La frazione di 15 anime “Non si è visto nessuno Allora facciamo da soli”

mucciafora2-2

A Mucciafora non è arrivato nessuno. Protezione civile, vigili del fuoco, e tutta la grande armata dell’e m e rgenza: nessuno ha messo piede su questo pugno di case arroccate a 1.100 metri sul mare. E allora la gente ha deciso di fare da sola. Alcune necessarie coordinate geografiche prima di andare avanti. Il paese, che tale non è perché è la frazione di un altro paese (Poggiordomo, 180 abitanti), conta 28 anime sulla carta, una quindicina nella realtà. Tutti vecchi. Non ci sono bambini. Solo tribù sterminate di gatti. SIAMO NEL CUORE dell ’Umbria più dura, quella dei monti della Valnerina. Il terremoto ha distrutto il campanile della chiesa di San Bartolomeo. A segnalare il pericolo una striscia di plastica rossa e blu. “L’ha messa il sindaco che è venuto qui con una guardia comunale, ha visto come stavamo messi ed è andato via”, dice la signora Diana. Insieme a suo marito Mario e a un altro paesano (il 30% della popolazione) sta andando a Spoleto. “Abbiano deciso di comprare una casetta di legno bastevole per tutto il paese. Di giorno non abbiamo paura delle scosse, ma la notte preferiamo dormire in un luogo sicuro. Abbiamo chiesto al Comune di mandarci tende o prefabbricati, nessuno ha voluto ascoltarci”. Signora, marito e paesano partono. Resta il professore di greco e latino, ora in pensione, Americo Bruschini a fare da Cicerone in questo tour della solitudine. “Guardate il panorama, quello è l’eremo della Madonna della Stella, più lontano le punte del Gran Sasso”. Parla, il professore e la sua voce rimbalza nei vicoli del paese. Stradine linde, casette ordinate, qualche vaso di fiori e basta. Uomini, donne, bambini, giovani anziani… zero. “Molti sono andati via. Eravamo già pochi. Il terremoto rischia di azzerarci del tutto”. IL PROFESSORE ha superato i 70, è alto, magro, il passo deciso dell’escursionista. “Qui il medico viene una volta a settimana, d’inverno, quando nevica, anche di meno. Il pullman per raggiungere gli altri paesi, ma a richiesta. Siamo isolati, vecchi, a Poggiordomo c’è un solo bambino. È triste”. Finito il tour, con visita al l’orgoglio del p ae se -f r az io ne , la piazza con la lapide con i versi scritti da D’Annunzio all’amico Lorenzo Flamini: “Lorenzo, è cotta l’uva di Mucciafora… ”, il professore torna a casa. Aspetta che torni Daniela e suo marito, andati ad affrontare l’emergenza terremoto da soli. Norcia e dintorni. Vecchie mura medievali e modernità. Fabio Brandimarte si definisce con orgoglio pastore transumante. Lui e la sua famiglia avevano 400 pecore, un capannone e un piccolo caseificio che produceva pecorini di pregio assoluto. La sua azienda è stata bombardata dalle scosse. Tutto crollato. Distrutto. “Siccome le disgrazie non vengono mai da sole, sono arrivati pure i lupi”. I lupi? “Sì, loro. Avevamo ricoverato le pecore superstiti in un recinto, la notte sono arrivate quelle bestie schifose e ne hanno scannato due che avevano appena partorito. Gli agnellini li hanno trascinati via”. Su un furgone quattro pecore ferite dal crollo, le altre sono sotto le macerie. Non siamo su una montagna isolata e inaccessibile, ma a pochi passi dal centro di Norcia, in una zona dove ci sono un distributore, altre case coloniche, una fabbrichetta che lavora i legumi, eppure sono arrivati i lupi. Scesi a valle affamati. “Ce ne sono troppi, colpa del ripopolamento selvaggio imposto dal Parco dei Monti Sibillini. Hanno importato lupi dalla Cecoslovacchia”, racconta un altro pastore. SQUILLA IL TELEFONO del signor Brandimarte. È sua figlia che vive, lavora e studia a Londra. Poche parole e quest’uo – mo abituato alla vita difficile del pastore, ha le lacrime agli occhi. “Mia figlia a Londra studia musica blues, la sua passione”.Preme un tasto sul suo iPhone e in quell’a m b i e nte dove tutto parla di morte e distruzione, con i lupi che scendono a valle attirati dal sangue a riprendersi gli spazi d e ll ’uomo, si diffondono le note di un blues. La voce possente e armoniosa è quella di sua figlia. “Ha seguito le sue aspirazioni e ha fatto bene. Qui non c’è futuro. Tutto questo non rinascerà. Norcia è finita. Il nostro lavoro è finito. Ricostruire sarà dura”. Intorno è tutto un andirivieni di mezzi di soccorso. L’inverno è alle porte e bisogna fare presto per dare un alloggio alla gente. Troppo tempo si è colpevolmente perduto in chiacchiere e propaganda. Poco ne rimane.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 2 novembre 2016)