La paura nera e i “non ricordo”. Gli smemorati di Mafia Capitale

aurelio

 

 

L’ ultimo smemorato è un alto dirigente di Roma Capitale, Marcello Corselli, vice ragioniere generale del Comune. Certo, l’ambiente non è dei migliori, né è tale da rilassare la mente per far tornare i ricordi netti e lucidi. Siamo a Rebibbia. Aula bunker. Pareti grigie e gabbie, maxi schermi che inquadrano altre gabbie. Qui si processa, ormai da sei mesi, la Capitale infetta. La sua suburra, le sue bande fatte di fascisti in servizio permanente effettivo, mafiosi, affaristi, cravattari e spacciatori. Qui, chiusi nelle gabbie ci sono alcuni dei politici che favorirono l’ascesa della banda Buzzi-Carminati, altri il carcere lo stanno scontando a casa e assistono al maxi-processo seduti tra il pubblico. È il turno del “dottore”, al quale chiedono di ricostruire l’andamento di due delibere comunali. Tutte milionarie. Una che stabiliva il trasferimento di 3 milioni in favore di Eur spa, uno degli abbeveratoi al quale si dissetavano le coop di Salvatore Buzzi. L’altra, da un milione, da destinare al Municipio di Ostia per la pulizia del verde di Castelporziano, operazione anche questa a favore dell’i nsaziabile Buzzi. In aula viene riletta quella intercettazione tra il re delle cooperative romane e una sua collaboratrice. “Gramazio ci ha fatto avere un sacco di soldi sul municipio di Ostia, ci ha fatto dare un milione di euro”. Gramazio è Luca, giovane politico della destra romana in ascesa. È in gabbia, maglioncino celeste e jeans. Ascolta e non fa una piega. “’na mano lava l’a ltra e tutte e due lavano il viso. Qui so tutti corrotti, non so se l’hai capito”. Parola di Buzzi. I pm insistono. Il ragioniere vice non ricorda. “È passato tanto tempo”.

MAFIA CAPITALE, un processo di smemorati, testimoni che negano finanche l’evidenza delle loro denunce, vittime umiliate che minimizzano le minacce. Prendete Luigi Seccaroni, proprietario di un autosalone e soprattutto di un terreno che faceva gola a Massimo Carminati. I carabinieri del Ros lo definiscono “sotto il controllo”del cecato, il gip giudica la sua vicenda “un caso paradigmatico di esercizio del metodo mafioso”. Carminati, come sempre spalleggiato dal suo braccio destro Brugia, aveva messo gli occhi su un terreno sulla Cassia di proprietà della famiglia Seccaroni. Loro resistono, non vogliono vendere. E l’ex leader dei Nar perde le staffe. “Io gli ho fatto fa una grande cortesia da coso, come cazzo se chiama…e senza piglià na lira…no, ma io lo torturo, lo faccio campare male, gli faccio cagare sangue.” Così La paura nera e i “non ricordo” Gli smemorati di Mafia Capitale In aula tanti testimoni hanno ritrattato. Così anche il picchiatore Brugia diventa “gentile ” se ‘mpara”. Insomma, per quel no la vita di Seccaroni diventa un incubo. La testimonianza al processo può essere l’occasio – ne per avere giustizia, finalmente. Certo, nella gabbia, a pochi metri, c’è Matteo Calvio, quello che chiamavano “Spezzapollici ” e che veniva usato per convincere i debitori insolventi, e attraverso gli schermi giganti si può vedere netta e chiara la figura di Massimo Carminati dalla sua cella di Parma. È nervoso, sempre in piedi e in posizione “littoria” e non si perde una virgola del processo. Ma di fronte c’è la Giustizia pronta ad ascoltare e punire in nome del popolo italiano. E invece? Udienza del 21 marzo, Seccaroni balbetta. Ma quali minacce? “Carminati e Brugia erano ottimi clienti”.

LE ESTORSIONI? Chi le ha viste? È tutto un equivoco dei carabinieri. “A loro facevo degli sconti quando acquistavano un’auto”. E la paura? “Depressione, solo momenti di depressione ”. Eppure il suo terrore Seccaroni lo aveva raccontato a un suo amico, Alessandro Zanna. Il quale Zanna, sentito in aula il 5 aprile, è talmente terrorizzato che quando la presidente Rosanna Iannello gli chiede di indicare luogo e indirizzo del domicilio, balbetta, trema. “Carminati e Brugia mi stanno sfondando”, gli aveva confidato Luigi Seccaroni. E allora Zanna va dai carabinieri e racconta le preoccupazioni dell’a mi c o . Ma in aula, improvvisamente, non ricorda. “Sono stati i carabinieri a chiamarmi”. Non è vero e viene subito smentito. Dalla sua cella di Parma, Carminati ascolta. Sempre in piedi. Udienza del 21 aprile, è la volta di un ex pilota pieno di “buffi”, come chiamano i debiti a Roma. Si chiama Raimondo Pirro e con la banda ha uno scoperto di 8 mila euro. A riscuoterlo, interessi compresi, ci pensa Riccardo Brugia, ex Nar come Carminati, ha già scontato sette anni per banda armata, poi si è riconvertito come rapinatore. Altra galera e soprattutto nuova fama criminale.

CON BRUGIA non si scherza. Agli atti dell’inchiesta c’è l’intercettazione di una telefonata con Pirro. “Raimò, nun me fa venì a casa, nun me fa scomodà, ti prego. Te chiedo questa cortesia”. Quando Pirro la risente in aula minimizza. “Brugia, certo era un picchiatore ma con me è stato sempre gentile”. Gentilissimo, anche quando gli mollò un cazzotto in un bar dei Parioli. Una umiliazione. Ma, dice l’ex pilota, “bisogna capirlo, non gli davo i soldi e sono sicuro che se stava da solo non mi trattava così”. Pubblici ministeri e giudici allibiti. Riccardo Brugia assiste senza muovere un muscolo del viso a tutta la deposizione in videoconferenza dalla sua cella di Terni. Va avanti così il processo degli smemorati e dei tremebondi. Filippo Maria Macchi, imprenditore che con la banda Carminati aveva un debito di 30 mila euro concesso al tasso del 400%. In aula lo hanno dovuto portare i carabinieri, dopo due rinvii, uno motivato con l’insorgenza di un lutto familiare. Anche lui non ricordava, minimizzava, negava.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2016)