Napoli. Bassolino come Celestino V?

Antonio Bassolino in una foto d'archivio.  ANSA/CIRO FUSCO

Antonio Bassolino in una foto d’archivio.
ANSA/CIRO FUSCO

di Elia Fiorillo

Anche il terzo ricorso presentato da Antonio Bassolino per le primarie, a suo dire, farlocche del Pd a Napoli è stato rigettato. Niente da fare. Non si ripeteranno le elezioni nei seggi dove c’erano state irregolarità documentate dal sito Fanpage: consiglieri comunali che chiedono il voto per l’avversaria –  ex discepola – Valeria Valente elargendo soldi a titolo di “donazioni”. Che farà a questo punto Antonio Bassolino detto “Totonno ocacaglio”, balbuziente per intenderci? Da Hong Kong manda a dire: “Quando rientro vedo…”. Certo è che alibi ai dirigenti del partito per “una sconfitta cercata ad ogni costo” non li vuole dare. Che s’inventerà?

Dal primo momento la ri-candidatura dell’ex sindaco di Napoli, ex governatore della Campania e, ancora, ex ministro del Lavoro ai tempi del governo D’Alema, a primo cittadino della bella Partenope non era stata ben vista dal vertice renziano. Pur di farlo desistere i vicesegretari nazionali Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani avevano proposto una norma che escludesse la partecipazione a chi fosse già stato sindaco. Un vero veto “ad personam” che la diceva lunga sul rapporto Bassolino-Renzi, eppure “Totonno” renziano pare che lo fosse dalla prima ora. Perché tanto astio? Certo, non si può parlare di rinnovamento con la ri-discesa in campo di Bassolino. Eppoi, don Antonio di problemi con la magistratura contabile e non ne aveva avuti diversi ai tempi dell’emergenza “munnezza”, anche se poi c’erano state pure assoluzioni “per non aver commesso il fatto”.  Insomma, nel tempo in cui la “politica mediatica”  conta, eccome se conta, un candidato così non era proprio il massimo per un partito che in tutte le salse aveva gridato al cambiamento, alla “rottamazione”.

Bassolino non è un politico di primo pelo. Certe ostilità le ha sicuramente valutate nel candidarsi, ma alla fine ha deciso il grande passo per almeno tre motivi: la rivincita sul periodo più amaro della sua vita personale e politica, quello della spazzatura; la voglia di ritornare a palazzo San Giacomo che lo vide star ai tempi del G7, correva allora l’anno 1994 e presidente degli Stati Uniti d’America era Bill Clinton. Ma, soprattutto, perché è convinto che solo lui, e lui solo,  può salvare e rilanciare Napoli che “Giggino a’ manetta”, ovvero Luigi De Magistris, non ha saputo governare anche per il suo smisurato ego ed è per questo che lo ha soprannominato “egogistris”.

La vera insidia però per l’ex primo cittadino di Napoli è venuta da un’altra città campana, Salerno. Da lì proviene l’attuale governatore della Regione, Vicenzo De Luca, ex sindaco “sceriffo” di quella città. I due non si sono mai piaciuti, proprio perché fatti della stessa pasta: decisionismo, ristretto gruppo di “fidi furieri” come collaboratori, ego smisurato alla De Magistris, eppoi attenzione estrema e consenso ai vertici del partito, anche se in casa loro non accettano intromissioni da nessuno.

Nel 2015 De Luca si siede sulla poltrona di governatore della Campania che fu di Bassolino. Vince le “primarie”  ma sulla sua candidatura non sparano a zero i vertici del partito, pur sapendo che una volta eletto sarebbe incappato nelle maglie della legge Severino. Anzi, non viene presentata nessuna proposta alternativa con qualche “giovane rottamatore”. Invece, per Bassolino viene fatta scendere in campo la quarantenne on. Valeria Valente, già assessore al Comune di Napoli con Rosa Russo Iervolino. E chi si è dato da fare per sostenere la Valente? Lui, Vincenzo De Luca, che non poteva nemmeno lontanamente accettare che Bassolino potesse ridiventare sindaco di Napoli. La vecchia competizione tra Napoli e Salerno continua: “Si Saliern’ teness’u puort’, Napule fuss’ muort’” (Se Salerno avesse il porto, Napoli sarebbe morta) recitava un vecchio proverbio Napoletano. Oggi Salerno ha il porto e anche il presidente della Regione Campania.

Che farà a questo punto don Antonio? Potrebbe fare come il papa Celestino V che proprio a Napoli il 13 dicembre 1294, nel Maschio Angioino o Castelnuovo, su per giù nella sala dove Basssolino presiedeva le riunioni del Consiglio Comunale, fece il “gran rifiuto”. Al suo posto venne eletto Bonifacio VIII, sempre a Napoli. Ma c’è da ricordare che questo papa come primo atto del suo pontificato fece trasferire la sede apostolica da Napoli a Roma.

No, quasi sicuramente “Totonno” non farà come Celestino V, forse non insisterà nel candidarsi a sindaco di Napoli ma farà di tutto, anche simbolicamente, affinché  Napoli non sia governata da Salerno (De Luca) e soprattutto da Roma (Renzi-Bonifacio VIII). Tutto questo a vantaggio di De Magistris che, con il candidato 5Stelle proveniente dal Nord, ha buone possibilità di rimanere a palazzo San Giacomo.

Gli “evviva” di Giggino De Magistris  a Celestino V e Bonifacio VIII non saranno mai troppi.