Antimafia serve una svolta per non dare spazio ai killer della speranza

Caro Aldo, innanzitutto ti va dato atto di aver messo il dito nella piaga di una vicenda dolorosa, difficile e per molti aspetti rischiosa. Dopo gli arresti di due icone dell’antimafia calabrese, Carolina Girasole e Rosi Canale, hai deciso di non fermarti alla semplice cronaca, ma di andare oltre, di approfondire. E di questo è fatta l’essenza del mestiere di giornalista. Ti sei chiesto, ci hai chiesto, hai chiesto all’intero mondo dell’associazionismo e della società civile, cos’era diventata l’antimafia sociale in Calabria. Sono d’accordo con le tue analisi impietose, ma prima devo avvertire chi intendesse cercare dei secondi fini dietro i tuoi scritti, di consultare Google per documentarsi e rileggere i tuoi articoli sulla ‘ndrangheta scritti per l’Unità, e soprattutto – in tema di malapolitica e di rapporti tra sistema di potere e mafia – “La città dolente”, il tuo libro sulla tangentopoli calabrese, per capire come e quando nasce e si evolve il rapporto ‘ndrangheta politica.
Sì, le vicende Girasole e Canale, diversissime tra di loro perché diversa è la caratura dei personaggi, diverso è il contenuto delle inchieste giudiziarie, forse diverso sarà il loro sviluppo, sono un colpo durissimo alla credibilità dell’antimafia calabrese, un processo identico a quello che fu “tangentopoli” per i partiti della prima repubblica. La caduta è netta, repentina, catastrofica. Dopo queste due brutte storie i calabresi sono più disperati, forse davvero, come diceva Corrado Alvaro, pensano che vivere onestamente sia inutile. Cos’è diventata l’antimafia in Calabria?

Se uno dovesse darsi una risposta leggendo la vicenda di Rosi Canale, piomberebbe nello sconforto più nero. E’ diventata show bitz, voglia spasmodica di apparire, di essere finalmente qualcuno, moda, squallore da pessimo talk-show pomeridiano, fenomeno mediatico che si consuma nel giro di un clic da telecomando. Se invece dovesse riferirsi alla storia della Girasole, sarebbe molto più difficile darsi una risposta, perché in questo caso a dominare su tutto è la Calabria con i suoi misteri, le sue ambiguità, le zone d’ombra, il grigio che non ti aiuta mai a capire il confine tra bene e male. Qualcuno, nel dibattito da te scatenato anche sui social network, punta il dito accusatore contro i giornalisti: siete voi, dicono, ad aver creato dei mostri. Hanno ragione, ma in parte. Cosa dovevamo fare noi giornalisti piombati in Calabria quella sera del 2005 quando ammazzarono Francesco Fortugno, e la Calabria sprofondò di nuovo nella notte più oscura? Avevamo di fronte l’assassinio del vicepresidente della massima istituzione calabrese, e poi Locri e i suoi ragazzi. Quello striscione, Ammazzateci tutti con simbolo della Margherita, un grido di disperazione, una voglia di riscatto, le scuole (le ricordo le scuole di Locri) con professori, presidi e alunni a mobilitarsi contro la ‘ndrangheta. La civiltà contro la barbarie. Li sostenemmo e facemmo bene. Offrimmo pagine di giornali e microfoni delle tv perché quella si mostrava come la Calabria migliore. Poi è andata come è andata, lo slogan, fortunata operazione di marketing, anni dopo l’ho visto ripetere alle manifestazioni pro-de Magistris, a quelle pro-Scopelliti presidente e finanche, ma cambiato in “Arrestateci tutti”, sotto palazzo Grazioli a sostegno del condannato Berlusconi, che come stalliere ad Arcore aveva il mafioso Vittorio Mangano.

Anche Carolina Girasole ha goduto del favore dei media. Donna e sindaca nel cuore della ‘ndrangheta, perché non sostenerla? Perché non aiutare quello che ci appariva come il volto di una Calabria che voleva uscire dalla morsa mortale mafia-malapolitica? Siamo stati dei fessi da Locri a Isola? Certamente sì, soprattutto perché gli altri – gli antimafiosi da operetta – sono stati più bravi di noi e hanno capito come usarci. Il giovane leaderino alla ricerca di un posto al sole petto in fuori contro i boss, la bella donna chiome al vento e tacco dodici sul legno di un palco a raccontare la sua ‘ndrangheta, immagini perfette. Adesso, e hai ragione, sono solo macerie in una realtà dove lo scetticismo è sempre in agguato, appostato dietro l’angolo come un killer pronto ad uccidere ogni speranza. Non abbiamo capito tante cose, la principale è che in una realtà dove politica e mafia sono ormai un tutt’uno indistinguibile, il sistema di potere ha trovato la sua convenienza ad organizzarsi l’antimafia di comodo. Come? Pagando, contribuendo, finanziando, promuovendo, assicurando scranni.

Il più grande, il più munifico, il più intelligente sostenitore dell’antimafia calabrese – dovessi assegnare un premio speciale – è Peppe Scopelliti, il sindaco del fallimentare modello Reggio, attuale governatore della Regione. E’ sempre il primo, insieme ai suoi assessori, ad essere presente alle lunghe, inutili, estenuanti discussioni sulla LEGALITA’. Fiumi di parole, elogi per i magistrati e gli investigatori, lacrime di commozione per i defunti, ma mai una parola, una sola, sulla metastasi più grande: il legame stretto mafia e politica. Tre consiglieri regionali arrestati, due per mafia e uno per un reato non meno odioso (posti di lavoro in cambio di voti), mai una denuncia sdegnata della cosiddetta antimafia sociale. Che ha ritrovato la parola quando ha firmato un manifesto contro lo scioglimento del Comune di Reggio. Tutti con una sola eccezione, compresa Libera, che pure in Calabria ha meriti grandissimi. Che il commissariamento per mafia fosse giusto lo hanno confermato sentenze del Tar, di Tribunali e Corti di Appello che hanno decretato l’incandidabilità di chi ha amministrato la città. Alla politica serve certa antimafia per rifarsi una verginità a prezzi da saldo (ricordate lo striscione ad una affollata e partecipata manifestazione? “La ‘ndrangheta è viva e lotta insieme a noi, recitava riferendosi alla presenza di certi politici).

Come uscirne? Servono soluzioni radicali. Bisogna recuperare credibilità, e allora tutte le associazioni antimafia, le fondazioni che si ispirano a vittime della mafia, i musei e tutto il Circo Barnum delle parole vuote, rinuncino ad ogni forma di finanziamento pubblico, ma prima, come misura immediata, rendano pubblici i loro bilanci. Dicano chi li finanzia, quanti soldi hanno avuto da enti pubblici, per farne cosa, per pagare chi, per realizzare quali progetti, per andare dove, in quali lidi o su quali piste da sci, a parlare di mafia. Altrimenti l’antimafia farà la fine dei partiti, morirà nel senso comune della gente onesta. Sarà giudicata “come gli altri” e il danno sarà incalcolabile.

Caro Aldo, hai scatenato un dibattito e in molti stanno partecipando in modo autorevole e libero. Mi colpisce un dato: finora nessun rappresentante della cosiddetta antimafia sociale ha detto una parola. Spero sia solo imbarazzo.

Ps: In Calabria ci sono persone che fanno antimafia concreta senza ricevere un cent da nessuno. Volontari che curano i malati gratis sottraendo il loro tempo a studi professionali avviati e redditizi, quando li vuoi intervistare ti rispondono no grazie. Così si sono conquistati la libertà di giudicare mafiosi, politici e compari vari. E’ un loro diritto.

Ho nel cuore una donna, la signora C., che non nomino perché non autorizzato. Anni fa la sua vita venne distrutta dalla ‘ndrangheta. Era una ragazza, il suo giovane uomo, un intellettuale con la testa piena di idee e il cuore gonfio di amore per la sua terra, fu ucciso perché si opponeva ai boss. Non è mai apparsa in tv, non si è trasformata in una madonna dell’antimafia. Continua a fare il suo mestiere di educatrice, in Calabria, a pochi passi dalla piazza dove ammazzarono l’amor e della sua vita.

I giornalisti: il male della categoria, in tutta Italia, è il “savianismo”. Sono quelli che, per aver scritto una volta la parola boss in un pezzo, vogliono diventare dei piccoli Saviano (Roberto), si ergono a testimoni dell’antimafia, denunciano improbabili minacce, desiderano una vita sotto scorta. Sono penosi, ridicoli, miserabili. Il giornalista non è un simbolo, ma solo un soggetto che ha il privilegio unico di raccontare il mondo. Pippo Fava non si sentiva un simbolo, era solo un giornalista onesto. A Catania la mafia che trescava con il sistema d’affari e la politica lo ammazzò per questo.
(pubblicato su Zoomsud del 2 gennaio 2014)