Combattere le mafie con la cultura della legalita’

ostia

di Elia Fiorillo

E’ categorico uno degli avvocati del clan Spada intervistato dai giornalisti. La mafia con i suoi clienti non c’entra niente. E rievoca immagini rupestri di uomini a cavallo di tanti anni fa. Quella sì, per lui, era mafia. Ma oggi “la mafia non esiste”, a suo avviso, nella vicenda del quartiere di Nuova Ostia dove gli Spada avevano – e probabilmente ancora hanno – un controllo capillare del territorio. Per Antonino Caponnetto, che guidò il pool antimafia con Falcone e Borsellino, la mafia è “una associazione segreta per atto costitutivo, verticistica, unitaria e su base familistica”. E, nella vicenda degli Spada, gli elementi citati da Caponnetto ci sono tutti: la base familistica e unitaria, l’associazione segreta, il verticismo. E tutti questi elementi, fondamentali per l’esistenza di “Cosa nostra”, non si cancellano con la reclusione dei componenti la gang. Le radici restano nel territorio pronte a germogliare. Si può allora comprendere le preoccupazioni di chi in quel contesto vive ed è chiamato a deporre contro quegli efferati delinquenti.

Nell’aula bunker di Rebibbia si celebra il processo al clan Spada. Ventiquattro gli imputati accusati a vario titolo di omicidio, estorsione, usura, traffico di droga. Non sono presenti in aula, e non si sono costituite parti civili, dodici vittime del clan. Scelta analoga è stata fatta dalle associazioni civiche locali. Si costituiscono e vengono ammessi come parte civile, invece, il Comune di Roma, la Regione Lazio, le Associazioni Libera, Caponnetto e Antiusura Onlus.

Difronte alle vittime che non partecipano al processo, e non si costituiscono parte civile, c’è chi le accusa di sfiducia verso lo Stato. Di mancanza di coraggio. Gli Spada ormai sono sparpagliati nelle carceri di Lecce, Tolmezzo, Terni, Voghera, Marassi, Ancona, Taranto, Genova. C’è tra i giornalisti chi cita Ponticelli, città dell’hinterland napoletano ad alta densità camorristica, dove otto vittime su dieci hanno deciso di chiedere i danni ai presunti estortori. Niente di più sbagliato, ad avviso di chi scrive, paragonare la mafia alla camorra e mettere le due realtà criminali sullo stesso piano. Le differenze sono enormi, soprattutto nel modus operandi.

Tra le regole basi mafiose c’è la vendetta, la punizione, anche a distanza di anni. E’ uno dei modi per tenere sempre e comunque sotto scacco “gli amici”, come “i nemici” o la gente comune. Guai a sgarrare. Potranno passare tantissimi anni ma la punizione arriverà. Ne va dell’esistenza della stessa realtà mafiosa. Da questo punto di vista è interessante leggere il libro di Maurizio Abbatino, della Banda della Magliana, intervistato da Raffaella Fanelli: “La storia, i delitti, i retroscena, l’ultima testimonianza del capo della banda della Magliana” – “La verità del Freddo”, edizioni Chiarelettere. Oltre ad avere la certezza che la mafia non è un’invenzione giornalistica in certe realtà del Lazio, c’è il chiaro riferimento all’omicidio come punizione per chi “sgarra”, amici o nemici che siano.

Tutti ricorderanno il gesto della testata, a dir poco violento – mafioso appunto-, compiuto da Roberto Spada sul naso del giornalista della Rai Daniele Piervincenzi e la successiva aggressione con un manganello al suo operatore Edoardo Anselmi. Piervincenzi stava facendo solo il proprio mestiere chiedendo notizie sulla possibile “mafiosità” del contesto in cui Spada viveva ed operava. Ma quelle domande erano inammissibili. E la risposta non poteva che essere un atto eclatante. Non un “vaffan…”, o un’alzata di spalle senza risposta. Ci voleva un gesto intimidatorio, meglio ancora se ripreso e divulgato. La gente doveva mettersi bene in testa con chi aveva a che fare, con la mafia appunto. Oggi Roberto Spada si “scusa” per l’azione da lui compiuta, ma i P.M. che seguono il caso hanno aggiunto al reato dell’aggressione l’aggravante mafiosa.

L’unico modo per sconfiggere le mafie è la “cultura della legalità”. Un lavoro lento, difficile, ma se portato avanti con costanza e determinazione nel tempo avrà i suoi frutti. Ed il complicato lavoro di “formazione” va fatto da tutti, ma proprio tutti. Lo Stato per primo. Quando lo Stato, sia pur per motivi rilevanti, si allea alla mafia, commette un errore micidiale: la riconosce, le dà dignità ed agibilità.

Invocare il carcere a gogò per eliminare certi fenomeni malavitosi è fare solo propaganda politica. Il ministro dell’Interno Salvini, dall’alto delle sue responsabilità, lo dovrebbe sapere bene. Si vince solo insegnando con convinzione la legalità.