Qui dove nasce Gomorra: la realtà oltre ogni finzione

Funerali Amalia Stolder

Funerali Amalia Stolder

Per capire quanto siano inutili, sterili e fuori dalla realtà le polemiche sulla serie Gomorra, bisognerebbe armarsi di pazienza e leggere le 557 pagine di La camorra e le sue storie. Si tratta del libro che Gigi Di Fiore, inviato de Il Mattino, ha scritto per la Utet. La camorra dalle origini ai giorni nostri, ripubblicato undici anni dopo, con analisi dell’evoluzione odierna della camorra.
E allora, perdetevi in quelle pagine e capirete che n non è la finzione a ispirare la realtà, ma l’esatto contrario. Anzi, la fantasia degli sceneggiatori di Gomorra non ce la fa a stare al passo con la bestialità dei baby-boss che oggi spadroneggiano a bordo di scooter o “Smart modi fi ca te”. Sparano, uccidono e si fanno uccidere, si bruciano la vita per un potere effimero e per i soldi,tantissimi. Uccidono criminali come loro ma anche innocenti. Feriscono per provare una pistola, o per le raffiche sparate all’impazzata per colpire un nemico e senza badare se sulla traiettoria c’è un passante. Baby-gang,baby-boss, paranze dei bambini. Le etichette si sprecano. UN DATO SOLO è certo: il giorno in cui il potere dei vecchi boss si sfaldò per lasciare spazio alle nuove leve del crimine. Trattandosi di camorra la scena iniziale non poteva che essere quella di un funerale. Di Fiore non ha bisogno di “sceneggiare” la realtà, da cronista si limita a mostrarcela. E tanto basta.“Amalia Stolder, madre esemplare”. “Il manifesto a lutto tappezzava le mura del quartiere Forcella. Era il 31 marzo del 2011…”. Nei vicoli rimbalza la notizia che donna Amalia è morta a 51 anni di cancro. È morta una “femmina d’onore ”, la “femmina” di Carmine Giuliano, ‘o lione. “Nomi e famiglie che in quel quartiere-stato, hanno segnato sin dal secondo dopoguerra la storia criminale arricchendosi con il contrabbando prima e con qualsiasi affare dell’economia del vizio poi. Sei cavalli neri con pennacchio trainavano la carrozza nera e oro”.

“Quella cerimonia – scrive Di Fiore – sembrò sancire, simbolicamente, il passaggio di consegne generazionale nel controllo criminale di Forcella”. È un passaggio che avviene anche negli altri quartieri-stato, segnato da omicidi, vendette, spietate eliminazione degli avversari. Trionfa “l’ostentazione di pistole, l’apparire violento diventa filosofia indispensabile a segnare un predominio territoriale”. Le chiamano “le paranze dei bambini”.
Boss appena ventenni che più che ispirarsi a Ciro l’im – mortale di Gomorra, copiano le mode della barba lunga e scolpita, si distinguono per i tatuaggi e per la forza dirompente della violenza e hanno in mente un solo modello: l’Isis. Nascono nuovi cartelli, ma le alleanze sono fragili, instabili, come ammette la stessa direzione distrettuale antimafia di Napoli. Quartieri Spagnoli, Forcella, Sanità, “si tratta di nuovi gruppi criminali insediati da tempi in quei territori a seguito dello sfaldamento dei clan storicamente egemoni, come i Misso e i Giuliano, i cui interessi economici continuano a ruotare attorno al traffico locale di droga”.“Nel ventre di Napoli –racconta Di Fiore -, la torta più appetitosa divennero le venti piazze di spaccio comprese tra Piazza Bellini e la Maddalena. Erano in grado di fruttare qualcosa come 700-750mila euro al mese. I pusher trattavano la cocaina, ma anche cobret e fumo”. Tanti soldi e linguaggi nuovi. Alla paranza dei bambini si contrappone quella ribelli. Cento euro costa sparare addosso a un nemico. Le microspie dei carabinieri registrano un colloquio tra due baby-camorristi.
“Mentre stiamo salendo Sant’Agostino, io e Toni, dissi, spariamo in aria. Chiavai una botta in petto a un nero”.
COLPITO per tastare la precisione di una pistola. Il raid per mostrare la potenza ai nemici, si chiama “stesa ”. Che “non ha un bersaglio definito,serve solo a fare paura. E la definizione nasce dalle reazioni ottenute: quando i raid cominciano, la gente si getta a terra per non farsi colpire dal fuoco impazzito.Si stendono sui marciapiedi”. Camorra indefinibile. Per Di Fiore “una
continua, confusa babilonia”.Analisi fatta propria anche dalla Direzione antimafia di Napoli, che parla di “un quadro d’insieme caratterizzato dall’esistenza di molteplici focolai di violenza disseminati nell’area metropolitana”.
La debacle dello Stato è riassumibile in una delle ultime visite del ministro Angelino Alfano nel capoluogo partenopeo. Solite chiacchiere sul “riscatto della città”e impegno a continuare la battaglia. Ma poche ore dopo il solenne monito alfaniano, un camorrista di 24 anni viene massacrato a colpi di pistola nella sua auto. Mesi dopo si spara contro una caserma dei carabinieri,vengono scoperti progetti di attentati contro il procuratore Giovanni Colangelo, ed è di pochi giorni fa un appello al Csm e al ministro della Giustizia, dei pm napoletani che chiedono “misure concrete ed efficaci e standard più elevati di sicurezza”. Certo, e il testo di Di Fiore lo dimostra ampiamente con analisi storiche e riferimenti alla situazione attuale, oggi più di ieri c’è una differenza fondamentale tra i clan dell’area metropolitana e quelli della provincia.
Le paranze dei bambini e i baby boss non possono essere paragonati ai clan dei casalesi o alle vecchie famiglie dell’area nolana. Ma c’è un rischio, e lo sottolinea un altro studioso di camorra, Isaia Sales, che la camorra massa della città e quella più tradizionale e legata alla politica delle altre aree si riavvicinino.
AD UNIRLI“l’odio verso i magistrati che li hanno messi a tappeto e la voglia di reagire emotivamente alla perdita di ruolo e alla riduzione degli affari per alcuni clan… Possono essere colpi di coda di clan in disarmo, oppure un radicale cambiamento di strategie rispetto al passato. In entrambi i casi sono segnali che vanno attentamente decifrati…”. Servono,e da sempre, mille cose. Lavoro, scuola, riorganizzazione sociale, risanamento delle immense aree periferiche di Napoli, rafforzamento dei mezzi di contrasto e repressione, politici le cui fortune elettorali non dipendano più dai boss, forse serve anche un libro. Che inizia
con “Abate Cesare…delinquente per difesa, capo per riconosciuta autorità, in quel 1670 era ricercato da tutti i giudici del vicereame…”,e finisce con Salvatore Imperato, detto Totore ‘o maligno. Ha 18 anni quando si fa intercettare dai carabinieri mentre parla con un criminale come lui. “L’ho schiattato, l’ho ucciso. Ti è piaciuto? Certe volte sono proprio la strage”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 maggio 2016)