‘Ndrangheta: il passato è la Calabria, il presente è il Piemonte

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(di Giuseppe Legato)
27 Aprile 1934. In nome del re d’Italia Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria pronuncia la seguente sentenza e condanna i signori Nicola Marino, Bruno Trunfio, Antonio D’Amico rispettivamente alla pena di anni 6, 5 e 5 di reclusione per aver fatto parte della “ndranghata”. 26 novembre 2014: la quinta sezione Penale del Tribunale di Torino condanna i signori Pietro, Nicola e Antonino Marino, Giuseppe e Antonino D’Amico per aver fatto parte dell’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta. La parentela in linea diretta salta tra due, tre generazioni, attraversa la cartina geografica: sono bisnonni, nonni padri, figli.

Ottanta anni dopo
Sono passati ottant’anni da quando gli antenati di Reggio facevano quello che – secondo i giudici del primo grado – avrebbero fatto i loro discendenti a Torino: i mafiosi. Per la serie: la ‘ndrangheta si tramanda da generazione in generazione, è arrivata al Nord ormai decenni fa, è una questione squisitamente familiare, lineare, quasi osmotica? Incredibile, ma vero. La tesi, in punta diritto, è ardita e solo al deposito delle motivazioni si saprà se la Corte l’ha valorizzata come onere di controprova dell’appartenenza al sodalizio criminale, ma ciò che resta al netto del codice è una realtà fotografata ed emersa nel corso del processo Colpo di Coda a Torino: 12 condanne per 416 bis contro i locali di ‘ndrangheta di Chivasso (Torino) e Livorno Ferraris (Vercelli). Agli atti di questo procedimento è stata prodotta proprio questa sentenza che il sostituto procuratore Roberto Sparagna (che ha istruito di fatto tutti gli ultimi grandi processi contro la mala calabrese) ha tirato fuori andando a scartabellare negli archivi di Reggio Calabria e Messina. Lo ha fatto, da autentico segugio, dopo aver sentito una telefonata (agli atti nel fascicolo delle intercettazioni) in cui uno degli odierni condannati raccontava a una donna i “fasti” del passato. Il passato era pizzo, estorsioni alle discariche dei piroscafi della frazione Armo di Gallina, prima collina del reggino. E anche omicidi, “trascuranze” da punire, rituali, codici. E cognomi che ritornano e che sono la terza generazione di quelli del tempo del Re. Il passato era Calabria, il presente è Torino, è Piemonte.
Mille anni di carcere alle ‘ndrine

Ed è qui allora che è tempo di bilanci nella lotta alle cosche calabresi. Con le ultime condanne di primo grado, si è arrivati a 1016 anni di carcere inflitti alla ‘ndrangheta piemontese con riferimento alla sola accusa di 416 bis. Cosi suddivisi: Minotauro, processo cardine (746 anni e 5 mesi), Crimine 2 ( 15 anni e 4 mesi), Alba Chiara (77 anni), Colpo di Coda /146 anni e 1 mese), Esilio (30 anni e 5 mesi). Un muro simbolico è stato superato, una barriera che va oltre i numeri è stata infranta. Al di là delle statistiche, che poco piacciono al procuratore capo Armando Spataro, resta un interrogativo che lui stesso solleva: “Ma come si fa a stupirsi ancora?”. Già, come si fa?
Il 15 dicembre inizierà l’appello di Minotauro, il processo “madre”, nato dall’operazione dei carabinieri di Torino e della Dda l’8 giugno 2011. Torneranno alla sbarra in 78. E sono molte le posizioni che la procura sta riproponendo con l’obiettivo di spuntare ulteriori condanne. In testa, quella di Rosario Marando, quarto di una dinastia di 11 fratelli (di cui tre sorelle), fratello del boss ucciso Pasquale Marando, condannato all’ergastolo (in primo grado) per il triplice omicidio dei cognati Stefanelli avvenuto a Volpiano alla fine degli Novanta nel contesto di una sanguinosa faida di mafia in salsa piemontese, ma assolto dalla corte di Minotauro dall’unica accusa che gli era stata contestata dalla Dda: associazione a delinquere di stampo mafioso. Ci sono altri cognomi pesanti che sono usciti immacolati dalle prime pronunce, Barbaro in testa, Ursino: la lista è lunga.

Il punto sul Piemonte
Al di la delle singole posizioni che saranno oggetto di dibattimento (e sulle quali è chiaro che insiste la presunzione di innocenza), resta un fenomeno – quello della mafia calabrese- che ha ormai numeri e argomenti per essere sempre più centrale nel dibattito.Sono centonovantadue i condannati per mafia negli ultimi due anni. Due comuni – Leinì e Rivarolo – sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Un terzo – Chivasso – avrebbe avuto molto probabilmente la stessa sorte se il sindaco Pd Gianni De Mori (mai indagato), non si fosse dimesso subito dopo gli arresti di Minotauro che ha ormai numeri e argomenti per essere sempre più centrale nel dibattito.e scoperchiarono la pentola sulla prima tranche del locale di ‘ndrangheta di Chivasso. C’è un ex sindaco Nevio Coral, condannato a 10 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. C’è un’operazione, ancora non arrivata alla fase processuale (san Michele), che ha fatto intuire le mire della mala sulle grandi opere (vedi Tav). In altri casi, già accertati in più gradi di giudizio, le ambizioni si erano già tradotte in fatti. La ‘ndrangheta – operazione Pioneer – ha lavorato in sub appalto nella costruzione del villaggio olimpico di Torino 2006, in grandi interventi di riqualificazione edilizia nella periferia Nord, nel tratto Tav Torino Chivasso. Ha lavorato ancora nella costruzione di poliambulatori (Leinì), biblioteche (Settimo), nelle scuole materne da ritinteggiare, nei marciapiedi da riaccomodare. Tutto eludendo qualsiasi blando controllo e portando in dote i soldi del narcotraffico che partivano da Platì, risalivano la linea della palma fino a Torino e diventavano – d’incanto – puliti. Manodopera a basso prezzo, contratti part-time per operai poi impiegati a tempo pieno, scarsissima sindacalizzazione per mettersi al riparo dai mal di pancia delle rivendicazioni salariali. Le ditte del Nord gli hanno aperto le porte. Gliele hanno spalancate. Con quei prezzi conveniva a tutti.