Renzi e Letta, la “staffetta” che non c’e’

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di Elia Fiorillo

Chi conosce la staffetta quattro per cento non potrà mai abbinarla a Letta e Renzi. E’ un’altra cosa. Parliamo di perfetto sincronismo nel passaggio del “testimone”. Insomma, ci deve essere il gioco di squadra con l’allenamento quotidiano dei due “frazionisti”. Si prova e si riprova, perché non si può sbagliare: non si può regalare un decimo di secondo agli avversari. O, peggio, che il “testimone” sfugga dalle mani nella cessione cruciale tra i due atleti, mandando a casa l’intera compagine. Per converso, siamo difronte ad una corsa dei cento metri piani, scomposta per di più, dove ognuno corre per sé.

Gli amici, nemici (compagni proprio no), Renzi e Letta continuano il loro duello che sembra diventato personale. Un giorno c’è una presa di posizione di uno; il giorno dopo l’altro risponde. E così via. Chi sperava che nell’ultima direzione dei democrat ci fosse il chiarimento tra il segretario ed il presidente, e finalmente fosse stata individuata la linea – meglio il “patto di lealtà” – comune, dovrà aspettare il prossimo venti di febbraio, giorno in cui il sindaco-segretario affronterà la tematica “governo” nella direzione del Pd convocata ad hoc.

Perché tanta distanza tra i due giovani leader? Certo, le ambizioni personali contano e non vanno considerate sempre in modo negativo. Il vero problema è però “l’immagine”. Quello che i cittadini elettori attraverso, appunto, la visione percepita dei due leader, possono comprendere e condividere. La bontà delle scelte conclamata dal ceto politico, di per sé, non basta. C’è bisogno che esse abbiano un effetto mediatico immediato. Se non ce l’hanno, meglio lasciar perdere. E i due, Renzi e Letta, anche al di là delle loro bramosie politiche personali, sanno bene che senza una condivisione mediatica delle azioni, dei programmi, dei personaggi, non si va da nessuna parte. L’avversario Berlusconi è dietro l’angolo con i suoi effetti speciali mediatici di cui è l’ideatore e l’indiscusso manovratore.

Renzi, all’ultimo congresso del Pd, ha fatto man bassa di voti, lasciandosi dietro con un distacco enorme Cuperlo, Civati e company. Ha impersonato il ruolo di rottamatore-innovatore della politica e, soprattutto, della classe dirigente. In linea di massima deve mantener fede alla fotografia politica che si è creata e che gli ha consentito di vincere il congresso del suo partito. Cosa non semplice. Perché una cosa è la gestione, un’altra le promesse di cambiamento quando non sei il “leader maximum”. Letta invece è il passato. Il frutto dell’incapacità del quadro politico che lo generò – Bersani in primis – di trovare delle soluzioni diverse dal compromesso, sia sul rinnovo del presidente Napolitano, sia sull’accordo di governo. Quel ripiego è in linea con i magheggi della prima Repubblica, che non con la chiarezza che lui, il sindaco-segretario del Pd, si è imposto. Se così stanno le cose, il governo presieduto da Enrico non potrà mai essere appoggiato apertamente da Matteo. Equivarrebbe, nell’immaginario collettivo, a benedire quel “pasticciaccio brutto” che il segretario del Pd ritiene il governo delle larghe intese, anche se trasformatosi, dopo l’uscita del Cavaliere e le picconate dello stesso Renzi, delle minime ed evanescenti alleanze.

Dall’altra parte Enrico Letta prova in tutti i modi, forse anche con il training autogeno, a stare calmo, a fare l’ottimista, a credere in Matteo Renzi. E cosa potrebbe fare di diverso? Ha superato la cacciata di Berlusconi dal Parlamento, con relativa rappresaglia sul suo esecutivo. Proprio quando la strada per lui pareva in discesa, con Angelino Alfano che diventava autonomo dal Capo indiscusso, si è ritrovato gli sproni – vere pistolettate – del sindaco rinnovatore. Tutti chiedono una marcia in più al suo governo. Anche il presidente di Confindustria, Squinzi, si è messo a tirare la corda forse nella convinzione che i giorni sono davvero contati per il cambio della guardia. Che farà il calmo, si fa per dire, Enrico? Si giocherà il tutto per tutto? Rimpasterà il suo governo iniziando dal ministero delle Politiche agricole, occupato fino a qualche giorno fa dalla dimissionaria Nunzia De Girolamo? Con molta probabilità sostituirà quei ministri tecnici più chiacchierati, a cominciare da Annamaria Cancellieri, ministro della Giustizia. Un rimpastino, insomma, al di là di quello che chiede il suo vice Alfano, per non creare troppi problemi a se stesso, ma anche al Pd ed al suo segretario. L’ipotesi di un Letta bis significherebbe andare in Parlamento con l’apertura di una crisi formale, con troppe incognite di come potrebbe andare a finire. Non solo per lui, ma anche per il suo amico-nemico Matteo. Meglio per tutti una rivisitazione – con relativo serio irrobustimento – del programma di governo, a partire dal piano per il lavoro e dalle norme per il rilancio non verbale dell’economia. Poi si vedrà. Per il momento Renzi non ha nessuna intenzione di diventare l’inquilino di Palazzo Chigi. Ha bisogno, per essere coerente con quello che va predicando, di essere legittimato dal voto popolare. Prima di tutto la cancellazione del Porcellum con l’Italicum. Poi si vedrà.