Poliziotti, giudici e politici. In Calabria lo Stato è colluso

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Il grigio è il colore che domina in Calabria. Chi sono i “cattivi”, dov’è il bianco e dove il nero, da che parte stanno “i buoni”, lo Stato, e dove gli uomini della ’ndrangheta? A Vibo Valentia, regno dei Mancuso, una delle “famiglie” più importanti dello scacchiere mafioso, pezzi dello Stato si sono per anni accucciati sotto le ali protettrici di boss dai nomi fantasiosi, Vetrinetta , Mbrogghia , Scarpuni , narcotrafficanti internazionali, che per anni sono stati coperti dal capo e dal vicecapo della squadra mobile. Con i boss andavano a prendere un caffè, frequentavano il suo avvocato e brindavano a champagne tra una sauna e un bagno turco nei resort gentilmente offerti. Ai capi di quella ’ndrangheta che avrebbero dovuto combattere, chiedevano protezione e una spintarella per la carriera.
IL BOSS Pantaleone Mancuso apprezzava, le cose andavano bene, non come quando c’era “quel pagliaccio che sta tutti i giorni in tv, quel disgraziato”. Si riferiva a Rodolfo Ruperti, l’ex capo della mobile, uno che gli aveva dato filo da torcere. Accade anche questo nella Calabria dove tutto si tiene, mafia e antimafia, economia legale e ’ndrangheta imprenditrice. Un prefetto, Vittorio Piscitelli, aveva capito tutto. E tutto aveva messo nero su bianco in un dossier consegnato alla Commissione parlamentare antimafia. La ’ndrangheta è una vera “azienda, in grado di attivare, attraverso sistemi di corruzione, un vasto sistema di relazioni e cointeressenze per il condizionamento dell’economia legale”. Altro che “pastori” con la lupara a tracolla su per i monti aspri, siamo di fronte ad una holding criminale legatissima al “territorio e al suo tessuto sociale, culturale ed economico, che alimenta quelle zone d’ombra di intersezione tra società e cultura, istituzioni locali e tessuto economico, su cui incidere per avere risultati positivi di lunga durata”.
Aveva capito tutto, il prefetto Piscitelli. Per questo lo hanno richiamato a Roma, al Viminale, ad occuparsi di persone scomparse. Ma in Calabria a sparire, fino a dileguarsi, è la democrazia. Cinquantadue consigli comunali sciolti per mafia, alcuni più di una volta, dal 1992 al 2012, Aziende sanitarie commissariate perché infiltrate dai boss, tre consiglieri regionali arrestati, due per rapporti con le cosche, uno perché accusato di vendere posti di lavoro in cambio di voti.
Il governatore Giuseppe Scopelliti, azionista di maggioranza del partito di Angelino Alfano, è nei guai fino al collo. Per lui un pm ha chiesto cinque anni e l’interdizione dai pubblici uffici, per abuso e falso. Si tratta di quello che chiamano “il caso Fallara”, la vicenda tragica di Orsola Fallara, amica stretta di Scopelliti e responsabile unica delle finanze del Comune di Reggio ai tempi della città “modello”. La dottoressa finì suicida con l’acido muriatico e il Comune di Reggio lo hanno commissariato per mafia.
Calabria, terra di “giudici meschini”, come nel romanzo dello scrittore Mimmo Gangemi. Il sospetto, terribile, mortale per lo Stato, è che alcuni uomini in toga abbiano avuto più di un occhio di riguardo per la ’ndrangheta reggina. Per la cosca Lo Giudice, soprattutto. Nei giorni scorsi la pm Beatrice Ronchi in una requisitoria durissima, ha puntato il dito contro alcuni suoi colleghi, Alberto Cisterna, già numero due della Direzione nazionale antimafia, Franco Mollace, già pm alla procura reggina. “Dal 1991 in poi – ha detto la dottoressa Ronchi – i Lo Giudice verranno dimenticati e nel frattempo fioriranno le loro attività imprenditoriali”. Nella nebbia che avvolge la lotta dello Stato contro la ’ndrangheta, spicca la cattura di Pasquale Condello, che non a casa si era guadagnato il soprannome di “Supremo”. Lo Stato lo voleva a tutti i costi, e forse qualcuno trattò con le “famiglie infedeli”.
UFFICIALI del Ros dei carabinieri, agenti dei Servizi in servizio permanente effettivo, e spioni come il commercialista Pasquale Zumbo, a doppio servizio fra ’ndrangheta e servizi più o meno deviati, sono finiti nel mirino. Terra nebbiosa la Calabria, dove anche l’antimafia, quella sociale, ha mille volti. Quello di chi si sacrifica con impegno, anche esponendosi, e la faccia di marmo di chi sulle parole vuote della legalità costruisce carriere, drena finanziamenti pubblici, ottiene facili palcoscenici.
Un “sistema” così opaco proprio non poteva sopportare che un giudice (non “meschino”), Nicola Gratteri, occupasse lo scranno di ministro della Giustizia. Chi lo ha proposto non ci credeva fino in fondo, lui, Gratteri, era il più scettico di tutti. Ora che agenzie e siti internet danno la notizia di un suo incontro con il ministro della Giustizia nominato, Andrea Orlando, ribadisce quello che ha sempre detto: “Il mio posto è alla Procura di Reggio, continuo a fare il magistrato”.
(da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2014)