Quali diritti per “maschi e femmine”?

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“Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa… come?”

Questo il titolo scelto dall’associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (AIPPC) per il convegno che si è svolto qualche giorno fa nella Capitale. Il messaggio è abbastanza chiaro: potrebbe essere la traccia di un compito in classe dato a giovani studenti ancora inconsapevoli della loro sessualità ma condizionabili. E già perché l’Associazione vanta di considerare l’omosessualità una malattia e propone metodi per guarirne. Come? Con le cosiddette terapie riparative e vuoi che il recupero sociale non cominci proprio dalla scuola? L’iniziativa non è singolare e sembra che in Italia la forte vocazione cattolica stia aumentando la necessità di aggregarsi per difendere valori della famiglia e dell’essere eterosessuali, con riferimento alle origini: “maschi e femmine li creò”.
Lo scorso 19 gennaio protagonisti dell’originale iniziativa del genere, una associazione milanese con un altro convegno dal titolo “difendere la famiglia per difendere la comunità”. Quell’incontro ha scatenato diverse polemiche, anche fuori dall’Italia. Ma come è possibile che alcuni gruppi di studiosi considerino l’omosessualità una malattia da curare al pari della nevrosi?
Secondo queste persone tramite la terapia riparativa può essere modificato l’orientamento sessuale di alcuni soggetti, oppure eliminare o ridurre i desideri o i comportamenti omosessuali. In passato si è provato ad applicare questa tecnica, diciamo riparativa, con la modifica del comportamento, la psicoanalisi, la preghiera e terapie religiose come l’esorcismo. E nonostante già da tempo la comunità scientifica si è opposta a tali metodologie non essendoci una base certa che dimostri che si è di fronte ad una malattia, in Italia – dove l’omosessualità nonostante gli sforzi, resta ancora un tabù – le truppe cattoliche provano a frenare gli impulsi sessuali con metodi che potrebbero essere addirittura invasivi. Pensate ad un bambino a cui viene inculcato che esiste solo la famiglia uomo – donna e che se desideri altro sei malato. Come potrebbe reagire una volta scoperta l’omosessualità? E come potrebbe accettare di reprimere i suoi desideri?
Abbiamo parlato di questo argomento con Mario Sellini, il segretario dell’Associazione unitaria psicologi italiani (AUPI). “Noi – ci spiega –siamo contrari alle terapie riparative perché non riteniamo giusto considerare l’omosessualità una malattia. D’altra parte il mondo scientifico non riconosce la legittimità di queste tecniche, anzi. Inoltre, quello che mi fa più riflettere, è che la terapia impone una modifica del comportamento con un metodo che definirei costrittivo. La verità è che la comunità scientifica italiana risente molto l’influenza della chiesa, invece non ci rendiamo conto di quanto sia complicato fare questi discorsi e che tipo di ricadute potrebbero avere. Intanto se si dimostrasse anche in un solo caso che la terapia funziona, ci troveremmo di fronte al caos generale. Pensiamo alle battaglie per la difesa dei diritti. Se la terapia funzionasse per un solo caso ogni cento anni, nessuna legge potrà comunque stabilire che una coppia omosessuale può avere figli, nessuno potrà prendersi la responsabilità di promuovere matrimoni gay ecc ecc”. C’è infine, un ultimo dato interessante, sul sito dell’Associazione di psicologi e psichiatri cattolici in bella evidenza viene proposto un articolo: “Suicidato a 14 anni per paura di non essere accettato per la sua omosessualità”. Appunto. Costoro non si chiedono come mai?