La vecchia-nuova questione meridionale

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(di Elia Fiorillo)

Avrà pure poche idee il Sindacato, come sostiene il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ma quelle poche sono chiare però. E tra queste c’è la vecchia-nuova Questione meridionale. Da sempre il Movimento dei lavoratori ha denunciato il problema Sud come decisivo per lo sviluppo del Paese. Basta fogliare i documenti sindacali degli ultimi cinquant’anni per avere l’idea precisa di quale fosse per Cgil Cisl Uil una delle priorità assolute per il Paese. Qualche “intellettuale organico”, più recentemente, si è inventata la “Questione settentrionale” in aperta contrapposizione al Mezzogiorno. Come se il confronto potesse essere possibile. Come se le problematiche avessero un minimo comune denominatore. Insomma, pretesti pericolosi per lo sviluppo complessivo del Paese di un certo tipo di politica che guarda solo nel proprio orticello.

Negli anni Ottanta gli studiosi meridionalisti vedevano il Mezzogiorno “segmentato, a pelle di leopardo, non più omogeneo nel sottosviluppo”. Sintomi evidenti di un cambiamento possibile. Certo, c’era ancora l’intervento straordinario a sostegno del Sud, con ruberie e sprechi. Più che cancellarlo, come fece nel 1993 il ministro Beniamino Andreatta, forse sarebbe stato il caso di riorganizzarlo con rigidi criteri di spesa. Pesò allora molto la teoria dell’”autopropulsività”, della “volontà del fare”. Il darsi da fare è sempre un’ottima cosa ma in certe situazioni non basta. Quando si ha una grave malattia la volontà di guarire è importante, ma ci vogliono le medicine opportune eppoi le terapie riabilitative. Per il meridione non è stato così. Alle lucide analisi dei meridionalisti dell’epoca è subentrata un’apatia colpevole delle classi dirigenti meridionali e non solo. Queste hanno provato ad affrontare l’enorme problematica a pezzi, secondo interessi di parte, senza rendersi conto che la portata delle questioni superava l’ambito campanilistico e doveva essere affrontato complessivamente a livello meridionale. La poca voglia di fare unità ha ancora di più penalizzato il Sud.

E’ da anni che il rapporto della Svimez – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – batte su un chiodo fisso che è quello di riposizionare il Mezzogiorno nell’agenda politica del Paese. Lo fa con dati, proiezioni, proposte. La risposta della politica è: un “assordante” silenzio assoluto.

Nel 2010 il rapporto si concludeva con un invito. Per provare a tracciare una strategia di contenimento della situazione e per programmare interventi strategici per il rilancio del Sud c’era bisogno – secondo la Svimez – di affidare il compito progettuale ad una Conferenza delle Regioni meridionali, in stretta relazione con la presidenza del Consiglio. Non successe nulla. A nessuna delle Regioni meridionali venne la voglia di confrontarsi per il raggiungimento di obiettivi comuni.

“La Grecia ce l’abbiamo in casa. E si chiama Mezzogiorno”, hanno scritto ultimamente i giornali raccogliendo le anticipazioni dell’annuale rapporto della Svimez. Dal 2001 ad oggi il prodotto interno lordo del Sud è sceso del 9,45%, peggio della Grecia nello stesso periodo, tra crescita drogata e recessione nera, il Pil è sceso dell’1,7%. Poi vengono riportati i dati che fanno prevedere un “tsunami demografico” e la quasi certezza, se si va avanti così, della “desertificazione industriale”. Difronte all’ottimismo mediatico del presidente del Consiglio numeri negativi del genere non potevano non fare effetto. Forse quel raffronto alla Grecia ha fatto il miracolo non facendo cadere nel dimenticatoio della politica e del Governo il Mezzogiorno. Nei prossimi giorni ci sarà la direzione del Pd che ha all’ordine del giorno la tematica. Come pure si stanno muovendo i Governatori di alcune Regioni meridionali. Il rischio di protagonismi personali fuorvianti dalle vere argomentazioni in campo è grande. Sarebbe il caso che il presidente Renzi facesse sua la proposta della Svimez di cinque anni fa: organizzare una conferenza delle Regioni meridionali, in stretto rapporto con la presidenza del Consiglio. In caso contrario potrebbero essere proprio i Sindacati a programmare un evento del genere.