Bergoglio, il Papa venuto dall’altra parte del mondo

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(di Elia Fiorillo)

Pare che il buon giorno si veda dal mattino. Certo la “buona sera” di papa Bergoglio, pronunciata a piazza S. Pietro il giorno della sua elezione a Sommo Pontefice, è l’inizio di un pontificato “diverso” dagli altri. E’ lo Spirito Santo che illumina i cardinali chiusi nella Cappella Sistina per l’elezione del successore di Pietro. E, nel ricordare le figure degli ultimi pontefici, potrebbe sembrare che il Sommo Spirito nelle scelte operate abbia seguito un clichè ripetitivo. Un papa “conservatore” e successivamente un altro “progressista”, per usare termini laici quanto mai inappropriati. Dopo Pio XII, Pastor Angelicus, venne papa Giovanni, ideatore del Concilio ecumenico Vaticano II. Gli successe Paolo VI che portò a termine il Concilio non senza difficoltà. Una parentesi breve di trentatré giorni (gli anni di Gesù quando morì in croce) fu il pontificato di Albino Luciani. Un papa tanto rivoluzionario nelle intenzioni che, secondo pettegolezzi dell’epoca, venne assassinato per bloccare le sue ipotetiche riforme. In continuità con Giovanni Paolo I arrivò da lontano Karol Wojtyla. Fu talmente vicino alla gente che alla sua morte molti invocarono che fosse fatto “Santo subito”. E, tenuto conto dei tempi vaticani in questo genere di pratiche, chi lo vedeva e voleva immediatamente elevato agli onori degli altari venne accontentato. Dopo di lui arrivò un suo fido collaboratore, il teologo tedesco Joseph Aloisius Ratzinger. Proprio perché teologo e tedesco, dal carattere riservato, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Uffizio), fu catalogato come un gran conservatore. Ma i “conservatori”, o presunti tali, in certi loro atti si sono trasformati in “liberal”. Benedetto XVI, ad esempio, per le sue dimissioni a sorpresa. Paolo VI per aver con un “motu proprio” rivoluzionato il Conclave mandando in pensione, cioè togliendo il diritto di voto ai cardinali ottantenni, molti dei quali italiani. Così aprì le porte all’elezione di un papa straniero. Insomma, le vie del Signore sono infinite e proprio per questo certe etichette risultano inopportune e coniate più per “l’immagine” percepita del personaggio, che non a ragion veduta in base agli atti compiuti. Non c’è dubbio che i tempi in cui si svolge il mandato di Vescovo di Roma alla fine risultano non secondari per le scelte che verranno compiute nel magistero papale.

Di primati papa Francesco né ha almeno due. E’ il primo gesuita che sale alla cattedra di Pietro. E’ il primo papa che si è imposto il nome del poverello d’Assisi, Francesco. Ma scavando, forse di differenze con i suoi predecessori se ne potrebbero trovare altre. La sofferenza l’attuale Pontefice la conosce fin dalla gioventù quando a ventuno anni, per una polmonite, gli fu asportata la parte superiore del polmone destro. Si diplomò come perito-chimico, ma poi trovò lavoro come uomo addetto alle pulizie in una fabbrica. In quel periodo ebbe anche una fidanzata. Esperienze di vita che non possono non aver inciso nella sua formazione sacerdotale e che si faranno vive, come già sta avvenendo, nel suo alto magistero.

Dice Papa Bergoglio rivolto ai Vescovi: “Per favore, non cadete nella tentazione di sacrificare la vostra libertà circondandovi di corti, cordate o cori di consenso”. Un ragionamento quanto mai attuale non solo per la Chiesa. Ed ancora: “Non lasciarsi assopire o conformare con il lamento nostalgico di un passato fecondo ma ormai tramontato”. La raccomandazione che papa Francesco non si stanca di ripetere ai suoi confratelli è: “Pur custodendo gelosamente la passione per la verità, non sprecate energie per contrapporsi e scontrarsi ma costruire e amare”. Sembra proprio che il periodo del “silenzio-dissenso” in Vaticano sia terminato. Il pretesto viene dal Sinodo della famiglia, la cui prima sessione, quella dell’ascolto e della riflessione, inizierà il prossimo cinque ottobre. L’uscita di una pubblicazione a firma di cinque cardinali: ”Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, contrari alla possibilità dell’accesso ai sacramenti per i divorziati e i risposati, apparel’inizio di un dibattito interno destinato a radicalizzare le posizioni, non solo su queste tematiche. In un mondo globalizzato nelle frammentazioni e nei piccoli e grandi egoismi, la difficile costruzione “dell’unità nella diversità”, su principi universali da parte del papa e della Chiesa, diventa una missione basilare per il bene dell’umanità tutta. Bisogna che questa verità sia compresa – e praticata – in particolare dai cristiani. Insomma, le divisioni non servono. Bisogna “costruire e amare” per il bene di tutto il genere umano.