La rottamazione si è fermata a Reggio Calabria

oliverio incontra ministro lanzetta1

Altro che rinnovamento, qui siamo in pieno clima di restaurazione. Parla Maria Carmela Lanzetta, ex sindaca antimafia di Monasterace e ministro del governo Renzi per una breve stagione, e dice quella verità che tutti in Calabria sussurrano. Non siamo ancora al “ridatece il puzzone”, nel senso dell’ultimo governatore assurto a simbolo della malapolitica alla ‘nduia, Peppe Scopelliti, ma manca poco.

Il sole dell’avvenire promesso da Mario Oliverio, l’ex comunista duro e puro vincitore col 61% alle regionali, non è mai spuntato. Dalla Sila all’Aspromonte, dalle Serre alle spiagge bianche di Africo, tutto è avvolto dal nero della notte degli inciuci, del trasformismo, degli accordicchi e degli “accurduni” fatti dai soliti, antichi e bipartisan gruppi di potere. La Lanzetta ha smesso il tailluer con stivali da ministro della Repubblica – che imbarazzò i duri e puri del nuovo look renziano – per indossare nuovamente il camice bianco da farmacista. Nella sua Monasterace ora è alle prese con antibiotici e lassativi, ma non dimentica. Renzi le aveva chiesto di tornare nella sua Calabria da assessore, lei aveva accettato, ma subito si era scontrata con “l’affaire De Gaetano”.

Nel senso di Nino, ex rivoluzionario di Rifondazione Comunista folgorato sulla via del Nazareno. Non candidato come consigliere regionale, Oliverio lo ha ripagato con una poltrona da assessore regionale ai trasporti e alle infrastrutture. Tutti antimafiosi nel Pd, pronti ad approvare codici etici e proclamare impegni solenni per la legalità. A parole, però. Perché la memoria è corta e tutti, Oliverio in testa, dimenticano quei passaggi di una inchiesta giudiziaria non a caso chiamata “Il padrino”. Non c’è Marlon Brando, assente pure Michel Corleone, ma gli affari e le relazioni della famiglia mafiosa dei Tegano, una delle più antiche e potenti di Reggio. Uomini di panza che muovono voti e distribuiscono santini elettorali. Quelli di De Gaetano furono trovati nel covo del boss Giovanni Tegano. Nessun reato, per carità, nessuna colpa, per l’amor di Dio, anzi, i magistrati all’epoca non tennero in alcun conto il suggerimento della Squadra Mobile di Reggio che proponeva l’arresto per De Gaetano. L’opportunità politica – necessaria nella Calabria dove nel consiglio regionale precedente furono ben tre i consiglieri arrestati – viene buttata nel cestino e De Gaetano diventa assessore. Con la Lanzetta che avrebbe dovuto affiancarlo. Tutti insieme, chi aveva i santini a casa del boss e chi dai boss era stata minacciata: la Calabria politica non finisce mai di stupire.

Il resto della storia è nota, Maria Carmela Lanzetta, sostenuta dal braccio destro di Renzi, Graziano Del Rio, sbatte la porta e non accetta. “Il caso De Gaetano”, fanno sapere da Palazzo Chigi, “non è sufficientemente chiarito”. Nel Pd calabrese semplicemente “se ne fottono”. Tacciono tutti, parla solo l’ex ministra. “Il silenzio del segretario regionale, sia sulle dimissioni del ministro Lanzetta, che sulla nomina di De Gaetano, la dice lunga sul disagio di un partito in cui sembra che sia prevalsa la restaurazione”. Una lunga lettera nella quale viene reso esplicito “il disagio a parlare di regole e legalità come esponente del Pd”.

La Calabria è una repubblica democratica fondata sull’inciucio. Dovrebbe essere questo l’articolo 1 di un nuovo ipotetico statuto regionale. Ernesto Magorno, segretario del partito di strettissima fede renziana, è la fotografia vivente dell’inciucio come via calabrese alla rottamazione desiderata. C’è un video che lo immortala e che racconta più di mille analisi sociologiche la politica in queste latitudini. Anni passati, l’onorevole Magorno è sindaco di Diamante, il nuovo potere è targato centrodestra e Peppe Scopelliti, il governatore costretto alle dimissioni dopo una condanna a sei anni per i bilanci del Comune di Reggio, il padrone della Calabria. “Cambiare insieme”, è il tema di una iniziativa pubblica. Scopelliti ascolta, Magorno parla: “Non si preoccupi, la politica non può essere insulto, demagogia, la politica è una cosa alta. Vada avanti, presidente, lei avrà il consenso, l’affetto, il sostegno, anche di quelle parti che in questo momento guardano alla Calabria e vogliono che i calabresi diventino a pieno titolo cittadini italiani ed europei”. Applausi e commossa stretta di mano di Scopelliti.

Inciucio, differenze e contrapposizioni politiche annullate, anche nella gestione del pozzo senza fondo delle società partecipate e delle fondazioni. Una mammella gonfia che allatta clientele e politici trombati. La Corte dei Conti ha censito 12 enti strumentali, 5 fondazioni e 21 partecipate, costo per il contribuente calabrese 230 milioni l’anno. Nomi e obiettivi fantasiosi. Film Commission, affidata dal centrodestra a un fedelissimo, Ivano Nasso, uno che candidamente ammise di “non vedere film in tv, solo fiction”. In Calabria non si gira neppure uno spot, eppure la Film Commission nel 2013 ha speso 18mila euro in cococo e consulenze. Sempre meno dei 350mila euro stanziati dalla Fondazione Mediterranea Terina (41 dipendenti) per un progetto di 18 mesi finalizzato ad un “machting continuo” (“cu minchia è?”, si chiedono da queste parti) “tra produttori calabresi e i principali attori del mercato cinese”. Il penultimo scandalo si chiama “Calabria etica”, la fondazione presieduta da Pasqualino Ruberto. Lui è del centrodestra e alla vigilia delle elezioni regionali fa assumere 700 persone, elettori grati e fedelissimi. Pasqualino, però, pensa anche alla famiglia, e trova un posto alla fidanzata. L’etica va a donne di facili costumi, la Calabria pure, e la magistratura apre fascicoli. E Ruberto? Sottolinea, smentisce, chiarisce e intanto si candida a sindaco di Lamezia.

Parola d’ordine: la legalità prima di tutto. L’ultimo scandalo, ma solo al momento in cui scriviamo, è targato “Calabresi nel mondo”. Altra società della Regione. Solito festival delle buone intenzioni nello statuto (“crescita e competitività del sistema economico…”), soliti soldi buttati al vento e una caterva di assunzioni. Bipartisan, però. Presidente dei calabresi sparsi sul globo, è Pino Galati, deputato di Forza Italia noto alle cronache mondane per il suo ex riportino ai capelli e per aver unito il nord e il sud dell’Italia con un matrimonio. Lui calabrese ha sposato la leghista bergamasca Carolina Lussana. E’ buono di cuore, l’onorevole presidente, e nel distribuire posti non ha guardato all’appartenenza politica: tra i cento assunti figurano un ex vicesindaco e un assessore in carica della giunta di centrosinistra di Lamezia, un rappresentante dell’Arci ed esponenti delle coop.

Inciucio anche quando si tratta di riformare la legge elettorale. La questione è complessa e rasenta Bisanzio. In soldoni: prima dello scioglimento, il vecchio consiglio regionale approva la nuova legge. Tanti articoli e un giallo. Perché è solo dopo le elezioni del novembre scorso, che Wanda Ferro, candidata voluta da Berlusconi per arginare la disfatta, si accorge che, pur avendo perso col 23,1%, per lei non c’è posto in Consiglio. Insomma, la legge non prevede l’elezione del miglior perdente come negli anni passati. Lei fa ricorso, Oliverio e la Regione oppongono controricorsi, mentre si affaccia un dubbio atroce: la legge mandata a Roma forse non è quella approvata alla Regione. “Ho il sospetto – dice l’ex consigliere regionale Giuseppe Caputo – che il testo sia stato modificato ad hoc da qualche manina esperta”. Lo sfogo della farmacista Lanzetta si apre con una frase di Pasolini: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”.

La “solitudine” in Calabria è una brutta bestia. Soprattutto quando ti batti per una politica pulita e hai il tuo partito contro. “La Lanzetta la smetta con lo stalking politico e umano nei confronti dell’assessore De Gaetano. Da lei non prendiamo lezioni di moralità”. Hanno scritto così i cinque segretari provinciali del Pd calabrese.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 febbraio 2015)