Micron:ricercatori vendesi

fotomicron

Sono giovani, hanno una professionalità altissima, molti di loro hanno girato il mondo per lavoro e parlano le lingue. Sono napoletani ma non appartengono alla categoria della “macchietta” sempre alla ricerca di assistenza tanto cara a certa sottocultura nordista. Sono ingegneri, matematici, web-designer, fisici, hanno un’età media tra i 35 e i 40 anni. Progettano il futuro e lo fanno ad Arzano, Napoli, il paese dell’”Io speriamo che me la cavo”. Si occupano di microelettronica, memorie, soprattutto, quelle che servono a far andare a mille cellulari, iphon, ipad e altre diavolerie. Sono in vendita su “E-Bay”. Bella foto di ricercatori maschi e femmine con cartello “vendesi” attaccato al collo. Invito ad astenersi per “perditempo e delocalizzatori”. Sono i dipendenti della Micron, multinazionale made in Usa, che ha deciso di sbaraccare tutto e buttare i loro cervelli in mezzo a una strada. “Attenti – ci avverte Adele De Cocco, la segretaria provinciale della Fiom-Cgil di Napoli – questa non è la solita crisi aziendale con i bilanci disastrati dalla crisi o per mancanza di commesse. E non è neppure un tentativo di delocalizzare dove il lavoro costa di meno. Qui siamo di fronte alla fuga di una azienda che ha bilanci più che in attivo, un progetto che va contrastato per il bene della ricerca in questo Paese”. E allora vediamola la storia della Micron. La multinazionale americana nel 2010 acquisisce la Numonyx, una società che nasce dalla fusione della multinazionale italo francese St Microelectronis, con la tedesca Intel. Grazie a questa operazione Micron cresce, acquisisce nuovi brevetti e risana i bilanci, tanto che nel 2013 il valore delle sue azioni passa da 5 a 25 dollari, i ricavi nei primi mesi di quest’anno aumentano del 42%, al punto che la società conquista la giapponese Elpida e diventa così leader nel campo delle memorie. Il 21 gennaio di quest’anno la doccia fredda: l’azienda annuncia la messa in mobilità per 419 dipendenti sui 1028 presenti nei centri di ricerca e negli stabilimenti di Arzano, Avezzano, Padova, Catania, Agrate e Vimercate. Nel paesone alle porte di Napoli il pugno è ancora più duro su 120 tra ingegneri,fisici, matematici e tecnici informatici, 53 devono andare a casa. “Un altro colpo all’industria della Campania – dice sconsolata Adele De Cocco – un altro passo verso la desertificazione industriale di questa terra”. Andrea Spiezia, giovane ingegnere ha aperto il computer e ha scritto a Matteo Renzi. “Parli di hi-tech e ti fai scipparre il futuro della microelettronica? E pensare che il 17% di questa azienda è a partecipazione statale con quote della Cassa Depositi e Prestiti. Hanno preso tanti soldi dallo Stato e ora vanno via”. Sono delusi, amareggiati i lavoratori della Micron, ma non mollano. Hanno fratto presidi al Consiglio regionale, manifestazioni ad Arzano, sono ritornati nella loro università, la Federico II, uno dei punti di eccellenza in materia di ingegneria elettronica, e hanno parlato con gli studenti. “Quando finito il liceo – ci racconta Luca Porzio, ingegnere elettronico di 35 anni, quattro in meno del giovane premier Renzi – mi iscrissi all’università, sentii le sirene del tempo. Ci consigliavano di non puntare sulle facoltà umanistiche ormai obsolete, di evitare di fare l’avvocato perché il mercato era saturo, medicina, poi, non ne parliamo. Puntate sui nuovi lavori, ci dicevano, l’elettronica, i computer, sono il futuro. E io li ascoltai e mi misi a studiare. Ora l’azienda chiude e ci offre stipendi doppi per andare negli Usa o in Giappone a lavorare, ma io non ci sto. Qui ho una famiglia, qui ho lavorato per far crescere l’azienda, qui abbiamo creato know-how e conoscenza. Non c’è una ragione, una sola perché la Micron chiuda i battenti”. Davide Cascone, 42 anni, anche lui ingegnere elettronico. “Questa è una delocalizzazione strana assai, in genere le fabbriche vanno dove il lavoro costa di meno, la Micron va dove un ingegnere costa il doppio rispetto ai 1800-2000 euro che percepisce in Italia”.
“Molti di noi sono stati assunti direttamente dall’Università – dice l’ingegnere Gianluca Pizzi, 43 anni – all’epoca lavorare alla Micron era un miraggio. Potevi mettere a frutto anni di studio, continuare a studiare e fare ricerca, un gran bel lavoro. Sentivi che stavi costruendo la modernità, ne eri parte. Ora si mette tutto in discussione per giochi meramente finanziari”. Alla domanda se qualcuno di loro sia disposto ad accettare il trasferimento nell’Idaho (Usa), in coro ti rispondono “certo che sì, senza lavoro non si vive”. Ma tutti sanno che la morte di questi centri di eccellenza è un duro colpo al futuro della Campania. Eppure i soldi per trattenere la Micron ci sono almeno 10 miliardi dalla Ue per innovazione e ricerca proprio nel settore della microelettronica. Ma servono piani, progetti della Regione che ancora non ci sono. O si fanno o muore il Sud.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2014)