Beppe Grillo e i giovani a Cinque Stelle

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(di Elia Fiorillo)

Il linguaggio è piano senza alcun eccesso. I ragionamenti puntano sempre su argomentazioni concrete. Non ci sono esagerazioni retoriche in quel che va affermando. Insomma, pacatezza e moderazione sono le sue caratteristiche di base. Lui è Luigi Di Maio, vice presidente della Camera dei deputati, ventiseienne del Movimento Cinque Stelle, che si confronta all’Istituto Denza di Napoli con i colleghi del Movimento unitario giornalisti della Campania.

“Nel Parlamento italiano ci sono pregiudizi e luoghi comuni”. “Abbiamo avuto una classe politica bloccata”. “Portare gente libera al potere”. Sono solo alcune delle tematiche che Di Maio sviluppa in quasi due ore di dibattito. E mentre lo senti argomentare sul cambiamento, ti si para davanti nella mente il leader del Movimento di cui il giovane Luigi è un importante rappresentante. Peppe Grillo si agita, bestemmia, urla, scaglia anatemi su tutto e tutti, anche “sull’Aldilà”. Se poi qualche giornalista prova a fare il proprio mestiere, come diceva Benedetto Croce, “dando ogni giorno un dispiacere a qualcuno”, quando questo “qualcuno” è lui medesimo Beppe, allora sono c… (cavoli) amari per l’imprudente. Inserimento immediato nella lista di proscrizione e giù gl’improperi più improperi che ci possano essere. Certo, Grillo non è uno stinco di santo. Di condanne per diffamazione ne ha prese non poche. A suo attivo ha anche un “patteggiamento” per aver diffamato la povera Rita Levi Montalcini, allora novantaquattrenne, chiamandola “vecchia p… (professoressa)” ed insinuando che il Nobel attribuitole le fosse stato comprato da una casa farmaceutica. C’è poi la condanna per omicidio colposo plurimo, i problemi legati al fisco. Insomma, a volte nel sentire i suoi monologhi sembra “il bue che dice cornuto all’asino”.

Un merito però ce l’ha avuto Grillo, quello di essere riuscito a creare un Movimento in cui c’è gente pulita, che crede in quello che dice ed è convinta che il cambiamento sia possibile. Poi ci sono le assurdità di gestione dei pentastellati, con espulsioni e minacce ai possibili dissidenti, ma questo è un altro discorso. Il dissenso non piace a nessuno, specialmente ai leader di partito. C’è modo e modo di gestirlo però. I partiti sono essenziali per la democrazia di un paese e, proprio per questo, devono darsi regole di grande trasparenza. Cosa che in Italia non avviene.

Non fa una piega l’argomentazione di Di Maio sul Mezzogiorno: “l’Italia non può funzionare a due velocità”. Ricorda la vicenda dell’integrazione delle due Germanie e cosa oggi rappresenta in Europa questo Paese. E’ convinto che il Mezzogiorno ce la possa fare e se la prende con i grandi potentati economici che tentano di mantenere lo status quo per salvaguardare i loro interessi. Tutto ciò porta a conservare il vecchio modello di sviluppo – ormai più che obsoleto – a danno del “rischio” innovazione. La notizia che in uno sperduto paese della Sicilia un gruppo di giovani ha inventato un software che si è imposto negli Stati Uniti, dà ragione al vice presidente della Camera. “Noi nel Sud non abbiamo più niente. Si può ripartire”, afferma Di Maio, facendo proposte operative. Per la verità non è proprio così. Qualcosa il Sud l’ha (e non solo il Mezzogiorno, come qualche politico vorrebbe far credere). Le varie mafie che infestano il territorio sono un peso insopportabile e solo “la cultura ed il lavoro” possono debellarle. E su questo binomio inscindibile che bisogna puntare senza risparmio.

Alcuni opinionisti sostengono che Grillo è coerente – e non può non esserlo – con le sue impostazioni originarie. Nessun rapporto o accordo con i partiti in Parlamento. Vanno bene certe espulsioni perché i cacciati sapevano chi comandava – e soprattutto chi li aveva fatti eleggere – e quali erano le regole del gioco da rispettare. Insomma, su per giù lo stesso discorso fatto per Angelino Alfano e per altri “dissidenti”.

L’esempio è importante, è uno strumento di pedagogia attiva, e il rifiuto del finanziamento pubblico è stata una grande operazione di coerenza, ma anche d’immagine. Ma ciò non toglie che lo “sporcarsi le mani” può servire per raggiungere l’obiettivo del cambiamento. Si racconta che nelle Commissioni parlamentari i giovani pentastellati si danno da fare con impegno, studiando i provvedimenti, emendandoli, ma poi spesso in aula – sotto gli occhi delle telecamere – prevale la necessità dell’immagine della contestazione, anche su provvedimenti che hanno visto il loro qualificato apporto.

“La popolazione esige dai propri rappresentati il conto di quello che hanno fatto. C’è bisogno di una nuova cultura della partecipazione. Io, comunque, quando mi sento controllato dai miei elettori, mi carico. Abbiamo avuto una classe politica bloccata, senza ricambio. Si può condividere o meno il mio Movimento, ma noi abbiamo stabilito il limite del doppio mandato per i nostri parlamentari”. E’ orgoglioso Luigi Di Maio delle sue scelte, dell’impegno suo e dei suoi colleghi. Resta il problema di come il Movimento riuscirà a valorizzare al meglio tante eccellenti individualità che ha nel suo interno. Forse la strategia migliore per “cambiare” il Palazzo, i partiti, il Paese è quella della “contaminazione”, del “contagio” delle idee, dei comportamenti, non quella della segregazione corporativa. Ma da questo orecchio Grillo e Casaleggio non pare che ci sentano, per lo meno per il momento.