Piemonte: quando i boss bussano alla porta

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(di Giuseppe Legato)

In principio furono i siciliani. Fu Cosa Nostra. I primi arrivi nel 1966. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa se ne accorse subito. Luciano Liggio, i Collura e i Criscione – racconta in una memorabile intervista a Giorgio Bocca del 1982 – si ritrovarono stranamente tutti a Venaria Reale, alle porte di Torino. Poco prima li avevo denunciati per omicidio a Corleone”. A loro si unirono – a ritmi cadenzati – uomini del clan di Nitto Santapaola: i Miano, i Finocchiaro, gente dal grilletto facile. Pistoleri. A Torino e nell’hinterland comandarono indisturbati fino agli Ottanta, fino all’omicidio del procuratore capo Bruno Caccia che fu ucciso il 26 giugno 1983 su ordine delle famiglie di ‘ndrangheta calabresi di Gioiosa Jonica: i Belfiore. Li incastrarono proprio i loro rivali. Ciccio Miano, il boss dei catanesi, in carcere parlò con Domenico Belfiore. Aveva un registratore nelle mutande, gliel’avevano messo i servizi segreti e i carabinieri. “Per Caccia, dovete ringraziare noi” disse e questa frase gli costò l’ergastolo. A Miano restò l’onta del tradimento che consuma il divorzio tra i due cartelli della criminalità.
In Piemonte è tutta ‘ndrangheta.
I siciliani escono, i calabresi entrano.
La porta è sempre la stessa: è quella di Torino e le chiavi della città passano da una mano all’altra. Una sliding doors criminale che presto ridisegna gli equilibri della malavita sotto la Mole. Non cambieranno più. In Piemonte è tutta ‘ndrangheta. Un dato su tutti: l’ultimo rapporto dell’indagine Transcrime curata dall’Università Cattolica di Milano sull’indice di presenza mafiosa in regione assegna a Cosa Nostra una percentuale di rappresentanza del 2,9%. Alla voce ‘ndrangheta i numeri cambiano: 95,2%. Un monopolio costruito nei decenni. Il cambio di testimone coincide proprio con l’assassinio di quel magistrato – per stessa ammissione degli affiliati calabresi – incorruttibile, inavvicinabile” che aveva messo le mani sul tesoro delle ‘ndrine. “Peggio di Caccia non ce n’è” dicevano gli ‘ndranghetisti. E lo uccisero.
Gli anni Ottanta: comanda Gioiosa Jonica
Il “manico” passò cosi nelle mani dei “gioiosani”: Mario Ursini, Domenico e Salvatore “Sasà” Belfiore”, i Mazzaferro, i Femia, gli Ilacqua. La scalata partì da Moncalieri, la quinta città del Piemonte. Allora, c’era il “locale unico”, la ‘ndrangheta aveva una sola testa. Droga, bische e pizzo da questa parte della parete. Dall’altra, ristoranti, boutique in pieno centro, locali alla moda. Era la prima ‘ndrangheta imprenditrice.
Che per entrare nel lucroso mercato dell’eroina si finanziava coi sequestri di persona. Solo in Piemonte ce ne furono 37 tra il 1973 e il 1984. Comandava Mario Ursini, uomo di polso e di pace (cosi lo descrivevano le informative dei carabinieri). Un carismatico, un mediatore che andò in crisi quando a Torino, siamo nel 1994 arrivarono le manette dell’operazione Cartagine: 91 arrestati. Anche lui fu condannato per traffico di droga e per una vecchia storia di omicidio. Fine pena: 2010.
Gli anni Novanta: comanda Platì
E’ allora che avviene il secondo ricambio. Lo scettro della ‘ndrangheta passa dalle mani di Gioiosa Jonica a quelle di Platì ed emerge, in tutto la sua forza criminale, la famiglia Marando a capo della quale c’è Pasquale Marando, uno dei narcoboss più potenti in assoluto nel mondo.
Pasqualino ricevette il testimone proprio da Ursini che a Volpiano lo aveva già individuato come suo erede. Un gregario fidatissimo. In poco tempo e grazie al loro reticolo familiare che annovera cognomi di grande peso nell’orbita della ‘ndrangheta (Barbaro, Papalia Sergi, Agresta, Trimboli), i Marando riuscirono a diventare “monopolisti” al Nord del traffico di cocaina. Li conoscevano in pochi e in fondo in quegli anni andavano in scena fatti e storie che altro non erano che la coda di vecchi equilibri: veniva sciolto il consiglio comunale di Bardonecchia (1995) ad esempio (primo comune sciolto per mafia al di fuori dai confini della Calabria), i giornalisti parlavano ancora di Rocco Lo Presti e dei Mazzaferro. Dei gioiosani insomma.
Marando intanto avviava contatti coi colombiani e importava tonnellate di cocaina. In breve tempo costruisce un portafoglio spaventoso di grossisti, di narcos veri e propri. Riesce ad acquistare la cocaina in conto vendita grazie alla personale amicizia coi vertici delle famiglie siciliane Cuntrera-Caruana da tempo emigrati prima in Canada e poi in Venezuela. Per tutti gli altri, rimane questa un’impresa impossibile. Nel suo “carnet” di contatti non ci sono solo i cartelli di Cali e Medellin. Dagli atti risulta che sia riuscito ad ottenere rifornimenti dalla famiglia pakistana degli Hafeez che, a mezzo di una flottiglia, curava lo smistamento della droga dal Pakistan ai bacini europei turchi e colombiani. E ancora comprava pasta di coca ed eroina dalle famiglie turche Kocakaya che sono anche i grossisti dei Piromalli di Gioia Tauro. “Anche una parte delle cinque tonnellate di cocaina intercettate a Borgaro dal Ros nel 1994 – racconta il pentito Rocco Marando, fratello di Pasquale – erano nostre e dei nostri cugini, i Sergi di Milano”.
A cavallo del 2000 Torino è in mano a quest’uomo dagli occhi di ghiaccio. Cinico, spietato, killer risoluto e grande affarista che può contare su un esercito di fratelli. Durante il suo interregno, sotto la Mole, si contano cinque lupare bianche, cinque fantasmi dei quali ancora oggi si sa poco o nulla e sulla cui morte sono pesanti i dubbi circa le probabili responsabilità di Pasquale.
Sarà Nicola Gratteri, nel 2002 a mettere le mani sull’imprendibile Marando (che intanto è latitante per una condanna nel processo Riace, istruito dalla procura di Torino). Nell’indagine Igres, il magistrato reggino porterà allo scoperto un gigantesco traffico di cocaina gestito da Volpiano, da una villa bunker in frazione Tedeschi che è poi la casa di “Pasqualino il re”. Un’indagine catartica perché in mezzo alle migliaia di contatti con la Colombia e all’ascesa di un uomo che ha al suo servizio anche Roberto Pannunzi uno dei più grandi mediatori del mondo nel traffico di cocaina, gli investigatori della Dda di Reggio fotograferanno anche la morte del capo. A febbraio del 2002 il telefono di Marando non squilla più, non aggancia nessuna cella, resta spento. Per sempre. Lo hanno ucciso e forse si sa anche chi è stato (i cognati Trimboli). Cosi hanno riferito negli anni più pentiti raccontando una storia di dissidi legati al traffico di droga, ma non c’è alcuna verità giudiziaria sul caso, tantomeno chiamate in correità per le persone tirate in ballo dai collaboratori di giustizia.
I fratelli delle bombe
La geografia delle ‘ndrine di Torino cambia di nuovo. I gioiosani tentano di riprendersi il timone della nave. Domenico e Salvatore Belfiore sono in carcere, ma fuori c’è il fratello più piccolo “Peppe”. E poi c’è Renato Macrì, il mafioso in doppiopetto, tutto cachemire e acqua di colonia. Nascono le prime “locali”: Moncalieri, Chivasso, Rivoli, Cuorgnè. Anche la ‘ndrangheta fa le riforme, ma nell’aria si respira un vuoto. Senza Pasquale, manca un vero e proprio boss di riferimento. Mancano i decisionisti, i leader. Ci penseranno i fratelli Adolfo e Cosimo Crea a scalare la rigida gerarchia ‘ndranghetista. Scappati da Monasterace per sfuggire a una faida con le famiglie Gullace-Novella, ripararono a Torino e iniziarono la lunga scalata al “Crimine” (la struttura che sovrintende le azioni violente dell’organizzazione: omicidi, estorsioni, incendi…). Sono giovani e spietati i Crea. A suon di bombe si fanno largo su una generazione di mafiosi dal cognome pesante che non era forse pronta all’arrivismo sfrenato di questi due trentenni.
“Comandano loro. Hanno Torino in mano”. E’ il 2004 quando la Squadra Mobile intercetta un gregario di Adolfo che chiama la fidanzata. Arresta i Crea e pure Giuseppe Belfiore. A loro contestano l’associazione a delinquere di stampo mafioso, ma al processo i giudici derubricano in associazione semplice. I Crea tornano fuori e ricominciano a comandare.
Colpo al Minotauro
Nel 2006, una notte di novembre, nel braccio C del carcere delle Vallette, Rocco Varacalli, trafficante di cocaina affiliato al locale di Natile di Careri a Torino, “ingoia – per sua stessa ammissione – una sigaretta dietro l’altra”, poi chiede di poter parlare con il sostituto procuratore Roberto Sparagna, magistrato della Dda che lo ha arrestato pochi mesi prima. Si è pentito, Varacalli e parla per mesi. Riempie 2800 pagine di verbali. Fa quattrocento nomi, consente di risolvere tre omicidi. E’ in quegli anni che inizia l’ultima grande inchiesta sulla ‘ndrangheta in Piemonte. La chiamano Minotauro perché è in un labirinto di “locali” e riti e codici che finiscono i carabinieri quando iniziano a cercare riscontri al libro mastro di Varacalli. L’8 giugno 2011 scattano le manette: 156 arresti, 120 milioni di euro di beni sequestrati. Seguiranno altre operazioni: Colpo di Coda (locale di Chivasso), Alba Chiara (Basso Piemonte), Helving (Novara). Due comuni verranno sciolti per mafia: Rivarolo Canavese e Leinì. L’ex sindaco di quest’ultima cittadina, Nevio Coral, ex Pdl e uomo di punta de centrodestra piemontese, finisce in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Era in affari coi boss e otteneva in cambio aiuti elettorali: “E’ il nostro biglietto da visita – diranno i capi delle locali intercettati dai carabinieri in una cena tra mamme santissime – che sennò, se andiamo noi dalle banche, ci salta la magistratura addosso”. La Corte lo ha condannato a 10 anni di carcere in primo grado nel processo con rito ordinario. Gli altri numeri, fin qui (altri gradi di giudizio sono ancora pendenti), sono questi: su 168 persone incriminate per 416 bis, 107 sono state condannate: “che in pratica – spiega l’ex procuratore capo Giancarlo Caselli che ha coordinato tutte le indagini – corrisponde al 77% degli arrestati”. I fratelli Crea hanno preso 10 anni a testa circa. Nessuno però, all’antimafia torinese, canta vittoria. Varacalli aveva fatto 450 nomi consentendo di individuare 9 locali. Ognuna di queste strutture conta su almeno 49 soldati. Il conto è presto fatto: fuori c’è ancora tantissima gente e c’è molto da lavorare.