Intercettazioni, nuove norme: sarà la volta buona?

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(di Elia Fiorillo)

Il tema ciclicamente ritorna. Il confronto sul canovaccio ministeriale comincia con i diversi attori coinvolti eppoi s’interrompe, scivolando nel dimenticatoio. I dissensi sono diversi. E la materia è di quelle delicate: “intercettazioni”.

Non conviene alla politica andare avanti con forzature. Troppo pericoloso. Le categorie interessate sono quelle, diciamo così, potenti. Magistratura, in prima fila, poi ci sono i giornalisti che in materia vogliono mano libera nel pubblicare tutto quello che riescono a raccogliere. Meglio, allora, lasciare le cose come stanno. Eppure, una regolamentazione della tematica è necessaria ed opportuna, per evitare, tra l’altro, la “messa in croce” di tanti poveri cristi che trovano sui media il loro nome “intercettato”, anche se non hanno commesso reati.

Emblematico, nel 2007, il caso “vallettopoli”. Il mercimonio tra la comparsata televisiva di una bella ragazza speranzosa di successo e i “costi impropri” che fu costretta a pagare per quella presenza alla tivvù. Comunque, al di là della discutibilità e moralità di certi comportamenti, ci si trova difronte a soggetti da tutelare nella loro privacy. Cosa che allora non avvenne per quanto riguarda la pubblicazione integrale dei testi delle intercettazioni telefoniche dove, senza alcuna restrizione, venivano dati nomi e cognomi delle vittime, con particolari strettamente personali.

Nel 2009 altro caso significativo. E’ Francesco Rutelli, allora presidente del Comitato parlamentare sulla sicurezza, a denunciarlo. Anche gangli sensibili dello Stato, preposti alla sicurezza, furono ”attenzionati”. Gli fece eco Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, che parlò del ”più grande scandalo dello Stato” che stava per uscire. E’ bene precisare che non ci si trovava difronte a vere e proprie intercettazioni, ma all’acquisizione del traffico telefonico tra vari soggetti: magistrati, agenti segreti, parlamentari, sindacalisti, imprenditori. Queste relazioni telefoniche facevano ben comprendere non solo le relazioni interpersonali, ma anche i contatti, nel caso dei servizi segreti, che dovevano assolutamente rimanere top secret. Per i parlamentari poi la ”tracciabilità” delle telefonate andava autorizzata dal Parlamento.