Il Procuratore Bruno Caccia

caccia
(di Giuseppe Legato)
Questa è una storia brutta e grigia che racconta un omicidio monco. Ciò che non si conosce è il commando di fuoco che ha sparato e che il 26 giugno del 1983 ha ucciso il procuratore capo di Torino Bruno Caccia. E’ stata la ‘ndrangheta e la mente è Domenico Belfiore. “Caccia era inavvicinabile e i calabresi erano terrorizzati da questa rettitudine morale”. Cosi, la Cassazione, nel 1992, ha condannato il boss di Moncalieri all’ergastolo e ha chiuso mezza vicenda. Mezza appunto.
Tutta colpa della ‘ndrangheta?
Ma la ‘ndrangheta ha fatto davvero tutto da sola?. Dietro l’omicidio Caccia c’è solo l’impossibilità di corrompere?”. I fatti storici – è noto — si rivelano nella loro completezza, soltanto dopo molto tempo e a quell’epoca bastò un colpevole spedito in carcere con un rassicurante “fine pena mai”. Oggi questo non è più sufficiente. I figli di Caccia vogliono rimettere a posto il puzzle di un mistero italiano sepolto dalla superficialità collettiva che ha derubricato la storia di un eroe a quella di un omicidio eccellente e basta. Del caso si occupa Marcello Tantangelo, pm di Milano, già alla Dda di Torino. A lui, l’avvocato della famiglia Caccia – Fabio Repici – ha inviato un dossier di 14 pagine.
La telefonata della svolta: “Lo hanno ucciso i siciliani”
Si parte da una telefonata del 2009 in cui un magistrato, oggi in servizio a Milano, Olindo Canali, parla con uno scrittore siciliano e gli confida di aver trovato nel 1984, a casa di un avvocato di Messina, la falsa rivendicazione delle Br sull’assassinio di Caccia. “Che poi, sappiamo – aggiunge al telefono Canali – che lo uccisero i calabresi e i catanesi”. Come i catanesi?. Canali certo non parla a vanvera. Nel 1986, ha lavorato al processo Caccia a Milano. Quella finta rivendicazione, non è mai confluita nel fascicolo sull’omicidio del giudice. Perché?
Cattafi, il mafioso a libro paga dei Servizi segreti
Trent’anni dopo l’omicidio si viene poi a sapere che nel contesto delle indagini “ci fu – scrive Repici – uno strano network di persone che si attivò per reperire informazioni sul caso Caccia”. Fra queste, c’erano ufficiali del Sisde, finanzieri e un tale Rosario Pio Cattafi “uomo di cerniera tra Cosa Nostra e i servizi “, oggi al 41 bis, testimone al processo sulla trattativa Stato-Mafia. E’ di lui che il magistrato Canali parla al telefono, è a casa sua che fu rinvenuta la finta rivendicazione delle Br. Secondo alcuni pentiti Cattafi si occupò anche di riciclaggio dei fondi di Cosa Nostra nei casinò del Nord.
Le indagini sul casinò
Tra questi ci sarebbe quello di Saint Vincent. Lì, il pretore di Aosta, competente per territorio, Maurizio Selis subirà un attentato (un’autobomba) poco prima dell’assassinio di Caccia. Si suiciderà cinque anni dopo. Caccia, cosi come Selis, stava lavorando sul casinò e sul riciclaggio messo in piedi dai siciliani. Pochi giorni prima dell’attentato, la procura di Torino, “con l’intervento personale di Caccia”, aveva effettuato perquisizioni a Saint Vincent. Ed è questa la pista che andrebbe seguita secondo Repici. Quella delle fiches e dei tavoli verdi.
Va detto: non si uccide un magistrato solo perché svolge indagini scrupolose, ma perché precede tutti, su nuovi metodi, più incisivi di quelli già noti, per combattere il malaffare. Cosi fu per Falcone, cosi, molto probabilmente, fu per Caccia.
I documenti spariti.
E’ questa la stessa tesi confluita in una sorta di informativa arrivata a quel tempo, sul tavolo del Sisde, rubricata sotto il nome “Caccia Dominioni”. Un pozzo di notizie che – come tanti altri documenti – non è mai entrata nel fascicolo Caccia. Come non vi è traccia della rivelazione di un pentito che sosteneva che proprio Cattafi gli aveva raccontato come a uccidere il procuratore di Torino fossero stati i Ferlito, famiglia storica di Cosa Nostra a Torino.
Infine, l’avvocato Repici, cita, nel dossier, anche il nome e cognome di un possibile assassino. E’ un killer, a quel tempo, legato a siciliani e calabresi che oggi vive in semilibertà. Intanto il pm Canali, l’autore di quella telefonata che di fatto può riaprire il caso Caccia, è finito negli anni scorsi a Milano, dalla provincia Messina, dopo che in un’informativa dei carabinieri denominata “Tsunami” era stato immortalato nel 2005 “a pranzo con Salvatore Rugolo, cognato di Giuseppe Gullotti, il mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano”. Canali non è mai stato indagato per questa vicenda e l’informativa è stata archiviata “ma va sentito per chiarire ciò che sa”. La possibilità che i catanesi abbiano partecipato all’attentato e che abbiano potuto godere della copertura di un pezzo dei servizi segreti che intanto, si accaparravano la collaborazione del boss di Cosa Nostra torinese Francesco Miano – resta un’ipotesi credibile.
Di Bruno Caccia, del mistero che ne circonda la morte, ne parleranno stasera, alle 20.30 al cinema Massimo l’ex procuratore capo Giancarlo Caselli e il direttore de La Stampa Mario Calabresi insieme ai parenti del procuratore ucciso.
(da La Stampa del 18 marzo 2014)