Lo show è finito. A Platì la leopoldina batte in ritirata

Platì-

(di Enrico Fierro e Lucio Musolino)
INTERNO GIORNO, Firenze, Leopolda. Sul palco Matteo Renzi, camicia bianca e maniche arrotolate. Siamo nel pieno del caso Banca Etruria, il Pd e il suo segretario hanno bisogno di mostrare subito all’Italia il volto giovane e pulito di un partito che lotta contro la mafia e per la legalità. Notizia scaccia notizia, è la speranza. E allora il rottamatore annuncia: “C’è una ragazza di 30 anni del Pd che alle prossime elezioni, con molto coraggio e molta incoscienza, contro le opinioni di tanti benpensanti della sua terra, ha deciso di candidarsi. Vorrei che la Leopolda abbracciasse Anna Rita Leonardi”. Applausi, musica, lei, la ragazza coraggiosa, sul palco, pronta a diventare il sindaco di Platì, comune simbolo dello strapotere della ‘ndrangheta.
ESTERNO GIORNO, Platì, a poche ore dalla scadenza per la presentazione di liste e candidati, l’annuncio. Il Pd non si presenta, la giovane “i n c osci ente” torna a casa. Non ci sono liste, né sono stati trovati i candidati. I tweet, i post su Facebook, le photo opportunity non bastano. Non c’è la gente di Platì. Il budino propagandistico della lotta alla mafia si sgonfia e per il Pd è una débâcle a Roma e in Calabria, terra dove il partito di Renzi elegge il presidente dell’Antimafia Rosy Bindi e due membri della stessa commissione, il numero due della sicurezza nazionale, Marco Minniti, e governa la Regione. Una ritirata (così come a San Luca e Rosarno, dove non ci sono liste del Pd) piena di misteri. A partire dal tira e molla con un partito che prima corre in aiuto alla Leonardi, alla quale addirittura annuncia la presenza di Renzi alla campagna elettorale di Platì, e poi fornisce cinque candidati catapultati dall’esterno per consentirle di presentare la lista. Ma, a una manciata di ore dalla scadenza, ci ripensa, la convoca a Roma e le chiede di fare un passo indietro. Indiscrezioni raccolte dal Fatto Quotidiano raccontano di una riunione a quattro con il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini e quello regionale Ernesto Magorno, accompagnato da Giovanni Puccio che per il Pd calabrese si occupa di organizzazione. Non intendono discutere: “A Platì non ti candidi e non ci sarà la lista del Pd”. Partita chiusa? Non proprio. Dopo la Leopolda e una campagna mediatica asfissiante, serve una via di fuga tanto per il partito quanto per la Leonardi. E se parlassimo di minacce? Del resto Platì è la patria del traffico internazionale di cocaina. Con San Luca è la capitale della ‘ndrangheta. Un’intimidazione non si nega a nessuno. Guerini impallidisce: “Non se ne parla proprio”. Alla Leonardi non resta che l’ultimo aereo per Reggio. Non ci sono più liste né candidati. Il Pd le offre una scappatoia: una serie di comparsate nei talk show televisivi per la sua “narrazione antimafia”. Rimane il problema di come uscire da questo pantano e come senza spiegare un fallimento tanto plateale quanto annunciato. La Leonardi sceglie una via di mezzo tra il dire e il non dire: “Giorni fa, a seguito di alcuni elementi emersi, sono stata convocata a una riunione a Roma e insieme ai vertici del partito, abbiamo dovuto constatare che non c’erano più le condizioni politiche e di agibilità per svolgere serenamente la campagna elettorale”. Quali siano questi elementi o le condizioni politiche e di agibilità venute meno non è dato saperlo. Piuttosto, la Leonardi rincara la dose alludendo ad “alcune vicende che continuano a perdurare sul territorio platiese. Vicende che rendono queste elezioni, ancora oggi, non un alto momento politico, ma una farsa degna del peggiore sceneggiatore”. E infine il rinvio ai prossimi giorni quando “con ancora più chiarezza – scrive – tornerò sui motivi che mi impongono di farmi da parte”. Motivi che solo i quattro presenti a quella riunione conoscono. Ma se, come scrive la Leonardi, sono venute meno le condizioni politiche e l’agibilità della campagna elettorale, dovrà intervenire il prefetto o la Procura della Repubblica. E intanto, Platì ancora una volta resta sola. La democrazia è lontana. L’immagine plastica del fallimento è il muro di una piazza piena di chiodi. Li hanno messi per impedire ai bambini di giocare a calcio. Perché si vive così nei paesi dove regna la cultura della ‘ndrangheta. Ma conta poco, lo show dell’antimafia in “stile Leopolda” deve andare avanti.
(pubblicato su Il Fatto quotidiano del 7 maggio 2016)