Papa Francesco e la scomunica alla ‘ndrangheta

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“I mafiosi non sono in comunione con Dio. Sono scomunicati”. Papa Francesco pronuncia la sua scomunica alla mafia e quella della intera chiesa Cattolica davanti a 250mila fedeli riuniti nella Piana di Sibari. E lo fa con voce fermissima, stracciando i discorsi già preparati, guardando negli occhi quella massa enorme di uomini e donne che da ore lo aspettano sotto il sole. “Quando all’adorazione del Signore – dice il Papa scandendo bene le parole – si sostituisce l’adorazione del danaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione. Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e violenza”. La folla ammutolisce, sa di cosa sta parlando Francesco. Perché questa è terra di ‘ndrangheta, di uomini di panza che vogliono tutto, di politici corrotti e collusi con i peggiori pezzi di malacarne che della Calabria hanno divorato passato, presente e futuro. Non ci sono nella piana di Sibari, si sono tenuti lontani dal Papa e dalla sua severità senza appello. “La vostra terra tanto bella – continua Papa Francesco – conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. E questo male va combattuto, allontanato. Bisogna dirgli di no”. Le donne, i tantissimi ragazzi, le famiglie con bambini, applaudono, questo pezzo di Calabria bruciato dal sole e stremato dall’attesa, si sente come liberato. I preti che nei paesi svuotati dalla miseria, nelle periferie di Reggio Calabria e delle altre città sfiancate da mafia e malapolitica combattono ogni giorno, hanno gli occhi lucidi. Ora non sono più soli. “La Chiesa – riconosce il Santo Padre -, che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Ce lo domandano i nostri giovani bisognosi di speranze…”. E’ un discorso potente, che chiede a tutti i preti calabresi la fine di ogni ambiguità nel rapporto con la ‘ndrangheta, il suo potere e soprattutto la sua cultura. E’ la rinascita di un seme che una mattina del 5 maggio 1993 un altro Papa, Giovanni Paolo II, gettò nella Valle dei Templi ad Agrigento quando puntò il dito contro la mafia. “Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio”. Da allora, però, troppo tempo è passato prima che la Chiesa si decidesse a pronunciare parole come quelle di ieri. Ma cosa ha spinto il Papa argentino a stravolgere i discorsi già preparati? Certamente i colloqui avuti in mattinata nella cattedrale di Cassano allo Jonio. Insieme a vescovi con le loro auto blu e le insegne del potere della Chiesa, c’erano preti di strada, parroci di parrocchie povere e sacerdoti venuti dall’Africa. Francesco ha ascoltato, riflettuto, ha ripensato all’incontro avuto nel carcere di Castrovillari con il padre e i nonni del piccolo Cocò. Aveva appena tre anni e fu vittima di una barbarie indescrivibile. Gli uomini dall’animo nero che dominano su questa terra, lo uccisero per regolare i conti con suo nonno, prima gli spararono, poi gli diedero fuoco. Sono state anche le parole chiarissime dette sull’altare da monsignor Nunzio Galantino, vescovo della diocesi di Cassano prima di essere portato ai vertici della Cei, ad aver spinto il Papa a superare ogni ritualità e a parlare a braccio contro la mafia. “Santità – ha detto il prelato – in questi giorni qualcuno si è chiesto quale Chiesa troverà il Papa in Calabria. Io rispondo che lei troverà una Chiesa fortemente incarnata nel suo territorio, che vive di luci e ombre”.

Papa: pena non sia ritorsione

E’ duro essere Chiesa in questa parte del Sud, e “ad accrescere la fatica – ha aggiunto monsignor Galantino – ci si mette la ‘ndrangheta, che non si nutre solo di soldi e malaffare, ma anche di coscienze addormentate e perciò facili prede”. Parole, quelle del Papa, che segnano una vera e propria svolta e che assestano un colpo durissimo alla credibilità della ‘ndrangheta. La mafia più potente, ma anche la più pervasiva perché da sempre si nutre dei simboli della cristianità. Santa è il suo nome, Vangelo e santista sono i gradi degli adepti, il battesimo è la cerimonia di iniziazione di killer e picciotti, di San Michele Arcangelo è l’effige che brucia nelle mani del giovane iniziato alla ‘ndrangheta, la Madonna di Polsi e il suo santuario sono stati per anni piegati ai rituali di boss ferocissimi. Ora, dopo le parole del Papa, quell’armamentario è vuoto di ogni significato, buono per opere dei pupi da quattro soldi. Da San Luca a Rosarno, dallo Jonio al Tirreno, il messaggio è arrivato: “I mafiosi non sono in comunione con Dio. Sono scomunicati”.

Intervista a Nicola Gratteri

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Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, ma anche autore di un libro (Acquasantissima, scritto con lo studioso Antonio Nicaso) e di interviste sul rapporto mafia-chiesa che hanno provocato non poche polemiche, è fuori dalla Calabria. Per telefono gli leggiamo le parole del Papa: “I mafiosi non sono in comunione con Dio. Sono scomunicati”.
Cosa ne pensa, dottor Gratteri?
“E’ fantastico, sono parole di una potenza straordinaria, quello del Papa è un discorso coraggioso che aspettavamo da un secolo”.
Cambierà qualcosa in Calabria e nell’intero Sud nel rapporto tra Chiesa e mafie?
“Certo, perché mai un Papa si era spinto così tanto nel definire compiti e responsabilità della Chiesa e dei cattolici nell’impegno contro mafia, corruzione e malaffare politico. Se devo dire quello che penso davvero, affermo che quella di ieri è stata una giornata storica per la Calabria”.
Quando uscì “Acquasantissima”, il libro che lei ha scritto col professor Nicaso, ci furono molte polemiche con i vertici calabresi della Chiesa, penso a monsignor Morosini, il vescovo di Reggio Calabria.
“Acqua passata, non voglio parlare delle polemiche, mi interessa riflettere su cosa cambia da ieri, dopo le parole nette di Papa Francesco. Quel discorso e la scomunica chiara della ‘ndrangheta, sono insieme un invito e un ordine. Un invito per i cattolici e un ordine per vescovi e preti. Mai più ambiguità nel rapporto con boss e picciotti, mai più processioni-vetrina per la ‘ndrangheta, mai più santuari a disposizioni di ritualità criminali. Mai più una Chiesa che si volta dall’altra parte”.
Lei ha parlato di un Papa che rischiava tanto.
“Sì, quando decise di mettere le mani sulle finanze vaticane il Papa scelse di correre rischi seri”.
E adesso, dopo la scomunica?
“Adesso sarà dura, perché la ‘ndrangheta ha subito un colpo forte dal punto di vista dell’impatto mediatico. Penso alle coscienze di tanta gente illuminate dalle parole di Francesco, a chi grazie a quelle frasi può ritrovare coraggio. Ora i boss sono meno credibili sul loro territorio. Ma ora tocca a noi essere all’altezza del coraggio del Papa. Tocca a noi sconfiggere i comportamenti che sono alla base della cultura mafiosa, tocca a noi denunciare, pretendere giustizia e diritti e non chiedere favori. E lo dico con nettezza: tocca a noi stare vicini a quei sacerdoti che sul territorio si battono a viso aperto contro le povertà vecchie e nuove e contro ogni forma di prepotenza e arbitrio”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 giugno 2014)