Attenzione: rischio maternità

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In Italia anche scegliere di avere un figlio è diventato un lusso. Tanto più per donne precarie, con lavori a tempo determinato e senza alcuna garanzia economica. La parola famiglia per alcune è davvero lontana e spesso si guarda con rabbia chi è più garantito e, tuttavia, non riconosce i diritti degli altri. L’argomento è delicato e molto ampio.
Ma quello che in questi giorni mi ha fatto riflettere è che nel nostro bel Paese anche chi sembra “garantito” in realtà non lo è affatto.

Un esempio arriva niente poco di meno che dal Ministero del Lavoro – e già solo per questo sembra un paradosso – in cui una dirigente di ruolo delle politiche sociali, con incarico di seconda fascia e a tempo indeterminato, si è vista improvvisamente senza il suo ufficio dalla sera alla mattina. La colpa? Essere diventata mamma. Il 23 dicembre 2014, infatti, la dirigente va in astensione obbligatoria dal servizio per maternità. Il Ministero del Lavoro, come è noto, è stato oggetto di un procedimento di riorganizzazione a seguito dell’emanazione del DM del 4.11.2014 che ha ridefinito gli uffici dirigenziali non generali del Ministero.

Alcuni uffici dirigenziali, non generali, sono stati ridotti da sette a cinque. L’entrata in vigore del decreto ministeriale ha comportato la decadenza dei precedenti incarichi dirigenziali non generali e la pubblicazione, a cura di ciascuna direzione generale, di avvisi di interpello per la nuova assegnazione degli incarichi. Per questo motivo la neo mamma dirigente ha presentato la sua candidatura per l’assegnazione dell’incarico dirigenziale della divisione III e V della direzione generale per le politiche attive, i servizi per il lavoro e la formazione, considerata la coincidenza delle competenze assegnate agli uffici e l’attività svolta dalla dirigente. Al contempo, la neo mamma ha presentato la sua candidatura anche per la Divisione I della direzione generale dei sistemi informativi, dell’innovazione tecnologica e della comunicazione.

Tutto normale fino a quando, all’esito della valutazione delle domande di interpello, il 20 gennaio scorso, la dirigente è stata avvisata telefonicamente della non accettazione della sua domanda. Fatto strano dato che il suo direttore prima del parto le aveva sempre dato una valutazione eccellente. Cosa sarà cambiato? Alla fine la dirigente, dopo un giro assurdo di telefonate e contatti con i vari direttori, anche di altri settori, ha dovuto scegliere di presentare la domanda a Rieti, per non essere trasferita nella sede di Belluno o, cosa possibilissima, rimanere senza incarico.

Oltre il danno la beffa: l’ufficio di Rieti richiede competenze ben diverse rispetto a quelle che la dirigente aveva maturato nell’amministrazione centrale. Ed ora non potrebbe comunque andare a lavorare dato che lo scorso 15 gennaio ha dato alla luce il suo bambino.
“La mancata assegnazione dell’incarico – spiega la neo mamma – nell’amministrazione centrale, rappresenta una profonda discriminazione di genere nei confronti di una donna in congedo per maternità, oltre che una ingiustizia rispetto alla tutela del posto di lavoro” che, al contrario, l’amministrazione ha garantito a personale a tempo determinato, preferibilmente esterno.

Nonostante la dirigente abbia fatto presente che sarà difficile per lei conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari e nonostante avesse tutte le carte in regola per continuare a svolgere la sua attività a Roma – magari l’amministrazione poteva mandare fuori i famosi comma 6, quindi gli esterni spesso chiamati dalla politica – non c’è stato modo di fermare la volontà di chi ha il potere di comandare anche sulla vita degli altri, infischiandosene della difesa dei diritti.

Questa storia è emblematica perché da qui si capisce a che punto siamo in Italia e quanta strada ancora abbiamo da fare. Riorganizzazioni varie a parte.