>
<p>Era mio padre,la storia raccontata nel film di Sam Mendes, con un impareggiabile Tom Hanks, la ritrovi nelle storie di fratelli, mogli, soprattutto figli di boss. Francesco Paolo Provenzano è il figlio più piccolo di Binnu,il capo di Cosa Nostra. Cinque anni fa, fece scalpore la notizia di una borsa di studio concessa al giovane Francesco, per la promozione della cultura italiana in Germania,dal ministero dell’Istruzione. Francesco aveva un curriculum di tutto rispetto e si piazzo al 36 ° posto su 308 candidati, nel 2008 insieme al fratello maggiore Angelo, studente universitario, rilasciò una lunga intervista a Francesco La Licata de La Stampa.</p>
<p><strong>“Ma come si fa soltanto a pensare una cosa del genere (il padre mafioso , ndr)? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino di serie B?”.</strong> Anche Roberta, la figlia di Giovanni Bontade (il fratello del boss Stefano,uno dei grandi capi di Cosa nostra ucciso dai corleonesi nel 1981), ha imboccato altre strade. Anni fa destò  scandalo la notizia della sua partecipazione ad un’associazione di volontariato che aveva ottenuto l’assegnazione di un bene confiscato alla mafia. “Giudicatemi per quello che sono, non per il cognome che porto”. Sua madre e suo padre vennero ammazzati  nella guerra di mafia, il padre fu accusato di aver accumulato miliardi di lire con il traffico di droga. “Quei soldi non li volevo e li abbiamo dati in beneficenza,L’ho anche raccontato al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso”, giurò Roberta Bontade.</p>
<p><strong>Figli che vogliono salvarsi. Figli che raccolgono lo scettro di comando del pad</strong>re. Giovanni Riina era un predestinato. La leggenda di mafia narra che aveva solo cinque anni quando il padre Totò gli fece imbracciare un fucile. A vent’anni fu condannato all’ergastolo accusato di aver partecipato a ben quattro omicidi. Suo fratello Giuseppe Salvatore, invece, fu condannato a 11 anni e otto mesi per una storia di appalti e estorsioni. Ma ci sono anche figli che rinnegano il cognome del padre. Emanuele Brusca è il primo figlio del boss Bernardo e fratello di Giovanni Brusca, ‘ u verru, il maiale, l’uomo che azionò il telecomando di capaci. Ha scontato una condanna per associazione mafiosa, ma dodici anni fa chiese di cambiare cognome.</p>
<p><strong>“E’ ingombrante per e per i miei figli</strong>”. Un  gesto clamoroso, una rottura significativa che è anche il segno della  crisi di un’organizzazione come Cosa Nostra, che non vedremo mai nella mafia più potente: la ‘ndrangheta. Qui nelle famiglie che dominano l’Aspromonte e la Piana di Gioia Tauro, la Tirrenica e la Jonica, le città e i paesi più sperduti, i legami familiari sono fortissimi, il fondamento dell’organizzazione e della possibilità che il potere delle ‘ndrine si tramandi di padre in figlio per generazioni. “Sono sempre gli stessi cognomi da un secolo”, scrisse un magistrato dell’antimafia calabrese anni fa. Ma basta sfogliare le relazioni che hanno portato allo scioglimento della Asl di Locri per capire che i figli dei boss si sono evoluti e sono entrati nell’economia legale. Molti nomi del gotha mafioso ricorrono nelle intestazioni delle cliniche private e dei laboratori di analisi che da quella Asl prendevano accreditamenti e finanziamenti.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 19 novembre 2011)</p>
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		<title>The end?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Non  mi piace l’euforia di queste ore, questo senso di liberazione che prende tanti per la cosiddetta fine di Berlusconi. Sì, cosiddetta, presunta, perché Berlusconi non è finito. La sua disponibilità a dimettersi offerta a Napolitano è un a mera mossa tattica, intelligente o meno saranno gli avvenimenti dei giorni che verranno a dircelo. Quello [...]]]></description>
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<p><strong>Non  mi piace l’euforia di queste ore, questo senso di liberazione che prende tanti per la cosiddetta fine di Berlusconi</strong>. Sì, cosiddetta, presunta, perché Berlusconi non è finito. La sua disponibilità a dimettersi offerta a Napolitano è un a mera mossa tattica, intelligente o meno saranno gli avvenimenti dei giorni che verranno a dircelo. Quello che è chiaro è che Silvio Berlusconi non vuole e soprattutto non  può mollare. Se perde il potere perde tutto. Un solo esempio, è bastato che il voto alla Camera sul rendiconto certificasse che non ha più la maggioranza perché le azioni Mediaset subissero un ribasso. Roba forte, milioni di euro volatilizzati. <strong>Berlusconi sa che se salta il tappo del potere si liberano forze</strong>. Basta una normale ed europea legge che regoli il mercato pubblicitario stabilendo dei tetti alla raccolta degli spot televisivi perché le sue aziende entrino in crisi. Basta una occidentalissima legge sul conflitto di interessi perché il suo impero venga messo in discussione. Basta che il Parlamento fermi le tante leggi ad personam oggi sul tavolo, perché gli interessi suoi, della sua famiglia e delle sue aziende, subiscano un duro colpo. <strong>Basta che la magistratura si senta finalmente liberata da pressioni, ricatti, leggi e riforme che incombono come una mannaia sulla sua autonomia, perché inchieste oggi al rallentatore subiscano un colpo di acceleratore.</strong> Berlusconi, quindi, combatterà fino alla fine, le studierà tutte, cercherà di recuperare “traditori” e “infedeli”, per non perdere l’unica cosa alla quale tiene come l’aria che respira: il potere. Ma ammesso che l’entusiasmo sia vero, che sia giusto festeggiare, stappare bottiglie e sventolare bandiere come se fossimo nel giorno della Liberazione, ammesso che Berlusconi sia finito davvero e per sempre, un dato è certo. <strong>Muore Berlusconi, ma il berlusconismo è vivo e vegeto</strong>. Muore, politicamente, s’intende, il Cavaliere nero, ma la battaglia inizia col suo cadavere (politico) ancora caldo. Perché peggio di Berlusconi è il berlusconismo. Quella malattia che dal 1994 (giusto per offrire una data, ma il male ha radici che risalgono agli anni Ottanta del secolo scorso), ha infettato la politica, la cultura, il costume e il modo di essere della società italiana. Come una lue la malattia è entrata in tutti i pori della vita del Paese, dentro la cultura, la società e dentro il corpo e l’anima dei partiti di opposizione. <strong>Il cesarismo che sostituisce la democrazia, l’ideologia del successo e dell’apparire a tutti i costi che uccide la solidarietà (chi è povero si deve vergognare dei suoi insuccessi), la comunicazione che ammazza la politica (l’una è allegra e semplificata, l’altra è dura e noiosa), il trasformismo come regola di vita</strong>. Per non parlare del fascismo che ritorna, del razzismo diventato linea politica e di governo con un partito come la Lega che ha il ministro dell’Interno. E’ forte il berlusconismo, è un sistema di potere che governa città e regioni, ha suoi uomini che lo rappresentano esaltando – al peggio, ovviamente – le sue caratteristiche e la sua ideologia. E’ un personale politico che non mollerà il potere, che forse si riciclerà sotto altre bandiere (Udc, Terzo Polo finiano, Montezemolo-Della Valle, forse anche Pd e dintorni), ma che ha impregnato di sé istituzioni, democrazia, governi locali.<strong> La rivoluzione è lontana, non stiamo assistendo al ripetersi di avvenimenti storici (questa volta la storia si ripete ma sotto forma di farsa), non è la caduta del fascismo: è peggio</strong>. Non ci sono eserciti di liberazione e generosi partigiani alle porte, ma gattopardi. Ecco perché non mi piace l’entusiasmo di queste ore. Perché so che la battaglia per liberare il Paese da questa gente sarà lunga e difficile. Richiederà tempo, abnegazione, organizzazione, idee, uomini e donne, giovani e anziani, che si muovono, che scendono in campo sotto bandiere che si chiamano solidarietà, equità sociale, trasparenza, giustizia, rispetto delle regole, democrazia, unità nazionale. <strong>Esattamente come fece un uomo solo nel lontano 1994 uccidendo le speranze dell’Italia onesta.</strong></p>
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		<title>Il miracolo è finito</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 20:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Prima le archistar e le feste con Lele Mora.Ora solo i debiti: Reggio Calabria sul lastrico
Si mangiaru tutta Reggio”. Sì, la città dello Stretto se la sono sbranata lupi famelici,
ci urla in faccia l’operaio da mesi senza stipendio. C’era una volta il modello Reggio, il
miracolo di Peppe Scopelliti e dei suoi boys, l’esempio di come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8280" href="http://www.malitalia.it/2011/11/il-miracolo-e-finito/lungomare/"><img class="alignleft size-full wp-image-8280" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/lungomare.jpg" alt="" width="275" height="184" /></a></p>
<p><strong>Prima le archistar e le feste con Lele Mora.Ora solo i debiti: Reggio Calabria sul lastrico</p>
<p>Si mangiaru tutta Reggio”.</strong> Sì, la città dello Stretto se la sono sbranata lupi famelici,<br />
ci urla in faccia l’operaio da mesi senza stipendio. C’era una volta il modello Reggio, il<br />
miracolo di Peppe Scopelliti e dei suoi boys, l’esempio di come amministrare una città del Sud da esportare in tutta Italia.Opere pubbliche faraoniche,feste e festini, Valeria Marini e<br />
Lele Mora pagati fior di quattrini per pochi minuti di struscio per  il Corso. Archistar mondiali dalle parcelle favolose, e poi società esterne, municipalizzate, pozzi senza fondo di spese e assunzioni, amici da piazzare, capi elettori da soddisfare, consulenze a pioggia. Miliardi al vento e una voragine da 170 milioni di euro, la città sull’orlo del fallimento, il Comune sul baratro del dissesto finanziario e l’ex sindaco Scopelliti, ora Re della Calabria, indagato. Quartiere Ravagnese, i 150 operai e tecnici della società “Acquereggine spa”, che si occupano del funzionamento dei depuratori cittadini, hanno incrociato le braccia.<strong> “Da quattro mesi non prendiamo una lira”, ci raccontano. “Senza stipendio e senza alcuna prospettiva”, </strong>aggiungono. “Qui se salta l’impianto perché manca un pezzo di ricambio<br />
che non possiamo comprare perché non abbiamo un centesimo, la merda arriva  direttamente a mare”. 10.263 mila euro,tanti sono i soldi che il Comune di Reggio deve alla società.<br />
<strong>Quando pagherà? Mai</strong>. I soldi non ci sono, sfumati in ardite operazioni finanziarie che una relazione del ministero del Tesoro elenca in modo spietato. I bilanci 2007-2008-2010, presentano entrate superiori alle spese, quelli del 2006 e del 2009, un sostanziale pareggio, ma si tratta di dati, annotano gli esperti di Tremonti, “che non risultano comunque attendibili”. Uno sfascio, col Comune che non riesce ad incassare i crediti e le entrate tributarie. Multe, bollette, tasse, il 240,74% solo l’anno scorso. Se i crediti spariscono, i debiti si volatilizzano, “non vengono compresi nelle scritture contabili”.<br />
<strong>Miracoli della finanza creativa</strong> inaugurata dal sindaco Scopelliti e dalla sua  superconsulente Orsola Fallara. Una storia tragica.Per otto anni la dottoressa Fallara ha avuto nelle mani la finanza del Comune. Decide tutto, perché è lei che deve realizzare le linee operative del miracolo Scopelliti. Il sindaco ordina, lei deve trovare i soldi e inserire le spese nelle pieghe del bilancio. Esagera quando si liquida parcelle milionarie per la partecipazione alle commissioni tributarie e finisce nell’occhio del ciclone della Procura. Scopelliti la scarica con parole di pietra, “ha sorpreso me e tutti noi, la sua è stata una scelta di vita diversa rispetto ai valori in cui abbiamo sempre creduto. <strong>Certi errori non sono tollerati”. L’opposizione attacca. Orsola Fallara cede. </strong>Il 16 dicembre dell’anno scorso convoca giornali e tv locali, parla, replica, ma la parte più struggente e misteriosa è quando chiede scusa “alla famiglia e a Peppe Scopelliti”. Poi prende la macchina, va al porto e si suicida in un modo bestiale: acido muriatico, un flacone intero che le devasta il corpo. Dopo due giorni di sofferenze muore. E con lei vengono sepolti i segreti di Reggio.</p>
<p>Aveva un confidente, la dottoressa Fallara, Peppe Sorgonà, il suo parrucchiere di fiducia. Se gli ha sussurrato segreti sugli anni d’oro al Comune non lo sapremo mai, perché Peppe Sorgonà viene ucciso il 7 gennaio, in modo eclatante, crivellato di colpi come si usa a Reggio quando l’omicidio deve parlare soprattutto ai vivi. L’architetto Bruno Labate<br />
è sotto inchiesta per peculato in concorso con Orsola Fallara,con la quale era legato sentimentalmente. Sul suo conto corrente sono stati trovati versamenti per centinaia di migliaia di euro per lavori mai fatti e consulenze mai fornite al Comune. Pagato a sua insaputa. Anche con l’architetto il governatore Scopelliti è stato generoso nominandolo dirigente esterno della Regione Calabria per la sede di Roma. Un incarico inutile, ma di prestigio.Città sull’orlo del fallimento? Il nuovo sindaco, Demetrio Arena, si stringe nelle spalle. “Reggio è cresciuta, ma forse abbiamo fatto il passo più lungo della gamba in servizi e opere pubbliche ”. Fino a poche settimane fa la politica in riva allo Stretto sperava in una soluzione alla catanese. Ci pensa Berlusconi che ripianerà debiti e buchi. “Ma la crisi e lo sfascio del berlusconismo –dice Massimo Canale, capo dell’opposizione di centrosinistra –li hanno messi con le spalle al mu ro ”. Non ci sono soldi, neppure per pulire le strade, perché da ieri i dipendenti della Leonia (la società per l’igiene urbana<br />
che dal Comune vanta crediti per 5 milioni) non vengono pagati.Leonia è una delle società miste, regno del clientelismo più sfrenato, ma anche prateria di scorribande della ‘ndrangheta. “Alla Leonia GF prendeva lui i soldi e poi li divideva alle famiglie.La Multi servizi era molto più vigilata da noi”. Parole pronunciate davanti alla Corte d’appello dal pentito della cosca Tegano Roberto Moio. <strong>I tempi dello scialo sono finiti, il modello<br />
Reggio si è rivelato un grande bluff. “Si mangiaru la città”.<br />
</strong><br />
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano  4/11/2011)</p>
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		<title>Cinque pentiti: così noi aiutiamo i politici</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 22:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“Dottore , se io so dove abito,e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”. E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo le parole sussurrate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8273" href="http://www.malitalia.it/2011/11/cinque-pentiti-cosi-noi-aiutiamo-i-politici/tribunaereggiocalabria/"><img class="alignleft size-full wp-image-8273" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/tribunaereggiocalabria.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p>“<strong>Dottore , se io so dove abito,e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”.</strong> E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo le parole sussurrate dall’avvocato Lorenzo Gatto,difensore di buona parte del Gotha mafioso della città. Ha chiesto di entrare nella stanza, ma ha lasciato la porta aperta. L’avvocato non perde tempo in premesse. Prende sottobraccio il pm, lo porta in corridoio e continua a parlare. “Dottore lei sta dando fastidio, stia attento e quando fa un’inchiesta si faccia affiancare da un suo collega”. Lombardo sta indagando sui rapporti tra boss e politica, <strong>la sua inchiesta “Meta” è ormai a processo e rischia di alzare il sipario sul livello alto delle collusioni. Mafia e politica, boss e zona grigia, anfratti finora scarsamente esplorati</strong> . Insomma  un magistrato “non gradito”, un pm ad altissimo rischio. Stesso discorso di Gatto pochi giorni dopo, il 14 settembre durante la pausa di una udienza. Il compito di dare una lezione a Lombardo sarebbe stato affidato alle “famiglie” che controllano l’area dove vive il magistrato. Sono ‘ndrine federate alle cosche che contano, De Stefano,Tegano. Alta mafia. Ma quello che più allarma è che si tratta di gruppi che hanno una forte di disponibilità di esplosivo da cave. Quando parliamo all’avvocato Gatto di questa storia si irrigidisce. “Scriva che io non ho attinto notizie da ambienti criminali,stimo il dottor Lombardo e gli ho voluto rappresentare solo  delle  mie semplici deduzioni, tutto qui”. Dei colloqui e delle “deduzioni” del legale,il pm Lombardo ha fatto relazioni scritte al procuratore Giuseppe Pignatone, Gatto  è stato interrogato a fine settembre. Ma il 4 ottobre, le affettuose “deduzioni” hanno assunto la forma inquietante di un pacco bomba. Indirizzato al pm Lombardo,ovviamente. Un ordigno sofisticato fatto trovare sotto gli uffici della procura. Era incellofanato, dentro, in evidenza, la foto del giovane magistrato accompagnata da un bigliettino “E’ tutto pronto per la festa”.</p>
<p><strong>In piena estate,la procura antimafia reggina ha interdetto l’avvocato Gatto dalla professione per due mesi  accusandolo di essere “il postino” del boss Luciano Lo Giudice</strong>. Portava “i pizzini” del capintesta della ‘ndrina a suo fratello Antonino, che ad ottobre del 2010 si pente e “se la canta” sui rapporti della cosca con magistrati, avvocati, gente che conta. Nino Lo Giudice racconta che si rivolgeva a Gatto, che i mafiosi chiamavano “Mastrolindo”, per avere informazioni su operazioni  di polizia, spesso imminenti , sempre supersegrete ma stranamente note in anticipo a certi ambienti. Quando a luglio gli perquisiscono lo studio, il legale avverte magistrati e poliziotti :”Attenti potreste trovare documenti coperti dal segreto di Stato”. Quei documenti, però, non sono stati ancora trovati. Si scava nei computer sequestrati e nei file cancellati. Misteri di Reggio , città avvolta dalle nebbie e dai veleni. Qui sta succedendo qualcosa di grosso. <strong>Lo dicono le 200 intercettazioni</strong> preventive che da mesi stanno mettendo sotto osservazione i telefoni dell’area grigia, si sussurra di imminenti operazioni sulla ‘ndrangheta al Nord che piomberebbero  anche sulla politica reggina. Ancora misteri, perché a Reggio,come ha detto un esperto di rango, il mafioso Roberto Moio, “la ‘ndrangheta  è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. E Moio, pentito dal 29 settembre 2010, di nomi di politici ne ha fatti. E’ uomo di ‘ndrangheta da quando aveva 17 anni, sa delle guerre di mafia ed è imparentato con la figlia Tegano. “Con la politica- dice interrogato in un processo d’Appello il 19 ottobre- abbiamo sempre avuto ottimi rapporti. Abbiamo raccolto sempre voti, ogni periodo i miei zii (i boss Tegano,ndr) candidavano qualcuno. Abbiamo sempre aiutato i politici, la maggior parte di destra, ma ultimamente De Gaetano (Nino, eletto in Rifondazione al Consiglio regionale, ora in predicato di passare al Pd, ndr)…”. “In tanti- continua- salivano spesso in via Corvo, ad Archi (il quartiere generale di Tegano,ndr). Gigi Meduri (ex parlamentare Margherita,ndr), Renato Meduri, dottori…abbiamo sempre votato per il Sindaco Scopelliti, attraverso Peppe Agliano (ex Assessore al bilancio del Comune,ndr)..”. Peppe Scopelliti, golden boy del Pdl e governatore supervotato della Regione, è l’uomo forte della politica calabrese . Con Moio sono ben cinque gli ex mafiosi pentiti che fanno mettere a verbale di aver gli dato sostegno elettorale. Nino Lo Giudice il 7 dicembre 2010: “Gli abbiamo dato i voti io e la mia famiglia”. Giovanbattista  Fragapane,  ex killer dei De Stefano,pentito dal 2004 :”Alle elezioni sentivo sempre il nome di Scopelliti”. Nino Fiume, imparentato con i De Stefano e collaboratore di giustizia: “Ero amico del sindaco, lo conosco da quando l’ho appoggiato politicamente”. Paolo Iannò, ex braccio destro del “Supremo” Pasquale Condello :”In relazione a Giuseppe Scopelliti  si diceva che era appoggiato dalla ‘ndrangheta già da quando ero latitante”. Parole di pentiti che vagano  di inchiesta in inchiesta, bollate come menzogne dal governatore che annuncia reazioni e querele. E invita sempre ad avere fiducia nella magistratura.”Ma una fiducia selettiva”.</p>
<p><strong>Brutto clima in riva allo stretto</strong>. Dottore, si sente tranquillo? La domanda è rivolta a Salvatore Di Landro. E’ il procuratore generale che ha avuto il torto di rimettere ordine in quello che tutti in città chiamano “l’ufficio sconti”. Gli hanno messo due bombe, una il 3 gennaio 2010 sotto il suo ufficio, un’altra, il 25 agosto, l’hanno piazzata sotto casa sua. “Non mi sento assolutamente tranquillo. Le indagini non sono venute a capo di niente e ancora oggi  non conosciamo movente e mandanti di quegli attentati. Se la ‘ndrangheta è una struttura verticistica e unitaria, i Lo Giudice da chi hanno avuto il via libera alla strategia della tensione?”.<strong>La domanda è ancora senza risposta</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 3 novembre 2011)</p>
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		<title>Regionali Molise, si contano ancora le schede</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 11:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Sospetti su errori e brogli
A due settimane dal voto, il governatore del Pdl è in bilico perché in molti seggi non sono stati considerati i voti disgiunti per il candidato di centrosinistra Paolo Di Laura Frattura.
Peggio di un paese dell’Africa più profonda. In Molise si è votato il 16 e 17 ottobre scorso, ma il [...]]]></description>
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<p>Sospetti su errori e brogli</p>
<p>A due settimane dal voto, il governatore del Pdl è in bilico perché in molti seggi non sono stati considerati i voti disgiunti per il candidato di centrosinistra Paolo Di Laura Frattura.</p>
<p>Peggio di un paese dell’Africa più profonda. In Molise si è votato il 16 e 17 ottobre scorso, ma il conteggio delle schede non è ancora finito. Ha vinto il centrodestra con <strong>Michele Iorio</strong>, ha perso il centrosinistra con <strong>Paolo Frattura</strong>, ma il sospetto di <strong>errori e brogli</strong> è fortissimo. Iniziamo dai numeri, microscopici come la regione dove si è votato. In Molise gli elettori sono 331. 970, i votanti alle ultime regionali appena 198. 498. Ottantanovemila centoquarantadue, il 46, 9 %, ha votato per il centrodestra scegliendo Iorio, 87. 637, (46, 15) per il centrosinistra e Frattura, altri 10. 650 voti (5, 60 %) sono andati al Movimento Cinque stelle, candidato <strong>Antonio Federico</strong>. Vince il centrodestra per appena 1500 voti, una quota esigua, tanto che la sera delle elezioni Iorio stesso è convinto di aver perso.</p>
<p>E’ un sito internet, <strong><em>“Infiltrato. it”</em></strong>, a ricostruire quello che è stato già battezzato come <strong><em>“il Watergate del Molise”</em></strong>. Il conteggio dei voti che i rappresentanti di lista trasmettono ai due comitati elettorali dà, sia pure di poco, la vittoria certa al centrosinistra. Frattura e i suoi festeggiano. Nel comitato di Michele Iorio, invece, i volti sono tirati. <strong>Massimo Romano</strong>, esponente di punta dell’opposizione di centrosinistra e candidato al Consiglio regionale, interpellato dal nostro giornale la notte dello scrutinio, è raggiante. “Abbiamo vinto, ce l’abbiamo fatta”. Ma all’alba qualcosa cambia, i risultati che dai vari seggi vengono trasmessi alla Prefettura ed elaborati dal Viminale danno avanti il centrodestra e Iorio. Il margine è risicato, ma la vittoria c’è. Il centrosinistra paga i suoi errori, prima di tutto l’incapacità di rinnovarsi e di proporre una candidatura di rottura. In molti, infatti, non hanno digerito la scelta del segretario regionale <strong>Danilo Leva</strong> di candidare Frattura, che nel 2000 era nelle liste di Forza Italia proprio con Michele Io-rio. I 10 mila voti conquistati dal candidato grillino sono la dimostrazione che l’elettorato pretendeva politiche e scelte più radicali.</p>
<p>Ma è il riconteggio delle schede e l’analisi dei verbali a riaprire la partita e a far saltare i nervi al centrodestra. Perché, a conti fatti, il distacco tra le due coalizioni si riduce ad appena 900 voti, un dato eclatante, tenuto conto che nel calcolo mancano le sezioni di Isernia e provincia. In molti seggi, si scopre che non sono stati contati i voti disgiunti a favore del centrosinistra, si tratta di ben 23 mila voti, 15 mila a favore del centrosinistra e 5 mila circa per il candidato di Grillo. Iorio e i suoi sono nervosi, al punto che venerdì in tarda serata il centro-destra ha inscenato una manifestazione sotto il Tribunale di Campobasso contro il giudice Stefano Calabria. A guidare la protesta un fedelissimo di Michele Iorio, il senatore <strong>Ulisse Di Giacomo</strong>. Parole forti, toni esasperati, tanto che il giudice ha minacciato di dimettersi. “Io non posso accettare che ci siano parlamentari, e comunque esponenti della maggioranza, che vanno in Tribunale ad intimidire la commissione. Questo è un atteggiamento paramafioso che non solo non serve a nulla ma fa capire che gatta ci cova”, è stata la reazione di <strong>Antonio Di Pietro</strong>. Si ricontano le schede a Campobasso, e ad Isernia si controllano i verbali, in Molise la democrazia procede con il passo della lumaca.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre 2011)</p>
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		<title>Grande ponte, balla enorme</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Di Pietro]]></category>
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Dove essere la madere di tutte le opere pubbliche. L&#8217;ottava meraviglia che tutto il mondo avrebbe ammirato e ci avrebbe invidiato. E&#8217; finita come al solito. In operetta, ma a pagare il salatissimo biglietto saranno gli italiani. Ieri la mozione dell&#8217;Idv che impegnava il governo a scrivere la parola fine ai finanziamenti per la costruzione [...]]]></description>
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<p><strong>Dove essere la madere di tutte le opere pubb</strong>liche. L&#8217;ottava meraviglia che tutto il mondo avrebbe ammirato e ci avrebbe invidiato. E&#8217; finita come al solito. In operetta, ma a pagare il salatissimo biglietto saranno gli italiani. Ieri la mozione dell&#8217;Idv che impegnava il governo a scrivere la parola fine ai finanziamenti per la costruzione del contestatissimo Ponte sullo Stretto di Messina, votata dalla Camera e a sorpresa accolta con parere favorevole dal viceministro Aurelio Misiti. <strong>Stop ai finanziamenti, qualcosa come 1 miliardo e 770 milioni, di cui 470 per il prossimo anno. Opera cancellata, quindi</strong>? Neppure per sogno, perché a mozione approvata fa sentire la sua voce il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, che smentisce il suo vice: &#8220;Il parere favorevole di Misiti è stato espresso a titolo personale&#8221;. Il ministro certo non poteva smentire se stesso e quel che resta del governo. Perché il Ponte delle meraviglie è una delle grandi opere annunciate da Berlusconi in ogni campagna elettorale, e lo stesso ministro, il 16 ottobre scorso, ha rintuzzato il no dell&#8217;Unione europea a concedere finanziamenti in modo determinato. &#8220;Il Ponte si farà a prescindere dall&#8217;eventuale finanziamento della Ue, reperiremo le risorse sul mercato. Il Ponte resta una priorità essenziuale per lo sviluppo del sistema dei trasporti&#8221;. Un brutto colpo per il governo e per la lunghissima schiera di fautori della madre di tutte le opere pubbliche. Tanto che in serata Misiti si morde la lingua e smentisce se stesso: &#8220;E&#8217; da escludere categoricamente che il governo possa scegliere di non realizzare il Ponte&#8221;.</p>
<p><strong>Grande è la confusione sotto il cielo che illumina il mare dello Stretto</strong>. Ma è proprio la confusione a caratterizzare, fin dal 1992, quando venne partorito il progetto preliminare, l&#8217;intera vicenda dell&#8217;opera. Nel 2002, terzo governo Berlusconi, parte il progetto vero e proprio, tre anni dopo è l&#8217;Impregilo ad aggiudicarsi l&#8217;appalto, ma l&#8217;anno dopo – governo di centrosinistra – tutto finisce in un cassetto. Archiviato. Di anni ne passano altri due, a Palazzo Chigi c&#8217;è di nuovo il Cavaliere e il ministro alle Infrastrutture è Matteoli. Il Ponte si farà, giura il governo. Stop and go micidiali, scelte contraddittorie e spese che lievitano. Del Ponte non vi è traccia, ma dei primi espropri e degli sbancamenti sulla sponda reggina, sì. Miliardi buttati al vento, come quelli spesi per tenere in piedi la Società Ponte sullo stretto spa. Un esempio dei mille sprechi italiani che nel 2002 aveva 36 dipendenti, arrivati miracolosamente a 104 quattro anni dopo. Negli archivi della Camera dormono le interrogazioni parlamentari sui bilanci della società. Quello del 2006 ci informa dei 19 milioni spesi per il costo del personale, dei 4 andati via in gettoni di presenza per gli amministratori e dei 17 finiti in consulenze esterne. <strong>Nel 2007 l&#8217;allora ministro Antonio Di Pietro finì al centro di una serie di polemiche per il suo rifiuto a sciogliere la Società. Il Ponte era stato definanziato e i soldi previsti indirizzati alla realizzazione di opere ferroviarie e metropolitane in Sicilia,</strong> ma di mettere la parola fine a quella società ormai inutile il ministro non voleva proprio sentir parlare. &#8220;Tutto questo non c&#8217;entra nulla col furore ideologico di cancellare quello che c&#8217;è oggi, una società che da sola rappresenta un valore di 150 milioni di euro. I 500 milioni che avremmo sprecato chiudendola e pagando le penali previste è meglio usarli per realizzare quelle opere che tutti dicono di voler fare&#8221;. Ma a proposito di penali, cosa succederà se il Ponte non si farà più? Impregilo ha vinto l&#8217;applato nel 2005 con un ribasso del 12% (elevatissimo) per la progettazione e la costrtuzione dell&#8217;opera, valore 3,88 miliardi di euro. Già allora le cose erano chiare per Andrea Monorchio, all&#8217;epoca Presidente della Società statale infrastrutture. &#8220;Leggo spesso sui giornali che il Ponte non si farà, ma al punto in cui siamo non è possibile non farlo,  anche perché lo Stato pagherebbe in penali cifre equivalenti alla sua costruzione&#8221;. Insomma, a guadagnarci, Ponte o non Ponte, sarà solo l&#8217;Impregilo. <strong>Lo Stato dovrà rimborsare tutte le spese sostenute dal colosso delle grandi opere, più un ricco risarcimento per il mancato guadagno, una cifra che secondo gli esperti si aggira tra i 500 e gli 800 milioni di euro</strong>.</p>
<p>(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 28 ottobre 2011)</p>
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		<title>Insicurezza di Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 08:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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“La verità è che sabato siamo ritornati a dieci anni fa. Un tuffo nel passato, Genova, la zona rossa e i disastri che ne seguirono. Eppure dopo il G8 c’erano state altre manifestazioni a  Firenze, a Roma, tutte senza incidenti. Ricordo il cosiddetto metodo Serra (Achille, ex prefetto della Capitale, ndr): prevenire, isolare, essere presenti [...]]]></description>
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<p><strong>“La verità è che sabato siamo ritornati a dieci anni fa</strong>. Un tuffo nel passato, Genova, la zona rossa e i disastri che ne seguirono. Eppure dopo il G8 c’erano state altre manifestazioni a  Firenze, a Roma, tutte senza incidenti. Ricordo il cosiddetto metodo Serra (Achille, ex prefetto della Capitale, ndr): prevenire, isolare, essere presenti in piazza in modo organizzato ma discreto”.  Parla un funzionario di polizia che sabato pomeriggio era in piazza, e ammette che di errori ne sono stati fatti nella gestione della grande manifestazione degli indignati.</p>
<p><strong>Il primo è stato quello di concentrare tutta l’attenzione, e quindi il dispiegamento di uomini e mezzi, nel “quadrilatero del potere”.</strong> Palazzo Grazioli, Palazzo Chigi, Montecitorio, il Senato. Quindi Piazza Venezia off-limits, invalicabile, zona rossa del  2011. Bastava vedere il dispositivo di “tamponamento” dei vicoli e delle stradine di accesso che da via Cavour portano verso il centro della città. Reparti mobili della polizia di Stato, in massima parte provenienti da altre città (il cronista ha sentito un poliziotto rispondere alla richiesta di indicazioni di un turista con un “non so, sono di Torino”), erano a gruppi a chiudere ogni varco. Un errore che, a catena, se n’è trascinati altri. Quello più grande, lasciare “sguarnite” le strade del percorso del corteo.</p>
<p>Quando sono iniziate le devastazioni in via Labicana, con il lancio di fumogeni e molotov all’interno del palazzotto con l’intestazione “Ministero della Difesa” (una vecchia targa che nessuno ha pensato di rimuovere), i reparti di polizia, carabinieri e finanza, erano lontani. Sono intervenuti quando le fiamme erano già alte. Dopo una scaramuccia con lancio di lacrimogeni durata una trentina di minuti con l’ala dura del corteo, c’è stato un momento di mediazione con uno dei “capi” della manifestazione per consentire agli uomini e ai mezzi delle forze dell’ordine di defluire verso via Manzoni e piazza San Giovanni. <strong>Lì, stando alle notizie raccolte sabato, c’erano non più di 50 uomini tra carabinieri e poliziotti. Un numero certamente insufficiente per contrastare l’ala violenta.</strong></p>
<p>Quanti erano gli “incappucciati”? Non più di cinquecento. E stiamo parlando dell’ala militarmente più agguerrita e anche più abituata agli scontri di piazza. Per intenderci quelli che hanno attuato (in via Cavour, poi in via Labicana, infine in piazza San Giovanni), la tecnica del mordi e fuggi. Avanza, colpisci, arretra, fatti scudo  con la massa di manovra di giovanissimi poco politicizzati  e ancora meno inquadrati nel movimento che si eccita negli scontri, poi avanza di nuovo e colpisci ancora.</p>
<p><strong>La loro presenza era  stata analizzata dall’intelligence e dall’antiterrorismo</strong>. Strutture che da tempo hanno schedari precisi sui centri sociali e i gruppi più pericolosi, nel Nord-Est, in Piemonte, a Napoli e Roma, le punte violente che di volta in volta si infiltrano nei movimenti di protesta come i No-Tav.</p>
<p>Il problema non è l’esistenza delle informazioni, ma la loro circolazione. Il questore di Roma, per capirci, aveva il quadro preciso delle migrazioni verso la Capitale dei vari gruppi violenti? Intelligence a parte, le intenzioni degli “incappucciati” erano note e circolavano sul web. L’obiettivo dei “neri” era quello di entrare nella “città proibita”, dare l’assalto alle sedi del potere politico. Luoghi che erano militarmente blindati e presidiati da reparti in assetto antiguerriglia.</p>
<p><strong>Il resto della città era terra di nessuno</strong>. Non è stato “bonificato” il percorso della manifestazione. Troppe macchine parcheggiate dove non dovevano esserci, cassonetti della spazzatura non rimossi e poi incendiati e utilizzati come barricate, finanche il cantiere della Metropolitana in via E. Filiberto lasciato incustodito. Anche lì gli incappucciati si sono riforniti di pietre e mazze.</p>
<p>Infine le buste bianche lasciate lungo il percorso dai commando della guerriglia per segnalare i luoghi dove erano state nascoste armi improprie, ma micidiali. Nessuno ha ispezionato il percorso prima che iniziasse il corteo.</p>
<p>Chi aveva previsto tutto sono stati i poliziotti, quelli abituati a stare in piazza. Basta leggere i loro post sul sito poliziotti.it. “Sicuramente esisterà pure una saggia ed efficace via di mezzo fra i festosi e ordinati cortei sindacali tanto cari al potere e gli incappucciati con la fionda, le molotov e le bombe carta, ma dubito che avremo modo di vederla in atto questo sabato. Non nelle piazze italiane, almeno”, si legge nel post dell’agente “Junior”, il 13 ottobre.</p>
<p><strong>Anche loro sono stati mandati allo sbaraglio da una organizzazione dell’ordine pubblico fallimentare. Tutti, però, sono d’accordo con le parole pronunciate nei giorni scorsi dal loro capo, Antonio Manganelli</strong>. “Queste giornate calde richiederanno uno sforzo dagli agenti, chiamati a compiti di supplenza della politica. Noi siamo in piazza non per contrastare i manifestanti, ma per assicurare loro la libertà di espressione garantita dalla Costituzione”. Non è andata proprio così.</p>
<p><strong><em>(pubblicato su  Il Fatto Quotidiano, 18-10-2011) </em></strong><strong><em></p>
<p></em></strong></p>
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		<title>Sud, le illusioni fallite</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 16:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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Maria Cinquepalmi (14 anni), Tina Ceci (37), Matilde D’Oronzo (32), Giovanna Sardaro (30), Antonella Zaza (36) erano delle fasoniste, lavoravano in nero per le grandi firme dell’abbigliamento. Per 3,95 euro l’ora davano l’ultimo ritocco a maglie e golfini destinati alle boutique di mezza Italia. Capi costosi che loro, “cinesi” dal dolce accento pugliese, non avrebbero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-8043" href="http://www.malitalia.it/2011/10/sud-le-illusioni-fallite/crollo/"><img class="alignleft size-full wp-image-8043" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/crollo.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Maria Cinquepalmi </strong>(14 anni), <strong>Tina Ceci </strong>(37), <strong>Matilde D’Oronzo</strong> (32), <strong>Giovanna Sardaro</strong> (30), <strong>Antonella Zaza</strong> (36) <span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/03/barletta-crolla-un-palazzo-in-centro-almeno-cinque-persone-sotto-le-macerie/161745/" target="_blank">erano delle fasoniste</a></span>, lavoravano in nero per le grandi firme dell’abbigliamento. Per 3,95 euro l’ora davano l’ultimo ritocco a maglie e golfini destinati alle boutique di mezza Italia. Capi costosi che loro, “cinesi” dal dolce accento pugliese, non avrebbero potuto mai acquistare con la miserabile paga che percepivano.</p>
<p>Fasoniste senza tutela, assistenza, versamenti per la pensione. Il nuovo welfare, quello “moderno” auspicato dai Sacconi, dai Brunetta, per l’unico lavoro possibile al Sud, il <strong>lavoro nero </strong>invisibile ai controlli. <em>“Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi economica, viola la legge ma assicura lavoro”</em>. Lo ha detto il sindaco pd di Barletta, Nicola Maffei, come per giustificare i proprietari di quel minuscolo opificio, che nella tragedia hanno perso la figlia quattordicenne. Parole sbagliate, offensive per i morti, inappropriate, ma che nascondono la rassegnazione delle classi dirigenti meridionali. Non lo ammetteranno mai, ma <strong>sanno di aver fallito </strong>e non sanno cosa fare. Blaterano parole vuote, perché da decenni non hanno un’idea, un progetto. L’unico obiettivo che hanno è difendere se stessi, alimentare le loro clientele e foraggiare i loro sistemi di potere.</p>
<p><em>“Nelle aree meridionali il rischio è che la perdita di tessuto produttivo diventi <strong>permanente</strong>”</em>, scrive lo Svimez nell’ultimo rapporto. Dalla Campania (la regione più povera d’Italia) alla Sicilia, il Sud si avvia a diventare una terra senza lavoro e senza speranze. La politica ancora non lo ha capito, le 583 mila persone (giovani soprattutto) che in dieci anni hanno fatto la valigia come l’antenato Rocco per andar via per sempre, sì. I distretti produttivi (del divano, della maglieria, dell’agro-alimentare), l’industrializzazione delle aree interne sono parole ormai vuote e false. Le macerie di Barletta ci parlano di questo.<br />
<em><br />
</em><em>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2011 )</em></p>
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		<title>Montenegro elettrico</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 15:54:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
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(da Podgorica)
Se la patonza deve girare, come il Cavaliere insegna, anche gli affari devono fare il loro giro di valzer. E il Montenegro è l’Eldorado per aziende e banche italiane. “Qui una volta circolavano i rubli degli oligarchi russi, oggi tocca agli italiani”, ci racconta Marko Vesovic, un giovane giornalista che da anni indaga su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8029" href="http://www.malitalia.it/2011/10/montenegro-elettrico/copertina-della-rivista-127626_tn/"><img class="alignleft size-full wp-image-8029" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/copertina-della-rivista-127626_tn.jpg" alt="" width="216" height="240" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(da Podgorica)</strong></p>
<p><strong>Se la patonza deve girare, come il Cavaliere insegna, anche gli affari devono fare il loro giro di valzer. E il Montenegro è l’Eldorado per aziende e banche italiane</strong>. “Qui una volta circolavano i rubli degli oligarchi russi, oggi tocca agli italiani”, ci racconta Marko Vesovic, un giovane giornalista che da anni indaga su mafie e affari nel suo paese. Lavora per il quotidiano Dan (Il Giorno), un foglio poco gradito ai gruppi di potere padroni del Montenegro. La redazione è un bunker, un riquadro in prima pagina informa che sono passati oltre duemila giorni dall’assassinio di Dusko Jovanovic, il direttore del quotidiano.</p>
<p><strong>Tortuga dei Balcani negli anni Novanta del secolo passato</strong>, quando dalle insenature di Bar partivano le navi cariche di sigarette di contrabbando per camorra e Sacra corona unita, poi Montecarlo dei Balcani da quando il Paese separò le sue sorti da quelle della Serbia di Milosevic. Comunque sempre il regno di Milo Djukanovic, l’uomo che è stato per un ventennio l’artefice dei destini del Montenegro. Dal 21 dicembre 2010 non è più primo ministro, ma non è fuori dalla politica.</p>
<p><strong>Al governo c’è un suo pupillo, Igor Luksic, 34 anni</strong>, il suo partito è maggioranza, e gli affari, quelli che contano, devono necessariamente passare attraverso la Prva Banka di suo fratello Aco. È il forziere di famiglia, dicono a Podgorica, arricchito, sostiene la Dea (l’antidroga americana), dai soldi del narcotrafficante internazionale Darko Saric.</p>
<p><strong>Per il New York Times, Milo Djukanovic è “un affarista senza scrupoli</strong>”, che le procure antimafia di Napoli e Bari volevano arrestare per contrabbando internazionale di sigarette e per aver fornito coperture e aiuti ad almeno 15 criminali. L’inchiesta fu archiviata nel 2009 perché Milo era un capo di governo ed era coperto dall’immunità. “E adesso cosa succederà – ci chiede il giovane collega Vesovic – Milo non è più primo ministro, lo processeranno?”.</p>
<p>Improbabile, perché nel frattempo il Montenegro è diventato terra di conquista di grandi aziende italiane. La svolta con la visita di Berlusconi il 17 marzo di due anni fa. Pacche sulle spalle, barzellette, foto e soprattutto contratti.</p>
<p><strong>La copertina di Monitor del 23 settembre è un fotomontaggio di Milo e Berlusconi che ballano</strong>, sullo sfondo due belle ragazze (il riferimento è alle gemelline Knezevic), roulette e tavoli da poker. “Orge, elettricità e altre storie” è il titolo. Perché al di là di fidanzate bellissime e giovanissime, è il business dell’energia il vero obiettivo dell’Italia in Montenegro.</p>
<p><strong>Al centro il grande affare di Terna</strong> per la costruzione di un elettrodotto che dovrà collegare Tivat a Villanova (Pescara), 415 chilometri di rete, di cui 390 sottomarini, che vedono la società italiana investire 760 milioni di euro assieme ai montenegrini che ne impegnano 100. Protestano giornali, gruppi ecologisti e partiti di opposizione in Montenegro, ma a Terna assicurano che l’affare porterà un risparmio sulla bolletta energetica italiana di 225 milioni di euro l’anno a partire dal 2015, quando l’energia prodotta sarà di almeno 1000 megawatt.</p>
<p>Affare conveniente, ma sul quale la magistratura italiana vuole vederci chiaro: il 15 dicembre dell’anno scorso, il pm della procura di Pescara Gennaro Varone, ha mandato i carabinieri negli uffici del comune per sequestrare tutti gli atti relativi all’elettrodotto.</p>
<p><strong>L’inchiesta va avanti, ma c’è un altro business che vale la pena ricostruire, l’acquisto del 43% della società energetica elettrica montenegrina Epcg, da parte del colosso A2a, la multiutility dei comuni di Milano e Brescia.</strong></p>
<p>Un accordo top secret, visto che i Comuni e le migliaia di piccoli risparmiatori, ancora oggi, non possono prendere visione del protocollo di intesa che ha portato all’acquisto delle quote della Epcg, e al 39,49% della miniera di carbone di Pljevlja. Il grosso della somma (più di 300 milioni di euro) è stato depositato nella banca dei Djukanovic, la Prva Banka. Il presidente del consiglio di gestione di A2A, Giuliano Zuccoli, durante l’assemblea degli azionisti, alla domanda di un investitore sul perché venisse utilizzato l’istituto tanto chiacchierato, ha risposto che la banca era un’istituzione storica con cent’anni di attività.</p>
<p><strong>In realtà, la Prva non ha cent’anni di vita: è stata rifondata nel marzo del 2007, grazie all’acquisizione della società Monte Nova, una partecipata di Ako Djukanovic</strong>. Altro particolare interessante: al momento dell’accordo la Prva è in grosse difficoltà finanziarie, al punto che la Banca centrale del Montenegro è costretta a intervenire con un generoso prestito di 44 milioni di euro.</p>
<p>L’acquisizione da parte di A2A del pacchetto azionario di EPCG, rivela non poche sorprese: nel maggio del 2009 la quotazione del titolo è di 4,498 euro, mentre nel mese di settembre quando a Milano decidono di comperare il 43,7% della società montenegrina, la quotazione vola a quota 8,092 euro per azione. Nel mese di novembre il titolo scende a quota 4,50; fino al crollo di oggi: 2,50 euro per azione. Perché A2A ha acquistato il pacchetto azionario pagando il prezzo più alto dal maggio 2009, pur sapendo che il titolo tre mesi prima aveva una quotazione inferiore di almeno 4 euro ad azione? Misteri, “orge, elettricità e altre storie”.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 5 ottobre 2011)</p>
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		<title>La verità di Katarina: “Valgo 3 milioni ma non ricatto B. Sono la first lady”</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 13:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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Il racconto della fidanzata del premier, dal Bronx di Podgorica alla villa di Arcore. &#8220;Il giorno del suo compleanno mi ha dato l&#8217;anello di fidanzamento&#8221;. Fede dice che lo tengo sotto scacco? E&#8217; soltanto invidia, non si ricatta la persona che si ama&#8221;
Signora Katarina posso farle qualche domanda?
Si, ma faccia in fretta che sto partendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-8005" href="http://www.malitalia.it/2011/10/la-verita-di-katarina-%e2%80%9cvalgo-3-milioni-ma-non-ricatto-b-sono-la-first-lady%e2%80%9d/knezevic_strillo/"><img class="alignleft size-full wp-image-8005" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/knezevic_strillo.jpg" alt="" width="220" height="96" /></a></p>
<p>Il racconto della fidanzata del premier, dal Bronx di Podgorica alla villa di Arcore. &#8220;Il giorno del suo compleanno mi ha dato l&#8217;anello di fidanzamento&#8221;. Fede dice che lo tengo sotto scacco? E&#8217; soltanto invidia, non si ricatta la persona che si ama&#8221;</p>
<p><strong>Signora Katarina posso farle qualche domanda?</strong><br />
Si, ma faccia in fretta che sto partendo per Arcore.<br />
<strong>Ad Arcore, dicono alcuni intimi di Berlusconi, lei fa la cameriera, è vero?</strong><br />
Sono menzogne, bugie di chi vuole male a me e al mio amore.<br />
<strong>Chi è il suo amore, mi perdoni?</strong><br />
Lui, Silvio Berlusconi…<br />
<strong>E lei non è la sua cameriera?</strong><br />
No, quante volte lo devo dire. Io sono la fidanzata ufficiale di Berlusconi, lo scriva, per favore, e cercate almeno per una volta di evitare di dire menzogne.<br />
<strong>Ma lei ad Arcore cosa fa?</strong><br />
Arcore è la mia casa, visto che lei insiste le do una notizia, l’altra sera, nel cuore dei festeggiamenti per il suo compleanno il Presidente mi ha regalato l’anello di fidanzamento, siamo fidanzati ufficialmente.<br />
<strong>Le faccio i miei auguri, e quando vi sposate?</strong><br />
È come se gia fossimo marito e moglie, sposati, uniti dall amore, il resto sono convenzioni pure e semplici.<br />
<strong>Quindi lei è la nuova fist lady italiana?</strong><br />
Sono l’unica donna di Silvio Berlusconi, la sua fidanzata.<br />
<strong>E il bunga bunga, le serate allegre con le altre donne? Lei legge i giornali italiani…</strong><br />
Menzogne, cose che non voglio neppure sentire, malignità. Io lo amo e questo basta.<br />
<strong>È vero, come dicono alcune testimoni che lei e le sue sorelle ricattate Berlusconi?</strong><br />
Non si puo ricattare l’uomo che si ama.<br />
<strong>È vero che Berlusconi vi ha versato 750mila euro?</strong><br />
Così poco… e se fossero tre milioni?<br />
<strong>Lo dica lei quanti sono.</strong><br />
Penso di valere molto di piu di quella cifra.<br />
<strong>Quanti anni aveva quando ha conosciuto Berlusconi?</strong><br />
Non so, non ricordo, ma non e questo che conta. Il nostro e un amore grandissimo, il resto sono balle, invenzioni, malignita.<br />
<strong>Eppure Emilio Fede, almeno stando a quanto rivelato da una ragazza che frequentava Arcore, insisterebbe nel dire che lei tiene sotto scacco Berlusconi.</strong><br />
Emilio Fede? E chi è?<br />
<strong>Un’altra ragazza racconta di quando lei si spogliava durante le cene e si metteva nuda in mezzo al tavolo.</strong><br />
Invidia di chi voleva essere la prima donna. Silvio ha scelto me e questo provoca invidie e veleni.<br />
<strong>Ricorda quella scena di gelosia, quando si buttò dalle scale?</strong><br />
Si puo cadere dalle scale anche se si è bevuto troppo e si perde l’equilibrio.<br />
<strong>Un’ultima domanda: presto la vedremo accanto al premier durante le visite ufficiali?</strong><br />
Penso di sì, sono la fidanzata ufficiale di Silvio Berlusconi.<br />
***<br />
Sono da poco passate le sei di sera, quando finiamo di parlare con <strong>Katarina</strong>. Ha fretta, deve volare per Milano direzione Arcore, dove c’è l’amore suo. <strong>Berlusconi</strong> è gia da due ore nel capoluogo lombardo, a <strong>Milanello</strong> per incoraggiare i suoi alla vigilia della sfida con la Juventus. Questa intervista è stata resa possibile grazie all’aiuto di un amico della ventenne Katarina, <strong>Nebojsa Sodranac</strong>, 38 anni, giornalista sportivo di <em>InTv</em>, uno dei piu seguiti network del Montenegro. È qui che Katarina, appena diciassettenne, ha iniziato a lavorare. Piccole interviste a calciatori minori, comparsate, primi passi verso la ricerca del successo a tutti i costi. Quella voglia matta di fuggire da <strong>Murtovina</strong>, il Bronx di Podgorica. Una lunga strada polverosa attraversata da camion sgangherati e vecchie macchine. Poco a che vedere col lusso del centro della città, con le Mercedes, i suv Toyota guidati da bellezze mozzafiato. Un market che vende di tutto, strade strette e case con le serrande sbarrate. Sono case di appuntamento, ci dice il taxista, vieni qui, paghi e trovi quello che vuoi. Piu in là dei locali di lap dance, una pretenziosa caffetteria e una pizzeria.</p>
<p>In una strada stretta di terra battuta ci sono una ventina di casette basse, quella di <strong>Milorad Knezevic</strong>, una vita a spaccarsi la schiena nei cantieri dell’edilizia come muratore, ha il cancello sbarrato. Sulla verandina un dondolo abbandonato da tempo. Non si vedono i segni della ricchezza portata dal fidanzamento della ventenne Katarina con uno degli uomini più ricchi del mondo. Non ci sono, dice una vicina, sono andati via. Dove è impossibile saperlo. Qui la gente parla poco e si divide quando deve giudicare Katarina, la sua gemella, Slavica e Zorica. Le sorelle che hanno fatto fortuna in Italia. Per alcuni la fidanzata ufficiale di Berlusconi è la terribile Katarina, per altri è la regina d’Italia. “Ha fatto bene a far perdere la testa al vostro presidente”, ci dice ridendo una donna che vende mele all’angolo della strada. Due partiti, giudizi contrastanti, alimentati a metà settembre dalla lettura di un articolo sul quotidiano di Zagabria <em>Jutranji List</em>, che per primo ha raccontato delle tre sorelle e del ricatto.</p>
<p>Berlusconi, si legge, le presenta come le nipotine dell’ex premier montenegrino <strong>Djukanovic</strong> ed era completamente soggiogato dalla loro bellezza. La storia del ricatto, scrive lo <em>Jutranji</em>, nasce quando Slavica, la maggiore delle sorelle, filma alcuni incontri. Scene di sesso, orge, ammucchiate, scrive il quotidiano croato. Disprezzo, invidia, ammirazione, sono i sentimenti che le “sorelline italiane”, come le chiamano, suscitano al Market, allo Shas, i locali alla moda, tra le ragazze che il venerdì notte tirano fino a tardi stordendosi di musica e Bacardi. Tutte hanno speso una fortuna per vestirsi e fasciare la loro bellezza nei tubini neri italiani. Qui <strong>Katarina Knezevic</strong> è un mito. Il sogno che si e realizzato. Comunque.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 2 ottobre 2011)</p>
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		<title>Viaggio a Barra. Qui la camorra diventa Stato.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 06:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fierro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Barra]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Don Tonino Palmese]]></category>
		<category><![CDATA[Libera]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Niola]]></category>
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“Ma voi che volete capire ancora? Qua la spiegazione è semplice: la festa dei gigli a Barra è una festa di cafoni in un quartiere dove la camorra comanda tutto ed è padrona di tutto. Pure di Cristo, dei santi e di chi si batte il petto alla ricerca del perdono. E mo statevi bene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a rel="attachment wp-att-7965" href="http://www.malitalia.it/2011/09/viaggio-a-barra-qui-la-camorra-diventa-stato/giglio-brusciano-strillo/"><img class="alignleft size-full wp-image-7965" src="http://www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/09/giglio-brusciano-strillo.jpg" alt="" width="220" height="96" /></a></p>
<p><strong>“Ma voi che volete capire ancora? Qua la spiegazione è semplice: la festa dei gigli a Barra è una festa di cafoni in un quartiere dove la camorra comanda tutto ed è padrona di tutto</strong>. Pure di Cristo, dei santi e di chi si batte il petto alla ricerca del perdono. E mo statevi bene che non tengo tempo da perdere”. Poche parole, pronunciate con la fretta di chi non vuole farsi vedere insieme al giornalista venuto a chiedere notizie e fare domande su quella scena da Napoli irredimibile che da giorni è sotto gli occhi di tutta Italia grazie al lavoro di Claudio Pappaianni, bravo cronista de “L’Espresso”. Il Giglio, enorme, fallico, segno di devozione e potenza, issato su una folla di uomini, donne e bambini. Devoti di Sant’Anna e tifosi della “paranza” che ha costruito la macchina religiosa più bella. E poi l’automobile infiorata, bella, luccicante e sfarzosa. Simbolo di una potenza moderna sguaiata e pacchiana. <strong>E a bordo il padre del boss, a pochi passi il figlio che ha fatto il master della camorra a Poggioreale per dieci anni, e la banda che suona “Il Padrino” di Nino Rota</strong>. E applausi, urla, come allo stadio. “Si gruosso, si ‘o bene nuosto”. Sei grande. Il vecchio professore ci era stato indicato come esperto di tradizioni, usi e costumi locali, volevamo che ci facesse da guida in questa jungla di case vecchie e sgarrupate, palazzoni del dopo terremoto tutti uguali, capannoni dell’industria che fu abbandonati e arrugginiti, boutique, negozi cinesi tutto a un euro, pizza a metro e kebab. Ma non ne ha voglia. Ci saluta quando si accorge che troppi sguardi ci fissano, ma prima si raccomanda: “Non scrivete il mio nome sul giornale”.</p>
<p><strong>Barra, San Giovanni e Ponticelli: il triangolo della camorra</strong>. Qui anche le pietre sanno raccontarti dei morti uccisi nelle varie guerre tra i clan. “Un minuto di silenzio per i morti nostri”, hanno chiesto i boss al passaggio del giglio. E sono stati accontentati. Perché non si può dire di no quando a chiederti una cosa è uno dei Cuccaro. Sono loro, insieme agli Aprea che comandano a Barra, “quartiere-stato” della camorra. Controllano il mercato della droga, il racket delle estorsioni, si occupano di lavori nell’edilizia e rapine ai tir. Tutto è nelle loro mani. “Guagliò, qua le cose non stanno bene, questa è l’imbasciata, portala ai tuoi titolari. Noi torneremo a breve e il primo che abbusca (viene picchiato a sangue, ndr) sei tu”. Erano queste le parole che Raffaele Cuccaro e i suoi uomini usavano per convincere un imprenditore a pagare il pizzo, la “tassa della tranquillità”. E i loro alleati, gli Aprea, non sono certo da meno. A don Vincenzo, il boss, fratello di Giovanni, amabilmente chiamato “pont’e curtiello” (punta di coltello), bastarono poche parole per risolvere “’o problema”. Portare l’attacco finale a quelle “cape pazze” dei Guarino e degli Alberti che volevano fare “gli scissionisti”, mettersi in proprio. Cuccaro, Aprea, clan sterminati. Figli, cognati, parenti, compari e cumparielli. L’anno scorso le donne degli Aprea (Giuseppina, Lena e Patrizia, le sorelle di don Vincenzo) furono arrestate e portate a via Medina. <strong>“Erano loro a gestire l’economia del clan – scrissero gli agenti della Mobile – loro che pagavano gli stipendi degli affiliati</strong>”. Camorra potente, che ama stare in prima fila. E la festa dei Gigli è un  palcoscenico. Tradizione che non esisteva a Barra. I Gigli, si portavano solo a Nola, nell’entroterra dei “cafoni”, ma nel 1882 i “barresi” decisero che pure loro dovevano averli, più alti e più belli. La Chiesa, all’inizio, si disse contraria (il Giglio rimandava troppo a simboli fallici e pagani), poi decise di chiudere un occhio. Oggi li ha chiusi entrambi. Il Giglio è il simbolo della potenza, se conti a Barra il tuo dovrà essere il più maestoso. L’organizzazione della festa è in mano alle “paranze”. Mondiale, Insuperabile, Formidabile, Amici Miei, Ultras Barrese. Si chiamano così. I loro capi sono i “mast’e festa”, “i padrini”, “i caporali”. Ruoli e simbologie che richiamano le gerarchie del clan e che piacciono alla camorra. La festa è sfarzosa, i capiparanza arrivano a bordo di macchine fuoriserie, Bentley, Ford Mustang, un anno hanno usato anche un elicottero. E la chiesa lascia fare. <strong>“Di fronte a fatti del genere ho sempre una tentazione radicale – ci dice don Tonino Palmese, prete e anima di Libera a Napoli – un paese diventa civile quando riesce a purificare queste manifestazioni popolari. Via la camorra dalle feste religiose!</strong> Il quartiere di Barra vive nella sudditanza dei boss. Lo dicono gli arresti, la topografia con zone off-limits, lo dice la paura della gente”. Marino Niola, antropologo della contemporaneità, analizza da anni il ventre moderno di Napoli. “Si stupisce chi non conosce questi fenomeni, chi non sa che certe dinamiche religiose sono strettamente intrecciate con la cultura criminale. I camorristi sono presi da una forte ortodossia religiosa. L’architettura della festa è molto complessa, c’è di tutto, come in un condominio, il devoto sincero e il malacarne. <strong>E a Napoli, città delle compresenze, convivono realtà dominate da questi codici e pezzi di modernità. E’ la città che a maggio ha votato e ha stupito l’Italia, e che oggi sembra ricadere in questo abisso”.</strong> Le immagini della processione con i boss fanno il giro del web e il sindaco Luigi de Magistris è infuriato: “E’ un episodio vergognoso, come vergognosi sono coloro che, rivestendo ruoli istituzionali laici o religiosi, prendono parte a simili occasioni, di fatto avallando il tentativo del crimine organizzato di controllare il tessuto sociale anche per mezzo di comportamenti simbolici assolutamente inaccettabili”.</p>
<p>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2011)</p>
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