La tempesta di Sasà, esce il nuovo libro di Salvatore Striano. Shakespeare? E’ il miglior antidoto alla camorra

sasà905-675x905“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”. “Vedi quant’è bella questa frase che Shakespeare fa dire a Prospero? Quanta poesia e insieme quanta verità. La vita è breve per tutti, per me lo è ancora di più. Perché io il tempo l’ho perduto. E ora devo recuperare. Vivere il mio sogno”.Salvatore Striano, per tutti e per sempre Sasà, la vita la divora. Un libro in uscita (La Tempesta di Sasà, edizioni Chiarelettere), uno da mesi in libreria (Teste matte, Chiarelettere), il teatro, un film con Stefano Incerti e una partecipazione straordinaria in quello di Toni D’Angelo, Falchi. “Pensa a quello che ero prima – mi dice –, da ragazzo vivevo per strada, poi il carcere minorile a Nisida chiuso in una cella, poi a casa da giovane, una rapina e una sniffata di cocaina sfatto e buttato a letto, e la latitanza in Spagna sempre chiuso in casa per paura delle guardie e dei nemici; infine Rebibbia, cella singola. Insomma, una vita da sedentario. Ora devo correre”.

Un sorriso amaro e gli occhi che ti trasmettono una lucida determinazione. Correre, nel linguaggio di Sasà, significa leggere i libri che non ha letto, calcare le tavole di un palcoscenico, essere pronto al ciak si gira. Correre significa la vita nuova. “La Tempesta di Sasà non è la continuazione di Teste matte, il libro nel quale racconto la mia vita da criminale, né un capitolo aggiuntivo. No, è una cosa nuova. Nuovo è pure il linguaggio, perché nel libro racconto il mio cambiamento, e nel cambiare nuove parole si impossessano di me. L’altra sera, ai Quartieri Spagnoli, una signora mi ha stretto le mani e mi ha detto ‘Sasà, comm si cagnato, come parli bene’. E lo faceva con ammirazione”.

Negli anni Novanta, Sasà Striano è una “Testa matta”, leader di un gruppo di giovani delinquenti napoletani che spadroneggiano nei Quartieri Spagnoli. Rapine, scippi, racket, contrabbando e droga, ma sempre fuori dai diktat dei clan allora dominanti. Ma solo fino a quando i boss non giudicarono quella presenza dannosa per i loro affari. E allora la regola fu: o con noi o contro di noi. “E da quel momento – racconta Sasà – mi ritrovai al centro della tempesta. Fuggii in Spagna, latitante per sfuggire alla camorra e alla legge. Ti assicuro che le onde erano altissime e violente. Mi ha salvato il carcere…”.

Prima quello spagnolo e poi Rebibbia, Italia. “Le celle erano divise per clan, quando mi resi conto di questo pensai ‘è finita, ma dove cazzo mi avete portato? Chist m’accirene, mi uccidono e non vedono l’ora di farlo’”. Poi il miracolo, l’incontro col teatro, un copione da leggere per intero e da mandare a memoria, perché il maestro, l’uomo venuto da fuori, è severissimo. “Fabio Cavalli, un re del palcoscenico. Ci ha insegnato che recitare è rigore, rispetto dell’opera, disciplina. E lo ha fatto in un carcere mettendo insieme killer, rapinatori, boss, gente che conosceva solo il linguaggio della violenza. Ha rotto omertà e falsa concezione del rispetto, imponendo la meritocrazia: chi sa recitare è il numero uno. E basta”.

Anni di fatica, per Sasà, che un libro in vita sua non lo aveva mai sfogliato. “Fu un ragazzo del Ghana a insegnarmi l’amore per i libri. Era molto colto e a Rebibbia faceva il bibliotecario. Con pazienza, cominciò a darmi i testi da leggere. Il teatro mi fece scoprire Shakespeare e le sue tragedie. Leggevo e vedevo che i sentimenti e i personaggi del Macbeth (“L’orrore del reale è nulla contro l’idea dell’orrore. I miei pensieri, solo virtuali omicidi, scuotono la mia natura di uomo: funzione e immaginazione si mescolano; e nulla è, se non ciò che non è”) li conoscevo tutti. Li avevo visti spuntare nelle guerre di camorra, nei tradimenti, nelle congiure, negli assassinii”.

Parole scritte divorate nelle notti insonni di una cella. “Ero in mare aperto con onde che rischiavano di travolgermi per sempre. I libri erano tavole galleggianti a cui aggrapparsi per non morire. Shakespeare mi ha tolto la povertà dell’anima”. Sasà e Napoli. Napoli e la camorra. “Si fa poco, molto poco per salvare i guaglioni. Io con loro parlo, gli dico che fanno ‘na vita ‘e merda. La risposta è sempre quella: ‘Sasà amma campà’. Dobbiamo campare. Lo Stato deve offrire alternative. Il carcere non è la soluzione. Bisogna dare la possibilità ai camorristi, soprattutto giovani, di dissociarsi: confessare i propri delitti e intraprendere un nuovo percorso di vita. Io ci sono riuscito, ma fidando solo sulle mie forze. Napoli è meravigliosa e ingrata allo stesso tempo. Ho vinto premi all’estero, scritto due libri, giro film e faccio teatro. Ma spesso è come se non esistessi per la Napoli che si considera alta e altra. Io me ne fotto, vado avanti. Come deve fare un attore sociale”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 19 aprile2016)