Sangue infetto: a luglio al via processo penale per 10 imputati

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(di Elisabetta Cannone)
Eppur si muove. Lenta, ma a quanto pare inesorabile, la giustizia italiana sembra fare il suo corso. Accade così che dopo poco più di vent’anni tra indagini, carte e faldoni spostati tra nord e sud dello Stivale, finalmente si avvierà la prima udienza del processo penale per la vicenda sangue infetto.
La data è fissata per il prossimo 11 luglio, davanti alla Terza sezione penale del tribunale di Napoli. In quell’occasione, a doversi difendere, tutti, dall’accusa di omicidio colposo plurimo aggravato, saranno nove dei 10 rinviati a giudizio: Guelfo Marcucci e 8 dirigenti delle aziende Farmabiagini e Aimaderivati, che saranno processati dal giudice Caputo.
Il provvedimento nei loro confronti è stato assunto lo scorso venerdì, al termine dell’udienza preliminare dal Gip di Napoli De Falco Giannone che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica, rappresentata in udienza dal Pm Giugliano. Dieci in tutto i rinvii a giudizio. Per il decimo imputato, Duilio Poggiolini, a causa di un errore formale in fase di notifica, il Gip ha stralciato la posizione dal processo e andrà così in udienza preliminare nelle prossime settimane.
Le storie che verranno raccontate il prossimo 11 luglio partono da lontano, ma in fondo nemmeno troppo, e hanno purtroppo ancora oggi i loro tragici epiloghi. La vicenda è quella tristemente nota delle vittime di sangue infetto, ovvero il più grande scandalo sanitario del nostro Paese, tanto da essere stato definito “strage di Stato”. Emofilici, che tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’90 assunsero farmaci infetti dai virus delle epatiti B e C e dell’Hiv. I numeri in questa vicenda raccontano bene la drammaticità di quello che è avvenuto: solo tra la fine degli anni ’70 e il 1987 più di 650 emofilici italiani contrassero l’Hiv. Di questi, circa 500 sono già morti per le conseguenze della malattia. Gli altri continuano a morire al ritmo di 5-6 l’anno.
Plasma ed emoderivati prodotti all’estero senza alcun controllo e che hanno prodotto morte. Sempre nello stesso periodo considerato, infatti, altri 2500 emofilici contrassero il virus che causa l’epatite C. Facendo di fatto aumentare i numeri dei decessi.
Il processo di luglio riguarderà un primo iniziale piccolo gruppo di emofilici, 9, morti in seguito all’assunzione di diversi farmaci di produzione sia italiana, che austriaca e statunitense, riconducibili alle aziende del Gruppo Marcucci. Il più giovane aveva 33 anni, il più “vecchio” 45. Tra loro, c’è la storia di Alessandro di Genova. Alessandro aveva solo due anni quando ha contratto tutte e due le epatiti, B e C, più l’Hiv, colpevole di dover curare la propria emofilia non sapendo che quelle medicine che avrebbero dovuto aiutarlo e invece sono stati la causa della sua morte, nel 2009, a soli 33 anni.
“È sorprendente – afferma l’avvocato Stefano Bertone, dello studio torinese Ambrosio e Commodo, che rappresenta alcune delle vittime del processo di Napoli a luglio – che siano stati necessari 27 anni per arrivare al primo vero dibattimento di un caso tutto sommato così chiaro secondo la prospettiva della responsabilità. Ed è ancora più sorprendente perché stiamo parlando di un crimine di rilievo nazionale, per il quale persiste un fortissimo interesse pubblico alla ricerca della verità, e non stiamo parlando di fatti degli anni ’70 ed ’80 conclusi negli anni ’70 ed ’80, ma di emofilici contagiati in quel periodo che continuano a morire nell’attualità, anno dopo anno, a causa di quelle patologie. 
Persone – prosegue il legale torinese – alcune delle quali hanno trascorso la loro intera vita, fin dall’infanzia, con l’HIV nel sangue, e che muoiono a età drammaticamente inferiori a quelle attese nella popolazione normale. Da uno degli ultimi studi appare che gli ultimi 15 deceduti, affetti da doppia patologia HIV e HCV, avevano in media solo 44 anni, rispetto ai 70 per la popolazione coetanea non contagiata. Vite rubate che stanno cercando il loro colpevole”.

L’udienza di luglio rappresenta, in questa lunghissima vicenda, una prima importante vittoria per le vittime e i loro avvocati. Il perché lo spiega un altro degli avvocati delle parti offese, Ermanno Zancla, dell’omonimo studio di Palermo. “La storia stessa del processo – ricorda il penalista palermitano – è lunghissima e travagliata: la prima iscrizione del reato avvenne nel 1993 a Napoli, ma il fascicolo transitò a Trento nel 1999. Dopo 3 anni si aprì il processo per epidemia contro Duilio Poggiolini e, a causa di problemi di rogatorie internazionali sugli indagati stranieri, i soli responsabili delle industrie italiane. Tuttavia le udienze furono pochissime: nel 2003 il fascicolo venne trasmesso nuovamente a Napoli per incompetenza territoriale, come richiesto dalle difese degli imputati. Nel 2005 la Procura di Napoli, inaspettatamente, chiese l’archiviazione, ma sull’opposizione delle parti offese il Gup De Simone, oggi alla Direzione Nazionale Antimafia, la respinse ordinando l’imputazione coatta. Nel 2008-2009 nuova richiesta di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare – continua ancora Zancla -, conclusasi con la nullità degli atti dichiarata dal Gup. Infine, il 23 dicembre 2013, la definitiva richiesta di rinvio a giudizio firmata dal dottore. Pasquale Ucci”.

Tra le parti civili saranno presenti anche le associazioni degli emofilici Lagev e Comitato 210/92 che in tutti questi anni hanno supportato e continuano a farlo vittime, familiari e legali.