Silvio Berlusconi, l’incompreso in casa propria

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(di Elia Fiorillo)

Non lo capiscono più nel suo partito. Forse non l’hanno mai capito, meglio voluto capire. Quando si vince gl’interrogativi sul successo non vengono alla mente. E’ il risultato quello che conta. Se poi, tra l’altro, di quegli esiti favorevoli c’è un tangibile tornaconto personale, allora solo applausi e nessun perché. L’incompreso in casa nella fattispecie e’ Silvio Berlusconi. Pare che non ne abbia azzeccata una da quando uscì dal governo Letta. Lo sbattere la porta per motivi giudiziari, su suggerimento dei falchi di Forza Italia, non gli ha portato bene. Spaccatura del partito, nascita del Nuovo Centro Destra, calo considerevole di consensi, anche personali. Il dissenso nella “sua” creatura Forza Italia sta mano mano montando, anche pubblicamente. C’è Raffaele Fitto che scalpita invocando primarie e soffiando sul fuoco del conflitto interno. Ma chi vede male l’ascesa dell’ex governatore della Puglia ricorda, tra l’altro, la sconfitta da lui subita ad opera di Nichi Vendola, proprio nella fortezza elettorale di famiglia. A sua volta Fitto spara ad alzo zero su Maria Rosaria Rossi, amministratore unico del partito, chiamata la “badante”, ma anche “zarina”, per via dello stretto rapporto che ha con Berlusconi nella sua funzione di capo dello staff. Ci sono poi i silenzi imbarazzanti – per loro – di quelli che una volta erano i “più realisti del re”. Ogni giorno una dichiarazione di beatificazione o santificazione per il Cavaliere sull’altare della politica. Eppoi, una profusione senza fine di parole di fuoco per i nemici, in particolare i magistrati, colpevoli di bloccare i disegni di rinnovamento di uno che voleva far svoltare l’Italia.

Le ultimissime vicende parlamentari per l’elezione dei componenti laici del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale sono la prova del malessere che agita il mondo berlusconiano. Antonio Catricalà, ex presidente dell’Autorità garante della concorrenza ed ex sottosegretario alla presidenza del governo Monti, magistrato, candidato a giudice costituzionale su proposta di Forza Italia, non ce la fa a resistere. Quando vede apparire nelle votazioni il nome di Donato Bruno, senatore forzista, ex presidente della commissione affari costituzionali ed ex candidato nel 2006 a giudice costituzionale, capisce che il dissenso interno avanza e rinuncia a continuare la corsa. Che farà adesso il presidente Silvio? Dovrà trovare da subito un altro nominativo che abbia il consenso del PD, da affiancare a Violante. Ne va della sua credibilità di tenuta anche per quanto riguarda il “Patto del Nazareno” tra lui e Matteo Renzi. Anche su quest’intesa c’è malumore tra i notabili, e non solo, di FI. Alcuni lo vedono come un “abbraccio mortale” proprio per Berlusconi ed i suoi. Di tutto però si può dire di Silvio da Arcore, ma non che sia stupido. Con l’entrata in campo di Matteo Renzi ha capito che tutto sarebbe cambiato, anche perché l’ex sindaco di Firenze gli rassomiglia non poco nell’uso (abuso?) della “mediaticità”. Con lui non sarebbero bastati, per sconfiggerlo, i tam tam mediatici, nonché i siparietti televisivi di cui è maestro. Di elezioni, dopo la spaccatura con Angelino Alfano, manco a parlarne. Rimaneva allora “l’abbraccio interessato” con l’ex sindaco di Firenze. Certo, per far svoltare l’Italia. Per dare le riforme agli italiani, da sempre da lui volute, ma osteggiate proprio dalla vecchia guardia del PD che lo vedeva come l’uomo da abbattere. Avrebbe, così, indossato l’abito del padre nobile e contemporaneamente fatta scemare la tensione sulle sue tante partite aperte, politiche e non. Altresì, di fatto, avrebbe posto Forza Italia come un possibile sostituto al governo dei suoi figli ingrati, capeggiati da Angelino Alfano. Contemporaneamente avrebbe strizzato l’occhio al Nuovo Centro Destra per la creazione della Costituente, appunto, di Centro-Destra. Insomma, una visione politica interessata a trecentosessanta gradi il cui obiettivo, comunque, era di ritornare alla guida del Paese. Ma per provare a fare tutto ciò c’è bisogno di un partito unito sulle posizioni del leader che le vicende di questi giorni hanno dimostrato che manca. Dietro l’apparente indifferenza dell’ex presidente del Consiglio c’è la paura della sconfitta personale e la necessità di fare scelte dolorose per riportare FI all’unità sotto il suo comando.

Che cosa farà allora Silvio da Arcore? Al momento opportuno partiranno gli anatemi liquidatori per i dissenzienti. Il copione non cambierà: il Patto del Nazareno continuerà e proseguirà anche la ricerca di aggregare le forze sparse del Centro-Destra. Dovrà decidere però, al più presto, la successione. Se tutto dovrà restare in famiglia com’è ipotizzabile allora, forse, potrebbe puntare sulla figlia Barbara. Il caratterino giusto ce l’ha, come pure l’età: appena nove anni di differenza in meno con Renzi e 3 con Maria Elena Boschi.