In ricordo di Ciro sotterrate la violenza

Morte Ciro Esposito: 'Ciao eroe', striscione davanti autolavaggio dove lavorava

C’è una piazza tutta di cemento e senza un albero che una volta si chiamava Grandi eventi, poi fu intitolata a Papa Giovanni Paolo II, e che ora ha un nome nuovo. L’unico: Ciro Esposito. Scritto su un marmo, come si fa nelle intitolazioni ufficiali. Anche così Scampia si aggrappa al ragazzo morto per la follia di un gioco diventato odio e violenza, alla ricerca del suo riscatto. E allora la piazza si riempie di gente. Ventimila persone sotto un sole cocente per un rito collettivo che ha mille fedi, tanti umori, commozioni e sentimenti positivi che si mescolano a odi che covano e che aspettano il momento giusto per esplodere. Lacrime sincere e ghigni terribili. Le facce di gente che tira la carretta, quelle aperte degli evangelici con la maglietta “il bene sconfigge il male”, e i volti duri degli ultrà venuti a battere le mani a Ciro insieme al loro leader Genny ‘a carogna. Troppe cose insieme nel catino rovente di Scampia. “Uno di noi, Ciro uno di noi”, cantato dagli amici, quelli veri, di Ciro Esposito e della sua solida famiglia, e troppa militare durezza negli ultrà delle varie curve sud d’Italia che sono sbarcati a Napoli per ricordare, pure loro, “uno di noi”. Anche qui, quelli che infiammano gli stadi si sono ritagliati uno spazio per la loro curva. Sono le gradinate della piazza, lontane dal tendone che ripara dal sole la bara di Ciro e la sua famiglia. Lontanissimo dalla flebile amplificazione che trasmette i discorsi civili e le parole di perdono della ritualità evangelica. E allora tocca a due donne parlare. Loro hanno capito. Simona, la ragazza di Ciro. Si fa largo tra la folla che assedia la bara e toglie finanche l’aria ai parenti, e pronuncia parole chiarissime. “Ciro era un ragazzo, non era un ultrà. Il suo era un tifo pulito, felice”. Un nodo alla gola, il ricordo di una vita insieme che non sarà più. Un appello forte, duro: “Sotterrate la violenza. Non voglio che altri fratelli, altri padri, altri figli siano colpiti. Basta con la violenza, perché così Ciro lo uccidete due volte”. Una lezione per tutta la piazza, un messaggio chiaro arrivato anche in fondo, sulle gradinate. E poi il silenzio, quando impugna il microfono Antonella. La madre. Una donna che la fede nel suo Dio ha reso forte. Ma anche una mamma distrutta che racconta i suoi 53 giorni vissuti tra alti e bassi, speranze e delusioni, meschine cattiverie e solidarietà straordinarie. “Io sono stremata, davvero ho sperato di riportare mio figlio a casa vivo. Ma il sacrificio di Ciro non deve essere inutile, portate gioia e amore in tutti gli stadi, mantenete alta la bandiera dello sport e di Ciro. Non lo dimenticate mai…”. E partono gli applausi, quelli veri e sinceri e quelli che servono solo a riconoscersi dietro slogan e bandiere ultrà. Applaudono anche Nino D’Angelo, lo riconoscono come uno di loro, come uno che da sempre li ha saputi “cantare”. “Questa donna – dice rivolgendosi alla mamma di Ciro – mi ha insegnato cos’è la vita in pochi secondi”. E poi Nino canta la canzone dei ragazzi della curva b, “na bandiera tutta blu che somiglia al cielo e al mare di questa città”. Versi ingenui di un tempo andato, quando il calcio a Napoli erano la frittata di maccheroni allo stadio, ‘o petisso e Sivori e il tifo sfottò e allegria. Applausi e lacrime per questa canzone da tempo vietata al San Paolo, off-limits da quando comandano quelli della curva A. Si radunano fin dal primo pomeriggio nella pizzeria di fronte alla piazza, con loro c’è Genny ‘a Carogna. Che non ama i giornalisti: “Da due mesi mi state massacrando, mo basta, non parlo, se trovo una sola parola scritta sui giornali vi querelo tutti”. Parlano le autorità della politica (il sindaco de Magistris e Angelo Pisani, presidente della Municipalità), quelle dello sport, il presidente del Coni Malagò, e del calcio, Aurelio de Laurentis, padrone del Napoli. Parlano tutti di Ciro, ragazzo normalissimo eletto suo malgrado eroe civile di Scampia e di questa Napoli senza mare e senza nessun moderno Eduardo a raccontarla. Per lui striscioni, manifesti, gigantografie, parabole tv e telecamere aggrappate a un drone. Finanche i coriandoli bianchi sparati da un cannone al passaggio della sua bara. Ciro, che mai avrebbe voluto vestire i panni dell’icona, voleva solo vivere, spaccarsi la schiena nel suo autolavaggio e mettere su una famiglia, è diventato una celebrità. Da morto. Da vivo nessuna autorità conosceva il suo nome. Accade ai tanti Ciro di queste sterminate periferie del Sud metropolitano.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 28 giugno 2014)