Storia d’ordinaria (in)giustizia

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(di Elia Fiorillo)

Giovani, femmine e maschi, sostano tra i banchi spensierati in attesa che qualcosa accada. Sono tutti vestiti alla moda e, nessun escluso, usano tra una chiacchiera e l’altra lo smartphone ultimo grido. La bella gioventù ad un tratto comincia a sedersi nei banchi senza un apparente ordine. Un telefonino all’improvviso squilla lacerando il silenzio che da qualche momento si è creato. “Spegnete subito quel telefono” grida la persona che da poco è entrata in aula e si è seduta in cattedra. E’ una signora bionda con gli occhiali e porta una toga nera. No, non si tratta di un’aula scolastica, come poteva a prima vista apparire, ma di un tribunale. Per la precisione quello di Napoli, aula n. 219.

Mi trovo in questo luogo convocato dal pubblico ministero per una testimonianza. Si tratta di una denunzia che ben sette anni prima ho presentato alla polizia di cui avevo perso completamente la memoria Già in un’altra occasione mi era capitato di far da testimone in una causa penale. Stavolta però sono arrivato in aula per primo e mi sono messo a curiosare per capire, dal basso, come funziona un’udienza giudiziaria nel nostro paese.

Ancora una volta il magistrato che presiede redarguisce i presenti per un telefonino che inopportunamente ha cominciato a trillare. Colpa della tecnologia avanzata. Nell’aula però di tecnologia, alta o bassa che sia, manco a parlarne. Né sul tavolo della presidente, né su quello del cancelliere. E nemmeno la signora p.m. ha uno straccio di computer. Solo penna e carta come ai vecchi tempi. Il rispetto della tradizione, com’è ovvio, non c’entra.

I lavori cominciano più o meno alle 9,00, come indicato nell’atto di convocazione della Procura della Repubblica di Napoli. Mi pongo il problema di quando verrà chiamato il procedimento penale di cui sono teste. La signora magistrato che presiede comincia a chiamare le varie cause all’ordine del giorno. Contemporaneamente alcuni di quei giovani che ho prima citato vanno verso i banchi di prima fila. Comincia un rapido confronto tra il presidente, il p.m. e i giovanotti che sono balzati in avanti, che ritengo siano procuratori legali. Alla fine del conciliabolo il presidente annuncia il “rimando” della causa a una data successiva. E questa procedura di “rinvio” si ripete per una, due, dieci e più volte. Con tutto il rispetto dovuto a chi presiede, sembra più di trovarsi difronte ad un addetto a calendarizzare appuntamenti che non ad un magistrato giudicante. M’immedesimo nello stato d’animo di chi è costretto ogni santo giorno a decidere, un’infinità di volte, lo slittamento di un procedimento. Ma non si poteva trovare un altro mezzo meno costoso per spostare ad altra data i processi? Me lo chiedo pensando ai costi di trasferimento, e non solo, degli interessati.

Finalmente arriva il mio turno. Sono passate più o meno due ore dall’inizio dei lavori del tribunale. Fino a questo momento in aula non c’è stato alcun dibattimento. Nessun testimone è stato audito. Ai primi banchi si posiziona quello che io ritengo l’avvocato difensore dell’imputato del procedimento che m’interessa. Solita triangolazione tra il presidente, il p.m. e l’avvocato difensore. Capisco che ci sono dei problemi: un fascicolo che non si trova. Già penso di dover ritornare, com’è capitato ad altri testimoni. Sento il mio nome storpiato dal presidente che s’informa se il sottoscritto è in aula. “Ci sono” , grido alzando la mano dall’ultima fila e precisando il mio nome e cognome. Per me il miracolo avviene. Dopo un parlare fitto fitto tra la signora che presiede, il p.m. e l’avvocato, sono chiamato a deporre. San Gennaro mi ha fatto il miracolo. Perché di miracolo si tratta se dopo un elenco interminabile di nominativi “rimandati”, primo fra tutti ho potuto testimoniare.

Non so se quelle cause non trattate finiranno in prescrizione. Non so se quello da me denunciato finirà in galera. So solo che la “giustizia” non può essere amministrata nel modo descritto. E’ frustrante per tutti gli addetti ai lavori, certo non per i furbi che pur ci sono e che alla fine saranno i veri vincitori.