Buzzi spiegava mafia capitale al fratello del narcos

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Salvatore Buzzi, il patron delle cooperative sociali, l’uomo chiave del “sistema” di affari nato attorno alla gestione delle emergenze sociali, che era riuscito a trasformare le disgrazie in un business pagando politici di destra e di sinistra, aveva un amico del cuore. Giovanni Campennì, calabrese di Vibo Valentia, imprenditore e pure lui attaccato alla florida mammella della Lupa. Un vero amico, che quando arrestano Riccardo Mancini, il big-boss di Eur spa per una mazzetta da 500 mila euro, interviene come sa e può. I vertici di Mafia Capitale sono allarmati, Mancini è un debole, in uno stato di “totale subordinazione” nei confronti dell’allora sindaco Gianni Alemanno, può crollare e dire tutto. Allora è il momento degli amici. MANCINI è in galera, ristretto in una cella.
“Ma se sta a comportà bene, però te da quando l’hanno arrestato un po’ di paura ce l’hai”, commenta soddisfatto Salvatore Buzzi parlando col suo amico Campennì. “Tranquillo – gli risponde l’imprenditore calabrese – là dentro gli ho fatto trovare un po’ di amici e di calore”. Mafia vera, quella romana, che sa come affrontare la galera. Campennì l’ha sfiorata più di una volta, nel 1966 per una tentata estorsione, dieci anni dopo per lo stesso reato. Suo fratello Francesco, invece, in carcere ci è finitodavvero. La storia è quella di un grande traffico di cocaina dal Sudamerica alla Calabria passando per Milano, un business milionario gestito da due potentissime cosche della ’ndrangheta, quella dei Mancuso di Limbadi e dei Pesce di Rosarno. A Francesco Campennì era stato affidato il compito di occuparsi della piazza lombarda. “Operazione decollo”, è questo il nome del blitz che portò alla scoperta della rete di narcotrafficanti e che forse bisogna stamparsi nella testa per leggere gli sviluppi futuri di questa inchiesta romana. A Giovanni Campennì, Buzzi illustra la filosofia di Massimo Carminati: “Meno sai, meno ti dico, meno sai e più stai tranquillo”. È la legge dell’omertà che Campennì ha annusato negli anni della sua vita calabrese. “Quello che ti dice quando si era in Calabria che ti dicevo io… se avete conosciuto me, domani esco pazzo?”. Campennì di mestiere fa l’imprenditore, si occupa di pulizie, giardini, possiede mezzi e prende appalti pubblici . Ha qualche amico politico al Comune. Ne parla con Buzzi che gli fa delle rivelazioni. “Lo sai a Luca quanto gli dò? Cinquemila euro al mese… a Schima 1500. A quello stronzo che tu conosci?”. “Quanto gli dai?”, chiede ansioso l’imprenditore calabrese. Buzzi non risponde, le elezioni comunali sono alle porte e gli interessa di più dare disposizioni per il voto. “Al primo turno voteremo Marino col candidato nostro, perché puoi pure imbroccare il sindaco, ma senza cavalli dentro vai poco lontano. Al ballottaggio voteremo Alemanno, ce conviene, per il rapporto che c’è. Aò, ma tu hai visto i telefoninini che c’ho, so tutti numeri suoi. Mi dice chiamami per qualsiasi problema. Ma io non l’ho mai chiamato, gli mando i messaggini”. CAMPENNÌ, estasiato, non si trattiene: “Sugnu i messaggini, Salvatore, lo stesso è”. Su Buzzi l’ufficiale pagatore, su Campennì e su tutti gli altri, primeggia la figura di Massimo Carminati, il guercio, il big boss. L’ex terrorista nero dei Nar passato dalla camicia nera al blazer dell’affarista, ha distribuito i soldi di Finmeccanica ai politici, a tutti, si raccontano gli uomini del clan. Per questo Massimo “il fenomeno” li tiene “sotto botta”. Campennì è affascinato: “Minchia gliene ha lavati di panni a questi”. È la cloaca di fascismo, malaffare, mazzette e favori che è esplosa sulla politica romana. Nella Capitale, è la filosofia che Buzzi trasmette al suo amico calabrese, “devi essere bravo perché la cooperativa campa di politica. Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segreterie, cene, manifesti. Lunedì (siamo sempre alla vigilia delle elezioni comunali, ndr) ho una cena da 20mila euro. Noi spendiamo un sacco di soldi sul Comune”. Paghi e ti sarà dato. Ma c’è una frase detta da Buzzi a Campennì ancora tutta da approfondire. Il boss delle coop racconta di quando Carminati dovette rientrare da Londra perché doveva essere arrestato per “una storia di bische clandestine”. “Lui non c’entra, però il problema suo è che tutti quelli che c’entrano sono tutti amici suoi. È lo stesso problema che c’ha in Calabria”.
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 07/12/2014)