Quei 100 milioni di Expò alle cosche

++ Procuratore antimafia, Cms nomina Franco Roberti ++

E’ l’Expo 2015 il nuovo Eldorado della mafia spa. Una sola cifra è sufficiente per capire il livello di penetrazione delle maggiori organizzazioni criminali italiane tra i padiglioni dell’esposizione: 100milioni, questo è il valore di appalti e commesse conquistato da imprese in odor di mafia. Cento milioni, quelli venuti alla luce dopo le indagini della procura di Milano. Degli altri non si sa. Il dato è contenuto nella Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia presentata ieri a Roma dal procuratore Franco Roberti e da Rosi Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia. “Diverse commesse correlate ad Expo – si legge – sono state confezionate da una cupola, composta anche da personaggi già protagonisti della tangentopoli degli anni Novanta. Intranea a questo sistema di criminalità economico-amministrativa era l’impresa Maltauro spa, player di rilievo nazionale nel settore delle costruzioni, risultata aggiudicataria di uno degli appalti più importanti per la realizzazione del sito espositivo”. Non siamo più al “pizzo” di antica memoria, meno che mai alla richiesta di “guardiania” nei cantieri o a quella del personale da assumere. Cose da pezzenti, oggi le mafie si fanno impresa, “entrano nei circuiti corruttivi consolidati e puntano in alto: agli appalti grossi. “Alla data del 3 dicembre 2014 – si legge ancora – la Prefettura di Milano ha emesso 46 interdittive nei confronti di imprese risultate affidatarie di contratti e subcontratti riguardanti e connessi all’Expo, per un valore complessivo di 100 milioni”. Una bella cifra rastrellata da un sistema di imprese fortemente sospettate di avere legami con le mafie, spalmate su tutto il territorio nazionale, da Nord al Sud. “Undici le ditte provenienti dal Meridione (1 dalla Campania, 6 dalla Calabria e 4 dalla Sicilia), le restanti 35 imprese fino ad ora interdette” hanno tutte la sede legale nell’Italia settentrionale”. Un dato eclatante, per questo Rosi Bindi invita a “non parlare più di infiltrazioni al Nord, perché qui le mafie sono radicate da anni”. Ma è la corruzione il mare dentro il quale nuota il pesce mafioso. Lo dice senza mezzi termini Franco Roberti: “La verità è che la corruzione è un fenomeno mai efficacemente contrastato, perché mai considerato grave, come se si ritenesse fisiologica una certa quota di malaffare. Mentre il mafioso e il corruttore hanno una visione comune”.Tornando all’Expo, la Relazione della Dna sottolinea “l’assoluta prevalenza delle imprese infiltrate dalla ‘ndrangheta. La mafia più forte, radicata in tutto il territorio nazionale, in Europa nel mondo, dagli Usa all’Oceania. Una organizzazione unitaria, “un sistema organico unito e compatto”. Una potenza economica, “l’unico soggetto finanziariamente apprezzabile in una terra depressa come la Calabria”. Da dove nasce tanto potere? Dal traffico di cocaina. Gli specialisti della Dna fanno un esempio netto per farsi capire: se anche nel campo del narcotraffico, some in quello petrolifero, esistessero le Sette Sorelle, la ‘ndrangheta occuperebbe il primo posto grazie ai rapporti con i clan colombiani, e oggi con i cartelli messicani, i Las Zetas in primo luogo. Ma a darle forza è il totale controllo del Porto di Gioia Tauro, “diventato ormai una vera e propria pertinenza di casa della cosca Pesce e dei suoi principali alleati”. Stiamo parlando di uno dei maggiori porti commerciali del Mediterraneo, uno snodo importante per lo sviluppo dell’intero Paese. Qui i boss sono padroni e trafficano quantità impressionante di droga. “Dal 1 luglio 2013 al 30 giugno 2014 sono stati sequestrati nel Porto di Gioia Tauro kg 1406,065 di cocaina”. Il “controllo totalizzante sul Porto” le cosche lo hanno costruito grazie “ad inesauribili appoggi interni”.
Cosa Nostra non è morta, “altro che balcanizzazione”, in Sicilia “siamo di fronte ad una transizione e alla ricerca di nuovi equilibri dopo gli arresti”. E Palermo è ancora terra di corvi e manovre, e di rapporti tra mafia e pezzi infedeli dello Stato. Nella relazione si fa riferimento a “appartenenti alle forze dell’ordine che avrebbero per conto di una non meglio precisata entità, spiato alcuni magistrati”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2015)